Ottobre 2018

ValorizziAMO

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LIVORNOnonstop

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attualità

Nostra intervista esclusiva al noto docente e regista che da semplice animatore di gruppi di bambini

è passato a solcare il prestigioso Red Carpet del Festival Cinematografico di Venezia

Lamberto

Giannini,

un ‘grande’

così come

il suo gruppo

“Mayor

Von Frinzius”

di Giulia Palandri

Lamberto Giannini

Quando

sento il

nome di

Lamberto

Giannini

la

mia mente

mi riporta bambina, mi

riporta nella mia giovinezza

più bella, ricordi indelebili

di meravigliose estati

passate all’insegna del

divertimento educativo;

chi ha partecipato ai centri

estivi di Lamberto (organizzati

dal Comune di Livorno

dove Lamberto coordinava

gli animatori) si

considera un bambino fortunato,

perché ognuno si

sentiva importante come

cittadino di “Citta Dina”.

In questo progetto di stampo

tedesco Lamberto ed il

suo team di animatori aveva

ricreato una città in piccolo

ed ogni bambino la

mattina si iscriveva all’ufficio

collocamento e poteva

avverare il proprio sogno

e diventare per un

giorno politico, banchiere,

ballerino, giornalista, artigiano,

barista, vigile e molto

altro… e guadagnare “i

vaini” (la moneta della città)

con i quali a fine giornata

poteva comprarsi un

prodotto artigianale realizzato

da altri bimbi o versarlo

nella banca della città

per farsi un libretto dei

risparmi. Ogni estate era

una festa rivedersi e vivere

quell’esperienza così

meravigliosa.

Negli anni Lamberto mi è

rimasto nel cuore e anche

grazie ai social l’ho spiato

con molta stima e affetto

tanto da volerlo incontrare

e dedicargli un’inter-

Da sin.: Claudia Campolongo (musica), Federico Parlanti (attore), Paolo Ruffini (regista del docufilm

premiato), Andrea Lo Schiavo (attore), Lamberto Giannini (regista), Francesco Pacini (regista del

docufilm premiato) sul tappeto rosso al recente Festival Cinematografico di Venezia.


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intervista

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LIVORNOnonstop


Lamberto Giannini e i suoi ragazzi ricevono gli applausi del pubblico. (foto Paolo Bonciani)

vista e fargli capire

quanto di bello ha lasciato

e continua a lasciare in

molti di noi fortunati che

nella vita lo hanno conosciuto.

- Lamberto, ti ho conosciuto

da animatore, oggi sei

docente di storia e filosofia

al liceo, pedagogista,

conduttore di gruppi di

sostegno alla funzione

genitoriale, regista e fondatore

della compagnia teatrale

Mayor Von Frinzius,

autore di numerosi libri di

pedagogia, consigliere comunale.

Raccontami di te...

Docente, il ruolo che per me

è fondamentale è quello della

docenza, il resto crollerebbe

in un attimo se non mettessi

alla base la docenza, è il mio

ossigeno. Amo le materie che

insegno e la fascia d’età dei

ragazzi a cui le mie lezioni

sono rivolte. Le altre mie

esperienze all’esterno le faccio

arrivare anche all’interno

delle lezioni in classe, mi arricchiscono

come docente e

sto molto attento a rispettare

ogni mio impegno affinché

l’uno non prevarichi l’altro.

Ad esempio quando ero consigliere

comunale avevo diritto

a delle ore di permesso da

scuola che però non ho mai

preso perché facevo di tutto

per spostare gli impegni affinché

i miei ragazzi non perdessero

una lezione.

- Ho scoperto che le tue

lezioni sono diventate virali

anche su Youtube…

Ottavio Lanzara, ex alunno,

mi propose di fare delle mini

lezioni e pubblicarle su Youtube

ma non ero esperto nel

metterle online così mi aiutò.

Ed effettivamente ha riscosso

successo, sono stati diversi

i ragazzi, anche di altre regioni,

che mi hanno scritto e

ringraziato perché questi video,

seppur molto semplificati

di storia e filosofia e di pedagogia,

possono essere contributi

per molti che cercano

riassunti, collegamenti, autori.

- Che docente sei?

Come insegnante mi reputo

abbastanza esigente: tutti i

giorni interrogo e su tutto il

programma. Per me il ruolo

dell’insegnante deve essere

un “contenimento caldo”

dato dall’autorevolezza della

persona che guida; poi se

scatta il meccanismo di rispetto

e reciproco riconoscimento

allora nasce una bella

comunicazione con i ragazzi.

Poi se un ragazzo commette

un errore, soprattutto

in questa fase storica, sono

contrario a punirlo perché

questi giovani vivono una situazione

talmente complicata

e priva di prospettive che

gli errori devono essere immediatamente

compresi e

rielaborati.

- Si intuisce una chiara formazione

pedagogica.

La pedagogia è nata per passione,

partito da animatore

mi sono rivolto alla pedagogia

ad indirizzo filosofica; lavorando

in un liceo e venendo

da una generazione che

ha vissuto in maniera molto

forte la propria adolescenza

mi sono specializzato proprio

sull’adolescenza e sul ruolo

genitoriale perché oggi è

estremamente complesso il

ruolo del genitore, devono

essere ascoltati e indirizzati

ed infatti ho scritto molto su

questo tema. La vedo come

una schizzofrenìa, fatta di

contrasti che sono vitali e che

si collegano alla mia voglia di

fare teatro che per me è

contraddizione.Anche il Teatro

è nato come passione e

ricordo perfettamente come.

Era il 1984, avevo 22 anni e

in occasione delle Olimpiadi

di Los Angeles ascoltai l’intervista

di una schermitrice,

Dorina Vaccaroni, e mi colpì

quando raccontò che ogni

mattina la sua soddisfazione

e motivazione era quella di

alzarsi e di allenarsi. Io che

ero giovane ed innamorato di

+ 39 349 5423349

eventi@chaletdellarotonda.it

teatro, volevo anche io la mia

motivazione perciò mi iscrissi

ad un corso di mimo e teatro

e lo feci con così tanto slancio

ed abnegazione che cominciò

tutto.

Negli anni poi - prosegue

ancora Lamberto tutto

d’un fiato - la mia capacità

di gestire i gruppi mi portò a

fare regia a gruppi in laboratori

teatrali e nel 1997 nacque

l’idea con Pier Giorgio

Curti, psicoterapeuta, di

prendere degli esercizi del

mio modo di fare teatro e

unirli alla disabilità, in modo

da unire pedagogia e teatro.

Inizialmente era più laboratorio

espressivo dove non

c’era l’obiettivo artistico poi

mi sono reso conto che effettivamente

era possibile e

quindi è nata l’idea di fare

questa compagnia “integrata”

dei Mayor Von Frin-

semplice ma sorprendente

CDR S.r.l.

Viale Italia 136 - Livorno


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LIVORNOnonstop

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intervista


Lamberto Giannini con Giorgio Chiellini che ha dato una grossa

mano a tutto il gruppo dei Mayor Von Frinzius.

zius, che oggi conta circa

90 attori, la metà sono disabili.

Il tentativo è chiaramente

artistico, la terapia poi

viene da sé. Questi ragazzi

hanno una capacità di

espressione immediata e dal

gruppo viene fuori la contraddizione

tra ragazzi liceali,

universitari e queste maschere.

Poi la cosa ci è sfuggita

di mano perché abbiamo

fatto più successo di

quello che pensavamo e c’è

stato una vera e propria difficoltà

di gestione.

- So che Giorgio Chiellini,

un campione in campo

ma anche nel sociale, vi

ha dato una grossa

mano...

Si, hai detto bene, un grande

campione in tutti i sensi.

Devo ringraziare Giorgio

Chiellini (che veniva anche

lui al centro estivo) che ci ha

dato una mano enorme perché

non è stato solo un supporto

economico ma soprattutto

è una persona che è

presente, ci crede, che tifa

per noi, si fa sentire con tutto

il suo affetto e questo è

una spinta enorme per tutto

il gruppo. Negli anni sono

nate collaborazioni importanti:

Bobo Rondelli con lo spettacolo

“Io clown, te down”,

poi con Paolo Ruffini dove è

nata l’idea basata sulla contraddizione:

Paolo è innamorato

della disabilità e del nostro

modo di fare teatro ed

ha un modo smielato, dolce,

buono di rapportarsi con i

ragazzi. Lo spettacolo risente

del sale che metto io e

dello zucchero che mette

Paolo e ci ha portato in posti

impensabili; devo ringraziare

il Teatro Goldoni (Produttore

che crede in noi dal

1997) e la Banca di Credito

Cooperativo di Castagneto

Carducci (main Sponsor di

tutte le attività dei Mayor)

che ci hanno permesso di arrivare

fin qui oggi e di calcare

importanti teatri quali il Sistina

a Roma, il Nazionale a

Milano, il Verdi di Firenze e

molti altri in Italia… e sono

tantissime ancora le date in

programma.

- Intorno a te c’è anche

uno staff validissimo...

Negli anni mi sono creato uno

staff di collaboratrici importante

che lavorano in modo

rigoroso e fondamentale:

Denise Dainiselli, Aurora

Fontanelli, Marianna Sgherri

e Rachele Casali.

- Parlami dello spettacolo

di Paolo Ruffini e delle

emozioni vissute a Venezia

alla Mostra Cinematografica.

Lo spettacolo che porta Paolo

è composto di 6 attori disabili

che di solito sono gli

stessi e 4 attori non disabili

(che ruotano) fino a concludere

con un’indagine sulla

normalità per rispondere a

qualcuno dei ragazzi che non

capiva tutto questo interesse

verso di loro, “perché sono

normali”. Alla fine ne è uscito

un bel lavoro dove io e

Paolo ci siamo integrati con

le nostre visioni contraddittorie

ma che in fondo tornano

perfettamente e questo anche

perché di base ci sono

un grande rispetto, fiducia e

amicizia. Lo spettacolo poi è

diventato un film documentario,

con regia di Paolo Ruffini

e Francesco Pacini (anche

lui bimbo del centro estivo)

dove vengono raccontate

le storie di questi 6 ragazzi.

Quando Paolo si è presentato

al premio Kinèo a Venezia

e ha vinto il premio come

miglior documentario collegato

al sociale [vedi riquadro,

ndr] nessuno se lo aspettava,

è stato surreale. La soddisfazione

di tutto questo

Il 2 settembre scorso nell’ambito della Mostra Internazionale

del Cinema di Venezia il docufilm Up&Down - Un

Film Normale diretto da Paolo Ruffini e Francesco Pacini

– prodotto da Non c’è Problema, Laser Film, Fenix Entertainment

e Agnus Dei Production - ha ricevuto il Premio

Speciale “Kinéo – Diamanti al Cinema”, per la categoria Miglior Docufilm

Sociale.

Il docufilm che ha una durata di 75 minuti, racconta un viaggio nella bellezza

che risiede nelle diversità. Ruffini ha iniziato le riprese del film durante il tour

invernale di Up&Down, provando a raccontare l’avventura di questi attori molto

speciali, la loro relazione con il mondo dello spettacolo, i momenti dietro le

quinte, i viaggi nei teatri di tutta Italia e le esibizioni sul palcoscenico, ragazzi

che, come dice Ruffini, sono “supereroi ‘sbagliati’ con il potere inconsapevole

di compiere l’impossibile. Sono capaci di dimostrare come ‘la normalità

sia un’illusione, un’invenzione per chi è privo di fantasia’, come scriveva

Alda Merini”.

Il cast è composto da Paolo Ruffini, Lamberto Giannini, Erika Bonura, Simone

Cavaleri, Andrea Lo Schiavo, Federico Parlanti, David Raspi e Giacomo

Scarno. Le musiche sono state curate da Claudia Campolongo e da Fabio

Marchiori, mentre la voce narrante è di Pino Insegno.


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intervista

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LIVORNOnonstop

lavoro è rendersi conto

che negli anni il pubblico si è

convinto che sono attori, sono

ragazzi che hanno la particolarità

della disabilità e questo

è importante che venga evidenziata

affinché si capisca

che sono attori in quel determinato

modo; bisogna stare

attenti a non scivolare da un

progetto artistico al progetto

retorico perché il passo è brevissimo.

- Come regista, oltre a

quello dei Mayor, hai progetti

in corso?

In vecchiaia mi è venuta la

voglia di sperimentarmi in un

monologo, erano anni che non

facevo uno spettacolo da

solo. Si tratta di Teatro di narrazione

pura dove racconto le

immagini che mi hanno più

emozionato della Coppa dei

Campioni e costruisco delle

verosomiglianze psicologiche,

ad esempio mi immagino

cosa può aver provato Buffon

quando gli hanno dato il

rigore contro il Real Madrid

e in quel momento divento

Buffon e racconto delle storie

che non ha vissuto ma che

potrebbe aver vissuto.. e questo

anche Iniesta, Lothar Matthäus

che per me sono personaggi.

