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Art&trA Rivista Ago/Set 2018

Rivista d’arte, cultura e informazione

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2.0

aCCa edizioni Roma Srl

anno 10° - agoSto / SetteMbRe 2018

77° bimestrale di arte & Cultura - € 3,50

Speciale:

“KARL PLATTNER”

Una vita intensa e movimentata per l’arte

di Fulvio Vicentini

Ciro

Palumbo

in mostra a

Milano e Roma

Art&Vip

intervista a Pamela Camassa


aNtoNIo MURgIa

“SUPPOSED TENDERNESS” - cm 100 x 100

Galleria Ess&rrE

Porto Turistico di Roma - 00121 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - loc. 876

cell. 329 4681684 - www.accainarte.it - acca@accainarte.it

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Capo Redattore: Roberto Sparaci

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Dott.ssa Paola Simona tesio

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Fotocomposizione: a cura della Redazione

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Pubblicazioni:

aNNUaRIo D’aRte MoDeRNa

“artisti contemporanei”

RIVISta: bIMeStRaLe art&tra

Registrazione: tribunale di Roma

Iscrizione Camera di Commercio di Roma

n. 1294817

1ª di copertina: Ciro Palumbo

Courtesy: Ciro Palumbo

2ª di copertina: antonio Murgia

Courtesy: galleria ess&rre

3ª di copertina: art&tra

4ª di copertina oltrelarte (Fiera di Roma)

Courtesy: Fiera di Roma

Copyright © 2013 aCCa edizioni Roma S.r.l.

riproduzione vietata

ACCA EDIZIONI ROMA Srl

S o M M a R I o

RUbRICHe

a g o S t o - S e t t e M b R e 2 0 1 8

Picasso - Metamorfosi (Palazzo Reale - Milano) Pag. 12

di Silvana gatti

Canaletto a Palazzo braschi a Roma Pag. 24

di estemio Serri

Liù bolin “L’uomo invisibile” Pag. 35

di Marina Novelli

Il doppio ritratto del giorgione Pag. 40

di Marina Novelli

Carsten Paulsen: “Il mio cuore è nel lago” Pag. 62

Intervista a Claudia Casali a cura di Marilena Spataro

theodore gèricault - La zattera della medusa Pag 66

di Francesco buttarelli

Due min. di arte “La storia della PoP-aRt” Pag 70

di Marco Lovisco

eternal City ...uno scrigno di bellezze Pag. 78

di Marina Novelli

Le Mostre in Italia e Fuori Confine Pag. 82

a cura di Silvana gatti

Nel segno della musa “Ritratti d’artista” Sergio Monari Pag. 88

di Marilena Spataro

Il fascino delle asimmetrie congruenti Pag. 92

di Roberto grandicelli

Libri d’arte in vetrina (Karl Plattner 100) Pag. 108

di Fulvio Vicentini

Post Zang tumb tuuum - art Life Politics Italia 1918-43 Pag. 124

di Lara Petricig

La forza degli dei e degli eroi Pag. 8

a cura di amedeo Demitry

tempus time - Marco Lodola - giovanna Fra Pag. 18

a cura di Luca beatrice

Maurizio Romà (orizzonti di senso tra bianco e ...) Pag. 45

testo critico di Paola Simona tesio

art City estate 2018 Pag. 50

di Marina Novelli

Le olearie di Urbano II Pag. 54

di Marina Novelli

art&Vip - Intervista a Pamela Carmassa Pag. 56

a cura della Redazione

Miriam Ferrucci (galleria ess&rre) Pag. 60

di Silvana bonfili

Il mondo enigmatico di giovanni Masuno Pag. 74

di Svjetlana Lipanovic

L’arte poetica di Stjepko Mamić e Davor Vuković Pag. 99

di Svjetlana Lipanovic

Logos Contemporary art Summer time Pag. 103

di alberto gross

art&event Pag. 116

a cura della Redazione

I tesori del borgo - brisighella terra d’incanto Pag. 119

di Marilena Spataro


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attività e d è a disposizione di chiunque voglia tenersi

aggiornato sul mondo dell’arte con una moltitu dine di

notizie che verranno continuamente pubblicate.


8


10


www.tornabuoniarte.it

“Latente-81” - 1981 - pittura e collage su carta intelata - cm. 210 x 207

Emilio Vedova

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 - info@tornabuoniarte.it

Milano 20121 - Via Fatebenefratelli, 34/36 - Tel. +39 02 6554841 - milano@tornabuoniarte.it

Forte dei Marmi 55042 - Piazza Marconi, 2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeimarmi@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055 2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


12

PICaSSo

Metamorfosi

Palazzo Reale, Milano Dal 18 ottobre

2018 al 17 febbraio 2019

“Se tutte le tappe della mia vita potessero essere rappresentate come punti su

una mappa e unite con una linea, il risultato sarebbe la figura del Minotauro”.

Pablo Picasso, Minotauromachia (1935)

A cura di Silvana Gatti

Lautunno milanese si apre

con la mostra Picasso Metamorfosi

in programma dal ’

18 ottobre a Palazzo Reale.

Artista di fama mondiale, in

questa rassegna il suo percorso

artistico viene affrontato da una

particolare prospettiva che analizza il

suo rapporto con il mito e l’antichità.

Promossa e prodotta da Comune di Milano

- Cultura, Palazzo Reale e MondoMostreSkira,

la mostra è curata da

Pascale Picard, direttrice dei Musei civici

di Avignone. Il progetto, tappa milanese

della grande rassegna europea

Pablo Picasso

Il bacio, 1969

olio su tela, 97x130 cm

Paris, Musée National Picasso

Credito fotografico: © RMN-Grand Palais

(Musée national Picasso-Paris) /Jean-Gilles

Berizzi/ dist. Alinari

© Succession Picasso, by SIAE 2018

triennale Picasso-Méditerranée, promossa

dal Musée Picasso di Parigi con

altre istituzioni internazionali, presenta

circa 200 opere tra lavori di Picasso e

opere d’arte antica cui il grande maestro

si è ispirato, provenienti dal Musée

National Picasso di Parigi e da altri importanti

musei europei come, tra gli

altri, il Musée du Louvre di Parigi, i

Musei Vaticani di Roma, il Museo Archeologico

Nazionale di Napoli, il Musée

Picasso di Antibes, il Musée des

Beaux-Arts di Lione, il Centre Pompidou

di Parigi, il Musée de l’Orangerie

di Parigi, il Museo Picasso di Barcellona.

Il progetto continua il percorso di

approfondimento sull’artista intrapreso

da Palazzo Reale nei decenni, ciclo di

eventi su Picasso che ha cementato il

rapporto tra il maestro spagnolo e Milano

sin dall’esposizione di “Guernica”

nella Sala delle Cariatidi nel 1953;

seguì, a distanza di un cinquantennio,

una grande antologica nel settembre

2001, organizzata con la collaborazione

degli eredi dell'artista; infine la rassegna

monografica del 2012, che documentò

l’ampio spettro di tecniche e

mezzi espressivi che caratterizzano la

produzione dell’artista spagnolo.


Pablo Picasso

Busto di donna, 1931

cemento, 78x44,5x50 cm

Paris, Musée National Picasso

Credito fotografico:© RMN-Grand Palais (Musée

national Picasso-Paris) /Adrien Didierjean/ dist. Alinari

© Succession Picasso, by SIAE 2018

In questa rassegna sarà l’antichità

nelle sue diverse espressioni artistiche

ad essere reinventata nelle

opere di Picasso. Nelle sei sezioni

della mostra i visitatori

vedranno le opere del grande

artista accostate a quelle di

arte antica - ceramiche, vasi,

statue, placche votive, rilievi,

idoli, stele - che lo hanno ispirato

e profondamente influenzato.

L’arte di Picasso parte dalla

formazione classica, avendo

incamerato gli archetipi della storia

dell’arte, da cui la sua genialità

estrapola forme idonee alla metamorfosi

del linguaggio artistico verso

nuove strade già aperte da Ingres

e Rodin.

Il percorso della mostra si apre con

il confronto dei tre artisti sul tema

del bacio, con alcuni dipinti di Picasso

affiancati a due opere emblematiche:

“Il bacio” di Rodin e “Paolo

e Francesca” di Ingres.

“Il bacio” di Auguste Rodin

nasconde una storia struggente.

L’artista ha infatti

immortalato Paolo e Francesca,

gli amanti per eccellenza,

citati nel canto

V dell’Inferno di Dante.

Amanti clandestini,

furono sorpresi dal marito

di lei che li uccise.

Nell’episodio infernale

è solo Francesca a parlare

a Dante, mentre Paolo

piange al termine del

racconto della donna. Le

due anime volano affiancate

nella bufera che trascina

i corpi dei lussuriosi in

eterno. Nel 1887 Rodin espone per

la prima volta a Parigi alla galleria

Georges Petit, poi a Bruxelles, il

gruppo del Bacio, commissionato

dallo Stato nel 1888 in marmo, per

l’Esposizione universale del 1889.

Realizzato con la tecnica michelangiolesca

del “non finito”, Rodin ha

donato ai corpi, nudi e avvinghiati

l’uno all’altra, una tale potenza che

la materia sembra prendere vita. Il

visitatore viene rapito dalla bramosia

delle mani che affondano nella

carne, braccia che cingono i corpi e

bocche che si uniscono in un bacio

appassionato. I volti non sono definiti

e la loro individualità viene assorbita

da questa fusione che li vede

figli dello stesso blocco di marmo.

Mentre Dante dà ai due innamorati

un nome, Rodin li raffigura con il

volto nascosto, affinché ognuno di

noi possa immedesimarsi. Ingres dedica

all’episodio dantesco di Paolo e

Francesca diverse opere che contengono

una nuova concezione del concetto

di passione amorosa. Ingres

segna, di fatto, nella storia del costume

amoroso e dell’arte, il cambiamento

dell’idea di passione e

dell’etica sentimentale lungo il periodo

ottocentesco, epoca nella quale

la Divina Commedia fu al centro

di un vasto recupero. è il concetto

dell’amore illecito che viene messo

in discussione, in quanto la pulsione

erotica vince sulla ragione, ed il

confronto con Picasso documenta

come il suo stile sia profondamente

innovativo pur trattando lo stesso

tema. Le diverse versioni de “Il bacio”

presenti in mostra sono unite da

una forte tensione erotica che Picasso

declinerà per tutta la sua carriera,

dal 1899 sino al 1970. Questa

pulsione evidenzia il suo rapporto

con l’universo femminile.

La ricerca estetica di Picasso sfocia

in raffigurazioni di esseri fantastici

presenti nel repertorio mitologico,

con figure ibride lacerate tra umano

e animale, bene e male, vita e morte.

Il Minotauro, elemento mitologico

nato a Creta dall’amore tra una donna

e un toro, è la figura più simbolica

di Picasso nelle opere realizzate

negli anni Trenta, presente su molti

disegni e stampe. La leggenda vuole

il Minotauro prigioniero nel labirinto

costruito da Dedalo e nutrito

con giovani donne e uomini sacrifi-


14

Pablo Picasso

Portafiori a forma di uccello,

1950-1951

ceramica, 39,5x40x19 cm,

ingombro base diametro 13 cm

Collezione privata

Credito fotografico:

Maurice Aeschimann, 2018

© Succession Picasso, by SIAE

2018

cati. L’essere mostruoso rappresenta la

dualità dell’essere umano. Eseguito durante

uno dei periodi più difficili della

sua vita, “Minotauromachia” è un’opera

catartica che rappresenta il dolore

e la sofferenza dell’artista. La fine del

matrimonio con Olga, a causa della relazione

con Marie-Thérèse, il cui viso

ritroviamo nelle donne affacciate alla

balconata, trova nella figura ambivalente

dell’uomo-toro la metafora drammatica

della vita di quegli anni. Il Minotauro

diventa, nella produzione artistica

di Picasso, un motivo ricorrente,

presente anche nella celeberrima “Guernica”.

Le scene di “Minotauromachia”,

per la loro drammaticità, riportano alla

mente le opere di Goya e preannunciano

i tragici eventi spagnoli. Le o-

pere di Picasso sono popolate da Fauni

maschi e femmine - rappresentati nei

disegni a penna e inchiostro “Fauno,

cavallo e uccello” (1936) e “Fauno”

(1937) e nel celebre olio “Testa di

Fauno” (1938). La figura di Arianna,

simbolo della bellezza che rappresenta

il rinnovamento tra tradimento e idillio

amoroso, suggerisce l’idea di una rinascita

perpetua e ciclica. L’artista sviluppa

temi che gli sono particolarmente

cari: il Minotauro, l’arena, la

guerra, la passione amorosa e la perpetua

ebbrezza della vita. Il fascino di

Arianna è presente in diverse opere

rappresentando le varie sfaccettature

dell’amore: dall’erotismo sereno alle

cupe fantasie sul rapimento e lo stupro

cui rimandano gli esseri ibridi che la

affiancano. Esempi di questa trasposizione

sono l’acquaforte “Ragazzo pensieroso

che veglia su una donna dormiente

al lume di candela”(1934); i disegni

a matita “Due figure” (1933);

“Donna con le braccia incrociate al di

sopra della testa” (1939) e i vari nudi

femminili: gli olii “Nudo sdraiato”

(1932) e “Nudo con un bouquet di iris

e uno specchio” (1934) e i disegni a

penna e inchiostro “Lo scultore e la sua

modella” (1931), “Nudo che si pettina”

(1954), “Baccanale” (1955). Picasso

visita regolarmente il Louvre dal 1901

e proseguirà le sue visite anche dopo la

seconda guerra mondiale, lasciandosi

ispirare dalle figure dei bassorilievi

greci per il suo dipinto “Donna seduta”

(1920), come per il “Nudo seduto su

una sedia” (1963), per il suo bronzo

“Uomo stante” (1942), l’olio su cartone

Studio per “Il moscoforo” reinterpretato

con un linguaggio innovativo

lontano delle statue ellenistiche. “La

fonte” (1921), si ispira a una personificazione

del fiume Nilo conservata al

Campidoglio a Roma ma il titolo rimanda

anche a un dipinto di Ingres, e

sfocerà - sempre nel 1921 - nei dipinti

delle “Tre Donne alla fonte”, il cui soggetto

è ispirato da una pittura di un

vaso greco conservato al Louvre.

Al Louvre l’artista scopre i periodi arcaici

e la pittura geometrica dei vasi

greci d’epoca, la cui estrema stilizzazione

lo affascina. Con le “Demoiselles

d’Avignon” (1907), opera riconosciuta

come il manifesto di una nuova estetica,

Picasso si allontana dai dettami

accademici. L’opera, conservata al

MoMA, raffigura cinque prostitute e

quando fu esposto per la prima volta

nel 1916, il quadro fu tacciato di immoralità.

Le figure osservate al Louvre

sono contorniate da motivi che

hanno un ruolo importante nel processo

di elaborazione delle “Demoiselles

d’Avignon” come dimostrano i vari

studi di nudi a matita esposti in questa

mostra, ma anche gli olii “Nudo seduto”

(1906-1907), “Piccolo nudo seduto”

(1907), le sculture in legno “Tre


Pablo Picasso

La donna in giardino, 1930

ferro saldato e dipinto in bianco, 206x117x85 cm

Paris, Musée National Picasso

Credito fotografico:© RMN-Grand Palais (Musée national Picasso-Paris)

/Adrien Didierjean/ Mathieu Rabeau/dist. Alinari

© Succession Picasso, by SIAE 2018

nudi” (1907), che evolvono poi nelle

sculture filiformi in legno “Donna seduta”,

“Donna stante” (1930) che annunciano

i lavori di Giacometti, ma si

ispirano ai bronzi dell’arte etrusca.

L’arte greca cicladica pervade inoltre

il magnifico dipinto “Nudo seduto su

fondo verde” (1946) o ancora la serie

in bronzo “I Bagnanti” (1956). Picasso

si è inoltre ispirato alla sua collezione

di oltre novanta pezzi di ex voto iberici

in bronzo, di cui vari esempi sono

esposti per la prima volta in questa

mostra.

Il percorso della mostra comprende

anche il Picasso grafico, creatore di

“libri d’artista” che nella prima metà

del ’900 arricchirono i più importanti

editori dell’epoca. 90 tavole originali

e litografie documentano questo lato di

Picasso, illustratore di opere quali “Le

metamorfosi” di Ovidio o “Il capolavoro

sconosciuto” di Honoré de Balzac.

In contatto con l’ambiente poetico

e letterario del suo tempo, Picasso illustrò

molti libri di scrittori suoi amici,

quali Max Jacob, Tristan Tzara, Paul

Eluard, Jean Cocteau, ma senza dimenticare

i capisaldi della letteratura

classica. Molte delle

sue creazioni nacquero

da scambi culturali

con gli autori,

dove letteratura

e pittura si fondono

inscindibilmente.

Le tavole rappresentano

una panoramica

delle tematiche

predilette dell’artista

spagnolo, dalla

mitologia all’erotismo,

dalla creazione

artistica alla tauromachia,

ed esprimono

un’intensa forza

emotiva. La raccolta

mette in evidenza

il Picasso grafico, inesauribile

sperimentatore di varie tecniche quali

l'acquatinta, la puntasecca, il bulino, la

xilografia. Spesso l’artista stampava autonomamente

le sue opere, producendo

nella sua vita più di 2500 incisioni,

affermandosi come il maggiore incisore

del XX secolo.

La bellissima scultura “La donna in

giardino” (1932), in ferro saldato utilizzato

come materiale di riciclo e volutamente

dipinta di bianco come un

marmo, introduce le “Metamorfosi” di

Ovidio, di cui Picasso illustra nel 1931

una celebre edizione pubblicata da Albert

Skira e di cui Skira, in occasione

della mostra, riediterà la copia anastatica.

L’importanza dell’acquaforte nell’opera

di Picasso, applicata all’edizione

a stampa, permette qui di approdare

al libro d’artista. La bassa tiratura

delle opere e il modo in cui Picasso incide

la lastra di rame con un semplice

segno risulta concorrenziale al disegno.

Le scene immaginate da Picasso

accompagnano il testo e sottolineano

l’importanza della fonte letteraria nell’interpretazione

che ne propone l’artista.

Ambroise Vollard, noto mercante

d'arte a cavallo tra il XIX e il XX secolo,

nel 1900 inizia la sua attività di

editore di libri illustrati e opere stampate

in cartelle, e pubblica un lavoro

di Picasso, noto come Suite Vollard, di

cui saranno esposti alcuni fogli. Qui

l’artista veste il ruolo dello scultore al

lavoro con la modella evocando il mito

di Pigmalione, scultore dell’isola di

Cipro, che plasma una statua di donna

di bellezza ideale di cui si innamora,

soggetto amato da Picasso. La mostra

si chiude con la sezione sulla ceramica,

scoperta da Picasso nel dopoguerra,

che inaugura un nuovo capitolo

dei suoi collegamenti all’arte antica

che lo porta a scoprire il potenziale artistico

della terracotta dipinta, trasformando

oggetti d’uso comune in vere e

proprie opere d’arte in cui il ceramista

e il pittore creano insieme in studio. è

la ceramista Suzanne Ramier a spingere

Picasso alla ricerca di nuovi profili

di vasi, stimolando la consultazione

dei reperti archeologici, evocando

in Picasso il ricordo di Pompei e rivelando

il suo gusto per tutte le forme artistiche

provenienti dall’ambiente romano.

Picasso ricicla in studio vari

materiali come frammenti di contenitori

culinari e di piastrelle per arrivare

a esiti straordinari come nelle terrecotte:

“Vaso, donna con la mantella”

(1949), “Frammento di pignatta decorato

con un viso” (1950), “Musico seduto”

(1956), “Suonatore di flauto doppio

seduto” (1958); o nelle bellissime

ceramiche “Vaso tripode con viso di

donna” (1950), “Portafiori a forma di

uccello” (1950-1951), “Brocca con toro”

(1957). Una mostra da non perdere, Picasso

Metamorfosi, che documenta un

artista mondiale alla luce delle fonti

antiche che ne hanno ispirato l’opera,

svelando il filo rosso che lega l’Antichità

all’arte del XX secolo.


18

Marco Lodola – giovanna Fra

tempus – time

a cura di Luca Beatrice

Unione tra passato e contemporaneo

è la mostra

“Marco Lodola –

Giovanna Fra.

Tempus – Time” a

cura di Luca Beatrice,

esposta presso la Reggia di Caserta dal 14

giugno al 15 settembre.

L’esposizione, organizzata da Mary Farina,

anche ideatrice del progetto, e da

Augusto Ozzella, con la collaborazione

della galleria Deodato Arte, gode del patrocinio

del Comune di Caserta, del

Madre – fondazione donnaregina per le

arti contemporanee e di Confindustria

Caserta.

Il titolo della mostra è un voluto riferimento

al trait d’union che Marco Lodola

e Giovanna Fra, grazie alle loro opere,

creano fra il Tempus, la dimensione temporale

legata all’antichità, al classico, alla

storica sede espositiva e il Time, sintesi

del mondo contemporaneo. Sottolinea

Mauro Felicori, direttore della Reggia di

Caserta: “La mostra si inserisce nell’importante

storia del rapporto della Reggia

con l’arte contemporanea e con la variegata

polifonia dei suoi linguaggi, un dialogo

lungo e intenso che si è rinnovato

costantemente nel corso degli anni nel

confronto continuo e forte, sentito tra

epoche e stili, che rende sempre attiva e

feconda la vita di uno spazio museale così

significativo”.

Il percorso espositivo si compone di una

selezione di opere dei due artisti, che

dall’ingresso si snoda negli spazi interni,

nel parco reale, fino ad arrivare agli appartamenti

del piano nobile. L’immenso

parco della sontuosa villa, nel raggio di

un chilometro, è punteggiato da oltre

venti monumentali sculture luminose di

Marco Lodola che rappresentano alcuni

dei suoi soggetti tipici, uomini e donne,

ballerini, danzatrici, animali, figure reali

e immaginarie, che metaforicamente partecipano

a una festa di corte. Questi lavori,

oltre al forte impatto creato grazie

alla loro imponenza e alla vivacità dei colori,

si caratterizzano per la loro peculiarità:

l’emanare luce, che genera dinamismo,

potenza, vitalità; qualità che non

riguardano solamente le opere in sé, ma

che vengono trasmesse anche all’am-


iente circostante.

Le installazioni di Lodola appaiono in

grande sintonia con le tele di Giovanna

Fra che accolgono il visitatore negli appartamenti

reali e, caratterizzate da un

forte cromatismo, incarnano perfettamente

quell’arte contemporanea in cui la contaminazione

di tecniche e la sperimentazione

sono elementi imprescindibili.

L’artista si misura con lo spazio interno e

l’architettura vanvitelliana, reinterpretando

nelle sue opere i motivi decorativi

settecenteschi, arazzi, carte da parati, arredi

Barocchi e Neoclassici, attraverso il

linguaggio segnico, costituito da tracce di

colore dalle forme imprevedibili e uniche,

da textures astratte che si intrecciano

con le trame del supporto digitale. I suoi

lavori di matrice informale abbandonano

infatti i mezzi tradizionali e, partendo da

frame fotografici stampati su tela, Giovanna

Fra arriva al risultato finale, percorrendo

un cammino a ritroso, che la

conduce a terminare l’opera con delle

pennellate tradizionali, un’ulteriore dimostrazione

del legame fra tempus e time

e nel caso specifico del “passaggio da

time a tempus”.

Seppure provenienti da formazioni diverse

i lavori di Marco Lodola e Giovanna

Fra creano un profondo dialogo e

si completano vicendevolmente, ma soprattutto

instaurano un forte legame con

il luogo che li ospita, come afferma Luca

Beatrice nel testo dedicato alla mostra:

“Dialogare con stucchi, decorazioni, pitture

di genere e, soprattutto, con un’architettura

di inestimabile pregio può costituire

infatti una sfida ardua eppure

affascinante per gli artisti contemporanei,

a partire dall’utilizzo di materiali anomali

che solo da poco sono entrati nel novero

appunto dell’artisticità. Senza contare volumi,

cubature e l’immensità di un parco

che farebbe spaventare chiunque. […]

Realizzare un cortocircuito visivo tra il

tempus e il time, ovvero il passato e il

presente, è rischio che l’arte di oggi sente

di correre con sempre maggior frequenza.

Ora, in particolare, tra pittura, elaborazione

digitale, plastica e luce”.

La mostra è accompagnata da un catalogo

edito da Skira, con un vasto repertorio di

immagini,


20

il testo del curatore Luca Beatrice e numerosi

interventi fra cui quelli di Renzo Arbore,

Aldo Busi, Lorenzo “Jovanotti”

Cherubini, Piero Chiambretti, Roberto

D’Agostino, Salvatore Esposito, Ciro Ferrara,

Antonio Stash Fiordispino, Enzo Iacchetti,

Max Pezzali, Andrea Pezzi, Red

Ronnie e di critici illustri quali Achille Bonito

Oliva, Philippe Daverio, Gillo Dorfles,

Martina Corgnati, Vittorio Sgarbi.

Cenni biografici.

Marco Lodola nasce a Dorno (Pavia), frequenta

l'Accademia di Belle Arti di Firenze

e di Milano. Successivamente,

all'inizio degli anni '80, si affianca al

nuovo futurismo. Si avvicina presto all'uso

di materiali plastici che sagoma e colora

con una tecnica personale, l’evoluzione

della sua ricerca lo porta ad inserire fisicamente

la luce nei suoi lavori: nascono le

sculture luminose, che caratterizzeranno

tutta la produzione artistica. Le sue opere

sono presenti in vari musei, ha inoltre realizzato

scenografie per film, trasmissioni,

concerti ed eventi. In particolare è stato attivo

nella moda e nel teatro. Fra le numerose

mostre, si ricorda la sua presenza al

Padiglione Italia della 53ª Biennale di Venezia

con un'installazione luminosa e alla

54ª Biennale di Venezia con il progetto a

cura di Vittorio Sgarbi “Cà Lodola”.

Giovanna Fra nasce a Pavia, si diploma

in pittura all’Accademia di Belle Arti di

Brera, con una tesi su John Cage ed il rapporto

tra arte e musica. La sua visione

creativa ha privilegiato la fisicità dinamica

del colore in relazione alle diverse consistenze

della materia, fissando nell’immediatezza

del gesto attimi di vibrante

musicalità.

Recentemente è stata invitata ad esporre

al Friendschip project nel Padiglione della

Repubblica di San Marino per la 57° edizione

della Biennale di Venezia.


Cresciuta con la pittura astratta, guadagnando esperienza attraverso un'intensa attività

di restauratrice, conoscendo e sperimentando materiali sempre diversi, Giovanna Fra

ha radicalmente modifìcato il suo lavoro negli ultimi anni, quando ha superato quella

ricerca segnico-gestuale, durata a lungo, che l'ha posizionata nell'eredità culturale

dell'informale. Come molti artisti delle generazioni più recenti si è posta serie domande

sul destino della pittura o, meglio, su come la pittura oggi possa rivendicare il diritto

di cittadinanza a confronto con tecniche e linguaggi imposti dall'avanguardia. Non

esiste una ricetta particolare né una sola condizione applicabile, eppure è certo che la

pittura del terzo millennio non possa più fare a meno del confronto con i nuovi media

e il dominio della tecnologia liquida. Inventare non basta, attardarsi sulla soglia del

dipingere come reazione passatista non è più possibile. Per restare in piedi la pittura

si deve contaminare, abbandonare i mezzi tradizionali per entrare senza paura nell'immenso

archivio digitale a disposizione di tutti. Il pittore è oggi, più che altro, un ricercatore

di frame, un intellettuale armato di talento che compie una duplice o-

perazione rabdomantica e di selezione. Solo allora potrà piegare il risultato della propria

indagine alle coordinate dello stile. Fra ha mentalità e metodo del contemporaneo

e tali caratteristiche le va affinando sempre più. Un'occasione espositiva muove comunque

il pretesto per documentarsi sui caratteri del luogo che la ospita: ricerca di

colori, forme, immagini (forse meglio dire frammenti di immagini) assemblate, modifìcate,

distorte attraverso il virtuale che inventa una realtà che non c'è.

Eppure, mai dimenticandosi di essere un pittore, Giovanna ottiene il risultato fìnale

soltanto attraverso la manipolazione manuale delle proprie pennellate in un percorso

a ritroso, dunque sorprendente, perché dal time ritorna al tempus. In ciò sta la contemporaneità

della sua pittura: conoscere il presente, farsene affascinare senza diventare

vittima del contingente e della cronaca.

Luca Beatrice

La mostra di Marco Lodola e

Giovanna Fra si inserisce nell'importante

storia del rapporto

della Reggia di Caserta

con l'arte contemporanea e

con la variegata polifonia dei

suoi linguaggi, un dialogo

lungo e intenso che si è rinnovato

costantemente nel corso

degli anni nel confronto continuo

e forte, sentito tra epoche

e stili, che rende sempre

attiva e feconda la vita di uno

spazio museale così significativo.

In questo contesto, le o-

pere degli artisti hanno il potere

di rendere ancora più affascinante

la visita alla Reggia,

aumentando l'emozione

del percorso attraverso i suoi

tanti capolavori e amplificando

il senso di mistero e di

stupore che nasce grazie all'intreccio

dei suoi splendidi

spazi architettonici, delle sue

decorazioni e delle sue collezioni.

Siamo dunque felici di

collaborare a questa mostra

organizzata con Mary Farina

e Augusto Ozzella, un evento

che rappresenta senza dubbio

uno dei momenti più importanti

della nostra programmazione

espositiva di quest'anno

e un'occasione di sicura

rilevanza per una fruttuosa

collaborazione tra il

pubblico e il privato nel campo

dell'arte contemporanea.

In questo modo gli antichi e

magnifici ambienti della Reggia

di Caserta diventano lo

scenario perfetto per queste

opere multicolor, creando un

contrasto armonico tra la magnificenza

dell'architettura e

la contemporaneità delle o-

pere.

Mauro Felicori

Direttore della Reggia di Caserta


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24

Canaletto a

Palazzo braschi a Roma

…la bellezza del “ricongiungimento”!

di Marina Novelli

Blickling Hall, The Lothian Collection (National Trust)

La Habana (Cuba), Coleccion Museo Nacional de Belles Artes

“Chelsea da Battersea Reach”

Uno degli aspetti di maggiore

interesse e suggestione

di questa spettacolare

mostra del Canaletto

che ha avuto luogo

nelle sale di Palazzo Braschi,

a Roma, è stato il “ricongiungimento

artistico”, senza precedenti, della

meravigliosa opera che fu tagliata

(come sembra!) dal Canaletto stesso e

di cui è stata custodita una parte in Inghilterra

ed un’altra nell’Avana. Un

“riavvicinamento” delle sue due parti,

che originariamente erano una sola

grande opera e di dimensioni non indifferenti

e forse è questo il motivo per

cui il Canaletto non riusciva, secondo

alcune voci, a vendere, e che dopo circa

250 anni si sono ritrovate l’una accanto

all’altra, sotto gli occhi dei numerosi

visitatori che hanno potuto ammirarle.

