Il futuro è sempre esistito

falsopiano

EDOARDO POETA

IL FUTURO

È SEMPRE ESISTITO

Perché negli anni Sessanta a Trapani prevedevano

che avremmo fatto tutto (o quasi) con il telefono

FALSOPIANO


FALSOPIANO

LE ARTI

una collana diretta da Mario Gerosa


EDOARDO POETA

IL FUTURO

È SEMPRE ESISTITO

Perché negli anni Sessanta a Trapani prevedevano

che avremmo fatto tutto (o quasi) con il telefono


Time present and time past

Are both perhaps present in time future

And time future contained in time past.

T. S. Eliot, Burnt Norton


Questo libro è dedicato al ricordo di Vittorino Fratoni, studente a distanza ante litteram,

che dagli anni ’60 visse da grande cultore del fai da te, esplorando con infinita curiosità,

fino all’ultimo, la meraviglia delle piccole e grandi innovazioni tecnologiche.


INDICE

Prefazione

di Mario Gerosa p. 9

Antefatto p. 13

Il domani si è fermato a Trapani p. 15

Nel 2000 i telefoni faranno tutto p. 17

Nel 2000 fortunati gli uomini d’affari p. 18

Un viaggio nel futuro, dal passato p. 20

Parte prima. Origini p. 25

Profezie in facsimile p. 27

La rete distribuita p. 29

Accademici, hobbisti e pubblicitari p. 33

Il tuo telefono sarà multimediale p. 37

Racconti del futuro p. 42

Un mondo interconnesso, al videofono p. 46

Voci, in sintesi p. 49

Fine delle previsioni p. 52

Parte seconda. Futuro all’americana p. 69

Il domani che c’era già p. 71

Una certa idea del futuro p. 76

Visioni pop p. 82

La (fanta)scienza è popolare p. 85

Parte terza. L’avvenire del Miracolo p. 99

Miracolo al telefono p. 101

Futuro di spazio e di design p. 106


Il domani degli “arrangisti” p. 109

Fantascienza tricolore p. 113

Occasioni perdute p. 117

Cervelli italiani p. 119

Il futuro era italiano p. 124

First World Desktop Computer p. 129

Parte quarta. Profezie di rete p. 145

Il tempo condiviso delle comunità p. 147

Un domani sociale p. 150

Pace e rete p. 152

Epilogo p. 167

Paradossi p. 167

La grande narrazione p. 171

America, terra dell’avvenire p. 175

Trapani, messaggi dal futuro p. 180

La scomparsa del tempo p. 183

Futuro esistente p. 190

Archeologia del futuro p. 193

Appendice p. 207

C’era una volta il 2000 p. 207

Immagini p. 211

Bibliografia-Sitografia p. 219

Ringraziamenti p. 234


Prefazione

di Mario Gerosa

A differenza del passato, che in qualche modo si può tentare di fissare, il futuro

è molto mobile e, come stanno dimostrando oggi le varie incarnazioni dei futuri

possibili, dal Retrofuturismo al Neofuturismo, l’unico modo per congelare il futuro

è prima trasformarlo in passato.

Un gioco di parole un poco artificioso, che però dà conto della natura di

questa strana entità così difficile da fermare e da definire. Mentre il passato resta,

ritorna e talvolta si ritrova, il futuro tende a scivolare via, arriva sempre in

maniera furtiva. Il passato riaffiora nelle vecchie fotografie e nelle cartoline

illustrate sbiadite, il futuro invece è fugace, dura lo spazio di un istante, lo si può

identificare soltanto quando è storicizzato. In poche parole, quando è già diventato

passato. E proprio in questo concetto risiede la forza del libro di Edoardo Poeta,

che ha scelto un esempio particolarmente interessante per dimostrare come il

futuro, per esplicitarsi, abbia bisogno di essere stato già metabolizzato in un primo

passaggio, in una prima fase in cui passa quasi inosservato. In questa cronaca

molto documentata, in cui si spiega come già negli anni ’60 fossero state

prefigurate le varie potenzialità degli smartphone di oggi, ci si rende conto della

necessità del futuro di attuarsi in due tempi, offrendosi nella veste più familiare e

gestibile di “passato” nel momento in cui deve essere definitivamente accettato.

Il futuro è sempre esistito” recita il titolo di questo libro. È un titolo pertinente

e rassicurante. Un titolo che strappa il futuro dalle nebbie dell’incognito e lo pone

immediatamente nella categoria delle cose che si possono conoscere e analizzare.

E questo concetto, messo giustamente in evidenza da Poeta, è la chiave per

decodificare tutto il libro, che oltre a far luce su un originale fenomeno di cronaca,

può ambire a rappresentare uno strumento di lettura per capire il nostro modo di

porci davanti al futuro e alla sua costruzione.