Questo spettacolo


Il gruppo dei Mayor Von Frinzius in scena.

andrà in scena a Teatro nel

mese di febbraio presso

L’Ordigno di Vada. Ho la

convinzione che il calcio sia

cultura, se la vivi in un determinato

modo diventa Arte,

veder giocare Iniesta è come

vedere un quadro di Klimt,

vivi delle emozioni ed alcuni

giocatori sono artisti con vissuti

emotivi che sono tipicamente

dell’artista. E’ arte

che spinge a riflettere, credo

che sia lo sport più emozionante

perché il gol è un attimo,

un gesto rivoluzionario

che può arrivare oppure no

ma quando avviene dà delle

emozioni incredibili perché

distrugge il sistema della partita

e non c’è nessun altro

sport dove c’è questa imprevedibilità.

Anche

a scuola utilizzo

spesso personaggi

e metafore

linguistiche,

collego ad

esempio Sartre

a Igor Protti ma

al di là della provocazione

credo

che spinga a riflettere.

- Cosa mi racconti

della tua

esperienza politica?

Penso che non ci può essere

qualcuno non interessato alla

politica, è come non essere

interessato alla vita, come

chi dice che non sono interessato

alla bellezza, forse

non l’ha mai colta e la politica

è una dimensione di bellezza

al di là di tutte le storture

e le brutture e io l’ho sempre

vissuta. Io non sono un’attivista,

non riesco a stare dentro

a dei meccanismi, in giunta

comunale ho portato la mia

lettura della realtà con l’intento

di far riflettere cercando di

non stare dentro determinati

compromessi oppure riconoscerli

se potevano essere costruttivi.

E’ un momento di

grande difficoltà perché oggi

Lamberto Giannini con i suoi ragazzi.

forse siamo arrivati all’impossibilità

di fare politica, è una

visione molto pessimista, ma

credo che ci sia qualcosa che

è sopra le persone e in una

situazione così sovrastrutturata

è difficile fare politica.

L’esperienza che mi interessa

di più è quella di partecipazione

a sinistra, potere al

popolo e Buongiorno Livorno

parte dalla municipalizzazione,

cioè da una piccola comunità

nella quale si studiano i

bisogni in una chiave che però

per me è chiara, è di sinistra.

- Cosa ti auguri?

Il mio sogno è continuare a

fare quello che faccio, amo

il mio lavoro, amo lunedì andare

in classe e affascinare

i ragazzi con la filosofia e

non dare per scontato quello

che fai oggi. Vorrei stabilizzare

determinate cose,

anziché spingere sempre

sull’acceleratore, infatti

probabilmente il prossimo

spettacolo si intitolerà “A

mezzanotte” perché di solito

la mezzanotte è carica

di attese e invece passata

la mezzanotte il giorno

dopo è più o meno come

quello precedente. Sarà

uno spettacolo che racconta

della ciclicità degli eventi

e per trovare la bellezza bisogna

cercarla in sé stessi,

nella profondità dell’esistenza.


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LIVORNOnonstop

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pittura


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cinema

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LIVORNOnonstop

La storia di tutti i film che sono stati girati sulla caratteristica scogliera livornese

James Bond sul Romito?

Stava per arrivarci a bordo dell’Aston Martin!

Sean Connery e la mitica Aston Martin. L’attore scozzese si è affermato interpretando James Bond, il noto agente 007 nato dalla

penna dello scrittore britannico Ian Fleming,

Alzi la

mano chi,

livornese,

non ha indugiato

davanti

alla tv

ogni volta

che gli è capitato di imbattersi

nella celebre scena finale del

film “Il sorpasso” con Vittorio

Gassman e Jean-Louis

Trintignant, girata tra Castel

Sonnino e Calafuria, dove la

Lancia Aurelia va a schiantarsi

in fondo alla scogliera dopo

essere uscita di strada, da

quella strada che porta lo stesso

suo nome. La vicenda del

di Marco Sisi

faccendiere Bruno Cortona e

dello studente Roberto Mariani,

magistralmente diretta

da Dino Risi su soggetto e

sceneggiatura dello stesso

Risi e di Ettore Scola e Ruggero

Maccari, ha fatto passare

alla storia non soltanto uno

spaccato impietoso della società

italiana negli anni del

La scena finale del film “Il Sorpasso” sulle rampe del Romito: la

Lancia Aurelia che supera la Fiat 2300 S. Coupé poco prima

dello schianto in fondo alla scogliera.

boom economico, ma anche

uno splendido angolo di natura,

meta di bagnanti che provengono

da Livorno o da altre

città, toscane e non.

Pochi sanno però che nello

stesso tratto di costa sono stati

girati moltissimi altri film, a

partire addirittura da quasi un

secolo fa per arrivare fino ai

nostri giorni. Incredibile ma

vero: gli scogli del Romito fecero

da sfondo, quando ancora

il cinematografo era muto,

alle riprese di una serie di mediometraggi

di fantascienza

intitolata “I deviatori del Gulfstream”,

realizzata tra il 1920

e il 1922. Di tali film si sa


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LIVORNOnonstop

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cinema


La locandina del film “Il pirata

sono io!”.

Anni ‘40 - Panorama di Quercianella. Sulla destra: Villa Jana

dove furono girate molte scene del film “Joe il Rosso”.

La locandina del film “Calafuria” e la bellissima interprete principale

Doris Duranti (Livorno 1917 - Santo Domingo 1995)

pochissimo: tra gli attori

c’era anche un italiano, Gastone

Monaldi. La trama aveva il

suo punto centrale nel tentativo,

ordito da una banda internazionale

di delinquenti, di fare

congelare la città di Londra deviando

altrove la Corrente del

Golfo.

L’utilizzo delle scogliere di Calafuria

e del Romito per ricreare

il paesaggio creato dal disastro

ecologico rappresenta la

prima testimonianza dell’arrivo

in zona di una troupe cinematografica

per girare un film

a soggetto. E’ del 1935, poco

prima che Giovacchino Forzano

concepisse il progetto degli

studi Pisorno, un film che

utilizza i tornanti fra Calignaia

e Quercianella per ambientare

in una località imprecisata della

Costa Azzurra il viaggio di un

torpedone carico di turisti che

si stanno recando in visita al

castello Sandelle-Lafitte, per

ammirare un quadro che, invece,

scompare misteriosamente.

Il titolo del film è “Joe

il Rosso”, è tratto da una commedia

che Dino Falconi aveva

scritto per un’interpretazione

teatrale del padre Armando,

all’epoca celebre attore

teatrale e cinematografico.

Egli raccontò che l’ispirazione

per creare Joe, questo strano

personaggio di gangster

bonario, gli era venuta da

un’esperienza vera: l’incontro

durante una traversata transatlantica

di ritorno da un viaggio

in America con un passeggero

che lui descrive «curioso

tipo, simpaticone, servizievole,

giovialissimo, dedito al

contrabbando alcolico, attorno

al quale mi sono ingegnato

di costruire una vicenda teatrale».

Il castello della nobile famiglia

francese è in realtà Villa

Jana di Quercianella, molte

scene sono state girate sulla

spiaggia del Rogiolo, compresa

anche quella dell’ammaraggio

di un grosso idrovolante

Savoia-Marchetti S.55

(come quelli utilizzati da Italo

Balbo per le sue celebri trasvolate

oceaniche), a bordo

del quale Joe arriva a far visita

alla figlia, andata in sposa

al rampollo della famiglia di

ricconi.

Alla Pisorno, naturalmente,

non tardarono a sfruttare il fatto

che la posizione degli studi

cinematografici permetteva di

avere a portata di mano un paesaggio

variato per l’ambientazione

di film con vicende

che si svolgevano in alta montagna

come ai tropici.

Nel 1940 la torre di Calafuria

fu trasformata nel Palazzo del

Governatore di Santa Cruz,

utilizzando elementi di legno

e cartapesta, per “Il pirata

sono io!”, con Erminio Macario,

regia di Mario Mattoli.

Fu un grande successo e anche

l’EIAR trasmetteva spessissimo

la canzone “Macariolita”

tratta dalla colonna sonora,

non solo nella versione

di Macario ma anche di famosi

cantanti dell’epoca. A Santa

Cruz, naturalmente, non si arrivava

in automobile ma coi

velieri, navi pirate che furono

al centro di esilaranti battaglie

fra i corsari fasulli capeggiati

da José (Macario) e la ciurma

di Bieco De La Muerte, arrivata

al momento meno opportuno

guastando il piano di un

finto assalto per ingraziarsi il

Viceré in visita.

Fra gli sceneggiatori, anche un

giovanissimo Federico Fellini.

Non poteva mancare alla serie

delle pellicole ambientate in

quel luogo anche una che si

intitolava proprio “Calafuria”,

dall’omonimo romanzo

di Delfino Cinelli, diretta da

Flavio Calzavara e interpretata

da Gustav Diessl (doppiato

dal livornese Emilio Cigoli) e

dall’ormai celebre concittadina,

la bellissima Doris Duranti.

Nel film, uscito nel 1942, e che

racconta la tormentata storia

d’amore fra un celebre pittore

livornese e una giovane dal

passato oscuro, da lui incontrata

in un vicolo a Firenze, si

può vedere la Torre così come

appariva in quel periodo, accanto

alla ferrovia dove passa

il treno per Roma e affiancata

da una locanda con tavoli all’aperto

che successivamente

avrebbe subito notevoli

modifiche. I due protagonisti

vanno a fare il bagno alle “vaschine”,

per l’occasione la

Duranti sfoggia uno dei primi

costumi da bagno a due pezzi

della storia italiana, e, sulla

scogliera, qualche tempo dopo

la ragazza fa perdere le proprie

tracce fingendo un suicidio.

Siamo ormai nel bel mezzo della

seconda guerra mondiale (e

infatti la disperazione per la

scomparsa dell’amata spinge

il pittore ad arruolarsi in aviazione),

a Tirrenia ogni produzione

viene interrotta. Bisogna

aspettare la fine delle ostilità

per rivedere le cineprese in

giro per Livorno e dintorni.

I teatri di posa, requisiti dagli

americani, sono ridotti a

magazzini, ma il nascente


La locandina del film “Senza

pietà”.


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cinema

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LIVORNOnonstop


Le locandine dei film “Pellegrini d’Amore”, “Seddok, l’erede di Satana” e “Arrivederci Roma”.

neorealismo richiede, per

ragioni pratiche e stilistiche,

soprattutto riprese in esterni.

Dei due film ambientati nella

nostra città per raccontare le

storie di mercato nero e “segnorine”

che la caratterizzavano

in quegli anni , “Senza pietà”

di Alberto Lattuada (1948)

con John Kitzmiller e Carla Del

Poggio è passato alla storia anche

per la celebre scena finale

del camion che il sergente

Jerry Jackson (John Kitzmiller)

guida a folle velocità per

poi andare a schiantarsi in

fondo alla scogliera.

Alcuni particolari che forse saranno

sfuggiti a chi ha visto il

film: Jerry sale sul camion portando

in braccio il corpo di Angela

(Carla Del Poggio), che è

stata ferita a morte da una pallottola

sparata dal Sordo, uno

degli uomini della banda di

Pierluigi (Pierre Claudé, pseudonimo

sotto il quale si nasconde

il direttore dell’Hotel

Majestic di Roma, nella sua

unica interpretazione cinematografica),

accorsi per recuperare

i soldi dei quali il sottufficiale

si era appropriato. La

sparatoria ha luogo all’alba a

Marina di Pisa, davanti alla

chiesa di Santa Maria Assunta,

e il mezzo pesante parte in

direzione nord, per poi ricomparire

nella scena successiva

una trentina di chilometri a

sud, percorrendo l’Aurelia dal

Romito verso Livorno (riconoscibile

il ristorante “Il Sassoscritto”)

fino al tragico volo

finale poco prima di Calafuria.

E anche in queste inquadrature

c’è qualcosa da sottolineare:

facendo attenzione,

poco prima che il Dodge sfondi

il parapetto, si può notare

che la luce filtra dalle prese

d’aria laterali del cofano, perché

non c’è il motore. Avendo

a disposizione solo un tentativo

per riprendere il camion

che precipita, Lattuada sceglie

di usare due macchine da

presa: una posizionata in

mare, presumibilmente a bordo

di un rimorchiatore, e

un’altra a lato della strada, per

offrire un secondo punto di

vista. E probabile che a dirigere

una delle due unità ci sia

Federico Fellini, autore della

sceneggiatura assieme a Tullio

Pinelli e aiuto-regista.

Guardando in alto a sinistra,

nelle inquadrature riprese dalla

troupe imbarcata, è possibile

vedere la seconda unità, cinepresa

compresa, nascosta fra

i cespugli. Sempre facendoci

caso, si scopre anche che le

riprese hanno avuto luogo a

pomeriggio inoltrato perché la

luce del sole viene dal mare

(e non da est come avrebbe

dovuto essere dato che è da

poco passata l’alba).