L’opera che porta il titolo di

“Chelsea da Battersea Reach”, appartiene

al periodo londinese del pittore,

cioè intorno al 1751. La parte sinistra,

di provenienza anglosassone, appartiene

al Blickling Hall, National Trust

del Regno Unito; mentre la parte destra

proviene dal Museo Nacional De Belles

Artes dell’Avana e di Cuba. Nell’

opera sono raffigurati dei barcaroli e

ben riconoscibile, dall’altra sponda del

fiume, la Greenhouse dei Physic Garden

nonché il Royal Hospital di Chelsea.

Ma cerchiamo di ricostruire le ragioni

che forse indussero il nostro artista

a tagliare una opera così importante

e descrittiva; sembra infatti che il 30

luglio 1751, ingannato da alcune maldicenze

che mettevano in dubbio l’autenticità

della sua opera, egli, previo

annuncio sul giornale, invitò tutti nel

suo studio, affermando con determinazione

che “ho appena dipinto questa

veduta del Tamigi da Chelsea”. Inspiegabilmente

dell’opera però non si seppe

poi più nulla. Nel 1802, la parte destra

del dipinto (cm.95x127,5), ovvero

quella che oggi proviene da Cuba, andò

in asta da Christie’s. L’opera venne poi

attestata a Londra nel 1921 sebbene

non se ne siano mai conosciuti i proprietari,

ma solo nel 1951 venne acquistata

da un ricco cubano, proprietario

di ferrovie e commercio di zucchero,

dal nome Cintas Rodriguez e che morendo

nel 1957 lasciò la sua collezione


Roma - Santa Maria d’Aracoeli e il Campidoglio - 1720 ca. - Olio su tela

al Museo Nazionale di Cuba da cui

l’opera è stata prestata per la prima volta

in assoluto per questa importante

esposizione romana. Un diverso destino

ha avuto invece la parte sinistra

(cm.85x105,5) che nel 1931 risultò in

Scozia, proprietà di Philip Henry Kerr

- XI marchese di Lothian - che successivamente

acquistò Blickling Hall sul

Norfolk, dove attualmente il dipinto si

trova ancora, custodito dal National

Trust. C’è da considerare inoltre che

questa opera venne restaurata nel 2006

ed è il motivo per cui i colori ci appaiono

di gran lunga più vividi rispetto

all’altra. La mostra del Canaletto, inaugurata

l’11 aprile e che si è protratta

fino al 23 settembre 2018, rappresenta

un evento straordinario per Roma dato

che non si presentava una mostra di

tale rilevanza e bellezza da più di dieci

anni… mostra in cui sono stati esposti

dipinti, incisioni e disegni del più famoso

dei vedutisti settecenteschi oltre

che esportatore del mito di Venezia in

tutta Europa… ed è impressionante notare

quanto Roma fu visceralmente importante

per il Canaletto che seppe, nei

suoi soggiorni romani, coniugare non

solo il grande mondo classico ma anche

il grande mondo rinascimentale, diventando

esploratore della realtà quotidiana,

nonché degli effetti atmosferici

e della luce nelle sue variazioni. La

suggestiva opera che ritrae il Campidoglio

a quei tempi, risale al periodo degli

inizi della sua carriera e pieni di

suggestione narrativa sono infatti i panni

stesi che vediamo asciugarsi al sole!

Palazzo Braschi da due anni ha aperto

le porte a grandi mostre, possiamo infatti

annoverare quella di Artemisia

Gentileschi, di Piranesi, oltre ai Grandi

Artisti del Teatro dell’Opera ed ora…

Palazzo Braschi è riuscito ad incantare

tutti con questa splendida celebrazione

del 250° anniversario della morte del

grande pittore veneziano, presentando

il più grande nucleo di opere di sua

mano, mai esposte in Italia: 42 dipinti,

inclusi celebri capolavori, 9 disegni e

16 libri e documenti d’archivio. “Un

progetto questo” - ci ha illustrato Pietro

Folena in fase di conferenza stampa

- “nato più di due anni or sono…due

anni di intenso lavoro! è stato un percorso

molto complesso, ma che ab-


26

Il Prof. Vittorio Sgarbi durante un’intervista

La curatrice Bożena Anna Kowalczyk con il Prof. Sergio Bevilacqua

Il ricongiungimento dei due quadri

biamo voluto tenacemente si espletasse

in questo luogo, in quanto questo palazzo,

questo spazio espositivo, parla

proprio di questa epoca…il ‘700! Solo

qualche mese fa era stata dedicata una

mostra a Piranesi… quindi un discorso

continuo su questo periodo così importante,

su questo secolo, che è stato il

secolo dei lumi, ma anche il secolo del

teatro dei lumi, il secolo della musica,

il secolo dell’avvio delle grandi rivoluzioni

industriali, il secolo dell’affermazione

delle borghesie e…dedicare una

mostra a Canaletto vuol dire semplicemente

esporre le opere conosciute o celebrate...

o celebrate ma con l’ausilio

di un grande e scrupoloso discorso

scientifico che è stato quello della curatrice

Bożena Anna Kowalczyk. Nella

mostra, suddivisa in ben 9 sezioni, è

stato contrassegnato un percorso cronologico

che ci ha guidati alla scoperta

di come questo straordinario artista,

cominciando dall’arte e dall’arte artigiana

del teatro e degli scenari teatrali

appreso dal padre ed approdato poi a

Roma… se ne sia innamorato! Ma

sempre dipendente però da Venezia…e

per approdare poi successivamente, a

Londra… dando così inizio alla passione

inglese ed europea, ma le “tendenze”

italiane furono sempre di vitale

importanza per lui, sebbene stesse facendo

un percorso in una direzione europea,

e diventando così, fino in fondo,

un artista europeo internazionale. Ed è

davvero singolare che proprio in questa

cornice e con questi presupposti sia avvenuto

il “ricongiungimento”… ricongiugimento

artistico, senza precedenti

come quello della descrittiva opera che

fu separata, illustrata dalla curatrice

Bożena Anna Kowalczyk, che

con il suo linguaggio semplice

ma forbito e circostanziato, ha

descritto di come il Canaletto,

come quasi tutti i geni, morì povero,

lasciando un misero inventario

dei suoi beni in cui si legge

che lasciava “due stramazzi, pagliazzo,

tavole e cavalletti d’albeo,

due coperte, una imbottita,

altra filada, tutto vecchio”.

Struggente, aggiungiamo noi ripetendo

che come molti geni

morì in assoluta povertà… assoluta

miseria! “Disegnando le immagini

davanti ai suoi occhi con

l’ausilio della camera ottica che

sapeva usare molto bene e correggere

i difetti, o schizzando a mano libera

in un taccuino - affermava la curatrice

Bożena - Canaletto si è dimostrato

un artista moderno, uomo dell’illuminismo,

dotato di una creatività

spontanea, naturale e poetica, ma basata

su un lavoro costante e meticoloso”.

è stata questa mostra una o-

perazione estremamente complessa, dato

che le opere di Canaletto sono sparse

in tutto il mondo, e purtroppo, pochissime

in Italia… i Canaletto più belli e

più convincenti sono infatti nei musei

più lontani o disparati del mondo. Sono

state messe insieme opere provenienti

dagli Stati Uniti, dall’Avana, da Cuba,

dall’Inghilterra, dalla Russia… dal suo

capolavoro di grandezza del Puskin,

quindi sono state esposte opere che

raccontano il suo successo internazio-


Il Molo verso ovest, la Colonna di San Teodoro a destra - Venezia - olio su tela - 1738 ca.

Roma - Piazza Navona vista da Palazzo Braschi

nale… e globale, ma che evidentemente,

hanno richiesto un lavoro organizzativo

di dimensioni enormi. Solo

di trasporti - ha puntualizzato Pietro

Folena - la voce dei trasporti, solo dei

trasporti, incide del 55/70%... è stata

una grande impresa!” è stato ottenuto

inoltre un grande risultato da parte del

pubblico, un vero successo… una vera

sfida alla sorte!!! C’è una considerazione

a cui, io che scrivo non voglio né

posso rinunciare in conclusione e mi

riallaccerò pertanto ad una frase di Pietro

Folena… “e non ultimo questa straordinaria

vista che abbiamo!” Una facciata

di Palazzo Braschi aggetta infatti

su una ineguagliabile prospettiva di

Piazza Navona e, se i numerosi gruppi

di visitatori, turisti, studiosi ed estimatori

erano intenti ad osservare le sue

opere straordinariamente prospettiche,

la descrizione pittorica dei personaggi

intenti nel loro fare quotidiano, immortalati

nelle loro movenze dinamiche,

pose e gesti ricche di storia… stupore

che per molti di noi è stata una “profonda

commozione”, ma…mi domando,

cosa guardavano i quadri? Sì, le

opere esposte del Canaletto, intendo, se

non la spettacolare e suggestiva prospettiva

di Piazza Navona che si domina

da alcune delle finestre di Palazzo

Braschi?


28

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Liu Bolin

…“ l’uomo invisibile”

di Marina Novelli

Jr attraverso gli occhi di Liù Bonin

2012

Si è conclusa a Roma, al

Complesso del Vittoriano,

Ala Brasini, la mostra di

Liu Bolin che ha ripercorso

la sua carriera artistica, sempre

sorprendentemente cosparsa

dai suoi celebri “camouflage”.

Nel 2005, l’amministrazione di Pechino

ordina di abbattere il quartiere in cui risiedono

molti artisti… il quartiere Swojia

Village; artisti che esprimevano un

comportamento non in linea con gli stilemi

governativi. Liu Bolin, con l’entusiasmo

e l’energia tipici di chi è all’inizio

della sua attività artistica, si fa

fotografare mimetizzandosi con le macerie

del suo studio… foto che divulgherà

successivamente, e che segneranno

l’incipit della sua carriera successiva,

contrassegnata da un crescente

successo. Liu Bolin nasce nel 1973 nella

provincia settentrionale dello Shandong,

per fornarsi poi nella prestigiosa

Accademia Centrale d’Arte Applicata

ed appartenente alla generazione che divenne

più matura nei primi anni Novanta,

quando la Cina risorse dalle ceneri

della Rivoluzione Culturale, ed era

agli esordi di una rapida crescita economica

ed una stabilità politica. Egli esercita

la sua attitudine artistica come scultore,

fotografo nonché performer e gli

venne dato l’appellativo di “the invisible

man” data la sua tendenza a mimetizzarsi

nell’ambiente circostante. Nella

mostra al Vittoriano, curata da Raffaele

Gavarro, sono state esposte ben oltre 70

opere… davvero una grande mostra antologica!

Opere, talvolta, di dimensioni

imponenti attraverso le quali Bolin ha

espresso il suo obiettivo principale che

è sempre stato quello di comunicare immagini,

spesso contraddistinte da colori

molto vividi e sgarcianti, dei suoi messaggi

sociali spesso dissacranti… se non

estremamente ironici! Un modo questo,

attraverso il quale, critica gli aspetti politici,

denunciando fermamente la censura.

Conscio della sua grande creatività

non fa economia di mezzi, egli infatti si

esprime brillantemente, come abbiamo

già detto, attraverso la pittura, l’installazione

nonché la fotografia sempre con

grande padronanza dei mezzi. Osservando

le sue opere in mostra, ci si è trovati

difronte a importanti e famosi monumenti,

opere d’arte, enormi scaffali


36

Colosseo n. 2 Roma 2017

da supermercato stracolmi di generi

alimentari nonché bevande di ogni tipo,

imponenti librerie, interni di teatri

visti dal palcoscenico dove le poltrone

vuote giocano un ruolo da protagoniste,

oppure immagini che ritraevano

orde di immigrati dall’aspetto “sfidato

e dimesso”, e non ultimo… immense

montagne di rifiuti!!!... ma sempre, e

soltanto con la sua immagine posta al

centro… quasi “mimetizzata”!!! In virtù

di queste originali trovate, la sua

fama cresce sempre più! Le sue immagini

- … a volte stucchevoli! - diventano

anche una sorta di icona per i

grandi brand. Lo troviamo quindi come

icona di Monclear, che lo utilizzerà

per diverse stagioni, Tod’s, Ferrari e

numerosi altri. Un camouflage di grande

effetto visivo e cromatico… sempre

smaglianti sono infatti i suoi colori…

ma a volte anche “tetri e uggiosi”da

cui trasuda un senso di angoscia, e che

hanno visto sempre il suo corpo e la

sua figura fondersi sapientemente con

l’ambiente circostante. Queste opere

sono state in grado di far trasparire non

solo una forma di “autoprotezione”,

come si è visto nel “mimetismo” animale,

ma quasi un grido… un urlo che

dichiara la perdita di identità dell’uomo

contemporaneo, affrontando con

determinazione il tema della “libertà

dell’arte”. Di grande interesse il commento

del curatore della mostra Raffaele

Gavarro… “Essere tra le cose”,

egli dichiara: “...quante volte ci è capitato

di pensare che un oggetto, un

luogo, una casa o una moto avessero

un’anima? Che le cose fossero cioè

dotate di una vita legata alla nostra o a

quella di chi le aveva possedute?

Senza saperlo, ma forse anche sì, questa

attribuzione di vita e di anima delle

cose è riconducibile al pensiero platonico

e soprattutto a quel filosofo domenicano

condannato al rogo come

eretico in Campo de’Fiori a Roma,

quel Giordano Bruno da Nola (1548-

1600) che è ancora oggi tra le figure

storiche più amate dai romani proba-


Uniti per promuovere l’educazione 2006 Teatro alla Scala n. 2 - Milano 2010

Piazza San Marco - Venezia 2010 Canal Grande - Ponte di Rialto - Venezia 2010

bilmente, oltre che per l’ingiusta e

crudele morte patita, anche per l’adesione

istintiva ad un pensiero profondamente

panteista che considera l’universo

infinito e senza un centro e nel

quale l’uomo è dotato di una conseguente

infinita libertà. E come è noto

quest’ultima è considerata dai romani

un sommo bene, un precetto di vita da

seguire, nel bene e nel male. Liu Bolin,

dalla Cina sempre più vicina, sembra

aderire perfettamente al pensiero

del nostro Bruno: “sia l’universo sia

le singole cose possiedono tutto l’essere”;

assimilando esso stesso, il proprio

essere, nell’essere delle cose che

lo circondano”.… “La conoscenza

della cosa nella quale Liu Bolin si immerge,

egli prosegue - rendendosi invisibile

in essa, è dunque alla fine una

conoscenza di sé. Come per molti artisti

cinesi è però l’approdo in Occidente

a confermare la sua forza universale

del linguaggio e dei contenuti

della ricerca del nostro Liu Bolin. Il

suo Grand Tour il Italia assume infatti

il tono di una legittimazione attraverso

una delle tradizioni artistiche più significative

della storia occidentale”.

Possiamo affermare che la storia artistica

di Liu Bolin sia lo specchio delle

modalità di affermazione dell’arte cinese

nel mondo… e non solo, ricalca

infatti in grandi linee, l’aspetto di questi

nostri anni estremamente complessi…nel

senso più l a t o del termine.

“Gli esseri umani sono animali?” – si

domanda il nostro artista - “Il camaleonte

ha la straordinaria prerogativa di

cambiare colore per uniformarsi al colore

dello sfondo come forma di autoprotezione”

scrive Liu Bolin su “Quando

mimetizzarsi è una strategia” (Pechino

2008) - “Il serpente a sonagli

può seppellire la maggior parte del

proprio corpo nella sabbia. Non solo

per proteggere sé stesso, ma anche per

procurarsi il cibo… Gli esseri umani

non sono animali perché non sanno

proteggere sé stessi - egli afferma -.

Due cose sono emerse chiaramente


38

Porta di sicurezza - Parigi - 2011

Charlie Hebdo 2015

durante gli ultimi tremila anni di storia

umana: primo, la specie umana progredisce

distruggendo l’ambiente circostante;

secondo, lo sviluppo degli esseri

umani è costellato di orribili sfruttamenti.

Il prezzo di questa brillante civilizzazione

umana è che l’uomo dimentica

quasi di essere un animale, dimentica

di avere degli istinti. Gli esseri

umani sembrano aver scordato di dover

ancora pensare a come sopravvivere.

Mentre l’umanità si gode i frutti del

proprio progresso, scava la tomba con

la sua ingordigia. Nella società umana

non è sufficiente mimetizzarsi per sopravvivere.

Il concetto di umanità stessa

è messo a repentaglio. Invece di affermare

che la specie umana gioca un

ruolo dominante, sarebbe meglio dire

che gli uomini si stanno lentamente rovinando

con le proprie mani. Lo sviluppo

economico ha complicato il significato

della parola u m a n i t à. Con

la morte sparisce il corpo ma i cambiamenti

economici stanno indebolendo lo

spirito degli esseri umani”. Possiamo

sintetizzare affermando che la conoscenza

delle cose nelle quali Liu Bolin

si immerge, rendendosi altresì invisibile

in esse, non è altri che una “conoscenza

di sé”. L’approdo in Occidente

ha confermato la forza universale del

suo linguaggio e dei suoi contenuti, ed

il suo Gran Tour in Italia ha assunto il

tono di una leggittimazione attraverso

una delle tradizioni artistiche e culturali

della storia occidentale. Liu Bolin

è conosciuto soprattutto per la sua serie

di fotografie di performance “Hiding in

the City”. “Prima di optare per una location

- egli afferma inoltre - prendo in

considerazione i temi sociali che quel

luogo racchiude in sé, medito in sostanza

sui messaggi che tramite esso

potrei trasmettere per avere un impatto

sulla società. Individuare lo spazio giusto

è fondamentale per comunicare il

mio messaggio”… e noi non possiamo

far altro che condividere questa sua

tendenza che ci ha fornito l’opportunità

di scoprire il suo indiscusso talento in

una mostra sorprendente ma anche un

pò controversa… una sorta di stimolo

e di mirata provocazione.


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40

Il doppio Ritratto del

Giorgione

Palazzo di Venezia

...nei “Labirinti del cuore”!

di Marina Novelli

Trepidante come un’adolescente

al primo appuntamento,

lo scorso

anno (23 giugno

2017), mi recai alla

Conferenza Stampa

di una delle tante meraviglie di

ArtCity il cui titolo era “Labirinti

del cuore. Giorgione e le

stagioni del sentimento tra Venezia

e Roma”… veniva esposto

un capolavoro del Giorgione,

“I due amici” organizzato

dal Polo Museale del Lazio

di cui era ed è ancora direttrice

l’inarrestabile Edith Gabrielli e

vedeva come curatore della mostra

Enrico Maria Dal Pozzolo.

La mostra aveva un punto di

partenza ben preciso, un dipinto

delle Collezioni Permanenti di

Palazzo Venezia… e, per chi è

intenzionato ad andarlo ancora

ad ammirare, l’opera è esposta

nella Sala Altoviti… opera che

continua ad attrarre una moltitudine

di visitatori, data la sua

splendida bellezza… nonché

sottile ironia! è indispensabile

pertanto, ricostruire brevemente

la storia di Palazzo Venezia,

grande punto di riferimento per

romani e non. Il Palazzo venne

fatto edificare nella seconda

metà del ‘400 da Pietro Barbo,

Cardinale veneziano che divenne

poi Papa nel 1464 con il

nome di Paolo II e, nel mo-


mento in cui diventò Papa decise di ampliare

il proprio palazzo fino a renderlo

degno, in tutto e per tutto, al proprio

ruolo di “erede del soglio pontificio” di

Pietro. Le vicende del palazzo proseguirono

nei secoli successivi e, nel 1564 il

Papa Pio IV Medici cedette parte del

palazzo alla Repubblica di Venezia da

cui prese il nome rimasto fino ai nostri

giorni, allo scopo di stanziare la propria

ambasciata. Vale la pena precisare quindi

che non è il nome della piazza a dare

il nome al palazzo (come erroneamente

molti pensano!) ma… viceversa, è la

piazza a prendere il nome da questo

maestoso palazzo. Successivamente,

alla fine del ‘700, passò all’Austria che

ne fece anch’essa la sede della propria

rappresentanza diplomatica, fino a quando

nel 1916, con lo scoppio della Prima

Guerra Mondiale, lo Stato Italiano ne rivendicò

la proprietà decidendo di destinarlo

a Museo di Arte Medievale e del

Primo Rinascimento. Nel 1919, arrivarono

un serie di donazioni, tra cui appunto

quella di cui fa parte il “Doppio

Ritratto”. Erano quelli anni molto complessi

per quel dipinto, anche sotto il

punto di vista attributivo, si discusse

molto infatti anche sul nome dell’autore.

Ma, come per magia, di lì a poco

la vicenda accelererà perché uno storico

dell’arte, molto giovane ma già di grande

talento ed indiscussa celebrità come

Roberto Longhi, vira decisamente per

l’attribuzione a Giorgione, aprendo una

discussione che, al giorno d’oggi, non è

ancora conclusa, come del resto, tutto

quello che riguarda il Giorgione… uno

dei pittori più difficili da mettere a

fuoco nella Storia dell’Arte Italiana. La

mostra, come abbiamo già visto, prendeva

le mosse da un quadro preciso, “Il

doppio ritratto” del Giorgione, conservato

in quel di Palazzo Venezia e che fu

una scelta più che consapevole, ben sapendo

che era un problema aperto…

una mostra che mirasse ad uscire dal binario

oramai ritenuto obsoleto: “Giorgione

sì, Giorgione no!”. La meta ambiziosa

della mostra era quella di usare

questo dipinto, comunque straordinario,

per affrontare un tema, un tema raffinato

ed ancora del tutto da indagare ed

approfondire e che era quello della rappresentazione

dei sentimenti nel Rinascimento

Italiano. Una mostra che tenne

impegnato il curatore per più di due

anni e che intendeva aprire un dibattito,

a cui fa seguito una seconda ambizione,

ancora più forte della prima, che era

quella di “parlare a tutti”! Una mostra

straordinaria quindi, nata ed espressa

con “sentimento” e che trattava il “sentimento”

stesso… ed il tutto nel magico

cuore pulsante della “città eterna”:

Roma! Il dipinto “I due amici”, quindi

il doppio ritratto rappresenta due giovani

di bell’aspetto, di cui uno in primo

piano, elegantemente abbigliato e dall’espressione

estatica, trasognata, che

appare imprigionato in un sentimento

che lo induce alla sofferenza e all’estasi,

provocate dalla malinconia e con la

testa soavemente appoggiata alla sua

mano, sostenuta dal braccio, mentre il

personaggio in secondo piano compare

come amico compartecipe degli effetti


42

Ritratto di Francesco Petrarca - (1520-1530?) olio su tela

cm. 33x22 - Girolamo da Santacroce (Venezia?, 1480-1490 - 1556)

La sala dove è esposta l’opera

dell’altro, ma anche in contrasto, non

essendo stato colpito dalla freccia di

Cupido… e che non è visibilmente

coinvolto nel suo romantico e sognante

abbandono. Questa opera è strettamente

legata al clima culturale che a

Venezia era segnato da un rinnovato interesse

per la poesia del Petrarca, nonché

della sua incantevole attrazione verso

la natura dell’amore sia sul piano filosofico-letterario

e sia nelle arti pittoriche

e musicali. Fu infatti questa una

mostra di ricerca, come ci illustrava il

professor Enrico Maria Dal Pozzolo,

con il suo dolce e suadente accento marcatamente

padovano (musica per le mie

orecchie!), e l’operazione era stata

quella di cercare di capire che esisteva

una dimensione ritrattistica “privata”,

in cui i personaggi chiamavano i pittori

non per farsi ritrarre nel normale esercizio

delle proprie funzioni pubbliche,

non per lasciare ai posteri la loro immagine,

ma per essere “colti” nel momento

paradigmatico di una profonda “diluizione

esistenziale”, e che molto spesso

coincideva con i passaggi fondamentali

della esperienza sentimentale…e proprio

a questo proposito alla mostra

venne dato il nome di “Labirinti del

cuore”… ognuno di noi ha un labirinto

nel proprio animo! Giorgione infatti,

data la sua indiscussa natura di pittore

e musicista, ci mostra uno spaccato del

contesto culturale di allora; ci mostra

infatti la gioventù patrizia lagunare all’apice

del suo “edonismo” di espansione

politica, proprio nella fase precedente

al radicale ridimensionamento

della Serenissima. Il “Doppio ritratto”

è stato attestato a Roma fin dall’inizio

del Seicento ed è la testimonianza tangibile

dei legami storici che legavano il

Giorgione a Roma, ed in un contesto

molto più ampio tra Venezia e Roma,

che ebbero luogo proprio in “Palazzo di

Venezia” (… è così che si dovrebbe

chiamare!), dimora romana di Domenico

Grimani, collezionista e committente

di Giorgione di cui, il suo “Doppio

ritratto” è, come abbiamo già detto in

esposizione permanente nella Sala Altoviti,

in tutto il suo splendore… ed ironia!


Paola Romano e

Concetta Capotorti

in mostra alla Galleria Ess&rrE dal 6 al 19 ottobre 2018

Paola Romano - “Luna bianca”

2018 - tecnica mista su mdf - Ø cm. 50

Concetta Capotorti - “Busto uomo oro”- 2018

resine ad acqua colorate con colori acrilici - cm. 40 x 34 x h62

Galleria Ess&rrE - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma - Locale 876

Tel. 06 42990191 - cell. 329 4681684

galleriaesserre@gmail.com


44

Erica CAMPANELLA

“Milano - galleria” - 2017 - olio su ottone - cm. 34 x 67

Galleria Ess&rrE

Porto Turistico di Roma - 00121 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - loc. 876

cell. 329 4681684 - www.accainarte.it - acca@accainarte.it

galleriaesserre@gmail.com

Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma - Locale 876

Tel. 06 42990191 - cell. 329 4681684

galleriaesserre@gmail.com


Maurizio Romà

Orizzonti di senso tra

bianco e nero e teorema di vita

Testo critico di Paola Simona Tesio

« O

gni uomo crea senza saperlo, quando respira

- sosteneva Paul Valéry - Ma l’artista sente

di creare. Il suo atto coinvolge tutto il suo

essere».

L’arte è una combinazione di istanti, di sequenze di vita, di

attimi pulsanti che sottendono alla natura umana del dare

vita a qualcosa. Impulso indecifrabile, che rimane talvolta

inaccessibile, intraducibile, ma che è spinta, propulsione,

agire.

Maurizio Romà coglie attraverso i contrasti, definibili come

“non colori”, le luminescenze del vero. Si muove sul filone

“Schema” - cm.125 x 100

dell’Optical Art, districandosi tra il bianco (non colore/insieme

di tutti i possibili cromatismi) ed il nero (assorbimento

di tutte le parvenze coloristiche). In questo “universo

in bilico” delinea opere che smuovono il visivo.

Vasilij Kandinskij nel saggio “Lo spirituale dell’arte” definiva

l’essenza del bianco in questi termini: «In particolare

il bianco, che spesso è considerato un non colore (soprattutto

grazie agli Impressionisti che non vedono “nessun

bianco in natura”) è quasi il simbolo di un mondo in cui

tutti i colori, come princìpi e sostanze fisiche, sono scomparsi.

È un mondo così alto rispetto a noi, che non ne av-


46

“Optical - La quadratura del cerchio” - Ø cm. 50

“Optical II” - Ø cm. 40 - Front

“A corde interrotte” - Ø cm. 50

vertiamo il suono. Sentiamo

solo un immenso silenzio

che, tradotto in immagine

fisica, ci appare come

un muro freddo, invalicabile,

indistruttibile, infinito.

Per questo il bianco ci colpisce

come un grande silenzio che

ci sembra assoluto. Interiormente

lo sentiamo come un non suono,

molto simile alle pause musicali che

interrompono brevemente lo sviluppo

di una frase o di un tema, senza concluderlo

definitivamente. È un silenzio

che non è morto, ma è ricco di potenzialità.

Il bianco ha il suono di un silenzio

che improvvisamente riusciamo

a comprendere. E la giovinezza del

nulla, o meglio un nulla prima dell'origine,

prima della nascita. Forse la

terra risuonava così, nel tempo bianco

dell'Era glaciale». Il nero invece rappresenta

l’assoluta mancanza di resistenza

e di possibilità.

Bianco come la luce, silenzio positivo

di nascita o ri-nascita, nero come la

quiete immobile. Genesi e declino, poli

dell’esistenza, tensioni, propulsioni, è

quanto emerge dalle opere di Romà,

che simboleggiano l’equilibrio nonostante

la precarietà racchiudendo la

metafora dell’esistere che

si modifica costantemente,

ad ogni istante, virando

come le modulazioni

dei suoni, dall’ardire al silenzio.

Onde sinuose di contrasti

e materia che si rincorrono

costantemente in infinite

variazioni, come la luce e l’ombra.

Ambiziosi cromatismi in eterna

opposizione che paiono sottendere lo

scorrere del tempo, incarnano il moto

perpetuo del divenire, in cui tutto e-

volve e si trasforma. Opere in grado di

destare nel riguardante complessi movimenti

interiori che, quasi articolandosi

come suoni, si svelano grazie ad

una pura geometria estatica e vibrante.

Le sue creazioni ottiche sono inoltre

caratterizzate dalla straordinaria tridimensionalità

resa possibile dall’incursione

dei materiali.


“Diagramma (trittico) - cm. 100 x 300

Romà è un artista che ha saputo cogliere

dal bianco e nero tutte le sue potenzialità

scolpendole e plasmandole.

Il suo percorso creativo all’insegna dei

contrasti inizia attraverso il disegno e

la fotografia in bianco e nero per evolversi

in quella che potrebbe definirsi,

coniando un nuovo termine, “GeOptical

Art” o muoversi nell’ambito della

“Pitto-Scultura” attraverso l’incursione

dei materiali recuperati, objet trouvé,

che dinamizzano e rendono tattile

il substrato della sua estetica.

Il cammino di Romà tra i sentieri dei

contrasti non è abitato soltanto dalla

dualità del bianco e nero ma si snoda

un altro interessante filone nella serie

denominata “Teorema di vita”, che si

potrebbe ascrivere al movimento del

Neoplasticismo, corrente artistica ispirata

ai principi teorici della “plastica

pura” formulati da Mondrian e divulgati

dalla figura chiave di Theo van

Doesburg attraverso la rivista De Stijl.

