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1 week ago

FuoriAsse_n_22

I pizzini di Marco

I pizzini di Marco Solari ©David Testal NEGLI ANNI OTTANTA - LA CADUTA DI TORINO “Chi sa per quanto altro tempo” Per motivi che si riveleranno ovvi alla fine della storia, una sola cosa devo conservare segreta, la data. Ci troviamo a Torino, una piazza come altre, non più fresca di altre, fino a quel momento un punto sulla mappa, da collegare ad altri punti prima, ad altri dopo. A quel tempo prendevamo alla lettera il termine piazza. Non pensavano a quante piazze fa uno spettacolo, ma più semplicemente, le strade, gli slarghi, i piazzali e appunto le piazze. Il nostro campo di azione. Spesso periferie. Le periferie potevano anche essere nel centro che si svuotava, come in tante città. Dove portare fuoco, lampade sparse, metalli contorti, ruggine, polvere, ghiaia, oggetti, da smuovere con scariche di nervi. E ferite. Anche in questo caso scegliamo uno spiazzo ingombro di materiali occasiona - li. Pietre, mattoni, mucchi di ghiaia e cemento, in attesa di essere portati su, lun - go i ponteggi delle case in costruzione. La lunga facciata cieca di un palazzo con ambizioni di grattacielo sta aspettando di venire soffocata dal contatto col nuovo edificio, di cui si sono appena poste le fondamenta. Zona di cantieri, di strade dall’asfalto incerto, rumorose ogni oltre misura di giorno: semideserte, di notte. Molti appartamenti ancora vuoti. Adesso o forse tra un anno o forse tra dieci, lo stesso luogo potrebbe suggerire l’ambiente per un giallo o per un noir più chic. Da un palazzo all’altro, per la vicinanza, si potrebbe seguire ogni più piccola mossa degli inquilini di fronte. Ma, ora, tutto questo non è possibile: di FUOR ASSE 90 Marco Solari

fronte abbiamo soltanto la brutalità nuda dei corpi, del corpo della città e dei nostri, i più fragili. Gli organizzatori ci affidano un appartamento in una casa già terminata come base d’azione, oltre che come precario alloggio. Un po’ perplessi ci lasciano la sera intorno al tavolo di cucina. Probabilmente hanno già ripensato alla validità del nostro lavoro; forse si stanno pentendo di non essere venuti prima a Roma a vedere come effettivamente lavoriamo. Per i contatti si sono affidati al telefono. Per tutto il pomeriggio cercano di capire esattamente che cosa faremo la sera dopo, si perdono nell’attesa di un’unica parola. I progetti sono molti, e noi litighiamo apertamente, tra di noi; l’accordo che si trova, l’attimo dopo viene vanificato da impossibilità tecniche. Stranamente, poco dopo, dopo che gli organizzatori se ne sono andati, decidiamo all’unanimità. Per prima cosa la colonna sonora, la musica o quel che è, deve uscire quasi casualmente dai piani superiori dei palazzi. Noi in basso la seguiamo e la contrappuntiamo col rumore dei sassi scagliati sulle lamiere che delimitano i cantieri, con lo stridio della sabbia e della ghiaia fatta cadere su pezzi di vetro sparsi sui tubi ammucchiati. Mentre l’azione principale si svolge in basso, sulla grigia facciata del grattacielo scorrono le immagini enormi di un film proiettato. Frammenti di movimenti compiuti realmente per strada, di volti, i nostri, moltiplicati. Quando alla fine la luce fredda delle lampade al mercurio si sostituisce alle immagini del filmato, sul palazzo rimane una traccia degli occhi, delle bocche, dei visi, dei capelli, che prima lo avevano colmato. Si tratta ora soltanto di attaccare, per tutta la sua superficie, i riquadri che compongono una gigantografia davvero eccessiva, venti metri per trenta. D’altro canto questo è l’unico materiale ingombrante che ci portiamo appresso da una città all’altra. Ogni volta finiamo per discutere se vale la pena attaccarla o no, qualcuno ci dice che le nostre facce hanno stufato, qualcuno sostiene che in ogni caso non ci si riconosce e che il filmato basta. Come per certi oggetti nelle case – che si finisce per non buttare mai e che al massimo si accatastano in cantina o sul balcone o su qualche armadio – i pacchi di carta ci seguono nei nostri spostamenti. Bisogna stendere la colla col rullo, poi si attaccano i fogli. Per far questo almeno tre di noi devono lavorarci. Prendiamo delle lunghe palanche, due le uniamo insieme. Cerchiamo di non fare troppo rumore e saliamo fino sul terrazzo del grattacielo (chiamiamolo così), il portone per fortuna è aperto. Assicuriamo delle corde robuste a degli appigli di ferro, mettiamo delle carrucole in modo che chi sta sulla palanca, con non troppo sforzo, può scendere o salire lungo la facciata, secondo necessità. Caliamo la più lunga, con due di noi sopra, con secchi di colla e rulli, poi l’altra sulla quale devo montare io. Ma non me la sento, sudo da capo a piedi, come m’è successo tante volte su, sulla graticcia dei teatri. Non ce la posso fare, ma per fortuna c’è sempre qualcun altro che può compensare la mancanza. Ritorniamo nel nostro appartamento, intorno al tavolo di cucina a seguire con la coda dell’occhio la stesura della carta, mentre intanto risolviamo altri problemi. Ho anche fame. Proprio mentre porto alla bocca un po’ di pane e formaggio guardo fuori. Mi accorgo in un attimo, alla debole luce del cantiere che straborda dappertutto, FUOR ASSE 91 Marco Solari