Archeomatica_4_2018

mediageo

Tecnologie per i beni culturali

ivista trimestrale, Anno IX - Numero 4 dicembre 2018

ArcheomaticA

Tecnologie per i Beni Culturali

Fruire il non fruibile

Archaeomineralogical Characterization

Fruizione e anastilosi digitale nei musei

Valorizzazione dei siti di interesse culturale

Studio analitico di affreschi pittorici


Un catalogo unico digitale e una

EDITORIALE

carta per la prevenzione del rischio

Il primo numero di Archeomatica di quest’anno venne dedicato alla evoluzione di una visione

del monitoraggio del patrimonio nata alla fine degli anni ’90 con l’istituzione di un sistema

informativo nazionale sullo stato di conservazione del patrimonio. Questo sistema venne ripreso

più volte negli anni per poi essere messo a regime alla fine per uno scopo che probabilmente

era l’ultimo a cui si era pensato nel momento della sua formulazione teorica. Venne infatti reso

disponibile per la sua capacità di mettere a disposizione dei notai tutti i vincoli sul patrimonio

emessi fino al 2004, e proprio per questo si chiama ancora oggi Vincoli in Rete (vincoliinretegeo.

beniculturali.it) ed è gestito dall’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro del MIBAC.

Alla base della evoluzione dei sistemi informativi sul Patrimonio, tradizionalmente basati su una

valutazione della vulnerabilità del monumento in relazione alla pericolosità del territorio, è stata

recentemente introdotta l’analisi a largo raggio resa possibile dai satelliti e l’analisi puntale con

aiuto di droni assistiti da sensori dedicati.

Il programma dell’attuale governo sembra aver colto appieno queste indicazioni avendo già dal

settembre scorso emanato il Il D.L. 109/2018 (art. 14, co. 4) ove “… nell'ambito delle attività

di conservazione… il Ministero per i beni e le attività culturali adotta un piano straordinario

nazionale di monitoraggio e conservazione dei beni culturali immobili, che definisce i criteri per

l'individuazione dei beni da sottoporre a monitoraggio e ai conseguenti interventi conservativi,

nonché' i necessari ordini di priorità dei controlli, anche sulla base di specifici indici di

pericolosità territoriale e di vulnerabilità individuale degli immobili, e i sistemi di controllo

strumentale da utilizzare nonché le modalità di implementazione delle misure di sicurezza,

conservazione e tutela...”

Inoltre nell'audizione programmatica davanti alla VII Commissione della Camera e alla 7^

Commissione del Senato del 10 luglio 2018, il Ministro per i beni e le attività culturali ha

fatto presente che, per quanto concerne la tutela, rientrano tra gli obiettivi il rafforzamento

delle strutture preposte, con incrementi di personale ed investimenti in nuove tecnologie, la

mappatura dei beni culturali abbandonati o non utilizzati, l'adozione di una Carta nazionale

sulla prevenzione del rischio per i siti archeologici e i complessi architettonici e monumentali,

la realizzazione di un Catalogo unico nazionale digitale, il monitoraggio della gestione dei siti

Unesco italiani.

C’è da dire che il sistema della Carta del Rischio aveva come punto di forza la predisposizione di

una manutenzione preventiva assistita dalle tecnologie adeguate. Ancora oggi non è facile far

comprendere a tutti che un investimento in prevenzione è alla lunga più economico rispetto ai

costi degli interventi di restauro ed è stato più volte notato che la manutenzione programmata

non porta la gloria dei grandi progetti.

Ma la strada sembra ormai tracciata da tempo e la recente apertura al catalogo unico digitale

e l’adozione ufficiale di una Carta nazionale sulla prevenzione del rischio sembrano essere

finalmente strumenti che hanno trovato un loro posto definitivo all’interno della Pubblica

Amministrazione competente.

La manutenzione programmata e assistita dal monitoraggio sembra finalmente essere realizzabile

avvalendosi degli strumenti che saranno presto messi a regime istituzionale.

Buona lettura,

Renzo Carlucci


IN QUESTO NUMERO

DOCUMENTAZIONE

6 Valorizzazione e fruizione

dei punti di interesse

culturale e turistico: il caso

del Municipio VII di Roma

di Roy Andrea Guido

In copertina l'immagine del Busto in gesso

di Tersicore (Antonio Canova). Il Confronto

dell’opera con un’altra raffigurante lo stesso

soggetto ha consentito attraverso il rilievo

fotgrammetrico la ricostruzione digitale del

Busto di Tersicore di Antonio Canova.

3DTarget 2

AerRobotix 38

ESRI 17

Geomax 47

Geomedia 40

RESTAURO

12 “FRUIRE IL NON

FRUIBILE” La fruizione

digitale del patrimonio

culturale non visibile

nelle sale dei musei e

l’anastilosi digitale

di Paola Perozzo e

Edoardo Zanollo

Heritage 10

Stonex 48

TECHNOLOGYforALL 41

Teorema 46

Topcon 45

Testo 11

Virtualgeo 39

ArcheomaticA

Tecnologie per i Beni Culturali

Anno IX, N° 4 - DICEMBRE 2018

Archeomatica, trimestrale pubblicata dal 2009, è la prima rivista

italiana interamente dedicata alla divulgazione, promozione

e interscambio di conoscenze sulle tecnologie per la tutela,

la conservazione, la valorizzazione e la fruizione del patrimonio

culturale italiano ed internazionale. Pubblica argomenti su

tecnologie per il rilievo e la documentazione, per l'analisi e la

diagnosi, per l'intervento di restauro o per la manutenzione e,

in ultimo, per la fruizione legata all'indotto dei musei e dei

parchi archeologici, senza tralasciare le modalità di fruizione

avanzata del web con il suo social networking e le periferiche

"smart". Collabora con tutti i riferimenti del settore sia italiani

che stranieri, tra i quali professionisti, istituzioni, accademia,

enti di ricerca e pubbliche amministrazioni.

Direttore

Renzo Carlucci

dir@archeomatica.it

Direttore Responsabile

Michele Fasolo

michele.fasolo@archeomatica.it

Comitato scientifico

Annalisa Cipriani, Maurizio Forte,

Bernard Frischer, Giovanni Ettore Gigante,

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Francesco Prosperetti, Marco Ramazzotti,

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Redazione

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domenico.santarsiero@archeomatica.it

Luca Papi

luca.papi@archeomatica.it


RIVELAZIONI

18 San Adriano a San

Demetrio Corone -

Studio analitico degli

affreschi pittorici a

confronto di analoghe

opere meridionali

di Felicia Villella,

Antonio Marchianò

RUBRICHE

36 AGORÀ

Notizie dal mondo delle

Tecnologie dei Beni

Culturali

42 AZIENDE E

PRODOTTI

Soluzioni allo Stato

dell'Arte

GUEST PAPER

24 Archaeo-mineralogical

Characterization of ancient

copper and Turquoise mining in

south Sinai, Egypt

46 EVENTI

by Mohamed M. Megahed

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Archeomatica è una testata registrata al

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del 19 novembre 2009

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Data chiusura in redazione: 30 luglio 2018


DOCUMENTAZIONE

Valorizzazione e fruizione dei punti

di interesse culturale e turistico:

il caso del Municipio VII di Roma

di Roy Andrea Guido

Il caso del Municipio VII di Roma per valutare un

modello di rete, di valorizzazione e fruizione

culturale e turistica, basato sulla partecipazione

civica, a partire dall’individuazione condivisa

di beni e punti di interesse culturale, loro

catalogazione e mappatura in formato open data

e successive azioni per stimolare formazione e

consolidamento di industrie culturali, anche in

linea con un principio di cittadinanza digitale e

Fig. 1 - Il flusso del processo di valorizzazione, partecipazione e restituzione del progetto

SpCuR guidato dall’Amministrazione comunale.

sviluppo del territorio.

Dotare Roma, o singole zone di essa, di piani di sviluppo culturale e turistico sembra quasi

scontato, ma non lo è affatto se si pensa che fino ad ora non ve ne sono stati di convincenti

o realmente funzionanti e scalabili. Ciò si deve probabilmente all’incapacità di “fare sistema”

da parte delle varie amministrazioni concorrenti, alla loro difficoltà nel coinvolgere il tessuto

sociale, all’immensità del patrimonio culturale e artistico, alla mancanza di un modello generale

e di una visione che integri i concetti di valorizzazione e fruizione del patrimonio stesso, tangibile

e intangibile.

Per riuscire a proporre un modello e una visione che vadano in questa direzione, occorre forse

capire, intanto, cosa siano la valorizzazione e la fruizione culturale e come sia ad esse collegabili

il coinvolgimento dei tessuti sociali ed economici delle comunità che insistono sul territorio. Nel

caso specifico di quanto si propone di seguito, si fa presente una matrice di progettualità in corso

di applicazione nel territorio del Municipio VII di Roma in via sperimentale, ma che naturalmente

può essere applicabile ad ogni contesto urbanizzato.

Tale piano sperimentale e sua visione, dunque, prevede una fruizione culturale e turistica dal

carattere sociale e partecipato su vasta scala, che prende forma da una serie di assunti teorici e

di azioni pratiche.

6 ArcheomaticA N°4 dicembre 2018


Tecnologie per i Beni Culturali 7

DALLA VALORIZZAZIONE ALLA FRUIZIONE: LE DEFINIZIONI

Per valorizzazione culturale si intende, come da D.Lgs

42/2004 (Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio), art. 6,

commi 1 e 2, “l’esercizio delle funzioni e nella disciplina

delle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio

culturale e ad assicurare le migliori condizioni di

utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio stesso.

Essa comprende anche la promozione ed il sostegno degli

interventi di conservazione del patrimonio culturale. La

valorizzazione è attuata in forme compatibili con la tutela

e tali da non pregiudicarne le esigenze”.

La valorizzazione dovrebbe dunque appropriarsi di finalità

educative, migliorando le condizioni di conoscenza e di

conservazione dei beni culturali e ambientali, incrementandone

la fruibilità. Valorizzare, quindi, vuol dire pianificare

un iter progettuale superando, altresì, le difficoltà

di accessibilità al contesto culturale. È dunque auspicabile

che, come da art. 111 del D.Lgs 42/2004, “le attività di

valorizzazione dei beni culturali consistano nella costituzione

ed organizzazione stabile di risorse, strutture o reti,

ovvero nella messa a disposizione di competenze tecniche

o risorse finanziarie o strumentali, finalizzate all’esercizio

delle funzioni ed al perseguimento delle finalità preposte”.

Per fruizione culturale, non esistendo una normativa 1 specifica

che ne definisca lo stato e la funzione e quindi dovendo

interpretare per via giurisprudenziale 2 o per studi di

settore, si potrebbe intendere una materia non integrabile

come “sottocategoria” della valorizzazione ma, al contrario,

che rappresenti una fase a sé stante e successiva alla

valorizzazione stessa, la quale a sua volta risulta essere

il secondo step a seguito della “tutela”. La fruizione, infatti,

dovrebbe rappresentare il momento culminante in

cui un visitatore entra in contatto con i beni o le attività

culturali, comunicando con essi e cercando di capirne il

contesto, il senso, l’immaginario e andando via con una

esperienza che possa aver lasciato “un’impronta”, anche

nel senso dell’intrattenimento e della partecipazione ad

un rito sociale, sia esso volto al carattere dell’identità oppure

dell’alterità.

LA VIA DELLA PERCEZIONE E DELLA GESTIONE: I PUNTI DI

INTERESSE CULTURALE

Alla base della valorizzazione, e quindi della conseguente

fruizione, sta la percezione: essa è l’estrema sintesi che in

sé raggruppa il senso sia teorico che pratico del processo

di sviluppo di un territorio dal punto di vista culturale. Non

esiste, infatti, un valore che possa essere poi condiviso

e fruito se, lo stesso, non viene prima percepito, secondo

modalità sia personali sia di gruppo, ma sempre legate

ad un contesto di riferimento che ne orienta l’attenzione,

l’interesse, la conoscenza e la comunicazione in qualsiasi

forma. Questa comunicazione porta poi, a conclusione di

un circolo, alla percezione da parte di un altri individui

(presa di coscienza collettiva), e quindi il processo circolare

ricomincia, espandendosi potenzialmente sempre di

più.

Dal punto di vista organizzativo, ciò si estrinseca nella progettazione

culturale e nella gestione di azioni di comunicazione

riguardanti patrimoni, attività, luoghi culturali e

storie e racconti a essi connessi, in sintesi: i punti di interesse

(d’ora in avanti PDI) culturale e turistico.

Ponendo il punto della gestione riguardante la valorizzazione

e la fruizione culturale, si può traslare in esso, e

vale allo stesso modo, il senso e il significato che la Carta

di Losanna (Carta internazionale per la gestione del patrimonio

archeologico, ICOMOS, 1990) conferisce alla conservazione,

declinabili in due aspetti:

1 L’integrazione disciplinare, ossia l’ampliamento dello

spettro dei soggetti specialisti nel settore dei processi

di valorizzazione attraverso la collaborazione

fra settore pubblico, mondo della ricerca e imprese

private e il coinvolgimento anche dei semplici fruitori.

2 Il diritto alla partecipazione ai processi decisionali

delle popolazioni locali, reali protagoniste dei progetti

di valorizzazione, la cui adesione e partecipazione

sono condizioni imprescindibili per una corretta

tutela e conservazione dei beni culturali.

LA VALORIZZAZIONE CULTURALE E TURISTICA DI RETE E

LE FILIERE TERRITORIALI

L’integrazione e la partecipazione della cittadinanza, nella

progettazione, nella comunicazione e trasmissione dei

valori comuni percepiti, prevede già di per sé la creazione

di una rete territoriale per scopi di valorizzazione e fruizione

culturale e turistica.

Le suddette logiche trovano un momento metodologico e

organizzativo, dunque, nel sistema culturale di rete, inteso

come strumento di programmazione e progettazione

che convoglia verso lo sviluppo territoriale tutte le risorse

culturali, connettendo tra loro diverse competenze, settori

di attività, interessi, dimensione pubblica e privata.

Il sistema culturale di rete rappresenta, nello stesso tempo,

il fattore capace di creare connessioni tra la politica

culturale e altri ambiti della progettazione dello sviluppo

locale, in modo da stabilire strategie e piani di azione integrati.

La creazione di reti si può valutare come una valida risposta

organizzativa, da parte di coloro che creano offerte

culturali, al fine di ottenere miglioramenti in termini di

efficacia (potenziamento del valore dal punto di vista dei

visitatori) e di efficienza. In particolare, per le piccole realtà

territoriali, far parte di una rete può essere di grande

aiuto per implementare il sistema di valorizzazione con

conseguente promozione: ciò aiuterebbe a soddisfare bisogni

sempre più articolati che, invece, singole e solitarie

strutture periferiche non riuscirebbero a fare. Si tratta,

generalmente, di processi di valorizzazione che emergono

dal territorio stesso e che possono condurre a vere e proprie

filiere produttive.

ECONOMICITÀ E PROMOZIONE DI RETE

Per quanto riguarda l’aspetto economico e quello promozionale,

va considerato come diverse motivazioni possono

stare alla base della nascita di sistemi a rete, quali: la ricerca

di economie di scala e di diversificazione attraverso

la condivisione di servizi comuni; lo sviluppo di economie

di apprendimento e di nuove conoscenze; l’aggregazione

di diverse componenti territoriali ispirate a principi di economicità,

praticità e migliore e più stabile posizionamento

sul panorama culturale, artistico e ricettivo, diminuendo

le spese generali e riuscendo, probabilmente, a comunicare

verso l’esterno non più come singola entità ma come

una “costellazione”, riportando vantaggi generali di immagine

non solo per se stessi, o a discapito di se stessi, ma

per tutto il network e i suoi possibili centri 3 .

L’AMMINISTRAZIONE PUBBLICA COMUNALE COME ORGA-

NO AGGREGANTE

La realizzazione di un sistema culturale di rete ha l’obiettivo,

da un lato, di rendere più efficiente ed efficace il

processo di produzione di “cultura” e, dall’altro, di ottimizzare,

su scala locale, i suoi impatti economici e sociali.


Naturalmente, la sua creazione presuppone a monte una

ricognizione aggiornata e una valutazione ragionata della

consistenza (quantitativa e qualitativa) del patrimonio

culturale locale, dalla quale risulti che esso stesso costituisce,

nella zona esaminata, la dotazione più pregiata da

valorizzare; contestualmente la medesima ricognizione e

valutazione va condotta sulle “realtà produttive” da coinvolgere

(operatori turistici locali e associazionismo, ecc.),

prefigurando, dunque, la presenza, o la nascita, di “un’industria”

capace sia di valorizzare le risorse culturali sia

di raffinare i prodotti risultanti dal processo di valorizzazione.

Per guidare tale processo, si propone in questa sede una

forma di sistema di rete4 centrata che veda l’Amministrazione

municipale, in stretto contatto con quella comunale,

quale organo di governo garante del raggiungimento delle

finalità auspicate attraverso il coordinamento delle parti

coinvolte e delle risorse territoriali disponibili: esso è di

fondamentale importanza per lo sviluppo di un organismo

reticolare e di una piattaforma di relazioni collaborative.

In un’ottica di trasparenza e partecipazione, l’Amministrazione

Municipale dovrà provvedere a promuovere occasioni

pubbliche periodiche di restituzione alla comunità

delle operazioni di monitoraggio del processo e degli esiti,

base di partenza per nuove valutazioni (Fig. 1).

SVILUPPO CULTURALE E TURISTICO

DEL MUNICIPIO VII DI ROMA (S.P.CU.R.)

