TRAKS MAGAZINE 026

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Un numero tutto estivo per TRAKS MAGAZINE, con Eleviole? in copertina e all'interno interviste con Szlug, Paolo Gerson, Kaput Blue, Maione, Luframilia, Management e molto altro. Leggilo subito!

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MAGAZINE

Numero 26 - luglio-agosto 2019

ELEVIOLE?

tu sei come il vento

SZLUG

PAOLO GERSON

KAPUT BLUE

MAIONE


sommario

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Eleviole?

Szlug

Paolo Gerson

Kaput Blue

Maione

Luframilia

Management #5mc

Brunori Sas #qcs

Questa non è una testata giornalistica poiché viene aggiornata

senza alcuna periodicità. Non può pertanto

considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge

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ELEVIOLE?

tu sei come il vento

Chi è Eleviole?

Mia nonna mi diceva sempre “tu

sei come il vento” nel senso che

riuscivo rapidamente a creare

scompiglio per poi sparire. Sono

una curiosa, vulcanica, che si innamora

di tutto ma solo per cinque

minuti.

“Dove non si tocca” è il nuovo disco della cantautrice pop (ma anche medico

veterinario), che presenta anche il video “Tanti auguri”: due chiacchiere

sulla nonna, la malinconia, l’insonnia


Quali sono le sensazioni e le

emozioni dominanti che hanno

accompagnato il tuo ultimo disco,

“Dove non si tocca”?

Sicuramente la malinconia, ma

quella ispirata, che fa bene. Poi il

senso di protezione verso ciò che

di bello abbiamo nel quotidiano.

C’è la nostalgia della fanciullezza

perduta ma anche la consapevolezza

che da grandi siamo più forti.

Come nasce “Tanti auguri”?

Tanti auguri è dedicata al periodo

in cui ho sofferto di insonnia. Chi

è insonne lo sa, di notte i mostri

diventano giganti e poi spariscono

nonappena arriva la luce. Il tempo

degli insonni è dilatato, quasi irreale.

In questo tempo “nutriamo” le

nostre stesse paure.

Mi ha incuriosito molto anche

il video, in particolare la parte

“misteriosa” con la maschera

da corvo… Mi vuoi raccontare

qualcosa del concept?

È basato sulla linea sottile tra il

mondo reale e quello onirico, tutte

e tre le figure hanno un velo di

inquietudine anche se in modo

diverso. Sono ovviamente sempre

io, ad interpretarle tutte, come

ad avvalorare la tesi che siamo gli

autori dei nostri stessi incubi. Il

corvo è sicuramente quella più tetra

delle tre. Tutti i luoghi in cui

abbiamo girato sono abbandonati

e li ho cercati personalmente. Ricchi

di suggestioni, soprattutto oniriche.

Nella tua pagina Facebook sono

elencati i tuoi gusti musicali, che

viaggiano agili da Sergio Endrigo

ai Sigur Ros. Ma se dovessi

scegliere un singolo artista con

cui fare un duetto, chi sarebbe?

Uno dei più grandi cantautori viventi,

Samuele Bersani.

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SZLUG

“Protect us” è il nuovo singolo del giovane producer

calabrese Francesco Saporito, accompagnato

da un video visionario e apocalittico

Vuoi raccontarci la tua storia?

Io provengo dal rock, ma non

dal rock dei guitar heroes. Infatti

il mio chitarrista preferito è The

Edge degli U2, un esploratore di

suoni più che delle sei corde. Diciamo

che la scintilla fu accesa

da mio padre che ogni domenica

mattina mi faceva ascoltare gruppi

come Pink Floyd e, appunto,

gli U2. Fui da subito rapito dai

suoni più che dalle melodie o dai

testi (l’organo iniziale di Where

the streets have no name mi met-


te i brividi ancora oggi). E questo

fascino è rimasto nel tempo.

Poi scoprii che dietro il suono dei

gruppi che più mi piacevano c’era

un tale Brian Eno. Da lì si aprì un

mondo. E iniziai a sperimentare la

contaminazione tra rock ed elettronica.

Quindi nuovi strumenti,

le prime DAW, le Drum machines,

maree di Plugins e librerie di suoni

alla ricerca di quello che doveva

essere il mio suono.

Come nasce “Protect us”?

