Eco delle Valli e delle Dolomiti Friulane - Ottobre 2019

robertoselva

Anno II - Numero 04 - Ottobre 2019

Edito da "Fabbrica delle Idee" di Maniago

CASA

MARISA

Un progetto innovativo per anziani

soli [p.8-9]

SCONFIGGERE

L'AZZARDO

Contrastare la ludopatia, fenomeno

che mette in ginocchio le famiglie [p.14]

UGO ZANNIER,

VOLATORE

TESTARDO

L'uomo che volo dal monte

Valinis [p.29]

TESSERE

D'AUTORE

L'arte musiva tra usanze

e tradizione religiosa[ p.40-41]

L'ACQUA

IMBRIGLIATA

STORIA DI ACQUA E NATURA: GLI IMPIANTI

IDROELETTRICI LUNGO IL CORSO

DI CELLINA E MEDUNA [p.2]


RACCONTO DEL MESE

RACCONTO DEL MESE

L'ACQUA IMBRIGLIATA:

TORRENTI, DIGHE,

ELETTRICITÀ

di Gianluca Liva

Storia, acqua, e natura. Gli impianti

idroelettrici costruiti lungo il corso

del Cellina e del Meduna hanno avuto un

forte impatto su questo territorio, sia dal

punto di vista ambientale che sociale.

Da sempre l’essere

umano ha deviato,

contenuto e sfruttato

i fiumi come fonte di

sostentamento e risorsa

fondamentale per lo

sviluppo. Il territorio delle

Valli e delle Dolomiti

friulane porta i segni della

storia lungo gli argini dei

due principali corsi d’acqua

che le attraversano,

il fiume Meduna e il

torrente Cellina. Entrambi

caratterizzati da un

incedere scandito sia dalla

natura che dall’intervento

antropico, ben visibile

nelle dighe, nelle centrali

idroelettriche e nei

canali artificiali che si

susseguono.

Nella zona, il primo

tentativo – riuscito – di

canalizzare e trasferire

l’acqua per il benessere di

una comunità ha origine

dalla volontà pioneristica

di Antonio dell’Angelo,

detto Il Pellegrin, contadino

di San Leonardo Valcellina

che visse nella prima metà

del XIX secolo.

A partire dal 1835, da

solo e circondato da un

generale scetticismo,

scavò il canale che

convoglia le acque del

Cellina fino al centro

del paese. Poco più di

due anni dopo l’inizio

dell’estenuante lavoro,

nell’ottobre del 1837, nella

piazza di San Leonardo si

poteva attingere all’acqua

corrente e pulita. Il

contributo di quest’opera

fu a dir poco fondamentale

per scongiurare nuove

epidemie di tifo, comuni

all’epoca.

2

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane

Da allora sono cambiate

molte cose. Della roggia

scavata dal Pellegrin

rimane un tratto dello

scavo e una lapide che

commemora un gesto

che ha dell’incredibile,

ma che fu anche una

sorta di “miccia” per

imbrigliare e sfruttare

l’acqua che attraversa

il territorio. Cellina e

Meduna ospitano mirabili

esempi di opere costruite

a partire dall’inizio del XX

secolo in poi e destinate

a plasmare un ambiente,

i suoi abitanti e le loro

abitudini. Basti pensare

alla centrale idroelettrica

“Antonio Pitter” di Malnisio,

splendido esempio di

archeologia industriale

del secolo scorso che

sfruttando le acque del

Cellina donò a Venezia il

lusso dell’illuminazione

pubblica.

Negli anni ’30, dopo che

erano state costruite le

prime opere, fu il Consorzio

di Bonifica Cellina-

Meduna a prendersi

carico della gestione e

della progettualità legata

allo sfruttamento idrico,

rendendo i due corsi

d’acqua e i loro piccoli

affluenti quasi come parte

di un “sistema” capace di

spingere un intero territorio

verso nuove prospettive

economiche legate a una

ricchezza naturale.

Lo sviluppo e l’intervento

umano crebbero anno

dopo anno, ma ebbero

senza dubbio il loro

culmine nelle opere

realizzate nel secondo

dopoguerra fino agli anni

’60.