La strategia progettuale ha lo scopo, all’interno del VII

Municipio, di creare una rete tra tutte le entità locali e le

risorse artistiche e culturali del territorio, operando una

sintesi fra i concetti di valorizzazione e fruizione, così da

risvegliare l’attenzione dei residenti e dei turisti verso

la storia e le tradizioni del territorio Appio Latino Tuscolano,

oggi impresse nei suoi principali nuclei di interesse

e nei monumenti che le generazioni passate ci hanno

tramandato, dagli acquedotti antichi alle mura lineari,

dai casali alle torri antiche che costellano la campagna

romana, dai quartieri storici come il Quadraro fino alle

aree in prossimità dei Castelli Romani 5 . Quali attori privilegiati

in questa operazione complessa sono stati scelti gli

studenti frequentanti il triennio delle scuole superiori del

territorio, vicini per età alla ‘maturità’, ossia al compimento

della maggiore età e al superamento dell’Esame di

Fig. 2 - Mappa Google con confini del Municipio VII di Roma e perimetrazione

dei distretti culturali. In grigio il distretto dell’Agro Romano e dei Casali,

in arancione il distretto sportivo e universitario, in rosso il distretto

del Cinema, in blu il distretto Memoria e Futuro, in verde il distretto dei

Parchi Archeologici, in viola il distretto dei Teatri e delle Ville Storiche, in

giallo il distretto delle Mura Lineari.

Stato conclusivo del II ciclo di istruzione che li introdurrà

nella comunità adulta in quanto cittadini di pieno diritto:

si tratta di un investimento civico e di una prospettiva “dal

basso” che Amministratori locali assumono nell’ottica di

far crescere la collettività.

Il progetto di sviluppo culturale e turistico, proposto dallo

scrivente in qualità di Consigliere Municipale, è stato

approvato con Mozione del Municipio VII n° 10/2017, assumendo

poi il nome di S.P.Cu.R. e traendo in sé quanto

detto finora, declinato in quattro fasi includenti gli aspetti

di individuazione, catalogazione, mappatura, identificazione,

comunicazione e fruizione dei PDI, e loro unione per

la creazione di percorsi turistici all’interno di un dinamico

contesto sociale e produttivo di base territoriale, passando

per gli aspetti tecnologici correlati.

La prima fase ha visto la raccolta e catalogazione dei PDI

ad opera di circa duecento studenti di sette diverse scuole

secondarie di secondo grado del territorio municipale, sia

di indirizzo classico e scientifico che tecnico e informatico,

impegnati in percorsi di Alternanza Scuola Lavoro (Fig.

3). Tali dati raccolti sono da pubblicare sul sito internet

degli open data del Comune di Roma e dunque a disposizione

di tutti e pubblici.

Questa prima e decisiva messa in opera del progetto ha

visto la collaborazione di diversi soggetti (Municipio VII,

Assessorato Capitolino Roma Semplice, Assessorato Capitolino

Crescita Culturale, Dipartimenti di Roma Capitale,

Sovraintendenza Capitolina, Biblioteche Centri Culturali di

Roma Capitale, scuole in territorio municipale, formatori),

configurandosi come una vera e propria azione di educazione

civica e servizio per la cittadinanza, oltre che di formazione

culturale e tecnologica, in ottica di cittadinanza

digitale, per gli studenti stessi e i loro docenti. Il percorso

di formazione è stato accompagnato dalla Sovraintendenza

Capitolina per la parte concernente gli assunti legati

ai Beni Culturali e Archeologici con vere e proprie lezioni

frontali per l’appropriazione dei mezzi teorici necessari, e

poi da formatori professionali legati al mondo degli open

data, e sua filosofia e ispirazione, scendendo nel particolare

tecnico del geomapping dei singoli PDI ma anche delineando

aspetti umanistici e di processo legati al lavoro e

alla percezione, anche qui, intorno agli stessi open data 6.

In particolare gli studenti hanno potuto apprendere come

ricercare, georeferenziare e catalogare singoli PDI, sul territorio

municipale, attraverso l’uso di un bot (ovvero un

codice di programmazione che consente di automatizzare

servizi e dialoghi con utenti) integrato nel sistema mobile

di messaggistica istantanea, chiamato telegram, andando

di volta in volta a compilare in automatico una tabella con

i principali record della mappatura, quali coordinate, fotografie

create sempre dai ragazzi con i propri smartphone

(considerando anche tutti gli aspetti relativi al copyright)

e altri campi relativi al titolo e alla descrizione. Proprio

la descrizione del singolo punto di interesse è stato per

i ragazzi, il compito successivo alla georeferenziazione,

cioè quello dell’approfondimento dei dati storici, e magari

anche dei racconti e delle citazioni letterarie, cinematografiche,

artistiche, basandosi oltretutto sulla propria

percezione legata alla specifica indole di ognuno, al modo

di pensare e ragionare singolarmente e al confronto con i

compagni, i docenti e i formatori.

Con il caricamento di tutti i record relativi ai PDI sul sito

web degli open data del Comune di Roma è terminata la

prima fase, dando così avvio alla seconda, quella di inclusione

dei medesimi dati all’interno di applicazioni mobili

per scopi di fruizione. Il valore degli open data sta proprio

nel fatto di poterli utilizzare liberamente e in maniera

multiforme, sia ad opera dell’Amministrazione che dunque

8 ArcheomaticA N°4 dicembre 2018


Tecnologie per i Beni Culturali 9

viene a dotarsi di proprie applicazioni mobili in seno al

presente progetto S.P.Cu.R., sia ad opera di privati, soprattutto

nuove formazioni imprenditoriali giovanili legate

ai dati aperti, alla creazione e trasmissione di contenuti riguardanti

le risorse culturali del territorio, in un contesto

formato da variegate filiere produttive, in definitiva dalle

industrie culturali, puntando dunque sul loro sviluppo.

Tale seconda fase, attualmente in corso di svolgimento,

vede la progettazione dei dispositivi mobili (app), per conto

dell’Amministrazione Comunale, che richiameranno i

record open data dei singoli PDI, contenendo anche le informazioni

sui percorsi di mobilità dolce per raggiungere

uno o più PDI e sulle risorse locali utili ai fini dei percorsi

turistico-culturali, come le realtà associative e commerciali.

La terza fase rappresenta l’identificazione fisica sul territorio

dei singoli PDI più rilevanti mappati dalle scuole, ad

esempio con pannelli video/totem tecnologici indicanti il

logo del Municipio, il nome/titolo del punto di interesse,

breve descrizione e ricostruzione grafica del bene culturale

di riferimento, e comunicazione della metodologia di

download dell’app per smartphone. Il pannello si autofinanzierà

con l’indicazione dei commercianti di zona e di

prossimità partecipanti ad un processo di sponsorizzazione.

La quarta e ultima fase, prevista tra il 2019 e il 2020, fondandosi

su una base di percorsi turistici e informazioni raccolte,

percepite e organizzate da tutti gli attori coinvolti

nelle fasi uno e due, riguarderà la più espansa progettazione

degli itinerari turistico-culturali, condivisa e partecipata,

da parte di cittadini e associazioni che concorreranno

all’inserimento di tali itinerari nell’app. Così potrà

svilupparsi non solo la fruibilità, la comunicabilità, anche

in chiave marketing, dei percorsi turistici dei punti interesse

culturale, ma anche la promozione delle loro attività

di scoperta del territorio.

Nelle applicazioni mobili, e nei totem, si racchiudono infatti

i significati, i nessi e la teoria, mettendole in pratica,

di valorizzazione, fruizione, percezione e gestione

dei beni e delle attività culturali correlate alle reti e alle

filiere culturali e turistiche del territorio, permettendo

loro di sviluppare naturalmente, e in maniera omogenea,

caratteri interni ed esterni di processi di economia circolare

e promozione integrata. Tutto ciò attraverso l’apporto,

oltre che dell’Amministrazione Comunale, soprattutto di

Cittadini, Scuole, Università, Associazioni Comitati, Imprese

ed Enti Pubblici e Privati, fautori di integrazione sociale

tra i medesimi gruppi vocazionali 7 interessati, e proiettati

verso una realtà di creazione, produzione, promozione e

trasmissione delle anime, dei sentimenti, delle esperienze

e delle conoscenze insite nella società attuale, creando

dunque un flusso di intelligenza collettiva e condivisa.

Tale flusso può prendere vita dalle azioni sincroniche di

tutte le componenti sociali coinvolte in quanto “prosumers”,

ossia “produttori” e “consumatori” al tempo stesso

dei valori percepiti e fondanti di una o più comunità vocazionali,

rafforzando le comunità stesse e proiettandole

verso un futuro, d’insieme, forse più consapevole e basato

sulla cultura, sull’arte e sulla tendenza ad apprezzare il

“bello” che ci circonda, nonché sulla capacità di costruire

intorno al “bello” individualmente percepito una “narrazione

collettiva” a più voci. Saranno infatti i citati “prosumers”

a generare in maniera condivisa percorsi turistici,

e loro contenuti cross-mediali presenti nell’applicazione

mobile, che uniscono, e incrociano, i singoli PDI rilevati

in fase uno. L’applicazione per smartphone, dotata di

tecnologia beacon8, racchiude in sé anche il contatto tra

fruizione tecnologica, di “nuova maniera”, e quella mag-

Fig. 2 - In foto uno degli incontri, presso la sede di Fondazione Mondo

Digitale, tra Sovraintendenza Capitolina, formatori e studenti delle scuole

partecipanti alla prima fase del progetto S.P.Cu.R.

giormente fisica, di “vecchia maniera”. Se infatti da un

lato essa permetterà un approccio maggiormente “autonomo”

da parte del fruitore, guidato dalla tecnologia stessa

nei percorsi e anche nei racconti cross-mediali (testi,

immagini, audio-video e scenari tridimensionali immersivi

potenziali e in contemporanea), oltre che dai totem di

fase tre, dall’altro lato sarà la stessa applicazione a segnalare

i creatori di quei percorsi, e quindi associazioni o

imprese turistico-culturali che hanno partecipato alla loro

progettazione, integrando un’interfaccia di contatto, e di

promozione, che permetta al “fruitore” di relazionarsi con

i vari “organizzatori”, magari prenotandosi per una visita

guidata.

Saranno poi integrate, oltre alla programmazione aggiornata

degli eventi culturali del Municipio VII (come da delibera

C.M. 38/2017), funzioni di condivisione con gli “amici”,

di valutazione delle esperienze di fruizione e una sezione

per segnalare nuovi PDI (open data con lo strumento

bot, v. supra), oppure un percorso turistico, e continuare

“il circolo della progettazione e fruizione partecipata” del

presente piano di valorizzazione, percezione e sviluppo

del territorio del Municipio VII di Roma e delle sue zone,

i Distretti Culturali (Fig. 2), ovvero la cornice che integra

quanto detto, caratterizzando singole porzioni del territorio

municipale in base alle risorse culturali “contenute” e

comunicate.

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Inea, 2001, pp. 1-53.


Note

1 Sulla materia della fruizione il Legislatore non si esprime con chiarezza e in

maniera particolareggiata. La fruizione è inizialmente citata all’ art. 6 del

Codice dei beni Culturali, ove si riporta che: “La valorizzazione consiste

nell’esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette a

promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le

migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio

stesso”. Da ciò si definisce il primario significato della valorizzazione che

si può articolare in due aspetti: 1) La promozione; 2) La fruizione. Tale

articolo è importante non solo perché fa il punto sulla valorizzazione, ma

perché cita la parola “fruizione” e la separa dalla promozione, come a

dire che le due non sono la stessa cosa. Solo all’art. 104 del Codice dei

Beni Cultuali, in merito alla fruizione da parte dei privati, si tenta forse

di specificare al “comma 1” che tali beni “possono essere assoggettati a

visita da parte del pubblico per scopi culturali”, lasciando cioè intendere

che la fruizione possa essere assimilata alla “visita” da parte del pubblico.

2 Carpentieri 2004 e Sciullo 2004.

3 Guido 2016, p. 60 (cit.).

4 Per approfondimenti sulla “politica”, l’organizzazione e gli scenari dei

vari sistemi di rete, anche dal punto di vista economico, cfr. Campitelli

2006, pp. 45-46; Bua-Hinna-Minuti 2010, pp. 5-6; Zumpano 2001, pp. 14-

27; Guido 2016, pp. 32-43.

5 Montanari 2017, pp. 10-11 (cit.). Inoltre per le descrizioni delle citate

zone, del paesaggio e delle storie correlate nel corso dei secoli, anche in

riferimento alla campagna romana, cfr. pp. 14-172 del medesimo volume.

6 Si ringraziano in questa sede, per i contributi allo sviluppo del progetto

e il lavoro con i ragazzi delle scuole, le Istituzioni e i soggetti coinvolti,

in particolare: l’Assessore alle Politiche Scolastiche e Culturali del VII

Municipio di Roma Capitale Elena De Santis; la dott.ssa Mariella Miele

dell’Assessorato Capitolino “Roma Semplice”; la Sovraintendenza

Capitolina (http://www.sovraintendenzaroma.it); le Istituzioni

Scolastiche partecipanti; il formatore Francesco “Piersoft” Paolicelli,

autore del BOT telegram funzionale al geomapping e alla catalogazione

dei punti di interesse culturale (http://www.piersoft.it); il formatore

Fedele Congedo in merito al significato, filosofia e uso degli open data in

chiave umanistica; il formatore Paolo Montanari, archeologo e studioso del

patrimonio culturale delle zone Appio Latino e Tuscolano facenti parte del

Municipio VII; la Fondazione Mondo Digitale (http://www.mondodigitale.

org/it).

7 Per comunità vocazionale si intende un gruppo di individui legati

dall’interesse, o vocazione, per una o più materie. In particolare il

termine “vocazionale” viene sovente affiancato al “turismo”, legando lo

stesso non più al consumo di prodotti in senso tradizionale, bensì alle

“esperienze” che un dato fruitore può “vivere” durante, ad esempio, un

itinerario. In tali esperienze, strettamente legate alla percezione anche

emotiva, con successiva e soggettiva comprensione di un contenuto

culturale o artistico, possono svilupparsi anche complesse dinamiche

di gruppo con specifiche modalità di comunicazione, e quindi anche di

marketing, o ancora di fruizione fisica presso un contesto culturale (Guido

2016, pp. 59-63; 84-103; 139-146). Per tali gruppi quanto più coinvolgente

è “la passione”, tanto più elevato è il grado di affinità fra la passione

stessa, i consumi o le esperienze realizzate in nome di essa e della propria

personalità (Pollarini 2011, pp. 212-214).

8 Il beacon è una tecnologia mobile in grado di interagire con ogni app per

smartphone, permettendo una esperienza interattiva di visita guidata

con contenuti multimediali e informazioni di base territoriale e anche,

ad esempio, di supporto turistico relativamente alla mobilità e alle filiere

ricettive e commerciali di prossimità.

Abstract

A case history in the VII Municipal District of Rome, between cultural and

touristic valorisation and enjoyment, based on the participation of citizens,

schools and other civic entities called to identify and catalog points of cultural

interest which are recognizable as such and can be communicated in cultural

terms (archeological areas and monuments, places of urban fabric). These are

then combined to constitute cultural and tourist itineraries passing through

the suburbs of Rome, and are enhanced by stories by citizens for citizens, in

their capacity as prosumers (producers, propagators and users of the content

and of the stories relating to their local heritage).

Parole chiave

Beni culturali; turismo culturale; fruizione; valorizzazione; catalogazione;

mappatura; georeferenziazione; open data; beacon; smartphone; app; sviluppo

territoriale

Autore

Roy Andrea Guido

Dotttore di ricerca in Beni Culturali e Territorio. info@archeologia.org

10 ArcheomaticA N°4 dicembre 2018


Tecnologie per i Beni Culturali 11

Controllo del clima

in musei e archivi

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esposte o archiviate. Sempre e ovunque.

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MUSEI

“FRUIRE IL NON FRUIBILE”

La fruizione digitale del patrimonio culturale non

visibile nelle sale dei musei e l’anastilosi digitale

di Paola Perozzo e Edoardo Zanollo

Questa ricerca affronta il

tema della fruibilità dei

beni culturali attraverso lo

strumento digitale, è stata

sviluppata come tesi del Master

Digital Exhibit dell’università

IUAV di Venezia e fa seguito

all’esperienza lavorativa degli

autori presso il Museo Civico

di Bassano del Grappa, in

collaborazione con l’azienda

madrilena Factum Arte.

Fig. 1 - Esempi di reperti inaccessibili fisicamente ma potenzialmente fruibili in digitale.

BENI CULTURALI INVISIBILI

“Con l’espressione ‘beni culturali invisibili’ si intende la sommatoria

delle opere d’arte, delle testimonianze storiche,

culturali, sociali, tecnico-scientifiche e di costume che, allo

stato attuale, non godono di adeguata visibilità e fruizione,

perché nascoste, non adeguatamente conosciute e valorizzate.

L’espressione si può declinare in vari modi, facendo

riferimento a quei siti culturali scarsamente (o per nulla)

visitati, oppure all’arte invisibile che giace nei depositi dei

musei italiani, un patrimonio artistico di cui difficilmente il

pubblico può fruire.” (Carmignani, Cavazzoni & Però, 2012).

MANCATA VALORIZZAZIONE DELLA

TOTALITÀ DEL PATRIMONIO

In molti musei (sia storico-artistici che siti archeologici),

in Italia così come in altre parti del mondo, una parte considerevole

dei beni posseduti non viene esposta; in molti

casi rimane accessibile solamente agli studiosi. Il problema

principale riguarda pertanto la mancata valorizzazione della

totalità del patrimonio posseduto.

Come scrivono Candela e Scorcu (2004), “Uno degli aspetti

maggiormente problematici della gestione museale è la

scarsa valorizzazione del capitale del museo, in particolare

per quello che riguarda il tasso di esposizione della collezione.

Mentre per i musei minori una buona parte della collezione

viene esposta e solo alcuni pezzi sono rinchiusi nei

magazzini, per i maggiori musei la quota dei beni esposti è

molto bassa”. Ad esempio, l’Hermitage di San Pietroburgo,

il Guggenheim Museum di New York e il Museo Nacional del

Prado di Madrid espongono rispettivamente il 7%, l’8% e il

9% delle opere da loro possedute. In questi anni sono nate

nuove iniziative per rendere accessibile al pubblico il maggior

numero di oggetti d’arte posseduti dai singoli musei.

