La storia di Santa Bakhita

bakhita.canossiana

La vita di S. Bakhita

La storia di

S. Giuseppina Bakhita

La schiava che incontrò Cristo


A cura dell’Istituto Canossiano di Schio

www.canossianebakhitaschio.org


Presentiamo qui brevemente la storia

di Santa Bakhita

tratta dal diario che lei stessa ha

dettato dopo tanta insistenza alle sue

consorelle.

Bakhita sapeva un po’ scrivere e

parlava in dialetto veneto

che apprese prima a Venezia e poi a

Schio.

Il percorso è arricchito dalle immagini

tratte da “Bakhita La schiava che

incontrò Cristo”

di Giorgio Trevisan qui adattate per

esigenze grafiche.


L’infanzia serena

La mia famiglia abitava proprio nel centro

dell’Africa , in un sobborgo del Darfur, detto Olgossa,

vicino al monte Agilerei. Era formata dal padre, dalla

madre, da tre fratelli e quattro sorelle; e da altri

quattro che io non conobbi, perché morti prima che io

nascessi. Io ero gemella di una sorella, della quale,

come dei genitori, più nulla seppi da quando fui

rubata. Vivevo pienamente felice, senza sapere cosa

fosse dolore.”


Il rapimento

“Avevo nove anni circa, quando un mattino, dopo

colazione, andai con una mia compagna di dodici o

tredici anni a passeggio nei nostri campi, un po’

discosti da casa. Interrotti i nostri giuochi, eravamo

intente a raccogliere erbe.

Ad un tratto vediamo sbucare da una siepe due brutti

stranieri armati.

Giunti vicino, uno di loro disse alla mia compagna:

Lascia che questa piccina vada là presso quel bosco a

prendermi un involto; tornerà presto, tu prosegui per

la tua strada e ti raggiungerà subito”.

Era evidente che il loro piano era di allontanare

l’amica, perché, se fosse stata presente alla cattura,

avrebbe dato l’allarme.

Io non dubitavo di nulla. Mi prestai a ubbidire, come

sempre facevo con la mia mamma.

Appena internata nel bosco, in cerca dell’involto che

non trovavo, mi vidi quei due alle spalle.Uno mi

prende bruscamente con una mano, con l’altra estrae

un grosso coltello dalla cintura, me lo punta sul fianco

e con voce imperiosa mi dice: , mentre l’altro mi spingeva,

puntandomi le canne di un fucile alla schiena.”


Tenta la fuga

“Era quasi l’ora di cena,” continua Bakhita,

“quell’uomo, di ritorno dal mercato, aveva condotto a

casa un mulo carico di pannocchie. Ebbene, viene a

levarci la catena e ci ordina di mondare le pannocchie

e di darne da mangiare al mulo. Sopra pensiero, si

allontana senza chiudere la porta.

Eravamo sole, senza catena. Provvidenza di Dio: era il

momento buono. ”


Bakhita, con una compagna di sventura una fuga.

Camminarono a lungo impaurite ed esauste. Al

passaggio di persone si nascondevano dentro la

foresta.

Bakhita ricorda che nella foresta furono sorprese da

una bestia feroce che scappò al comparire di una luce

in cielo.

Purtroppo la fuga finì dopo qualche giorno dopo. Un

uomo trovò le due ragazzine e si dimostrò interessato

ad aiutarle, in realtà avava intenzione di consegnarle

ai mercanti di Schiavi.


Rinchiusa al buio

per più di un mese


Uno di essi mi afferrò per una mano e mi trascìnò

nella sua abitazione, mi introdusse in un bugigattolo,

pieno di arnesi e di rottami, ma non vi erano né sacchi

né letto; il nudo terreno doveva servire a tutto. Mi

diede un tozzo di pan nero e mi disse:

“Staì qui”, e uscendo chiuse la porta a chiave.

Stetti colà più di un mese. Un piccolo foro in alto era

la mia finestra. L’uscio veniva aperto per brevi istanti

per darmi un magro cibo.

Quanto io abbia sofferto in quel luogo, non si può dire

a parole.

