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Art&trA Rivista Apr/Mag 2018

Rivista d’arte, cultura e informazione

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2.0

Speciale:

acca Edizioni Roma Srl

anno 10° - aPRILE / MaGGIO 2018

75° Bimestrale di arte & cultura - € 3,50

“CANALETTO 1697 - 1768”

in mostra a Palazzo Braschi

di Silvana Gatti

Intervista a

Emre

Yusufi

Art&Vip

intervista a

Elisabetta Pellini


Marco Lodola

“Me nnamoro de te” - 2018 - tecnica: plexiglass e lampade - h. cm 115

Galleria Ess&rrE

Porto turistico di Roma

tel. 06 42990191

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acca EDIZIONI ROMa S.r.l.

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Redazione - Spazio espositivo

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capo Redattore: Roberto Sparaci

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Pubblicazioni:

aNNUaRIO D’aRTE MODERNa

“artisti contemporanei”

RIVISTa: BIMESTRaLE art&tra

Registrazione: Tribunale di Roma

Iscrizione camera di commercio di Roma

n. 1294817

1ª di copertina: Emre Yusufi

courtesy: Emre Yusufi

2ª di copertina: Marco Lodola

courtesy: Galleria Ess&rrE (RM)

3ª di copertina: art&tra

4ª di copertina Giuseppe amadio

courtesy: Giuseppe amadio

copyright © 2013 acca Edizioni Roma S.r.l.

riproduzione vietata

ACCA EDIZIONI ROMA Srl

S O M M a R I O

RUBRIcHE

F E B B R a I O - M a R Z O 2 0 1 8

Mary cassatt - Un’Impressionista americana a Parigi Pag. 11

di Silvana Gatti

Il pensiero simbolista attraverso i suoi artisti Pag. 20

di Francesco Buttarelli

HIROSHIGE - Visioni dal Giappone Pag. 35

di Marina Novelli

La Fontana di Monte cavallo Pag. 39

di Marina Novelli

ceramics Now - L’arte ceramica contemporanea al Mic Pag. 46

Intervista a claudia casali a cura di Marilena Spataro

aRMONIE VERDI - paesaggi dalla Scapigliatura.... Pag. 50

a cura di Silvana Gatti

Il pensiero simbolista attraverso i suoi artisti Pag 66

di Francesco Buttarelli

Due minuti di arte “La storia di albrecht Dürer” Pag 70

di Marco Lovisco

canaletto - 1697 - 1768 Pag 73

a cura di Silvana Gatti

“Nel segno..”-Ritratti d’artista- Gianni Guidi Pag. 78

di Marilena Spataro

Le Mostre in Italia e Fuori confine Pag. 82

a cura di Silvana Gatti

“califarte” Pag. 8

a cura di Giorgio Barassi

La “Rinascenza” di ciro Palumbo Pag. 18

a cura di Riccardo Ferrucci

EMRE YUSUFI Pag. 24

Intervista rilasciata a Giorgio Bertozzi

DREaMERS. 1968: come eravamo, come saremo Pag. 44

a cura dell’Ufficio stampa (culturalia di N. Waltmann)

Milano secondo cerri Pag. 56

di carlos Vintem

art&Vip - Elisabetta Pellini, l’attrice che ama l’arte Pag. 58

a cura della Redazione

MaLE’ e il suo Mozambico Pag. 61

di Paola Simona Tesio

Il nuovo design “MaDE IN cHINa”.... Pag. 94

di Francesco Minerva

Giada Domenicone - La voce dell’anima Pag. 100

di Valentina D’Ignazi

a Milano la “Silicon Valley”.... Pag. 104

a cura della redazione

anna Romanello, il mondo di emozioni Pag. 106

di Svjetlana Lipanovic

Verba Manent Pag. 110

a cura di Marilena Spataro e alberto Gross

Stati d’animo. arte e psiche.... Pag. 115

di Marilena Spataro

Francesco Baracca - Un anno di iniziative Pag. 118

di Marilena Spataro

Espinasse 31 celebration Pag. 121

di annaida Mari

I tesori del Borgo - I monti Sibillini Pag. 124

di Marilena Spataro


Acca Edizioni Roma - Pubblicazioni artistiche

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Art Vip

intervista a

Anthony Peth

Il sito vi permette di rimanere informati sulle nostre

attività ed è a disposizione di chiunque voglia tenersi

aggiornato sul mondo dell’arte con una moltitu dine di

notizie che verranno continuamente pubblicate.


4

Deniarte

Arte Contemporanea - Roma

Mario Schifano

“Senza Titolo (Palma), smalto su tela, cm 200 x 100

Deniarte - Via Beatrice Cenci, 8 – 00186 Roma - Tel. 06 3232868

www.deniarte.com – galleriadenisi@tiscali.it


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“Black and gold” - 2016 - tecnica mista su carta su tela e lettere cromate oro - cm 120 x 120

Enrico Benetta

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 - info@tornabuoniarte.it

Milano 20121 - Via Fatebenefratelli, 34/36 - Tel. +39 02 6554841 - milano@tornabuoniarte.it

Forte dei Marmi 55042 - Piazza Marconi, 2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeimarmi@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055 2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


8

gli artisti dipingono

le canzoni di Franco Califano

Galleria Ess&rrE

Porto Turistico di Roma - 00121 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - loc. 876

cell. 329 4681684 - www.accainarte.it - acca@accainarte.it

galleriaesserre@gmail.com

Si inaugura

il prossimo

19 maggio

alla galleria

E s s & r r E

la mostra CalifArte, dedicata

alla figura di Franco

Califano, cantautore e

poeta.

L’ideatore dell’evento è Giorgio

Barassi, consulente d’arte, che ha

fatto esordire nella sua Puglia, nel

novembre 2017 la mostra per una

edizione ridotta con soli sette pittori

partecipanti. Ora gli artisti sono 16,

di diversa estrazione, espressione e

impegno artistico, uniti dall’ intento

di dipingere delle opere ad hoc sulla

traccia dei testi di alcune canzoni

scritte da Califano. Due dipinti per

ciascun artista, che saranno esposti

per una settimana ma rimarranno a

disposizione della galleria e dei visitatori

e collezionisti durante il periodo

estivo, ricco di eventi d’arte

organizzati dal manager Roberto

Sparaci.

CalifArte è una prova di vicinanza

tra le Arti, quella della scrittura per

la musica e quella della pittura, che

vede impegnati artisti del calibro di

Lodola, Dall’Olio, Gallingani, Sansavini,

Montuschi, Greco, Pellin,


Gost, Herika, Frà, Conte, Campanella,

Manzo, Kelly Bassani e

Manghi nell’impegno di interpretare

con l’arte del dipingere i successi

più noti e le canzoni meno

conosciute del Califfo, cioè l’autore

di “Minuetto”, “La musica è finita”,

“E la chiamano estate”, “Tutto il

resto è noia” e molti altri lavori rimasti

indelebili nel ricordo dei fans

e non solo. Califano, scomparso nel

2013, ha lasciato un patrimonio di

scrittura abbondante e ricco di sfumature

che variano dal tema preponderante

dell’amore e delle sue

più di- verse sfaccettature, a temi

sociali scottanti. Il suo impegno e la

sua schiettezza espressiva, pagata

sempre sulla propria pelle, ha fatto

di Califano un autore atipico ma

estremamente sensibile, romantico

e malinconico. Tutti dati che bene si

incrociano con i principi della creatività

nella pittura, laddove il contesto

circostante ha determinato sempre

le scelte creative dei grandi artisti.

E per quanto ogni pittore si

esprima con la propria arte, l’universalità

del tema affrontato è la

base da cui si dipana l’operazione

artistica.

CalifArte ha come obiettivo quello

di girare per l’Italia, magari sulle

piste dei luoghi amati da Califano,

tra i quali va messo al primo posto,

a pieno titolo, la sua Roma. L’ini-


10

gli artisti dipingono

le canzoni di Franco Califano

ziativa è vista con favore dalla Fondazione

Califano Trust Onlus, attiva

subito dopo la scomparsa del

Califfo nel 2013. Alcuni rappresentanti

della Fondazione e il nutrito

stuolo di fans del Maestro assicurano

la loro presenza. Si inizia alle

17.00 con la presentazione delle

opere, per rimanere in riva al bel

porto fin oltre il tramonto, con l’intervento

musicale del gruppo “Grazie

Califfo!” e la presenza di alcuni

dei pittori partecipanti all’iniziativa.

Da Roma e dal suo antico sbocco sul

mare parte l’avventura nazionale di

CalifArte, che Sparaci e il direttore

artistico Sabrina Tomei, insieme a

Barassi intendono far viaggiare come

in una tournée che porti la bella

pittura italiana e gli echi della musica

e delle parole di Califano a dare

una ventata di aria rinnovata nel

complesso panorama dell’ arte contemporanea.

INFO:

dal 19 maggio al 3 giugno 2018

dalle ore 17.00,

Porto Turistico di Roma.

Catalogo in galleria

testi di G. Barassi,

S. Tomei, R. Sparaci

Edito da

Acca Edizioni Roma.

www.accainarte.it

galleriaesserre@gmail.com

Tel. 329 4681684 - 347 4590930

Galleria Ess&rrE

Porto Turistico di Roma - 00121 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - loc. 876

cell. 329 4681684 - www.accainarte.it - acca@accainarte.it

galleriaesserre@gmail.com


MaRY caSSaTT

Un’impressionista

americana a Parigi

Fino al 23 luglio 2018 al

Museo Jacquemart di Parigi

A cura di Silvana Gatti

Mary Cassatt, Estate , 1894-95, olio su tela,

Terra Foundation for American Art, Daniel J. Terra

Collection, 1988.25, photo © Terra

Foundation for American Art, Chicago

èstata presentata l'8 marzo,

giornata della donna, l'anteprima

di una mostra fuori

dagli schemi: “Un'impressionista

americana a Parigi”,

dedicata a Mary Cassatt (1844 –

1926), artista eccezionale a cavallo fra

Ottocento e Novecento, nata in Pennsylvania,

vissuta 60 anni in Francia e

morta vicino a Parigi, lasciando opere

che già in vita le regalarono grande popolarità.

L’esposizione è stata organizzata

da Culturespaces e dal Museo

Jacquemart. Apprezzata dai suoi contemporanei,

Cassatt è stata l’unica pittrice

americana ad aver esposto col

gruppo degli impressionisti a Parigi.

La mostra mette in luce la vita artistica

della donna che, scoperta da Degas al

Salon del 1874, ha esposto in seguito,

regolarmente, con il gruppo. Una mostra

monografica che permette ai visitatori

di riscoprire questa artista attraverso

una cinquantina di

opere, olii, pastelli, disegni e

incisioni, che corredati da una

ricca documentazione raccontano

la modernità del suo percorso.

Nata in una ricca famiglia

di americani d’origine

francese, suo padre, Robert

Simpson Cassatt, è un ricco

agente di cambio, nonché mediatore

di terreni, mentre sua

madre, Katherine Kelso Johnston,

proviene da una famiglia di banchieri.

Mary Cassatt ha vissuto qualche

anno in Francia durante l’infanzia, per

poi proseguire i suoi studi all’Accademia

delle Belle Arti in Pennsylvania,

prima di stabilirsi definitivamente a

Parigi, continuando tuttavia a spostarsi

tra i due continenti. Questo dualismo

culturale si rispecchia nello stile singolare

dell’artista che, creando un ponte

tra due continenti, ha saputo con il suo

“savoir-faire” ritagliarsi uno spazio nel

mondo prettamente maschile dell’arte

francese, riconciliando i due universi.

Allo stesso modo di Berthe Morisot,

Mary Cassatt è abile nella ritrattistica.

Influenzata dal movimento impressionista

che prediligeva dipingere la vita

quotidiana, Mary Cassatt amava dipingere

i personaggi della sua famiglia

all’interno delle mura domestiche. A

contatto con gli impressionisti, il suo


12

Mary Cassatt, La Toilette, 1890-1891, punta secca e acquaforte a colori, collezione private

© Courtesy Marc Rosen Fine Art and Adelson Galleries, New York

stile acquista spontaneità. Le sue abitudini

cambiano, in quanto non lavora

più soltanto in studio ma anche all'aria

aperta, ed a teatro abbozza le scene sul

suo quaderno degli schizzi. Il suo stile

è unico e la sua moderna interpretazione

di madri e figli le varranno un riconoscimento

internazionale. Grazie a

questa tematica, il pubblico riconoscerà

nei dipinti della Cassatt numerosi

volti familiari dell’impressionismo e

post-impressionismo, scoprendo un nuovo

linguaggio descrittivo che caratterizza

l’identità tipicamente americana

dell’artista.

La mostra riunisce una selezione di eccezionali

prestiti provenienti dai più

grandi musei americani, come la National

Gallery of Art de Washington, il

Metropolitan Museum of Art de New

York, il Museum of Fine Arts di Boston,

il Philadelphia Museum of Art, la

Terra Foundation di Chicago, e da prestigiosi

musei francesi quali il Musée

d’Orsay, il Petit Palais, INHA, BnF, ed

europei, quali il Musée des beaux-arts

de Bilbao, la Fondation Calouste Gulbenkian

di Lisbona, la Fondation Bührle

di Zurigo. Presenti anche numerose

opere provenienti da collezioni

private.

Il percorso della mostra inizia con le

prime opere impressioniste di Mary

Cassatt, unitamente ai suoi dipinti eseguiti

nel decennio precedente al suo incontro

con Degas. Opere in cui si percepisce

l’influenza dei suoi viaggi in

Europa, alla costante ricerca di uno

stile moderno. Esposti al Salone di Parigi

o in importanti mostre negli Stati

Uniti dal 1860 al 1870, queste opere

inseriscono la pittrice nell’ambiente artistico

e suscitano l’interesse di critici

e collezionisti. E’ intorno al 1877 che

l’artista attira l’attenzione di Degas,

che la invita ad aggiungersi al gruppo

impressionista. Degas esercita una forte

influenza su Mary, che diventa molto

abile nell'uso dei pastelli, realizzando

molti dei suoi lavori più importanti con

questa tecnica. Grazie a Degas realizza

le prime opere all'acquaforte, seguita

dal maestro. I due lavorano insieme per

un certo periodo, e la tecnica di disegno

di Mary migliora costantemente. Il

sofisticato ed elegante Degas, allora

quarantacinquenne, diventa ospite gradito

delle serate a casa Cassatt. Nella

prima sala sono esposte numerose incisioni

nate per un progetto del giornale

al quale Cassatt, Degas e Pissarro

hanno collaborato. Un giornale mai

pubblicato, ma le belle incisioni come

Scena di un interno (The Visitor) documentano

lo spirito di Cassatt.

Seguendo il metodo impressionista ten-


Mary Cassatt, Bébé in abito blu che guarda al di sopra della spalla materna,

1889 circa, olio su tela, Cincinnati Art Museum, John J. Emery Fund, 1928.222 © Cincinnati

Art Museum

dente a dipingere la vita quotidiana,

Mary Cassatt ha scelto i membri della

sua famiglia come soggetti prediletti. I

quadri presentati all’Esposizione impressionista

del 1881 raffigurano in linea

di massima i suoi familiari. Il pubblico

può ammirare le opere che raffigurano

la sorella di Mary, dal portamento

elegante, che è stata la modella

principale delle scene impressioniste a

soggetto femminile. Altre opere raffigurano

il fratello Alexander con suo figlio

Robert, la moglie Lois e la loro

figlia Katharine. La famiglia Cassatt,

d’origine protestante ugonotta francese,

si sentiva a proprio agio in Francia,

pur conservando le abitudini americane.

L’agiatezza della famiglia ha

dato a Mary Cassatt, sin dalla prima infanzia,

l’opportunità di conoscere l’Europa.

Nominato presidente della Pennsylvania

Railroad, società d’importanza

mondiale, il fratello Alexander

deteneva nel 1900 un notevole capitale,

e notevole era la sua influenza nella società.

Due fratelli, i Cassatt, conosciuti

ed apprezzati negli Stati Uniti.

Nel primo ventennio della sua carriera,

Mary Cassatt ha approfondito la sua ricerca

sulla raffigurazione delle scene

quotidiane. Dal 1880, suo soggetto prediletto

è stato quello della maternità e

della famiglia, come documentato da

numerosi dipinti ad olio ed a pastello e

non solo, madri e figli in diverse pose,

con un riguardo particolare al bimbo

seduto sulle ginocchia della madre.

Scene che ispirano tenerezza e che

conservano i colori chiari e la modernità

dell’impressionismo, pur tendendo

al simbolismo. Verso la fine del 1890,

Cassatt approfondì la sua ricerca su

questo motivo che Georges Lecompte

definisce, ne “L’Art impressionniste” ,

la «Santa Famiglia moderna», impiegando

dei procedimenti che tuttavia ricordavano

gli antichi maestri. Il decennio

che va dal 1890 al 1900 è il momento

più creativo della carriera di

Mary, e quello in cui lavora di più.

Anche dopo che il gruppo degli Impressionisti

si scioglie, Mary rimane in

contatto con alcuni di loro, tra cui Renoir,

Monet e Pissarro. Con l'avvento

del nuovo secolo diventa la consigliera

di importanti collezionisti d'arte, ponendo

come condizione che alla fine

questi donassero le loro acquisizioni ai

musei statunitensi. Grazie a lei, gli impressionisti

riescono a vendere le loro

opere oltreoceano, andando ad arricchire

le collezioni di musei come quello

di Philadelphia.

Visitando i musei, le esposizioni d’arte

moderna e gli studi di altri artisti, Mary

Cassatt si appropria dell’atmosfera


14

Mary Cassatt, Donna seduta con bambino in braccio, 1890 circa, Olio su tela,

Bilbao, Museo de Bellas Artes de Bilbao

© Bilboko Arte Ederren / Museoa-Museo de Bellas Artes de Bilbao

e dei colori tipici degli impressionisti,

unitamente al disegno poco dettagliato,

sinonimo di modernità.

Nonostante le sue composizioni fossero

spesso degli studi preliminari per

dei lavori monumentali, la maggior

parte sono stati esposti o venduti come

vere e proprie opere. Sia che le opere

siano olii o pastelli, il tratto e le pennellate

visibili rivelano il lavoro di

un’artista che cambia idea in corso

d’opera, eseguendo una composizione

che partendo dal centro si sviluppa

verso il bordo del quadro. L’interesse

di Cassatt per il processo creativo giustifica

il suo successo nel campo dell’incisione.

Nella serie di incisioni a

punta secca, tecnica nella quale debutta

nel 1890, si ispira all’aspetto incompiuto

dei suoi olii e dei suoi

pastelli, costruendo ogni punta secca

grazie a centinaia di linee sottili a dare

l’impressione di una composizione appena

abbozzata.

Nelle bellissime incisioni a colori

nell’anno successivo, Cassatt moltiplica

gli esperimenti ispirandosi alle incisioni

giapponesi.

Mary Cassatt appartiene ad una generazione

che ha conosciuto grandi progressi

per le donne del mondo intero.

Durante il periodo della sua giovinezza,

le donne avevano ottenuto più

diritti in Francia che negli Stati Uniti.

Dopo sessant’anni in Francia, quando

il suo primo viaggio si è trasformato

nel soggiorno di tutta una vita, lei riconosce

che la sua esperienza ne è la

testimonianza: «Dopotutto, datemi la

Francia», scrive nel 1894. «Qui le donne

non devono lottare per essere riconosciute,

purché lavorino seriamente».

Ma nonostante le grandi differenze

tra i sistemi di produzione artistica

tra Francia e Stati Uniti, ed il sostegno

dato dal governo francese alle artiste,

l’opera della Cassatt documenta la visione

profondamente americana della

modernità femminile.

In questa mostra sono esposte le opere

legate alla pittura murale “Modern


Mary Cassatt, Bambina seduta su una poltrona blu, 1878, Olio su tela,

National Gallery of Art, Washington D.C.,

Collection of Mr. And Mrs. Paul Mellon 1983.1.18

© Courtesy National Gallery of Art, Washington

Woman” che la Cassatt ha eseguito per

il Woman’s Building dell’Esposizione

universale di Chicago del 1893, che

mostra la sua interpretazione del tema

del padiglione : «Donne che raccolgono

i frutti dell’albero della conoscenza».

Per Cassatt, la donna moderna è

una donna intelligente, rappresentata in

uno stato di contemplazione e di armonia

con il mondo. Il frutto raccolto

deve essere condiviso con altre donne

e con coloro che considera come dei

ragazzi moderni. Dopo il 1900, i suoi

amici le chiedono spesso di dipingere

i loro figli, raffigurati con grandi cappelli

secondo la moda del periodo, riflettendo

anche il colore e la luce dei

pensieri di questi bimbi sognanti, considerati

come il futuro del mondo moderno.

Nel 1911 si ammala di diabete,

reumatismi ed è colpita da una forma

di cataratta, che la costringe a smettere

di di- pingere perché è diventata quasi

cieca. Ha comunque la forza di abbracciare

la causa del voto alle donne e, nel

1915, organizza a New York, con la sua

amica Louisine Havemeyer, una esposizione

delle sue opere accompagnata

da quelle di Degas e da una selezione

di opere di antichi maestri, a favore del

movimento per il diritto di voto delle

donne trainate da Havemeyer. Questa è

stata l’unica azione politica della Cassatt,

coronata da una vita intera di

azioni personali spese in favore della

causa femminile, determinando il suo

ruolo nella storia sia come artista che

come pioniera. Muore il 14 giugno

1926 a Chateau de Beaufresne, vicino

a Parigi. Questa mostra le rende omaggio,

testimoniando il suo impegno in

un ambiente non facile; l’artista ha

aperto la strada all’universo femminile

rappresentando nelle sue opere il microcosmo

delle donne, viste innanzitutto

come mogli e madri, ma anche

come frequentatrici di ambienti mondani

quali il teatro. Una mostra da non

perdere, che sottolinea come l’impegno

di una donna possa lasciare il segno

nella storia.


16


18


20


22

Tiziano Sgarbossa

estrusioni su tela

Galleria Ess&rrE

“Presenze” – 2016

estrusione su tela-acrilico

cm. 120 x 80

Galleria Ess&rrE Porto Turistico di Roma - 00121 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - loc. 876

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Franco Ionda

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24

Emre Yusufi

Intervista rilasciata a Giorgio Bertozzi

Siamo nello studio di

Emre Yusufi che presenta

in esclusiva opere d’arte

eccezionali. Qui si ammirano

tante opere esposte, arrivano

molti visitatori e si ascolta

musica reagge.

Emre Yusufi è stato uno

dei nomi più citati a

Contemporary Istanbul

di settembre. La scultura

di Ercole con i

guantoni dorati in mostra

nello stand della Galleria Mack

Hachem è divenuta una delle opere più

ammirate e condivise su Instagram.

Yusufi ha studiato grafica presso la

Marmara University e arte all’Accademia

Italiana di Firenze ha poi lavorato

nel settore pubblicitario per diversi

anni. Negli ultimi tre si è concentrato

esclusivamente sull’arte e sulla musica.

Le opere che ha prodotto, sfruttando

tutte le possibilità che la tecnologia

offre, sono piuttosto inusitate.

Puoi parlarci delle tue tecniche di

produzione?

Provengo dalla tradizione dell’advertising,

per cui le mie tecniche derivano

sempre dalla grafica pubblicitaria. Ho

sempre sfruttato i vantaggi tecnologici

che derivano dalle tecnologie digitali

che vengono utilizzate relativamente

poco. Inizialmente producevo lavori

destinati al mercato pubblicitario, ma

dal momento in cui ho deciso di concentrarmi

sull’arte, la produzione artistica

è divenuta il cuore della mia

attività. Adesso spendo la maggior

parte del mio tempo facendo arte.

Anche le tecniche alle quali mi sono

affidato sono cambiate negli anni. All’inizio

usavo concetti che erano più

vicini al mondo della comunicazione

commerciale, poi mi sono allineato di

più all’arte vera e propria. I mezzi e i

materiali di cui mi servo sono variati

col passare degli anni. L’ultima espressione

artistica a cui sono giunto è la

scultura.

Come fai a dar vita a un’immagine

che hai modificato?

Ho bisogno di foto di riferimento. Ad

esempio, immaginiamo che ci sia una

scena. C’è anche una persona in questa

scena. Ho comprato i diritti di questa

foto, ho pagato il copyright. E adesso

sto manipolando il mio modello tridimensionale

all’interno della foto senza

cambiare lo stile generale e il bilanciamento

dei colori di questa scena. Ci

sono talmente tante cose che è necessario

sapere in una situazione come

questa. Bisogna conoscere il calore

della foto, I valori della temperatura

dei colori, e sapere la direzione da cui

arriva la luce. Sto parlando delle regole

base dell’educazione artistica appresa

in università. Quando intervieni in una

foto sapendo queste cose essa non sarà

un artificio.

Organizzi la tua produzione attraverso

titoli diversi?

Ho quattro collezioni. Una di queste è

Return to Innocence, il ritorno all’innocenza.

Si tratta di persone con grandi

occhi spalancati. Gli occhi sono l’unico

aspetto facciale che non cresce dal

momento in cui un essere umano

nasce. L’innocenza dei bambini è comunicata

dalla proporzione dei loro

occhi con il resto del viso. E se gli oc-


chi degli adulti crescessero come il

resto del loro corpo? Ho provato ad

ampliare gli occhi di persone adulte per

far sentire la loro innocenza. In realtà

il mio progetto iniziale era di utilizzare

dei prigionieri come soggetti. Avevo

progettato di mettere a confronto le

facce e gli sguardi dei prigionieri con

quelli dei bambini, ma non è stato possibile.

La collezione a cui ho lavorato

in seguito si chiama War Animals. Nel

mondo che stiamo distruggendo con le

nostre guerre gli animali non hanno

modo di agire o proferir parola. Possono

solo fuggire e morire. Non possono

neanche reagire per cui ho rappresentato

la guerra degli animali contro

gli esseri umani con la mia collezione.

Nelle mie opere, gli animali

possono difendersi da soli. Ho anche

una serie intitolata Hercules On Right

che espongo al fianco di quest’ultima.

La domanda a cui cerca di rispondere

è la seguente: “Come farebbe un dio

come Ercole a fingersi un essere umano?”

Cosa succederebbe se andasse al

cinema, facesse un giro in bici, praticasse

qualche sport?

Perché hai scelto Ercole?

Se un dio volesse svolgere un compito

umano, dovrebbe essere un dio che è

già in grado di provare emozioni u-

mane. Il padre di Ercole, Zeus, lo rende

un semidio, che si innamora sempre di

esseri umani e ha sempre voluto essere

un uomo. Ecco il perché di Ercole. Ovviamente

è stato difficile da realizzare

da un punto di vista tecnico. Se hai una

buona idea, ma non riesci a metterla in

pratica nel modo giusto, non funziona.

A volte non c’è un’idea buona, ma possiamo

comunque vedere che è stata

realizzata molto bene. È una cosa che

ha effetto solo momentaneamente, ma

non è sostenibile nel tempo. Io credevo

nella mia idea, avevo molta fiducia nel

risultato ma dovevo trovare il modo di

metterlo in pratica. Nel momento in cui

ho avuto questa idea, avevo bisogno di

qualcosa di cui non conoscevo la fattibilità

dal punto di vista digitale, ma sapevo

che sarebbe potuto essere possibile

in futuro. Infine sono riuscito a

risolverlo e adesso ho raggiunto un risultato

soddisfacente, ma so che posso

decisamente migliorare. Cresco ogni

giorno, perché il mio lavoro è artificiale,

ma lo pongo all’interno di un

mondo reale.

Con la collezione di Hercules sei passato

da un lavoro in due dimensioni

a una tridimensionalità. Come ti sei

avvicinato alla scultura?

Immediatamente dopo la scultura di

Hercules che fa boxe e che ho creato

per Contemporary Istanbul, ho ricevuto

reazioni molto positive. Adesso ho realizzato

una scultura erculea in bronzo.

La sensazione tattile suscitata dal bronzo

è molto bella. C’è chi dice che chi

ha lavorato in due dimensioni non

vuole tornare indietro una volta che ha

provato la tridimensionalità. È bello

sperimentare quello che oggi si può vedere

in due dimensioni facendolo di-


26

ventare tridimensionale.

Poterlo toccare, camminarci attorno…

E se non decidi di fare scultura c’è una

storia interessante che vi posso raccontare.

Sono stato alla Biennale di Venezia,

ed ho voluto vedere l’esposizione

di Damien Hirst, questa visita ha cambiato

tutta la mia percezione. Ho apprezzato

talmente tante cose stupende

che ho determinato di avere Damien

Hirst come mio concorrente. L’emozione

provata nel visitare quella mostra

è per me sempre viva. La realizzazione

di ciò che ho visto sarebbe un investimento

molto difficile da realizzare ma

io sogno comunque di poterlo fare non

tanto per il volume economico o per la

dimensione delle opere, ma per l’enormità

dell’idea stessa. Ogni mio pensiero

ed ogni mia azione mi spingono

in quella direzione.

C’è anche uno studio musicale nel

tuo laboratorio. Fai anche musica?

Ho trasformato parte del mio laboratorio

in uno studio musicale. C’è una ragione

molto semplice. Non mi piace

guidare per Istanbul, non voglio andare

da un luogo all’altro, quindi la mia casa,

il mio lavoro, il mio studio musicale

e il mio laboratorio si trovano tutti

nel raggio di due chilometri. Ho iniziato

a lavorare con un gruppo musicale.

Il mio gruppo si chiama Zeytin.

