n.15 #3DMAGAZINE_WEB

3dmagazine

#3D Magazine - Rivista Trimestrale - N° 15 - Dicembre 2017 - € 3,50

SEMPRE SUL FUTURO,

MAI SUL PRESENTE

Intervista a Mena Marano, Ad Gruppo Arav Fashion

ISSN:2499-0809

71208

9 772499 080009

poste italiane spa - spedizione a. p. - d. l. 353/03 art. 1 cm 1


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L’OBLIO DELLA FALENA

di antes

Uno sciame di falene

nello stomaco aleggia

un piacevole fremito

percuote le membra

sopite dal torpore

della quotidianità

cosa mai sarà

tutto questo scompiglio

rivoltato come un calzino

vezzose falene sfoggiano

abiti sgargianti sensuali

pavoneggiandosi nel pagano

rituale d’amore

che siano falene

blatte o ratti

siamo ciò che siamo

creature belle e fragili

alla spasmodica ricerca

di emozioni

un corpo danza

al richiamo dei sensi

si perde nell’oblio

di un unico pensiero

contemplando un solo essere

da loro il nome che ti pare

non ingannare te stesso

non temere di vivere

da falena

© Ph. Cameron Oxley

#3D MAGAZINE 3


#SOMMARIO N° 15 – dicembre 2017

www.magazine3d.it

#SONODONNAE

8 Olivia Magnani:

IL BISOGNO CONTINUO DI SPERIMENTARE

di Emma Di Lorenzo

10 di cuore e di pancia

di Fabio Falabella

18

#incopertina – mena marano

SEMPRE SUL FUTURO, MAI SUL PRESENTE

di Manuela Giuliano

#incopertina – bruno caruso

I MIEI ABITI SONO FOLLI COME ME

di Mariagrazia Ceraso

72

12 IL PRECARIATO TI LOGORA

di Mirella Paolillo

16 l'incantatrice cristina donà

di Gabriella Galbiati

24 LA YOUTUBER

CHE CONQUISTA I TEENAGERS

CON MESSAGGI SOCIALI

di Mirella Paolillo

#SONOUOMOE

26 SONO UN PITTORE DELLA DOMENICA

di Fabio Falabella

28 DOPO L'INFARTO CONTINUO A SOGNARE

di Emma Di Lorenzo

30 TESTA TRA LE NUVOLE

E PIEDI PIANTATI A TERRA

di Fabrizio Brancaccio

#intervistaHASHTAGGATA

34 IL PREGIUDIZIO CHE FA PIÙ MALE

È QUELLO DELLE DONNE

di Giovanni Salzano

#Play

38 Settant'anni di storia

per il forever young del jazz italiano

di Sonia Sodano

#innovation

40 Addio BUCHI NEL MURO,

“HIDE” RIVOLUZIONA LA PRESA ELETTRICA

di Maria Cava

speciale giappone

#reportage

42 3 MOTIVI

PER ANDARE IN GIAPPONE

di Giovanni Salzano

#Style

46 FRAMMENTI nipponici

DALL'INVERNO

ALLA PRIMAVERA 2018

di Mariagrazia Ceraso

#inversi

48 DAL ROMANZO CLASSICO

ALLE CELL PHONE NOVELS

di Giuliana Mastroserio

50 CHI L’HA DETTO

CHE SIAMO SOLO CARTONI?

di Emma Di Lorenzo

#peperosso

52 JAP ONE,

PRIMI NELLA CUCINA GIAPPONESE

IN TUTTO IL SUD ITALIA

di Davide Milone

34


#SOMMARIO N° 15 – dicembre 2017

www.magazine3d.it

#where

88 TRA NATURA, STORIA E SPIRITUALITÀ

di Anna Pernice

#reportage

92 Saint Barth, il paradiso dei ribelli

di Luca Marfè

42 64

#location

96 Tocchi di bianco e richiami alla natura

Come addobbare la tavola natalizia

di Gabriella Galbiati

#sport

#esperti

56 #psicologicamente

LA FAMIGLIA È SACRA

di dott.ssa Carolina Alfano

58 #unamelaalgiorno

PERCHé MANDARE

UNA gravidanza N fumo

di dott. Fabrizio Paolillo Diodati

60 #sPORTELLOSALUTE

MAGNIFICA ALOE,

PIANTA INTELLIGENTE

E PANACEA DI TUTTI I MALI

di dott.ssa Matilde De Tommasis

62 L’Idrocolonterapia

approccio non-farmacologico

delle cefalee

di dott.ssa Maria Giovanna Tammaro

#Inversi

64 IL GENIO RIBELLE

DI COLETTE

di Giuliana Mastroserio

66 “Indissolubili”,

le mille strade

che portano all’amore

di Sonia Sodano

#style

68 azzArdo sotto zero

di Mariagrazia Ceraso

76 LA FILOSOFIA DELL'ESSENZIALE:

Il gioiello contemporaneo

secondo Genos

di Mariagrazia Ceraso

#BEAUTYCASE

80 La bellezza?

Una questione di benessere

di Silvia Tramatzu

#SPORTELLOSALUTE

82 Single per legittima difesa

o in coppia per legittimo amore

di Nunzia Marciano

#peperosso

84 UN “CAPRICCIO”

CHE REGALA SODDISFAZIONi

di Gabriella Galbiati

86 CASEIFICIO RUOCCO,

STORIA DI AFFETTI ED ECCELLENZE

di Maria Consiglia Izzo

98 Calcio rosa,

il futuro è sempre più azzurro

di Max Bonardi

#POSTIT

100 CONFAPI NAPOLI ACCANTO ALLE DONNE

CHE SUBISCONO VIOLENZA

di Lorenzo Crea

#Arte&Arti

102 ARBORSCULPTURE,

IL MONDO DELL'ARTE IN NATURA

di Sonia Sodano

104 CAPODIMONTE,

AUTENTICO PARADISO DELL'ARTE

di Paolo Marsico

106 CREAZIONI ARTISTICHE

CHE UNISCONO NATURA, MATERIA E STORIA

di Gabriella Galbiati

#PULCENELLORECCHIO

108 É SEMPRE L’ORA DEL TÈ

di Sonia Sodano

#3D Biker

110 Le moto “sartoriali”:

è tendenza Cafè Racer

di Giovanni Salzano


DIRETTORE RESPONSABILE

Manuela Giuliano

UFFICIO CENTRALE

DIRETTORE EDITORIALE

Carmine Bonanni

CAPOREDATTORE

Mirella Paolillo

STORYTELLER

Valeria Aiello

Max Bonardi

Fabrizio Brancaccio

Max Bonardi

Maria Cava

Mariagrazia Ceraso

Lorenzo Crea

Emma Di Lorenzo

Fabio Falabella

Gabriella Galbiati

Maria Consiglia Izzo

Nunzia Marciano

Luca Marfè

Paolo Marsico

Giuliana Mastroserio

Anna Pernice

Giovanni Salzano

Sonia Sodano

CONSULENTE EDITORIALE

Enzo Agliardi

RESPONSABILIE RUBRICA #PEPEROSSO

Davide Milone

DIRETTORE MARKETING

E COMUNICAZIONE

Giovanni Salzano

DIRETTORE COMMERCIALE

Donatella Liguori

SOCIAL MEDIA MANAGER

Stefania Sansò

WEB MASTER

Francesco De Stefano

PROGETTAZIONE GRAFICA

Francesco Cotroneo

ESPERTI

dott.ssa Carolina Alfano

Psicologa, Psicoterapeuta in Gestalt

e Analisi Transazionale

Docente IGAT di Napoli

dott. Fabrizio Paolillo Diodati

Medico–chirurgo

Specialista in Ostetricia e Ginecologia

dott.ssa Matilde De Tommasis

Farmacista

esperta in nutraceutica,

antiaging e dermocosmesi

dott.ssa Maria Giovanna Tammaro

Nutrizionista

Specialista in Microbiologia e Virologia

1ª COPERTINA

Mena Marano – Ad Gruppo Arav Fashion

2ª COPERTINA

Bruno Caruso – Couturier

Photo Mario Zifarelli

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EDITORE

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Reg. Trib. di Napoli n. 44 del 18 luglio 2014

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#EDITORIALE

MANUELA GIULIANO

Direttore Responsabile

#3D Magazine

Le piccole cose

Una mia adorata amica, qualche tempo fa, mi ha detto: «Tu, sei una che

apprezza le piccole cose della vita». Ne sono rimasta colpita e mi ha

reso veramente felice. Le piccole cose della vita, per intenderci, sono quei

minuscoli sprazzi di felicità, invisibili agli occhi di molti, che disperatamente

provano a farsi notare in quella tempesta di corse, casini, rogne, litigi,

delusioni, assenza di comunicazione e fiducia tra essere umani, che ci travolge

ogni giorno. Sono infinite. E sono, per esempio, il caffè con l’amica del cuore,

l’abbraccio di un figlio, il complimento sincero di un collega, l’arrivo a casa

dopo una corsa sotto la pioggia senza ombrello, il tuo piatto preferito a tavola,

la canzone in radio che volevi ascoltare, un odore nell’aria che ti porta alla

mente un ricordo nascosto da qualche parte.

Ora, mi chiedo. Siamo certi che queste cose siano veramente così piccole?

O sono forse le uniche che ci possono rendere Grandi, migliori e felici?

Piccole cose senza le quali non potremmo realizzare sogni e grandi progetti,

perché è da lì che, senza saperlo, traiamo energia.

Anche un prodotto editoriale è fatto di piccole cose. Anche #3D Magazine è

una tela filata dal lavoro certosino di ognuno di noi che è andato alla ricerca

della piccola parola magica raccolta in un’intervista, dello scatto con la luce

migliore, della piccola grande storia da raccontare al lettore. Tanti piccoli

pezzi di un puzzle che consegnano nelle vostre mani un magazine che vuole

arricchirvi ed informarvi su cose nuove e diverse.

Sono leziosa o, forse, come diceva la mia prof al Ginnasio (che spero mi

legga) troppo retorica. È un rischio che voglio correre, perché credo in

questo messaggio. Valore alle piccole cose, le uniche che, forse, ci possono far

diventare grandi ma che senza dubbio ci possono rendere felici.

La mia mail è

direttore@magazine3d.it

Il Direttore


#SONODONNAE

Abito Fendi Resort 2018, Chamelon argento e Mini Peekaboo azzurra. © Ph. FENDI Studios

Olivia Magnani,

il bisogno continuo

di sperimentare

Tra Parigi e l’Italia, un percorso lavorativo tra arte e cinema

per la nipote della grande Anna Magnani

8

#3D MAGAZINE


di cui sono felicissima. Fare un

provino e poi lavorare con lui è

stata un’esperienza incredibile: mi

sono ritrovata su un enorme set,

confrontandomi con qualcosa che

non conoscevo. Un’esperienza che

potrei avvicinare a quella dello

scorso anno, quando ho lavorato

con Aleksandr Sokurov nello

spettacolo Go.Go.Go., andato

in scena al Teatro Olimpico di

Vincenza e al dell’Arte di Milano».

Abito Fendi Resort 2018, Chamelon argento e Mini Peekaboo azzurra. © Ph. FENDI Studios

DI EMMA DI LORENZO

Nata a Roma, Olivia Magnani

indossa l’eredità di un

cognome importante con grande

dignità. Dedita alla recitazione sin

dal liceo, ha continuato gli studi

con il diploma all’Accademia d’Arte

Drammatica Silvio D’Amico. «Mi

sono sempre dedicata all’arte, forse

perché sono stata naturalmente

indirizzata verso danza, musica

e tutti gli aspetti performativi sin

da bambina – racconta –. Dopo

la formazione in Italia, ho vissuto

per anni in Francia e mi sono

divisa tra questi due Paesi per

continuare il percorso di studi e

lavorare. A Parigi ho incontrato

molti registi importanti di cui ho

seguito il lavoro». Il cambiamento

non spaventa Olivia: «L’idea di

sperimentare mi caratterizza. Negli

ultimi tempi in Francia ho riscoperto

una passione per l’arte, un bisogno

di espressività attraverso il disegno e

la pittura. Mi sono dedicata molto a

questo lato, esponendo e vendendo i

miei quadri ai collezionisti».

Una piacevole distrazione rispetto

alla recitazione, a cui sta tornando.

«Il lavoro d’attrice resta il mio

obiettivo principale. Di recente

ho recitato nell’ultimo film di

Ridley Scott, con una piccola parte

La sensibilità artistica è il filo

conduttore che passa attraverso

le diverse esperienze lavorative di

Olivia Magnani e le sue origini.

«Coloro che sanno chi è stata Anna

Magnani comprenderanno che

esserne una discendente e portarne

avanti parte del DNA è una

bellissima responsabilità. Se avessi

scelto un altro lavoro, non sarebbe

stato lo stesso. Credo che alcuni

registi nutrissero un’ammirazione

e una curiosità per il mio nome e

che altri ne avessero soggezione. Ho

rifiutato proposte che non sentivo

mie per i motivi più vari ma, quando

ho accettato, mi sono lanciata al

100%. Ho sempre avvertito una

responsabilità ed è questo il motivo

per cui studio ancora la danza, la

fisarmonica, le lingue. Cerco di

perfezionarmi sempre».

Coprotagonista nel 2004 del film di

Paolo Sorrentino Le conseguenze

dell’amore, la Magnani aggiunge:

«Lavorare come attrice in Italia non

è semplice. Ci sono più ruoli per

gli uomini, ancora poche registe e

sceneggiatrici. Risulta complicato

trovare personaggi femminili scritti

da donne. In Francia la situazione

non è diversa, anche se la maggiore

quantità di produzione concede

qualche possibilità in più. Siamo

però molto lontani dalle pari

opportunità».

#3D MAGAZINE 9


#SONODONNAE

«DI CUORE E DI PANCIA»

Vulcanica e tranchant, Ambra Angiolini si racconta ai lettori di 3D:

il figlio Leonardo, la sua fragilità, il carattere socievole e il ruolo

che vorrebbe interpretare al cinema

DI FABIO FALABELLA

Confida ai lettori di 3D Magazine

che, se qualcuno glielo avesse

detto più di vent’anni fa, ai tempi di

Non è la Rai, forse non ci avrebbe

creduto nemmeno lei di diventare

una diva del mondo dello spettacolo,

abituata com’è a «fare le cose di

pancia» e a seguire il cuore e il

suo istinto, «passando da uno stile

all’altro e sperimentando generi

differenti». Eppure che Ambra

Angiolini (40), attrice, cantante,

conduttrice e presentatrice tv avesse

un gran talento e stoffa da vendere

si intuiva già nel fortunatissimo

format di Canale 5, quando

teleguidata in cuffia dal suo mentore

scomparso di recente, il maestro

Gianni Boncompagni, intratteneva

i telespettatori da casa con balletti,

telequiz e giochi per bambini. Radio,

teatro, cinema, piccolo schermo,

amori impossibili e nuove fiamme,

come quella accesa da qualche mese

tra lei e l’allenatore della Juventus

Massimiliano Allegri: nella giovane

biografia professionale e personale

di Ambra c’è tanto e un po’ di tutto,

compreso il piccolo Leonardo, il

figlio avuto dall’ex compagno e

musicista Francesco Renga. «Perché

non seguo una logica nella mia vita:

scelgo quello che mi dà entusiasmo e

10

#3D MAGAZINE


mi sembra giusto in un determinato

momento», racconta la Angiolini

durante un’intervista per i lettori di

3D Magazine, concessa a margine di

una serata di gala dedicata al cinema.

Non hai progetti particolari, quindi,

per il prossimo futuro?

«Qualcosa in cantiere c’è, io cerco

di non fossilizzarmi e di avere più

strade a disposizione, per trovare

un piccolo spazio per me in ognuna

di queste. Forse tornerò al cinema

d’autore, l’esperienza con Özpetek

è stata straordinaria: in Saturno

contro, con Roberta (il personaggio

interpretato dalla Angiolini, ndr) lui

ha saputo raccontare la mia fragilità

nascosta».

A dispetto

della mia

fragilità

nascosta sono

molto socievole,

mi piace

chiacchierare

ed entro in

empatia con

le persone, ma

poi rompo gli

schemi

Di tutte quelle che ti danno la critica

e i giornali, qual è l’immagine di te

che preferisci?

«Quella vera, spontanea: io sono

così, un po’ l’amica di tutti. La gente

mi piace, sono una chiacchierona ed

entro facilmente in empatia con le

persone e col pubblico, anche se non

sono simpatica a tutti: arrivo sempre

in pace, ma poi accade che rompa gli

schemi».

Come ricordi la Ambra teenager? E

come ti vedi adesso? C’è un ruolo

che vorresti?

«Ricordarla è facile, è scordarsela

che è difficile – scherza, pensando ai

suoi esordi – dei quattordici anni mi

mancano la purezza e l’incoscienza,

l’inconsapevolezza di un talento

nascosto; ma, grazie a Dio, il tempo

sta facendo il suo corso. Sono

cambiata molto da allora e oggi sono

una donna soddisfatta: spero che il

mio presente racconti di più del mio

passato e, quando recito, di essere

più interessante di WhatsApp. In

futuro, al cinema, vorrei fare un film

in cui la donna non sia per forza la

moglie di, o la compagna di...».

#3D MAGAZINE 11


#SONODONNAE

«IL PRECARIATO

TI LOGORA»

Paese, miope e indifferente ad investimenti

concreti nelle uniche cose su cui potrebbe

competere nel mondo: sviluppo,

alta tecnologia e ricerca

DI MIRELLA PAOLILLO

Barbara Saracino – 36 anni,

metodologa della ricerca sociale

e sociologa della scienza – racconta

ad #3D, dati alla mano, le condizioni

in cui operano i ricercatori nel nostro

paese e l’importanza di promuovere

una nuova comunicazione pubblica

sul ruolo dell’università e della ricerca.

Da quale famiglia provieni?

«Sono nata a Napoli nel 1981.

Mia madre e mio padre hanno

cresciuto me e mia sorella come

due figlie uniche, rispettando le

nostre inclinazioni. Hanno provato

a realizzare qualunque nostro

desiderio, nonostante papà fosse

infermiere e mia madre casalinga,

quindi una famiglia monoreddito. Per

loro la cosa più importante siamo noi.

Anche oggi, che ho 36 anni».

Quali studi hai fatto?

«Liceo scientifico. Vengo dalla

periferia, un quartiere abbastanza

tosto. Per una che voleva studiare,

aveva gli occhiali e portava

l’apparecchio ai denti non era

una vita facile. Ero oggetto di

bullismo. Poi sono andata alla

Federico II di Napoli e ho scelto

la facoltà di Sociologia con

indirizzo antropologico, perché mi

interessava osservare la società,

capire i comportamenti, le azioni, le

interazioni. Mi interessava l’essere

umano non come singolo, ma come

essere sociale».

Quando hai deciso di fare ricerca e

come hai scelto il tuo ambito?

«Dopo aver fatto gli esami di

metodologia della ricerca sociale

e di statistica, ho capito che mi

piaceva fare ricerca e che osservare

il comportamento dell’essere sociale

poteva diventare un mestiere. È

stato utile anche fare attività politica

12

#3D MAGAZINE


all’università come rappresentante

degli studenti, ti fa capire cose che

non scopri se vai a lezione o a fare

gli esami. Sono una sociologa della

scienza, ma anche una metodologa

di formazione, perché poi ho fatto

il dottorato in Metodologia delle

Scienze Sociali all’Università degli

Studi di Firenze».

Quali sono state le prime tappe della

tua carriera accademica?

«Il 16 gennaio del 2006 arrivo a

Firenze con le mie due valigie cariche

di speranza. Dopo il dottorato, ho

capito che volevo continuare la

carriera accademica. Quando sono

entrata per la prima volta da docente

in un’aula universitaria mi sono detta

questo è il mio posto nel mondo.

È grazie a questo pensiero che ho

superato gli anni di precariato che ho

fatto e che sto ancora facendo».

Credi ancora nell’istituzione

universitaria?

«Ci credo profondamente. Credo

nell’università pubblica, in una

didattica e in una ricerca di qualità.

È questo quello che mi spinge a

continuare, mettendo da parte anche

i miei desideri personali. Ho 36 anni,

ho una famiglia d’origine, ma non

ho una famiglia di destinazione. È

una mia scelta? Sì, ma è una scelta

che dipende dalle condizioni. Vorrei

essere come i miei genitori: poter

realizzare tutti desideri di mio figlio.

Il precariato ti logora».

Dove e a cosa hai lavorato fino ad

oggi?

«La cosa utile dell’essere una

metodologa è che puoi lavorare su

un sacco di progetti diversi. Dal

2009 ad oggi, ho avuto contratti di

collaborazione con molti atenei, sia

per la mia attività di ricerca sia per

l’attività didattica: Torino, Bologna,

Napoli, Firenze, Trento, Urbino,

Roma. Oggi insegno a Napoli, sono

tornata a casa. La sociologia della

scienza in Italia non è una disciplina

molto comune, noi sociologi della

scienza possiamo contarci sulle dita

delle mani, ci conosciamo tutti».

Ti definiresti quindi un’esperta di

scienza?

«Non lo sono. A me piace dire che

guardo da uno spioncino gli scienziati

mentre lavorano. Cerco di capire il

rapporto della scienza con la società.

Studio le tecniche di comunicazione

della scienza, cioè posso dire ad uno

scienziato come può comunicare i

risultati della sua ricerca. Ora lavoro

per Observa Science in Society, ho

iniziato facendo analisi dei dati e

adesso sono direttrice di ricerca.

Observa si occupa proprio di questo:

del rapporto tra scienza, tecnologia

e società. Ad esempio nell’ultimo

anno c’è stato il dibattito sui vaccini:

qual è l’impatto della comunicazione

scientifica dei vaccini sui cittadini?

Io riesco a dirti cosa ha funzionato e

cosa no».

A proposito di precariato, qual è la

situazione in Italia, anche a livello

istituzionale?

«Ho detto pubblicamente al senatore

Verducci, responsabile dell’università

e della ricerca per il PD, voi potete

anche metterci 1600 posti da

ricercatore in più nell’attuale legge

di bilancio, noi vi ringraziamo, ma

non basta. Noi abbiamo bisogno di

certezze. Anche se ci dite fra tre anni,

fra dieci anni, ma noi abbiamo bisogno

di prospettive.Voglio fare anche dieci

anni di gavetta ma voglio sapere dove

sto andando, qual è l’obiettivo. Le

politiche della ricerca negli ultimi

decenni sono di taglio dell’università.

Nel momento di crisi mondiale, ci

sono stati paesi che hanno investito

in ricerca e sviluppo e paesi che

hanno tagliato. E l’Italia è tra questi

ultimi. Nell'ultimo anno in cui il dato

è disponibile, l'Italia registra appena

il 18% di laureati, contro il 37% della

media nella zona Ocse. Non possiamo

competere con la Cina sul piano della

produzione, ma sullo sviluppo, l’alta

tecnologia e la ricerca».

#3D MAGAZINE 13


Perché l’Italia non investe nella

ricerca secondo te?

«È un investimento a lungo termine

e in Italia non abbiamo una politica

di lungo respiro, di cose che non

sono spot elettorali. L’università e la

ricerca non ti permettono di avere

un risultato immediato in termini di

voti. La politica di oggi è la politica

del domani mattina. L’università e

la ricerca non funzionano così: oggi

spendi, fra dieci anni la tua società

sarà migliore. La frase tristemente

nota dell’allora ministro dei Beni

e delle attività culturali Sandro

Bondi con la cultura non si mangia

è emblematica. Con la cultura non

si mangia oggi, ma tra dieci anni

mangeranno moltissime persone».

Qual è il ruolo dei ricercatori in

questo stato di cose?

«Anche i ricercatori dovrebbero

uscire dalla torre d’avorio in cui si

sono rinchiusi e iniziare ad opporsi

e a raccontare le loro storie. Fare

comunicazione pubblica del ruolo

dell’università e della ricerca. Mi sono

chiesta perché lo dovremmo fare e

perché non lo facciamo. Perché siamo

divisi tra noi. I precari, soprattutto,

sono il gruppo più diviso: si tratta

di competere con il tuo compagno

di banco per avere un assegno di

ricerca. Oggi faccio parte di un

gruppo che si chiama Coordinamento

delle Ricercatrici e dei Ricercatori

Non Strutturati Universitari, nato

tre anni fa per creare comunicazione

tra noi. Anche questo ha migliorato

la mia attività di ricerca perché

entri in relazione con tanta gente e

questo lavoro è fatto di network e di

relazioni».