Una di queste sono gli open storages, dei “veri e propri magazzini

che, a differenza dei depositi dei musei tradizionali,

sono liberamente accessibili dal pubblico” (Chiavarelli,

2010). Ad esempio, nel 2006, il Birmingham Museum and the

Art Gallery ha inaugurato il Museum Collections Centre, un

magazzino visitabile che permette al pubblico di visitare più

dell’80% delle opere del museo.

ALCUNI DATI IN ITALIA

Secondo i dati pubblicati da Istat in un indagine del 2009

sui 3.409 musei non statali (contro i 424 statali), nei quali

sono compresi i musei comunali (come il Museo di Bassano

el Grappa) la percentuale di beni esposti rispetto ai beni

posseduti dalla metà dei musei è compresa tra il 76 e il

100%, ma l’altra metà espone sotto il 75% dei beni posseduti

(oltre 500 musei espone addirittura meno del 25%). Un

primo passo verso la valorizzazione dell’intero patrimonio

potrebbe essere la catalogazione. Ad oggi non esiste una

catalogazione definitiva della totalità dei beni culturali dei

musei italiani. Gli oggetti presenti nei depositi spesso non

sono catalogati e quindi continuano a rimanere invisibili.

12 ArcheomaticA N°4 dicembre 2018


Tecnologie per i Beni Culturali 13

INACCESSIBILITÀ DEL PATRIMONIO COMPLETO:

LO STRUMENTO DIGITALE COME SOLUZIONE

L’inaccessibilità al patrimonio completo non dipende solo

da una questione di spazio o di non catalogazione delle opere,

ci sono dei casi in cui le opere d’arte non possono essere

portate “fisicamente” nelle sale museali, o possono rimanerci

per periodi molto brevi.

I motivi di questa inaccessibilità, che risolvibili con la digitalizzazione

e/o la fruizione digitale delle opere, posso

essere suddivisi in tre categorie (Fig. 1):

1) Problema conservativo, nei casi in cui le condizioni di

temperatura, umidità o luce in cui devono essere mantenute

le opere d’arte o i reperti archeologici non possano

essere garantite nelle sale museali (ad esempio gli album di

disegni di Antonio Canova, custoditi al Museo Civico di Bassano

del Grappa, oppure reperti di archeologia marina non

ancora restaurati o che giacciono in fondo al mare, oppure

siti non più accessibili come alcune tombe egizie, ecc...);

2) Problema di difficoltà di fruizione e fragilità dell’opera,

che riguarda quelle opere che per essere visualizzate dovrebbero

essere in continuazione toccate (come degli album

che raccolgono disegni, incisioni, libri o altro);

3) Problema di non completezza delle opere, distrutte o

danneggiate da bombardamenti, terremoti o incuria, che

sono quindi conservate a pezzi e per vari motivi non possono

essere fisicamente ricomposte (come ad esempio perché le

parti perdute sono troppo estese rispetto a quelle rimaste).

LO STRUMENTO DIGITALE APPLICATO NEI MUSEI

Come anticipato all’inizio, prima di questa ricerca abbiamo

potuto affiancare Factum Arte al Museo di Bassano del

Grappa per la realizzazione di lavori quali scansioni fotogrammetriche

di alcune sculture di Antonio Canova, come

un bozzetto in terracotta delle Tre Grazie, e la digitalizzazione

della collezione dei circa duemila disegni canoviani

del museo per la riproduzione di fac-simili. In particolare,

abbiamo contribuito alla scansione fotogrammetrica e con

scanner a luce bianca (Breuckmann) la versione canoviana

del modello in gesso in scala 1:1 del monumento bronzeo

a Ferdinando I di Borbone, ultimato da uno degli allievi di

Canova; il gesso si trova attualmente sezionato in circa 25

pezzi e molti frammenti nei depositi comunali, dopo che

negli anni Sessanta la direzione del museo decise di togliere

il cavallo dalle sale museali.

RICOSTRUZIONE DI OPERE IN FRAMMENTI:

“ANASTILOSI DIGITALE”

Nella Fig. 2, si possono vedere i tipi di opere d’arte, su cui

abbiamo lavorato al museo di Bassano, in riferimento alle

tre categorie di non fruibilità del patrimonio precedentemente

esplicate. Si può notare come per tutti esista ovviamente

un problema di tipo conservativo. Per gli album di

disegni, inoltre, sussiste anche un problema di difficoltà di

fruizione perché dovrebbero essere toccati in continuazione

per essere sfogliati e la luce delle sale museali contribuirebbe

ad un deterioramento repentino della carta. Per

quanto riguarda, invece, il caso del cavallo del monumento

a Ferdinando I e i busti in gesso, che stiamo per descrivere

nelle prossime righe, siamo di fronte ad opere che, per diversi

motivi, non sono integre e/o alcuni pezzi sono andati

per sempre perduti. In questo caso, lo strumento digitale si

dimostra ancora più efficace per rendere fruibile le opere

e ricostruirle, praticando una vera e propria “anastilosi digitale”.

Fig. 2 - Tabella di confronto tra tipi di opere d’arte e problemi di fruizione,

risolvibili con lo strumento digitale.

CASO STUDIO: TERSICORE

A dimostrazione di come uno strumento digitale possa essere

una valida soluzione per la fruizione di opere d’arte

altrimenti non fruibili fisicamente abbiamo preso come

esempio un’opera canoviana: il busto in gesso di Tersicore,

musa della danza e del canto corale (Fig. 3), conservato

nei depositi del museo di Bassano del Grappa (INVENTARIO

S67 - rif. TUA 83).

Esso fu danneggiato durante il bombardamento del 1945

che distrusse parte del museo civico e a noi sono arrivati

due frammenti: il primo costituisce la parte anteriore della

testa e il basamento in legno, mentre il secondo è la coda

di capelli; parte della nuca e alcuni riccioli di capelli sono

andati perduti.

Nelle sale museali è esposta un’altra versione di questo soggetto

(INVENTARIO S35) ma è evidentemente molto diversa

anche se alcuni dettagli rimangono gli stessi e saranno fondamentali

per la ricostruzione della versione danneggiata.

Probabilmente questi busti erano degli studi per la statua

marmorea di Tersicore (a figura intera) della quale esistono

due copie, oggi conservate alla Fondazione Magnani Rocca a

Parma e al Cleveland Art Museum.

DUE VERSIONI A CONFRONTO

Il busto di Tersicore, di cui andiamo a fare la ricostruzione

(INV. S 67) è un busto in gesso e legno alto circa 50 cm e

con un diametro di circa 20 cm. Il basamento in legno è evi-

Fig. 3 - Busto in gesso di Tersicore, Antonio Canova. Confronto dell’opera con

un’altra raffigurante lo stesso soggetto.


Fig. 4 - Nuvola di punti con allineamento delle foto e misura di riferimento nel software Reality Capture.

dentemente compromesso dalla presenza di tarli, mentre

la parte in gesso, in particolare sulla sommità della testa,

mostra segni di concrezioni calcaree dovute all’esposizione

a pioggia e umidità.

Il gesso in esame presenta (Fig. 03):

4 l’inclinazione della testa più marcata verso destra;

4 la bocca chiusa e non dischiusa;

4 l’ovale del viso e il mento più morbidi;

4 il naso meno appuntito e il profilo naso-fronte più dritto;

4 gli occhi più aperti e l’iride non scolpita;

4 il basamento diverso: questo è in legno con una base

attica e due piccole volute sopra.

I capelli e il nastro (con motivo a reticolo) sono invece molto

simili e si possono riconoscere anche le corrispondenze

delle singole ciocche di capelli.

Il confronto tra le due statue sarà importante in fase di ricostruzione

perché la seconda servirà come modello per ricostruire

le parti mancanti della prima.

RILIEVO FOTOGRAMMETRICO

La campagna di rilievo fotogrammetrico è stata svolta seguendo

principalmente due metodi, anche per permettere

il confronto dei risultati, i quali sostanzialmente non variano

in maniera apprezzabile.

1) Foto scattate con macchina Canon EOS 5DSR su cavalletto

con due luci fisse. Le impostazioni della macchina erano le

seguenti: tempo scatto 1/30, apertura diaframma F 8.0, ISO

100, con obiettivo da 50 mm.

2) Le foto all’altro busto sono state scattate con la stessa

macchina ma senza cavalletto e con flash. Le impostazioni

della macchina erano le stesse tranne che per il tempo di

scatto, portato a 1/160. Questo cambiamento di metodo ha

comportato una sensibile diminuzione del tempo impiegato

nel rilievo della statua.

MODELLO DIGITALE

La ricostruzione digitale è stata sviluppata con il software

Reality Capture (Fig. 4), con il seguente flusso di lavoro:

4 caricamento foto;

4 allineamento delle foto e creazione della nuvola di punti;

4 verifica della posizione delle foto intorno al soggetto e

delle corrispondenze tra uno scatto e l’altro;

4inserimento del riferimento metrico (di solito si individuano

due punti su alcune foto, alla cui distanza si dà una

dimensione reale, in questo caso 10 cm) quindi è bene

predisporre un metro vicino all’opera d’arte in fase di rilievo

fotogrammetrico (Fig. 4);

4creazione del modello di mesh, visualizzabile in tre modalità:

nuvola di punti, modello di mesh bianco, sweet,

ossia un modello di mesh con una anteprima delle informazioni

colore dei punti o texture.

4texturizzazione del modello (se necessario);

4esportazione del modello (nel nostro caso, senza texture

perché le informazioni del colore dell’opera originale,

non ancora restaurata, non erano significative per il nostro

scopo).

Con il software Geomagic sono state poi pulite le mesh e

uniformate, togliendo il rumore derivato dal metodo di acquisizione

dei dati.

Il frammento della coda di capelli è stato rilevato in due

fasi, corrispondenti ai due lati, quindi per avere un modello

3D unico a tutto tondo abbiamo dovuto, con lo stesso software,

unire le due metà del frammento (il lato superiore,

rilevato nella prima fase, e il lato inferiore, rilevato per

secondo). Le due metà sono state quindi unite, facendo attenzione

ai punti di giunzione per renderli il più omogenei

possibile.

Alla fine, prima dell’esportazione, i modelli sono stati deci-

14 ArcheomaticA N°4 dicembre 2018


Tecnologie per i Beni Culturali 15

mati: si tratta della riduzione del numero

di mesh mantenendo inalterata la superficie

del modello. Quest’operazione viene

fatta per facilitare la manipolazione

successiva della mesh in altri software

di modellazione. In questo caso abbiamo

utilizzato il modello con un quarto delle

mesh rispetto all’originale.

ALLINEAMENTO E RICOSTRUZIONE

Con il software Rhinoceros sono stati

allineati i due frammenti, prendendo

come riferimento le prove di ricostruzione

fatte con i frammenti in gesso, in

maniera da replicare al meglio il posizionamento

delle varie parti.Abbiamo unito

i frammenti accostati, ricostruendo la

mesh lungo i punti di giuntura e abbiamo

poi ricreato le parti mancanti utilizzando

il modello dell’altro busto di Tersicore

(ottenuto sempre mediante la fotogrammetria), adattando

le proporzioni laddove necessario (Fig. 5).

APPLICAZIONE ANDROID PER TOUCH SCREEN

Attraverso il software Unity, abbiamo sviluppato un’applicazione

esportabile per sistema operativo mobile Android,

per la visualizzazione e la navigazione del modello ricostruito

della Tersicore su touch screen o dispositivi mobili.

Il modello 3D della statua è immerso in un ambiente neutro,

con illuminazione diffusa e diretta proveniente dal punto di

vista dell’osservatore; si riescono quindi ad apprezzare le

variazioni delle ombreggiature sulla statua e la comprensione

delle forme è più immediata.

La navigazione dell’ambiente risponde ai comandi touch:

Fig. 5 - Allineamento e ricostruzione digitali dei frammenti con Rhinoceros

a confronto con l’allineamento dei frammenti originali.

4 due tocchi e gesture pinch per lo zoom in e lo zoom out;

4 due tocchi e trascinamento per la funzione pan (leggera

traslazione dell’immagine).

Nell’interfaccia utente sono stati anche creati dei pulsanti

di navigazione interattiva per accendere o spegnere le

parti ricostruite dell’opera, per evidenziarle con un colore

diverso, o per far comparire più informazioni sull’opera

analizzata in modo da rendere ancora più chiara la fruizione

dell’opera e la sua ricostruzione.

4 un tocco con trascinamento per far orbitare la camera

(quindi il punto di vista del fruitore) intorno all’oggetto;

Fig. 6 - Interfaccia di fruizione dell’app sviluppata in Unity e funzionalità dei tasti.


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http://www.ufficiostudi.beniculturali.it/mibac/multimedia/

UfficioStudi/documents/1326709603677_B2278-4_Ministero_-_

Minicifre_2011.pdf

https://www.internazionale.it/notizie/2016/02/17/musei-operearte-nascoste

http://www.museibassano.it/

http://www.factum-arte.com/

http://www.factumfoundation.org/

https://www.capturingreality.com/

https://unity3d.com/

https://docs.unity3d.com/Manual/index.html

Abstract

This research is about the digital tools to make accessible the cultural heritage.

It was developed as a thesis of the Master Digital Exhibit of IUAV in Venice after

the work experience of the authors at the Museo Civico di Bassano del Grappa, in

collaboration with the Madrid-based company Factum Arte.

Many museums all over the world have the problem of their heritage not entirely

visible in their spaces.

The not accessible cultural heritage could be visitable through digital tools in the

following cases: if there is preservation problem, where the conditions in which

the works of art must be kept, can not be guaranteed in the museum rooms; if

there is difficulty in fruition and fragility of artworks, which regards works like

drawings or books; if artworks are not intact and stored in pieces and for some

reasons can not be physically recomposed.

We took as a case study for this third category the plaster bust of Tersicore by

Antonio Canova; we rebuilt it digitally and then make it accessible through an

Android app for touch screen.

Autore

Paola Perozzo

perozzozanollo@yahoo.it

Edoardo Zanollo

perozzozanollo@yahoo.it

www.thequicksloth.com

Parole chiave

Conservazione; beni culturali; fotogrammetria; ricostruzione digitale;

valorizzazione; musei; modelli 3D; app

16 ArcheomaticA N°4 dicembre 2018


Tecnologie per i Beni Culturali 17

Soluzioni e Tecnologie

Geospaziali per

la Trasformazione

Digitale

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RIVELAZIONI

San Adriano a San Demetrio Corone

Studio analitico degli affreschi pittorici a confronto

di analoghe opere meridionali

Il lavoro punta la propria attenzione su uno dei

maggiori monumenti legato al monachesimo

dell’Italia meridionale, la chiesa di San Adriano a San

Demetrio Corone in provincia di Cosenza, un gioiello

etnoantropologico arbëreshë.

Lo studio si concentra sul ciclo di affreschi pittorici

che occupano i sottarchi e le mura delle navate

minori all’interno del monumento, datati tra

l’XII e il XIII secolo, che oltre a rappresentare un

complesso narrativo importante, si rifà ad analoghe

opere presenti nei maggiori edifici ecclesiastici del

meridione, inclusa la Calabria stessa.

L’elaborato vuole dimostrare come le suddette

raffigurazioni, nonostante presentino una differente

datazione, mostrino una somiglianza tecnico

esecutiva con analoghi affreschi di epoca normanna

presenti in Sicilia, in particolare con quelli presenti

nella Cappella Palatina di Palermo e nei Duomi di

Cefalù e Monreale.

di Felicia Villella, Antonio Marchianò

Fig. 1 - Una delle fasi di assemblaggio del ROV.

Situato in provincia di Cosenza sul

versante orientale della Sila Greca,

il comune di San Demetrio Corone

è il luogo in cui sorge la chiesa

di San Adriano, un’antica abbazia fondata

da San Nilo di Rossano, suffraganea

dell’abbazia benedettina di Cava

dei Tirreni dal 1088 fino alla fine del

XI secolo, posta al centro di influenze

bizantine e pugliesi, nonché attenzioni

da parte della Campania e della Francia

meridionale.

Fondato sulle colline della pianura di

Sibari nel XV secolo dagli albanesi in

fuga dal dominio turco-musulmano, il

comune di San Demetrio insiste su un

preesistente monastero così come documentato

da un atto del 1471.

Fig 1; Fig. 2

18 ArcheomaticA N°4 dicembre 2018


Tecnologie per i Beni Culturali 19

Proprio per questo il piccolo borgo vanta ancora una forte

tradizione arbëreshë, preservando i riti bizantini.

Di così tanta storia rimane solo la chiesa, di cui si sottolinea

la perdita della facciata originale, che solo nel 1979 è stata

liberata dal corpo di fabbrica che le era stato addossato alla

fine dell’Ottocento.

L’edificio sorge su una chiesetta che è stata fondata dal

monaco basiliano San Nilo di Rossano, dedicandola ai santi

Adriano e Natalia, luogo che col tempo acquisì una notevole

importanza spirituale portandola ad una serie di ampliamenti

postumi, ma con le persecuzioni iconoclaste fu

abbandonato e distrutto dai saraceni. È nel 1088 che con

la cessazione da parte del duca Ruggero Borsa ai monaci

benedettini di Cava dei Tirreni inizia il processo di latinizzazione

del territorio. Infine, restituito ai monaci basiliani,

il monastero fu costruito ex novo tra il XII e il XIII secolo,

implicando il ritorno al rito greco.

ANAMNESI E ANALISI TECNICO-ARCHITETTONICA

Il prospetto frontale presenta una spoglia facciata a spioventi

in muratura, realizzata con conci in pietra di grosse

dimensioni, interrotta solo da tre aperture, che lasciano intendere

la tripartizione interna delle navate.