Suoniamo musica reggae. Abbiamo

prodotto un album intitolato “Merhaba

Ben İnsan” (ciao sono un uomo), siamo

felici di aver già superato i 100mila

ascolti su Spotify.

Su cosa ti sei concentrato quando hai

progettato lo studio?

Nel caso tu non lo abbia notato, i miei

lavori sono molto puliti, nitidi, lisci, rifiniti,

senza difetti materiali, per me la

presentazione é fondamentale, perché

solitamente produco lavori digitali.

Non produco sculture qui, quindi non

si vede polvere, pittura o altri materiali

di produzione. Ho provato a creare un

ambiente con linee minimali e chiare,

che riflettano la fluidità delle mie o-

pere. Solitamente tengo qui i miei lavori,

e ci sono anche alcune delle mie

collezioni. Impiego lo studio anche come

una piacevole area di attività.

Cambi mai la disposizione delle

opere?

Si, quando vendo uno dei lavori esposti,

modifico. Solitamente, però, i clienti

acquistano ciò che espongo su Instagram.

Per questo cambio poco la disposizione

dello studio.


28

Carmelo CONSOLI

luce e magia del colore


CERNOBBIO (CO)

BARI

gAllERIA

StEfANO SImmI

ROmA

PERugIA

Galleria Ess&rrE

Porto Turistico di Roma - 00121 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - loc. 876

cell. 329 4681684 - www.accainarte.it - acca@accainarte.it

galleriaesserre@gmail.com

ROMA

Studio: via dello Scudo, 42 - 06132 - Pila (PG)

Tel. 075 774878 - Cell. 368 519066

www.carmeloconsoli.it - consolicarmelo@tin.it


30

Anna Maria Tani

“IDEA”

“La forma dell'acqua” - 2017- tecnica mista su tela - cm. 70 x 100

Personale alla Galleria Ess&rrE

dal 22 al 29 giugno 2018

Al Porto turistico di Roma


“Paesaggio giallo” - 2017 - olio e cera a freddo - cm. 60 x 60

“Paesaggio rosa” - 2017 - olio e cera a freddo - cm. 60 x 60

Studio: 00039 Zagarolo (Rm) Via Cancellata di Mezzo 78

Cell. 393 9912034 - tani.anna.maria@gmail.com

AnnaMariaTani-pittore/incisore


32

Giuseppe Amadio

“Isoma” - estroflessione su tela - cm. 100 x 100

Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - Roma

www.accainarte.it - galleriaesserre@gmail.com


34

Michele Angelo Riolo

“Serie ACT bianco 006” - 2017

applicazione a rilievo su legno - cm. 50 x 50

In mostra dal 4 all’11 marzo presso la Galleria Ess&rrE al Porto turistico di Roma

Studio: 00033 Cave (Roma) - Via Prenestina Vecchia, 19/A1

Cell. 333 2957049 - michelangeloriolo@gmail.com


HIROSHIGE

Visioni dal Giappone

…nelle sue quattro stagioni.

mento questo che è ricorrente nella sua

produzione pittorica e che ci ricorda il repentino

“volo d’uccello”. Inoltre le sue

campiture piatte, nonché il rincorrersi di

linee curve e spezzate, oltre alla serenità

che ne trapela, sono state fonte di notevole

ispirazione ed influenza per molti artisti

europei, quali Van Gogh, Monet,

Degas, Toulouse Lautrec e Manet che si

appassionavano dinanzi alla produzione

delle sue stampe e dipinti dando origine

alla corrente del “Japonism”. Verrebbe altresì

spontaneo, trovare delle analogie

con l’opera del maestro Hokusai, genio

fuori dalle righe e dalla personalità notevolmente

più tormentata, più cupo anche

nelle scelte cromatiche e da cui si differenzia

proprio per la serenità, la pacadi

Marina Novelli

Utagawa Hiroshige

Ritratto commemorativo (shinie)

di Hiroshige

1858, nono mese

silografia policroma

Museum of Fine Arts, Boston

William Sturgis Bigelow Collection


P

Utagawa

arto per un viaggio lasciando

il mio pennello ad

Azuma [Edo] per visitare

i luoghi celebri della Terra

d’Occidente” [il Paradiso

della Terra Pura].

…ed è anche ciò che accade ad un visitatore

che, entrando nelle ampie sale delle

Scuderie del Quirinale, si trova totalmente

immerso nelle “Visioni dal Giappone”…incantevoli

luoghi celebrati pittoricamente

dal maestro Hiroshige…sembra

proprio di partire per un viaggio alle

volte del Sol Levante. Un viaggio che inizia

nel 1812 quando Hiroshige, nato nel

1797, comincia a dipingere, e terminando

nel 1858 quando egli, forse vittima di

un’epidemia di colera, viene sepolto nel

giardino di Tōgakuji, tempio zen appartenente

alla sua famiglia. Possiamo annoverare

la figura di Hiroshige tra i più

influenti artisti giapponesi della metà

dell’800. La mostra in atto fino al prossimo

29 luglio, espone circa 230 tra le sue

mirabili opere, suddivise tra silografie

Hiroshige - Il mare di Satta nella

provincia di Suruga - 1858 Serie: Trentasei

vedute del Fuji, 1858, quarto mese

374 x 253 mm - silografia policroma

Museum of Fine Arts, Boston

William Sturgis Bigelow Collection

policrome e dipinti

su rotolo, coniugandole

in ben sette percorsi tematici. Di

grande suggestione sono le sue silografie

policrome del Mondo Fluttuante, e non a

caso infatti Hiroshige è conosciuto come

“il maestro delle pioggie e della neve”,

soggetti a cui deve la sua celebrità per le

illustrazioni di paesaggi e vedute giapponesi

nell’arco delle quattro stagioni

espresse nelle diverse condizioni atmosferiche.

Immagini queste molto determinanti

nella cultura dell’epoca perché

fonte di conoscenza nella divulgazione

del territorio nonché elemento fondamentale

nella connessione tra rapporti nazionali.

Hiroshige segna un cambio epocale

nella espressione pittorica del paesaggio,

egli infatti sfrutta l’asimmetria della composizione,

ponendo in primissimo piano

elementi di grandi dimensioni, tali da

sembrarci quasi tangibili…tattili, contrapponendoli

ad altri molto lontani e

molto piccoli sullo sfondo, ma che ci

coinvolgono nella loro “spazialità”, ele-


36

tezza…il silenzio che scaturisce dalla

sua espressione pittorica, nonché dalla

scelta dei colori…una tavolozza che ci

riporta al sentimento di riverenza e

amore per la natura nelle rarefatte sfumature

di nebbie, nel fitto scrosciare di

improvvise pioggie e dal candido silenzio

di interminabili paesaggi innevati.

Non a caso infatti il sottotitolo alla nostra

mostra recita la parola “Visioni” in

quanto con la sua opera Hiroshige ci

consente di immergerci nella rispettosa

bellezza del Sol Levante. Hiroshige è

annoverato come uno dei principali

esponenti del genere artistico noto come

ukiyoe (immagini del Mondo Fluttuante”)

che, nato all’inizio del Seicento,

sviluppa fino a tutto l’Ottocento

come espressione delle nuove tendenze

della emergente classe cittadina (chōnin).

Ma vediamo chi è Hiroshige! All’età

di soli quindici anni decide di

entrare nello studio del maestro Utagawa

Toyohiro (1773 – 1828) per apprendere

l’arte dell’ukiyoe, dimostrando

subito il suo innato talento

nell’affrontare temi legati alla beltà,

nonché teatrali e storici, realizzando silografie

policrome in cui riesce a definire

la ricca brillantezza del “broccato”(nishie),

mentre in due trittici dimostra

lo spettacolo privato di teatro

Kynōgen e, non ultimo, il ritratto di cortigiana

colta nella insolita posizione a

“schiena di gatto”, tema questo totalmente

al di fuori dei canoni della scuola

del suo maestro Toyohiro. Oltre ad

opere di grande distribuzione troviamo

i surimono (“cose stampate”) che altri

non sono che una serie di biglietti augurali

che fungono anche da invito per

pubblici incontri e di cui vediamo, ad

esempio, due opere: “La danza delle

gru” del 1821 dove possiamo notare

l’effetto rilievo dell’uso del goffrato (a

seguito dell’imprimitura della carta su

matrice a secco, seguito poi da una

spruzzata di polvere d’oro) e “Carte di

poesie in scatole laccate” del 1833. La

prima serie delle Cinquantatré stazioni

di posta del Tōkaidō, esce nel 1833 ed

è composta da ben 55 stampe in totale

perché comprende anche la stampa della

partenza dal ponte di Nihonbashi situato

nel cuore di Edi e l’arrivo al ponte Sanjo

di Kyoto. Grazie alla realizzazione pittorica

di quei luoghi di Hiroshige, una

volta diffusi è così che divengono celebri,

tanto da diventare mete da raggiungere,

nonché una sorta di “souvenir”.

Questo soggetto infatti segna la fortuna

di Hiroshige che trae ispirazione dai numerosi

schizzi fatti durante il suo viaggio,

nel 1832, ed in cui ha occasione di

accompagnare per una parte del viaggio,

la delegazione dello Shōgun, a cui era


Utagawa Hiroshige e

Utagawa Kunisada I

Veduta con la neve

Serie: Genji alla moda

1853, dodicesimo mese

trittico di ōban

357 x 722 mm

silografia policroma

Museum of Fine Arts, Boston

Gift of Miss Lucy T. Aldrich

Utagawa Hiroshige

ōhashi. Acquazzone ad Atake

Serie: Cento vedute di luoghi celebri di

Edo

1857, nono mese

360 x 240 mm

silografia policroma

Museum of Fine Arts, Boston - Nellie

Parney Carter Collection—Bequest of

Nellie Parney Carter

affidato il compito annuale dell’invio di

cavalli sacri in dono all’imperatore da

Edo a Kyoto, non ultimo quello di trovare

pertinenti riferimenti nelle guide

illustrate del periodo. Tra gli anni

Trenta e Cinquanta dell’Ottocento, Hiroshige

produce decine di serie di silografie

policrome dedicate ai luoghi

celebri (meisho) di tutta l’area geografica

nipponica, non escludendo pertanto

le province più lontane, sia realizzando

schizzi in loco che attenendosi, come

abbiamo già visto, alle guide di viaggio.

Nel 1834 dedica una serie di dieci

stampe alla capitale imperiale Kyoto e

nel 1834-35 realizza una serie di otto

vedute di ōmi (attuale Shiga), altre otto

a Kanazawa nel 1835-36 e poi ancora

alla suggestiva isola di Enoshima conosciuta

per la sua bellissima scogliera

sede del santuario dedicato alla dea

Benten e quindi meta di numerosi pellegrinaggi.

Non si può non notare inoltre,

che tra i formati più fantasiosi,

quello del ventaglio rotondo (uchiwa) è

quello di maggiore originalità, senza

trascurare però il trittico di cui Hiroshige

fa uso nella spettacolare serie di

panoramiche dedicate ai “Tre bianchi”,

riferiti ai fiori di ciliegio, alla luna e alla

neve; opera questa di grande fascino

dove il bianco dei fiori è sostituito dalla

schiuma bianca dei famosi vortici (o

mulinelli) di Naruto, la luna piena illumina

gli otto luoghi celebri di Kanazawa

affacciati sul mare, mentre la

coltre di neve abbraccia le montagne

come un grande elefante a riposo, lungo

il Kisokaidō. Nel 1858 lo vediamo cimentarsi

con il formato verticale (molto

caro a Hokusai!) replicandone il successo

nelle trentasei vedute del Fuji,

nonché della sua famosa “grande Onda”,

proponendo invece suggestive vedute

del mare di Satta. Una innovativa

impostazione espressiva quella di Hiroshige

che lascia presagire i prodomi

delle tecnologie di impostazioni europee

e che segnano il preludio all’avvento

della fotografia. Ciò che maggiormente

affascina e coinvolge in Hiroshige

è la natura calma che manifestandosi

lo rende unico nel suo genere,

rivoluzionando il modo classico di rappresentare

animali, fiori e uccelli. Nelle

sue immagini pittoriche sono elegantemente

evidenziati i versi dal ricercato

contenuto armoniosamente legate con i

soggetti rappresentati, tali da renderli

notevolmente apprezzati anche dal raffinato

mondo dei circoli letterari dell’epoca

e che, personalmente, trovo di

grande attualità. Le silografie dei “Grandi

pesci” pubblicate tra il 1832 e 1842,

ritraggono pesci, molluschi e crostacei

in un modo molto realistico. Vediamo


38

Utagawa Hiroshige

Uccello del paradiso e susino in fiore

1830-35 circa

383 x 172 mm

silografia policroma

Museum of Fine Arts, Boston - William

Sturgis Bigelow Collection

Utagawa Hiroshige

Pappagallo su un ramo di pino

1830-35 circa

383 x 171 mm

silografia policroma

Museum of Fine Arts, Boston

William Sturgis Bigelow Collection

Utagawa Hiroshige - Pagro e pepe nero giapponese

Serie: Grandi pesci - 1832-33 circa - 265 x 370 mm

silografia policroma

Museum of Fine Arts, Boston - William Sturgis Bigelow Collection

Utagawa Hiroshige -Peonie - 1853, secondo mese

219 x 270 mm - silografia policroma

Museum of Fine Arts, Boston - Asiatic Curator's Fund

composizioni di animali fluttuanti, guizzanti

come se galleggiassero nell’aria. Il

soggetto della carpa e di ayu è molto ricorrente

ed è significativamente espresso

nei loro movimenti, intensi nelle loro colorazioni

e dove è ricorrente il blu di

Prussia. Hiroshige per tali raffigurazioni

predilige il formato verticale, perché più

adatto alle sue composizioni asimmetriche

spesso scandite diagonalmente da

motivi floreali o da splendidi uccelli

dall’elegante piumaggio. Hiroshige inoltre

non disdegna la produzione di silografie

policrome con temi comici che trae da

parodie di eventi antichi e di racconti

classici; una selezione di opere che vediamo

presenti in mostra e che appartengono

al periodo tra il 1840 e 1854.

Concludendo possiamo considerare le

“Cento vedute di luoghi celebri di Edo”

del 1856, quale capolavoro assoluto di

Hiroshige ma che purtroppo segna anche

la fine della sua conclamata carriera artistica…egli

muore infatti, nel 1858. Un

sentito e doveroso ringraziamento a Rossella

Menegazzo che con Sarah E. Thompson

ha curato questo progetto, realizzando

una mostra davvero ricca di emozioni

oltre ad un indiscusso piacere dell’occhio,

nonché alla produzione di Ales

S.p.A. Arte e Mondo Mostre Skira in collaborazione

con il Museum of Fine Arts

di Boston e …last but not least, al patrocinio

dell’Agenzia per gli Affari Culturali

del Giappone, dell’Ambasciata del Giappone

in Italia e dell’Università degli Studi

di Milano.

“Studiando l’arte giapponese si vede un

uomo indiscutibilmente saggio, filosofo

e intelligente, che passa il suo tempo a far

che? A studiare la distanza fra la terra e

la luna? No. A studiare la politica di Bismarck?

No. A studiare un unico filo

d’erba e le grandi vie del paesaggio, e infine

gli animali, e poi la figura umana.

Così passa la sua vita e la sua è troppo

breve per arrivare a tutto. Ma insomma,

non è quasi una vera religione quella che

ci insegnano questi giapponesi così semplici

e che vivono in mezzo alla natura

come se fossero essi stessi dei fiori? E

non è possibile studiare l’arte giapponese,

credo, senza diventare molto più gai e felici,

e senza tornare alla nostra natura nonostante

la nostra educazione e il nostro

lavoro nel mondo della convenzione”.

Vincent Van Gogh

Lettera a Theo


La Fontana di

Monte Cavallo

…a Roma.

di Marina Novelli

Se si prova a chiedere ad alcuni

romani dove si trova la

Fontana di Monte Cavallo,

ben pochi sapranno rispondere

che è in Piazza del

Quirinale…e non per essere

irriducibilmente pessimisti ma molti non

sono neanche a conoscenza di un monte,

a Roma, chiamato “cavallo” che altri non

è che il Quirinale, uno dei famosi sette

colli: Campidoglio, Palatino, Aventino,

Celio, Colle Oppio, Esquilino, Viminale

e da ultimo il nostro Quirinale! “Monte

Cavallo” è infatti il nome che gli venne

attribuito nel Medioevo e ne vedremo le

ragioni. La Fontana di Monte Cavallo,

altri non è che la Fontana dei Dioscuri,

che rappresenta i gemelli Castore e Polluce,

i Dioscuri appunto, nell’atto di tenere

le redini dei loro cavalli, ed in cui

torreggia, alle loro spalle, un obelisco

proveniente dal Mausoleo di Augusto.

Piazza del Quirinale è splendidamente

delimitata dal Palazzo del Quirinale, residenza

del Presidente della Repubblica

Italiana. Il Palazzo della Consulta invece,

ora sede dal 1955 della Corte Costituzionale,

fa da quinta a questo ampio scenario

che vede, sul lato opposto a quello della

residenza presidenziale l’edificio, del

XVIII secolo, delle Scuderie del Quirinale,

che totalmente

restaurato

tra il

1997-1999,

viene utilizzato

a tutt’ oggi

come sede

per importanti

mostre

d’arte. Ma le

sorprese non finiscono qui dato che lo

stupore si concentra sul panorama mozzafiato

della capitale, che si può ammirare

da una marmorea balaustra posta di

lato alla residenza presidenziale. È questa

una delle più suggestive ed affascinanti

piazze romane e non solo per le bellezze

architettoniche e paesaggistiche ma anche

perché si respira un’aria sublime in

quanto l’immenso spazio si coniuga mirabilmente

con la raffinata eleganza irrorata

di un pizzico di solenne austerità. Nel

VIII secolo a.C., questo monte fu la roccaforte

dei Sabini e proprio su questa altura

avevano costruito un tempio dedicato

al Dio Quirino, dio dell’Agricoltura

e della Pace, ma nel III secolo a.C.

venne edificato invece un tempio dedicato

alla divinità egizia Serapide e solo

successivamente fu luogo deputato alla

costruzione di sontuose ville di poeti ed

intellettuali quali Pomponio, Virgilio ed

altri. L’Imperatore Costantino lo scelse

per edificare le sue famose Terme, tramutando

quindi il monte in un rilassante

luogo di divertimento e svago. Purtroppo

nel Medioevo cambiò il suo aspetto lussureggiante

divenendo un luogo abbandonato

e desolato, sebbene nella piazza

continuassero a troneggiare le due imponenti

statue dei Dioscuri con i loro cavalli,

ed è perciò a causa di questo aspetto

che il colle iniziò ad essere denominato

“il Monte Cavallo”. È doveroso anche ricordare

che, ai tempi della Roma antica,

sulla sommità del Colle Quirinale esisteva

il Tempio della Salute e che la salita

che conduceva alla Piazza del Quirinale

prendeva il nome di Clivus Salutis. Anticamente,

inoltre, il monte veniva chiamato

Quirinale, dal Tempio di Quirino,

eretto in onore di Romolo. Al giorno

d’oggi prende ancora l’appellativo di

Monte Cavallo, anche se pochi lo sanno,

in virtù dei due mastodontici cavalli scultorei

posti sulla sua sommità…cavalli

che, come abbiamo visto, si affiancano a

due maestose e colossali figure che sembra

siano state scolpite da Fidia e da Prassitele,

in base a quanto si legge nei

piedistalli a loro sottostanti: Opus Phidiae

e Opus Praxitelis. Straordinario! Due

scultori greci contraddistinti per il loro

geniale talento! Altre voci invece attestano

una diversa teoria attribuendo cioè

le due figure alla rappresentazione di

Carlo Magno nell’atto di dominare il mitico

Bucefalo, il suo cavallo preferito di

cui si servì durante la sua storica spedizione

in Asia, teoria che contrasta e quasi

annienta quella precedente in quanto la

vita di questi due scultori risale a molto

tempo prima della venuta del nostro Imperatore

Carlo Magno…un arcano questo,

molto difficile da spiegare e che

sicuramente resterà misterioso per sempre!

Sta di fatto però, e non v’e alcun

dubbio, che Costantino Magno li fece trasportare

da Alessandria al fine di adornare

le sue terme, situate come abbiamo

visto sulla sommità di questo colle, collocandole

dove ancor oggi alloggiano. Fu


40

poi il Regnante Sommo Pontefice Pio VI

coadiuvato dalla direzione del cav. Antinori,

a far posizionare i due gruppi marmorei,

uno a destra ed uno a sinistra e

collocando nel mezzo un Obelisco Egiziano

di granito di colore rosso che ne

slancia il ritmo sottolineandone la verticalità.

Scenografico ed estremamente

suggestivo l’effetto che ne scaturisce e

che trasforma il gruppo marmoreo anche

come punto focale tale da potersi ammirare

anche dalle strade circostanti. Ma

cerchiamo di focalizzare la nostra attenzione

sul motivo che può aver indotto a

pensare che fosse la rappresentazione

scultorea di Castore e Polluce. Vediamo

infatti che il termine Dioscuri, altri non

era che l’appellativo di Castore e Polluce,

i due gemelli figli dell’amore tra Leda e

Giove. La mitologia narra che Polluce

fosse immortale, a differenza di Castore

che invece era mortale ed alla sua morte,

Polluce decise di rinunciare alla metà

della propria immortalità, ottenendo così

di trascorrere un giorno agli inferi ed un

giorno presso suo padre Giove. Sia Castore

che Polluce erano divinità benefiche

tanto che il primo era rappresentato come

indomito ed appassionato domatore di cavalli,

mentre al secondo invece viene attribuita

l’invenzione e la pratica del

pugilato, e proprio a causa di questa loro

propensione al fare “del bene”, furono inclusi

nel tempio dedicato a tutti gli dei romani:

il Pantheon. Il tempio dei Dioscuri,

al tempo dell’antica Roma, sorgeva nel

Foro Romano, presso la Basilica Giulia

ed ancor oggi possiamo ammirare il nucleo

del podio e le tre inconfondibili colonne

con un elemento di trabeazione…

ma cos’è una trabeazione? È presto detto!

È una struttura che posa su colonne, composta

dall’architrave, dal fregio e dalla

cornice. E dal Foro Romano torniamo

alla nostra Fontana dei Dioscuri ed è doveroso

rammentare quanto i due gruppi

scultorei fossero, nel tempo, stati ricoperti

da velature biologiche che solo dopo

un delicato ed accurato lavoro di pulitura

ci abbia restituito il loro indiscusso splendore.

Stiamo parlando infatti dei lavori di

restauro terminati nel 2016…lavori di restauro

che hanno salvato il monumento

dall’azione di agenti atmosferici, nonché

a quella dell’acqua e del microclima. Sia

lo stato della tazza superiore (labrum) e

quello del piede di sostegno, entrambi in

granito del Foro (marmor Claudianum),

quanto il bacino inferiore in candido

marmo bianco erano interamente ricoperti

di strati di calcare e la loro rimozione

ha consentito di riportare alla luce

i raffinati e delicati contrasti cromatici

esistenti tra il granito grigio della tazza e

del piede ed il venato marmo bianco della

vasca inferiore. La Fontana di Monte Cavallo,

o dei Dioscuri, sia essa stata opera

dei maestri Fidia e Prassitele o no è uno

dei più visitati monumenti di Roma, che

collocata nel rione Trevi, è meta ogni

anno di migliaia e migliaia di visitatori

provenienti da tutte le parti del mondo

che si “incantano” dinanzi a tale scenario

e ci sembra doveroso ringraziare i nostri

antenati per averci donato tale magnificenza!…i

più romantici invece, non disdegnano

di ammirare l’incantevole spettacolo

che solo il panorama di Roma, con

le sue cupole, i suoi campanili, i suoi tetti,

con suoi variopinti e rarefatti tramonti sa

offrire.


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“Arbre logologique” - 1971 - gouache e collage su carta - cm 74 x 42,5

Jean Dubuffet

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42

Erica CAMPANELLA

“Roma nuda” - 2018 - olio su alluminio - cm. 40 x 70


Galleria Ess&rrE

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“Mezza Roma” - 2018 - olio su alluminio - cm. 40 x 70

Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma - Locale 876

Tel. 06 42990191 - cell. 329 4681684

galleriaesserre@gmail.com


44

al Museo di Roma in

Trastevere una

mostra fotografica e

multimediale in

occasione del

50° anniversario del 1968

“Dreamers. 1968: come

eravamo, come saremo”,

28 marzo1968 - AP ANSA- Il reverendo

Ralph Abernathy a destra,

il vescovo Julian Smith a

sinistra, con Martin Luther King

durante una marcia per i diritti

civili a Memphis

In occasione del 50° anniversario

del 1968, AGI Agenzia Italia

ricostruisce l’archivio storico di

quell’anno, recuperando il patrimonio

di tutte le storiche a-

genzie italiane e internazionali, organizzando

questa affascinante mostra

fotografica e multimediale che sarà allestita

al Museo di Roma in Trastevere

dal 5 maggio al 2 settembre 2018.

La mostra a cura di AGI Agenzia Italia,

promossa da Roma Capitale, Assessorato

alla Crescita culturale-Sovrintendenza

Capitolina ai Beni Culturali e

con il patrocinio del MIUR – Ministero

dell’Istruzione, dell’Università e della

Ricerca è resa possibile dalle numerose

fotografie provenienti dall’archivio

sto- rico di AGI e completata con gli

altrettanto numerosi prestiti messi a disposizione

da AAMOD-Archivio Audiovisivo

del Movimento Operaio e

Democratico, AFP Agence France-

Presse, AGF Agenzia Giornalistica Fotografica,

ANSA, AP Associated Press,

Marcello Geppetti Media Company,

Archivio Riccardi, Contrasto, Archivio

Storico della Biennale di Venezia,

LUZ, Associazione Archivio Storico

Olivetti, RAI-RAI TECHE, Corriere

della Sera, Il Messaggero, La Stampa,

l’Espresso. I servizi museali sono di

Zètema Progetto Cultura.

L’iniziativa nasce da un’idea di Riccardo

Luna, direttore AGI e curata a

quattro mani con Marco Pratellesi,

condirettore dell’agenzia, e intende delineare

un vero e proprio percorso

nell’Italia del periodo: un racconto per


1 febbraio1968 - AP ANSA - Un sospetto Viet-Cong viene giustiziato per strada da

Nguyen Ngoc Loan capo della Polizia Nazionale vietnamita a Saigon

1 ottobre1968 - AGI conferenza stampa

Adriano Celentano per il film Serafino con la moglie

Claudia Mori

immagini e video del Paese di quegli

anni per rivivere, ricordare e ristudiare

quella storia. Come scrive Riccardo

Luna nel testo del catalogo dell’esposizione:

“Questa non è una mostra sul

passato ma sul futuro. Sul futuro che

sognava l’ultima generazione che non

ha avuto paura di cambiare tutto per

rendere il mondo migliore. Che si è

emozionata e mobilitata per guerre lontane;

che ha sentito come proprie ingiustizie

subite da altri; che ha fatto

errori, certo, ha sbagliato, si è illusa, è

caduta, ma ha creduto, o meglio, ha capito

che la vera felicità non può essere

solo un fatto individuale ma collettivo,

perché se il tuo vicino soffre non puoi

non soffrire anche tu. Nessuno si salva

da solo.

25 maggio 1968 - AFP

Il leader studentesco francese

Daniel Cohn Bendt

e manifestanti tedeschi

tengono una protesta

al confine franco-tedesco

16 marzo1968 - Marcello

Geppetti Media

Company - Scontri

all’università tra studenti

e forze dell’ordine

Quello che ci ha colpito costruendo

questa mostra, sfogliando le migliaia di

foto che decine di agenzie e archivi ci

hanno messo a disposizione con una

generosità davvero stupefacente, come

se tutti sentissero il dovere di contribuire

alla ricostruzione di una storia

che riguarda i nostri figli molto più che

i nostri genitori; quello che ci ha colpito

sono gli sguardi dei protagonisti,

l’energia dei loro gesti, le parole nuove

che usavano”.

Da qui, AGI ha ricreato un archivio

storico quanto più completo del ’68 attraverso

le immagini simbolo dell’epoca.

Non solo occupazioni e

studenti, ma anche e soprattutto la

dolce vita, la vittoria dei campionati

europei di calcio e le altre imprese

sportive, il cinema, la vita quotidiana,

la musica, la tecnologia e la moda.

Un viaggio nel tempo fra 178 immagini,

tra le quali più di 60 inedite; 19

archivi setacciati in Italia e all’estero;

15 filmati originali che ricostruiscono

più di 210 minuti della nostra storia di

cui 12 minuti inediti; 40 prime pagine

di quotidiani e riviste riprese dalle più

importanti testate nazionali; e inoltre

una ricercata selezione di memorabilia:

un juke boxe, un ciclostile, una macchina

da scrivere Valentine, la Coppa

originale vinta dalla Nazionale italiana

ai Campionati Europei, la maglia della

nazionale italiana indossata da Tarcisio

Burgnich durante la finale con la Jugoslavia,

la fiaccola delle Olimpiadi di

Città del Messico.

Tutti questi temi verranno raccontati

attraverso la cronaca, gli usi, i costumi

e le tradizioni in diverse sezioni tematiche,

dando vita e facendo immergere

il pubblico in questo lungo e intenso

racconto nell’Italia del ’68.