Come abbiamo già detto, il futuro è sfuggente, e per dargli una forma bisogna

prima tentare di storicizzarlo. Senza addentarsi in complessi ambiti filosofici,

limitiamoci a dire che ci sono state alcune grandi ondate in cui il futuro sembrava

essere a portata di mano.

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Chi fa parte della generazione dei baby boomers, dei figli degli anni ’60, per

esempio, ha vissuto a lungo con il miraggio di un futuro prossimo, quello legato

alla mitica data del 2000, una “data-faro” che ha guidato miriadi di visioni e di

narrazioni per interi decenni, un riferimento assoluto e incontrastato per chi lo

guardava dal Ventesimo secolo, una data pregna di nostalgia, ma non così

determinante e avveniristica per chi la guarda da questo primo scorcio del

Ventunesimo secolo.

Il 2000, l’enfatico e misterioso futuro annunciato nella seconda metà del ’900

non ha mantenuto tutte le aspettative: per molto tempo chi oggi ha passato i

cinquant’anni ha sentito avvicinarsi quella data fatidica, anticipata ed esaltata da

una serie di film e telefilm che arrotondavano per difetto e per eccesso quel

traguardo tanto importante: 1997: Fuga da New York, Spazio 1999, 2001: Odissea

nello spazio, 2010: L’anno del contatto...

Tutti quei film e quei telefilm nutrivano l’immaginario con un futuro possibile.

Fornivano tutta una serie di elementi iconografici, di architetture, di oggetti di

design, di dispositivi scientifici e tecnologici che aiutavano a immaginarsi un’era

lontana, tenuta ancor più distante anche grazie a quei numeri scaramantici usati

per i titoli di opere-manifesto utili per esorcizzare le paure di un mondo possibile.

Un mondo che per molto tempo è stato confinato volontariamente nei territori

della fantascienza, vista come un modo per procrastinare, anche artificialmente

una realtà potenzialmente più vicina di quanto si potesse pensare. Negli anni ’60

e ’70 la gente comune il futuro non l’aspettava prima del volgere del Ventesimo

secolo. I media mainstream generalmente sostenevano questa idea, definendo in

maniera precisa la soglia del futuro, fissata non prima della fine degli anni ’90.

E questa idea era consolatoria e rassicurante: per un lungo periodo ci si è

accontentati di vedere il futuro solo al cinema o in televisione, cercando di non

contaminare con visioni troppo estreme e avveniristiche la vita quotidiana. È pur

vero che in parallelo, nelle grandi fiere come nelle riviste specializzate si

testimoniava l’avanzata di un futuro a base tecnologica che sopravanzava le più

ardite previsioni di scrittori e registi, ma tendenzialmente si era portati a dare al

futuro lo stesso valore assoluto del passato, ovvero a caricarlo di qualche decina

d’anni per conferirgli autorevolezza: il senso della storia doveva funzionare nelle

due direzioni, indietro e avanti. Così ogni futuro che potesse essere chiamato tale

deve partire come minimo dal 1984 orwelliano, per poi svilupparsi secondo i

canoni cinematografici dei futuri ipotizzati per la fine degli anni ’90.

Poi, però, non è successo niente, o quasi. Arrivati in prossimità del 2000,

compiuto il fatidico giro di boa, il futuro non arrivava ancora. O almeno, non

quello che tutti si aspettavano, quello visto nei film di fantascienza. In verità forse

il futuro è arrivato e non ce ne siamo accorti. Forse non era il futuro che ci

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aspettavamo, quello dello studio di Ed Straker e dei cibi liofilizzati dei Pronipoti:

era un altro futuro, meno appariscente e meno vistoso, il futuro di internet e dei

mondi virtuali.

È un futuro più discreto, più nascosto. Nelle case, per esempio, salvo rari casi,

di norma non c’è ancora il classico arredamento futuribile, come quello degli

interni di UFO e di 2001: Odissea nello spazio, e anzi, si continuano ad usare

classiche porte in legno, finestre con le persiane e mobili in stile. Forse anche

perché la gente non ha tutta questa voglia di futuro e preferisce rimanere ancorata

alle tradizioni. D’altronde succede anche in Second Life, dove, per quanto gli

avatar possano volare, proliferano le scale, da salire gradino dopo gradino. C’è

bisogno di sicurezze, di segnali tranquillizzanti, di memorie alle quali

aggrapparsi.

