Novembre 2018

ValorizziAMO


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personaggi


La straordinaria storia del frate di Crocetta che con le sue opere di assistenza

conquistò la fiducia e l’amore di tutti i “veneziani”, anarchici e comunisti compresi

Padre

Saglietto

e i suoi

“bimbi”

Non è facile

parlare

di Padre

Giovan

Battista

Saglietto,

perché

quando tu

cominci a ricordare, sembra

che un vortice investa la tua

mente per farti compiere un

viaggio a ritroso nel tempo e

ritrovarti nella Venezia più bella,

ormai scomparsa, salvo che

nella Cantina della Tura, dove

gli autentici veneziani, continuano

a farne brillare la memoria

conquistando nelle gare remiere

le coppe e i trofei più ambiti.

Il mio primo incontro diretto

con questa figura ascetica che

già allora mi parve aureolata

di santità, avvenne quando

avevo sei anni e dopo un giorno

alle Scuole Rosciano, Artemisia,

mia madre, prese a

di Otello Chelli

La Chiesa di Crocetta (S. Ferdinando)

in una foto dei primi del 1900.

Padre Giovanni Battista Saglietto, nato a Poggio di Porto Maurizio

(IM) il 22 aprile 1871, morto a Roma 22 maggio 1957, per sua volontà

fu sepolto al Cimitero della Purificazione di Livorno.

“puntate” il maestro che mi

aveva ingiustamente gonfiato

le dita con il righello e pose

termine alla mia esperienza

scolastica. All’epoca, era obbligatorio

iscriversi al fascio.

In Italia dominava Benito

Mussolini e il fascismo era la

vera e unica istituzione dello

stato, mentre il re, Vittorio

Emanuele III, era il burattino

del grottesco dittatore.

Mio padre, Pergentino, detto

Alberto o “Pepe Nero”, non

si occupava di politica, ma

per rispetto alla memoria di

suo padre, anarchico morto

a quarantanove anni, forse

per le complicazioni sorte

dalla coltellata ricevuta in un

agguato dei fascisti alla “voltina”

del Gigante, non volle

mai iscriversi al fascio, fatto

obbligatorio all’epoca, se non

volevi passare dei guai ed

essere anche picchiato dalle

“squadracce” e costretto a

bere olio di ricino (l’“olio

d’origine” per molti livornesi).

A lui questo accadeva di

frequente; picchiato e continuamente

licenziato dai lavori

quando riusciva a trovarne

uno.

Quando venne per me l’obbligo

di diventare “figlio della

lupa”, mia madre mi portò

in “Crocetta” e mi fece

diventare uno dei “bimbi di

Saglietto”. La chiesa di San

Ferdinando dei Trinitari, era

per gli antifascisti, una specie

di “Svizzera”, un territorio

neutro e lo era anche

di quei pochi ragazzini che

le famiglie non volevano indossassero

la divisa imposta

a tutti dal regime. Nessuno

dei capoccioni fascisti

ebbe mai il coraggio di

varcare quella soglia.

Sul viale Caprera, nel “Casamentone”

che venne

completamente distrutto nel

primo bombardamento, la

mia famiglia abitava al

“17”, nel portone della

“Ciucia”, di “Attao”, dello

“Scirocchino”, dei Bar-



personaggi

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santi e della “Pampanina”

che vendeva frutta e verdura.

Poco distante c’era la

sede della gil (gioventù italiana

del littorio), scusate le minuscole,

ma al fascio niente

maiuscole. Fra noi “bimbi di

Saglietto” e i ragazzini in divisa

erano continue battaglie

a sassate, ma nessuno degli

uomini appartenenti alla “milizia”,

si azzardava a toccarci,

tanto era il carisma che circondava

la figura del frate.

Ad aiutare questo asceta,

c’era Padre Silvio, il suo vice

e parroco di Crocetta, un ciociaro

gigantesco e burbero,

capace col solo cipiglio di incutere

grande soggezione ai

piccoli parrocchiani e non

solo, tale da trasformare tutti

in docili agnellini. Era lui, infatti,

a tenere bellamente in

pugno con la sua severità,

quella banda di vivacissimi

folletti; eppure quante volte,

con il suo cuore d’oro, donava

ad ognuno dei dolci o delle

fette di pane e qualche frutto,

nel tentativo di alleviare la

fame permanente che divorava

le nostre viscere.

Padre Saglietto assisteva alle

lezioni di catechismo, la “dottrina”

per la gente, in disparte,

ma era come se a spiegare

i misteriosi, spesso incomprensibili

misteri della fede,

fosse lui in persona e quando

i suoi occhi penetranti, magnetici

si posavano sul gruppo,

quei ragazzini si sentivano

piccini, piccini. Era infatti

il suo aspetto di santo asceta

a sovrastare le loro irrequietezze

e l’irrefrenabile voglia

di scherzare. Padre Silvio insegnava

a quei bambini le virtù

teologali, i Comandamenti,

il Padre Nostro e l’Ave

Maria ed essi lo stavano ad

ascoltare incantati quando

narrava con semplicità alcune

storie della vita di Gesù.

Nato nel 1971 a Poggio di


Il viale Caprera prima e dopo l’interramento (1898) del canale. Il palazzo a destra era conosciuto come il

“Casamentone” che venne completamente distrutto dal bombardamento del maggio 1943.

Porto Maurizio, in Liguria,

Giovan Battista Saglietto, era

arrivato a Livorno, come padre

superiore del Convento

dei “Trinitari”, nel cuore del

rione Venezia, quando aveva

27 anni. Uomo intelligente e

caparbio, fede incrollabile la

sua, e carattere spigoloso, si

scontrò immediatamente con

i numerosi “sovversivi” del

quartiere: anarchici, repubblicani,

socialisti, “nikilisti”, vale

a dire i comunisti in nuce e

con scontri violenti anche con

la “Mano Nera”, un’associazione

clandestina di rivoluzionari

pronti di revolver, coltello

e, perché no, di dinamite.

Gli scontri e gli interventi della

forza pubblica nel rione, non

si contarono più. Roventi

erano le accuse che nelle sue

prediche, Padre Saglietto lanciava

contro i “senza Dio” e

celebre fu la sua guerra per

rimuovere la statua di Anita

Garibaldi posta proprio davanti

alla chiesa.

Le idee risorgimentali si erano

stemperate nel conformismo

del regno dei Savoia e,

alla fine, la statua fu rimossa

con la promessa di issare il

monumento sull’Erta degli

Arisi’atori, poi i garibaldini se

ne andarono uno ad uno e le

promesse… ma anche se

non ho conferme storiche, a

me sembra che la figura in

marmo della moglie e compagna

di mille battaglie dell’“Eroe

dei due mondi”, si trovi

oggi a Roma, nel parco

della rimembranza del Gianicolo,

laddove spicca la sua

statua equestre. Comunque,

il Largo davanti a “Crocetta”

è ancora oggi dedicato a

Anita Garibaldi.

Questo frate asceta, intelligente,

puntiglioso, ma dotato

di rara sensibilità, cominciò,

però, a comprendere il carattere

impulsivo, ma generoso,

ribelle e industrioso della

“sua gente”, comprese la loro

sincerità senza mezzi termini,

il ribellarsi alle pesanti ingiustizie

dell’epoca e la


4

personaggi



1948: Lo scenario della chiesa di Crocetta (San Ferdinando) dopo i bombardamenti dell’ultima guerra.

sete di riscatto da una

condizione di miseria e precarietà

ambientale, compresa

la loro incapacità di sopportare

il basto imposto loro

dalle autorità, a causa dell’anima

tesa alla libertà. Fu

la comprensione dell’anima di

quella gente che, seppure lentamente,

si era impadronita

del suo cuore, a far nascere

quel legame che sarebbe rimasto

indissolubile, tanto da

dar proclamare questo frate

come il “Padre dei veneziani”,

il loro strenuo difensore,

colui che alle ripetute epidemie

di colera, impose alle autorità

la copertura del fosso

e, appunto, la nascita del viale

Caprera, uno spazio enorme

che divenne il regno dei

giochi di noi bambini e il cuore

del rione.

Il frate trinitario, con la sua

costante opera per migliorare

le condizioni di vita del rione,

dei facchini del porto, navicellai

e calafati, conquistò

la stima e l’affetto dei veneziani,

ma anche dei suoi antagonisti,

i “sovversivi” che

avevano compreso di che

pasta fosse la sua fede genuina

che rispettava anche

quella altrui.

Allo scoppio delle sciagurate

“guerre coloniali” e della prima

guerra mondiale, Livorno

divenne scalo marittimo di

passaggio delle truppe che,

dopo un breve periodo di permanenza

nelle caserme della

città, soprattutto in Fortezza

Nuova, venivano destinate ai

vari fronti dove si combatteva.

Una situazione carica di

drammi personali e di sofferenze

che questo “servo di

Dio” cercò di alleviare e aiutato

dai veneziani, anche quelli

contrari alle guerre, dette

vita ad uno strumento che

servisse da beneficio per tutti

quei giovani e meno giovani

in gran parte analfabeti, tenuti

forzatamente lontani dalle

loro case a dagli affetti familiari,

infatti molti di essi

avevano lasciato mogli e figli

senza sostegno alcuno. Vide

così la luce la “Casa del soldato”

che aprì le sue porte

nella chiesa di “Crocetta”, la

cui realizzazione fu resa possibile

anche dai cospicui appoggi

politici e finanziari concessi

al religioso dalla regina

madre Margherita della quale

era il confessore.

In questo luogo i soldati si ritrovavano

per trascorrere insieme

il tempo, per giocare e

anche per mangiare, inoltre

un capo sala consegnava loro

fogli e buste per scrivere a

casa, aiutati moralmente dai

Padre Giovanni Battista Saglietto,

trinitari con padre Saglietto in

testa che in casi particolarmente

difficili si impegnò a

risolvere problemi di sostentamento

anche delle lontane

famiglie.

Nel corso di quell’opera davvero

benefica, la “Casa del

Soldato”, ebbe una fornita

biblioteca e una scuola davvero

efficiente per analfabeti

e semianalfabeti, Questo

grazie dall’attività continua

sviluppata attraverso la collaborazione

dei militari e civili,

delle crocerossine e di

numerosi veneziani, tra i quali,

una ragazzetta scontrosa, ma

dal cuore grande come una

casa, da tutti chiamata “Ciucia”

che si legò spiritualmente

a queste opere di carità che,

una volta adulta, sviluppò da

sola.

Per i meriti acquisiti con queste

iniziative a Padre Saglietto

fu conferita la nomina di Cavaliere

d’Italia, ma egli non

era uomo che potesse vantarsi

delle onorificenze e, infatti,

donò il distintivo d’oro

ad un soldato gravemente

ammalato che successivamente,

venne trasportato a

casa sua, dove morì circondato

dalla famiglia e dall’intero

paese, visto che tutti credettero

come questi si fosse

davvero guadagnato la nomina

a Cavaliere del Regno.

Padre Saglietto, non cessò

mai nella sua opera di assistenza

nel quartiere, attanagliato

dalla fame e dalla miseria

a seguito della crisi del

porto provocata dalla stagnazione

dei traffici di un paese

non certo guidato dalla sagacia

e dalla lungimiranza dei

Medici. Usando quanto aveva

a disposizione, il sacerdote

sfamò i veneziani, lasciando

anche a volte somme di

danaro alle famiglie più bisognose,

permettendo a tante

pentole di ritornare sul fuoco,

salvando dalla fame i più

bisognosi.

Non aiutò soltanto i suoi fedeli

parrocchiani, ma tutti i

veneziani, senza discriminazione

alcuna: i poco inclini alla

religione, gli anarchici, i socialisti,

i comunisti, la grande

maggioranza della gente di

quel quartiere unico e fu per

questo che si guadagnò la stima

e l’affetto del rione, perché

nel suo apostolato egli dimostrò

di essere veramente

un uomo dalla statura eccezionale

e dalla fede genuina.

All’avvento del fascismo riuscì

spesso con coraggio ad

impedire molte “spedizioni

punitive” nel quartiere,



personaggi

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offrendo aiuto agli antifascisti

picchiati e perseguitati

dal regime, nascondendo

nel grande convento, inaccessibile

ai fascisti, i ricercati,

difendendo, come già detto,

dall’imposizione della divisa

da balilla, i “suoi” bambini.

La tragedia della seconda e

più distruttiva guerra del secolo

ventesimo, vide la distruzione

della città e della Venezia.

