BienNoLo 2019

gianni.romano

BienNoLo

Eptacaidecafobia

a cura di ArtCityLab, Matteo Bergamini e Carlo Vanoni

postmedia●books


ArtCityLab

2501

Stefano Arienti

Mario Airò

Elizabeth Aro

Francesco Bertelè

Stefano Boccalini

Marco Ceroni

The Cool Couple

Vittorio Corsini

Carlo Dell’Acqua

Serena Fineschi

Giovanni Gaggia

Giuseppina Giordano

Riccardo Gusmaroli

Sergio Limonta

Loredana Longo

Iva Lulashi

Massimo Kaufmann

Francesca Marconi

Alessandro Nassiri

Adrian Paci

Federica Perazzoli

Matteo Pizzolante

Premiata Ditta

Alfredo Rapetti Mogol

Margherita Morgantin

Sara Rossi

Alessandro Simonini

Monica Sgrò

Ivana Spinelli

T-yong Chung

Eugenio Tibaldi

Luisa Turuani

Massimo Uberti

Vedovamazzei

Bea Viinamäki

Italo Zuffi

Artisti progetto “Mi abito”:

Francesco Bertelé, Francesca

Marconi, Farmacia Wurmkos,

Margherita Morgantin, Clara Rota

PRATICHE URBANE:

Scuola di Santa Rosa: Luigi Presicce

e Francesco Lauretta

PERFORMANCE:

Stefano Arienti, Margaux Bricler,

Marco Ceroni, Laura Cionci,

Carlo Dell'Acqua, Giulio Lacchini,

Francesca Marconi, Pawel und

Pavel, Bea Viinamäki.

Segreteria organizzativa

ArtCityLab

Coordinamento

ArtCityLab, Chiara Rosati

Logistica

ArtCityLab, Enrico Bongiorno

Ufficio stampa

PCM Studio di Paola C. Manfredi

Fotografie

Fabrizio Stipari, Yayzaveda

Bohachova, Adrienne Lawson,

Angela Maderna, Laura Maggiore,

Chiara Rosati, ArtCityLab

Il logo di BienNoLo è di Riccardo

Gusmaroli

BienNoLo è un marchio registrato

col numero 302018000024783

BienNoLo. Eptacaidecafobia

a cura di ArtCityLab, Matteo Bergamini e

Carlo Vanoni

© 2019 Postmedia Srl, Milano

www.postmediabooks.it

ISBN 9788874902835


BienNoLo

Eptacaidecafobia

a cura di ArtCityLab, Matteo Bergamini e Carlo Vanoni

postmedia books


Abbracciare il paesaggio

Abbracciare il visibile e l’invisibile, come nel

“tramonto in cattività” di Francesco Bertelé, che

si rivela solo per mezz’ora al giorno nel passaggio

tra il calare del sole e l’arrivo della sera, nato in

stretto dialogo con l’installazione Mediterraneo di

Sara Rossi, combinazione di 35 metri di cartoline

postali, ideale landscape ottico. Un omaggio alla

natura tra il reale e l’onirico è il tema della scultura

in vetro blu di Vittorio Corsini, mentre Adrian Paci

pone lo spettatore in condizione di contemplare

la vegetazione spontanea dell’ex spazio Cova in

quello che possiamo considerare un unico invisibile

abbraccio fra uomo e natura.

Muffe, camouflage e trasformazione

All’interno del percorso espositivo si trovano delle

opere che, per loro natura, nascono effimere e

transitorie come nello storico intervento di coloritura

delle muffe di Stefano Arienti, o nello skyline di Milano

realizzato in occasione di RAID, nel 2017, di Eugenio

Tibaldi. All’ex spazio Cova nascono, crescono e

si colorano non solo le muffe ma anche le opere,

ricordandoci che l’arte spesso ci racconta di visioni

e non per forza di materia, come nell’intervento di

Mario Airò che crea una relazione fra una vecchia

tabella educativa aziendale e i muri che la ospitano.

La forma delle parole

Tutti conoscono il peso delle parole, soprattutto

quando vengono scritte, ma non tutti ne conoscono

la forma o ne ricercano la struttura: Alessandro Nassiri

Tabibzadeh incide a mano su un vecchio specchio

una frase che ci parla di razzismo, parole invisibili che si

riflettono in chi si guarda; parole reticenti invece quelle

dell’opera di Margherita Morgantin nascoste alla

vista di chi non sa cercare. La parola “dono” diventa

un campo dove coltivare la diversità nell’intervento

di Stefano Boccalini, mentre V for Victory di Loredana

Longo parte dall’idea di mettere insieme immagini o

elementi in netta antitesi: gli estremi possono sempre

incontrarsi e dare un senso nuovo alle immagini

precostituite. Lo sconfinamento è il primo passo di

una civiltà ci ricorda Giovanni Gaggia ricamando

su una coperta grigia dell’esercito tedesco la parola

Presentazione di BienNoLo all'Hug - 28 febbraio 2019 e al

Mercato Comunale Crespi - 30 aprile 2019


SCONFINARE, in cui lo sconfinamento non presuppone un luogo ma un movimento

costante e un processo che si sviluppa intorno alla bellezza della parola condivisa. Per

tutta la durata della manifestazione il pubblico interagisce con l’artista rispondendo

alla domanda "Qual è stato l’avvenimento più importante della tua vita che ti ha spinto

a fare la valigia?" Partner attiva del progetto è RadioNoLo.

Metodo, materia e meditazione

I processi di metodo prevedono pratiche che potremmo quasi definire meditative in cui

l’artista sviluppa l’opera processando la materia: T-Yong Chung recupera e dà nuova

vita a oggetti provenienti da fabbriche abbandonate attraverso un’azione costante

sulla superficie degli stessi, utilizzando carta vetrata rimuove la ruggine del tempo,

restituendo loro una nuova funzione; un incessante corpo a corpo con la materia

caratterizza invece l’intervento di Serena Fineschi che realizzerà un’opera che cita

l’Action painting: un grande dripping di chewing-gum masticati e sputati, tentativo

di trasformare, provocare, assimilare e ricomporre la materia. L’intervento ambientale

di 2501 evidenzia un processo creativo in cui il segno pittorico, la tensione del gesto,

il movimento circolare e continuo come in un loop trasformano la materia, lo spazio,

la superficie e l’architettura stessa, in un rito dove artista e luogo si fondono attraverso

quella che potremmo definire una pittura automatica.

Inquietudine relazionale

La colonna di cemento e perlite installata da The Cool Couple è un monumento

che il pubblico è invitato a prendere a mazzate, trasformandolo in una scultura

modellata attraverso la veemenza. Laura Cionci invita lo spettatore a partecipare al

racconto, all’incontro, allo scambio e al confronto sullo stato dell’essere tra dolore,

consapevolezza, vita e morte.

Soggetto/Oggetto

Attraverso la metamorfosi di alcune carene di scooter Marco Ceroni crea sculture in

bilico tra demoniaco e animale, innescando così un cortocircuito continuo tra reale

e verosimile, tra quotidiano e perturbante; Sergio Limonta, in Solo la bandiera, lascia

aperte allo spettatore infinite possibilità di interpretazioni sui simboli e sul concetto di

monumento contemporaneo. Storno di Vedovamazzei, opera del 1995, riflette sul

delirio di onnipotenza: chi vuole volare troppo alto rischia, in questo caso, uno schianto

tra il tragico e l’ironico. Italo Zuffi, con l’opera Rarefatto, invece ci pone di fronte a

una natura morta “mimetica” in cui materiale e soggetto riscrivono la relazione tra

significante e significato. Federica Perazzoli costruisce un’opera (casa-autoritratto) dal

titolo All I need: un ambiente domestico dove lo spettatore potrà accedere ma anche

un involucro contenente il “minimo” contro la bulimia della vita contemporanea.

Antropologie del trauma

Attraverso la disposizione forzata in verticale di una parete di cactus, Carlo Dell’Acqua

ci pone di fronte al concetto di resistenza al trauma, che se non affrontato diventa

stato allucinatorio. Le quattro sculture in vetro di Massimo Kaufmann riproducono

alcuni frammenti del corpo sezionato di un condannato a morte, utilizzati per costruire


un atlante anatomico online. Un lungo filo spinato nel quale

sono inseriti boccioli di rosa rende meno respingente la paura

del confine nell’opera di Giuseppina Giordano. E di confini e

attraversamenti, di sradicamento e cronache ci parla anche

Riccardo Gusmaroli, con un intervento realizzato per gli

spazi esterni dell’ex spazio Cova, attraverso l’uso di coperte

termiche e cerotti. Nei quadri di Iva Lulashi viene invece

mixata l’iconografia erotica e quella di regime attraverso

l’immagine di alcune donne seminude, in riferimento anche

a questioni omofobiche.

Geografie e tag

Se Città ideale di Massimo Uberti ci racconta del desiderio

dello spazio urbano immaginario, attraverso un’installazione

di duecento candele quotidianamente accese, Cartografia

dell’Orizzonte di Francesca Marconi indaga lo spazio del

confine umano/geografico facendo dialogare territorio e

persone, ricordandoci l’attraversamento come incontro. Con

Elizabeth Aro tutti i continenti hanno perso la loro collocazione

e convergono irrimediabilmente, vorticosamente verso

sud, come a sottolineare la perdita dei punti di riferimento;

Premiata Ditta costruisce, invece, una topografia di tags

attraverso la mappatura di una serie di odori registrati nel

quartiere di NoLo.