Per le donne fare carriera all’interno

del mondo accademico è ancora più

difficile.

«Ormai la quota di donne laureate

e dottoresse di ricerca supera quella

degli uomini in tutti i 28 paesi

dell'Unione Europea. L'Italia si

colloca sopra la media europea con

una percentuale che arriva quasi al

60%. Ma le donne continuano ad

essere sottorappresentate soprattutto

nei settori delle scienze dure. In

particolare, in Europa la percentuale

di laureate e dottoresse di ricerca in

scienze, matematica e informatica

si aggira intorno al 40%, quella in

ingegneria, industria e costruzioni

è inferiore al 30%. E poi esiste la

segregazione verticale: la disparità

di genere tende ad accentuarsi lungo

il percorso che conduce agli apici

alle carriere scientifiche. Nell'ultimo

anno in cui il dato è disponibile,

le ricercatici universitarie italiane

sono il 48%, le professoresse

associate sono il 36,5%, mentre le

professoresse ordinarie si fermano

al 22%, e sono meno del 15% in

settori come ingegneria industriale

e dell'informazione, scienze fisiche

e scienze mediche. Io aggiungo che

in realtà non c’è solo un soffitto di

cristallo, ma c’è anche un pavimento

appiccicoso che non permette loro

di fare il passaggio tra le discipline.

Cioè la percentuale di donne laureate

cresce, sì, ma solo in quei settori che

erano già femminilizzati. Mentre nei

settori poco femminilizzati continua

ad essere bassa. È una questione di

stereotipi di genere e una questione di

opportunità».

Quali sono, se ci sono, le differenze

nel fare ricerca al nord e al sud?

«Credo che al sud ci siano meno

possibilità, ma non in termini di

finanziamenti. Ho insegnato a Trento

e a Napoli e credo che a Napoli

l’università sia più importante che a

Trento, perché qui è un presidio per

il territorio. Al nord è più semplice,

si tratta di crescita culturale, qui i

docenti, i ricercatori, si scontrano con

difficoltà molto più grandi che sono

quelle della realtà sociale. È figo stare

in questo contesto, si contribuisce alla

valorizzazione del territorio e sono

felice di essere tornata al sud».

14

#3D MAGAZINE


ijoux&accessori

l’amore è fatto di piccole cose!

MARJGO’ VIA F. RUSSO 72 - AFRAGOLA (NA) 081 869 5965


© Ph. Andrea Aschedamini

#SONODONNAE

L'incantatrice

Cristina Donà

Intervista esclusiva ad #3D Magazine

DI GABRIELLA GALBIATI

Qual è il tuo più grande

traguardo per questi 20 anni di

carriera?

«Mi piace pensare di non averlo

ancora raggiunto. Ma se devo fare

un bilancio del lavoro fatto, la

grande soddisfazione che speravo

di raggiungere fin dall'inizio della

mia carriera è quella di realizzare

la mia musica e di esprimere la

mia personale visione sia con le

parole che con gli arrangiamenti. Le

persone vicine a me sono sempre

state scelte dalla sottoscritta e mai

imposte da qualcuno. Quindi, la

fortuna di poter pian piano costruire

una mia personalità artistica, che

può cambiare di volta in volta e

che può essere in qualche modo

superata. Non mi è mai capitato di

rinnegare un progetto perché ho

sempre scelto coscientemente le mie

vesti musicali.

Forse avrei voluto fare di più a

livello quantitativo ma ho sempre

dei tempi molto lunghi e ogni volta

mi confronto con le persone con

cui lavoro. Quando faccio qualcosa,

mi concentro molto su quella cosa

e non riesco a farne più di una

contemporaneamente».

Nel settembre 2017 hai pubblicato

l’album “Tregua 1997–2017 Stelle

Buone” (Believe Recordings) per

festeggiare i 20 anni di “Tregua”, il

tuo primo disco con cui hai vinto il

Premio Tenco come miglior album

di debutto. Però hai scelto di far

interpretare liberamente i brani – ad

eccezione di “Stelle buone” – a 10

artisti della nuova generazione (Io e

16

#3D MAGAZINE


la Tigre, Birthh, Sara Loreni, Chiara

Vidonis, Simona Norato, Blindur,

Zois, Il Geometra Mangoni, La

rappresentante di Lista, Sherpa). In

ogni canzone la tua voce si incrocia

con la loro. Come hai selezionato i

10 giovani artisti per il tuo album?

«È stata una scelta condivisa con il

mio manager Gianni Cicchi (primo

batterista dei Diaframma e uno dei

fondatori del Consorzio Produttori

Indipendenti), con cui lavoro da

circa 10 anni e che conosco da 20

anni. Con lui condivido tutto quello

che faccio e a lui è venuta l'idea di

questo lavoro, a seguito di alcuni

apprezzamenti e testimonianze

di artisti della nuova generazione

all'avvicinarsi di questo ventennale.

Gli è venuto quasi spontaneo

di chiedere a giovani artisti di

interpretare questo Tregua come

fosse stato prodotto oggi e non 20

anni fa. Molti di loro, tra l’altro,

stanno iniziando ora e ho sposato

felicemente quest'idea. Uno dei

nomi che ha ispirato l'idea sono gli

Oblivious che mi hanno mandato

la cover di un brano di Quinta

stagione, un album del 2007. Il

risultato è più bello dell'originale

e siamo partiti da qui, da nomi

che hanno espresso stima e che

nel mio operato hanno trovato un

punto di riferimento. In un'epoca

individualista credo che la

condivisione possa fare la differenza.

Abbiamo così scelto degli artisti

che ci hanno emozionato portando

anche altri generi così da rendere il

progetto più interessante. L’idea è

stata anche quella di non coinvolgere

artisti con una visibilità già

conclamata in modo da festeggiare

con chi sta cominciando adesso nel

mondo discografico, incontrando le

difficoltà dell’inizio, che non vuole

andare ad un talent ed è coperto da

una piccola etichetta. Mi sembrava

uno scambio costruttivo e non fine

a se stesso. Nei vari concerti della

tournée cercheremo, dove possibile,

di portare con noi i giovani artisti

che hanno partecipato all'album».

Invece hai scelto di cantare da sola

“Stelle buone” che fa sempre pare

dell'album “Tregua”.

«I motivi sono fondamentalmente

due. Il primo, tecnicamente più

importante, è legato al titolo

dell'album, Tregua 1997 – 2017

Stelle buone. In qualche modo

quelle Stelle buone indicate nel titolo

sono i 10 giovani artisti coinvolti e

quindi non avrebbe avuto senso far

cantare questo brano a qualcuno in

particolare. Inoltre è una canzone

simbolica nella mia produzione

artistica ed è soprattutto la mia

prima canzone d'amore. È la mia

dedica appassionata all'uomo che poi

è diventato mio marito».

Cosa cambia tra l'album del 1997 e

quello pubblicato per celebrare i suoi

e i tuoi 20 anni di carriera?

«L'aspetto che mi viene subito in

mente riguarda i concerti live, con

cui andrò in giro per l'Italia. Per il

tour, partito a giugno scorso, ho

coinvolto 4 musicisti: Cristiano

Calcagnile alla batteria, Lorenzo

Corti alla chitarra – musicisti che

collaborano con me dagli esordi –,

Danilo Gallo al basso e Gabriele

Mitelli alla tromba. In particolare,

Cristiano suona con me dal 1997

ed ha riscritto gli arrangiamenti per

i live. Le canzoni dell'album sono

armonicamente molto semplici e

sono rimaste riconoscibili. Ma il mio

desiderio era quello di arricchire

le parti musicali e Cristiano, che

lavora nell'ambito della musica jazz

e conosce bene il rock e la musica

che faccio io, ha saputo metterci

mano. È un viaggio bellissimo che

io ogni volta mi godo quando faccio

i concerti. Quindi rispetto all'album

del 1997 c'è più musicalità e sono

testi che mi fa piacere cantare».

Quando nel 1997 uscì Tregua

credevi che avrebbe avuto questo

successo, tanto da festeggiare i suoi

20 anni?

«In verità no! All'epoca avevo dato

poco credito a questa mia passione

per la musica, che coltivavo per me o

cantando cover nei locali. Infatti ho

cominciato tardi a scrivere canzoni

proprio perché non pensavo che

questo lavoro potesse essere una

strada. Con Tregua, a cui cominciai

a lavorare 2 anni prima con Manuel

Agnelli ed altre persone straordinarie,

ho capito me stessa e con la musica

e con la mia espressione vocale mi

sento veramente me stessa. Essere

ancora qua, dopo 20 anni, è una

fortuna, sopratutto in questo periodo

in cui la musica è diventata un bene

gratuito e si fa sempre più fatica».

© Ph. Andrea Aschedamini

#3D MAGAZINE 17


#SONODONNAE

CREDITI. Fotografo Mario Zifarelli | Stylist Maria Rungi | Hair Piero Baiano | Make–up Carmela Scarnato

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#3D MAGAZINE


SEMPRE SUL FUTURO,

MAI SUL PRESENTE

Visionaria e talentuosa, Mena Marano è l’Ad del Gruppo Arav Fashion,

a cui fanno capo i marchi di moda, Silvian Heach, SH e Jhon Richmond.

Una storia cominciata 15 anni fa con tre negozi

a cui dare un futuro e un progetto. Oggi il brand è in 20 paesi nel mondo.

Ma per lei, ogni giorno si parte da zero. Il futuro del settore moda?

L’estero e l’on line. «Solo chi saprà realizzare un ibrido tra on line

e off line vincerà in questo mercato. L’e-commerce è il futuro

della distribuzione. I consumatori hanno altri interessi e nuove priorità.

Ma il cambiamento è un’opportunità se lo riesci a capire e ad anticipare»

#3D MAGAZINE 19


DI MANUELA GIULIANO

Se amate le storie forti senza

una fine, che ricominciano

ogni giorno da traguardi raggiunti

e cadute in picchiata, le storie

dolorose ma di successo, dietro

le quali si nascondono intrecci,

costanza, follia, determinazione e

lungimiranza, questa è la storia che

fa per voi.

Non basta trascorrere una domenica

intera con Mena Marano, Ad del

Gruppo Arav Fashion, a cui fanno

capo i marchi di moda Silvian

Heach, SH e le linee bimbo Silvian

Heach Kids, per scoprire tutto

quello che c’è dietro questa azienda.

Ma è sufficiente per capirne il tratto

distintivo e il punto di forza: guardare

solo al domani e concentrarsi sui

cambiamenti sociali e culturali del

consumatore.

Sapere cosa è oggi il Gruppo Arav e

cosa ha realizzato nel settore moda,

renderà ancora più appassionante

scoprire cosa c’è stato prima.

L’azienda capitanata da Mena

Marano ha, ad oggi, un fatturato di

78 milioni di euro. È nata nel 2002

con un marchio di moda femminile

dall’idea vincente ed ambiziosa:

creare abiti accessibili a tutti, ma alla

moda e facili da interpretare.

Sin dal primo anno, il brand Silvian

Heach è un immediato successo

commerciale, che consente di porre

le basi per la diffusione in Italia e

all’estero attraverso uno sviluppo

retail con formula franchising.

Oggi è presente in 20 paesi nel

mondo, con 60 punti vendita tra

Italia e estero. Una forte espansione

sui mercati internazionali e recenti

aperture a Mosca, area balcanica,

Turchia e Medio Oriente. Un

numero considerevole di corner

tra Rinascente, Coin e El Corte

Inglès, strategici flagshipstore negli

aeroporti di Milano e Napoli, 1.500

rivenditori e un canale e-commerce

20

#3D MAGAZINE


in forte espansione. Infine, un ufficio

stile Richmond a Londra e una

sede campana a San Vitaliano con

93 dipendenti che lavorano nelle

divisioni ideazione, progettazione

e ricerca. L’ultima e nuova sfida: il

brand Jhon Richmond, di cui Arav

Fashion ha acquisito la maggioranza.

Tutto questo nasce 15 anni fa in una

piccola cittadina a 50 chilometri

da Salerno, Palma Campania. Ci

sono una donna e un uomo. Lei

è Mena Marano e lui Giuseppe

Ammaturo. Si sposano giovanissimi

e la loro unione sentimentale, da

subito, diventa anche professionale.

Sembrano due parti di uno stesso

corpo in attesa di ricomporsi. Abile

imprenditore, uomo ottimista e

lavoratore instancabile lui, visionaria,

curiosa, ambiziosa e talentuosa lei.

La combinazione perfetta se unita

a spirito di sacrificio e al pensare

sempre in grande.

«Nel 1991 decido di sposarmi,

pur avendo solo 18 anni. Avevo il

desiderio profondo di creare una

famiglia mia e di ritrovare un’identità

perduta. Ho avuto un’adolescenza

dolorosa e dai grandi conflitti che mi

hanno spinto a risentirmi parte di

qualcosa che non trovavo più nella

mia famiglia di origine. Anche se la

storia di Arav comincia nel 2002,

è dal mio matrimonio, quindi nel

lontano 1991, che tutto ha inizio. La

famiglia di Giuseppe è una famiglia

di imprenditori che operano in

diversi settori. Se mio suocero decide

di dedicarsi al settore agricolo, mio

marito insieme al fratello scelgono

l’abbigliamento, avendo già alcuni

negozi e piccole produzioni».

Mena vive così i dieci anni più

intensi, faticosi ed entusiasmanti

della sua vita. Diventa madre di due

figli ma scopre una curiosità e una

passione per il lavoro incondizionata.

Comincia la sua difficile conciliazione

tra casa e azienda. Inizia a fare tutto.

Parte dalle cose più semplici: lavora

nei negozi, gestisce le vendite, il

magazzino, ma le sue capacità fuori

dall’ordinario iniziano ad emergere.

Il passo successivo, dopo qualche

anno di gavetta, sarà lavorare negli

uffici dell’azienda di famiglia dove

curerà gli aspetti organizzativi, le

attività di comunicazione, e dove

comincerà a capire il valore della

formazione e dello studio. Impara,

cresce, osserva e guarda al futuro.

È questa la semina, in parte anche

inconsapevole, che Mena e Giuseppe

fanno in quegli anni e che li farà

diventare quello che sono oggi. La

svolta o il punto di rottura, arriva nel

2002. «Una sera d’estate mio marito

torna a casa e mi comunica che ha

lasciato tutto. Che dobbiamo fare le

valigie e andare via. Che ha deciso

di lasciare l’azienda avviata con il

fratello e che possiamo ripartire solo

da 3 negozi. Una decisione arrivata

dopo lunghe divergenze familiari

su come costruire un business più

solido. Giuseppe era sempre più

convinto che l’unico modo per

crescere e creare margini fosse

guardare a nuovi mercati produttivi

come la Cina o il Bangladesh, perché

la situazione produttiva in Italia

aveva delle difficoltà sempre più

evidenti».

Mena e Giuseppe ripartono da una

casa di 60 mq accanto al piccolo

pezzo di azienda rimasto. Un posto

importante che diventerà luogo di

pene, dolori, fatica e gratificazione.

Da lì la scelta che li porterà verso

il successo. Fare trading oppure

creare un marchio? «La mia idea, da

subito, è quella di creare qualcosa a

lungo termine, qualcosa che potesse

essere anche per la famiglia. E il

punto di inizio è proprio il nome da

dare all’azienda: Arav. Acronimo

delle iniziali dei miei figli, Rossana e

Vittorio Ammaturo».

Sono 3 le considerazioni da cui parte

Mena e che diventano le chiavi del

successo.

L’idea. Creare un nuovo marchio

senza imitare nessuno, un brand

giovane e fashion, ma accessibile

a tutti. La scelta. Uscire subito

dal territorio e avere uno sguardo

internazionale circondandosi di

consulenti esterni che possano

portare valore e innovazione

all’azienda. La strategia. Produrre

all’estero a costi ridotti e dare questo

#3D MAGAZINE 21


vantaggio al consumatore finale,

facendolo accedere ad un prodotto

alla moda ma dai costi contenuti.

«I primi anni sono quel periodo in

cui tu sei tutto: direttore finanziario,

venditore, direttore creativo.

Non esistono i fine settimana, le

vacanze, i giorni festivi. I momenti

difficili sono tanti, continui e la

forza viene messa continuamente

a dura prova (inizialmente il nome

del brand era Penny Silvian. Max

Mara Fashion Group farà causa ad

Arav per emulazione del marchio

Penny Black e per aver sfruttato

la loro notorietà. Per Arav si deve

ricominciare un’altra volta da capo

dopo aver investito già 150mila

euro in pubblicità. Il nome del

nuovo brand sarà Silvian Heach

NDR). Ma avere il coraggio e anche

la spregiudicatezza di pensare in

grande, anche quando grande non

sei, ci ha premiato. Ingaggio una

stilista giovane e bravissima, Patrizia

Galatro che ancora oggi è con

noi. Decide di far parte del nostro

progetto e ci aiuta a creare un brand

nuovo che segua la moda ma che

tutti si possano permettere. Metto

insieme una squadra di pazzi e di

appassionati, gente che vive anche di

emozioni, sogni e spirito di rivalsa.

È difficile tenere alto l’entusiasmo di

chi lavora con te. Ma qui ho persone

che lavorano dal primo giorno e che

hanno visto passare tanti mari in

tempesta. Li ripago con la continua

formazione, lo sguardo al futuro, alla

digitalizzazione, l’ambizione di non

fermarsi mai e di pensare che solo

con la ricerca e l’avanguardia si può

restare in piedi in questo mercato

difficile e straordinario allo stesso

tempo. Chi lavora nella moda è

fortunato. È costretto ad aggiornarsi

sempre, sembra un lavoro ma in

realtà è uno studio continuo. Chi

crede che quello che ha fatto oggi è

qualcosa che può essere utile anche

domani, sta sbagliando direzione».

Pensare in grande con un passo

avanti.

Pensare e agire come se si fosse già

grandi e lavorare solo sul futuro

e mai sul presente. Già nel 2006

Arav apre una logistica esterna,

lancia un’imponente campagna

pubblicitaria e per il primo servizio

fotografico coinvolge Giampaolo

Sgura, fotografo di Dolce e

Gabbana. Viene ingaggiato il

Country manager in Inghilterra del

gruppo Best Seller. Nel 2008 Mena

Marano già capisce l’importanza dei

social network e il potenziale degli

influencer e fa uno shooting con

Chiara Ferragni. Sceglie, nella prima

fase strategica di comunicazione,

un guru del settore per approcciare

subito a strategie vincenti. «Quello

che abbiamo cercato sempre di

fare è stato guardare fuori dal

contesto, oltre i confini senza

preconcetti e limitazioni. È un

approccio che ho avuto anche con

i miei figli. Li abbiamo coinvolti

molto nella vita dell’azienda, ma

senza rendergli il percorso facile

o scontato. Abbiamo fatto per

loro scelte formative importanti,

hanno studiato in Svizzera perché

per loro volevamo un confronto

culturale ampio e internazionale.

Adesso li sto osservando crescere

all’interno dell’azienda. Ma la cosa

importante è che si siano costruiti il

loro bagaglio anche a prescindere da

Arav. Siamo in un Paese poco sicuro,

non abbiamo certezze. L’azienda è

una cosa esterna, se farà per loro la

vivranno, altrimenti scriveranno la

loro storia fuori da qui».

Presenza distributiva.

La distribuzione del brand sul

territorio al momento è mista tra

città e periferia. Ma per i monomarca

l’attenzione è focalizzata su città

importanti e sugli aeroporti. La

presenza più eclatante nelle aree

metropolitane è lo store di 700 mq

aperto in centro a Milano lo scorso

anno. Un sogno realizzato dopo

7 mesi di trattative e una grande

sfida. «Una finestra sul mondo»

come la definisce l’Ad di Arav «Ci

siamo voluti mettere alla prova

realmente in un contesto di grande

competitività e dove il confronto

è con tutti. Abbiamo scelto di

realizzarlo così grande per dare

massima espressione ad entrambe

i progetti: Silvian heach ed SH

che si rivolge ad un target molto

giovane. Una grande vetrina che

ci ha dato la possibilità di capire

22

#3D MAGAZINE


il marchio dove si può spingere

e ci ha fatto misurare con nuovi

clienti, sia come consumatori finali

che come investitori. Il riscontro

è stato già positivo, e riscuotiamo

interesse anche con russi, cinesi e

giapponesi».

Ma l’attenzione massima del Gruppo

Arav è anche verso il travel retail.

I consumatori non sono più quelli

di un tempo, la gente viaggia tanto,

la vita è più frenetica per lavoro o

per studio. Mena Marano capisce

l’importanza di essere vicini al

consumatore e di comprendere i

cambiamenti sociali.

«I luoghi non ci sono più. E se si

vuole portare avanti un progetto a

lungo termine, si dovrà dare spazio

all’on line che avrà un ruolo centrale

perché il futuro è il non luogo.

L’e–commerce rappresenta il futuro

della distribuzione. Oggi più che

mai si deve creare un’esperienza al

consumatore, sono cambiati gli stili

di vita, gli interessi e le priorità. Il

cambiamento è un’opportunità se

lo riesci a capire e ad anticipare.

Ma dobbiamo tenere conto che

ci ritroviamo a raccontare un

mutamento rispetto al quale il nostro

Paese non è ancora pronto. Io sono

molto attenta e cerco di incontrare

tanti nostri clienti e imprenditori

italiani per conoscere la loro visione

del domani. Il successo sarà di chi

riuscirà a realizzare una formula

ibrida tra on line e off line».

Nel lusso questo processo è più

avanzato. Nel segmento medio c’è

ancora molto da fare. Ma Mena

Marano ne è consapevole. Per lei le

due leve di sviluppo del futuro sono

l’estero e l’on line in grado anche

di compensare i rallentamenti che

possono essere indotti dal mercato

domestico. «Devi guardare a questi

canali se vuoi guardare al futuro.

La digitalizzazione può ucciderti se

non la sai utilizzare e sfruttare. Devi

ripensare continuamente ai processi

della distribuzione e del marketing.

Devi pensare sempre che stai

partendo da zero».

#3D MAGAZINE 23


#SONODONNAE

LA YOUTUBER

CHE CONQUISTA

I TEENAGERS

CON MESSAGGI

SOCIALI

Non solo moda e bellezza, Martina Villamajna,

15 anni, youtuber da un anno, fa crescere

il numero dei suoi follower parlando di blue

whale, cyberbullismo, e autolesionismo.

Ha ottenuto un milione di visualizzazioni

per il suo video Fumare a 14 anni

DI MIRELLA PAOLILLO

Sorriso disarmante, lunghissimi

capelli biondi ed occhi che

luccicano di felicità. Così si presenta

Martina alla nostra intervista,

aprendoci la porta del suo mondo:

la sua cameretta.

Classe 2002, nata a Napoli,

frequenta il liceo linguistico e

coltiva le passioni dei suoi coetanei

«Studio tutta la giornata, ma

quando posso mi dedico a quello

che faccio sul web, su YouTube.

Ascolto molta musica, soprattutto

inglese, la mia cantante preferita è

Ariana Grande, ma mi piace molto

anche Justin Bieber».

Martina ha deciso di dedicarsi al

video editing, aprendo un canale

YouTube che ad oggi conta più

di 20.000 iscritti a solo un anno

dalla sua creazione. «All’inizio si

chiamava My World Marty, adesso

l’ho personalizzato e si chiama

Martina Villamajna. Seguendo

molto gli youtuber vedevo i video

di queste persone che esprimevano

le loro opinioni o raccontavano

la loro giornata, così ho deciso

di raccontarmi anche io e di

condividere qualcosa». Nei suoi

video Martina dà consigli di

moda e bellezza, riscontrando

successo non solo tra i suoi

followers, ma anche con brand

ed aziende del settore che hanno

deciso di pubblicizzare i loro

prodotti attraverso i suoi video. Ma

abbigliamento e makeup non sono

gli unici temi trattati da Martina

che, anzi, ha fatto una scelta ardua

e diversa per una ragazza della

sua età. «Ho preferito dedicarmi

a tematiche sociali importanti. I

video li preparo anche in base a

quello che mi succede durante la

giornata. A volte li creo subito,

altre volte, se devo fare un discorso

più complesso, mi preparo una

scaletta. Gli youtuber parlano

spesso di trucco, bellezza, fanno

challange e cose del genere, ma

non lanciano quasi mai messaggi

sociali. Ho così pensato di farlo io.

Ho realizzato video in cui parlavo

di blue whale, cyberbullismo,

autolesionismo, del terremoto.