Nelle opere di Romà ascrivibili a tale

contesto, riemergono assonanze con

Mondrian, connotate però da innovazioni

espressive degne di nota. I preludi

del movimento neoplastico traevano

le radici dal cubismo e dall’astrattismo

caratterizzandosi in un

nuovo linguaggio espressivo che ricercava

l’armonia attraverso le configurazioni

geometriche nascenti da incroci

di linee, colori primari e “non colori”

e in grado di conformarsi in rettangoli

campiti da contrasti e cromatismi, quasi

fossero finestre che si aprivano su di

un mondo nuovo, alla ricerca di un preciso

equilibrio tra uomo, ambiente e

paesaggio. Nei “teoremi di vita” di

Romà l’operato geometrico si fa tuttavia

esistenziale, concretizzandosi ulteriormente

mediante le incursioni di

graffi o di lacerazioni, talvolta evidenziati

da colate di colore, quasi fossero

percorsi, segni, tracce di esistenza.

Fluttuazioni incisive di quel mondo

umano così complesso ed articolato,

dominato da vittorie e sconfitte, da

gioie e sofferenze, da urla e silenzi, il

cui eco rimane scolpito oltre ogni configurazione

geometrica, sfuggendo a

qualsiasi connotazione statica. Perché

la vita vera è vivida come un graffio

sulla tela.

INFO:

maurizioromart@gmail.com

CELL. + 39 338 7510116


48

Elena Cappelletto - Sabrina Golin

Mirella Scotton

Dal 15 al 21 settembre in mostra a Roma alla galleria Ess&rre

“la poesia nelle tele”

Elena Cappelletto

“Voile” - 2018 olio e foglia oro

su pannello - cm. 70x100

Sabrina Golin

“Lily” - 2018 - olio su Tela rifinita con miriade di

Perline e cristalli Vitrea - cm. 70x100

Mirella Scotton

“Castel Sant’Angelo” - 2018 - olio su tela

e foglia oro - cm. 40x40

Galleria Ess&rrE

Porto Turistico di Roma - 00121 - Lungomare Duca degli 84 - loc. 876

Lungomare Duca degli Abruzzi, 84

cell. 329 4681684 - www.accainarte.it - acca@accainarte.it

galleriaesserre@gmail.com

00121 Roma - Locale 876

Tel. 06 42990191 - cell. 329 4681684

galleriaesserre@gmail.com


www.tornabuoniarte.it

“Senza titolo” - 1982 - tecnica mista e collage su carta - cm. 132 x 172

Mario Merz

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 - info@tornabuoniarte.it

Milano 20121 - Via Fatebenefratelli, 34/36 - Tel. +39 02 6554841 - milano@tornabuoniarte.it

Forte dei Marmi 55042 - Piazza Marconi, 2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeimarmi@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055-2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


50

di Marina Novelli


V

Gabriella Musto, Ernesto Assante, Edith Gabrielli, Giuliano Montaldo

(ArtCity nell’edizione estate 2017)

ediano quest’anno cosa tirerà

fuori dal suo ‘capello

magico’ - pensavo mentre mi

recavo alla conferenza stampa

di ArtCity 2018 del 22

giugno u.s. -” la curatrice Edith Gabrielli

non smette mai di sorprenderci!”

Memore infatti delle interessanti iniziative

dello scorso anno 2017, pensavo

tra me e me: “… come dimenticare il

doppio ritratto “I due amici” del Giorgione

in Labirinti del Cuore, il restauro

delle Sette Fatiche di Ercole o il Giardino

Ritrovato di Palazzo Venezia, una

vera e propria oasi nel traffico frenetico

della Capitale, nonché l’indimenticabile

presenza di Giuliano Montaldo ed

Ernesto Assante, senza dimenticare le

spettacolari esposizioni in Castel Sant’Angelo

che hanno ridonato vita e interesse

a sale oramai cadute nel dimenticatoio,

come ad esempio le cosiddette

Sale Cambellotti, ora splendenti di luce,

con le loro evocative decorazioni in

Stile Liberty, oppure ridonando una

nuova dignità alle prestigiose sale di

Palazzo Venezia, superando vecchi, arcani

ed obsoleti ricordi. Le attività da

me citate sono solo una modestissima

parte dell’imponente attività culturale

svolta dal Polo Museale del Lazio, di

cui Edith Gabrielli, prestigiosissima

storica del-l’arte del ‘400, è direttrice.

Attività di enorme rilievo artistico che

hanno avuto luogo in tutto il Lazio,

spaziando nelle più disparate e molteplici

espressioni dell’arte, siano esse relative

ad arti visive o legate alla musica

e allo spettacolo. Anche quest’anno ha

confermato la sua valenza artistica...

ArtCity è stato ed è infatti un progetto

organico di iniziative culturali, nato per

i musei e per i musei, in grado di unire

sotto un immaginario ombrello comune

oltre centocinquanta iniziative di arte,

architettura, letteratura, musica, teatro,

danza e… last but not least... audiovisivo,

coprendo un periodo partito lo scorso

giugno fino al prossimo novembre.

ArtCity è giunta quest’anno alla sua seconda

edizione, ed è stata realizzata,

dal Polo Museale del Lazio, l’istituto

del Ministero dei Beni e delle Attività

Culturali e del Turismo che gestiscono

ben quaranta musei e luoghi di cultura

di Roma e del Lazio. Creare occasioni

di visita, questa è stata da sempre la

grande intuizione di ArtCity, attraverso

attività pensate su misura, sfruttando

l’attitudine a vivere nuove esperienze,

e soprattutto in estate quando la curiosità

dei visitatori è favorita anche dal

sublime aspetto meteorologico di Roma…

e del Lazio, conservando come

costante centrale la tutela e il decoro

dei luoghi, nonché il rigore scentifico e

la qualità artistica, mantenendo però,

come obiettivo centrale, un processo di

fidelizzazione capace di trasformare il


Il Dott. Antonio Lampis direttore generale Musei e la Dott.ssa Edith Gabrielli direttrice Polo Museale del Lazio - storica del‘400

Museo in una mostra di crescita culturale

e di coesione sociale. Il quadro metodologico

di riferimento è rimasto simile

all’edizione del 2017, così come

identico è stato anche l’impegno del recupero

e valorizzazione delle collezioni

permanenti; vale la pena citare a questo

proposito il restauro degli strumenti

musicali conservati a Castel Sant’Angelo,

come ad esempio la spinetta cinquecentesca

che Maurizio Croci ha

suonato il 13 settembre u.s. all’interno

della Sala Paolina, sala di rappresentanza

fatta decorare da Paolo III Farnese.

Vediamo attraverso una rapida

“carrellata”, quali sono state le sezioni

di ArtCity 2018: Il Museo come non

l’hai mai visto ha aperto le porte di

giorno e di notte a percorsi “segreti” in

alcuni dei monumenti più celebri di

Roma e del Lazio, quali le prigioni, la

stufetta di Clemente VII ed appena restaurate

e visitate per la prima volta le

Olearie di Urbano VII a Castel Sant’Angelo,

le marciaronda, i sottotetti e

il Belvedere di Palazzo Venezia, i sotterranei

del Vittoriano e il Santuario

della Fortuna a Palestrina. L’arte e

l’architettura sono protagoniste nelle

mostre di respiro internazionale come

Armi e potere nell’Europa del Rinascimento,

che è stata allestita nella

doppia sede di Palazzo Venezia e Castel

Sant’Angelo, nonché la suggestiva e

sorprendente Eternal City, una collezione

fotografica appartenente al Royal

of British Architects esposta nella Sala

Zanardelli del Vittoriano. I Bambini e

ArtCity è stato un progetto interamente

dedicato ai bambini che ha proposto

una modalità innovativa facendo vivere

il patrimonio culturale attraverso l’incontro

con le arti sceniche. Un confronto

tra museo e teatro… una serie di

spettacoli che hanno avuto luogo in

tutto il Lazio, dal Palazzo Farnese di

Caprarola all’Abazzia greca di San

Nilo a Grottaferrata, fino a Villa Lante

a Bagnaia. Le Arti performative - musica

antica e moderna, teatro e danza,

hanno dominato invece le rassegne del


52

Reperti archeologici nelle olearie

Reperti archeologici nelle olearie

Giardino Ritrovato a Palazzo Venezia,

Sere d’Arte a Castel Sant’Angelo, Musica

al Vittoriano curata da Ernesto Assante,

ed ancora all’insegna della qualità

e della sperimentazione In musica,

In scena e Luci su For- tuna in tutti i

quarantasei luoghi del

Polo Museale del Lazio;

tre anni sono trascorsi

da quando, nel

marzo 2015, questi è

divenuto operativo, con

lo scopo di gestire

musei e luoghi di cultura

fra i più importanti

sia della nostra

capitale e sia della nostra

regione… tre anni

durante i quali il Polo

ha trovato una identità

facendosi altresì strada nel complesso

mondo della gestione dei beni culturali.

Si può inoltre annoverare, fra le

proprie missioni istituzionali del Polo,

la costituzione del si- stema museale

regionale, vale a dire la messa in rete

dei soggetti pubblici e privati che si

occupano di beni culturali nel Lazio ed

ArtCity 2018, nata nei musei per i

musei, “I labirinti del cuore” ha costituito

un altro passo importante in

quella direzione. La parola chiave dell’edizione

dell’anno in corso è stata

continuità in quanto già nel 2017, ArtCity

aveva fatto registrare un rimarchevole

successo di critica (ben tre

volumi di Rassegna Stampa!) e soprattutto

di pubblico in quanto è stato sfiorato

un numero di 600.000 persone

presenti nelle varie iniziative. La mostra

di Giorgione “I labirinti del

cuore”, che lo scorso anno mi aveva

profondamente commossa, oltre alle

altre mostre d’arte, ha toccato il top

delle presenze, collocandosi tra le mostre

più in vista in Italia nel 2017, ed è


Conferenza stampa del Polo Museale del Lazio nella Cappella dei Condannati

stato notato che anche persone che non

erano mai entrate in un museo, grazie

ad ArtCity hanno potuto compiere

questo primo importante passo! Vale

la pena pertanto riportare quanto il

dottor Antonio Lampis che ha la gestione

di tutti i Musei Statali, e da cui

il Polo Museale dipende, affermò in

sede di conferenza stampa: “è questa

una iniziativa emblematica per quello

che sta succedendo nella riforma dei

musei ed in particolare per i Poli Museali.

Ho recentemente scritto sul

ruolo sociale che oggi hanno i musei -

egli asseriva - “musei invisibili”, come

li chiamarono nel 2004, quando vennero

presi d’assalto. Oggi stiamo lavorando

intensamente sull’intera rete

museale. Non dobbiamo dimenticare

però che come avviene in tutta Europa,

ed anche in Italia, c’è una frattura fra

le grandi città ed i piccoli paesi, le

grandi aree rurali e le popolazioni che

li vivono… ed ecco che un programma

di rete di questo genere, una istituzione

come il Polo Museale ha un

ruolo importantissimo per poter saldare

questa frattura. è un ruolo realmente

importante su cui nei prossimi

anni, saranno investite tante energie…

molte di più rispetto agli anni passati.

La parola “Musei” è entrata nella testa

di tante persone, come mai nella storia,

ed è importante avere queste iniziative

private che confermino la meravigliosa

realtà interna italiana. Fin

dal primo giorno del mio incarico, avvenuto

nel settembre 2017, ho raccomandato

ai musei di qualunque tipo,

anche quelli archeologici e quelli

d’arte antica, di avere un costante rapporto

con l’artista vivente, affinchè il

nostro patrimonio meraviglioso sia costantemente

alimentato di numerose

opere d’arte. I musei hanno anche un

ruolo sociale e qui con ArtCity, vedo

un programma che coinvolge centinaia

di artisti di altissimo livello. Il mio

complimento nei confronti della dottoressa

Edith Gabrielli non è un complimento

di circostanza ma è davvero

un complimento molto sentito. Il Polo

del Lazio sta diventando - aggiungeva

- un polo esemplare in questo momento

di cambiamento di governance

del sistema museale ed in particolare

dei Poli.”


54

Le olearie di Urbano VIII

a Castel Sant’angelo

…ora restaurate!

di Marina Novelli

Sono tornate alla luce, dopo

un importante lavoro

di restauro, le cosiddette

Olearie, magazzini utilizzati

per la conservazione

dell’olio, riserva essenziale

per l’illuminazione

degli ambienti, per l’uso alimentare

ed anche militare nel caso di assedi e

che furono realizzate sfruttando le

celle radiali del basamento del Mausoleo

di Adriano, in occasione degli

intensi lavori di ristrutturazione di

Castel Sant’Angelo, avviati da Urbano

VIII, appena salito al soglio pontificio

nell’ambìto programma di ricostruzione

delle piazzeforti a protezione

dei domini della Chiesa.

Documenti dell’epoca hanno riportato

ai lavori di muratura, autorizzati nel

maggio 1631… “sotto al torrione di

San Giovanni in fare le vasche per tenerci

l’olio”. L’accesso alle olearie,

difeso da un portone e una grata lignei

e mediante una scala in muratura

con soglie in travertino, conduce all’interno

e su un lungo

corridoio senza uscita, si

aprono le quattro celle con

banconi laterali, dove all’interno dei

quali sono state murate delle giare in

terracotta che fungevano da contenitori

per l’olio, e contrassegnate dall’incisione

di numeri romani. Al fine

di non disperdere il prezioso contenuto

delle giare, il pavimento non è

perfettamente piano, ma lievemente

pendente e se ne possono scorgere dei

vasi in terracotta inglobati nel pavimento

stesso, studiati per raccogliere

eventuali perdite di olio prezioso; tali

punti di raccolta, sette in tutto, distribuiti

a seconda della pendenza del

massetto, sono a tutt’oggi in buono

stato di conservazione. L’intervento

di restauro ha visto anche lo svuotamento

degli ambienti in cui erano

state ammonticchiate casse di materiali

e depositi indiscriminati e non

pertinenti all’uso, mentre hanno visto

una profonda pulizia e deciso consolidamento

degli intonaci… bella infatti

la scala in travertino che conduce

alle Olearie! Uno scrupoloso lavoro

di restauro quindi, curato da Giovanni

Belardi e realizzato da Luca Pantone

in cui nulla è stato trascurato e che ha

visto nell’impianto elettrico, l’utilizzo

delle più moderne lampade a

LED, adeguando gli ambienti alle

norme sul risparmio energetico. Ebbi

modo di visitare le Olearie in fase di

conferenza stampa e ne rimasi molto

affascinata…” un’altra perla di inestimabile

valore - pensai - … venuta alla

luce e che ci ricorda il lavoro dell’uomo…alla

sua creatività e pertinacia…

nonché indiscusso spirito di

abnegazione. Dalla conservazione dell’olio

per illuminare e per sconfiggere

il buio, fino all’ impiego delle più recenti

lampade LED… abbracciando

così un bell’arco…un arco temporale!”


56

Art&Vip

a cura della redazione

Intervista a

Pamela Camassa

foto di Claudio Amato

Come è iniziata la tua

carriera artistica?

Fin da piccola sono sempre

stata affascinata dal

mondo della moda, infatti

a 14 anni ho iniziato a lavorare

come modella. Nel 2002, all’eta

di 18 anni, vinco “Miss Mondo

Italia”, ma il vero portone si apre

quando nel 2005 mi classifico terza a

Miss Italia, ed è proprio da li che è

partito tutto. è un concorso di bellezza

che ti da tanta visibilità, e per me

anche se non ho vinto, è stata davvero

una vetrina importante.

Ti sei sempre contraddistinta per la

tua bellezza e la capacità di entrare

nel cuore dei telespettatori con la tua

solarità. passionaria,

sanguigna, ma

la vera Pamela,

fuori dalle telecamere

è una donna

timida o estroversa?

Com’è Pamela fuori

dalle telecamere?

Diciamo che come

sono in televisione, lo sono anche

nella vita. Mi ritengo una ragazza solare

ed estroversa ma nello stesso

tempo timida e riservata… una ragazza

semplicissima che ama quello

che fa…

In questi anni Abbiamo avuto modo

di vederti affiancare grandi nomi

della Tv, con grande talento e disinvoltura,

quale tra questi ti porti nel

cuore?

Nel mio “piccolo” percorso televisivo

ho avuto l’onore ed il piacere di lavorare

con grandi nomi della televisione,

li porto tutti nel cuore, ognuno di loro

mi ha insegnato qualcosa… partendo

dalla disciplina ed eleganza di Milly

Carlucci, dalla simpatia, voglia di divertirsi

e di improvvisare di Max Giusti

e poi lui, il mio Pigmalione, Carlo

Conti, una persona fantastica, piena di

vita, divertente e allo stesso tempo

molto professionale e perfezionista…

al quale non smetterò mai di dire grazie

per avermi fatto partecipare a molti

suoi programmi.

Di ballo ne hai raffinato le tue qualità

a “Ballando con le Stelle”, ma

anche la tua voce lascia tutti senza

fiato, si può dire che sei un’artista

completa, ti piacerebbe condurre un

format che ti veda alla prova in tutte

le arti?

Ho sempre avuto la passione per la

danza, pensate che da piccola spesso

registravo tutte le sigle televisive, per

poi riguardarmele e imparare le coreografie.

Chi se lo sarebbe mai immaginato

che proprio in quelle registrazioni

un giorno ci sarei stata io. Partecipare

a Ballando con le stelle è stato davvero

bello e divertente, diciamo che si

è realizzato un piccolo sogno! Poi c’è

la passione per il canto, che grazie alla

partecipazione a Tale e Quale show ho

potuto raffinare… e come ammiravo i

balletti in tv, non mi sono mai persa


un’edizione del festival di SanRemo,

insomma, Portatemi a vedere un musical

e sono la persona più felice di

questa terra.

Il mio sogno nel cassetto? Essere protagonista

proprio di un Varietà…

Ma parliamo dell'arte visiva, di scultura,

con la domanda di rito al personaggio

di ogni numero di Art&trA.

Chi è il tuo artista preferito?

Mi ha sempre incuriosito l’arte in generale…

ma sono sempre stata attratta

da un uomo in particolare, lui è un

personaggio misterioso, pieno di lati

oscuri… un pittore, un ingegnere…

un genio… Leonardo Da Vinci.

Cosa ti emoziona di lui?

Leonardo Da Vinci mi emoziona e mi

affascina per le sue scoperte, per le

sue creazioni che nascondono tutt'ora

mille significati e segreti… un uomo

dai mille interessi, una mente che non

smetteva mai di inventare, ma soprattutto,

mi ha sempre incuriosito il suo

lato esoterico… la sua scrittura criptica

da destra verso sinistra, i rebus e

le frasi in codice che si inventava…

insomma era davvero un genio. A

volte mi domando, chissà cosa penserebbe

oggi Leonardo, a vedere l’evoluzione

delle sue invenzioni, tra cui

aerei, biciclette, armi da guerra, sottomarini,

automobili ecc… ne sarei

davvero curiosa.

Ma l'artista Pamela si è mai affacciata

al mondo della pittura in prima

linea?

Non mi sono mai affacciata al mondo

della pittura in prima linea, ma fin dai

tempi della scuola ho sempre amato

disegnare, infatti ad educazione artistica

avevo 10. Ero molto brava a copiare

e a prendere spunti dalle altre

creazioni, ma l’unica pecca che mi attribuiva

la mia professoressa, era

quella di avere poca inventiva… magari

chissà, se avessi portato avanti

questa passione, sarei potuta diventare

una brava pittrice di falsi d’autore!

Nel tempo libero cosa ti piace fare?

Sei una donna che

ama andare ai musei,

alle mostre?

Nel mio tempo libero

amo cantare, andare

al cinema e a teatro,

fare shopping e, a-

vendo la passione per

la fotografia, molto

spesso, mi diverto

anche a fare la turista,

quindi girovagare

per la città, (p.s. Vivo

in una delle città più

belle del mondo, Roma!)

e visitare mostre

e musei…

Che ne pensi dell'arte

contemporanea

che oggi unisce

sopratutto il digitale

con opere sotto forma

di video?

Io sono molto affascinata

dall’evoluzione

che ha la tecnologia anno dopo

anno e che permette cosi all’arte contemporanea

di diventare qualcosa di

unico, di realistico, di surreale e spettacolare.

Amo molto questo tipo di

arte, perché molto spesso ti lascia a

bocca aperta e perché è un’arte talmente

innovativa che non smetterà

mai di stupirti.

Un saluto speciale a te che stai leggendo

Art&trA… perché significa che

sei nato con un dono… quello della

passione per l’arte...


58

Giovanni Manzo

“NEW YORK” - tecnica mista su tela - cm. 70 x 50


Tano Festa

“Da Michelangelo - mani” - 1977 - acrilici su tela - cm. 60 x 90

Galleria Ess&rre

Porto turistico di Roma

Lungomare Duca degli Abruzzi 84 - 00121 Roma - loc. 876 - tel. 06 42990191 - 329 4681684

www.accainarte.it - acca@accainarte.it


60

Miriam Ferrucci

Miriam Ferrucci

“Distacco” - 2018 - olio su tela - cm. 120 x 80 L’artista con l’opera “Maieutica” - 2017

olio su tela - cm. 30 x 40

Un insieme, spesso contrastante, di e-

mozioni caratterizza i dipinti di Miriam

Ferrucci, opere realizzate partendo dalla

tecnica del fotorealismo. Un’immagine

fotografica, che Miriam stessa realizza

“obbligando” il soggetto a una

posa da lei suggerita, viene poi, riprodotta

sulla tela, elaborando con perizia

e lunghe ore di lavoro con il pennello,

ciò che l’obiettivo ha carpito: non siamo,

come ad un primo e superficiale

sguardo sembrerebbe, di fronte a delle

opere iperrealiste, produzioni virtuosistiche

della fotografia, di ben altra carica

emotiva vivono protagonisti ritratti

dalla Ferrucci. Alcuni dettagli dei

corpi e dei volti vengono così messi a

fuoco attraverso espressioni o gestualità

esasperati, per esaltare emozioni

nascoste, ciò che l’obiettivo fotografico

non avrebbe mai rivelato, la mano

talentuosa dell’artista fa emergere, per

poi narrare una rabbia incontenibile, un

segreto da tutelare, una malinconia che

lascia trapelare il rammarico per l’ineluttabile

passare del tempo o una consapevolezza

interiore conquistata.

Donne e uomini che sfidano la tela e

fanno emergere la loro vitalità, che diventa

tangibile e reale, le emozioni forti

e potenti si trasmettono come in un

transfert dalla persona rappresentata a

chi guarda i dipinti. Un gioco di complicità

coinvolge l’osservatore richiamato

in un dialogo intimo ed interiore.

Si veda l’opera Maieutica che già dal

titolo si ispira alle dottrine dei grandi

filosofi, ad evocare il confronto come

stimolo creativo tra persone consapevoli.

Se il linguaggio pittorico è quasi

cinematografico e moderno molteplici

sono i richiami alla grande pittura da

Lotto e Vermeer fino ad arrivare a Lucian

Freud, gesti pacati e sguardi enigmatici

sembrano mettere in discussione

l’unicità e l’identità di ognuno dei personaggi

rappresentati. Alcuni ritratti

maschili esprimono rabbia e angoscia

e la sensazione che nessuno possa essere

in pace con sé stesso. La rappresentazione

del femminile suggerisce

all’artista una riuscita carrellata di personaggi,

e così Rosa, Ophelia e le altre

evocano altre storie e altre narrazioni.

Via via questi volti femminili ci inoltrano

in abissi interiori e ombre ora visibili

dell’anima: la sfida nello sguardo


L’interno della Galleria Ess&rrE che ha ospitato la mostra dall’1 al 6 agosto

“Ophelia” - 2015

tecnica mista su tela - cm. 40 x 40

“Ritiro” - 2016

olio su tela - cm. 60 x 60

“Anima” - 2014

tecnica mista su tela - cm. 50 x 70

impenetrabile degli occhi, contornati a

suggerire una mascherina, del ritratto

Anima, l’evanescenza dell’essere che

ci suggerisce Ophelia. Figura femminile

simbolo di innocenza violata,

icona e musa immortale nella rappresentazione

letteraria e iconografica, viene

riproposta dalla Ferrucci in forma di

ritratto contemporaneo al quale difficilmente

lo spettatore riesce a sottrarsi

come ipnotizzato, anche, dalla componente

simbolica dell’acqua prefigurazione

della follia e della caduta nell’abisso,

in un intreccio indissolubile

tra la vita e la morte.

Una maturità anche stilistica contraddistingue

gli ultimi lavori: il doppio ritratto

Ritiro, viaggio simbolico e percorso

identificativo dove si evidenzia

la duplice rappresentazione di uno

stesso soggetto, ancora il gioco del

moltiplicarsi, il motivo archetipo del

doppio che evoca l’incessante ricerca

della propria identità, identificazione e

alienazione, il confrontarsi con la propria

Ombra (Jung) e infine la raggiunta

armonia tra inconscio e coscienza.

Tutto questo ci suggerisce la giovane

donna dai lunghi capelli rossi che si disgiunge

da sé stessa, libera, immersa

nella calma contemplativa nella piena

consapevolezza del sé. Nel grande ritratto

il Distacco è una gestualità pacata

delle mani che si attestano quasi

in posizione difensiva, che domina il

dipinto pervaso dal profondo messaggio

allegorico. Un nuovo ordine simbolico

sembra aver sovvertito il senso

stesso del ritratto e di chi è rappresentato,

lo sguardo della donna si perde e

non senza timore trasferisce al linguaggio

alchemico delle mani la comunicazione

della propria distanza, la separazione

dal tutto, il distacco.

Silvana Bonfili

www.miriamferrucci.com - miriam@miriamferrucci.com

Miriam Ferrucci artista


62

Carsten Paulsen:

“Il mio cuore è nel lago”

di Valentina D’Ignazi

1 2

Semplicità, linee, fantasia…

queste sono le tre parole

chiave dell’Arte di Carsten

Paulsen nato il 12 aprile del

1947 ad Aarhus in Danimarca,

un uomo che ha fatto

dell’Arte semplicemente la sua continuità

nella vita.

Inizia il suo approccio in questo mondo

a soli sette anni fino a diventare un rinomato

professore universitario e membro

di alcuni gruppi e associazioni di

artisti.

Si definisce un artista che segue l’espressivismo

ed il naturalismo, un uomo

che rappresenta su tela le opere già

integre nella sua immaginazione. Trova

ispirazione nella lettura, nei luoghi che

ha visitato con sua moglie Karin, nella

sua vita scandita tra i doveri in Danimarca

ed i piaceri Italiani. Proprio in

Italia Carsten, in un piccolo paesino

della provincia di Rieti (Paganico Sabino)

crea da un rudere abbandonato

una dolcissima dimora artistica, uno

studio, finalizzato ad essere il suo piccolo

rifugio dal mondo, dove il silenzio

e la pace inebriano i sensi e rendono libera

la fantasia.

“Dalle piccole realtà nascono grandi

sogni”

In questa piccola realtà che si culla sul

lago del Turano infatti, nella quiete della

notte ed accanto ad un calice di buon

vino, nascono le sue opere più belle e

significative che verranno poi esposte

in moltissimi musei nazionali ed internazionali

facendogli acquistare una rilevante

notorietà. E’ attratto dalle linee,

dalla schematicità instabile di scorci

che sente il bisogno di rappresentare

non appena si ritrova solo nel suo studio.

“La storia è superficie,linea… come

se la città chiede una cosa ed io le rispondo”.


3

4

1) Chiesa e sedia

2) Autoritratto

3) L’artista nel suo studio

4) Paganico per sempre

5) Il mare di mia nonna

Venezia è la città che più di tutte ha

contribuito ad ispirare la sua fantasia

per la realizzazione di diverse opere.

Usa l’olio su tela, con colori semplici

ed allo stesso tempo decisi che sfumano

in immagini senza tempo e ricche

di racconti e poesia.

“Ogni volta che dipingo ho la convinzione

che la mia creazione deve

essere un capolavoro” .

Riesce a creare anche più opere nello

stesso tempo, con la determinazione di

5

rispondere a tutte le sue ispirazioni cercando

di collocarle l’immagine che nasce

nella sua mente nella storia. Carsten

Paulsen vive ed opera in Danimarca

con la sua famiglia, che lo ha

sempre sostenuto ed incoraggiato nel

suo lungo percorso artistico. E proprio

in Italia, fra quelle montagne silenziose

che fermano il tempo, fra cielo e acqua

dolce, c’è il Sogno di un uomo che

sfuma nella tela i suoi sogni, il suo

mondo… l’immagine astratta della sua

anima pura e senza età.

“ESISTONO LUOGHI CHE CI CHIA-

MANO, MAGARI ANCHE DA MOL-

TO LONTANO. NON NE CONO-

SCIAMO LA RAGIONE, MA, AN-

CORA PRIMA DI AVERLI VISTI,

SAPPIAMO CHE SEGUENDO IL LO-

RO RICHIAMO RITROVEREMO UN

PEZZO DELLA NOSTRA ANIMA”

(Silvia Montemurro)


64

Erica CAMPANELLA

“Milano” - 2017 - olio su ottone - cm. 34 x 67

Galleria Ess&rrE

Porto Turistico di Roma - 00121 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - loc. 876

cell. 329 4681684 - www.accainarte.it - acca@accainarte.it

galleriaesserre@gmail.com

Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma - Locale 876

Tel. 06 42990191 - cell. 329 4681684

galleriaesserre@gmail.com


www.tornabuoniarte.it

“Accordéon” - 1974 - fisarmonica inclusa nel cemento in cassa di legno - cm. 143 x 103 x 27

Pierre Fernandez Arman

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 - info@tornabuoniarte.it

Milano 20121 - Via Fatebenefratelli, 34/36 - Tel. +39 02 6554841 - milano@tornabuoniarte.it

Forte dei Marmi 55042 - Piazza Marconi, 2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeimarmi@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055 2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


66

theodore gèricault:

la zattera della Medusa

di Francesco Buttarelli

Théodore Géricault - “La zattera della medusa”

Intorno alla metà del 1816 si verificò

una tragedia di mare; la fregata

“La Meduse”, in viaggio verso

il Senegal, si arenò al largo di

Capobianco. Come fosse potuto accadere

questo incidente resta ancora

oggi un mistero per gli storici in quanto

lo specchio di mare ove avvenne il

naufragio risultava del tutto calmo.

Avvenuta la tragedia, constatato che

la nave era perduta, gli ufficiali (privi

di ogni concetto di umanità) si salvarono

utilizzando le scialuppe di salvataggio,

abbandonando al loro destino

marinai e passeggeri. I centocinquanta

naufraghi sopravvissuti si ingegnarono

a costruire una zattera. In poco

tempo realizzarono una piattaforma di

venti metri per sette su cui presero

posto tutti i superstiti. Purtroppo dopo

aver vagato in mare per tredici giorni,

soltanto quindici tra marinai e passeggeri

riuscirono a sopravvivere, dopo

aver sperimentato forme di cannibalismo

sui cadaveri degli sventurati.