Altri veicoli ancora hanno dato

L’auto di Alberto Lupo, protagonista in “Seddok l’erede di Satana”, si ferma per una breve sosta

proprio accanto al ristorante Il Romito.

vita a corse, inseguimenti e incidenti

cinematografici lungo

i chilometri che uniscono Antignano

a Quercianella. Nel

1953 tocca a una jeep della

polizia dare la caccia al taxi a

bordo del quale due truffatori

(Enrico Viarisio e Alda Mangini)

stanno scappando dopo

avere imbrogliato due reduci,

uno tedesco e uno americano,

innamorati della ragazza, ritratta

in un quadro affisso al

muro della villa che avevano

occupato durante la guerra, e

che aveva le sembianze di

Sofia Loren. Il film, “Pellegrini

d’Amore” era diretto da

Andrea Forzano, uno dei figli

di Giovacchino, il fondatore

degli studi Pisorno, e offrì

anche l’unica occasione di vedere

sul grande schermo Beppe

Orlandi, stella del teatro

vernacolare livornese, nel ruolo

en travesti della cameriera

Cleofe.

I furfanti spariscono nel nulla

e la jeep torna indietro costeggiando

Castel Boccale. Nel

1960 ci sono grandi cambiamenti:

viene aperto al traffico

il ponte di Calignaia e, poco

dopo, inizia l’attività anche il

ristorante “Il Romito”. Li vediamo,

con ancora da togliere

impalcature e ponteggi, in

“Seddok l’erede di Satana”,

un film horror del 1960 diretto

da Anton Giulio Majano

ed avente come protagonista

Alberto Lupo coi capelli

curiosamente decolorati.


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LIVORNOnonstop

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cinema

L’auto guidata dal futuro

dottor Manson della “Cittadella”

(sceneggiato televisivo del

1964 dove i due lavorarono

nuovamente insieme) si ferma

per una breve sosta proprio

accanto al ristorante.

Tre anni prima (1957), invece,

in “Arrivederci Roma”,

con Mario Lanza e Marisa Allasio,

è la Torre di Calafuria a

comparire per pochi secondi

in una delle scene iniziali: il

treno a bordo del quale il protagonista

si sta recando nella

capitale passa sul ponte della

ferrovia, proprio lì accanto.

E siamo giunti al 1963 con il

famoso “Il Sorpasso”. Annunciata

dallo squillo del suo

potentissimo clacson tritonale,

arriva la Lancia Aurelia Spider

B 24 che ha ingaggiato una


gara con una Fiat 2300

coupé. In una sequenza coinvolgente,

al punto che diventa

difficile notare i numerosi

errori di montaggio, le due

auto in competizione arrivano

quasi fino a Calafuria (si

vede la Torre, in lontananza):

La locandina del film “Il Sorpasso” e la Lancia Aurelia Spider con V.

Gassman e J.L. Trintignant sul Romito poco prima del triste epilogo.

Bruno (Vittorio Gassman), a

Castiglioncello aveva promesso

a Roberto (Jean-Louis

Trintignant) di portarlo lì, per

mangiare “una zuppa di pesce

che è la fine del mondo”,

ma per l’arrivo di un camion

in direzione opposta, proprio

quando la Lancia stava riuscendo

a sorpassare la Fiat,

Bruno non può che buttarsi

fuori strada nel tentativo di

evitare lo scontro ma la spider

precipita con a bordo il suo

giovane amico che perde la

vita.


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cinema

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LIVORNOnonstop

Dicevamo degli errori: i

tempi sono stati volutamente

dilatati per rendere la scena più

emozionante, ma a un occhio

attento non può sfuggire che

nelle inquadrature girate con la

macchina da presa sul cofano,

puntata verso gli attori, alle loro

spalle si intravede un paesaggio

ben diverso da quello del

Romito. L’Aurelia passa davanti

al cartello “Sassoscritto”

per ben tre volte e, questo lo

si nota appena appena, non è

la spider Lancia a precipitare

di sotto ma una Siata 1400 cabriolet

recuperata presso qualche

sfasciacarrozze.

Un’altra curiosità riguardante

questo film è che sono state

utilizzate tre autovetture diverse,

oltretutto nemmeno dello

stesso colore, sfruttando il fatto

che la pellicola era in bianco

e nero. La scena finale del

“Sorpasso” compare anche

nel televisore di Giancarlo

Giannini, protagonista di “Tredici

a tavola”, è il suo film preferito

e più avanti la rivivrà, distratto

dai ricordi mentre sta

guidando lungo la SS.206 e finendo

fuori strada al volante,

stavolta, di un’Alfa Romeo.

“Escalation”, girato nel 1968,

opera prima di Roberto Faenza,

ci mostra una Topolino

Giardiniera arrivare alle vecchie

cave di pietra serena, dietro

al ponte di Calignaia. C’è

una sorta di sequestro di persona

in atto: il giovane Luca

Lambertenghi (Lino Capolicchio)

figlio del ricchissimo industriale

Augusto (Gabriele


Ferzetti), preferisce vivere tra

gli hippy sognando l’India invece

di lavorare nell’azienda

di famiglia: il padre lo fa rapire

da una donna travestita da

monaca buddista (Didi Perego)

che assieme a dei complici

lo carica nel vano bagagli

dell’utilitaria per poi, avendolo

chiuso dentro un baule, trasbordarlo

dentro un’altra auto

proprio nel piazzale della cava,

e da lì arrivare in una sorta di

clinica, a Quercianella in via

C. Colombo, all’angolo con

l’Aurelia, dove verrà sottoposto

al lavaggio del cervello.

Evidentemente quella è una

strada che si presta ai rapimenti.

Nel film “Sfida sul fondo”

di Melchiade Coletti, che è del

1976, una banda di delinquenti

che vuole mettere le mani sul

brevetto di un sottomarino ta-

Da sinistra: le locandine dei

film “Sida sul fondo”, “Escalation”

e “Viaggio con Anita”.

scabile rapisce il figlio dell’industriale

che sta producendo

il prototipo. I sequestratori si

fingono infermieri e, riusciti

a entrare nella casa di cura

dove era ricoverato, prelevano

il ragazzino caricandolo su

un’ambulanza della Misericordia

e, dopo aver imboccato il

tratto di Variante Aurelia allora

in costruzione tra Quercianella

e Rosignano, pren-


La locandina di “Trdici a tavola”.


▲▲▲


LIVORNOnonstop

14

dere Calignaia: si tratta di “Il

talento di Mr. Ripley”, diretto

nel 2000 da Anthony Minghella.

Anche in questo caso

c’è un viaggio in treno, da

Roma a Sanremo, e per alcuni

secondi vediamo il convoglio

attraversare il ponte. Su

quello di Calafuria, invece,

prende il via una delle scene

più drammatiche del film di

Paolo Virzì “La pazza gioia”

(2016). Donatella (Micaela

Ramazzotti), scesa dal pullman

assieme al figlio tenuto

nel passeggino, arriva a metà

del ponte e decide di gettarsi

giù assieme al bimbo.

E adesso, dopo aver parlato

delle scene che abbiamo visto,

non ci resta di parlare di quelle

che avremmo potuto vedere.

Nel 1957 una serie di telefilm

americani intitolata “Capitan

Gallant”, che fino ad

allora veniva girata in Marocco,

dato che raccontava le gesta

di una compagnia di militari

della Legione Straniera acquartierata

in un fortino nel

deserto, decise per varie ragioni

di trasferire la sede delle

riprese. La scelta cadde sugli

studi Pisorno e la lavorazione

proseguì fino all’ultimo episodio

senza problemi. Il produttore,

Harry Saltzman, secondo

quello che mi è stato raccontato,

stava iniziando a concepire

l’idea di produrre un

film basato sul personaggio

creato da Ian Fleming: James

Bond, l’Agente 007. Offrì a

Giovacchino Forzano, al-

cinema

La locandina di “È arrivato mio

fratello” e la BMW che sbanda

e precipita sulla scogliera nei

pressi del Castel Boccale.


La locandina del film “La pazza gioia” e il pullman dove scende

Donatella (Micaela Ramazzotti) assieme al figlioletto, con l’intenzione

di buttarsi giù dal ponte di Calafuria.

Le locandine dei film “Il talento di Mr. Ripley” e “Capitan

Gallant”.

dono la prima traversa e si

ritrovano anch’essi alla cava

di Calignaia. Non finisce qui,

perché il loro nascondiglio

(una grotta sottomarina) viene

scoperto dallo zio (Enzo

Maiorca) del ragazzo che, tuffandosi

e raggiungendolo in

apnea, riesce a liberarlo e a consegnare

i malviventi ai carabinieri,

intervenuti con elicotteri

e motovedette tra il famoso

ponte e il Castel Sonnino.

La Variante fa da sfondo anche

a una scena del film di

Mario Monicelli “Viaggio con

Anita” (1984). Nella finzione

scenica ci si trova nei pressi

di Orbetello e Anita (Goldie

Hawn), che è in macchina assieme

a Guido (Giancarlo

Giannini) causa un maxi-tamponamento

che blocca il viadotto

“Arancio”. Da notare,

anche in questo caso, un curioso

errore di ripresa dato

che i due si stanno recando

da Roma a Rosignano Solvay

ma nella scena dell’incidente

hanno il mare alla loro destra

anziché a sinistra, come dovrebbe

essere viaggiando in

direzione nord.

Nel 1984 in “E’ arrivato mio

fratello”, di Castellano & Pipolo,

lungo un percorso completamente

stravolto dal montaggio

cinematografico (inizia

sul Romito e, con le auto sempre

dirette verso sud, arriva

fino al Boccale) si chiude la

serie dei “voli dalla scogliera”

con la BMW dei “cattivi” che

dà la caccia alla vecchia Fiat

1400 cabriolet di Ovidio Ceciotti

(Renato Pozzetto). Lui

e la soubrette Esmeralda (Carin

Mc Donald) stanno festeggiando

il successo avuto al

pianobar e la bottiglia vuota

di champagne gettata all’indietro

centra il parabrezza dell’auto

inseguitrice che, con

Castel Boccale sullo sfondo,

sbanda e precipita giù.

Un altro film straniero, per pochi

secondi, ci fa ancora ve-

l’epoca ancora proprietario

dello stabilimento, di acquistare

tutta la struttura ma, nonostante

i gravi problemi economici,

non fu possibile raggiungere

un accordo.

Saltzman quindi, creato il sodalizio

con Albert Broccoli,

decise di cercare altrove e trovò

finalmente la location adatta

in Inghilterra, presso gli studi

cinematografici Pinewood,

vicino Londra. Viene da domandarsi

cosa sarebbe successo

se i film da “Licenza

di uccidere” in poi fossero

stati girati a Tirrenia. Ci sarebbe

stato probabilmente un

maggior ritorno economico e,

chissà, qualche scena di inseguimento

con la mitica

Aston Martin DB5 come protagonista

avrebbe avuto luogo

proprio sulle stesse strade

dove abbiamo visto girare altri

film con altre autovetture.

La locandina del film “Agente

007 - Licenza di uccidere” con

Sean Connery e Ursula Andress.


▲▲▲


narrativa

Livorno

città

rivoluzionaria

di Aldo Santini

tratto da “Toscani contro toscani

- Viaggio tra rancori e le

inimicizie del popolo più litigioso

d’Italia”, Maria Pacini

Fazzi editore, 1998 (qui sotto la

copertina).

Livorno è in Toscana ma ha

poco di toscano. Nel senso

che, essendo la città più nuova

della Toscana, non ha vissuto

il periodo dei Comuni,

dei Guelfi e dei Ghibellini, non

Le belle pagine

Stralci di testi di autori, livornesi

e non, che hanno decantato la bellezza

o il carattere della nostra città

15

ha partecipato alle sanguinose

guerre del Medioevo, non

è stata contaminata dall’odio,

non ha mai alimentato il fuoco

della vendetta. Oltretutto

è una città inventata. I Medici

l’hanno costruita dal nulla

per sostituire il Porto Pisano

ormai interrato, per creare

uno scalo marittimo d’avanguardia

che incrementasse il

suo import-export europeo.

Inventata Livorno e inventati

anche l livornesi. Cosa ci

dobbiamo aspettare, dunque,

da una cittadinanza priva di

tradizioni, tanto eterogenea,

dura di pelle e dal passato

oscuro, senza babbo né mamma?