I due prospetti laterali sono decorati da una serie di archetti

pensili che corrono sotto la linea di gronda del tetto, scanditi

in gruppi di tre da sottili lesene che poggiano su un alto

zoccolo nel prospetto settentrionale in cui sono presenti incavi

circolari, contenenti forse piccoli bacini di ceramica,

dal gusto tipicamente orientale. (Fig 1; Fig. 2)

Si accede all’ingresso mediante due portali, il meridionale

composto da un arco a sesto acuto a doppia ghiera e il settentrionale,

invece, a tutto sesto maggiormente decorato;

sono presenti infatti motivi vegetali ed astratti nelle due

mensole di appoggio alla lunetta, mentre a metà altezza

dello stipite sono presenti due mascheroni: uno dalle sembianze

feline e l’altro antropomorfo dalle cui bocche di entrambi

fuoriesce un doppio caule che circonda i capi, di

stampo prettamente romanico, a testimonianza del diretto

collegamento tra le abbazie meridionali e quelle del sud

della Francia. (Fig. 3; Fig. 4; Fig. 5)

Come già accennato, l’interno è diviso in tre navate scandite

da arcate longitudinali di forma e ampiezza diversa,

poggianti su colonne nella prima campata e poi su pilastri di

forma differente nelle successive campate. Un arco trionfale

ad ogiva porta al presbiterio, originariamente terminante

in un’unica abside semicircolare, sacrificata per far posto

all’attuale transetto barocco, decorato nel Settecento da

un ciclo di affreschi e dagli altari in opus gypsicum.

Il monumento presenta una decorazione pavimentale in

opus sectile, in buona parte conservata, è composta da

un disegno musivo a specchiature marmoree, composte da

tasselli geometrici inseriti in un reticolo di fasce in marmo

bianco, quest’ultimo rimanda ad analoghi reticoli della basilica

di Montecassino, dove l’abate Desiderio nella metà

del XII secolo interpellò esperti artisti provenienti da Costantinopoli.

L’influenza bizantina è evidente nel ciclo pittorico oggi presente

solo nei sottarchi costituito da figure di santi militari,

vescovi, un santo asceta e un monaco, tipiche raffigurazioni

delle più venerate figure nelle chiese bizantine. Gli affreschi

sono stati scoperti nel 1939, interamente ricoperti

dall’intonaco e poi portati nuovamente alla luce e ripulite

da pesanti ridipinture postume.

(Fig. 6)

Riconducibili soprattutto a manifattura siciliana, gli affreschi

risultano essere contaminati anche da forme stilistiche

all’ambito figurativo tardo comneno, affermazione che tro-

Fig. 2 - L’OpenRov con le due camere GoPro montate sui lati.

Fig. 3; Fig. 4; Fig. 5


ealizzata in una sola giornata, mentre i decori, quali i motivi

geometrici e floreali, sono stati eseguiti in prima mano e

senza rifiniture con soli tre colori: bianco, rosso e grigio. La

scena della presentazione al tempio presenta, invece, una

più vasta gamma di colori.

(Fig. 7; Fig. 8)

Fig. 6

va riscontro soprattutto nella raffigurazione della Vergine

al tempio, probabilmente del XIII secolo, in cui sono però

presenti anche alcuni santi della Cappella Palatina di Palermo

e del Duomo di Cefalù e anche alcuni passi che sono

riscontrabili nei mosaici di Monreale, facendo spostare la

datazione alla fine del XII secolo.

CENNI SUL RESTAURO E ANALISI D’IMMAGINE

I primi interventi di restauro mirati al consolidamento

dell’edificio furono intrapresi dalla Soprintendenza per i

Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria di

Cosenza nel 1939, lavori che portarono alla luce gli affreschi

celati dall’intonaco risalente al 1860.

Una seconda campagna di restauro fu intrapresa fra il 1948

e il 1955 accompagnata da una serie di scoperte, tra cui il

rosone sovrastante l’arco absidale e le sue fondamenta normanne,

le finestre della facciata e tracce di affreschi, non

più visibili, sui timpani interni.

Seguì, secondo i dettami della Soprintendenza, un erroneo

intervento con pesanti ridipinture sugli affreschi che modificò

totalmente le morfologie delle figure presenti. Fu solo

nel 1993 che queste ultime furono eliminate definitivamente.

Il restauro previde inoltre un’azione di consolidamento

dell’intonaco e una di pulitura, operazioni che hanno evidenziato

come in realtà lo strato pittorico originario fosse

ben saldo ed eseguito a fresco con la tecnica della giornata.

Le figure sono state realizzate molto velocemente una

volta steso il tonachino, questo fa presuppore la presenza

di diversi pittori che lavoravano contemporaneamente; ad

esempio La presentazione della Vergine al Tempio è stata

STATO DELL’ARTE E CONFRONTI CON OPERE SICILIANE

Come già affermato, poco resta degli affreschi presenti

all’interno dell’edificio religioso, ma questo ci permette

ugualmente di avanzare ipotesi sulle decorazioni originarie

avvalendosi di raffronti esecutivi e morfologici di analoghe

opere dell’Italia meridionale.

Il lavoro proposto, vuole di fatti dimostrare come siano evidenti

le somiglianze compositive e tipologiche soprattutto

con i cicli siciliani di epoca normanna, la Cappella Palatina

di Palermo e i Duomi di Cefalù e Monreale, ma anche con

ulteriori cicli divisi tra la Basilicata e la Puglia, Santa Maria

D’Anglona, Santa Maria delle Cerrate, San Mauro a Sannicola,

San Salvatore a Sanarica, qui solo citati e infine con

opere presenti nella Calabria stessa, Chiesa dello Spedale

di Scalea, Chiesa della Panaghia di Rossano, la Cattolica di

Stilo e la Chiesa del Campo di San Andrea Apostolo dello

Jonio. È possibile ipotizzare la circolazione di una classe

di pittori che nel primo trentennio del secolo XIII operava

in tutta l’Italia meridionale, con una buona conoscenza del

greco, così come attestano le iscrizioni presenti sulle opere.

Se iniziamo dalle raffigurazioni presenti nella chiesa di San

Adriano, così come studiato da Lavermicocca, potremo notare

che le figure dei vescovi presenti nel terzo intradosso a

sinistra all’interno dell’edificio, mostrano un abbigliamento

simile alle rappresentazione dei santi vescovi della Cappella

Palatina.

Analogamente nel Duomo di Monreale sono riconoscibili le

figure di santi nell’abside sotto la figura del Pantocrator,

negli intradossi e nei piedritti degli archi e nella strombatura

delle finestre dove sono raffigurati pontefici, vescovi,

dottori della chiesa e martiri.

Molto probabilmente, gli affreschi calabresi hanno origine

da questi contesti siciliani perché mostrano uno stile pittorico

caratterizzato da un pronunciato linearismo e da una

metodica nel trattamento del colore che sembra rimandare

alla più antica fase tardo-comnena, attestata nei mosaici

siciliani.

Ciò che avvicina gli affreschi di San Adriano ai cicli citati

è il predominio della linea nel disegno dei corpi, la resa

dei panneggi con pieghe verticali e sobrie e il rilievo dato

ad alcune parti della figura come ad esempio il ginocchio,

tramite piccole masse di luce.

L’affinità stilistica è attestata dal confronto tra la figura di

San Basilio di San Demetrio e alcuni santi della Cappella Palatina

di Palermo e del Duomo di Cefalù. Si può notare, in-

Fig. 7; Fig.8

20 ArcheomaticA N°4 dicembre 2018


Tecnologie per i Beni Culturali 21

fatti, una comune impostazione delle figure ieratiche, olosome,

stanti in posizione frontale. Esse presentano la stessa

tipologia di abbigliamento composto da sticharion, phailonion,

omophorion a grandi croci nere, epitrachelion ad una

sola banda piuttosto larga ed enchirion. Tutte sorreggono il

vangelo con la mano sinistra velata, hanno barba a punta e

rughe sulla fronte. Nel San Basilio si nota però un’evoluzione

stilistica dovuta all’uso di un chiaroscuro morbido e da

un trattamento più naturalistico del panneggio.

Lo stesso discorso tecnico esecutivo vale per la somiglianza

tra il San Nicola di San Demetrio e quelli presenti nel Duomo

di Cefalù e di Monreale. La differenza sta nella postura,

negli edifici di Cefalù e Monreale è raffigurato con la mano

sinistra benedicente, mentre nella chiesa calabrese posa la

mano sul Vangelo.

Nella terza arcata all’interno della chiesa di San Adriano,

sono presenti due gerarchi della chiesa che recano nella

mano sinistra il libro sacro e hanno la mano destra benedicente

con postura identica a quelle precedentemente citate.

L’abbigliamento in entrambi è tipico dell’iconografia

tradizionale tranne che per la presenza di enchirion, attributo

apparso per la prima volta nel XI secolo.

La prima figura è un vescovo raffigurato con la barba folta

appuntita e benedicente alla maniera latina, mentre dalla

lunga veste si intravede la punta del piede destro. Questa

figura potrebbe raffigurare San Basilio.

La seconda figura, invece, presenta una barba arrotondata

bianca, fronte alta e canuto. È rappresentato con il gesto

della benedizione alla greca ed è stato identificato con San

Nicola.

L’ultima arcata verso il presbiterio accoglie una figura intera

di vescovo. Il santo è rappresentato con cappelli e barba

bianca, quest’ultima lunga e appuntita. Regge il vangelo

con la mano sinistra e benedice con la destra, anche

egli ripropone un abbigliamento analogo ai precedenti. Da

un punto di vista iconografico potrebbe rappresentare San

Atanasio. Analoghe raffigurazioni sono presenti, come già

detto, in ulteriori edifici ecclesiastici sparsi per la Calabria.

Nell’abside della chiesa di Scalea, ad esempio, è presente

San Nicola in cattedra fra quattro santi; come ampiamente

studiato da Biagio Cappelli il confronto con gli affreschi di

San Demetrio permette di evidenziare alcuni fattori comuni,

come la raffigurazione di entrambe le figure con capelli

e barba corti e abbigliati da una veste episcopale con un

panneggio lineare. L’unica differenza sostanziale sta nel

fatto che il San Nicola presente a San Demetrio è in posizione

frontale ed eretta mentre l’altro è seduto in cattedra.

(Fig. 11; Fig. 12)

Nella stessa chiesa di Scalea è presente un altro San Nicola

sulla parete palinsesto meridionale, maggiormente similare

a quello di San Adriano. Di fatti entrambi sono incorniciati

da un aureola gialla e presentano capelli e barba corta. Nello

stesso edificio, nella parete settentrionale della chiesa,

è presente un altro santo, ma acefalo che indossa un pallio

rosso con sopra delle croci nere; la resa del panneggio scende

a pieghe verticali e sobrie. Probabilmente proprio per la

resa del panneggio e per la gamma cromatica basata su un

rosa pastello molto luminoso si tratterebbe di San Atanasio.

Ulteriori confronti si possono fare tra il San Giovanni Crisostomo

nella chiesa della Panaghia a Rossano e due figure

di santi nella Cattolica di Stilo. Il santo di Rossano ha un

volto allungato circondato da una grande aureola, cappelli

corti, barba corta che scende a punta e rughe sulla fronte.

Dalla morfologia stilistica è assimilabile al San Nicola di San

Demetrio. Tutti i santi presenti nella Cattolica di Stilo mostrano

somiglianze con pitture bizantine sia della Grecia e

isole, che del versante jonico dell’Italia meridionale.

Fig. 9

Benché siano poco leggibili è possibile fare riferimento a

quanto osservato in passato da Polo Orsi nella figura che occupa

il mezzo pilastro a sinistra dell’abside centrale, riconducibile

anch’essa a San Nicola, raffigurato con paramenti

vescovili blu e neri con mano destra benedicente secondo

il rito greco, mentre con la sinistra regge un evangelario. I

santi presenti a Stilo indossano lo stesso abbigliamento dei

Santi Atanasio, Basilio, Biagio e Nicola presenti nella chiesa

di San Adriano.

(Fig. 13)

Infine sono da citare le pitture presenti a San Andrea Apostolo

dello Jonio nella chiesa del Campo. Queste sono state

segnalate per la prima volta da Giorgio Leone nel 1990. Purtroppo

il ciclo è giunto a noi in modo frammentario, ciò nonostante

possiamo apprezzare alcune figure che si possono

confrontare in modo significativo con quelle presenti a San

Adriano. Per esempio, la figura di Stefano diacono e di un

santo diacono con i volti dei personaggi presenti nella scena

de La Presentazione della Vergine al tempio di Sant’Adriano.

Le espressioni dei visi mostrano lo stesso taglio degli occhi

ed è facile notare come le sopracciglia e il naso abbiano

la stessa composizione stilistica.

La datazione del ciclo pittorico di S. Andrea Apostolo, facilitata

dallo scavo archeologico eseguito in situ, sembrerebbe

ricadere nella prima metà del XIII secolo; una datazione che

può essere proposta anche per gli affreschi di S. Adriano.

Fig. 10


CONCLUSIONI

L’elaborato ha messo in evidenza i legami

esistenti tra gli affreschi della chiesa di San

Adriano a San Demetrio Corone in provincia

di Cosenza e analoghe opere presenti sia su

territorio calabrese, come la chiesa dello

Spedale di Scalea, la chiesa della Panaghia

di Rossano, la Cattolica di Stilo e la chiesa

del Campo di San Andrea Apostolo dello Jonio,

che su territorio siculo, in particolare

con la Cappella Palatina di Palermo, il Duomo

di Cefalù e quello di Monreale.

In funzione delle ipotesi presentate, il lavoro

si è sviluppato procedendo con una ricca

indagine storico-anamnestica oltre che un

attento studio morfo-esecutivo degli affreschi

oggetto d’esame, mettendo in evidenza

come le opere murarie del complesso di

San Demetrio oggetto di analisi, nonostante

i restauri non sempre efficaci effettuati,

presentino notevoli similitudini con le raffigurazioni

degli stessi personaggi presenti in

tutto il meridione, avvallando l’ipotesi secondo

cui fossero presenti delle maestranze

che operassero in questi territori portando

nelle proprio bagaglio di tecniche esecutive

lo stesso stile iconografico.

Tra i risultati ottenuti dalle indagini, in

base a quanto presentato durante le analisi

riguardanti i raffronti tra le raffigurazioni

esaminate la datazione degli affreschi presenti

nella chiesa di San Demetrio Corone

risalirebbero alla prima metà del XIII secolo,

spostandone così la datazione comunemente

adottata.

L’articolo vuole comunque essere un approccio

prettamente preliminare alle opere,

che getti le fondamenta su cui intavolare

un maggiore e più approfondito studio

degli affreschi, ampliando il campo di indagine

su cui improntare ulteriori raffronti

iconografici, per conferire massima affidabilità

alle ipotesi presentate.

Fig. 13

Fig. 11; Fig. 12

22 ArcheomaticA N°4 dicembre 2018


Tecnologie per i Beni Culturali 23

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Abstract

The work focuses on one of the major monuments related to the monasticism

of southern Italy, the church of San Adriano in San Demetrio Corone in the

province of Cosenza, an ethno-anthropological arbëreshë jewel.

The study is based on the cycle of frescoes that occupy the sub-arches and the

walls of the minor naves inside the church, dated between the twelfth and

thirteenth centuries, which in addition to representing an important narrative

complex, it refers to similar works in the major ecclesiastical buildings of the

south, including Calabria.

In Calabria, in fact, we find terms of comparisons in the church of the Spedale

of Scalea, in the church of Panaghia of Rossano, in the Cattolica of Stilo and in

the church of the Campo of San Andrea Apostolo dello Jonio.

The elaborate wants to demonstrate how these representations show, although

they present a different date, a technical similarity with an analogous frescoes

of the Norman period present in Sicily, in particular similarities with

those present in the Palatine Chapel of Palermo and the Duomes of Cefalù

and Monreale.

In support of this thesis, we propose the image analysis of some portions of the

pictorial works supported by a careful historical-artistic study, with the aim

to create a union between non-invasive and theoretical-executive diagnostic

investigations.

The section that we want to investigate concerns the actual status of the asset

and will highlight a summary of the paintings in order to provide a general

overall status, that it aims to be the starting point for a more in-depth future

analysis of the whole complex considered.

Parole chiave

Ciclo di affreschi; conservazione-restauro; edifici storico-monumentali

Autore

Felicia Villella

licia.villella@tiscali.it

Antonio Marchianò

antoniomarchiano@hotmail.it


GUEST PAPER

Archaeo-mineralogical Characterization of ancient

copper and Turquoise mining in south Sinai, Egypt

by Mohamed M. Megahed

Fig.1 - Shows a map of

Sinai Peninsula

The study aims to investigate the source zones for

copper in south Sinai, Egypt during the pharaonic ages, to

determine the extent of a manufacturing centre and its

position and to know the systems of metallurgical works,

fire places and furnaces. The study had two main aspects:

1)it has been done a serious survey to investigate the

mines of the south Sinai, during which several different

mining features were randomly chosen for excavations

such as open cisterns, plates and galleries, collected every

small things and fine details of the mining technology

used at these sites; 2) careful investigations by a serial of

different analytical techniques for Ore and slag samples

from the selected mines have been applied; the obtained

information can be married up and exploited to determine

exactly the main activity for each site.

Sinai Peninsula or simply Sinai (/ˈsaɪnaɪ/; Arabic: ‎ءانيس

Sīnāʼ; Egyptian Arabic: ‎انيس Sīna, is a peninsula in

Egypt, the only part of the country located in Asia.