L’intervento del vascello militare “Argus”

permise la messa in salvo di pochissimi

scampati. Gèricault fu talmente

impressionato da questo episodio

da dipingere una tela, ove viene

raffigurato il momento del salvataggio

dei naufraghi. Lo stupendo dipinto

ci mostra la zattera, carica di corpi,

alcuni dei quali senza vita, mentre attraversa

le acque di un mare buio e

tempestoso. All’orizzonte si scorge il

profilo di una piccola nave: la salvezza.

Con una pittura forte, unita ad

un cromatismo significativo, Gèri-


Théodore Géricault - “La zattera della medusa” 1818 - primo schizzo

Théodore Géricault - “La zattera della medusa” 1819 - particolare

cault fa emergere dai volti dei personaggi

la follia, il terrore della morte

attraverso una rappresentazione verista

di chiara lettura.

Con una tela larga oltre sette metri e

lata quasi cinque il pittore riesce a testimoniare

la condizione dell’uomo

che su una zattera o in un qualsiasi

altro luogo è destinato ad essere vinto

negli ideali e nelle speranze. Gèricault

aveva vissuto attraverso scenari

grandiosi ed inquietanti, dalla grandezza

degli ideali napoleonici uniti

con l’eredità della rivoluzione francese,

sino alla conseguente restaurazione

e reazione dell’antica nobiltà.

Le figure sono disposte lungo una

linea diagonale che attraversa il quadro

da sinistra verso destra; obliqua

risulta anche la zattera che sembra

accompagnare i gesti e la posizione

dei corpi. Tutto tende e sale verso

l’alto sino a culminare nella figura di

un uomo che cerca di sventolare un

lembo di camicia verso l’orizzonte illuminato

da bagliori funesti, ove si

intravvede una piccola nave; ma

l’orizzonte non è rassicurante, sulla

sinistra del dipinto compare un’onda

scura, alta come un muro, che sta per

respingere il relitto mentre il vento

gonfia la vela in direzione opposta. I

protagonisti della tragedia sono figure

di corpi forti, perfetti. Anche il

vecchio posizionato sulla sinistra vicino

ad un giovane morto, mostra una

figura vigorosa. Geniale risulta la capacità

dell’artista nel modellare l’anatomia

in forme scultoree e nel rappre-


68

Théodore Géricault - “Ammutinamento sulla zattera”

-

sentare con cruda realtà la morte.

Volti lividi, braccia cadenti dimostrano

un’attenta osservazione ed una

conoscenza fisica di corpi senza vita.

(L’artista per realizzare l’opera frequento

gli obitori per ritrarre dal vero

le membra contratte). Nei diciotto mesi

impiegati per realizzare “La zattera

della Medusa”, Gèricault studiò ogni

minimo particolare. La grande forza

rappresentativa scaturisce interamente

dagli ideali dell’autore che riesce

ad evidenziare nella tela i naufraghi

in pose classiche, quasi eroiche, provocando

una tensione ideale che accompagnerebbe

gli sventurati nel paradiso

degli eroi di Ossian. I protagonisti

sono gli uomini, il resto del dipinto

è circoscritto in uno spazio limitato.

L’opera venne acquistata nel

1819 dal Louvre. I moralisti mostrarono

scetticismo poiché avevano letto

nel quadro una critica alla società

dell’epoca ed un rimpianto dell’epopea

napoleonica. L’opera era un capolavoro

e proiettò Gèricault tra gli

immortali dell’arte di ogni tempo.


PIERO GILARDI

MOSTRA PERSONALE DAL 27 SETTEMBRE AL 12 OTTOBRE 2018

“NATURA VIVA”

“Sponda di torrente” - 2005 - cm. 50 x 50

“In un clima ovattato dal silenzio della natura dove molteplici profumi e sensazioni, altamente suggestivi, si liberano

armoniosi in una resa scenica di gioiosa contemplazione, le opere dell'artista Piero Gilardi esplorano un mondo

carico di energia e di consistenza realistica. Esse, cariche di poesia e di indubbia maestria tecnica, trasmettono al

fruitore, in tutta la loro interezza, vibranti effetti di una purezza e di una forza d'immagine unica, espressa costantemente

con intensità ed equilibrio. Sono opere che rivelano, da parte dell'artista, uno stato d'animo sincero, sensibile

e profondo e che evidenziano una vena artistica sorprendente. Protagonista assoluta è la linea naturalistica

con le sue immense varietà di giardini, marine, torrenti, nevicate, boschi e cascate di fiori che, pregne di emozioni

autentiche, si muovono in un infinito gioco di freschezza e di colori. In piena autonomia di linguaggio, le opere dell'artista

Piero Gilardi testimoniano un immenso fascino estetico di bellezza ed un valore strutturale-formale responsabile

e sicuro. Palpitanti di vita e di emozioni, le sue composizioni ci travolgono appieno e ci comunicano memorie,

ricordi e vissuto di una realtà che evidenzia sensibilità creativa, vitalità ed immediatezza”.

Monia Malinpensa

(Art Director- Galleria d’Arte Malinpensa by La Telaccia)

MOSTRA PERSONALE A cuRA DI MONIA MALINPENSA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

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ORARIO GALLERIA: DAL MARTEDI AL SABATO DALLE 10,30 ALLE 12,30 - 16,00 ALLE 19,00


70

“due minuti di arte”

In due minuti vi racconto la storia

della pop art: tra fumetti, barattoli

di zuppa e dive del cinema

di Marco Lovisco

www.dueminutidiarte.com

Roy Lichtenstein

Se un tempo gli artisti rappresentavano

santi, imperatori

e paesaggi di campagna, e

poi, di improvviso hanno cominciato

a trarre ispirazione da

attori, fumetti e prodotti da supermercato,

significa che qualcosa nel

frattempo è cambiata. La portata innovativa

e rivoluzionaria della pop art va

ricercata proprio in questo, nella sua

capacità di urlare al mondo “Il re è nudo!”

(come il bambino della celebre fiaba di

Andersen).

Nella società statunitense degli anni

Sessanta, in pieno boom economico e

ascesa del consumismo sfrenato, gli idoli

da venerare non si trovavano più nelle

chiese, ma negli schermi dei televisori e

sui cartelloni pubblicitari. Al mondo in

bianco e nero della prima metà del secolo

si contrapponeva quello sgargiante, colorato

ed eccessivo del benessere che

sembrava essere alla portata di tutti.

Cambiavano i valori, cambiava la visione

del mondo, cambiava la società.

Warhol, Lichtenstein e gli altri artisti della

pop art hanno raccontato questa rivoluzione,

e lo hanno fatto usando le stesse

“armi” usate dalla società dei consumi, al

punto da rendere difficile la distinzione

tra la provocazione pura e il business

calcolato. Ma forse sta proprio in questo

la forza del consumismo: non puoi metterlo

in discussione senza finire col farne

parte, come una cornice dalla quale è

impossibile uscire.

1. La pop art è una corrente artistica nata

nella seconda metà degli anni Cinquanta

negli Stati Uniti per poi diffondersi con

successo anche in Europa negli anni Sessanta.

I principali esponenti di questa

corrente furono Andy Warhol, Roy

Lichtenstein, James Rosenquist e Claes

Thure Oldenburg.

2. Il nome pop art è l’abbreviazione di

“popular art”, per sottolineare come

questa nuova corrente artistica traesse

ispirazione da soggetti “popolari”, ispirati

cioè dalla cultura di massa. Pubblicità,

televisione, cinema, ma anche scaffali dei

supermercati diventano i soggetti delle

opere d’arte, come le celebri scatole di

barattoli di salsa Campbell di Warhol, gli

eroi del cinema e dello spettacolo o le

immagini colorate dei fumetti.

3. Non a caso la pop art nasce proprio

come reazione all’espressionismo astratto,

corrente artistica nata negli Stati Uniti

dopo la Seconda Guerra Mondiale, basata

sull’esternalizzazione del sentire individuale

dell’artista attraverso l’arte (es.

Jackson Pollock, Mark Rothko). Gli artisti

della pop arte invece, cercano ispirazione

nella società del loro tempo e nella cultura

di massa. Semplificando: se gli artisti

espressionisti, attraverso l’arte raccontano

se stessi e il proprio universo spirituale,

gli artisti della pop art raccontano ciò che

li circonda.


James Rosenquist

Andy Warhol

4. Come ogni corrente artistica, anche la

pop art è figlia del suo tempo. Negli anni

Cinquanta, sulle macerie lasciate dalla

Seconda Guerra Mondiale, stava nascendo

una società che vedeva nella produzione di

massa di beni di consumo e nelle moderne

tecnologie domestiche (lavatrici, frigoriferi

ecc.) un evidente segnale di progresso. La

pop art sfrutta proprio le modalità di

comunicazione e la filosofia della società

dei consumi, trasformandole in arte, con un

chiaro intento ironico e provocatorio.

5. Il re della pop art è sicuramente Andy

Warhol, l’artista che più di tutti è riuscito a

cogliere il cuore dell’America degli anni

Sessanta, con i suoi miti e i suoi punti di

riferimento. Le sue serigrafie prodotte in

serie, che rappresentano attrici come

Marilyn Monroe o prodotti industriali come

i barattoli della zuppa Campbell sono

un’ironica dimostrazione di come l’arte sia

un prodotto “da consumare”. Come se fosse

uscito da una fabbrica per entrare nelle case

delle persone che hanno i mezzi per

acquistarlo.

6. Altro grande esponente della pop art fu

l’americano Roy Lichtenstein, che prendeva

ispirazione dal mondo della pubblicità

e dei fumetti. Le sue opere più famose si

basano sull’ingrandimento di oggetti comuni

tratti da pubblicità e fumetti fino a

rilevarne la retinatura con i punti delle tinte

primarie. I testi che spesso accompagnano

le opere, uniti all’uso di colori decisi o del

bianco e nero, rendono le sue opere semplici

ma incisive.

7. Altri esponenti di spicco della pop art

furono l’americano James Rosenquist che

indaga il mondo della pubblicità, del

cinema e della televisione con colori vivaci

e decisi; George Seagal, famoso per i suoi

candidi calchi in gesso e Claes Thure

Oldenburg, che realizzò enormi sculture in

gesso dipinto raffiguranti gelati, hot-dog o

oggetti della vita quotidiana, per evidenziare

la voracità del consumismo che

sembra muoversi nella società con la forza

devastante di un inesorabile gigante.

8. Se Warhol, Lichtenstein e Rosenquist

furono i principali esponenti della pop art,

probabilmente colui che fece da ponte tra

l’espressionismo astratto e la pop art fu

l’artista americano Robert Rauschenberg.

Nei suoi celebri “combine paintings” (anni

Cinquanta) Rauschenberg univa oggetti

della quotidianità, frammenti di giornale e

materiali urbani, trasformando le sue opere

in chiavi di lettura della società.

9. Tornando indietro di qualche anno

potremmo annoverare, tra i padri della pop

art, anche l’artista americano Edward Hopper,

capace di raccontare nei suoi dipinti il

lato più autentico e pop della cultura americana

di inizio Novecento.

10. Tra i “figli” della pop art ci sono

sicuramente gli artisti di strada Keith

Haring e Jean-Michel Basquiat, quest’ultimo

scoperto proprio da Andy Warhol.

Entrambi, con i loro graffiti, hanno

raccontato la cultura popolare della New

York anni Ottanta, fatta di asfalto bollente,

consumismo esasperato e un’irrefrenabile

energia che consumava tutto, come se non

esistessero né passato, né futuro, ma solo

un fugace presente da addentare come una

mela matura.


Mario Zanoni

“Grifone” - Terracotta dipinta - 2017 - cm. 45 x 20 x 33

Galleria Ess&rre

Porto turistico di Roma

Lungomare Duca degli Abruzzi 84 - 00121 Roma - loc. 876 - tel. 06 42990191 - 329 4681684

www.accainarte.it - acca@accainarte.it


74

Il mondo enigmatico di

gIoVaNNI MaSUNo

a cura di Svjetlana Lipanovic

La magnifica mostra personale

di Giovanni Masuno intitolata

“Leonardo scientifico”

è stata inaugurata il 17

luglio 2018 presso lo spazio

espositivo della Banca Fideuram

San Paolo Invest in Via Cicerone, 54

a Roma. Rimarrà aperta fino il 20 settembre

offrendo la possibilità unica di

poter ammirare le 39 opere ispirate ai

codici di Leonardo da Vinci. Il prof.

Giammarco Puntelli ha presentato le

splendide tele che racchiudono una ricerca

minuziosa della storia effettuata

dal pittore, per riuscire a rappresentare

con le immagini visionarie le scoperte

del genio fiorentino. Ogni quadro creato

dal Maestro dove i simboli si intrecciano,

racconta una storia magica

ed affascinante immortalata con il sapiente

uso dell’arte pittorica. Giovanni

Masuno è un formidabile narratore,

un instancabile ricercatore delle verità

celate nel passato e nella mente umana.

La sua formazione artistica si è

perfezionata con Rinaldo Turati presso

LA.BA di Brescia, mentre si è diplomato

in modellato e scultura con

Cesare Monaco e in disegno e pittura

con Davide Castelverde presso la

Scuola di Arti e Mestieri Ricchino di

Rovato (BS). Negli anni successivi, da

uomo curioso e colto si è appassionato

alla psicologia e alle scienze umane

che ha approfondito inserendo le sue

esperienze e i risultati raggiunti nelle


Galileo vs Kandinsky - cm. 100 x 120

De Divina proportione - cm. 120 x 120

Paradigma Quantico - cm. 90 x 90 Incompiuto - cm- 200 x 200

opere d’arte. Il Realismo spontaneo

caratterizza i suoi dipinti eseguiti con

la leggerezza dell’acquarello o con i

colori più densi dell’acrilico. Alla

mostra romana, oltre i quadri dedicati

a Leonardo, sono visibili altre opere

ispirate a personaggi eccezionali del

passato ed inserite nel progetto “Genius”,

con cui ha esposto nel 2018 a

Firenze, Anghiari e fra poco a Vinci.

L’artista residente nelle vicinanze dell’incantevole

Lago di Garda ha esteso

la sua ricerca artistica creando le

sculture in ceramica raku, gran-fuoco

e bronzo. Per il suo nuovo percorso

nell’arte, è stato decisivo l’incontro

con Mario Pavesi pittore e scultore,

allievo del grande scultore Henry

Moore. Il lavoro creativo del Maestro

è accompagnato anche con l’insegnamento

della pittura ed acquerello

negli spazi dell’Associazione Culturale

Larice di Brescia di cui è uno dei

soci fondatori. L’anno 2017 è stato

particolarmente significativo per le

diverse mostre organizzate dal prof.

Puntelli con un nome comune “Master

Class di Infinity”, che hanno

visto la partecipazione di Masuno al

Palazzo Ducale di Sabbioneta, alla

Galleria Pall Mall di Londra, alla

Galleria Naive e Sebastian Art Gallery

a Dubrovik in Croazia.

Per capire meglio il suo universo pittorico

avvolto nelle atmosfere misteriose

sono significative le afferma-


76

Leonardo Machiavellico - cm. 100 x 80

Il Mazzocchio - cm. 80 x 120

zioni del Maestro: “Sono da sempre

grande appassionato di storia, simbologia,

culture dei popoli e discipline

psicologiche, riguardanti le scienze

umane; da qui nasce la mia profonda

esigenza di esprimere in arte l’attuale

degrado morale e la perdita d’identità

dell’essere umano. Convinto che solo

la cultura possa “salvare l’umanità”,

ho iniziato un percorso artistico dapprima

portando alla luce grandi personalità

del passato fino ad arrivare alla

rappresentazione del decadimento dei

valori dell’attuale società. Ho scelto

la pittura perché è il linguaggio artistico

che più mi rappresenta; nelle mie

opere fondo i vari stili, partendo dalla

figurazione classica fino ad arrivare

all’espressionismo astratto, e uso il colore

per dare un forte impatto emozionale.

L’obbiettivo finale della mia ricerca

artistica è arrivare all’“essenza”

per rappresentare concetti filosofici

complessi. Il mio lavoro artistico è per


Nikola Tesla - cm. 120 x 100

Staminale - cm. 80 x 100

me una “necessità esistenziale”.

Il prossimo appuntamento con il

mondo enigmatico di Giovanni Masuno

è previsto per il 29 settembre

2018 presso la grande Moschea di

Roma, dove sarà organizzata la

mostra collettiva che parlerà della

pace e della fratellanza tra i popoli.


78

città di Roma, vestita del suo fascino

per antonomasia, ha stimolato l’immaginazione

collettiva, è stata infatti

soggetto ideale per pittori e incisori

fin dal Rinascimento, mentre la fotografia

ha avuto il suo sviluppo quando

“si fa l’Italia”, contribuendo con la

sua tecnica ad alimentare quell’aura

da cui Roma è avvolta già dai secoli

precedenti. In mostra sono esposte immagini

principalmente di pittori/fotografi

che, nelle prime uscite di gruppo,

sistemavano le loro macchine fotografiche

negli stessi luoghi, rendendo pertanto

complessa l’attribuzione. Vediaeternal

City

…uno scrigno di bellezze!

Roma nella collezione fotografica del RIBA… Royal Institute of British Architects.

di Marina Novelli

Edwin Smith -

Piazza del Campidoglio -

Gelatine silver print, 1970

Edwin Smith /

RIBA Collections

Nel Monumento a Vittorio

Emanuele II, meglio conosciuto

con il nome de Il Vittoriano,

nella Sala Zanardelli,

è tutt’oggi in corso e fino al 28

ottobre p.v., la suggestiva mostra che

espone duecento fotografie che ritraggono

Roma tra la metà dell’Ottocento

e l’età contemporanea; foto appartenenti

alla collezione del Royal Institute

of British Architects di Londra.

Curatori della mostra sono Gabriella

Musto che è anche direttrice del Vittoriano,

e Marco Iuliano, in collaborazione

con Valeria Carullo, e a sua

volta per il RIBA, quella della Robert

Elwall Photografs Collection da cui

provengono tutte le opere. La mostra

ha lo scopo di ricostruire l’immagine

della città eterna e attraverso una immaginaria

lente del Grand Tour, il visitatore

può osservare la spettacolare

città con gli occhi del mondo anglosassone

condividendone gli sguardi

iconici ma anche desueti e profondamente

evocativi. Roma da sempre ha

stimolato l’immaginazione collettiva,

specie tra gli stranieri, creando suggestioni

indimenticabili; possiamo affermare

con certezza che, da sempre, la


Monica Pidgeon - Spanish Steps, Piazza di Spagna - Gelatine silver print, 1961

Monica Pidgeon/ RIBA Collections

Edwin Smith - Fragments of the colossal statue of Constantine the Great, Palazzo dei

Conservatori - Gelatine silver print, 1954 - Edwin Smith / RIBA Collections

Monica Pidgeon - St Peter’s Square - Gelatine silver print, 1961

Monica Pidgeon / RIBA Collections

Vasari - Termini Station (archs. Eugenio Montuori, Leo Calini, Annibale Vitellozzi

et al.) - Gelatine silver print, 1950 - Architectural Press Archive / RIBA Collections

mo infatti che l’iconica scalinata di

Trinità dei Monti ripresa da Via Condotti,

o caso ancor più ricorrente il

Foro, sono ripetutamente ripresi da

punti di vista condivisi da tutti i primi

fotografi, con delle varianti davvero

minime, quasi indistinguibili. Ricorrente,

in questo viaggio romano che

abbraccia un arco temporale che va

dal romanticismo al neorealismo, è il

Monumento a Vittorio Emanuele II,

con il suo aspetto architettonico di

grande impatto… e non solo visivo ma

anche simbolico e politico della città

eterna. Il RIBA, ovvero il Royal Institute

of British Architects fondato nel

1834, oltre ad assere un importante ordine

professionale, ambisce anche a

promuovere l’educazione alla qualità

dell’architettura, sia dentro che fuori

la Gran Bretagna ed annovera nella

sua collezione fotografica 1,7 milioni

di immagini. Le foto selezionate ed

esposte in mostra sono accumunate da

uno sguardo ampio, molto attento sia

al dettaglio archeologico che al paesaggio,

passando per la scala intermedia

dell’architettura. Fatta eccezione

per alcune immagini dei fondi dell’Architectural

Press Archive, sono stati

proposti esclusivamente scatti fotografici

britannici, fino ai giorni nostri:

James Anderson, Tim Benton, Richard

Bryant, Ralph Deakin, Ivy and Ivor de

Wolfe, Richard Pare, Monica Pidgeon,

Edwin Smith. Questa interessantissima

esposizione, promossa ed organizzata

dal Polo Museale del Lazio, di cui

Edith Gabrielli è direttrice, è anche inserita

nella ricca kermesse artistica di

ArtCity 2018… grandi emozioni da

osservare, da vivere… da ricordare!


80

MARISA fOGLIARINI

MOSTRA PERSONALE DAL 16 AL 27 OTTOBRE 2018

“PRESENZE”

“Cane che abbaia alla luna” - 2017 - acrilico su tela - cm. 80 x 80

“L’artista Marisa Fogliarini, operando con una stesura del tutto personale e con una conoscenza profonda della tecnica pittorica,

realizza un racconto espressivo dall’immediata capacità di rappresentazione, basato sia sull’aspetto cromatico che

su quello compositivo. L’indagine della presenza umana, componente essenziale e dominante nel suo attuale percorso,

evidenzia un’attenta elaborazione e uno stile ricco di temperamento e di richiami emotivi. Lo sviluppo dell’impianto materico

maturato dall’esperienza, il gioco architettonico delle linee, delle simmetrie e la modulazione del colore si uniscono nell’opera

in modo rigoroso e coerente. I trascorsi studi prospettici dell’artista rivelano una severa ricerca artistica e influiscono in modo

significativo sulla resa cromatica che si esprime sulla tela con effetti luminosi, trasparenze tonali. Ogni suo dipinto è un vero

e proprio dialogo formale estremamente libero e di forte contemporaneità. L’artista evidenzia, con equilibrio armonico, i

valori della pittura e lo fa in modo del tutto unico. I riflessi costanti dei toni e delle luci, i movimenti di vuoti e di pieni, rendono

viva l’evoluzione della figura che si libera di ogni spessore realistico divenendo pura sagoma. Le composizioni, nate dall’uso

dell’acrilico steso sulla tela con campiture piatte, vivono in uno spazio immaginario dove la vita dei personaggi ritratti s’arresta

sulla soglia dell’essere rifiutando del tutto la dimensione del divenire, essenziale aspetto questo per comprendere nel profondo

l’intensa spiritualità della pittrice”.

Monia Malinpensa

(Art Director- Galleria d’Arte Malinpensa by La Telaccia)

MOSTRA A cuRA DI MONIA MALINPENSA

REfERENZE E QuOTAZIONI PRESSO LA MALINPENSA GALLERIA D’ARTE By LA TELAccIA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

w w w . l a t e l a c c i a . i t - i n f o @ l a t e l a c c i a . i t

ORARIO GALLERIA: DAL MARTEDI AL SABATO DALLE 10,30 ALLE 12,30 - 16,00 ALLE 19,00


82

MOSTRE D’A R T E In I T

a cura di Silvana Gatti

AlBA (Cn)

fOnDAZIOnE fERRERO

Dal 27 OTTOBRE

fino al 25 fEBBRAIO 2018

DAl nullA Al SOGnO. DADA E

SuRREAlISMO DAllA COllEZIOnE

DEl MuSEO BOIJMAnS VAn BEunInGEn

In una decina di sezioni tematiche, sono

esposte opere di alto livello che vanno

dalla poetica nichilista del Dadaismo a

quella più propositiva del Surrealismo: il

caso, il brutto estetico, il sogno, l’inconscio,

il rapporto con l’antico, il legame tra

arte e ideologia. Il museo Boijmans Van

Beuningen di Rotterdam affianca disegni

di Dürer, stampe di Goya, raccolte di vetri

preziosi e oggetti di design a rare opere italiane,

gotiche, rinascimentali, settecentesche:

da Beato Angelico a Jacopo del

Sellaio, da Butinone a Francia, da Veronese

e Tiziano, a Guardi e Piranesi. Ma

anche maestri fiamminghi del valore di

Van Eyck o Rembrandt, Bosch e Brueghel,

Rubens e Van Dyck, la scuola dell’Aja,

con Van Gogh e Toorop, e poi francesi, da

Fragonard e Boucher a Monet, Degas, Cézanne,

e ancora Picasso, Mondrian e Rothko,

senza contare i contemporanei, da

Nauman a Cattelan. Interessante la collezione

di artisti delle avanguardie storiche,

non soltanto cubisti e costruttivisti olandesi,

ma anche dadaisti e surrealisti, molti

provenienti dalla selettiva collezione di

Edward James (1907-1984), che si divise

tra la passione di Magritte e Dalí, diventando

mercante di quest’ultimo. Curata da

Marco Vallora, la mostra coinvolgerà libri,

poesie, riviste, pamphlets, spezzoni di film,

frammenti di musica, lettere e manifesti,

affiancati a tele e sculture innovative e

spesso di rottura, di grande suggestione e

rilevanza storica.

BARD

f O R T E D I B A R D

D a l 1 4 O T T OBR E 2 0 1 8

fino al: 16 SETTEMBRE 2018

MATISSE SullA SCEnA DEll’ARTE

Questa mostra illustra 35 anni di carriera

di Matisse, dal 1919 alla morte, con 90

opere in gran parte del periodo di Nizza,

città fonte di ispirazione per l’artista. I

lavori esposti - tele, disegni, sculture e

opere grafiche - provengono dal Kunstmuseum

Pablo Picasso di Münster, dal

Musée Matisse di Nizza, da Les Ballets

di Monte-Carlo e dagli eredi, che hanno

dato in prestito oggetti della sua collezione

privata. Quattro le sezioni della

mostra, a cura di Markus Müller. Si comincia

con i costumi di scena, realizzati

nel 1919 insieme alle scenografie per Il

canto dell’usignolo, opera di Stravinsky

rappresentata da Diaghilev con i Balletti

Russi. La seconda sezione è dedicata al

rapporto tra l’artista e le sue modelle.

Importante il tema delle odalische, sintesi

per l’artista tra la rappresentazione

della donna e l’ornamento vegetale o geometrico.

Le collezioni di tappeti, abiti,

oggetti di arte orafa provengono dai

viaggi tra il 1912 e il 1913 in Algeria e

Marocco. Infine, i papiers découpés -

tipo di collage inventato da Matisse, che

consiste nel ritagliare il colore per poi

applicare le forme ottenute su tela - sviluppato

negli anni Quaranta e documentato

in mostra dalla serie Jazz.

lECCO

PAlAZZO DEllE PAuRE

D a l 2 0 O T T OB R E 2 0 1 8

fino al: 2 0 G E n n A I O 2 0 1 9

l’OTTOCEnTO lOMBARDO

La mostra è un viaggio nella cultura

lombarda del XIX secolo, partendo da

Milano per giungere alle altre provincie

lombarde. Si inizia con la stagione Romantica

di Francesco Hayez, affiancato

dai pittori che da lui presero insegnamento

e dai maestri suoi contemporanei,

quali Giuseppe Diotti, Giacomo

Trecourt, Massimo d’Azeglio e Giuseppe

Molteni. Uno sguardo particolare

è rivolto all’iconografia manzoniana.

Segue la sezione dedicata ai vedutisti e

ai “prospettici” (da Migliara a Inganni),

con dipinti sulla Milano dell’epoca, per

passare poi alle Guerre di Indipendenza,

con opere di Gerolamo e Domenico Induno,

interpreti del Risorgi- mento e

noti per le scene di genere. Giovanni

Carnovali detto il Piccio segna un cambio

di rotta nella seconda metà del secolo.

Artista fuori dal tem- po, il Piccio

ha stimolato artisti quali Federico Faruffini

e Tranquillo Cremona. Il primo

sarà un moderno interprete della pittura

storicista e letteraria; il secondo, con

Daniele Ranzoni e Giuseppe Grandi,

fonderà la Scapigliatura, periodo che in

Lombardia promuove il paesaggismo.

Esposte opere di Gigno-us e Gola, interpreti

di questo genere pittorico, e di

Mosé Bianchi. Nell’ultimo quarto di secolo

nasce il verismo sociale, con artisti

quali Longoni, Sottocornola, Morbelli.

E nasce il Divisionismo, con Segantini

e Previati che concludono il percorso..


A l I A E fuORI COnfInE

MOnTEfAlCO (PERuGIA)

SEDI VARIE

fino al: 4 nOVEMBRE 2018

CAPOlAVORI DEl TRECEnTO. Il

CAnTIERE DI GIOTTO, SPOlETO

E l'APPEnnInO

La mostra, a cura di Vittoria Garibaldi

e Alessandro Delpriori, vede

esposti circa 70 dipinti a fondo oro su

tavola, sculture lignee e miniature,

che documentano l’arte del primo Trecento

in Italia. Sono quattro le sedi

espositive: a Trevi il Museo di San

Francesco; a Spoleto il Museo Diocesano

- Basilica di Sant’Eufemia e il

Museo Nazionale del Ducato; a Montefalco

il Complesso Museale di San

Francesco. Nello Spazio Arte Valcasana

di Scheggino si ha uno sguardo

globale sulle chiese, pievi, eremi e

abbazie in Umbria, Marche, Abruzzo

e Lazio. Il successo della lezione giottesca,

e dei caposcuola senesi Pietro

Lorenzetti e Simone Martini, è documentato

da capolavori di artisti spesso

anonimi conservati in musei come

la Fondazione Cini di Venezia, il Museo

Poldi Pezzoli di Milano, l’Alana

Collection di Newark (USA). Importanti

i due dossali esposti nell’appartamento

di rappresentanza del Pontefice,

restaurati dai laboratori dei

Musei Vaticani; il Trittico con l’Incoronazione

della Vergine del Maestro

di Cesi e il Crocifisso con Christus

triumphans dipinti per il monastero

di Santa Maria della Stella di Spoleto.

Nelle varie sedi si può entrare in

una bottega medievale, per capire come

venivano realizzati fondi oro,

sculture, miniature, oreficerie, da

parte di artisti con il punto di riferimento

a Spoleto.

MOnTEPulCIAnO (SIEnA)

Mu S EO C I V I C O

P I n A C O T EC A C R O C I A n I

fino al: 7 OTTOBRE 2018

MOnTEPulCIAnO E lA CITTÀ

ETERnA. PAESAGGI E VEDuTE DAll’ESTETICA

DEl GRAnD TOuR AllA

METÀ DEl XX SECOlO

Roma e Montepulciano a confronto,

immortalate dai viaggiatori del Grand

Tour. La mostra è curata da Roberto

Longi, con la collaborazione di Renato

Mammucari e Fabrizio Nevola, e

organizzata dal Comune di Montepulciano.