CELLINA

58

km lunghezza

700

km² di Estensione

del bacino idrografico

IL DAZIO PAGATO DA QUESTA TERRA

Oltre alle centrali e

alle dighe che furono

considerate un “successo”

per la visione a lungo

termine di impatto sul

territorio, l’opera dell’uomo

fu all’ordine anche

dell’immane tragedia del

Vajont.

Il disastro del 1963 fu

il risveglio da un sogno

fatto di interessi taciuti,

sfruttamento ambientale

9 ottobre 1963 è la data della tragedia che ha spazzato

Erto, Casso, Longarone e i paesi lungo il Piave.

"In quella sera di oltre cinquant'anni fa, la negligenza

dell'uomo che non ha capito i segnali che la natura dava"

Antonio Carrara, Sindaco di Erto.

"In questa giornata emblematica per le nostre comunità

è molto importante ritrovarsi e ricominciare un futuro"

Lavinia Corona, Sindaco di Vajont.

Durante le celebrazioni di quest'anno è stato presentato al

Senato il docu-film “Vajont, per non dimenticare”.

Tagliamento

sconsiderato e totale

incuria verso un territorio e

i suoi abitanti.

Da allora è mutata la

sensibilità verso uno

sfruttamento idrico

irrispettoso delle persone e

del territorio. Le comunità

che vivono vicino agli

argini dei fiumi conoscono

il valore dei corsi d’acqua

e, sugli eventi del passato,

hanno costruito una

85

km lunghezza

880

km² di Estensione

del bacino idrografico

MEDUNA

coscienza.

Le acque dei due fiumi

che solcano le Valli e le

Dolomiti friulane hanno

donato prosperità ma

conservano i segni

indelebili di una storia

sofferta, legata alla

produzione idroelettrica

e all’illusione di saper

modellare un territorio a

proprio piacimento.

LUNGO IL FIUME MEDUNA:

ELETTRICITÀ A CASCATA

Il Meduna è lungo 85

chilometri. Nasce in

località Selis, a 623 metri

sul livello del mare, nel

punto in cui si uniscono

due piccoli corsi d’acqua:

il Canal grande di Meduna

(che ha origine dal Monte

Burtalòn a 2121 metri di

quota) e il Canal piccolo

di Meduna (formato da

vari ruscelli che scorrono

dal Monte Dosaip e dal

Monte Caserine Alte, a

un’altitudine superiore ai

2.000 metri).

A Selis, il Meduna è

arginato dalla diga di

Ca’ Zul. Giunto poco oltre

Tramonti di Sopra, il fiume

riceve le acque di piccoli

affluenti (fra cui il Viellia

e il Chiarchia) e prosegue

verso sud fino alla chiusa

di ponte Racli, dove è sita

la diga che ha originato

il Lago di Tramonti. Da lì

prosegue verso sud fino a

giungere in pianura.

L’asta idroelettrica della Val

Meduna interessa i comuni

di Tramonti di Sopra e di

Sotto, Frisanco, Meduno,

Cavasso Nuovo, Sequals,

Arba e Spilimbergo.

GLI IMPIANTI IDROELETTRICI

LUNGO IL CORSO DEL CELLINA

Dalle pendici del monte

La Gialina (1.634 metri

sul livello del mare)

hanno origine le acque

del torrente Cellina, che

sorge a partire dalla

località di Margons, nel

comune di Claut, sita a

650 metri di altitudine.

Da lì, il Cellina si snoda

Lungo il suo corso sono

presenti ben sei impianti

idroelettrici - Valina,

Chievolis, Meduno, Colle,

Istrago e, al termine, quello

di Barbeano e Rauscedo –

che sfruttano le acque per

la produzione di corrente.

Gli impianti lavorano in

cascata, per cui l’acqua

utilizzata dall’ impianto di

Valina viene poi utilizzata,

insieme all’apporto del

torrente Silisia, a Chievolis

e dagli impianti ancor più

a valle (Meduno, Colle,

Istrago); per poi essere

sfruttata dal Consorzio di

Bonifica Cellina Meduna

per l’irrigazione in pianura.

Lungo il corso del fiume

sono presenti tre serbatoi,

Cà Zul, Cà Selva e Ponte

Racli. La realizzazione

di quest’ultimo, nel 1952,

generò il Lago di Tramonti.