Scomparso il “Casamentone”,

distrutto gran parte

del rione, Padre Saglietto

rimase fino a quando l’ultimo

dei veneziani, dispersi in una

autentica diaspora, quasi per

tutti senza ritorno, non fu costretto

ad andarsene. Era rimasto

nella sua Venezia per

quarantanove anni e quando

fu costretto dal suo Ordine a

trasferirsi a Roma con l’intero

convento, coprì numerosi


importanti incarichi, ma la

sua vita era finita con la fiaba

del suo quartiere senza

eguali.

Nell’immediato dopoguerra il

suo ritorno fu un evento memorabile.

Fu accolto con incredibili

manifestazioni di affetto

dai veneziani ritornati

nel rione e da quelli che accorsero

da ogni parte della

città per ritrovarsi con colui

che consideravano il loro padre.

Sorretto dai veneziani

portuali, fu condotto a visitare

le macerie e quanto rimaneva

del rione. Anch’io, ragazzino

impegnato in mille

traffici per sopravvivere,

quando seppi del suo ritorno,

corsi in Venezia e ricordo le

lacrime di commozione che

bagnarono il viso di Padre

Saglietto nel vedere tanta rovina.

Il “Padre dei Veneziani” si

spense a Roma nel 1957, proprio

nel giorno in cui Livorno

festeggiava la sua patrona, il

22 maggio, ma le spoglie,

come da sua volontà, vennero

trasportate a Livorno, dove

i suoi funerali furono davvero

imponenti, visto che intorno

alla sua bara non fu soltanto

la “sua gente” ad accorrere,

ma una folla enorme

di popolani livornesi, con i comunisti

in prima fila, insieme

al “console” della ”Compagnia

Portuale” Vasco Iacoponi,

un altro mito, e tutte le autorità

cittadine.

Sulla tomba fu posta la seguente

iscrizione: «A Padre

Giovanni Battista Saglietto

/ 1871 - 1957 / i Veneziani

- memori e grati - questa

memoria posero».

A cinquant’anni dalla sua

morte i veneziani dimostrarono

che la memoria di Padre

Saglietto era ancora viva in

loro e così il 19 maggio 2007

fu il giorno del ricordo di lui,

del “Padre dei veneziani”.

Una giornata intera gli fu dedicata,

con un primo appuntamento

al cimitero della Purificazione

dove fu deposta

una corona di fiori sulla sua

tomba, quella che proprio i

«suoi» veneziani avevano voluto

per lui, per farlo rimanere

per sempre a Livorno.

Un’ora dopo, monsignor Paolo

Razzauti, allora amministratore

diocesano e padre

Lorenzo, anch’egli storico

parroco di Crocetta, celebrarono

una messa in sua memoria.

Infine, una riunione conviviale

al Centro sociale “Forte

San Pietro” per concludere

la giornata con le memorie e

ritrovarsi tutti insieme. A coordinare

il gruppo che or-


«

gli

me

po

2/10/1955 - Il ritorno di Padre Saglietto a Livorno in occasione dell’inaugurazione del ricostruito campanile della chiesa di Crocetta. Date le sue precarie

condizioni fisiche è sostenuto dai portuali veneziani Mario Balleri, detto il “Ballero”, e Ardito Brogi. “Uccio” Pedani porta la sedia sulla quale farlo sedere.


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Personaggi



personaggi

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Maggio 1957 - I funerali di Padre G.B. Saglietto nella “sua” Chiesa di Crocetta stracolma di fedeli e non di tutto il rione della Venezia e della città.


ganizzò queste celebrazioni,

il portuale Gino Corradi,

anche lui veneziano doc,

comunista e figura di punta

nel mondo delle gare remiere

livornesi,

Un forte contributo fu quello

della Circoscrizione 2, presieduta

da Maurizio Paolini, una

sponda utile per diffondere la

portata di questa iniziativa.

“La Venezia era un rione

povero ma pieno di gente

dignitosa, capace di volersi

bene”, disse tutto d’un fiato

Danilo Brondi, giovanotto

del 1915. Mentre Italo Piccini

con accanto Domenico

Alasia, ricordava “il caffellatte

che da Saglietto non

mancava mai” e “il piacere

di mettere i piedi nudi sul

pavimento freddo della

chiesa soprattutto d’estate,

perché non avevamo scarpe

e la terra era rovente”.

Nel venticinquesimo anniversario

della sua scomparsa,

l’Amministrazione Comunale

lo ricordò facendo stampare

il libro “Padre G. Battista

Saglietto - Trinitario”,

curato da Aroldo Figara. Gli

è stata pure dedicata la strada

che da via Strozzi conduce

a piazza della Fortezza

Vecchia.

Alcuni

aneddoti

Una notte nel rione “piovvero”

quintali di generi alimentari.

Alcuni ladri popolani avevano

svaligiato la “BTB”, un

grande supermercato dell’epoca,

la cui sede era in

piazza Cavour. La mattina

mezza polizia della città fu

sguinzagliata nel rione, ma

nel corso di tutte le perquisizioni

effettuate, non fu trovato

niente. Il vuoto assoluto.

Eppure in quei giorni, i veneziani

si riempirono la pancia

e fu fatta anche qualche

cena sul viale Caprera con

fuochi, chitarre e stornelli. Si

disse allora che la polizia non

trovasse niente, perché i la-

dri avevano nascosto la refurtiva

nel magazzino dei frati

trinitari che, sicuramente, su

ordine di Padre Saglietto, non

si “accorsero” di niente.

* * *

Allo scoppio della guerra, tra

i richiamati c’era anche Cammello

Lorenzini che non venne

per qualche tempo inviato

al fronte, così lui e Liliana dei

Pedani, famiglia storica del

rione, decisero di sposarsi e

la data fu stabilita per il secondo

giorno di Natale, il 26

dicembre. I due innamorati

desideravano farsi sposare

da Padre Saglietto, ma quel

sant’uomo, da vera tarma,

pose quale condizione irrinunciabile,

la comunione dei

loro genitori, notori “senza

Dio”. Pretese questa “riparazione”

all’incredibile rifiuto

opposto fino ad allora a

“un irrinunciabile atto di

cristiana fede nel Signore”-

come disse agli esterrefatti

fidanzati.

“In caso contrario, mi rifiuto

di sposare nel tempio

di Dio la figlia di due miscredenti”

- aggiunse con la

sua voce sottile, ma ferma, il

“padre” di tutti i veneziani.

Fu dura per i due Pedani, ma

una sera, quando il buio regnava

sovrano sull’intero

quartiere, visto che dal 10 giugno

era stato dichiarato il coprifuoco,

i genitori della sposa

si recarono in Crocetta

rasentando i muri per non

farsi vedere da tutti gli abitanti

del viale Caprera. Una

precauzione inutile, perché

l’intero rione sapeva già dell’ultimatum

posto da Padre

Saglietto e tutti erano a sbirciare

dietro le persiane

sprangate, ma nessuno, nonostante

le risate, si fece sentire

e vedere, così i due, compiuta

l’opera di “riparazione”,

sortirono dalla chiesa e, quatti,

quatti, con un sospiro di sollievo,

ritornarono a casa. Fu

così che Liliana e Dino, benvoluti

da tutti, ebbero il via libera

per sposarsi in Crocetta.


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storia


Sono trascorsi 70 anni da quel 18 luglio 1948 che gettò l’Italia sull’orlo della guerra civile

L’attentato a Togliatti

Come reagì Livorno

Il 14 luglio

scorso i

media nazionali

hanno ricordato

la

ricorrenza

dei 70 anni dall’attentato di

Palmiro Togliatti, segretario

generale del Pci, colpito da

tre pistolate per mano del giovane

siciliano Antonio Pallante,

in via della Missione, la

stradina che costeggia Palazzo

Montecitorio (al suo fianco

c’era anche Nilde Jotti):

un evento che gettò l’Italia

sull’orlo della guerra civile

Il fatto provocò gravi disordini,

ovunque, in particolare

a Livorno, dove esplose violenta

la rabbia dei dimostranti.

Dai racconti e dalle testimonianze

di personaggi illustri

dell’epoca: il giornalista livornese

Aldo Santini, lo scrittore

Andrea Grillo (Livorno:

una rivolta tra mito e memoria),

l’allora sindaco Fu-

rio Diaz ci si fa un’idea del

caos che si abbatté sulla città,

in quei giorni, con morti e

feriti.

Gli incidenti ebbero inizio appena

i dimostranti, usciti dagli

stabilimenti livornesi al

suono delle sirene, si scontrarono

con la forza pubblica.

Il primo si ebbe in piazza

Mazzini dove alcuni agenti,

ritenendosi minacciati, esplosero

colpi in aria. Questo accese

ancora di più gli animi

già esasperati.

All’Attias da una camionetta

della Celere partirono, a

scopo intimidatorio, alcuni

colpi di arma da fuoco. Da

una finestra il gippone fu fatto

bersaglio di colpi di rivoltella

e due agenti rimasero

feriti. A quel punto dalla jeep

partì una raffica di mitra che

investì il trentenne Corrado

Neri il quale, appena uscito

dall’ufficio del lavoro in via

Marradi, si stava dirigendo

verso via Ricasoli. Neri non

ce la fece: morì il 18 luglio

all’ospedale.

Livorno si stava sollevando.

Tre agenti di pattuglia in piazza

Cavour, disarmati e percossi,

trovarono scampo negli

uffici della Teti e nei bar.

Tutti i negozi abbassarono le

saracinesche. In via Maggi

un gruppo di dimostranti assaltò

l’armeria di Teodoro

Lemmi a colpi di pistola per

far saltare la serratura della

saracinesca. Il saccheggio fu

indiscriminato: coltelli, revolver,

munizioni, una quindicina

di fucili da caccia. L’asdi

Marcello Faralli

La copertina del libro “Livorno:

una rivolta tra mito e memoria” di

Andrea Grillo, BFS Edizioni.

salto all’altro armaiolo livornese,

Soldaini del Cisternone,

fallì.

Un brigadiere dei carabinieri

Vittorio Bellini, della Compagnia

Speciale, e il carabiniere

Raffaele Napea, a bordo

di un gippone, furono affrontati

da un gruppo di giovani

che si impossessarono della

macchina e la incendiarono.

Il carabiniere, vedendo il

La prima pagina dell’Unità, uscita in edizione straordinaria con la notizia

dell’attentato a Togliatti, e quella dell’Illustrazione del Popolo.



storia

9

superiore ferito, lanciò

una bomba contro i dimostranti,

ferendone parecchi.

Lo scoppio determinò l’intervento,

dalla vicina caserma,

degli agenti della Celere.

Ma questo era niente. All’angolo

tra via Del Fante e gli

scali Saffi, l’agente della Celere

Giorgio Lanzi, 30 anni,

che aveva appena lasciato la

mensa della sua caserma, in

via del Pantalone, si stava

dirigendo verso la questura

quando venne affrontato e

disarmato. Rendendosi conto

del pericolo cercò di allontanarsi,

ma un giovane lo inseguì

e gli vibrò due coltellate.

Il poliziotto si abbatté rantolante

sulla strada. Soccorso,

giunse cadavere all’ospedale,

dove la moglie, urlando

la sua disperazione, fu aggredita

da alcune donne (probabilmente

familiari di altre persone

ferite negli scontri) le

quali, non sapendo che aveva

appena perso il marito,

reagirono violentemente alle

sue imprecazioni. Poco dopo

si venne a sapere che Lanzi

era iscritto al Partito comunista

ed era stato partigiano

nelle Brigate Garibaldi dell’Emilia

Romagna. Ai funerali

partecipò anche Ilio Barontini,

segretario della federazione

comunista livornese.

Aldo Santini riporta che Furio

Diaz, allora sindaco comunista

di Livorno, molti anni

dopo, ebbe a raccontare:

«Appena fui a conoscenza

dell’attentato telefonai al questore

Roselli e gli chiesi di


+ 39 349 5423349

eventi@chaletdellarotonda.it

In molte piazze italiane ci furono scioperi e manifestazioni pro Togliatti.

aiutarmi a tenere tranquilla la

popolazione. Ricordo che salimmo

su una vecchia Balilla

del Comune, io, il vicesegretario

del Partito comunista

Ervé Pacini e il vicequestore,

e cominciammo a correre

attraverso la città per calmare

i più inferociti. Il vicequestore

sudava freddo. I dimostranti

avevano già assalito

un’armeria e l’avevano

svaligiata: corremmo verso

una seconda armeria, vicino

al Cisternone, e riuscimmo a

evitare che facesse la fine

della prima. Era uno scatenarsi

di rabbia, che in certi

momenti, poteva manifestarsi

in questi atti di vandalismo, di

furore, ma che non avrebbe

mai travalicato certi limiti...