Ricordo ancora quelle ore angosciose quando, stanca

dal piangere, cadevo sfinita al suolo in un leggero

torpore, mentre la fantasia mi portava fra i miei cari

lontano lontano…

Lì, vedevo i miei amati genitori, fratelli e le sorelle, e

tutti abbracciavo con trasporto e tenerezza, narrando

loro come mi avevano rapita e quanto avevo sofferto.


Tanti padroni! ….

Uno, molto crudele

Un giorno, incatenata con altri schiavi, fu portata al

mercato. Ebbe così il primo padrone e conobbe la

legge della dura schiavitù.

Altri ne succedettero. Bakhita vedeva i soldi scivolare

da una mano all’altra… “Come sarà il nuovo

padrone?” Si chiedeva ogni volta tremante.

Alla fine fu comperata da un generale turco, persona

molto più crudele e violenta di tutti gli altri che aveva

avuto.


Leggiamo nel suo Diario: … Un giorno commisi non

so quale sbaglio, proprio nei riguardi del figlio del

padrone.

Egli subito diede mano allo scudiscio per percuotermi.

Io fuggii nell’altra stanza per nascondermi dietro le

sue sorelle.

Non l’avessi mai fatto! Montò sulle furie, mi strappò a

forza di là e mi buttò a terra, e con lo staffile e coi

piedi me ne diede tante, tante e infine, con un calcio al

fianco sinistro mi lasciò come morta.

Più nulla seppi di me. Devo essere stata trasportata

dalle schiave sul mio giaciglio, dove rimasi più di un

mese.


Il tatuaggio


… Era costume che gli schiavi, a onore del padrone,

portassero sul corpo dei segni o solchi particolari ottenuti

con tatuaggio per incisione.

La donna si fa portare un piatto di farina bianca, un

altro di sale e un rasoio. Ordina alla prima di noi tre di

distendersi per terra e a due schiave delle più forti di

tenerla una per le braccia e l’altra per le gambe.

Allora si china su di lei e comincia con la farina a fare

sul ventre di quella disgraziata una sessantina di segni

fini. Io ero li, con tanto d’occhi a osservare, pensando

che dopo sarebbe toccata anche a me quella sorte

crudele.

Finiti i segni, prende il rasoio e giù, giù tagli su ogni

segno che aveva tracciato. La poverina gemeva, e il

sangue stillava da ogni taglio. Non basta. Finita questa

operazione, prende il sale e, con tutta forza, stropiccia

ogni ferita, perché vi entri a ingrossare il taglio onde

tenerne i labbri aperti.

Che spasimo, che tormento! Tremava tutta l’infelice, e io

pure tremavo, aspettandomi purtroppo altrettanto. Infatti,

portata la prima sul suo giaciglio, viene il mio turno.

Non avevo fiato di muovermi; ma uno sguardo fulmineo

della padrona e lo scudiscio alzato mi fecero piegare

immediatamente a terra. La donna avuto ordine di

risparmiarmi la faccia, e comincia a farmi sei tagli sul

petto, e poi sul ventre fino a sessanta, sul braccio destro

quarantotto. Come mi sentissi, non lo potrei dire. Mi

pareva di morire ad ogni momento, specie quando mi

stropicciò con il sale.


Callisto Legnani,

l’agente consolare italiano.

Si presentò l’agente consolare italiano di nome

Callisto. Si volle che io gli portassi un caffè. Lo vidi

squadrarmi da capo a piedi, ma non pensavo che

progettasse di comprarmi. Lo compresi solo il mattino

seguente, quando il generale turco mi ordidi

seguire la cameriera del console, aiutandola a portare

un involto.

Questa volta, fui davvero fortunata , perché il nuovo

padrone era assai buono e prese a volermi bene tanto.

Mia occupazione era di aiutare la cameriera nelle

domestiche faccende; non ebbi rimbrotti, né castighi,

né percosse, sicché non mi pareva vero di godere tanta

pace e tranquillità.


L’arrivo in Italia.