Stavo esplorando da un po’ di

tempo nuovi tipi di sonorità. Volevo

mescolare diversi mondi e

scenari. La “durezza” europea, le

ritmiche africane e orientali (ho

ascoltato, selezionato e tagliuzzato

centinaia di sample: da voci di

bambini pigmei fino a strumenti

quasi arcaici) e le suggestioni oniriche

mediterranee. Da sfondo a

tutto questo i “Paddoni” di synth

tipici della West coast americana.

Volevo evocare sensazioni diverse

e magari contrastanti. C’è un lavoro

di ricerca che si traduce nella

selezioni di tutta una serie di elementi

che vanno ad arricchire o

in alcuni casi anche a sviluppare

quella che è l’idea iniziale.

Da cosa vorresti essere protetto?

Be’ ci sarebbero un po’ di cose che

forse in una risposta secca non ci

starebbero tutte. Magari, e questo

è un tema che affiora anche

nel brano e nel video, la perdita di

quei punti di riferimento che sono

stati fissi e stabili per intere generazioni

puo produrre destabilizzazione.

Da una parte i cambiamenti

sono eccitanti, ma possono

risolversi anche in situazioni non

proprio idilliache. E poi la disumanizzazione

costante: la trasformazione

e la concezione dell’individuo

sempre meno in quanto tale

e sempre più come consumatore

(la rivelazione di Tyler Durden in

Fight club).

Nel video ci sono forti presenze

“materiali” umane, ma nessuna

persona. Che cosa volevate

rappresentare e perché?

Un senso di angoscia, di fuga,

di ricerca di protezione. Ma

senza riuscirci. Si trovano rovine,

cimiteri industriali, posti

abbandonati. Tutto è il resto

di qualcosa che fu. Quindi direi

questo: la fuga senza trovare

un approdo. E come si diceva in

precedenza, la perdita di punti di

riferimento. E allora ci si rivolge

a un’entità superiore, oppure dobbiamo

guardarci dentro per trovare

qualcosa che ci guidi.

Quali saranno i prossimi passi

della tua carriera?

Sto lavorando a un ep, che mi piacerebbe

anche portare dal vivo,

magari in una serie di piccoli

showcase da abbinare a un concept

visual da definire. E poi continuare

a esplorare nuovo paesaggi

sonori ed estetici. Una cosa che

cercherò di evitare assolutamente

è quella di definirmi in un suono:

certo manterrò dei “trademarks”

ma in generale mi piace sentirmi

libero totalmente di esplorare.

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PAOLO GERSON

Dopo quattro anni di silenzio l’esordio da solista per l’ex frontman dell’omonima

band punk, anticipato dal video “Silenzio per favore”

Tanti anni di carriera punk e ora

una svolta cantautorale. Puoi

spiegare che cosa ti ha spinto a

questa scelta?

Avevo in pancia da parecchi anni

dei brani che con i Gerson non

riuscivano a prendere forma .


cio parte della seconda categoria.

Dopo non avere fatto nulla per

quattro anni qualcosa nella testa

mi si è smosso.

Benché suoni siano più da cantautore

rock che punk, mi sembra

che la rabbia, in pezzi come

“Colpa degli altri”, sia un po’ la

stessa di sempre. Sbaglio?

Si giusto, vivo nello stesso mondo

di prima cambia un po’ la scatola

ma all’interno si trova più o meno

sempre lo stesso contenuto.

Come nasce “Silenzio per favore”,

canzone protagonista anche

del tuo ultimo video?

Tornando a una delle domande

precedenti trovo spesso fuori luogo

tutte queste informazioni che

di continuo arrivano ai nostri cervelli

sempre più consumati. E non

mi riferisco a i social e alla rete solamente

ma anche alla vita reale.

Che cosa pensi della musica italiana

oggi?

Non sono mai stato un grande

ascoltatore di musica , quella poca

che ascolto arriva dai miei dischi .

Se devo basarmisu quello che sento

in diffusione al bar mentre bevo

il caffè o al supermercato mentre

faccio la spesa, non è di mio gusto

ora come non lo era dieci anni fa.

Ho poi passato un breve periodo

di ispirazione dove sono riuscito a

mettere insieme qualche altro brano.

La mia non è sicuramente una

carriera, non so se farò altro o in

caso quando lo farò.

Quali sono state le motivazioni

fondamentali del tuo disco “Le

ultime dal suolo in alta fedeltà”?