Vertigo

L’ipocondria è il tema scelto da Alessandro Simonini, che

attraverso una vecchia scatola del primo soccorso resa

specchiante, ci costringe di fronte al nostro ritratto, alla

nostra stessa paura della fine. Stand Up di Matteo Pizzolante

è una trasformazione scultorea della climacofobia, la paura

delle scale, che caratterizzava le scene di Vertigo di Alfred

Hitchcock. Nell’ipercinetica epoca contemporanea, Luisa

Turuani ci pone di fronte alla paura della lentezza. Bea

Viinamaki, con un atto performativo, riflette su creazione,

nascita e identità, mentre Alfredo Rapetti Mogol trasformerà

il seminterrato di ex spazio Cova in uno spazio al limite tra

sacro e profano.

Le iniziative fuori BienNoLo

Venerdì 3 maggio: Carlo Vanoni spiega Marcel Duchamp

e Lucio Fontana dando appuntamento al pubblico alla

pensilina (numero 12256) della fermata dell’autobus 56 di via

Padova.

Allestimento di BienNoLo, 13-16 maggio 2019


BienNoLo Border. Manifesti

Sui muri perimetrali della facciata dell’ex Laboratorio

Panettoni Giovanni Cova di via Popoli Uniti 11 vi sarà una

mostra “urbana” visibile 24 ore su 24 che comprenderà dieci

manifesti dalla forte iconografia, realizzati da altrettanti artisti

(i nomi saranno svelati il 17 maggio), sul tema dei confini,

realizzati con torchio offset grazie alla partnership di Paolo

Nava Studio e alla supervisione degli artisti.

Al Mercato Comunale Crespi Ivana Spinelli, per tutta la

durata di BienNoLo, dispone un “banco relazionale” che

ridisegna per ri-concettualizzare l’idea di “mercato” e il suo

rapporto con pubblico, società e cultura. Il banco diventa

luogo di relazione e scambio, dove ciò che viene scambiato

non sono merci e denaro ma beni ed esperienze.

Al Tranvai di via Zuretti, martedì 21 maggio, si tiene

l’appuntamento con la Scuola di Santa Rosa (progetto

ideato da Francesco Lauretta e Luigi Presicce). I due artisti

portano a Milano una pratica che hanno inaugurato nel

2017: trovarsi, insieme a pubblico, amici, studenti e curiosi

per disegnare insieme, raccontarsi la vita, in un’esperienza

apparentemente “fuori tempo”.

Al Parco Trotter, Monica Sgrò coinvolge gli studenti della

Scuola del Sole, le Associazioni Amici del Parco Trotter e

Viva Padova Viva, il Liceo Artistico Statale Caravaggio e i

passanti. Il workshop preliminare dal titolo Disegna il nostro

tappeto, coinvolge la classe 4°D del maestro Paolo Limonta

(Scuola del Sole), e produce una serie di disegni utili per

l’elaborazione della forma da dare all’opera in feltro. I

partecipanti creano un grande tappeto con lana naturale

che viene prima infeltrito collettivamente eppoi tagliato

come tappeto singolo a misura della persona; l’intervento

si chiuderà con un’esperienza di immobilità e silenzio nel

parco, ciascuno disteso sul proprio tappeto.

Dopo BienNoLo (in data da definirsi) Sara Rossi porterà gli

abitanti del quartiere a fotografare la natura nascosta e a

scoprire i “terzi paesaggi” dell’area.

HABITAT.

A seguito della nascita di BienNoLo il quartiere ha dimostrato,

oltre ogni misura e aspettativa, un ampio coinvolgimento


ed entusiasmo. A riprova di questo si annuncia che, oltre la

mostra “ufficiale”, c'è anche un programma off-BienNoLo

intitolato “Habitat”. Il quartiere da venerdì 24 a domenica

26 maggio, quando tramonta la luce del sole sulla mostra,

accende le luci nelle case e negli studi dei creativi del

quartiere, in un programma “porta a porta” dove si manterrà

viva la dimensione partecipativa.

Le iniziative dentro BienNoLo

Il giorno sabato 25 maggio è dedicato interamente alle

pratiche performative.

Mi Abito

Mi Abito è un progetto di Fondazione Wurmkos in collaborazione

con Cooperativa Lotta Contro l’Emarginazione, a cura di

Gabi Scardi. Si tratta di un progetto artistico partecipato

sul tema dell’abito inteso come strumento per presentarsi

e rappresentarsi. Il progetto si sviluppa nell’arco di un anno

e comprende una serie di quattro laboratori condotti da

Francesco Bertelé, Francesca Marconi, Margherita Morgantin

e Wurmkos con il supporto di Clara Rota – Bassa Sartoria.

Gli artisti accompagnano i partecipanti nell’elaborazione

dei capi, stimolandoli ad assumere una posizione attiva e

generativa, valorizzandone l’abilità e l’autonomia creativa

individuale, fornendo strumenti tecnici e progettuali,

contribuendo alla capacità di confrontarsi con il mondo

esterno. Durante BienNolo è previsto, inoltre, un laboratorio

aperto al pubblico. Mi Abito è vincitore del bando “Prendi

pArte! Agire e pensare creativo” promosso dalla Direzione

Generale Arte e architettura contemporanee e Periferie

urbane (DGAAP) del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Piano City Milano @ #BienNoLo

Sabato 18 maggio, alle ore 11, si tiene il primo concerto negli

spazi dell’Ex Laboratorio Panettoni Cova promosso nell’ambito

di BienNoLo da Piano City Milano, in collaborazione con

ArtCityLab. In occasione di BienNoLo, Piano City Milano

presenta i concerti di Adriano Bassi con Alessandro Nardin,

con la musica di Eric Satie e Maurice Ravel a quattro mani,

e di Thomas Umbaca, vincitore del premio Hermès – Premio

Piano City Milano “Renato Sellani”.

Allestimento di BienNoLo, 13-16 maggio 2019


ArtCityLab

L’associazione ArtCityLab nasce il 17 novembre 2015 con

l'intenzione di far interagire attori privati e istituzioni pubbliche

interessate alla produzione di format culturali in alternativa

alle tradizionali politiche culturali. Grazie all'esperienza

maturata in alcuni eventi prodotti dai fondatori di ArtCityLab

(Rossana Ciocca e Gianni Romano) abbiamo registrato

e trovato conferma di quanto il pubblico desideri vivere in

prima persona nello spazio pubblico eventi che riflettono

dinamiche culturali complesse. ArtCityLab è quindi

quell'associazione che si occupa di eventi legati allo spazio

cittadino; qui vengono messe in scena pratiche performative,

eventi relazionali che è possibile ripetere in altri luoghi e città

indipendentemente dalla identità territoriale nel caso in cui

l'artista li abbia ideati a prescindere dal territorio e dalla

presenza dello stesso artista nell'opera. Lo spazio pubblico

diventa in questo modo luogo d’incontro di una progettualità

urbana che si sviluppa a partire da un’idea creativa ma

che automaticamente perde la centralità del creatore

per aiutare lo spettatore ad essere attivo e partecipe del

processo di creazione o della visione. ArtCityLab riporta nello

spazio pubblico tradizionale molti di quegli stimoli innovativi

che ormai siamo abituati a vedere sul Web, restituendo

un idea più coinvolgente della cultura e riproponendo

nel contesto urbano una fruizione aperta a chiunque di

fenomeni culturali: stimoli veri di una produzione culturale

che cambia radicalmente rispetto al vecchio panorama

mediale e salvaguarda quello che abitualmente definiamo

bene comune. Tra i numerosi eventi ricordiamo: l'installazione

Riflessioni riflesse di Paolo Masi a Piazza San Fedele (ottobre

2016); il convegno Arte Fuori dall’Arte all'Università Cattolica

di Milano (ottobre 2016); l'installazione di Sophie Usunnier, I

would so much like that you remembered (novembre 2017-

gennaio 2018) nella sede dell'ASP Golgi-Redaelli; la collettiva

AndarXporte (ottobre-dicembre 2017), in collaborazione

con l'ASP Golgi-Redaelli grazie alla quale viene aperto alla

cittadinanza Palazzo Archinto.

INFORMAZIONI PER IL PUBBLICO

BienNoLo 2019 #eptacaidecafobia

Da venerdì 17 a domenica 26 maggio 2019

c/o Ex Laboratorio Panettoni Giovanni Cova

Milano, via Popoli Uniti 11

www.biennolo.org

IG: biennolo_milano | FB: biennolo


Allestimento di BienNoLo, 13-16 maggio 2019


Carlo Vanoni

Ero straniero in una città che ho sempre amato e dove non avevo mai

vissuto. Camminavo. Pensavo: ora che ci vivo finalmente, vorrei dare

qualcosa a questo quartiere a nord di piazzale Loreto che mi accoglie.

Per sentirlo un pò più mio. Per sentirmi un pò più suo.

Un luglio caldo quello del 2018, un luglio di trasloco e di incertezze

quando Carlo mi presenta Christian e insieme andiamo nell’ex fabbrica

di panettoni Cova in via Popoli Uniti 11, spazio decadente, esempio

perfetto di Terzo Paesaggio, luogo industriale dimenticato dall’uomo,

che rovi e sterpaglie sono andati a riprendersi.

Dentro, la mancanza del tetto amplifica il cielo terso di luglio, “il cielo di

Lombardia, così bello quando è bello”.

Questo è il posto, mi dico. Tra il cielo e il pavimento squarciato dalle

radici delle piante, tra i muri macerati da muffe brunite, ripeto a me

stesso che questo è il posto. Così forte e potente che il suo scheletro mi

inchioda in un omaggio alla sua maestà. Questo è il posto per artisti di

carattere. Questo è il posto per BienNolo, la prima Biennale di Milano.

E poi via, lungo viale Monza, dentro il mese d’agosto dove ogni progetto

lo si rimanda a settembre.

Era già lì, settembre.