46

“ceramics Now”:

l’arte ceramica contemporanea

internazionale al MIc di Faenza

Intervista a Claudia Casali

a cura di Marilena Spataro

Dal 30 giugno al 7 ottobre

2018, il museo faentino

festeggia gli 80 anni del

concorso Internazionale

della Ceramica d’Arte

contemporanea 60° Premio Faenza con

una mostra particolare: 17 curatori internazionali

hanno scelto 60 artisti contemporanei

che lavorano con la ceramica.

La direttrice del prestigioso museo,

Claudia Casali, ci parla dell'evento

e ci anticipa le mosse future che prevede

di mettere in atto per consolidare

il nuovo progetto, accrescendo la fama

internazionale della realtà museale da

lei diretta.

Come nasce, direttrice, questo progetto

espositivo chiamato Biennale e

ideato per l'importante anniversario

del Premio Faenza?

«Il Premio Faenza è stato, fin dalle sue

origini, nel lontano 1938, una vetrina

importante delle novità legate al linguaggio

ceramico. Negli anni hanno

partecipato scultori come Fontana, Ceroli,

Leoncillo, figure di primo piano

nella poetica contemporanea e che hanno

fornito indicazioni preziose sul “fare”

ceramico in termini di innovazione,

ricerca e “attualità”. Con questo spirito

abbiamo affrontato il concept di questa

edizione speciale: 80 anni e 60 edizioni

sono un record assoluto. L’idea che ha

sostenuto la nostra scelta è stato innanzitutto

un progetto curatoriale, non una

competizione, quindi il coinvolgimento

di curatori e professionisti del settore,

internazionali, che potessero fornire una

rosa di nomi, di chiara fama, nella categoria

talenti e maestri».

Come e con quali criteri è avvenuta la

selezione degli artisti?

«I diciassette curatori hanno lavorato

per aree geografiche, indicando anche

protagonisti assoluti tra cui selezionare

la lista finale. L’obbiettivo erano 50

nomi che raccontassero oggi l’attualità

della scultura ceramica, l’innovazione

e la ricerca. La selezione è stata complessa

ma nell'insieme abbiamo definito

un percorso e uno spaccato rile-


Antonio Violetta - “Torso” - 2016 - terracotta e grafite

Bertozzi&Casoni - “Aperta”

vante, coinvolgendo artisti che normalmente

non partecipano a competizioni».

Quali le caratteristiche che contraddistinguono

i lavori e gli artisti presenti

a questa prima edizione della Biennale

che inaugura al Mic a fine giugno?

«Vi sono molte installazioni e molte

contaminazioni. Questo era l’obbiettivo

originale espresso da tutti i curatori.

Fotografia, video, suono, performance

dialogano assieme alla ceramica, ne

sono un tutt’uno poetico ed espressivo.

Investire in una nuova estetica contemporanea

e in nuovi codici espressivi per

la scultura ceramica questo è il risultato

che si vuole trasmettere».

Chi sono gli artisti italiani selezionati

della rassegna?

«Dire “artisti italiani” è un po' limitante

poiché abbiamo artisti italiani di

nascita, ma che vivono e lavorano all’estero

da decenni. Penso a Salvatore

Arancio, Arianna Carossa, Alessandro

Pessoli, Alessandro Gallo, Salvatore

Cuschera, ormai da considerarsi internazionali

più che italiani. Gli altri sono

Bertozzi&Casoni, Bruno Ceccobelli,

Giuseppe Ducrot, Luigi Mainolfi, Paolo

Polloniato, Scuotto, Alessio Tasca,

Antonio Violetta».

Qual è l'aspetto più evidente che li

rende rappresentativi della tradizione

artistica e ceramica Made in Italy?

«Non possiamo oggi definire l’arte

contemporanea e la scultura ceramica

con il termine Made in Italy. Sarebbe

una caratterizzazione impropria. A differenza

infatti di altre nazioni, come il

Giappone, con una tradizione ancora

molto forte e caratterizzante, l’Italia ha

saputo interpretare in maniera innovativa

e del tutto personale il background

fondamentale della tradizione, superandola

e trovando codici stilistici assolutamente

nuovi ed internazionali.

Pensiamo semplicemente agli stessi

Bertozzi&Casoni: qui la tradizione è

importante in termini di tecnica, Faenza

docet, ma si esaurisce lì, poiché il

loro messaggio è andato oltre, raccon-


48

Bruno Ceccobelli

Luigi Mainolfi - “Dune rossa” - 2005

Paolo Polloniato

Salvatore e Emanuele Scotto - “La torre di Babele”

tando l’attualità, in un percorso unico

ed innovativo assolutamente internazionale».

Quanto sarà importante per la città di

Faenza e per il Mic ospitare questa

nuova iniziativa di portata internazionale?

«Sarà fondamentale poiché riporterà

l’attenzione su questa rassegna internazionale,

sulla nostra città, sul nostro

territorio e sul nostro Museo, unico al

mondo per estensione e collezione. E

come sempre è accaduto negli anni

passati, mi auguro che dal Premio arrivino

nuovi stimoli per gli artisti locali,

nazionali e non solo, nuove prospettive

di lavoro, nuovi dialoghi. Il Premio Faenza

è sempre stato, come già detto, un

volano di novità anche per l’alto artigianato

artistico locale».

Come si configura oggi l'evento?

«Inaugureremo il 29 giugno ma già dal

28 ospiteremo una serie di incontri organizzati

da ICMEA (Associazione Internazionale

Editori d’Arte) sulle tematiche

della contemporaneità e dell’attualità

della proposta ceramica, della

formazione e della ricerca ceramica, a

cui parteciperanno i curatori ed esperti

di settore».

E in futuro?

«Il futuro è sempre incerto, come qualcuno

cantava tempo fa. Mi auguro che

ci sia la possibilità di poter proporre una

edizione open call con una competizione

alternata ad una edizione curatoriale.

Questo sarebbe il progetto che oggi io

vedo per Faenza, capitale indiscussa della

contemporaneità ceramica».


ATHOS FACCINCANI

MOSTRA PERSONALE DAL 21 GIUGNO AL 7 LUGLIO 2018

“UNA DIMENSIONE SOGNANTE TUTTA DA SCOPRIRE E DA VIVERE”

“Un sogno di peonie intorno a Positano” - olio su tela - cm. 70 x 80

La forza del colore che vive con totale passione ed armonia nell’opera dell’artista Athos Faccincani contiene una costruzione

compositiva decisamente incisiva densa di rigorosa e coerente espressiva. Le sue vedute di Portofino, di

Santorini e di altri soggetti di paesaggi e di figure, che egli realizza con notevole potenzialità pittorica, godono di una

magistrale sintesi di racconto e di una resa stilistica altamente personale. Costantemente ricca di stati d’animo e di

memoria l’opera si fa testimone di valori assoluti e di un’emotività profonda che si riconosce appieno. E’ un’arte di

singolare maestria che regala al fruitore una comunicativa impegnata sia per la resa formale unica che per il linguaggio

stilistico maturo. Egli illustra con autonoma personalità storie di vita, scene naturalistiche, luoghi, ricordi e pensieri

di sorprendente carica umana dove il dialogo continuo con l’opera stessa è supportato da una vibrante interiorità.

Sono immagini di immediata lettura che con sincerità e sentimento riescono a trasmetterci una narrativa di straordinario

lirismo e sensibilità assoluta e che sanno raggiungere l’animo di ognuno di noi. L’interpretativa inconfondibile,

le vivaci scansioni cromatiche e la gestualità del tratto denotano una ricerca contenutistica descrittiva suggestiva di

rara densità pittorica e rilevante verità poetica.

Monia Malinpensa (Art Director- Giornalista)

MOSTRA PERSONALE A CURA DI MONIA MALINPENSA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

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ORARIO GALLERIA: DAL MARTEDI AL SABATO DALLE 10,30 ALLE 12,30 - 16,00 ALLE 19,00


50

aRMONIE VERDI.

Paesaggi dalla Scapigliatura

al “Novecento”

Opere d’arte della Fondazione cariplo

e del Museo del Paesaggio di Verbania

a cura di Silvana Gatti

Verbania,

Palazzo Viani Dugnani

dal 24 marzo al 30

settembre 2018

Mario Sironi

Il lago, 1926, olio su tela, cm 50 x 57,5

collezione privata

I

l Museo del Paesaggio di Verbania

annuncia la primavera con

una splendida mostra dedicata al

paesaggio, Armonie verdi.

Paesaggi dalla Scapigliatura al Novecento.

La rassegna, frutto della collaborazione

tra Fondazione Cariplo e Fondazione

Comunitaria del VCO, è la quinta tappa

dell’iniziativa Open, tour di eventi espositivi,

in collaborazione con le Fondazioni

di Comunità.

La mostra, curata dalla storica dell’arte

Elena Pontiggia e da Lucia Molino, responsabile

della Collezione Cariplo, si

articola in 3 sezioni: Scapigliature, divisionismo,

naturalismo; Artisti del Novecento

Italiano; Oltre il Novecento,

attraverso una cinquantina di opere –

tra cui dipinti di Daniele Ranzoni,

Francesco Gnecchi, Lorenzo Gignous,

Emilio Gola, Mosè Bianchi, Carlo Fornara,

Ottone Rosai, Filippo De Pisis,

Arturo Tosi, Umberto Lilloni - provenienti

dalle Raccolte d’arte della Fondazione

Cariplo, del Museo del Paesaggio

di Verbania e da collezioni private.

Un percorso suggestivo tra capolavori

d’arte che vanno dalla fine dell’Ottocento

alla prima metà del Novecento,

esaltando il legame che lega

l’uomo alla natura e conseguentemente

al paesaggio, attraverso un genere pittorico

messo al bando dopo l’avvento

della pittura futurista, ma non per questo

meno amato dal pubblico che, distante

dai commenti di storici e critici

dell’arte, lo apprezza costantemente.

La selezione delle opere scelte per questa

rassegna sottolinea le differenti interpretazioni

del paesaggio, partendo

dalla sua centralità nel romanticismo di

fine Ottocento, per passare alla rappresentazione

volumetrica degli anni Venti,

dove il paesaggio è tracciato seguendo

linee architettoniche a suggerire

un senso di solidità e di durata, per

giungere alla precarietà espressa a partire

dagli anni Trenta.

La mostra si apre con i paesaggi di Daniele

Ranzoni, maestro della Scapigliatura,

di cui sono esposte tre opere tra

cui lo “Studio di paesaggio fluviale”

(1872), un acquerello che raffigura una

veduta del fiume con dei ciottoli in

primo piano. L’acqua irradia luminosità

e movimento grazie al taglio diagonale

dell’impostazione, ma la stesura leggera

delle pennellate rende il paesaggio

evanescente, quasi una visione.

Segue Lorenzo Gignous con la bella

“Veduta del Lago Maggiore” (1885-

1890) ; l’opera raffigura la sponda piemontese

del lago, ripresa dalla riva

dell’isola dei Pescatori. La scena è arricchita

da dettagli che conducono il


Ottone Rosai

Paesaggio, 1922, olio su tela, cm 100 x 135, Fondazione Cariplo

Mario Tozzi

La passeggiata, 1915, olio su tela, cm 45x29, Museo del Paesaggio

fruitore dal primo piano, in cui sono

raffigurati i pescatori con le compagne

affaccendate attorno alle loro barche,

fino alla riva opposta, dove per contrasto

sono raffigurate le dimore signorili

e la città di Baveno dominata dalle cave

di marmo, seguita dal Montorfano. Le

fitte pennellate ed i filamenti di diverso

spessore rendono la consistenza del prato

in primo piano, mentre il cielo e la

distesa delle acque, resi con una pennellata

più fluida e trasparente, suggeriscono

l’atmosfera vibrante del lago.

Mosé Bianchi, con “Interno rustico”

(1889-1895), raffigura una giovane contadina

in un interno, colta di spalle

mentre si dedica alle mansioni domestiche,

attorniata da un gruppo di anatre

nel piccolo rustico. Qui il paesaggio

collinare si intravede appena, raffigurato

oltre la porta d’ingresso da cui proviene

la luce. Si prosegue con “Cascata

del Toce in Valle Formazza” (1890) di

Federico Ashton, opera in cui il dinamismo

dell’acqua è reso in maniera spettacolare,

e con il suggestivo “Le gelide

acque del lago di Märjelen“(1908 ca) di

Carlo Cressini. Molto bella, di Francesco

Gnecchi, la visione del lago nell’opera

“Fondo Toce (Lago Maggiore)”

(1884). L’opera raffigura la sponda occidentale

del lago tra Baveno e Pallanza

verso Fondo Toce, oggi riserva naturale.

Il punto di fuga della composizione

coincide con la foce del fiume, e

il paesaggio con il Sempione sullo sfondo

degrada in piani paralleli che acquistano

profondità grazie alle sfumature

del cielo che contrasta con la limpidezza

delle acque in primo piano. Alcune

barche, di cui una in primo piano,

regalano al fruitore una sensazione di

tranquillità.

Dalla fine dell’Ottocento a valorizzare

la pittura di paesaggio sono in particolar

modo i divisionisti. In particolare, la

presenza di Vittore Grubicy nel Verbano

ha influenzato positivamente la

storia del Museo del Paesaggio, che il

generoso artista e intellettuale ambrosiano

incoraggiò e di cui incrementò le

raccolte mediante il dono di un suo importante

dipinto, “Il cimitero di Ganna”

(1895), qui esposto. L’opera raffigura

un recinto immerso nel verde, circondato

da un basso muretto bianco a cui

si addossano alcune cappelle di famiglia,

che sembrano piccole casette a

suggerire un senso di pace, immerse

come sono nella valle varesina, accanto

all’omonimo lago. Il 30 novembre 1894

era scomparso a cinquantun anni, a Ganna

dove era nato, l’amico di Grubicy,

Giuseppe Grandi, scultore scapigliato

autore del Monumento alle Cinque Giornate

di Milano. Grubicy, che era legato

a lui fin dalla giovinezza, era giunto nel

paese per i funerali. Nonostante il titolo,

è la natura il vero soggetto del

quadro, colta al tramonto di una giornata

invernale, che diventa simbolo del

declinare della giornata terrena. La stri-


52

Anselmo Bucci

Il governo dei cavalli, 1916, olio su tela, cm 40 x 74, Fondazione Cariplo

Francesco Gnecchi - Fondo Toce (Lago Maggiore) o Il Sempione dal Lago Maggiore,

1884,olio su tela, cm 75,5 x 149, Gallerie d'Italia

scia azzurrognola del lago arriva sino

al primo piano, mentre il sole tramonta

dietro le colline. Il luogo solitario ed i

toni coloristici evocano un sentimento

malinconico ma non drammatico. Da

quest’opera nascerà il quadro Che pace

a Ganna, ora alla Galleria Nazionale

d’Arte Moderna di Roma, in cui l’artista

riprenderà lo stesso paesaggio, eliminando

l’immagine del cimitero.

Importanti le opere di Cesare Maggi

che, conquistato dalla pittura di Giovanni

Segantini, si recò in Svizzera

nella regione della Maloja (1899-1900)

per dedicarsi al divisionismo ritraendo

paesaggi alpini engadinesi e valdostani,

spesso arricchiti con personaggi ed a-

nimali. In mostra è possibile ammirare

il lirismo di opere quali il trittico “Neve”,

(1908), e “Nevicata”, (1908 e 1911).

La carrellata di opere prosegue con lo

scenario campestre de “I due noci”,

(1921), di Carlo Fornara, a cui si affiancano

Guido Cinotti con “Marina” (1910

-1915), paesaggio assolato reso con pennellate

filamentose a rappresentare cielo

e mare su cui troneggia una barca a

vela, in un’atmosfera evanescente. Clemente

Pugliese Levi è presente con

“Cave di Alzo”, (1920), opera che documenta

i lunghi soggiorni estivi sul

lago d’Orta - dove nel 1920 acquistò

una villa a Viganallo - soggetto predominante

nei suoi dipinti insieme alle

vedute alpine dovute alle villeggiature

a Macugnaga, Courmayeur, Zermatt e

Dolomiti. La sezione si conclude con i

paesaggi brianzoli di Emilio Gola e le

vedute di Pietro Fragiacomo, tra cui

“Armonie verdi” che dà il titolo alla

mostra, Teodoro Wolf Ferrari, Antonio

Pasinetti.

Il paesaggio, poco considerato dai futuristi

che amavano la città industriale e

la macchina, torna a riaffermarsi in pittura

col Ritorno all’ordine e col Novecento

Italiano, cui è dedicata la seconda

sezione della mostra. La sezione si vale

anche di due prestigiosi nuclei di opere

recentemente assicurati, con un deposito,

al Museo del Paesaggio: “Il lago”,

(1926), paesaggio dal taglio essenziale

di Sironi, e un’ importante serie di paesaggi

di Tosi.

Sono qui esposte cinque opere di Mario

Tozzi, emblematiche del passaggio dall’impressionismo

ai valori classici.

Giunto nel 1900 a Suna col padre medico

e la famiglia, Mario Tozzi riceve

da miss Prescott, amica di famiglia, la

prima scatola di colori, mentre il pittore

Alfonso Muzii gli insegna a dipingere.

L’ambiente circostante ispira le sue o-

pere. Tra queste, sono in mostra la poetica

“Casetta a Suna”, oggi Verbania,

del 1914; “Cimitero di Suna” e “La passeggiata”,

luminose opere di stampo

impressionista del 1915; “Neve a Lignorelles”,

(1921) e “Paesaggio di Bor-


Mario Tozzi

Paesaggio di Borgogna, 1922, olio su tela,

cm 30,5 x 38, Museo del Paesaggio

Ardengo Soffici

Veduta serale del Poggio, 1952,

olio su compensato, cm 42 x 52, Fondazione Cariplo

gogna”, (1922), entrambe ormai novecentiste,

dipinte con forme più dense e

volumi più definiti. Anche Anselmo

Bucci con “Il governo dei cavalli”,

(1916), documenta un momento di transizione.

Col Novecento Italiano la volatilità dei

paesaggi precedenti cede il passo ad

opere caratterizzate da un impianto costruttivo

che dà solidità all’insieme,

come “Paesaggio”, (1922), di Rosai;

“Ornavasso”, (1923) e “Guardando in

alto”, (1925), di Carpi; “Pioppi”,

(1930), di Michele Cascella. Stilizzati

sono i paesaggi urbani di Penagini, artista

che dal 1923, dopo essersi sposato,

si trasferisce a Solcio, sul lago Maggiore,

e partecipa alla prima e alla seconda

Mostra del Novecento Italiano,

condividendo solo alcuni aspetti di questo

movimento; egli è contrario allo

sfaldamento impressionista della forma

e delinea sulla tela un’architettura del

paesaggio, fatta di pesi e volumi. Opera

emblematica di questa sezione è “Il

lago”, 1926, di Sironi, che non ha nulla

di artistico e rende immobile e surreale

un angolo di un mondo senza tempo,

incastonato tra le montagne.

L’Associazione Arturo Tosi di Bergamo

ha lasciato in deposito al Museo del Paesaggio

di Verbania sei tele del grande

artista: “Cipresso a Zoagli“, “Le tre betulle“,

“Fuori dallo studio“, “Ulivi a

Montisola“, “Il piantone“ e “Lago di

Como“, dipinti tra il 1923 e il 1940,

esposti in questa mostra. Nel Novecento

Italiano Tosi rappresenta l’ala più

vicina alla tradizione lombarda ottocentesca.

La sua pennellata fluida e pastosa

si riallaccia a una scuola pittorica che

dal Fontanesi e dal Piccio giunge alla

Scapigliatura e a Gola. Con il Novecento

Tosi condivide però il senso della

sintesi e di una salda struttura architettonica,

mutuata soprattutto da Cézanne.

Con gli anni Trenta si abbandona lo

stile volumetrico e la pittura torna a

esprimere un senso di precarietà. Ne è

un esempio il Temporale (1933) di De

Pisis, in cui pochi tratti di colore sono

stesi sulla tavola preparata con un sottile

strato di vernice. Il legno del supporto

è visibile in più punti mentre,

nella parte centrale, il colore è eliminato

con graffiature eseguite con la

punta del pennello. Una composizione

in basse tonalità - dal grigio al bruno,

al verde scuro - che riflettono il senso

di inquietudine che precede l’arrivo del

temporale. Seguono lo stesso filone

Paesaggio di Lavagna (1934) di Lilloni,

ed opere del secondo dopoguerra di Dudreville

(Case a Feriolo, 1945) e Soffici

(Veduta serale del poggio,1952).

Una mostra imperdibile per gli amanti

del paesaggio, da abbinare ad una gita

nell’accogliente cittadina di Verbania.


54

gli artisti dipingono

le canzoni di Franco Califano

MaRcO LODOLa

“Il campione”

GIaNcaRLO MONTUScHI

“Per una donna”

GIOVaNNa FRà

“Questo nostro grande amore”

cINZIa PELLIN

“Minuetto”

dal 19 maggio al 3 giugno 2018 al Porto turistico di Roma

Galleria Ess&rrE

Porto Turistico di Roma - 00121 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - loc. 876

cell. 329 4681684 - www.accainarte.it - acca@accainarte.it

galleriaesserre@gmail.com


56

Milano secondo cerri

di Carlos Vìntem

Giovanni Cerri “San Bartolomeo”

2017 - tecnica mista su tela - cm. 115x83

Giancarlo Cerri - “Sequenza verticale” - 2005 - olio su tela - cm. 80 x 60

Avolte accade. Non sempre,

ma a volte accade.

Milano rende omaggio alla

cultura lombarda e milanese

mettendo a confronto

la pittura di un padre

e quella del figlio, Giancarlo e Giovanni

Cerri, entrambi capaci di vivere appieno la

città e la cultura che li ha cresciuti, formati,

plasmati.

Due modalità di affrontare l’arte sulla tela,

e la ricerca sottesa, completamente differenti,

eppure capaci di fondersi l’una con

l’altra.

Artisticamente parlando nella famiglia Cerri

non c’è quel ricambio generazionale che

spesso significa “passaggio del testimone”

e negazione del passato. La scelta di Giovanni

di vivere con e di pittura è stata, così

come per il padre, naturale. Una solco già

tracciato da Giancarlo che Giovanni ha percorso

con libero arbitrio, senza cadervisi

dentro per sbaglio. Giovanni esprime esattamente

le stesse perplessità del padre, solo

che le racconta con altri occhi, altri segni,

altri colori. Senza strappi per intenderci.

Questo accade perché di fondo c’è una sottile

linea di continuità fra Giancarlo e Giovanni,

che è innanzitutto culturale.

“L’eredità nell’immagine dipinta”, al CMC

Centro Culturale di Milano in largo Corsia

dei Servi 4 dal 10 al 27 maggio, è dunque

un racconto di due versioni della stessa

anima.

Da una parte la sintesi astratta delle immagini

di Giancarlo, affascinanti nella purezza

di pochi colori, ma ugualmente efficaci.

Dall’altra la pittura del racconto di Giovanni,

figurativa sì ma astratta nel retroracconto.

Giancarlo Cerri, nato a Milano nel 1938,

presenta alcuni dipinti del ciclo “Sequenze”,

realizzati tra il 1995 e il 2005,

prima che gli occhi tradissero la sua vulcanica

voglia di andare avanti a dipingere.

Inoltre l’artista esporrà tre dipinti di arte

sacra: “Deposizione” (1993), “È sempre

l’ora della croce” (2005), “Nel segno della


Giovanni Cerri - “Per i tuoi occhi”

2017 - tecnica mista su tela - cm. 100x140

croce” (2005).

Giovanni Cerri, classe 1969, racconta la

città concentrandosi sulla cattedrale milanese

e la sua regina, la Madonnina: da Il

Duomo bianco, opera di grandi dimensioni

(cm. 180x260), realizzata nel 2016, a tele

che ridisegnano le guglie o le policrome

vetrate, sino al volto di San Bartolomeo,

che del Duomo di Milano è la scultura più

affascinante, realizzata nel 1562 circa da

Marco D’Agrate.

Il progetto espositivo “Giancarlo e Giovanni

Cerri. L’eredità nell’immagine dipinta”,

realizzato in collaborazione con

LTA Studio – Tax & Law Firm di Milano e

nato da un’idea di Giovanni Cerri e Stefano

de Angelis, prende spunto dal tema del

Meeting di Rimini 2017 “Quello che tu

erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per

possederlo”. La mostra è il quarto capitolo

di un confronto fra i due artisti milanesi iniziato

nel 2008 al Museo della Permanente

di Milano con l’esposizione “I Cerri, Giancarlo

e Giovanni. La pittura di generazione

in generazione”, e proseguito in Germania

con la mostra “Zwei Künstlergenerationen

aus Mailand”, alla storica Frankfurter Westend

Galerie nel 2013 e all’Istituto Italiano

di Cultura di Stoccarda l’anno successivo.

Durante la mostra verranno proiettati due

brevi video sull’attività dei due artisti: per

Giancarlo Cerri una video-intervista dal titolo

“La sintesi e l'astrazione” (produzione

TVN Media Group, intervista a cura di Stefano

Sbarbaro), per Giovanni Cerri il video

“North Milan” sulla realizzazione della

grande opera “Milano Porta Nuova” (cm.

180 x 360), ideale anteprima sull’esposizione

che l’artista avrà al Museo Italo

Americano di San Francisco nella stagione

2018-19, dove presenterà un nuovo ciclo

di quadri dedicati alla città di Milano.

ARTE E SOLIDARIETà

CBM Italia e Giovanni Cerri

ancora insieme

La mostra “L’eredità nell’immagine dipinta”

è anche l’occasione per riproporre

la felice collaborazione fra Giovanni Cerri

e CBM, l’organizzazione umanitaria internazionale

impegnata nella cura e prevenzione

della cecità nei Paesi del Sud del

mondo. Infatti, dopo la mostra “Spes contra

spem” allo Spazio Bigli dello scorso

anno, durante la mostra al Centro Culturale

di Milano sarà possibile acquistare alcune

opere realizzate ad hoc dall’artista il

cui ricavato andrà a favore di CBM Italia

Onlus, e in particolare a sostenere il progetto

del Sabatya Eye Hospital di CBM in

Kenya, per aiutare migliaia di bambini e

adulti a tornare a vedere. Giovanni Cerri

ha infatti dipinto una grande tela dal titolo

“Per i tuoi occhi” (cm. 100x140) e dieci

carte (cm. 50x60) che riprendono il tema

del volto della madonnina.


58

Art&Vip

la magica parola “ciak.. azione!”.

La vera differenza spesso

sta nel tempo, perché al cinema

generalmente hai più tempo per

girare la scena e quindi più possibilità

per capire meglio il personaggio

e farlo al meglio. In

ogni caso amo il cinema e lo sostengo

perché l’emozione che ti

da vedere un film al cinema è

unica.

Quale fra i personaggi che hai

interpretato ti ha divertita di

più?

Ho amato tutti i personaggi che

ho interpretato, perché son spesso

differenti e delle vere sfide.

Mi diverte molto fare la commedia,

che è la cosa più difficile

da fare, perché ci vogliono i

tempi comici.. un personaggio

che ho amato molto e che mi ha

tenuta compagnia per tre serie è

stato quello di Laura Sommariva

nella fiction “Le tre rose di

Eva”. I personaggi che interpreto

diventano mie amiche,

son talmente diversi da me, che

mi fanno anche crescere come

persona, perché imparo o vivo

situazioni che mai avrei immaa

cura della redazione

Elisabetta Pellini,

l’attrice che ama l’arte.

Tanto amata dal grande pubblico Elisabetta Pellini, protagonista di numerose Fiction e pellicole cinematografiche..

una vera artista, icona di bellezza e stile con l’arte nel sangue da sempre..

Ci racconta

Elisabetta

il suo periodo

lavorativo

fra fiction e

cinema.

Attualmente sto girando una

puntata della serie tv Allieva 2

per Rai 1. A maggio uscirà al cinema

il film STATO DI E-

BREZZA. Ora son in preparazione

del film che spero gireremo

prestissimo #SelfieMania,

che ho scritto io. Si parla

della mania dei selfie. 7 episodi,

girati da 7 registi e ogni episodio

è ispirato ai 7 vizi capitali.

Attualmente abbiamo creato un

sito web, che serve per raccogliere

selfie e story delle persone

che potranno esser Co-protagonisti

del film. Il link del sito

dove potete mandarci il materiale

che verrà selezionato per il

film è: www.selfiemania.tv.

Aspettiamo i vostri selfie e poi

ci vediamo al cinema!!

Preferisci la Tv o il Cinema?

La mia passione è recitare.

Quindi per un attore, non c’è

grande distinzione quando sente


ginato. Quindi è molto divertente.

Il tuo rapporto con l’arte..

Cinema è arte e cultura. Amo l’arte, amo

l’Italia che è un paese ricco di storia e arte.

Appena posso vado alle mostre. Da sempre

ho avuto la passione della pittura a olio,

cercavo di imparare a dipingere rifacendo

falsi d’autore. I miei preferiti son Van

Gogh, Munch, Frida Kahlo .

Amo la fotografia. Mi piace fissare non

solo la memoria, momenti, paesaggi che

mi suscitano emozioni. Sperimentare inquadrature

fotografiche particolari.

Amo la scultura, nella famiglia di mio

padre, ci son stati due famosissimi scultori:

Eugenio Pellini che ha fatto parte del periodo

della scapigliatura e suo figlio Eros

Pellini, che ho avuto opportunità di conoscere

e ogni volta che andavo con la mia

famiglia nel suo studio, guardavo le sue

opere estasiata...

Sei una donna tanto impegnata, viaggi

molto e ti piace viaggiare.. ma nei tuoi

spostamenti sei una donna d’avventura

oppure hai tutto in agenda sistematico e

preciso?