Caso mai potevano esserci

dei tentativi, da parte di qualche

elemento non livornese

o di qualche delinquente comune,

di infiltrarsi nelle fila

semplice ma sorprendente

CDR S.r.l.

Viale Italia 136 - Livorno

dei dimostranti. Tra la gente

che assaliva l’armeria, io ebbi

la sensazione precisa, e lo ricordo

perfettamente, di aver

sentito degli accenti non toscani.

Bisogna tener conto

del fatto che in quel periodo,

a Livorno, c’era gente venuta

da tutte le parti...».

Ci fu un morto anche a Pisa.

Una carrozza attraversava la

città al galoppo: la folla la inseguiva

urlando. Dalla carrozza

un giovane sparava pistolettate.

Scena da Far

west. In via Consoli del Mare

la carrozza venne fermata, lo

sparatore tirato giù , riempito

di botte e linciato. Gli agenti

riuscirono a sottrarlo ai suoi

assalitori e a portarlo all’ospedale,

dove morì. Si chiamava

Vittorio Ferri, 20 anni, ragioniere

di Empoli, abitante a

Pisa in via Bonanno. Lo avevano

riconosciuto in via Risorgimento:

nel mese di aprile,

durante un comizio per il

Msi, aveva ostentato un fazzoletto

nero al collo. E lui era

salito su una carrozza, obbligando

il vetturino a fuggire.

Poi aveva sparato, ma non si

salvò dalla massa fuori controllo.

Athos Gastone Banti, il direttore

del Tirreno, scrisse in uno

dei suoi editoriali: “Augurando

con sincerità di cuore che

l’on. Togliatti possa superare

il pericolo in cui versa, siamo

sicuri di interpretare col

nostro il sentimento di ogni italiano

non indegno della nostra

civiltà. Occorre che giustizia

sia fatta, contro il colpevole,

contro tutti i colpevoli... Ma

occorre anche che chi si sente

più offeso... rifletta che

non è colpendo dei poveri

agenti, soldati del dovere, figli

del popolo, ignari della politica

e delle sue passioni, che

si affretti la guarigione dell’on.

Togliatti e la punizione

dei delinquenti. Non è tumultuando

che si risolvono i tremendi

problemi per cui è in

pericolo l’avvenire di questa

povera Italia...”.

Il ritorno alla calma fu graduale.

Il Tirreno del 18 dette

notizia di un’operazione degli

agenti della questura di Livorno

che, in zona Valle Benedetta,

«sorprendevano tre

individui nell’atto di sotterrare

in una fossa due grossi bidoni

di ferro stagnato e un

copertone impermeabile

americano, contenenti una

quantità di armi». Dopo l’arresto

dei tre, i bidoni furono

portati in questura e aperti:

contenevano 5 mitra Beretta

in perfetta efficienza, 2 pistole

mitragliatrici Machine, un

fucile Sten, 2 carabine americane,

un fucile modello 91,

un moschetto italiano, 27

bombe a mano, 19 caricatori

di mitra, 2059 cartucce per

armi diverse, 14 caricatori

americani. Un piccolo arsenale,

insomma. Una perizia

tecnica accertò che alcune

delle armi erano state appena

usate. Dunque, l’ipotesi più

probabile è che fossero state

nascoste, a suo tempo, dai

partigiani e che fossero state

dissotterrate, per usarle nella

rivolta dopo l’attentato.


10

narrativa


Portuali,

gente

libera

di Carlo Lulli

tratto dal mensile

“TOSCANAQUI”,

gennaio 1992

La città e il porto,

uniti da un legame

secolare, nacquero

con le “leggi livornine”

che stupirono il

mondo perché assicuravano

a tutti libertà

di religione, pensiero,

attività, costume

Le belle pagine

Stralci di testi di autori, livornesi

e non, che hanno decantato la bellezza

o il carattere della nostra città

Livorno uguale porto e livornesi

uguale portuali: questa è

la equazione che, quaggiù,

tutti o quasi, hanno in testa

dal momento in cui son nati.

Ma siccome, al pari di tutte

le cose di questo mondo, anche

i porti a volte veleggiano

verso le stelle e a volte scendono

verso le stalle, a ogni

segno di burrasca, politici,

economisti, esperti, mettono

in guardia: attenti alla “monocultura”

portuale, vi sono

altre strade, altre soluzioni,

dalle industrie sino al terziario

avanzato, non è prudente

CARLO LULLI (Livorno 19 novembre 1921 - 14 novembre1993) - Giornalista.

Laureato in economia e commercio, nel 1942 fu inviato come ufficiale

in Grecia e l'8 settembre deportato dai nazisti. Al ritorno a Livorno iniziò

l'attività di cronista alla «Gazzetta», fin quando, nel 1954, Athos Gastone

Banti lo volle al «Tirreno» dove percorse tutta la carriera fino a giungere al

grado di direttore. Carica che ricoprì dal 1968 al 1978 (la testata era

tornata nel frattempo a quella storica de Il Telegrafo), quando lasciò la

guida dopo aver salvato il giornale dalla chiusura grazie ad una coraggiosa

autogestione, portata avanti con i suoi redattori, tipografi e tutto il personale

(ammontante a 208 unità). In seguito entrò nel consiglio di amministrazione.

Fu anche un appassionato gastronomo, accademico della Cucina Italiana,

presidente del nastro Verde d’Europa, direttore della rivista della Fisar «Il Sommelier».

vivere solo di porto e del suo

“indotto”. Tutto lascia credere

che siano parole sante ma

il livornese-medio si sente di

etnia portuale come uno si

sente serbo e un altro croato.

E qualunque mestiere faccia,

è convinto che “col porto

e per il porto” Livorno debba

vivere. Anche piuttosto

benino. È una specie di fede.

Intendiamoci: una rispettabile

base per questo ragionamento

istintivo c’è ed è una

base che non vale per qualsiasi

altro porto italiano. I livornesi

- magari confondendo

un po’ Cosimo I con Ferdinando

laddove il consumo

di “torta” a bollore supera

nettamente il consumo dei libri

di storia civica - sanno che

il loro porto è legato a un avvenimento

di eccezionale

valore storico ed etico. Nacque

con le “Leggi livornine”

che stupirono il mondo. Ovunque

ci si sbranava per motivi

religiosi e razziali. Era il festival

dell’odio belluino.

Bene, i Medici presumibilmente

non a fini del tutto spirituali,

vollero che Livorno

fosse un “porto di pace” e

che tutte, proprio tutte, le libertà

fossero assicurate.

Roba da non credere.

Già l’inizio solenne del proclama

mediceo ha un tono più

imperiale o papale che granducale.

Fa ancora effetto a

risentirlo e proprio mentre ci

si scanna per i suddetti motivi

a quattro passi da casa

nostra. Eccolo: “A tutti voi

mercanti di qualsivoglia Nazione,

Levantini, Ponentini,

Spagnuoli, Portughesi, Greci,

Tedeschi et Italiani, Hebrei,

Turchi, Mori, Armeni, Persiani

ed altri, salute!”. Ma, pur

se con la “salute” c’è tutto, i

Medici assicuravano anche:

piena libertà di iniziativa e di

movimento, tranquillità per

eventuali guai commessi all’estero,

piena libertà religiosa

di rito e di costume, tutela

completa della suddetta libertà,

franchigie fiscali di ogni

genere, leggi permissive per

regolare le “mescolanze” con

“Cristiani o Cristiane, Turco

o Turca”, “Moro o Mora”. In

più libertà di pensiero, libertà

di tener libri nella propria lingua,

esercizio di professioni

liberali e di successioni ereditarie,

il diritto allo studio



narrativa

11


reggiare doveva andare al

largo.

Quadri celebri mostrano i livornesi

raggruppati sulle colline

di Antignano e Montenero

mentre osservano una

delle più importanti battaglie

tra flotta inglese e olandese.

Al rientro in porto, le due flotte

si allineano una accanto

all’altra. L’ammiraglio olandese,

gravemente ferito, intanto

moriva, nell’ospedale di

via San Giovanni, tra il porto

e la piazza Grande.

Tocco finale: Livorno fu l’uni-

Le foto di questa pagina sono di Genni Cappelli tratte da TOSCANAQUI s/c.

e alla educazione, facilitazioni

creditizie e via dicendo.

Ripeto e sottolineo: tutto ciò

mentre attorno ci si stava

scannando. Vi furono echi

dappertutto. Gli ebrei giunti a

riva si chinavano a baciar la

terra ed esclamavano: “Questa

è la nuova Gerusalemme!”.

A suo tempo il presidente

Jefferson mandò dall’America

un paio di deputati

perché prendessero appunti

utili alla Costituzione USA,

quando seppe che, praticamente

dal nulla, in un batter

d’occhio dodicimila esuli di

tutte le razze avevano popolato

il porto livornese. Nel

Settecento si scoprì che attorno

al porto c’erano le chiese

di tutte le religioni esistenti

al mondo: templi cattolici,

protestanti e sinagoghe erano

a poca distanza l’uno dall’altro.

Maomettani, ebrei e

cristiani si salutavano rispettosamente

e andavano per i

fatti propri. E per preciso ordine

mediceo, quello livornese

doveva essere un “porto

di pace”. Tutti in riga pena la

espulsione. Chi voleva guerca

città d’Europa a non avere

un ghetto per gli ebrei.

L’idea non passò nemmeno

per la controcassa del cervello

a livornesi grossi e piccoli.

Con queste briciole, minuscole,

di storia, volevo sottolineare

che nella mentalità corrente,

di generazione in generazione,

è ben difficile disgiungere

le parole “porto” e

“Livorno”. Aggiungiamo, poi,

che, proprio nei secoli iniziali,

quello livornese, fu un porto

di statura mondiale. Nel

celebre film della MGM di

Hollywood Antonio Adverse,

si vedevano scene del porto

con cento navi e una scritta

chiariva agli spettatori di ogni

paese quale era il rango della

darsena livornese.

I Granduchi fiorentini commissionarono

l’organizzazione

del porto a un vip inglese,

sir Dudley, che fece quanto

di meglio. Sulle mura granducali,

dietro il monumento ai

“Quattro Morì” si può leggere

ancora la lapide commemorativa.

Sir Dudley era un

esperto navale di grandi qualità.

Era venuto quaggiù poiché

professava la religione

cattolica e la sua cugina Regina

Elisabetta lo aveva condannato

alla decapitazione

per conto dei protestanti. Fu

idea decisamente brillante,

quella di Dudley di arruolarsi

nella armata super-Brancaleone

dei livornesi. Da noi visse

come un pascià assieme

ai protestanti scappati dai

paesi ove la testa veniva

mozzata dai cattolici.

E ancora: perché questo connubio

“porto-Livorno”, perché

questa inscindibile connessione,

questa aggregazione

anche mentale? Anche

per altri motivi di rimembranza

locale ad alta temperatura

campanilistica. Per esempio:

nelle acque portuali, dinanzi

a piazza Mazzini, avvennero

vari di navi di cui

parlò tutto il mondo. Come

quello della Lepanto. Centocinquanta

giornalisti di ogni

paese descrissero l’avvenimento.

Il massimo esperto

navale del Times, l’ammiraglio

Gambier scrisse: “Col

varo di Livorno, in breve spazio

d’acqua mediante un nuovo

sistema di frenaggio a

gòmene, della nave più grande

e più armata attualmente

esistente, l’Italia ci ha superato

nel campo delle co-


12

narrativa


Il varo della corrazzata Lepanto avvenuto al Cantiere Navale “Orlando” di Livorno il 17 marzo 1883.

struzioni navali”. Di quel

varo, verso la fine Ottocento,

è rimasto, come saggio di

grosso servizio di inviato, il

pezzo descrittivo di Yorick

(Coccoluto Ferrigni) venuto

a Livorno per conto de La

Nazione. Roba da antologia.

Ma il ricordo va anche a un

altro celebre varo, stavolta

negli ultimi anni Trenta. Giuseppe

Stalin voleva l’incrociatore

più veloce del mondo

e lo commissionò ai cantieri

livornesi. Fu il Tashkent il cui


record è ancora imbattuto.

Cose così. È difficile, in loco,

dimenticarle, sicché quando

si sentono voci non esaltanti

sulla realtà attuale quasi istintivamente

ci si attacca al passato.

Se non altro a mo’ di

scaramanzia. Appena pochi

anni fa avevamo superato

Marsiglia e Genova per i containers.