Era nella via parallela, io e Vittorio dentro il ristorante cinese a

fantasticare di inaugurare il 17 maggio, venerdì per l’esattezza, come

a sfidare la superstizione e le paure. Sì, questa edizione intitoliamola

proprio Eptacaidecafobia, la paura del numero 17. Porterà bene a noi

e al quartiere, che ogni giorno sfida la paura più profonda dei nostri

tempi.

Centocinquanta etnie diverse.

Questo si nasconde dietro l’acronimo NoLo, North of Loreto.

I cingalesi e i negozi di generi alimentari aperti fino a tarda notte

dirimpetto al ristorante pugliese e di fianco ai massaggi thailandesi,

i Latinos di via Padova, le pizzerie napoletane nelle traverse che

collegano viale Monza al parco Trotter e i bar dei cinesi, NoLo multietnica

e multiculturale, NoLo, mi dicevano, è il quartiere dove vivono gli artisti.

NoLo, in quel luglio agosto settembre azzurro, era un nuovo territorio

che volevo attraversare.

Ma ci vuole una squadra per esplorare. Perché “da soli è una ressa”,

diceva qualcuno.

Qui entrano in scena Rossana Ciocca e Gianni Romano di ArtCitylab

Matteo Bergamini di Exibart, abbiamo sei, sette mesi di tempo ma non

oltre, l’inaugurazione, ricordiamolo, era fissata per il 17 maggio.


Prime riunioni e prime visite negli studi degli artisti. Primi sopralluoghi.

Insieme a loro visitiamo lo spazio espositivo e decidiamo dove collocare

i lavori, molti dei quali site specific. Alla fine saranno 37 gli artisti invitati,

alcuni molto noti, altri emergenti.

E poi gli sponsor. Amici, imprenditori, collezionisti, entusiasti del progetto

decidono di finanziarlo senza esitare un istante. Troviamo un ufficio

stampa, contattiamo la vigilanza, paghiamo l’affitto dello spazio

espositivo, contribuiamo ai trasporti delle opere d’arte, facciamo un

appello per trovare qualche volontario e se ne presentano 30.

Il quartiere si dà da fare, a propria volta, e gli artisti che ci lavorano

decidono di aprire al pubblico i propri studi la sera, dopo la chiusura

della mostra.

Il 17 maggio alle 12 in punto BienNoLo apre il cancello.

A visitarla ci vengono critici affermati e giornalisti, galleristi, addetti ai

lavori e gente di passaggio, gente incuriosita dall’evento, bambini

e cagnolini, famiglie, un pubblico eterogeneo che si avvicina con

rispetto e ringrazia i volontari che li aiutano nella lettura delle opere più

complesse, opere perfettamente integrate in questo spazio decadente

che mette a proprio agio, che fa sentire a casa anche chi è poco

avvezzo ai linguaggi contemporanei, al mondo dell’arte che troppo

spesso crea barriere.

A BienNoLo di barriere non ce n’erano. A BienNolo si è fatta famiglia.

E per questo, nell’arco di dieci giorni, dalle 12 alle 20, di persone ne sono

entrate ottomila. Gratuitamente. Però ottomila.

BienNolo - ben oltre le aspettative - è diventata un evento, uno di quei

posti dove bisogna andarci assolutamente, io ci torno e ti accompagno,

mi hanno detto che, vai a vedere, guarda, hai letto su…, non me

l’aspettavo, c’è quell’opera che…

L’ex fabbrica di panettoni Cova con sede in via Popoli Uniti 11 era

uno spazio vuoto. Noi l’abbiamo riempito di entusiasmo, gioia e

partecipazione, di voglia di stare insieme guardando opere d’arte

contemporanea. Opere stimolanti, forti, che hanno affrontato i temi del

nostro vivere quotidiano con intelligenza e gentilezza.

La gente lo ha capito.

E per questo ci ha ringraziato.

BienNoLo non è un gioco di parole, ma una parola che diventa gioco.

Perché giocare è una cosa seria.

Soprattutto quando di mezzo c’è l’arte contemporanea.


Sergio Limonta


Si tratta di una grande bandiera italiana in stoffa della larghezza di un metro e mezzo per

una lunghezza di circa diciotto metri. È retta da un’apposita asta di oltre quattro metri, che si

prolunga nel vuoto partendo dal porta asta, a sua volta aggettante, che si regge al muro. A

causa della sua lunghezza, parte della bandiera rimane piegata a terra. Le pieghe che si creano

naturalmente formano un basamento e questo rende l’opera una scultura, che va letta dal

basso verso l’alto. In realtà l’opera, essendo in stoffa, è leggerissima e fragile, basta un minimo

movimento d’aria per cambiare la sua forma. Il titolo lascia spazio a infinite interpretazioni:

potrebbe voler dire “ci è rimasta solo la bandiera” o “questa è solo la bandiera ma c’è molto di

più”. È un lavoro che si fa raccontare da chi lo osserva.


Marco Ceroni


Quella di 2501 è una pittura automatica che tenta

di escludere la volontà pittorica. Wall painting dai

tratti precisi con l’intento di conferire una sorta di

spessore al dipinto che alteri la percezione della

superficie bidimensionale. Tratti che imprimono

movimento, tensione, loop. L’idea è quella di

sviluppare una pittura basata sulla continuità

dell’esperienza, una sorta di flusso legato al

movimento. Dipingere come antidoto in quanto

pratica, modo di esprimersi con il corpo e con la

mente in una sorta di rituale ripetuto, che si tramuta

in pratica meditativa nel momento in cui l’attività

pittorica crea uno spazio interiore di raccoglimento

in cui nascono idee e suggestioni.

2501


Giovanni Gaggia


“Lo sconfinamento è il primo passo di una civiltà” (dalla prefazione di Furio Colombo nel libro:

Sconfinare, di Donatella Ferrario, San Paolo Edizioni), ci ricorda Giovanni Gaggia ricamando

su una coperta grigia dell’esercito tedesco la parola SCONFINARE, in cui lo sconfinamento

non presuppone un luogo ma un movimento costante e un processo che si sviluppano intorno

alla bellezza della parola condivisa. Per tutta la durata della manifestazione il pubblico potrà

anche interagire con l’artista in dialogo con l’autrice, rispondendo alla domanda: “Qual è stato

l’avvenimento più importante della tua vita che ti ha spinto a fare la valigia?”. RadioNoLo

(https://radionolo.it) è partner attiva del progetto.


Francesca Marconi


Italo Zuffi


Cosa accadrebbe a un uccello nel momento in cui non avesse più voglia di volare? Gli uccelli

non si siedono, gli uccelli non si sdraiano, gli uccelli riposano sui cavi dell’alta tensione e poi

ripartono verso altri cieli, consapevoli che non troveranno né poltrone dove sedersi, né tanto

meno letti dove sdraiarsi. Il nido è troppo piccolo per chi solitamente frequenta il cielo. L’uccello

vola alto e, quandanche si stancasse, mai potrebbe sostare sulla strada, non sarebbe quello

il suo mondo. Quindi, ancora una volta, cosa accadrebbe a un uccello nel momento in cui

non avesse più voglia di volare? La risposta è in quest’opera di VedovaMazzei. L’uccellino

imbalsamato è immobile con il becco infilzato nel muro, non per aver sbagliato traiettoria, ma

per aver trovato il modo di fermarsi in quota, liberi di aprire o di chiudere le ali, immobili, ma

vivi. Non hanno più voglia di volare questi uccelli. Non si sono arresi. Sono stanchi… Chi l’ha

detto che gli uccelli debbano sempre volare? Dove sta scritto che debbano sempre girovagare

inesorabilmente? Lasciamoli lì, se è lì che hanno scelto di stare. Finché il becco tiene, noi non

ci dobbiamo preoccupare.

VedovaMazzei


L’artista realizza un’opera pensata appositamente per questi spazi che cita la pittura

informale della Scuola di New York; un’opera pittorica di chewing-gum masticati, schiacciati,

strappati e sputati. L’artista già in precedenza ha omaggiato i grandi maestri dell’arte al fine di

esorcizzarne la fama e segnare una linea di continuità tra irriverenza, consapevolezza e rispetto

del passato. In questi lavori, parte della serie “Trash” e iniziati nel 2017. Il materiale che utilizza

è il chewing-gum che per l’artista ben rappresenta la società odierna: l’unico “alimento” che

mastichiamo e poi sputiamo, anziché digerirlo, come l’innumerevole quantità di informazioni

alle quali siamo quotidianamente esposti. La materia ci appare così trasformata e sublimata

al fine di porre le basi per una riflessione critica e sociale, tanto nella dimensione intima,

quanto in quella pubblica; un modo per scontrarsi con la decadenza sociale e esistenziale in

cui viviamo che percepisce il suo declino senza assumersene pienamente la responsabilità.

Serena Fineschi


Luisa Turuani


Eugenio Tibaldi


Realizzata in occasione di Raid, evento in cui un insieme di artisti fanno irruzione in luoghi dalla

forte identità e realizzano in sole sei ore delle opere utilizzando esclusivamente i materiali presenti

in loco, l’opera di Eugenio Tibaldi, ottenuta grattando via le muffe del muro dell’Ex Fabbrica

Panettoni Giovanni Cova, omaggia la città di Milano ricreandone uno skyline raso terra.

Senza avere alcuna immagine di Milano ho raccolto i ricordi dalla mia memoria ed ho

immaginato una sequenza di volumi e forme che potessero rappresentare un profilo.

Qualcosa che risuonasse esteticamente come Milano pur non seguendo le regole dello

skyline reale. Per me era un omaggio alla Milano che tutti i provinciali (come me) guardano

da lontano. (Eugenio Tibaldi)


Ad un primo sguardo Mundo non ha nulla di insolito, ma solo prestando maggiore attenzione

ci accorgiamo che qualcosa non va… tutti i continenti hanno perso la loro collocazione

conosciuta e convergono irrimediabilmente verso sud. L’opera, realizzata in feltro bianco, ha

un diametro di tre metri e un colore delicato. Il materiale accentua una sensazione di calore e

di accoglienza, ma la caduta dei continenti e la perdita dei punti di riferimento lasciano nello

spettatore un senso di inaspettata inquietudine.