Prima mi documento e poi faccio

una scaletta su un foglio con i

concetti principali».

24

#3D MAGAZINE


mi riconoscono, mi chiedono foto e

autografi e io ancora non ci posso

credere».

Ma YouTube non è l’unico social

media utilizzato da Martina «Uso

molto Instagram, faccio post, storie,

live e quando carico un nuovo

video avviso sui social che è uscito.

Uso anche Musical.ly (nuovo social

network amatissimo dai più giovani,

che permette di condividere video

mentre mimano con la bocca e con i

gesti le canzoni più famose, ndr)».

Il debutto in Rete è avvenuto a

14 anni, per gioco, poi col tempo

Martina ha imparato a perfezionare

il processo tecnico e creativo e

ha iniziato a pubblicare prodotti

sempre migliori. «Cerco di non farli

troppo lunghi perché le persone

si annoiano, rientro tra i 5 e i 7

minuti. Sembra facile, uno lo gira

e poi lo carica. Ma in realtà una

volta che l’ho girato, lo passo sul pc,

poi mi dedico all’editing. Questo

processo dura circa un paio d’ore,

poi lo carico su YouTube, inserendo

titolo e copertina. Il programma

di montaggio me l’ha fatto

conoscere un’amica ma adesso sono

autonoma».

Di quale dei suoi lavori va più fiera?

«Di Fumare a 14 anni..., un video

che ha raggiunto più di 1 milione

di visualizzazioni e che esorta gli

adolescenti a stare lontani dalle

sigarette. Tutti diciamo che non

dovremmo fumare e invece vedo

spesso ragazzi della mia età che

fumano per strada, fuori scuola,

vicino la metro. Così mi è venuto

in mente di fare un video. Al di là

delle visualizzazioni, la cosa che mi

soddisfa di più sono i commenti delle

persone, che mi scrivono ad esempio

che grazie a questo video hanno

smesso di fumare o che stavano

iniziando e hanno cambiato idea.

Questi risultati sono più gratificanti

di qualsiasi numero di viewers».

I suoi followers si

chiamano Aliens:

migliaia di fan che

sognano di essere

come lei. «Sono andata

ad un evento di altri

youtuber, in un centro

commerciale, stavo in

fila e poi delle persone

mi hanno riconosciuta,

mi hanno portato cartelloni,

peluche, hanno chiesto di farsi foto

e video con me. Anche per strada

Anche

per strada mi

riconoscono, mi

chiedono foto

e autografi e io

ancora non ci

posso credere

C'era un tempo in cui le figlie

chiedevano alle mamme di fare

le soubrette. Era mezzo secolo

fa, la tv era popolare e i genitori

sapevano di cosa parlavano. Poi è

arrivato Internet e i nativi digitali.

Ed è successa questa cosa strana

per cui gli adulti ne sanno meno dei

ragazzini, spesso imparano da loro

ma sono sempre un passo indietro.

«All’inizio i miei genitori non lo

sapevano, non ho mai avuto il

coraggio di dirglielo perché pensavo

che non mi avrebbero appoggiata.

Lo so che lo studio è importante,

infatti non lo trascuro... Però penso

che si debba praticare anche un

hobby o uno sport e io ho scelto

di fare questo. Quando poi per

caso hanno saputo la notizia, non

capivano neanche che volesse dire

fare la youtuber. Adesso si stanno

abituando all’ idea».

Come si vede

Martina tra 5 anni?

«Tra 5 anni…?

Sarò maggiorenne,

wow! Beh, mi vedo

all’università. Mi

piacciono molto le

lingue, soprattutto

l’inglese. Non so se questo diventerà

il mio lavoro, certo ci spero, ma

anche come hobby va benissimo!».

#3D MAGAZINE 25


#SONOUOMOE

«SONO UN PITTORE

DELLA DOMENICA»

In tv per una serie con Monica Bellucci, al teatro con Alessandro

Siani, Christian De Sica dice di essere innamorato del cinema,

rifiuta il paragone con il padre e ricorda gli esordi difficili

DI FABIO FALABELLA

stato premiato con il Cristo

È d’argento all’ultima edizione

delle Giornate del cinema lucano,

il festival dedicato alla settima

arte, che viene organizzato, ogni

anno, in Basilicata dalla Lucana

Film Commission. L’ennesimo

riconoscimento, ricevuto a suggello

di una carriera straordinaria

«iniziata quasi per caso», per

l’attore e regista romano Christian

De Sica (66), che nei mesi scorsi

è stato impegnato sul set del suo

ultimo lungometraggio di Natale,

uscito nelle sale a dicembre. Un

progetto cui ha confidato di tenere

molto, raccontandosi ai lettori di

#3D, che per la prima volta lo

vedrà nei panni dell’antagonista

di se stesso sul grande schermo,

poiché nelle stesse settimane è in

calendario la prima di Poveri ma

ricchissimi, il sequel di Poveri ma

ricchi, firmato da Fausto Brizzi e

distribuito dalla Warner. Si tratta

di Natale a Roma, questo il titolo

della pellicola girata con Enrico

Brignano e ambientata nella

Capitale, divenuta per i produttori

l’occasione di una polemica a

distanza e di un botta risposta

piccato con l’etichetta Medusa, che

invece distribuirà Natale da chef,

con Massimo Boldi. «Io e Massimo

siamo grandi amici e tra noi non

c’è competizione ma solo stima e

tanto affetto reciproco», assicura

Christian, che da due anni è in tour

a teatro con Alessandro Siani ed ha

26

#3D MAGAZINE


appena finito di girare Mozart in

the jungle, una serie televisiva per

Amazon insieme a Monica Bellucci,

che vedremo presto in tv.

Loda il lavoro svolto in tutta

Italia dalle Film Commissions,

«perché danno un grande

aiuto a realizzare i progetti dei

giovani, contribuendo ad offrire

visibilità ai territori» e, parlando

di cinema, De Sica si definisce

un «terracione», ammiccando al

vernacolo capitolino, «un attore

popolare». Sollecitato sul paragone

impegnativo da figlio d’arte,

afferma: «mio padre era de Chirico,

io un pittore della domenica. Lui

e Rossellini hanno inventato il

neorealismo, rivoluzionando il

modo di fare questo lavoro in Italia

e nel mondo: anche Martin Scorsese

mi ha confidato di aver visto tutta la

sua filmografia prima di cimentarsi

con la macchina da presa». Con

grande umiltà ricorda le difficoltà

degli inizi, senza snobbare il

cinepanettone: «Se avessi voluto

rifare Ladri di biciclette sarei stato

un pazzo – dice. Ho cominciato

con le comparse, ma il successo è

arrivato solo con Sapore di mare

di Vanzina; prima saltavo i pasti

perché non avevo una lira e in

albergo dividevo due uova con mia

moglie (Silvia Verdone, la sorella di

Carlo). Alla proiezione del primo

Vacanze di Natale la chiamai e le

dissi “Silvie’, da oggi se magna”».

#3D MAGAZINE 27


#SONOUOMOE

© Ph. Emma Di Lorenzo

28

#3D MAGAZINE


DOPO L'INFARTO

CONTINUO A SOGNARE

DI EMMA DI LORENZO

57 anni, Antonio Banderas non

A riesce a fare a meno di raccontare

i suoi progetti, puntando sempre al

futuro e cercando di superare i propri

limiti. «Non si finisce mai di guardare

avanti quando si lavora da anni nel

cinema». L’attore, regista, produttore

e doppiatore spagnolo si è soffermato

sui sogni, nel corso della sua ultima

partecipazione ad un festival italiano,

l'Ischia Global Fest. «Non potete

immaginare quanti progetti io abbia

ancora in mente» sorride l'interprete

di sette film diretti dal regista spagnolo

Pedro Almodóvar. «Mi piacerebbe

tornare a dirigere. Sono stato dietro

la macchina da presa già due volte,

per un film americano e uno spagnolo

– Pazzi in Alabama, El camino de los

ingleses – pellicole tratte da libri, non

idee mie. Ho amato molto entrambi,

ma adesso sto scrivendo storie

personali, lavoro a quattro o cinque

sceneggiature contemporaneamente

e devo ancora capire su quali

concentrarmi. Scrivo del presente e

cerco il momento e il posto giusto».

Non solo cinema nel futuro di Zorro:

«Vivendo a Londra, c’è la possibilità

che torni a teatro nel West End. Già

dieci anni fa mi è stato proposto di

interpretare Zorba il Greco e potrei

pensarci seriamente, è una porta

sempre aperta».

Dopo il recente problema di salute che

ha colpito Antonio Banderas all’inizio

del 2017 e la perdita dell’amata madre

© Ph. Emma Di Lorenzo

a novembre, l’attore si sente diverso

e ne parla con serenità: «La malattia

ti modifica, raggiungi una maggiore

tranquillità. Un cambiamento in

meglio, sono stato quasi grato per ciò

che mi è accaduto. Ora guardo tutto

in modo relativo: l'unica

certezza è la morte... e le

tasse». Uno sguardo al

passato per proseguire

verso il futuro: «Forse è

l’età, ma vedo la mia vita

come fossi un testimone.

Guardandomi indietro,

mi confonde pensare

a tutti i film in cui ho recitato, più

di centoquattro, alle tante persone

incontrate, alle innumerevoli sveglie

alle 4 del mattino e alle anime che

ho incrociato nella mia vita. Non

ho mai ricoperto una sola tipologia

di ruolo, ho preferito i generi più

vari: dai sette film con Almodóvar

alle pellicole Hollywoodiane e per

ragazzi, ai musical, fino ai lavori a

Broadway. Sono un

attore soddisfatto. Se

La malattia avessi deciso di andare

in un’unica direzione,

basandomi sulle

preferenze del pubblico,

avrei avuto una carriera

già segnata. In molti mi

hanno detto: “No, non

puoi fare questo perché il pubblico

non se lo aspetta”, ma io ho seguito la

mia strada. Più di ogni altra cosa, amo

recitare e voglio continuare a farlo».

ti modifica,

raggiungi

una maggiore

tranquillità

#3D MAGAZINE 29


TESTA TRA LE NUVOLE

E PIEDI PIANTATI A TERRA

Qualità e passeggeri. Armando Brunini, Ad di Gesac, è l'artefice

del cambio di rotta dell'aeroporto internazionale di Napoli

#SONOUOMOE

DI FABRIZIO BRANCACCIO

o, non possiamo più

«Nnasconderci». Sorride

sornione Armando Brunini, sa

bene che celare i risultati della

sua gestione dietro dichiarazioni

diplomatiche risulterebbe un

mero esercizio di retorica. Col suo

avvento, l'aeroporto internazionale

di Napoli è letteralmente decollato

e non intende fermarsi. Lo sviluppo

di una partnership con la low cost

irlandese Ryanair ha lanciato lo

scalo partenopeo nell'Olimpo degli

aeroporti europei. La costante

attenzione al passeggero è diventata

un mantra che guida l'azione di

ogni operatore di Capodichino e

indirizza tutte le strategie aziendali.

Tutto inizia a Roma in ADR dove

Brunini muove i primi passi nel

settore del trasporto aereo come

responsabile per le strategie di

sviluppo internazionale dopo aver

lavorato come consulente in diverse

corporation. Poi conquista la plancia

di comando (o sarebbe meglio dire

la cloche) dell'aeroporto di Bologna

30

#3D MAGAZINE


per sette anni risvegliando lo scalo

felsineo dal torpore in cui era caduto.

Infine la sua amata Napoli, quella che

gli sta dando enormi soddisfazioni.

Quali le sfide vinte prima di arrivare

a Napoli?

«Dovendo pensare a qualche

progetto in particolare mi viene

in mente quello che mi fu affidato

in Aeroporti di Roma alcuni anni

fa, ovvero la partecipazione a una

gara per l'acquisizione di una quota

strategica nella società che gestiva

tutti gli aeroporti sudafricani.

Battemmo colossi come Schipol,

Francoforte e BAA. Fu una

coincidenza fantastica perché ho

vissuto la mia infanzia proprio in

Sudafrica, mio padre viveva lì. La

seconda sfida vinta chiama in causa

Napoli, lavoravo in Eurofly e ci

inventammo il volo Napoli – New

York. All'epoca non esistevano

voli intercontinentali collegati ad

aeroporti regionali, erano tratte

gestite dagli hub (Roma e Milano,

ndr) e dunque fu uno dei primi

esperimenti di hub bypassing. Il volo

dopo dieci anni riscuote ancora un

grande successo. Da napoletano

fu una grande soddisfazione.

Infine Bologna che ricordo come

esperienza decisamente gratificante

nel suo complesso sia da un punto di

vista professionale che umano».

Boom di passeggeri con un trend in

continua crescita (più di 8 milioni

nel 2017), premio Aci Europe

Award come migliore aeroporto

europeo nella categoria 5 – 10

milioni di passeggeri, primo capsule

hotel in Italia. L'aeroporto di Napoli

continua a collezionare record, quale

il segreto?

«Preferisco di solito l'understatement

e il low profile ma quando le cose

ci sono bisogna dirle, con sobrietà

ma vanno comunicate. Napoli era

già un ottimo aeroporto prima che

arrivassi, con la gestione degli ultimi

anni si è dato un ulteriore impulso

mettendo il biturbo. È un successo

a 360 gradi, abbiamo raddoppiato

il numero delle rotte in quattro

anni e aggiunto circa 3 milioni di

passeggeri. La cosa che mi rende

più orgoglioso è il miglioramento

della qualità del servizio: oggi siamo

tra i primi scali per puntualità in un

panel di 32 scali che si confrontano a

livello europeo. Solitamente quando

un aeroporto cresce e diventa saturo

è normale che il livello qualitativo

cali, invece i nostri indicatori

complessivi sono in miglioramento.

Il merito è della grande efficienza

della squadra aeroportuale».

Qual è il punto debole dell'aeroporto

partenopeo?

«Due anni fa avrei risposto la

riconsegna bagagli. Intendiamoci,

la riconsegna ha ancora margini

di miglioramento e rappresenta

una delle nostre priorità, ma non

lo considero più il nostro punto

debole. Oggi il nostro tallone di

Achille è la viabilità, settore di non

esclusiva competenza Gesac ma

che rappresenta una ferita aperta

e influisce sulla qualità del sistema

aeroporto».

La cosa

che mi rende

più orgoglioso è

il miglioramento

della qualità

del servizio:

oggi siamo

tra i primi scali

per puntualità

in un panel

di 32 scali che

si confrontano

a livello

europeo

#3D MAGAZINE 31


Quale il prossimo obiettivo

considerando anche il forte anticipo

sui piani di crescita?

«Ci sarà indubbiamente altra crescita

ma lo considero oramai un risultato

acquisito. Le sfide che affronteremo

saranno altre, nello specifico

due: la prima è che lo standard di

servizio regga legandosi a doppio

filo all'incremento del flusso

passeggeri. Gli utenti devono essere

coccolati, curati e rispettati. L'altra,

che è di lungo periodo, riguarda

l'acquisizione dell'aeroporto di

Salerno–Costa d'Amalfi per creare

una rete unica che già esiste in altre

regioni. Vogliamo far decollare

anche Pontecagnano».

Lei è a capo di un convention

bureau che si prefigge come

obiettivo la destagionalizzazione dei

flussi turistici puntando sul turismo

congressuale nella città di Napoli.

Come sta andando?

«La destagionalizzazione si ottiene

lavorando su molteplici elementi,

il segmento MICE (Meetings,

Incentives, Conventions and

Events) è solo uno di questi, non

è l'unico. I segnali sono buoni,

servono però tempi medio–lunghi.

Il Convention bureau raccoglie

una ventina di imprese della filiera

del turismo congressuale (alberghi

e società di servizi), la fase di

startup è terminata, la struttura

è oramai conosciuta e Napoli è

entrata nel radar di un settore cosi

importante dove di solito domina

l'individualismo. I risultati sono

buoni ma la strada è ancora lunga».

Qual è il suo progetto professionale

inconfessabile?

«Non c'è nulla di inconfessabile,

tutto quello che faccio lo faccio con

trasparenza. Vorrei sostanzialmente

una maggiore qualità nel governo del

turismo, non parlo solo di governo

istituzionale ma di sistema. Vorrei

che quel sistema funzionasse in

maniera più strategica e organica in

modo tale da indirizzare il turismo

come fanno alcune importantissime

destinazioni nel mondo. Credo si

possa fare anche da noi. Questo è

un sogno che si riflette sulla città

e non riguarda strettamente la

mia persona. Noi come aeroporto

abbiamo contribuito affinché il

comune si dotasse di un piano

strategico del turismo, vorremmo

che quel piano venisse attuato».

In che modo?

«Una migliore promozione

della destinazione, un lavoro

sull'accoglienza, un lavoro sulla

destagionalizzazione e un lavoro

sulla distribuzione dei flussi sul

territorio. Per fare questo serve

una regia, più risorse economiche

investite e tanta professionalità. Noi

siamo importanti attori della filiera

turistica ma non è un problema

esclusivamente nostro».

È soddisfatto di come la Gesac stia

rispondendo a tutte le sfide?

«La Gesac è una società collaudata

e reattiva, funzionava bene già

prima di me. Risponde velocemente

agli impulsi, ai cambi di direzione.

Sarà tranquillamente in grado di

dare il suo contributo al progetto di

integrazione con Salerno».

Cosa rende Napoli unica nel suo

genere e cosa le mancherà qualora

dovesse andar via?

«Napoli la senti, è netta, non puoi

non notarla. È un organismo vivo.

Mi mancherà la possibilità di

guardarla ogni volta da un angolo

diverso».

32

#3D MAGAZINE


«Non è coraggio

se non hai paura»

12 #cancelletti per raccontare la storia e la vita di Deborah De Luca,

dj e producer famosa in tutto il mondo. Nata a Scampia e arrivata

ovunque, da New York fino in Colombia

#INTERVISTAHASHTAGGATA

Nata a Napoli, zona

Scampia, è oggi cittadina

del mondo. Difficile

inquadrarla in un luogo,

figuriamoci in un’intervista. Bella

ma soprattutto brava: è Deborah

De Luca, dj e producer richiesta

ovunque: dai club di New York

fino a quelli della Colombia.

Una musica, la sua, fatta di

dischi techno e suoni minimal, di

passione e contaminazioni, che

l’ha resa punto di riferimento della

discografia mondiale e dei social,

dove è seguita da oltre un milione

di persone.

Io la incontro nel suo tempo. Una

chiacchierata di notte, quando

la città dorme e tutto sembra

più onesto, più autentico. Una

conversazione intensa che mi ha

aiutato a capire la differenza tra

chi fa semplicemente bene il suo

lavoro e chi è un’artista: l’umanità.

E Deborah è un’artista perché,

oltre a suonare a livelli altissimi,

ha una profonda umanità. Ma

faccio parlare lei, i miei hashtag e

la sua storia.

Pronti, Hashtag, via!

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#3D MAGAZINE


L’intervista HASHTAGGATA

di Giovanni Salzano

Parole libere. Senza il pregiudizio

della domanda. Solo una parola.

Solo un concetto. Un cancelletto.

#andataeritorno

«Una partenza non è mai definitiva.

Tutti i viaggi sono sempre di ritorno.

Quando ero piccola ho sofferto

molto la partenza verso il nord

(Deborah giovanissima si trasferì al

nord con la famiglia, ndr). Sono nata

in una città di mare e mi mancava.

Ho sempre saputo che prima o poi

sarei tornata a Napoli. Il mio viaggio

è stato un viaggio di ritorno».

#esordi

«Il mio primo lavoro era in un

discount. La mattina, alle sei,

scartonavo birre e detersivi. Poi

ho fatto la cameriera, la barista,

la ballerina. Ma è proprio mentre

lavoravo nel discount, che in un

giorno qualunque, mi è stata fatta la

prima proposta per lavorare in un

locale come cameriera».

#tatuaggioanima

«Ho un tatuaggio con un cuore

e dentro il Vesuvio (il tatuaggio è

sull’avambraccio destro, ndr). Sotto

c’è la scritta Anima. Anima è la

canzone di Pino Daniele e quel

segno sulla mia pelle racconta della

chiusura di una storia, un amore

importante. La prima strofa della

canzone fa così: “Tutte le volte che

parlo di te, mi manca il fiato e non so

cos’è”».

#pregiudizio

«Il pregiudizio non morirà mai. Ma

quello che fa più male è il pregiudizio

delle donne che parte dalle donne.

Leggere sui social offese sessiste,

o su Facebook commenti pesanti a

ragazze solo perché sono solo un

po’ più scoperte, e scoprire, poi, che

a farlo sono le donne, mi dispiace

molto. Come se la libertà di essere sé

stesse fosse una colpa. Credo che i

pregiudizi partano molto spesso dalle

donne e poi gli uomini gli vadano

dietro».

#mare

«La mia casa è sulla spiaggia, e

questa cosa la dice lunga su cosa

rappresenti per me il mare».

#evasione

«Non ho bisogno di andare lontano.

Di viaggiare. È un momento della

mia vita che per evadere sto a casa

mia, con i mei cani, nella mia città,

con le mie cose».

#limiti

«Io ho paura di volare e prendo

quattro aerei a settimana. Non è

coraggio se non hai paura. Se conosci

i tuoi limiti, hai vinto».

#notte

«Non mi ricordo se all’asilo o in

prima elementare, alla domanda cosa

vuoi fare da grande? io risposi che

non sapevo ancora cosa avrei fatto

da grande ma qualunque cosa, l’avrei

fatta di notte».

#domani

«Vengo da una famiglia non ricca,

che ha avuto tanto bisogno di me, da

sempre. Ho sempre dovuto pensare

#3D MAGAZINE 35


#fortedebole

«Piango per molte cose: un

matrimonio, un cane. Mi commuovo

da sola. Ma non per debolezza,

assorbo il dolore degli altri».

#riconoscente

«Sono riconoscente alla vita e a

quello che mi ha dato e per questo

motivo non dimentico gli altri e

con una parte di quello che guadagno

mi occupo di alcune persone, storie

che mi raccontano oppure che

scopro su internet o in televisione.

Non è generosità, è semplicemente

riconoscenza alla vita e credo

dovrebbero farlo tutti rapportato alle

proprie possibilità».

al mio e al loro futuro. Non domani,

ma un futuro lontano. Quindi devo

essere capace di potere assicurare

una pensione, una vecchiaia serena

a me e alla mia famiglia. L’Italia

non ti permette di invecchiare ed

è per questo che devi organizzarti.

Ma se non avessi avuto la mia

famiglia, forse, mi sarebbe mancata

la determinazione e la forza di

fare sempre meglio e sempre di

più. Lo facevo anche per loro.

Forse, se non ci fossero stati loro,

avrei pensato meno alla carriera,

e probabilmente starei su una

spiaggia tropicale guadagnando il

minimo indispensabile per vivere alla

giornata».

Ora tocca a Deborah decidere i

cancelletti, gli hashtag, i tre concetti

che possano descriverla meglio.

#consapevole

«Essere consapevole dei propri limiti

ti permette di scegliere i traguardi

giusti».

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#3D MAGAZINE


Settant'anni di storia

per il forever young

del jazz italiano

Enrico Rava, trombettista torinese, classe '39, è il jazzista italiano

più famoso e celebrato di sempre. Lui è la memoria del jazz in Italia

in settanta anni di storia

DI SONIA SODANO

Nominato Cavaliere delle Arti e

delle Lettere dal Ministro della

Cultura Francese, Rava nel 2002 ha

anche ricevuto il prestigioso Jazzpar

Prize a Copenhagen. Negli ultimi

anni è comparso nei primi posti del

referendum della rivista americana

Down Beat, nella sezione riservata

ai trombettisti, alle spalle di Dave

Douglas, Wynton Marsalis e Roy

Hargrove. È autore di grandi classici

come Animals, Rava L’Opéra va, The

Pilgrim and the Stars ed ha iniziato

ad amare il Jazz ascoltando i dischi

che il fratello aveva in casa. «Avevo

circa 8 anni ed è subito scattata

in me una grande passione. Ho

iniziato prima di tutto a collezionare.

Collezionavo qualsiasi cosa: dischi,

fotografie...». La musica calda di

Enrico Rava prende spunto da ciò

che ha sempre amato sin da bambino.

«Non mi piacciono i trombettisti

squillanti, ma suoni come Chet Baker,

Bix Beiderbecke, Louis Armstrong,

poi Miles Davis soprattutto».