Livorno e porto, porto e Livorno.

Mi ricordo d’un viaggio

dalle parti della attuale

Regina Elisabetta. Giorno

dedicato agli sterminati doks

del porto londinese. A un tratto

un nostro turista si mise a

gridare. Eran grida a toni altissimi.

I pochi britanni là vicini

pensarono palesemente

a un attacco di mattana.

Macché: eran grida liberatorie

e di soddisfazione. Su un

blocco di bronzo c’era una

scritta intatta, immagino da

un paio di secoli, e diceva:

“Porto di Leghorn (Livorno)

a tante miglia”. Il mio concittadino,

alternando alle urla

di gioia frasi non riferibili all’indirizzo

di chi, a suo parere,

non vuol troppo bene a

Livorno, manifestava soddisfazione

immensa. Aveva

scoperto, laggiù, il passato

prestigio labronico.

Il porto. C’è il “Mediceo” e

c’è il “Nuovo”. Livorno ha

sempre avuto, per un mucchio

di motivi, pochi santi in

Paradiso. Ma quando ne ha

avuto uno era di stazza da

tonnellaggio massimo. Si

chiamava Costanzo Ciano. E

dopo un grande ospedale,

uno stadio da Serie A, una

vastissima Terrazza (ora intestata

a un altro grande di

riserva: Pietro Mascagni)

Costanzo - da ogni livornese

chiamato ai suoi tempi “Ganascia”,

per via delle mascelle

prominenti - mise su il

grande “Porto Nuovo”. Sostanzialmente

fece il bis di

Cosimo I il fiorentino. Un bis

provvidenziale poiché, nel

’43 e ’44, del Porto Mediceo

non rimanevano che mare e

macerie. Gli americani, come

è loro abitudine, non avevano

fatto economia: “Fortezze

Volanti” a centinaia e bombe

a migliaia. Fu il diluvio

universale. Un po’ più decentrato,

il “Porto Nuovo” tenne

e servì da base agli


L’esploratore Tashkent (mt. 139,7, ton. a pieno carico 4.000, potenza 116.00 cavalli, 42 nodi, 250 uomini di equipaggiamento: da Cantiere - Navi,

Uomini e Storie a Livorno di Carmelo Triglia, Ed. Il Quadrifoglio, Livorno, 2017). La nave fu impostata (foto a sin.) al Cantiere Navale Orlando l’11

gennaio 1937 e varata, a tempo di record, il 21 novembre dello stesso anno. La consegna avvenne il 9 maggio 1939.



narrativa

13

storia

Alleati. Tutto ciò che sarebbe

servito a sfondare la

Linea Gotica venne sbarcato

al “Porto Nuovo”. Roba

da marziani. Attorno al Porto

erano accatastate montagne

di materiali che

ar-rivavano all’altezza del

quarto piano delle case. Nessun

livornese “che c’era”

potrà mai dimenticare, finché

campa, cosa diavolo vide

scaricare per mettere in condizione

la “Quinta Armata

USA” del generale Clark di

arrivare al Nord Italia. San

cose che si vedono - e ci

mancherebbe altro! - una

sola volta nella vita. Perché


le rammento? Perché è

un’altra delle grosse motivazioni

per cui un livornese non

potrebbe mai rassegnarsi a

veder declinare il porto. In

quel macello seppe rifornire,

a ritmo record, duecentomila

americarti impegnati in battaglia:

è o non è un “grande”

porto?

Ma non entro in dettagli.

L’amico e collega Antonio

Fulvi, esperto a livello nazionale,

illustra, da par suo, in

altre pagine le attuali realtà

portuali. Io bordeggio soltanto

in zona ricordi e rimembranze

con sottofondo musicale

di rimpianti e nostalgie

varie: dal porto in classifica

dinanzi a Marsiglia, e Genova

giù giù, sino all’U.S. Livorno

in zona scudetto a battagliare

con le grandi del

Nord.

Ora come ora, quaggiù, è un

po’ “ariaccia”. Anche il reggimento

dei portuali, espressione

vivente dell’orgoglio

livornese, è un po’ in attesa

di ripigliar fiato. L’augurio

è che l’attesa duri poco,

anzi pochissimo. Il resto

della città ha bisogno anche

delle loro “battute”, le classiche

battute dissacratorie

che fanno sussultare i forestieri.

E della narrazione

di storie alle quali si fa - e

di gran cuore - finta di credere.

Come quando si raccontava

che, al tempo degli

americani, un gruppetto di

loro portò fuori da una mensa

USA un mezzo bue

squartato. La mezza bestia

aveva un gran cappello calato

sul mezzo muso. E, addosso,

giacca a vento e

grembiulone. Per sorreggerlo

c’erano due portuali,

di quelli che con un braccio

solo alzano una damigiana

piena. Si fecero largo, al

varco della M.P. gridando:

“Sta male. Fate passare”.

E passarono.


14

musica


Una bella coppia che ha dato vita al duo The Flowers Harmony, molto gettonato

nei piano bar e nelle più svariate manifestazioni canore

Mario & Susy Fiori, o

di nome e di fatto!

di Stefania D’Echabur

Mario e

Susy, Susy

e Mario

Fiori… un

Duo: The

Flowers

Harmony,

musica da

Piano Bar.

Stiamo parlando di musica: musica

da ascolto, canzoni romantiche,

ma soprattutto melodie e

musiche da ballare perché i nostri

musicisti con le loro note

vogliono regalare allegria.

Mario: decisamente un uomo

“colorato”, le sue mise rispecchiano

un carattere estroverso,

giocoso e familiare.

Susy: minuta, elegante, con una

voce deliziosa, più riservata,

però con degli occhi comunicativi

che agganciano il pubblico

che le sta davanti.

Insieme sicuramente, denotano

un grande affiatamento.

- Come avete cominciato?

Per caso, io facevo già Piano

Bar in un locale sulla Costa,

quando la persona che era con

me dovette assentarsi per lavoro,

mi azzardai o meglio obbligai

quasi mia moglie a venire

a cantare con me. Inizialmente

per la timidezza diventava rossa

in volto come un sole al tramonto.

Era il 1996, lei cantava

da anni nella Schola Cantorum

San Benedetto, non ha mai lasciato

però il suo coro, diventato

negli anni sempre più prestigioso,

grazie ai maestri

Mauro Isola e Maurizio Azzolini.

In seguito, insieme abbiamo

e frequentiamo tutt’oggi la

scuola di musica e canto del

Maestro Auro Morini, che ringraziamo

perché è un grande

artista e ci insegna tutt’ora

quello che è veramente “l’arte

dei suoni”: la MUSICA!

- Cosa volete trasmettere e volete

che arrivi a chi vi segue nelle

vostre serate?

Vogliamo trasmettere allegria,

gioia e spensieratezza, un’attenzione

particolare per la musica

inglese e americana, un

modo che per chi ci ascolta di

allargare i propri orizzonti musicali,

senza togliere niente alla

validissima musica italiana.

- Il vostro repertorio?

Piano Bar

Internazionale,

che va

dagli standard

americani

anni

’40, fino ai

giorni nostri,

passando

per artisti

italiani e

stranieri.

- Da quanto

tempo siete

sposati? E

preferisci la

Mario e Susy Fiori a bordo di una fiammante Moto Guzzi

con sidecar.

In alto: Mario e Susy Fiori durante l’esibizione al Goldoni; sotto: al

ristorante con i figli Simone e Stefano, anch’essi musicisti.

moglie o la

cantante?

Siamo sposati

da trentanove anni e mezzo

e abbiamo trasmesso la nostra

passione anche ai figli:

Simone che vive a Milano e Stefano

a Londra sono pluristrumentisti,

amanti e studiosi della

musica e ricercatori. Il primo:

chitarra, batteria, arrangiamenti

e composizione. Il secondo:

keyboards, batteria,

composizione e arrangiamenti

digitali, fonia.

Per rispondere a chi delle due

preferisco… se devo essere sincero,

entrambe! Sia la moglie

che la cantante, non per piaggeria,

ma perché ritengo che

in tutti questi anni , sia di matrimonio,

sia di musica (ventidue

anni), è riuscita a conciliare

anche nei momenti meno

felici la Famiglia e la Musica.

- Pensi che si faccia abbastanza

per la nostra città?

Sinceramente parlando, le più

grosse soddisfazioni musicali

me le sono tolte da quando facciamo

“duo” io e mia moglie.

Ci sono molti episodi, non riesco

a sceglierne uno in particolare,

ma se proprio devo, la

nostra esibizione del gennaio

2016 al Teatro Goldoni… la

pelle d’oca… fantastico! Tengo

a dire però che nel marzo

1999 , insieme al nostro amico

fraterno Alberto Funaro, tirammo

fuori dal “nostro cilindro”

il Music bus per la solidarietà,

l’autobus dal quale escono

fuori e si esibiscono artisti e

musicisti di ogni età, ovviamente

per solidarietà, il prossimo

anno festeggeremo il ventesimo

anno! Inoltre abbiamo

in cura il settore Musica del

Circolo Ricreativo della Provincia

di Livorno. Abbiamo

anche “toccato” il settore crociere,

con enorme soddisfazione

grazie, anche qui a quella

grande persona che risponde

al nome di Roberto Cipriani,

non ultimo dal 1999 facciamo

parte della Ass. Pietro Napoli

con l’amico Roberto Napoli

che ci affianca e affianchiamo

in determinati casi. Altre



musica

due collaborazioni: con

l’ottima cantante Orietta Confalonieri

e il chitarrista arrangiatore

Andrea Lazzarini. Rapporti

di storia musicale con il

Trolls Lab. di Pino Scarpettini,

il quale ci ha aperto non molto

tempo fa la “porta” di Sanremo

, ovviamente non come cantanti

ma come “acquisitori di

esperienza” se così si può dire!

Prosegue anche il nostro positivo

rapporto con lo showman

livornese Danny Puccini, che ci

stima da anni. Abbiamo anche

diretto per otto anni il Coro

delle Colline della Parrocchia

di Parrana San Martino. Inoltre

Susy ha prestato la sua voce

per il film del regista Pietro

Caprina “Con gli occhi di un

bambino”, colonna sonora del

M° Auro Morini.

- Cosa significa per te la musica?

Per me la musica è vita, e lo

dico forte VITA, e per Susy la

stessa cosa. Essa ci ha aiutato

in momenti bui, ci ha esaltato

in momenti fantastici, ci ha fatto

conoscere persone eccezionali

, ne ho citate alcune, ma

non sono le sole… A noi la musica,

ovvio, piace tutta, quindi

se c’è qualcosa da ascoltare, da

imparare e da commentare non

ci tiriamo indietro, devo dire

che in questa città si fa per la

musica, ma non troppo. Mi spiego

meglio, mi piacerebbe per

esempio si effettuassero durante

l’anno la domenica concerti

della Banda Cittadina, ottima

location il Gazebo della Terrazza

Mascagni. Esibizioni di street

band, e mi piacerebbe anche

vedere la città brulicante di validi

artisti di strada, molti dei


Mario e Susy Fiori con il Music bus per la solidarietà

quali bravissimi, che potrebbero

essere di esempio per le nuove

generazioni.

- Perché non fare un Festival di

questo tipo?

Sarebbe bellissimo. Non dimentichiamoci

che Livorno è una

delle prime città italiane ad

avere recepito il moderno Jazz

ai primi del ‘900. Quindi… questa

è una città dove la multiculturalità

era ed è all’ordine

del giorno, potremmo optare

anche per concerti delle varie

“nazioni” che sono qui a Livorno.

Da non dimenticare poi che

nel 1945 Frank Sinatra si esibì

in Piazza della Vittoria, senza

tralasciare i vari Pietro Mascagni,

Dario Campana, Enrico

Delle Sedie, Piero Ciampi, Ettore

Fiori (non so se è mio

avo…) etc.. Non ultimo il fatto

che la Musica ha cementato

ancor di più la nostra unione!

Cosa pensa Susy di Mario Fiori?

Pensa che io sia un artista e un

talento naturale, quindi mi apprezza

per quello che faccio con

lei e anche fuori dal nostro contesto,

mi definisce, “la MUSI-

CA”…

Mente vivace Mario Fiori, una

fucina di idee e sogni, il suo entusiasmo

è contagioso perché

trasmette grande passione per

quello che ha fatto, ma con lo

sguardo attento verso il futuro.

Parla, sorride… e nell’ascoltarlo

le parole si trasformano in immagini…

la nostra città: lungo i

canali e nelle piazze musica, nelle

vie del centro e al mercato tanti

musicisti di strada… e la gente

si ferma, ascolta, sorride…

Chissà… tutto può succedere!