Nessuna raffinatezza,

ALDO SANTINI (Livorno 5 luglio 1922 - 3 agosto 2011) - Nacque in

piazza Santi Pietro e Paolo. È considerato lo scrittore che più ha

dedicato se stesso all’illustrazione di tradizioni, vicende, personaggi e

curiosità della sua Livorno. Ma è stato anche un grande giornalista di

razza, un uomo di vasti orizzonti impostosi a livello nazionale. Dopo gli

esordi nel 1945 al Tirreno, è approdato nei primi anni ’60 a

L’Europeo,uno dei più popolari settimanali dell’epoca, dove, come inviato,

ha seguito per decenni tutti gli avvenimenti più importanti d’Italia

e del mondo. Ha concluso la sua carriera nuovamente al Tirreno e l’ultimo suo pezzo

“Com’era livornese la mia via Grande” lo ha scritto il 3 luglio 2011. Un mese prima (il 10

giugno) aveva ricevuto dalle mani del sindaco Alessandro Cosimi la Livornina d’oro, la

massima onorificenza cittadina, con la seguente motivazione: “Ad Aldo Santini, per

avere, come giornalista e scrittore di vasti orizzonti, illustrato la sua Livorno con

sagacia e amore”. Scrittore facondo e prolifico (ha vinto anche il premio Campiello) ha

lasciato decine di libri, tra cui Livorno Ammiraglia. Cento anni di Accademia Navale

(Belforte, 1981), Nuvolari (Rizzoli, 1983), Mascagni: viva e abbasso (Belforte, 1985),

Modigliani (Rizzoli, 1987), Tombolo (Rizzoli, 1990), Costanzo Ciano, il ganascia del fascismo

(Camunia, 1993). Numerosi anche i testi di gastronomia (critico e autocritico ha

messo in discussione persino un dogma come quello del cacciucco). Le ultime sue

fatiche letterarie sono state “Alla scoperta di Livorno e dei livornesi in 44 ritratti” (2009,

Debatte editore) e “Dalla memoria di un inviato” (2011, Il Tirreno). E’ scomparso nella sua

abitazione di via Marradi 104, il cui studio aveva trasformato in uno sterminato e prezioso

archivio di testi e immagini che ne ripercorrevano i sessant’anni di professione.

LIVORNOnonstop

questo è il minimo, nessun rispetto

per il galateo e per il

codice, nessun birignao intellettuale.

Ma anche nessuna

complicità con i toscani. Nei

livornesi non troverete nessuno

dei molti veleni distillati dal

fegato dei toscani.

I livornesi li conoscono bene

i toscani. E li tengono alla larga.

Fiorentini e senesi, lucchesi e

pisani, pistoiesi e aretini, pur

così diversi tra loro, hanno in

comune pregi solenni e difetti

capitali. Sono ricchi di fosforo

ma avari di borsa e di

sentimenti. Sono acuti ma ingenerosi,

vendicativi, crudeli,

di una crudeltà meditata, studiata.

Sono intelligenti ma

agri. Spesso sono gonfi di invidia,

di superbia. L’ipocrisia

è la loro costante più solida.

Parlano, parlano, in un vernacolo

sciagurato, pronti a

vendersi l’anima per una battuta

all’acido prussico, tanto

da sembrare i campioni della

sincerità, e invece non dicono

mai quel che pensano davvero.

E mentre fingono di riverirti,

un sorrisino pigliangiro

si stampa sulla loro faccia.

Ci deve essere bene una ragione

se i toscani stanno sulle

scatole a tutti, in Italia. Non

sarà esclusivamente per la

loro prontezza e la loro furbizia,

o per il nero seppia che

hanno in bocca.

I livornesi sono tutto il contrario

dei toscani. Utili ai fiorentini

ma tenuti fuori dell’uscio

per le loro origini bastarde,

considerati di serie C

dai pisani ebbri d’orgoglio per

la loro storia, i loro monumenti

e la loro università,

guardati con diffidenza dai

lucchesi apparentemente

troppo pii per esserlo davvero,

e con timore dai senesi

che esibiscono modi troppo

affettati per mescolarsi con

trucibaldi della loro caratura,

i livornesi hanno imparato


▲▲▲


LIVORNOnonstop

16

narrativa

Una tessera del Partito Comunista

Italiano del 1950.

Mons. Emilio Guano (Genova1900

- 1970, vescovo di Livorno

dal 1962 al 1970.

Furio Diaz (Livorno 1916 - 2011),

Sindaco di Livorno dal 1944 al

1954.

Nicola Badaloni (Livorno 1924 -

2005, Sindaco di Livorno dal 1954

al 1966.

a proprie spese, fin dall’inizio,

cosa significa essere

gli ultimi dei toscani. E hanno

finito per considerarsi non toscani.

Perché questo? Ma perché,

a differenza dei toscani, i livornesi

hanno le mani bucate,

e non sono capaci di nascondere

le loro simpatie e in

primo luogo le antipatie. Perché

dicono sempre ciò che

pensano, a voce alta. Perché

urlano invece di parlare. Perché

non fingono di essere colti

o istruiti: ostentano anzi la loro

ignoranza, la loro volgarità. E

perché minacciano sempredi

romperti qui e di romperti là,

e prima di lasciar partire una

sventola danno il tempo ai

testimoni di mettersi in mezzo.

Perché sono dei ribelli

nati, e in unaToscana plebea,

contadina, sono stati i primi

proletari. Esoprattutto perché

sono arrivati con troppi secoli

di ritardo nella turbolenta famiglia

toscana.

I livornesi si sono sentiti coslì

lontani dai fiorentini e dai senesi,

dai pisani e dai lucchesi,

per tacere dei pistoiesi e degli

aretini, da considerarsi livornesi

e basta: non toscani.

Peccato d’orgoglio? È probabile.

Ma rimane il fatto che i

livornesi d’oggigiorno, pur

non essendo più i livornesi

chiamati da ogni parte della

penisola e del Mediterraneo


a farsi il mazzo tra le paludi

malariche della città da costruire

ex novo, dicono ancora

che la loro piccola patria

è la meno toscana di tutta la

Toscana. O meglio: non è toscana

affatto. E appartenendo,

geograficamente alla Toscana,

essendo il suo unico

porto di respiro internazionale,

e la sua seconda città per

grandezza se non più per importanza,

Livorno dà alla Toscana

un carattere che toscano

non è. E dalla Toscana riceve

una matrice che non è

la propria.

La Toscana è una cosa e Livorno

un’altra. E ciò confonde

le idee ai lombardi o ai

veneziani o ai piemontesi, che

magari hanno in uggia Livorno

per la sua truculenza verbosa,

e pensano a torto che

i toscani siano tutti come loro,

o magari hanno in uggia i toscani

perché danno a tutti del

bischero, si credono bravi e

capaci solo loro, e di conseguenza

pensano a torto che

questi siano dei difetti comuni

anche ai livornesi.

Ora Livorno, oltre ad essere

l’unica città “americana” (o

“australiana”?) del Mediterraneo,

nel senso che è una

città da Nuova Frontiera costruita

e popolata da un esercito

di pionieri, di emigranti

di ogni razza e colore, e di

avanzi di galera, oltre ad avere

un fondo libertario e autoritario

insieme, ma sempre

una città d’ordme, e nello

stesso tempo pugnace, protestataria

per vocazione, è in

primo luogo una città eternamente

sopra le righe: una

Tarascona aizzata dal libeccio,

che trova il suo genio

nella dismisura, nell’iperbole.

Lo scrittore Carlo Coccioli,

che vide la luce a Livorno,

afferma che Livorno somiglia

al gran capo pellerossa di

Jean Cocteau per cui “a little

too much is just enough for

me”. A Livorno tutto avviene

e va fatto un “pochino

troppo”. Di qui il fervore livornese

che si traduce in brillantezza

ed esagerazione.

Brilla il mare dell’Ardenza

che, a sentire i livornesi, non

è uguale a nessun altro. Brilla

il porto che è (o è stato?) il

Carlo Coccioli (Livorno 1920 -

Città del Messico 2003), scrittore.

più rapido e il più assatanato

d’Italia. Brillano i Quattro

Mori che te temoniano la benemerenza

di Livorno nella

difesa della civiltà europea.

Brilla (o ha brillato?) perfino

il partito comunista per aver

realizzato con molti anni di

anticipo, proprio a Livorno, il

compromesso storico (Guano

fu chiamato il vescovo

rosso) che dette le vertigini

alla prima Repubblica, e per

aver portato sulla poltrona di

sindaco, trent’anni prima di

Roma (Argan), una testa

d’uovo, Furio Diaz, seguito da

un’altra testa d’uovo, Nicola

Badaloni, che dettero all’amministrazione

della sinistra il

suggello tranquillizzante della

cultura. Tranquillizzante

per la borghesia.

E l’esagerazione, o meglio la

dismisura; è la regola primaria

del livornese.

Non parla: grida. Non discute:

aggredisce. Non accenna:

gesticola. Non ama: perde la

testa. Non passeggia: si esibisce.

Non mangia: si abbuffa.

Non investe: spende per

godersi il proprio denaro. Ma

non spende: sciala.

Ecco allora le trattorie e i ristoranti

sempre pieni di livornesi

che bisbocciano. Ecco i

negozi di abbigliamento, di

alimentari, ma anche le librerie,

con i fatturati in verticale,

esclusi s’intende i pe-


▲▲▲


narrativa

17

LIVORNOnonstop

Alcuni striscioni “coloriti” dei tifosi livornesi nei confronti di quelli pisani.

riodi delle vacche magre.

Ecco il fiorire dei negozi di

mobili, delle agenzie bancarie,

dei supermarket, dei grandi

magazzini dedicati ai nuovissimi

consumi: musica e film

in cassetta (sottobanco quelli

a luce rossa).

I sociologi bollano questo

scialo con una sentenza di

consumismo dissennato. Ma

sono davvero dissennati i livornesi?

O hanno invece la

saggezza di rendere più pratiche

e più comode le loro

case? E di godersi, quando è

possibile, il frutto del lavoro,

di prendersi la rivincita su secoli

di angustie, di fame, di limitazioni,

di umiliazioni?

La loro è una saggezza che,

nel dopoguerra, ha portato la

città più comunista d’Italia a

collaborare con i militari Usa,

mettendo in pace la propria

coscienza politica con giganteschi

“Go home” pitturati sui

muri, quando ancora non esistevano

le vernici spray.

La stessa saggezza che negli

anni Cinquanta, accanto alla

scritta “Via il dollaro”, apparsa

sull’edificio che in piazza

Grande ospitava il comando


americano, fece aggiungere

a una mano ignota, strepitosamente

livornese: “Ce ne

fussero”.

Dovrebbe essere un sociologo

dalle lunghe antenne sensoriali

affinate dall’esperienza,

oltre che dalla cultura (ma

ce ne sono?), a spiegarci se

questa realpolitik nasce dalle

esigenze di una città fondata

sul rigore e sulla durezza,

su un rapporto spietato tra

i risultati da ottenere e le forze

da impiegare, o dall’intelligenza

pratica di una popolazione

che nasconde la sua

flessibili tà, o il suo cinismo,

chiamatelo pure così, sotto

un’esuberanza vulcanica e

sgangherata, plateale.

Forse la verità sta nel mezzo.

Sta nel legame profondo,

addirittura viscerale, che tiene

uniti i livornesi, anche i più

estroversi e i più trucibaldi,

all’anima della loro città, tersa

e concreta come un osso

di seppia levigato dal mare,

dal vento, dal sole, dalla sua

storia breve ma intensa.

Una storia che ha messo la

città nata dal nulla, ogni giorno,

faccia a faccia con gli interessi

toscani. Un confronto

estremamente positivo, tutto

considerato, e spesso colorito.

Ma talvolta sgradevole.

Colorito, per esempio, è il

confronto tra Livorno e Pisa.

Ho già avuto modo di puntualizzare

che il detto livomese

“meglio un morto in casa

che un pisano all’uscio”, subito

replicato dai pisani, con

totale mancanza di spirito,

nella versione “meglio un

morto in casa che un livornese

all’uscio”, Livorno lo ha

ricevuto in prestito, o in affitto,

da Lucca.

Erano i lucchesi che, periodicamente

invasi, assediati,

perseguitati dalle feroci milizie

della gloriosa repubblica

pisana, avevano tutte le ragioni

di augurarsi “meglio un

morto in casa che un pisano

all’uscio” perché un pisano

all’uscio, armato di mazza

ferrata, di spadone, di pugnale

eccetera eccetera, che poi

non era mai un pisano solo,

ma dieci, cento, mille pisani

scatenati dal dio della guerra,

equivaleva a una strage

sicura: bambini sgozzati, uomini

trafitti o ridotti in cate-

ne, donne violentate, giovani

o anziane non faceva differenza.

I pisani hanno sempre guardato

i livornesi con simpatia.

E insieme con sospetto. Si stimano

superiori per tradizioni

e per cultura in genere, però

temono la loro violenza verbale,

la loro carica aggressiva.