Le prime esperienze da musicista

le ha fatte in Italia. A New York

è arrivato con Steve Lacy. «Sono

#PLAY

andato lì con un musicista di serie

A e questo mi ha aperto subito tutte

le porte. Mi sono trovato a suonare

con quelli che erano i miei idoli di

sempre». Un sogno che diventava

realtà, dove la grande protagonista è

la musica. Come in un film, Enrico

diventava quello che aveva sempre

desiderato!

© Ph. Juna&Marco

I grandi jazzisti post–guerra, come

Basso e Masetti, oltre a suonare

avevano un altro lavoro. Non erano

jazzisti di professione. Con Rava,

il jazz italiano negli anni Ottanta

è diventato un mestiere con cui

guadagnare seriamente per vivere.

«Nell'estate degli anni Settanta

iniziarono a vietare gli spazi per

38

#3D MAGAZINE


i concerti rock, perché i ragazzi

facevano casino. Nasce Umbria

Jazz e tutti ci vanno». Di colpo in

tutti i festival dell’Unità arrivano le

sonorità jazz, quelle di alto livello,

che portano a delle tournée. Anche

per Enrico arriva il primo contratto

per diciotto concerti con Charles

Mingus, Don Cherry e altri. «Prima

in Italia eravamo solo io, Nunzio

Rotondo e Franco D’Andrea a fare i

jazzisti, e basta».

Enrico ha scritto la storia, ma non

smette di emozionare le nuove

generazioni. È considerato il forever

young del jazz italiano. Lavora

molto con l’elettronica ed insieme ad

alcuni deejay, sia italiani che non, ha

cambiato il modo di fare jazz facendo

impazzire i più giovani. È nato così lo

stile personalissimo e inimitabile che

gli ha consentito di raccogliere frutti

eccellenti sia nel campo del jazz di

ricerca che nel solco della tradizione.

Non ha tralasciato neanche i toni e le

atmosfere più raccolte e intimiste, che

lo hanno portato a suonare in duetti

con Stefano Bollani, Danilo Rea, Julian

Oliver Pazzariello, Giovanni Guidi.

Enrico Rava è l’icona del jazz made

in Italy, che piace al mondo!

© Ph. Juna&Marco

© Ph. Juna&Marco

Lavora

molto con

l’elettronica

ed insieme ad

alcuni deejay,

sia italiani

che non, ha

cambiato il

modo di fare

jazz facendo

impazzire i più

giovani

#3D MAGAZINE 39


#INNOVATION

Addio BUCHI NEL MURO,

“HIDE” RIVOLUZIONA

LA PRESA ELETTRICA

Invenzione italiana e brevetto mondiale per un prodotto reinventato

attraverso il design e pronto per i mercati esteri.

Raccolti conferimenti di capitali per oltre tre milioni di euro

DI MARIA CAVA

Addio alla presa elettrica che

fa due buchi sul piano del

muro. Non più spine a vista, non

più pareti disordinate e connettori

facilmente accessibili dai bambini.

Adesso c’è Hide, la prima e unica

presa a scomparsa al mondo che

nasconde la spina all’interno del

muro, sfruttando lo spazio della

normale scatola da incasso. Una

vera e propria rivoluzione, l’unica

in oltre 120 anni in termini di

design e funzionalità. Nessuno

prima aveva pensato a modificare

la forma base dell’idea di design

industriale della presa elettrica,

vale a dire i due buchi sul piano

del muro all’interno dei quali

connettere le spine.

Hide è il primo prodotto che

cambia il modello di design della

presa elettrica ed è proprio questo

che trasforma sensibilmente sia il

ruolo della presa nell’ambito del

design architettonico della casa, sia

la funzionalità della presa stessa che

per esempio permette di addossare

mobili al muro e offre maggiore

sicurezza per i bambini.

40

#3D MAGAZINE


Hide è un’invenzione totalmente

italiana, coperta da brevetto

mondiale, sviluppata dall’ingegnere

calabrese Giorgio Rende che, nel

2012, insieme al noto imprenditore

napoletano, Arturo Jossa Fasano,

ha fondato la 4 Box S.r.l. che ancora

oggi commercializza Hide in Italia.

A distanza di cinque anni dal suo

lancio e dopo un milione di pezzi

venduti, Hide è ora pronta per i

mercati internazionali. Il lancio della

versione USA di Hide è previsto

entro il 2018 in quanto il prodotto

è market–ready, mentre per la

versione tedesca occorrerà aspettare

la fine del 2018 ma nel frattempo

proseguono i focus group con gli

addetti ai lavori: designer, architetti,

distributori di materiale elettrico.

Il brevetto e la gestione di Hide

sono in capo alla Italy Innovazioni

S.p.A., con sede a Roma; la società

gestisce anche la vendita on–line e

sviluppa le versioni internazionali di

Hide e ha raccolto conferimenti di

capitali per oltre tre milioni di euro.

Hide è distribuita presso i

rivenditori di materiale elettrico, le

catene di grande distribuzione come

Leroy Merlin, Self e Bricoman, oltre

che on–line.

Per supportare l’introduzione

di Hide in Germania nel mese

di giugno è stata presentata

a delegazioni di investitori in

occasione di due importanti

eventi: SMAU Berlino, organizzato

in collaborazione con l’ICE, e

l’Industry Matching Day, meetup

di aziende innovative organizzato

con il patrocinio dal Ministero

per l’Economia e l’Energia del

Governo Federale della Germania.

La prima e unica

presa a scomparsa al

mondo che nasconde

la spina all’interno

del muro.

È un prodotto che

cambia il modello

di design della presa

elettrica

#3D MAGAZINE 41


speciale giappone

3 MOTIVI

PER ANDARE

IN GIAPPONE

#REPORTAGE

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#3D MAGAZINE


popolari che avevi in testa mentre

compravi il biglietto aereo con

destinazione Narita Airport.

Capisci, per esempio, che in

Giappone non si mangia solo sushi

e che non è così caro come ci fanno

credere. Ma, soprattutto, scopri

subito che andare in bagno può

diventare un’esperienza che ti cambia

la vita, fino a farti sentire, anche

se per pochi minuti, un ingegnere

aerospaziale in missione segreta su

Marte, che Samantha Cristoforetti,

scansati e fammi spazio!

Pochi giorni in Giappone e impari

a fare la fila (mica come gli italiani

alle Poste il giorno di ritiro delle

pensioni!), a mangiare con le

bacchette e persino a conversare

a gesti con i tassisti locali che

sanno l’inglese più o meno come

Cristiano Malgioglio conosce la fisica

quantistica. C’è solo una cosa che

personalmente non sono riuscito a

capire nonostante le due settimane

nel paese del Sol Levante: io non

sono ancora riuscito a distinguere

i cinesi dai giapponesi. Detto

questo (per onestà, l’outing andava

fatto), tante sono le ragioni per

volare in Giappone: dalla sicurezza

all’ospitalità, dal cibo al karaoke in

solitaria. Ecco le mia personalissima

Top 3.

Buon viaggio a tutti!

DI GIOVANNI SALZANO

Il Giappone è una terra bellissima,

ricca di fascino e di contraddizioni.

Il pop dei manga (o di Mila & Shiro,

per i nostalgici degli anni ‘90), le

luci e il caos di Tokio, il misticismo

dei templi e il sorriso composto dei

giapponesi fanno di questo paese

una meta davvero adatta a tutti.

Arrivi in aeroporto a Tokio: tempo

sei minuti e tre quarti e tutto quello

che pensavi di sapere sul Giappone

viene immediatamente messo in

discussione. Crollano subito i luoghi

comuni e i tipici stereotipi nazianal–

1. #NONSOLOSUSHI

Amanti del sushi, fanatici del sashimi

e appassionati dello all you can eat

state calmi e, se questo è il motivo che

vi spinge a partire per il Giappone,

statevene a casa. Ve lo dico, senza

rancore. Il pesce è sicuramente

l’elemento principale della cucina

nipponica (la carne è generalmente

assente dalla cucina tradizionale) ma

#3D MAGAZINE 43


speciale giappone

mangiare in Giappone è molto di più.

In tutti i modi, in tutti i luoghi, in tutti

i laghi, troverete il riso, l’elemento

principale della cucina nipponica,

ma sono diffusi anche la pasta, le

verdure e i legumi conditi con le

tante spezie locali. A parte quindi il

sushi, il sashimi e le tempure varie, vi

consiglio di assaggiare pure la ramen,

una zuppa a base di carne, noodle

e uova piena zeppa di aromi tipici

orientali, gli udon, spaghettoni con

farina di grano duro e, chiaramente,

i piatti a base di tobu e natto,

un alimento prodotto grazie alla

fermentazione dei fagioli di soia.

Capitolo a parte meritano gli

okonomiyaki: vi ricordate il cartone

animato Kiss me Licia? Bene,

Marrabbio, il padre di Licia, aveva

proprio un ristorante di okonomiyaki.

Si tratta di una sorta di frittella di

cavolo, che racchiude ogni sorta di

cose: gamberi, pancetta, carne, uova,

noodles e chi ne ha più ne metta.

Questa crepes buonissima dal nome

impronunciabile viene cucinata e

servita sul teppan, una piastra calda

che rende davvero particolari i

ristoranti che la preparano.

In ogni caso, non vi lasciate intimorire

da nomi strani e ingredienti mai

visti perché noi in Italia al massimo

sul menù ci piazziamo la foto della

pizza; in Giappone, invece, i piatti

vengono riprodotti in modellini extra

precisi in plastica o in cera e poi

messi in vetrina o addirittura esposti

all’esterno del locale. Avete presente i

plastici di Bruno Vespa sui delitti più

famosi? Una cosa così. Se non vi ho

ancora convinti sulla bontà del cibo,

considerate che quella giapponese

è una delle cucine più salutari

e bilanciate del mondo, motivo

primario della tipica longevità dei

nostri cugini dagli occhi a mandorla,

tanto da essere inserita nel dicembre

del 2013 tra il Patrimonio immateriale

dell’Umanità Unesco.

2. #MISCAPPALAPIPÌ

L’igiene e la pulizia in Giappone sono

importanti, direi una fissazione quasi

quanto il mettiti la canottiera delle

mamme italiane.

A Shibuya, per esempio, nel cuore

di Tokyo, l’incrocio pedonale più

trafficato al mondo, ci transitano

milioni di persone e provate a vedere

se c’è una sola lattina o, che so, uno

scontrino di H&M per terra.

Niente di niente.

La metropolitana di Tokio nell’ora di

punta è più pulita di casa mia dopo le

pulizie di primavera. Un’attenzione

all’igiene testimoniata anche dal

fatto che bisogna togliersi le scarpe

in casa e perfino in alcuni ristoranti

(quindi attenzione all’alluce a rischio

sfondamento), o dall’uso massiccio

di mascherine da sala operatoria che

a noi occidentali viene l’ansia solo

a toccarle. E sempre al ristorante,

appena vi sedete, neanche il tempo di

sfilarsi le scarpe ed ecco che arriva il

cameriere che vi porge con garbo un

asciugamano caldo per pulirvi le mani.

Ma il vero simbolo della pulizia e

dell’igiene in formato nipponico è

la toilette, anzi no, quella specie di

navicella spaziale che per utilizzarla

pare ci voglia almeno la laurea

triennale in ingegneria elettronica.

44

#3D MAGAZINE


Nonostante d'aspetto sia molto

simile a un normale sanitario di

tipo occidentale, il washlet (da

wash + toilet, così si chiama il tipico

bagno nipponico) è una navicella

ipertecnologica dove si può per

esempio regolare la temperatura del

copriwater (mai più cosce congelate

d’inverno), selezionare tra la musica

di Bach o l’effetto mare mosso (per

coprire eventuali rumori) nonché

scegliere la tipologia, l’intensità e la

temperatura del getto d’acqua, che

capirete a cosa potrà servire dopo. E

poi, c’è la funzione asciugatore ad aria

(la carta igienica è trapassato remoto

in Giappone); un sistema deodorante

permette, invece, l'eliminazione rapida

degli odori mentre un meccanismo

di autopulizia aiuta a mantenere il

sanitario pulito. Vi assicuro che in

Giappone, quando siete sulla tazza,

non avrete né il tempo di leggere la

composizione del bagnoschiuma né

di aprire Facebook per monitorare la

vita dei vostri ex partner.

3. #GIAPPONESI

Tanti, troppi, sono i motivi per andare

in vacanza in Giappone, e persino

farsi un biglietto di solo andata:

perdersi nei colori di Kyoto e delle

sete dei Kimoni, lasciarsi coccolare

in un tipico onseng giapponese

(le nostre terme, ma ancora più

zen), perdersi tra le strade di Nara

camminando tra i cervi e mandorli in

fiore o provare tutti i gusti del KitKat

che trovate in giro per la città (il

KitKat al thè verde è buonissimo).

Città bellissime, panorami

mozzafiato e cultura ovunque, ma

c’è una cosa che veramente rende

tutto questo ancora più speciale ed

è l’umanità di questo popolo. La

bellezza dei giapponesi, il tipico

inchino, il continuo ringraziare

e il loro sorridere timidamente.

Una gentilezza senza finzione,

un’educazione mai scontata e

una disponibilità con i turisti

che lascia senza parole. Chiedi

un’informazione su una strada,

loro ti ci accompagnano proprio e,

talvolta, non è neanche necessario

chiedere: se qualcuno è in difficoltà si

avvicinano loro. Un viaggio perfetto

per tutti, per single impenitenti e

famiglie numerose, per coppie in

luna di miele e ventenni in cerca di

avventure dalle mille e una notte.

Non dimenticate

di mettere in valigia

Il Japan Rail Pass.

Il JR Pass è una formula di viaggio

ideale da 7, 14 o 21 giorni, più

vantaggiosa per scoprire il Giappone

in treno. Economico e facile da

usare, il Japan Rail Pass è molto

meno costoso dell’acquisto separato

di biglietti ferroviari e conviene

comprarlo prima.

Ah, non dimenticate di prendere

gli Shinkansen, i treni proiettile

superveloci che collegano

tutto il Giappone.

Un adattatore elettrico.

in Giappone non si usano le nostre

stesse spine, quindi armatevi di

adattatore che guai a non poter

caricare la macchina fotografica!

Calzini.

nei templi, nei ristoranti e nelle

case bisogna togliersi sempre le

scarpe. Quindi portatevi dietro una

bella scorta di calzini così da evitare

l’effetto buchetto sull’alluce sinistro.

#3D MAGAZINE 45


speciale giappone

FRAMMENTI NIPPONICI

DALL'INVERNO

ALLA PRIMAVERA 2018

Fascino contemporaneo. Eleganza. Vivacità dell'insieme.

Tra seta, gioielli e kimoni

#STYLE

DI MARIAGRAZIA CERASO

Accenni di cultura giapponese

anche nella moda invernale,

con elementi nipponici che saranno

predominanti soprattutto per la

prossima Primavera. Nulla di

eccessivo, bensì piccoli particolari

e singoli capi che riportano il

fascino orientale nella mise del

giorno e della sera. Un viaggio

statico tra gli alberi in fiore per un

Hanami a portata di mano.

Fiori. Ad aprire la strada ci sono

i boccioli primaverili che, dalla

scorsa stagione, approdano anche

sui capi invernali. Si diffondono a

macchia d'olio su scarpe, spolverini

con taglio classico, borsette rigide.

Talvolta sono a rilievo, altre volte

cuciti, altre volte ricreati con pietre

e madreperla. Fiori variopinti

riprodotti ad arte.

Zara completo

Raso. Uno dei tessuti più preziosi

e lussuosi. Il raso, tipico della

tradizionale moda giapponese,

viene utilizzato per completi

pijama ma anche per calzature ed

46

#3D MAGAZINE


accessori. La chiave è quella di

esaltarne la luminosità con tinte

pop come il verde, il fucsia, il rosso

papavero e il blu elettrico.

Kimono. Spesso sostituisce la

giacca o viene utilizzato come

abito, chiuso in vita da una sottile

corda. Sotto non c'è niente.

L'attenzione è catalizzata sulle

gambe nude, l'acconciatura laccata,

preferibilmente un wet look, a

coda di cavallo, liscissimo. Il fondo

unico del kimono mette in risalto le

stampe cangianti di fiori di ciliegio,

del glicine, farfalle e ramoscelli.

Monili. Gioielli ridotti ai minimi

termini, ma non in quanto a

dimensioni. Le linee sono pulite,

geometriche, scomposte. Tinte

scure, di argento, di nero, di grigio,

punte di oro, rosso e testa di moro.

Design studiato che plasma forme

concrete e al contempo leggere e

versatili.

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Arriva la sera. Tutto si fa

sofisticato e femminile. In questo

caso, ad influenzare il look, non

più la tradizione, ma la tecnologia

e l'innovazione. Sono le luci

psichedeliche e avanguardiste

di Tokyo a riflettersi su abiti,

pantaloni, top monospalla. Un

gioco vorticoso al ritmo luminoso

della città.

Pinko completo

Sentenze indiscutibili da levante.

Isolate incursioni esotiche.

Preziosissimi scrigni di raffinata

memoria.

Non c'è posto per controversie:

l'Asia signoreggia sui dettagli.

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Zara casacca

#3D MAGAZINE 47


speciale giappone

#INVERSI

Woman reading. Dipinto di Utagawa Kuniyoshi (1798–1861)

Dipinto raffigurante il poeta Matsuo Bashō, di Hokusai (1760–1849)

DAL ROMANZO CLASSICO

ALLE CELL PHONE NOVELS

Un viaggio nel Giappone attraverso la sua produzione letteraria

DI GIULIANA MASTROSERIO

Attraversiamo il Giappone

tramite la letteratura, come

fossimo sul fiume Sumida, che

bagna Tokyo e le cui rive hanno

ispirato poeti e scrittori. Una

storia fitta e ramificata quella

del Sol Levante, in cui i generi

letterari sono come gli affluenti e

i corsi d’acqua che lo percorrono:

tantissimi, affascinanti, tutti diversi

e simili a cascate.

Tra le prime opere, ispirate al

folclore, al mito e alle leggende

troviamo il Kojiki del 710. Un testo

ancora oggi preso a modello, ricco

di personaggi incredibili, donne

forti, storie di amanti e amori

perduti narrati con armoniosa

alternanza di prosa e poesia. È

proprio la poesia ad essere un

altro importante tassello della

cultura nipponica. Le sue origini

sono antichissime e nel IX secolo

si tenevano vere e proprie sfide: le

48

#3D MAGAZINE


I generi letterari

giapponesi sono

come gli affluenti

e i corsi d’acqua

che lo percorrono:

tantissimi, tutti

diversi, simili

a cascate e ricchi

di fascino

Fumetteria manga

Uta awase, in cui gruppi di poeti

si fronteggiavano all’ultimo verso

e venivano giudicati per il loro

talento.

Oggi sono molto amati gli Haiku,

componimenti di tre versi nati

nel XVII secolo. Sono la poesia

del non detto, dell’evocazione,

del significato che va oltre la

parola scritta e creano, in chi

legge, molteplici suggestioni,

comunicando direttamente

all’anima.

Matsuo Bashō, maestro della poesia

Haiku, visse proprio sulle rive del

Sumida, ed è sempre qui, su queste

sponde, che sono nate molte opere

del teatro Kabuki. Il teatro Nō e

il Kabuki sono due giganti della

tradizione nipponica. Il primo, colta

espressione del soprannaturale e

del divino; il secondo, popolare,

racconta il dramma della realtà e

venne fondato da una donna, Izumo

no Okuni. Erano, infatti, solo le

donne ad esserne protagoniste

in origine, finchè non vennero

sostituite dagli uomini. Le donne,

tuttavia, rappresentano una

parte importantissima di questa

affascinante storia letteraria, di

pari passo con i cambiamenti

sociali degli anni ‘60 e ‘70, furono

promotrici di una letteratura

all’avanguardia, che distruggeva

le convenzioni, liberava sogni e

pulsioni, spingendosi fino alla sfera

dell’occulto e dell’ambiguo.

Pur mantenendo la propria

tradizione, il Giappone ha

abbracciato la modernità ed è

diventato protagonista, in tutto

il mondo, con una letteratura

innovativa e mai scontata. Basti

pensare ai manga e agli anime,

dove disegno e scrittura si fondono

in un linguaggio nuovo, o alle Cell

Phone Novel – keitai shōsetsu, veri

e propri romanzi scritti sui cellulari,

che oggi sono un genere letterario

riconosciuto.

I capitoli vengono inviati

direttamente via sms al lettore

che è sempre in trepidante attesa

del messaggio successivo. Ogni

viaggio deve purtroppo terminare,

anche se navigare ancora lungo

questo incessante fiume letterario

sarebbe bellissimo; tuttavia, come ci

insegnano i maestri degli Haiku, ciò

che non viene detto ci permette di

continuare a scoprire.

#3D MAGAZINE 49


speciale giappone

DI EMMA DI LORENZO

Siamo a Tokyo e una casalinga

si rilassa guardando un

programma tv. È l’ora di Beautiful?

Molto più probabilmente è l’ora

di Nana, la famosissima storia di

una rocker, tratta dall’omonimo

manga di Ai Yazawa. Un cartone

animato? Sarebbe riduttivo… In

Giappone, dagli anni ’60 ad oggi,

gli Anime hanno rappresentato

ciò che in Occidente sono le serie

TV: un intrattenimento mirato,

differenziato per ogni tipo di

pubblico.

#INVERSI

CHI L’HA DETTO

CHE SIAMO

SOLO CARTONI?

Dal Giappone all’Italia i tanti generi

degli Anime, le animazioni nate dalla diffusione

dei manga, i famosi fumetti giapponesi.

Il primo ad arrivare in Italia fu Barbapapà

nel 1976. Tra i loro punti di forza la capacità

di raccontare ogni genere di storie,

cambiando a seconda delle tematiche trattate

e del pubblico a cui il prodotto è destinato

Il segreto del successo degli anime,

da animēshon, traslitterazione

dell'inglese animation “animazione”

nasce dalla grande diffusione dei

fumetti giapponesi, i manga.

Dopo i primi anni legati ai robottoni

spaziali di Tetsuwan Atom (Astro

Boy) e alle opere dell’amatissimo

Gō Nagai (Mazinga Z, Devilman),

negli anni '70, arriva il vero boom.

Da cugina povera della Disney,

status dimostrato dai fotogrammi

statici di molte produzioni dei primi

periodi, l’animazione giapponese

trova una propria dimensione

attraverso l’Home Video e la

diffusione degli OAV – Original

Anime Video.

Tra i maggiori punti di forza, la

capacità di raccontare ogni genere

di storia, cambiando a seconda delle

tematiche trattate e del pubblico

a cui il prodotto è destinato. La

specifica demografica divide

gli anime per età: Kodomo (per

bambini fino ai 10 anni), Shōjo (per

ragazze dai 10 ai 18), Shōnen (per

ragazzi dai 10 ai 18 anni), Seinen

(per un pubblico maschile dai 18

50

#3D MAGAZINE


In

Giappone,

dagli anni ’60

ad oggi, gli

anime hanno

rappresentato

ciò che in

Occidente sono

le serie TV

Gō Nagai creatore di Devilman, Mazinga Z e Jeeg Robot d'Acciaio

anni in su) e Josei o Rēdisu (per

un pubblico femminile dai 18 anni

in su). Ad ognuno appartengono

diversi sottogeneri: tra i più famosi

i Mahō shōjo, storie di ragazze con

poteri magici – ricordate Ransie

la Strega, L’Incantevole Creamy e

Sailor Moon (sentai mono, dedicati

alle eroine)? –, i Mecha – Gundam,

Daitarn 3 e Neon Genesis

Evangelin – e gli Hentai, gli anime

pornografici, che appartengono alla

categoria dei Seinen, come gli Yaoi

e Yuri, storie erotiche omosessuali.

Il primo Anime ad arrivare in Italia

è stato Barbapapà, trasmesso nel

1976 da Rai 2, allora Rete 2.

L’animazione giapponese ha

invaso poi le reti private, fino a

una battuta d’arresto negli anni

'80 quando l’opinione pubblica ha

iniziato a demonizzare le anime,

cancellandoli dalla programmazione

e censurandoli. Una barriera

fortunatamente abbattuta da reti

come MTV e dal mercato dvd

video e, infine, da Internet che ha

permesso agli amanti del genere

in Italia di vedere serie fansub,

inedite con sottotitoli creati da

appassionati. Ultima frontiera

del mercato è il cinema, che

propone eventi speciali con film

d’animazione in sala per pochi

giorni che registrano il tutto

esaurito. Ne è un felice esempio

Your Name del 2017.