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16

arte


L’esclusiva tavolozza dell’artista che ha dato alla sua Livorno un tocco di festosa originalità

Piero Venturini, oniricità e colori

Alla “Rotonda”

il

suo stand

è stato tra

i più gettonati.

I

visitatori

sono stati difatti attratti, o

meglio rapiti da quei colori, da

quella forza espressiva, da

quella vivacità dei suoi soggetti,

uomini o animali, ammassati

senza distinzione e

di Bruno Damari

anche senza apparenti collegamenti.

Il tutto con lo sfondo

della sua città, Livorno, i

palazzi, i monumenti e gli angoli

più caratteristici disegnati

senza una precisa metrica

ma secondo l’impeto e la forza

del suo stato d’animo, libero,

ribelle e anche fanciullesco.

E’ piacevole ammirare

la Venezia, la Fortezza, la

chiesa di San Jacopo, la Baracchina

rossa, o il sommerso

mondo del mare che si

affaccia alla Terrazza e allo

Scoglio della Regina, con

l’estro e la fantasia di questo

pittore. Le sue composizioni

si potrebbero definire naif ma

non lo sono affatto: siamo invece

di fronte ad un surrealismo

fantastico che esplode

quando l’autore si mette davanti

alla sua tavolozza e si

destreggia tra una infinità di

“materie”, dall’olio alle tempere,

dall’acrilico alle bombolette

spray, ma anche, perché

no, bitume, sabbia, uova o

chissà quale altra “diavoleria”.

D’altra parte il suo è un

concerto felliniano, che si può

avvicinare anche al fauvismo

di Chagall. Ma senza andare

a scomodare grossi personaggi

- non è proprio il caso -

quello che risalta nel suo bizzarro

miscuglio di materia e

colori, quasi una cacciuc-



arte

17

tempo, passando anche attraverso

vari filoni e correnti

(come quelli legati al Tour

fantasy de monde o alle

Magiche sensazioni oltre la

barriera corallina), che gli

hanno permesso di riscuotere

successi e consensi anche

fuori da Livorno: Bari, Padova,

Torino, Genova sono alcune

delle tappe dove ha lasciato

la sua impronta. Un

pittore, anzi un artista, da seguire

con particolare attenzione

nelle sue mirabili composizioni

ed evoluzioni.

Piero Venturini nel suo stand alla Rotonda 2018.

cata con ingredienti anche

fuori dalla tradizione, è l’onicirità,

senza distinzione tra

fantasia e realtà, un sogno che

ha impresso una personalità

decisa e forte nel suo modo

di vivere l’arte.

Questo è Piero Venturini, livornese

di scoglio, classe ‘40,

che ha scoperto la pittura a

metà del percorso della sua

vita dopo esser partito

come falegname e tappez-


ziere (a proposito, era un

ottimo creatore - la creatività

è sempre stata una sua

caratteristica - di divani e

poltrone tanto che oggi farebbe

invidia perfino a quelli di

PoltroneSofà), intraprendendo

fin dall’inizio un cammino

unico e originale, sempre

con grande coloristica e

musicabilità, dove predomina

la fantasia. Una particolarità,

questa, che ha affinato col


18

attualità


Al Museo di Storia Naturale rimbomba ancora l’eco di uno spettacolo unico al mondo

Musica sublime, fascino, ambiente:

il ricordo di una magica serata

Lo straordinario concerto di Alexander Romanovsky nel ventre di «Annie»

L’esibizione del pianista Alexander Romanovsky nel ventre della balenottera «Annie».

La chiamarono

«Annie»:

un nome

breve e

grazioso

per una

Balenottera

Comune, un colosso di quasi

venti metri e pesante circa

ventisette tonnellate. Era il 16

ottobre 1990 quando venne segnalata

al Calambrone la presenza

di una grossa balena arenatasi

sulla costa.

Coordinata dal Centro Studi

Cetacei presso il Museo di Storia

Naturale di Livorno scattò

immediatamente l’operazione di

recupero con l’intervento di

unità dei Vigili del Fuoco, Guardia

di Finanzia e Capitaneria di

Porto, operazione molto difficoltosa

che terminò felicemente il

giorno dopo con la liberazione

di Marco Rossi

della balena chiamata nel frattempo

Annie dai suoi soccorritori.

Purtroppo però il suo destino

era segnato: denutrita ed in condizioni

precarie non sopravvisse

a lungo venendo trovata

morta sulla scogliera del porto

di Piombino il 27 ottobre successivo.

Trasportato presso la discarica

dello stesso comune il cadavere

venne sottoposto a diversi

esami scientifici, mentre si prefigurava

la possibilità di ricavarne

lo scheletro intero con la prospettiva

di un’adeguata ostensione

che però, data la sua mole, avrebbe

richiesto una struttura adatta

allora inesistente a Livorno.

Ecco come, nell’ambito della

complessiva ristrutturazione del

Museo di Storia Naturale in via

Roma, fu progettato un «contenitore»

volto ad ospitare, opportunatamente

collocato, lo

scheletro di Annie e di altri cetacei

recuperati via via negli

anni, unitamente a tartarughe,

pesci ed uccelli legati all’ambiente

marino mediterraneo. Il

grande spazio espositivo fu realizzato

all’interno di un edificio

seminterrato appositamente

eretto e subito originale anche

per la sagoma che richiama quella

del cetaceo.

Definito Sala del Mare, accanto

ad Annie accoglie anche altri

due scheletri imponenti, un neonato

(3,40 metri) di Balenottera

Minore e un Capodoglio: dal

giorno della sua inaugurazione

(15 dicembre 2000) è divenuto

un appuntamento obbligatorio

per chiunque visiti Livorno ricevendo

da ogni curioso un

grande apprezzamento per l’atmosfera

che vi si respira di fronte

ad una natura penetrata e frugata

dall’intelligenza dell’uomo

in un incontro fra protagonisti

di una realtà da rispettare, ammirare

ed amare.

Raramente, però tale atmosfera,

si sublima in modo straordinario

per qualche concausa particolare

che ne elevi i significati

oltre il livello scientifico o puramente

sociale. Un paio di mesi

fa (il 24 agosto, per la precisione)

ciò è avvenuto per l’ospitalità,

quanto mai suggestiva e sicuramente

originale ed innovativa,

data nella sala ad un concerto

di musica classica il cui diffondersi

per l’aria degli accordi

rutilanti e cangianti, ora stentorei

di una sonorità complessa ed

intricata ed ora quasi spenti alla

ricerca del contrasto emotivo, è

sembrato echeggiare dall’eburneo

splendente dei tasti al tessuto

osseo degli animali sospesi

in alto quasi compartecipi



attualità

19

della ricerca di sensazioni arcane.

Nella penombra rischiarata solo

dagli spot sull’esecutore è stato

quasi come potenziare l’immensa

maestosità dell’arte abbinandola

allo stupefacente mistero

della natura ed il contemplare

tale binomio ha donato risalto

eccezionale all’esibizione

di Alexander Romanovsky, peraltro

grandissimo pianista scoperto

a soli 11 anni, Accademico

della Filarmonica di Bologna

a 15 come, in precedenza avevano

fatto solo Mozart e Rossini,

e vincitore di un Concorso

Busoni a 17. Non per niente nel

2007, a 23 anni, era stato invitato

a Castel Gandolfo ad eseguire

per Papa Benedetto XVI musiche

di Mozart, in occasione

del 110º anniversario della nascita

di Paolo VI.

Non sempre però basta l’artista

a garantire una serata eccezionale:

come minimo occorrono

anche le musiche eseguite, l’ambiente

e l’atmosfera. In occasione

del concerto di Romanovsky

al Museo di Storia Naturale,

quale terza tappa del Livorno

Music Festival, c’è stato tutto.

Ed il successo è giunto: formidabile,

trascinante, trionfante.

In effetti non si è trattato di un

semplice concerto, sia pure talmente

eccezionale da gridare

“Cosa vi siete persi!” agli assenti,

no, si è trattato di uno di

quei rarissimi momenti in cui lo

spettatore non solo si sente accanto

all’esecutore, ed al compositore,

ma addirittura lievita

nell’aria, incorporeo, etereo, alla


Alexander Romanovsky

ricerca dell’ineffabile che rende

l’arte così vitale ed importante

per tutta l’umanità.

Il concertista non ha lesinato

sforzo alcuno. Oltre ad una serie

impressionante di bis, fra cui

una Campanella (studio 141 n.3

di Liszt) che definire travolgente

è grandemente limitativo, le

due basi del programma erano

da far tremare i polsi per la loro

difficoltà ed importanza nella

storia della musica: 12 Studi

op.25 di Chopin e Sonata in si

minore di Liszt. Assieme alle 15

altre opere omonime, i primi non

solo introdussero la forma denominata

studio nei programmi

concertistici ma riassunsero una

serie di sfide esecutive che impressionarono

tutti i contemporanei

fra cui lo stesso Liszt. Analogamente

la seconda aprì la

strada verso il poema sinfonico

col suo proporre l’elaborazione

tematica in un unico, grande e

maestoso, movimento.

Questo a leggere l’infinita letteratura

ed a navigare gli innumerevoli

siti in proposito. Ad ascoltare

è stata tutta un’altra cosa,

un autentico e straordinario travalicare

critica, storia e cultura

in un viaggio quasi allucinante

nel suono, puro accadimento fisico,

piegato al sentimento ed

all’entusiasmo.

Come stupirsi delle continue

standing-ovation con cui il numerose

pubblico ha dimostrato

il proprio apprezzamento dell’esibizione?

C’era piuttosto da stupirsi

per non aver veramente

scorto, come ad alcuni dei più

visionari è sembrato possibile,

lassù, all’interno degli scheletri

sospesi in alto, anche loro, il Federico

polacco ed il Ferenc ungherese,

mentre stupefatti ma

contenti osservavano i loro simili

condividere le loro emozioni.

Che protagonista sia stato un

ucraino, sia pure da tempo trapiantato

in Italia, ha richiamato

alla memoria anche la caratteristica

multietnica della nostra città,

per una sera nuovamente

protagonista di un grandissimo

evento culturale, sicuramente

all’altezza dei concerti ARC degli

anni sessanta quando, contemporaneamente,

quattro ragazzi

di Liverpool facevano pensare

ad un grande futuro per la

musica classica.

Una grande serata, ripeto, ma

anche un omaggio ad Annie,

quasi fantastica danzatrice di un

concerto arcano, ed a chi quasi

trent’anni orsono capì le potenzialità

di una sfida e non temette

i rischi di un investimento economicamente

consistente, come

un ringraziamento a chi da tempo

lo dirige efficacemente non

limitandone gli usi ma anzi inventandosene

sempre di nuovi

e suggestivi.

Per tutta questa serie di motivi è

sembrato giusto parlare di un

evento a mesi di distanza, se

non altro per esser sicuri, nel rivisitarne

il ricordo, che le relative

emozioni non si fossero sbiadite

offuscandone la memoria

allo scopo di donarla, invece, se

intatta come in effetti è, ancora

intatta alla carta.

La “Sala del Mare” del Museo di Storia Naturale, all’interno della

ottecentesca Villa Henderson di Livorno.

Un’altra prospettiva del concerto di Alexander Romanovsky all’interno

dello scheletro della balenottera «Annie».


20

scuola


“Viaggio tra le scuole pubbliche livornesi”: 14ª puntata

Elementare “E. De Amicis”

Abbiamo

detto dell’appezzamento

di

terreno acquistato

tra via Nazionale

(oggi viale

Marconi), via della Ville e via di

Coteto dal Comune di Livorno,

sotto il sindaco Giuseppe Malenchini,

dove fu costruita la

scuola Edmondo De Amicis. Il

prefetto autorizzò l’acquisto dei

terreni il 24 gennaio 1907 e i contratti

furono stipulati di lì a poco.

Il primo progetto della scuola

ebbe successive modifiche.

Mentre la facciata fu confermata

in via delle Ville (oggi via Coccoluto

Ferrigni), i servizi igienici

furono pensati in un avancorpo

al centro dell’edificio, anzi-

di Luciano Canessa

Come

eravamo

Inviateci o portateci le

Vs. vecchie foto di famiglia

o scolastiche, con relativa

didascalia. Apriremo

una apposita rubrica

di “Come eravamo”.