Elizabeth Aro


Stefano Arienti


Come suggerisce il titolo (All I need, Tutto ciò di cui ho bisogno) questa installazione raggruppa

simbolicamente tutto ciò di cui l’artista sente di avere necessità. Pensando alle fobie che

possono colpire un artista Federica Perazzoli ha racchiuso in pochi oggetti accatastati senza

un ordine particolare le proprie esigenze: lo spettatore si ritrova davanti a un accumulo, ma

invertendo il senso di questo “disordine” bisogna convenire che in realtà si tratta anche di una

selezione: questa raccolta elimina ciò che l’individuo sente come “troppo”, come ingombro non

necessario alla propria vivibilità. Sin da bambina l’artista è accompagnata dal pensiero di avere

uno spazio proprio dove potersi rifugiare, ma anche accogliere, dove è possibile continuare

una sorta di sopravvivenza sia personale, sia artistica. “Mi piace stare in spazi piccoli e in

mezzo alla natura, uno spazio dove vivo, leggo, studio... Per me il minimo indispensabile sono

un tavolo, una sedia e le mie cose per dipingere”.

Federica Perazzoli


V for Victory di Loredana Longo parte dall’idea di mettere insieme immagini o elementi in

netta antitesi: gli estremi si possono sempre incontrare e dare un senso nuovo alle immagini

precostituite. Tutti i lavori di Loredana Longo nascono nella tensione, nel contrasto degli

opposti, nel conflitto della materia, perché è solo lì che si crea e si forma un nuovo tipo di

energia creativa: quella dei contrari.

Loredana Longo


Riccardo Gusmaroli


Mario Airò


Margherita Morgantin


Stefano Boccalini


Oggi la parola è diventata un vero e proprio strumento di produzione e di captazione di valore.

Col mio lavoro cerco di spostare l’attenzione da un valore di tipo economico ad un valore

di tipo sociale. La paura della diversità che oggi spesso si trasforma in fobia, in quest’opera

viene ribaltata attraverso la parola DONO che diventa un “vaso”, un contenitore mobile,

dove all’interno ho sistemato della terra in cui ho piantumato varietà vegetali eterogenee,

trasformando idealmente l’opera in un spazio in cui la diversità diventa un terreno comune da

coltivare e non il luogo della paura. (Stefano Boccalini)


Adrian Paci

Foto di Dario Azzaro


Massimo Kaufmann


L’opera di Kaufmann si ispira al libro Ghiaccio Blu (1997) di Pino Corrias, che narra la

vicenda di un condannato all’esecuzione capitale in Texas nel 1993, il cui corpo è sezionato

e fotografato al fine di costituire il più aggiornato e realistico atlante di anatomia online. Le

sculture, quattro elementi che costituiscono un lavoro unitario, riproducono le sagome di

alcune parti del corpo. Il titolo, Resurrezione, allude alla vita eterna che le immagini hanno

su internet.


L’opera medita sulla paura attraverso la carezza, la dolcezza. Una scala in vetro sale verso il

cielo (la natura) portando in dono una piantina, insieme aiuto e gesto del portare i fiori, come

quando si va a trovare un amico. Il vetro, da sempre tra i materiali di interesse per l’artista, sia

per la trasparenza, sia per l’idea di mettersi in mezzo a qualcosa, sia per la fragilità, l’attenzione,

simile alla meditazione, di cui necessita, rende la scala non utilizzabile e appartenente al mondo

delle possibilità, a differenza degli altri elementi, come il vaso di fiori, che appartengono alla

dimensione del reale.

Vittorio Corsini


Quando siamo coperti dall’anonimato spesso ci sentiamo protetti, al punto di sentirci liberi

di dare il peggio di noi stessi. Fino a qualche anno fa i bagni pubblici, gli ascensori, le sale

d’attesa erano piene di scritte e simboli che inneggiavano all’odio razziale, frasi volgari a sfondo

sessuale e altri tipi di messaggi che rivelavano una necessità di sfogarsi. Ora questi sfoghi

li troviamo nei social network, che li amplificano, dando la possibilità di sentirsi, falsamente,

coperti dall’anonimato. Su alcuni specchi, realizzati prima della seconda guerra mondiale, ho

inciso alcune frasi che ho preso dai commenti di utenti alle dichiarazioni di un importante uomo

politico su un noto social network. (Alessandro Nassiri Tabibzadeh)

Alessandro Nassiri Tabibzadeheh


Alessandro Simonini


Per BienNoLo Alessandro Simonini ha concepito un ready-made utilizzando una vecchia

cassetta del pronto soccorso trovata alle pareti dell’ex panettonificio Cova. La riflessione,

che parte dal tema della paura, è incentrata sul senso di ipocondria, fobia legata all’erronea

interpretazione di sintomi somatici da parte del “malato immaginario”, che non riconosce

la natura psicologica del suo problema e ricerca la soluzione medica della patologia

organica. La cassetta del pronto soccorso rappresenta, e con essa la sua funzione, il

simbolo della medicina allopatica prefigurando nel senso comune l’ideale di una “cura” di

fatto irraggiungibile. Svuotata del suo contenuto, internamente rivestita di specchi e aperta

alla vista del visitatore, questo oggetto lo induce inevitabilmente alla riflessione verso la

conoscenza di sé e del proprio corpo.


T-Yong Chung


Sara Rossi


Sara Rossi


Francesco Bertelé


All’orizzonte, di fronte al mare, al crepuscolo, la frontiera è una linea immaginaria

e realissima che separa e insieme unisce due mondi (come scriveva Alessandro

Leogrande). Vedere, non vedere. È qui che si dilata lo spazio della messa in scena.

(Francesco Bertelé)


PianoCity

18 maggio 2019


Serena Fineschi


The Cool Couple


Matteo Pizzolante


Carlo Dell'Acqua


MiAbito

Francesco Bertelé, Francesca Marconi, Margherita Morgantin, Wurmkos, Clara Rota e

Bassa Sartoria

Fondazione Wurmkos e Cooperativa Lotta contro l’Emarginazione collaborano per dare

vita a Mi Abito: progetto artistico partecipato, a cura di Gabi Scardi, incentrato sul tema

dell’abito inteso come interfaccia tra individuo e mondo e come strumento per presentarsi

e rappresentarsi. Il progetto si sviluppa nell’arco di un anno e comprende una serie di

quattro laboratori condotti da artisti. Francesco Bertelé, Francesca Marconi, Margherita

Morgantin e Wurmkos, con il supporto di Clara Rota di Bassa Sartoria, accompagneranno i

partecipanti nella creazione di una collezione di capi a propria misura. Mi Abito è un progetto

vincitore del bando “Prendi Parte! Agire e pensare creativo” promosso dalla Direzione

Generale Arte e architettura contemporanee e Periferie urbane (DGAAP) del Ministero per i

Beni e le Attività Culturali. Foto di Cesare Lopopolo.

MiAbito


Massimo Uberti


Il lavoro di Rapetti Mogol si basa principalmente sulla scrittura. è una scrittura non

traducibile che, proprio per questo, diviene universale. Il segno, svuotato del proprio

significato, diviene puro significante, traccia dell’artista lasciata sulla superficie come

testimonianza che non lascia intendere una provenienza. Come orme sulla terra, i segni

di Rapetti Mogol diventano segnali di presenza umana che non conoscono scrittura, ma

al contempo comunicano il proprio passaggio, la propria testimonianza attraverso questi

segni stessi. L’installazione esposta a BienNoLo consiste in blocchi di cemento con segni

incisi che simulano nomi propri di persona posizionati sopra altrettante vasche di ferro

intese come acquasantiere che raccolgono lacrime di gioia e di dolore provenienti da

tutto il mondo.

Alfredo Rapetti Mogol


Stefano Arienti


Alessandro Nassiri Tabibzadeh


Premiata Ditta


Per BienNoLo Premiata Ditta realizza un lavoro site specific costituito da odori raccolti nei

giorni 27-28 febbraio 2019 durante il sopralluogo alla ex fabbrica Cova e in occasione della

prima conferenza stampa. La serie “Odori” nasce dalla frequentazione quotidiana con il

quartiere: «Ogni giorno, per un paio d’ore, camminiamo per il nostro quartiere telefonando,

organizzando il lavoro, discutendo tra noi su come realizzarlo. Durante questo tempo

registriamo gli odori che costituiscono queste raccolte. In questa sorta di archivi c’è quindi

il portato del tempo e del pensiero dedicati a ideare non solo queste ma anche future opere.

Per realizzare l’installazione abbiamo raccolto pezzi d’asfalto e piccoli sassi lungo le strade,

a questi abbiamo legato dei fili elastici trasparenti a cui sono fissate delle strisce di carta

velina. Su questa carta, estremamente volatile e leggera, sono stampate le descrizioni degli

odori insieme alla geolocalizzazione di ognuno. I sassi sono fissati al soffitto e i fili con le

carte pendono verso il pavimento, fluttuando o fremendo a secondo dei soffi d’aria che li

percorrono».


The Wall of Delicacy (Ode to America) è una pratica meditativa, una riflessione sui confini e

sulla delicatezza che si realizza attraverso gesti semplici e pieni di grazia: l’artista inserisce

lungo un filo metallico un bocciolo di rosa dopo l’altro prestando attenzione a non rovinarli,

e osservando i petali che inevitabilmente cadono a terra. Nato come intervento site specific

durante la residenza dell’artista al MASS MoCA di North Adams (Massachusetts), si è

trasformato in un progetto itinerante e partecipato.