It is situated between the Mediterranean Sea to the north

and the Red Sea to the south; it is triangular in shape, with

northern shore lying on the southern Mediterranean Sea

and southwest and southeast shores on Gulf of Suez and

Gulf of Aqaba of the Red Sea. It is a land bridge between

Asia and Africa. Sinai has a land area of about 60,000 km2

(23,000 sq mi) and a population of approximately 1,400,000

people. Administratively, Sinai Peninsula is divided into two

governorates: the South Sinai Governorate and the North Sinai

Governorate (Fig. 1). Three other governorates span the

Suez Canal, crossing into African Egypt: Suez Governorate

on the southern end of the Suez Canal, Ismailia Governorate

in the center, and Port Said Governorate in the north [www.

sinaiwikipedia].

Transition from the Neolithic to Chalcolithic periods occurred

in more than one geographic area, as archaeo-metal lurgical

evidence suggests that copper smelting was discovered

independently in many different parts of the world. In ancient

ages two regions with occurrences of copper deposits

are known in Egypt: central southern part of Sinai Peninsula

and the eastern desert. Sinai was the site of extensive copper

exploitation in pharaonic times. The copper occurrences

are classified as strati form deposits, copper occur in

the form of secondary minerals, predominantly malachite

(rarely azurite and chrysocolla) impregnating Paleozoic clastic

sediments. In some localities, copper minerals are mixed

with manganese oxides, copper contents in the ore vary

from 3 to 18% [Gerald F., Vladimir H., and Antonin P., 1995].

The mining of copper had been carried out for long time

on the surface, there are also known previously horizontal

cavities, galleries which follow the ore mineralization some

40-50 meters into the rock.

The copper ore mined at several localities in Sinai which

include Wadi Al-Maghara, Wadi Kharag, Wadi Al-Nasib, Serabit

Al Khadem, Regeita, Samara, Abu El Nimran and others.

The indications about copper mining in Serabit El-Khadim

are less clear, as the ancient working indications in that

area have not taken the enough intention of research and

study, although the copper ore is found in the divinity of the

temple of Serabit El-Khadim [Gardiner A., Peet T., & Cerny

J., 1955].

Turquoise also was mined in ancient times at the same areas;

a lot of archaeological researches were carried out to

prove and investigated the sites of turquoise mining in south

Sinai. This was confirmed by a peculiar appearance, which

strangely enough has not been observed by any earlier travellers.

A lot of papers have been written by travellers, scholars and

researchers about ancient mines of copper and turquoise

in south Sinai area, Egypt [Petrie W. M. F., 1906, Gardiner

A., Peet T., & Cerny J., 1955, El Shazly S. M., 1959, Charles

B., and Dominique V., 1997, Rothenberg B., 1987, Paul T.

N., & Ian S., 2000, Beit-Arieh, I., 1987], but all of these

papers had a shortage, there was integrated between the

mines of copper and the mines of turquoise in these papers,

24 ArcheomaticA N°4 dicembre 2018


Tecnologie per i Beni Culturali 25

especially in Wadi Al- Maghara, Wadi Al-Nasib, Wadi Kharag

and Serabit Al-Khadim, they couldn’t determine exactly the

activity of each site.

This study aims to clear this point and determine exactly

the mines of copper and turquoise, the study also aims to

know the nature and correlation of many of mining features,

the relation of the mining shifts to the underground

gallery systems and the function of plates, to have a better

understanding of the formation of the mining region’s post

and present topography, especially of the relation between

the different mining features and the landscape features

which often appeared to be extremely odd, to investigate

the source zones for copper in south Sinai, Egypt during the

pharaonic ages, to investigate the positions and ground plan

situations of single manufacturing objects (earth houses, a

house with stone socle, stone house, metallurgical works,

fire places, furnaces, etc., to determine the extent of a manufacturing

Centre and its position and to know the systems

of metallurgical works, fire places, furnaces, etc.

To achieve that the study had two main aspects: first, a

serious survey to investigate of the mines of south Sinai was

a cured; several different mining features were randomly

chosen for excavation such as open cisterns, plates and galleries,

collected every small things and fine details of the

mining technology used at these sites.

Secondly: Careful investigations by a serial of different

analytical techniques for Ore and slag samples from the selected

mines have been applied; the obtained information

can be married up and exploited to determine exactly the

main activity for each site.

HISTORICAL AND MINERALOGICAL STUDY

Sinai was called Mafkat or “country of turquoise” by the ancient

Egyptians From the time of the First Dynasty or before,

the Egyptians mined turquoise in Sinai at two locations,

now called by their Egyptian Arabic names Wadi Magharah

and Serabit El-Khadim. The mines were worked intermittently

and on a seasonal basis for thousands of years. Modern

attempts to exploit the deposits have been unprofitable.

These may be the first historically attested mines.

Archaeologists have found that the very earliest known

settlers in the Sinai-they arrived about 8,000 years agowere

miners. Drawn by the region’s abundant copper and

turquoise deposits, these groups slowly worked their way

southward, hopping from one deposit to the next. By 3500

BC, the great turquoise veins of Serabit El-Khadem had been

discovered. At the same time, the kingdoms of Egypt became

united under its first pharaohs, and these great rulers

soon turned their eye eastward. By about 3000 BC the Egyptians

had become masters of the Sinai mines, and at Serabit

El-Khadem they set up a large and systematic operation. For

the next two thousand years, great quantities of turquoise

were carved from Serabit El-Khadem, carried down the Wadi

Matalla to the garrisoned port at El-Markha (just south of

Abu Zenima), and set aboard boats bound for Egypt. For

the Egyptians, the brilliant blue-green stone served myriad

purposes: scarabs were carved from it, and the bright

mineral enamels of powdered turquoise were used to color

everything from fine statuettes to bricks.

Richard Lepsius, in the 33 rd of his famous letters written during

his antiquities hunting mission in 1845 on behalf of his

Majesty Fredrick William 1V of Prussia, made the following,

often quoted statement concerning the Egyptian mining

temple at Serabit El-Khadim in south Sinai. The divinity, who

was mostly revered here in the middle and new kingdom was

Hathor, with the designation, also found in Wadi Maghara

(Mistress of Mafkat) i.e.( the copper country), for Mafkat

signified (copper) in the Hieroglyphical, as well as in Coptic

language.

The meaning of Mafkat (= copper) as viable evidence for

pharaonic copper mining was entirely within (the spirit of

the time) of early nineteenth century, although even then

slag samples from slag-hills at Serabit could have been

analyzed.

In 1984 the historian J. Muhly used the meaning of Mafkat

( now revised as turquoise) as the principal evidence for

his astonishing conclusion that, in contrast to the evidence

Fig. 2 - Shows the ancient smelters houses in wadi

Maghara.

Fig. 3 - Shows a stair on the eastern mountain, leads

to ancient smelters houses in wadi Maghara.

Fig. 4 - Shows a casting mold in wadi Maghara.


Fig. 5 - Shows a general view of Wadi Nasib.

Fig. 6 - Shows copper deposits in the rocks in Wadi Nasib.

from the wadi Arabah no ancient copper mines have yet

been identified in the south Sinai. Nor have any copper

smelting sites been found in the area [ Muhly J., 1984].

Flinders Petrie,s pioneering work in Sinai was mainly concerned

with excavations at the mining temple of Serabit El-

Khadim and the turquoise mining camps of Maghara, but on

the pages of his Sinai report, especially in the chapters contributed

by C.T. Currelly, there are numerous references to

substantial remains of ancient copper mining and smelting

in various parts of the south Sinai [Petrie W. M. F., 1906].

El Shazly of the Geological survey of Egypt, published in

1959 a report on the copper deposits of Sinai, several ancient

copper mines have been reported in Sinai, which included

Gebel Um Rinna, Serabit El-Khadim and Maghara [El

Shazly S. M., 1959].

The copper ore mined in Sinai in the ancient time was largely

malachite associated with a little azurite and chrysocolla.

El Shazly also reported copper mineralization at

several localities in Sinai which include Serabit, Regeita,

Samara, Abu El Nimran and others.

Wadi Maghara considers the first and important area in

south Sinai, which the ancient mineralogy missions sent to

it. Beside Turquoise, there are no doubt copper was also

obtained here. This was confirmed by a peculiar appearance,

which strangely enough has not been observed by any

earlier travellers.

There are debris of ancient smelters houses, which date

back to the old kingdom (2780- 2230 BC), and the middle

kingdom (2134-1778 BC), also a huge quantities from copper

slag, destroyed pots and casting molds which returned

back to old and middle kingdom were found in the region

(Figs.2- 4).

In the region of Bir Nasib, in the vicinity of the well of Nasib

are large slags heaps and ruins of several smelting furnaces.

Rothenberg noticed small adits during his visiting’s to Wadi

El-Nasib area, these small adits visible in the sandstone cliffs

surrounding the smelting area show green lumps consisting

of malachite, paratacamite and quartz.

The whole district extending as far as Um Bogma and Gebel

Um Rinna is rich in copper mineralization.

The mines of the ore are situated about one and a half hours

to the north-west in Gebel Um Rinna, here in several horizontal

sandstone layers, have been squeezed wedge-shaped

masses of earthy copper oxide of unusual dimensions. The

old inhabitants drove shafts and labyrinth-like cavities in

many directions, leaving pillars of rock untouched to prevent

the whole from caving in judging by the dimensions

of these workings the quantity of ore extracted must have

been very large even now immense masses of cupriferous

rock are still to be seen [Rothenberg B., 1987].

Another mine, where caverns of about 80 feet had been

emptied, seemed to have been destroyed because of depletion;

the ore contained 18% of pure copper of high quality.

These ores could be reduced without any additional flux;

Rothenberg obtained 18% pure copper and an equal quantity

of iron slag (Figs.5, 6).

On the hill above the other mine, we can see a small, 8 feet

long obelisk of sandstone, on its side, facing the ground, it

showed beautifully worked hieroglyphs.

According to the Egyptian tradition, these mine working

were commemorated by royal hieroglyphic inscriptions and

proto-sinaitic inscriptions of the middle kingdom. Some Nabataean

inscriptions near the workings indicate that mining

occurred here also in later periods. On the opposite side of

the valley, about 200m., south of the slag heap, and right

next to the ancient copper mines, a large hieroglyphic inscription

of the Ramesside period, and a smaller inscription

probably of the Middle Kingdom were discovered by Rothenberg.

The Ramesses 11 inscription is of particular interest

because it shows, on either side of the royal cartouche,

two figures who are named as the (Royal Butler Neferronpe

and the Captain of the Host, paenlevi) high ranking members

of the Egyptian hierarchy, and clearly the joint leaders

of an expedition to the Pharaonic mines and smelters of Bir

Nasib [Rothenberg B., 1987].

To the northern west of Wadi Nasib located one of the oldest

and important copper mine in south Sinai, it is Wadi

Kharag mine. This mine is a very rough and irregular excavated

adit, about 100 m., long, 10 m., wide and 2 m., high.

It still shows in the region some fragments from smelting

pots, slags, copper mineralization besides manganese and

iron ores. The latter had apparently been left untouched

by the ancient miners as they were only interested in the

copper ore.

Here too, an Egyptian engraving was found (Fig. 7). It is a

crude drawing of a shrine in which the Egyptian god Ptah

(who is frequently associated with workmen, sits on a chair,

holding what appears to be a sceptre.

Further up on the hill, right above the copper mine, a stela

of Sesostris 1(1971-1928 BC) of the 12th Dynasty, was discovered

by Rothenberg expedition [Rothenberg B., 1987].

About 150 m., further on, there was a typical Egyptian miners

camp, similar to the camps of Maghara. It consisted of

a long row of semi-detached rooms, constructed in a semicircle

against a cliff. Engraved on this rock was a monumental

hieroglyphic inscription of the 5th Dynasty (Fig. 8),

which reads: the king of upper and Lower Egypt, Sahure,

who lives forever- Thoth, Lord of Terror, who smites the

Land of the Setjet {Asia}.

26 ArcheomaticA N°4 dicembre 2018


Tecnologie per i Beni Culturali 27

Evidently site of Wadi Kharag was a centre of old and middle

kingdom copper mining and is, in fact, the earliest Pharaonic

copper mining camp so for discovered in Sinai.

Although the copper ore is found in the divinity of the temple

of Serabit El-Khadim, the indications about copper mining

in this area are less clear [Gardiner A., Peet T., & Cerny

J., 1955].

In 1987 Beit Arich [Beit-Arieh, I., 1987], discovered same

opened casting molds, made of nubian sandstone and a base

of below in the region of Serabit El-Khadim.

To the East and west of the temple at Serabit El-Khadim are

to be seen the Mines which were carved in sandstone, there

are in the neighbor-hood and we can fallow the old paths

which lead to them [Charles B., and Dominique V., 1997],

(Figs.9, 10).

Amang the cultural achievements related to Sinai is the earliest

alphabetic script invented the so-called proto-Synatic

or proto-Synatic inscriptions. These were found carved on

the rocks at Maghara, Serabit El Khadem and Wadi Nasib.

Scholars date them to the New Kingdom or perhaps even as

early as the Middle Kingdom. The script was used by the miners

during their work and habitation there. Some scholars

state that this script was derived from hieroglyphics, and

that it was the basis from which the Phoenicians invented

their alphabet, which, in turn, is the mother of the modern

western alphabet. Hopefully, archeologists will eventually

shed some light on the steps that originally led to the formation

of the script, its place in time, and other details

[Saad El-Din M., Makhtar G., 1998].

METALLURGICAL STUDY

Egyptians probably drew their first supplies of copper as

native metal and step by step from the abundant malachite

stones found in south Sinai region and in the hills near Red

Sea in the eastern desert.

Malachite was probably the first metallic ore smelted on an

important scale. To smelt copper from malachite requires a

temperature of at least 1083Oc and a reducing atmosphere.

At one time archaeologists suggested that Neolithic man

could have accidentally satisfied these metallurgical conditions

when he used malachite stones to surround his camp

fires [Konrad J. A., 1999].

The earliest known method of copper smelting in pottery

kilns was pieced together based on bowl-shaped depressions

in the earth of south Sinai area. Clay sides of these

depressions were discolored by heat mixed with sand that

filled and surrounded these depressions were bits of greenish

copper slag, which contained small prills or blobs of

metallic copper. Nearby sandstone blocks could be fitted

together to form a furnace with a total depth of 80cm and

width of 45cm. charcoal fuel made from desert a acacia

trees and carbon dated at 3500 BC., was also found at the

site. An iron oxide flux was probably gathered from nearby

cliffs. Tests on this slag showed that furnace temperatures

reached 1180-1350 Oc., these temperatures would have required

some form of forced draft, possibly pumped into the

furnace with draft, possibly pupped into the furnace with a

goatskin bag and a clay tubes (Fig.11).

Along Wadi Kharag area we can see copper smelting slag,

fragments of copper casting crucibles and furnace fragments

accompanied by Egyptian sherds, it is a clear evidence

of copper smelting in situ.

In the early 19th century, Ruppell noted a large slag heap at

Bir Nasib, immediately next to the ancient well which is still

up till now in the region (Fig.12).

Petrie 1906, surveyed this slag heap and his calculations

of about 100,000 tons of slag, was recently confirmed by

Fig. 7 - Shows ancient inscription represents the God Path

sitting on a chair, Wadi Kharag area.

Fig. 8 - Shows a hierographic inscription from the 5th Dynasty,

old kingdom, Wadi Kharag area.

Fig. 9 - Shows the temple of Hathor, Serabit El-Khadim.

Fig. 10 - Shows a hieroglyphic tablet of the reigning Pharaoh

above a mine in the region of Serabit El-Khadim.


Fig. 11 - Shows

the development

of ancient

smelting

furnaces [Nofal

A. A., Waly M.

A., 1995].

date for the site’s top layers and it seems reasonable to assume

that the lower layers belong to earlier periods of the

pharaonic copper industries at Bir Nasib. These are probably

related to the hieroglyphic and proto-Sinaitic rock engravings

of the middle kingdom found on the hills surrounding the

valley of Bir Nasib [Rothenberg B., 1987].

MATERIALS AND METHODS

A serial of different analytical techniques for ore and slag

samples from the selected mines have been applied; the

obtained information can be married up and exploited to

determine exactly the main activity for each site.

Stereo microscopy (Nikon SMZ 800N) was used to obtain

a rapid and representation characterization of the microstructure.

The application of this technique is followed by

XRF analysis to know the elemental distributions. For these

investigation a Sky ray instrument (EDX-Pocket-111, Devices

S/N: 760073) was used. Also X-Ray diffraction analysis was

carried out for same samples were taken from the selected

sites, by using a Philips X-Ray, Diffract meter type: pw1840

with Cu k& Radiation, to identify the compounds of these

samples.

RESULTS

Precious results were obtained from this study, which can be

summarized in the following sub paragraphs.

Fig. 12 - Shows a huge hill of slag in Wadi Nasib.

Bachmann, who calculated the quantity of metallic copper

produced at Bir Nasib as about 5000 tons- a huge quantity of

copper for ancient times [Petrie W. M. F., 1906].

Bachmann also established that the Egyptian smelting slag

at Bir Nasib is manganese rich of fayalite type, as which be

expected considering the close relation between manganese

deposits and copper mineralization typical of this area.

Rothenberg trial trenches in Bir Nasib area provided definitive

stratigraphic and ceramic evidence for a new kingdom

Stero Microscope

Stereo microscopy (Nikon SMZ 800N) was used to obtain

a rapid and representation characterization of the microstructure.

The samples were crass sectioned, embedded in

epoxy resins in and polished with Sic paper of mesh 600-

4000 (grain size 30-5 um).

The surface morphology and mineralogical investigations

for the selected samples have been observed by using this

microscope, the obtained investigation results are shown in

(Figs.13- 22).

X-Ray Fluorescence Analysis

Eight samples from the selected sites were analyzed by this

technique to determine its composition, by using: a Sky ray

instrument (EDX-Pocket-111, Devices S/N: 760073). XRF

analysis results are shown in (Table 1).

