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1 week ago

FuoriAsse_n_22

sempre poi per essere

sempre poi per essere sintomo di pazzia. Da qui arriviamo alla fase degli omicidi e delle stragi di massa. Non so, letto su un libro abbastanza vecchio e accreditato che prima o poi ci sarà l’apocalisse, e dato per scontato che non ci interessa sapere cosa significa la parola apocalisse (significa rivelazione) bastandoci credere che significhi strage di massa, ecco che negli ultimi venti anni siamo in uno stato di guerra continuato. Questo è il letteralismo. Non so, a uno gli entra in testa la parola grazia, che è una bella parola, decide che grazia significa che qualcuno è più ben voluto degli altri da Dio e che non deve fare più nessuna opera buona, anzi non deve più nemmeno lavorare, può prestare a strozzo, ed ecco la nascita della finanza e la strage di massa per debiti finanziari che stiamo vivendo negli ultimi venti anni. Deletterizzare allora significa tornare a fare dell’apocalisse una rivelazione (tipo: ma @Hideki Motoki porca vacca questo mondo è pieno di luce, viviamo nella luce, per forza gli dèi ci invidiano!); o fare della grazia quello che è, un modo di camminare in maniera seducente per strada suscitando cospicuo interesse e desiderio in vaste moltitudini. Deletterizzare, ci spiega con ognuna delle sue parole in ognuno dei suoi libri Hillman, è ciò che ci aiutano a fare i poeti, per i quali ogni cosa e ogni parola sono una metafora, un veicolo per portarci fuori dalla lettera, dall’illusione della concretezza. Per un poeta, ci insegna meticolosamente Hillman, ogni parola è libera dalla lettera, e quindi è viva. Qualsiasi parola, anche la parola apocalisse, o la parola grazia, o perfino la parola debito pubblico o proattivo. Per un poeta proattivo è un signore molto alto, con un cappello alto sopra di lui come fosse un’aggiunta, che cerca sempre di infondere voglia di fare in tutti, e tutti lo deridono. Proattivo, assertivo, inizializzare, attenzionare e, per gli scrittori, suggestionare, emozionare (che allora me ne vado a Disneyland), diegetico, extradiegetico. Perfino queste parole potrebbero essere salvate dalla loro interpretazione letterale. Perfino della nostra moderna neolingua orweliana, che riunisce il politicamente corretto al becerismo populista e xenofobo, lo storytelling agli slogan isterici, la lingua dell’efficientismo alla morale del più furbo, potremmo farne un qualcosa in termini di poesia niente male. È così che usa Hillman il concetto della deletterizzazione: lo usa per riportare tutti i concetti che soffocano la nostra intelligenza alla loro primaria natura di immagini, come facevano una volta i poeti popolando gli olimpi. È così che usa Hillaman questo concetto, deletterizzazione, deletterandolo nella poesia dei suoi libri. La deletterizzazione è profondamente panica. Quando ti prende un attacco di FUOR ASSE 148 Biblioteca Essenziale

panico non hai voglia di prendere alla lettera che il lavoro è un dovere o che devi fare questo proprio questo. Prendi e scappi. Ma ancora più panico è il secondo insegnamento di Hillman: la provocazione. Hillman non fa altro tutto il tempo: provoca. Tanto che è costretto ad ammettere che di carattere lui tende al terrorista. Altrove asserisce che, essendo del segno dell’Ariete, è figlio di Marte. Tutte cose senza dubbio vere, ma il suo costante desiderio di provocare è troppo capriccioso per non venire da Pan. E fa ridere in maniera irriguardosa e volgare. Come quando Hillman insegna quanto è fondamentale essere abbandonati, e racconta la barzelletta del padre ebreo che fa salire il figlio su una scala, e gli dice: quando te lo dico, buttati che ti prendo. E il figlio allora si butta, e il padre non lo prende, si sganascia dal ridere e gli dice: così impari a fidarti di un ebreo. Non penso sia interessante chiedersi ora chi stava provocando qui Hillman, forse la propria religione di provenienza, quanto piuttosto cosa era per lui la provocazione. Provocare: chiamare a qualcosa. Hillman evidentemente sovrapponeva la provocazione al kalòs greco. Kalòs da kaleo: la bellezza come richiamo. Quale bellezza dunque insegna Hillman nei suoi libri (i suoi libri di cucina, per esempio, pieni di giochi di parole su riso e minzione), o quando in maniera tanto perentoria mette in allarme contro le cacate psicoanalatiche sulla cacca dei bambini (parole sue)? La bellezza irridente e caprigna di Pan, senza meno. Il senso tragico della vita e il destino. La terza cosa che ci insegna Hillman è questa, che tutti, dal comodino a me, nasciamo con un carattere, e questo carattere è il nostro destino, e che dunque, potendo formare il nostro carattere solo al momento della nostra morte ma a volte solo dopo, molto tempo dopo, il nostro destino è qualcosa che viene poi, in un certo senso, e che per lo più è deciso dagli altri, in un certo senso, e che soprattutto, in un senso ben determinato, è deciso dalla morte. Da qui il senso tragico della vita, senza il quale quello che vivi sarà qualsiasi cosa ma non la vita. Questo lo sanno bene i poeti. Questo è qualcosa che se uno vuole fare il poeta deve imparare a fare subito. Insomma, farsi cogliere da Pan, e farsi parlare da lui di morte. Hillman usa non poche strategie per insegnare questa morte tanto cara ai poeti. Ci ricorda ora che per Platone filosofare era imparare a morire. Ci ricorda della morte felice di Socrate. Fa un po’ di pubblicità, altre volte, e magnifica la vita di Michelangelo, che a trentacinque anni si sentiva già morto, un uomo da buttare. Di quanti eroi dell’ipocondria, dell’autolesionismo, della furia paranoide ci ha fatto il canto nei suoi libri. Ma, nel lungo percorso di ragionamenti e racconti che snodano la sua opera, c’è qualcosa che porta a un punto preciso, a un uomo preciso. Parlo di Eraclito, primo curatore d’anime lo chiama Hillman. Eraclito compare nei suoi libri ovunque, per ricordarci che il carattere è destino, e alludere al suo di destino, grandioso, come si impone a guida di tutti i poeti perplessi che sono venuti dopo di lui. Eraclito che urla parole strane e oscure senza che nessuno lo ascolti, e muore divorato dai cani. Quanto piace a Hillman questa storia! La quarta cosa. Viene dalla morte e si chiama cultura. Il culto della morte, il culto degli antenati. Il culto di tutte quelle cose che non producono metano e benzina, non sfamano gli affamati e non rendono più edotta la popolazione. Non rendono questo mondo un posto migliore di come lo hai trovato (si sentono i rombi delle bombe che portano la civiltà?). Hillman comincia sempre le FUOR ASSE 149 James Hillman