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3 months ago

FuoriAsse_n_22

vorrei attaccarmi alla

vorrei attaccarmi alla tua veste gigante, sentirti parlare con quella cadenza che hai solo tu? Poter piangere e strillare, poter far qualunque cosa sapendo che per te sarà sempre giusta. Eccoti, sì, con la mia foto preferita, quella faccia finta-seria che sottendeva un sorrisino sarcastico, come se nella tua bocca ci fosse lì pronta ed essere scoccata una delle tue battutine contro la mamma o la zia, o contro il nonno anche se non c’era più. Posso piangere a dirotto qui davanti a te, come non faccio da quando ero bambino? Ma come fai a sentirmi ora che sei lassù con la madonna di Montelupo? Mi rispondi di sì, ma posso solo immaginarlo. Mi sento meglio al pensiero. Questa foto a pochi metri da quel che resta del tuo corpo, invece è spietata, è così vera e viva, ti riporta qui vicino a me e mi spezza il cuore. Posso piangere a dirotto come un diluvio universale in una landa arida che porta dentro il dolore e la rabbia di secoli di siccità? Sì che puoi Carletto. Piango, urlo, non c’è nessuno che mi guarda, e quand’anche fosse non mi importa nulla. È il nostro tempo cara nonna, davanti a te non devo apparire meno fragile di quanto sia davvero, davanti a te posso essere quello che sono. Un bambino cresciuto, che per qualche ragione ha un disperato bisogno di piangere. La sera avanza e si colora di rosso, le montagne schermano quel poco sole ormai debole al tramonto, e il fresco della montagna dilaga, è ora che vada. Non ho più fazzoletti per soffiarmi il naso, quello di stoffa è esausto. Finalmente il naso perennemente chiuso è stato decongestionato da questo pianto disperato. Ciao nonna, anzi arrivederci, ci vedremo quest’estate, se riesco porterò a farti vedere Vale ed Edo, perdonami se non te li ho portati prima, quando erano ancora bambini. Scosso da questa esperienza, ho l’ultimo appuntamento, l’ora è quella giusta, quella della sera che incalza col suo buio. Il convento abbandonato, l’apice della giornata tipo. I giochi collettivi coi ragazzini di Montelupo. Questa sera non c’è nessun bambino a giocare, sono da solo, cammino dentro il rudere, tra le colonne e le loro ombre, prodotte da quel poco che resta del giorno. Erano questi i dieci minuti magici, il frangente tra giorno e notte, in cui l’eccitazione era al massimo, per essere in un luogo sconosciuto, un po’ spaventoso, tra bambini estranei. Tutta la mia curiosità, il desiderio di incognito, e la voglia di correre e giocare erano appagati qui al convento. Il buio pesto arriva rapidamente, ci sono meno case abitate di una volta. Grazie ai suoi oltre mille metri di altitudine, in pochi minuti, Montelupo mi regala un cielo stellato e profondo. Mi sembra quasi di avere un binocolo potente incorporato negli occhi. Entro nello spazio interstellare, ci sono dentro. Sento qualcosa di forte, forse un segnale, un’interferenza che distorce le leggi fisiche, forse le emozioni e il linguaggio dell’anima riescono a forzare il tempo. Non so cosa sta succedendo, ma io ti sento qui vicino a me nonna, più che mai, e ti dico che ti voglio un bene grande come questo cielo. Non posso più stare qui, devo fuggire. Tornerò questa estate, coi ragazzi spero. Qui da solo mi fa troppo male, ho scoperchiato il pentolone del dolore chiuso là dentro, che dio solo sa da dove arrivi. Devo richiudere tutto, e tornare a casa FUOR ASSE 160 Il principio dell’iceberg

da chi ha bisogno di me. Viaggerò un’altra notte. Fino a casa. È da un’ora che ho imboccato l’autostrada, e la stanchezza per lo shock emotivo che ho subito comincia a subentrare, ho un sonno incontenibile. Questa volta ci vorranno tre caffè, e subito mi tornano in mente i caffè che la nonna preparava alle comari nel pomeriggio; cerco di rifuggire il pensiero. Devo chiudere il pentolone, ora ho preso una vaga consapevolezza di quello che c’è dentro, le prossime volte ci andrò più cauto, come con la pentola a pressione. Uno sbuffetto per volta. Il secondo caffè lo prendo nei pressi di Vasto, ci vogliono cinque ore per rientrare a casa, non mi devo addormentare. È sabato mattina, Katia è a casa da lavoro, i ragazzi pure sono a casa da scuola per le vacanze estive. Entro in casa con un vassoio di paste. Cerco di fare poco rumore in cucina, preparo un grande vassoio con caffè al ginseng, frutta tagliata, e vi adagio la pasticceria fresca. Mi affaccio sull’uscio socchiuso della nostra camera, Katia è sveglia a letto. Entro con un paio di timidi passi. Le dico «non ho firmato». Mi guarda, sorride, mi chiama a sé con lo sguardo, vuole un bacio. La porta di Edo è chiusa, la apro lentamente, spero non si arrabbi. Dorme e russa, puzza di fumo ed alcol, i postumi del venerdì sera con gli amici sono evidenti, lascio sul comodino una pasta fresca e una ciotola di frutta. Quando sto per andar via Edo spalanca un occhio e mi dice “grazie Pà”. Mi piego e gli do un bacio e un abbraccio, non si ritrae come fa da solito. La porta della camera di Vale è socchiusa, mi permetto di entrare. Da quan do è diventata signorina ha un po’ di imbarazzo verso di me, dorme svestita sul suo letto, per resistere all’estate rovente, guardo per terra per non metterla a ©Makoto Saito disagio. Poso la sua colazione sul letto, al suo fianco, è sveglia ma assorta dallo smartphone. «Ciao» mi dice. «ehi…ciao Vale…» dico io con voce morbida e dolce. È sorpresa che non la rimproveri per essere di prima mattina già tutta immersa nel suo cellulare. «Papy…» mi dice con voce dolce anche lei. Capisco che posso abbracciarla e accarezzarla senza essere respinto. Mi inginocchio a bordo letto, la abbraccio, le carezzo i capelli lunghi castani e le do un bacio sulla guancia, lei ricambia. È bella, pura, dolce, è la mia bambina, non è solo quella adolescente scontrosa e maleducata. Ed assieme ad Edo e Katia sono tutta la mia vita. FUOR ASSE 161 Il principio dell’iceberg

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