Si osava di più negli anni ’60 e ’70, quando con la Space Age prese forma una

delle grandi ondate di design avveniristico, soprattutto con i mobili di Joe

Colombo, di Verner Panton e di Pierre Cardin che ipotizzavano una scenografia

possibile per la casa del futuro. La gente – lo si vede nei film, nelle pubblicità e

nelle riviste d’arredamento – seguiva incondizionatamente questa moda, che

divenne anche uno stile di vita. C’era veramente il gusto di sperimentare un’idea

di futuro, rivoluzionando la classica idea dell’interno borghese. Questo desiderio

di futuro ha contaminato anche gli anni ’80, che hanno visto l’ultimo ritorno di

fiamma di un immaginario dinamico e vivace, che in ambito musicale fu accolto

con entusiasmo da gruppi come i Rockets e i Kraftwerk, che non a caso appaiono

più futuribili adesso che fanno parte del passato.

Quelle in voga allora erano prove tecniche di trasmissione di un futuro

appariscente, destinato poi a estinguersi. Un futuro come quello della realtà

virtuale della prima ora, quella degli anni ’90 del casco, degli occhialini e del

guanto, raccontata in film come Il tagliaerbe, e poi abbandonata. Ultimamente la

voglia di futuro si è appannata. Non ci sono più i romanzi fanta-tecnologici di

Michael Crichton a farci immaginare un futuro possibile e nell’opinione comune

i riferimenti per l’ipotesi della società di domani si fermano a Blade Runner e a

Minority Report, dato che i film dei fratelli Wachowski, Matrix e Cloud Atlas in

primis, sono troppo visceralmente imbevuti di futuro per essere utilizzati per capire

il futuro stesso con un certo distacco.

Nell’ambito del design e dell’architettura il futuro viene quotidianamente

immaginato da visionari come Zaha Hadid, Patrick Jouin o Ross Lovegrove ma

spesso queste creazioni sono viste come opere straordinarie, fuori contesto,

considerando la realtà corrente un’altra.

E allora, se il futuro è già pronto, perché aspettiamo? Viviamo solo un futuro

– altrettanto importante – che passa attraverso gli smartphone, gli ebook, gli

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schermi oled e le piastre a induzione, ma non abbiamo ancora voglia di

circondarci di architetture parametriche, di segni e di immagini avveniristici, di

vestirci con abiti da fantascienza. Tutto sommato siamo ancora molto proustiani:

la domenica si va ai mercatini dell’antiquariato e il futuro ci si limita ad

osservarlo nei centri commerciali, dove sono esposti gli ultimi modelli di televisori

e di robot domestici. Si preferisce guardare indietro o osservare solo uno spicchio

di futuro.

E intanto proliferano divagazioni su futuri possibili, si impongono nuovi stili,

come il “Raygun Gothic” coniato da William Gibson, e proliferano le descrizioni

della letteratura steampunk che giocano con le variazioni tra passato e futuro,

cambiando sapientemente le prospettive temporali. Si è continuamente alla ricerca

affannosa di un futuro. Si è indecisi sul futuro da scegliere, non si sa quale sia

quello giusto: ci sono troppe versioni del futuro ed è difficile orientarsi. E nel

dubbio si vive nel presente. Perché mai come in questi anni è stato difficile capire

se il futuro sia in arrivo o se, una volta di più, sia sempre esistito.

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ANTEFATTO


Il domani si è fermato a Trapani

È il 26 giugno 1962. Nel numero appena stampato di “Trapani Nuova”,

settimanale nato in Sicilia tre anni prima, compare a pagina 3 – in taglio basso –

una notizia dagli Stati Uniti. La posizione, il titolo a sole due colonne e l’assenza

di una qualsivoglia firma suggeriscono che probabilmente la si riteneva una

stravagante curiosità. Nulla di più. Eppure il titolo, letto oggi, fa sobbalzare: “Nel

2000 i telefoni faranno tutto loro” 1 .

Il sottotitolo, poi, suonava ancor più profetico: “Leggeremo i giornali attraverso

la rete telefonica e potremo anche servircene per le operazioni di banca”. Il testo

anticipa quanto nel Ventunesimo secolo è normalità, se non storia: dal fax al web,

dalla telefonia mobile all’e-bank, dai sistemi di riconoscimento vocale fino ai libri

online. Ed erano i primissimi anni ’60.

A prevedere tutto ciò non dei visionari, ma persone serissime: due ingegneri e

un dirigente dell’American Telephone and Telegraph Company, l’AT&T. Si

trattava di Jean Howard Felker, padre del primo computer totalmente a transistor

realizzato ai Bell Laboratories, di Charles M. Mapes, assistente capo ingegnere di

AT&T e di Henry M. Boettinger, storiografo della telefonia.