Giuseppina Giordano


Tutto parte più di vent'anni fa al momento del mio concepimento. Ancora dentro l'utero,

chissà per quale motivo, il mio corpo prese attributi femminili che nel tempo si tradusse

nell'arrivo del primo mestruo. Questo piccolo dipinto è un regalo, forse per mia madre.

(Bea Viinamaki)

Bea Viinamaki


Iva Lulashi


Ivana Spinelli

Banco relazionale

(al Mercato Comunale Crespi)

Al Mercato Comunale Crespi, Ivana Spinelli, per tutta la durata di

BienNoLo, dispone un “banco relazionale” che cerca di ridisegnare

e ri-concettualizzare l’idea di “mercato” e il suo rapporto con

pubblico, società e cultura. Il banco diventa luogo di relazione e

scambio, dove ciò che viene scambiato non sono merci e denaro

ma beni ed esperienze. Sul bancone, corredato dei contrassegni

zigzag, vengono così disposti libri, stoffe, spezie, supporti audiovisivi

(CD, chiavette usb, dischi), che possono essere presi e sostituiti

con beni simili. Una modalità di ripristino di baratto ed economie

alternative, che al termine dei dieci giorni di mostra diventa anche

una sorta di indagine antropologica basata sul concetto di fiducia

nell’epoca urbana contemporanea.


MONICA SGRÒ

Disegnare con la classe 4D della Scuola del Sole

(workshop al Parco Trotter)

Il progetto Margini Trotter Biennolo ’19 è stato proposto per il Parco Trotter e ha

coinvolto gli studenti della classe 4D della Scuola del Sole con i maestri Paolo

Limonta e Antonella Meina, insieme alle Associazioni Amici del Parco Trotter

Onlus , Via Padova Viva e i passanti; il workshop si è svolto in classe e nel cortile

della Stanza delle Scoperte dedicata a Bruno Munari.

Si è trattato di un’esperienza individuale e collettiva, in cui i bambini della

scuola hanno ideato la forma di un grande tappetto in lana naturale partendo

dall’unione di tappeti da loro disegnati in piena libertà nelle settimane

precedenti. Dopo aver osservato i disegni realizzati, si sono infatti unificate

le loro forme considerandone le caratteristiche salienti: buchi, tagli, margini

morbidi o rigidi, ecc. La creazione di un cartamodello del tappeto collettivo

ha permesso il passaggio alla seconda fase del lavoro, la stesura della lana,

successivamente infeltrita tutti insieme. L’infeltritura manuale è una tecnica

antica che prevede movimenti rotatori delle mani e l’uso coordinato dei

piedi: durante il rito il gruppo ha camminato scalzo tra acqua calda e sapone

cercando di procedere come un unico corpo.


Nei giorni successivi i partecipanti si sono diversificati, generando relazioni

multietniche e transgenerazionali. L’ultima fase di lavoro prevedeva la

divisione del grande tappeto - che copriva gran parte del cortile della Stanza

delle Scoperte - in tappeti più piccoli, da destinare alle future attività libere

dell’associazione e della scuola. Tutti i partecipanti si sono stesi sul tappeto

gli uni accanto agli altri: l’intera superficie è stata così segnata dai margini

dettati da ciascun corpo, il quale fungeva da unità di misura di un singolo

tappetino. L’area totale è stata quindi suddivisa in 12 tappeti più piccoli di

diverse forme e dimensioni: tappeti la cui matericità ricorda pelli di animale,

cortecce d’albero, superfici che stanno dentro, fuori, ai margini degli esseri

viventi; tappeti usati per sdraiarsi nel parco, leggere, scrivere o semplicemente

per contemplare la natura.

Le foto del workshop sono di Antonio Maniscalco


Matteo Bergamini

La delicatezza disfunzionale e necessaria

Suona Memento mori di Luisa Turuani. La più giovane artista invitata a

prendere parte alla prima BienNoLo ha disposto negli spazi dell’Ex Cova

sessanta piccole sveglie dal forte bip bip. Suonano ogni otto minuti, dalle

12 alle 20, gli orari di apertura quotidiani: è una riflessione che riguarda

la fobia della lentezza.

Abbiamo scelto di non realizzare mappe per i visitatori; alcuni se la

sono un po’ presa. In questi milleseicento metri quadrati consumati dal

tempo le opere si sono inserite con una modalità interstiziale: si possono

incontrare, udire misteriosamente nel loro trillo elettronico, metallico.

Possono accadere come colpi di fulmine o, per altri occhi, passare

inosservate. È la vita che scorre con il suo tempo, anche meteorologico;

è la stessa vita che ritorna e si rivela attraverso la vegetazione spontanea

in grado di farsi largo tra le marmette rosse, emblema di un’epoca di

produzione e consumo che – dall’interno di questo “terzo paesaggio”

che sembra la distopica evoluzione di un cortile milanese – si direbbe sia

tramontata in maniera drammatica.

Quello che invece è sembrato rinascere, con BienNoLo, è stata una

dimensione dell’arte che ha avuto come focus la razionalizzazione di

un atteggiamento poetico che attualmente sembra essersi perso nella

lotta all’ultimo evento, nella conquista della visibilità.

BienNoLo, in questo senso, si è posta come un’esperienza disfunzionale ad

un obiettivo di comunicazione: una mostra d’ombra, di prestidigitazione.

Una mostra necessaria per tentare di riprendersi la dimensione più

sfuggente del contemporaneo; una mostra fuori dal tempo che ha

incoraggiato, quando non imposto, la ricostruzione del momento

necessario per l’osservazione, la riflessione, la relazione con l’opera

e la sua ricerca in uno spazio fagocitante, e per questo ancora più

energizzante.

BienNoLo è nata respirando gli ambienti di via Popoli Uniti 11, dove

tutti gli artisti, a turno, hanno effettuato continui sopralluoghi. È nata

in relazione a un edificio la cui conservazione è in prognosi a dir poco

riservata e che a sua volta è inserito in un quartiere, in una città, in un

tema-mondo dai contorni complessi, frastagliati e taglienti.

BienNoLo è nata indagando muffe e pozze d’acqua, ascoltando un

silenzio quasi irreale per una zona semi-centrale di Milano, lavorando a

contatto con polvere, spifferi, riflessi.


In un’altra ex fabbrica, in un altro quartiere, in un altro tempo,

BienNoLo non sarebbe potuta nascere nelle forme in cui l’abbiamo

vista: “Eptacaidecafobia”, titolo della prima edizione passato un po’

in secondo piano rispetto al neologismo BienNoLo, catalizzatore di un

intenso successo mediatico grazie alla sua aria svagata e irriverente,

si può dire sia stata un’esperienza di “contesto” in tutte le sue forme:

riflettendo sull’area milanese di NoLo, pensando alla sua ricchezza

e complessità, oltre che all’architettura dell’Ex Cova e la sua storia e

simbologia.

Situato tra piazzale Loreto e via Ferrante Aporti, chiuso a nord dalla

ferrovia che taglia viale Monza e via Padova, confinante a est con

lo storicamente impegnativo Casoretto questo NoLo Nord of Loreto,

acronimo copiato scimmiottando il SoHo South of Houston Street

newyorchese, ha una conformazione urbanistica che non lascia spazio

a una gentrificazione architettonica. A NoLo si sta guardando il futuro

comprendendo il passato, curandolo anziché abbattendolo.

Una forte identità urbana che sembra rispecchiare esattamente quella

della sua popolazione, meticcia da tempi non sospetti, attraversata

negli anni da fasi complesse di incontri, scontri e integrazioni reali

o mancate, in indifferenze scambiate per libertà. NoLo, ancora,

designata come un’area pericolosa nell’immaginario comune a causa

di una comunicazione politica, e dunque mediatica, mirata alla paura

e dunque al controllo.

Poi, grazie a quattro lettere simpatiche e sciocche, il risveglio di quello

che è diventato NIL, nucleo di identità locale.

Mi piace citare – per fare un parallelismo - Milton Glaser, ideatore del logo

I ♥ NEW YORK nel 1976: “Alla gente sembrava di non meritare niente. Si

camminava giorno dopo giorno in una città lercia, piena di immondizia.

Ma poi successe una cosa incredibile: ci fu un cambiamento nella

sensibilità delle persone. Un bel giorno qualcuno ha detto: ‘Sono stufo di

pestare merda, levatemela dal marciapiede’. E la città ha cominciato

a reagire. Ci hanno detto: ‘Se fate cacare il cane sul marciapiede sono

100 dollari di multa’, e nel giro di pochissimo tempo divenne un tabù

sociale far cacare il cane per la strada. Fino al giorno prima nessuno

ci faceva caso e poi all'improvviso tutti i newyorchesi si sono stufati e

hanno detto: ‘La città è nostra e adesso ce la riprendiamo. Certe cose

non devono più succedere’. Questa campagna [I ♥ NY] è stata una

parte di quel momento storico. Anche se lo slogan era una trovata per

incoraggiare il turismo”.

Oltre al turismo si è incitata una nuova coscienza sociale. La stessa – sarà

il tempo a dirlo – che sta facendo muovere NoLo.

Un respiro fresco e allo stesso momento un geyser bollente arrivato dopo

una lunga apnea.


BienNoLo è nata con la volontà di calpestare i terreni infuocati della

personalità, mettendo in scena l’incontro tra pubblico e privato,

della salvaguardia della terra, della vita e della morte, resocontando

tensioni sociali, del conflitto, della rabbia; della tutela e del linguaggio,

dell’omaggio alla vita e alla fantasia.

BienNoLo è stata una mostra di crisi, probabilmente necessaria per

riprendere il filo interrotto dalla logica puramente commerciale del

prodotto, verso una declinazione dell’arte come pensiero, come

frattura.