Inviare a: ediquad@tin.it

ché all’estremità, mentre si rinunciò

allo spogliatoio utilizzando

per lo scopo il corridoio

che disimpegnava le aule, in

considerazione della larghezza

(m. 3,25) e della luminosità. Per

il riscaldamento non furono previste

le canne nei muri per non

indebolire la struttura, perché un

eventuale impianto a termosifone

si sarebbe realizzato con tubi

metallici esterni. Un refettorio

maschile e uno femminile, a terreno

e primo piano, con cucine

e locali accessori furono previsti

nell’ala in via Nazionale.

La delibera consiliare di costruzione

della scuola fu presa il 29

settembre 1908 e ripetuta in seconda

lettura il 18 novembre

1908 e 30 marzo 1909 per l’accensione

di un mutuo con la

Cassa Depositi e Prestiti, anche

se la somma sarà anticipata dal

Comune per i lunghi tempi burocratici

richiesti. I lavori vennero

affidati alla Società Anonima

Cooperativa fra i Muratori.

L’assessore supplente Carlo Lorenzetti

propose di intitolare la

scuola a Edmondo De Amicis e

il Consiglio, all’unanimità, approvò

il 29.9.1908. Per consentire

l’apertura della scuola fu deliberato

l’acquisto di suppellettili

scolastiche il 19.11. 1911.

Il nuovo sindaco, Giovanni Targioni

Tozzetti (librettista di Cavalleria

Rusticana con Guido

La 3ª classe dell’a.s. 1955/56 delle“E. De Amicis” con il maestro Cremonini.

La Scuola“E. De Amicis” posta in via P. Coccoluto Ferrigni.

Menasci), visitò la scuola il 27

settembre 1911 insieme all’ispettore

della scuole, prof.

Brunetti, proprio il giorno in cui

a Livorno ci fu lo sciopero generale

contro la guerra in Libia.

Sabato 2 dicembre, alle ore 12,

ci fu l’inaugurazione della refezione

scolastica, ma senza alcuna

autorità del Comune perché

era scoppiata la guerra contro

la Turchia. Il cronista scriveva:

“Pur tuttavia ogni cosa è proceduta

nel massimo ordine.

Sono state distribuite 450 razioni

ma è da prevedersi che le

richieste andranno aumentando

giornalmente, perché molti

sono gli alunni che hanno già

chiesto di parteciparvi a pagamento…”.

Il primo direttore didattico di

questa scuola fu Flaminio Salardi,

che abbiamo già conosciuto

trattando della scuola

elementare Enrico

Mayer.

Dopo la costruzione

di questa

scuola passerà

molto tempo prima

di vederne costruita

un’altra a

Livorno. Nel 1928

la Provincia costruirà

il Vespucci

e il Liceo, l’Istituto

Case Popolari

nel 1933 costruirà

la scuola

Campana, il Comune,

invece, si

limiterà a costrui-

re una piccolissima scuola in

Pian di Rota nel 1932, dopo un

silenzio di 21 anni! Che sensibilità

verso l’istruzione, invece, ha

dimostrato il nostro bravo sindaco

Giuseppe Malenchini nel

suo periodo!

I due ingressi delle De Amicis

sono serviti a lungo per le entrate

separate delle femmine (viale

Marconi) con accesso al primo

piano e dei maschi (via Coccoluto

Ferrigni). Il Comune di

Livorno, in data 2.4.1926, constatata

la buona riuscita del funzionamento

di un educatorio

dopo-scuola presso le Carlo

Bini, tenuto per iniziativa privata

con il consenso dell’amministrazione

comunale, decise

l’apertura di dopo-scuola pubblici

alle Micheli, Thouar, De

Amicis, perché provvisti di giardini

e cortili all’aperto. Si aprirono

dieci sezioni tra le tre istituzioni,

in via sperimentale, poi,

visto il buon esito, si mantennero

in funzione. Le ingiallite

carte di archivio dicono che negli

anni scolastici 1935/36 e

1936/37 le insegnanti del doposcuola

nell’edificio di via Coccoluto

Ferrigni rispondevano al

nome di Gabbrielli Gabbriella e

Giuseppina Spagnoli, mentre la

direttrice era Maria Roselli Mostardi

e l’inserviente Virgilio

Mariotti. Poco prima, l’8 settembre

1931, il direttore dell’ufficio

tecnico del Municipio redasse

il disegno per proteggere con

una cancellata la scuola, visto

che i ragazzi delle vicinanze



scuola

21

non solo disturbavano le

lezioni con i loro giochi, ma

rompevano in continuazione

i vetri con il lancio di sassi.

La sede storica è ben visibile;

ad essa è stata aggiunta

una struttura in cemento

armato, isolato acusticamente

e termicamente con

un alto coefficiente di impermeabilizzazione.

L’inaugurazione

del nuovo complesso

avvenne il 18 ottobre

1980 alla presenza del

vice sindaco Bianchi e dell’assessore

alla pubblica

istruzione Frontera.

Tra gli insegnanti del secondo

dopoguerra, gli ex

alunni della scuola amano

ricordare le maestre Olga

Baffigo, Maria Tessieri, Ardisson,

Elena Temperanza,

Vittoria Pellecchia Pieri,


Margherita Pastori, Rosa

Portesani, Riccarda Pini,

Rina Nella e i maestri Renato

Andreoni, Donati, Anselmo

Pedrotti, Alberto Del Corona,

Lido Fedeli, Osvaldo

Nencini, Mario Pilloni, Crosara,

Nannipieri ecc. L’attuale

dirigente scolastico è

la dottoressa Teresa Cini.

Tra gli ex alunni più famosi

è da ricordare nientemeno

che Marco Sisi (nel riquadro),

il quale la frequentò

negli anni sessanta. Sisi, già

pioniere delle radio-tv libere,

è tecnico di produzione presso

la Rai, con esperienze anche

in Mediaset e La 7. Chi

non ha visto “Livorno super

star” con gli spezzoni di tutti

i film girati a Livorno?

Sisi ricorda ancora volentieri

il proprio maestro Lido Fedeli

che, in classe, fumava

in continuazione una sigaretta

dopo l’altra. La sua

marca preferita

erano

le pestilenziali

Serraglio,

pacchetto

da 10, senza

filtro.

Poi col tabacco

dei

mozziconi,

usando le cartine, ricavava

altre sigarette. Inutile dire

che i polpastrelli delle dita

erano ingialliti e destavano

una certa impressione agli

alunni. Aveva una cicatrice

in fronte, ricordo di una pallottola

che gli aveva perforato

l’elmetto durante la

guerra. Raccontava spesso

episodi di vita militare che il

Sisi ha scoperto, poi, essere

scopiazzati dal film “Tutti a

casa” di Comencini.

Marco Sisi (tra l’altro oggi validissimo

collaboratore del no-

stro giornale, ndr) ricorda, anche,

Anselmo Pedrotti, alto, magro,

calvo e col naso adunco;

strillava agitando un righello di

legno per ottenere silenzio in

classe. E poi il Nannipieri che

aveva un figlio di nome Amedeo

cui sottoponeva i problemi di

aritmetica che il giorno dopo assegnava

in classe. Quando in

classe non riuscivano a risolvere

il problema, era proverbiale

sentir dire “ma lo fa Amedeo!”

(14. continua)

Fonti: A.S.C.L. Il Telegrafo.

Già pubblicati: N° 643: E. Mayer;

n° 644: Lic. Class. Niccolini-Guerrazzi;

n° 645: G. Carducci e B. Brin; n° 646:

Montenero e P. Thouar; n° 647: Nautico

“C. Cappellini”; n° 648: A. Vespucci; n°

649: C. Bini; n° 650: Arte e Mestieri; n°

651: G. Micheli; n° 652: Magistr.

Niccolini-Palli; n° 653: A. Benci; n°

654: IPC C. Colombo; n° 655: Carlo

Collodi.


22

intervista


La brava cantante lirica si racconta in una nostra intervista esclusiva

BARBARA LUCCINI

soprano dalle straordinarie doti vocali

Ho conosciuto

Barbara

Luccini

diversi

anni fa in

occasione

di una

esperienza

artistica che abbiamo condiviso

che si chiamava “Risonanze

armoniche”; ricordo che

rimasi completamente rapita

da quella voce così pulita e

dalla bravura non solo interpretativa,

anche dalla maturità

recitativa.

Barbara, che all’attivo vanta

collaborazioni importanti, interpretazioni

come solista

d’opera e accompagnata da

orchestra, è una ragazza brillante,

gioiosa, che vive di musica

ed è molto soddisfatta delle

esperienze vissute e delle attività

che sta svolgendo; è interessata

a dimostrare la bellezza

e la profondità delle emozioni

che la musica sa trasmettere

e la sua volontà sarebbe

quella di far provare questo

anche ai bambini partendo

proprio dalle sue due bambine.

Barbara si racconta in un’intervista

esclusiva che è stata

molto molto piacevole.

Barbara come è nato l’amore

per il canto?

Fin da bambina amavo cantare,

ero una bambina molto intonata

ma il mio limite era la timidezza,

in pubblico mi vergognavo a

farmi ascoltare ed il canto rimaneva

comunque un sogno “intimo”.

Poi durante i miei anni

scolastici anche le recite mi misero

alla prova e quando cantavo

la mia vocina veniva notata.

I miei genitori allora incentivarono

questa mia propensione e

volontà di cantare e nel 1996 cominciai

a seguire un corso presso

il Teatro “Grattacielo”, qui a

Livorno, con Enzina Conte e mi

ricordo sempre quando feci l’au-

di Giulia Palandri

Barbara Luccini con le sue meravigliose bambine.

Foto di gruppo col coreografo Lindsay Kemp. Da sin.: Roxana Herrera

Dìaz, Carlotta Vichi, Lindsay Kemp, Barbara Luccini e Daniela Maccari

(assistente di Kemp).

dizione: portai Aquarius tratto

dal musical Hair e rimasero

molto colpiti. Ben presto poi i

docenti si resero conto che per

la musica leggera ero sprecata,

avevo una bella estensione vocale

ed i sovracuti mi uscivano

con molta facilità così mi consigliarono

di seguire un percorso

diverso: quello della musica lirica.

Barbara Luccini

E quindi comincia il tuo percorso

nello studio dell’opera lirica?

Io che non conoscevo le opere

e non le avevo mai ascoltate prima

rimasi all’inizio un po’ perplessa

ma presto mi resi conto

che era quello che volevo fare e

Patrizia Moretti mi introdusse in

questo mondo. Decisi allora di

intraprendere la strada del Conservatorio

e dapprima provai a

fare l’audizione per la Scuola Civica

di Milano, quando mi comunicarono

che mi avevano accettato

ero incredula, mi sembrò

una cosa talmente assurda

che alla fine decisi di non andare;

l’anno dopo però entrai al

Conservatorio di Parma e sentii

di aver avverato un sogno e arrivai

fino al diploma che conseguii

presso il Giuseppe Verdi di

Milano con Sonia Turchetta.

Successivamente frequentai per

due anni l’Accademia della Scala

come corista, poi corsi di alto

perfezionamento del M° Vincenzo

La Scola e del M° Enzo

Dara presso l’Accademia Verdiana

della Fondazione A. Toscanini,

del M° Carlo Bergonzi

presso l’Accademia Verdiana di

Busseto e di Alessandra Rossi

De Simone a Firenze.

Sei direttrice artistica di un

progetto a Firenze che rappresenta

una realtà unica nel panorama

internazionale musicale

che si chiama “Musica in

maschera”, raccontaci di questa

bella iniziativa…

Si tratta di una realtà nata



intervista

23

a Venezia che si rivolge per

lo più ai turisti e mette in scena

Lirica e Balletto i cui interpreti

di alto livello artistico sono vestiti

con bellissime maschere

del 700 veneziano.

Dieci anni fa circa mi è stato proposto

il ruolo di Direttrice artistica

per una nuova realtà che

volevano far nascere a Firenze

ed eccomi qua. I nostri spettacoli

sono allestiti a Palazzo Arrighetti-Gaddi,

dove ci esibiamo,

dopo la visita della location,

proponendo uno spettacolo di

musica e balletto dove eseguiamo

arie d’opera, selezioni di

opere e musica balletto. In dieci

anni mi sono creata un gruppo

di professionisti di qualità con

proposte variegate: proponiamo

pianoforte, archi, arpa, cantanti

lirici, coppia di ballerini per

passo a due; sono tutti artisti

professionisti che hanno una

carriera rilevante da solisti o facenti

parte di compagnie importanti.

Sono molto contenta del gruppo

che ho creato, lo sento come


una famiglia di persone fidate e

mi dà belle soddisfazioni.