Oggi le centrali, con una

produzione annua di 150

GWh, coprono il consumo

elettrico di 150.000

impianti domestici e

regolano il flusso d’acqua

necessario per l’irrigazione

in pianura.

attraverso un percorso più

o meno tortuoso di circa

58 chilometri che passa

anche attraverso la valle

a cui ha donato il nome e

che termina all’incontro

con il Meduna.

I lavori di imbrigliamento

delle acque del Cellina

furono avviati all’inizio del

Il borgo perduto

Movada è una località abbandonata che fu sommersa dalle acque

nel punto in cui diedero vita al lago artificiale. Gli abitanti vennero

sfollati nei primi anni ’50 per fare posto a uno dei tre invasi, parte

del piano ideato e realizzato dall’azienda SAICI (Società anonima

agricola e industriale per la produzione italiana della cellulosa).

Lo scopo dichiarato dei tempi era ottenere una fornitura elettrica

per alimentare l’impianto produttivo di Torviscosa.

Oggi, quando il lago è in secca, l’abitato di Movada riaffiora

e i ruderi, ben visibili, sono un segno indelebile della corsa al

progresso.

XX secolo, fra cui da subito

spiccarono la vecchia

diga di Barcis e la centrale

idroelettrica di Malnisio.

Più a valle, seguendo il

corso del torrente, parte

delle acque venivano

deviate dal corso regolare

e sfruttate anche dalla

centrale di Giais (operativa

Lago di Barcis - foto Stefano Travasci

dal 1908) e da quella del

Partidor (attiva dal 1919)

per poi rientrare nel Cellina

all’altezza di San Leonardo.

Alla fine della Seconda

Guerra Mondiale, la

crescente richiesta di

energia elettrica attrasse

i vertici della SADE

(Società Adriatica di

Elettricità) a investire nel

potenziamento delle opere

lungo il corso del Cellina.

Fu così che, nel 1954, a

Barcis venne eretta una

nuova diga che diede

origine a un lago artificiale

da 22 milioni di metri cubi

d’acqua.

In parallelo, negli anni

’50, vennero ultimati

anche i lavori di altre due

centrali, a San Foca e a

Villa Rinaldi. Nel corso dei

decenni questo “sistema

Cellina” ha funzionato

diventando parte

integrante del paesaggio

fluviale e l’elettricità così

generata fu distribuita in

tutto il Friuli, a Treviso e a

Venezia.

La produzione andò avanti

ininterrottamente fino alla

fine degli anni ’80, quando

vennero avviati i lavori per

un generale rinnovamento.

Da allora vennero

dismessi gli impianti

storici, realizzati quasi

un secolo prima, e venne

ulteriormente potenziata

la centrale idroelettrica di

Barcis.

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane 3


RACCONTO DEL MESE

RACCONTO DEL MESE

RINNOVABILE

È SINONIMO

DI SOSTENIBILE?

Il caso del torrente Leale

Il torrente Leale nasce

dalle cime del monte

Cuar e del monte Flagel,

percorre in gran parte il

territorio del comune di

Trasaghis e sfocia poco

a nord di Avasinis. Da

anni si ha in previsione

di costruire alcune opere

per lo sfruttamento

idroelettrico.

L’opera consisterebbe

nel prendere acqua in

quota, a circa 700 metri

di altitudine, convogliarla

in una tubazione e farla

scendere a gran velocità

fino all’abitato di Avasinis

dove verrebbe collocato

un trasformatore per la

produzione di energia.

Il progetto è stato

presentato sottolineando

che l’obiettivo è produrre

energia pulita, ma al di là

della contabilizzazione

delle emissioni di CO2,

oggi è noto che esistono

impatti di certe opere

possono comportare danni

gravi a un territorio.

Ci racconta la storia di

questo torrente Tiziano

Fiorenza, naturalista

impegnato nella difesa

dell’ecosistema del

torrente Leale.

NASCE

A QUOTA

1478

metri

LUNGHEZZA

COMPLESSIVA

9

chilometri

LA VILLA MANIN DELL’ARCHEOLOGIA

INDUSTRIALE: LA CENTRALE

IDROELETTRICA DI MALNISIO

La centrale idroelettrica

“Antonio Pitter” di Malnisio

era la punta di diamante

del sistema di impianti

costruiti sul torrente Cellina

a partire dagli inizi del

XX secolo. L’ideatore fu

Aristide Zanari, ingegnere

che negli ultimi anni

dell’800 aveva ricevuto

l’incarico di progettare i

vari collegamenti tra la

montagna e la pianura:

strade di collegamento

che avrebbero permesso

di spostarsi più facilmente

dalle varie località della

pedemontana e delle

dolomiti friulane.