Potremmo dire romanticamente, ma senza scadere nella citazione

biblica, che BienNoLo è stato un frutto della conoscenza in grado

di trasgredire i precetti imposti. In grado di ritagliarsi ancora una

nicchia di resistenza che va di pari passo con il desiderio di scoperta,

di riappropriazione di luoghi e temperature di un’anima trascurata

dove vento, pioggia e sole come componenti di una natura esplosiva

diventano anche materiali dell’arte.

BienNoLo è stato un lampo di poesia necessaria, la descrizione

visiva contro le barriere come costruzioni funzionali alla paura, un

ragionamento intorno alla necessità fondamentale di lasciar mescolare

le acque della cultura e della discussione.

Abbattendo resistenze, diffidenze e riuscendo, non in ultimo, a prendere

forma e vita grazie all’incontro con una serie di donatori privati. Perché

senza sostegno l’arte non può esistere, e l’innovazione sociale deve per

forza passare dalla coscienza condivisa, dall’idea di responsabilità e

valore delle azioni di supporto.


Scuola di Santa Rosa

21 maggio 2019

Al Tranvai di via Zuretti, martedì 21 maggio, si è tenuto l’appuntamento

con la Scuola di Santa Rosa (progetto ideato da Francesco Lauretta

e Luigi Presicce). I due artisti portano a Milano una pratica che

hanno inaugurato nel 2017 a Firenze: trovarsi, insieme a pubblico,

amici, studenti e curiosi per disegnare insieme, raccontarsi la vita, in

un’esperienza apparentemente “fuori tempo” che corrisponde invece

alla gioia della spontaneità e di una ritrovata condivisione.

Disegnano insieme, si raccontano ciò che vedono, i propri pensieri.

“Una pratica semplice, apparentemente ottocentesca e fuori luogo,

poco contemporanea, ma ti assicuro che aspetto quel momento con

un’euforia indescrivibile”, confida Luigi Presicce. “Non dipingiamo

quadri come gli impressionisti, ma ci dedichiamo a piccoli disegni,

che sono tutto quello che di più spontaneo e gioioso c’è. Sono piccoli

miracoli, niente che nascerebbe altrove o nella singolarità dello

studio”. Questo movimento spontaneo di idee, poi diventato progetto,

assumendo – per garantire una prosecuzione con momenti nobili

della storia dell’arte – il nome di Scuola di Santa Rosa, lascia trasparire

inoltre un bisogno, sempre più sentito dagli artisti, di ritornare dopo anni

flagellati anche da un certo individualismo (non è il caso di Presicce

che con le esperienze di Lu Cafausu e Brown Project Space ha sempre

fatto “gruppo” con i colleghi, né di Lauretta), a parlarsi, confrontarsi e

di aprirsi a nuovi fronti della cultura.

(Santa Nastro, Artribune, 14 gennaio 2018)


Performance

25 maggio 2019

STEFANO ARIENTI

Muffe, 50'

MARGAUX BRICLER

La Pizia e il significante cavallo (tête à tête), 10'

MARCO CERONI

Pupa, 35'

LAURA CIONCI

Stato di grazia, 2'

CARLO DELL’ACQUA

Acufeni, 10' (con Valeria Manzi)

GIULIO LACCHINI

Accordo e disaccordo, 22'

FRANCESCA MARCONI

Tranhumus, 50'

PAWEL UND PAVEL

Uscita n. 9, 60'

BEA VIINAMAKI

Learning the Laws, 60'

IVANA SPINELLI (al Mercato Crespi)

Banco relazionale

MONICA SGRÒ (al Parco Trotter)

Disegnare con la classe 4D della Scuola del Sole


Stefano Arienti

Muffe, 50'

#performance


Margaux Bricler

La Pizia e il significante cavallo (tête à tête), 10'

Tramite un dispositivo estetico, l’artista invita il fruitore ad appartarsi

per attraversare una curiosa esperienza psicoanalitica.


#performance


Marco Ceroni

Pupa, 35'

PUPA è un’azione che dialoga con l’immagine di un incidente e quella di un

atto sessuale, come se questo schianto permettesse la liberazione di un’energia

erotica che ridefinisce le forme e la percezione dei corpi e del paesaggio. La

performer esegue movimenti della disciplina di pole dance ma invece che una

musica ritmica la accompagna il suono costante e atono degli scooter portati

al massimo dei giri. L’urlo dei motorini da così voce al movimento atletico

e sensuale della performer, che a sua volta si fa carne degli assemblaggi

meccanici che compongono il suono.

(Marco Ceroni 2019)


#performance


Laura Cionci

Stato di grazia, 2'

#performance

(performer Sara Facchinotti; assistenza tecnica GLAMOURGA Macao;

foto Fabio Tarantola)

Benvenuta/o.

Prima di avvicinarti all’opera, ti presento Sara.

Oggi, 25 Maggio, è il suo onomastico. Santa Sara protettrice dei

viaggiatori, degli zingari.

Io sono una di loro.

In questo momento mi trovo in viaggio dentro il deserto australiano alla

ricerca della mia cura.

Sara è la voce più dolce che io conosca, rappresenta il mio viaggio.

Lei potrà raccontarti la mia paura, i dubbi, le domande che ho vissuto

in questi mesi invernali. Paure che forse senti anche tu, che hai vissuto o

che hai sfiorato accanto a qualcuno.

La paura della morte.

Ho bisogno di condividere con te questi momenti bui della mia vita.

Non è facile per me, ma so che lo scambio creerà energia tra di noi e

per noi.

Avvicinati a lei. Non ti parlerà finchè non entrerai in un contatto più

intimo pronunciando le parole:

“La materia un mezzo, il fine lo spirito”.

Ora sei dentro. Potrai accomodarti di fronte a Sara che sceglierà per te

un brano del mio diario.

Ascolta la sua voce rassicurante, dolce, e lasciati rilassare dal suono.

Ascolta il mio racconto.

Una volta finito, se vorrai, potrai scrivermi una lettera, lasciarmi una

poesia, una canzone, un disegno. Rendimi l’incontro, se credi. Fissa il

momento ed il tuo sentimento per quello che hai ascoltato.

Chiudilo in una busta. Arriverà a me e diventerà parte del mio diario.

Altrimenti, se non vuoi scrivere nulla, alzati, l’incontro è terminato.

Sara ti ringrazierà: abbracciala, e cingendola, appoggia le tue mani

sulla sua schiena. Sentirai una strana vibrazione della voce nelle parole

“La materia un mezzo, il fine lo spirito”. E’ il suo dono.

Respira, sorridi e continua la tua ricerca.

Sei viva/o.


Carlo Dell’Acqua

Acufeni, 15' (con Valeria Manzi)

Un megafono appeso alla parete diffonde un audio composto da enunciati

scanditi da una sequenza di “colpi”.

Sotto il megafono una donna ondeggia ossessivamente premendosi due

bicchieri sulle orecchie.

Il megafono amplifica la voce maschile dell’artista impegnato in discorsi e parole

continuamente ribadite da una voce femminile che ripete immediatamente

ogni singola parola pronunciata.

Il contenuto spazia da improbabili descrizioni scientifiche per crollare dentro

ricordi e considerazioni tra il pulsionale e il politico sino ad abbandonarsi a un

flusso delirante come se la parola, i suoi enunciati, passassero decisamente al

vaglio dell’inconscio.

(Carlo Dell'Acqua 2019)


#performance


Giulio Lacchini

Accordo e disaccordo, 22'

La performance consiste nelle azioni di accordare una chitarra classica scordata,

riscordarla e riaccordarla nuovamente.

La lentezza degli atti di accordo e disaccordo fanno dell’azione della tradizionale

accordatura una sonorizzazione quasi musicale.


#performance


Francesca Marconi

Tranhumus, 50'

#performance

Il progetto indaga lo spazio del confine

umano/ geografico (border scape)

realizzato insieme a comunità miste; è il

risultato di un dialogo fra territorio e persone

che lo attraversano e lo abitano. Transhumus

è il luogo, lo spazio o il paesaggio scelto

dall’altro in uno stretto dialogo con l’artista

durante una passeggiata all’interno della

residenza Urban Heat a Centrale Fies (Drò).

Il titolo ci rimanda alla transumanza, agli

spostamenti, alla libertà di movimento e di

essere in qualunque luogo. Diventare così

noi stessi quel luogo o la trasformazione del

luogo operata dal passaggio dell’uomo.

Questi i temi centrali dell’opera che porta in

sé le tracce dei muri dell’ex Fabbrica Cova,

avvolgendo coloro che lo indossano.


PAWEL UND PAVEL

Uscita n. 9, 60'

Intervento performativo per una persona di nazionalità polacca. L’azione si

svolge attorno ad una lastra di vetro su cui è presente lo stemma con aquila

della bandiera polacca. Acqua colorata, bianca e rossa, viene prelevata dai

secchi e passata sul vetro, più volte, nel tentativo di fissare e rimuovere i colori

della propria bandiera nazionale.

#performance


BEA VIINAMAKI

Learning the Laws, 60'

È una sostanza spessa che ci unisce tutti, in una materia densa e mobile, in questo

stato le forze invisibili hanno effetti diretti, esse si rivelano a chi le cerca. Tre performer si

muovono nello spazio, i corpi punteggiati da stelle, interagiscono fra di loro con lente

movenze, influenzandosi a vicenda, mossi da forze invisibili. Questa performance

pone al centro della ricerca l'energia invisibile ad occhi inesperti, utilizzato come

generatore di movimento, riprendendo tecniche orientali come il thai chi, il qi gong

ma anche l'euritmia. La paura dell'invisibile, su cui l'essere umano ha da sempre

ricamato sopra miti e leggende, viene in questa performance vista in ottica positiva,

come forza che permea il tutto.