Ospiti di “Dimension”, un notiziario del palinsesto nazionale di CBS, i tre

rilasciarono un’intervista sul futuro dei telefoni che anticipava in maniera

incredibile quanto ne avremmo fatto. “Profezie” riemerse oltre cinquat’anni dopo,

grazie alla pubblicazione in rete dei primi numeri di quel periodico siciliano

fondato da Antonio Montanti, politico e personalità di spicco di Trapani. Il

settimanale è stato digitalizzato nel febbraio 2013 da Lorenzo Gigante, un

webmaster trapanese, grazie alla collaborazione di Laura e Giovanni Montanti,

figli dell’allora direttore 2 .

Altro fatto sorprendente è che quelle affermazioni non sollevarono l’interesse

dei giornali dell’epoca. «La cosa che lascia perplessi» – ha osservato il giornalista

Luigi Grassia – «è che questa previsione sia stata ripresa a suo tempo da un

giornale di Trapani ma non, per esempio, dalla “Stampa” né dal “Washington

Post”» 3 . Nulla pure sul “Corriere della Sera” o su “Il Messaggero”. Neppure

l’archivio del “New York Times”, giornale della città della CBS, ne fa menzione.

«Ma» – ha annotato il direttore di “Internazionale”, Giovanni De Mauro – «è come

se oggi qualcuno annunciasse che tra cinquant’anni comunicheremo

telepaticamente. Nessuno gli darebbe retta» 4 .

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Dopo essere apparso nel ’62 sul periodico trapanese, l’articolo tornerà – tale e

quale – sulle pagine di una rivista di Lecce: “La Zagaglia” 5 . Il testo – con il titolo

“La telefonia nel 2000 secondo tre esperti americani” – compare nella seconda

parte di un pot-pourri di notizie dedicate alla corsa verso lo spazio, pubblicato nel

marzo 1964 6 . L’autore indicato dai redattori pugliesi nella prima parte della

raccolta di articoli, uscita però nel settembre 1963, è un’altra sorpresa 7 . Si

tratterebbe del direttore della Nasa, James E. Webb, vale a dire l’uomo che creò

il centro di Houston e gettò le basi per lo sbarco sulla Luna.

È difficile dire a prima vista se l’attribuzione della paternità da parte de “La

Zagaglia” a Webb sia corretta. Il saggio non figura tra le dichiarazioni, gli articoli

e le interviste del 1962 conservati dal fondo “James E. Webb” all’“Harry Truman

Library & Museum” di Indipendence in Missouri. Inoltre il testo pubblicato prima

da “Trapani Nuova” e poi da “La Zagaglia” è scritto con un piglio divulgativo,

seppur dell’epoca, che si fatica a immaginare adottato da un alto funzionario degli

Stati Uniti d’America.

Una seconda coincidenza, però, potrebbe far sospettare che la velina provenga

da un ghostwriter di Webb o, quanto meno, da un ufficio stampa che ne veicolava

le notizie. L’indizio che può farlo pensare si trova a pagina 4 di “Trapani Nuova”,

sempre nel numero del 26 giugno 1962. Un secondo articolo del settimanale

siciliano riferisce – con toni meno drammatici di quelli delle cronache del tempo

– dell’acrobatica impresa di Malcolm Scott Carpenter del 24 maggio 1962 8 . Un

episodio costellato da errori che rovinarono la carriera successiva dell’astronauta

americano.

Il quarto uomo a essere lanciato nello spazio – dopo Gagarin, Titov e Glenn –

percorse tre orbite terrestri a bordo di Aurora 7 per rientrare però, con grandi

difficoltà, a oltre 300 chilometri dal punto convenuto. Il pezzo è positivo, quasi

promozionale. Sin dal titolo: “Il volo spaziale per l’astronauta Carpenter -

Passeggiata in autobus attraverso la città”. A corredarlo una foto, diffusa

dall’ufficio stampa della Nasa, nella quale il protagonista dell’impresa dà uno

sguardo all’interno della cabina del velivolo spaziale.

Quanto al contenuto dell’articolo si tratta dell’identico testo che risulterà poi

pubblicato, nel settembre 1963 9 , da “La Zagaglia” nella prima puntata di un

servizio la cui continuazione, del marzo 1964, ospitava il pezzo sulla telefonia nel

2000. Insomma, le coincidenze diventano due. Se la si mettesse su un piano

filologico, la fonte dei due giornali potrebbe essere considerata la medesima:

stesso servizio informazioni, stessa agenzia di stampa o stessa mano.

In quel numero di “Trapani Nuova” il domani non è presente solo in queste due

cronache ma è, per così dire, richiamato in un terzo articolo, quello dedicato alla

partecipazione dell’Italia alla Fiera Mondiale di New York in programma per il

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1964. Il tema latente della “New York World’s Fair 1964-1965”, come per quella

del 1939 e sempre nella Grande Mela, sarebbe stato infatti il futuro. I promotori

la battezzarono, non senza enfasi, l’Olimpiade del progresso.