Durante uno dei

sopralluoghi, Zanari

osservò il corso del Cellina

e lo ritenne l’ideale per lo

sfruttamento idroelettrico:

una forma di produzione di

energia che stava salendo

alla ribalta in quegli anni: fu

una grande intuizione.

Ben 2000 persone

contribuirono alla

costruzione di quello

che per decenni fu una

monumentale opera di

imbrigliamento delle acque.

In cinque anni venne

costruito lo sbarramento

nella valle, la centrale,

una linea elettrica di 90

chilometri fino a Venezia

e un’opera a dir poco

innovativa: un canale di

trasporto acqua con sopra

una strada percorribile dalle

auto.

La centrale alimentò

i palazzi e le strade di

Venezia fino a metà degli

anni ’20, fino a che vennero

costruiti nuovi impianti in

tutta Italia, interconnessi

tra loro e l’energia prodotta

a Malnisio divenne parte di

questo “circuito” più ampio.

La centrale di Malnisio e i

suoi operai continuarono

La Sala macchine della Centrale A.Pitter di Malnisio

a produrre energia fino

al 31 dicembre 1988.

Una volta spenta, questa

maestoso esempio di

archeologia industriale

rischiava di giacere

abbandonata. Per fortuna,

a partire dal 2000, varie

amministrazioni comunali

di Montereale Valcellina

raccolsero l’appello degli ex

lavoratori della centrale e

acquisendola, hanno potuto

rinnovarla e renderla un

museo unico in Italia.

Grazie all’impegno di chi

ha dedicato una vita alla

centrale, ora chiunque può

visitare la sala macchine

– rimasta intatta – e i

locali che hanno permesso

a piazza San Marco di

illuminarsi e al Friuli

occidentale di svilupparsi.

TIZIANO FIORENZA

naturalista

Direttiva

HABITAT

Si tratta di una direttiva

comunitaria che mira a

garantire la biodiversità

dell’Unione europea,

impegnandosi

a conservare gli habitat

naturali, la flora

e la fauna selvatiche.

Perché la costruzione

di questo canale e la

deviazione delle acque

potrebbe comportare dei

problemi?

In questo caso specifico si

toglie l’acqua nella parte

più importante del corso

del torrente dove esistono

specie animali incluse

nella Direttiva Habitat. Si

tratta di specie protette,

la cui sopravvivenza

verrebbe compromessa se

togliamo loro l’acqua: in

parole povere: se deviamo

l’acqua, li uccidiamo.

Di che specie parliamo?

Sono parecchie. L’ormai

rarissimo gambero di

fiume (Austropotamobius

pallipes), tre preziosi pesci

d’acqua dolce: lo scazzone

(Cottus gobio), Vairone

(Telestes muticellus) e la

trota marmorata (Salmo

trutta marmoratus); e la

rana temporaria e, infine,

l’ululone dal ventre giallo

(Bombina variegata): un

piccolo rospetto che vive

nelle pozze dove l’acqua è

calma.

Perché le acque del Leale

hanno dato vita a un

ecosistema unico

Il torrente ha formato

della profonde depressioni

a forma di pozzo nelle

rocce – dette “marmitte

dei giganti” – che sono

nient’altro che vasche

naturali.

Lì l’acqua rimane

stagnante, esposta al sole

ed è a quel punto che si

ottiene l’ambiente ideale

sia per gli ululoni che per

le altre specie. Dato che

si tratta di pozze naturali,

sappiamo che si tratta di

una popolazione di ululoni

cosiddetta “sorgente”: una

popolazione naturale che

è lì da secoli e secoli. Se

dovessimo togliere l’acqua,

questa rana risentirebbe al

punto da scomparire per

sempre.

Vi state opponendo a

quest’opera?

Noi non diciamo di no

a prescindere. Ci sono

già altre due centraline

elettriche attive a valle

e non costituiscono un

problema: contestiamo il

caso specifico.

Abbiamo mosso una

critica su un particolare

progetto che riteniamo

sbagliato e a cui abbiamo

presentato le nostre

analisi e valutazioni a

Ululone dal ventre giallo in atteggiamento in difesa

I motivi della dismissione

sono molteplici e sono

da ricondursi a una

fitta serie di eventi.