#performance


BienNoLo Border

Paolo Nava Studio

11 manifesti per i confini sulla facciata di

via Popoli Uniti 11, Milano

Grazie alla collaborazione di Paolo

Nava Studio, stamperia d’arte, i muri

esterni dell’Ex Laboratorio Panettoni

Cova di via Popoli Uniti diventano

un display espositivo per una serie

di manifesti d’artista. Ogni mattina

dal 17 al 26 maggio i manifesti sono

affissi come nella normale pratica

cartellonistica: uno sostitusce l’altro,

raccontandoci dell’incontro fra

la strada e l’arte. Undici artisti di

diversa generazione sono stati invitati

a partecipare partendo dall’idea

di confine, nel suo significato più

semplice, una linea che al tempo

stesso separa e unisce. Economia e

mercato (anche dell’arte), lo sguardo

su questioni politiche e di genere

attraverso la sostituzione dell’identità

delle più immortali icone del cinema,

i confini e il “peso dell’esistenza”, la

chiusura e l’esplorazione tagliente

dello stereotipo della femminilità

nel mondo della comunicazione,

così come la volontà di riscattare

gli “ultimi” della società, sono i

temi toccati in affissioni declinate

attraverso immagini di natura grafica

o fotografica.


Elena Bellantoni

Fabrizio Bellomo

BiancoValente

Ivo Bonacorsi

Monica Carocci

Daniela Comani

The Cool Couple

Paola Di Bello

Kensuke Koike

Francesca Marconi

VedovaMazzei


Volontari

Giorgio Bernasconi

Yayzaveda Bohachova

Enrico Bongiorno

Paola Bordini

Alexandra Buzalis

Claudio Caffi

Petra Chiodi

Elena Corbella

Alessandra Cortellezzi

Erica Prous

Christian Putelli

Monica Rebecchi

Chiara Rosati

Elisa Sterpetti

Elisa Suardi

Federico Trotti

Nicoletta Valenti

Roberto Ziranu

Marina Cotelli

Piera Digonzelli

Salvatore Fazio

Gianluca Fava

Adrienne Lawson

Francesca Lombardo

Laura Maggiore

Lorena Mentasti

Alessio Oliveri

Marco Paleari

Vittoria Parrinello

Alessia Perrino


Didascalie delle opere (in ordine di apparizione)

Sergio Limonta

Lecco - 1972. Vive e lavora a Oggiono (LC)

Solo la bandiera, 2018

Marco Ceroni

Faenza - 1987. Vive e lavora a Milano

Nitro, Spirit, Pegaso, Rocket, 2019

La ricerca di Marco Ceroni deriva dal fascino per gli spazi e

gli immaginari quotidiani. L’artista stesso racconta così il suo

progetto per BienNoLo: «Feticci che collassano violentemente su

se stessi sincretizzano frammenti di realtà e la loro esaltazione.

Le carene anteriori di alcuni scooter vengono alterate attraverso

l’innesto di altre forme, creando immagini in bilico tra demoniaco

e animale. Si innesca così un cortocircuito continuo tra

reale e verosimile, tra quotidiano e perturbante, tra banale e

soprannaturale. Alterando elementi dell’esistenza quotidiana

questi cessano di apparirci come siamo abituati a vederli e ci

mostrano una faccia diversa della realtà, magari qualcosa che

non siamo in grado di nominare: si aprono così traiettorie di

possibilità parallele all’interno del quotidiano. Forme che oscillano

tra passato e futuro ricollassando nel presente in una corsa in

motorino attraverso la città».

2501

Milano - 1981. Vive e lavora a Milano

Senza titolo, 2019

Giovanni Gaggia

Pergola (PU) - 1977. Vive e lavora a Pergola

Sconfinare, 2019

Francesca Marconi

Milano - 1972. Vive e lavora a Milano

Cartografia dell’orizzonte/Transhumus, 2018-19


Il progetto indaga lo spazio del confine umano/

geografico (border scape) realizzato insieme

a comunità miste; è il risultato di un dialogo

fra territorio e persone che lo attraversano e lo

abitano. Transhumus è il luogo, lo spazio o il

paesaggio scelto dall’altro in uno stretto dialogo

con l’artista durante una passeggiata all’interno

della residenza Urban Heat a Centrale Fies

(Drò). Il titolo ci rimanda alla transumanza, agli

spostamenti, alla libertà di movimento e di essere

in qualunque luogo. Diventare così noi stessi

quel luogo o la trasformazione del luogo operata

dal passaggio dell’uomo. Questi i temi centrali

dell’opera che porta in sé le tracce dei muri dell’Ex

Fabbrica di panettoni Cova, avvolgendo coloro

che lo indossano.

Luisa Turuani

Milano - 1992. Vive e lavora a Milano

Memento mori, 2019

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BeepBeep________BeepBeep________

L’intervento obbliga lo spettatore a essere fuori

luogo; l’opera è l’impossibilità di stare a passo con

il tempo, è la certezza di un accadimento futuro e

l’imbarazzo di non poterne coglierne le coordinate

spaziali.

Eugenio Tibaldi

Alba - 1977. Vive e lavora Torino e Napoli

Senza titolo, 2017

Italo Zuffi

Imola - 1969. Vive e lavora a Milano

Rarefatto, 2019

Si tratta di una natura morta “mimetica” in cui

materiale e soggetto riscrivono la relazione

tra significante e significato. La pratica

artistica chiede di essere espliciti, di dichiarare

immediatamente cosa si è piuttosto che passare

attraverso una forma che imita il dato esteriore,

e per queste ragioni la scultura porta in sé un

interrogativo. Ciò che interessa l’artista si trova

forse nel lavoro di ricopiatura: l’attenzione

impiegata nel ripercorrere la forma di qualcos’altro,

in questo caso attraverso l’utilizzo di mattoni

antichi e acrilico, quale possibile risposta.

VedovaMazzei

(Stella Scala e Simeone Crispino)

Milano - 1962 e 1964. Vivono e lavorano a

Milano

Storno, 1995

Serena Fineschi

Siena - 1973. Vive e lavora tra Siena e Bruxelles

Flowers (VIXI) Trash Series, 2019

Elizabeth Aro

Buenos Aires. Vive e lavora a Milano

Mundo, 2004-2019

Stefano Arienti

Asola (MN) - 1961. Vive e lavora a Milano

Muffe, 1985-2019

Nel 1985 Stefano Arienti partecipava con Muffe

alla sua prima collettiva dal titolo Bi Bi, in una

ex fabbrica abbandonata di motori elettrici nel

quartiere Isola, la Brown Boveri. Fin da allora

l’artista si afferma con una modalità processuale

e una ricerca che da sempre caratterizzano il suo

lavoro.Questo processo prevede la trasformazione

della superficie di materiali esistenti rivelando, non

solo un nuovo senso e significato all’immagine,

ma anche una vera e propria trasformazione

della materia. Muffe è un intervento semplice,

quasi effimero, in cui l’artista colora con i gessetti

le superfici ammuffite e scrostate dello spazio

quasi come fossero spore colorate. L’opera viene

riproposta diversi anni dopo per Isola Art Center,

mentre allo spazio Cova Stefano Arienti interviene

in modo fortemente diffuso, modificando su più

punti e piu muffe nello spazio. L’opera viene

completata dal vivo durante l’inaugurazione di

BienNoLo del 17 Maggio 2019.


Federica Perazzoli

Milano - 1966. Vive e lavora a Milano

All I Need, 2019

Loredana Longo

Catania - 1967. Vive e lavora a Milano

Victory, 2019

Riccardo Gusmaroli

Verona - 1963. Vive e lavora a Milano

Coperta termica, 2019

La coperta isotermica, solitamente utilizzata per

la stabilizzazione termica di un paziente in attesa

di soccorso, è qui appesa in modo tale da offrire

allo spettatore la parte dorata, che consente il

passaggio di luce e calore, e che è quella visibile in

caso di utilizzo in occasione di traumi o infortuni.

Il retro, di colore argenteo, è invece la parte che

nell’uso medico rimane a contatto con il corpo,

perché respinge luce e calore, e nell’installazione

resta celata allo sguardo. è proprio questa la

coperta dorata nella quale vengono avvolti i

migranti salvati dal mare. è una coperta fragile,

così per ovviare allo spessore sottile, l’artista ha

rinforzato la coperta con grandi strisce di cerotto,

bucandola poi in più punti. Il cerotto tiene insieme,

il cerotto unifica, il cerotto cicatrizza, il cerotto

aiuta a guarire le ferite. E, in questo caso, il cerotto

consente di creare dei fori per guardare attraverso

qualcosa che, altrimenti, se bucato si romperebbe.

La “coperta dei migranti” diventa quindi un invito

a guardare oltre, superando le barriere tra noi e lo

straniero.

Margherita Morgantin

Venezia - 1971. Vive e lavora a Milano

Reticenza, 2019

Reticenza è quell’atteggiamento di studiata

cautela nel parlare: è anche il titolo dell’opera

di Margherita Morgantin. Si presenta come due

anonime cassettine in metallo grigio, portachiavi,

come quelle che troviamo in alcuni

alberghi e uffici. Lo spettatore potrà decidere se

aprirle per scoprirne il contenuto. L’opera parla

di quel sentimento di reticenza che sviluppiamo

quando dobbiamo farci vedere, conoscere,

trovare, come il buio all’interno della scatola.