Le due città e le loro campagne

sono raffigurate in oltre cento opere.

Esposti importanti lavori di Carlo Labruzzi,

Michelangelo Pacetti, Giulio

Aristide Sartorio, Luigi Petrassi, Ranieri

Rossi e opere di Ettore Roesler

Franz, il “principe degli acquarellisti

romani”. Interessanti sono le vedute

che di Roma, e di questa parte di terra

senese, propongono artisti stranieri,

tra cui lo spagnolo Juan Gimenez Martin,

l’inglese Samuel Prout, il bavarese

Karl Lindemann-Frommel, lo svizzero

Salomon Corrodi. In mostra anche alcuni

oggetti che accompagnavano il

“Tourista” nel suo viaggio. Testimonianze

di un’epoca e di uno stile di

vita: dallo scrittoio da viaggio, ai calamai

portatili, alle farmacie da viaggio,

agli utensili per organizzare uno

spuntino. Al nobile viaggiatore non

poteva mancare lo stira cravatte, il

portagioielli e il porta fragranze, il

pesa sterline, lo scacchiere. Poi i bastoni

da viaggio, bussole e compassi.

Infine gli strumenti da lavoro dell’artista:

dalle scatole per i colori ad olio

a quelle per l’acquerello, dalle tavolozze

ai materiali per le tecniche grafiche,

dagli album da disegno alle

cartelle porta lavori.

nOVARA

CASTEllO

dal: 20 OTTOBRE 2018

fino al: 24 febbraio 2019

O T T O C E n T O I n C O l l E Z I O -

n E DA I M A C C H I A I O l I

A S E G A n T I n I

Dopo il 1860, nasce in Italia il mercato dell'arte

grazie a gallerie come quella milanese

dei fratelli Vittore e Alberto Grubicy.

La rassegna si apre con uno sguardo alla

poetica del vero nel passaggio dai temi storico-risorgimentali

alla quotidianità del

nuovo stato sabaudo, con Gerolamo Induno,

Giovanni Fattori, Luigi Nono. Negli

anni sessanta vige il paesaggio nella sua

accezione naturalista (Antonio Fontanesi,

Guglielmo Ciardi, Filippo Carcano) ed il

confronto tra ritratto pittorico e scultoreo

continua nel tempo (Tranquillo Cremona,

Vincenzo Gemito, Medardo Rosso). La

mostra documenta poi il gusto ufficiale che

rispecchia quello della monarchia sabauda.

Trionfano la pittura e la scultura con soggetti

pastorali e agresti (Francesco P. Michetti,

Filippo Palizzi), nonché borghesi

(Silvestro Lega, Giacomo Favretto, Vittorio

Corcos), per finire con l'orientalismo

(Alberto Pasini, Domenico Morelli). Fondamentali

gli artisti operanti a Parigi o legati

alla Galleria Goupil, tra cui Antonio

Mancini, Giovanni Boldini, Giuseppe De

Nittis, Federico Zandomeneghi. Importante

infin la pittura divisionista di maestri

quali Giovanni Segantini, Gaetano Previati,

Angelo Morbelli, Giuseppe Pellizza

da Volpedo, Plinio Nomellini, Emilio Longoni,

Vittore Grubicy.


84

MOSTRE D’A R T E In I T

OSIMO (AnCOnA)

P A l A Z Z O C A M P A n A

fin o al: 4 nOVEMBRE 2018

GIORGIO DE CHIRICO E

lA nEOMETAfISICA

Questa mostra, a cura di Vittorio Sgarbi in

collaborazione con Maria Letizia Rocco, è

realizzata grazie al prestito di opere della

Fondazione Giorgio e Isa de Chirico. Le

sale di Palazzo Campana sono impreziosite

da più di 60 opere, tra dipinti, disegni,

sculture e grafiche che ripercorrono l’ultimo

periodo di produzione artistica di G.

de Chirico: la Neometafisica, durante il

quale l’artista raffigura in maniera divertita

gli stessi temi proposti nel periodo Metafisico.

Le piazze, gli interni/esterni ed i

manichini hanno un’atmosfera più lieta ed

ironica. La malinconia dei toni cupi del primo

periodo viene sostituita da campiture

dai toni vivaci, in un nuovo filone contenente

gli stessi temi che hanno ispirato da

sempre il Maestro: la mitologia greca, lo

studio della filosofia di Friedrich Nietzsche,

le sue esperienze legate ad alcune

città italiane. Seguendo la sua idea di prospettiva

ribaltata e di tempo circolare nel

segno dell’Eterno ritorno di Nietzsche, de

Chirico riscopre i suoi manichini, i suoi archeologi,

le sue piazze e i suoi assemblaggi

in un nuovo vortice creativo in cui il

pensiero anticipa la dimensione “concettuale”

della pittura delle giovani generazioni

che hanno trovato in de Chirico un

punto di riferimento.

PADOVA

P A l A Z Z O Z A B A R E l l A

Dal 29 Settembre 2018

fino al 4 nOVEMBRE 2018

GAuGuIn E GlI IMPRESSIOnISTI.

CAPOlAVORI DAllA

COllEZIOnE ORDRuPGAARD

Wilhelm Hansen fu affascinato dalla

nuova pittura francese durante il suo

viaggio a Parigi nel 1893. Per finanziare

l’acquisto di opere d’arte, creò

un Consorzio, coinvolgendo amici

facoltosi, al fine di portare in Danimarca

l’arte francese. Nella primavera

del 1918, il Consorzio acquistò

opere durante le aste nella tenuta di

Degas. Hansen costruì una Galleria

per esporvi le sue opere che spaziavano

dal neoclassicismo e romanticismo,

con David e Delacroix, al realismo

e all’impressionismo, al postimpressionismo

con Cézanne e Gauguin,

e infine Matisse come il primo

dei fauve. Nel ’22, la Landmandsbanken

fallì trascinando anche Hansen

che fu costretto a vendere i suoi

quadri francesi. Poi la ripresa e la decisione

di ricostituire la Collezione.

Tra i nuovi acquisti c’erano il Ritratto

di George Sand di Delacroix,

una Marina a Le Havre di Monet, Il

Lottatore di Daumier. Anche il Capriolo

nella neve di Courbet si unì

alla collezione di Hansen. L’ultimo

acquisto fu una ballerina di Degas.

La raccolta era completa, ma non era

più aperta al pubblico. Fu sua moglie

a trasmettere la collezione allo stato

della Danimarca, rendendola così

pubblica.

ROMA

MAX XI Mu SEO nAZ I OnAlE

D E l l E A R T I D E l

X X I S E C O l O

fino al: 4 nOVEMBRE 20 18

AfRICAn METROPOlIS. unA

CI TTÀ IMMA GInARIA

A cura di Simon Njamie ed Elena Motisi,

è una sfida al concetto di metropoli

ed usa l’arte africana per evidenziare

la bellezza e le contraddizioni

odierne. Realizzata con la collaborazione

del Ministero degli Affari Esteri

e della Cooperazione Internazionale -

DGMO, main partner Eni, fa parte di

un progetto di Giovanna Melandri,

Presidente Fondazione MAX-XI, dedicato

alla vitalità della scena artistica di

un continente in crescita tra contraddizioni

e ferite aperte, e rappresenta una

occasione per offrire attraverso l’ar- te un

contributo alla conoscenza, al dialogo,

alla sicurezza e alla pace di un continente

legato a doppio filo all’Europa.

Il progetto prevede anche la mostra

road to justice (22 giugno - 14 ottobre

2018), a cura di Anne Palopoli, riflessione

sulle complessità del continente,

le sue ferite, la memoria, i possibili

scenari futuri, e un ricco programma di

incontri con artisti, architetti, scrittori,

cinema, danza e musica live. Oltre 100

lavori di 34 artisti africani sono gli elementi

di una città immaginaria, di un

percorso che documenta il caos, la ricchezza,

le sfaccettature dell’identità

africana e globale. I curatori hanno individuato

cin- que azioni metropolitane

Vagando, Appartenendo, Riconoscendo,

Immaginando e Ricostruendo - che raccontano

una città immaginaria e consentono

di interpretare sia lo spazio fisico

sia quello mentale, definito da

sensazioni ed emozioni risvegliate in noi.


A l I A E fuORI COnfInE

ROMA

PA lA Z ZO V En E ZIA

fin o al: 2 8 A PRIlE 2019

D O n AT E l lO

Il 12 luglio scorso il prezioso busto in

terracotta raffigurante San Lorenzo, realizzato

da Donatello, finora comparso in

mostre temporanee, è stato posizionato

a Palazzo Venezia dove rimarrà per circa

nove mesi a disposizione del pubblico.

L’iniziativa, promossa dal Polo Museale

del Lazio diretto da Edith Gabrielli, è inserita

nell’ambito di Artcity Estate 2018.

Donato de’ Bardi, detto Donatello

(1386- 1466) fu un grande scultore fiorentino

del quindicesimo secolo. Partito

da un clima legato al Gotico internazionale,

l’artista s’impose insieme a Brunelleschi

e a Masaccio per il linguaggio

innovativo, diventando uno dei protagonisti

del primo Rinascimento. Il busto in

terracotta di San Lorenzo fu realizzato

per il portale maggiore della Pieve di

San Lorenzo a Borgo San Lorenzo nel

Mugello, una chiesa distante una quarantina

di chilometri da Firenze. La datazione

cade intorno al 1440, periodo in

cui Donatello realizzava il David in

bronzo. Gestito dal Polo Museale del

Lazio, il Museo Nazionale del Palazzo

di Venezia ha sede in un edificio del Rinascimento,

fondato negli anni cinquanta

del XV secolo. Fin dalla sua

costituzione nel 1916, il museo ha raccolto

un buon numero di opere quattrocentesche.

Il museo annovera autori come

Pisanello, Benozzo Gozzoli o Mino

da Fiesole, rappresentando il contesto

ideale per il busto di Donatello. Un buon

motivo per una visita.

ROVIGO

PAl A Z Z O R O V E R E l l A

Dal 29 SETTEMBRE 2018

fino al 27 GEnnAIO 2019

A RTE E MAGIA. Esoter ism i

n ella pittura euro pea dal

Simbolismo alle Avan guardi e

Sto riche

Una mostra sui rapporti tra le correnti

esoteriche in voga tra il 1880 e gli anni

successivi alla prima guerra mondiale.

L’esoterismo esplose in Europa a fine

‘800 in coincidenza allo sviluppo dell’arte

simbolista. Partendo da Francia

e Belgio l’influenza della cultura esoterica

sulle arti figurative coinvolse la

letteratura e i protagonisti del simbolismo,

da Böcklin a Previati. Le teorie

ermetiche ebbero un ruolo rilevante

nella nascita dell’astrattismo all’interno

del movimento del Bauhaus, influenzando

artisti come Klee, Itten,

Mondrian e Kandinsky. In Italia l’esoterismo

influenzò pittori astrattisti

come Balla, Ginna ed Evola e scrittori

come D’Annunzio, Campana e Pirandello.

Pittori e scultori trovarono nelle

religioni orientali o nei testi ermetici

un’alternativa al pensiero cristiano.

Durante il ‘900 nacquero comunità in

cui si praticavano riti esoterici ed in

cui si ritrovavano, fra gli altri, Jung,

Hesse e Klee. Tra gli artisti in mostra:

Odilon Redon, Paul Ranson, Jean Delville,

Austin Osman Spare, Paul Serusier,

Alberto Martini, Wassily Kandinsky,

Auguste Rodin, Edvard Munch,

Leonardo Bistolfi, Ferdinand Hodler,

Albert Trachsel, Mikalojus Constantitnas

Ciurlionis, Peter Behrens,

Bruno Taut, Ernesto Basile, Paul Klee,

Luigi Russolo, Kazimir Malevič, Gaetano

Previati, George Frederic Watts,

Giacomo Balla, Piet Mondrian, Frantisek

Kupka, Romolo Romani

TORInO

GAM

Dal 28 OTTOBRE 2018

fino al 24 MARZO 2019

I M A C C H I A I O l I

ARTE ITAlIAnA VERSO lA

MODERnITÀ

A Torino, nel maggio del 1861, il

movimento dei Macchiaioli ebbe la

sua prima affermazione alla Promotrice

delle Belle Arti. Sono gli anni

in cui la città viene proclamata capitale

del Regno d’Italia, e nel fermento

culturale nasce la collezione

civica d’arte moderna dell’attuale

GAM, che aveva il compito di documentare

l’arte allora contemporanea.

In questa mostra, a cura di Cristina

Acidini e Virginia Bertone, 80 capolavori

documentano il dialogo artistico

tra Toscana, Piemonte e Liguria

sulla ricerca sul vero. La collezione

ottocentesca della GAM

offre occasione di studio, guardando

ad Antonio Fontanesi, nel bicentenario

della nascita, agli artisti piemontesi

della Scuola di Rivara (Carlo

Pittara, Ernesto Bertea, Federico Pastoris

e Alfredo D’Andrade), ai liguri

della Scuola dei Grigi, a confronto

con Cristiano Banti, Giovanni

Fattori, Telemaco Signorini, Odoardo

Borrani, protagonisti di questa

stagione artistica. Dal racconto della

formazione dei protagonisti alle

opere di pittori e maestri accademici

di gusto romantico o purista, come

Giuseppe Bezzuoli, Luigi Mussini,

Enrico Pollastrini, Antonio Ciseri,

Stefano Ussi, passando dai giovani

futuri macchiaioli come Silvestro

Lega, Giovanni Fattori, Cristiano

Banti, Odoardo Borrani, il confronto

tra le opere evidenzia l’educazione

tradizionale dei protagonisti, fedele

ai grandi esempi rinascimentali.


86

MOSTRE D’A R T E In I T

TREVISO

C A S A D E I C A R R A R E S I

Dal 26 SETTEMBRE 2018

fino al 3 fEBBRAIO 2019

DA TIZIAnO A VAn DYCK.

Questa mostra attinge alla collezione di

Giuseppe Alessandra, in un percorso che

dal Rinascimento giunge al Manierismo

fino al Barocco. Viene documentata la

pittura veneta partendo dalla tradizione

belliniana e dalla rivoluzione giorgionesca,

per illustrare la storia delle grandi

botteghe rinascimentali e manieriste, come

quelle di Tiziano e dei Bassano, fino

alle nuove espressioni seicentesche. Le

opere dei grandi maestri sono affiancate

da opere della loro bottega, ripercorrendo

le tangenze che hanno reso il ‘500

il secolo della grande arte veneta ma non

solo. La mostra è suddivisa in sei sezioni.

Nelle prime due si analizza la pittura

veneta da fine ‘400 a fine ‘500. Da

Giovanni Bellini all’ultimo Tiziano, in

questa parte della mostra si trovano o-

pere di Giorgione, Tiziano e Tintoretto,

accanto ai dipinti realizzati nelle loro

botteghe (come Sebastiano del Piombo,

Palma il Giovane e Lodovico Pozzoserrato).

Di Tiziano è presente il “Ritratto

di Ottavio Farnese” (1545-46). Nella

terza e quarta sezione si affrontano le vicende

artistiche in Lombardia e in Centro

Italia. La quinta sezione documenta

le vicende del Barocco; l’ultima sezione

guarda gli artisti d’Oltralpe che hanno

influenzato le arti figurative nel Nord

Italia. Qui trovano spazio il “Ritratto di

Gentiluomo” di Hans von Aachen e la

“Testa di Carattere” di Van Dyck.

VEnARIA (TO)

R EG GI A DI VE nARI A

Dal 13 SETTEMBRE 2018

fin o al: 10 MARZO 2019

ERCOlE E Il SuO MI TO

La mostra illustra la figura dell’eroe

greco, con oltre 70 opere, tra ritrovamenti

archeologici, gioielli, opere d’arte applicata,

dipinti e sculture, dall’antichità classica

al Novecento. La rassegna è vista alla

luce dei lavori di restauro in corso della

“Fontana d’Ercole”, fulcro del progetto

secentesco dei Giardini della Reggia, un

tempo dominata dalla Statua dell’Ercole

Colosso del 1670. Interessanti approfondimenti

analizzano, da un lato, la presenza

della statuaria erculea nei giardini e dall’altro

le piante a essa collegate, a cura di

Darko Pandakovic, attraverso esempi visibili

in parchi di residenze private e di palazzi

aristocratici, come Palazzo Pitti a

Firenze, Le Tuileries a Parigi, il Castello

di Powis in Gran Bretagna, o La Venaria

stessa e, dall’altro, l’influenza che l’eroe

ebbe nella storia dell’architettura, grazie

a un video-passeggiata raccontata da

Claudio Strinati. Una sezione è dedicata

alla città di Kassel, che ha tra i suoi simboli

la statua dell’eroe greco; dal suo

museo giungono alcuni cammei del Sei-

/Settecento e per l’occasione è presentato

un filmato aereo della reggia e del parco

voluti da Guglielmo I d’Assia-Kassel. La

mostra termina con una sezione che, ricostruendo

un ambiente di foyer cinematografico

anni ‘50/60, testimonia il rifiorire

dell’interesse sul mito di Ercole, con i

grandi film, cosiddetti del “peplo”, prodotti

a Cinecittà negli anni sessanta e poi

a Hollywood, che videro impegnati attori

quali Giuliano Gemma o Arnold Schwarzenegger,

oltre alla trasposizione in disegni

animati di Walt Disney. Catalogo

Skira.

VEnEZIA

CA’ PESARO

Galleria Internazionale d’Arte

Moderna

fino al: 6 GEnnAIO 20 19

EPOCA fIORuCCI

La Fondazione Musei Civici di Venezia

presenta un progetto espositivo dedicato

alla figura di Elio Fiorucci,

stilista milanese che ha firmato il successo

della moda italiana nel mondo.

La mostra è inserita nella programmazione

espositiva di Ca’ Pesaro - Galleria

Internazionale d’Arte Moderna e

offre al pubblico un interessante connubio

tra i diversi settori dell’espressione

artistica, in cui lo spirito anticonformista

di Elio si esprime attraverso

prodotti eterogenei - oggetti, a-

biti e grafiche - manifestando la sua

visionarietà nei campi della moda e

della comunicazione, del design e

dell’arte. Paladino della moda democratica,

Fiorucci ha sovvertito la moda

e il mercato influenzando il gusto dei

giovani, captando in anticipo i gusti e

le tendenze. La mostra indaga il “fenomeno

Fiorucci”, la moda alla portata

di tutti che rivoluzionò le abitudini

delle giovani generazioni dalla fine

degli anni sessanta all’inizio degli ottanta.

Una ventata di novità che cancellò

la tradizione delle lavorazioni

sartoriali artigianali per offrire alla generazione

dei teenager l’occasione di

indossare pillole di trasgressione, eliminando

la moda dal perbenismo

dell’abito borghese, negli anni in cui

le donne si battevano per la parità dei

diritti e per l’autodeterminazione.


A l I A E fuORI COnfInE

PRInCIPATO DI MOnACO

nEW nATIOnAl MuSEuM

VIllA PAlOMA

fino al 6 GEnnAIO 2019

SEnSuA lI TÀ In SA lSA POP.

lA PROME SSA DI fElICI TÀ

DI TOM WESSElMAnn

Questa mostra, a cura di Chris

Sharp, propone 26 opere tra dipinti,

sculture e disegni realizzati dall’artista

dal 1963 al 1993. La rassegna

rientra nel progetto di ricerca sugli

artisti del ‘900 privi di una carriera

lineare, ma capaci di spaziare fra le

arti. Tom Wesselmann, noto esponente

della Pop Art americana, è

uno di questi. La rassegna indaga il

rapporto tra l’artista e la donna. Disinibita

sensualità e passione esprimono

liberamente la femminilità

contemporanea che per Wesselmann

riflette il mutamento storico e culturale

a cavallo tra le repressione

vittoriana e il consumismo post-bellico.

L’impronta della Pop Art e di

Wesselmann ricostruiscono il legame

tra il tabù della sessualità e il

senso di possesso, figlie del materialismo.

Particolare (fig. sopra) l’opera

di Tom Wesselmann, Gina’s Hand,

1972-82, oil on canvas, 59 x 82 inches

© The Estate of Tom Wesselmann/

Licensed by VAGA, New

York © ADAGP, Paris 2018.

REPuBBlICA DI S. MARInO

MuSEO D’ARTE MODERnA

E COnTEMPORAnEA

fino al 31 GEnnAIO 2019

G A l l E R I A n A Z I O n A l E

S A n M A R I n O

Il 7 luglio è stata inaugurata la Galleria

Nazionale San Marino, il nuovo museo

d’Arte Moderna e Contemporanea della

Repubblica di San Marino, con sede stabile

nelle Logge dei Volontari, un magnifico

edificio realizzato alla fine degli

anni trenta, ristrutturato per l'occasione

con un nuovo allestimento e nuovi servizi.

L’evento si tiene in occasione del X

anniversario dell'Iscrizione di San Marino

nella Lista del Patrimonio Mondiale

dell'Umanità UNESCO. Il museo presenta

una selezione di opere, appartenenti

alla Collezione d'Arte Contemporanea

dello Stato di S. Marino,

composta da più di mille esemplari, di

noti artisti italiani del Novecento, quali

Renato Guttuso, Emilio Vedova, Sandro

Chia, Enzo Cucchi, Corrado Cagli, Giuseppe

Spagnulo, Enzo Mari, Luigi Ontani

e altri, accanto a quelle di importanti autori

della scena artistica sammarinese:

Marina Busignani Reffi, Walter Gasperoni,

Gilberto Giovagnoli e Patrizia Taddei.

Il percorso è suddiviso in quattro

sezioni storico-tematiche, ognuna delle

quali offre un focus di approfondimento

su un particolare evento nella storia

dell’arte di San Marino del XX secolo,

come le Biennali Internazionali di San

Marino, il Progetto Spagnulo/Manzoni,

la Scala Santa di Enzo Cucchi, l’intervento

di Maurizio Cattelan.

SVIZZERA - RAnCATE

P I n A C O T E C A C A n T O n A l E

G I O V A n n I Z Ü S T

Dal 14 OTTOBRE 2018

fino al 27 GEnnAIO 2019

I l R I n A S C I M E n T O n E l l E

T E R R E T I C I n E S I. DA l T E R-

R I T O R I O A l Mu S E O

Sono molte le opere d’arte che vengono

allontanate dal luogo originario.

Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa indagano

il fenomeno nell’ambito del

Canton Ticino, privilegiando il Rinascimento.

La mostra documenta il

recupero di una tavola del 1526 di

Francesco De Tatti, “Santo Stefano

davanti ai giudici”, dipinta per la Parrocchiale

di Santo Stefano a Rancate.

Francesco De Tatti è stato il maggiore

pittore varesino del Rinascimento.

Questa mostra ne indaga la figura

con una selezione di opere e con confronti

volti a definire la sua cultura

visiva: dipinti di Bernardo Zenale -

pittore e architetto trevigliese, attivo

nella Milano di Leonardo - alla cui

ombra De Tatti si è formato, opere di

Defendente Ferrari e Martino Spanzotti,

stampe della bottega di Raffaello.

In mostra anche l’Imago pietatis

del Monte di Pietà di Milano. Tra le

opere che hanno lasciato il Cantone

Ticino, il nucleo di sculture lignee e

di vetrate, concesso dal Landesmuseum

di Zurigo. Arriverà Dall’Inghilterra

la pala di Bernardino Luini,

eseguita per Santa Maria degli Angeli

a Lugano. Prevista l’esposizione di disegni

e antiche fotografie a riprova

dell’originaria consistenza del patrimonio

artistico ticinese.


88

Nel segno della Musa

Le interviste di Marilena Spataro

“Ritratti d’artista”

Maestri del ‘900

Sergio Monari

Una poetica proustiana. e una ricerca artistica che partendo dalla forma si

fa elemento rivelatore del segreto della materia, in una illuminazione epifanica

e armoniosa dell'esistenza

marilena.spataro@gmail.com

Affabulatore - 2015 - carbonio

Pittore, scultore, docente all'Accademia

di Belle Arti. Un profilo

d'artista articolato e di lungo corso.

Quanto é importante e che posto occupa

l'arte nella vita di Sergio Monari?

«Ho sempre pensato che l'arte fosse un

modo, forse il più nobile, di raccontarmi.

Dare forma a quella parte di me che non

conosco fa parte del segreto materico. Il

corpo esce dall'ombra. Epifania e stupore

si rinnovano e mi conducono ad un'armoniosa

comprensione dell'esistere».

Come ricorda gli anni del suo esordio artistico.

Quali erano al tempo le figure di

riferimento nell'ambito delle arti visive?

«Non esistevano figure, ma idee. Dopo le

avanguardie, l'artista viveva senza referenti,

senza sociale, senza tempo geografico

e spazio lineare. Era un periodo di

grandi fermenti e sperimentazioni, si trattava

di costruire su queste incertezze. Gli

artisti più avvertiti opponevano un sapere

della sopravvivenza, individuando uno

spazio di trasformazione in quelle che saranno

le neo avanguardie».

Oggi come vive e come si pone con il suo

lavoro rispetto al mondo dell'arte contemporanea?

«Oggi ognuno di noi si sente un “altro”,

un disguido temporale rispetto agli e-

venti, che ci circondano e ci sorpassano.

Sentiamo di essere una combinazione

provvisoria di elementi eterogenei, un'espressione

dei modelli della pluralità della

nostra esistenza politeista. Non ci sentiamo

mai a casa: qualcosa di noi non lo

è più, qualcosa non lo è ancora».

Le sue sculture presentano un fascino antico,

non di rado enigmatico e contengono

citazioni colte il cui senso poetico ed estetico

sembra arrivare da un tempo e da luoghi

remoti. Quali le matrici culturali e

formali della sua opera scultorea?

«Il mio operare non si pone più in nessuno

dei luoghi dove prima la scultura soleva

darci appuntamento. La ricerca diventa

dunque esclusiva, radicale, siamo obbligati

ad apprendere il segreto delle sue origini:

il punto vivo, pulsante, dove è dapprima

l'evento mentale, che segna l'inizio

della creazione, poi la multi temporalità

della psiche che viene ricondotta ad

immagine tridimensionale, si riconosce

un sopra di storia che si plasma, e un sotto


Il

Presagio segreto - 2018 - bronzo

Antidoto al tempo - 2008 - resina

di stratificazioni dell'inconscio».

Qual è il fil rouge che lega il suo lavoro

in pittura e in scultura e che consente di

coglierne al meglio l'essenza?

«Non esistono differenze nell'operare,

tutto il mio lavoro nasce, al di là della tecnica,

dall'esigenza di dare forma a ciò che

conosciamo e ciò che è inconoscibile,

forme che si esprimono e si nascondono

in eguale misura ed entriamo in contatto

con i misteri irrisolti della nostra stessa

esistenza».

Quali le sensazioni che l'accompagnano

quando comincia a creare l'opera?

«L'insormontabile rapporto col tempo,

nell'individuarne l'origine si costituisce

come lo sforzo di ritrovare l'identità,

forse la storia dell'essere in ciò che esso

è. Nel centro più silenzioso delle parole,

nel ripetersi di forme più vecchie di ogni

memoria, è possibile trovare l'appiglio

per ripercorrere il racconto e riappropriarsi

di cronologie dimenticate».

In questo momento qual’é il linguaggio

artistico che meglio le consente di rappresentare

la sua poetica e la sua visione

del mondo?

«L'uomo è il reale protagonista della mia

poetica, come il grande tema del tempo,

inteso tuttavia come tempo piegato a cerchio

attorno all'uomo e alla sua esistenza.

Un tempo che non conosce interruzioni,

fratture, cesure, ma soltanto passaggi,

attraversamento significa cambiamento

e accettazione».

Come vede il futuro delle arti figurative

tradizionali in un'epoca in cui l'arte digitale

si va imponendo sempre più prepotentemente?

«Il mercato dell'arte ha creato un bisogno

che ha modificato il tempo, più si produce

più si vende, l'arte digitale corrisponde

a questo. Più che puntare su una

qualche forma di autenticità, sembra il

frutto scontato degli stessi meccanismi

dei cosiddetti beni di consumo; oppure nel

migliore dei casi, rischia di essere il risultato

di un ambiente altamente autoreferenziale.

Omaggio alla lentezza del fare,

questa vive fuori dall'accelerazione storica

che è una specie di fuga dalle idee».

Quale il suo giudizio da artista e da docente

su questi nuovi linguaggi espressivi

e sulla tendenza a utilizzare tout court le


90

Arco d'amore - 2012 - bronzo

Migrante preda - 2013 - carbonio

tecnologie nel campo delle

arti visive?

«Una ricerca che non può radicare

se stessa da nessun luogo,

giusto per questa sua necessità

di rinnovarsi, necessità

questa che sarebbe anche

sacrosanta, se non arrivasse a

sostituire l'artista con qualcosa

di molto simile all'art director,

come se il sistema dell'arte

fosse diventato un'agenzia

pubblicitaria».

Quali gli appuntamenti artistici

e culturali che più la

coinvolgono in questo periodo

e quali i progetti futuri su

cui sta lavorando?

«Il disincanto nei confronti

del mondo dell'arte fa parte

ormai del mio essere, partecipo

a mostre senza ansie, senza

aspettative che non siano

quelle gradite dei complimenti

di chi stimo e di coloro coi

quali ho rapporti di vera amicizia.

Stare ai margini del sistema

significa in definitiva

non esserci immersi, e perciò

avere il tempo, il distacco e la

lucidità per la scelta».

Nota biografica

Sergio Monari vive e lavora in Romagna, vivace terra di

artisti, scrittori, musicisti e lì traccia la sua formazione.

All'Accademia Belle Arti di Bologna si laurea, dove,

come docente, insegna Anatomia Artistica. Nel 2002

fonda con altri artisti l’Associazione culturale C.etrA,

apre nel suo casolare di Castelbolognese uno spazio espositivo

e crea il Parco della Scultura. è esponente di spicco

del Gruppo Ipermanierismo di Italo Tomassoni. Ha

esposto le sue opere in oltre cento mostre, personali e

collettive, in gallerie e musei in Italia e all'estero, fra le

quali la Biennale di Venezia, 54a Esposizione del 2011, è

invitato alla mostra “Tesori d'Italia” in occasione di Expo

2015.