Amo viaggiare. Se potessi sarei sempre in

viaggio, alla conoscenza di culture e paesi

diversi. Ogni viaggio è un arricchimento

vitale, emozionale, culturale. Si torna sempre

con una storia e dei ricordi che restano

per sempre nella memoria. Non son molto

organizzata. Ho sempre o quasi fatto viaggi

all’avventura e all’ultimo minuto. Però

mi documento sul paese dove vado, perché

essendo curiosa, voglio sapere e vedere il

più possibile, cercando di vivere i posti,

non in modo turistico e ordinario.. ma cercando

di conoscere le tradizioni e abitudini

del popolo. Mi piace anche perdermi. Nei

posti.. quando ti perdi, ti godi di più il viaggio.

E ritengo l’avventura adrenalinica...

tanto l’imprevisto c’è sempre, quindi meglio

sapere la data di partenza e di ritorno,

poi il viaggio si fa giorno per giorno. In

Messico volevo fermarmi a San Cristobal

solo 2 giorni e mi son fermata 3 settimane.

Quando trovi un posto che ti cattura è difficile

andarsene. Quindi meglio farsi guidare

dal viaggio e dal cuore.. piuttosto che

aver tutto organizzato.

Visiti le mostre?

Si visito le mostre. Amando l’arte cerco di

vederne più possibili. Ogni volta mi perdo

guardando i quadri. Cerco di capire cosa

voleva esprimere l’artista, penso a cosa

l’ha portato a fare quell’opera.. mi concentro

sui particolari.

Il tuo artista preferito?

Amo gli impressionisti come Van Gogh.

Amo molto anche Frida Kahlo. Son stata

a Città del Messico nella sua casa (casa

Azul) la sua storia mi ha appassionato. Le

sue opere son molto forti e comunicano

bene il suo stato d’animo e arte. Ed è esattamente

questo che mi piace, leggere il

messaggio che ogni opera trasmette. Recentemente

a Parigi ho visto la mostra di

Delacroix che conoscevo poco. Una mostra

bellissima al Louvre e dei quadri che

mi hanno colpito molto. Vorrei poter avere

la stessa dote.. per ora i miei son scarabocchi

, però ogni volta che dipingo, mi estraneo

da tutto , e anche i pensieri brutti, le

ansie spariscono o si trasformano. Per me

è terapeutico. Amo anche i fumetti. Mi

piace Milo Manara. Ultimamente

ho fatto un trittico tratto da Storie

particolari di Manara con l’acquarello

.

Se ti dovessi descrivere in un

quadro… come lo raffigureresti?

Sarei un quadro con pittura a

olio, spatolata. Colori intensi. A

volte malinconici. Non sarei certo

una natura morta. A volte forse mi ritrovo

nel quadro “l’urlo” di Munch.. ma

questo capita a tutti credo. Penso che sarei

tanti quadri insieme, con rapprentati fiori,

mare, cielo, tramonti..che sia un mix di fragilità

e forza. Un pò come sono io.. a volte

molto fragile ed emotiva.. altre testarda,

passionale, istintiva .

Progetti futuri..

Lavorativamente Il film #SelfieMania ..

aspetto i vostri selfie mi raccomando! aiutatemi

a fare un bel film.. e come ho detto

prima, ci vediamo poi tutti al cinema!!

Nella vita.. quello di esser serena, con la

speranza che le persone che Amo siano felici.

Per me è più importante la felicità di

chi amo.. perché la mia è direttamente proporzionale

alla loro. Non saprei se è giusto

o sbagliato.. ma è così.. questa sono io.. Ely

e come scrivo spesso LovEly ..

Special Thanks Ph Pino Leone, outfit Nino Lettieri,

make up Martina Crugliano.


60

www.tornabuoniarte.it

“Sette rose” - 2016 - matita su tavola - cm 150 x 150

Omar Galliani

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 - info@tornabuoniarte.it

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Forte dei Marmi 55042 - Piazza Marconi, 2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeimarmi@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055-2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


MaLÈ e IL SUO

MOZaMBIcO

di Paola Simona Tesio

In mostr a le oper e del l’ar ti st a

A nt onio Malendze (Malè)

d a l 5 m a g g i o a l 9 s e t t e m b r e 2 0 1 8

I n a u g u r a z i o n e s a b a t o 5 m a g g i o a l l e 1 7 . 3 0

M U S E O A F R I C A N O

( v i c o l o Poz z o 1 – Ve r o n a )

Antonio Alberto Malendze

(in arte Malè) è un promettente

artista mozambicano

che si inserisce

nel contesto contemporaneo

con opere dall’elevata

valenza umana ed espressiva,

legate ad un intimo significato esistenziale.

Le sue figure sono generate da

una straordinaria sensibilità e da una ricerca

stilistica connotata da autentici

valori i cui contenuti si caratterizzano

per le suggestive immagini simboliche,

che vanno ricercate ed interpretate nelle

anse della sua sorprendente pittura.

Il mondo di Malè racchiude l’universo

del suo Mozambico e non solo, perché

nella poetica narrazione, che trae linfa

dalle radici delle sue origini, si svelano

intessuti tra le trame del colore, i vissuti

umani universali, che trattengono il

senso metaforico dell’essenza dell’esistenza,

dei rapporti relazionali, dei richiami

alle tradizioni (che emergono

altresì nelle rievocazioni di feste e musica),

nel rispetto dell’altro, nell’elemento

dell’acqua come fonte vitale,

che racchiude il messaggio di buon auspicio

per la prosperità del villaggio, incarnato

nei peculiari “uomini goccia”.

Innumerevoli sono i simboli che si dipanano

tra forme e colori. L’otre, le cui

rotondità richiamano il ventre materno,

implica il concetto della fertilità e della

prosperità, il recipiente rivolto verso

l’alto ha il compito di ricevere un dono,

come quello della pioggia che rievoca

abbondanza: l’acqua è il bene prezioso

per il benessere della comunità.

Persone danzanti e suonatori rammentano

il profondo significato della musica

popolare. Leopold Stokowski nel

saggio “Musica per Tutti” ne descrisse

l’importanza in questi termini: «Ogni

nazione ha la sua musica popolare:

canti e danze che accompagnano le

feste, i riti, il lavoro. […] L’immenso

valore della musica folkloristica risiede

nella sua sincerità, semplicità e

profonda emozione. Spesso la sua origine

non può essere rintracciata, ma


62

noi sappiamo che essa è venuta direttamente

dal cuore e dall’anima di uomini

vicini alla natura e sensibili alla

realtà della vita. […] La musica e le

arti sono nutrimento della mente e

dell’anima». La melodia quindi è una

forma di cultura universale perché, come

suggeriva Stokowski: «Quando le

comunità e le nazioni comprenderanno

l’importanza[…]della musica in esse comincerà

una grande era di evoluzione

umana. Non si potranno forse eliminare

la cupidigia, lo sfruttamento, la concorrenza

spietata, ma la collaborazione tra

gli uomini, la semplicità, la generosità,

l’amore della cultura ne elimineranno i

nefasti effetti e permetteranno di attuare

quanto noi riteniamo giusto, vero e

bello». Questa “Magia della musica”

emerge dalle opere di Malè, dove canti,

suoni, tradizioni, diventano vibrante armonia,

che si esplica nelle note delle intense

pennellate.

Musica che in alcune tele rappresenta

la cura del corpo e dell’anima, la capacità

di accrescere la vitalità individuale

e collettiva, la celebrazione di una nascita

o l’accompagnamento nella morte,

l’impulso al risveglio interiore e la

possibilità di contribuire alla guarigione.

Spesso compare il disegno del piede,

dalle fattezze arcaiche, che indica stabilità

o precarietà a seconda della posizione

in cui è situato. Mentre il saluto,

evidente nelle mani protese verso

l’alto dei soggetti raffigurati, indica un

segno di gratitudine per gli eventi quotidiani

o per i momenti spirituali.

L’Anziano, a cui Malè dedica tutto il

suo rispetto, è la personificazione della

Saggezza in quanto per molte società

mozambicane è portatore di saperi antichi,

tramandati oralmente: un’enciclopedia

vivente. Le opere di Malè ritraggono

e trattengono un mondo: la famiglia,

la cultura, il folklore, la società,

le origini, ma anche il triste e drammatico

emigrare dal proprio amato paese.

L’emigrazione racchiude un sentimento

connotato da speranza e tristezza che

emerge nell’opera in cui sono ritratti

dei giovani in cammino, che si dirigono

verso un futuro ancora ignoto, fiduciosi

verso il domani ma consci dell’abbandono

della propria terra natia,

metaforizzata in lontananza dal profilo


di una casa del villaggio, dove sull’uscio

presenzia la madre con un figlio

piccolo. Lo sguardo della donna si dirige

amaramente lontano; la linea dell’orizzonte

si traduce in questo volgersi

altrove, mentre i colori della terra

brillano delle tonalità africane, rammentando

le origini e l’appartenenza

alle proprie radici.

In alcune scene l’artista focalizza la

sua attenzione sui valori comunitari,

che riguardano il concetto della famiglia

come centralità del nucleo umano

in cui si sviluppano i presupposti della

condivisione e del rispetto per l’altro.

La comprensione e l’ascolto sono aspetti

fondamentali della sua ricerca

estetica ed etica: emergono come rapporto

dialogico tra gli individui, nel

convivere della comunità, nelle persone

del villaggio che si riuniscono nel

rispettoso silenzio accanto all’anziano

portatore di saggezza che tramanda con

la sua voce gli insegnamenti non

scritti.

Il parto o la gravidanza compaiono con

straordinaria potenza espressiva nelle

raffigurazioni e sono connessi ai cicli

della natura e dell’esistenza che si rinnovano

perpetuamente: l’archetipo della

Vita/Morte/Vita.

L’estetica di Malè potrebbe definirsi

“surrealismo simbolico materico”, per

la sua peculiare capacità di strutturare

materiali di riciclo e pigmenti miscelati

alla terra, alla sabbia e agli scarti del

legno. Le ardue condizioni di vita, soprattutto

all’inizio della sua carriera,

l’hanno costretto a dipingere su tele di

qualsiasi tipo, cucite insieme con una

perizia sbalordiva, quasi fossero tasselli

di ricordi. Malè su questi supporti

poveri (cerate di ospedali, lenzuola lacerate,

stoffe e stracci consunti) fonde

i suoi cromatismi creando innovativi

elementi che si condensano come strati

di pensiero perché, come egli stesso

sottolinea: «La ricchezza nell’essere

povero sta nel poter dipingere valori

puri». Purezza che dona un’ulteriore

dimensione di spiritualità e diviene immanenza

nell’incontro con la tensione

umana ed emotiva. Una pittura carica

di potenza scultorea, svelata dalla corposità

e pienezza della materia che si

fa dialogo nella capacità di rievocare la

realtà terrena e nella finalità umana


64

del costruire, pigmento su pigmento,

quel mondo gravido di valori.

Malè è un uomo libero, che è stato capace,

nel suo intenso percorso, di svincolarsi

dalle scuole d’arte più diffuse a

Maputo, in Mozambico, definite rigide

e “filogovernative”, riuscendo a trovare

uno stile straordinariamente originale

ed unico. Nel 2009 stringe una

stretta e duratura amicizia e collaborazione

con i membri dell’associazione

di promozione interculturale “African

Art Gate” con sede a Brescia, che hanno

organizzato numerose esposizioni,

occupandosi della diffusione del suo

operato artistico. Come sottolinea il

fondatore Riccardo Del Barba: «Il nostro

compito è di diffondere l’arte africana

attraverso i valori e la cultura dei

popoli. Abbiamo iniziato a promuovere

l’artista Antonio Alberto Malendze,

detto Malè, realizzando esposizioni e

progetti con lo scopo di sensibilizzare

adulti e bambini ai temi trattati nelle

sue opere: l’acqua, la terra, la comunità

ed i valori africani. African Art Gate

non è fine a se stessa ma è arte come

sviluppo culturale, strumento per arrivare

ai valori umani, opportunità e progresso».

Un tempo il poeta e teorico André Breton

(a sua volta influenzato da Freud)

aveva dato impulso al movimento surrealista

sottolineando l’importanza del

sogno e dell’inconscio; Malè crea tele

ed ambienti carichi di speranza e ci

dice che la dimensione del sogno è un

orizzonte possibile, insegnando che si

possono ancora contemplare con stupore

l’uomo ed il suo mondo.

Info:

Museo africano

Missionari Comboniani

vicolo Pozzo 1, 37129 Verona

Tel. 045-8092199

info@museoafricano.org

Orari esposizione:

da martedì a venerdì 9-12.30, 14-17

sabato 9.30-12.30, I e III domenica

di ogni mese 15-18.

Chiuso il lunedì.

Associazione African Art Gate

Contatti: Riccardo Del Barba

Tel: 328 6345691

www.africanartgate.it

Artista Malè

www.antoniomalendze.it


www.tornabuoniarte.it

“Dees” - 1965 - acrilico su tela - cm 77 x 47

Victor Vasarely

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66

Il pensiero simbolista

attraverso i suoi artisti

di Francesco Buttarelli

-

T

ra le grandi meraviglie dell’antichità,

pittoriche e scultoree,

un posto di rilievo

spetta necessariamente alle

due opere entrambe appartenenti

al patrimonio culturale etrusco: “Il

Sarcofago degli Sposi di Cerveteri

e la Tomba degli Auguri di Tarquinia”.

Visitare questi luoghi, suscita

in ogni estimatore di arte, stupore,

meraviglia e desiderio di intraprendere

un viaggio a ritroso nel tempo

per rivivere lo splendore ed il sogno

che gli etruschi ci hanno tramandato.

Il Sarcofago degli Sposi nel suo insieme

è oggi classificato come reperto

archeologico della civiltà e-

trusca databile tra il 520 ed il 510

a.C. Il capolavoro è conservato nel

Museo Nazionale Etrusco di Villa

Giulia a Roma ed è considerato come

una delle opere arcaiche etrusche più

celebrate e conosciute, sia per l’alta

qualità artistica e sia per il numero

esiguo delle sculture che la civiltà

etrusca ci ha lasciato. Il complesso

venne ritrovato, insieme ad un altro

manufatto molto somigliante conservato

nel Museo del Louvre, durante

gli scavi effettuati nella seconda

metà dell’Ottocento presso la necropoli

della “Banditaccia” a Cerveteri.

Il nome e l’aspetto possono trarre in

inganno il visitatore, poiché il sarcofago

non segue una linea tradizionale

come i sarcofagi dell’antico Egitto

ove le salme mummificate vi venivano

adagiate. Attraverso un’indagine

ravvicinata si evidenzia la presenza

di una grande urna cineraria

destinata a contenere i resti di due

persone. Evidenti tracce di pittura dimostrano

che in origine l’opera era

completamente colorata. Proseguendo

l’esame del complesso deduciamo

che i due coniugi sembrano intenti

ad un banchetto. Sdraiati e semidistesi

su un “Triclinio” elegante munito

di materasso coperta e cuscino.

L’uomo si presenta atletico, a busto

nudo e a piedi scalzi, i suoi capelli

sono lunghi e la sua barba ben curata.

Il braccio destro è poggiato affettuosamente

sulla spalla della moglie

che indossa una lunga veste ed

un mantello. La donna calza eleganti

scarpine a punta (le donne etrusche

attribuivano molta importanza ai

sandali ed alle calzature in genere, la

visione di un piede femminile curato

era alla base del concetto di eleganza);

i suoi capelli, divisi in trecce,

sono in parte coperti da un copricapo

particolare chiamato “Titulus”,

un berretto con orlo ripiegato.

Le mani degli sposi sono vuote, ma

sicuramente un tempo dovevano sorreggere

oggetti conviviali. La parte

inferiore dei corpi si presenta schiacciata

e rigida così da modificare e


sfalsare la simmetria nella sua composizione

che vede spostato tutto il

peso sulla parte destra interrompendo

l’equilibrio della scena. Gli

sposi sorridono ed hanno un atteggiamento

naturale, domestico, e sembrano

voler comunicare l’amore che

li unisce. Anche la gestualità mostra

un sentimento rispettoso di coppia

che si coglie dalla serenità dei volti,

dai gesti pacati e dal particolare intreccio

delle mani; tutto ciò grazie

all’immenso talento dell’artista, capace

di cogliere un intero scrigno di

sentimenti facendolo giungere sino a

noi.

La Tomba degli Auguri di Tarquinia

rappresenta un ciclo pittorico che

unisce il rituale funebre con giochi

sportivi. La decorazione parietale fu

realizzata attraverso un affresco da

un pittore di scuola greca tra il 540

ed il 530 a.C. Il complesso può essere

annoverato nell’ambito del pensiero

culturale che realizzò “La

Tomba dei Giocolieri e la Tomba

delle Olimpiadi”. Le pareti della

tomba illustrano scene tratte dalla

celebrazione di giochi funebri organizzati

secondo l’usanza etrusca in

onore del defunto.

L’autore dipinse le figure seguendo

la linea precisa dell’anatomia dei

corpi. Sulla parete di fondo è presente

la porta a due battenti, simbolo

del passaggio dal mondo dei vivi al

luogo dei morti. Sulla parete destra

è ritratto un uomo dalla veste purpurea,

in rappresentanza del mondo politico

e giuridico, il suo sguardo è

rivolto alla

porta dell’Ade

e sembra voler

salutare il viaggio

del defunto.

Nella stessa

parete è dipinto

un giudice

di gara impegnato

a controllare

due lottatori

che gareggiano.

L’ultimo affresco

è dominato

da una lotta tra

belve feroci ed un antesignano dei

gladiatori ; “Il Phersu”.

Un altro Phersu, sulla parete di sinistra

è intento a danzare, mentre altri

personaggi incappucciati risultano

non identificabili a causa dell’incuria

del tempo.

La tomba, nell’atmosfera magica che

avvolge il visitatore, sembra anticipare

temi di narrazione temporali

che saranno evidenziati nell’arte dei

secoli successivi.


68

Elvino Echeoni

D

o

Galleria Il Mondo dell’Arte

00172 Roma - Via dei Castani, 193

Tel. 06 3207683

www.ilmondodellarte.com

info@ilmondodellarte.com

palazzomargutta@gmail.com


ANTONIO SALINARI

MOSTRA PERSONALE DAL 23 MAGGIO AL 5 GIUGNO 2018

“IL vIAGGIO”

“Il viaggio” - 2017 - vari legni certificati (uno per continente) - cm. 110 x 80 x 50

La mostra di Antonio Salinari rappresenta un itinerario cronologico fatto di diverse fasi evolutive, dall’approfondimento della

tecnica alla testimonianza, dai valori precari alle piccole utopie, e sottintende un progetto in continua trasformazione suddiviso

in tre categorie di ricerca: il valore culturale, l'innovazione estetica e la qualità. Il legno è il vero protagonista, elemento iconografico

nell’iter scultoreo dell’artista, evidenzia una manualità di notevole sapienza e una valenza simbolica non comune.

Le ultime creazioni intitolate “Le Muse dell’inconscio”, bassorilievi in multiessenza da cui egli trae linfa per una composizione

moderna, vivono di ricorrenti messaggi: ogni frammento di legno simboleggia un continente e assume valore di unità verso

popoli e culture. Idee, intuizioni, fantasie e stati d’animo permettono ad Antonio Salinari di realizzare opere che riassumono

vicende attuali, frammenti di memoria, utopie e simboli del nostro mondo interiore. Opere capaci di cogliere il legame profondo

tra l’arte e il significato dell’esistenza umana: ci fanno riflettere e sperare in un futuro sostenibile sia per l’ambiente

naturalistico che per l’apertura culturale che l’uomo rischia di perdere e di dimenticare.

Monia Malinpensa (Art Director- Giornalista)

MOSTRA PERSONALE A CURA DI MONIA MALINPENSA

REFERENZE E QUOTAZIONI PRESSO LA MALINPENSA GALLERIA D’ARTE by LA TELACCIA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

w w w . l a t e l a c c i a . i t - i n f o @ l a t e l a c c i a . i t

ORARIO GALLERIA: DAL MARTEDI AL SABATO DALLE 10,30 ALLE 12,30 - 16,00 ALLE 19,00


70

“due minuti di arte”

In due minuti vi racconto la storia

di albrecht Dürer,

il primo artista tedesco

di Marco Lovisco

www.dueminutidiarte.com

Albrecht Dürer

Il cavaliere, la-morte, il diavolo

Èuno degli eventi artistici più

importanti di questi primi mesi

del 2018. Al Palazzo Reale di

Milano, fino al 24 giugno in

mostra uno dei grandi dell’arte

europee, Albrecht Dürer, capace

di reinventare il rapporto tra creatore ed

opera d’arte, riunendo teoria e prassi in

capolavori di incontestabile valore.

Nelle sale del più importante palazzo espositivo

milanese, circa 130 opere tra cui 12

dipinti dell’artista fiammingo, in dialogo

con quelle di maestri tedeschi e italiani del

XVI secolo, come Giorgione, Leonardo da

Vinci, Mantegna o Lucas Cranach. Un

evento da non perdere. Per questo oggi vi

racconto la storia di Dürer e del perché, può

considerarsi il primo artista tedesco di

sempre.

1. Albrecht Dürer (Norimberga 1471 –

1528) è stato uno dei maggiori rappresentanti

del rinascimento nordeuropeo.

Incisore, disegnatore, pittore e letterato, è

considerato tra i più grandi artisti tedeschi

di sempre.

2. Terzo di otto figli dell’orefice Albrecht

Dürer “Il vecchio” e di sua moglie Barbara

Holper, mosse i primi passi nel mondo dell’arte

nella bottega paterna, dove apprese la

tecnica dell’incisione. La sua formazione

artistica vera e propria avvenne tra il 1490

e il 1494, lavorando in varie nazioni: dalla

Germania all’Olanda, fino alla Francia e

alla Svizzera. Quando rientrò a Norimberga,

a ventitré anni, sposò Agnes Frey,

discendente di una famiglia locale ricca e

potente. Subito dopo il matrimonio però,

Dürer partì da solo

alla volta di Venezia

per andare a studiare

i maestri dell’arte italiana.

Ritornò da Agnes

un anno dopo e, grazie

alla cospicua dote

dell’amata, aprì una

bottega di artista a

Norimberga.

3. Dürer subì a lungo

il fascino dell’arte

italiana. Nel suo primo

viaggio a Venezia

(a cui ne seguì un

secondo nel 1505) rimase affascinato dalle

opere di Giovanni Bellini, da cui riprese la

vivacità dei colori e l’attenzione al dettaglio,

evidenti nel dipinto I quattro a-

postoli. Altro punto di riferimento per

l’artista tedesco fu anche il grande Leonardo,

di cui Dürer pare amasse l’approccio

all’arte teorico e naturalistico e da

cui trasse la consapevolezza che l’artista è

molto più di un semplice artigiano, concetto

impensabile nel nord Europa del XVI

secolo.

4. Oltre che grande artista, Dürer fu anche

un lungimirante imprenditore. Quando si

rese conto che le sue stampe incontravano

il gusto del pubblico e che fossero facilmente

riproducibili, cominciò a lavorare

autonomamente (e non su commissione) su

soggetti che potessero piacere al suo pubblico

di riferimento, in modo da produrre

in serie opere d’arte che diventarono pregiati

complementi di arredo nelle case dei

ricchi borghesi. In pratica con lui mutò un

principio di base del mercato dell’arte dell’epoca:

l’artista studiava il mercato per

anticiparne le richieste. Aveva anticipato

con secoli di anticipo i principi del marketing.

Altro particolare: Dürer fu sempre

molto attento al “copyright” delle sue

opere, tanto da richiedere all’imperatore un

atto apposito che tutelasse la sua firma.

5. Personaggio influente del suo tempo,

Dürer fu attento alle vicende politiche e

sociali della sua epoca. Una delle sue opere

più famose infatti, Il cavaliere, la morte e

il diavolo, secondo alcuni critici evidenzia

la crisi del mondo cattolico (il cavaliere),

tentato dalle lusinghe della ricchezza e del

potere (il diavolo). L’opera è del 1513, nel

1517 Lutero affiggerà a Wittenberg le sue

tesi che daranno vita alla religione protestante.

6. Anche un’altra opera di Dürer assume un

importante valore simbolico: si tratta del-


Albrecht Dürer - Ritratto di giovane Veneziana

Albrecht Dürer - Melancholia

l’Autoritratto con pelliccia (realizzato nel

1500). Nel dipinto il volto dell’artista somiglia

a quello del Cristo. Il paragone poteva

apparire blasfemo, ma in realtà l’artista

precisò che con quella somiglianza voleva

dimostrare come tutti gli uomini fossero

stati creati ad immagine di Dio. A prescindere

dall’importanza simbolica del dipinto,

noi oggi possiamo ammirare il tratteggio

e l’ombreggiatura che, uniti all’attenzione

al dettaglio e alla riproduzione

della realtà sono tratti distintivi dell’arte di

Dürer.

7. La riproduzione fedele della natura del

resto, sarà uno dei tratti distintivi dell’arte

di Dürer. Una delle sue opere più celebre è

quella del Leprotto, tanto preciso da sembrare

una fotografia. Nel 1515 invece realizzò

una bellissima stampa di un rinoceronte,

nonostante l’artista non ne avesse

mai visto uno. Per realizzarlo si era infatti

basato su di una descrizione e un fugace

schizzo che un uomo di affari di Lisbona

aveva inviato a un amico di Norimberga.

Pare infatti che il re del Portogallo avesse

nel suo giardino un rinoceronte, dono del

sultano di Cambray. Questo aneddoto spiega

l’approccio all’arte di Dürer, rigoroso e

scientifico, eredità del maestro Leonardo,

probabilmente.

8. Negli ultimi anni di vita, Dürer mise per

iscritto le sue teorie legate all’arte in vari

trattati in cui affrontò temi come: la prospettiva,

le proporzioni del corpo umano,

l’astronomia e architettura. L’obiettivo era

quello di nobilitare la figura dell’artista

come uomo di pensiero oltre che di tecnica,

differenziandola così da quella del semplice

artigiano.

9. Nel 1520 Dürer si recò nei Paesi Bassi

per assistere all’incoronazione dell’imperatore

Carlo V. Nel corso del viaggio si

ammalò gravemente (forse di malaria). Tale

malore lo tormentò fino agli ultimi giorni

di vita, causandone la morte nel 1528, a soli

57 anni.

10. Dopo la sua morte Lutero scrisse “È

naturale e giusto piangere per un uomo così

illustre”. Riverito e apprezzato, nel XIX

Albrecht Dürer - Granchio di mare

secolo in tutta la Germania sorsero statue

dell’artista, la più famosa si trova nel

centro di Norimberga. Persino Hitler adorava

le opere del maestro tedesco, tanto da

avere nel suo studio una copia originale de

Il cavaliere, la morte e il diavolo. Pare che

l’artista nazista Hubert Lanzinger, per o-

maggiare il fürer avesse preso spunto

dall’opera per realizzarne una copia, a cui

aveva aggiunto un dettaglio: il cavaliere

aveva il volto di Hitler. Baffi compresi.


Canaletto

1697 – 1768

a cura di Silvana Gatti

Bernardo Canal (1673-1744) e Canaletto (1697-1768) Santa Maria d’Aracoeli e il Campidoglio, Roma 1720 ca. olio su tela, cm 146,5 x 200

Budapest, Szépmúvészeti Múzeum/Museum of Fine Arts, 53.483 © 2018. Szépművészeti Múzeum - Museum of Fine Arts Budapest

Dall’11 aprile al 19 agosto 2018 al museo di Roma, Palazzo

Braschi, si tiene la mostra “Canaletto 1697 – 1768” promossa

dall’assessorato alla cultura di Roma Capitale con

l’organizzazione dell’associazione culturale MetaMorfosi,

presieduta da Pietro Folena, in collaborazione con Zetema

progetto Cultura e a cura di Božena Anna Kowalczyk.

L’

esposizione, nella spettacolare

cornice delle sale di

Palazzo Braschi, celebra il

250° anniversario della morte

del pittore veneziano,

con sessantotto tra dipinti e disegni e

documenti, di cui alcuni fissati nella

memoria collettiva. Tutti ricordano

almeno un’immagine di Venezia, dipinta

dal Canaletto, riprodotta sui

vecchi sussidiari delle scuole elementari.

Le opere in mostra provengono

da alcuni tra i più importanti musei

del mondo, tra cui il Museo Pushkin

di Mosca, il Jacquemart-André di Parigi,

il Museo delle Belle Arti di Budapest,

la National Gallery di Londra

e il Kunsthistorisches Museum di

Vienna. Presenti anche alcune opere

conservate nelle collezioni britanniche

per le quali sono state appositamente

create, e altre provenienti dai

musei statunitensi di Boston, Kansas

City e Cincinnati. Tra le istituzioni

museali italiane hanno prestato le

loro opere: il Castello Sforzesco di

Milano; i Musei Reali di Torino; la

Fondazione Giorgio Cini. Istituto per

il Teatro e il Melodramma e le Gallerie

dell'Acca- demia di Venezia; la

Galleria Borghese e le Gallerie Nazionali

d'arte Antica Palazzo Barberini

di Roma.

Un evento di portata nazionale e internazionale,

confermato dall’interesse

di Sky Art, che sta producendo


74

Canaletto (1697-1768) Il Chelsea College, la Rotonda, casa Ranelagh e il Tamigi, Londra 1751 olio su tela, cm 95,5 x 127

La Habana (Cuba), Coleccion Museo Nacional de Bellas Artes, 92-289

un documentario su “Canaletto 1697

– 1768”, e di Vittorio Sgarbi, presente

all’inaugurazione della mostra.