Una scena di Your Name – Nexo Digital e Dynit

Curiosità. Al genere anime

appartengono anche le opere dello

Studio Ghibli e del grande Haya

Miyazaki, Orso d’Oro a Berlino

nel 2002 e Oscar come miglior

film d’animazione nel 2003 per La

città incantata. Per molti questo

film d’animazione, che ha da poco

compiuto 15 anni dall’uscita nelle

sale, rappresenta uno dei migliori di

tutti i tempi.

#3D MAGAZINE 51


speciale giappone

JAP ONE, PRIMI

NELLA CUCINA GIAPPONESE

IN TUTTO IL SUD ITALIA

DI DAVIDE MILONE

#PEPEROSSO

Fotografie di Tiziano Esposito – www.immagineesuono.eu

52

#3D MAGAZINE


far conoscere la cucina nipponica ai napoletani è

A stata la mente intraprendente di Roberto Goretti,

giovane avvocato campano, che nel lontano 2001 –

mosso da una sana curiosità per la cucina del Sol

Levante – intraprese con molta dedizione un progetto di

investimento rivelatosi fin da subito un grande successo.

Nel 2002, quando in Italia i ristoranti Giapponesi si

contavano ancora sulle dita della mano, Goretti fu

il pioniere nella diffusione della cucina nipponica al

sud Italia, inaugurando il primo concept della cucina

giapponese nel quartiere Chiaia di Napoli.

JapOne Restaurant aprì puntualmente i battenti

con la cucina dell’executive chef Yassumi Yamasaki,

sushiman di impostazione «Nobu» di New York. La

novità gastronomica fu davvero sorprendente. Da allora

sono passati tre lustri e la cucina fusion del JapOne, a

ondate successive, ha educato i palati dei partenopei ad

approcciarsi alla cucina giapponese, considerata oggi

una delle più bilanciate e salutari del mondo e dal 2013

inserita fra i patrimoni orali e immateriali dell'umanità

dell'UNESCO.

Nel 2007 Goretti rientra a Napoli dopo un lungo viaggio

a San Paolo do Brasil, luogo non solo famoso per la

raccolta del caffè ma anche per la più vasta comunità

giapponese al mondo. Porta con sè il maestro Ignacio

Hidemasa Ito, chef nippo–brasiliano che si avvicenderà

al sushiman Yassumi Yamasaki.

Le cose ora stanno progressivamente cambiando. Molti

locali di tendenza, sia nuovi che vecchi, assomigliano

sempre più a vere e proprie imprese piuttosto che

alle storiche trattorie a conduzione familiare e questo

nuovo modo di fare impresa è stato condiviso da subito

dagli imprenditori del japanese food Roberto Goretti,

Massimiliano Riccardi e Ignacio Hidemasa Ito, che dal

2016 sono i nuovi soci dell’impresa One e gli artefici

del cambiamento di rotta, sia nel management che

del nuovo modo di fare cucina. È nelle intenzioni della

One di ampliare il business con apertura di nuove sedi,

investendo sulla ristorazione nipponica. Si tratta di un

#3D MAGAZINE

53


speciale giappone

progetto ambizioso, che trova il suo fondamento nel

grande successo riscontrato dallo storico ristorante

JapOne di Napoli, che quest’anno ha festeggiato i 15 anni

di meritato successo.

Ci raccontano in questa intervista i manager dell’azienda

Massimiliano Riccardi e Roberto Goretti «la nostra

ambizione è quella di portare la filosofia della

ristorazione giapponese su tutto il territorio italiano e

diffonderla attraverso i nuovi format derivati da quelli

già consolidati della famiglia JapOne». Questa strategia

di sviluppo, già in corso di ampliamento attraverso la

società One con l’inclusione di ristoranti giapponesi

già presenti sul territorio napoletano, vedrà – oltre

allo storico JapOne e l’allegro Kiss Kiss Bang Bang di

Cappella Vecchia, e al Tender in zona Vomero – anche

un nuovo progetto di Tender Restaurant Japanese, ma

questa volta nella storica citta di Pompei. L’impostazione

gastronomica sarà sempre a firma dell’executive chef

Ignacio Ito, «ad oggi uno dei sushiman più bravi d'Italia»,

la cui arte del sushi è sorprendente e «prima di lui, a

Napoli, nessuno aveva mai osato contaminare il sushi

unendo Giappone, Brasile ed Europa mediterranea. I

piatti di Ignacio, una piccola opera d’arte, soddisfano

regole precise di armonia ed eleganza».

Una attenta disposizione di ogni singolo pezzo di sushi

mette in evidenza l’importanza dell’aspetto estetico

e in generale della priorità della vista sul gusto. Qui i

sushi lover come Stefano Sollima, Giorgio Albertazzi,

Alba Parietti, Faouzi Ghoulam, Dries Mertens, Christian

Maggio e Pepe Reina, apprezzano a pieno titolo la cucina

fusion dalla contaminazione carioca del grande maestro

Ignacio, il quale si avvale di uno staff davvero eccellente.

Dalla sous–chef Irina Avadanei che rispecchia la forma

mentis, il rigore e l'essenzialità tipica dell'arte culinaria

japanese, al direttore di sala Sagara Ranasingha, un vero

gentlemen, ambasciatore dell’ospitalità, che assicura

da decenni il perfetto funzionamento del servizio di

ristorazione del locale. Esperto di food&beverage non

esiterà a spiegare le nuove creazioni dello chef in tutte

le loro componenti, consigliandovi i migliori abbinamenti

di vini per i piatti proposti dall’Itamae. Le continue

sperimentazioni dal sapore fusion, rendono la cucina

del JapOne un laboratorio di idee, che agiranno come un

timone di comando per le altre emanazioni della One che

da qualche giorno già naviga verso Pompei alla volta di

un nuovo Tender. Stay tuned.

54

#3D MAGAZINE


#ESPERTI

56

#3D MAGAZINE


#PSICOLOGICAMENTE

LA FAMIGLIA è SACRA

DOTT.SSA

CAROLINA ALFANO

Psicologa e psicoterapeuta

in Gestalt e Analisi

Transazionale

Ogni membro del sistema famiglia ha il

diritto assoluto di esserci, avere un posto

e far parte del sistema stesso. Non esiste

nessuno migliore o peggiore di un altro

La famiglia rappresenta il

primo tu che sperimentiamo

usciti dalla pancia della mamma:

è il sociale con cui entriamo in

contatto per la prima volta. Essa

rappresenta le nostre radici e noi

i suoi frutti. ci dà nutrimento e ci

permette di crescere ed entrare

nel mondo. Ma è dalle relazioni

familiari stesse che derivano

tutti i nostri condizionamenti e i

nostri adattamenti disfunzionali

che creano in noi sofferenza.

In particolare, le modalità di

interazione con l’altro, gli stili di

attaccamento, il modo di esprimere

le emozioni, sono le cose che

apprendiamo dalla relazione con

la nostra famiglia e che tendiamo

a portare nel mondo come se

fossero uno schema che funge da

guida. Questi modelli si ripetono

all’infinito, finché non decidiamo

di guardare profondamente ai

processi e ai comportamenti

che mettiamo in atto per poi

interromperli e vivere in modo

armonico con il sistema.

Bert Hellinger, filosofo, teologo

e pedagogo, ha approfondito i

suoi studi in psicologia sistemica

e, osservando gli zulù, ha potuto

guardare con chiarezza le relazioni

invisibili che legano i membri di

una famiglia tra loro. Esistono degli

equilibri importanti da mantenere

all’interno della struttura familiare

che Bert Hellinger chiama Ordini

dell’Amore e nel caso in cui questi

ordini non vengano rispettati le

famiglie finiscono per soffrire

molto. Succede spesso, ad esempio,

che i figli si mettano in mezzo ai

genitori per proteggere uno dei

due, oppure che un fratello minore

si comporti come se fosse lui il

più grande. Tutto questo squilibra

la famiglia perché i membri non

ricoprono il proprio ruolo e non

seguono l’ordine di appartenenza

che parte dalla coppia padre–madre

e poi in ordine i figli, dal più grande

al più piccolo.

Le leggi principali che

caratterizzano gli Ordini dell'Amore

sono:

Legge dell'Appartenenza. Ogni

membro del sistema famiglia ha il

diritto assoluto di esserci, avere un

posto e far parte del sistema stesso.

Non esiste nessuno migliore o

peggiore di un altro.

Legge dell'Ordine Sacro. Ogni

membro ha una posizione unica,

insostituibile e speciale in relazione

a tutti gli altri. Quella posizione che

occupa gli spetta di diritto appena

viene al mondo e non può essere

presa da nessuno.

Legge dell'Equilibrio ed Esclusione.

ogni membro della famiglia deve

essere responsabile di ciò che

fa altrimenti le conseguenze

dell’azione fatta ricadono su tutto

il sistema. Così come ogni torto

commesso, all'interno della famiglia,

nei confronti di un predecessore

dovrà trovare la sua compensazione

tramite un successore.

Rispettare l’Ordine Sacro, significa

ridare sacralità alla famiglia che

è regolata dall’amore. Quando

torniamo al nostro posto e nel

nostro ruolo ci stiamo amando e

stiamo amando il sistema famiglia.

Solo così possiamo essere quelle

frecce di cui parla il poeta Gibran

facendo riferimento ai figli, scoccate

da quegli archi che sono i genitori,

e vivere la nostra vita adempiendo

alla nostra missione per cui siamo

venuti al mondo.

#3D MAGAZINE 57


Mi chiamo

Annamaria, 32 anni,

al quarto mese della

mia prima gravidanza.

Prima di essere incinta

fumavo un pacchetto

di sigarette al giorno,

adesso ho ridotto a 10.

Fa male al bambino?

#ESPERTI

58

#3D MAGAZINE


#UNAMELAALGIORNO

DOTT. FABRIZIO

PAOLILLO DIODATI

Specialista in Ostetricia

e Ginecologia

www.ginecologiapaolillo.it

PERCHÉ MANDARE

UNA GRAVIDANZA

IN FUMO?

Cara Annamaria, sono certo

che sai che il tabacco contiene

nicotina, una sostanza psicoattiva

come la caffeina, che agisce

sul sistema nervoso e che dà

dipendenza. Forse sai anche che

contiene catrame, che in parte

rimane nel filtro ma che in buona

parte passa nei polmoni, e che

contiene anche sostanze derivate

dalla combustione della carta, come

il monossido di carbonio.

Nella sigaretta sono contenute

circa 4.000 sostanze chimiche, di

cui 400 sono tossiche (arsenico,

cadmio, cromo, cianuro d’idrogeno,

ecc.) e almeno altre 400 sono

cancerogene, come la formaldeide,

che dai tuoi polmoni si riversano

nel sangue e, attraverso il cordone

ombelicale, giungono al feto. La

placenta non riesce a filtrare la

maggior parte di queste sostanze

tossiche. Il monossido di carbonio

diminuisce la quantità di ossigeno

disponibile nel sangue del bambino,

causando danni sia durante la

gravidanza che dopo la nascita. Nel

feto la disintossicazione avviene più

lentamente rispetto all’adulto. Ecco

un elenco dei problemi più comuni:

Malformazioni. Labbro leporino,

gastroschisi, cardiopatie congenite,

etc.

Disturbi della crescita. La nicotina

riduce il flusso sanguigno nella

placenta. In questo modo il

bambino riceve meno sangue, con

conseguente ritardo nella crescita e

scarso aumento di peso.

Malattie polmonari. La funzionalità

dei polmoni diminuisce, un

problema che spesso persiste anche

dopo la nascita. Circa un terzo dei

figli dei fumatori nel primo anno di

vita sviluppa almeno un disturbo di

natura asmatica alle vie respiratorie.

Se esposti al fumo di tabacco, feti,

neonati e bambini piccoli soffrono

più frequentemente di disturbi

cronici alle vie respiratorie, asma,

allergie e otite media rispetto ai figli

di genitori non fumatori.

Parto prematuro. Un bambino su

sette di una madre fumatrice nasce

prematuro.

Morte endouterina fetale e morte

in culla. Futura dipendenza dalla

nicotina.

Allergie. Il fumo favorisce le

allergie, e ciò per più generazioni.

Problemi di comportamento.

Si pensa che il fumo possa

determinare anche problemi

psichici. Da uno studio su 362

bambini, condotto dai medici

dell’Istituto per la salute psichica

di Mannheim (Germania) nel

2013, è emerso che i figli di

madri fumatrici, sottoposti a

visite periodiche dalla nascita

fino all’inizio dell’adolescenza,

ottenevano risultati scolastici

peggiori e mostravano disturbi

caratteriali con una frequenza

due–tre volte superiore ai figli di

madri non fumatrici.

Il primo mese e mezzo di

gestazione è il più critico. Per

ridurre il rischio di malformazioni

l'ideale sarebbe smettere di

fumare almeno 2 mesi prima del

concepimento. Se si pensa di

avere un bambino, il consiglio

migliore resta quello di gettar via

la sigaretta il prima possibile.

In gravidanza NON si fuma.

Punto.

#3D MAGAZINE 59


#SPORTELLOSALUTE

DOTT.SSA MATILDE

DE TOMMASIS

Farmacista

esperta in nutraceutica,

antiaging e dermocosmesi

MAGNIFICA ALOE,

PIANTA INTELLIGENTE

E PANACEA

DI TUTTI I MALI

#ESPERTI

In psicologia, la resilienza indica la

capacità di far fronte, in maniera

positiva, a eventi traumatici. La

resilienza è dentro tutti gli esseri

viventi, vegetali o animali, e nel

mondo vegetale, la medaglia d’oro

alla resilienza va alla pianta di aloe.

Questa magnifica pianta è nata

nelle zone aspre del sud America,

dove nessun essere vivente sarebbe

potuto nascere e crescere. Terra arsa

dal sole, battuta dal vento e dove

la pioggia è così poca da non poter

soddisfare alcun organismo. L’aloe

ha faticato per esistere e questo

infaticabile lavoro le ha donato il

soprannome di panacea di tutti i mali.

Se tagli una foglia di aloe, in poco

tempo il taglio si rimargina. Come fa

con se stessa, l’aloe riequilibra anche

il nostro organismo attraverso tutti i

suoi componenti.

Perché dovremo usarla? Perché

il suo istinto è l’automedicazione,

l’immuno–modulazione, l’intelligenza

biologica di combattere contro

agenti esterni. Più combatte, più si

fortifica, stesso principio che avviene

quando la beviamo. Ecco i benefici

effetti dell’aloe: carica con i nutrienti,

stimola con i polisaccaridi, espelle

con gli antrachinoni, reintegra

oligoelementi con la presenza di

calcio, cromo, ferro, manganese,

magnesio, potassio, rame, selenio,

sodio, zinco. Apporta energia con

la presenza di vitamine del gruppo

b, vitamina c, vitamina e, fosfolipidi,

steroli vegetali, aminoacidi. Il succo

che possiamo bere è quello che si

ottiene dalla raccolta, dal lavaggio

manuale, da una fluidificazione a

freddo, dalla non pastorizzazione e

dalla reverosmose (concentrazione

della materia prima attraverso una

filtrazione meccanica rispettosa).

Data la forza di questo succo, ne va

preso poco, per 5 giorni di seguito

con una sospensione di 2 giorni.

Così diamo la possibilità al nostro

corpo di capire dove creare la strada

giusta, affinché l’aloe possa esplicare

la sua azione. Molte aziende vendono

aloe sotto svariate forme: succhi, gel

topici, compresse, creme. Alcuni si

producono il succo in casa coltivando

la pianta sul proprio terrazzo. Ma

l’aloe è una pianta intelligente e capta

tutto, anche smog e inquinamento.

Quindi diventa sconsigliabile il fai da

te, ma opportuno affidarsi ad aziende

che da sempre, come ad esempio

la Zuccari, coltivano e maneggiano

questa pianta con tutti i criteri di

conservazione dei suoi principi

attivi. La Zuccari produce 4 succhi,

più quello della famosa ricetta con

miele e brandy, che ha aiutato molti

missionari a svolgere azioni di pronto

soccorso.

1. Puro succo di aloe per un’azione

emolliente e lenitiva sul tratto

gastrointestinale con particolare

azione depuratrice.

2. Aloe magnifica in cui le foglie sono

sminuzzate in frammenti ancora

più polposi per esaltarne le qualità

organolettiche e l’alto contenuto

nutritivo.

3. Succo puro di aloe con aggiunta

di antiossidanti (maqui, acai, noni,

bacche di goji) per potenziarne

l’effetto antiradicali liberi.

4. Puro succo di aloe con aggiunta

di vitamine, pappa reale per

ridurre stanchezza e affaticamento,

soprattutto dopo interventi o malattie

debilitanti.

Quest’azienda, con la sua trentennale

esperienza, produce anche una

gamma di cosmetici completa, dal

deodorante al dentifricio, dalle creme

ai gel, a detergenti intimi e maschere.

60

#3D MAGAZINE


#ESPERTI

62

#3D MAGAZINE


#SPORTELLOSALUTE

DOTT.SSA MARIA

GIOVANNA TAMMARO

Nutrizionista

Specialista in Microbiologia

e Virologia

Idrocolonterapia

approccio

non-farmacologico

alle cefalee

Molte sono le cause che

intervengono nella genesi delle

cefalee: un disordine neurovascolare

per uno sconvolgimento dei

mediatori chimici cerebrali è quella

più riconosciuta.

La vitamina B12 riveste un ruolo

fondamentale nella produzione dei

principali neurotrasmettitori del

sistema nervoso vegetativo. Perché

la vitamina B12 intervenga in queste

vie metaboliche, deve essere attivata.

La sua attivazione avviene in virtù di

una glicoproteina (fattore intrinseco

di Castle) che è prodotta dalle cellule

del fondo gastrico dello stomaco.

Dall’attivazione della vitamina B12 si

originano vie metaboliche quali:

Una patologia della mucosa gastrica,

identificabile in una cronica

infiammazione della sua mucosa,

potrà comportare disturbi che

possono cosi sintetizzarsi:

• irregolarità dell’alvo (in senso

stitico o diarroico);

• comparsa di dolori;

• alterazione della moltiplicazione

delle cellule che si evidenzierà

attraverso la formazione di polipi, e

negli stadi più avanzati di neoplasie.

Da indagini epidemiologiche

condotte sui pazienti cefalalgici,

emerge che una percentuale

molto alta di donne e uomini

soffrono di alterazione dell’alvo,

prevalentemente in forma di stipsi,

denunziando contemporaneamente

fastidi gastrici. In questi casi

l’intestino è bersaglio di una

gastropatia per uno stato di

infiammazione cronica che

comporta, a distanza nel tempo, una

mancata attivazione della vitamina

B12, se non è addirittura carente.

Da qui la necessità di estendere

ai pazienti portatori di cefalea,

lo studio clinico e strumentale

non solo sul sistema nervoso, ma

anche sull’apparato gastroenterico,

secondo un iter da seguire da parte

del medico, che potrebbe essere il

seguente:

• conoscere le abitudini alimentari

del paziente;

• indicare al paziente un modello

alimentare secondo i principi

dell’alimentazione umana, indicando

le giuste proporzioni del cibo;

• prevedere una strategia

terapeutica di integrazione dei

nutrienti;

• ripristinare la funzione sia dello

stomaco sia dell’intestino. Per questa

finalità, l’idrocolonterapia avrebbe

certamente un ruolo non secondario.

#3D MAGAZINE 63


e, tra le tante, fu iniziatrice della

carriera di Audrey Hepburn,

scritturandola per la messa in

scena a Broadway, del suo libro,

Gigi.

#INVERSI

Nata nel 1873 e venuta dalla

campagna francese, si impose,

introdotta dal marito Willy, in un

mondo che la avrebbe osannata,

quello della Parigi intellettuale.

Amava esibirsi in teatro e spesso

lo faceva coperta di pochi veli,

scandalosa, arrivava a spogliarsi

completamente. Fotografata e

dipinta dai migliori artisti se

ne infischiava della stampa e

dei benpensanti che volevano

ingabbiare la sua libertà. Al

naufragare del matrimonio non

ebbe paura di mostrarsi con il

suo nuovo amore, la baronessa de

Morny, detta Missy. Si esibivano al

Moulin Rouge e in salotti privati,

sconvolgendo e ammaliando il

pubblico baciandosi in scena. La

sua vita privata fu turbolenta e

dissacrante, al pari delle sue opere

letterarie.

© Ph. Reutlingher

IL GENIO RIBELLE

DI COLETTE

DI GIULIANA MASTROSERIO

a’ degli errori, ma falli con

«Fentusiasmo». Ci sono vite

che lasciano un segno indelebile,

che diventano leggende, e Sidonie

Gabrielle Colette è indubbiamente

una di queste.

Ribelle, brillante, sensuale,

è stata scrittrice, giornalista,

critico teatrale e cinematografico,

ballerina e attrice di music hall.

Ricevette ogni tipo di onorificenza

accademica, lavorò in ogni ambito

Il suo primo romanzo Claudine

a scuola, pubblicato con il nome

di Willy, diventò subito un caso

letterario. Claudine, prima

teenager della letteratura, era un

fenomeno di massa. Si vendevano

cappelli, lozioni, sigarette, cravatte

e tanto altro con il suo nome, tutte

volevano essere Claudine. Anni

dopo, Colette, non ebbe paura di

intentare una causa all’ex marito

per il riconoscimento dei suoi

lavori, che ottenne nel 1910.

Donna libera, forte e appassionata,

sfidò la terra e il cielo. Mentre

si susseguivano due mariti, tanti

amanti e una figlia, lei viaggiava

in deltaplano, prendeva lezioni di

boxe, scriveva per tutte le testate

64

#3D MAGAZINE


Amava

esibirsi in teatro

e spesso lo faceva

coperta di pochi

veli, scandalosa,

arrivava a spogliarsi

completamente

© Ph. Valery Paris

giornalistiche, da Le Figaro a

Vogue. Fu inviata di guerra in

Italia, dove soggiornò insieme a

D’annunzio e divenne persino

infermiera. Era una donna di

lettere, ma senza limiti, in tarda

età aprì addirittura un istituto di

bellezza.

© Ph. Roger Violett, Archivi Alinari

Al termine della sua lunga vita,

Colette, divenuta Grand’ufficiale

della Legion d’onore, fu la prima

donna a ricevere i funerali di

Stato. Ci vuole coraggio per sfidare

il mondo intero e lei ne aveva

avuto da vendere, nulla aveva

potuto arginare la potenza della

sua penna graffiante e raffinata.

Negli ultimi anni scrisse «Mi

piacerebbe… 1° ricominciare 2°

ricominciare 3° ricominciare…», è

questo l’entusiasmo che l’ha resa

immortale.

#3D MAGAZINE 65


“Indissolubili”,

le mille strade

che portano all’amore

Dialogo con l'autore Renato Serpieri, tra solide premesse

e certezze da sognatore

#INVERSI

DI PAOLO MARSICO

Imprenditore nel settore della

progettazione e costruzione

di impianti tecnologici,

cinquantottenne, napoletano, un

romanzo di successo alle spalle ed

un altro, Indissolubili, da novembre

scorso in libreria. Renato Serpieri,

ha il tono pacato e sicuro di chi sa

di aver fatto un buon

lavoro, racconta e si

racconta attraverso le

pagine del suo nuovo

romanzo, attraverso

tante storie, ognuna

in qualche modo

collegata all'altra,

ognuna con un unico

filo conduttore,

l'amore. «Con questo libro –

spiega Renato Serpieri – provo ad

illustrare, alcune delle mille strade

che portano all'amore, come questo

ci cerca e ci trova».

Credo che

l'amore sia al

vertice di ogni cosa,

ed in quanto vertice

asoluto è giusto che

oggi abbia la giusta

collocazione

sognarlo, sognare per vivere». Nel

libro, tante sono le città, che fanno

da contesto alle varie storie, un

viaggio di corpo e spirito che in

qualche modo portano l'autore ad

essere protagonista ideale di ciò

che si racconta. «I luoghi – spiega

ancora Serpieri – sono importanti

perchè per me preziosi

ricordi, e di me, nelle

storie c'è tutto o

quasi, le esperienze,

i rapporti di coppia,

le considerazioni, le

emozioni, e l'idea di

fondo di non doversi

più accontentare, in

una società che ormai

non è più interessata ad esprimersi,

a fare meglio, ma che al contrario si

accontenta di emulare, modelli che

tutto sommato hanno davvero poco

da dire».