92

Il fascino delle

asimmetrie congruenti

Verso una nuova teoria estetica

di Roberto Grandicelli

Fig. 2, De Architetture – Marc Vitruue Pollion, 1547 – Paris

Fig. 1 - Portrait de la comtesse Du Barry en Flore, 1769 – François Hubert Drouais

Figura 3, George David Birkhoff

Il saggio – Ripercorrendo la teoria

estetica e la diversa accezione che

viene attribuita al concetto di simmetria

nel corso dei secoli per le diverse

discipline, viene formulato il

concetto di «asimmetria congruente» individuando

nel codice estetico coniato da

1

Marie-Jeanne Bècu, contessa Du Barry

(Fig. 1), la chiave attraverso la quale rivisitare

le leggi della buona forma.

La teoria estetica – Che la bellezza sia

stata associata, nel corso dei secoli, al

concetto di simmetria è un fatto. Il tentativo

dell’uomo di divenire a leggi della

buona forma trova riscontro già nel 450

a.C. quando lo scultore Policleto, nel trattato

“Il Canone” (considerato il primo

2

trattato che provò a fissare i parametri

estetici della bellezza e dell'armonia), asseriva

che “La bellezza è intimamente legata

alla simmetria”. Nel seguito (15

a.C.), anche Vitruvio, nel trattato “De Architettura”

(Fig.2), attribuisce al concetto

3

di bellezza la medesima accezione: “[…]

l'aspetto dell'opera sarà piacevole per l'armoniosa

proporzione delle parti che si ottiene

con l'avveduto calcolo delle simmetrie”.

Nel 1933 il matematico statunitense

George David Birkhoff (Fig. 3) teorizzò

addirittura la Mathematical approach

to aesthetics, mettendo direttamente

in correlazione l’ordine di simmetria, in

rapporto alla complessità dell’insieme.

L'esercizio di affrontare l'aspetto dal

punto di vista deterministico risultò ovviamente

labile in relazione alla soggettività

nel definire la complessità di un'opera.

Per molti secoli un assoluto esempio

di perfetta proporzionalità della figura

umana è stato rappresentato proprio

dal Doriforo di Policleto (Fig. 4,5) nel

quale lo scultore greco, per primo, im-


1 Marie Jeanne Becù, nota anche come Mademoiselle Lange (o meglio l'Ange l'Angelo) dal nome

del frate francescano (fratello Ange) con cui si dice sua madre l'avesse concepita, nacque in Lorena

nel 1743. Jeanne crebbe in un convento di Parigi. A soli 15 anni dovette iniziare a cavarsela

da sola. Bellissima e dotata di una fisicità prorompente, sarà Jean-Baptiste du Barry a farne una

vera e propria prostituta d'alto bordo. Re Luigi XV, dalla morte di Madame de Pompadour, era

alla ricerca di una degna sostituta. La du Barry venne fatta sfilare al cospetto del Re che ne rimase

immediatamente folgorato. La presenza a corte della du Barry, vera e propria prostituta, venne

considerata inammissibile. Per questo venne data in sposa al fratello scapolo dello stesso du

Barry e le venne concesso prontamente il titolo di contessa, permettendogli di prendere da subito

possesso degli appartamenti a Versailles i quali riflettono ancora oggi la sua personalità e il

potere che aveva raggiunto.

2 Il Canone (in greco antico: Kavov, "regola") è un trattato perduto sulle proporzioni dell'anatomia

umana scritto dallo scultore Policleto verso il 450 a.c. Noto solo da accenni in opere successive,

è considerato il primo trattato che teorizza i temi della bellezza e dell'armonia ed ebbe uno

straordinario impatto, ispirando anche le ricerche sul modulo architettonico. Con Policleto e il

suo canone, l'arte greca entrò nel culmine artistico di equilibrio e razionalità, definito "classico".

3 De architectura (Sull'architettura) è un trattato latino scritto da Marco Vitruvio Pollione intorno

al 15 a.c. È l'unico testo sull'architettura giunto integro dall'antichità e divenne il fondamento

teorico dell'architettura occidentale, dal Rinascimento fino alla fine del XIX secolo.

Figura 4, Il Doriforo di Policleto

pose addirittura un secondo asse di simmetria,

introducendo la figura del chiasmo

(Fig. 6). Ben più tardi, nel Rina-

4

scimento, così come l'uomo di Vitruvio

verrà adottato da Leonardo da Vinci (Fig.

7), quale simbolo di armonica proporzione,

il chiasmo policleteo verrà riscoperto

e ripreso da Michelangelo per la

realizzazione del David (Fig. 8). In una

visione del tutto antropocentrica, la proporzione

della figura umana è stata dunque

assunta ad archetipo del concetto di

buona forma. Nel 1948 l'architetto svizzero

Le Corbusier, padre del movimento

moderno, pubblicò “le Modulor” (Fig.

9), un riferimento dimensionale ottenuto

dalla scomposizione scalare della figura

umana al quale poter ricondurre qualsivoglia

oggetto o costruzione, coniugando

efficacemente funzionalità ed

armonia estetica. La simmetria, intesa

come sinonimo di proporzione. Questa

accezione in effetti la ritroviamo nell'etimologia

stessa del termine “simmetria”:

Nell'associare al termine “simmetria” il

concetto di ordine e proporzione, possiamo

però notare come, già nella definizione,

si richiami, non solo la relazione

biunivoca fra le singole parti, bensì anche

la relazione che esiste fra le singole

parti e l'insieme. Questa duplice correlazione

affonda le sue radici già nel terzo

5

secolo d.C. laddove Plotino così ne implicava

la relazione: “Tutti affermano

che la bellezza visibile nasce dalla simmetria

delle parti, l'una in rapporto all'altra,

e ciascuna in rapporto all'insieme;

dunque la bellezza di tutti gli esseri

è la loro simmetria e la loro misura”.

In questa locuzione potremmo

leggervi, con straordinaria anticipazione,

6

quanto scoperto da Fibonacci (Fig.10)

nel XIII Secolo (ci riferiamo, in particolar

modo, al concetto di autosomiglianza

di cui tratteremo più avanti) allorquando,

cercando di trovare una legge matema-

Figura 5, Il Doriforo di Policleto

4

Il chiasmo, in arte, è una tecnica scultorea, che consiste nella disposizione secondo un particolare

ritmo che ricorda l'andamento della lettera χ dell'alfabeto greco. Nella configurazione che ne deriva,

detta anche posizione chiastica, le coppie contrapposte di arti sono entrambe alternativamente

flesse o tese. Nel celebrato esempio del Doriforo è ben visibile come il ritmo bilanciato di alterne

flessioni e tensioni, che coinvolge gli arti contrapposti, sia ora declinato in una visione più organica,

dinamica ed equilibrata della figura umana. Al braccio sinistro, teso a reggere il giavellotto, corrisponde

la tensione della gamba destra che sostiene il peso del corpo. Ad essi fa da contrappunto

la flessione dei rimanenti arti: il braccio destro, mollemente disteso lungo il fianco teso, e la gamba

sinistra, con la punta del piede a sfiorare appena il suolo. La posizione flessa della gamba sinistra

determina anche qui un abbassamento del fianco. Ma questi elementi, nella sintassi policletea, si

compongono in un dinamismo più sottile accompagnandosi ad una leggera torsione del busto, al

lieve, caratteristico inarcamento della linea alba e al conseguente tenue declinare dell'omero della

spalla destra, secondo una linea divergente rispetto al declivio dei fianchi. La ricerca di Policleto

comportò l'enucleazione di una teoria del ritmo, delle proporzioni, della bellezza e della composizione

scultorea, che lo scultore codificò in una serie di precetti racchiusi in un trattato tecnico, andato

perduto, che ebbe per titolo Canone, esemplificato nel Doriforo.

Figura 6, Il chiasmo nel Doriforo

Figura 7, L’uomo Vitruviano di Da Vinci


94

tica che descrivesse le casistiche di crescita

di una popolazione di conigli, si accorse

che la sequenza numerica derivante

era quanto mai particolare (Fig.11).

Figura 11, La serie numerica rappresentativa

del modello di crescita di una famiglia di conigli.

Figura 8, Il David di Michelangelo

Figura 9, “Le Modulor” di Le Corbusier

Figura 10, Leonardo Pisano detto il Fibonacci

I numeri di questa serie infatti (1,1,2,-

3,5,8,13,21…) (Fig.12), singolarmente o

in quell’esatta sequenza, erano spesso riscontrabili

in natura in relazione ad altri

fenomeni, ad esempio: la disposizione

delle foglie lungo uno stelo, il numero di

petali di un fiore o il numero di spire di

una pigna o di un ananas, il numero di

semi di un frutto, ma anche i cristalli di un

fiocco di neve, le ramificazioni di un fulmine,

le punte di una stella marina, un

nido d’ape o semplicemente le spirali di

una conchiglia (Fig.13). Anche nell’arte,

così come nella musica, possiamo riconoscervi

la serie di Fibonacci proprio in ragione

del concetto di proporzionalità. In

architettura la ritroviamo, ad esempio:

nella realizzazione delle piramidi di Giza,

nel Partenone, nel Colosseo, a Castel del

Monte e Piazza San Pietro, nel Taj Mahal,

e, più recentemente, nella torre Eiffel, nel

Pentagono, e nei grattacieli del World

Trade Center (Fig.14). Il rapporto che lega

ciascun numero della serie al precedente

è un numero irrazionale (1,618033…)

noto nel XV Secolo con l’appellativo di

“Divina Proportione” (“Summa de Arithmetica,

Geometria, Proportioni e Proportionalità”,

Luca Pacioli ); un rapporto

7

particolare che permette di realizzare il

rettangolo aureo, ovvero quel rettangolo

le cui proporzioni lo rendono il rettangolo

perfetto (Fig.15). La relazione che lega la

base all’altezza del rettangolo aureo, porta

in seno il concetto di autosomiglianza.

8

Questo fa sì che, come per un frattale, si

creino figure dotate di omotetia interna:

ovvero che si ripetono nella medesima

forma su scale diverse per cui, ingrandendo

una qualunque sua parte, si ottiene

sempre la figura originale (Fig.16). Viceversa,

da una singola parte (e qui ci ricolleghiamo

all’affermazione di Plotino) è

possibile determinare il tutto, ovvero l’insieme.

La simmetria – Ma simmetria, per come

la conosciamo noi oggi, non è unicamente

sinonimo di proporzione bensì, ergo soprattutto,

di uguaglianza. Nicoletta Sala,

nel saggio “Matematica e Arte: Simmetria

e rottura di simmetria” ci dice che “[…]

5

Plotino (in greco antico: Πλωτίνος, Plōtínos;

Licopoli, 203/205 - Minturno (o Suio), 270) è

stato un filosofo greco antico. È considerato

uno dei più importanti filosofi dell'antichità,

erede di Platone e padre del neoplatonismo.

Le informazioni biografiche che abbiamo su

di lui provengono per la maggior parte dalla

Vita di Plotino, composta da Porfirio come

prefazione alle Enneadi. Queste furono gli

unici scritti di Plotino, che hanno ispirato per

secoli teologi, mistici e metafisici “pagani”,

6

cristiani, ebrei, musulmani e gnostici. Leonardo

Pisano detto il Fibonacci (Pisa, settembre

1175 circa – Pisa, 1235 circa.) è stato un

matematico italiano. È considerato uno dei

più grandi matematici di tutti i tempi. Con altri

matematici dell'epoca, contribuì alla rinascita

delle scienze esatte dopo la decadenza dell'Età

Tardo Antica e dell'Alto Medioevo.

7Fra Luca

Bartolomeo de Pacioli o anche Paciolo (Borgo

Sansepolcro, 1445 circa - Roma, 19 giugno

1517) è stato un religioso, matematico ed economista

italiano,autore della Summa de Arithmetica,

Geometria, Proportioni e Proportionalità

e della Divina Proportione. Egli è riconosciuto

come il fondatore della ragioneria.

8Un frattale è un oggetto geometrico che si ripete

nella sua forma allo stesso modo su scale

diverse, e dunque ingrandendo una qualunque

sua parte si ottiene una figura simile all'originale.

Questa caratteristica è spesso chiamata

9

auto similarità oppure autosomiglianza. Évariste

Galois (Bourg-la-Reine, 25 ottobre 1811 -

Parigi, 31 maggio 1832) è stato un matematico

francese. Ragazzo prodigio, poco più che adolescente

riuscì a determinare un metodo generale

per scoprire se un'equazione sia risolvibile

o meno con operazioni quali somma,

sottrazione, moltiplicazione, divisione, elevazione

di potenza ed estrazione di radice, risolvendo

così un problema della matematica vecchio

di millenni.

Figura 12, Estratto del Liber abbaci che riporta la

“Successione di Fibonacci”


alla nozione “antica” di simmetria si sovrappose

una visione “moderna”, fondata

non più su rapporti di proporzione, ma su

un rapporto di uguaglianza tra le parti di

una figura.” In realtà (e questa è la ragione

del virgolettato) la simmetria la ritroviamo

addirittura in tempi preistorici

nei Dolmen (Fig.17) (non foss’altro per

la simmetrica ripartizione del carico) e,

in maniera ancor più evidente, la possiamo

riconoscere nella “porta dei leoni”

di Micene (Fig.18). Ma la nozione “moderna”

di simmetria, nasce nei primi decenni

del XIX Secolo quando il matematico

francese Evariste Galois intro-

9

dusse un nuovo strumento matematico

che riguardava la classificazione delle

equazioni algebriche e che consentì di

“misurare” il grado di simmetria delle soluzioni

di un’equazione algebrica. Romanticamente,

l’anello di congiunzione

fra casuale e scientifico, possiamo forse

individuarlo nel palazzo dell’Alhambra a

Granada (Fig.19). I diversi fregi ornamentali

che vanno a comporre i mosaici,

sono esattamente le sette tipologie scientificamente

possibili (Fig.20) e sono disposti

nei 17 gruppi di simmetria che scientificamente

è possibile realizzare (Fig.21a/b).

Se, nel corso dei secoli, la simmetria ha

dimostrato di rappresentare, a giusto titolo,

uno dei principali canoni di bellezza,

vediamo ora di indagare il perché di questa

ancestrale associazione. Il filosofo

Karl Popper, nel testo “Conoscenza oggettiva”,

(Armando Editore, 1975) sostiene

quanto segue: “Prima negli animali

e nei bambini, ma più tardi anche negli

adulti, ebbi a osservare la potenza immensa

del bisogno di regolarità: quel bisogno

in forza del quale essi ricercano le

regolarità”. Anche Ian Stewart e Martin

Golubitsky, nel testo “Fearful Symmetry.

Is God a Geometer?” (Bollati Boringhieri

editore, 1995), affermano che “l’uomo ricerca

istintivamente la regolarità”. La risposta

dunque è che l’uomo cerca di a-

scrivere la realtà a leggi note che gli consentano

di comprendere induttivamente il

contesto nel quale si muove. Questa confidenza

restituisce sicurezza e tranquillità

ma non solo: gli permette di prevedere,

per associazione di idee e mediante approccio

deduttivo, ciò che ancora direttamente

non conosce. “Ripetizione e moltiplicazione,

due parole semplicissime.

Figura 13, Alcuni esempi di nei quali possiamo riconoscere i numeri della serie di Fibonacci in natura

Figura 14, Alcuni esempi nei quali possiamo riconoscere i numeri della serie di Fibonacci in architettura

11

Tuttavia la totalità del mondo che è possibile

percepire attraverso i nostri sensi

conoscerebbe una disintegrazione caotica

se non potessimo riferirci a queste nozioni

[...]”, sostiene lo storico dell'arte,

Ernest Gombrich, nel testo “The Sense of

Order” (Phaidon editore, 1995). Comprese

le ragioni per cui la simmetria è un

canone di bellezza, quale ruolo gioca la

non-simmetria?

L’asimmetria - Lo storico dell'arte Dagobert

Frey sostiene che: “Simmetria si-

10

gnifica riposo e vincolo, asimmetria movimento

e rilassamento, una ordine e diritto,

l'altra arbitrarietà ed incidente, una

rigidità formale e vincolo, l'altra vita,

gioco e libertà.” Anche lo psicologo Rudolf

Arnheim asseconda la medesima dicotomia:

“Simmetria significa riposo e

collegamento, asimmetria significa movimento

e distacco. Ordine e legge da una

parte, arbitrarietà e possibilità dall'altra

[...]”, ed ancora: “Ad un estremo... la rigidità

del blocco totale; all'altro... la mancanza

di forma altrettanto terrificante del

caos”. In queste locuzioni la non-simmetria

è sistematicamente posta in antitesi.

Ma non è sempre letta in contrapposizione.

Il filosofo Theodor Adorno, so-

12

stiene che “In campo artistico, l'asimmetria

può essere colta solo in relazione

alla simmetria” e così anche il compositore

Roman Vlad afferma che “l’intuito

13

ha bisogno della ragione per sprigionarsi,


96

Figura 15, Rettangolo costruito

mediante rapporto aureo

Figura 17, Dolmen, le tipiche tombe

megalitiche preistoriche

Figura 18, Porta dei leoni, Micene

Figura 16, Spirale inscritta

all’interno dei rettangoli aurei

Figura 19, Il complesso palaziale

dell’Alhambra a Granada

Figura 20, I n°7 possibili

fregi ornamentali

10

Dagobert Frey, fu uno storico dell'arte austriaco

(Vienna 1883 - Stoccarda 1962), prof. a Breslavia

(1932-1945) e a Stoccarda (dal 1951). Oltre a studî

sul Bramante, su Michelangelo e su J. B. Fischer von

Erlach, sono da ricordare Gotik und Renaissance

(1929) e Manierismus als europäische Stilerscheinung

(post, 1964). Rudolf Arnheim (Berlino, 15 lu-

11

glio 1904 - Ann Arbor, 9 giugno 2007) è stato uno

scrittore, storico dell'arte e psicologo tedesco formatosi

alla scuola della Psicologia della Gestalt.

12

Theodor Ludwig Wiesengrund-Adorno (Francoforte

sul Meno, 11 settembre 1903 - Visp, 6 agosto

1969) è stato un filosofo, musicologo e sociologo tedesco,

esponente della Scuola di Francoforte. Oltre

ai testi di carattere sociologico, nella sua opera sono

presenti scritti inerenti alla morale e all'estetica.

13Roman Vlad (Cernăuți, 29 dicembre 1919 – Roma,

21 settembre 2013) è stato un compositore, musicologo

e pianista rumeno naturalizzato italiano. Nel

secondo dopoguerra Vlad, oltre alle sue attività di

compositore e di pianista, si fece apprezzare internazionalmente

come musicologo e conferenziere. 14

Vilma Torselli è nata a Genova, ma ha conseguito la

laurea in architettura presso il Politecnico di Milano,

sotto la docenza di nomi storici dell'architettura

italiana, quali Ernesto N. Rogers e Ludovico

Barbiano di Belgioioso, dello studio B.B.P.R.,

Franco Albini, Franca Helg, Vittorio Gregotti, Vittoriano

Viganò. Attualmente, oltre a curatela del canale

Arte, Cultura e Scienze del portale Supereva, è

Amministratore di Artonweb, portale d’arte, architettura

e immagine. 15 Alex John Beck, un fotografo

newyorchese di 32 anni, ha voluto dimostrare come

ognuno di noi abbia una “doppia faccia”, o come

dice il proverbio, un lato buono. Ha preso ritratti di

dieci persone diverse, realizzando immagini simmetriche

utilizzando le giuste metà dei loro volti, e, in

seguito, ha lavorato soltanto con una metà, prima

quella sinistra, e poi quella destra. Ha creato volti

formati da due parti sinistre e due parti destre. Il progetto

è stato chiamato “Both Sides Of”, e le fotografie

reali dei vari soggetti non sono mostrate. “Sono

rimasto sorpreso - ha detto Beck - dalla differenza

sottile ma innegabile tra ogni carattere delle nostre

due facce.”

un po’ come l’asimmetria ha bisogno della

simmetria per la sua ragion d’essere”.

Coniugando le due anime, conveniamo

che, in assenza di assi di simmetria, è

spurio parlare di non simmetria (ne consegue

che il caos è assenza di simmetria

o, se vogliamo, eccesso di asimmetria,

per cui non è più possibile scorgere la

simmetria al quale riferirsi). Ecco allora

che la non-simmetria non è da intendersi

come negazione della simmetria bensì

come dimostrazione della sua stessa esistenza,

pur rappresentandone l’antitesi.

Nella ricerca del bello, è dunque preferibile

l’assoluta simmetria oppure la non

simmetria gioca comunque una parte attiva?

Chris McManus, professore di Psicologia

presso l’University College di

Londra, nel saggio “Simmetria e Asimmetria

in Estetica e nell'Arte”, sottolinea

come “la simmetria pura sia in qualche

modo troppo dura, troppo rigida e diversa

dalla natura delle persone”. Immanuel

Kant, ha commentato come: “Tutte le regolarità

rigide (come le trame matematiche)

sono intrinsecamente ripugnanti al

gusto, in quanto la loro contemplazione

non ci offre piaceri durevoli... e ci stanca

quasi subito”. Anche Ernest Gombrich

era dello stesso avviso, vedendo la banalità

all'interno della simmetria: “Una

volta che abbiamo colto il principio di ordine,

siamo in grado di imparare le cose

a memoria [...] Abbiamo facilmente visto

abbastanza, perché non sorprende più, in

modo che, simmetria e asimmetria sono

visti come, una lotta tra due avversari di

pari potenza, il caos informe, su cui abbiamo

le nostre idee, e la forma troppo

monotona, che illuminiamo di nuovo accenti”.

Condividiamo allora la conclusionale

del saggio “La simmetria” di Vilma

14

Torselli quando asserisce che “L'asimmetria

è una forma di trasgressione alla

norma che tiene desta l'attenzione dell'osservatore,

è un continuo attentato ai nessi

logici tradizionali, è sollecitazione ad andare

oltre, è destrutturazione della banalità,

è il modo per vedere con occhi nuovi

verità scontate, ma è anche, per quanto

paradossale possa sembrare, ricerca di

equilibrio nell’irregolarità”. Nella ricerca

del bello, la simmetria è condizione necessaria

ma non sufficiente: il bello deve

essere esaltato, sublimato, reso compiuto

dal conferimento di fascino. Per questa

ragione si deve ricorrere all’introduzione

della non simmetria. In quale misura? Il

lavoro condotto dal fotografo Alex John

15

Beck dal titolo “Both Side Of”, ripropone

la simmetria nel portrait, dimostrando

l’artificiosità della perfezione

(Fig.22a/b/c/d). I volti rappresentati nelle


Figura 21a, I n°19 possibili gruppi

di fregi ornamentali

Figura 22, “Both Side Of” a1, a2

Figura 22, “Both Side Of” d1, d2

Figura 21b, I n°19 possibili gruppi

di fregi ornamentali

Figura 22, “Both Side Of” b1, b2

Figura 22, “Both Side Of” c1, c2

Figura 23, Madame Du Barry - Denominazione dei nei

figure 22a/b/c/d, altro non sono che l’unione

delle singole metà di ciascun viso

(la parte sinistra con la parte sinistra e la

parte destra con la parte destra). Questo

singolare esercizio ci porta a concludere

che la perfetta simmetria da sola non paga

ma anche che, le fisiologiche asimmetrie

che ciascun viso presenta, in via generale

non costituiscono, di per se, elemento di

fascino. Le asimmetrie congruenti - Qual

è la teoria estetica che pone in giustapposizione

il bello conferito dalla simmetria

ed il fascino esercitato dalla non simmetria?

Ernest Gombrich, sempre nel testo

“The Sense of Order”, afferma che “Il disturbo

della regolarità, come una crepa in

una compagine levigata, agisce per l'occhio

come un magnete e così può fare una

regolarità i-naspettata in un ambiente casuale”.

Dunque un’asimmetria desta interesse

e fascino allorché capace di sposta-

16

re il peso visivo dall’asse di simmetria.

Parlando di fascino, la letteratura ci impone

di prendere a riferimento il codice

estetico coniato da Marie-Jeanne Bècu,

contessa Du Barry, la quale procedette

alla normazione dei diversi “modi di fascino”

conferiti alla persona in relazione

alla posizione dei nei nel viso, producendone

una didascalica, ancorché precisa,

mappatura (Fig. 23). Il conferimento del

fascino è ottenuto mediante la presenza,

ol’introduzione (un neo posticcio), di un

elemento di puntuale distonia in un contesto

di perfetta simmetria ed assolverà

alla funzione di spostare il peso visivo

dell’immagine percepita dall’osservatore,

dall’asse di simmetria. Possiamo allora

definire un’asimmetria “congruente” (ovvero

in piena coerenza con la propria definizione)

allorché generata da un elemento

di puntuale distonia, in un contesto

di perfetta simmetria. Ed allora trova

suffragio il teorema “fascino = asimmetria

congruente”, per cui l’equazione

“bellezza = simmetria”, non sarà più il

fine bensì il mezzo, laddove il bello vorrà

esaltato è reso compiuto.

Bibliografia

Alice Mortali, Guida alla Parigi di Maria

Antonietta, Mursia Editore, 2015

Karl Popper, “Conoscenza oggettiva”,

Armando Editore, 1975

Ian Stewart, Martin Golubitsky, “Fearful

Symmetry. Is God a Geometer?”, Bollati

Boringhieri Editore, 1995

E. H.Gombrich, “The Sense of Order”,

Phaidon, 2010

Nicoletta Sala, “Matematica e Arte: Simmetria

e rottura di simmetria”

D. Frey, “Zum Problem der Symmetrie in

der bildenden Kunst, Studium Generale”

R. Arnheim , “New essays on the psychology

of art”

Chris McManus, “Simmetria e Asimmetria

in Estetica e nell'Arte”

Vilma Torselli, “La simmetria”


98

elena Modelli

“Coccodrillo” - 2018 - Terracotta ceramizzata - cm. 77 x 38 x 19

Galleria Ess&rrE

Porto turistico di Roma

Lungomare Duca degli Abruzzi 84 - 00121 Roma - loc. 876 - tel. 06 42990191 - 329 4681684

www.accainarte.it - acca@accainarte.it


L’arte poetica di

Stjepko Mamić e Davor Vuković

alla mostra “Segni in movimento”

14-27 giugno 2018

a cura di Svjetlana Lipanovic

Davor Vuković

Stjepko Mamić

Il mare - la fonte dell’inesauribile

ispirazione di Stjepko Mamić e

Davor Vuković è stato immortalato

nei quadri esposti alla mostra

“Segni in movimento” dal 14 al

27 giugno, a Roma.

Le coloratissime tele dei pittori croati

si sono inserite nella mostra collettiva

internazionale d’Arte contemporanea

organizzata da Augusto Consorti e

Stefano Giachè presso il rinomato

spazio espositivo sito dal 1963 nella

storica Via Margutta n. 52, la strada

degli artisti. Gli amanti d’arte hanno

potuto ammirare le opere dei 14 artisti

di varie nazionalità tra cui, per la sua

innovativa interpretazione si sono fatti

notare i quadri di Stjepko Mamić e

Davor Vuković.

L’arte di Stjepko Mamić pittore di

fama internazionale esplora il misterioso

mondo degli abissi marini, portando

alla luce i suoi abitanti che si

muovono nelle tele variopinte. Mamić

nato a Dubrovnik ha perfezionato il

suo grande talento pittorico all’Accademia

d’Arte a Firenze. Le sue affascinanti

creazioni sono facilmente riconoscibili

non solo per la ricerca accurata

delle mille tonalità ma anche

per l’uso di materiali diversi. Con le

vernici sul vetro e sulla ceramica abbinate

con colori e foglie d’oro è in

grado di realizzare gli effetti particolari

apprezzati dal pubblico e dai critici

d’arte: Vittorio Sgarbi, Paolo Le-


100

Mara Ferloni, Augusto Consorti e Stefano Giachè

Mara Ferloni e alla sua sinistra Svjetlana Lipanović con le socie dell'Associazione Italo-Croata

vi, Anna Francesca Biondolillo ed

altri. L’artista partecipa continuamente

alle mostre nei paesi europei e nel

mondo dove ha ricevuto numerosi riconoscimenti.

Le varie associazioni

prestigiose: l’Accademia Culturale Europea

di Roma, l’Associazione Croata

degli Artisti di Dubrovnik, la Federazione

Internazionale di Cultura e Arte

della Corea del sud, Arteide international

cultural originatyon, Art Nation,

l’Associazione Internazionale di

Artisti a Monaco di Baviera ed altri

l’hanno accolto tra i loro membri.

Nella Città Eterna ha esposto “Colori

di luce - Rosso”, opera creata con

l’applicazione delle foglie dorate su

tela di lino, un dipinto che conferma

il suo amore infinito per il mare, le

sue bellezze nascoste ed anche per la

natura.

La stessa ammirazione per le meraviglie

del creato si nota nel quadro di

Davor Vuković prematuramente scomparso

nel 2015. Le isole dalmate, un

arcipelago immenso, dipinte con rara

sensibilità poetica, sono reinterpretate

nelle forme dove il contrasto forte tra

i colori crea effetti sorprendenti. Le

sue opere realizzate con la tecnica

mista, sono astratte, espressioniste,

un autentico omaggio alla natura maestosa.

Vuković che fu membro della

Società degli artisti croati a Zagabria,

è stato sopranominato dai critici americani

“il maestro della innovazione


Stefano Giachè al vernissage

Svjetlana Lipanović con il catalogo della mostra

formale”. Il suo magnifico dipinto

“Adriatic Wonder” è stato inserito

nella prestigiosa pubblicazione “The

Best Modern and Contemporary Artists”

nel 2014. Durante la sua fortunata

carriera ha esposto in Croazia e

nel mondo. Negli ultimi anni le sue

mostre sono state allestite a New York

nel 2012, 2013, a Parigi nel 2014, a

Roma nel 2015, 2016. La sua bravura

pittorica è stata premiata all’ European

Biennale a Parigi nel 2014 e alla rassegna

“Florence Art” a Firenze nel

2015. Il quadro “Le isole” dai colori

vivaci è stato scelto per la mostra romana,

in ricordo a questo grande, sensibile

pittore e poeta. La Dott.ssa Mara

Ferloni critico d’Arte ha inaugurato la

mostra insieme con Stefano Giachè

pittore ed organizzatore della stessa.

La Galleria Consorti continuerà a presentare

gli artisti meritevoli, selezionando

le creazioni migliori, per valorizzare

le opere d’arte di alta qualità,

come quelle viste recentemente all’esposizione

nella suggestiva cornice

romana di Via Margutta.


102

Termina con successo la seconda edizione del concorso

d'arte pittorica UN CUORE D'ARTISTA

a Castelbuono. Superate le 1000 visite in quattro

giorni. L'edizione 2018 è stata ulteriormente arricchita

dalla presenza dell'opera di Renato Guttuso, del

laboratorio per bambini Bimbi Artisti Fest e dall'istituzione

del riconoscimento alla carriera, quest'anno consegnato al

maestro Giovanni Crisci. Con oltre 43 opere di 43 artisti

diversi, la mostra finale tenutasi dal 16 al 19 agosto a Castelbuono

è stata apprezzata dal vasto pubblico interessato

che ha riempito la sala mostra dell'ex chiesa al monte a Castelbuono,

comune madonita in provincia di Palermo in Sicilia.