Abbiamo tutti prima o poi qualcosa

da dire, c’è poi chi lo fa sempre

o chi lo fa ogni tanto. Io fac-

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KAPUT BLUE

“FINGO” è il nuovo singolo di Antonio Caputo, soul-singer pugliese che

torna così sulle scene a poco più di un anno di distanza dall’ottimo disco

d’esordio “Far”

Qual è la tua storia?

Ho sempre amato Stevie Wonder e

Mariah Carey, scrivo sin da piccolissimo

ma nel 2017 gli Uponcue

mi invitano negli studi di Angapp

Music (label). Dopo tanto studio,

decidiamo di riunire demo e idee

varie nel progetto urban “Kaput

Blue”. Solitamente le mie parole

hanno forte amore per le differenze,

stralci complicati di vita quotidiana,

personale o di altri. A Marzo

2018 esce “LIU”, primo brano

scritto e cantato sotto nome “Kaput

Blue” anticipando l’uscita del

mio primo ep “FAR”. “Booty Call”


aggiunge la 32esima posizione

nella classifica di musica indipendente

MEI accanto ad artisti quali

Ghemon e Boomdabash. Son stato

selezionato da Sony/ATV per il

“Songwriting Camp” organizzato

per Puglia Sounds e ne esco vincitore

assistendo autori in fase di

scrittura e co-scrivendo canzoni

per artisti già noti. Ho suonato al

Reset Festival 2018, condivido il

palco con Venerus (Asian Fake)

per la data zero del suo tour “A

che punto è il tour” ed ho partecipato

al Farcisentire Festival 2019.

Credete basti? (ride)

Vorrei sapere come nasce “FIN-

GO”

Ero a casa mia e ho cominciato

suonando qualcosa di comodo

sulla mia tastiera. Mi son venute

in mente una serie di cose che

solitamente mostriamo con orgoglio

ma che in realtà son bugie.

Probabilmente una parte di me ne

voleva parlare, non so dirti bene il

processo mentale. Fatto sta che sta

canzone suonava tanto onesta e

anche ad Angapp Music (etichetta)

è piaciuta.

Quanto spesso ti capita di “fingere”?

E quante volte ti dai dello

stronzo, come nella canzone?

Mi capita di fingere quanto tutti

quanti, semplicemente ho deciso

di dirlo a me stesso tramite questa

canzone. Proprio con FINGO decido

di far cadere qualsiasi tipo di

maschera e ammettere, come penso

tutti dovrebbero fare, di aver

finto tante volte nella vita.

Hai scelto di cantare in italiano:

scelta definitiva? E cosa ti ha

portato a questa decisione?

Sento la necessità di parlare direttamente

a tutti i miei sostenitori

senza che vadano a cercare il significato

dei miei testi e senza neanche

voler spiegare troppo. Questa

cosa mi ha divertito un sacco.

E al momento ti direi che mi va di

fare questo; se tra qualche mese

mi andrà di scrivere e cantare in

spagnolo lo farò senza troppi dubbi.

Che cosa succederà ora a Kaput

Blue? Quali sono le prossime

mosse che ti attendono?

A breve ci sarà una traccia molto...

“colorata”. Non posso ancora svelare

nient’altro ma vi dico solo di

tenervi belli pronti.

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MAIONE

“Parola di Franz” è il nuovo disco del cantautore e chitarrista, un “edificio

di emozioni” e un’ “illusione matura” nelle sue stesse parole

Ci vuoi raccontare chi sei?

Sono uno dei tanti musicisti che

cercano di fare il proprio lavoro

un po’ faticosamente ma cocciutamente.

Cerco di resistere, oggi

per fare questo mestiere, più che

artisti o artigiani, bisogna essere

partigiani… Credo in quello che

sto facendo ma con la consapevolezza

che il mercato è oltremodo

saturo, soprattutto di prodotti fabbricati

in serie e destinati all’usa

e getta. La velocità e la frenesia

di consumare tutto quello che c’è

da consumare ci ha inghiottiti. I

circuiti dove si fa attenzione a un

minimo di qualità sono pochi e

per questo è molto difficile entrarci.

A chi non piacerebbe avere una

Major alle spalle e tutto uno staff

a disposizione, dover solamente

impegnarsi alla scrittura?! Per andare

avanti devi solo pensare che

quello che stai facendo in arte fa

parte della tua vita e del tuo destino,

di quello che hai scoperto di

essere, la tua natura, il motivo per

cui sei nato. Poi può sempre capitare

un colpo di fortuna… Magari,

perché no?!