Si è parlato a più riprese

di cucire Pisa a Livorno, di

costruire un grande stadio all’altezza

di Tirrenia perché

serva una domenica ai neroazzurri

e l’altra agli amaranto,

di creare una zona industriale

comune. Ma regolarmente

non se n’è fatto di nulla.

Con i livornesi è difficile

andare d’accordo. Con i pisani

è difficile capire come

la pensano. Livornesi e pisani

se le sono anche suonate,

tutte le volte che c’è stato un

derby tra le loro squadre di

calcio. Ma senza odio. Lealmente.

Archiviati i pugni, i

pisani continuano a non digerire

la mania di grandezza dei

livornesi, e i livornesi con un

minimo di letture al proprio

attivo, ripetono il giudizio di

Luciano Bianciardi, lo scrittore

maremmano: “i pisani

tengono le chiappe strette”.

E rincarano la dose citando

una testimonianza di Giuseppe

Viviani, il grande artista

nato a Marina di Pisa,


Giuseppe Viviani (S. Giuliano Terme

(PI) 1898 – Pisa 1965), scultore.


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LIVORNOnonstop

18

narrativa

Le cee, condite con il parmigiano, è una prelibatezza della cucina livornese.

A Pisa, invece, le condivano con il pangrattato...

che si sentiva pisano, che

a Pisa ha dedicato le sue incisioni

più belle, il quale diceva

che, un tempo, i pisani

condivano le cee non con il

formaggio ma con il pangrattato,

per risparmiare. Viviani

non era apprezzaro dai pisani.

E dopo la sua morte i pisani

continuano a tenerlo nell’ombra.

Viviani preferiva Livorno

a Pisa perché sentiva

sua amica, perché da Livorno

ebbe le risposte che Pisa

non gli dette. Anche questo

la dice lunga sul carattere

delle due città.

E per comprendere sino in

fondo Livorno bisogna interrogare

i livornesi su Firenze.


Per la prima volta li vedrete

pesare le parole. Mi riferisco

ai livornesi capaci di esprimere

il sentimento profondo

della città, digitando la tastiera

della memoria. I livornesi

ammirano Firenze. Sanno di

essere nati da una costola di

Firenze. Si levano tanto di

cappello in onore della civiltà,

della storia, dell'importanza

artistica di Firenze. Sono

pronti a farsi in quattro per

soccorrerla nel caso di un’alluvione,

o a solidarizzare con

lei se un attentato la sconvolge

e la ferisce.

Ma non si fidano. La loro è

una diffidenza che ha le radici

in un passato nemmeno

Una cartolina commemorativa del 50° anniversario della Difesa di Livorno (10-11 maggio 1849 - 1899).

Il Gonfalone della Città di Livorno.

troppo lontano. I non molti livornesi

colti lo ricordano

bene.

Primavera 1849. Il granduca

Leopoldo II detto “Canapone”,

che nel febbraio, per la

situazione esplosiva provocata

dall’insuccesso nella guerra

d’Indipendenza e dalla caduta

in Toscana del governo

liberale, è stato costretto ad

abbandonare Firenze rifugiandosi

a Gaeta, vuol tornare

sul trono con l’aiuto militare

del suo paese, l’Austria.

Lo applaudono i moderati che

hanno il loro rappresentante

più illustre nel barone Bettino

Ricasoli, eletto deputato

un anno prima. La Toscana,

che aveva inneggiato alla libertà,

si riprende “Canapone”

senza fiatare. Solo Livorno,

da cui era partita la libecciata

rivoluzionaria, si oppone

alla restaurazione fin dal 13

aprile. Le truppe granducali

cominciano ad affluire verso

Livorno. L’assedio ha inizio.

I primi scontri avvengono il

25 aprile. Ma per piegare la

fiera resistenza di Livorno è

necessario l’intervento dei

16mila soldati dell’esercito

austriaco guidati dal generale

D’Aspre. Il 10 e l’11 maggio,

dopo un intenso cannoneggiamento,

e mentre il

campanone del comune suona

a stormo, gli austriaci entrano

dalla porta di San Marco,

occupano strada per strada,

quartiere per quartiere,

uccidono, fucilano, saccheggiano.

Dal Calambrone, con

un cannocchiale, Ricasoli segue

l’assedio e lo sfondamento

delle mura e nel suo “Diario”

parla del “popolaccio livornese

conosciuto per antica

corruzione e guastato da

ciurmatori politici”.

La coscienza democratica e

l’eroismo del “popolaccio livornese”

e dei “ciurmatori

politici” verranno ufficialmente

riconosciuti dal governo

nazionale solo nel 1906, con

la medaglia d’oro concessa al

gonfalone comunale.

Questo spiega a sufficienza

perché la giovane Livorno si

sente diversa dalle altre città

toscane, chiaramente spompate

da tutte le guerre sostenute

sotto le bandiere dei

Ghibellini e dei Guelfi. E perché

Livorno, consapevolmente

o meno, pur ammirandola,

diffida di Firenze.


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ricordo

19

LIVORNOnonstop

I RICORDI UNA NOSTRA LETTRICE

Salutami

Livorno

A proposito di “Salutami Livolno” il ‘pezzo’ che,

nel numero scorso, ha inaugurato la nuova rubrica

“Le belle pagine”, una nostra lettrice ci ha

inviato il suo racconto, proprio ispirato a quello

di Curzio Malaparte. Si tratta di uno scritto che

ha raccolto nel suo diario e che risale ad alcuni

decenni fa quando lasciò momentaneamente la

sua e la nostra città.

foto Carlo Damari

Durante la lontananza dalla

mia città mi resi conto che

parlando con amici e parenti

terminavo il mio discorso con

queste due parole. La differenza

fra me e il soldatino del racconto

di Malaparte è che io

Livolno la pronuncio e la scrivo

con la erre. Non so quando

e se potrò tornare, allora

ho scritto anch’io questo pezzo

ricordando la mia città.

Salutami la mia città aperta e

ventosa, salutami il largo viale

d’ingresso che dalla stazione

porta nel centro, salutami il

Cisternone con le sue colonne

solenni e le sue stanze misteriose

dove l’acqua sussurra

la sua canzone, salutami S.

Andrea con il suo campanile e

il suo orologio e la strada adiacente

che prima si chiamava

“dei Riseccoli”, salutami l’antico

palazzo de’ Larderel con

la sua bella e maestosa facciata,

che spero prima o poi troveranno

il modo di restaurare,

salutami la piazza della

Repubblica, il mitico Voltone

di Giorgio Caproni, con le due

statue bianche che sembra si

parlino a gesti, salutami la Fortezza

Nuova con le sue mura

rosse, le sue torrette, le sue

gallerie, le sue fetide celle e i

fossi che la circondano a baluardo,

salutami gli scali delle

Cantine, con le sue case

rosa e gialle che si specchiano

nell’acqua, salutami

via degli Avvalorati,

un tempo c’era un teatro

distrutto dalle bombe e

diverse case chiuse, ora

una fila di palazzi moderni

e anonimi.

E già che ci sei entra nella

Venezia, rimarrai incantato

dal fascino dei suoi palazzi antichi,

dagli antiquari di via Borra,

dalle sue chiese, dal vecchio

carcere dei Domenicani

dove avvenivano rocambolesche

evasioni, dai fossi dove

l’acqua stagna e le barche dondolano

pigramente, dai suoi

piccoli ponti e dalle sue cantine,

dagli uomini che passano

il tempo parlando del palio

marinaro o a giocare a carte.

E’ il più bel quartiere di Livorno,

goditelo, apprezzalo, rispettalo.

Poi torna verso via Grande

che ti porterà al Porto, alla

darsena, ai pescherecci e ai

traghetti, alla Fortezza Vecchia,

però fermati ad ammirare i

quattro Mori, il nostro bel

monumento, magari cerca il

punto dove si possono vedere

i quattro nasi contemporaneamente,

esiste, non è una leggenda.

E se continui a camminare ti

verrà incontro l’odore del salmastro

e quello aspro e pungente

delle alghe, scoprirai i

resti del Cantiere Orlando e

immaginerai gli operai in tuta

blu che al suono della sirena

invadevano la piazza affamati

ed era un vociare vivace e

popolano, un continuo richiamo,

una risata, un grugnito

stanco.

Ora ci sono case moderne e

capannoni azzurri, ma chiudi

gli occhi e vai avanti, ecco, ora

riaprili, lo vedi il faro in lontananza,

il fanale? Fa la guardia

all’ingresso del porto e la

notte la sua scia luminosa indica

la strada del mare a chi

vuole entrare o uscire. E ora

cammina lentamente, devi gustare

il viale del lungomare,

respira il profumo dei pini

marittimi, rinfrescati all’ombra

delle querce. E ti troverai alla

Terrazza Mascagni, lì fermati,

affacciati alla spalletta e respira

il mare che batte contro

gli scogli. Ascolta la sua dolce

foto Carlo Damari

musica, ascolta la sua voce,

ascolta il suo richiamo, riempiti

i polmoni della sua salsedine,

ringrazia il Signore dello

spettacolo che ti offre.

Poi potrai proseguire fino alla

piccola chiesa di S, Jacopo,

vedere l’Accademia Navale

oltre i cancelli, ma ora riposati,

sarai stanco, prima di

proseguire lungo la costa.

E salutami Livorno, salutami

il mio mare e se volgi lo

sguardo vedrai un colle con

un campanile. Allora, ti prego,

salutami anche la Madonna

che dall’alto protegge la

città e veglia sui marinai. Dille

che la porto sempre dentro,

dille che la pregherò anche da

lontano.

Spero caro amico che tu abbia

capito ben quello che ti ho

detto, te lo ripeto ancora una

volta, non volermene: “Salutami

Livolno!”.

Grazie.

Manuela Guarducci


▲▲▲


LIVORNOnonstop 20

bagni

cittadini

La (breve) storia degli stabilimenti balneari cittadini e la loro dislocatura

Dai Baretti ai Tirreno

La recente carrellata sugli

stabilimenti balneari di

Edoardo Damari mi offre

lo spunto per tracciare

una breve storia

collettiva, con l’ausilio di

due tabelle (nella pagina

a fianco): la prima

sintetica della cronologia di nascita dei vari

stabilimenti; la seconda della loro dislocazione

sul territorio, numerati in funzione della successione

temporale di costruzione.

Come noto la primogenitura degli stabilimenti

balneari nel Mediterraneo spetta a Livorno

dove un console sardo, nel 1781, fece sorgere

i Bagni Baretti sulla parte della Terrazza

prospiciente i successivi Bagni Trotta: poi

dei Cavalleggeri e quindi Cocchi, lo stabilimento

(n° 1 della tabella dislocazione)

scomparve nel 1872.

L’idea del Baretti ebbe notevole eco perché

le stesse Maria Luisa di Borbone-Spagna

(1782-1824, regina d’Etruria e duchessa di

Lucca), prima, ed Elisa Bonaparte Baciocchi

(1777-1820, principessa di Lucca e Piombino

ed anche granduchessa di Toscana), poi,

furono attratte della nuova moda anche se,

per non mescolarsi alla folla della Spianata,

si recarono (la prima negli anni 1806-7 e la

seconda nel periodo 1811-13) su di una scogliera

nei pressi della Bellana, per tal motivo

poi chiamata appunto Scoglio della Regina.

Un discorso a parte lo meritano i Bagni Ciancolini

a San Marco (poi detti Bagnetti, da cui

il nome dell’attuale Via dei Bagnetti) sorti nel

1806: si trattava di uno stabilimento originale,

oltre che particolarmente elegante, perché

non sul mare, con quattordici stanzette

da bagno affrescate e dotate di tinozze in

marmo di Carrara che ricevevano l’acqua

da canale collegate al vicino Forte di Alcantara

(n° 2).

Nel 1821 Giuseppe Garbini ottenne di poter

realizzare dei bagni in mezzo al mare a nord

della Fortezza vecchia (n° 3), raggiungibili

solo con barchette, da cui nacque la tradizione

dei barchettaioli, poi anche bagnini ed

imprenditori balneari): i Bagni Garbini (poi

Graffigna) per l’evoluzione del porto nel

1877 furono spostati alla Bellana (n° 13).

Dal 1834 al 1862 furono funzionanti anche i

Bagni San Rocco sugli scali Novi Lena vicino

ad una sorgente di acqua minerale

di Marco Rossi


Bagni Garbini

In primo piano i Bagni Elvira (1871) che erano raggiungibil con una barca dalla Bellana.

Bagni Vittoria


▲▲▲

addirittura pure imbottigliata

per esser venduta in farmacia

(n° 4).

Ma i secondi bagni veri e propri

a sorgere a Livorno furono,

tra il Largo Bellavista e

l’Ardenza, gli Acquaviva (inizialmente

Bagni Palmieri dal

nome del proprietario) così denominati

per la bellezza e la

purezza dell’acqua che lambiva

questo tratto di scogliera da

dove scaturivano sorgenti naturali:

primi in muratura d’Italia,

vennero edificati nel 1840

da Giuseppe Santi Palmieri,

proprio dirimpetto alla sua villa

nel quartiere di San Jacopo.