Il percorso attraverso le sontuose sale

di palazzo Braschi, concepito come

un vero e proprio dossier sulla personalità

e la creatività di Canaletto, si

snoda attraverso otto sezioni che raccontano

il suo rapporto con il teatro,

il capriccio archeologico ispirato alle

rovine dell’antica Roma, i primi successi

a Venezia, gli anni d’oro, il rapporto

con i suoi collaboratori e l’atelier

e la presenza del nipote Bernardo

Bellotto (con alcuni precisi confronti

tra le versioni del maestro e dell’allievo

della stessa veduta), le vedute di

Roma e dell’Inghilterra, gli ultimi

fuochi d’artificio al ritorno a Venezia.

Completano il percorso espositivo alcuni

documenti dell’Archivio di Stato

di Venezia

Una mostra che svela al visitatore la

personalità creativa, sensibile e innovativa

di un artista che ha rivoluzionato

il genere della veduta, fino allora

ritenuto secondario, elevandolo al rango

di pittura di storia e di figura, emblema

degli ideali scientifici e artistici

del periodo dell’illuminismo.

Il racconto della sua vita artistica è interessante,

e parte dalla giovinezza tra

Venezia e Roma come uomo di teatro

e impetuoso pittore di rovine romane,

sino al successo ottenuto in seguito in

qualità di pittore delle vedute veneziane.

Decretano il successo internazionale

le commissioni degli ambasciatori

stranieri, con grandi tele che

raffigurano le feste della Serenissima

in loro onore. Molto bello a tal proposito

il magnifico “Bucintoro di ritorno

al Molo il giorno dell’Ascensione”

proveniente dal Museo Pushkin. Le

luminose vedute di Venezia, ricche di

dettagli architettonici e di scene di vita

quotidiana, accendono l’entusiasmo

dei turisti inglesi del Grand Tour

che li richiedono come souvenir del

viaggio. Non mancano, tuttavia, e-

venti imprevisti: a Londra il Canaletto

deve pubblicare annunci sui giornali

per contrastare alcune voci denigratorie

nei suoi confronti e, tornato a Venezia,

viene eletto accademico delle

Belle Arti con difficoltà. Infine, come

accade a molti geni, la morte lo coglie


Canaletto (1697-1768) Il ponte di Rialto da Nord, Venezia 1725 olio su tela, cm 90,5 x 134,6 Torino,

Pinacoteca del Lingotto Giovanni e Marella Agnelli © Pinacoteca del Lingotto Giovanni e Marella Agnelli, Torino

in povertà.

Tra i capolavori in mostra, oltre al dipinto

proveniente dal Museo Pushkin,

spiccano due opere della Pinacoteca

Gianni e Marella Agnelli di Torino:

“Il Canal Grande da nord, verso il

ponte di Rialto”, e “Il Canal Grande

con Santa Maria della Carità”, esposti

per la prima volta assieme al manoscritto

della Biblioteca Statale di Lucca

che ne illustra le circostanze della

commissione e della realizzazione.

Una sala ricca di prestiti eccezionali

- dal museo di Cincinnati e da collezioni

private - è dedicata alle vedute

di Roma che Canaletto realizza negli

anni della maturità, partendo dai propri

disegni preliminari o dalle stampe

di Desgodets, Falda, Specchi e Du Pérac,

alcune delle quali sono raccolte

negli album provenienti dal Museo di

Roma.

Tra i dipinti, vanno menzionate le due

parti di un’unica, ampia tela, raffigurante

Chelsea da Battersea Reach, tagliata

prima del 1802 e riunita in

questa mostra per la prima volta. La

parte sinistra proviene da Blickling

Hall, National Trust, Regno Unito,

quella destra dal Museo Nacional De

Bellas Artes de la Habana, eccezionalmente

concessa in prestito dal governo

cubano.

Accanto ai dipinti sono esposti 9 disegni,

dai piccoli studi preparatori a

grandi fogli accuratamente rifiniti e

destinati ai più raffinati collezionisti

o a essere incisi, come “L’incoronazione

del doge sulla Scala dei Giganti”,

della serie delle Solennità dogali,

concesso in prestito da Jean-Luc

Baroni Ltd. di Londra.

Viene presentata la sua intera parabola

come pittore e disegnatore per

definirne le diverse fasi tecniche e stilistiche:

dalla maniera libera e drammatica

delle prime opere - sulle quali

si è posto un accento particolare - alle

immagini più affascinanti di Venezia

e a quelle eleganti del soggiorno di

nove anni in Inghilterra. Si passa poi

ai suoi tardi, sofisticati capricci, tipico

genere della pittura veneziana

del XVIII secolo con architetture fantastiche

e creazioni prospettiche accostate

a elementi reali o, ancora, a

moderni edifici provenienti da diffe-


76

Canaletto (1697-1768) Il Canal Grande con Santa Maria della Carità, Venezia olio su tela, cm 89,5 x 131,4 Torino,

Pinacoteca del Lingotto Giovanni e Marella Agnelli © Pinacoteca del Lingotto Giovanni e Marella Agnelli, Torino

renti realtà urbane o diverse epoche

storiche. Il primo Capriccio del Canaletto,

del 1723, rappresenta la Piramide

Cestia di Roma accanto alla cinquecentesca

Basilica del Palladio di

Vicenza; il suo noto Capriccio palladiano

(seconda metà del ‘700) raffigura

storici edifici palladiani inseriti

in ambito veneziano. Sono quadri che

sembrano anticipare la suggestione

della pittura metafisica del XX secolo,

ben distanti, quindi, dal concetto stereotipato

del Canaletto fotografo, come

sostenevano frettolosamente alcuni

critici.

In occasione dell’esposizione viene pubblicato

un ricco ed esaustivo catalogo,

edito da Silvana Editoriale e a cura di

Bożena Anna Kowalczyk, che include

alcuni saggi sull'artista e la sua opera,

presentando al pubblico e agli studiosi

gli esiti delle più recenti ricerche storiche

e archivistiche, così come i risultati

degli studi sulla sua tecnica e il

suo metodo di lavoro. Un artista da riscoprire,

attraverso questa mostra e-

saustiva che soddisferà molte delle

curiosità dei visitatori.

Dal 11/04/2018 al 19/08/2018

Dal martedì alla domenica dalle

ore 10 – 19 (la biglietteria chiude

alle 18). Giorni di chiusura:

lunedì, 1 maggio

Prezzo:

Biglietto “solo mostra”: intero € 11;

ridotto € 9; Speciale Scuola € 4 ad

alunno (ingresso gratuito ad un docente

accompagnatore ogni 10

alunni); Speciale Famiglia: € 22

(2 adulti più figli al di sotto dei

18 anni) Biglietto integrato

Museo di Roma + Mostra (per

non residenti a Roma): intero

€ 17; ridotto: € 13 Biglietto integrato

Museo di Roma + Mostra

(per residenti a Roma): intero

€ 16; ridotto € 12 - Gratuito per

le categorie previste dalla

tariffazione vigente


gli artisti dipingono

le canzoni di Franco Califano

GIOVaNNI MaNZO

“Quattro regine e quattro re”

ERIca caMPaNELLa

“Roma nuda”

ELISaBETTa MaNGHI

“Alla faccia del tuo uomo”

“HERIka” Enrica Verdinelli

“Amazzone di ieri ”

dal 19 maggio al 3 giugno 2018 al Porto turistico di Roma

Galleria Ess&rrE

Porto Turistico di Roma - 00121 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - loc. 876

cell. 329 4681684 - www.accainarte.it - acca@accainarte.it

galleriaesserre@gmail.com


78

Nel segno della Musa

Le interviste di Marilena Spataro

“Ritratti d’artista”

Maestri del ‘900

GIaNNI GUIDI

Un mondo fantastico abitato

da simboli, immagini surreali,

archetipi. Tra pittura e scultura

alla ricerca del

senso dell'esistere

marilena.spataro@gmail.com

Il gioco della perla, 2007, terra refrattaria

Bolognese di nascita, ferrarese

d'adozione. Gianni Guidi, classe

1942, testimone e protagonista

dei fermenti artistici e culturali

che hanno attraversato l'Italia

negli ultimi 50 anni. Come era il

mondo dell'arte, maestro, agli esordi

della sua carriera artistica?

«Il mondo dell’arte negli anni della mia

giovinezza era carico di suggestioni e

molteplici sollecitazioni artistiche, poiché

le avanguardie del ‘900 avevano determinato

una fascinazione estetica e formale

di grande impatto. Intrecci culturali quali

psicanalisi, letteratura e archetipi dell’immaginario

erano entrati in forze nel pensiero

del tempo».

Quali sono i momenti, le situazioni e i

personaggi del tempo più rappresentativi

e che ricorda con maggiore emozione?

«Il grande dibattito del tempo verteva su

astrazione e figurazione. In questa dialettica

e nella molteplicità dei personaggi

prodotti dall’arte del ‘900 le figure che ricordo

con suggestione sono Paul Klee

nella sua regressione fantastica e favolistica,

Sebastian Matta per l’immaginazione

surreale narrata in termini naturalistici».

Gianni Guidi pittore e scultore. Che

rapporto intercorre tra queste due figure

nel suo modo di concepire e di

fare arte?

«Il rapporto che intercorre tra queste due

attitudini è un rapporto di complementarietà:

la fissità enigmatica nella suggestione

plastica e l’istanza paesaggistica

surreale nella pittura, dotata di libertà narrativa».

Dagli anni '80 la sua attenzione si è

concentrata soprattutto sulla scultura,

tuttavia negli ultimi tempi sembra esserci

un ritorno alla pittura. Quali i

motivi di queste scelte?

«Il ritorno alla pittura è nato dal desiderio

di ritrovare l’origine del mio percorso.

Una sorta di curiosità, dopo un arco di decenni,

in cui ho sperimentato l’arte della

scultura: cosa poteva aver determinato,

oltre al cambio epocale, quell’espe-


Diapason, 2003, terra refrattaria

rienza? Poteva aver dialogato tacitamente

con il mondo di colori e luci che vivevano

nella pittura?».

Qual è la visione del mondo che desidera

trasmettere con le sue opere?

«Il mondo, la vita, l'umanità costituiscono,

nella loro sostanza, un mistero a

cui quotidianamente siamo abituati, assuefatti,

ma non per questo smettono di

essere mistero. Perciò quello che trasmetto

è un mondo trasfigurato da simboli,

immagini surreali e archetipiche, nel

tentativo di rintracciare significati sempre

sfuggenti».

Quali le motivazioni esistenziali più

profonde da cui prende le mosse il suo

lavoro artistico?

«La scelta di intraprendere gli studi d'arte

è probabilmente molto lontana nel tempo.

Potrei azzardare che l'attitudine al segno

e all'immagine visiva ha avuto inizio nell'infanzia,

grazie a casualità fatali: una

scuola particolare, una maestra particolare

e attorno a me animali, insetti e

piante che amavo disegnare. Forse sono

proprio le casualità che rivelano attitudini

e segnano le svolte esistenziali. Cosa c'è

di più profondo?».

Pensa che l'arte oltre che una funzione

estetica abbia pure una funzione etica?

«Oggi con funzione estetica intendiamo

una sorta di riferimenti molto ampi sì, ma

delimitati alla forma e al “bello”; anche

le mode hanno un contenuto estetico.

Questo può generare confusione, sostituirei

l'aggettivo estetica con poetica, perchè

l'arte dovrebbe sempre rimandare a contenuti,

idee, soggetti significativi. Forse

non tutta l'arte oggi è capace di “pensiero”,

ma io lo ricerco. Questo pensiero

potrebbe condensarsi nell'etica, cioè in

ciò che è bene e male; per quanto mi riguarda

il bene è nella conoscenza».

Quali i principali valori di riferimento

per un artista nella contemporaneità?

«Se guardiamo alla contemporaneità

senza ipocrisie e ideologie - per loro natura

false - è evidente che i valori attuali

sono circoscritti all'economia, al denaro,

agli affari, al successo. Di fronte a questo

panorama di non valori, mi sento estra-


80

Lapis, 2011, terra cotta patinata

Metamorfosi, o puro trascendente?, 2012, terra cotta patinata

Campana, nota fa mattino, 2008, legno e gesso

Il salto, 2010, terra cotta patinata

neo, non so se in quanto o per indole».

A proposito di contemporaneità, lei

come vive il mondo delle arti visive di

oggi. Ci sono aspetti che si sente di condividere

di più e altri di meno?

«Sì, esistono aspetti non condivisibili nel

nostro mondo. Nella contemporaneità

molte opere fanno parte di un esibizionismo

effimero, che ha rinunciato alla tradizione,

cioè a quella continuità che è

l'unico appiglio per non abbandonare il

filo d'oro della conoscenza».

Per i suoi lavori scultorei quali sono i

materiali e le dimensioni che preferisce

adottare?

«Il materiale con cui lavoro è l'argilla, per

la sua duttilità e per l'attitudine mutante.

Mi piace pensare che la creta sia la metafora

stessa della creazione divina».

C'è un periodo storico, un ambiente

letterario, poetico, artistico del passato,

da cui si sente ispirato e di cui percepisce

la vicinanza?

«Prediligo la letteratura classica tra '800

e '900 prevalentemente straniera, per fare

qualche esempio autori come Honoré de

Balzac, Thomas Mann, Lous Fernand Céline.

Per quanto riguarda l'arte delle avanguardie

storiche, che sono state importanti

all'inizio della mia formazione,

sento ancora l'impronta. Ma oggi guardo

con ammirazione e interesse le opere e gli

autori del passato».

Nel presente ci sono figure e ambienti

artistici cui si sente identitariamente legato

e/o motivazionalmente affine?

«Non so se il destino ha scelto per me o

io ho selezionato persone e ambienti a cui

sento di appartenere. So che mi sono allontanato

da gallerie e gruppi non affini

alla mia visione poetica. Il mio ambiente

artistico è costituito da amici con cui condividere

idee e attività».

Come si è evoluta la sua arte nel tempo.

Se dovesse scegliere tra l'artista Gianni

Guidi di ieri e quello di oggi chi sceglierebbe?

«Senza dubbio scelgo l’artista che sono

oggi perché i principi estetici, forse posso

dire filosofici, si sono definiti, superando

gli influssi delle varie correnti artistiche.

Oggi sono più vicino alla mia unicità che

è uno dei significati importanti della ricerca».


gli artisti dipingono

le canzoni di Franco Califano

cONTE - Luigi colombi

“Non escludo il ritorno”

GIORGIO GOST

“Tutto il resto è noia”

aNDREa GREcO

“È la malinconia”

S. V. kELLY

“Un tempo piccolo”

dal 19 maggio al 3 giugno 2018 al Porto turistico di Roma

Galleria Ess&rrE

Porto Turistico di Roma - 00121 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - loc. 876

cell. 329 4681684 - www.accainarte.it - acca@accainarte.it

galleriaesserre@gmail.com


82

MOSTRE D’ARTE in iT

A cura di Silvana Gatti

BERGAMO

GAMEC

Fino al 6 Maggio 2018

R A F F A E L L O

A Bergamo la mostra della Fondazione Carrara

dedicata a Raffaello, con quattordici

opere a confronto con lavori di Picasso, Giulio

Paolini e Vanessa Beecroft. La mostra

ruota attorno al San Sebastiano dal volto

dolce e adolescenziale, dipinto da Raffaello

appena diciottenne. L’esposizione, a cura di

Cristina Rodeschini, Emanuela Daffra e Giacinto

Di Pietrantonio, parte dal periodo di

formazione del maestro urbinate, con questo

dipinto, donato all’Accademia nel 1866 dal

conte Guglielmo Lochis. Il percorso inizia

con la sezione “Raffaello, giovane magister”

con la Madonna Diotiallevi di Berlino ed il

Ritratto di Elisabetta Gonzaga degli Uffizi.

Sono poi riunite tre componenti della Pala

Colonna (dal Metropolitan Museum of Art

di New York, dalla National Gallery di Londra

e dall’Isabella Stewart Gardner di Boston)

e tre componenti della Pala del beato Nicola

da Tolentino (dal Detroit Institute of Arts e

dal Museo Palazzo Reale di Pisa). Si prosegue

con opere di Perugino, Pintoricchio, Signorelli.

Infine, il racconto si sviluppa in due sezioni,

la prima ottocentesca e la seconda

dedicata al contemporaneo. Citazioni, rivisitazioni

iconografiche, tra gli altri di Giorgio

de Chirico e Picasso. Fino a documentare

l’influenza di Raffaello nella ricerca odierna

nei “d’après” di Luigi Ontani, Salvo, Christo,

Francesco Vezzoli, Vanessa Beecroft e di

Giulio Paolini che ha realizzato Studio per

Estasi di San Sebastiano, non in mostra alla

GAMeC, ma ospitato nello spazio occupato

solitamente nell’Accademia Carrara dall’originale,

punto d’arrivo della mostra.

BOLOGNA

P A L A Z Z O A L B E R G A T I

D a l 2 4 M A R Z O 2 0 1 8

Fino al: 9 Settembre 2018

G I A P P O N E – S T O R I E

D ’ A M O R E E D I G U E R R A

Geisha e samurai, belle donne

ed eroi leggendari, attori kabuki,

animali fantastici, mondi

visionari e paesaggi bizzarri sono

i protagonisti di questa mostra.

Attraverso una selezione

di oltre 200 opere, il Mondo

Fluttuante dell'Ukyo-e arriva a

Bologna a Palazzo Albergati, immerso

nella elegante e raffinata

atmosfera del periodo Edo (1603-

1868). Esposti i più grandi artisti

dell'Ottocento giapponese tra

cui Hiroshige, Utamaro, Hokusai,

Kuniyoshi, per un panorama

completo anche sulla vita dell'epoca

in Giappone, con vestiti

di samurai, kimono, ventagli e

fotografie. Il percorso si snoda

tra il mondo femminile delle

Geisha e delle Ōiran (le cortigiane

d'alto rango) e il fascino

dei guerrieri samurai, il racconto

della nascita dell'ukiyo-e

e le stampe Shunga ricche di

erotismo, le opere che ritraggono

gli attori del teatro Nō e

Kabuki accanto a quelle che raffigurano

il mondo della natura

fiori, uccelli e paesaggi. Con il

patrocinio del Comune di Bologna

la mostra è prodotta dal

Gruppo Arthemisia e curata da

Piet r o G o b b i .

CATANIA

PALAZZO DELLA CULTURA

Fino al: 3 Giugno 2018

TOULOUSE LAUTREC.

LA VILLE LUMIÈREI

Questa mostra celebra – attraverso 150

opere provenienti dall’Herakleidon Museum

di Atene – il percorso artistico di uno

dei maggiori esponenti della Belle Époque:

Henri de Toulouse-Lautrec (1864-1901),

che ha dipinto la Parigi di fine Ottocento:

la vita bohémienne, gli artisti di Montmartre,

il Moulin Rouge, i teatri, le riviste

umoristiche, le prostitute. Manifesti, litografie,

disegni, illustrazioni, acquerelli, insieme

a video, fotografie e arredi dell’epoca

raccontano la Parigi bohémienne. Tra le

opere in mostra, litografie a colori (come

Jane Avril, 1893), manifesti pubblicitari

(come La passeggera della cabina 54 del

1895 e Aristide Bruant nel suo cabaret del

1893), disegni a matita e a penna, grafiche

promozionali e illustrazioni per giornali

(come in La Revue blanche del 1895). Curata

da Stefano Zuffi e con il patrocinio dell’Assessorato

regionale dei Beni Culturali

e dell’Identità Siciliana, la mostra è promossa

dal Comune di Catania, prodotta e

organizzata dal Gruppo Arthemisia in coorganizzazione

col Comune di Catania e

in collaborazione con Herakleidon Museum

di Atene. Sponsor Generali Italia tramite

il programma Valore Cultura.


AliA E fuORi cOnfinE

FERRARA

PALAZZO DEI DIAMANTI

Fino al: 10 Giugno 2018

STATI D'ANIMO. ARTE E PSICHE

TRA PREVIATI E BOCCIONI

Questa mostra esplora le tendenze innovative

che, tra Otto e Novecento,

portarono nell’opera d’arte le emozioni

e i fantasmi che agitano la coscienza

moderna. Presenti capolavori dei più

originali interpreti tra divisionismo,

simbolismo e futurismo, come Giovanni

Segantini, Gaetano Previati, Giuseppe

Pellizza da Volpedo, Angelo

Morbelli, Medardo Rosso, Giacomo

Balla, Giorgio de Chirico, Umberto

Boccioni e Carlo Carrà. Alcune loro

opere sono a confronto con quelle di

grandi esponenti del simbolismo europeo,

per un viaggio nello spirito “fin de

siècle”. Il percorso inizia dai profondi

cambiamenti di fine Ottocento: la rivoluzione

darwiniana e le nuove “scienze

dell’anima” accendono negli artisti

l’interesse per l’introspezione psicologica

i sentimenti, da cui scaturiscono i

ritratti magnetici di Segantini e Pellizza

da Volpedo e le tele con cui Previati

e Morbelli rivisitano i temi cari ai

pittori preraffaelliti e ai “poeti maledetti”.

Il percorso si addentra in un itinerario

tematico, attraverso gli stati

d’animo a cui gli artisti hanno dato

forma visiva. La ricerca di un alfabeto

delle emozioni si affianca alla sperimentazione

di procedimenti tecnici,

sfociando nella rarefazione formale dei

capolavori maturi di Previati, Pellizza

e Medardo Rosso, che appaiono tessuti

della stessa materia della luce. L’epilogo

dell’esposizione ruota attorno al

capolavoro di Boccioni che dà il titolo

alla mostra, il trittico degli Stati

d’animo, icona della sensitività moderna

protesa verso forze invisibili.

FOLIGNO

CENTRO ITALIANO ARTE CONTEMPO-

RANEA CIAC

Dal: 24 marzo

al: 30 settembre 2018

UGO LA PIETRA – ISTRUZIONI PER

ABITARE LA CITTA’

Architetto ed artista, cineasta, editor,

musicista, fumettista, docente,

dal 1960 Ugo la Pietra è un

ricercatore nell’ambito della comunicazione

e delle arti visive. Lo

spazio urbano è considerato da La

Pietra come struttura organizzata

da cui nascono le sue pratiche progettuali

artistiche. Opere, strumenti

per decodificare i luoghi e le

strutture rigide della società fisicamente

espresse dalle regole che La

Pietra cerca di superare attraverso

letture, esercizi, disvelamenti; sollecitazioni

che formano un ampio

catalogo di Istruzioni per abitare la

città. Curata da Italo Tomassoni,

Giacinto Di Pietrantonio e Giancarlo

Partenzi, la mostra ripercorre

i molteplici ambiti di indagine di

La Pietra attraverso i suoi lavori

più significativi e i documenti correlati

all’interno dello spazio urbano.

Il percorso si snoda attraverso

opere bidimensionali, brani

video, oggetti tridimensionali e

un’installazione. Al centro della

mostra è installata una “Casa

Aperta”, una struttura in scala reale

con arredi realizzati attraverso

la pratica che l’autore definisce

“Riconversione progettuale”: elementi

di arredo urbano vengono riconvertiti

in elementi di arredo

domestico. Una sala dedicata alle

proiezioni presenta tre film di La

Pietra: “Per oggi basta” (1974), “La

riappropriazione della città”(1977),

“Interventi pubblici per la città di

Milano” (1979).

MILANO

GALLERIE ENRICO

VIA SENATO 45

Fino al: 26 Maggio 2018

ETTORE TITO TRA REALTÀ E SE-

DUZIONE

A novant’anni dall’ultima personale milanese,

allestita nel 1928 presso la Galleria

Pesaro, questa mostra, a cura di

Elisabetta Staudacher, presenta 20 opere

del pittore veneziano. La rassegna ripercorre

l’attività di Ettore Tito, a partire

dagli anni ottanta dell’Ottocento, con dipinti

ispirati alla vita veneziana, apprezzati

dal mercato inglese, con soggetti

simbolisti e intimisti. Durante questa

mostra viene presentato l’Archivio Ettore

Tito nato da un’iniziativa di Angelo

Enrico e di Francesco Luigi Maspes e impegnato

nell’archiviazione delle sue o-

pere pittoriche ai fini della realizzazione

del Catalogo ragionato. Tra i dipinti degli

anni ottanta, è esposto “La fa la modela”,

ispirato al dipinto con cui l’artista si affermò

all’esposizione di Belle Arti di Milano

nel 1884. Del 1892 è Raggi di sole,

con donne ritratte all’ombra di un pergolato.

Del 1893 è il Lago di Alleghe, proveniente

dalla collezione milanese di

Paolo Ingegnoli, esposto alla seconda

Triennale di Brera del 1894 e all’Esposizione

Universale di Parigi del 1900. In

mostra anche alcune significative riscoperte

tra cui Il convegno, tela presentata

alla Biennale di Venezia nel 1936.


84

MOSTRE D’ARTE in iT

MAMIANO DA TRAVERSE-

TOLO (PARMA)

FONDAZIONE MAGNANI-ROCCA

Fino al: 1 Luglio 2018

PASINI E L’ORIENTE

Con la diffusione delle Mille una Notte

in Europa, all’inizio del Settecento nasce

l’orientalismo, che vede in Alberto Pasini

(Busseto 1826 – Cavoretto 1899) il

suo principale interprete. È una pittura

che presenta usi, costumi, atmosfere di

una cultura altra. La sua attività di pittore

orientalista inizia quando, nel 1855,

viene chiamato per una missione diplomatica

francese, incaricata di venire a

patti con lo Shah di Persia, per sottrarlo

all’influenza russa. In Mostra i quaranta

disegni realizzati in Persia; le dodici incisioni

pubblicate su “l’Illustration,

Journal Universel” e accompagnate dagli

articoli di Barbier de Meynard e Paulin;

e i grandi dipinti. Tornato a Parigi nel

giugno del 1856, Pasini rielabora i disegni

e gli schizzi di viaggio e presenta al

Salon parigino una serie di dipinti. A

metà dell’Ottocento, sorge a Parigi un

centro di cultura e produzione artistica

a soggetto orientalista, che alimenta un

nuovo gusto collezionistico attento all’esotico,

grazie a Adolphe Goupil, con

cui Pasini stabilisce un contratto di

esclusiva. La seconda sezione è dedicata

alle opere realizzate a Istanbul, a partire

dalla veduta della Moschea di Yeni

Djami, fino alle Scene di Mercato. Si prosegue

con le opere raffiguranti usi e costumi

dell’Oriente, con alcune opere

affiancate dalle incisioni che Goupil ne

trasse. Un’ultima sezione è riservata ai

dipinti di atmosfera e di paesaggio, La

mostra inoltre presenta opere di grandi

dimensioni di musei internazionali.

PERUGIA

PALAZ ZO LIPPI E PALAZZO

BALDESCHI

fino al: 30 Settembre 2018

DA RAFFAELLO A CANOVA, DA

VALADIER A BALL a. Cento capolavori

dell’Accademia Nazionale

di San Luca

Cento opere dell’Accademia Nazionale

di San Luca di Roma a Perugia.

Raffaello, Bronzino, Pietro da Cortona,

Guercino, Rubens, Hayez,

Giambologna, Canova, Valadier, Balla,

a documentare l’arte tra il Quattrocento

e il Novecento. La mostra, a

cura di Vittorio Sgarbi, inizia da Palazzo

Baldeschi, col Putto di Raffaello

Sanzio, affresco staccato appartenuto

a Jean-Baptiste Wicar. Esposti dipinti

di Bronzino, Pietro da Cortona, Paris

Bordon, Jacopo da Ponte detto il Bassano,

e terrecotte di Vincenzo Danti e

Giambologna. Ancora per il Seicento,

opere del Cavalier d’Arpino, Peter

Paul Rubens, Anton Van Dyck e altri.

Nella sesta sala Amore e Venere del

Guercino, opere di Jan de Momper,

Pietro da Cortona, Maratti, sino al

Settecento europeista di Angelika

Kauffmann, Jan Frans Van bloemen,

Claude Joseph Vernet e i gessi del danese

Thorvaldsen e di Antonio Canova.

In una sala i disegni di

architettura. A Palazzo Lippi, artisti

quali Francesco Hayez, Jean Baptiste

Wicar, con il Ritratto di Giuseppe

Valadier, e Rinaldo Rinaldi

col ritratto in marmo di Domenico

Pellegrini. Del periodo della

Scapigliatura, Tranquillo Cremona

e di Federico Faruffini. Sono

del Novecento il Contadino di

Giacomo Balla e ritratti come

quello di Bianca in piedi. E ancora,

marmi di Antonio D’Este, Francesco

Nagni, Pietro Tenerani, Albino Candoni

e bronzi di Nicola D’Antino,

Francesco Coccia, Adolfo Apolloni,

Attilio Selva, Aroldo Bellini

e Alberto Viani

RIVOLI (TO)

CASTELLO

Dal:6 marzo

Fino al: 27 maggio 2018

GIORGIO DE CHIRICO. Capolavori

dalla Collezione di Francesco Federico

Cerruti

La mostra Giorgio de Chirico. a

cura di Carolyn Christov-Bakargiev

e Marcella Beccaria presenta al Castello

di Rivoli un selezionato nucleo

di capolavori di Giorgio de

Chirico provenienti dalla collezione

di Francesco Federico Cerruti. Per

ammissione dello stesso de Chirico,

Torino, luogo che vide l’esplosione

della pazzia di Nietzsche, è tra le

città italiane che ispirarono i primi

quadri metafisici con le loro atmosfere

malinconiche. Includendo opere

che spaziano dal 1916 al 1927, la

mostra presenta otto dipinti del

maestro della Metafisica. La rassegna

ne indaga la ricca eredità intellettuale

presentando i suoi quadri in

relazione con alcune tra le maggiori

opere di arte contemporanea della

collezione permanente del Museo,

tra cui installazioni di Giulio Paolini,

Michelangelo Pistoletto e Maurizio

Cattelan. Originale inventore

di un pensiero nel quale le memorie

personali dialogano con i miti classici

e la filosofia, nella sua continua

ricerca, che incluse la libertà di citare

se stesso e non fermarsi ad un

unico stile, de Chirico abbracciò più

metamorfosi artistiche per rispondere

alle pretese di progresso della

modernità, resistendone la razionalità

e la fascinazione per la tecnologia.