Elements

%

Samples

Maghara

Ore

Maghara

Slag

Cu Fe Cl P Mn Zn Mg Sr Zr Si K S Ti Ni Al Ca

5.07 10.90 0.00 0.08 0.11 0.00 13.85 0.00 0.00 15.52 0.00 6.74 0.10 1.32 3.31 1.31

0.03 0.06 0.00 0.00 0.01 0.00 1.07 0.00 0.00 0.15 0.00 0.05 0.00 0.02 0.19 0.01

0.02 0.06 0.00 0.00 56.20 0.73 0.00 0.25 0.01 1.00 0.40 0.00 0.08 0.00 0.00 0.58

0.01 0.03 0.00 0.01 0.15 0.01 0.00 0.00 0.00 0.05 0.00 0.00 0.00 0.00 0.00 0.00

Kharag Ore 24.74 7.87 2.64 0.00 0.13 0.01 0.00 0.00 0.00 19.47 0.08 0.00 0.09 2.78 2.10 0.26

0.08 0.05 0.03 0.00 0.06 0.00 0.00 0.00 0.00 0.21 0.00 0.00 0.00 0.03 0.25 0.00

Kharag 0.28 5.97 0.00 0.00 26.68 0.05 0.00 0.07 0.02 3.78 0.14 13.13 6.91 0.00 1.08 0.54

slag

0.01 0.10 0.00 0.00 0.10 0.00 0.00 0.01 0.00 0.11 0.01 0.09 0.02 0.00 0.25 0.01

Nasib Ore 8.48 12.62 0.00 0.00 0.18 0.01 12.37 0.00 0.00 17.85 0.02 0.68 0.07 1.75 2.12 0.25

0.04 0.06 0.00 0.00 0.01 0.00 1.06 0.00 0.00 0.15 0.00 0.02 0.00 0.02 0.16 0.00

Nasib slag 0.41 6.22 2.55 0.00 46.85 0.34 0.00 0.23 0.01 2.98 0.27 0.00 0.43 0.00 0.00 0.68

0.03 0.12 0.03 0.00 0.29 0.02 0.00 0.00 0.00 0.15 0.01 0.00 0.01 0.00 0.00 0.01

Serabit

Ore

Serabit

Slag

0.72 9.93 0.00 0.22 9.12 0.03 0.00 0.10 0.04 20.85 1.15 0.00 0.39 0.00 5.80 5.88

0.01 0.06 0.00 0.01 0.07 0.00 0.00 0.00 0.00 0.14 0.01 0.00 0.00 0.00 0.17 0.01

0.00 9.13 1.84 0.24 0.17 0.01 0.00 0.06 0.05 25.16 1.15 0.00 1.49 0.00 8.82 3.71

0.00 0.05 0.01 0.01 0.01 0.00 0.00 0.00 0.00 0.14 0.01 0.00 0.00 0.00 0.17 0.01

Tab. 1 - Shows XRF analysis results for ore and slag samples from south Sinai region.

28 ArcheomaticA N°4 dicembre 2018


Tecnologie per i Beni Culturali 29

Figs.13, 14 - Show the green-blue spots in a predominant brown surface of ore sample from Wadi Al-Maghara.

Figs.15, 16 - Show the green-blue spots in a predominant brown surface of an ore sample from Wadi Kharag.

Figs.17, 18 - Show the green-blue spots in a predominant brown surface of ore sample from Wadi Al-Nasib.

Figs. 19, 20 - Show the green-blue spots in a predominant brown surface of ore samples from Serabit El-Khadem.


DISCUSSIONS

Detailed investigations and analysis that were done in this

paper led to various considerations which can be summarized

in the next points.

Figs. 21, 22 - Show the different colours and composition of

a slag sample from Wadi Al-Nasib.

X-Ray Diffraction Analysis (XRD)

X-Ray diffraction analysis was carried out for five samples

(four ore samples and one slag sample) were taken from the

selected sites, by using a Philips X-Ray, Diffract meter type:

pw1840 with Cu k& Radiation. The obtained diffraction scan

given in (Figs.23-27), and the identified compounds represented

in (Table 2).

Stereo Microscope

The surface morphology of the samples has been first

observed by using this microscope showed that there are

green-blue spots in a predominant brown surface. These

green-blue deposits represent the ore of copper in the rock

samples which were taken from the selected areas in south

Sinai, also we can notice that the density of these deposits

colours were differ from sample to another as shown in

(Figs. 13-20).

Also stereo microscope examinations of the cross section of

the ore samples revealed a heterogenous structure of the

composition, the difference in composition clearly visible

in the images.

We can see the green/blue colors of copper ores, especially

Malachite and Azurite, behind this layer, there is a layer of

Cuprous Oxide which appears in red/brown and orange purities

behind them, these compounds are contacted with the

Silica, Iron Oxides and others. The analysis results by XRF

and XRD (tables 1, 2) confirmed this detected.

Investigation for the slag sample, which was taken from

Wadi El-Nasib area, allowed us to see different colours for

the surface of the sample consists of yellow/ brown and

back, this indicates a bout the difference in composition, as

shown in Figures (21-22).

XRF Analysis

XRF analysis results in (table 1), show the changes in composition

of the elements in the rock of the four sites (ore samples).

It can be clearly seen for the two samples from Wadi

El-Nasib and Wadi kharag that the copper content increases

in the rock (8.48 for Wadi El-Nasib and 24.74 for Wadi kharag),

but it decreases in the rock of Wadi El-Maghara and

Samples Compounds

Major Minor Traces

Maghara Ore Lime (CaO) Piustite (FeO)

Kaolinite(Al 2

Si 2

O 5

(OH) 4

Tin Oxide (SnO 2

)

Quartz (SiO 2

)

Kharag Ore Atacamite(Cu 2

(OH) 3

Cl) Iron (Fe)

Aragonite (CaCO 3

)

Andradite (3CaO.Fe 2

O 3

.3SiO 2

)

Nentokite (CuCl)

Copper Zinc Tin Sulfide

(Cu 2

ZnSnS 4

)

Tephroite (Mn 2

SiO 4

)

Copper Zinc(CuZn)

Chalcocite Cu 2

S

Tin Oxide SnO 2

Al Nasib Ore

Copper (Cu)

Cuprite (Cu 2

O)

Tephroite (Mn 2

SiO 4

)

Piustite (FeO)

Calcite (CaCO 3

)

Atacamite(Cu 2

(OH) 3

Cl)

Deweylite (4MgO 3

.SiO 2

.6H 2

O)

Silver Cyanate (AgOCN)

Serabit Al-

KhademOre

Lime (CaO)

Paratacamite(Cu 2

(OH) 3

Cl)

Piustite (FeO)

Tephroite (Mn 2

SiO 4

)

Al Nasib Slag Orthoclase (KAlSi 3

O 8

) Quartz (SiO 2

)

Silicon Oxide (SiO 2

)

Calcite (CaCO 3

)

-------------

Aluminum Oxide (Al 2

O 3

)

Tephroite (Mn 2

SiO 4

)

Andradite (3CaO.Fe 2

O 3

.3SiO 2

)

Tab. 2 - Shows XRD analysis results of ore and slag samples from the selected areas.

30 ArcheomaticA N°4 dicembre 2018


Tecnologie per i Beni Culturali 31

Serabit El-Khadem (5.07 for Wadi El-Maghara and 0.72 for

Serabit El-Khadem), whereas the amount of Mg increases

in the rock of Wadi El- Maghara (13.85) and Wadi El-Nasib

(12.37), the content of S increases in the rock of Wadi El-

Maghara (6.74). The higher amount of Al in the samples of

Wadi El-Maghara (3.31) and Serabit El-Khadem (5.80) can

be clearly seen, whereas the amount of Al decreases in the

Rock of Wadi Kharag (2.10) and the Rock of Wadi El-Nasib

(2.12), also the element of P was existence in the ore sample

(0.22) and the slag sample (0.24) of El- Maghara.

The high concentration of Fe in the ore samples of Wadi El-

Maghara (10.90), Wadi El-Nasib (12.62), Serabit El-Khadim

(9.93) and Wadi Kharag (7.87) is obviously seen (Figs.13-

20).

The amount of Ca was found in the ore and slag samples of

Serabit El-Khadem (5.88), (3.71) and it was existence in a

small amount in the ore of Al- Maghara (1.31), these results

are confirmed and supported by XRD analysis results.

XRF analysis revealed that there are many elements are

found in ore samples of Serabit El-Khadem and Wadi El-

Maghara such as Cu, P, Fe and Al. Also the analysis show a

higher copper content in the samples of Wadi Kharag, Wadi

El-Nasib and Wadi El-Maghara, but it is existence in very

small amount as purities in Serabit El-Khadem ore sample

(0.72).

These results indicate that the main elements of the chemical

composition of turquoise are found obviously in Serabit

El-Khadem and El- Maghara more than in Wadi El-Nasib and

Wadi Kharag. In contrast the copper is found more clearly

in Wadi Kharag, Wadi El-Nasib and also in Wadi El-Maghara.

Turquoise (Cu Al 6

(PO 4

) 4

(OH) 8

. 4H 2

O) is a semi- precious stone,

it is a secondary mineral occurring in the potassic alteration

zone of hydrothermal porphyry copper deposits, turquoise

is formed by the action of meteoric waters, usually

in arid regions, on aluminous igneous or sedimentary rocks

(as vein filling in volcanic rocks) and phosphatic sediments

[www.mindat.org/min-4060.html]. It has many colours such

as sky-blue, bluish green, apple green or greenish grey and

the hardness is 5-6. To mine the turquoise, the Egyptians

would hollow out large galleries in the mountains, carving

at the entrance to each a representation of the reigning

pharaoh a symbol of the authority of the Egyptian state over

the mine and its yield. Although many of the region’s pharaonic

reliefs were destroyed by a British attempt to re-open

the mines in the mid-nineteenth century, the excellent bas

relief of Pharaoh Sekhemkhet on the east face of Gebel

Maghara survives. Also at Serabit Al-Khadem are the ruins of

a temple dedicated to Hathor, containing a large number of

bas-reliefs and carved steals [www.geographia.com/egypt/

sinai/serabit.htm].

XR Diffraction Analysis

X-ray analysis showed the nature and the composition of

ore and slag samples as it shown in (Figs.23- 27 and Table

2). The data obtained declared that Al-Maghara ore, forms

mainly of Lime (Ca O), minor of Piustite (FeO), Kaolinite

(Al 2

Si 2

O 5

(OH) 4

, Tin Oxide (SnO 2

), Quartz (SiO 2

) and traces

of Tephroite (Mn 2

SiO 4

) and Copper Zinc(CuZn). Kharag ore

forms mainly of Atacamite(Cu 2

(OH) 3

Cl), minor of Iron (Fe),

Aragonite (CaCO 3

), Andradite (3CaO.Fe 2

O 3

.3SiO 2

), Nentokite

(CuCl), Copper Zinc Tin Sulfide (Cu2ZnSnS4), and traces

of Chalcocite Cu 2

S and Tin Oxide SnO 2.

Al-Nasib ore forms

Fig. 23 - Shows XRD scan for ore sample from Wadi Al-Maghra.

Fig. 24 - Shows XRD scan for ore sample from Wadi Kharag.

Fig.25 - Shows XRD scan for ore sample from Wadi Al-Nasib.

Fig. 26 - Shows XRD scan for ore sample from Serabit Al-Khadem area.


Fig. 27 - Shows XRD scan for slag sample from Wadi Al-Nasib.

mainly of Copper (Cu), Cuprite (Cu 2

O), minor of Tephroite

(Mn2SiO 4

), and traces of Piustite (FeO), Calcite (CaCO 3

),

Atacamite(Cu 2

(OH) 3 Cl), Deweylite (4MgO 3.

SiO 2

.6H 2

O), Silver

Cyanate (AgOCN). Serabit Al-Khadem ore forms mainly of

Lime (CaO), Paratacamite(Cu 2

(OH )3

Cl), minor of Piustite

(FeO) and Tephroite (Mn 2

SiO 4

).

The presence of copper as a major element in the rock of

Wadi El-Nasib indicates that the rock of this area was rich

with the deposits of copper more than others, this result

confirms the results of Stereo microscope investigations and

XRF analysis, and also it confirms the previous studies which

were occurred by the pioneers scientists and researchers.

Cuprite was found as a major element in the rock of Wadi

El-Nasib, it is the most widely occurring alteration mineral

of copper. Cuprite is formed as a result of reaction between

copper deposits that present in rock and oxygen.

The presence of Lime (CaO) as a major element in the rock

of Wadi El-Maghara and Serabit El-Khadem, also the presence

of Calcite (CaCO 3

) as a minor compound in the rock and

slag of Wadi El-Nasib confirmed Stereo microscope investigations

and XRF analysis results (Figs.13-22 &Table 1).

The existence of Piustite (FeO), Kaolinite(Al 2

Si 2

O 5

(OH) 4

and Quartz (SiO 2

), as minor compounds in the rock of Wadi

El-Maghara and Serabit El-Khadem helped in formation of

turquoise in those two areas, these compounds include the

main elements, which composed turquoise.

From XRD analysis results we can say the indications about

the existence of the main compounds of turquoise composition

such as P 2

O 5

, Al 2

O 3

, Fe2O 3

and CuO are found obviously

in the rock of Serabit El-Khadem and El- Maghara, but the

indications about copper mining in Serabit El-Khadim are

less clear. In contrast the copper is found more clearly in

Wadi Kharag, Wadi El-Nasib and less in wadi El-Maghara.

These results confirm XRF analysis (Table 1).

Metallurgy investigations

In the early 19th century, Ruppell noted a large slag heap

at Bir Nasib, immediately next to the ancient well which is

still up till now in the region. Petrie 1906 [Petrie W. M. F.,

1906], surveyed this slag heap and his calculations of about

100,000 tons of slag, was recently confirmed by Bachmann,

who calculated the quantity of metallic copper produced at

Bir El-Nasib as about 5000 tons- a huge quantity of copper

for ancient times.

Bachmann also established that the Egyptian smelting slag

at Bir El-Nasib is manganese rich of fayalite type, as which

be expected considering the close relation between manganese

deposits and copper mineralization typical of this area

[Rothenberg B., 1987].

In 1967 Rothenberg investigated this slag; it was turned out

to be natural nodules of Hematite and manganese, common

in the Nubian sandstone horizon of Sinai and Arabah [Rothenberg

B., 1970, Rothenberg B., 1972]. Rothenberg surveys

1978, in Bir Nasib cleared several trial trenches at different

parts of the slag heap, utilizing some of the large pits

dug previously by treasure hunting Bedouin [Rothenberg B.,

1987]. He found a scarab and glass bead in the top layer of

the slag dating according to Schulman to the new kingdom,

also there was locally manufactured pottery of typical Egyptian

shapes, although a recent investigation of slags from

Bir El-Nasib in south Sinai show the production of unfluxed

copper in pre-dynastic times and the use of iron ore fluxes

by some unspecified times during the old kingdom.

Rothenberg trial trenches in Bir El-Nasib area provided definitive

stratigraphic and ceramic evidence for a new kingdom

date for the site’s top layers and it seems reasonable

to assume that the lower layers belong to earlier periods

of the pharaonic copper industries at Bir El-Nasib. These

are probably related to the hieroglyphic and proto-Sinaitic

rock engravings of the middle kingdom found on the hills

surrounding the valley of Bir El-Nasib.

My investigations and researches in that area confirmed Rothenberg

results, I found big amounts of ancient metallurgy

tools spired on the surface of the region everywhere, such

as different kinds of pottery, fragments of glass and slags,

debris of pottery vessels in different shapes and styles, also

a lot of proto-Sinaitic inscriptions engraved on the rock surfaces.

Also I noticed a lot of holes in situ (hole in the ground

with the depth of 70-80 cm), whereas the first smelting processes

of copper were occurred. After that copper smelting

developed from the initial use of small (hole in the ground)

or bowl furnaces to advanced, technologically sophisticated

shaft furnaces.

A long Wadi Kharag area we can see copper smelting slag,

fragments of copper casting crucibles and furnace fragments

accompanied by Egyptian sherds, it is a clear evidence

of copper smelting in situ.

Stereo microscope investigations (Figs 21, 22) show the

different colours and composition of the slag sample from

Wadi El-Nasib.

XRF analysis results of the slag samples (table 1), show that

copper content in the slag of Wadi El-Maghara site has decreased

to (0.02) in comparison to the slag of Wadi El-Nasib

(0.41), and to (0.28 for the slag of Wadi Kharag, but the

analysis didn’t indicate any trace of copper content in the

slag of Serabit El-Khadem (0.00). While Mn concentration

increased in the slag samples of Wadi El-Maghara to 56.20,

in the slag of Wadi Al-Nasib to (46.85) and in the slag of

Wadi Kharag to (26.68), but it decreased in the slag sample

of El- Serabit to (0.17). Fe dramatically increased in the slag

of Serabit El-Khadim to (9.13), in the slag of Wadi El-Nasib

to (6.22) and in the slag of Wadi Kharag to (5.97). Also the

element of P was existenced in the slag sample of Wadi El-

Maghara to (0.24).

The amount of Ca was found in the ore and slag samples of

Serabit El-Khadem (5.88), (3.71), and it was existence in a

small amount in the ore of El- Maghara (1.31), these results

are confirmed and supported by XRD analysis results.

X-ray analysis results of Wadi Al-Nasib slag sample declared

that it forms mainly of Orthoclase (KAlSi3O8), minor of

Quartz (SiO2), Silicon Oxide (SiO2), Calcite (CaCO3), and

traces of Aluminum Oxide (Al2O3), Tephroite (Mn2SiO4) and

Andradite (3CaO.Fe2O3.3SiO2) ( Fig. 27& table 2).