Egli dotò il suo stabilimento

delle migliori comodità costruendovi

una famosa Rotonda

per la libera e utile respirazione

dell’aria marina, resa celebre

da un’intensa espressione

del Carducci (“Qui è un

gran bello stare”) e da un dipinto

di Giovanni Fattori del

1866 (La Rotonda di Palmieri)

(n° 5).

Sempre nel 1840 la Società dei

Casini all’Ardenza iniziò a costruire

l’edificio di tal nome

che, architettonicamente si rifaceva

alla località balneare inglese

di Bath (appunto Bagno):

colle abitazioni (da vendere od

affittare) furono realizzati anche

i Bagni dell’Ardenza (su

palafitte già attive nel 1844) che

nel 1897, dopo essersi chiamati

anche All’onde del Tirreno, assunsero

l’attuale nome Pejani

(per i nuovi proprietari) e negli

anni ’20 del novecento furono

i più aristocratici della città (n°

7).

Nel 1846, poco distanti dagli

Acquaviva, sorsero i Pancaldi

(n° 6), edificati da Vincenzo

Pancaldi: nel 1870 ottennero il

titolo di Bagni Regi per le frequenti

visite del Principe Amedeo

di Savoia e della consorte

Maria Vittoria, essendo un

ambiente raffinato e descritto

dalle riviste estive dell’epoca

come stabilimento balneare di

prim’ordine impiantato con

criteri di modernità e d’igiene.

A testimonianza della loro fama



bagni cittadini

i Pancaldi registrarono il primo

avvenimento cittadino di

due tipi di eventi: il primo attentato

terroristico nel 1894

con un grande scoppio ed il

primo torneo di ping pong nel

1931. Nel 1924 si fusero cogli

Acquaviva.

21

LIVORNOnonstop

Nel 1846 furono costruiti anche

i Bagni Squarci (da Cerbone

Squarci) proprio nell’area

in cui due regine avevano

effettuato alcune balneazioni

in una piccola piscina coperta

solo da tendaggi. Ben

presto cambiarono nome divenendo

appunto i bagni Scoglio

della Regina (n° 8) che all’inizio

del secolo erano dotati

pure di un cinematografo e di

una struttura per gare di

Cycle-Ball (forse calcio in

bici).

Anche gli abitanti di Anti-


▲▲▲


bagni cittadini 23

LIVORNOnonstop


Bagni Trotta, Bagni Tirreno e Bagni Scoglio della Regina in una foto dei primi del ‘900.

gnano vollero un loro bagno

e nel 1847 fu eretto il Colombo,

davanti al Forte (poi,

al cambiar dei proprietari, Consani,

Trumpy e, solo nel 1919,

Roma) che col tempo fu apprezzato

per essere poco alla

moda ma molto attrezzato (anche

sala da ballo e area pattinaggio)

(n° 9). Poco più a sud

per qualche anno dal 1908 fu

attivo anche il Pendola (n° 19)

Nel 1871 si ritentò l’esperimento

dei bagni in mezzo al mare

vicino al Faro: gli Elvira, attivi

fino al 1899 (n° 10).

Nello stesso anno s’incominciò

a pensare ai meno abbienti

e nell’attuale area della Bellana,

fra Scoglio della Regina e

Cantiere, sorsero i Bagni Pubblici

(n° 11), poi scomparsi, e

sulla loro scia un anno dopo i

Marzocco (n° 12) nella parte

nord della città (nel 1924 spostati

al Calambrone): a questi

ultimi (genericamente noti pure

come Arenosi) se ne affiancarono

altri (Labrone, Tirreno)

anche a nord della torre (Olimpia,

n° 17), e per tutti i loro

frequentatori esistevano treni

dedicati o grandi barconi (il più

celebre si chiamava Mariella).

Nel 1878, intanto, la zona fra

la Terrazza ed il Cantiere si

animava perché, per l’evoluzione

del porto, alla Bellana furono

spostati i Bagni Garbini

e poi, sull’area dei vecchi Baretti,

eretti i Bagni Rombolini,

Aurora e Del Greco: tutti e 3

questi ultimi si fusero nei Rinaldi

(n°14, dal 1900 Trotta

e poi Tirreno) che nel 1932

eressero il grande edificio della

caffetteria (poi sede di un

night club) e, accanto, un cinematografo

all’aperto. Nella

zona anche il garibaldino

Sgarallino (Jacopo) nel 1879

costruì un proprio omonimo

stabilimento che nel 1924 divenne

Tirreno al confluirvi

dell’omonimo stabilimento in

precedenza al Marzocco, poi

Nettuno (n° 15), mentre accanto

ai Bagni Pubblici sorsero

per una sola stagione i

Bagni La Vittoria ed a sud

dello Scoglio della regina, dal

1882 al 1894, anche gli Spadoni

(n° 16) poi scomparsi.

La storia degli attuali Lido è

molto elaborata. Dove sorgono

adesso, dal 1896 al 1914,

fu attivo il bagno Elena (n°

18). L’attuale stabilimento sorse

invece nel 1913 al nome

Arenosi di Ardenza ma dov’è

ora lo scoglio che si protende

nel mare ai Tre

Ponti (n° 20):

solo nel 1930 Tito

Neri li spostò nella

posizione attuale

(n° 22) cambiandone

il titolo

in onore del Lido

di Venezia.

Nel frattempo, su

iniziativa dei Neri,

nel 1919 erano

sorti vicino i Fiume

in onore dell’annessione

della

città istriana

(n° 21).

Avendo registrato

la primogenitura

sul Mediterraneo

degli stabilimenti

balneari, nel

1901 Livorno produsse anche

il primo manifesto della

storia dei bagni di mare, creato

dal suo genio dell’affiche

Leonetto Cappiello

(1875-1942), che aveva

debuttato proprio ai bagni

Il famoso cartellone di Leonetto Cappiello sulla

Stagione Balneare 1901 di Livorno.

Pancaldi, facendo le caricature

dei personaggi più in

vista che poi erano pubblicate

sui giornaletti di stagione:

trasferitosi dal fratello

a Parigi produrrà più di

1.000 poster.

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Bruno e non Mario Tognetti

Nel numero scorso abbiamo pubblicato, a

firma di Edoardo Nicoletti, un ricordo di

Bruno Tognetti, un “monumento” del

Rugby Livorno e uno dei protagonisti nella

lotta contro la chiusura dell’allora giornale

Il Telegrafo che portò negli anni Settanta

alla rinascita del Tirreno e alla fondazione

della Cooperativa Libera Stampa

di cui lo stesso Bruno Tognetti fu presidente.

Per un imperdonabile errore abbiamo titolato il pezzo “Mario

Tognetti, il gigante buono”. Ovviamente si trattava di Bruno

Tognetti, così come specificato all’interno dell’articolo.

Ci scusiamo con i familiari e con i lettori.


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scuola

25

LIVORNOnonstop

“Viaggio tra le scuole pubbliche livornesi”: 13ª puntata

Elementare “Carlo Collodi”

Con il sindaco

Giuseppe

Malenchini,

che

operò dal

1903 al

1911, si

assistette ad un rivolgimento

culturale dove la scuola fu

posta, finalmente, al centro

dell’attività dell’ente locale.

Oltre ad acquistare palazzo

Rosciano e villa Visalli, dove

andranno rispettivamente la

scuola E. Mayer e Carducci,

furono acquistati terreni a

Salviano, per mq. 600, dalla

sig.ra Adele Reggio, poi fuori

Barriera Garibaldi, mq.

2.750, dalla sig.ra Ester Tedesco

(Thouar), quindi nel

sobborgo di Colline, mq.

1.300, dal sig. Salvatore Pannocchia

(Collodi), a Quercianella

dal sig. Virgilio Marchioneschi,

mq. 500, infine un

vasto appezzamento di terreno

tra via Nazionale, via delle

Ville, via di Coteto dove sor-

di Luciano Canessa

gerà la scuola E. De Amicis.

Un duro colpo agli interessi

dei privati che finora avevano

incassato parecchi soldi

fornendo locali fatiscenti.

La costruzione dell’edificio

fuori Porta a Colline fu affidata,

il 23 agosto 1907, alla

Società Anonima Cooperativa

fra i Muratori. I lavori iniziarono

il 25 aprile 1908 e

cessarono il 20 aprile 1909.

La costruzione dei solai fu

affidata, invece, all’impresa

ing. Attilio Muggia, il 22 luglio

1908.

L’edificio sorgeva lungo lo

stradone, polveroso, di via

delle Colline (attuale via Salviano),

oltre le mura, la cui

Porta alle Colline era situata

all’altezza del vecchio ingresso

del pronto soccorso ospedaliero.

Uno stradone tanto

polveroso da suscitare le proteste

reiterate dei negozianti

e degli abitanti che chiedevano

l’intervento di una macchina

innaffiatrice.

La scuola fu intitolata a Carlo

Collodi, scrittore e giornalista,

all’anagrafe Carlo Lorenzini,

autore di Pinocchio.

L’aumento delle iscrizioni impose

di ampliare i locali di sei

aule e bagni per un costo previsto

in lire 40.700, ma la

guerra e il continuo aumento

dei prezzi fecero rinviare più

volte l’inizio dei lavori. Nel

1924, infatti, la Cassa Depositi

e Prestiti comunicò l’inizio

della pratica per finanziare

la sopraelevazione del fab-

Anno 1959, foto di classe scuola Collodi con il maestro Conti e il custode Martini.

L’attuale scuola ‘C. Collodi’, tra via di Salviano e viale Risorgimento.

bricato, ma non ho potuto accertare

se poi i lavori furono

eseguiti. Lando Bortolotti nel

suo “Livorno dal 1748 al

1958 - Profilo storico urbanistico”

nelle note a pag.

324 e 277 scrive che la scuola

fu ampliata nel ventennio

fascista, senza precisare l’anno.

Nel 1920-1921 era stato deciso

di costruire un muro di

recinzione sul tergo della

scuola, dalla parte del cortile

che sboccava sulla nuova via

che fiancheggiava la proprietà

dei Salesiani (l’attuale viale

del Risorgimento).

Le iscrizioni in aumento resero

necessario utilizzare

una succursale in via Augusto

Liverani che era , allora,

un sentiero.

La sig.ra Luciana Pannocchia

la frequentò negli anni

1938/39 e 1939/40 e ricordava

con affetto la propria maestra

Maria Radogna.

“Alcuni combattenti di modeste

condizioni”, così si firmarono,

con una lettera del

22.1.1934 indirizzata al podestà,

lamentarono che alla

scuola Collodi in quarta e

quinta si facevano meno


▲▲▲


LIVORNOnonstop

26

scuola

ore di lezione rispetto alle

altre scuole cittadine ed inoltre

il giovedì la scuola rimaneva

chiusa! Non è dato conoscere

la risposta del podestà

perché non si trova la lettera,

però è certo che la

scuola doveva essere un po’

trascurata, infatti nell’a.s.

1935/36 il doposcuola funzionava

alle scuole Mayer, Benci,

De Amicis, Micheli, Carducci,

Carlo Bini, Thouar e

nell’a.s. 1936/37 anche alla

scuole Campana e Benedetto

Brin, ma non alla scuola

Collodi.

I bombardamenti distrussero,

ahinoi, la sede di via Salviano

che fu ricostruita nel

dopoguerra. Alla presenza


del sindaco Furio Diaz, del

provveditore agli studi, Giorgio

Menasci, e di tutte le autorità

cittadine, oltre alla direttrice

didattica Mostardi, la

scuola fu inaugurata il 27 settembre

1953. Praticamente

irriconoscibile rispetto a

come era, la scuola contava

15 aule oltre a un grande refettorio

con annessa cucina,

la casa del custode, i locali di

segreteria e della direzione,

un ambulatorio e servizi igienici

efficienti. Rifatto anche

il vano scale; impianto di riscaldamento

a termosifone.

Spesa complessiva 24 milioni.

Carlo Pio Selmi è stato direttore

didattico di questa scuola

per cinque lustri, dall’a.s.

1969/70. Suo collaboratore,

nonché apprezzato maestro,

Lido Niccolini. Alla direzione

della scuola si ricorda, inoltre,

Rosalba De Tommasi dal

2000 al 2003, per passare poi

alla direzione della Scuola

Media “Mazzini”. L’attuale

dirigente scolastico, reggente,

è la dr.ssa Gianna Valente,

dopo il collocamento in

pensione di Francesca Nacci.

Oltre la citata Maria Radogna,

altri maestri da ricordare

sono Anna Adami, Elena

Simini, Amleto Franceschi,

Enzo Dinetti ecc.