AliA E fuORi cOnfinE

ROMA

S CUD E RI E DEL Q UI RI N ALE

Fino al: 29Luglio 2018

H I R O S H I G E . V I S I O N I D A L G I A P -

P O N E

ROVIGO

P A L A Z Z O R O N C A L E

Dal 13 Aprile

Fino al 1 Luglio 2018

LE MUMMIE A ROVIGO

TORINO

GAM

Fino al 24 Giugno 2018

R E N A T O G U T T U S O

Utagawa Hiroshige, tra i più celebri artisti

del Mondo Fluttuante (ukiyoe),

portò il paesaggio e la natura al centro

della sua produzione. Le opere dell’artista

infondono armonia e serenità, da

esse hanno preso spunto i pittori impressionisti

e post-impressionisti europei,

primo tra tutti Vincent Van

Gogh che copiò ad olio il famoso Ponte

di Ohashi sotto l'acquazzone del maestro

giapponese. La mostra, con una

selezione di circa 230 opere appartenenti

a prestigiose collezioni che provengono

da Italia, Giappone e Stati

Uniti, permette di ammirare il tema

della natura declinato dallo stile affascinante

e raffinato di Hiroshige: dalle

più note serie di vedute quali Cento

vedute della Capitale di Edo e Cinquantatre

Stazioni di posta del Tokaido,

alle silografie policrome di fiori

insetti e animali tra le più ammirate,

fino ai disegni originali ancora intatti.

Il progetto, curato da Rossella Menegazzo

con Sarah E. Thompson, è una

produzione di Ales S.p.A. Arte Lavoro

e Servizi e MondoMostre Skira, con la

collaborazione del Museum of Fine

Arts di Boston e il Patrocinio dell’Agenzia

per gli Affari Culturali del

Giappone e dell’Ambasciata del Giappone

in Italia.

Due mummie, conservate all’Accademia

dei Concordi, in mostra in

Palazzo Roncale, accanto ai reperti

dell’intera Collezione Valsè Pantellini.

A Rovigo, nei depositi dell’Accademia

dei Concordi, si conserva

un’importante collezione di

reperti egizi, grazie a personaggi

come Giuseppe Valsè Pantellini

(Rovigo 1826 – Fiesole 1890). Rodigino

in esilio a causa della partecipazione

ai moti d’insurrezione del

Polesine nel 1848, trovò rifugio al

Cairo, meta di egittologi di grande

fama. Per i festeggiamenti dell’apertura

del Canale di Suez, Valsè

Pantellini fu scelto dal Vicerè d’Egitto

per alloggiare e assistere gli

ospiti internazionali. Nel 1877,

l’allora Presidente dell’Accademia

dei Concordi di Rovigo, Lorenzoni,

si rivolse al concittadino per la realizzazione

di un museo egizio nella

città natale, e Pantellini tra il 1878

e il 1879 inviò a Rovigo gli ambiti

reperti. In Accademia, alla donazione

Valsè Pantellini se ne aggiunsero

altre. Le due mummie, una di

giovane donna (“Meryt”) e l’altra di

un ragazzo (“Baby”), saranno oggetto

di una campagna diagnostica

che prevede la loro la datazione col

metodo del carbonio C14, la TAC,

la scansione con laser scanner 3D.

Il restauro avverrà in Palazzo Roncale

che diverrà il fulcro attivo di

una esposizione che presenterà ai

visitatori l’intera Collezione Egizia

rodigina.

A Torino una mostra su Renato Guttuso

(Bagheria, Palermo 1911 - Roma

1987), artista di rilievo del Novecento

legato alle tematiche sociali. Curata da

Pier Giovanni Castagnoli in collaborazione

con gli Archivi Guttuso, la

mostra presenta circa 60 opere, tra cui

spiccano quelle di soggetto politico e

civile dipinte tra la fine degli anni

Trenta e la metà degli anni Settanta.

Guttuso era convinto che l’arte dovesse

svolgere una funzione civile e

morale. A partire da un dipinto quale

Fucilazione in campagna del 1938,

ispirato alla fucilazione di Federico

Garcia Lorca, si giunge alla condanna

della violenza nazista, nei disegni urlati

del Gott mit uns (1944) e successivamente,

dopo i giorni tragici della

guerra e della tirannia, ad opere nuove

per stile e sentimento come: Marsigliese

contadina, 1947 o Lotta di minatori

francesi, 1948. Un racconto che

approda, negli anni Sessanta, a risultati

di partecipe testimonianza militante,

come in Vietnam (1965) o a espressioni

di vicinanza, come avviene evocando

le giornate del maggio parigino,

con Giovani innamorati (1969) e, per

finire, il Funerale di Togliatti (1972)

che sublima le lotte e le speranze di un

popolo e le ragioni della militanza di

un uomo e di un artista. Esposte anche

opere di differente soggetto: ritratti e

autoritratti, paesaggi, nature morte,

nudi, vedute di interno, scene di conversazione.


86

MOSTRE D’ARTE in iT

TREVISO

M U S E O C I V I C O L U I G I B A I L O D I

Fino al 3 Giugno 2018

ARTURO MARTINI

“Proporre una visita alle opere di Arturo

Martini, accanto alla grande mostra

su Rodin, è quanto di più naturale”,

afferma il curatore Marco Goldin. Il

Musée Rodin di Parigi, per la mostra finale

del Centenario dell’artista francese,

ha scelto Treviso, in relazione alla

collezione di opere di Martini presenti

nel museo della città. Così come per

Gino Rossi (cui, durante la Mostra su

Rodin, è dedicata una mostra al Bailo),

anche per Martini si è celebrato, nel

2017, il settantesimo della scomparsa. I

due artisti fecero dei viaggi di studio,

tra cui quello a Parigi nel 1912, quando

esposero al Salon d’Automne con Modigliani

e De Chirico. Martini presentò la

Fanciulla piena d’amore, Gino Rossi la

Fanciulla del fiore. Molti i capolavori di

Martini esposti. Dalla Maternità del

1910 alla stessa Fanciulla piena d’amore,

dal Pensieroso del 1927 alla Pisana

del 1928, dall’ Adamo ed Eva del

1931 alla Venere dei Porti, terracotta

del 1932. Dalle ceramiche modellate

per la manifattura Gregorj, alle opere

del periodo tra il 1909 e il 1913, in cui a

Monaco e a Parigi si confronta col

“nuovo” in Europa. E’ del 1941-1942 il

bozzetto in bronzo della Donna che

nuota sott’acqua, mentre il marmo originale

fu esposto nelle Biennali del 1942

e 1948. Questa scultura rovescia di 360

gradi una figura di Martire compresa

nella Porta dell’inferno di Rodin. Poi la

tensione verso l’astrazione.

VARALLO SESIA

PI N AC OT E CA E S ACR O MON T E

VERC ELLI, L’ ARCA

NOVARA, BROLETTO

Fino al: 1 Luglio 2018

IL RINASCIMENTO DI GAUDENZIO

FERRARI

Una mostra su Gaudenzio Ferrari,

artista che nel Cinquecento fu ritenuto

da Giovanni Paolo Lomazzo –

con Mantegna, Michelangelo, Polidoro

da Caravaggio, Leonardo, Raffaello

e Tiziano – uno dei sette

“Governatori” nel “Tempio della

Pittura”. La mostra coinvolge tre

città del Piemonte – Novara (Broletto),

Vercelli (L’Arca) e Varallo

Sesia (Pinacoteca e Sacro Monte) –

estendendosi in chiese ed edifici del

territorio, dove sono presenti affreschi

e altre opere del Maestro. Per

la sede di Varallo è prevista la proroga

fino al 16 settembre 2018.

Nelle tre sedi il pubblico può ammirare

un centinaio di dipinti, sculture

e disegni. In ciascuna sezione

sono presentate, in ordine cronologico,

le opere di Gaudenzio, dei suoi

contemporanei e dei suoi seguaci. A

Varallo è documentato il primo periodo

della carriera dell’artista, dalla

formazione alle prove del Sacro

Monte; a Vercelli la stagione della

maturità; a Novara gli anni estremi,

dove il pittore è attivo nel milanese

tra la marea montante del Manierismo.

Integrano il percorso le “opere

immobili” presenti nelle diverse

aree: i cicli di affreschi e le statue.

Il catalogo, edito da Officina Libraria,

è arricchito dalle immagini realizzate

da Mauro Magliani e completato

da un elenco ragionato, curato

da Roberto Cara, di tutti i

documenti noti su Gaudenzio.

VICENZA

MUSEO DEL GIOIELLO

BASILICA PALLADIANA

Fino al: 2 Settembre 2018

I GIOIELLI DI GIÒ POMODORO

Una rassegna dedicata al Maestro

marchigiano, orafo, incisore e scultore

tra i più grandi del XX Secolo.

Esposti molti gioielli provenienti da

collezioni private e alcuni esemplari

esposti al Guggenheim di New York

nel 1994. La mostra, curata da Paola

Stroppiana, presenta un’ampia selezione

della produzione artistica del

maestro. L’omaggio al Maestro Gio’

Pomodoro (Orciano di Pesaro, 1930

– Milano, 2002) avviene a 16 anni

dalla sua scomparsa. La mostra porta

all’attenzione del pubblico il contributo

del grande scultore alla moderna

concezione di “gioiello d’artista”

come opera d’arte, e alla codificazione

di tale fenomeno critico

nell’Italia del secondo dopoguerra. Il

percorso si snoda a partire dai primi

anni ‘50, documentando il passaggio

dal figurativo all’informale, sino ai

gioielli in lamina d’oro puro sbalzato

e fusione nell'osso di seppia. Si passa

al geometrismo degli anni ‘70, dove

all’elemento meccanico si affianca

l’uso di smalti colorati, per giungere

alla estrosità degli anni ’80, ai gioielli

seriali, ai prototipi e alle nuove

sperimentazioni degli anni ‘90 sulle

pietre dure.


AliA E fuORi cOnfinE

FRANCIA - PARIGI

MUSEO MARMOTTAN

Fino all’8 luglio 2018

COROT – IL PITTORE E LE SUE

MODELLE

Grande mostra al Museo Marmottan

di Parigi dedicata a Corot, pittore

francese impressionista di

inizio Ottocento. Esposti oltre 60

dipinti, in particolare ritratti di

donne che il pittore dipinse principalmente

per sé e che tenne segreti

per molto tempo. Oggi famoso

per i suoi paesaggi, Camille

Corot fu anche un grande pittore

di figure, stimato in particolare da

Dégas, che apprezzava la sua modernità.

Corot ritraeva ogni genere

di personaggi.

Contemporaneo di Ingres, di Courbet

e del giovane Manet, con cui

si confronta, Corot traccia un ponte

vero la modernità. Con una sessantina

di capolavori provenienti

da collezioni pubbliche e private,

la mostra evidenzia questo aspetto

originale della produzione di un

artista considerato il primo paesaggista

moderno.

SPAGNA - MADRID

M U S E O D E L P R A D O

Fino al 7 Agosto 2018

P I T T U R A S U P I E T R A

Questa esposizione, un po’ diversa

dalle solite che si occupano di pittura,

è frutto di uno studio approfondito di

storici dell’arte in collaborazione con

altre discipline come la Storia Naturale,

la Geologia e l'Archeologia, e

mostra numerosi dipinti rinascimentali

italiani realizzati su materiali insoliti

come l’ardesia e il marmo bianco.

Queste fragili opere di artisti come

Sebastiano del Piombo, Tiziano e i

Bassano, documentano la trasformazione

delle tecniche artistiche nei

primi decenni del XVI secolo. Inoltre,

materializzano concetti estetici e filosofici

rinascimentali, con l'apparizione

di nuovi effetti pittorici, la

percezione dell'ambiente naturale codificata

nei testi classici e il desiderio

di eternità tipico di ogni artista.

SVIZZERA - MENDRISIO

M U S E O D ’ A R T E

Dal:15 Aprile

Fino al 15 Luglio 2018

F R A N C A G H I T T I S C U L T R I C E

L’esposizione dedicata ai lavori scultorei

di Franca Ghitti (Erbanno, 1932

– Brescia, 2012) presenta i principali

capitoli espressivi di questa artista.

La mostra, a cura di Barbara Paltenghi

Malacrida ed Elena Pontiggia, in

collaborazione con la Fondazione Archivio

Franca Ghitti di Cellatica, si

avvale di opere significative del cammino

artistico di Ghitti, a partire

dalla produzione lignea, con opere

delle serie delle Mappe, le Vicinie, i

Tondi, le Edicole e le Madie, il Bosco,

per proseguire con le produzioni in

ferro (tra cui gli Alberi vela, le Meridiane,

la Pioggia e, nel chiostro del

Museo, la Cascata) nella quale l’artista

prosegue nel recupero di reperti

abbandonati nelle fucine per poi risaldarli

in nuove sagome e nuove

iconografie. Completa l’offerta artistica

primaverile del Museo l’esposizione

sino al 15 luglio, di circa 70

opere tra dipinti, sculture e opere su

carta, della Collezione Bolzani, un

importante lascito di oltre un centinaio

di opere di arte italiana del Novecento,

raccolte da Nene e Luciano

Bolzani, che i figli Lorenza e Giovanni

hanno deciso di donare al

Museo.


88

i piccolini di


Mario Esposito


INFO:

marioespo@gmail.com - www.marioesposito61.it

Facebook: me61 - cell. 339 6783907


92

claudio alicandri

“Essenza” - 2018 - Colori metallici acrilici su tela - cm. 120 x 80

Via Santa Rita da Cascia, 40 - 00133 Roma

Cell. 368 3148296 - c.alican@alice.it


94

Il nuovo design “MaDE IN

di Francesco Minerva

Da sx Yusaku Imamura - Kenji Kawasaki

Lin Cunzhen -Vittorio Sun Qun

La Cina che non avete mai

visto è arrivata a Milano.

In occasione del Fuorisalone

2018 il World Design

Weeks Asia ha invitato le

città di Pechino e Tokyo a

presentare presso la Triennale di Milano,

l’esposizione tematica “WORLD

DESIGN WEEKS ASIA IN MILAN”,

organizzata dalla Beijing Design Week

e dalla Tokyo Design Week, e sostenuta

dal Sino European Innovation

Institute.

Se Tokyo ha svelato il suo “World Flowers”,

un grande libro interattivo e

multimediale, Pechino ha stupito e meravigliato

il pubblico con “Harmony

with Nature”, vero e proprio “Manifesto”

della nuova Cina, capace di voltare

decisamente pagina e guardare allo sviluppo

con un’attenzione estrema al rispetto

dell’ambiente.

Curata dal Professore Xu Ping e dalla

Professoressa Lin Cunzhen, "Harmony

with Nature" e si è ispirata all’antica filosofia

cinese del Feng-Shui e all’idea

che l’uomo possa costruire “con il territorio”

e non “contro” il territorio.

In esposizione quasi cento articoli tra

moda, arredamento, ceramiche e gioielli,

realizzati da nove designer cinesi

che hanno esplorato le possibilità di applicazione

pratica del concept “In Armonia

con la natura” all’interno della

vita quotidiana: Hang Hai, He Yang,

Lin Cunzhen, Liu Xiaokang, Li Yingjun,

Peng Wenhui, Teng Fei, Yang

Mingjie, Zhong Song.

“Harmony with Nature” significa dunque

progettare per l’uomo ma anche per

l’ambiente alla ricerca di un tutto armonico,

accettando i cambiamenti naturali

e misurando l’equilibrio fra tecniche

costruttive, materiali e natura circostante.

Il nuovo designer non può prescindere

da una soluzione simmetrica tra interno

ed esterno, mentre il design del futuro

deve tornare ad essere un processo naturale

“primitivo”, capace di coniugare

qualità della vita e qualità dell’ambiente,

di indagare l’uso razionale ed

efficace delle risorse culturali così

come delle risorse high-tech.

Perché nell’eterna ricerca di bellezza e

raffinatezza sono solo gli schemi del

design a cambiare continuamente.


cHINa” in mostra a Milano

LIN CUNZHEN, co-curatrice insieme

al professore Xu Ping della mostra

“Harmony with Nature”, è una

delle artiste e designer più apprezzate

in Cina, in particolare a Pechino.

Associate Professor e Assistant Dean

della Design School dell'Accademia

centrale cinese di Belle arti di Pechino,

Lin Cunzhen ha disegnato il

logo per i XXIV Giochi Olimpici Invernali

di Beijing 2022: un simbolo

dai molteplici colori, che vede nel

giallo e nel rosso un richiamo alla

bandiera della Cina e alla passione

sportiva; mentre le sfumature di blu

fanno riferimento al mondo dei sogni,

delle aspirazioni, ma anche alla purezza

del ghiaccio e della neve. Intervistata

dal Corriere della Sera di

Milano in occasione del Fuorisalone

2018, Lin Cunzhen ha precisato:

“Abbiamo portato a Milano il volto

più innovativo della progettualità cinese

con particolare attenzione ai

temi della sostenibilità e dell’impatto

ambientale. Abbiamo voluto dare significato

agli oggetti quotidiani promuovendo

metodi artigianali in linea

con gli elementi naturali. Sono convinta

che la bravura di un designer risieda

innanzitutto nella capacità di

trasformare i materiali nel rispetto

dell’ambiente. Per noi cinesi è importante

far capire le tradizioni e le filosofie

che stanno dietro alle nostre

creazioni, perché il design esprime la

cultura di un intero paese. Milano è

per il design il principale palcoscenico

del mondo, e noi speriamo che anche

attraverso questa mostra Italia e

Cina possano sviluppare nuove idee e

creare nuovi scambi culturali”.


96

MODULO DI

ABBONAMENTO

gli artisti dipingono

le canzoni di Franco Califano

Per me Califano e i quadri sono sempre stati vicini. Mio padre era

un fan sfegatato del Califfo, e non era pensabile che nei viaggi di

avvicinamento alle fiere e alle mostre ci fosse musica diversa nel

suo lettore stereo 8, quel marchingegno infernale ed ingombrante

delle automobili anni 70. Non c’era verso di convincerlo ad ascoltare

la radio o quello che piaceva a me, ragazzino che si appassionava

al lavoro che oggi amo e svolgo. Ne avevo quasi la nausea,

ma le parole chiare e ruvide come quelle appassionate e delicate

del Maestro mi attraevano. E ripensare a Califano mi fa pensare a

papà ed alle mille avventure che ho affrontato insieme a lui, al

quale, senza dubbio, debbo la passione per un mestiere sempre più

complicato ma enormemente affascinante. Califano tracciava i percorsi

per Padova, per Bologna e Milano, verso gli studi dei pittori

o in giro per Roma, facendomi sentire allineato al suo modo sfrontato

e affascinante quando qualcuno ci tagliava la strada o faceva

il furbo al semaforo. La parola greve appena ascoltata dal Califfo

diventava una autorizzazione all’improperio, così come le dolcezze

delle sue canzoni romantiche mi aiutavano a sbirciare la ragazza

in motorino di fianco alla nostra auto. Califano e i quadri: uniti nel

mio ricordo e nei miei pensieri. Un artista che ha camminato sempre

a schiena dritta, che si è battuto con una coerenza ammirevole,

passando anche brutti guai ed ottenendo successi immortali ed innegabili.

Sentire “Minuetto”, “E la chiamano estate”, “Tutto il

resto è noia” è come rileggere mentalmente un capolavoro. Dentro

di me è una tempesta di ricordi e sensazioni. “Sò cose der còre“

diciamo a Roma. Quando Giorgio Barassi mi ha invitato al suo

paese per la prima di CalifArte ero curioso e ragionevolmente

scettico. Poi, in quel piccolo club della Capitanata, non ho solo

scoperto un amico che canta le canzoni di Califano con sentimento

e coinvolgimento, ma anche e soprattutto le intime connessioni tra

il fraseggiare del Maestro e il lavoro dei pittori che iniziarono questa

bella avventura. Le pennellate, i tocchi decisi o delicati che

cambiano la natura di un’opera e ne fanno un capolavoro, la struttura

armonica dell’andare di un segno, dell’insistere di un colore,

dello sbiadirsi di un riflesso cromatico sono come le parole che

Califano amava scrivere. Determinanti, decise. Imponenti senza

essere ridondanti. In questo modus leggero e concreto vedo il mio

pensare la pittura e le mostre che si susseguono alla Galleria

Ess&rrE. Nessuna esagerazione. L’ intuizione di quelle proposte

che siano mirate e garbate, con un occhio ai grandi nomi e la curiosità

di scoprire nuovi talenti. La curiosità, già. Se ci penso bene

fu solo quello a portarmi a capire cosa fosse il progetto CalifArte.

E ora che ne sono parte attiva e coinvolta, dico agli amici di sempre

e agli avventori della mia galleria davanti al mare che CalifArte è

una sintesi ma è anche uno stimolo ad essere più curiosi che mai,

cercando di trovare ancora altri artisti che si vogliano misurare con

la grandezza di un poeta e cantautore, mettendoci la loro grandezza,

quella di pittori e narratori di sentimenti. Così la scelta di

chi segue Galleria Ess&rrE diventa “in progress”, può facilmente

presentare sorprese positive e mettere ancora fianco a fianco la pittura

e la scrittura di canzoni, la melodia di un bel disco e le armonie

creative che un bravo collezionista cerca. Agli artisti che hanno accettato

l’invito a partecipare a questo evento dico grazie, aggiungendoci

un bel “non finisce qua, anzi…”. Ormai, preso dal

riascolto delle canzoni che sentivo con papà, penso a quale quadro

avvicinarle. E’ diventato un esercizio naturale. Finirò per sapere

ancor più a memoria le canzoni del Califfo, un grande dell’arte

della scrittura di canzoni come quei grandi della pittura che non

smetterò mai di celebrare. E per la prossima tappa di CalifArte,

sia chiaro, quadri in macchina e canzoni di Califano a ripetizione.

Giusto per mantenere la tradizione di famiglia

Roberto Sparaci,

Regalati un abbonamento alla

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QUATTRO ARTISTI SI RACCONTANO

DALL’8 AL 19 GIUGNO 2018

SYLVIA LOEW - MARCO PALMA

ROBERTO SPACCAPANICCIA - ALESSANDRA TRISCHITTA

SYLVIA LOEW

L’artista Sylvia Loew, che usa

prevalentemente il marmo

per realizzare le sue opere

scultoree, esprime con una

significativa resa moderna e

atmosfera onirica, un proprio

stile di tecnica ed una riconoscibile

visione stilistica. Ella,

attraverso un percorso sereno

ed armonico, crea figure

stilizzate ricche di emozioni e

di spessore umano; esse, altamente

simboliche e suggestive,

si elevano dal peso

della materia per immettersi

in uno spazio senza confini.

E’ un linguaggio estremamente

personale, caratterizzato

da una valida ma- nualità.

Ella, usando magistralmente

e con estremo rigore

materiali diversi come il

“Ombra” - 2017 - Marmo bianco Statuario marmo nero del Belgio ed il

Carrara - Marmo Nero Belgio marmo bianco statuario di

cm. 17x13x53

Carrara, segna un gioco dinamico

delle forme in cui si intrecciano tecnica e fantasia.

ROBERTO SPACCAPANICCIA

Pittore e scultore,

con pieno

merito, Roberto

Spaccapaniccia,

interprete di un

movimento che

si chiama “Percezionismo”,

e-

voca orizzonti

nuovi e riassume

esperienza,

abilità e sentimenti

ricorrenti.

“La notte” - 2018 - acrilico su tela - cm. 60 x 80 E’ una dimensione

pittorica che

si evolve verso una ricerca impegnata ed una complessa stesura dal

richiamo surreale in cui si vivacizza una moltitudine di effetti cromatici

e un flusso energetico continuo. Le sue opere, legate all’ energia e ai

movimenti magnetici della vita e della natura, approdano ad uno scenario

del tutto unico ed irripetibile per affascinarci di luci e di ombre

sorprendenti. Forme astratte, visioni incantate e scansione del disegno

evidenziano uno stile ed una tecnica del tutto autonoma.

Gli accostamenti

dei materiali industriali

di scarto

con gli elementi

pittorici investono

la superficie

della tela con forme

animate dal

movimento gestuale

e dalla linearità

delle figure

geometriche.

L’artista Marco

Palma valorizza

le sue opere con

effetto plastico

spaziale assoluto

in cui si riflettono

MARCO PALMA

contenuti profondi e una libertà di invenzione in continua esecuzione.

La sua pitto-scultura, di notevole e particolare elaborazione materica,

diviene mezzo per trasmettere all’osservatore messaggi di vera evoluzione

e trasformazione della materia. Nel suo iter si raddoppia la forza

creativa con l’uso del led, effetti luminosi penetrano in una dimensione

di gioco della luce suggestiva in cui l’equilibrio del collage misto su tela

alimenta un’arte senza limiti.

L’ampiezza di sentimento,

la spiritualità

profonda ed il

costrutto grafico affiorano

magistralmente

dalle opere

di A l e s s a n d r a

Trischitta con un

aspetto socio-culturale

importante

che si estende significante

nell’opera.

Sono immagini

fotografiche che offrono

spunti di lettura

e che presentano

l’intervento di

un’espressione segnica

innovativa

che si carica di una

forte contemporaneità.

Esse, intrise

“Armonie in nero - Il grande assedio”- 2017

collage su tela - cm 60 x 80

ALESSANDRA TRISCHITTA

“Emily Dickinson “i miei fiori””- 2018

fotografia arte digitale (stampa giclèe su tela in

edizione limitata e numerata) cm. 60 x 60

di poetiche espressioni e di una tecnica originale, sempre animata

da una sapiente stesura del colore e da valori simbolici,

esternano un’interpretativa pregna di contenuto.

MOSTRA E PRESENTAZIONE A CURA DI MONIA MALINPENSA - (ART DIRECTOR - GIORNALISTA)

REFERENZE E QUOTAZIONI PRESSO LA MALINPENSA GALLERIA D’ARTE by LA TELACCIA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

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98

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“Untitled” - 2004 - pittura su legno - cm 46 x 143

Richard Long

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 - info@tornabuoniarte.it

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100

GIaDa DOMENIcONE:

La Voce dell’anima

di Valentina D’Ignazi

Trittico - 2011 - stampa su supporto

Determinazione,libertà…

contraddizioni che improvvisamente

si assestano

nell’Anima e mettono

ordine nella nostra incoscienza,

un piccolo grande mondo

che non sapevamo di possedere e

che improvvisamente si esterna

nella sua totale bellezza. Questa

è l’Arte di Giada Domenicone

(DOM), una donna che usa la sua

passione per smuovere la coscienza

del singolo essere umano facendo

uscire i pensieri dall immaginazione

dandole un corpo, una

forma, un colore… così quel pensiero

diventa un’emozione condivisa,

tangibile che si ferma in

quel tempo infinito che chiamiamo

“eternità”.

“L’Arte ci salva ,in primis, da noi

stessi… perché attraverso le emozioni,

attraverso la VERITA’ delle

emozioni, ritroviamo il senso di

appartenenza alla vita, ognuno

alla propria ovviamente…”

Giada nasce a Roma il 14 agosto

del 1983 e nel 2007 si laurea in

Arredamento e Architettura degli

Interni nella facoltà di Architettura

Vallegiulia di Roma. L’ osservazione

dello spazio, il propagarsi

della luce nei colori,l’esigenza

di esternare il suo pensiero

l’ hanno spinta fin da bambina ad

una ricerca interiore che è divenuta

negli anni più esplicita attraverso

la pittura e la fotografia.

“L’Arte mi da equilibrio, l’opportunità

di trovare il mio Dio, la

mia parte spirituale. Sono più che

convinta che l’Arte e la spiritua-


“Crocifisso” - 2012 - tecnica mista su tela

Autoritratto - tecnica mista su tela

lità non possano che convivere”

Attratta da sempre dalla forma

che fonda un concetto, Giada ha

sempre seguito un tipo di Arte

concettuale e materica mirata alla

conoscenza, all’ intima capacità

di mettersi a nudo ogni volta davanti

a se stessa concretizzando

la grande opportunità che abbiamo

di conoscerci fino in fondo,

sfumando i limiti imposti da una

società paradossalmente materialista.

Trova ispirazione nella lettura, nei

sentimenti… in quel vortice

emozionale che chiamiamo Vita,

in se stessa, nel suo piccolo

mondo condito semplicemente

di quotidianità. Le sue opere

sono composte da vecchi vinili,

fotografie,giornali, carta, legno

e stoffa miscelati fra acrilico,

olio smalto e carboncino dove

il soggetto esce fuori dalla tela

acquistando una tridimensionalità

prettamente personale. Unisce

l’arte grafica digitale e fotografica

a quella pittorica con-


102

Maternità - tecnica mista su tela

Hanno sparato alla musica - tecnica mista su tela

tornata a volte da pensieri crudi,

messaggi che racchiudono la voce

del suo giovane spirito complesso.