In questo caso però la previsione del settimanale – basata sulle anticipazioni

fornite da Charles Poletti, direttore della Divisione internazionale della Fiera –

sarà errata: nulla dell’Italia sarà a New York nel 1964. In compenso il Vaticano 10

farà arrivare via mare al parco di Flushing Meadows la Pietà di Michelangelo per

esporla in un avveniristico allestimento firmato dallo scenografo di Broadway Jo

Mielziner. E proprio quella fiera si rivelerà uno snodo fondamentale per le vicende

legate alle previsioni sul futuro pubblicate nei primi anni ’60 da alcuni giornali

italiani.

Nel 2000 i telefoni faranno tutto

L’incipit dell’articolo comparso nel 1962 sulle colonne di “Trapani Nuova” è

prudente: i tre esperti – secondo il cronista – avrebbero «azzardato alcune

previsioni». C’è cautela di fronte a quelle che potevano sembrare parole

pronunciate da un viaggiatore nel tempo. Quasi si fosse avverato, in quel 1962,

l’arrivo di un visitatore dal futuro immaginato da Stephen King nel romanzo

22/11/’63.

«I tre esperti» – si legge – «ritengono che, tanto per cominciare, i giornali del

mattino saranno diffusi direttamente in “facsimile” attraverso la rete telefonica.

Fatta la colazione e letto il giornale telefotografico, l’uomo d’affari deciderà

magari di restare a casa per non trovarsi in qualche ingorgo del traffico, senza,

tuttavia, trascurare le sue attività. Servendosi del “videofono”, il cui schermo sarà

molto più efficiente e più chiaro degli attuali televisori, potrà mettersi in contatto

con l’ufficio o, addirittura, convocare una conferenza con i corrispondenti o i soci

in differenti località».

«Ma il marito» – prosegue l’articolo – «non sarà l’unico a beneficiare del

progresso. La moglie potrà ricorrere al servizio telefonico per evitare le faticose

maratone nei negozi. Con occhi attenti seguirà sullo schermo a colori del

videofono le spiegazioni dei negozianti e analizzerà la merce esposta, prima di

passare l’ordinativo. I tre esperti americani prevedono che la famiglia di domani

adopererà il telefono anche per ricevere in casa programmi educativi, artistici e

culturali. Apparecchi televisivi a circuito chiuso allacciati con la rete telefonica

diffonderanno nelle case lezioni scolastiche, conferenze con proiezioni e visite ai

musei. Potranno anche permettere la lettura degli ultimi libri senza neppure

costringere l’interessato a recarsi in biblioteca per il prestito».

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«In viaggio» – continua “Trapani Nuova” – «la gente potrà disporre del

telefono sulle autovetture, sugli aerei e in qualsiasi altro mezzo. Si potrà chiamare

qualsiasi utente in qualunque parte del mondo mediante la teleselezione. Tuttavia,

non occorrerà formare il numero e il prefisso corrispondente alla città sul telefono.

Basterà segnalare il numero al telefono e questo tradurrà la voce in impulsi

elettrici».

La previsione che si legge sul settimanale trapanese è quella di linee telefoniche

che saranno solo in piccola parte occupate da conversazioni, superate già nel 1975

dal volume di dati commerciali scambiati attraverso di esse. L’annuncio è quello

dell’imminente perfezionamento di apparati data-phone capaci di trasmettere

tremila parole al minuto, cosicché un cervello elettronico possa dialogare con un

altro computer a velocità superiori di quanto possibile all’uomo. «Una di queste

macchine collegate alla rete telefonica potrà leggere l’inventario di un magazzino

e, fatti i debiti calcoli, chiamerà un’altra macchina del magazzino centrale per

ordinare le provviste per il giorno successivo».

«Nel 2000» – conclude il testo del 1962 – «la gente si servirà del telefono

anche per le operazioni di banca. Gli assegni si scriveranno con inchiostro

magnetico che potrà essere letto da apposite macchine nelle banche. Le macchine

provvederanno non solo ad avallare l’assegno ma anche a registrare l’operazione

sul conto individuale» 11 .

Nel 2000 fortunati gli uomini d’affari

La previsione di “Trapani Nuova”, però, non era stata l’unica a esser apparsa

in Italia con un carattere così profetico. Dall’archivio di “Stampa Sera” spunta

infatti un articolo del 20-21 ottobre 1961 dedicato alle sperimentazioni dei primi

satelliti per telecomunicazioni condotte da AT&T, attraverso Bell Labs e Nasa,

che presto avrebbero reso partecipe anche l’Italia dei benefici dell’era spaziale.