«Credo che l'amore – racconta

Serpieri – sia al vertice di ogni cosa,

è il faro che illumina e guida ogni

situazione ogni storia, ed in quanto

vertice assoluto è giusto che oggi

abbia la giusta collocazione, cercarlo,

Renato Serpieri, propone un'ideale,

una strada da seguire, in un lavoro

che è racconto di vita vissuta e

ricerca di un'ulteriore conferma, di

quanto è stato, di quanto si è fatto e

di ciò che realmente siamo.

66

#3D MAGAZINE


Azzardo sotto zero

Silhouette anni '80, volumi, piumini, marsupi, quadri e punte estreme.

Si mischiano le carte. La moda Inverno 2018 la fai tu (o quasi)

#STYLE

DI MARIAGRAZIA CERASO

passo deciso verso le

A temperature gelide. E più

precipitano e meglio è.

Il freddo non fa paura se a riscaldare

ci sono i look più fashion di stagione.

Il grigio inverno può essere ricaricato

alla grande se ci si copre con capi

imperdibili che lasciano fuori il gelo,

senza mai dimenticare lo stile. Le

regole del gioco sono tante, ma una

le accomuna tutte: seguire l'istinto.

Nell'Inverno 2018 più che mai, sono

i propri gusti e il proprio approccio

alla moda a

dominare,

perché

se è vero

che una

tendenza

forte sono le felpe sportive, cosa vieta

di abbinarle a pantaloni Principe di

Galles? E se è vero che il piumino

extra lungo fa molto benzinaio

sulla Route 66, chi dice che non sia

perfetto per un abito da sera? O

ancora! Se il rosa tenue sta per sono

una brava ragazza, io!, l'ha detto forse

il babbo che non lo si debba abbinare

a stivaloni inguinali, attillati, in

vernice nera?

Qui è tutto da riscrivere! La legge la

fai tu. I limiti li valichi tu. Il muro lo

scavalchi tu.

Prendi le dritte che seguono e

sconvolgile a tuo piacimento.

Le regole sono tue.

COLORI – ROSSO E ROSA.

Delicato, femminile, poetico,

intriso di romanticismo ed

estremamente retrò. È il millenial

pink, la nuance di rosa dell'Inverno

2018 che tinge i total look

monocromatici delle fashioniste più

old lovers del pianeta. Valentino lo

sdogana con il cappotto bon–ton.

Tu opta per un completo giacca

pantalone. L'alternativa choc? Il

rosso di un impermeabile anni '80

in lucido vinile.


CAPISPALLA – PIUMINI

E PELLICCE. Aggiungi un tocco

glamour al tuo look con una giacca

in finta pelliccia. La faux fur del

cuore è colorata, irriverente,

divertente ed eloquente. Seconda

opzione: valorizza il tuo outfit con

una giacca imbottita super trendy.

Il bomber da astronauta, collo alto

e tagliato in vita, ora lo sfoggi in

città.

FORME – OVERSIZE

E SARTORIALI. Un look unico,

oggi, è fatto di due forme:

oversize o sartoriali. Nel primo

caso, si gioca con i volumi, extra

e bombati. Nel secondo caso, si

va di versatile e raffinato, come

il cappotto a doppio petto. La

chicca? Fare un mix di pezzi

sartoriali e grunge.

SCARPE – PUNTE ESTREME

O RASO. Il passato si farà

parecchio male se a dargli

un calcio saranno le scarpe

dell'Inverno 2018. Le punte

sono estreme. Lunghe,

lunghissime, i tacchi slim

sono spilli da siringa. I più

gettonati sono gli stivali

calzino, ma anche i tessuti

in raso dei colori del verde, del

fucsia, dell'arancio e del giallo, non

scherzano mica.

MAGLIE – DOLCEVITA

E MAXI. Tornano le silhouette

anni '80, con i dolcevita attillati e i

leggings aderenti. Da vera Barbie.

Per i giorni cozy, i maxi maglioni

sono sempre adatti. Prediligi quelli

con maniche a prosciutto ed extra

lunghe.

#3D MAGAZINE 69


pregiate ed essenziali. Sono per

le donne decise, di quelle che non

hanno paura di selezionare le cose

più importanti da portare con sé.

È tutto chiaro ora? Bene. Ora puoi

rimescolare le carte.

L'inverno è tuo. Prenditelo.

PANTALONI – AMPI

E A QUADRI. Kappa li propone

larghi con riga rossa e le

ciappe laterali, da aprire

fino alla coscia e sfoggiare

con décolleté in vernice e

cappotto da biker imbottito

in morbido sherpa. Ma se

sei classica, il quadrone

grigio, portato con giacca

in tinta e bralette in pizzo

vedo non vedo, sarà

un'ottima alternativa.

Hot&It. Il tema generale da seguire

è vintage. Dalle polaroid agli occhiali

striminziti; dal ritorno prorompente

delle Nike Air Max 97 ai mom

jeans con vestibilità larga, fino alla

riscoperta di bar con arredi anni

'70 e frigoriferi color pastello (On

Fleek quello di SMEG), ogni campo

della creatività ha fatto un salto

indietro. L'idea vincente? Inviare

una cartolina ai propri cari da ogni

parte del mondo che si visiti. Più sul

pezzo di così...

BORSE – MICRO E

MARSUPIO. Alessandro

Michele l'ha sdoganato

sulla passerella di Gucci,

da allora il marsupio

è stato lucidato come

una vecchio giocattolo

che torna in vita. Sulla

giacca è un must! E se

non ce l'ho? Prendi una

tracolla, annodala in

vita, nascondi il nodo

sotto la giacca: ecco il marsupio fai–

da–te. Oppure vira sulle mini bag, le

sorelle minori delle iconiche maxi,

70

#3D MAGAZINE


#STYLE

I MIEI ABITI

SONO FOLLI COME ME

Il nostro incontro con lo stilista Bruno Caruso,

Artisan de Luxe partenopeo, che si contraddistingue per originalità

e manifattura. «Ogni abito è realizzato a mano e richiede

ore e ore di lavoro. Non parto mai dal disegno,

le mie creazioni le realizzo al contrario. È la stoffa che fa tutto.

La osservo, la tocco, la maneggio e la modello». Un artista.

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#3D MAGAZINE


© Ph. Mario Zifarelli

#3D MAGAZINE 73


© Ph. Mario Zifarelli

DI MARIAGRAZIA CERASO

Raccontare un sogno non è mai

facile. Raccontare un sogno

nella moda è ancora più difficile,

perché appartiene all'animo di chi lo

genera e spiegarlo al meglio è cosa

ardua. Esistono però le eccezioni,

sogni costruiti, passo dopo passo,

con sapienza e ambizione e permeati

da una tale passione da riuscire ad

arrivare alle orecchie di chi li ascolta

e agli occhi di chi li osserva in tutta la

loro interezza e bellezza.

È questa la prima sensazione che ho

provato entrando nel regno di lusso di

Bruno Caruso, nella Maison di Napoli

in Via Chiaia 142, nella splendida

cornice dell'Ottocentesco Palazzo

Miranda. Un sogno di un artista

insolito e caparbio diventato realtà. E

adesso provo a raccontarvelo.

Una scalinata imponente sull'antico

androne mi porta a varcare la più

lucida delle porte. E il varco mi

catapulta in un posto ovattato,

sensuale, scintillante: lo scrigno di

bellezza di Bruno Caruso, dove

nascono le sue idee e prendono

forma i suoi abiti, è qui. «Ma sai, un

abito io lo realizzo al contrario, in

un percorso inverso. Non parto dal

disegno. Guardale le mie mani, è

la stoffa che fa tutto. Io la osservo,

la tocco, la maneggio e la modello.

È lei che dona forma ai miei abiti.

Nascono e crescono sulle mie donne

– i mannequin – e li vesto con tutta la

femminilità che si rispetti». Perché se

la moda è fatta di bellezza, allora che

sia incontrovertibilmente oggettiva.

Un progetto inconsapevole quanto

istintivo, nato dal desiderio di un

bambino di 15 anni, che non vuole

fare il ragioniere (di ragione, qui, non

c'è nulla!) e a 16 è già in Accademia a

Roma, e a 22 ha il suo primo atelier.

«I miei abiti sono folli, come me!

Quando ero ragazzo mi guardavo

intorno, in occasione di cerimonie

familiari, pensavo tra me e me che

quell'abito non l'avrei mai fatto

indossare ad una donna. Una donna,

per essere elegante nelle occasioni

più speciali, aveva bisogno dei

miei abiti». Abiti con un fil rouge

particolarissimo. Tutti diversi, curati

in ogni centimetro, pieni di allure, ma

con un unico comune denominatore:

esaltare la silhouette femminile,

celare abilmente le imperfezioni, non

aggiungere altro alla ricchezza dei

tessuti, pregiati e tradizionali.

74

#3D MAGAZINE


Ed è così che prendono forma le

eleganti collezioni Uomo/Donna

di Bruno Caruso Priveé, mostrate

in perfetta armonia ed equilibrio

nell'Atelier di via Carlo Poerio 12,

come l'ultima presentata nella dorata

cornice dell'Hotel Excelsior di Napoli.

Je T'aime, una Haute Couture per la

cerimonia, per gli eventi speciali, che

punta a ripercorrere i momenti, le

tecniche, i pensieri di anni di carriera

«Che rifarei uguale!» – precisa il

couturier – nell'alta sartoria. La

stessa cura traslata sulle collezioni

uomo, sempre al passo e attente a

celebrare una fierezza – nei tessuti e

nei particolari – mai ostentata ma che

salta all'occhio. L'ultima, appunto,

è preziosa e gentile al tempo stesso,

di taglio classico e incredibilmente

avanguardistica. Come se nella stessa

anima maschile vivesse un gentleman

d'altri tempi e un maledetto seduttore.

«Ho visto una signora, l'alto giorno,

per strada. Non amavo molto il suo

modo di vestire, ma un particolare,

la manica della camicia, ha catturato

la mia attenzione. Un po' come

l'orecchino che indossi tu adesso.

Ecco, prendo ispirazione dai

piccoli dettagli delle cose che mi

circondano».

Ed è ai dettagli che gli abiti da sera

a sirena (rosso porpora o nero

profondo) o con ampi gonnelloni

anni '50 (da sfoggiare anche per il

giorno), o le clutch e le scarpe, queste

ultime preziosissime per le spose,

non rinunciano mai. Piume, ricami,

pizzi, cristalli di Swarovski, applicati

su tessuti leggeri come lo chiffon e

l'organza o più tradizionali come

il crine e la seta. Ma anche satin

elasticizzato e trame laminate, per

non tralasciare la contemporaneità.

«Ciò che contraddistingue le mie

creazioni è la ricerca di originalità

© Ph. Mario Zifarelli

e la manifattura. Ogni abito è

realizzato a mano, in ore ed ore di

lavoro, perché un vestito, che sia da

gala o per lo sposo, se capovolto,

deve essere ancora bello».

Le cuciture, come quelle dell'anima,

che se fatte bene sono ancora più

affascinanti. Metafora della vita.

Metafora di amore per quello che si

fa. Sarà per questo che quando gli

chiedo quanto sono esigenti le sue

donne, ammette di andare in ansia.

«Capita spesso. Le mie spose si

aspettano molto da me ed io mi sento

in dovere di non deluderle. Quando

sto realizzando una collezione e

penso che un abito non sia ancora

pronto, lo copro con un telo. Può

restare lì fino a quando capisco di

aver trovato l'anello mancante».

Giorni?

«Anche mesi».

E se l'anello non lo trova?

«Lo lascio in sospeso. Non ho la

presunzione di finire tutto».

E quale deve essere la “non”

presunzione di un giovane stilista di

alta moda?

«Di non esagerare. Quello che

conta è identificarsi. Lasciare che il

pubblico capisca che lì, su quell'abito,

c'è la tua firma».

Tornando al principio. Il sogno

più grande nel cassetto della sua

scrivania nera?

«Vivo di sogni. Ne ho ancora

tantissimi. Forse, Parigi».

À bientôt.

#3D MAGAZINE 75


#STYLE

Orecchini e spilla AQUILONI EST

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#3D MAGAZINE


LA FILOSOFIA DELL'ESSENZIALE:

Il gioiello contemporaneo

secondo Genos

Intervista ad Adriana Del Duca e Federica Orefici, designers e creatrici

di Genos Gioielli

DI MARIAGRAZIA CERASO

Sottrazione, linearità, ordine, silenzio, pausa. Concetti

di una rarità cosmica nel mondo contemporaneo.

Tutto è di più. Quasi nulla è essenza, in una continua

lotta temporale tra l'affanno e la ricerca introspettiva

del sé. Così, dalla negazione del càos e dalla proiezione

di una contemporaneità futura più singolare e definita,

prende forma, in controtendenza, Genos Gioielli. Le

menti di Adriana Del Duca e Federica Orefici, traslate

nella creazione di monili dal design contemporaneo ma

dall'essere tradizionale. Nel primo caso, nelle forme; nel

secondo, nella realizzazione. «In un’epoca in cui sia tutto

che tanto è in perenne movimento, i messaggi che ci

arrivano sollecitano la nostra attenzione costantemente,

l’uomo non ha più tempo per pensarsi, per il silenzio, per

la pausa. Aggiungere altra confusione a tutto questo ci è

impossibile».

Adriana e Federica hanno le idee chiare. I gioielli Genos,

progettati interamente dalle due creatrici e realizzati da

artigiani specializzati napoletani, sono tutto meno che

eccesso. Nascono dalla sperimentazione di un disegno

o dalla manipolazione impulsiva della carta e della cera

e restituiscono forme al metallo, al rame, alle pietre

preziose, al plexiglass e all'argento. Ed è così che le

superfici diventano ampie e lisce, che la concentrazione

sorpassa la dispersione, che l'economia dei tratti riesce a

dare vita a unicità anziché moltitudine di elementi. Ecco

perché stilizzazione delle forme.

Orecchini CUOPPO e anello VULCANO argento

In quest'ottica nascono collezioni concettuali che celano

un simbolismo sotteso: Genesis per la nascita, Aquiloni

#3D MAGAZINE

77


Ciondolo

PAISLEY GENOS

in argento

per la libertà, Where are you per lo spazio, Gemme per

la purezza, Grafemi per il linguaggio.

«Ultima nostra creazione è il Paisley: la rielaborazione

di un’icona antichissima che allo stesso tempo è

sorprendentemente sempre attuale. È stato complesso

proporre questo antico motivo seguendo i criteri estetici

che ci appartengono. Abbiamo semplicemente lavorato

per sottrazione, rendendolo minimal, tutto il contrario di

come lo si può vedere in giro».

Anello WHERE ARE YOU

argento e corallo

E anche lo store del gioiello Genos, che sorge in via San

Pasquale 67 nel quartiere di Chiaia, cuore innovativo

della città Napoli, riflette il significato del suo nome

(dal greco nascita, provenienza, origine, famiglia).

«Abbiamo progettato interamente il negozio, dalla scelta

dell’ottanio come colore istituzionale, alle vetrine a forma

di bolla, i colli espositivi, i mobili tra cui la cassaforte

d’epoca. Si tratta di uno spazio da cui scaturiscono

nuove idee per incontrare il gusto di utenti consapevoli e

lontani dall’omologazione. Un luogo che trova un giusto

compromesso tra l’oggetto d’arte e la sua funzionalità».

Bracciale GENESIS argento e oro

Ed è proprio alla funzionalità e all'amore per l'arte

che è interessata la donna che veste Genos. Adriana

sottolinea che la donna Genos «sceglie in autonomia e

non s’identifica con una maggioranza che le impone cosa

indossare. Rischia, non ha bisogno di farsi accettare, non

si accontenta». Una donna di spessore, intelligente e

libera che acquista con coscienza e apprezza il contenuto

nonché la lavorazione del prodotto.

«I nostri gioielli hanno la stessa importanza di chi li

indossa. Ognuno ha la propria autonomia. Entrambi,

sia la donna che il gioiello, compiono lo stesso viaggio.

Partono e arrivano insieme».

Anello GENESIS VULCANO argento ossidato e oro

Collana quarzo fumé e ciondolo HAMMOCK argento

78

#3D MAGAZINE


Via Seggio del Popolo, 22

80138 Napoli

dinolaudiero@laudierosrl.it

Via Gino Doria, 78

80128 Napoli

antonioceriani@cerianiassicuratori.it


La bellezza?

Una questione di benessere

Dietro le quinte di Medspa, l’azienda napoletana che ha rivoluzionato

il mondo della bellezza in farmacia. Camilla D’Antonio, direttore

scientifico «La mia parola d’ordine è Live Long, Live Healthy»

DI SILVIA TRAMATZU

#BEAUTYCASE

80

#3D MAGAZINE


Camilla è un giovane scienziato. Napoletana di nascita

con una formazione tra Italia e Stati Uniti, è stata il

più giovane membro della Società Americana Anti Age

all’epoca del lancio dell’azienda di famiglia avvenuta

sei anni fa. Mamma della piccola Elena, si divide tra

la famiglia a Milano e i numerosi impegni in giro per

l’Italia e il mondo. Impegni che la vedono protagonista in

congressi internazionali sulla salute della pelle e in corsi

di formazione ai farmacisti, ma soprattutto impegnata

sulla ricerca, la sua grande passione, che la vede nel

ruolo di direttore scientifico di Medspa, società che

produce i marchi Miamo e Nutraiuvens.

Sono passati sei anni da quando, con suo fratello

Giovanni e sua madre Elena Aceto di Capriglia, avete

lanciato le prime linee viso di Miamo. La bellezza è un

vizio di famiglia, ma il vostro motto è “Live Long, Live

Healthy”. State lavorando ad un elisir di lunga vita?

«Il nostro approccio alla bellezza è particolare. Per noi

avere una pelle luminosa, levigata, idratata è diretta

conseguenza di uno stato di benessere dell’organismo,

raggiunto e mantenuto in una situazione ottimale. La

nostra risposta sta nella cosmeceutica con le linee

Miamo, che da quest’anno agiscono anche sul corpo, e

attraverso la nutraceutica con Nutraiuvens. Va da sé che

chi vive con il culto di un organismo sano, abbia anche

una vita migliore e perché no, più lunga. Ed è bello vivere

guardandosi allo specchio ogni giorno soddisfatti».

Miamo, nome particolare e facile da ricordare,

racchiude una filosofia di amore di sé. Ma qual è la

parola chiave quando pensa in veste di scienziato?

«Heathy Skin System è la parola d’ordine. Prendersi

cura della pelle a 360 gradi attraverso protocolli specifici

che mettono i prodotti in relazione tra loro a seconda

delle problematiche specifiche del paziente a tutte

le età. Lavoriamo con successo dall’acne giovanile

all’invecchiamento, restituendo all’organismo e quindi

anche alla pelle, tutte quelle sostanze che per vari fattori

vengono meno».

Lei crede molto anche al marchio Nutraiuvens.

«Gli integratori nutraceutici di Nutraiuvens sono dei

formidabili alleati dell’organismo. E vanno a riequilibrare

gli effetti della vita di oggi e restituiscono gli “ingredienti”

di cui siamo carenti. I normali integratori aiutano a

riportare questi “ingredienti” mancanti a un livello

normale. I nutraceutici Nutraiuvens puntano invece al

livello ottimale. Ecco come aiutarsi contro i danni da

stress (che oltre alla pelle toccano anche i capelli) e

contro i danni da farmaco o la debolezza stagionale

dovuti al forte impatto che l’ambiente ha sul nostro

organismo a qualsiasi età».

Quest’anno avete presentato anche la linea corpo di

Miamo Body Renew...

«Siamo molto orgogliosi di questo obiettivo. Pensando

a prodotti per combattere cellulite, smagliature e

perdita di tono, è stato fondamentale per noi porci

delle domande per mantenere uno standard di qualità

che rispettasse le stesse aspettative delle linee viso.

E ci siamo riusciti, così anche i risultati non si sono

fatti attendere troppo. I nostri clienti, va detto, non

aspettavano altro».

#3D MAGAZINE

81


#SINGLEPERLEGITTIMADIFESA

di Nunzia Marciano

Single per legittima

difesa o in coppia

per legittimo amore

Care donne, ma soprattutto, cari uomini,

sgombriamo sin da subito il campo da ogni dubbio:

questa non è una rubrica pro–donne a sfavore degli

uomini.

Non lasciatevi ingannare dal titolo: per gli inganni ci

pensano già i governanti, o giù di lì. Anzi, aggiungerei.

Sì, perché questa rubrica nasce dall’esperienza post–

uscita del mio libro di cui ricalca il titolo.

Esperienza che m’ha insegnato

che un libro che inizia parlando di

uomini (o maschi?) per parlare di

donne, spesso può servire persino

di più ai primi che alle seconde.

Fidatevi: è clinicamente testato, nel

senso che i casi patologici elencati

(e pure quelli risparmiati) sono tutti

tornati per dir la loro. Per la vecchia

regola che i maschi tornano, sempre.

E non provate a negarlo.

Qualcuno è tornato persino pentito

e felice d’aver imparato due, tre

cosette sull’Universo in rosa che

non è poi così complicat... Cioè,

non è poi così assurd... Allora, non

è poi così impossibil... Ok, va bene, lo ammetto: noi

donne siamo difficili da gestire (donne, vi prometto che

è l’ultima ammissione che faccio... Promesso!) Ma se

i maschi s’innamorano ancora di noi, allora vediamo

chi sta messo peggio. Ora la domanda è legittima: se

non parlar male dei maschi (poi si capirà che non tutti

sono pure uomini), a cosa serve una rubrica che si

chiama in questo modo? Bella domanda ma la riposta

è nel titolo completo: “Single per legittima difesa...

o in coppia per legittimo amore”. Insomma, a che

punto siamo nel rapporto uomo–donna nel 2000 e

qualcosa? A che livello di “Scusa in che senso non

potevo sparire per 3 anni e poi tornare come se nulla

fosse”, ci troviamo? Da quando “al 3.475esimo MI

PIACE su Facebook” uno poi si aspetta che una donna

gli arrivi a casa tipo tazza di latte coi punti Berna?

E quando noi donne abbiamo “smesso di credere

alla favola di Vivian per accontentarci del Gobbo di

Notre Dame pur di non restare sole?” E soprattutto,

quando abbiamo dimenticato che la cilecca (eccetto

rari casi) non si perdona perché “la vita è troppo breve

per litigare e non poter far pace a letto?” Insomma,

sappiamo che di mezzo c’è passato Grey’s Anatomy

e il grande amore meraviglioso e perfetto per Derek

ma alla fine lui muore. Perché le gioie, mai, si sa. E

quindi, da qui il dover essere SINGLE per legittima

difesa, rigorosamente per coraggio e mai per solitudine,

sia chiaro, soprattutto se nel mondo sono i bicipiti a

proliferare e i neuroni a scarseggiare. Se si è single

perché i maschi vanno e purtroppo tornano, se si

contano più –ATI (sposati, fidanzati,

impegnati... insomma, sbagliati) che

fingono di non esserlo che casacche

cambiate dei parlamentari italiani,

se la Nutella resta di gran lunga

più fedele di qualunque essere

vivente e se passare da single–figa

a zitella–col gatto è un attimo...

Bhe, la situazione è grave. Ma

nonostante tutto state fermi lì che

vi svelo un segreto: l’Amore esiste.

Certo, non c’è Richard Gere con

Julia Roberts, né la Disney con i

suoi lieto fine ma l’Amore esiste. E

si può persino dimostrare. Ma va

bene nel frattempo anche divertirsi

ad elencare le casistiche più disparate ma tutte sempre

rigorosamente vere. E nessun maschio o donna farà

davvero fatica a crederci. Ridere, ma qualche volta, se

capita, rifletterci anche. Su tante cose. Perché, in fondo,

va bene essere Single per legittima difesa, ma volete

mettere ad essere in coppia per legittimo amore? Non

c’è paragone, credetemi.

Alla prossima,

Nunzia*

*Nunzia Marciano, classe 1981, donna – napoletana – giornalista,

è autrice del libro Single per legittima difesa (A. Polidoro Editore)

marciano.nunzia@libero.it

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#3D MAGAZINE


FOCH AUTOMOBILES

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UN “CAPRICCIO”

CHE REGALA SODDISFAZIONi

La pasticceria di Lello Capparelli, sita nel pieno del centro storico

di Napoli, delizia i palati dei partenopei e di tanti turisti stranieri

pronti a degustare i vari dolci preparati ogni giorno con prodotti

di qualità. Su tutti, però, vince Sua Maestà il Babà!