Utilizza spesso le parti del suo

corpo per dipingere mettendo in

ogni opera la sua inebriante ed

astratta corrente autobiografica.

Il colore rosso, bianco e nero sono

i più ricorrenti perché dietro

di loro si celano quei sentimenti

a cui tiene di più. Li usa in maniera

netta, senza nessuna sfumatura,

come farebbe un bambino

cercando di dipingere attraverso i

loro occhi.

“ I bambini vedono il sole giallo,

l’amore rosso ed il mare blu non

perché non conoscono le sfumature

ma perché sono puri ed arrivano

con estrema facilità all’essenza

delle cose. Noi grandi

con le nostre sovrastrutture abbiamo

bisogno delle sfumature”

Giada Domenicone vive e lavora

a Roma come Architetto, Designer

di Interni e Scenografa ed è

una delle più grandi artiste contemporanee

che grazie alla sua arte

rende eterne le emozioni dando

voce e libertà a quella parte intima

e silenziosa che rende immortale

il nostro nome: l’Anima.

“NON USCIRE DA TE STES-

SO, RIENTRA IN TE: NEL-

L’INTIMO DELL’UOMO RISIE-

DE LA VERITA”

Agostino D’Ippona.


Silvana Gatti

Il Centro Interculturale della Città di Torino organizza,

in occasione del Salone Off 2018, con il Patrocinio

della Circoscrizione 6, l’evento “Orme tra le Onde –

Marinette Pendola e Silvana Gatti: parole e colori raccontano

vite sospese”.

venerdì 11 Maggio 2018 ore 17.30 presso la Sala Conferenze

“Giovani di Utoya” del Centro Interculturale –

corso Taranto n. 160.

Le due artiste, nate entrambe a Tunisi, dialogano sul

tema attuale della migrazione tra le due sponde del

Mediterraneo. Partendo dai propri vissuti e ricordando

la vicenda degli italo-tunisini rimpatriati in Italia

negli anni ’60, si soffermeranno in particolare sui

tratti comuni di un’esperienza condivisa da tutti coloro

costretti a lasciare la propria terra natia.

Marinette Pendola, scrittrice, studiosa di storia, usi e

costumi della comunità italiana tunisina, ha al suo attivo

romanzi e saggi.

Silvana Gatti, pittrice figurativa e simbolista, insegnante

di pittura, espone in numerose mostre personali

e collettive.

Modera il giornalista Gianluca Gobbi di Radio Flash.

Incursioni musicali a cura del “Combo C.F.M.” diretto

dal Maestro Fulvio Chiara.

Il nuovo Ulisse - Olio su tela – 30 x 40 cm. – 2018

Opere di Silvana Gatti sono esposte in permanenza presso

S I LVA N A G AT T I - P I TT R I C E F I G U R AT I VA & S I M B O L I S TA - V I A L E C A R RU ’ N ° 2 - 1 0 0 9 8 - R I VO L I - (TO )

h t t p : / / d i g i l a n d e r. l i b e r o. i t / s i l v a n a g a t t i - e m a i l : s i l v a n a m a c @ l i b e r o. i t


104

A Milano la ‘Silicon Valley’

della creatività cinese

Inaugurazione mostra “Outside the Ivory Tower: creativity makes a better life”

Una possibilità di networking

per aziende, agenzie,

professionisti e università,

che ha già all’attivo

la nascita di numerosi

brand e progetti

di design su scala internazionale e che

guarda con crescente interesse ai talenti

dell’industria culturale italiana in un’ottica

di investimenti e partnership.

Durante il Fuorisalone 2018 il Laboratorio

Formentini per l’Editoria ha ospitato la

mostra/evento “Outside the Ivory Tower:

creativity makes a better life”, organizzata

dall’unione tra il Guangzhou National Advertising

Industrial Park e la Guangzhou

Academy of Fine Arts (GAFA), che insieme

formano una delle realtà più all’avanguardia

del sud della Cina nell’ambito

del design e dell’industria pubblicitaria,

dove si integrano perfettamente

sviluppo industriale, universitario e ricerca.

Curata dal designer e creativo Cao Xue,

responsabile del Guangzhou National Advertising

Industry Park, e patrocinata dalla

Fondazione Italia Cina, la kermesse milanese

è stata realizzata grazie alla fondamentale

collaborazione di TVN Media

Group, che ha dato la possibilità al pubblico

italiano e internazionale di conoscere

un “ecosistema” sinergico, riflesso di un

paese, la Cina, sempre più protagonista

all’interno del mercato globale, che ambisce

al ruolo di prima

potenza industriale entro

il 2049 (anno del

centesimo anniversario

della fondazione

della Repubblica Popolare

Cinese) e che,

sotto la spinta del

piano “Made in China

2025”, sta puntando

a un deciso ripensamentodella

propria

industria.

Nel cuore di Brera ha

trovato dunque spazio

una panoramica

innovativa su quella che, a tutti gli effetti,

può essere considerata come la “Silicon

Valley d’Oriente”, un hub leader nel campo

dell’arte, del design e dell’advertising,

in grado di sintetizzare l’essenza della filosofia

e della cultura cinese attraverso

concetti creativi unici.

“Come ha più volte sottolineato il presidente

Xi Jinping – ricorda Cao Xue - la

da sx il curatore Cao Xue con Mario Zanone Poma, Presidente onorario della

Camera di Commercio Italo Cinese, e Rino Moffa, EditoreTVN Media Group


Cina continuerà ad essere a-

perta e pronta a collaborare

con il mondo. Io stesso sono

convinto del fatto che il mercato

e l’economia cinese, oggi

sempre più fiorenti, abbiano

bisogno di coinvolgere design

e industrie occidentali. In questo

senso Guangzhou Advertising

Industry Park e Gafa sono

un canale diretto per la cooperazione.

La Cina, proprio come

l’Italia, vanta una lunga storia

di tradizione artigianale. Diversamente

dall’Italia, però, la

Cina deve soddisfare i bisogni

della più popolosa nazione al

mondo e per far questo deve

inevitabilmente ricorrere all’industria

moderna e al design

basati sulla produzione di massa.

L’Italia, per la Cina, rappresenta

un ottimo modello quanto

a capacità di coniugare le

antiche tradizioni con l’innovazione

tecnologica e le sfide

della globalizzazione”.

La Cina, dunque, come un mercato

in continuo sviluppo, che

punta deciso su qualità, innovazione

e industria creativa,

combinando la ricerca accademica

con lo sviluppo industriale.

“Il piano Made in China

2025 - ha precisato Flippo

Fasulo, Coordinatore Scientifico

Centro Studi per l'Impresa

della Fondazione Italia-Cina –

mira a rinnovare completamente

la produzione cinese

con inevitabili ripercussioni

sull'economia mondiale, e non

dovrebbe essere ignorato da

nessun imprenditore italiano”.

Guangzhou, da noi chiamata

Canton, è una delle regioni più

ricche per commercio e industria

di un Paese che si sta

evolvendo e trasformando con

una velocità incredibile. Le industrie

cinesi stanno vivendo

un momento di trasformazione

all’interno del quale assumono

un ruolo sempre maggiore la

ricerca, l’innovazione e la creatività,

a scapito delle dinamiche

commerciali più tradizionali.

Uno scenario che apre

molte possibilità di collaborazione,

soprattutto con l’Italia,

visto che da sempre la Cina apprezza

il valore della creatività

italiana. Come hanno precisato

Rino Moffa, Editore TVN Media

Group, e Andrea Crocioni,

Direttore di Pubblicità Italia,

ciò che sta accadendo in Cina

andrebbe seguito: “I cinesi riescono

a fare sistema, facendo

incontrare business, arte e accademia.

Questo aiuta moltissimo

l'industria. La Cina è il

secondo mercato dell'industria

pubblicitaria, in continua espansione,

ma soprattutto capace di

cogliere il cambiamento. Noi

in Italia invece siamo troppo

statici, poco propensi all'innovazione.

Guardare a Guangzhou

significa potersi migliorare.

Perché adattarsi al

cambiamento non significa

rinnegare la storia".


106

aNNa ROMaNELLO

Il mondo di emozioni

a cura di Svjetlana Lipanovic

La splendida doppia personale

“Luci nella Città” di Anna

Romanello - Domenico Pellegrino,

è stata inaugurata il 5

aprile 2018 presso la Galleria

“Borghini Arte Contemporanea” nel

centro storico di Roma. L’evento, di

rara suggestione artistica ha richiamato

un numeroso pubblico presente al vernissage.

Anna Romanello, artista performer

conosciuta a livello internazionale

per le sue mostre personali e

collettive, ha esposto dieci opere inedite

e due installazioni dedicate alla

bellezza di Roma. La Città Eterna è

fonte inesauribile di ispirazione, cosi

come i versi di Dante, Pasolini, Ungaretti

e Ivan Vazov. Le poesie fanno

parte dei quadri e sono visibili nelle

foto tra le macchie di colori e i tracciati

luminosi. Il percorso per realizzare le

scene, quasi magiche, inizia dalle stampe

fotografiche su acetato che immortalano

le vedute romane e l’attimo fug-


Tramonto su San Rocco

Ponte degli Angeli

Riflessi

Omaggio a Pasolini

gente dell’esistenza. Successivamente,

sono elaborate a strati con le diverse

tecniche dove predominano i segni luminosi,

che unendosi alle immagini diventano

un unico elaborato. Segni che

vengono attraversati dalla mano dell’artista

che lascia dietro di sé una

traccia che la completa senza nasconderla.

Il connubio riuscito delle immagini,

la lucentezza dei segni crea delle

realtà trasformate in modo innovativo.

Questi segni forti e violenti incidono

il plexiglass e l’acetato rielaborando le

scene, ma allo stesso tempo, non nascondono

il soggetto rappresentato. Il

raffinato senso del colore domina le

creazioni con le tonalità calde della

terra bruciata, dei colori naturali abbinati

alle sfumature del grigio, dell’azzurro

e del rosso. Stessi colori brillano

nei collages ad acquaforte, così detti

“strappi”, le macchie sparse illuminano

un mondo di emozioni disteso

sotto il cielo di Roma.


108

Promenade

Vagamente, alcune opere ricordano l’universo

artistico di Anselm Kiefer e il

suo formidabile senso del colore indissolubilmente

legato con la materia.

Le immagini fotografiche fanno parte di

un allestimento realizzato nel giugno

2008 sulle sponde del Tevere per “Mediterranea

- Festival della Letteratura e

delle Arti”, in cui erano presenti anche

testi poetici in diverse lingue e dedicati

al grande fiume.

Scrisse Pier Paolo Pasolini nella “Poesia

in forma di rosa”:

“Come un fiume, che - nel meraviglioso

stupefacente suo essere

quel fiume-contiene il fatale

non essere alcun altro fiume”.

Al poeta è dedicata una delle opere

esposte con i versi che emergono tra parole

e immagini. La Città Eterna, sempre

presente con le cupole delle chiese


Performance Romamor Topographie sentimentale di Lea Walter Tramonto su San Rocco - 2018 - cm 230 x 70

scure al tramonto infuocato, i ponti

lontani simili a ombre di architetture

romane, è un sogno poetico, simbolico,

luminoso, spettacolare. L’esposizione,

un vero omaggio a Roma, antica città

color ocra, illuminata dalle incisioni,

dipinta con le sfumature fiabesche,

reinterpretata e pronta a vivere una esistenza

nuova, colma di poesia, è un regalo

di Anna Romanello agli amanti

d’arte.

Nell’ambito della mostra Lea Walter ha

rielaborato con una performance alcune

delle poesie presenti nelle teche e

il testo di Jean Rony “Romamor” dal

titolo Topographie sentimentale. Durante

l’esibizione piena di sentimento,

ha tracciato le strade da percorrere in

una città immaginaria. È stato un affascinante

momento poetico ricco di

emozioni.


110

“VERBA MANENT”

Frammenti per voce sacra nel sembiante di un oracolo

dal 23 Giugno al 2 Settembre 2018

Loggiato Comunale - Via Roma

SARNANO

Vernice

SABATO 23 GIUGNO 2018

ORE 17'00

Sculture

di

Alberto Bambi, Gianni Guidi, Sergio Monari,

Giovanni Scardovi, Sergio Zanni, Mario Zanoni

Interventi critici di Alberto Gross, Francesca Tuscano

Curatori: Marilena Spataro, Alberto Gross

L'evento è promosso da:

Unione Montana dei Monti Azzurri

In collaborazione con Ass. Cult. LOGOS,

Museo Ugo Guidi di Forte dei Marmi, Acca Edizioni, Galleria d'arte Ess&rrE di Roma

Patrocinato dal Comune di Sarnano

La mostra di scultura “VERBA MANENT”. Frammenti

per voce sacra nel sembiante di un oracolo, si

svolge nell'ambito della manifestazione Sibilla: oracolo

appenninico, che coinvolge i cinque Comuni

“dell'Anello dei Crinali”: Sarnano-Monte San Martino-Penna

San Giovanni-Sant'Angelo in Pontano-

Gualdo. Dal 23 Giugno al 2 Settembre in queste località

l'Unione Montana dei Monti Azzurri promuove

una serie di eventi letterari, scientifici, musicali, dedicati

alla figura della Sibilla


Alberto Bambi, detto Balber

“L'accoglienza del tempo” - terracotta semirefrattaria

Gianni Guidi - “Scrigno ermetico” - terracotta patinata

Sergio Monari - “Arcana attesa” - plastoforma patina bronzo

Giovanni Scardovi - “Oracolo bifronte” - terracotta patinata

Sergio Zanni - “Paesaggio antropomorfo” - terracotta colorata

La Sibilla appenninica, genio del luogo

Il linguaggio moderno e contemporaneo, definisce “sibillino”

un responso oscuro dal tono oracolare. Profetessa di eventi che

vengono anticipati enigmaticamente, la Sibilla appenninica,

posseduta dal dio, trasmette rivelazioni in chiave simbolica e in

forma arcana.

Mario Zanoni - “Il dono degli Dei” - terracotta dipinta

Oggi noi celebriamo con queste sculture la magia e l'enigma

misterico di questo territorio, teatro delle profezie di questa figura

oracolare, abitante le grotte dei Monti Sibillini, a lei si attribuiscono

mitologie arcaiche prodotte dal vaticinio dei responsi.

Questa mostra è così una celebrazione di questo oracolo

diventato genio del luogo ed evocante antichi poteri femminili

tramandati nel tempo.

Giovanni Scardovi


112

Paolo Antonini

D

Dealer:

Luciano Cesareo

Via San Rocco, 14

00047 Marino (RM)


gli artisti dipingono

le canzoni di Franco Califano

LUca DaLL’OLIO

“Da molto lontano”

aNDREa BaSSaNI

“Amore sacro amor profano”

MaSSIMO SaNSaVINI

“Il cuore al chiodo”

Il percorso artistico di Franco Califano

è disseminato di successi e tribolazioni,

di passioni sfrenate e riflessioni

intimistiche, spesso di malinconia latente

e di una rudezza figlia di quello

che nella vita gli è toccato. Un duro, si,

ma dal cuore tenero. Da ragazza ascoltavo le

sue canzoni sperando di vedermelo passare a

bordo di una delle sue belle macchine, perché

negarlo? Il fascino dell’uomo, per noi donne,

ha battuto addirittura quello del cantautore.

Era proprio bello, va ammesso senza falsi pudori.

Il Califfo, il Maestro, quello delle canzoni

scritte per Mina, Mia Martini, Ornella

Vanoni, conosceva fin troppo bene l’animo

femminile, e perciò metteva quasi soggezione.

Pensavi e sognavi ma guai ad averlo troppo

vicino, ci si diceva tra un libro di scuola e la

gita domenicale. Invece, negli anni, la dolcezza

e il romantico andare dei suoi versi sono

diventati, a riascoltarli, differenti per intensità

ed interpretazione, e capita di voler sentire le

sue canzoni leggendole differentemente.

Colpa del- l’età, dicono.

Capita lo stesso con la pittura ed i suoi misteri,

quando un quadro ti prende più di un altro,

magari perché sai chi lo ha dipinto e la sua

storia ti affascina. Quando, per esempio, ne

scegli uno ma pensi che forse era meglio decidere

per quello attaccato di fianco. Se non ti

stanca, il tuo quadro sarà sempre più intenso

e significativo, capisci che non era l’innamoramento

di un attimo, e quel quadro avrà maggior

peso per te che lo hai scelto e te ne farai

un vanto. Non lo cambieresti mai. Colpa della

passione, dicono.

Allora la distanza fra la musica e la poesia, e

tra queste e la pittura si azzera. Messer Leonardo

da Vinci, scrivendo il Trattato della Pittura,

si poneva la questione relativa a quale

aLBERTO GaLLINGaNI

“E la chiamano estate”

delle Arti fosse la maggiore o la più importante,

risolvendo parte del problema e lasciando

alla singola sensibilità la risoluzione del

quesito. E’ per questo che CalifArte ha un

senso storico e logico, nella vicinanza di due

arti contigue ed erroneamente messe in contrapposizione.

A vedere l’ impegno dei pittori

per la mostra alla Galleria Ess&rrE pare proprio

che la pittura sia diretta conseguenza di

certe canzoni, ci sta dentro come quelle canzoni

potrebbero accompagnare in modo impeccabile

la visione delle composizioni pittoriche

di chi si è impegnato in questa bella

fatica. E con buona pace di Leonardo, musica

e pittura vanno a braccetto, in modo complice

e silenzioso. Esattamente come abbiamo sognato,

da ragazze, di passeggiare sul lungotevere

abbracciate al Califfo.

Sabrina Tomei, direttore artistico dell’evento


Stati d’animo. arte e psiche

tra Previati e Boccioni

Ferrara - Palazzo dei Diamanti

3 marzo – 10 giugno 2018

di Marilena Spataro

Umberto Boccioni, La risata, 1911

Chiara Vorrasi, insieme a Fernando

Mazzocca e Maria

Grazia Messina, curatrice della

mostra in corso a Palazzo

dei Diamanti, da noi intervistata ci guida

lungo il percorso espositivo. Spiega la

Vorrasi: «Stati d’animo. Arte e psiche

tra Previati e Boccioni è un evento che

nasce con l'intenzione di rileggere la

temperie artistica italiana tra Ottocento

e Novecento, ossia quel cruciale snodo

tra divisionismo, simbolismo e futurismo

che rappresenta uno dei principali

apporti italiani all’arte moderna». «La

finalità – prosegue la curatrice - è anche

quella di valorizzare il ruolo di un artista

di punta delle Gallerie d’Arte Moderna

e Contemporanea di Ferrara, quale Gaetano

Previati. L’artista è stato, infatti, tra

i pochi pionieri del cambiamento di fine

Ottocento che i futuristi, e in particolare

Umberto Boccioni, riconobbero come

precursori della loro visione dinamica,

proteiforme e corale della modernità.

Per questo abbiamo scelto il tema degli

“stati d’animo” che costituisce un ponte

tra la generazione che matura attraverso

l’esperienza divisionista e simbolista e i

giovani futuristi e ci ha permesso di riesaminare

da un punto di vista inedito

quel fondamentale passaggio del testimone».

Quanto tempo è passato dal momento

in cui questa mostra è stata ideata

fino alla sua realizzazione?

«Si tratta di una mostra di ricerca, ideata

oltre due anni fa, che si è concretizzata

grazie a un lavoro di scavo condotto

dagli studiosi chiamati a raccolta e coinvolti

nel progetto scientifico, a partire

da Fernando Mazzocca e Maria Grazia

Messina, con i quali ho avuto il piacere

di condividere la curatela della mostra.

Altrettanto fondamentale è stata la collaborazione

di istituzioni museali e collezioni

private che hanno appoggiato il

progetto e hanno scelto di accordare il

prestito di opere capitali, come ad esempio

Ave Maria a trasbordo di Segantini,

o il trittico degli Stati d’animo e la Risata

di Boccioni».

Quale il senso più profondo e quali le

valutazioni artistico e culturali che vi

hanno indotto a scegliere di trattare

questo spaccato di storia e di società

sul fronte delle arti figurative?

«Si tratta probabilmente di una scelta

obbligata nel momento in cui si intende

rileggere la nascita e lo sviluppo della

poetica degli stati d’animo, ossia di

quella che appare la via italiana alla mo-


116

Giovanni Segantini , Autoritratto, c. 1882

Giovanni Segantini, Ave Maria a trasbordo, seconda versione, 1886

Giuseppe Pellizza da Volpedo, Ricordo di un dolore, 1889

Gaetano Previati, Il Sogno, 1912

dernità. Gli artisti che ne furono protagonisti

si impegnarono a sperimentare

un alfabeto visivo in grado di dare

forma alla materia mutevole e inafferrabile

dello spirito, traendo ispirazione diretta

o indiretta da quegli ambiti della

scienza e della cultura che stavano mettendo

a nudo la psiche umana e sovvertendo

il modo di concepire le forme e i

colori, lo spazio e il tempo.

Sul piano espositivo, l’opzione di mettere

le opere in dialogo con l’immaginario

scientifico e culturale del tempo

risponde alla duplice volontà di offrire

una lettura originale di quella temperie,

ma anche di permettere al visitatore di

sperimentare in prima persona le molteplici

suggestioni che hanno accompagnato

quella stagione e di crearsi un proprio

percorso di collegamenti all’interno

della mostra. Per questo lo Studio Ravalli

ha studiato un allestimento particolarmente

immersivo in cui immagini,

suoni e proiezioni giocano un ruolo determinante

nel racconto della mostra».

Quale il filo conduttore della mostra

e quali gli artisti, oltre a Previati, più

significativi di cui esponete le opere?

«La mostra traccia la parabola che parte

dall’istanza tardoromantica di coinvolgimento

emotivo dell’osservatore, per

approdare alla poetica futurista degli

stati d’animo che ha per obiettivo programmatico

porre “lo spettatore nel centro

del quadro”. Tra questi due poli si

sviluppa il racconto dell’esposizione attraverso

una successione di sezioni dedicate

ciascuna ad uno stato d’animo,

dalla malinconia all’entusiasmo. A testimoniare

questi snodi sono innanzitutto

capolavori giovanili di Previati e Morbelli

quali Paolo e Francesca e Asfissia,

che scardinano i codici accademici per

esercitare, per vie diverse, una più diretta

suggestione sull’osservatore. Il

percorso tematico sugli stati d’animo

parte dalla melanconia, incarnata da Ricordo

di un dolore di Pellizza da Volpedo,

passando poi per l’empatia e il

rispecchiamento nella natura, testimoniato

dalla ricordata Ave Maria a tra-


Dante Gabriele Rossetti, Beata Beatrix, 1880

Umberto Boccioni, Autoritratto, 1909

sbordo e da paesaggi interiorizzati di

Khnopff, Sartorio e Morbelli, fino alla

rêverie musicale affidata al Chiaro di

luna di Previati. Il centro ideale della

mostra è occupato da un’opera manifesto

del divisionismo e del simbolismo

italiano quale Maternità di Previati, il

primo tentativo di esprimere uno stato

d’animo attraverso le componenti formali

dell’opera, che viene fronteggiato

dall’Angelo della vita di Segantini. Seguono

poi le sezioni dedicate alle paure

e alle pulsioni inconsce, testimoniate dai

neri di Redon, Previati e Martini, e da

dipinti e opere su carta di Klinger,

Munch, Stuck e De Chirico, per sfociare

nelle sale sull’amore fusionale, incarnato

dagli amanti di Rodin, di Previati e

del giovane Boccioni, e infine nella solarità

che rifulge nel divisionismo radiante

di Pellizza da Volpedo e Previati.

Il percorso si chiude sulle note frenetiche

ed esaltanti della modernità, di cui

sono espressione autentici capolavori

del futurismo, il trittico degli Stati

d’animo e La risata di Boccioni affiancati

da opere di Balla e Carrà e di maestri

della generazione precedente, come

Previati e Medardo Rosso, per proporre

una visione del tutto inedita, corale e polifonica,

della vita contemporanea».

A chi si rivolge principalmente questo

evento espositivo e quali le aspettative

dei suoi curatori. Pensa che la vostra

scelta possa essere vincente e, quindi,

attirare una maggiore attenzione da

parte del pubblico che normalmente

visita le mostre?

«E’ una mostra che si presta a letture diversificate

e non ha una categoria di

pubblico definito. Il percorso fotografa

il passaggio dell’arte moderna dal verismo

all’avanguardia sullo sfondo delle

suggestioni che lo hanno nutrito. Per

questo le opere sono accompagnate da

molteplici suggestioni - dalla psicologia

alla fisica, dalla letteratura alla musica,

dalla cronaca alle tensioni socio-politiche

- che possono essere fruite in maniera

personalizzata, secondo gli interessi

di ciascuno. Abbiamo anche progettato,

assieme a esperti di comunicazione

ed educatori, percorsi per i più

piccoli e per gli adolescenti, e le scuole

potranno giovarsi del taglio interdisciplinare

della mostra. Ci auguriamo che

il pubblico apprezzi la possibilità di fare

un’esperienza coinvolgente, ad un tempo

intellettuale ed emotiva, così come

auspicavano i protagonisti di questa stagione».

STATI D’ANIMO Arte e psiche

tra Previati e Boccioni

Ferrara, Palazzo dei Diamanti 3

marzo – 10 giugno 2018

Organizzatori: Fondazione Ferrara

Arte e Gallerie d’Arte Moderna e

Contemporanea di Ferrara

Aperto tutti i giorni

dalle 9.00 alle 19.00

Aperto il 25 aprile, 1 maggio

e 2 giugno


118

Un anno di iniziative dedicate

a Francesco Baracca

Lugo di Romagna celebra l'illustre

concittadino nel centenario dalla

sua morte

di Marilena Spataro

Il 2018 è l'anno in cui si celebra la

morte dell'eroe dell'Aeronautica italiana

Francesco Baracca. E Lugo di

Romagna (RA), la cittadina che all'insuperabile

“Asso dei Cieli” diede

i natali, non può non essere al centro delle

celebrazioni dell'importante anniversario.

A tal fine è stato concepito un ricco e articolato

calendario di appuntamenti finalizzato

a valorizzare la storia e la figura di

un personaggio cruciale per la storia del

Novecento italiano e dell’aviazione. Le celebrazioni

sono, inoltre, l’occasione per far

conoscere Lugo a un pubblico di livello

nazionale e ad appassionati di aeronautica

di tutto il mondo.

Visto, poi, che il 2018 è l’ultimo anno di

celebrazioni per il centenario della fine

della Grande guerra, è prevista una serie di

iniziative condivise con altre città legate inscindibilmente

alla storia di Francesco Baracca,

come Nervesa della Battaglia (Tv),

città gemellata con Lugo, dove il pilota lughese

trovò la morte.

Le manifestazioni in programma, che si

svolgeranno lungo tutto l’arco dell'anno

coinvolgendo il tessuto associativo lughese,

culturale e sportivo, sono autorizzate

dal Comitato per le celebrazioni del

100esimo anniversario della morte di Francesco

Baracca, insediato nel luglio scorso.

Il Comitato è presieduto dal sindaco di

Lugo Davide Ranalli e diretto da Daniele

Serafini, direttore del Museo “Francesco

Baracca”. È composto dalle istituzioni e

dalle associazioni legate al mondo dell’aviazione

ed è stato creato in forte sinergia

con l’Aeronautica militare italiana.

Le celebrazioni a Lugo dell'illustre concittadino

hanno preso il via già dai primi mesi

del 2018. Il 24 febbraio Paolo Varriale ha

presentato nel Salone estense della Rocca

il suo volume dal titolo Seguendo il Cavallino

di Baracca. La 91ª Squadriglia nella

Grande Guerra di Paolo Varriale (2018,

Museo Baracca), sempre nel mese di marzo

e sempre nelle medesima sede si sono tenute,

prima la conferenza “Dagli assi francesi

della Prima Guerra Mondiale al futuro

dell’aviazione” con l’ingegnere Alexandre

Fournier e, qualche giorno dopo, si è avuta

la presentazione della graphic novel Baracca

e il Barone di Alberto Guarnieri, Paolo

Nurcis e Luca Vergerio (2017, Edizioni

Segni d’Autore). Ma l'elenco delle attività

dedicate per commemorare degnamente

l'Asso dell'Aeronautica non si ferma certo

qui: andrà avanti fino alla fine dell'anno

con molte altre, e variegate, sorprese, tra

cui non mancano avvenimenti di portata internazionale.

Venerdì 4 maggio dalle 15 alle 17 arriva il

Motogiro con visita al Museo Baracca in

compagnia del Motoclub Terni e in collaborazione

con Motor Valley e Ducati. Mercoledì

9 maggio alle 21 ci si sposta a Ravenna,

nel Circolo Ravennate e dei Forestieri

(via Corrado Ricci 22), con l’incontro

dal titolo “Scultura monumentale in Romagna:

dal Fante che dorme al Monumento a

Francesco Baracca” con lo storico e professore

dell’Università di Bologna Roberto

Balzani.