Ancora una volta si trattava di una previsione sul futuro, incredibilmente vicina

alla realtà di oggi. Ad annunciarla il sottotitolo del redazionale: “Nel 2000 fortunati

gli uomini d’affari: vedranno documentari, stipuleranno contratti, firmeranno

assegni senza muoversi di casa e premendo dei pulsanti”.

Protagonista del futuro è di nuovo il manager. «Gli esperti» – scrive “Stampa

Sera” – «dicono che fra quarant’anni l’apparecchio telefonico quale noi lo

conosciamo sarà un oggetto da museo. L’uomo d’affari non lavorerà in un

immenso grattacielo, ma nel giardino della sua casa di campagna. Gli studiosi

della “Bell” quasi lo vedono: egli sta discutendo con il direttore commerciale

attraverso una radio trasmittente tascabile. Conclusa la conversazione, preme

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alcuni bottoni ed entra in comunicazione con la sua segretaria che, nella propria

abitazione, stenografa quanto egli dice. Poi egli si alza e va nel suo ufficio: un

locale in cui i suoni sono smorzati al punto da non essere assolutamente percepiti

nell’adiacente stanza di soggiorno. Un apparecchio telefotografico gli fa scorrere

davanti agli occhi, in fac-simile, le lettere arrivate al suo ufficio in città».

Fin qui la “profezia” del 1961 è riservata ai cellulari e a uno strumento di lavoro

che – oggi – risulta quasi obsoleto: il fax. Poi si passa a una descrizione della vita

di tutti i giorni nella casa del 2000 e le coincidenze con quanto scriverà, un anno

dopo, “Trapani Nuova” sono impressionanti. Segno evidente che quelle previsioni

avevano una fonte comune.

«Frattanto, in altra parte della casa, la moglie sta facendo la spesa quotidiana...

Ha chiamato il macellaio al videotelefono e si fa mostrare le bistecche. Ordinato

quello che le serve, chiama successivamente gli altri fornitori. Se le viene in mente,

poniamo, di pagare l’ultima nota del dentista, ella si mette in comunicazione con

il centro meccanografico della Banca. Preme alcuni tasti e automaticamente la

macchina contabile addebita la somma voluta sul conto della signora e redige un

assegno di eguale importo che sarà trasmesso al dentista».

«Che fanno nel frattempo i figli?» – si chiede il quotidiano torinese. «Il più

piccolo è a scuola. O meglio è nella propria stanza davanti al teleschermo del

video collegato per cavo telefonico con l’aula delle lezioni. Ma tra poco verrà

l’intervallo ed egli potrà distrarsi chiacchierando per videotelefono con questo o

quel compagno».

Poi arriva la previsione di quel che oggi è possibile con Google Libri, ebook

lending, Google Art Project o Rijksmuseum di Amsterdam. «In quanto alla figlia,

più grandicella, essa sta consultando sul video un libro che si trova nella biblioteca

comunale. Le pagine del volume, microfilmate, sono proiettate a sua richiesta su

uno schermo collegato con il suo apparecchio fonovisivo. La fanciulla è

appassionata di cose d’arte e forse, alcuni anni dopo, sempre dalla sua stanza,

potrà studiare fino nei più minuti particolari un affresco del Vaticano o un

capolavoro di pittura conservato al Louvre».

Il vaticinio appare sorprendente per il cronista, che però chiude così il pezzo:

«Gli esperti di “A.T.&T.” non trovano nulla di straordinario in tutto questo. Essi

confidano nella nuova generazione di scienziati per tradurre sul piano tecnico

quanto in campo teorico appare già possibile fin da oggi» 12 .

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Un viaggio nel futuro, dal passato

Chiunque legga queste pagine di giornale ingiallite dal tempo non può che

restare sorpreso. Qualche mese prima di incapparci 13 avevo divorato la traduzione

di Wu Ming I di 22/11/’63 di Stephen King 14 . È la storia di Jake Eppings, tranquillo

professore di Lisbon Falls, nel Maine, che riesce a tornare nel 1958 per cercare di

sventare cinque anni dopo l’omicidio di Kennedy a Dallas. Dovrà però

abbandonare ogni oggetto del Ventunesimo secolo per non esser scoperto, ma una

volta nel passato si innamorerà di una donna al punto di volerla portare nel 2011.

«Mi piacerà, Jake? Il tuo mondo?» chiede lei. «Spero di sì, tesoro». «È molto

diverso?» «La benzina costa di più e la gente ha più tasti da pigiare. Per il resto,

è più o meno come qui».