Domenica 19 si è svolta presso la sala consiliare, alla presenza

del vicesindaco Annamaria Mazzola, del presidente

del Club degli Artisti Francesco Licciardi e dei responsabili

del museo Guttuso di Bagheria la dottoressa Irene Raspanti

e il dottor Antonello Gargano, la premiazione dei

vincitori.

Questa seconda edizione è stata vinta dall'artista di Carini,

Daniela Pisciotta, mentre il premio per la preferenza popolare

è stato assegnato al castellanese Giuseppe Farinella.

Lo stesso Farinella è risultato vincitore anche del secondo

posto. Il terzo posto è stato invece assegnato a Glenda Safonte.

Tre le menzioni di merito assegnate rispettivamente

a Ferdinando Provenzano, Domenico Gesani e Aurelio

Arena. Il concorso Un Cuore d'artista, organizzato dal Club

degli Artisti, con il patrocinio del Comune di Castelbuono

e dell'accademia di belle arti di Palermo ha avuto la partnership

di Art&rtA, Biancoscuro art magazin, Galleria spazio40

di Roma e della scuola ArtsinRome e si pone, con

questa seconda edizione, tra gli eventi artistici più importanti

e seguiti in tutta la provincia di Palermo con particolare

attenzione anche a livello regionale e nazionale.


Galleria Ess&rrE

Logos Contemporary Art

Summertime

La dott.ssa Marilena Spataro Presidente

dell’Ass. Logos e a destra Sabrina Tomei

Da sinistra la scultrice Elena Modelli, il Maestro Mario Zanoni e Roberto Sparaci

Logos è parola infinita, e-

terna, terribile: infinita perché

priva di limiti, eterna

perché continuamente mutando

rinnova per sempre

il suo principio di autoaffermazione,

terribile perché insondabilmente oscura

e indecifrabile. Una mostra d'arte

che porti questo titolo dovrà farsi carico

di ogni ambivalenza, incontrollabile

contraddittorietà, di ogni continuato

dissidio ed incoerente ribaltamento

di senso, conservando leggerezza

di sguardo, maturità percettiva e

dolce mistero sognante.

Secondo le dottrine platoniche con il

termine “logos” si definiva infatti l'individuazione

della differenza, del dettaglio,

del segno distintivo che definisce

un oggetto nella sua identità,

nella sua realtà specifica.

Tra pittura e scultura la mostra si configura

come un itinerario a stazioni, a

stasimi, molteplici e variegati stimoli

in cui riconoscere - di volta in volta -

il carattere fondante ed imprescindibile

che informa il lavoro di ciascuno degli

artisti selezionati.

Ci saranno allora i dipinti di Giuseppe

Bedeschi e quel profumo di mare che

si sente da lontano, le sue barche come

gusci vuoti, svuotati, mai abbandonati,

piuttosto corazze di chi ha combattuto

il tempo e vive con la memoria dei

giorni - anche futuri - nell'estrema nostalgia

di un viaggio inesausto, viaggio

di ritorno, di riandata, frammenti riaffiorati

in cui lo stile è l'uomo ed il silenzio

umido e livido la contingenza

che ne deriva.

Il lavoro di Anna Bonini pare essere

sospinto da un soffio che attraversa

profondità eterne e riconduce alla pura

essenza, trasfigurando il dipinto in uno

specchio diafano e sincretico.

Lo spazio ordinato dall'artista è privo

di relazioni o contraddizioni, è absolutus,

indifferenziato, totalmente altro

dall'altro immaginabile. Nei dipinti più

riusciti - spesso condotti a livello intuitivo,

estemporaneo - l'artista inventa

paesaggi interiori fantastici, quasi morfologie

psichiche in cui le macchie cromatiche

riverberano sonorità che rimbalzano

nell'abisso di tempo e luogo:

come ipotetici elementi strutturali del

cosmo i pensieri si reificano diventando

fisici, acquistando un proprio

corpo onirico dalla suggestione impalpabile,

dai limiti sbriciolati e dispersi.

Con il “Totem” che ha presentato all'interno

della mostra, l'artista Tiziana

Grandi rivela la propria qualità scultorea

introducendoci all'interno di un

immaginario primitivo, misterico, di

una sacralità intatta e quasi ancestrale.

Le forme che si assommano e si stratificano

l'una sull'altra paiono la visione

tridimensionale di un fossile, improvvisamente

staccatosi dal tempo e nel

tempo eterno ricondotto.

Forme pure e forme stravolte che sfug-


104

gono la narrazione preferendo l'incastro

della suggestione: proprio qui – in

particolare - risiede la forza della scultura

di Tiziana Grandi, nel suo mantenere

coerenza formale ed equilibrio

estetico ben oltre e al di là di qualsiasi

resistenza all'ordinario.

Anche Andrea Simoncini ha presentato

una sola opera, pittura che diviene

storia per immagini, successive, sincroniche

e diacroniche nel medesimo

istante: il personale si fonde e si mescola

con il collettivo, tutto tenuto insieme

attraverso un taglio spiccatamente

metafisico, tra la realtà e la sua

percezione. Ci sono - forse - ricordi, vagheggiamenti

di luoghi, passaggi, curve

in una memoria ipotetica, supposta,

percorsa da simbologie che trascinano

e dilatano significati, illusioni, enigmi.

L'ebbrezza è allora quella della sciarada,

della sfida viva all'intelligenza

creativa che smonta e rimonta pezzi di

un mosaico infinito, fabbrica di immagini

in cui gli ingranaggi cancellano e

aggiungono dettagli, particolari che oltrepassano

la realtà superandola.

Il simbolico diviene allegoria dalle molteplici

possibilità interpretative, tanto

più icastiche se risparmiate dall'assoluta

lucidità onirica della rappresentazione.

è una pittura abrasa, graffiata, violenta

quella di Bice Toni Ferraresi, praticata

nell'inciampo, ricondotta nel proprio

solco da susseguenti capitolazioni

incrinate nella materia, emotività febbrili

in cui l'organicità autonoma dell'immagine

possibile è concentrazione

di spirito, corpo, cuore e colore.

La carne pittorica è lacerata, strappata,

sconfitta, poi suturata, rimessa insieme

da tratti veloci e appuntiti come spine:

la materia brancola, strepita e si dibatte,

combatte e si scioglie in rivoli di

colore lacrimato in cui la crudeltà violenta

si fa filosofica malinconia.

La trama infittisce, si strutturano dinamiche

continuamente metamorfiche,

intrecciate ad un'ipotesi di espressività

difforme, magnetica, magmatica.

Lo spazio è prima perduto, poi riconquistato

nella dissimulazione reiterata

di tratti pittorici che si assommano, si

rincorrono, raggiungono autonomia nell'evocatività

dell'immagine attraverso

un'imponderabile odissea della materia.

Le torri in ceramica dipinta presentate

da Bruno Grisolia ci preparano all'ingresso

in mondi fantastici, surreali,

dove l'immagine si sdoppia e le figure

che si ergono diventano quasi busti antropomorfi

agghindati ed abbottonati

fino al collo: dalle piccole finestre che

qua e là occhieggiano l'interno della

loro oscurità possiamo immaginare e

supporre altre storie, altre vicende, infiniti

universi che - come in un gioco

di scatole cinesi - si propongono a sfidare

la nostra fantasia.

Tutto si produce nella raffinata eleganza

del materiale ceramico, autentico

protagonista dell'opera che, condotto

e plasmato dalle mani dell'artista,

ci ricorda quanto sia labile e sottile il

confine tra semplicità della materia e

sublimazione della stessa.

Le piccole installazioni di Elena Modelli

dimostrano la loro massima consuetudine

con la stravaganza e l'iperbole:

viottoli e crocicchi in cui sarà

normale incontrarsi con chiocciole variopinte

che ci scrutano curiose, dalle

antenne svagatamente vigili, oppure lasciarsi

spaventare per un attimo dalle

fauci spalancate di coccodrilli colorati


e brillanti che si riveleranno ben presto

del tutto innocui, quasi gli abituali animali

domestici che verrebbero ad accoglierci

una volta giunti nell'ipotetico

giardino surreale predisposto dall'artista.

Un'ipotesi di elevata leggerezza visiva

che riconduce alla lezione di grandi

nomi del fumetto nostrano

come Altan e Jacovitti,

passando - obbligatoriamente

- attraverso lo specchio di

Carroll.

è uno speciale tipo di archeologia

del divenire a muovere

l'intero lavoro di Maurizio

Pilò: l'albero ritratto

nei suoi lavori diviene metaforicamente

l'insieme delle

leggi che regolano l'Universo,

catalizzatore e vettore

di esperienze plurime e stratificate

che rinnovano la propria

capacità evocatrice una

volta lasciate riaffiorare naturalmente

dal magma che ne camuffa

la natura, dissimulandone i confini.

L'artista scrive in questo modo storie

naturali dalla tattilità visiva estrema,

occupate in una radicalità analitica che

trasfigura la sua personale memoria -

intuitiva ed inconscia - nella mia e

nelle nostre suggestioni, sia referenti di

un reale vissuto, sia ipoteticamente soltanto

vagheggiate.

Il lacerto, lo strappo, la concrezione di

colore a riempire l'incavo di un tronco,

a macchiare d'oro le dita del cielo non

sono che gli incidenti, le contingenze

quotidiane, gli insignificanti e fondamentali

movimenti del tempo che registrano

le differenze dei giorni, le discrasie

nel comune spazio dell'agire.

Unico artista a presentare una serie di

elaborazioni fotografiche, Liscivia (alias

Andrea Tabellini) con il progetto

“Nerezza” riflette e si sofferma sull'aspetto

effimero del processo artistico,

il suo farsi e disfarsi nel tempo

sottile di un battito di ciglia, entro il

quale cancellazione ed emersione dell'immagine

altro non siano che differenti

nomenclature di una medesima

istanza visiva, praticata ed annullata

nella molteplicità sinuosa e liquida

dello spazio. Non conosciamo la natura

dell'immagine, non sappiamo se stia

per sprofondare risucchiata nel gorgo

dell'abisso, o se dall'abisso stia per riaffiorare

e rinascere ad altre vite, rinnovate

forme ed epifanie: il lavoro di

Liscivia si produce allora

come un incantesimo, un “tertium

quid” capace di attivare

e moltiplicare linee di forza

sconosciute, suggestioni smarrite,

visioni perdute.

“La sorte del pensiero” - scriveva

Camus nel suo fondamentale

saggio su Sisifo

“non è più quella di rinunciare

a sé stesso, ma di rimbalzare

in immagini”: ciò che

la pittura di Roberto Tomba

ci restituisce, nei suoi colori

netti e decisi, nelle sue forme

primitive e lineari, prive di

incertezze o tentennamenti,

non è altro che la visualizzazione di un

pensiero, una vivacità di sguardo che

trasforma la velocità in movimento, sintesi

di ogni profondità e suscettibilità

di giudizio.

Per accettare l'arte pittorica di Tomba

è necessario avvicinarsi lentamente ed

entrare in punta di piedi all'interno di

un universo popolato da sogni, miti,

suggestioni che trattengono in sé - ad

un tempo - l'incanto del mistero ed il


106

tormento per l'ignoto. Tra apocalittico

e poetico, la narrazione dell'artista non

resta tuttavia fluttuante in una dimensione

onirica conchiusa e fine a sé

stessa: il dialogo con la realtà, il favoleggiamento

fulmineo ed improvviso

che si sovrappone al quotidiano è il naturale

controcanto di dipinti che nella

riflessione filosofica - così come nel risvolto

psicologico - trovano una propria,

ulteriore collocazione.

Muovendosi nel solco di una naiveté

compositiva per alcuni versi affine all'arte

scenografica, Giuseppe Scarano

individua suggestioni e sintesi visive

nello specchio eterno che riflette e divide

Sole e Luna: le due entità / divinità,

recuperano un certo gusto antico

una volta trasfigurate e rappresentate

quasi come maschere teatrali, severe e

fisse in una loro ieraticità austera, rigorosa

senza indulgere nella pesantezza.

Sembra di udire voci provenire

da dietro quei volti di ornata sobrietà,

forse ammonimenti o profezie che ci

parlano di un futuro antico, prodotto e

ripescato dal ventre eterno della storia

dell'uomo e riconsegnato al tempo.

E' una natura contraddittoria, multiforme,

carica della naturale vastità che

conduce - invariabilmente - ogni aspetto

dell'esistente a reificarsi nella

scultura di Giovanni Scardovi: il rapporto

biunivoco tra le sue teste bifronti

- unite e separate nell'opposizione -

sono immagine icastica dell'eterno dissidio

nel cui seno si nutre, cresce e si

produce la storia dell'uomo.

Abita, nella scultura di Scardovi, un'alterità

che è respiro d'assoluto, un tutto

che oltrepassa le disparità, le diseguali

irregolarità per farsi uno, immagine intera

di ciò che nasce come frantumabile,

diviso, disgregato. La scultura

diviene allora costruzione architettonica

simbolica (recuperando il significato

letterale del greco symballo, getto,

metto insieme) che riunisce i contrari,

le difformità, le divergenze che vivono

all'interno della medesima natura delle

cose. Come nel mondo dionisiaco preconizzato

da Nietzsche, nella scultura di

Scardovi vive una volontà di potenza

del creare, distruggere e continuamente

ricreare; la visione è un campo aperto di

forze in divenire, spazio d'ascolto polifonico

in continuo superamento di sé.

Il carattere magico, enigmatico, misterico,

con l'intero suo coté grottesco e

deforme è sicuramente una delle principali

peculiarità della scultura di Mario

Zanoni: la deformazione quasi

programmatica, l'instabile equilibrio irrequieto,

il progressivo dinamico sciogliersi

e modellarsi di forme visivamente

tattili fanno dell'artista una sorta

di Homo Magus, definizione attinente

all'idealismo magico di età romantica

secondo cui lo spirito è in grado di plasmare

e trasformare la materia; in virtù

di tale facoltà i pensieri possono diventare

cose e le cose pensieri. La scultura

si produce in una dimensione ascensionale,

quasi sempre per aggiunte, sovrapposizioni,

incastri di apparizioni

che incombono dalle radici più profonde

dell'oscuro buio del mistero. Zanoni

procede in una personale e suggestiva

mitopoietica visionaria il cui

segreto è costantemente sul punto di

essere svelato ma resta sempre dissimulato

e ancora protetto.

La grammatica dell'ineffabile non offre

soluzioni, infittisce il mistero, spariglia

i destini, indebolisce le certezze.

Ad impreziosire l'intero percorso espositivo

sono stati in mostra anche i lavori

di alcuni artisti della Galleria

Ess&rrE: Angela Balsamo, Rosy Bianco,

Giusy Dibilio, Rita Lombardi,

Annalisa Macchione, Davide Tedeschini

e Valentina Valente muovendosi

per strade differenti, chi seguendo

i dettami della scomposizione cromatica

del colore, chi prediligendo un particolare

tipo di immagine intimista e in

sé compresa, chi ancora cercando suggestioni

nel magma dell'inconscio, ci

invitano all'ascolto dell'immagine, tutti

ad accettare ed ampliare la potenza

creatrice ed immaginifica del logos.

Alberto Gross


8

a

BIENNALE D’ARTE

INTERNAZIONALE

A MONTE-CARLO 2018

TROfEO REALIZZATO PER L'OccASIONE

DAL MAESTRO uGO NESPOLO “

ARTISTI PREMIATI PER IL TEMA fISSO

“IL MARE E LA SuA METAMORfOSI”

PAOLO

BISIGHIN

MARISA

FOGLIARINI

OLGA

GOULANDRIS

JOHANNES

GENEMANS-SCULTORE

GIOVANNI

MANGIA

RAF

ANNA MARIA

MACIECHOWSKA

ANTONIO

SALINARI

BIANCA

SALLUSTIO

ROLANDO

ROVATI

Con il patrocinio

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51

10138 Torino

Art Director Monia Malinpensa

Tel +39.011.5628220 - cell. 347.2257267

www.latelaccia.it - info@latelaccia.it

Ambasciata d’Italia

nel Principato di Monaco


108

Libri d’arte in vetrina

Monografia per il centenario della nascita

“KaRL PLattNeR 100”

* Malles Venosta 13 febbraio 1919

a cura di Fulvio Vicentini

ISBN 979-12-200-3468-5

Stampa: Nuove Arti

Grafiche di Gardolo (Trento)

Su carta: GardaMat Art da 170 gr.

Printed in Italy

Ediz. Bilingue: Italiano-Tedesco

Formato 30x 24 cm

Pagine 136 - Illustrazioni 120

Prezzo di copertina € 60,00

TESTI – TEXSTE

Martina ADAMI

Josef BURATTI

Luigi SERRAVALLI

Arnold TRIBUS

Markus VALLAZZA

Fulvio VICENTINI

Claudio WIDMANN

Cartella Grafica “ KARL PLATTNER 100 HOMMAGE”

contenente otto fotolitografie firmate dai sottocitati artisti

che conoscevano e stimavano il Maestro, e hanno voluto

rendergli omaggio dedicandogli una loro opera.

Prezzo Cartella Grafica tirata a 65 esemplari

completa di 8 + 1 fotolitografie firmate su lastra € 350,00

Lois ANVIDALFAREI

Gotthard BONELL

Alberto BRUSCHI

Eduard HABICHER

Jörg HOFER

GIORGIOPPI

Giorgio PANIZZA

Giovanna DA POR

La Cartella Grafica “KARL PLATTNER 100 HOMMAGE”, fa separatamente da completamento alla monografia “KARL PLATTNER 100”.

è stata impressa dalla stamperia Nuove Arti Grafiche di Gardolo (Tn) su cartoncino Tintoretto neve da gr. 350 in 65 esemplari, così numerati:

1/50 – 50/50 numeri arabi, I/X - X/X numeri romani , E.A. 1/5 – 5/5 prove d’artista fuori commercio.

In ogni cartella è presente la fotolito firmata in lastra da K. Plattner- Luna Park “La giostra dei calci in culo”


KaRL PLattNeR 100

una vita intensa e movimentata per l’arte - Riflessioni e considerazioni

A cura di Fulvio Vicentini

© 2018 F. Vicentini tutti i diritti riservati

Karl Plattner nel

suo atelier a Bolzano

Una vita iniziata in salita,

nel 1925 Karl frequentò

a sei anni il

suo primo anno scolastico,

la prima elementare.

Fu subito un trauma perché

per la prima volta in Alto A-

dige era proibita in classe la lingua

tedesca e l’insegnamento avveniva

soltanto in lingua italiana.

Fu così che per parlare la propria

lingua dovette frequentare una scuola

segreta e vietata dal regime, chiamata

Katakombenschule - scuola nelle

catacombe.

Dopo le elementari un severo lavoro di

tirocinante nei lavori più umili alternati

dallo studio e dal disegno. Giornate di

lavoro interminabili dalle sei del mattino

alle nove di sera che gli hanno

temprato il carattere. Nel ’39 la chiamata

nell’esercito italiano con destinazione

Chieti, poi dopo le votazioni

sull’opzione dei Sudtirolesi tornò a

casa. Nel ’40 decise di andare a Berlino,

fece la visita militare a Innsbruck

e lo mandarono prima a Klagenfurt nei

Cacciatori delle Alpi, poi nel 139° reggimento

in Norvegia, quindi sul fronte

di Murmansk dove venne ferito alla

mano. Terminata la guerra rientra in

Italia. Nella primavera del 1951 il sindaco

del comune di Naturno in val Venosta,

sig. Hermann Kristanell, una persona

colta ed aperta alle forme espressive

della pittura moderna, assieme all’Associazione

Reduci sudtirolesi gli

commissiona un affresco che doveva

essere eseguito nella cappella appositamente

edificata nel cimitero, per ricordare

le vittime di Naturno nelle due

guerre mondiali. Il suo onorario era

stato concordato in £ 300.000.

Plattner eseguì il cartone preparatorio

ed altri schizzi per l’affresco nel suo

atelier parigino e, conoscendo di persona

le brutture della guerra per averle

vissute sulla propria pelle, non fece volutamente

nessun richiamo e riferimento

a fatti belligeranti.

Lo stesso autunno del 1951, ricevuto il

benestare a procedere eseguì l’affresco.

L’opera, ambientata in uno scenario di

montagna, con taglio verticale, vede

ambientati otto personaggi e un cane.

Nella parte alta, la Madonna stringe fra

le braccia il Figliolo morto. In basso,

sei personaggi. Lo sguardo di Maria è

pietosamente rivolto verso il basso,

quasi a proteggere amorevolmente i

suoi figli caduti nelle due guerre, le

loro spose e i loro orfani.

Nelle campiture sottostanti i drappi di

stoffa, i vestiti dei personaggi, il paesaggio

montano con la chiesa di S. Procolo

e più in alto il castello, ben armonizzano

nel loro insieme, evidenziando

un influsso di tardo post cubismo.

Nel ’51 si sposa a Milano con


110

Deposizione sfregiata

Deposizione restaurata

la parigina Maria Jo, poi la grande avventura

in Brasile, a Rio de Janeiro e a

San Paolo.

L’affresco di Naturno, aveva però suscitato

vivaci contrasti tra i parrocchiani

e anche l’allora parroco Franz

Gasser aveva espresso in pubblico un

suo commento negativo, condannando

l’inserimento in un contesto religioso

di un cane, nella parte bassa dell’ affresco.

Evidentemente i tempi non erano

ancora maturi per un’opera così moderna,

difficile da integrarsi nel gusto

e nella mentalità della gente. Fu così

che degli psicolabili, mai individuati,

armati di punteruoli acuminati, sfregiarono

i volti dei personaggi e interamente

il cane, lasciando intatti il volto

della Madonna e del Cristo defunto.

Cena - 1969/70 - olio su tavola - cm 85 x 142


Karl Plattner e aiutanti impegnati nel lavoro dell’affresco nella sala Consigliare.

Informato in Brasile di quanto era accaduto,

Plattner rimase molto amareggiato.

L’opera sfregiata rimase coperta

a lungo da cartoni. I vivaci contrasti

sono durati ben 17 anni innescando un

forte conflitto fra l’Arte - la Religione

- la Spiritualità e la Politica.

Finalmente nell’ottobre 1968 iniziarono

i lavori di restauro che su interessamento

dello stesso Plattner vennero

affidati al pittore restauratore Carlo

Andreani che ha riportato l’opera agli

splendori originali.

In Brasile tenne buone relazioni con

molti altoatesini tra cui l’ingegner

Friedrich Eccel, l’iniziatore della collezione

Kreuzer. Quando ci fu il concorso

per l’affresco del Consiglio Provinciale

di Bolzano Friedrich Eccel si

prestò a consegnare a nome di Plattner

il progetto alla commissione di valutazione.

Il progetto, elaborato in Brasile

piacque e vinse il concorso.

Tornato dal Brasile, per comodità di lavoro

aprì il suo atelier a poche centinaia

di metri dal Palazzo della Provincia,

dove aveva intrapreso i lavori

del grande affresco. Il lavoro dopo svariate

vicissitudini fu ultimato nel 1955.

Nell’ affresco Plattner ha inserito “otto

personaggi e un bue” ambientandoli

nel quadrilatero della piazza Walther

tra il Duomo e i Portici mettendo in risalto

il polo commerciale e quello contadino

su cui si sviluppavano le attività

economiche bolzanine.

Karl Plattner è stato anche ottimo incisore

e all’infuori della tecnica xilografica

sulla quale non si è mai proposto,


112

si è perfezionato in tutte le discipline

incisorie, maneggiando il bulino sempre

con grande manualità. Sapeva ingentilire

e impreziosire il segno sulle

sue lastre rendendo i soggetti morbidi

con l’acquaforte, acquatinta, e grintosi

rafforzando il segno con delle ragnature

in lastra.

Sicuramente il desiderio di Plattner era

quello di entrare nelle case, negli uffici

e nelle famiglie con le sue opere grafiche,

senza spingere la produzione più

di tanto, forse perché non voleva inflazionare

il suo mercato.

Possiamo sicuramente dire che per la

quantità di opere prodotte (circa 250)

non lo si può considerare un “maitre

graveur” alla stregua dei giganti dell’incisione;

Picasso, Miro, Chagall, Morandi,

Marini e pochi altri, ma sicuramente

un importante “peintre graveur”.

Bisogna anche riconoscere che molte

sue litografie e incisioni sono delle

vere perle d’arte.

Plattner visitava con grande interesse e

curiosità le Biennali, le Triennali e le

grandi mostre europee, traendone personali

considerazioni e critiche.

La Biennale di Venezia del ’66 fu l’anno

dell’arte optical, cinetica e programmata.

Per gli italiani il gran premio

andò ai tagli di Fontana. Plattner

conosceva molto bene l’arte di Fontana,

sicuramente aveva visto la colonna

in ceramica dell’hotel Alpi di

Bolzano e alcune opere presenti sulle

tombe del Cimitero Monumentale di

Milano, conosceva i sacchi di Burri, le

audaci opere di Vedova, forse per queste

ragioni Plattner si sentiva superato

e delle sue opere diceva:

“Io lavoro in modo figurativo, allora

era in voga l’astratto e quindi le mie

opere non sono state accolte molto bene,

ciononostante non ho cercato di seguire

la moda del momento; ho il mio

messaggio e non posso fare diversamente”.

Nel 1970/71 Plattner realizzò la grande

tela «Ammiratori» dove l’attenzione

dell’osservatore è richiamata sui volti

dei critici, estasiati della tela rossa.

Forse un’allusione allo spazialismo…

Plattner soffriva di “nomadismo” per

l’arte, era un nomade con l’anima in

pena, sempre in movimento sulle rotte

dal Brasile alla Francia, dall’Italia all’Austria

alla Germania… .- Quando

era stanco e bisognoso di rigenerarsi da

buon montanaro tornava spesso nella

sua terra, l’Alto Adige, nella sua adorata

val Venosta, tra la sua gente e le

montagne che tanto amava.


Affresco nella sala Consigliare della provincia di Bolzano

Altezza 4,80 m - larghezza 15,30 m - superficie 73,44 mq

Ammiratori - 1970/71- olio su tela - cm 80x160

L’8 dicembre 1986 muore

tragicamente nel suo studio a

Milano.

Karl Plattner è stato un personaggio

di grande umanità,

umiltà, e cultura, abbinate a

grandi doti artistiche. Oggi, a

100 anni dalla nascita, possiamo

sicuramente affermare

oltre che essere degno rappresentante

dell’arte europea

nel XXI secolo è entrato nella

storia altoatesina


114

S ILVANA G ATTI

La fuitina - 2018 - Olio su tela – cm. 40 x 50

Le opere di Silvana Gatti sono incorniciate dalla

Via Monte Grappa, 12 - 10032 Brandizzo (TO)

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GIANcARLO fABBI

MOSTRA PERSONALE DAL 30 OTTOBRE AL 13 NOVEMBRE 2018

“L’attesa” - 2017 - Stampa analogica da negativo realizzato nel laboratorio

Diamantino Quintas-Paris - cm 80 x 100 - 2017

“L'artista Giancarlo Fabbi, con grande perizia tecnica della stampa analogica da negativo, testimonia un percorso ricco

di preparazione ed analisi di studio. Egli, attraverso la perfezione dei suoi scatti fotografici, coglie il significato più profondo

di una natura affascinante. La sua è una valorosa ed efficace intonazione chiaroscurale dai contenuti tecnici rilevanti.

Sono momenti magici, irripetibili vibranti di un'evidente sensibilità e di una comunicazione personale”

Monia Malinpensa

(Art Director- Galleria d’Arte Malinpensa by La Telaccia)

MOSTRA A cuRA DI MONIA MALINPENSA

REfERENZE E QuOTAZIONI PRESSO LA MALINPENSA GALLERIA D’ARTE By LA TELAccIA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

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ORARIO GALLERIA: DAL MARTEDI AL SABATO DALLE 10,30 ALLE 12,30 - 16,00 ALLE 19,00


116

Art&Event

“Incontriamoci”

III Edizione al

Photofestival 2018

S

erata frizzante a fine giugno

ad Anzio fra charity, bellezza,

cinema, informazione

e spettacolo della kermesse

italiana Photofestival Attraverso

le pieghe del tempo, oramai

alla VIII edizione e diretta dall' Associazione

culturale Occhio dell'Arte.

A condurre, il pre- sentatore

televisivo (La7) Anthony Peth, coadiuvato

dalla Presidente dell'Occhio

dell'Arte, Lisa Bernardini. L'evento

è stato ospitato nel locale dell'imprenditore Mauro Boccuccia, che

ha accolto la terza edizione di “INCONTRIAMOCI”, serata tra

Giornalismo, Spettacolo e Solidarietà. è stata oltremodo un’occasione

per aiutare una situazione solidale, individuata nel Comitato

Nazionale Italiano Fair Play, presieduta da Ruggero Alcanterini.

Durante la serata una raccolta fondi attraverso la vendita cd musicali

di Steven B., strumenti deputati nel contesto al fund raising. Madrina

solidale della serata Marina Castelnuovo sosia “ufficiale” di Liz

Taylor. Per la parte musicale, ad allietare la serata due presenze:

Deborah Xhako e Steven B. che ha ricevuto il prestigioso premio

“Artista e Spettacolo”. Tra i premiati dell'Informazione: Camilla

Nata, Francesco De Angelis, Gabriella Sassone, Silvana Lazzarino,

Sabrina Rosci, Roberto Blasi, Pier Paolo Segneri (categoria

Cultura) e a Toni Capuozzo è stato assegnato quello alla carriera.

TraMonti diVini

Grande successo per TraMonti diVini, Grosjean Vins, Verticale

di Petite Arvine, evento svoltosi nella vigna Rovettaz

di Quart nella cornice suggestiva che i monti della Valle

d’Aosta sanno regalare.. Padrino dell’evento per la prima edizione

Anthony Peth, presentatore Tv direttamente da Gustibus - La7.

La Verticale è stata accompagnata da prodotti del territorio di Erbavoglio

in una suggestiva ambiance curata da Atelier Balan con

musica d’altri tempi, proposta dal Trio Radiocorriere Swing. La

serata si è conclusa sotto il cielo stellato e l’eclissi straordinariamente

magica

Formello.

