n.15 #3DMAGAZINE_WEB

3dmagazine

all’università come rappresentante

degli studenti, ti fa capire cose che

non scopri se vai a lezione o a fare

gli esami. Sono una sociologa della

scienza, ma anche una metodologa

di formazione, perché poi ho fatto

il dottorato in Metodologia delle

Scienze Sociali all’Università degli

Studi di Firenze».

Quali sono state le prime tappe della

tua carriera accademica?

«Il 16 gennaio del 2006 arrivo a

Firenze con le mie due valigie cariche

di speranza. Dopo il dottorato, ho

capito che volevo continuare la

carriera accademica. Quando sono

entrata per la prima volta da docente

in un’aula universitaria mi sono detta

questo è il mio posto nel mondo.

È grazie a questo pensiero che ho

superato gli anni di precariato che ho

fatto e che sto ancora facendo».

Credi ancora nell’istituzione

universitaria?

«Ci credo profondamente. Credo

nell’università pubblica, in una

didattica e in una ricerca di qualità.

È questo quello che mi spinge a

continuare, mettendo da parte anche

i miei desideri personali. Ho 36 anni,

ho una famiglia d’origine, ma non

ho una famiglia di destinazione. È

una mia scelta? Sì, ma è una scelta

che dipende dalle condizioni. Vorrei

essere come i miei genitori: poter

realizzare tutti desideri di mio figlio.

Il precariato ti logora».

Dove e a cosa hai lavorato fino ad

oggi?

«La cosa utile dell’essere una

metodologa è che puoi lavorare su

un sacco di progetti diversi. Dal

2009 ad oggi, ho avuto contratti di

collaborazione con molti atenei, sia

per la mia attività di ricerca sia per

l’attività didattica: Torino, Bologna,

Napoli, Firenze, Trento, Urbino,

Roma. Oggi insegno a Napoli, sono

tornata a casa. La sociologia della

scienza in Italia non è una disciplina

molto comune, noi sociologi della

scienza possiamo contarci sulle dita

delle mani, ci conosciamo tutti».

Ti definiresti quindi un’esperta di

scienza?

«Non lo sono. A me piace dire che

guardo da uno spioncino gli scienziati

mentre lavorano. Cerco di capire il

rapporto della scienza con la società.

Studio le tecniche di comunicazione

della scienza, cioè posso dire ad uno

scienziato come può comunicare i

risultati della sua ricerca. Ora lavoro

per Observa Science in Society, ho

iniziato facendo analisi dei dati e

adesso sono direttrice di ricerca.

Observa si occupa proprio di questo:

del rapporto tra scienza, tecnologia

e società. Ad esempio nell’ultimo

anno c’è stato il dibattito sui vaccini:

qual è l’impatto della comunicazione

scientifica dei vaccini sui cittadini?

Io riesco a dirti cosa ha funzionato e

cosa no».

A proposito di precariato, qual è la

situazione in Italia, anche a livello

istituzionale?

«Ho detto pubblicamente al senatore

Verducci, responsabile dell’università

e della ricerca per il PD, voi potete

anche metterci 1600 posti da

ricercatore in più nell’attuale legge

di bilancio, noi vi ringraziamo, ma

non basta. Noi abbiamo bisogno di

certezze. Anche se ci dite fra tre anni,

fra dieci anni, ma noi abbiamo bisogno

di prospettive.Voglio fare anche dieci

anni di gavetta ma voglio sapere dove

sto andando, qual è l’obiettivo. Le

politiche della ricerca negli ultimi

decenni sono di taglio dell’università.

Nel momento di crisi mondiale, ci

sono stati paesi che hanno investito

in ricerca e sviluppo e paesi che

hanno tagliato. E l’Italia è tra questi

ultimi. Nell'ultimo anno in cui il dato

è disponibile, l'Italia registra appena

il 18% di laureati, contro il 37% della

media nella zona Ocse. Non possiamo

competere con la Cina sul piano della

produzione, ma sullo sviluppo, l’alta

tecnologia e la ricerca».

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