Le pagine che seguono qui sono invece il resoconto di un viaggio nel tempo

intrapreso, con spirito da cronista, attraverso giornali, documenti, suoni, immagini

e filmati di quell’epoca. C’era da scoprire da dove spuntassero quelle sconcertanti

previsioni sui telefoni del 2000 pronunciate, apparentemente senza eco mediatica,

ai microfoni della CBS di New York e riprese “soltanto” da un piccolo settimanale

di Trapani. O comprendere su cosa si fondassero quelle altre inserite in coda a un

articolo di un quotidiano del pomeriggio di Torino. Era, per certi versi, come se

davvero un altro Jake fosse penetrato in un passaggio temporale e avesse

raccontato agli uomini di inizio anni ’60 come sarebbe stato il mondo quaranta o

cinquant’anni dopo. Un’affascinante commistione tra fantasia e realtà, una

prosecuzione nel reale di una vicenda dell’immaginario che reclamava di essere

riportata alla luce? Certo che no.

Doveva esserci ovviamente altro, cosa per l’esattezza non era dato sapere, ma

era intuibile potesse trattarsi – magari – di un qualche pezzo di modernariato

dimenticato in un cassetto. O qualcosa del genere. E, puntualmente, le sorprese

non si sono fatte attendere.

Non solo per aver trovato, in quegli anni, che fiction e tecnologia si

scambiavano di ruolo, o per l’incredibile addensarsi tra il 1962 e il 1963 di eventi,

personaggi e scoperte capaci di cambiare il mondo, ma anche per la maniera con

cui ogni elemento di questa vicenda risultava via via intessuto con gli altri. Un

intreccio che sembrava quasi disegnato da un abile narratore – con un antefatto,

uno sviluppo e un epilogo – e che invece è risultato essere prova di una continuità

culturale, anche pop, in grado di miscelare il nostro presente con un domani visto

dal passato.

Era possibile che il futuro tecnologico che oggi viviamo, o anche la sua

semplice idea, esistesse già a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, e magari pure prima?

E ancora: in quell’epoca – nella quale il consumismo conviveva con l’incubo di

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una guerra nucleare, la nuova frontiera kennediana con il covare di quel che

sarebbe stato il Vietnam, il candore di Disneyland con l’asprezza delle lotte per i

diritti civili – in quella stagione così complessa, insomma, per quale motivo si era

trovato uno spazio per costruire o immaginare un futuro algido come quello di

una vita in piacevoli residenze, abitate da famiglie felici, e dotate di ogni servizio

che le liberasse dagli affanni del lavoro, del traffico, del ménage domestico e dello

studio grazie al telefono? Che impatto avevano avuto, specularmente, tutte quelle

previsioni in un’Italia uscita dal dopoguerra? Quale ruolo avrebbe infine giocato

la Penisola, ammesso ne avesse uno – e che poi ebbe – in questa pre-visione del

futuro dal passato? Esisteva un qualche spirito critico nei confronti di questo

fiabesco e rassicurante small world di un celebre motivetto disneyano?

Man mano che trascorrevano i giorni all’inizio degli anni ’60, visti con occhio

contemporaneo, emergeva che quel futuro si è realizzato secondo percorsi, quelli sì,

allora imprevisti. Ma, paradossalmente, con la concretizzazione di quella profezia

globalizzante, non solo si è accorciata la nostra percezione di storia, bensì si è insieme

ridotta, fino a quasi sparire, la nostra percezione del domani. Un processo che, tra

l’altro, ha prima visto cancellare il futuro come tempo, riducendolo concettualmente

a luogo. Era l’America della Space Age, della scienza e della tecnologia narrata, per

esempio, da Oriana Fallaci in Se il sole muore 15 . E ora, perdendone pure la

localizzazione, si disperde in un “ovunque” purché interconnesso.

Il futuro è sempre esistito è un titolo che aleggiava insistentemente tanto più si

scavava in quel passato. Ma c’è da chiedersi pure se, oggi, il futuro esisterà ancora.

Troppo veloce e ricco di variabili è il cambiamento, al pari di organismi e funzioni

la cui evoluzione emerge dal basso in maniera rapidissima, complessa e

incontrollabile. Un processo che si spinge fino a impadronirsi di noi, facendoci

arrivare a dubitare se gli sopravvivremo, come nella splendida metafora

dell’innovazione narrata da Michael Crichton in Preda 16 .

Un avvenire, in effetti, potrebbe essere immaginato non più come capacità di

interconnettere – prima la rete ferroviaria, poi quella telefonica, quindi il web – ma

come quella di comprendere l’eccesso di informazione, i Big Data che coagulano

in qualche punto della rete. Questo riapre, però, una vecchissima diatriba tra

apocalittici e integrati (se la semplificazione è consentita), una controversia tra

visioni pessimistiche e ottimistiche che, anche quella, “è sempre esistita” e che

dovremmo magari poter superare ricorrendo a un approccio laico al (breve) futuro

che riusciamo a pensare.