Da ormai molti anni collabora

con noi anche MSC crociere; in

pratica la compagnia di crociere

italiana fa riferimento alla nostra

agenzia per “arruolare” musicisti

classici e cantanti lirici nelle

traversate ed infatti si sono affidati

a noi per allietare la prima

traversata della nave MSC Seaview

e saremo sempre noi a mandare

un gruppo di professionisti

sulla prima nave che per il

gruppo MSC farà il giro del

mondo, una bella soddisfazione!

Dal punto di vista artistico quali

sono state le collaborazioni

che ti porti nel cuore?

Non posso non parlare di Gabriele

Baldocci e Marco Voleri,

le mie anime gemelle musicali

che sono dei grandi amici anche

nella vita. Con Gabriele ho

fatto una Tournèe italiana che

prevedeva 4 date: Cagliari, Udine,

Cremona e Catanzaro. E’ stata

un’esperienza bellissima anche

perché in quell’occasione

ho anche avuto l’onore di calcare

le scene con i grandi pianisti

Martha Argerich e Daniel

Rivera. Con Marco ho partecipato

a qualche data del Tour

“Sintomi di Felicità”.

Un’altra esperienza che mi porto

nel cuore è quella fatta con

Lindsey Kemp (recentemente

scomparso) in occasione della

realizzazione dell’opera mozartiana

del Flauto Magico. Mi

ricordo che ero anche incinta

della mia seconda bambina, Valentina,

e non potevo credere

che mi avesse scelto. Lindsey

era gioia allo stato puro, mi ha

aperto la mente, mi ha lasciato

molto; ci diceva sempre di

aprirsi al pubblico “dovete

dare, dovete donarvi” e personalmente

sono rimasta impressionata

dall’uso che faceva

delle mani. Nel Flauto Magico

interpretavo una delle

dame e all’interno dell’opera io

con le mie colleghe, sotto la

guida di Lindsey e dell’assistente

Daniela Maccari, avevamo

preparato la scena dei ven-

tagli in maniera meticolosissima,

era un maestro molto preciso

e ci teneva molto ai dettagli.

Mi è rimasta nel cuore perché

avevo le mie bambine, una la

portavo in grembo, l’altra (Alice)

condivideva con me il palco

perché anche lei faceva parte

delle comparse. Sembra una

banalità o una coincidenza ma

tutt’oggi la mia bambina piccola

quando sente la musica del

Flauto Magico ne rimane rapita

come se riconoscesse quelle

melodie che aveva ascoltato

quando ancora era in pancia.

A proposito, immagino che alle

tue figlie vorrai insegnare la

musica o comunque far capire

loro l’importanza della musica

nella vita…

Certamente, il mio sogno è quello

di cercare di avvicinare le bimbe

il più possibile alla musica.

Mi piacerebbe molto se anche

loro si innamorassero della

musica tanto quanto la amo io,

la musica ha una forza incredibile,

coinvolge, dà emozioni,

ti fa stare bene.


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artigianato

25

“L’arte del vetro in tutta la sua bellezza ed eleganza. Accessori unici, quasi magici”.

Caterina Zucchi

Una passione nata dalla voglia di creare

con le proprie mani. Sfere di vetro che si

modellano con l’equilibrio di un soffio.

Foto: Francesca Nicolosi

di Annalisa Gemmi

Entrando nel laboratorio e negozio

di Caterina Zucchi, in via

Borra 33, nel bellissimo quartiere

della Venezia, ho avuto

l’impressione di immergermi all’interno

di una soffice nuvola

bianca. Arredo essenziale e minimale

volto a valorizzare i suoi

voluminosi quanto leggeri accessori.

Inizio l’intervista a Caterina ma

capisco subito che la sua storia

quanto la sua personalità è già

delineata, precisa e piena di dettagli

da raccontarmi. La sua

passione nasce proprio dalla

voglia di realizzare qualcosa

con le proprie mani, di creare,

dare vita seguendo il proprio

impulso creativo.

Inizia nel 2000 frequentando un

corso di lavorazione tiffany a

Bolzano, dove studia la lavorazione

del vetro in tutti i suoi processi.

Prosegue poi gli studi a

Murano dove si specializza, seguendo

un corso, in una tecnica

chiamata “tecnica a lume”.

Lume o altresì detto anche a cannello

perché anticamente si modellava

il vetro proprio con un

lume ad olio, oggi invece si utilizza

una più forte fiamma a gas,

Momento della lavorazione a cannello.

(foto: Chiara Nicolosi)

la quale permette di raggiungere

una temperatura molto più elevata

ed efficiente.

Tale tecnica, precisa Caterina,

permette di non progettare prima

il proprio accessorio con un

disegno specifico e delineato ma

di dare vita alle proprie idee lavorando

istantaneamente sulle

forme che si vuole dare e di intervenire

liberamente egli elementi

da creare.

Ritornando alla sua storia, conclusasi

l’esperienza di Murano,

durata circa 2 anni, decide di

tornare a Livorno e di procedere

con la propria attività. Inizia a

comprare i primi macchinari necessari

per lavorare il vetro e

affina la sua tecnica in “vetrosoffiato”.

A questo punto nasce la mia curiosità

di sapere cosa rappresenti

per lei il proprio laboratorio.

Lei mi risponde che quando realizza

i suoi accessori è un momento

quasi di meditazione,

dove immergersi, in piena solitudine

nelle proprie “opere’, un

momento di completa riservatezza

e di concentrazione massima.

Mi indica poi delle lunghe stecche

fini colorate di vetro che arrivano

direttamente da Murano.

Da queste lunghe stecche Caterina

ne stacca un pezzetto che

attacca poi al suo cannello, successivamente,

con una delicata

fiamma e un equilibrato soffio

inizia a dare vita a una meravigliosa

sfera trasparente che

modella, a volte allungandola,

altre schiacciandola. Una sfera

leggera, quasi soffice, divertente,

ma allo stesso tempo elegante

ed unica.

La parte ornamentale mi incuriosisce

poiché viene fatta con

un una sottilissima stecca di

Collana realizzata per “Contemporary Art Jewelry Exibitions”.

“Messaggi privati” partecipazione al concorso Gioielli in fermento 2018.

vetro colorata che al contatto

con il calore lascia la propria

impronta sulla sfera. E così come

se fosse un pennello Caterina

delinea righe o piccoli motivetti

che rendono ancora più unici i

suoi accessori.

La sua arte è conosciuta in tutto

il mondo, partecipa a concorsi

e vende i suoi accessori ovunque

vengano richiesti.

A questo punto giro un po’ per

la stanza ad osservare le varie

creazioni e vengo rapita quasi

subito da delle collane appese

con un sottile filo rosso che tengono

delle bolle di vetro trasparenti.

Scopro che si tratta proprio

di un suo ultimo progetto

dal nome “Messaggi Privati”. Mi

ritorna subito in mente il mare, il

galleggiare di una bottiglia con

dentro un messaggio, un segreto

non detto, mai svelato che

può abitare nei ricordi anche per

tutta la vita o almeno fino a quando

non si decida di rompere la

materialità del vetro.


26

storia


La storia delle nostre strade

QUIZ A PUNTEGGIO PER SAGGIARE LA TUA LIVORNESITÀ

LIVORNESE DOC O ALL’ACQUA DI ROSE?

...a spasso

per la città

dallo Stradario Storico di Livorno,

antico, moderno e illustrato di Beppe

Leonardini e Corrado Nocerino (Editrice

Nuova Fortezza, Livorno).

Via Giovanni Puntoni - Dal

viale della Libertà a via G. Paganucci.

Così denominata nel

1938 per ricordare lo scultore

(Livorno 1839 - San Giuliano

Terme 1902) allievo dell’intagliatore

F. Magagnini, del pittore

N. Ulacacci ed infine, dello

scultore P.E. Demi. Fu molto

attivo e lasciò opere di un

certo pregio.

Via della Principessa - Strada

selciata detta “della principessa”

(loc. Pianacce) che dal centro

Radio sulla via delle Pianacce

porta alla villa omonima

conosciuta come villa Picchi.

Delibera del 16.9.1987.

Via Malta - Da piazza G.E.

Modigliani a via S.Jacopo in

Acquaviva. Strada senza nome,

era sorta per la costruzione di

due edifici paralleli, fu così denominata

nel 1934.

Proverbi

livornesi

✔ Giri più te della ròta de’

‘icchi.

✔ ‘R figlio della gatta ‘r

topo piglia.

✔ Deh, un piscio mia darculo!

✔ Ma mi dici ‘he pescio

siei!

Se trovi degli

errori in

questo giornale,

tieni

presente

che sono

stati messi

di proposito. Abbiamo cercato

di soddisfare tutti, anche

coloro che sono sempre

alla ricerca di errori!

Scoprilo rispondendo a queste domande; quindi controlla punteggio e valutazione:

1

A

B

C

2

A

B

C

3

A

B

C

4

A

B

C

Da quale architetto fu disegnato

il Palazzo Galleria?

U. Giovannozzi

L. de Cambray Digni

A. Cecchi

Chi fu il progettista del

Palazzo Maurogordato?

A. Gherardesca

G. Cappellini

G.B. Foggini

Quale Palazzo è internamente

decorato con stili che vanno dal

neoclassico all’Eclettismo?

Reggio

Stub

De Larderel

Il Palazzo Mediceo da chi

è oggi ospitato?

Guardia Finanza

Agenzia delle Entrate

Dogana

RISPOSTE: 1 (A), 2 (B), 3 (A), 4 (A), 5 (B), 6 (B), 7 (B), 8 (C), 9 (B), 10 (C), 11 (A), 12 (A)

Meno di 2 risposte corrette: ...all’acqua di rose - Da 3 a 6 risposte corrette: ...sui generis

Da 7 a 10 risposte corrette: alla moda - Nessun errore: LIVORNESE DOC honoris causa

Quiz visivo e di orientamento a conferma del tuo grado di livornesità

Che razza di livornese sei?

...di SCOGLIO,

di FORAVIA

o... PISANO?

Qui a fianco c'è la foto di una strada

della tua città. Sai riconoscere di

quale via si tratta?

Se rispondi ESATTAMENTE significa

che sei un... livornese di scoglio!

Se rispondi CONFONDENDO la via

con altra della stessa zona, significa

che sei un... livornese di foravia,

Se NON RIESCI A CAPACITARTI di

quale via si tratta, allora significa

che... sei un pisano!

Per la risposta, vedi pag. 31


5 9

A

B

C

6

A

B

C

7

A

B

C

8

A

B

C

In quale Palazzo era posta la Scuola

di architettura, ornato e agrimensura

(o Scuola Michoniana)?

Palazzo Domenicani

Palazzo Refugio

Bottini dell’olio

Di che stile è il Palazzo

della Pescheria Nuova di

via dei Pescatori?

Liberty

Tardo barocco

Neorinascimentale

Il Palazzo Patron è oggi

conosciuto con altro

nome. Quale?

Rosciano

Santa Elisabetta

Huigens

Dove e posto il Palazzo

Squilloni?

Scali D’Azeglio

Viale Italia

Scali Cialdini

Grado di difficoltà:

In quale anno fu intitolato

lo Stadio comunale

ad Armando Picchi?

A 1971

B 1990

C 1982

10

A

B

C

11

... e chi fu l’architetto a

progettare la struttura?

M. Piacentini

G. Salghetti Drioli

R. Brizzi

... e in quale anno ha

ospitato il concerto di

Bob Dylan?

A 1989

B 1977

C 1968

12

... e quello di Sting?

A 1993

B 1956

C 1980



attualità

27

Sempre più iscritti all’Università della Terza Età contro la sindrome da pensionamento

Unitre: il piacere di tornare sui banchi

La prima

Università

della Terza

Età (Unitre)

italiana

nacque a

Torino nel

1975 ed a Livorno

giunse nel 1982 in Via Verdi,

iscritta all’albo regionale del

volontariato, poi spostando la

sede all’Attias.

Nel nostro paese e nella nostra

città non seguì l’esempio francese,

primo nel mondo, ma si rifece

all’Universitas del Medio

Evo in cui anche i docenti operavano

in qualità di volontari ritenendo

che diffondere la cultura

fosse un dovere. L’iniziativa, oltre

che lodevole, si è rivelata altamente

produttiva tanto da garantirne

la sopravvivenza senza

bisogno di sussidiarietà sociale,

non solo per la veste altisonante

(università) quanto, in primo luogo,

per le conoscenze che riesce

a diffondere: spesso le lezioni

dell’Unitre attraggono anche

persone giovani per l’argomento

o la modalità docente, ormai

sempre più associata alle moderne

tecnologie informatiche.