Che cos’è successo da “Assassini

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si nasce” a “Parola di Franz!”?

Da “Assassini si nasce” a “Parola

di Franz!” ci sono stati concerti,

sconcerti, apprezzamenti e ripensamenti.

Ma è tutto normale...

“Parola di Franz!” è il nuovo disco.

Con quali premesse e idee

hai approcciato questo lavoro?

Ah, nessuna premessa o scelta

aprioristica. Ho semplicemente

aspettato che mi venisse l’ispirazione

e la voglia di progettare un

nuovo edificio di emozioni. Per

me “Parola di Franz” è un’ illusione

matura, un mondo che prevalentemente

si batte (con le sue tematiche),

contro l’omologazione e

il pensiero unico dominante. Ovviamente

il cd contiene anche brani

che esulano da queste tematiche,

come TIEMP’, LE COSE GIÀ

DETTE, TUTTO QUELLO CHE

MI MANCA É UN ATTIMO.

Invece, la canzone che dà il titolo

al cd, tratta di scene da un manicomio.

È una storia vera. Franz

(da me denominato tale) è un personaggio

realmente esistito, che

ho conosciuto personalmente...

Per quanto riguarda il discorso

musicale, credo e so di aver mantenuto

il mio stile, anche se nel

secondo cd ci sono più parole e

meno schitarrate. Tutto il progetto

è stato realizzato a budget molto

ridotto, ed è stato possibile anche

grazie alla preziosa collaborazione

di Giuseppe Rotondi, co-produttore

e co-arrangiatore, nonché

batterista, percussionista e fonico.

Come nasce “Atto di dolore”?

Voglio subito sottolineare che non

ho voluto citare né Guccini né l’

immenso Nietzsche. ATTO DI

DOLORE è un brano provocatorio,

forse ironico, ma sicuramente

amaro. Quel “dio è morto” di cui

parlo, “uno e trino, dio quattrino”

è il surrogato di tutte le divinità

fallite, quel dio che ha definitivamente

trasformato i reali bisogni

dell’umanità, e gli stessi uomini in

merce, quel dio contraddittorio di

cui siamo adulatori e al contempo

schiavi. Aggiungo che io sono

un non credente, ma essendo un

occidentale, sono inevitabilmente

immerso nella cultura cristiana.

Vuoi vedere che pur non volendo

ho scritto una canzone cristiana?!

Ah ah ah. Potrei dire molto altro,

ma so che il tempo e lo spazio a

disposizione sono tirati. Credo di

essermi già dilungato abbastanza.

Quali saranno le tue prossime

mosse?

Le mie prossime mosse? Continuare

a camminare sul ciglio del

burrone. Scherzi a parte, spero

non siano mosse epilettiche...

#ètuttoinutilemavafatto

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LUFRAMILIA

Davide Bolignano inaugura il proprio progetto con “L’Eremita Postmoderno”,

un singolo curioso e interessante che prelude a un album dai colori

“sfumati”

Ci racconti chi è “L’eremita postmoderno”?

E in che rapporti è

con te?

È un personaggio che è scivolato

fuori dalla mia mente, dal mio inconscio.

Mi sembra di aver iniziato

a scrivere il testo ancora prima

di decidere questo titolo e plasmare

questo personaggio. Quindi le

parole sono state veicolo. L’Eremita

Postmoderno è una qualsiasi

persona che si possa essere sentita,

anche soltanto per un attimo,

“sola” in mezzo al caos artificiale,

è bloccata nel suo limbo, nel suo

utero, ma vorrebbe nascere e liberare

se stesso, fare la sua rivoluzione

all’interno della realtà. È un

tentativo, è una porta semi aperta.

Il rapporto che ha con me, è sicuramente

qualcosa di in parte autobiografico,

è una proiezione delle

mie sensazioni, è un dialogo ancora

aperto tra me, le mie sperenze e

le mie parti oscure.

Ho letto che la canzone è nata in

maniera graduale e un po’ sofferta.

Scrivi sempre così oppure

è stata un’eccezione?

Penso non ci sia una regola in che

cosa una persona può trovare “l’ispirazione”.

Per quanto mi riguarda

mi sento molto più connesso

alle atmosfere tristi e più cupe.

Solitamente non decido a priori

“devo scrivere una canzone triste

o felice” ma mi sono sempre fatto

guidare dalle mie sensazioni, dalle

“atmosfere mentali” che sento.