DI GABRIELLA GALBIATI

#PEPEROSSO

© Ph. Gianni Cipriano

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#3D MAGAZINE


© Ph. Gianni Cipriano

Sorridente, napoletano verace e innamorato del suo

lavoro. Queste sono le carte vincenti di Raffaele, o

meglio Lello, Capparelli, maestro pasticciere e titolare

della pasticceria Capriccio, sita nel cuore di Napoli

in via San Giovanni a Carbonara. La prima domanda

nasce spontanea: Perché Capriccio? «Il locale, come

bar e caffetteria, esiste dal 1917 e nel 1983 mio padre

Eduardo lo rilevò, lasciando il suo lavoro di tassista.

All'epoca si chiamava ‘O barriciello ed era un locale

molto piccolo. Lui decise di ristrutturarlo e non avendo

molti soldi, dovette indebitarsi per affrontare le spese.

In un certo senso, il suo è stato un capriccio e decise di

chiamarlo così». Una scelta repentina perché Eduardo

Capparelli scelse di cambiare lavoro e di assecondare

la sua vera passione: quella di fare dolci e avere un bar.

«Abbiamo iniziato insieme il nostro percorso – continua

Lello sulla scia dei ricordi – e man mano la pasticciera

ha cominciato a darci tante soddisfazioni. In realtà, io

ero un semplice meccanico e quando ho cominciato

quest'attività con mio padre mi sono appassionato

a questo lavoro talmente tanto che ho deciso di

diventare un pasticcere. O meglio, ho cominciato

per un'emergenza: improvvisamente i pasticcieri ci

abbandonarono, così con mio padre ci rimboccammo le

maniche. Allo stesso tempo ho scoperto di avere una

grande passione, per la quale ho affrontato tanti sacrifici

e ancora oggi mi sveglio tutte le mattine alle 5». E ne è

valsa la pena perché sono arrivati i concorsi e i premi

nazionali ed europei, su tutti Il cioccolatino d'autore

con la Perugina. Per quell'occasione, Lello ha creato il

Cappuccino, un chicco di caffè con un guscio di finissimo

cioccolato fondente e un delicato ripieno a base di caffè e

crema di Baileys distribuito in tutto il mondo. «Ho avuto

tante belle soddisfazioni che mi hanno portato ad essere

sempre più innamorato del mio mestiere».

Gli brillano gli occhi quando parla della sua ultima

creazione: «Il Capriccio, un babà con crema di latte,

senza liquore e con un impasto di uova e latte. Oggi

possiamo dire che chiudendo gli occhi si vedono le

stelle. Lo posso garantire». E non si va lontano quando

deve parlare del dolce più richiesto dai suoi clienti. Con

sicurezza risponde: «Il babà! È il dolce che ci ha fatto

conoscere e non ci abbandona mai».

© Ph. Gianni Cipriano

#3D MAGAZINE

85


CASEIFICIO RUOCCO,

una STORIA DI AFFETTI

ED ECCELLENZE

Nato nel dopoguerra come piccolo allevamento di 4 mucche,

oggi produce il Provolone del Monaco D.O.P., formaggio famoso in tutto

il mondo, e la sede storica del caseificio diventerà presto un museo

DI MARIA CONSIGLIA IZZO

#PEPEROSSO

In uno dei luoghi più panoramici della Campania, alle

porte della bellissima Costiera Amalfitana, ovvero ad

Agerola, si trova il Caseificio Ruocco, conosciuto sia in

Italia che all’estero per la sua produzione casearia che

spazia da quella classica agerolese (fiordilatte, provola,

Provolone del Monaco D.O.P.) ad una linea di formaggi

nuovi nati dall’estro di Gaetano, Pasquale e dei due Matteo

Ruocco (due coppie di cugini), che rappresentano la terza

generazione dell’azienda e che insieme a Giancarlo Crisci,

account manager, la stanno valorizzando in tutto il mondo.

Il caseificio è stato fondato ufficialmente nel 1960, ma il

progetto ha qualche anno in più. Risale precisamente agli

anni del dopoguerra, quando nonno Matteo, mosso dalla

necessità di sfamare i 6 figli, avviò l’allevamento di quattro

mucche, che all’epoca rappresentavano una vera e propria

ricchezza. Nello stesso posto in cui attualmente è ubicato

il caseificio furono allestiti una stalla di fortuna e i locali

dove veniva trattato il latte destinato alla trasformazione

casearia. I figli di nonno Matteo hanno ereditato con

piacere questo progetto, ampliandolo anche al settore

agricolo e a quello della lavorazione delle carni.

Oggi, infatti, la famiglia Ruocco possiede anche salumifici

e aziende agricole. «Siamo da un punto di vista legale

inquadrati come una srl – commenta Matteo Ruocco

–, ma in realtà noi ci sentiamo una società di sangue,

l’area dirigenziale dell’azienda e gran parte della forza

lavoro della stessa, è costituita da componenti della

mia famiglia. Ad oggi contiamo 20 dipendenti». «Appena

terminati gli studi, io, mio fratello e mio cugino – continua

86

#3D MAGAZINE


l’amministratore del caseificio – abbiamo preso in mano

le redini dell’azienda valorizzandone la storia e strizzando

un occhio all’innovazione (attraverso l’acquisto di piccole

macchine, ad esempio impastatrici, formatrici, mezzi che

ci aiutano nel lavoro ma che non intaccano le metodologie

tradizionali di produzione a cui intendiamo rimanere

fedeli)». «Siamo partiti raccogliendo il latte in giro per

le stalle, poi questo è venuto a mancare in quanto gli

allevatori scarseggiavano – racconta Matteo –. Siamo stati

costretti a prendere il latte altrove, ma abbiamo constatato

rese diverse (sia in termini qualitativi che quantitativi)

dei prodotti rispetto a quelle ottenute dal latte agerolese

(noi utilizziamo esclusivamente latte crudo che viene

successivamente sottoposto a una doppia coagulazione).

Così abbiamo pensato di metter su una stalla. Attualmente

il 50% del latte che lavoriamo è di nostra produzione,

l’altra metà la preleviamo da stalle agerolesi o comunque

campane, sempre di altissima qualità». Il caseificio è in

perenne attività: si parte al mattino presto con la raccolta

del latte, che – una volta giunto al caseificio – viene

sottoposto al primo processo di coagulazione; si estrae

poi il siero per la ricotta. Dalle 14 alle 18 c’è un breve

momento di pausa, poi si riparte con lo stesso processo e

a mezzanotte inizia la produzione. I prodotti sono distribuiti

quotidianamente a ristoranti, gastronomie, pizzerie. «Tra

i nostri clienti annoveriamo l’albergo Sirenuse e l’hotel

San Pietro di Positano – svela compiaciuto Matteo –, la

pizzeria napoletana 50 Kalò, Pizzazzà e Brandi – sempre

nel napoletano – il Sant’Orsola di Agerola…».

Il prodotto più venduto dal caseificio è il fiordilatte,

formaggio fresco a pasta filata che ad Agerola trova la

sua massima espressione. Tuttavia la famiglia Ruocco sta

sperimentando nuovi prodotti, alcuni non ancora introdotti

nella filiera distributiva, ad esempio lo stracchino.

Grande importanza, essendo ubicato nella zona dei

Monti Lattari, riveste la produzione di Provolone del

Monaco, un formaggio dalla storia importante: «I nostri

nonni utilizzavano il latte in esubero per produrre questi

provoloni, che poi conservavano nelle grotte – racconta

Matteo –. Io sono vicepresidente del Consorzio del

Provolone del Monaco, la cui attività ha fatto guadagnare

a questo formaggio la Denominazione di Origine Protetta.

La produzione del Provolone è subordinata ad un

disciplinare molto rigido, legato alla figura dell’allevatore

che mantiene in vita la razza Agerolese – che ha

addirittura rischiato l’estinzione –, composta da animali

che producono poco latte, ma di qualità». «Il Provolone

del Monaco D.O.P. – continua l’imprenditore con la

passione per il formaggio – deve essere ottenuto da latte

100% agerolese, dunque latte ottenuto da animali di razza

agerolese allevati sul posto. Il nostro caseificio ne produce

circa 2.000 pezzi l’anno».

Questo ed altri formaggi brandizzati Ruocco possono

essere degustati anche presso l’Angolo dei Sapori, un

ristorante e pizzeria ove, chi è di passaggio ad Agerola,

non può fare a meno di fermarsi per pranzo o cena.

«L’Angolo dei Sapori nasce dall’esigenza di spiegare ai

consumatori cosa solitamente mangiano – spiega Matteo

–, ovvero come e dove vengono prodotti gli ingredienti,

come vengono manipolati e reinterpretati in cucina…

Infatti, i piatti più richiesti sono quelli ottenuti con i nostri

formaggi». «I nostri prodotti sono ricercati, in tanti ci

contattano solo per complimentarsi – continua il vulcanico

Matteo –. Questa per noi è una grande soddisfazione!».

Ed annuncia: «La sede storica del caseificio diventerà un

museo. Costruiremo un nuovo caseificio in un’altra zona

di Agerola, con una grotta importante per produrre il

Provolone del Monaco e una sala degustazione».

#3D MAGAZINE

87


#WHERE

1

TRA NATURA, STORIA

E SPIRITUALITÀ

Il cammino Lebaniego in Cantabria

DI ANNA PERNICE

www.travelfashiontips.com

Un percorso spirituale, meno

battuto ma non per questo

meno suggestivo ed emozionate.

Fatevi conquistare da questo

sentiero a nord della Spagna, dove

natura incontaminata e panorami

mozzafiato accolgono i pellegrini.

1. Il Cammino Lebaniego in

Cantabria (Spagna) è un cammino

spirituale meno conosciuto ma

altrettanto emozionante situato

a nord di quello di Santiago di

Compostela e lungo 66 km. Parte

dal sentiero lungo la costa di San

Vicente de la Barquera fino a Santo

Toribio de Liebana, il monastero

situato nei pressi degli spettacolari

Picos de Europa tra la Cordigliera

Cantabrica dove è custodito il pezzo

più grande della croce su cui è stato

crocefisso Gesù, permettendo di

88

#3D MAGAZINE


2

scoprire la Cantabria dal mare alla

montagna attraversando paesaggi e

panorami diversi e variegati.

2. Per un piccolo tratto lungo 10

km, nei pressi di San Vicente de La

Barquera, il Cammino Lebaniego

coincide con il Camino del Norte di

Santiago per separarsi poco dopo

Serdio, dove un bivio impone al

cruceno o crucero un cambio di

direzione. Ho attraversato panorami

e paesaggi mozzafiato e respirato

a pieni polmoni tutta la natura

incontaminata che mi circondava.

3. Si prosegue poi lungo il sentiero

fluviale che scorre lungo il fiume

Nansa, facendo delle piccole soste

al Mirador de Santa Catalina, uno

dei migliori punti panoramici in

Cantabria, da dove è possibile

3

#3D MAGAZINE 89


4

ammirare il villaggio di Tresviso

magicamente costruito nelle rocce.

4. Si arriva poi alla Chiesa

Mozarabe Santa Maria de Lebana,

quasi nascosta tra le montagne,

costruita in stile mozarabico nel

X secolo, su richiesta dei conti di

Levana. Gli archi sono rialzati in

quasi tutta la chiesa, tranne l’arco

trionfale e quelli delle cappelle.

Di fronte la chiesa un piccolo

cimitero davvero suggestivo. Il

cammino attraversa per lo più

luoghi di campagna o montagna

isolati e ci sono pochi piccoli

paesi. È consigliabile quindi fare

scorta di acqua e viveri lungo

il tragitto. Ci sono in totale 8

alberghi appositamente dedicati

ai pellegrini, posizionati in punti

strategici del percorso così da

garantire vari alloggi durante il

pellegrinaggio.

5. La cittadina più grande e dotata

di tutti i servizi, che è possibile

attraversare lungo il Cammino

Lebaniego, è Potes che si trova

all’altitudine di 292 metri, a 117

km da Santander, alla confluenza

dei fiumi Deva e Quiviesa, quasi al

termine del Cammino. Si tratta di

un paesino dallo stile medievale, con

viuzze strette e contorte, costruito

intorno ai due fiumi, dal sapore

davvero molto suggestivo che mi ha

lasciata davvero incantata.

6. Il Cammino si conclude al

Monastero di Santo Toribio

de Liébana, situato tra i Monti

Cantabrici nel comune di

Camaleño, non troppo distante

da Potes. Il monastero è meta di

pellegrinaggio perché ospita alcune

opere del Beato di Liébana ed il

Lignum Crucis, secondo i cristiani

cattolici il pezzo più grande della

croce dove morì il Cristo. La sua

Porta Santa, anche detta porta del

Perdono, si apre all’inizio di ogni

Anno Giubilare per accogliere i

pellegrini. Essendo il 2017 El Año

Jubilar (perché il compleanno del

Santo è capitato di domenica), noi

l’abbiamo attraversata ed è stato

molto emozionante.

90

#3D MAGAZINE


5

Il monastero

è meta di

pellegrinaggio

perché ospita alcune

opere del Beato

di Liébana ed il

Lignum Crucis

6

#3D MAGAZINE 91


Saint Barth,

il paradiso dei ribelli

#REPORTAGE

DI LUCA MARFÈ

Per alcuni il luccichio, la moda, la

Capri dei Caraibi (per me di Capri

ce n’è una sola); per altri il vento, le

rocce, la libertà.

Capitale del lusso e paradiso dei

ribelli. A metà tra le due anime

di questo posto, una sola grande

certezza: Saint Barth è il sogno.

Una pietra preziosa, incastonata tra le

due Americhe, colorata di un azzurro

davvero impossibile.

COME ARRIVARE

Un’isola troppo piccola per accogliere

i giganti del cielo, raggiungibile

soltanto con charter privati, elicotteri,

motoscafi o traghetti. Quest’ultima la

soluzione migliore con partenza da

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#3D MAGAZINE


Saint Martin (voli Delta via New York

a partire da 600$ o AirFrance via

Parigi da 700$).Quaranta minuti di

mare aperto e vi ritrovate catapultati

nel bel mezzo di una piccola marina

che ha tutta l’aria di essere perfetta.

IL LUSSO

Tutto troppo facile. La componente

più evidente di questo posto. Non

avete ancora messo un solo piede a

terra e siete già rimasti incantati ad

osservare decine e decine di yacht

incastrati l’uno nell’altro in vertigini

di riflessi e dimensioni folli. Più che

a delle imbarcazioni private, molti

assomigliano a vere e proprie navi

da crociera. E sono dotati davvero

di tutto: dai piccoli elicotteri di

#3D MAGAZINE 93


ordo, a scie di moto d’acqua che

si trascinano dietro come una coda.

Per quanto di fatto siate sul territorio

dell’Unione Europea (Saint Barth è

una collettività francese d’oltremare),

qui la parola crisi non dev’essere mai

esistita. Un lusso che si ripropone sul

lungomare che vi accoglie presso il

porticciolo di Gustavia e sulla strada

poco più interna, la Rue du Général

De Gaulle, che ospita le boutique più

scintillanti e prestigiose.

Ma è tutto intorno che l’isola dà

il meglio di sé. L’ideale sarebbe

noleggiare una macchina (se lo fate

con un certo anticipo vi costerà

molto meno dei taxi, piuttosto cari da

queste parti). Meglio ancora se una

Mini o una Jeep per andare all’assalto

del vento in faccia e dei sentieri più

impervi. La prima tappa naturale è la

spiaggia di St. Jean.

Incredibile: acqua cristallina ed

atmosfere da film. Addirittura

obbligatoria una sosta al Nikki

Beach, che sia per un aperitivo o per

degustare il meglio delle prelibatezze

che questi luoghi abbiano da offrire.

Provate i crudi di pesce, sorseggiate il

vostro cocktail preferito e godetevi il

sottofondo musicale perenne: siete in

uno dei posti più cool del pianeta.

Se avete voglia di non badare a

spese, per l’alloggio scegliete Eden

Rock, uno dei resort più ambiti (e

costosi) dei Caraibi, rifugio abituale

di Vip e celebrity. Pazzesco anche il

Guanahani, nella zona riservata ed

esclusiva del Grand Cul–de–Sac, sul

versante nord–est dell’isola.

IL PARADISO DEI RIBELLI

Ma Saint Barth non è solo questo,

non finisce qui. A queste latitudini,

ovunque sia, la Natura sa come fare

sfoggio di sé. E allora andate oltre,

esplorate, perdetevi lungo uno dei

tanti sentieri, siano essi d’asfalto

94

#3D MAGAZINE


o di fango. La zona della Grand

Saline, ad esempio, è un capolavoro

selvaggio. Lagune sparpagliate un

po’ ovunque e un cammino di palme,

da percorrere a piedi già nudi, che si

spalanca su una spiaggia piena di…

nulla. Nulla che non sia il mare e tutta

la sua grandezza incontaminata. Zero

ristoranti, zero strutture. Alle volte i

nudisti, quasi sempre il sole.

DA TOGLIERE IL FIATO

Risalite poi, con la macchina, il

percorso lungo la Petite Saline

e Grand Fond per ritrovarvi a

costeggiare acqua e rocce lungo

una delle strade più spettacolari che

possiate immaginare.

Un caffè o l’ennesimo drink dalle

amiche di O’Corail, questa volta

tra tavolini disposti letteralmente

nell’acqua, ed il gioco è fatto.

Ve la cavate con pochi spiccioli e

avete messo via un bel po’ di ricordi

epici.

È l’altra metà di questo incanto.

È il paradiso dei ribelli.

#3D MAGAZINE 95


#LOCATION

Palazzo Caracciolo - MGallery by Sofitel

Tocchi di bianco

e richiami alla natura

Come addobbare

la tavola natalizia

Manuela Giacchetti, consulente per addobbi natalizi di Palazzo

Caracciolo – MGallery by Sofitel a Napoli, ci spiega come realizzare

facilmente due centrotavola particolari ed eleganti con pochi

e semplici elementi in modo da stupire i nostri commensali

durante le feste natalizie

DI GABRIELLA GALBIATI

Fotografie di Daria Menniti

96

#3D MAGAZINE


State ancora pensando a come

addobbare la vostra tavola per le feste

natalizie? Manuela Giacchetti, consulente

esterno per gli addobbi natalizi di Palazzo

Caracciolo – MGallery by Sofitel, ci regala

qualche suggerimento utile per stupire i

nostri ospiti ai pranzi e alle cene

che si susseguono di questo

periodo. Potete sbizzarrirvi con

un po' di fantasia e pochi oggetti

(come la pistola per la colla a

caldo, le pigne, le luci subacquee,

candele e nastri) e creare una

delle tante decorazioni che vedete

in foto.

Come ci spiega

Manuela, il colore

del Natale 2017 è il

rosso con qualche

tocco di oro e bianco

ed è fondamentale

utilizzare elementi

che richiamano il

legame con la natura.

Come tovaglia, ad

esempio, Manuela consiglia

la juta non trattata alla

quale possiamo aggiungere

ai bordi dell'organza. Per il

centrotavola, indispensabile

per decorare la nostra

tavola, vi illustriamo come

realizzarne due in maniera

facile e con pochi passaggi.

1. Per la prima decorazione,

abbiamo bisogno di un vaso rotondo trasparente, circa

un litro e mezzo di acqua, un tralcio di bacche rosse

e una candela galleggiante bianca o dorata. Versiamo

all'interno del nostro vaso l'acqua, non riempiendola

fino all'orlo e lasciando circa tre dita. Quando

inseriremo gli altri elementi nel vaso, ovviamente il

livello dell'acqua salirà.

2. Subito dopo mettiamo il tralcio di bacche (se volete

vanno bene anche dei fiori rossi o le classiche Stelle

di Natale), sistemandolo con le mani in modo tale che

riempiano tutto lo spazio tutto intorno e lasciando

libera la parte centrale.

3. Infine, poniamo al centro una

piccola candela galleggiante che

accenderemo per la nostra cena

di Natale e il nostro centrotavola

semplice ed elegante è pronto.

4. Manuela Giacchetti ci spiega

come realizzare un altro speciale

centrotavola,

che possiamo

utilizzare anche

come decorazione

su qualche mobile

particolare. Ci

occorrono un vaso

lungo trasparente,

una dozzina di

pigne e un filo di

luci con batteria

esterna a pile.

Le pigne e le luci

verranno inserite a strati

all'interno del vaso.

5. Cominciamo mettendo nel

nostro vaso una piccola parte

del filo di luci, spingendolo

sul fondo. Il lato della batteria

deve essere inserita per

ultima per poter accendere e

spegnere le luci liberamente.

Subito dopo mettiamo 4/5

pigne. Vi consigliamo una bella passeggiata in

campagna o in un bosco e di raccogliere delle pigne

vere per avere un effetto finale migliore. Una volta

raccolte, lasciate le vostre pigne per un'intera notte

vicino ad una fonte di riscaldamento in modo che

si aprano leggermente. Quando inserite le pigne nel

vaso, ricordate di mettere sul fondo quelle più grandi e

alla fine quelle di piccole dimensioni.

6. Inseriamo un'altra parte di luce e altre 3 – 4

pigne e continuiamo così, alternando luci e pigne,

fino ad arrivare all'orlo del vaso riempiendolo

completamente. Una volta completato e accendendo

le luci ogni qualvolta vogliate, avrete un centrotavola

suggestivo ed elegante in perfetto stile Palazzo

Caracciolo.

palazzocaracciolo.com

#3D MAGAZINE

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#SPORT

Calcio rosa,

© Ph. Sergio Piana

il futuro è sempre

più azzurro

Determinazione, forza, spirito di sacrificio. Valeria Pirone, 28 anni

di Torre del Greco, attaccante dell’Atalanta Mozzanica, è il simbolo

di cosa significhi inseguire la propria passione. Lei, antesignana, assiste

con attenzione all’evoluzione del calcio femminile in Italia

DI MAX BONARDI

Quando ha capito che il calcio

sarebbe diventata la sua

professione?

«Da subito, da quando giocavo con

un pallone di carta o con quello che

trovavo. Avrò avuto 5 o 6 anni e già

sapevo che la mia passione sarebbe

diventato il mio lavoro».

C’è qualche calciatore o calciatrice a

cui si è ispirata?

«Nessuno in particolare. Mi hanno

spesso paragonata a Rooney, ma

i miei preferiti sono sempre stati

Roberto Baggio, il fenomeno Ronaldo

e Javier Zanetti. Ovviamente l’unico

mostro del calcio resta Maradona».

Tante presenze col Napoli Calcio

Carpisa Yamamay (163), poi

girovaga per l’Italia, qualche ricordo

in azzurro?

«La vittoria in semifinale di Coppa

Italia contro la Torres campione

d'Italia. Vincere ai rigori con la maglia

del mio Napoli (quella stagione

in serie B) contro una corazzata,

fu come vincere la coppa. È stata

un'emozione che spero di rivivere

ancora coi miei colori del cuore».

Calcio femminile definito dai vertici

Figc ritrovo di donne lesbiche e non

troppo intelligenti. Che dire?

«Sono affermazioni neanche degne

di una risposta, sono state spese

troppe parole a riguardo. Io vorrei

che si parlasse del nostro sport

esclusivamente per quello che

dimostriamo sul campo».

Una sorella ballerina, il sogno di

una madre spaventata dai muscoli.

Faccia uno spot a favore della sua

professione.

«Tante bellissime ragazze giocano a

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#3D MAGAZINE


calcio e hanno un gran fisico. Credo

che lo stereotipo della calciatrice

maschiaccio sia ormai superato e

che ogni madre dovrebbe soltanto

sperare che una figlia segua il

proprio sogno, qualunque esso sia.

Mia sorella sarebbe bellissima anche

se giocasse a calcio».

In Italia parlare di calcio femminile

professionistico è una chimera, come

mettersi al passo con Europa, States

e Giappone?

«Penso che l'ingresso delle società

professionistiche nel nostro

movimento rappresenti davvero il

primo grande passo verso quella

crescita che da anni si auspica.

Interessante la proposta delle

calciatrici norvegesi di uniformare gli

stipendi a quelli degli uomini».

Qualcosa però si sta muovendo, per

esempio, l’ingresso della Juventus in

questo mondo… E se la chiamasse?

«È chiaro che a livello mediatico

l'ingresso di un club come la Juve

abbia già portato tanta visibilità

in più al nostro campionato.

Personalmente, da partenopea e

tifosa del Napoli, non oso nemmeno

immaginarmi con quei colori

addosso».