La missione resta quella di prevenire

quanto più possibile

l’eventualità della sindrome da

pensionamento, quella sensazione

che, dopo aver assaporato

un’effimera euforia per aver raggiunto

la possibilità di godere di

un tempo libero senza limiti, qualche

pensionato scopre diventando

preda della “sindrome da

di Marco Rossi

nido vuoto”, dell’ansia e della

non “voglia di comunicare con

gli altri”, perché privato del desiderio

di proiettarsi nel futuro a

causa della mancanza di un progetto

di vita. Ciò può essere evitato

semplicemente trovandosi

altre motivazioni, altri impegni,

altre scadenze e, come facilmente

verificabile, il trovarsi nuovi

scopi nella vita può discendere

abbastanza facilmente dal mantenimento

in vita della curiosità,

proprio in conseguenza del fatto

che restar curiosi, oltre che alimentare

le proprie conoscenze,

serve soprattutto a conservare

attivi e funzionali i circuiti neuronali

del nostro cervello impedendone

uno squilibrio biochimico.

Il sostegno delle persone non più

giovani, del resto, più che un

obbligo (per la gratitudine verso

chi ha dato e per

la giusta difesa

dei deboli) della

società ne dovrebbe

diventare

un vanto, finalizzato

all’evitare lo

spreco di un tesoro

esperienziale

ed umano di grande

rilevanza.

Le modalità operative

dell’Unitre

prevedono l’iscrizione

a partire dal

primo ottobre di

ogni anno a fronte

di una modesta

quota associativa,

comprensiva

di tutte le attività

ed abilitante alla

frequenza di tutti

corsi.

L’attuale presidente

è la dott.ssa

Antonietta Arioti

mentre la direttrice

dei corsi è la

prof.ssa Giovanna

Carozza. Lo

staff consta di diverse

figure, alcune delle quali da

tempo vere colonne dell’attività:

Vanna Scotto, Emanuela Vanacore,

Rita Scotto e Riccardo Filippi.

Come detto le caratteristiche dei

docenti sono quelle di professori

e docenti universitari (ma non

solo), spesso in pensione od ancora

in attività, che svolgono la

loro attività in Unitre su base totalmente

volontaria.

I soci sono in maggioranza (2/3)

donne ed in maggioranza pensionate,

di tutte le estrazioni sociali

e con tutti i titoli di studio. Molti

sono gli ex insegnanti. La fascia

d’età più numerosa è quella compresa

fra i 60 ed i 70 anni: il socio

più giovane mai avuto aveva 22

anni mentre quello più anziano, è

tuttora vivente, ne ha 95. Dai 331

soci iniziali l’anagrafica è cresciuta

sino a più di 4.600 anche se dei

La presidente Unitre Antonietta Arioti e la direttrice

dei corsi Giovanna Carozza.

Lo staff dell’Unitre. Da sin.: Vanna Scotto, Emanuela

Vanacore, Rita Scotto e Riccardo Filippi.

soci originali ne è rimasto uno

solo.

Il primo anno, come si vede nella

foto, i corsi furono 4: Storia della

Musica (docente l’architetto

Martigli consigliere dell’Associazione

Riunite Concerti), Medicina

(docente il dr. Castellano),

Storia e Folklore di Livorno (docenti

i proff.ri Stiavetti e Fontanelli)

ed Astronomia (docente

l’amm. Favaro).

Il programma dell’annata 2018-19,

invece, prevede 35 insegnamenti,

suddivisi fra 14 corsi, 10 laboratori,

7 seminari e 4 gruppi di lavoro.

I corsi si tengono presso

la sede, presso varie scuole cittadine

ma anche al Museo di Storia

Naturale di via Roma.

Come in passato pure quest’anno

le attività di Unitre stanno per

partire regolarmente e ne parliamo

qui, dopo averlo già fatto a

novembre 2014 nel n. 611, per il

fatto che l’Associazione ha voluto

aprire il proprio 36° anno accademico

con una conferenza su

di un argomento che ha animato

le nostre pagine per mesi: La Pittura

Livornese… anche prima…

e dopo Fattori e Modigliani. A

tenerla è stato l’autore degli otto

articoli in proposito che hanno

animato il nostro mensile da febbraio

a settembre di quest’anno

per la firma di chi scrive anche

queste righe (insegnante Unitre

nella tenuta di corsi di Storia dell’Arte

sin dal lontano 2013 dopo

averlo fatto per 5 anni nel settore

dell’Informatica).

La coincidenza è sembrata significativa

sia per l’attenzione data

all’argomento, da molti (anche

livornesi) del tutto ignorato, che

per il riconoscimento del bene

operare di LIVORNOnonstop.

E poi, in considerazione del fatto

che forse grazie ad essa qualcuno

si potrà beffare della Nera

Signora costringendola a trovarlo

ben vivo, non sono ben

meritati i complimenti all’Unitre?


Ti aspettiamo a “Colline in Festa”

il prossimo sabato 8 Dicembre

28

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30

attualità


Si cercano fondi per completare la struttura di Borgo dei Cappuccini, ex anima e fulcro del quartiere

Il teatro Pio X, una presenza

storica; oggi un’opera a metà

di Carlo Tobia

Dal civico 275 di Borgo dei Cappuccini

in prossimità di Piazza

Gavi, si accede al Cinema-Teatro

PIO X, o per meglio dire a

quello che era un locale molto

frequentato dalle persone del

quartiere e non solo.

Il primo teatrino venne eretto nel

1911, per volontà di Padre Luigi

Marini, con il concreto aiuto

della famiglia dei conti Pate, nei

locali adiacenti alla Cappella

Gavi meglio conosciuta come il

Cappellone (1858). Da allora,

superando due guerre mondiali,

adeguandosi alle epoche, non

ha mai smesso di lavorare. Negli

anni successivi al 1957, dopo

la costruzione della attuale chiesa

della SS. Trinità la cappella,

sconsacrata, fu trasformata negli

anni dapprima in un bel cinema-teatro

e successivamente in

un accogliente teatro dove sono

state messe in scena commedie

Per ulteriori notizie e/o

materiale illustrativo rivolgersi

al Circolo Pio X o

alla Chiesa della SS. Trinità,

oppure a Carlo Tobia

331.6335757

L’interno del Teatro Pio X.

Teatro Pio X: da sin.: facciata, tetto

e finestre restaurate.

ed opere di gran valore (due

esempi per tutti: La Nemica di

D. Nicodemi, La signora delle

Camelie di A. Dumas) con la

partecipazione di attori dilettanti

e semiprofessionisti.

La cittadinanza tutta e le varie

autorità frequentavano più che

volentieri il teatro, sicuri di trovare,

di volta in volta, una sano

divertimento delle varie commedia,

opere o spettacoli di musica

e arte varia.

Con lo scorrere del tempo sono

state superate molte vicissitudine,

come nel 1975 anno in cui

un incendio distrusse costumi,

scenari e altre attrezzature. Inoltre

si sono dovuti effettuare più

volte lavori di aggiornamento in

ossequio alle nuove leggi sulla

sicurezza.

Nel 2008, purtroppo, dopo un

violento temporale, una parte

del tetto ha ceduto e il teatro,

dichiarato inagibile, dovette essere

chiuso.

Dopo anni di pensamenti e ripensamenti

nel 2014 si mise

mano alla ristrutturazione e cominciarono

i lavori; questi fecero

venire alla luce il tetto originario

e le Belle Arti dissero che

doveva essere ripristinato come

quando era stato costruito.

Ovviamente i costi lievitarono e

tutto quello che era stato messo

insieme con donazioni di privati,

enti e società nonché con

finanziamenti pubblici è stato assorbito.

Oltre al tetto si è potuto

restaurare solo la facciata della

ex Cappella e le vetrate alle

finestre, anch’esse storiche.

Allo stato attuale, per poter riavere

l’agibilità ed usare lo spazio,

almeno come salone, occor-

rono altri lavori di adeguamento

impianto elettrico, riscaldamento

ecc. ecc. lasciando la ristrutturazione

del palco ad altri tempi

ma predisponendo tutto per

le necessità operative.

L’augurio è che si possano trovare

i fondi al più presto (magari

grazie all’intervento di quanche

imprenditore) per riaprire un’attività

che era l’anima e il fulcro

del quartiere attorno alla Chiesa

di Pio X.

Anche il mare è fatto di gocce....



storia

31

Cara, vecchia Livorno

Anni ‘40: - Piazza San Jacopo

1933 - Via Baracca e Stadio “Edda Ciano Mussolini”

Reg. Tribunale Livorno

n. 451 del 6/3/1987

Direzione e Redazione:

Editrice «Il Quadrifoglio» sas

di Giulia Palandri & C.

Via G. Razzaguta 26, int. 13

L I V O R N O

Tel. 0586/1732178

e-mail: ediquad@tin.it

Direttore responsabile:

Bruno Damari

Redattori:

Luciano Canessa

Claudia Damari

Edoardo Damari

Stefania D’Echabur

Marcello Faralli

Annalisa Gemmi

Michela Gini

Giovanni Giorgetti

Giulia Palandri

Marco Rossi

Fotoreporter:

Roberto Onorati

Pubblicità:

Ed. Il Quadrifoglio sas

info@editriceilquadrifoglio.it

Stampa:

Tipografia Sagittario

Via Malignani 7- Bibione (VE)

Chiuso in tipografia:

22 Ottobre 2018

Ma che razza

di livornese sei?

La strada in questione, di cui a

pag. 26, è: Via Caduti del Lavoro

posta tra v.le N. Sauro e

via Roma (ang. via A. Cecioni).

oltre che alla ns. Redazione

di via G. Razzaguta 26, int. 13

è in distribuizione gratuita presso:

Antich.

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Numismatica Gasparri

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C.so Mazzini 317/323 -

Tel. 0586802312

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Largo Vaturi - Tel. 0586260074

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Via Marradi 2 - Tel. 0586810048

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Via Grande 145 - Tel. 0586885039

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iaggi gi Cosmotours

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Tel. 0586578254

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Via di Montenero 308

Tel. 0586863725

Osteria-Pizzeria Baffo Matto

Via di Montenero 91

Cell. (3385093300)

Macelleria Polleria Claudio e Paola

Mercato C.le - Banco 158

Pescheria Lomi Federico

Mercato C.le - Banco 301 - Cell. 3204660620

C.so Amedeo 216, ang. via dell’Origine

Cell. 3283698357

Pescheria Fanelli Andrea

Mercato C.le - Banco 304

Rinaldo Bartolini “Riri”

Mercato C.le - Banco 307

Tel. 0586883144

Rist. L’Andana degli

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Anelli

Via del Molo Mediceo 22

Tel 0586896002

Caffè Greco

Via della Madonna 8 - Tel. 0586829609

Fotografo Del Secco

Via Cambini - Tel. 0586810083

Genepesca MB Surgelati

Via di Salviano 27 - Tel. 0586861466

Rist. Pizz. Grotta delle Fate

Via Grotta delle Fate 157

Tel. 0586503162

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erramenta Fabbrini

brini

Via Marradi (ang. v.le Mameli)

Tel. (0586808416)

"Centro Libri"

Via Garibaldi 4 - Tel. 0586886609

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baccheria Cialdini F. e M.

Via Prov. Pisana 44

Macell. Pini - Prontocuoci

Via Mentana 55 - Cell. 3337288665

Norcineria "Regoli"

Via Mentana 102 - Tel. 0586887169

Fer

err amenta Livor

ornese

Via L. Bosi 6 - Tel. 05861754351

Bar Sant’Agostino

V.le della Libertà 33 - Tel. 0586800232

PRA.DE.MAR.

Via Firenze 128 - Tel. 0586426882

Circolo «G. Masini»

Piazza Manin - Tel. 0586899043

Galleria d’Arte te «Athena»

Via di Franco 17 - Tel. 0586897096

Amodotuo

Via Maggi 28 - Tel. 05861972158

Le Cicale Operose

C.so Amedeo 101 - Cell. 347299159


32


L’ORT

’ORTO O DELLA SALUTE

Infusi & Decotti ◆ Estratti & Compresse ◆ Fiori di Bach & Oli Essenziali

IL GIARDINO DELLA BELLEZZA

Latti & Acque ◆ Creme & Maschere ◆ Essenze & Bagni

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Fonti del Corallo - Tel 0586 427515 ■ Parco di Levante - Tel. 0586 815175

Via Marradi, 205 - Tel. 0586 807111 ■ Via Ricasoli, 50 - Tel. 0586 880424

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