Per ora le canzoni che scrivo e che

poi ho l’istinto e la voglia di coltivare,

arrangiare e registrare, sono

brani che attingono dalle tonalità

chiaroscure del nostro mondo interiore.

Alla fine è necessità. Non

escludo che in futuro possa trovare

ispirazione dalla felicità, chi lo

sa!

Ho letto anche che hai iniziato

a scrivere in italiano prendendo

appunti vocali. Quindi ora immagino

il tuo smartphone pieno

di mozziconi di canzoni da completare…

È così oppure sei uno

metodico e hai travasato tutto e

salvato tutto in bella copia?

La bella copia? Non riuscivo a farla

neanche a scuola ahah! Sono un

caos di disordine, partendo dagli

spazi in cui vivo sino alle mie

stanze mentali! È un casino! ho

bozze di canzoni scritte e registrate

nel mio PC, nel mio smartphone,

anzi in tanti cellulari ahah,

perché magari dopo un tot di tempo

ti capita di cambiare telefono,

e a quel punto ti ritrovi con tanti

piccoli frammenti di canzoni un

po’ di qua e un po’ di là, tra i quali

fare ordine sembra un’impresa.

Ma i brani con cui entri davvero

in connessione, restano con te, è

un imprinting, e basta prendersi

il tempo che serve, tirare il giusto

filo nel groviglio, per ritrovare

quello che cerchi. Il disordine è

per i disordinati, bisogna saperci

dialogare, il paradossale equilibrio

del caos. Mi avete proprio centrato

con questa domanda!

Raccontaci il tuo primo album,

sulla base di quello che hai già

realizzato e di come vorresti che

fosse…

Avevo scritto una ventina di brani,

trai quali ho scelto tredici tracce.

L’idea di fare un mio album

era lí con me da quando sono un

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agazzino, ho già registrato e fatto

dischi per altri progetti in cui

suono la chitarra, ma mai avevo

avuto il coraggio di fare qualcosa

di completamente mio. Finché

questa piccola scintilla è iniziata a

bruciare di più, e ho condiviso gli

scheletri dei miei brani con l’ingegnere

del suono e caro amico

Alessio Mauro, di Reggio Cala-

bria, e con lui

abbiamo trovato

una sinergia

a dir poco

perfetta nel mirare

a ottenere

il suono che

avevamo in testa,

ed è iniziato

un lavoro di

pre-produzione,

e poi di arrangiamento

e registrazione.

E

fino a ora è stata

un’esperienza

incredibile,

adoro

stare in

studio,

mentre

registri

e vedi

piano

piano prendere forma

quello che anni prima era

stata soltanto una tua sensazione,

che poi è diventata

una canzone abbozzata

in una memo vocale, e adesso è in

studio e inizia a suonare come immaginavi

e a volte oltre la tua immaginazione.

Attualmente il disco

è in fase di mix. Abbiamo lanciato

soltanto “L’Eremita Postmoderno”

come singolo di debutto, ed è

una traccia che sarà contenuta anche

in questo mio primo full length.

L’ album ha già un titolo. Non

voglio anticiparvi troppo... vi dico

che possiamo considerarlo come

una... sfumatura... tra due colori

estremi. Presto saprete di più!

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MANAGEMENT

#5minuticon

Luca Romagnoli e Marco ‘Diniz’ Di Nardo hanno dato vita nel 2012 al

progetto Management del dolore post operatorio, diventato poi solo Management.

Con quattro album all’attivo e uno quasi pronto per essere pubblicato,

sono tornati con il singolo “Saturno fa l’Hula Hoop”. Li abbiamo

intervistatiasi per tatuaggi”

“Saturno fa l’Hula Hoop” è un

brano pop spaziale: ci si muove

tra le pareti di casa e il sistema

solare, tra i sentimenti e la forza

che move il sole e le altre stelle…

da dove è nata l’idea di questo

pezzo?

Ci ha sempre affascinato l’idea di

un universo che si emoziona insieme

a noi. Niente di religioso,

solo la vita che si emoziona con

la vita. Le stelle e i pianeti che si

emozionano per un bacio, il cielo

e il tramonto che si fanno più

belli per illuminare due amanti.

Una energia positiva cosmica che

si irradia dal cuore delle cose, sia

esso pieno di sangue o di terra o

di magma e fuoco. E’ con questo

tipo di pensiero che poi, OVVIA-

MENTE, si arriva molto facilmente

e felicemente alla conclusione

che tutte le cose e le persone del

mondo sono meravigliose ed importanti,

che non c’è differenza tra

nessun essere vivente, che dobbiamo

rispettare ed amare tutti i

pianeti e tutte le forme di vita, ma

anche una pozzanghera, una pietra,

una zolla di terra.