La scuola di cui si è trattato

è la capofila del “3° circolo

didattico C. Collodi” del quale

fanno parte anche la

scuola primaria Rodari, la

scuola primaria Fattori, la

scuola primaria sezione

ospedaliera, la scuola d’infanzia

Cremoni e la scuola

d’infanzia Munari.

Fonti: A.S.C.L.; Il Telegrafo;

Lando Bortolotti.

Già pubblicati: N° 643: E. Mayer;

n° 644: Lic. Class. Niccolini-Guerrazzi;

n° 645: G. Carducci e B. Brin; n° 646:

Montenero e P. Thouar; n° 647: Nautico

“C. Cappellini”; n° 648: A. Vespucci; n°

649: C. Bini; n° 650: Arte e Mestieri; n°

651: G. Micheli; n° 652: Magistr.

Niccolini-Palli; n° 653: A. Benci; n°

654: IPC C. Colombo.


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lettere

27

LIVORNOnonstop

UN LETTORE CI SCRIVE

A proposito di Antonio Benci...

Ho letto sul numero di agosto

di “Livorno non stop” l’articolo

riguardante le scuola ‘Benci’

della nostra città e ho notato

una inesattezza nelle informazioni

date sulla famiglia

Benci. Si tratta di questo: nel

muro di divisione dell’area conventuale

dei Frati Cappuccini,

Pza Gavi – Livorno, lungo il

confine con l’Istituto Santo Spirito

si trova, su una penisola in

mattoni d’epoca un po’ nascosta

dalle attuali strutture sportive,

una lapide in memoria dei

Benci con tanto di ritratto in

bassorilievo e una piccola storia/albero

genaologico della

famiglia. Probabilmente fatta

costruire da Antonio, vissuto e

morto a Livorno quando ancora

era possibile avere cappelle

in cimiteri privati.

Ancorchè nel 2007 tre incoscienti

abbiano deturpato con

scritte (che possono essere rimosse)

la parte inferiore del

manufatto marmoreo si tratta

sempre di un riferimento storico

che riguarda la nostra città

e la vita dei Frati Cappuccini.

Del monumento si fa menzione

anche nel libro del Dr. Francesco

Terreni ‘I Cappuccini e la

Chiesa della SS. Trinità in Livorno’

del 1999. Qualora si trattasse

di omonimia, ma troppe le

coincidenze, è pur sempre un

pezzo di storia.

Posso fornire documentazione

fotografica e testo della lapide,

su autorizzazione del parroco

attualmente in carica.

Se dipendesse da me, riterrei

giusto trasferire il manufatto in

altra area del convento, accompagnata

da un targa che ne ricordi

la collocazione originale

e l’anno del trasferimento.

Sono molto legato alla parrocchia

e alla storia connessa e mi

sembrava opportuno che tutti

voi ne foste a conoscenza. Mi

auguro un riscontro a breve.

Cordiali saluti.

Carlo Tobia

Per maggiore comprensione dei nostri lettori, riportiamo quando scritto da Luciano

Canessa sul numero di agosto in merito ad Antonio Benci.

...Antonio Benci fu scrittore, educatore e scrisse sulla Antologia del Vieusseux. Non

era nato a Livorno, ma qui aveva vissuto per qualche anno e qui si era fatto apprezzare.

I suoi resti mortali furono posti nel piccolo cimitero di fianco, lato mare, alla chiesa

di S. Jacopo, sotto una lapide sormontata da una colonna che sosteneva un’urna

cineraria, poi quando il cimitero fu dismesso, nel 1915, i resti furono portati nella cripta

(Angelica Palli Bartolomei; G. Wiquel: “Dizionario di persone e cose livornesi”).

Oggi la bellissima cripta, finalmente visitabile grazie alla ristrutturazione operata dal

comitato “Il gioiello dimenticato”, mostra in un corridoio solo la lapide dove sta scritto:

+ Antonio Benci / letterato e matematico / pedagogista ed educatore / N 30 marzo

1783 / M 25 gennaio 1843.

La risposta di Luciano Canessa:

Gent.mo sig. Carlo Tobia,

innanzi tutto la ringrazio per

l’attenzione rivolta alla mia ricerca

sulla storia della scuola

elementare “Antonio Benci”.

E’ sempre un piacere, per chi

scrive, ricevere considerazione

al proprio scritto, in particolare

quando è il frutto di ricerche

di archivio. Riguardo

“alla inesattezza nelle informazioni

date sulla famiglia

Benci”, faccio rilevare che lo

scrivente si è soffermato solo

su Antonio Benci (1783-

1843), non sulla famiglia Benci,

e le informazioni sulla sepoltura

del Benci sono state

tratte da fonti attendibili come

possono essere considerate

quelle di Angelica Palli Bartolomei

(1798-1875) e Giovanni

Wiquel (1901-1980), fonti

che citavo già nel testo.

Scrive infatti G. Wiquel sul

“Dizionario di persone e cose

livornesi”: “Così di Antonio

Benci scrisse Angelica Palli

Bartolomei “Nel piccolo cimitero

attiguo alla Chiesa di

S. Jacopo, sotto una lapide

sormontata da una colonna

che sostiene un’urna cineraria,

riposano le ossa di Antonio

Benci, di nobile e antica

prosapia fiorentina, stabilitasi

sul territorio livornese da 3 o

4 generazioni”. Wiquel prosegue,

in conclusione, con

un’affermazione propria:

“Quando nei primi anni del

secolo il piccolo cimitero che

era davanti alla Chiesa di S.

Jacopo scomparve, i resti mortali

di Antonio Benci vennero

traslati nella cripta della

Chiesa stessa; una lapide murata

sulla tomba ricorda i

meriti di questo non livornese

onorato come uno dei figli

migliori della nostra città”.

A queste autorevoli fonti mi

sono riferito. Aggiungo che

nella cripta della chiesa di

S.Jacopo, oggi visitabile grazie

al recupero effettuato dal

comitato “Il gioiello dimenticato”,

si trova, in un corridoio,

una lapide che ricorda

Antonio Benci, di cui allego

foto, che è stata ritrovata durante

i lunghi lavori di ripristino

della cripta.

In quanto al libro di Francesco

Terreni, che ho consultato,

alcuni elementi (come Firenze,

Santa Luce) che emergono

dalla lettura della lapide

in memoria della famiglia Benci,

presso il terreno del vecchio

convento dei Padre Cappuccini,

fanno pensare che

quell’Antonio citato potrebbe

essere il nostro Antonio Benci,

nato a S. Luce il 30.3.1783

e morto a Livorno il 25 gennaio1843.

D’altro canto né

Treccani, né Wikipedia fanno

il nome dei genitori di Antonio.

Però la descrizione nella

lapide (almeno quella che riporta

il libro del Terreni a pag.

La lapide di Antonio Benci posta

all’ingresso della cripta di S. Jacopo.

67 e 68) non dice che le spoglie

di Antonio si trovano lì,

nel convento dei Cappuccini.

La lapide, semplicemente,

cita il nome di Antonio come

componente della famiglia

Benci e come autore della accalorata

memoria per il fratello

Riccardo, morto il 4 novembre

1828. Pertanto, salvo

elementi nuovi (una lapide che

cita Antonio Benci con data di

nascita e di morte, per fugare

ogni residuo dubbio sull’identità),

le affermazioni di Angelica

Palli Bartolomei e Giovanni

Wiquel riguardo alla sepoltura

di Antonio Benci in S. Jacopo,

alle quali mi sono riferito,

meritano fiducia. Oltretutto

sono suffragate dalla lapide

nella bella cripta, finalmente

recuperata.

Rimanendo a disposizione, invio

distinti saluti.

Luciano Canessa


▲▲▲


LIVORNOnonstop

28

livornesità

La storia delle nostre strade

QUIZ A PUNTEGGIO PER SAGGIARE LA TUA LIVORNESITÀ

LIVORNESE DOC O ALL’ACQUA DI ROSE?

...a spasso

per la città

dallo Stradario Storico di Livorno,

antico, moderno e illustrato di Beppe

Leonardini e Corrado Nocerino (Editrice

Nuova Fortezza, Livorno).

Via San Matteo - Da via Prov.

Pisana a via delle Sorgenti. Stada

molto vecchia, con denominazione

risalente al 1867. Prende

il nome della Chiesa vicina

eretta nel 1783.

Via Gano Mazzoni - Da via del

Vigna a via T. Scali. Strada risalente

al 1966, vuole ricordare

il botanofilo nato a Prato nel

1787 ma considerato livornese.

Suo padre ebbe qui un’industria

di berretti. Il Mazzoni girò

il mondo per accrescere le sue

nozioni sullo studio delle piante

e a Livorno ha lasciato i segni

evidenti del suo lavoro; alla

Valle Benedetta nelle areee prima

coltivate e poi abbandonate

egli piantò tanti alberi di varie

specie che si possono ammirare

tutt’oggi: querce, lecci,

tassi, pini piramidali e persino

cedri del Libano. Morì nel 1844

ed è sepolto fra i cipressi della

Chiesa Vallombrosana che piantò

egli stesso.

Proverbi

livornesi

✔ Acqua fino a’ ‘oglioni e

pesci punti.

✔ O di paglia o di fieno,

pur che ‘r corpo sia

pieno.

✔ La gallina fa l’ovo, e ar

gallo ni prude ‘r culo.

✔ Donna baciata mezza

trombata.

Se trovi degli

errori in

questo giornale,

tieni

presente

che sono

stati messi

di proposito. Abbiamo cercato

di soddisfare tutti, anche

coloro che sono sempre

alla ricerca di errori!

L’ingresso dei Bagni Nettuno.

Scoprilo rispondendo a queste domande; quindi controlla punteggio e valutazione:

1

A

B

C

2

A

B

C

3

A

B

C

4

Chi è l’autore del libro

“Livornesi brava gente”?

Luciano Bonetti

Aldo Santini

Gino Bacci

Dove è posta la casa

natale de cantautore

Piero Ciampi?

Via della Coroncina

Piazza Cavallotti

Via Roma

... e a quale casa era dirimpettaia

di quella natale di altro storico

personaggio livornese?

P. Mascagni

G. Fattori

A. Modigliani

In quale anno è stata varata

la prima nave al Cantiere

Navale Orlando?

A 1889

B 1902

C 1867

RISPOSTE: 1 (C), 2 (C), 3 (C), 4 (C), 5 (B), 6 (A), 7 (A), 8 (C), 9 (C), 10 (C), 11 (A), 12 (B)

Meno di 2 risposte corrette: ...all’acqua di rose - Da 3 a 6 risposte corrette: ...sui generis

Da 7 a 10 risposte corrette: alla moda - Nessun errore: LIVORNESE DOC honoris causa

Quiz visivo e di orientamento a conferma del tuo grado di livornesità

Che razza di livornese sei?

...di SCOGLIO,

di FORAVIA

o... PISANO?

Qui a fianco c'è la foto di una strada

della tua città. Sai riconoscere di

quale via si tratta?

Se rispondi ESATTAMENTE significa

che sei un... livornese di scoglio!

Se rispondi CONFONDENDO la via

con altra della stessa zona, significa

che sei un... livornese di foravia,

Se NON RIESCI A CAPACITARTI di

quale via si tratta, allora significa

che... sei un pisano!

Per la risposta, vedi pag. 31


5 9

Quanti erano i residenti

della città di Livorno al

31/12/17?

A 171.124

B 158.371

C 164.222

6

... quante erano le donne?

A 82.394

B 101.129

C 76.199

7

... quanti gli uomini?

A 75.977

B 84.722

C 69.787

8

A

B

C

... e quale è la comunità

più presente nella provincia

di Livorno?

albanese

romena

senegalese

Grado di difficoltà:

... e quante sono le nazionalità

presenti nella

provincia di Livorno?

A 96

B 80

C 120

10

A

B

C

11

A

B

C

12

Chi era Carlo Meyer cui

è dedicata una strada cittadina?

Medico

Giornalista

Patriota

... e chi era il quasi omonimo

Enrico Mayer?

Educatore

Sacerdote

Avvocato

In quale stagione il Livorno

guidato da Guido Mazzetti salì

in serie B?

A 1973/74

B 1963/64

C 1970/71


▲▲▲


attualità

29

LIVORNOnonstop

ECCO COSA SCRISSE L’INDIMENTICATO POETA, SCRITTORE E REGISTA SULLA NOSTRA CITTÀ

Pasolini

e Livorno

Nel 1959

Pier Paolo

Pasolini,

girando

su

e giù per

l’Italia a

bordo

della sua Fiat 1100, fece sosta

a Livorno. La finalità era

quella di raccogliere impressioni

per il reportage “La lunga

strada di sabbia”, che gli

era stato commissionato dalla

rivista Successo per la quale

collaborava all’epoca.