Stefano Boccalini

Milano - 1963. Vive e lavora a Milano

Parole/Dono, 2019

Adrian Paci

Scutari (Albania) - 1969. Vive e lavora a Milano

Il silenzio delle piante, 2019

L’ex panettonificio Cova può essere descritto

come quello che Gilles Clément ci indica

come Terzo Paesaggio, un luogo abbandonato

dall’uomo, un’area ex industriale dismessa

in cui crescono rovi e sterpaglie. L’opera di

Adrian Paci pone lo spettatore nella condizione

di ascoltare, contemplare o semplicemente

guardare questo angolo di verde incolto. Una

struttura in ferro dalla forma orbitale, di circa

otto metri di lunghezza circonda una gigantesca

pianta di “Buddleja davidii”, detta anche “albero

delle farfalle”. Ai due poli di fronte alla pianta

due sedute, per gli spettatori che avranno voglia,

tempo e pazienza di ascoltare il silenzio della vita.

Mario Airò

Pavia - 1961. Vive e lavora a Milano

Nerita, 2019

L’artista crea una relazione fra una vecchia tabella

educativa aziendale e i muri che la ospitano.

Massimo Kaufmann

Milano - 1963. Vive e lavora a Milano

Resurrezione, 2001


Vittorio Corsini

Cecina - 1956. Vive e lavora a Milano

Scala, 1991

Alessandro Nassiri Tabibzadeh

Milano - 1975. Vive e lavora a Milano

Senza titolo, 2019

Alessandro Simonini

Modena - 1985. Vive e lavora a Milano

Pharmakon, 2019

Sara Rossi

Milano - 1970. Vive e lavora a Milano

Mediterraneo (Carosello), 2019

Carosello è un loop cartaceo, una sequenza

lineare che si svolge nello spazio, un paesaggio

realizzato come un puzzle aperto alla scoperta di

continue coincidenze. 36 metri di cartoline postali

ci raccontano un possibile giro dello sguardo a 360

gradi come una macchina ottica in cui lo spettatore

stesso anima il paesaggio, reale ma tuttavia

immaginario, in un viaggio di pochi passi attraverso

luoghi distanti nello spazio e nel tempo. Luoghi

souvenir che hanno viaggiato portando messaggi

brevi dai mittenti ai destinatari, un ricordo, un

pensiero, una immagine.

T-Yong Chung

Taegu (Corea del Sud) - 1977. Vive e lavora a

Milano

Untitled 1, 2012

In quest’opera senza titolo T-Yong Chung, recupera

e dà nuova vita a oggetti provenienti da fabbriche

abbandonate. Attraverso quella che possiamo

considerare quasi una pratica meditativa, l’artista

rimuove con un’azione costante, attraverso la carta

vetrata, la ruggine del tempo, delle intemperie

e dell’abbandono. Parti di putrelle, avanzi di

un’epoca occidentale e industriale nati con una

funzione precisa vengono, attraverso il gesto

dell’artista, invece che rottamati, resi al mondo

ancora più preziosi. Impossibile non pensare,

guardando quest’opera, al modo di approcciare il

passato nella filosofia orientale dove la cura di ciò

che è stato, permette una visione più lucida del

futuro, un po’ come se noi riuscissimo guardando

quei frammenti provenienti dallo stabilimento di

Marghera a darci delle risposte, invece che porci

solo domande.

Francesco Bertelé

Cantù (CO) - 1978. Vive e lavora a Canzo

Apocalisse 21.1, 2019

Matteo Pizzolante

Tricase (Le) - 1989. Vive e lavora a Milano

Stand up!, 2019

Stand up! è una riflessione sul concetto di

Climacofobia, ovvero la paura persistente e

ingiustificata delle scale, sia di salirle che della

possibilità di cadere da esse. L’opera è composta

da una serie di elementi scultorei e fotografici: le

immagini sono visioni di scale interne, ottenute

attraverso un paziente lavoro di ricostruzione

digitale, tramite l’utilizzo di software di modellazione

3D. Queste immagini sono proiezioni mentali, tracce

evocative, miraggi caratterizzati da una visione

antica e circolare del tempo e dello spazio. Gli

elementi scultorei in acciaio e tessuto amplificano

questa vertigine, con l’intento di suscitare squilibrio

e instabilità percettiva.


The Cool Couple

(Niccolò Benetton e Simone Santilli)

Vicenza e Portogruaro - 1986 e 1987. Vivono e

lavorano a Milano

Turborage, 2017

L’opera prende ispirazione da una favola di Gianni

Rodari, Il palazzo da rompere, che racconta di

una comunità in cui i bambini sono così iperattivi

da distruggere qualunque cosa. Per trovare una

soluzione, un personaggio pensa di costruire

un palazzo in cui rinchiuderli e lasciarli sfogare,

permettendogli di rompere tutto. Il piano funziona:

i bambini tornano a casa sfiniti e ritornano alla

normalità. Questo racconto anticipa il fenomeno

delle anger room, ed è metafora della capacità di

ogni forma di potere di gestire la violenza, isolandola

e rendendola inoffensiva. Considerando i molti

modi in cui la libera espressione del nostro corpo è

sottoposta a rigidi protocolli (e le numerose fessure

attraverso cui la violenza riemerge nella nostra

vita quotidiana) The Cool Couple trae ispirazione

dalla fiaba per costruire una scultura partecipativa.

Turborage, infatti, consiste in un pilastro di

cemento fresco, contro il quale il pubblico (proprio

come i bambini del racconto di Rodari) può

sfogarsi, grazie a delle mazze. La malleabilità del

materiale (cemento più perlite) rende ogni pilastro

una scultura astratta e la registrazione di un atto

aggressivo partecipato.

utilizzando nelle sue sperimentazioni l’alterazione,

la sospensione e la ripetizione. Ciò che emerge

dall’opera è una continua necessità di verifica

della verità dell’oggetto e della partecipazione del

soggetto.

Massimo Uberti

Brescia - 1966. Vive e lavora a Milano

Città ideale, 2019

Massimo Uberti ama costruire luoghi per abitanti

poetici. Per questa mostra realizza un’opera site

specific, Città ideale, composta da duecento

candele che, disposte sul pavimento, disegnano

la città ideale del Filarete. Sforzinda è la

rappresentazione rinascimentale di un’architettura

utopica, una città che non esiste, se non come

segno, forma o come luogo mentale. Oggi, ci

racconta l’artista, la città ideale è un luogo che

possiamo solo immaginare che tende a essere

spazio, necessario, amato e infinito.

Alfredo Rapetti Mogol

Milano - 1961. Vive e lavora a Milano

Sei la mia cura, 2018

Abbi cura di te, 2018

Acquasantiere, 2012

Carlo Dell’Acqua

Bormio - 1966. Vive e lavora a Milano

Costellazioni (in cattività), 2019

Il lavoro riprende nella forma l’opera Costellazioni,

che l’artista ha realizzato per la prima volta nel

2002: un raggruppamento di cactus casualmente

disposti e violentemente costretti su una parete

ci appaiono nella loro bellezza respingente, come

possibile metafora di una resistenza/residenza

difficile. L’intenzione dell’artista, nel cercare un

posizionamento forzato e verticale delle piante,

è di spostare lo spettatore entro una dimensione

allucinata dello spazio. Carlo Dell’Acqua è da

sempre interessato ai meccanismi psichici che

sottendono la percezione della realtà spesso

Premiata Ditta

Anna Stuart Tovini e Vincenzo Chiarandà. Vivono e

lavorano a Milano

Odori, 2019

Giuseppina Giordano

Mazara del Vallo - 1987. Vive e lavora a Milano

The Wall of Delicacy

(Ode to America), 2019


Bea Viinamaki

Bloody Bunny, 2018

Iva Lulashi

Tirana (Albania) - 1988. Vive e lavora a Milano

Tea Time, 2017

Il lavoro di Iva Lulashi nasce da una ricerca

iconografica che attinge da frame di video di

diverso genere, ad esempio appartenenti al

periodo comunista albanese, oppure filmati erotici,

in riferimento all’assenza di materiale vietato ai

minori durante il regime. Nel suo corpus di lavoro

è presente anche la religione, che a sua volta era

stata “abolita” in quel periodo. In alcuni frame dei

filmati erotici scelti per essere dipinti dall’artista

si ritrovano le ripetizioni di gesti o movimenti che

ricordano i momenti di ginnastica collettiva imposta

dalla dittatura comunista. Il lavoro di ricerca

del materiale avviene attraverso canali comuni:

YouTube, o comunque siti facilmente accessibili.

In alcuni casi Lulashi sceglie frame tratti da film di

cui, però, non segue la trama né ascolta i dialoghi,

per non farsi influenzare e perché non vi siano

elementi riconoscibili o diretti nell’opera. Una volta

catturato il frame, l’artista lo modifica tagliandolo,

cancellando alcune parti o aggiungendone altre, in

modo da personalizzare l’immagine.


ArtCityLab

BienNoLo

Eptacaidecafobia

AA.VV

postmedia books 2018

160 pp. 240 ill.

ISBN 9788874902385

Si ringraziano

Carlo Bellomo, Marco Bianchi, Eredi Gambini, Antonella e Pietro Gallotti, Daniela Nocivelli,

isorropiahomegallery (no profit exhibition space), Antonio Romanelli, Leonardo Manera,

Riccardo Rossi e Alfons Pepaj (Ristruttura Interni), Carlo Turati, Luciano e Cristina Viganò,

Antonella Vizzari, Giorgio Gherarducci e Licia Negri

Uno speciale ringraziamento a Fastweb per la collaborazione all'opera di Carlo Dell'Acqua; a

Paolo Nava Studio per la serie di manifesti BienNoLo Border; a Oltremodo Srl di Marianna

Cappellina e Christian Tortato per il restauro dell'opera di Eugenio Tibaldi.

BienNoLo 2019 è stata realizzata grazie ai seguenti sponsor

Finito di stampare nel mese di giugno 2019

presso Ediprima, Piacenza

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Milano

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