Il vostro percorso artistico ha

visto venir meno una parte del

nome originario e aumentare

una consapevolezza mescolata a

spunti di riflessione. Kate Moss

è il primo singolo con cui siete

tornati nel 2018. Si parla di photoshop,

social, follower e di tutto

ciò che si può fare online per

sembrare migliori. Che rapporto

avete con i social network?

Non sappiamo proprio come si

usano. Stiamo pagando milio-

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ni di euro per farcelo insegnare,

ma proprio non ci entra in testa.

I selfie però ci escono benissimo,

facciamo solo quelli. Sarà perché

siamo belli?!

Una delle vostre caratteristiche è

che avete sempre suonato molto,

lasciando da parte artifici sono-

rità sintetiche. Sarà così anche

nei brani del prossimo album?

Forse no

“E siamo come le piante infestanti

che più ci tagli le gambe e

più cresciamo forte” è una delle

frasi cult del vostro album Naufragando,

che appartiene al singolo

“Esagerare sempre” e che è

tutt’ora tra i più ascoltati su Spotify.

La tenacia è una delle vostre

caratteristiche principali?

Quando nella vita ami quello che

fai, tutto quello che ti gira intorno

conta relativamente. La musica

riesce a dare grandissime soddisfazioni

ma anche molti pensieri,

molto stress. Ma se sei convinto al

cento per cento di non poter fare

altro, vai avanti e basta, e ti rinforzi

nutrendoti di tutte le cose che ti

succedono, belle e brutte. E’ una

cosa che viene da dentro, se non

viene da dentro è meglio che lasci

perdere dall’inizio.

È il momento della playlist: ci lasciate

qualche brano che proprio

proprio i nostri lettori non possono

non ascoltare quest’estate?

Ascoltate solamente “Saturno fa

l’Hula Hoop” dei Management! A

loop, finchè non vi vengono i cerchi

alla testa.

Chiara Orsetti

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BRUNORI SAS

“COME STAI”

#quellochesentivo

di Chiara Orsetti

Giusto a metà di Vol. 1, disco d’esordio di Dario Brunori, in arte Brunori

Sas, uscito nel 2009 c’è “Come stai”, pubblicata anche come singolo e video

(con la regia di Giacomo Triglia)

Banalità. Si rispondono sempre

banalità quando qualcuno ci

chiede “Come stai?”. E banalità

ci aspettiamo, non siamo pronti

ad accettare una vera risposta,

una vera ammissione di tristezza,

smarrimento, disagio.

Come stai?

È la frase d’esordio nel mondo che

ho intorno

Tutto bene, ho una casa

E sto lavorando ogni giorno

Che cosa vuoi che dica? Di cosa

vuoi che parli?

È il mutuo il pensiero peggiore del

mondo che ho intorno

Tasso fisso, con l’Euribor c’è chi sta

impazzendo da un anno

A tante, troppe persone ogni giorno

chiediamo di non raccontarci

come si sentono chiedendo loro

come stanno. Eppure ogni tanto

la sensazione di rispondere, spiazzando

l’interlocutore, costringendolo

a rimanere sul punto e a non

proseguire la conversazione nel

modo sperato, viene fuori.

Che cosa vuoi che scriva?

Di cosa vuoi che canti?/Di com’è

facile andare quando non sai guidare/Di

com’è triste il Natale senza

mio padre

Viaggiare sempre in superficie è

rassicurante, non smuove il fondale,

non rivela quanto abbiamo

cercato di insabbiare e mascherare.

“Come stai”? “Che ha fatto l’Italia”?

“Dove vai in ferie”?

Il calcio è la sola religione del

mondo che ho intorno

Una pizza, una birra e poi andremo

a ballare giù al mare

Rispondere a una domanda che

viene dall’esterno comporta aver

chiaro quello che è dentro. E se

dentro il cambiamento comincia,

anche rispondere “bene, grazie”

non somiglierà più a una bugia.

Che cosa vuoi che dica? Di cosa

vuoi che parli?/Di com’è grande il

mare quando non sai nuotare

Di come navigare al rallentatore

Forse dentro me cambiano le cose

Dentro al mio giardino nascono le

rose

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