Tifosissima del Napoli ma nei ranghi

anche di Roma e Verona e ora

Bergamo, tre grandi rivali per la città

del Golfo?

«Non avrei mai immaginato

di indossare quelle maglie, ma

purtroppo io e la società (del

Napoli) abbiamo dovuto scegliere

a malincuore di intraprendere un

altro percorso per migliorare la mia

carriera di atleta, con la promessa di

concluderla con l'unica maglia che io

abbia mai amato davvero».

Giocando al nord, le è capitato di

vivere qualche episodio di razzismo?

«Sì, episodi ci sono stati, e ahimè,

sempre ci saranno da entrambe

le parti. La mia fortuna è di aver

trovato spesso ambienti sani e

persone che mi hanno trattato come

una figlia».

Un consiglio e qualche suggerimento

a una ragazza giovane che voglia

avvicinarsi al calcio…

«Di seguire la propria passione

senza dare troppa importanza a

social, selfie e telefonini, ma vivendo

un calcio vero, antico, di quello che

piaceva a noi».

Attaccante bomber, la scorsa

stagione 19 gol in 22 partite in serie

A, il suo record. E quest’anno?

«Spero di farne ancora di più e di

aiutare la mia squadra per migliorare

il quarto posto dell'anno scorso».

E la Valeria al di fuori del terreno di

gioco?

«Amo stare per strada, uscire con le

amiche, andare a vedere il Napoli,

andare al cinema o a ballare e tante

altre cose che non vi dirò».

Quasi trentenne, quanto giocherà

ancora e che farà da grande…

Allenatrice?

«Ho 28 anni ma dentro mi sento una

ragazzina. Gioco solo senza pensare

troppo al futuro».

© Ph. Sergio Piana

C’è chi è ricca

e chi gioca per passione

Numeri del calcio femminile in Italia.

Tesserate in Francia 176.612, in

Germania 259.713, in Inghilterra

106.910, in Danimarca 79.050, in

Italia solo 23.196 e un budget di

un terzo rispetto alle altre nazioni.

Per non parlare degli stipendi. Dai

450.000 euro l’anno della brasiliana

Marta Vieira da Silva o i 420.000

dell’americana Alex Morgan ai

1.300/1.500 euro mensili di una

calciatrice italiana.

Scheda Valeria Pirone

Valeria Pirone (Torre del Greco, 3

dicembre 1988) calciatrice italiana,

attaccante dell'Atalanta Mozzanica

e, fino al 2011, della nazionale

italiana. Comincia a giocare a calcio

a Ercolano, passa nelle giovanili

del Napoli e a 17 anni va in prestito

all'Aircargo Agliana con la quale fa il

suo esordio in Serie A contro il Vigor

Senigallia dove resta solo 4 mesi,

per rientrare nella squadra azzurra,

con la quale conquista la Serie B nel

2005, la Serie A2 nel 2008 e la Serie

A nel 2012, anno in cui raggiunge

anche la finale di Coppa Italia, persa

ai supplementari. Nel 2013 diventa la

prima giocatrice a raggiungere le 200

presenze complessive con la maglia

del Napoli Calcio Femminile. Poi la

Roma, il Verona e per la seconda

stagione con l’Atalanta Mozzanica.

In nazionale maggiore 5 presenze.

#3D MAGAZINE 99


CONFAPI NAPOLI

ACCANTO ALLE DONNE

CHE SUBISCONO VIOLENZA

Seconda edizione dell’evento NOI CI SIAMO per sostenere gli

sportelli anti violenza dei reparti di pronto soccorso dell'ASL Napoli 1

#POSTIT

DI LORENZO CREA

Il tema della violenze sulle

donne sta diventando centrale

nelle iniziative che si svolgono a

Napoli e in Campania. «Un dato

che mi lascia preoccupato è che

diminuiscono i reati, ma rimane

inalterato il fatto che questi

vengano commessi contro le

donne: una costante inaccettabile».

Con queste parole il Ministro

dell'Interno Marco Minniti ha

commentato i dati presentati

in audizione al Senato dinanzi

alla Commissione d'inchiesta sul

Femminicidio.

Di fronte a un dramma sociale così

vasto, è da sottolineare l'impegno

di tante realtà associative che

si battono su questi temi. È

l'esempio del gruppo donne

della Confapi di Napoli, guidato

da Rossella Scarano che, con le

Vice Presidenti Antonella Giglio,

Anna Sommella e Barbara Del

Duca, da due anni organizzano

e promuovono l'evento Noi ci

siamo, in collaborazione con

l'ordine degli psicologi di Napoli.

Un charity evening per raccogliere

fondi e sostenere gli sportelli anti

violenza dei reparti di pronto

soccorso dell'ASL Napoli 1 e per

sensibilizzare l'opinione pubblica

su una battaglia che riguarda tutta

la società civile.

L'evento Noi ci siamo è finanziato

interamente dalla Confapi e da

numerose aziende private che

hanno aderito per il secondo

anno a questa manifestazione.

«Abbiamo deciso di sostenere con

delle borse di studio, che saranno

bandite con una gara indetta dall'Asl

Napoli 1, gli sportelli anti violenza

dei pronto soccorso cittadini per

dare una testimonianza concreta di

vicinanza alle donne che non hanno

il coraggio di ribellarsi».

100

#3D MAGAZINE


Studio Dott.

ONTEASI

Commercialista e Revisore dei Conti

Via Napoli 284 - Mugnano di Napoli

tel: 081 1991 4429


#ARTE&ARTI

102

#3D MAGAZINE


ARBORSCULPTURE,

IL MONDO DELL'ARTE

IN NATURA

DI SONIA SODANO

Trasformare una foresta o un

giardino in una vera e propria

opera d'arte è ormai all'ultima moda.

Si chiama arbo–scultura ed è l’arte di

manipolare e piegare i rami di piccoli

alberi e cespugli, per ottenere delle

sculture che crescendo mantengano le

forme elaborate nella creazione.

La prima scultura arborea, creata

con la manipolazione della pianta,

è stata realizzata nel Wisconsin nel

1908. I suoi rami sono intrecciati e

modellati fino a formare una sedia

vivente, piantata nel terreno. L’abilità

di far crescere gli alberi in modo che

si adattino alle esigenze dell’uomo, è

un modo per avvicinarsi alla natura

senza dominarla. Per dare forma

ai rami viene utilizzata la tecnica

dei bonsai: ai giovani alberi viene

attaccato un sistema di elementi

metallici a sostegno dei carichi che

vi saranno applicati. Non appena i

tronchi diventano abbastanza forti

per sostenere la struttura da soli, le

radici vengono tagliate per dare il via

alla trasformazione e per fermare la

crescita dell’albero.

Oltre all'arte, a coglierne i benefici di

questa pratica è anche l'architettura.

Niente più mattoni o cemento, la

nuova tendenza è costruire con il

legno, che però abbia ancora le radici!

Tra gli arbo–scultori più noti ci sono

l’americano Richard Reames e il

tedesco Konstantin Kirsch. «Usare

un albero come mezzo artistico, mi

ha insegnato ad essere paziente! –

ha dichiarato lo scultore americano

– Spero che le mie opere possano

essere di ispirazione per altri artisti

che un giorno arrivino a cogliere

e mangiare il frutto dall'albero dei

propri desideri».

Reames, in particolare, definisce le

sue creazioni sculture cinetiche, opere

in movimento, ottenute plasmando

i rami, formando intrecci e reticoli,

che progrediscono e mutano con

la crescita e le stagioni. Le piante,

pur non avendo muscoli infatti, si

muovono perché utilizzano l’acqua

presente nei tessuti per gonfiare

le cellule del picciolo, la porzione

alla base delle foglie o dei fiori, che

quindi, tende a spostare la foglia in

direzione opposta al rigonfiamento.

Non è magia, è botanica! E chi

pratica quest'arte entra a stretto

contatto con la natura a tal punto

da diventarne un tutt'uno e trarne

enormi benefici per la propria salute.

A supportare quest'affermazione

c'è lo Scientific Report che in una

ricerca ha evidenziato come esista

un collegamento tra il miglioramento

della vita e della socialità per chi resta

a contatto con la natura.

#3D MAGAZINE 103


CAPODIMONTE,

AUTENTICO PARADISO

DELL'ARTE

Il successo di Parade e il progetto di Carta bianca, il presente

e il futuro del Museo di Capodimonte

#ARTE&ARTI

DI PAOLO MARSICO

Dopo il complesso messaggio

onirico di Parade, l'estroso

progetto di Pablo Picasso, in

mostra nei mesi scorsi, il Museo

di Capodimonte, fiore all'occhiello

nel patrimonio artistico culturale

partenopeo, è pronto a nuove e

avvincenti sfide. Il museo, l'area

espositiva, il bosco, gioiello

dall'inestimabile valore, tra

imponenza della scelta architettonica

e semplice, quanto elegante bellezza.

Numerosi gli appuntamenti per i

prossimi mesi, tra incontri, proiezioni,

mostre e un numero incredibile di

eventi. Al centro di tutto, ovviamente,

la magnifica certezza di ciò che tra

quelle stanze è stabile presenza.

La collezione Farnese, la Galleria

dell'‘800, Vincenzo Gemito,

l'Appartamento Reale, l'Armeria, le

stampe i disegni e tanto altro ancora.

Museo di Capodimonte. © Ph. Alessio Cuccaro

Il futuro espositivo del Museo

avrà l'intento, secondo i piani della

direzione artistica, di «rendere il

museo un centro vivo e pulsante di

elaborazione della cultura al servizio

di un pubblico italiano e straniero

sempre più diversificato».

Opere del seicento napoletano

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#3D MAGAZINE


Agostino Carracci – Arrigo peloso, Pietro matto e Amon nano. © Ph. Alessio Cuccaro

Gaspare Traversi – Rissa. © Ph. Alessio Cuccaro

Il programma si tradurrà

concretamente in due macro

progetti espositivi: grandi mostre

e mostre focus. Da dicembre, con

Carta Bianca, il Museo darà la

libertà di interpretare l'arte nelle

collezioni di Capodimonte a diverse

personalità del mondo della cultura,

secondo la propria sensibilità. Da

Riccardo Muti a Marc Fumaroli e a

numerosi altri artisti contemporanei

di livello internazionale. A seguire,

proporrà un incontro tra due templi

della cultura napoletana, il Museo

di Capodimonte stesso ed il Teatro

San Carlo, e poi una mostra sulle

armature dei Samurai e, ancora,

Van Gogh, Sophia Loren, e Degas

ed il suo rapporto con la città

di Napoli. Ma anche gli incontri

d'arte organizzati al Museo Madre,

il cinema d'autore, i cieli stellati

al Real Bosco e le tante attività

all'aperto che caratterizzeranno le

piacevoli serate primaverili ed estive

in città.

Luogo d'arte, ma allo stesso tempo

capolavoro artistico, simbolo di

splendore e dominio, testimone si

sfarzo e conquista. Capodimonte e

la sua Reggia, incanta e sorprende,

con la sua storia, con la sua arte, il

suo fascino. Ammalia e dà incanto

a chi arriva da lontano a chi ci vive

poco vicino. È il profumo di tela, la

traccia di un passato prospero, l'idea

di qualcosa che vivrà per sempre. È

tutto questo il Museo, è tutto questo

Capodimonte.

Capodimonte

e la sua Reggia,

incanta e sorprende,

con la sua storia,

con la sua arte,

il suo fascino

Vincenzo Gemito – Ritratto di Anna

#3D MAGAZINE 105


CREAZIONI ARTISTICHE

CHE UNISCONO NATURA,

MATERIA E STORIA

Giuseppe Emblema, artista e artigiano dell’Opificio Emblema

racconta la sua arte e la sua ultima opera: la realizzazione del premio

I Primi consegnato in occasione dell’evento omonimo promosso

da #3DMagazine a Palazzo Caracciolo

#ARTE&ARTI

DI GABRIELLA GALBIATI

Il lavoro dell'Opificio

Emblema si

caratterizza per il

gioco e l'intreccio di

Natura, materia e storia.

Giuseppe e Francesco

Emblema nel loro

atelier di artigianato

artistico a Terzigno,

alle falde del Vesuvio,

realizzano in modo

originale oggetti unici,

come componenti

d'arredo e gioielli.

Così osservano la

tipicità della terra

vulcanica, dove la

Natura si manifesta

attraverso minerali

(lapilli, pomici e

cristalli) e vegetali

(piante, licheni e arbusti del

territorio). «Nelle nostre creazioni

combiniamo queste componenti in

una logica giocosa apparentemente

casuale, dando vita alle nostre idee,

manipolando e tormentando la

materia». Figli di Salvatore Emblema,

artista internazionale a cui è

dedicato il Museo Emblema, è

Giuseppe a raccontare com'è

cominciata la loro avventura:

«All'inizio si trattava di uno

svago e un gioco. Poi abbiamo

trovato una nostra identità e dato

vita all'Opificio, sperimentando

nuove tecniche e modi di

agire». «Mio padre – continua

Giuseppe – mi ha insegnato che

è solo la Natura che ci restituisce

emozioni e bellezze universali.

Spesso creiamo uno strumento

apposito o ne modifichiamo

uno già esistente per realizzare

un’opera». Così nasce, ad

esempio, il bracciale di metallo

schiumato e gli altri oggetti, che

possono essere simili tra loro ma

non uguali. «In questo modo, diamo

vita a creazioni uniche e allo stesso

tempo riproducibili da condividere».

Come la Natura, anche la storia

della loro terra è fonte d'ispirazione:

«Abbiamo realizzato per la rete

dei musei campani dei bronzetti

106

#3D MAGAZINE


© Ph. Paolo Vitale

che riproducono le scene erotiche

degli affreschi presenti agli scavi

di Pompei. Osservando i calchi in

gesso pompeiani, ci siamo accorti

che l'emozione erotica può essere

rappresentata non attraverso i

dettagli ma semplicemente con

il movimento e la posizione del

corpo. Ci interessava trasmettere

questo e abbiamo creato la serie

Erotica, studiando i canoni stilistici

dell'arredamento dell'epoca».

Per i Premi I Primi, realizzati per

#3DMagazine e consegnati il 14

dicembre 2017 a Palazzo Caracciolo

spiega: «#3D mi indica un concetto

di spazio, in cui immagino un

movimento. Per questo, ho deciso di

dare un movimento ai tre elementi

che compongono il Premio».

Info www.opificioemblema.it

Giuseppe Emblema artista e artigiano dell’Opificio Emblema. © Ph. Manuela Russo

#3D MAGAZINE 107


BABINGTON'S TEA ROOM

É SEMPRE L’ORA DEL TÈ

Nella sala da tè più antica di Roma, gustare la bevanda inglese è una

cosa seria. La storia di questo luogo nato nel 1893, ha il fascino di un

film in bianco e nero e ha il profumo caldo di un autentico tè inglese:

nero, senza limone, con zucchero e latte.

#PULCENELLORECCHIO

DI SONIA SODANO

Il Babington’s è stato luogo di

ritrovo di tante stelle del cinema

come Gregory Peck, Audrey

Hepburn, ma anche di cantanti,

attori, poeti e artisti vari che hanno

fatto la storia.

Era il 1893 quando due donne inglesi

giunsero a Roma. Isabel Cargill, figlia

del capitano Cargill, fondatore della

città di Dunedin in Nuova Zelanda e

Anna Maria Babington, discendente

di Antony Babington impiccato

nel 1586 per aver cospirato contro

Elisabetta I. Le ragazze investirono i

loro risparmi, 100 sterline, aprendo

una sala da tè, anche sala di lettura,

destinata alla comunità anglosassone.

Interni della Sala da tè. © Ph. Sonia Sodano

Oggi Babigton's Tea Rooms è la

sala da tè più antica della capitale e

sorge ai piedi della famosissima scala

di piazza di Spagna. A raccontarci

la sua storia, è uno dei discendenti

di Isabel, Rory Bruce che, insieme

alla cugina Chiara Bedini, gestisce

il Babington’s. «Aprire una sala da

tè, nel 1893, non fu cosa da poco.

In Italia non era diffusa l'usanza

di bere il tè, che per lo più era

venduto solo in farmacia e usato

come medicinale». L'iniziativa delle

due donne riscosse da subito un

enorme successo, perché si inserì nei

Rory Bruce, uno dei discendenti di Isabel. Insieme alla cugina Chiara Bedini, gestisce il Babington's.

© Ph. Sonia Sodano

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#3D MAGAZINE


sala da tè, disegnò il famoso gattino

nero. Da anni, infatti, le cameriere

di Babington’s avevano adottato

Mascherino, un gatto nero che di

notte viveva in piazza di Spagna e

di giorno sonnecchiava sui comodi

cuscini della sala da tè.

il tè nero al Babingtons. © Ph. Sonia Sodano

festeggiamenti per il Giubileo e le

nozze d'argento dei reali Umberto e

Margherita. A contribuire al successo

della sala da tè fu l'introduzione

dei dolci: «i primi furono gli

scones, classico dolce scozzese, poi

arrivarono alcune torte e molto altro

ancora...».

Lo scoppio della Prima guerra

mondiale segnò una battuta d'arresto.

A peggiorare le cose ci pensò la crisi

di Wall Street e la morte in Svizzera,

nel 1929, di Anna Maria. Ad un certo

punto si pensò persino di chiudere.

«Fu la sorella di Isabel, Annie, a

prendere in mano la situazione.

Investì i suoi capitali e fece dei

cambiamenti radicali».

Durante la Seconda guerra mondiale,

poi, malgrado la politica anti–inglese

di Mussolini, per tutto il periodo

fascista Babington’s restò aperta.

«Dai racconti di chi quel tempo l'ha

vissuto sappiamo che nella prima

sala si potevano incontrare gerarchi

e uomini politici, mentre nella terza

sala, quella un po' più riservata,

da cui si può passare attraverso la

cucina, si riunivano i partigiani per

fare le loro riunioni segrete».

Ma ad ascoltare la storia, la domanda

viene spontanea: come si conserva la

tradizione dopo tanti anni?

«Abbiamo sempre cercato di

mantenere le basi, fatte di tradizione

e ricette genuine. Ovviamente col

tempo abbiamo rinnovato, ma con

un filo conduttore che resta sempre

lo stesso. Abbiamo introdotto anche

molti piatti salati con una cucina

aperta tutto il giorno,

dove si può pranzare,

fare colazione e la

prima colazione

all'inglese, con molti

piatti a base di uova».

Ma al di là delle

innovazioni la

tradizione di prendere

il tè da Babington’s è

una cosa seria. Sedendosi ad uno

dei tavolini del locale sembra quasi

di respirare la stessa atmosfera

di qualche anno fa, quando in un

enorme magazzino di Londra, il

terzogenito di Dorothy, Valerio, fece

creare lo Special Blend, la prima

miscela Babington’s, fatta su misura

per l’acqua della Barcaccia di piazza

di Spagna. E fu sempre Valerio che,

dovendo pensare ad un logo per la

Le regole

anglosassoni

prediligono tè

neri. Sconsigliamo

il limone, che è

una cosa molto

italiana

Oggi Rory Bruce ci offre una delle

miscele della nuova linea I Sette Tè

Di Roma, coi monumenti storici della

Capitale. «Vuole essere una forma

di ringraziamento per l'ospitalità

di questi anni. Tra tutti preferisco

quello dedicato a piazza di Spagna

e quello per Michelangelo. Gli

aromi e i profumi introdotti sono

100% naturali. C'è per esempio

il bergamotto che viene dalla

Calabria».

E se gli chiedi qual è il modo giusto

per prendere il tè? Risponderà:

«All'inglese. – ride – Le regole

anglosassoni prediligono tè neri.

Sconsigliamo il limone, che è una

cosa molto italiana, infatti non lo

portiamo al tavolo a meno che non

ce lo richiedono. Il tè

consigliamo di berlo

nella maniera più

naturale possibile, ma

lo zucchero e latte sulle

miscele inglesi sono

concessi, non sui verdi.

Lo scopo è alterare

quanto meno possibile

il gusto del tè, perché

dobbiamo sentire

quello che stiamo bevendo».

L'ultima domanda è d'obbligo.

Qualcuno dice che è sempre l'ora del

tè, ma qual è quella giusta? «Sempre,

io lo bevo la mattina, lo bevo anche a

metà mattinata e ci pasteggio. L'ora

del tè secondo il pensiero all'inglese

è alle cinque del pomeriggio, ma

secondo me il tè è una bevanda che

va bene a qualsiasi ora».

#3D MAGAZINE 109


#3DBIKER

Le moto “sartoriali”:

è tendenza Cafè Racer

DI GIOVANNI SALZANO

Personalizzare, personalizzare,

personalizzare questa sembra

essere la legge universale per tutte

le tendenze del terzo millennio.

Creatività, protagonismo e voglia di

esprimere se stessi alla base di tutte le

esperienze d’acquisto: dalla cover del

cellulare alla borsa di Vuitton con le

iniziali. La tendenza al custom made,

alla moda fatta su misura contamina

anche il mondo delle due ruote e

scoppia la tendenza Cafè Racer, un

fenomeno che risale ai motociclisti

degli anni '60 ma che trova oggi

una seconda giovinezza, una nuova

chiave di lettura. Nel mondo tante

sono le officine di customizer e di

preparatori che realizzano su misura

pezzi unici per i motociclisti sempre

più esigenti. L’officina che diventa

luogo di creazione, di scambio:

«Arriva un cliente con un’idea e

noi come dei veri e propri sarti

cuciamo la motocicletta intorno a

quell’idea», così Marco Russo di CRN

Cafè Racer Napoli, storica officina

napoletana, sintetizza il lavoro che

un customizer fa con una moto,

dalle Café Classic alle Café Racer,

dai Bobber alle Scrambler. Una

tendenza che affonda le sue origini

nella Londra psichedelica degli anni

sessanta, quando i rockers, con i loro

giubbotti di pelle e i berretti di cuoio

parcheggiavano le loro motociclette

fuori locali come il 59 club o il più

celebre Ace Cafè (da qui il nome

Cafè Racer). Erano Triumph, Bsa,

Norton, Vincent o Royal Enfield che

gli scalmanati dell’epoca truccavano

e spogliavano per farle sembrare

moto da competizione, più rock

appunto, e per poi sfidarsi in gare

clandestine che iniziavano in un bar

e finivano in un altro. Di quelle moto

e di quei ragazzi è rimasta la voglia di

espressione, di libertà e il mercato si

adegua: marchi come Yamaha, Ducati,

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#3D MAGAZINE


Moto Guzzi, solo per citarne alcuni,

sposano il nuovo trend e riportano in

vita le vecchie scrambles dai manubri

alti e le bobber con le loro selle

monoposto e i collettori bendati.

Nelle due ruote è tutto un fiorire

di moto dal sapore retrò, dagli

allestimenti aggressivi e di officine che

si specializzano nella customizzazione

delle moto. Un lavoro, quello della

customizzazione, molto delicato

– come ci raccontano Gianni e

Salvatore Langella, rispettivamente

mente e anima di Cafè Race Napoli –

perché si tratta di coniugare la voglia

di personalizzazione da una parte, e

la sicurezza e le prestazioni della moto

dall’altra. «Lavoriamo nel mondo

delle due ruote dagli anni '70, e da

allora un team specializzato realizza

moto uniche, personalizzando ogni

piccolo dettaglio creando qualcosa di

bello che si sposi perfettamente con

la funzionalità tesa alla sicurezza e

al piacere di guida».Un’attenzione

alla qualità e alla sicurezza che ha

portato l’officina partenopea a battere

nel 2015 un record mondiale: il giro

del mondo in moto in 13 giorni 8 ore

15 minuti. Il pilota Paolo Pirozzi ha

percorso 1500 chilometri al giorno,

da Napoli fino in Siberia, a bordo di

una Ducati P25 ribattezzata Sofia,

in onore della Loren, creata ad Hoc

proprio dal team di Cafè Racer

Napoli.

Il cafè racer quindi come simbolo

della libertà di espressione che si

fonde con la libertà di muoversi

e di esplorare nuovi mondi. Ora,

prendetevi qualche secondo,

fermatevi e immaginatevi in sella a

una moto disegnata da voi, in una

strada assolata e nelle orecchie una

vecchia canzone di Bob Dylan.

Non so come definire precisamente

la libertà, ma una cosa così deve

assomigliarci tanto.

#3D MAGAZINE 111


I MIEI ABITI

SONO FOLLI COME ME

Intervista al couturier Bruno Caruso

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