Per sua natura il domani, come “luogo”, ha sempre avuto bisogno di una

narrazione che lo rappresentasse declinata in una qualche forma espressiva: dal

design fino ai racconti di fantascienza. Altrimenti, il futuro non sarebbe potuto

esistere.

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Ma pian piano che si entrava nei laboratori di ricerca degli anni ’50, negli uffici

degli addetti alle pubbliche relazioni dei primi anni ’60 o tra gli scaffali dei

collezionisti di science fiction (sci-fi) prendeva corpo l’ipotesi che non solo le

elaborazioni dell’immaginario – tanto nei prodotti che nelle narrazioni – ma pure

concrete e palpabili tecnologie di quella stagione hanno costituito l’occasione per

porre le basi culturali di come viviamo oggi, pur avvalendoci di altre commodity.

Quella che si racconterà, insomma, non è una storia delle tecnologie, è semmai

una storia degli usi (possibili) delle tecnologie e di quanto gli artefatti culturali

emersi all’inizio degli anni ’60 abbiano contribuito, grazie all’idea di futuro, a

caratterizzare il nostro presente. Lasciandoci sorpresi, come se fossero autentiche

profezie pronunciate in un passato remoto. Che invece, è poco più che ieri.

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Note

1

“Nel 2000 i telefoni faranno tutto loro”, “Trapani Nuova”, 26 giugno 1962, pag. 3.

2

La digitalizzazione del periodico è stata resa possibile grazie alla collaborazione di

Lorenzo Gigante con Giovanni e Laura Montanti, figli del fondatore e direttore del

giornale, Antonio Montanti, poi anche parlamentare tra le file del Pri. Cfr.

www.trapaninostra.it: http://www.trapaninostra.it/Edicola/Trapani_Nuova_1962_anno_04

_n_025.pdf

3

Luigi Grassia, “Un articolo del 1962 immaginava i cellulari multimediali”, “La

Stampa”, 13 aprile 2013, http://www.lastampa.it/2013/04/13/societa/un-articolo-delimmaginava-i-cellulari-multimediali-s8AUULoGOGtuaFtsF7ppHM/pagina.html.

4

Giovanni De Mauro, “Videofono”, “Internazionale”, 19 aprile 2013, Cfr.

http://www.internazionale.it/opinioni/giovanni-de-mauro/2013/04/19/videofono/.

5

“La Zagaglia” era una pubblicazione a cadenza trimestrale nata a Lecce nel marzo

1959 sotto la direzione di Mario Moscardino.

6

James E. Webb, “I programmi spaziali americani per il progresso delle scienze (II)”,

“La Zagaglia”, anno VI, n. 21, marzo 1964, pag. 20-21.

7

James E. Webb, “I programmi spaziali americani per il progresso delle scienze (I)”, “La

Zagaglia”, anno V, n. 19, settembre 1963, pag. 263.

8

“Passeggiata in autobus attraverso la città”, “Trapani Nuova”, 26 giugno 1962, pag. 4.

9

James E. Webb, “I programmi spaziali americani per il progresso delle scienze (I)”, “La

Zagaglia”, anno V, n. 19, settembre 1963, pag. 275-276.

10

Poletti era stato ricevuto da papa Giovanni XXIII, mentre il progetto della New York

World’s Fair era stato presentato in una conferenza alla stampa italiana.

11

Brani da “Nel 2000 i telefoni faranno tutto loro”, “Trapani Nuova”, 26 giugno 1962,

pag. 3. Cfr.http://www.trapaninostra.it/Edicola/Trapani_Nuova_1962_anno_04_n_025.pdf.

12

Brani da “Voleranno nello spazio con i satelliti spettacoli tv e dialoghi al telefono”,

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“Stampa Sera”, 20-21 ottobre 1961, pag. 3.

13

Il ritaglio di “Trapani Nuova” è stato oggetto di numerose condivisioni su Facebook,

tra cui quella di Mario Gerosa dalla quale si è preso spunto per questa ricerca, mentre

l’articolo di “Stampa Sera” è frutto di una ricerca nell’archivio storico del giornale torinese.

14

Stephen King, 22/11/’63, Sperling & Kupfer, 2011.

15

Oriana Fallaci, Se il sole muore, Rizzoli, 1965.

16

In un laboratorio del Nevada – immagina Crichton – viene brevettato uno sciame di

nanoparticelle dotate di un’intelligenza evolutiva che sfugge al controllo dei suoi creatori

iniziando a muoversi in modo autonomo, evolvendosi e attaccando l’uomo. Michael

Crichton, Preda, Garzanti, 2003.

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