John F. Merkel occurred an experimental simulations and

reconstruction of ancient copper smelting generated new

data against which to evaluate the archaeo-metallurgical

32 ArcheomaticA N°4 dicembre 2018


Tecnologie per i Beni Culturali 33

evidence. He proved that during over 2000 years from the

chalcolithic period through the late bronze age, copper

smelting developed from the initial use of small (hole in

the ground) or bowl furnaces to advanced, technologically

sophisticated shaft furnaces capable of operating with large

slag weights up to 25kg, the best preserved examples of

new kingdom copper smelting furnaces with slag tapping capabilities

are at Timna [John F. M., 1995, John F. M., 1990].

Also Rothenberg and others studied the ancient Mining and

Metallurgy activities in Timna, they studied each step in the

ancient production of copper, from mining to final casting,

is present at Timna [Rothenberg B., 1983, Rothenberg B.,

1985, Rothenberg B., 1990, Rothenberg B., 1995, Lupu A.,

and Rothenberg B., 1970, Bachmann, H. G., 1978, Craddock

P. T., 1980, Craddock P. T., 1988].

CONCLUSION

The study proved that the cisterns were in fact mining shafts

and also the gallery openings in the sandstone walls of

valleys were true mining quarries dispersed surrounding the

main area of mining in Serabit El-khdim and Wadi El-Nasib.

The investigations carried out on same Ore and Slag samples

from the selected four sites in south Sinai, have shown

that the combination of Stereo microscope, XRF and XRD

analysis is well suitable for the characterization of Ore and

Slag samples.

Results of investigations of sites in south Sinai cleared the

difference between the sites of turquoise and the sites of

copper.

The investigations and analysis obtained results declared

that, the indications about the existence of turquoise deposits

in the rocks of Serabit El- Khadem and Wadi El-Maghara

are clearer; but the indications about copper mining in

Serabit El-Khadim are less clear. In contrast the copper is

found more clearly in Wadi Kharag, wadi El -Nasib and less

in wadi El-Maghara.

From the previous results we can deduced that Serabit

El-Khadem was the main area to get turquoise during the

middle and new kingdom, but Wadi El-Maghara was the oldest

area to have Turquaise and copper in ancient ages. The

others two areas Wadi Kharag, Wadi El-Nasib were rich mines

to have the copper.

After all of these studies we can deduce that Wadi El- Nasib

area was used as a Centre of copper smelting and it was the

largest in the old world.

Abstract

Egyptians probably drew their first supplies of copper as native metal and

step by step from the abundant malachite stones found in south Sinai region

and in the hills near Red Sea in the eastern desert.

There was integrated between the mines of copper and the mines of turquoise

in the literature studies of south Sinai, especially in wadi El-Maghara, Wadi

El-Nasib, Wadi Kharag and serabit El-Khadim, so this study tries to clear this

point and determine exactly the mines of copper and the mines of turquoise.

The study aims to investigate the source zones for copper in south Sinai,

Egypt during the pharaonic ages, to determine the extent of a manufacturing

centre and its position and to know the systems of metallurgical works, fire

places, furnaces, etc.

To achieve that the study had two main aspects: first, a serious survey to

investigate of the mines of south Sinai was a cured; several different mining

features were randomly chosen for excavation such as open cisterns, plates

and galleries, collected every small things and fine details of the mining

technology used at these sites.

Secondly: Careful investigations by a serial of different analytical techniques

for Ore and slag samples from the selected mines have been applied; the

obtained information can be married up and exploited to determine exactly

the main activity for each site.

Keywords

South Sinai; copper ore; turquoise; slag; analysis; stereo microscope;

XRF; XRD

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Timna site 39, archaeo-metallurgy, IAMS Mongraph no.

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https:// www.sinaiwikipedia

https://www.mindat.org/min-4060.html

http://www.geographia.com/egypt/sinai/serabit.htm

Author

Mohamed M. Megahed

mmm03@fayoum.edu.eg

Faculty of Archaeology, Fayoum University, Egypt


TECHNOLOGYforALL

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34 ArcheomaticA N°4 dicembre 2018


Tecnologie per i Beni Culturali

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LOGYforALL

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AGORÀ

XXVI Salone Internazionale del Restauro,

dei Musei e delle Imprese Culturali di Ferrara

- Il Salone Internazionale del Restauro,

dei Musei e delle Imprese Culturali nel segno

delle novità.

Si preannunciano grandi novità per il Salone

Internazionale del Restauro, dei Musei e

delle Imprese Culturali: la XXVI edizione,

che quest’anno si terrà nel mese di settembre

dal 18 al 20, sarà l’edizione che darà il

via ad un nuovo ciclo volto al rinnovamento,

grazie al cambio di gestione della manifestazione

che sarà promossa e organizzata

direttamente da Ferrara Fiere Congressi

Srl, gruppo BolognaFiere, proprietaria da

sempre del marchio.

Ferrara Fiere, assumendo in proprio la gestione

dell’evento, ha individuato nell’abbinamento

del Salone del Restauro alla manifestazione

internazionale REMTECHEXPO

– evento dedicato alla riqualificazione del

territorio e alla bonifica dei siti contaminati

– l’opportunità di offrire agli espositori

presenti un pubblico più ampio di visitatori

specializzati (ingegneri, architetti, geometri

e altri addetti del settore); sono, infatti,

numerosi i punti in comune tra le due manifestazioni:

dalla sismica alla rigenerazione

urbana, dai temi inerenti la tutela ambientale

all’industria sostenibile. Ciascuno dei

due eventi manterrà in ogni caso la propria

autonomia, il proprio staff e il proprio comitato

scientifico.

Riconosciuto come l’evento di riferimento

nazionale nell’ambito dei beni culturali,

quest’anno il Salone del Restauro, avendo

ottenuto il riconoscimento, attraverso la

certificazione ISFCERT, di manifestazione

internazionale è pronto a rafforzare e potenziare

il percorso di internazionalizzazione,

attraverso la promozione e la partecipazione,

anche mediante collettive di

operatori, a fiere ed eventi all’estero – il

primo dei quali sarà rappresentato dalla

partecipazione a Heritage Istanbul 2019

(11-13 aprile 2019) in collaborazione con

Assorestauro e ICE.

Sono quindi previste azioni mirate di outgoing,

in paesi individuati come strategici

per il settore (a titolo esemplificativo

Turchia, Russia, Germania, Cuba, Libano,

Israele, USA, India e Cina) e di incoming a

Ferrara di delegazioni e operatori esteri

durante i giorni della fiera, al fine di favorire

le dinamiche economiche fra operatori

attraverso l’organizzazione di matching tra

domanda e offerta.

Per quanto attiene i settori merceologici

dell’esposizione, è previsto un ampliamento

e una diversificazione delle aree tematiche,

con particolare riguardo all’innovazione

dei materiali, ai software e alle nuove

tecnologie, all’impiantistica, al restauro

delle auto d’epoca, al trasporto di opere

d’arte, al turismo esperienzale.

Parallelamente si implementerà un’azione

divulgativa ed informativa presso le Scuole

(Licei artistici, Accademie, Scuole di Restauro)

affinché la visita degli studenti al

Salone venga inserita come una delle prime

attività didattiche all’inizio dell’anno scolastico.

Sono in via di definizione ulteriori e rafforzati

accordi con il MiBAC in primis e con le

principali Associazioni di riferimento quali

Assorestauro, CNA, GBC Italia, Federculture

e Icom.

Le Giornate del Restauro e del Patrimonio

Culturale.

Continua la preziosa collaborazione con

l’Università di Ferrara, da anni importante

partner nell’organizzazione convegnistica,

in modo particolare con il Dipartimento

di Architettura che dal 28 al 30 marzo

presenterà le “Giornate del Restauro e del

Patrimonio Culturale”. Saranno tre giorni di

convegni, mostre, dibattiti e tavoli di lavoro

in un evento che anticiperà i contenuti

del XXVI Salone del Restauro, dei Musei e

delle Imprese Culturali. Nella cornice di Palazzo

Tassoni Estense, nel cuore del centro

storico di Ferrara, si svolgeranno numerosi

momenti di riflessione sui temi del restauro,

del patrimonio architettonico, del progetto,

della ricerca e della governance dei

territori con tre focus dedicati all’attuale

dibattito su Palazzo dei Diamanti, al territorio

emiliano colpito dagli eventi sismici del

2012 e alla VII edizione del Premio Domus

Restauro e Conservazione Fassa Bortolo.

Per gli eventi proposti è in corso la richiesta

di accreditamento all’Ordine degli Architetti

P.P.C. di Ferrara.

Le Giornate del Restauro e del Patrimonio

Culturale si svolgeranno dal 28 al 30 marzo

presso Palazzo Tassoni Estense (Via della

Ghiara 36, Ferrara).

Informazioni

Salone Internazionale del Restauro, dei Musei

e delle Imprese Culturali – XXVI Edizione

Dal 18 al 20 settembre 2019

Ferrara Fiere, Via della Fiera 11, Ferrara

info@salonedelrestauro.com

www.salonedelrestauro.com/new/it/

home/

Via Indipendenza, 106

46028 Sermide - Mantova - Italy

Phone +39.0386.62628

info@geogra.it

www.geogra.it

36 ArcheomaticA N°4 dicembre 2018


Tecnologie per i Beni Culturali

37

PhD Technology Driven Sciences: Technologies

for Cultural Heritage (Tech4Culture)

- IL'Università di Torino, con il supporto della

Commissione europea e della Fondazione

Compagnia di San Paolo, ha lanciato "PhD

Technology Driven Sciences: Technologies for

Cutlural Heritage (Tech4Culture)", un nuovo

programma di dottorato in "Heritage Sciences"

specificamente incentrato sulle tecnologie

applicate ai Beni Culturali.

Tech4Culture mira a creare esperti in grado

di sviluppare soluzioni tecnologiche per il restauro,

la diagnostica, l'uso e la promozione

del patrimonio culturale, con un impatto diretto

sia sui sistemi di ricerca regionale che

nazionale.

Il progetto pone particolare attenzione nel

coinvolgere settori chiave e aziende di ambito

non-accademico e a fornire un'eccellente

formazione ai dottorandi per l'acquisizione

di competenze interdisciplinari e trasferibili.

Attraverso due inviti a presentare candidature,

il Dottorato attirerà diciotto ricercatori

transnazionali incoming “alle prime armi”

offrendo loro l'opportunità di svolgere i propri

progetti di ricerca, di seguire una formazione

scientifica interdisciplinare unica, una

formazione complementare sulle competenze

trasversali e per fare brevi visite scientifiche

e periodi di distacco in università nazionali,

centri di ricerca e nel settore privato.

La prima Call for Applications è stata pubblicata

a Marzo 2018. Sono state assegnate

8 borse di studio. L'attuale seconda Call for

Applications del Programma di Dottorato Tech4Culture

offre fino a 10borse di studio per

ricercatori transnazionali che non abbiano

superato i quattro anni di attività come ricercatori.

Il bando è pubblicato sul sito di Tech4Culture

(tech4culture.unito.it). Qualsiasi aggiunta,

modifica o aggiornamento relativa al presente

bando verranno pubblicati sulla stessa pagina

web. A tutti gli effetti, questo bando costituisce

un avviso ufficiale. Un Application

Package, inclusa la Guida per i candidati, è

disponibile sul sito Web di Tech4Culture. Prima

di inviare la presentazione della domanda,

i candidati sono fortemente incoraggiati

a visitare il sito web, consultare l’Application

package, scaricare la seconda Call for

Applications e leggere la Guida per i candidati.

I candidati premiati potranno iniziare

i corsi a Torino a partire dal 1° novembre

2019: iscritti come dottorandi, firmeranno

un contratto di lavoro ("Assegno di ricerca")

con l'Università di Torino. Il programma di

Dottorato durerà tre anni.

Scadenza

Il termine per la presentazione della domanda

è il 7 maggio 2019, alle ore 12:00 (ora

dell'Europa centrale).

I candidati sono vivamente incoraggiati a

presentare le loro domande il prima possibile

ed evitare di inviare la domanda i giorni

prossimi alla scadenza del bando stesso.

Scarica il bando

https://tech4culture.unito.it/wp-content/

uploads/2019/02/Tech4Culture_CALL-FOR-

APPLICATIONS-2019.pdf

www.tech4culture.unito.it

Field School of Digital Archaeology - Aprirà

a maggio la prima edizione della Field School

of Digital Archaeology promossa daUna_Quantum

Inc., a Bomarzo (VT). Un cantiere didattico

innovativo in cui al tradizionale scavo

archeologico verranno applicate le più avanzate

tecnologie digitali. Le attività di scavo si

svolgeranno nella necropoli etrusca di Trocchi,

dirimpetto l’area della riserva naturalistica di

Monte Casoli.

L’area, indagata in parte nel corso dell’Ottocento

dal principe Stanislao Poniatowski e

da Camillo Borghese, ha restituito materiali

di pregio oggi conservati nei musei di tutto il

mondo. L’indagine si concentrerà sul primo livello

della necropoli interessato dalla presenza

di tombe a camera con dromos d’accesso e

tombe a facciata rupestre.

La Field School of Digital Archaeology è aperta

a tutti gli studenti, archeologi, dottorandi e

ricercatori in settori affini che siano interessati

ad acquisire le competenze basilari in merito

all’applicazione degli strumenti digitali

all’intero processo archeologico: dallo scavo

all’elaborazione e gestione dei dati, senza

tralasciare i fondamentali aspetti della valorizzazione

e della fruizione dei beni culturali.

Le tecnologie digitali si mostrano, infatti,

come una risorsa sempre più rilevante all’interno

dello studio e della divulgazione del nostro

patrimonio culturale; pertanto la necessità

di acquisire tali competenze da parte dei

professionisti del settore è ormai indiscutibile.

L’ampia offerta didattica che affianca la campagna

di scavo e ricognizione archeologica

della Field School of Digital Archaeology mira

a fornire ai partecipanti le conoscenze per utilizzare

in autonomia gli strumenti digitali più

rilevanti in ambito culturale.

I corsi prenderanno spunto dai dati emersi

durante lo scavo della Necropoli. Tra i corsi

in programma: Gis, modellazione e stampa

3D, fotogrammetria, rilevamento con drone.

L’obiettivo finale della ricerca è promuovere

la fruizione della necropoli, documentando e

riproducendo le tombe scavate e gli oggetti

rinvenuti in 3D. Non solo: attraverso sistemi

sostenibili e duraturi, Una_Quantum Inc. elaborerà

un progetto di musealizzazione digitale

del territorio. Inoltre, durante la Field School

of Archaeology, sul campo e nei locali adibiti

a deposito presso Palazzo Orsini di Bomarzo

(VT), si avrà l’opportunità di lavorare direttamente

sui reperti provenienti dalla Necropoli

di Trocchi. Studio dei materiali, disegno

archeologico, schedature e catalogazione dei

reperti saranno alcune delle attività previste

nel Laboratorio di Analisi dei Materiali, con

particolare attenzione alla ceramica.

La campagna di scavo si svolge in regime di

concessione rilasciata dal Ministero per i

Beni e le Attività Culturali ed è promossa da

Una_Quantum Inc. La rete dell’Associazione

Una_Quantum inc. è costituita da archeologi

professionisti e programmatori da anni impegnati

nello sviluppo e nell’insegnamento

di tecnologie open source applicate ai beni

culturali. In tale direzione UQ ha sviluppato

PyArchInit, un plugin per Q Geographic Information

System (QGIS) specifico per l’archeologia.

Gli affiliati ad Una_Quantum inc., in Italia

e in Europa, lavorano nella convinzione che gli

strumenti digitali open source siano il futuro

dell’archeologia e della divulgazione del patrimonio

culturale.

Per tale motivo, la diffusione delle potenzialità

delle tecnologie applicate all’archeologia e

ai beni culturali è uno dei principali obiettivi

dell’Associazione Una Quantum Inc.; tra gli

ultimi impegni che hanno coinvolto il team si

rintracciano: Circuiti, il ciclo di workshop gratuiti

svolto presso il Museo Nazionale Etrusco

di Villa Giulia a Roma e Sistemi multimediali

per la museologia, pacchetto di corsi riconosciuti

dal MiBAC, con sede il Museo delle Civiltà

di Roma.

Le attività di scavo e la didattica, in lingua

inglese, della Field School of Digital Archaeology,

si svolgeranno dal lunedì al venerdì, lasciando

libero il weekend; con partecipazione

facoltativa, nel fine settimana, saranno organizzate

visite ed escursioni nei principali siti

di interesse storico-artistico e archeologico, a

Bomarzo e dintorni.

Nella quota di partecipazione sono incluse le

attività di scavo, spese di vitto e alloggio, l’intera

offerta formativa di Una_Quantum inc. e

materiali didattici.

www.unaquantum.com


AGORÀ

A Roma il Museo Radici del Presente tra

storia, inclusione sociale e accessibilità

culturale. - Innovazione e offerta culturale,

accessibilità e tour per i diversamente abili

al Museo "Radici del Presente", che ospita

una delle collezioni archeologiche tra le più

interessanti dell'Urbe.

Roma è la città eterna per eccellenza, unica

nel suo genere e custode di numerosi tesori

archeologici a cielo aperto, anche se molte

delle preziose testimonianze artistiche e

culturali della città antica sono conservate

nei palazzi più importanti della capitale e

nei luoghi più insoliti, che aspettano solo di

essere scoperti.

Tra questi nel cuore del centro storio, caratterizzato

da una scenografia millenaria che si

apre sulla Colonna Traiana, i Fori Imperiali e

il Monumento a Vittorio Emanuele II, ha sede

in piazza Venezia il palazzo delle Assicurazioni

Generali che ospita il Museo “Radici del

Presente”. Il Museo, che dal 2012 emerge

come una delle realtà più consolidate e innovative

nel panorama culturale della città,

presenta una ricca collezione archeologica di

circa 300 opere d’arte di età romana- imperiale

come: colonne, capitelli, frammenti di

cornici, sculture, ritratti e utensili in ceramica,

ma anche iscrizioni funerarie di sarcofagi

databili tutti tra il II e il V secolo d.C., ad eccezione

di un rilievo greco del IV secolo a.C.