Giovedì 10 maggio il teatro Rossini ospita

alle 21 “Francesco Baracca. L’Ala che volava

incontro al sole”, lettura a due voci di

e con Gianni e Paolo Parmiani. Si esibiranno

anche Nicola Nieddu al violino e Antonio

Cortesi al violoncello. Sabato 12

maggio alle 10 spazio alla presentazione e

inaugurazione del riallestimento del museo


Il museo Francesco Baracca

Lugo di Romagna

Monumento dedicato a Francesco Baracca

Museo Francesco Baracca

“Francesco Baracca”, previsto nel Salone

estense e nel museo stesso. Sabato 12 e domenica

13 maggio all’aeroclub di Villa San

Martino ci sarà “Io volo come Baracca”, il

raduno di biplani. Sabato 19 maggio alle 18

Paolo Varriale torna nel Salone estense per

presentare la biografia aggiornata su Baracca,

scritta da lui (2018, Edizioni Ufficio

Storico Aeronautica Militare). Sabato 26

maggio alle 9 la Croce Rossa Italiana inaugura,

nella sua sede di Lugo in viale Orsini

17, la sala museale. Seguiranno una conferenza

sulla presenza a Lugo di ospedali

Croce Rossa e il concerto della Banda della

Croce Rossa.

Lunedì 28 maggio alle 20.30 al Teatro Rossini

Paolo Dirani e Mauro Landi faranno un

tributo al pianoforte a Claude Debussy nel

centenario della sua morte. Il Chiostro del

Carmine, inoltre, ospita le letture di E se

brucia anche il cielo di Davide Rondoni. A

giugno Piero Deggiovanni e Valeria Roncuzzi

presenteranno il loro libro Francesco

Baracca. Dal mito al logo (2018, Minerva

Edizioni), in collaborazione con Caffè Letterario.

Domenica 17 giugno a Nervesa

della Battaglia, ci sarà la cerimonia solenne

per Francesco Baracca con motoraduno.

Martedì 19 giugno, giorno della morte di

Baracca, dalle 9.30 alle 12 ci sarà la cerimonia

solenne alla presenza di autorità

dello Stato con visite guidate. Nello stesso

giorno via Baracca ospita la Festa gastronomica

a cura del Motoclub dalle 19 alle

23.

Le celebrazioni continuano poi sabato 23

giugno con alcune iniziative ciclistiche a

Lugo e Nervesa della Battaglia. Anche quest’anno,

inoltre, tornano le Frecce Tricolori

sul lungomare di Punta Marina con la manifestazione

“Valore Tricolore”, prevista

per sabato 30 giugno e domenica 1 luglio.

Tante anche le mostre in programma. Dal 9

maggio al 23 giugno la biblioteca “Fabrizio

Trisi” di Lugo ospita la mostra fotografica

e documentaria con catalogo “Inediti dal

Fondo Baracca” a cura di Laura Orlandini.

L’inaugurazione è mercoledì 9 maggio alle

17.30. Dall’1 al 24 giugno nelle Pescherie

della Rocca ci sarà la personale di Omar

Galliani “Omaggio al Volo e a Baracca”,

mentre dal 2 al 24 giugno l’oratorio di Sant’Onofrio

ospiterà l’esposizione del sarcofago

di Francesco Baracca e la mostra

fotografica sui funerali. Dal 20 al 30 settembre

spazio alla mostra sul tema del volo

a cura dell’associazione “Una Passione in

moto” in programma alle Pescherie della

Rocca, dove dal 3 al 18 novembre è invece

prevista la mostra della donazione Pezzi-

Siboni sulla Grande Guerra, a cura di Isrec

Ravenna. L’inaugurazione è sabato 3 novembre

alle 17.

Sono inoltre in corso contatti con la Ferrari

per definire le modalità di partecipazione

della scuderia di Maranello alle celebrazioni.

Il logo del centenario della morte di Francesco

Baracca è stato donato da Wap Agency

di Lugo e realizzato dalla designer grafica

Natascia Zoli.

INFO :

Museo Francesco Baracca

Via Francesco Baracca, 65,

Lugo RA

Tel. 0545 24821


Espinasse 31

celebration

Ar tists’ Exhibition

Opening 20 Aprile 2018 from 19,00 to 21,30

Preview from 13 to 16 April

Jenny Perez "The Morning After" (2016); acrylic, aerosol,

and ink on canvas; 91x122cm (35,49x47,58 in)

Espinasse 31 festeggia il suo

primo anno di attività, con

una mostra collettiva in residenza,

durante il Salone del

Mobile. La creatività, il talento,

l'innovazione e la passione per

l'arte sono i principali leitmotiv che

hanno guidato l'esposizione: “Espinasse

31 Celebration”.

Sicuramente una visione diversa del mondo

dell’arte, molto interattiva e multidisciplinare,

tra le diverse forme di espressione,

le varie culture e le mode, quella

di Antonio Castiglioni, proprietario e curatore

della residenza. La prima novitàha

riguardato infatti la preview: in occasione

del MiArt, Espinasse ha deciso di dedicare

ben tre giorni, a disposizione dei collezionisti

ed esperti del settore, per poter

ammirare il talento in mostra. Un'occasione

irripetibile per poter apprezzare in

un'unica location opere di pittura, scultura,

fotografia e design.

Come il Salone del Mobile rappresenta

un sistema di interconnessioni, capace di

creare sinergie tra varie realtà, Espinasse

31 si dipinge come una fucina di idee, un

percorso virtuoso dove poter condividere

esperienze, culture, ma soprattutto le proprie

creazioni.

Durante quest'anno sono stati molti i progetti

e gli eventi che hanno visto gli artisti

impegnarsi in prima linea con grandi nomi

della moda, dello spettacolo e dell'architettura:

l'artista cubana Jenny Perez ha

collaborato con Armani per la presentazione

della nuova capsule collection Armani

Exchange AX, intitolata “St_Art”,

https://www.youtube.com/watch?v=aCW

-X2Wiz7k , presentata durante Basel Art

Miami; Jotape annovera tra i suoi collezionisti

la Fondazione Ayrton Senna, il

pilota Emerson Fittipaldi ed il sindaco di

San Paolo, Paolo Ciabattini ha lavorato

con il famoso architetto Daniel Libeskind.

Recentemente, l’artista Flavio Rossi ha

creato un murales a San Paolo con Ronnie

Wood dei Rolling Stones e l'attivista

americana, Leonor Anthony, ha donato la

sua opera, realizzata in residenza, “Hope,

Faith and Charity” all'Associazione culturale

di Jo Squillo “Wall of Dolls”.

Anche nel campo fotografico, sono state

molte le connessioni tra i fotografi e i

maggiori esponenti del mondo del fashion:

Antonio Guccione e Alex Korolkovas

collaborano con le riviste di moda

più in voga degli ultimi anni e la brasiliana

Simone Monte è stata premiata dal

National Geographic Competition per un

suo scatto, in mostra al Museo di Fortalesa

e presso Espinasse31.


122

Jotape Abstract (red) 2016; mxed media, gold leaf

and resin on canvas; 120x80cm (46,8x31,2 in)

THE SAINT - Tecnica mista su tela, cm 60 x 50, 2018

Skott Marsi Untitled 2016 Acrylic and

Spray Paint on Canvas 180x120cm

(70,2 x46,8 in)

In anteprima, durante la serata, sono stati

presentati di 2 nuovi street artists: Marco

Mantovani, in arte KayOne, uno dei primi

writer a Milano, rimasto sempre fedele,

dal 1988, alla cultura del Graffiti

Writing e Scott Marsi, molto attivo e conosciuto

per i sui murales a Brooklyn e

Miami.

Nelle sue opere su tela, KayOne ha sempre

cercato di imprigionare l’energia della

strada e l’amore per il colore, ispirandosi

ai muri delle nostre città, grandi, colorati

e pieni di parole non scritte. I suoi

lavori sono piccoli “frame” rubati alle nostre

strade, restituiti dal tempo, con superfici

che fanno intuire la voglia di lasciare

un segno indelebile di sè.

Per tutti coloro che desideravano acquistare

alcune opere, Espinasse 31 omaggiava

i suoi collezionisti, ma anche i

nuovi clienti con un regalo esclusivo: uno

special sale su tutta la produzione in stock!

Un'occasione irrepetibile per tutti gli a-

manti dell'arte e del design.

Durante questa mostra si sono potuti ammirare

i pezzi più rappresentativi di tutti

i nostri artisti storici, come Adrian Avila,

Rodrigo Branco, Carlos Alves, Claudia

La Bianca, Leo Castaneda e Daniel Tumolillo.

Gran parte della produzione è stata visibile

anche in Piazza Cavour, al civico 1,

presso lo Studio Castiglioni & Partners.

Il divertimento è stato assicurato!

VERNISSAGE

Venerdì 20 Aprile ore 19,00-21,30

Preview: 13-16 Aprile

Apertura straordinaria durante Salone

del Mobile: 17- 19 Aprile

Contatti www.espinasse31.com |

info@espinasse31.com

Instagram: @espinasse31 | Facebook:

Espinasse31 | Youtube: Espinasse31

Viale Carlo Espinasse 31, Milano,

20156, orari: Mar - Sab, 10:30 – 18,30


Marina Novelli

Rosecat's yellow eyes - Olio su tela - cm.50 x 50

marinanovelli.it

marinanovelli@yahoo.it

Mob. 0039 333 56 01 781


124

I Tesori del Borgo

I Monti Sibillini

Viaggio nell'arte e nelle bellezze

dei paesi dell'anello dei crinali

a cura di Marilena Spataro

I Monti Sibillini visti da Gualdo

Sono tanti e di notevole pregio i “tesori”

custoditi nei borghi marchigiani.

Qui illustriamo alcune delle

bellezze artistiche, architettoniche e

paesaggistiche, dei cinque borghi

che formano l'Anello dei Crinali, un percoso,

appunto ad anello, che si snoda all'interno del

territorio del Sistema Turistico Locale “Monti

Sibillini. Terre di parchi e di incanti”, poeticamente

ribattezzati Monti Azzurri dal

sommo Leopardi. L'Anello dei Crinali identifica

un'area del Piceno in Provincia di Macerata,

al confine nord-est del Parco Nazionale

dei Monti Sibillini, caratterizzato da un paesaggio

naturale fantastico, acronimo dell'intera

regione. Il territorio è compreso tra i 400

metri sul livello del mare della zona collinare

fino a circa 2000 metri dell'area montana. Il

mare adriatico è raggiungibile in mezz'ora

d'auto. Cinque sono i Comuni che lo definiscono:

Gualdo, Monte San Martino, Penna

San Giovanni, Sant'Angelo in Pontano e Sarnano.

Cominciamo la nostra escursione da

quest'ultimo centro cittadino, il più vasto e più

popolato dei cinque paesi. Posto su un’altura

alle pendici dei Sibillini, Sarnano, è rinomato

come centro termale, di villeggiatura e di sport

invernali. L’abitato è composto da una parte

moderna che si trova a valle e da un borgo medievale

arroccato sul colle, tipico esempio di

castrum. Gli amanti della natura possono godere

della passeggiata che costeggia il fiume

Tennacola fin dentro il Parco dei Sibillini.

Diventata libero comune nel 1265, la cittadina

marchigiana, è caratterizzata architettonicamente

da piccoli edifici arroccati attorno ai

beni dei poteri di quell’epoca: la chiesa di

Santa Maria di Piazza, il palazzo del Popolo,

il palazzo del Podestà ed il palazzo dei Priori.

Si tratta di piccoli edifici, ma di grande importanza

storica tra cui la biblioteca francescana,

tramandata dai padri Filippini, assolutamente

di grande pregio per tutte le Marche, così

come la sede comunale (ex Convento di San

Francesco) con l’attigua chiesa dedicata proprio

a quel Santo che divise con i Sarnanesi,

nel 1214-15 circa, un breve periodo della sua

ascetica esistenza. Il cotto è l’elemento caratterizzante

e predominante delle costruzioni

del paese; con questo materiale fu edificato

l’antico borgo: dalle murature portanti alle coperture

con volte, dalle colonne ai pilastri, capitelli

e lesene, dalla pavimentazione esterna

dell’intero abitato a tutti quegli elementi decorativi

necessari per dare a questa architettura

la semplicità e la purezza del calore

umano. Della nostra epoca sono invece i sapienti

interventi di restauro e di conservazione,

in perfetta armonia con la bellezza delle

strutture esistenti. Tra le chiese sono d'interesse

artistico e architettonico anche: l'Abbadia

di Piobicco o San Biagio dell'XI secolo,

situata ai piedi della montagna di Sassotetto

in un avvallamento presso il punto di confluenza

di due corsi d'acqua; la chiesa di Santa

Maria Assunta edificata nella seconda metà

del secolo XIII, al suo interno si trovano diverse

opere di notevole pregio, l'Eremo di

Soffiano la cui realizzazione è datata al 1101

quando alcuni signori del luogo donarono al

“prete Alberto” ed ai suoi compagni un certo

territorio dove avrebbero dovuto edificare una

chiesa e condurre una vita eremitica. Sul fonte

“profano” di particolare interesse è il Museo

del Martello con la sua collezione “Sergio

Masini”. Nel Museo è documentata la storia

del martello nell'utilizzo quotidiano e nel lavoro

artigianale e industriale. Sono esposti

martelli in bronzo, cristallo, cuoio, pietra e

rame, pelle, acciaio e altri materiali. La collezione,

che è stata donata al Comune nel 1993,

consta di 500 pezzi provenienti da 40 paesi,

essa rappresenta oltre 100 mestieri; si va dalla

riproduzione del martello e della cazzuola dell'Anno

Santo del 1975, usata da Papa Paolo

VI per aprire la Porta Santa, sino ai martelli

usati dagli agricoltori, dai boscaioli, dai calzolai,

dagli esattori delle tasse, dagli speleologi,

dai gioiellieri, dai tipografi e quant'altri.

A questo curioso museo si aggiungono: il


Teatro Flora - Penna San Giovanni

Pala d'altare - Carlo e Vittore Crivelli-

Monte San Martino

Museo dell’Avifauna delle Marche collezione

“Brancadori”, che comprende circa 867 esemplari

di uccelli imbalsamati appartenenti a

specie ancora rinvenibili nell'area dei Sibillini

e in quella più vasta dell'Appennino centrale;

il Museo delle Armi, dove sono presenti armi

bianche di varie epoche e armi da fuoco, dai

primi archibugi a miccia del XVI secolo sino

alle armi moderne della prima metà del XX

secolo, per un totale di circa 900 pezzi. Veri e

propri tesori dell'arte sono custoditi nella Pinacoteca

Civica di Sarnano con opere pervenute

al Comune dal passaggio dei beni del

convento dei Francescani e di altri conventi,

per effetto della soppressione degli istituti religiosi

a seguito all'Unità d'Italia. Nella Pinacoteca

sono presenti la “Madonna Adorante il

Bambino con Angeli Musicanti” di Vittore

Crivelli (fine sec. XV), l' '”Ultima Cena” di

Simone De Magistris (1607), “Santa Lucia”

di Vincenzo Pagani del 1525 e due bellissime

tele di Ignaz Stern (inizi sec. XVIII), recentemente

scoperte. Dedicato a Mariano Gavasci,

artista sarnanese della prima metà del '900, è

l'omonimo museo che custodisce una importante

collezione di sue opere. Molti altri suoi

lavori figurano: alla Galleria d'Arte Moderna

del Comune di Roma, al Senato della Repubblica,

al Museo Coloniale, al Comune di Sabaudia,

alla “Pro Civitate Christiana” di

Assisi, al Comune di Sarnano, alla Collezione

Gualino, presso vari enti e privati estimatori.

Altro “gioiello” del territorio di Sarnano sono

le Terme di San Giacomo. La fortuna di poter

disporre di numerose sorgenti naturali di

acque minerali di diversa natura, ha, infatti,

determinato le condizioni ottimali perché Sarnano

si affermasse anche come centro termale,

oggi, strutturalmente, forse il più attrezzato

delle Marche. Altra cittadina dell'Anello

dei Crinali di grande bellezza paesaggistica

e ambientale, con tesori preziosi in

ambito artistico, è Monte San Martino. Di origine

romanica, questo suggestivo “borgo”

marchigiano, è posto in una posizione panoramica,

alquanto spettacolare, a

600 metri sul mare su un’altura

a strapiombo sulla valle del

fiume Tenna. Nelle sue chiese sono custodite

alcune pregevolissime testimonianze artistiche

che hanno reso il paese famoso tra gli studiosi

e gli appassionati dell'arte. Nell'antica

chiesa romanica, risalente al XIII secolo, di

San Martino, vescovo di Tour e patrono del

paese, sono presenti, infatti, opere basilari per

la storia dell'arte italiana, vi si trovano nientemeno

che tre polittici di Vittore Crivelli, su

uno dei quali è possibile riconoscere la mano

del fratello Carlo; le opere risalgono a un periodo

databile intorno al 1490. Vi è inoltre un

polittico di Girolamo di Giovanni da Camerino,

probabilmente del 1473. Nella chiesa è

custodito pure un organo molto antico, sul

quale ha lavorato Giovanni Fedeli. Pregevole

è poi l'altare, di scuola napoletana, alla cui

base sono state poste alcune maioliche, tra i

primi esemplari di maiolica su piastrelle. Altre

chiese interessanti sotto il profilo artistico e

architettonico sono: la Chiesa di Sant’Agostino,

di origini quattrocentesche, dove il restauro

del 2000 ha portato alla luce un

bell'affresco del Pagani di Monte Rubbiano;

la Chiesa Santa Maria del Pozzo, dove si trovano

due polittici quattrocenteschi; l'antica

Chiesa di Santa Maria delle Grazie, collocata

pittorescamente sotto un roccione alle porte

del paese e gradevolmente affrescata nelle

cappelline interne. In un recente restauro di

questa chiesa si è provveduto a staccare e a

spostare un affresco per metterne in luce un

altro, più antico e di maggior interesse artistico.

Seguendo un percorso antiorario, il terzo

paese dell'Anello dei Crinali che si incontra è

Penna San Giovanni. Situata sul crinale tra la

valle del Tennacola e quella del Salino a circa

700 metri sul mare, la piccola cittadina presenta

un centro storico ben conservato all’interno

dell’antica cortina muraria. Vi si possono

ammirare chiese, resti di fortificazioni,

ma anche il palazzo comunale ed il monastero:

sono molte le ricchezze artistiche, specie

architettoniche, che questo suggestivo

paese offre. Centro di notevole interesse per

le acque salso – bromo – iodiche – solforose

e per le caratteristiche paesistiche e climatiche,

Penna San Giovanni, fu patria del Beato

Giovanni da Penna, seguace di San Francesco,

ricordato nei “Fioretti”; dello storiografo Giovanni

Colucci (sec. XVIII), autore della monumentale

opera “Antichità picene”; altro

cittadino illustre da ricordare è il pittore Mario

Nuzzi meglio conosciuto come Mario dè Fiori

(sec. XVII). Sulla base di alcuni reperti archeologici,

l'origine di questo “borgo” risalirebbe

all’epoca romana. Il luogo fu fortificato

in epoca medievale e fu residenza di signori

locali. Nel 1259, al tempo dell’occupazione di

Manfredi, gli abitanti insorsero e distrussero

la Rocca sulla sommità del monte. La fortezza

fu poi ricostruita alla metà del ‘300 dai Varano

che avevano preso possesso del paese per

conto del Cardinale Albornoz che cercava di

mettere ordine nella Marca in nome del Pontefice;

nella metà del secolo XV fu conquistata

e tenuta per due decenni da Francesco

Sforza insieme con molti altri castelli vicini

per passare poi definitivamente sotto il dominio

della Chiesa. Del periodo medievale,

Penna conservava il tratto della primitiva cinta

muraria del secolo XIII, i rifacimenti del secolo

XV con torre quadrangolare aggettante e

le porte dei secolo XIII e XIV: Porta della

Pesa (sec. XIV), la Portarella (sec. XIII), Porta

del Forno (sec. XIV) e Porta Santa Maria del

Piano o Porta Marina (sec. XIV). Sulla cima

del colle, sono ancora visibili i resti di una

torre della originaria Rocca in cui si apre uno

stretto cunicolo, nel quale la leggenda dice si

nasconda una chioccia d’oro con i suoi pulcini.

Tra i monumenti più importanti del centro

cittadino abbiamo la Chiesa di San Fran-


126

Gualdo

Sarnano

cesco, costruita nel 1457 da Salino Lombardo,

ma rimaneggiata nel XVII e XVIII secolo, che

conserva il portale della primitiva costruzione

ed il pavimento in cotto. All’interno sono presenti

tele dei secoli XV e XVIII. L’antico convento

adiacente con il chiostro e il loggiato ha

subito varie trasformazioni nei secoli scorsi ed

è stato adibito a scuola. Nel palazzo Municipale,

edificato alla fine del secolo XVIII dall’architetto

Pietro Maggi, sono conservati

reperti di epoca romana ed una interessante tavola,

raffigurante la Madonna tra San Rocco,

San Sebastiano, Santa Apollonia e San Giovanni

da alcuni attribuita all’ambito dei Crivelli.

Sulla parte aggettante della facciata si

innesta la torre dell’orologio. Tra gli edifici

sacri antichi, merita attenzione la Pieve di San

Giovanni Battista, costruita tra il 1251 e il

1256 da Giorgio da Como, noto per la fabbrica

delle cattedrali di Fermo e di Iesi, a

croce latina e ad un’unica navata, riformata

nel 1736, conserva la statua in legno del Battista,

opera di notevole importanza artistica

(sec. XVI), forse di Desiderio Confini, ed un

interessante Crocifisso dello stesso periodo.

Quanto alla chiesa di San Antonio Abate dell'originale

resta il robusto campanile costruito,

probabilmente, sul basamento di un'antica

casa-torre medievale. Nel palazzo Priorale, risalente

al secolo XIII, ma molto rimaneggiato,

si trova un gioiellino di grande eleganza: il

Teatro comunale, una piccola bomboniera con

99 posti, costruito in legno e affrescato da Antonio

Liozzi (sec. XVIII), che sul soffitto ha

dipinto una suggestiva scena mitologica dove

una Musa gioca con Amorini. D’interesse è,

poi, ciò che resta del monastero di Santa Filomena:

la chiesa, ad unica navata, conserva il

matroneo, ormai murato e l’originale pavimento

in cotto recentemente restaurato, e all’interno

custodisce una Sacra Famiglia

attribuita al Sassoferrato (sec. XVII). Fuori

dal centro abitato, immerse nel verde, si possono

ammirare due piccole chiese, tra le più

antiche di Penna: la chiesa di San Bartolomeo

e quella romanica di San Biagio.

Sant'Angelo in Pontano è un altro dei cinque

paesi di cui ci occupiamo in questo nostro

viaggio tra i “tesori del borgo” marchigiani.

In epoca romana il suo territorio era probabilmente

un vicus o un pagus. Con l'arrivo del

Cristianesimo si diffuse il culto di San Michele

Arcangelo che, ancora oggi, compare

nel nome e nello stemma comunale. In epoca

longobarda la cittadina aveva raggiunto una

dimensione considerevole e faceva parte del

Ducato di Spoleto, più precisamente nel Gastaldato

di Ponte, da cui deriva “in Pontano”

aggiunto al nome di questa località per distinguerla

da altre omonime. Nel VII secolo fu costruito

il convento Santa Maria delle Rose da

parte dei benedettini e poco dopo il paese

passò sotto il controllo dell'abbazia di Farfa.

Nel X secolo prendono il potere nobili locali.

Nel dicembre 1263, Sant'Angelo in Pontano

diventa libero comune, ma dopo pochi anni si

sottomette alla città di Tolentino, e successivamente

a Fermo. Nella metà del XIV secolo,

in seguito al tentativo del cardinale Albornoz

di ridurre i castelli della Marca sotto il dominio

del Papa, Sant'Angelo subì l'assedio e la

conquista da parte delle truppe pontificie. Nel

1413 fu possesso dei Da Varano per poi tornare

a Fermo, vent'anni più tardi, a seguito

della campagna di Francesco Sforza. Ripreso

dai pontifici, fu messo a sacco e gravemente

danneggiato. Ben presto furono però riparati

i danni e ritornò a far parte del territorio di

Fermo di cui seguì le sorti sino al periodo napoleonico

quando fu compreso nel Dipartimento

del Tronto. Nel 1860, al momento della

soppressione della provincia fermana, entrò a

far parte di quella di Macerata. Tra i monumenti

e i luoghi di maggiore interesse di Sant'Angelo

in Pontano abbiamo la Collegiata del

Santissimo Salvatore, la chiesa, in stile romanico-gotico,

risale alla prima metà del XII secolo.

L'interno è diviso in tre navate, di cui

quella centrale ha il soffitto a capriate, mentre

quelle laterali sono a crociera. La pianta divenne

a croce greca con l'aggiunta di due cappelle

laterali nel 1700. La cripta, come il

campanile, è stata aggiunta nel XIV secolo ed


Sant'Angelo in Pontano

Penna San Giovanni

è vasta quanto la chiesa soprastante, con archi

in laterizio e volte a crociera. All'interno della

collegiata sono presenti alcune pregevoli acquasantiere

ricavate da antichi capitelli, mentre

sul quarto pilastro di destra c'è un interessante

affresco, da attribuire, molto probabilmente,

alla cerchia dei Salimbeni di Sanseverino,

raffigurante la Madonna con il Bambino.

Nella Chiesa di San Michele, dedicata a

San Michele arcangelo da cui il paese prende

il nome, prima dell'attuale costruzione, era

presente una cappella longobarda di cui un

bassorilievo all'esterno dell'edificio tiene traccia.

In un piazzale panoramico accanto al

Convento degli Agostiniani, sorge la Chiesa

di San Nicola, dedicata al patrono del paese.

Costruita nella seconda metà del XV secolo

sulla preesistente chiesa dedicata a Sant'Agostino

e ristrutturata alla fine del '700, l'edificio

sacro presenta all'interno la cappella di San

Nicola, affrescata elegantemente e dove si

possono ammirare pregevoli lavori di intaglio

in legno eseguiti nei primi decenni del XVII

secolo. Tra gli edifici laici suscitano interesse:

la torre civica detta dell'orologio, le cui prime

notizie risalgono al 1397; la Piazza Angeletti,

cuore pulsante delle vita cittadina, la Rocca di

San Filippo, risalente al XIII secolo ed in seguito

ampliata, che si trova fuori del centro

abitato e nelle cui vicinanza era presente una

chiesa (XVII secolo) dalla quale la rocca

prende il nome.

A chiudere il nostro viaggio tra gli affascinanti

territori dell'Anello dei Crinali è il bel paesino

di Gualdo. Borgo dall'aspetto medievale, con

resti delle numerosi torri appartenenti alle fortificazioni

antiche, Gualdo offre al visitatore

una suggestiva vista sui monti Sibillini che lo

circondano e la possibilità di piacevoli escursione

tra chiese di varie epoche storiche e un

interessante convento francescano. Le origini

di questa cittadina marchigiana si perdono in

tempi remoti. Con tutta probabilità fu edificata

dopo la rovina di Urbisaglia e Falerone,

quando i signori che dominavano su quelle località,

per sfuggire all’eccidio dei barbari, ripararono

nei vicini monti e cominciarono a

costruire i loro castelli in siti di una certa altitudine

per difendersi meglio dalle incursioni

dei nemici. Il nome Gualdo deriva dal longobardo

Wald, cioè bosco, di cui tutta la zona era

ricoperta. Probabilmente nel secolo X sorse

una piccola cinta fortificata che proteggeva le

poche case e la chiesa (ce ne sono ancora

tracce evidenti). Il Castello di Gualdo fu la

fortezza dell’antica e potente casa Brunforte,

che l’aveva avuto in possesso dai Bonifazi,

nobile famiglia di Monte San Martino, e che,

ormai in decadenza, nel 1319, lo vendette alla

Città di Fermo con dispiacere di San Ginesio,

che, nemica di Fermo, veniva ad avere troppo

vicino un popolo rivale. Infatti per questioni

di confine tra Gualdo e San Ginesio ci fu un

lungo periodo di contrasti, con furti, grassazioni

e omicidi, fino a quando, nel 1484, per

intervento del Pontefice Sisto IV gli arbitri

delle due Comunità firmarono una sentenza

che fissava i confini al fiume Salino. Sempre

per questioni di territorio, nel secolo XVI,

Gualdo fu in conflitto con Sant' Angelo in

Pontano e Sarnano, ma nel secolo seguente arbitrati

di pace posero fine alle discordie. L’importanza

del Castello di Gualdo fu anche

determinata dal fatto che nel suo territorio

passava il confine tra la diocesi di Camerino

e Fermo. La struttura di maggiore interesse

storico e architettonico di questo borgo marchigiano

è data dal Mulino Brunforte. Posto

sulla riva sinistra del Tennacola, il Mulino risale

al secolo XIII, nel secolo XVI, in un

clima di cattive relazioni tra Gualdo e Sarnano,

viene ulteriormente fortificato perché ritenuto

strategico per la difesa del territorio

comunale. La costruzione è realizzata in pietra

arenaria sbozzata tipica del luogo, si presenta

a forma di torre, con ponti levatoi, beccatelli,

piombatoi e bombardiere su tutti e quattro i

lati. La torre è a pianta rettangolare, di metri

11×9 circa, si compone di tre piani, per un’altezza

totale alla facciata nord-est di metri

11,50. Nella piazza centrale di Gualdo si può,

poi, ammirare la bella torre campanaria del

XIV secolo, dove fa bella mostra un orologio

meccanico del 1850 realizzato dal famoso mastro

orologiaio Pietro Mei. L’orologio è stato

recentemente restaurato ed è perfettamente

funzionante. A circa 700 metri dal centro abitato

della cittadina marchigiana si trova il “Lavatoio-Fontana”,

un manufatto che risale al

XVIII secolo e che costituisce una notevole

testimonianza della civiltà rurale del ‘700.


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