Ma non era la prima volta che

lo scrittore friulano si trovava

a transitare nella nostra

città: nei primi di settembre

del ’43 Pier Paolo, figlio di

un ufficiale di fanteria spedito

alla guerra d’Africa, ricevette

la chiamata alle armi,

destinazione Pisa. In realtà lui

puntava più sull’Accademia

navale di Livorno, per farsi

arruolare in Marina. Fatto sta

che, come raccontò Pasolini

stesso in una lettera all’amico

Luciano Serra, fu proprio

nelle nostre zone che riuscì a

sfuggire ai tedeschi gettandosi

in “ (…) un canale tra Pisa

e Livorno (…)”, dopo essersi

impossessato di un fucile.

Nel frattempo il gruppo delle

reclute veniva fatto salire su

un treno che avrebbe portato

tutti in Germania. Una fuga

romanzesca in cui perse la

tesi di laurea in storia dell’arte

su Carrà, De Chirico e De

Pisis. Relatore, quel Roberto

Longhi che scrisse nel 1914

la “Breve ma veridica storia

di Michela Gini

Pier Paolo Pasolini (Bologna 1922 - Ostia, Roma 1975)

della pittura italiana”.

Se prima del suo arrivo a Livorno

Pier Paolo si immagina

un futuro da storico dell’arte,

dopo lo smarrimento

della sua tesi in acque pisanolabroniche

cambia direzione e

si rivolge al professor Calcaterra

per laurearsi su Pascoli,

ritornando al grande amore per

la poesia trasmessogli dalla

madre. Fu lei, infatti, a mostrargli

come la poesia possa

essere materialmente scritta e

non solo letta a scuola.

“Misteriosamente, un bel

giorno, mia madre mi presentò

un sonetto, composto da lei,

in cui esprimeva il suo amore

per me e non so per quali costrizioni

di rima la poesia finiva

con le parole - e di bene

te ne voglio un sacco -”.

Qualche giorno dopo Pasolini

scrisse i primi suoi versi:

aveva sette anni.

Anche se l’incidente capitato

in questa parte dell’Italia ha

contribuito a riportare il letterato

verso la disciplina che

più, a mio avviso, gli si addiceva,

non si può certo affermare

che l’immersione nel

mondo anticonvenzionale di

Longhi sarà per lui inutile. La

cultura visiva e artistica la ritroveremo,

infatti, nel Pier

Paolo regista.

Ma ritorniamo a come apparve

la nostra amata città a Pasolini

nel 1959; in primo luogo,

una città libera, allegra,

operosa, intelligente, sicuramente

molto diversa da come

poteva essergli apparsa nell’esperienza

di recluta ventunenne

in rocambolesca fuga

verso il Friuli. Ma preferirei

che leggeste le sue impressioni

dalla sua stessa versione,

pubblicata su Successo nel

medesimo anno:

“Livorno è la città d’Italia

dove, dopo Roma e Ferrara,

mi piacerebbe più vivere. Lascio

ogni volta il cuore sul suo

enorme lungomare, pieno di

ragazzi e marinai, liberi e felici.

Si ha poco l’impressione

di essere in Italia. Intorno,

nelle fabbriche dei cantieri

verso il nord. Ferve un lavoro

che non ha un’aria familiare,

e per questo è tanto più

amica, rassicurante. Livorno

è una città di gente dura,

poco sentimentale: di acutezza

ebraica, di buone maniere

toscane, di spensieratezza

americanizzante. I ragazzi e

le giovinette stanno sempre

insieme. Il problema del sesso

non c’è ma solo una gran

voglia di fare l’amore. Le

facce intorno, sono modeste

e allegre, birbanti e oneste.

Per grandi lungomari disordinati,

grandiosi, c’è sempre

un’aria di festa, come nel

meridione: ma è una festa

piena di rispetto per la festa

degli altri”.

Per dirla alla maniera del nostro

Bobo Rondelli “ …viaggio di andata,

senza ritorno, bella Livorno

mi fermo qui, dentro a un

bordello, come a Paris….”.


▲▲▲


LIVORNOnonstop

30

storie

La straordinarai storia del giovane Gabriel Pini che con caparbietà difende i principi di una sana

economia cittadina, che offre alla propria clientela prodotti genuini e di qualità (la manzetta

prussiana è il top) ma che è anche abilissimo nella scrittura (già premiato al FiPiLi Horror 2018)

Macelleria & Letteratura

di Stefania D’Echabur

Il giovane

Gariel Pini

con il padre

Andrea

al banco

della sua

macelleria.

Sotto:

alcuni

esemplari di

di Manzetta

prussiana.

Curiosità

che nascono

scambiando

due

chiacchiere

in un

negozio di

quartiere,

in questo

caso una macelleria. È questo

che è capitato con Gabriel,

mentre taglia una fetta di groppa:

facciamo conoscenza e inaspettatamente

tocco con mano

una creatività eccezionale che

viene veicolata sia nel suo lavoro

che nella passione grande

della sua vita, la scrittura.

Gabriel Pini nasce a Livorno il

12 febbraio 1988 ed insieme al

padre Andrea gestisce la sua

bottega in via Mentana 55, di

fronte a Piazza XX Settembre,

crede fermamente nel piccolo

commercio, mi racconta delle

specialità che padre e figlio

preparano per la loro clientela

e delle tante idee che stanno

mettendo in atto per invogliare

i clienti a vederli come un

punto di riferimento.

Tra una parola e l’altra, scopro

con meraviglia che questo

personaggio con le parole ha

grande dimestichezza, scrive

per passione e grazie al suo

talento, al prestigioso Premio

Nazionale Fi Pi Li Horror 2018,

si è aggiudicato ben un terzo

premio.

- Gabriel partiamo da te, ti senti

più commerciante o scrittore?

Uno è lavoro, l’altro un notevole

svago, ma in entrambi i

casi è la passione il motore

principale.

- Perché scegliere la piccola

bottega, il negozio di quartiere

anziché i supermercati?

I negozi di quartiere sono vitali

sotto molti punti di vista:

un negozio è condotto da concittadini,

da persone che vivono

la medesima realtà dei

clienti. I negozi rendono le

strade sicure e illuminate, e i

commercianti hanno tutto

l’interesse a dare il meglio ai

propri avventori. Questo costituisce

una sana economia

cittadina, e non una fuga di

denaro verso altre realtà

(come accade normalmente

quando i guadagni vengono

indirizzati alle grandi distribuzioni).

- C’è una particolarità del tuo

negozio di macelleria che vorresti

far conoscere?

Certamente l’alto livello di

servizio che proponiamo, ma

a voler essere più specifici, il

nostro maggior vanto: la manzetta

prussiana, carne di elevatissima

qualità ad un prezzo

assolutamente abbordabile.

- Qualche idea per riportare

le persone a spendere in città?

Far riscoprire la qualità genuina

della scelta di professionisti

del commercio. A differenza

della grande distribuzione,

i commercianti cercano

l’alta qualità spesso sacrificando

la logica del guadagno,

e senza dubbio offrono un servizio

molto superiore a qualsiasi

supermercato.

- Casualmente ho scoperto la

grande passione che hai per la

scrittura, per chi non lo sapesse,

un Premio Fi Pi Li Horror

Festival è un attestato di riconoscimento

importante.

Prediligi il noir… fantasy… o

ti cimenti anche con altri temi

nella tua scrittura?

L’horror è la mia passione

principale, ed è solitamente il

tema che tratto; spesso però

mi metto alla prova affrontando

tematiche delle più svariate,

soprattutto quando sono il

lettore.

- Il complimento più bello che

hai ricevuto nel tuo percorso

letterario?

Una dedica scritta in quarta

di copertina di un libro regalatomi

da un caro amico che

ha letto molti dei miei lavori.

Un complimento che acquista

plus valore, considerando che

si tratta di un personaggio

dai gusti assai difficili ed elevati.

- Come e quando hai iniziato

a scrivere?

Iniziai molto presto, visto che

adoravo fare temi a scuola.

In quanto a romanzi, il primo

in assoluto lo cominciai a diciannove

anni, e lo completai

a ventotto anni.

- Il tuo scrittore preferito?

Domanda difficile. Parlando

di autori contemporanei : Niccolò

Ammanniti per gli italiani

e John Lecarré per gli esteri.

In assoluto, invece, Thomas

Mann.

- Un piatto di carne da consigliare

a chi ti legge?

Manzetta prussiana, in qualsiasi

modo.

Si conclude la nostra chiacchierata…

intanto devo dire

che questa intervista ha stuzzicato

il palato e il gusto ringrazia,

perché il manzo consigliato

è davvero ottimo!

L’arte e il manzo portano a

pensare alla grande opera pittorica

di Chaime Soutine, l’artista

che amava trafugare le

bestie e dipingerle nelle varie

metamorfosi di decomposizione,

sangue e morte, parole

macabre che credo siano un

ponte di ispirazione della penna

di Gabriel.

A lui un grande in bocca al

lupo per la sua scrittura, con

l’augurio che prenda il volo

come il pittore russo.


▲▲▲


cartoline d’epoca 31

LIVORNOnonstop

Cara, vecchia Livorno

Reg. Tribunale Livorno

n. 451 del 6/3/1987

Direzione e Redazione:

Editrice «Il Quadrifoglio» sas

di Giulia Palandri & C.

Via G. Razzaguta 26, int. 13

L I V O R N O

Tel. 0586/1732178

e-mail: ediquad@tin.it

1923 - Via Pannocchia: Velodromo livornese (sullo sfondo la Chiesa dei Salesiani)

1932 - Viale Ippolito Nievo (angolo largo Mercato Ortofrutticolo)

Direttore responsabile:

Bruno Damari

Redattori:

Luciano Canessa

Claudia Damari

Edoardo Damari

Stefania D’Echabur

Marcello Faralli

Annalisa Gemmi

Michela Gini

Giovanni Giorgetti

Giulia Palandri

Marco Rossi

Fotoreporter:

Roberto Onorati

Pubblicità:

Ed. Il Quadrifoglio sas

info@editriceilquadrifoglio.it

Stampa:

Tipografia Sagittario

Via Malignani 7- Bibione (VE)

Chiuso in tipografia:

24 Settembre 2018

Ma che razza

di livornese sei?

La strada in questione, di cui a

pag. 28, è: Via Calzabigi da

viaEnrico Delle Sedie a via

Francesco Redi.

oltre che alla ns. Redazione

di via G. Razzaguta 26, int. 13

è in distribuizione gratuita presso:

Antich.

h.

Numismatica Gasparri

ri

C.so Mazzini 317/323 -

Tel. 0586802312

Chalet della Rotonda

V.le Italia 136 - Cell. 3495423349

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Largo Vaturi - Tel. 0586260074

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armacia

Attias

Via Marradi 2 - Tel. 0586810048

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entaglio

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Via Grande 145 - Tel. 0586885039

Ag. Via

iaggi gi Cosmotours

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Pizzeria Lo Squalo

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Tel. 0586578254

Osteria-Pizzeria Baffo Matto

Via di Montenero 91

Cell. (3385093300)

Macelleria Polleria Claudio e Paola

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Rinaldo Bar tolini “Riri”

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Cell. 3204660620

C.so Amedeo 216, ang. via dell’Origine

Cell. 3283698357

Grease Caffè

Via Montebello 1 - Cell. 3392672401

Rist. L’Andana degli

li

Anelli

Via del Molo Mediceo 22

Tel 0586896002

Caffè Greco

Via della Madonna 8 - Tel. 0586829609

Fotografo Del Secco

Via Cambini - Tel. 0586810083

Genepesca MB Surgelati

Via di Salviano 27 - Tel. 0586861466

Rist. Pizz. Grotta delle Fate

Via Grotta delle Fate 157

Tel. 0586503162

Fer

err amenta Fabbrini

brini

Via Marradi (ang. v.le Mameli)

Tel. (0586808416)

"Centro Libri"

Via Garibaldi 4 - Tel. 0586886609

Tabacc

baccheria Cialdini F. e M.

Via Prov. Pisana 44

Macell. Pini - Prontocuoci

Via Mentana 55 - Cell. 3337288665

Norcineria "Regoli"

Via Mentana 102 - Tel. 0586887169

Fer

err amenta Livor

ornese

Via L. Bosi 6 - Tel. 05861754351

Bar Sant’Agostino

V.le della Libertà 33 - Tel. 0586800232

PRA.DE.MAR.

Via Firenze 128 - Tel. 0586426882

Circolo «G. Masini»

Piazza Manin - Tel. 0586899043

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Via Maggi 28 - Tel. 05861972158

Le Cicale Operose

C.so Amedeo 101 - Cell. 347299159


L’ORT

’ORTO O DELLA SALUTE

Infusi & Decotti ◆ Estratti & Compresse ◆ Fiori di Bach & Oli Essenziali

IL GIARDINO DELLA BELLEZZA

Latti & Acque ◆ Creme & Maschere ◆ Essenze & Bagni

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