Qualche tempo dopo, il Console dovette rientrare in

Italia e Bakhita lo supplicò di portarla con sé. Alla fine

il Console acconsentì.

“… A Suakin”, scrive nel suo Diario, “ci fermammo

un mese, e poi si fece il viaggio in bastimento,

passando il Mar Rosso e altri mari fino a Genova.


Ivi si prese alloggio in un albergo il cui padrone era

ben noto all’amico del console, il quale l’aveva

pregato di acquistargli un moretto, per cui gli fu

ceduto subito quello che era stato mio compagno di

viaggio.

La moglie dell’amico [Maria Turina Michieli), che era

venuta a incontrarlo, vedendo noi moretti, se ne

invogliò e chiese al marito perché non ne avesse

condotta una per lei e per la sua figlioletta.

Il console, per far piacere all’amico e a sua moglie, mi

regalò a loro. Dopo poco tempo, si continuò il

viaggio.

Il console si diresse a Padova. Io nulla più seppi di lui.


… Io e i miei padroni ci avviammo a Mirano Veneto,

dove, per tre anni, fui la bambinaia della loro

figliuolina. Questa prese a volermi bene, e io

naturalmente ero portata a ricambiarla di pari affetto.

…”


A Venezia dalle Suore

Canossiane

… la signora stette con noi due anni circa, ma

dovendo ripartire per tornare un’altra volta a Suakin,

pensò di affidare la sua piccola e me a qualche

collegio, per avere un po’ d’istruzione. Fu passata

parola alla Congregazione di Carità di Venezia che

volentieri si sarebbe prestata a ospitarmi nel

Catecumenato, diretto dalle Suore Canossiane, e lì

avrei potuto istruirmi. Ma la bimba era già battezzata,

come e a quale scopo lasciarla nel Catecumenato?

La signora non voleva assolutamente dividerci, sicché

per più di un mese durò la lotta senza venire a una

conclusione.

Intervenne allora l’amministratore della signora, il

signor Illuminato Checchini , uomo dal cuor d’oro e di

retta coscienza, che ebbe poi finché visse un amore

paterno verso di me. …


Il signor Illuminato era così ansioso che io fossi

ammessa all’Istituto dei Catecumeni, che diede la sua

parola per iscritto e su carta bollata che, nel caso la

signora Turina non avesse assolto al suo dovere, lui

stesso avrebbe pagato la pensione.

Così fummo entrambe ricevute nel Catecumenato.

Il sig. Illuminato Cecchini fu una persona speciale

nella vita di Bakhita. Fu lui che donò a Bakhita il

crocefisso dal quale si sentiva fortemente attratta, che

l’accompagnò per tutta vità e la sostenne in tutto il suo

cammino.


L’incontro con Madre

Maria Fabretti

Io venni affidata con la piccola a una suora, Maria

Fabretti, addetta all’istruzione dei catecumeni. Non

posso ricordare senza piangere la cura che ella ebbe di

me. Volle sapere se avessi desiderio di farmi cristiana

e, sentito che lo desideravo e che, anzi, ero venuta con

quella intenzione, giubilò di gioia. Allora quelle sante

madri con un’eroica pazienza mi istruirono e mi

fecero conoscere quel Dio che fin da bambina sentivo

in cuore senza sapere chi fosse. Ricordavo che,

vedendo il sole, la luna, le stelle, le bellezze della

natura, dicevo tra me: “Chi è mai il padrone di queste

belle cose?”. E provavo una voglia grande di vederlo,

di conoscerlo, di prestargli omaggio. ora lo conosco.

Grazie, grazie, mio Dio! Quando la signora mi

accompagnò in collegio, sulla soglia della porta,

voltandosi per darmi saluto, mi disse: “Ecco qui,

questa è la tua casa”. Disse così, senza penetrare il

vero senso delle parole. Oh, se avesse immaginato

quanto poi avvenne, non mi ci avrebbe condotta.


Il Signore Dio, “El bon Paron”

il vero Padrone della vita.