L’acqua era di proprietà

dell’Azienda Elettrica

fino agli anni ’30, poi la

gestione è stata presa

dal Consorzio Cellinachi

deciderà: gli uffici

tecnici e la volontà politica

regionale.

Non dimentichiamo

che l’intreccio ecologico

presente sul torrente Leale

ha tutte le carte in regola

per essere riconosciuto

come biotipo: un’area di

piccole dimensioni ma in

cui vivono organismi di

diverse specie e che, nel

loro vivere in comunità,

formano un ecosistema.

La contrarietà che

manifestiamo nasce

dalla considerazione che

l’energia prodotta sarà

poca mentre il prezzo da

pagare sarà una ferita al

territorio in cui viviamo.

Sarebbe come smontare

una cattedrale antica

per utilizzarne i materiali

per costruire una casa

moderna dotata di 4

lampadine in più.

TITA GASPAROTTO

coordinatore dell'associazione

Amici della Centrale di

Malnisio

A quell’epoca la

centrale rappresentava

l’avanguardia

tecnologica?

Quando ci si recava a

Barcis, allora, si passava

per la strada/canale voluta

da Zenari.

Bisogna tenere presente

che al momento

dell’entrata in funzione, la

centrale di Malnisio era

una delle migliori d’Europa

come capacità produttiva

e i suoi ideatori avevano

stabilito un record con

la linea di trasporto di

corrente più lunga del

continente. La centrale,

infatti, produceva energia

a corrente alternata,

ovverosia trasportabile

ovunque.

Perché la centrale fu

chiusa?

Meduna che aveva come

obiettivo da perseguire

l’irrigazione della pianura

pordenonese. Negli anni

’50 sono state realizzate le

nuove opere e, in seguito,

anche altri lavori, come

la diga di Ravedis. Anno

dopo anno le piccole

centrali storiche sono

state chiuse e ora l’acqua

del Cellina non devia più

per Giais e Partidor ma

va giù diretta fino a San

Leonardo e, in seguito,

a Cordenons. I vertici di

ENEL di allora optarono

per questa ottimizzazione

dell’uso dell’acqua. Gli

anni passarono, i nuovi

impianti venivano

ottimizzati e, infine,

la vecchia centrale di

Malnisio venne chiusa.

Una scelta che lascia un

po’ di nostalgia, vedendo

questa magnifica

costruzione

Per me questa struttura

equivale alla Villa

Manin dell’archeologia

industriale. Dobbiamo

valorizzarla e fare fluire il

pubblico. È un patrimonio

storico.

4

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane 5


EDITORIALE

INDICE

SOLIDALI

di Manuel Bertin

La solidarietà è un aspetto importante del vivere in una

comunità. Conoscere le necessità altrui, comprenderle

per cercare di aiutare chi ha bisogno è un obiettivo

etico, certamente, ma anche di buon governo.

Non a caso, sono molti gli esempi di solidarietà che

sono raccontati in questo numero. Non si tratta di mera

carità, sia ben inteso, ma azioni e progetti che pensati

per avere un impatto sulla vita nei nostri comuni.

Si parla così di “Casa Marisa”, un progetto innovativo

per gli anziani soli ma ancora autonomi, che

rappresentano una percentuale rilevante tra i nostri

concittadini. Si parla di gioco d’azzardo e ludopatia,

fenomeno che quando non è controllato rischia di

devastare intere famiglie. Si parla di educazione

rivolta ai minori coinvolgendo tutti coloro che, a vario

titolo, fanno crescere i cittadini del futuro: genitori,

insegnanti, allenatori, medici, sacerdoti e via dicendo.

E poi, anche se in modo meno diretto, ritroviamo dei

progetti solidali anche tra i temi dei documentari girati

da Roberta Cortella, la protagonista della rubrica

Orgoglio oltreconfine.

Buona lettura!