La Collezione archeologica Radici del Presente

è formata da tre nuclei principali: il primo

riguarda i reperti provenienti dagli scavi

effettuati in occasione della costruzione del

Palazzo delle Assicurazioni Generali (inaugurato

nel 1906), il secondo si concentra sui reperti

rivenuti a Palazzo Poli in Piazza di Spagna

e il terzo comprende altre opere ritrovate

a Palazzo Merolli in via delle Cannelle.

Il Museo, che si contraddistingue per l’offerta

culturale nel sistema museale della città

di Roma, predilige l’impostazione didattica

ed è rivolto principalmente alle scuole in

base all’ordine delle classi.

Proprio per incentivare e coinvolgere i giovani

visitatori la collezione archeologica Radici

del Presente, totalmente gratuita e visitabile

solo su prenotazione, guarda alla ricerca,

alla comunicazione e all’accessibilità con

continuo impegno e valorizzazione.

Infatti proprio dallo scorso anno il museo ha

investito tanto sui progetti di inclusione sociale

e a luglio del 2018, dopo l’approvazione

della Soprintendenza archeologica di Roma,

sono iniziati i primi percorsi dedicati a gruppi

di persone non vedenti. Per favorire l’accessibilità,

grazie anche alla collaborazione con

le associazioni di settore, i nuovi percorsi

realizzati per i non vedenti raccontano il Vivere

a Roma- usi e costumi degli antichi romani,

le Epigrafie funerarie e la Colonna Traiana

con un approfondimento architettonico

sull’opera e il rapporto con la spiritualità e il

mondo dell’aldilà.

Ricostruzione dell' immagine tattile della colonna

Traiana, la fuga e suicidio dei Daci.jpg

Ricostruzione dell'immagine tattile della colonna

Traiana, la fuga e suicidio dei Daci.

Per ogni percorso il visitatore ha la possibilità

di toccare direttamente alcuni pezzi selezionati,

affiancati anche da disegni tattili che

riproducono fedelmente altri reperti, in questo

modo i partecipanti entrano in diretto

contatto con la storia e la materia dell’opera

in un viaggio tra le antichità romane nelle

sale del Museo.

Tra qualche mese saranno inaugurati anche i

tour per i non udenti, realizzati non solo da

operatori specializzati nel linguaggio dei segni,

ma anche da ragazzi con disabilità uditive

che verranno formati su specifici percorsi

e che condurranno i vari gruppi nel mondo di

Radici de Presente. Negli ultimi anni il Museo

Radici del Presente ha confermato e ampliato,

con qualche migliaio di nuovi visitatori,

l’interesse attorno all’intera collezione che

si articola in diverse sale.

Queste ultime, visibili anche virtualmente

sul sito www.radicidelpresente.it, raccontano

differenti tematiche come: il contesto

dello scavo archeologico, gli ambienti della

vita quotidiana nella Roma antica, gli spazi

pubblici, il mondo dell’oltretomba con i

suoi riti e le sue credenze, I riti di sepoltura

nell’antica Roma, L’identità nel mondo funerario,

Il passato come memoria del futuro,

I sarcofagi della collezione Merolli-Fata e le

epigrafi funerarie.

Di particolare risalto è invece la sala E dedicata

agli edifici pubblici e ai luoghi delle

divinità, lo spazio in questione, dopo il riallestimento

dello scorso anno caratterizzato

da una vera e propria scena teatrale con due

colonne sulla parete di fondo, ha accolto e

ospitato manifestazioni ed eventi di beneficenza.

Visitare la collezione archeologica Radici

del Presente vuol dire coniugare non solo

passato e presente attraverso la didattica,

l’innovazione culturale e l’accessibilità, ma

anche aprire il museo come luogo di dibattito

e aggregazione, soprattutto nei confronti di

coloro che hanno una differente percezione

della vita.

Visita al Museo

Per prenotare la visita guidata gratuita al

museo Radici del Presente

scrivi una mail a: info@radicidelpresente.it

Oppure chiama il numero verde: 800 360 622

attivo dal lunedì al venerdì dalle ore 9:30

alle ore 18:00

Le visite guidate al museo sono rivolte a

gruppi di minimo 8 massimo 20 persone.

Per le scuole in visita la museo, il percorso

espositivo prevede la possibilità di accogliere

fino a due classi per un massimo di 45-50

studenti.

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38 ArcheomaticA N°4 dicembre 2018


Tecnologie per i Beni Culturali 39


40 ArcheomaticA N°4 dicembre 2018

2


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L’introduzione di modalità digitali di lavoro nelle operazioni

sul campo ha il potenziale per offrire enormi

risparmi in termini di efficienza e rimuovere alcuni

degli ostacoli derivanti dalla gestione di una rete di

installazioni ereditate dal passato, espandendo ed investendo

in nuove infrastrutture.

L’ultimo decennio ha portato considerevoli cambiamenti

nel modo di operare delle aziende di servizi. La

digitalizzazione ha creato nuovi modi di prestare servizio

ai consumatori, dai rendicontì mobili - lista movimenti

ad una fatturazione accurata. Un nuovo modo

di lavorare sembra sia stato costruito raccogliendo,

interpretando e condividendo dati digitali.

Sostituire i metodi tradizionali con i metodi digitali di

lavoro può essere fondamentale per risparmiare sui

costi, migliorare gli standard di sicurezza e ridurre la

probabilità di un incidente, così come a ridurre i costi

operativi.

Dalle aree rurali a quelle urbane, dai cantieri alle

aree residenziali, dalle città costruite agli aeroporti

affollati, sono disponibili diverse soluzioni per supportare

le aziende i di servizi pubblici nello svolgimento

delle attività quotidiane e ottenere dati di localizzazione

accurati in qualsiasi ambiente.

Scopri come sostituire i flussi di lavoro su supporto

cartaceo con quello digitale, compilando il form

e scaricando l'e-book a questo link.

che consente al tecnico rilevatore di pubblicare i propri

modelli 3D e alle committenze di visualizzarli facilmente

via web, effettuare delle analisi qualitative e

quantitative, interrogare i modelli stessi, farne sezioni,

misure di lunghezze, aree, volumi. Solo con l’utilizzo

di un browser, senza quindi installare nessun software

ad-hoc, è possibile vedere e utilizzare i risultati di un

rilievo 3D anche complesso.

Nel caso in figura, a titolo di esempio, un rilievo particolarmente

articolato, in cui è stato riprodotto l’esterno

della struttura con fotogrammetria da drone,

mentre l’interno con circa 20 scansioni da Laser Scanner

terrestre. Le due tecniche ci hanno consentito di

ottenere due modelli separati, che sono stati processati

indipendentemente, quindi registrati e georiferiti con

una poligonale di appoggio molto accurata.

Il risultato è un unico modello 3D della struttura che

3DHosting gestisce consentendo di visualizzare anche

indipendentemente l’interno e l’esterno.

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APP MUSEO SANNITICO – DEAF EXPERIENCE

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3DHOSTING: MODELLI 3D FRUIBILI PER TUTTI

Un rilievo tridimensionale è spesso una fonte di informazioni

particolarmente ricca, in molti e diversi

campi applicativi. In particolare quando si tratta di

effettuare rilievi di strutture, sia al fine del monitoraggio

sia per scopi di restauro o conservazione, il modello

3D è un patrimonio decisivo per la pianificazione

delle attività.

Lo scoglio importante riguarda la fruibilità di tale patrimonio.

Non tutti infatti possono gestire un modello

3D, aprirlo, interrogarlo. Servono pc performanti e

software ad-hoc e non tutte le professionalità sono

tenute ad avere competenze in questo campo.

In questo contesto nasce 3DHosting, un servizio web

Una nuova App accessibile al Museo Sannitico di Campobasso.

Nell’ambito del progetto “SMART CULTURAL HE-

RITAGE 4 ALL”, la nuova App pensata per non udenti che

introduce i visitatori nel settore protostorico del Museo.

Con uno storytelling visivo.

Dopo aver realizzato e lanciato al Museo Sannitico di

Campobasso l’App Museo Sannitico BLIND EXPERIENCE,

Heritage insieme a Polo Museale del Molise e Università

degli Studi del Molise, lancia l’App Museo Sannitico

42 ArcheomaticA N°4 dicembre 2018


Tecnologie per i Beni Culturali 43

DEAF EXPERIENCE, un nuovo strumento per esplorare il

museo, concepito e sviluppato in particolare per l’accessibilità

alle persone con disabilità uditive.

Mercoledì 12 dicembre, alla presenza delle Istituzioni e

di un folto pubblico, le due app sono state presentate

ufficialmente al Museo Sannitico di Campobasso ricevendo

un importante riconoscimento: il Presidente della

Repubblica Sergio Mattarella ha conferito la medaglia di

rappresentanza all’evento di presentazione.

Le due applicazioni innovative in termini di accessibilità

museale e tecnologie applicate a contenuti culturali, in

particolare per le persone con disabilità visive, e uditive

sono parte del progetto Smart Cultural Heritage 4 All,

un format per la fruizione di musei, mostre e siti archeologici,

concepito e sviluppato per migliorare l’accessibilità

alle persone con disabilità e limitazioni funzionali.

Il progetto è condotto all’interno di un protocollo d’intesa

tra Università degli Studi del Molise, Polo Museale

del Molise, Heritage Srl e Centro Orientamento Ausili

Tecnologici Onlus, e con la collaborazione della Associazione

Italiana Ciechi e Ipovedenti..

Con l’App BLIND EXPERIENCE si può esplorare il Museo

attraverso due percorsi immersivi:

• Sanniti Experience: il percorso multisensoriale che si

sviluppa nelle sale del settore sannitico del Museo, con

uno storytelling emozionale sulla storia dei Sanniti e

della loro epica lotta con i Romani.

• In viaggio con Asparukh: il percorso multisensoriale che

si sviluppa nelle sale del settore medievale del Museo,

con uno storytelling emozionale concepito a partire dalle

scoperte archeologiche della piana di Campochiaro.

Con l’App DEAF EXPERIENCE si può esplorare il Museo

nel settore protostorico.

Il visitatore è invitato in un percorso nelle sale che riguardano

i ritrovamenti più antichi, seguendo l’allestimento

e le vetrine, fino ad arrivare all’esperienza emozionale

vera e propria: uno storytelling visivo. Tik & Tuk,

un video che, tramite una tecnica di fast motion applicata

ad un disegno in movimento sull’idea delle pitture

rupestri, racconta l’invenzione del bronzo in modo innovativo,

anche attraverso i colori.

Scaricando l’App, nella sezione VISITA, si possono seguire

le tappe del percorso e visionare il video, della

durata di 6 minuti, con lo storytelling visivo dell’Età del

Bronzo.

I percorsi immersivi multisensoriali delle due App sono

un tipo di esperienza rivolta a tutti coloro che vogliono

sperimentare una visita educativa, coinvolgente e ispirata

ai principi dell’accessibilità universale.

Le due App sono gratuitamente scaricabili da App Store

o Google Play

Superiore, di un gruppo

umano di cacciatori-raccoglitori

nomadi nell’Appennino

piacentino.

La scoperta è stata

possibile grazie all’Università

di Ferrara e ad

un’equipe di ricercatori

provenienti dal Laboratorio

di Palinologia e

Paleoecologia del CNR

di Milano, dall’Università

di Padova, dal laboratorio

del CEDAD (Università del Salento – Lecce) e

dall’Università di New York. Nel territorio dell’Appennino

Settentrionale, Piovesello rappresenta un esempio

unico di frequentazione umana in alta quota durante

una fase di raffreddamento climatico, documentando

inoltre la mobilità dei gruppi umani paleolitici dalla

Provenza all’Italia Settentrionale. Per saperne di più, è

disponibile un articolo sulla rivista internazionale “Quaternary

Research”.

Il progetto “Paleo APPennino – il Piovesello tra Preistoria

ed Era multimediale” si propone di creare una rete

virtuale tra musei e siti archeologici per rendere fruibili

le realtà preistoriche del piacentino, fino ad ora rimaste

appannaggio di pochi specialisti. È stato proposto

dall’associazione culturale Augusta Veleiatium di Piacenza,

vantando il supporto finanziario dell’Università

di Ferrara, del Museo Archeologico della Val Tidone e

del Museo e Parco archeologico di Travo.

A partire dal sito di Piovesello, saranno coinvolti i principali

luoghi legati alla cultura dell’Appennino. Sono in

corso diverse iniziative e attività divulgative, grazie al

Comune di Ferriere, al Gruppo Archeologico della Val

Nure e al CNA di Piacenza. Il fine ultimo sarà l’integrazione

dei beni del territorio con il Sistema Museale piacentino

attraverso l’applicazione QuickMuseum, sviluppata

dalla società ARTernative di Parma. Essa spingerà i

visitatori a spostarsi da un luogo all’altro attraverso attività

multimediali ed interattive per grandi e bambini.

www.quickmuseum.it/

PRODOTTI “MADE IN ITALY” STONEX: SERIE S900 GNSS

E X300 LASER SCANNER

I ricevitori Stonex GNSS della serie S900 sono i primi

www.heritage-srl.it

PALEOAPPENNINO: LA TECNOLOGIA PER LA FRUIZIONE

DI BENI ARCHEOLOGICI E PAESAGGISTICI

Da un’idea dell’Università di Ferrara nasce un’applicazione

interattiva che dà voce ai “siti invisibili”. Il sito di

Piovesello testimonia il passaggio, durante il Paleolitico


AZIENDE E PRODOTTI

ricevitori GNSS presenti sul mercato del Surveying con

il marchio Made in Italy, che ne garantisce la qualità e

le prestazioni.

I ricevitori GNSS della serie S900 sono in grado di supportare

più costellazioni satellitari (GPS, GLONASS, BEI-

DOU e GALILEO, inclusa la correzione L-Band) e hanno

una bolla elettronica che ne facilita le misurazioni. Le

due batterie intelligenti e la certificazione IP67, rendono

questi ricevitori idonei a lavorare ovunque. Il ricevitore

S900A è inoltre dotato del servizio di correzione

GNSS Globale Atlas che garantisce posizionamenti precisi

in qualsiasi condizione.

Non è la prima volta che Stonex rilascia un prodotto

“Made in Italy”, già nel 2013 è stato realizzato il Laser

Scanner X300 che ancora oggi fa parte della vasta

gamma di prodotti offerta da Stonex. La facilità d’uso,

l’affidabilità e il prezzo rendono X300 un prodotto altamente

competitivo. X300 è inoltre dotato di una gamma

di accessori come il framework per facilitare le scansioni

di volte e tunnel e di un kit Gps per collegare un

ricevitore GNSS con facilità.

Scopri i prodotti Stonex Made in Italy

www.stonex.it

Tra le loro preziose applicazioni:

4 verifiche di ponti e cavalcavia

4 prove di carico

4 stima parametri modali e frequenza di risonanza

4 deformazioni di dighe

4 monitoraggio frane, valanghe e smottamenti

monitoraggio vibrazioni

video del rilievo: https://youtu.be/mVmhUx209j4

www.codevintec.it

RILIEVO AD ALTISSIMA PRECISIONE, RISPETTO TOTALE

DEL PONTE IN FERRO DEL 1889

Codevintec ha svolto una dimostrazione pratica con

l’Interferometro Radar da terra Metasensing sul ponte

San Michele - capolavoro riconosciuto di archeologia industriale

- candidato nella lista UNESCO dei patrimoni

dell'umanità.

La dimostrazione è nata da una idea di Tecno In SpA,

società multinazionale di servizi di ingegneria che sul

medesimo ponte sta eseguendo un monitoraggio altimetrico

e planoaltimetrico.

Costruito tra il 1887 e il 1889, è un ponte ad arco in

ferro a due piani, ferroviario e stradale. Fu tra i primi

esempi di costruzione a sfruttare l’innovativa teoria

dell’ellisse di elasticità.

Obiettivo della dimostrazione era illustrare la capacità

dell’interferometro di studiare il comportamento dinamico

di una struttura “complessa” come quella del

Ponte San Michele.

Infatti, questi strumenti, così compatti e rapidi da installare,

rilevano con precisioni del centesimo di millimetro.

Anche da 4 km di distanza.

44 ArcheomaticA N°4 dicembre 2018


Tecnologie per i Beni Culturali 45

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The Intersection of

Infrastructure and Technology


EVENTI

27 - 29 MARZO 2019

Dalla conoscenza alla

valorizzazione: il ruolo

dell’archeometria nei Musei

Reggio Calabria (Italia)

https://bit.ly/2H4yKyg

11 - 13 APRILE 2019

Fiera Internazionale

Heritage Instanbul 2019

Istanbul (Turchia)

http://www.expoheritage.

com/

8-10 MAGGIO 2019

GEORES 2019

Milano (Italia)

www.geores19.polimi.it/

24-27 GIUGNO 2019

SALENTO AVR

Lecce (Italia)

www.salentoavr.it/

1-5 SETTEMBRE 2019

27th international CIPA

symposium

Avila (Spagna)

www.cipa2019.org

1 - 7 SEPTEMBER 2019

ICOM General Conference

Kyoto (Japan)

www.icom-kyoto-2019.org/

15 - 20 SETTEMBRE 2019

19°Conferenza

Internazionale NIR

Queensland (Australia)

www.nir2019.com/

18 - 20 SETTEMBRE 2019

Salone Internazionale del

Restauro, dei Musei e della

Imprese Culturali

Ferrara (Italy)

www.salonedelrestauro.

com/

30 SEPTEMBER - 2

OCTOBER 2019

Heritage Middle East:

securing the future for the

past

Abu Dhabi (UAE)

https://bit.ly/2OshGBK

23-25 OTTOBRE 2019

Conferenza Nazionale AIPnD

Associazione Italiana Prove

non Distruttive

Milano (Italia)

www.aipnd.it

4-6 NOVEMBRE 2019

Conference on Cultural

Heritage and New

Technologies CHNT24

Vienna (Austria)

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