… Circa nove mesi dopo, la signora Turina venne a

reclamare i suoi diritti su di me. Io mi rifiutai di seguirla in

Africa, perché non ancora ben istruita per il battesimo.

Pensavo pure che, qualora fossi battezzata, non avrei

ugualmente potuto professare la nuova religione, e che

perciò mi conveniva meglio stare con le suore. Ella montò

sulle furie, tacciandomi d’ingrata nel lasciarla partire da

sola, mentre mi aveva fatto tanto bene.

Ma io, ferma nel mio pensiero. Mi disse tante e tante

ragioni, ma per nessuna mi piegò. Eppure soffrivo nel

vederla così disgustata, perché le volevo bene davvero. Era

il Signore che mi infondeva tanta fermezza, perché voleva

farmi tutta sua. Oh, bontà! Il giorno seguente ritornò in

compagnia di una signora e ritentò la prova con le più aspre

minacce. Ma inutilmente. Partirono indispettite.

Il reverendo superiore dell’Istituto, don Jacopo de’ Conti

Avogadro di Soranzo, scrisse a sua eminenza il patriarca

Domenico Agostini sul da farsi. Questi ricorse al

procuratore del re il quale mandò a dire che, essendo io in

Italia, dove non si fa mercato di schiavi, restavo affatto

libera. Anche la signora Turina si portò dal procuratore del

re, credendo di ottenere che la seguissi, ma ebbe l’uguale

risposta.

Il terzo dì, eccola di nuovo all’Istituto con la stessa signora

e un suo cognato, graduato militare. Vi erano pure sua

eminenza il patriarca Domenico Agostini, il presidente della


Congregazione della Carità, il superiore della casa e alcune

suore del Catecumenato. Parlò prima il patriarca. Ne segui

una lunga discussione terminata in mio favore.

La signora Turina, piangendo dalla collera e dal dispiacere,

prese la bambina che non voleva staccarsi da me,

forzandomi a seguirla. Io ero tanto commossa che non

riuscivo a dire parola. Le lasciai piangendo e mi ritirai,

contenta di non aver ceduto. …


Cristiana e Religiosa

Trascorso il tempo dell’istruzione, ricevetti il santo

Battesimo, la Cresima e l’Eucaristia con una gioia che

solo gli Angeli potevano descrivere. Era il 9 gennaio

1990. Mi fu posto il nome di Giuseppina Margherita

Maria Bakhita che in arabo significa Fortunata.

… Mi fermai in Catecumenato quattro anni, durante i

quali mi si schiariva sempre più in fondo all’anima

una voce soave che mi faceva desiderare di essere

anch’io religiosa. Alla fine ne parlai al mio confessore.

Egli mi suggerì di dirlo alla superiora della Casa, suor

Luigia Bottesella , la quale ne scrisse alla superiora

della Casa Madre di Verona, madre Anna Previtali.


La buona madre non solo accordò la domanda, ma

aggiunse che ella stessa voleva avere la soddisfazione

di vestirmi del santo abito e, a suo tempo, di

accogliere la mia professione. Il 7 dicembre 1893

entrai in noviziato, proprio nella Casa dei Catecumeni

a Venezia. …

Passato un anno e mezzo, fui chiamata a Verona per la

santa vestizione. Qualche mese prima che spirassero i

tre anni, ritornai a Verona per pronunciare i santi voti,

l’8 dicembre 1896. Dio permise così di far pago il

desiderio della madre Previtali che, un mese dopo,

l’11 gennaio 1897, passava all’altra vita.

Ricevuta la medaglia della Madonna Addolorata, con

piena soddisfazione della reverenda madre superiora,

fui introdotta in comunità. Era il giorno

dell’Immacolata, 1896.


A Schio: cuciniera,

portinaia, sagrestana…

Bakhita venne affidata alla comunità di Schio perché

potesse vivere la sua vocazione tranquilla, lontano

dalla curiosità che la sua storia suscitava a molte

persone.

A Schio invece c’era molto da fare ed allo stesso

tempo era un luogo più discreto.


