La Freccia Settembre 2019

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maginare prima e fare poi». Sechi,

classe 1968, è giornalista di lungo

corso, dal Giornale a Libero, dall’Indipendente

a Panorama, dall’Unione

Sarda al Tempo, di cui è stato direttore

dal 2010 al 2013. E dal 2017 cura,

insieme alla spagnola Maite Carpio,

List, uno spazio multimediale che

lui stesso ha fondato e che – come

recita l’home page - “pubblica notizie

esclusive, contenuti originali, ha

una visione a 360 gradi dei fatti del

mondo, unisce i puntini, ricostruisce

il puzzle, mette ordine nel caos delle

news, disegna lo scenario”. Quanto

basta per fare, dell’arguto e loquace

Sechi, anche un noto commentatore

politico televisivo, acuto osservatore

degli scenari nazionali e internazionali.

Da direttore di Agi intraprende

una nuova e appassionante avventura

professionale.

Qual è il tuo programma e quali

sono gli obiettivi che ti poni?

Buon giornalismo e ricavi, il mio programma

è molto semplice, niente di

esoterico, nessun fuoco di artificio.

E come si ottengono l’uno e gli altri?

Il primo si ottiene con l’equilibrio e

il pluralismo, che è dato dal numero

di lanci che dedichi a tutti i soggetti

dello spettro politico, quindi dall’apertura

che l’agenzia ha verso tutte

le opinioni e visioni del mondo. Ovviamente

non si pubblica tutto, ma

solo ciò che si ritiene importante,

come ricorda il motto del New York

Times: “All the News That’s Fit to

Print”. Qui entra in gioco la funzione

di mediazione e scelta del giornalista

e del direttore, che nessun algoritmo

potrà sostituire. Qualcuno

potrà dire che è un punto di vista,

certamente, e va rivendicato, perché

è l’intelligenza umana applicata alla

selezione dei fatti che veramente

conta ed è capace di produrre una

gerarchia, un racconto e un linguaggio

adeguati. C’è un lavoro certosino

dietro ogni lancio di agenzia, perché

buon giornalismo significa anche velocità

unita ad accuratezza e verifica

delle fonti.

E i ricavi?

Per aumentarli bisogna fare un’operazione

di diversificazione delle fonti

di ricavo, di potenziamento delle

news, conferendo appeal al prodotto.

I ricavi possono arrivare anche da

progetti speciali di comunicazione,

in quella prospettiva di evoluzione

che contraddistingue un po’ tutte le

agenzie di stampa che puntano ad

affiancare altre attività al loro marchio.

Nel caso di Agi quali sono?

Premetto che l’attività tipica resta il

giornalismo. Anche perché, cosa sarebbero

Reuters, Associated Press e

la stessa Agi se non ci fossero i giornalisti?

Comunque nel corso degli

ultimi mesi Agi ha acquisito il controllo

di una società che opera sempre

nell’ambito editoriale, fa tecnologia

e si chiama D-Share. È presente

in quasi tutti i gruppi editoriali italiani,

e non solo, con una sua efficace

piattaforma, un sistema, denominato

Kolumbus, per creare e distribuire

contenuti digitali per i giornali. Un

software che ha sotto un know-how

molto importante dal punto di vista

dell’esperienza umana, la cosiddetta

user experience. D-Share è stata

fondata da Alessandro Vento (ex manager

di RCS, ndr) ed è un’acquisizione

portata a termine da Salvatore

Ippolito, il nostro Ad, e da Riccardo

Luna, che mi ha preceduto in questo

ruolo. C’è poi un’altra divisione della

società, Agi Factory, che offre invece

prodotti di comunicazione per le imprese.

Sono due attività che si affiancano

al prodotto tipicamente giornalistico

e fanno di Agi una società di

contenuti, una media company.

Torniamo al giornalismo. Spira ormai

da anni un’aria di crisi per i media

più tradizionali, in questa rubrica

ne parliamo spesso, e talvolta

per conquistare lettori e contatti si

cede a compromessi o a scelte discutibili.

È frutto dell’avvento di Internet, ed

è il paradosso di Internet. Un grandissimo

fenomeno di apertura, universalizzazione

e rivoluzione nella

storia dell’umanità, ma anche l’occasione

di un abbassamento incredibile

dell’autorevolezza e del sapere,

soprattutto quando sono esplosi i

social network. Oggi assistiamo a

un dibattito pubblico impoverito dal

web, siamo precipitati in una mediocrazia

e i social network ne sono in

gran parte responsabili. Questo però

significa anche che le agenzie hanno

un grande futuro e il giornalismo vive

un momento eccezionale. Penso che

sia in crisi il modello di business, ma

che non sia affatto in crisi il giornalismo.

Questo bisogno di buon giornalismo,

che condivido in pieno, non

sembra però molto avvertito dal

grande pubblico…

Alla base c’è un problema di educazione

civica, di formazione scolastica.

C’è un problema di sapere

complessivo e un fraintendimento,

perché in tanti pensano che tutto

sia informazione e che tutti possano

fare i giornalisti. È sbagliato. Come lo

è confondere la comunicazione con

il giornalismo, due cose nettamente

diverse. Il giornalismo è hard e anche

soft news, ma offerto con estrema

cura e l’interesse principale è quello

del lettore e del giornalista verso

il suo lettore, nel nostro caso clienti

e abbonati. È vero, giornalismo e

comunicazione vanno in parallelo in

moltissime aziende, ma va preservata

la funzione giornalistica. Su questo

sono molto categorico, il giornalismo

va difeso da tutto e da tutti.

Ad attaccarlo sono i new media,

sembra che per fare cronaca oggi

basti un buon smartphone.

Ma non è così. Non basta avere una

videocamera per essere un buon

video-giornalista o una macchina

fotografica per essere un grande

fotoreporter. Non tutti sono o diventeranno

mai Robert Capa, Henri Cartier-Bresson

o Ernest Hemingway.

L’eccellenza, il sapere e il mestiere

sono fondamentali. Se mi dici che c’è

poco rispetto di questo sapere nel

mondo contemporaneo, ti dico di sì.

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