PREVENZIONE

Sport estremi

senza rischi › p. 35

STORIE DI SPORT

Roccia, ghiaccio,

acqua › p. 32

VAL MEDUNA

Circo Contemporaneo

Valcolvera › p 10

GITA D'ISTRUZIONE

xxxxxxxx › p. 53

VAL D'ARZINO / VAL COSA

I comuni della montagna

e i dipendenti pubblici › p. 17

ILLUSTRI

CONCITTADINI

Ugo Zannier, volatore

testardo › p. 29

TIPICO

Rosa o rossa

è stagione di cipolla

› p. 37

IN MONTAGNA

Anello di Pinzano al

Tagliamento › p. 46

DIRETTORE RESPONSABILE

Manuel Bertin

EDITORE

Fabbrica delle Idee Srl

www.fabbricadelleidee.biz

DIREZIONE, REDAZIONE,

AMMINISTRAZIONE, PUBBLICITÀ

Via Violis 12 - 33085 Maniago (PN)

Telefono 393 133 1331

ESPLORANDO

LE VALLI

Tessere d'autore › p. 40

ORGOGLIO

OLTRE CONFINE

Qualcosa che non sapevo

di avere › p. 23

BUONE PRATICHE

Imprenditori

che fanno rete › p. 20

HANNO COLLABORATO

Andrea del Maschio, Gianluca Liva,

Elena Tomat, Caterina di Paolo, Roberto Prinzivalli,

Giuliano Boraso, Andrea Pegorer, Andrea Vendramin,

Denis Busatto (denisbusatto@gmail.com).

UN SENTITO RINGRAZIAMENTO PER LA DISPONIBILITÀ

A TUTTI GLI INTERVISTATI

PROGETTO GRAFICO E IMPAGINAZIONE:

Paola Bertin

FOTO DI COPERTINA:

Scorci del torrente Leale (Tiziano Fiorenza)

REGISTRAZIONE

Tribunale di Pordenone, n.61 del 13.03.2018

VAL CELLINA

Casa Marisa › p. 8

MUSICA

Registrare in mezzo

alla foresta › p. 55

SEQUALS/TRAVESIO

Giovani in campo per la

Protezione Civile › p. 20

STAMPA

Centro Stampa Quotidiani S.p.A.

Via dell'Industria, 52

25030 Erbusco (BS)

Chiuso il 29 ottobre 2019 - Tiratura: 15.000 copie

CONTATTI:

Fabbrica delle Idee

via Violis 12, 33085 Maniago (PN)

0427 540017

redazione@fabbricadelleidee.biz

PEDEMONTANA

Sconfiggere l'azzardo › p. 14

ENDEMISMI

Paesaggi che cambiano › p. 43

Illustrazioni: Denis Busetto

6

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane


VAL CELLINA

VAL CELLINA

CASA

MARISA

di Manuel Bertin

Un numero sempre maggiore di

anziani, spesso soli, abita i nostri

paesi. Diventa necessario, perciò, ideare

soluzioni che offrano i servizi di cui hanno

bisogno ma mantengano vitale la loro

autonomia e la loro capacità di essere

parte della comunità.

La popolazione

anziana cresce

percentualmente. Nel

territorio della UTI, i

cittadini con più di 65

anni solo il 30% della

popolazione residente,

con punte superiori

nei Comuni di Barcis,

Clauzetto, Vito d’Asio

e il record del 46% a

Tramonti di Sopra.

E spesso si tratta di

persone sole e prive

della protezione sociale.

Così, nel nostro territorio,

quasi il 40% degli anziani

vivono soli, con punte

dell’85% a Erto e del 73%

a Tramonti di Sotto.

Una condizione che non

può essere sottovalutata

dalle politiche di welfare

sociale, che si devono

adeguare alla realtà

trovando soluzioni

che si adattino alle

nuove esigenze della

popolazione. Lo si deve

fare però, avendo la

consapevolezza che

l’allungarsi dell’età non

significa inesorabilmente

incapacità di essere

autonomi e attivi. Anzi.

Da queste premesse

è nato un progetto

innovativo, a Montereale

Valcellina, che si propone

di diventare una best

practice per tutta la UTI

e per l’intera regione.