Bakhita si impegnò molto nell’aiuto in cucina, a

servire alla mensa, a coprire il servizio alla portineria

per accogliere chi veniva a bussare al convento.


Durante le due guerre

Bakhita visse a Schio la tragedia delle due guerre

mondiali. Durante la prima guerra mondiale, prestò

servizio nell’ospedale militare che era stato allestito

dentro il convento delle Canossiane di Schio portando

la sua serenità ai militari ricoverati.

Molte testimonianze ricordano anche che durante i

bombardamenti della seconda guerra mondiale

Bakhita non fuggiva al richiamo delle sirene

rassicurando tutti che le bombe non li avrebbero

colpiti perché a comandare non erano i militari, ma “el

Paron”, come lei usava chiamare Dio, l’unico padrone

vero della vita e della morte.


Con serenità

in mezzo alla gente

Santa Bakhita, abbiamo già avuto modo di dirlo, non

aveva studiato. Parlava dialetto veneto che aveva

appreso prima a Venezia, dopo qui, a Schio, nella vita di

tutti giorni. Sapeva leggere e un po’ sapeva scrivere. I

suoi servizi nella comunità canossiana di Schio non

erano dunque di insegnare.

Ciò nonostante aveva un rapporto molto diretto con le

ragazze accolte nell’istituto ed era loro molto vicina con

il suo modo semplice e diretto che parlava all’anima

senza tanti giri di parole, in modo pratico.


In Chiesa, sagrestana

contemplativa


Le piaceva molto il servizio di Sagrestana: poteva

stare accanto a Gesù e parlargli, raccontarli tutto.. la

sua storia, le richieste delle persone che ricorrevano a

lei, la sua gente…

Anziana e ammalata, sulla sua sedia a rotelle, passava

ore e ore in profonda contemplazione davanti al

Tabernacolo. Diceva “col Bon Paron se sta sempre

ben” (con il Buon Padrone, il Signore Dio, si sta

sempre bene).

Molte sono le testimonianze a tal proposito che sono

anche raccolte nel libro di recente pubblicazione

“Madre Moretta – Sorella Universale – Ancora ci

parla”.


Verso la Patria celeste

Il corpo di madre Moretta era stato duramente provato

in gioventù, tuttavia lei non si lamentava mai. Con

l’età però le sue condizioni di salute si aggravarono

molto e gli ultimi anni li trascorse a letto,

accompagnata dall’affetto e dalla cura delle consorelle

alle quali continuava a donare il suo amore e la sua

teologia semplice, dettata dalla vita e dalle sofferenze

che hanno profondamente segnato il suo cammino in

questa vita terrena.

Colpisce, in chi l’ha conosciuta, la sua enorme energia

e voglia di vivere con lo sguardo sempre fisso al

“Paron” che ad un certo punto della sua vita la volle al

suo servizio.


8 Febbraio 1947:

“Me ne vado adagio adagio

con due valigie …”

Il transito di madre Bakhita, l’8 febbraio del 1947, fu

accompagnato da tutta la citta di Schio che si strinse attorno a

madre Moretta. Le testimonianze raccontano che al funerale molte

persone dovettero assistere alla celebrazione fuori dal pur grande

Duomo.

La gente comune, che viveva con fatica il proprio quotidiano,

sentiva e sente tutt’ora molto vicina madre Moretta. La sua

semplicità e la sua fede genuina fu incoraggiamento per molti.

Parole semplici che però sapevano toccare il cuore.

Le ultime parole prima di morire di Bakhita furono una sintesi di

tutta la sua fede.

“Me ne vado, adagio adagio, verso l’eternità… Me ne vado con

due valigie: una, contiene i miei peccati, l’altra, ben più pesante, i

meriti infiniti di Gesù Cristo”.

La grandezze nell’umiltà di questa semplice donna, “la suora di

cioccolato” come la chiamavano i bambini che provavano anche a

mangiare, è racchiusa in queste poche parole.Non aveva rancore

verso nessuno.

Più volte ebbe modo di dire, parlando dei suoi aguzzini “Se

incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e anche quelli che mi

hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani, perché,

se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa…”.

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