Una serata fra le miss

Grande successo per la quinta selezione

regionale del Lazio del Concorso Nazionale

di bellezza e talento Una Ragazza

per il Cinema, giunto quest’anno alla

sua 30° edizione. L’evento, presentato dal conduttore

tv Anthony Peth e diretto da Massimo

Meschino in compagnia della madrina della serata

l’attrice Elisa Pepè Sciarria, con una giuria

di esperti dalla giornalista Ramona Marconi,

Tony Al Parlamento, Alessandra Casino Francesca

Buccioli dal prof. Franco Ferranti, Alfonso

Stagno, dal Presidente dell'Ass. Viviamo

le Rughe Marzio Mazzarda, dalla Presidente di

giuria Georgia Viero e dall'Assessore allo sport

ed alle pari opportunità Roberta Bellotti. Presenti

inoltre anche l'Assessore alle Attività Produttive

Ilaria Sgalippa e l'Assessore alla Cultura

Federico Palla che ha ricevuto un onorificenza

di ringraziamento

all'Amministrazione

Comunale

da parte della

MTM Events e

Ragazza per il

Cinema Lazio e

Molise. Tra tutte

le ragazze partecipanti

le 3 fasce ufficiali

che danno l’accesso

diretto alla finale

regionale del concorso

sono andate a Pamela

Ferri, Sabrina Tocci e

Sylvia Bednarz e la fascia

di Miss Formello,

ovvero la ragazza più

votata della serata a

Giulia Colacchi. Emozionati

i 40 bambini

partecipanti alla prima

edizione di Miss e Mister

Baby Formello.

Gradita ospi-te alla serata

è stata la stilista Tiziana

Palazzi e il

regista Michele Conidi

che ha presentato in anteprima

il suo ultimo

cortometraggio.

Lariano, Incanta la Bellezza

Grande successo per Venere d’Italia, la semifinale che ha incantato

le migliaia di persone presenti nella suggestiva arena

dell’anfiteatro di Lariano. La giuria presieduta da Lisa Bernardini

e dall’Assessore allo Spettacolo Fabrizio Ferrante

Carrante, con esperti del settore Moda e Spettacolo, Lorena Starnoni

(consigliere comunale), Ylenia Galli (cantante), Alessandro

Lustro (stilista), sotto la supervisione di Antonio Gentile, agente responsabile

Venere d’Italia. A decretarsi il titolo assoluto Aurora Filitti,

15 enne di Velletri. L’evento di Moda e spettacolo è stato

magistralmente condotto da Anthony Peth sotto la direzione artistica

di Simonetta Ciriaci. Le concorrenti hanno indossato in passerella

le creazioni di Alessandro Lustro e gli abiti di Punto Scarpa di

Monia Marinelli. Numerosi i momenti di spettacolo con un’apertura

musicale di Steven B. premiato come personaggio dell’anno; I Rosa

Negra hanno divertito il pubblico con le loro performance di balli cubani

e caraibici per terminare in musica con una sorpresa di Sabrina

Brodosi, giurata d’eccezione. Momenti unici e commoventi quelli

che hanno visto protagonisti sul palco circa 30 bambini per Dado e

Dado.


La vincitrice

di Miss Top

Curvy 2018 è

Nicole Ferrazza.

Alle Terme Vittoria di Ostia la finale nazionale di Miss Top

Curvy, diretta da Elisabetta Viccica e presentata dal conduttore

tv Anthony Peth e dalla curvy model Gioia Lestingi.

A decretare la Miss vincitrice una giuria di esperti: l’attrice

Federica Galuppi, il direttore di Mondospettacolo Alessandro Cunsolo,

il preparatore olimpico Vito Toraldo, la fondatrice di Margie’s

Garage Francesca La Calce, e dal direttivo del curvy pride Simona

D’Aulerio. Assegnate diverse Fasce ma la vincitrice assoluta fra le 19

concorrenti provenienti da tutta Italia, proclamata dalla madrina della

serata Simona Tassone è Nicole Ferrazza. Aperti i casting 2019

Grande festa per i vent’anni di

attività dei fratelli Delli Ficorelli.

Grande festa ai “I Vitelloni”. Oggi uno spazio moderno e polivalente,

allestito con un serie di aree funzionali dedicate

al cibo e al bere: ristorante, pizzeria, sushi bar, cocktail

bar con dj set, caffetteria, laboratorio di pasticceria, sala da tea,

pregiati prodotti di salsamenteria. “I Vitelloni “, dall’alba al cuore

della notte, è aperto tutti i giorni della settimana, dalla colazione al

dopo cena. L’intelligente versatilità e varietà della proposta enogastronomica,

insieme ai nuovi ambienti curati e accoglienti, hanno incontrato

il favore del pubblico che ha apprezzato la nuova formula.

Tra gli ospiti de “I Vitelloni”, non è raro incontrare personaggi noti

come, solo per citarne alcuni, Leo Gullotta, Raul Bova, Michele Placido,

Salvatore Esposito, Anthony Peth e tanti altri..

Le chiamavano colonne sonore.

Golden 70's - FRANCO MICALIZZI

& THE BIG BUBBLING BAND

Meritato successo a Roma per il

concerto a Parco Schuster

Grande concerto Live a Roma per uno degli artisti italiani

che ha fatto la storia delle colonne sonore cinematografiche:

da Django Unchained a Lo chiamavano Trinità.

A Parco Schuster il pubblico presente ha potuto godere di un

concerto unico nel quale è stato evidente che alla memoria del

passato si è affiancata una continua volontà di rinnovamento e

adattamento a un presente in costante movimento.

“Incontriamoci”

Q u a n d o

l'Arte e la

C u l t u r a

incontrano

il mondo:

r i f l e t t o r i

internazionali

puntati

su Anzio.

A

d Anzio si è svolto con grande successo un importante incontro

di Poesia. A Villa Corsini Sarsina sono stati comunicati

ufficialmente i nomi dei vincitori della prima

edizione del concorso internazionale di Poesia “Incontri

di Cultura e Pace”, organizzato dall'Associazione Occhio dell'Arte

in collaborazione con l'artista Francesca Guidi e Monetti Editore

e condotto da Anthony Peth (La7). Finalisti da ogni parte di Italia

sono accorsi nella graziosa cittadina neroniana per conoscere l'esito

della competizione poetica che li ha visti protagonisti. Presidente di

giuria il Prof. Carlo Marini. A vincere al primo posto la prestigiosa

pubblicazione personale con Monetti Editore è stata Patrizia Valerio

(Alzheimer). A dare all'incontro valenza internazionale è stato

certamente l'ospite atteso da giorni: S.E. l'Ambasciatore della

Repubblica dell'Iraq c/o la Santa Sede, Omer Ahmed Karim Berzinji,

già candidato al Premio Nobel, che ha onorato la Città di una

visita ufficiale per portare parole di pace e di amore tra i popoli, uniti

e non separati dalle diverse forme artistiche e culturali.


118

ARIEL TESAN

MOSTRA PERSONALE DAL 30 OTTOBRE AL 13 NOVEMBRE 2018

Pop Love - 2016 - collage e smalto su cartoncino - cm. 50 x 70

Una moderna compositiva, dal valido e rinnovato stile, vive nell’iter dell’artista Ariel Tesan con un senso di evidente studio,

capacità materica ed espressiva. L’artista, che sa sviluppare un rapporto spaziale, formale e cromatico di interessante

interpretativa, rivela una rappresentazione sempre attuale dal forte impatto visivo e dalla potenza descrittiva. La

sua tecnica del collage e smalto su cartoncino prende vita di messaggi, ricordi e contenuti nelle diverse trame, colorazioni

e forme fantasiose.

Monia Malinpensa

(Art Director - Galleria d’Arte Malinpensa by La Telaccia)

MOSTRA A cuRA DI MONIA MALINPENSA

REfERENZE E QuOTAZIONI PRESSO LA MALINPENSA GALLERIA D’ARTE By LA TELAccIA

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ORARIO GALLERIA: DAL MARTEDI AL SABATO DALLE 10,30 ALLE 12,30 - 16,00 ALLE 19,00


I tesori del borgo

brisighella: terra d'incanto

Custode di antiche memorie,

tra capolavori dell'arte e originali

architetture del passato

di Marilena Spataro

Camminamento Rocca

(foto Laghi Daniela)

Brisighella è un antichissimo borgo

medievale, tuttavia il suo

nome sembra avere origine

celtica derivando dal prefisso

“Brix”, luogo elevato. Il Medioevo

ha lasciato in questa bellissima cittadina

della Romagna collinare tracce indelebili

che contribuiscono tuttora a conferirle

uno straordinario fascino, così nel suo

impianto urbanistico del centro storico,

nelle case, e nei monumenti, come nella

Rocca manfrediana e nella Torre. Ai piedi

di queste fortezze si svilupparono due borghi,

Brisighella e Gesso. Col tempo i due

borghi si unirono, assumendo l'attuale denominazione.

A metà del 1400 vennero costruiti

il palazzo comunale e una più ampia

cerchia, con tre porte di accesso. Le prime

mura non furono demolite, ma inglobate

nelle case e il camminamento di ronda divenne

un percorso pubblico, sopraelevato e

coperto (Via degli Asini).

Chiese, edifici religiosi, capolavori dell'arte

Brisighella si distingue per il numero elevato

di edifici religiosi, in pieno centro storico,

interessanti sia sotto il profilo architettonico,

ma soprattutto in quanto custodi

di capolavori di maestri dell'arte del passato,

due nomi per tutti, Palmezzano e

Guercino. Partiamo dalla Collegiata di San

Michele Arcangelo, eretta nella seconda

metà del sec. XVII e aperta al culto nel

1700, il cui bel portale in bronzo è opera

dello scultore Angelo Biancini (1911-1988)

su progetto dell'architetto Antonio Savioli.

E' in questa chiesa che trovano collocazione

i maggiori capolavori di Brisighella.

Sull’altare maggiore si osserva una pala dipinta

a olio su tela con San Michele Arcangelo,

copia di un celebre dipinto di Guido

Reni, forse della sua scuola (sec. XXVII).

Nell'altare dell’abside di sinistra, possiamo

vedere la Madonna delle Grazie, una tempera

su tavola attribuita a Mengarelli e risalente

al 1410. Dalla parte opposta è collocato

un Crocifisso ligneo del 1500, proveniente

dalla chiesa di Santa Croce.

Custoditi in una cappella abbiamo le opere

di maggiore pregio di questo edificio religioso.

A sinistra, entrando, proveniente da

una chiesa del forese, Santa Maria in Rontana,

è possibile ammirare la grande pala

che rappresenta “L’adorazione dei Magi”

(1514), sormontata da una lunetta con “Cristo

fra i dottori” di Marco Palmezzano

(1459 ca.-1539) e due opere di Bernardino

da Tossignano: “L’Annunciazione” e “La

Trasfigurazione”. Sempre sulla sinistra, si

trova una bellissima tela di Giovanni Francesco

Barbieri, detto il Guercino, (1591-

1666), con San Francesco e San Luigi di

Francia in adorazione di un’immagine Sacra.

La tela è datata 1618 e proviene dalla

chiesa di San Francesco. Fu commissionata

dalla famiglia Naldi.

Altro luogo di culto da visitare con interesse

è la Chiesa di Santa Maria degli Angeli

e Convento dell'Osservanza. La chiesa

risale, come l’attiguo convento, al secolo

XVI, anche se fu rinnovata completamente

nel secolo XVII, con una ricca decorazione

di stucchi e statue. I frati che nel tempo si

sono avvicendati appartengono alla comunità

francescana.

Alla costruzione originaria risale il portale

d'ingresso in arenaria e la porta lignea, decorata

con cordoni, trecce e rosoni, que-


120

Via degli Asini - interno

(foto Silvano Cantoni)

st'ultima è sormontata da una lunetta in terracotta

che rappresenta “La Madonna Assunta

tra voli d'angeli” dello scultore brisighellese

Giuseppe Rosetti, detto “il Mutino”

(1864-1939). Dello stesso artista è il

gruppo a tutto tondo della Pietà.

L'interno, a una sola navata, con altari laterali

a destra e cappelle a sinistra, conserva

pregevoli opere d'arte tra cui la grande e

meravigliosa pala di Marco Palmezzano

(1459 ca.-1539), che rappresenta la Madonna

col Bambino e quattro Santi, sormontata

da una lunetta con il Padre Eterno

tra Angeli, eseguita nel 1520. La chiesa è

parte integrante di un grande complesso,

meglio conosciuto come Convento dell'Osservanza,

provvisto di un refettorio e di due

apprezzabili Chiostri. Altre chiese da visitare

sono: la Chiesa del Suffragio, originaria

chiesa madre, che si affaccia su una deliziosa

piazzetta. La Chiesa di S.Croce, che

ospita al suo interno un bellissimo Compianto

in terracotta. Chiesa di S. Francesco,

in centro storico dove in primo piano è visibile

“Il giardino di Ebe” opera realizzata

sul sagrato dall'artista giapponese Hidetoshi

Nagasawa in occasione della Biennale

d'Arte del 2000.

Il Borgo Medioevale

La straordinaria bellezza dell'antichissimo

borgo medievale di Brisighella, e che lo caratterizza,

nasce dall'essere questo borgo

dolcemente adagiato ai piedi di tre suggestive

cime di gesso. Su queste cime poggiano,

dando vita a una delle più belle

“cartoline” d'Italia, il Santuario del Monticino

(1758), la Rocca Manfrediana e Veneziana

(innalzata nel 1300 dai Manfredi,

signori di Faenza e fortificata dai veneziani

nei primi anni del 1500), la Torre dell'Orologio

(interamente ricostruita nel 1850). Il

nucleo originario di Brisighella si sviluppò

ai piedi dello spuntone gessoso su cui si ergeva

la fortificazione (oggi appunto Torre

dell’orologio). è il cuore antico del paese e

vi si accede dalla Porta delle Dame. Data

l’esiguità dello spazio, le case sono alte,

anche a cinque piani. Il centro storico si è

poi esteso ed è costituito, tutt'ora, da un dedalo

di antiche viuzze acciottolate, su cui

predonima una via, sopraelevata e coperta,

denominata Via del Borgo o Via degli Asini.

Il centro, da cui si aveva accesso attraverso

3 porte di cui si conservano ancora i

toponimi (Porta Gabalo, Porta Bonfante e

Porta Fiorentina), invita il visitatore a immergersi

in una piacevole atmosfera di altri

tempi. La Piazza Guglielmo Marconi (Anticamente

Piazza Maggiore), dominata sullo

sfondo dal neoclassico Palazzo Maghinardo

(residenza municipale), racchiude sul

lato destro una rara e caratteristica strada

sopraelevata, antico baluardo di difesa e illuminata

da archi a mezzaluna di diversa

ampiezza. Teatro, in pieno periodo medioevale,

di antichi duelli in difesa del centro

storico, divenne poi la sede dei birocciai locali.

I carretti, trainati dagli asini, permettevano

il trasporto del “gesso” dalle vicine

cave. La Via degli Asini si presenta ad oggi

nella sua intatta e assolutamente unica bellezza,

con travi di legno originali a vista e

la pavimentazione, spesso sconnessa, di

mattone rosso. A caratterizzare la struttura

di Brisighella paesaggisticamente sono i

Tre Colli. Essi si ergono a corona del

Borgo, affacciato sulla Valle del fiume Lamone,

che lo delimita in tutta la sua lunghezza,

e contribuiscono ad enfatizzare

l'aspetto fiabesco del paese. I colli rappresentano

un affioramento della Vena del

Gesso Romagnola e si presentano ricchi e

punteggiati da una caratteristica vegetazione

mediterranea e dall'elegante cipresso

cresciuto nei pendii più impervi. Lungo le

pendici si snodano caratteristici sentieri di

collegamento che raggiungono anche la retrostante

area naturalistica del Parco Regionale.

Il Santuario del Monticino (1758) è

posto nel primo colle. Qui è venerata un'im-


Pieve Tho (foto Silvano Cantoni)

Fontana Vecchia 1

magine della Madonna col Bambino in terracotta

policroma di autore ignoto, datata

1626, collocata in origine in un piccolo tabernacolo

nei pressi di Porta Buonfante.

Nel 1662 fu traslata in una cappella, dove

oggi sorge il Santuario, sul colle che si

chiamava allora Monte Cozzolo o Calvario,

forse perchè dirupato e scosceso. Nel 1758

fu edificato l'attuale Santuario che, nel

corso del tempo, ha avuto numerosi rifacimenti.

L'odierna facciata fu ricostruita su

progetto del professore Edoardo Collamarini

nel 1926 in occasione del III centenario

della Sacra Immagine. Gli affreschi interni

risalgono al 1854 e sono opera del faentino

Savino Lega. Lungo la salita che porta al

santuario sono collocate, su pilastri in cemento,

alcune formelle in bronzo che rappresentano

i misteri del Rosario, opera del

faentino Francesco Nonni. Nel colle centrale

si erge la monumentale Rocca Manfrediana

e Veneziana. Non si tratta di un castello,

ossia la residenza stabile di un signore,

ma di una fortificazione a salvaguardia

della vallata. è formata da un imponente

mastio (veneziano), all’interno del

quale si sovrappongono cinque vani. è collegata,

attraverso un ponte levatoio, alla

torre piccola (manfrediana) e ai camminamenti

delle cortine, di forma trapezoidale,

disposte su tre lati. Gli ambienti interni

delle rocche sono raggiungibili da due scale

a chiocciola realizzate in pietra arenaria. La

Rocca è anche sede di un museo che racconta

l'indissolubile rapporto dell'uomo con

il gesso. La più piccola e antica Torre Manfrediana,

è una passeggiata nella storia che

parte dalla frequentazione in età protostorica

delle grotte della Vena del Gesso, attraversa

l'età Romana ed arriva al Medioevo

e al Rinascimento. La sala alta della

torre Manfrediana espone i reperti archeologici

ritrovati nella Vena del Gesso e risalenti

a queste tre diverse epoche. Il terzo

colle è quello della Torre dell'Orologio. In

origine era il fortilizio, fatto erigere nel

1290 da Maghinardo Pagani, con massi

squadrati di gesso, per controllare le mosse

dei suoi nemici, assediati nel vicino castello

di Baccagnano, sulla riva destra del

Lamone. Fino al 1500 costituì, insieme alla

Rocca, il sistema difensivo del centro abitato.

Danneggiata e ricostruita più volte, la

torre fu completamente ricostruita nel 1850

in stile pseudogotico. Nello stesso anno vi

fu posto anche l'orologio a sei ore, munito

di una sola lancetta. L'orologio completa le

24 ore con quattro giri completi del quadrante

e con I suoi “tocchi” costituisce ancora

un valido ed irrinunciabile punto di

riferimento per tutti gli abitanti del paese.

Impagabile è il panorama su tutta la vallata.

I tre colli sono tra loro collegati con passaggi

pedonali che partono direttamente dal

centro storico e lo sguardo, che spesso si

perde lungo il percorso, permette la vista di

panorami e scorci inusuali e suggestivi.

Musei, monumenti, edifici storici

Tra i musei di questo bellissimo paese romagnolo,

di grande interesse è il Museo

Giuseppe Ugonia, dedicato all'artista faentino

Giuseppe Ugonia (vissuto a cavallo tra

'800 e '900) che elesse Brisighella “sola patria

e sola ispirazione artistica, scegliendo

i suoi scenari a soggetti prediletti delle sue

litografie”. Aperto nell’ottobre del 1994

nell’ottocentesco palazzo della Pretura in

Piazza Marconi (Porta Gabalo), esso racco-


122

La villa

Sera di festa

glie circa quattrocento pezzi, tra litografie,

incisioni e acquerelli del maestro Giuseppe

Ugonia. Pittore e litografo, egli legò il suo

nome a Brisighella. Ancora oggi questa cittadina,

con le sue strade e i suoi colori, i

suoi silenzi e i suoi tre colli, conserva intatte

le visioni e le immagini che ispirarono

la lunga solitaria meditazione di questo artista

che, al passaggio dei due secoli, scelse

di rappresentare la natura e la storia di un

luogo sublime ma appartato con una tecnica

particolarissima come la litografia.

Tra i palazzi del centro storico merita menzione

per più di un motivo il Palazzo Maghinardo.

Oggi residenza municipale, l'edificio

attuale fu costruito su disegno dell'ingegnere

Antonio Mollari tra il 1824 e il

1828 in sostituzione del vecchio Palazzo

Comunale. La facciata è in stile neoclassico

palladiano. Alcune stanze interne sono arricchite

da affreschi. Posto all'interno del

Palazzo Municipale ed inaugurato nel 1832,

ha sede il Teatro Comunale Maria Pedrini.

Fortemente voluto dalla comunità ha sempre

avuto un ruolo di alto valore culturale

e sociale. Si presenta a ferro di cavallo con

due ordini di palchi suddivisi da colonne di

stile dorico. Lo adornano semplici affreschi.

Il teatro, al momento, non è agibile,

ciononostante esso è meta di interesse, curiosità

storico-architettonica e singolare

esempio di “gioiello” nato all’interno di un

palazzo pensato per il governo della “cosa

pubblica”. Altre attrazioni per il visitatore

che si reca a Brisighella sono: la “Fontana

Vecchia” e alcuni parchi pubblici. La “Fontana

Vecchia” è la più antica fonte pubblica

del paese e fu costruita nel 1490 dentro le

antiche mura, nei pressi della porta Fiorentina.

La gente la chiamava “la funtana di tri

sbroff” (la fontana dei tre zampilli). Da segnalare

l'area verde pubblica che, con il

parco Parco Giuseppe Ugonia e l'attiguo

Parco delle Rimenbranze, rappresenta l'immediata

possibilità di immergersi nel verde,

in compagnia dello scrosciare dell'acqua

della “Palla”, la singolare fontana monumentale

costruita negli anni '60, e della delicatezza

del “Fante che dorme” pregevole

opera eseguita, in ricordo dei caduti di

Guerra, dall'artista e scultore Domenico

Rambelli, nel 1926.

Dintorni

Pieve Tho (S.Giovanni in Ottavo)

La Pieve di S.Giovanni in Ottavo, meglio

conosciuta come Pieve del Tho, si trova a

circa 1 km. dal capoluogo, lungo la direttrice

che conduce a Firenze. è detta “in ottavo”

(e da ottavo, tho) perché collocata

all'ottavo miglio della Via Faventina la strada

romana che congiungeva Faenza e l'Etruria.

Le origini della Pieve del Tho sono

tanto remote quanto incerte. Si tramanda

popolarmente che la pieve risalga all'epoca

della figlia di Teodosio, Galla Placidia, che

l'avrebbe fatta erigere con i resti di un tempio

pagano dedicato a Giove Ammone, quel

che è certo è che sia già menzionata in un

documento ravennate del 909, mentre da

una bolla papale del 7 Dicembre 1143 risulta

che la Plebs Sancti Johannis in Octavo

fosse l’unica pieve esistente del territorio.

La primitiva chiesa, sorta probabilmente tra

l'VIII e il X secolo è andata distrutta, fu poi

ricostruita in stile romanico nel corso dell’XI

secolo (con un successivo ampliamento

del XVI secolo) nelle forme che

ancora oggi ammiriamo. La Pieve del Tho

è un suggestivo tempio in stile romanico a

tre navate, definite da archi che poggiano

su 11 colonne di marmo grigio e una in

marmo rosso di Verona, di spessore diverso

fra loro. Un percorso prevede la visita all’interno

dei vani sotterranei della Pieve del

Thò. Il progetto, di recente esecuzione, ha

restituito alla fruizione gli ambienti sotterranei

(in particolare la cripta-oratorio sottostante

al presbiterio e risalente alla più

antica fase edilizia della pieve) ed espone i

materiali di epoca romana e medievale rinvenuti

nel corso degli sterri degli anni ’50 e

’60.

INFO:

Pro Loco Brisighella

Brisighella Ospitale tel.0546.81166

iat.brisighella@racine.ra.it

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POST ZANG TUMB TUUUM.

ART LIFE POLITICS: ITALIA 1918 - 1943

Una mostra di alto livello

A cura di Lara Petricig,

fotografie di David Radovanovic

La Fondazione Prada di Milano

Si è conclusa il 28 giugno la

mostra milanese dedicata al

post “Zang Tumb Tuuum”

ossia all’unica avanguardia

italiana: il Futurismo, dal

periodo finale del movimento, fino al

1943.

Il titolo prende in prestito il tono enfatico

di Marinetti, il fondatore del Futurismo,

che si esprime con le onomatopee

per celebrare le fasi culminanti

del bombardamento della città turca di

Adrianopoli. Con la riproduzione dei

suoni dei cannoni e dei mitragliatori,

Marinetti racconta, da cronista, la guerra

combattuta nel 1912-1913 da Grecia,

Bulgaria e Serbia contro l’impero

ottomano. Nelle prime sale della mostra

viene presentato al pubblico un suo

ritratto Marinetti temporale patriottico,

mentre gli escono dalla bocca delle parole

sulla lingua infuocata. Il ritratto è

realizzato nel 1924 da Fortunato Depero

e esposto assieme a una brocca in

ceramica di Tullio d’Albisola, in quanto

entrambe le opere compaiono, nel

1934, nella foto della casa di Marinetti

a Roma.

L’idea di Germano Celant, curatore

della mostra, è di innescare un meccanismo

di fruizione dell’opera d’arte all’interno

del suo specifico contesto storico

e antropologico. Nell’allestimento

vengono bandite le scenografie che

tendono ad astrarre l’opera dal tempo

in cui l’artista l’ha creata, per ribadire

il contesto spaziale e temporale ma

anche sociale e politico in cui le opere

d’arte sono state ideate. I lavori vengono

in qualche modo ricontestualizzati

in allestimenti che riproducono

studi d’artista, rassegne nazionali d’arte

italiana come la Quadriennale romana

e internazionali come la Biennale

di Venezia. Vengono riproposti i cine-


126

Boccioni - “Dinamismo di un footballer” - 1913 - olio su tela - cm. 193,2 x 201

giornali distribuiti nelle sale italiane tra

il 1929 e il 1941, ma anche i filmati

che documentano inaugurazioni di eventi

espositivi e culturali del periodo. Gli

spazi adibiti sono ricreati con grandi

foto a parete e le opere messe in scena

esattamente dov’erano, quindi, vissute

e interpretate dal nuovo pubblico. Lo

spettatore, ambiente dopo ambiente ne

viene coinvolto.

E’ così che sono state presentati al pubblico:

dipinti, sculture, disegni, fotografie,

manifesti, arredi, progetti e modelli

architettonici. Inoltre centinaia di

documenti; immagini storiche, pubblicazioni,

lettere, riviste, rassegne stampa,

foto personali e cinegiornali dell’Istituto

Luce. Il materiale in mostra è

molto, una mole di opere non indifferente.

Si può parlare di una grande mostra;

un’operazione imponente di oltre

seicento pezzi tra opere figurative e

documenti a cui è affidato il compito

di raccontare ben 25 anni di storia

d’Italia.

Una storia non semplice in quanto ambientata

nel periodo fascista in cui la

produzione artistica risente del volere

del regime di inquadrare gli artisti

dando loro il senso di disciplina e obbedienza.

Inizialmente, i futuristi si interessarono

al movimento e al dinamismo a volte

concepito come dramma plastico e

forma unica nello spazio come in Dinamismo

di un footballer, del 1913, di

Boccioni, dove lo schema centrale della

composizione è dato dal movimento

rotatorio del personaggio.

Il Futurismo nella sua fase finale giunge

ad amare la guerra, “unica igiene

del mondo” ma anche a darne spettacolo

di ambigua bellezza come celebrazione

dei moderni ordigni bellici e

straordinario momento di sfogo di un

esasperato vitalismo dell’uomo. Marinetti

aderisce fino a un certo punto al

fascismo. Vi fu chi ne condivise l’ideologia,

come Achille Funi, Enrico Prampolini,

Giuseppe Terragni. Chi gravitò

nelle grazie del regime come Sironi,

oppure chi si oppose schierandosi dalla

parte antifascista: Corrado Cagli, Mario

Mafai, Carlo Levi, Ernesto Treccani.

Più in generale gli artisti avevano

adottato una posizione di compromesso;

in gran parte si erano astenuti dal

pronunciare un conclamato consenso e

trovarono il modo di poter gestire con

una certa autonomia la loro produzione

artistica. Come scrive Celant “l’artista

difende la propria autonomia linguistica

rimanendo indifferente alla sua


Particolare della torre dorata

strumentalizzazione”. Alcuni artisti si

avvicinarono al fascismo per poter essere

inseriti all’interno del complesso

sistema espositivo a partire dalle mostre

sindacali organizzate dal Sindacato

fascista delle Belle Arti.

Esistevano una varietà di situazioni, in

parte legate attorno all’importante figura

di Margherita Sarfatti che voleva

rendere il Novecento italiano arte di

propaganda fascista, in parte da ricercare

attorno al “ritorno all’ordine”

dove rifugiarsi dopo i disastri della

guerra, esercitato dagli artisti gravitanti

attorno alla rivista “Valori plastici”,

diretta da Broglio. Mentre tra i

gruppi che si opposero a Novecento ci

fu il gruppo Corrente.

La mostra esplora il sistema dell’arte e

della cultura in Italia tra le due guerre

mondiali, una situazione relativamente

varia a differenza di quanto avveniva

nella Germania di Hitler che inventava

l’arte degenerata sequestrando opere a

suo piacimento soprattutto da rivendere

e perseguitando artisti e insegnanti

delle Accademie di Belle Arti.

Una ricostruzione filologica di alto livello,

questa di Celant. Il progetto espositivo

seguendo anno per anno, dal

1918 al 1943, è articolato in cinque sezioni

tra galleria sud, deposito, galleria

nord e podium, più un piccolo cinema

dove vengono proiettati filmati originali

dell’Istituto Luce degli anni ’30 e

’40. La sede è della Fondazione Prada,

è uno spazio nuovo che nasce dal recupero

di un vecchio stabilimento industriale

degli anni dieci del novecento e

merita di poter ospitare mostre importanti.

Tra le opere esposte citiamo quelle

di Felice Casoratti, presente con i

suoi ritratti di Helena Rigotti e di Renato

Gualino, splendidi, freddi e distaccati.

La mostra è accompagnata da

un volume scientifico illustrato, pubblicato

in inglese e in italiano dalla

stessa Fondazione Prada, che include il

saggio del curatore Germano Celant e

quindici testi critici di studiosi, storici

e critici dell’arte come il prof. Sileno

Salvagnini docente di storia dell’arte

contemporanea dell’Accademia di Venezia,

Antonello Negri, Ruth Ben-Ghiat,

Francesca Billiani, Maristella Casciato,

Daniela Fonti, Emilio Gentile, Romy

Golan, Mario Isnenghi, Lucy Maulsby,

Elena Pontiggia, Jeffrey Schnapp, Francesco

Spampinato, Marla Stone, Alessandra

Tarquini e un’ampia sezione composta

da numerosi approfondimenti tematici

redatti in occasione della mostra.


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