Ne parliamo con Sania

Morassi, Assessore

alla Sanità, Servizi alla

Persona, Politiche Sociali,

Solidarietà e Integrazione

Sociale

+65

Anni

30%

della popolazione

residente nella nostra UTI

363

ABITANTI

CIMOLAIS

110 49

363

ABITANTI

ERTO E CASSO

81 69

946

ABITANTI

CLAUT

278 123

256

ABITANTI

BARCIS

94 25

600

ABITANTI

FRISANCO

176 67

248

ABITANTI

ANDREIS

90 24

301

ABITANTI

TRAMONTI

DI SOPRA

POPOLAZIONE UTI

vs ANZIANI vs ANZIANI SOLI

Legenda = Anziani > 65 = Anziani soli

UTI DELLE VALLI

E DELLE DOLOMITI

FRIULANE

MONTEREALE

VAJONT

MANIAGO

TRAVESIO

734

VITO D'ASIO

140 52

446 128

106 77 1.790 255 110

4.365

ABITANTI

1169 351

COMUNE DI

MONTEREALE

VALCELLINA

1.541

ABITANTI

MEDUNO

1.677

ABITANTI

337 99

367

ABITANTI

TRAMONTI

DI SOTTO

11.746

ABITANTI

ABITANTI

464 152

ABITANTI

1.343

ABITANTI

VIVARO

2742 733 337 99

CLAUZETTO

864

ABITANTI

CASTELNOVO

PINZANO

2.231

1.514

ABITANTI

SEQUALS

380

ABITANTI

140 71

239 106

ABITANTI

440 130

539 172

1.248

ABITANTI

ARBA

323 107

1100 351

OVER 65

(+ del 25% della popolazione)

ANZIANI SOLI

SANIA MORASSI

Assessore alla Sanità, Servizi

alla Persona, Politiche Sociali,

Solidarietà e Integrazione

Sociale

Come nasce il progetto?

Gli anziani sono una

delle fascie deboli

della popolazione,

e l’amministrazione

comunale ne deve tener

conto. Lo facciamo

quotidianamente, ma

questa volta abbiamo

voluto sperimentare un

modo diverso di offrire un

servizio, focalizzandoci su

una tipologia di utenti che

finora non aveva ricevuto

risposte adeguate dal

sistema di welfare: gli

anziani soli ma autonomi.

Si spieghi meglio…

Il problema degli anziani

è complesso e va

analizzato nelle singole

componenti.

In primo luogo, oggi

gli anziani vivono più

a lungo, ma lo fanno

mantenendo una

loro indipendenza.

Magari l’autonomia è

ridotta su certi aspetti

della quotidianità o

manifestano dei bisogni

di aiuto specifici, ma

sostanzialmente sono

cittadini che sanno

badare bene a sé.

In secondo luogo, le

trasformazioni sociali

hanno creato molti nuclei

monofamiliari, ossia con

una sola persona. Se per

un giovane questo non

ha molta importanza, per

un anziano si traduce

nella mancanza della

rete familiare di supporto

per i piccoli bisogni:

un lavoro pesante,

piccoli spostamenti o

semplicemente qualcuno

con cui scambiare una

chiacchiera.

In terza battuta,

e qui guardo alle

scelte che può fare

un’amministrazione, i

servizi che offre oggi

il sistema di welfare

sono molto costosi, sia

per il privato cittadino

che per la pubblica

amministrazione: per

entrambi le spese sono

difficili da sostenere.

Cercavate

un’alternativa alla casa

di risposo?

Non proprio. La

casa di riposo è un

servizio necessario

e utile, ma talvolta è

sovradimensionato

rispetto ai bisogni.

Mi spiego. Molti anziani

sanno cucinarsi, fare

la spesa e mantenere

la casa: renderli

completamente

dipendenti dal sistema

è inutile, costoso e

rende le persone sempre

meno attive. Non solo,

si pensi all’assistenza

medica. Per molte

persone è sufficiente

avere qualcuno capace

di fare una puntura o

una fasciatura, magari

una volta al giorno,

quindi l’assistenza di un

infermiere professionista,

magari specializzato, che

presti servizio nell’arco

delle 24 ore è un’offerta

eccessiva. Tutti servizi

che hanno un costo e

rendono le rette molto

alte per gli ospiti e per il

Comune che ogni anno

spende circa 60.000 euro

per integrare le quote. Da

qui l’idea di immaginare

un luogo che possa

offrire agli anziani soli

quella rete di protezione

e quei piccoli servizi di

cui hanno bisogno, ma

lasciando loro l’autonomia

e l’indipendenza.

Ce lo racconti.

Abbiamo immaginato una

casa in condivisione, che

abbiamo chiamato “Casa

Marisa”, composta da 6

appartamenti per 5 ospiti

e in cui ogni ospite può

farsi da mangiare, può

decidere come gestire il

proprio tempo e la propria

vita sociale, andare al

mercato, al bar, e via

dicendo.

Collocare questi

appartamenti in un unico

edificio è una scelta che

ha due conseguenze

positive. La prima è che gli

anziani non sono obbligati

a condividere spazi e

ritmi ma, al tempo stesso,

non sono soli e possono

darsi aiuto reciproco per

le piccole incombenze

quotidiane. La seconda

è che c’è un “badante di

condominio”, che vive nel

sesto appartamento e che

offre un’assistenza che

possiamo definire “light”:

può aiutare a cambiare

una benda o una fascia,

può aiutare a fare le scale

o portare la spesa, può

ricordare appuntamenti o

accompagnare alle visite

mediche.

In cosa si differenzia

dalle case alloggio?

A Montereale abbiamo

una casa alloggio da 17

posti che offre un servizio

meno strutturato della

casa di risposo. Essa è

gestita da una cooperativa

e prevede la presenza di

operatore socio-sanitario

che dorme in quella sede.

Questo progetto è diverso

perché offre un servizio

con una forte componente

di aggregazione, lasciando

gli ospiti totalmente

responsabili e autonomi.

Che spese sostengono gli

utenti?

Gli anziani in casa di

riposo, per far fronte alle

rette così alte devono

rinunciare alla propria

autonomia economica.

Questo progetto sociale,

invece, è stato pensato

proprio per consentire

alle persone la propria

vita e, quindi, il costo per

l’utenza sarà quello delle

bollette o poco più.

Come avete scelto

l’edificio?

Una volta pensato il

progetto, dovevamo

individuare un immobile.

Abbiamo così colto

l’opportunità della

donazione di un edificio a

Grizzo, in cui a suo tempo

si svolgeva l’attività

storica della ferramenta:

da qui nasce l'idea del

nome “Casa Marisa”

dedicata alla moglie del

donatore.

Si tratta di un edificio

nel centro storico, che

andremo a recuperare

anche con una funzione

estetica per il paese,

e che sarà rinnovato

e mantenuto grazie al

contributo regionale

da 650 mila euro e la

compartecipazione di 50

mila euro di investimento

comunale.

Inoltre, è in posizione

centrale e dista pochi

passi dal circolo del

volontariato, dal centro di

aggregazione per anziani

e gli ospiti possono

facilmente vivere il

paese.

8

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane 9


VAL MEDUNA

VAL MEDUNA

CIRCO

CONTEMPORANEO

IN VAL COLVERA

di Manuel Bertin

Da oltre 10 anni, la Val Colvera accoglie

decine di artisti provenienti da tutto il

mondo, attirati da un evento che valorizza

il territorio in modo differente dal

consueto: Brocante

Giunti alla dodicesima

edizione si può affermare

che sia diventato uno

degli appuntamenti

dell’estate in Val Colvera.

Sarebbe però errato

assegnare a Brocante

un valore confinato alla

valle, poiché il successo

di questa manifestazione

ha scavalcato i confini

nazionali e anche quelli

continentali, accogliendo

decine di artisti di circo,

musica, danza, arti visive.

Così per una decina

di giorni, a fine luglio,

le strade di Poffabro,

Frisanco, Casasola e

delle altre borgate, si

colorano di giovani,

i suoni riempiono i

boschi e le valli, le luci

illuminano grotte e prati.

Coinvolgendo il paese,

entrando nelle case

che danno ospitalità,

ravvivando la vita

sociale nei bar e nelle

piazze, portando una

ventata di energia che

impegna positivamente

associazioni e proloco.

Ce la raccontano

Sandro Rovedo, Sindaco

di Frisanco e Silvia

di Landro, Direttrice

Esecutiva di Brocante.

SILVIA DI LANDRO

Direttrice Esecutiva

Come nasce Brocante?

Brocante nasce un po’

per caso ed è legato

alle origini del direttore

artistico, Roberto Magro.

Lui è di qui, e dopo aver

frequentato l’Académie

Fratellini a Parigi

(scuola superiore per

l’arte circense), fonda la

compagnia Rital Brocante

con la quale gira per

l’Europa con spettacoli

circensi e raggiunge

anche la Val Colvera.

Anni dopo, nell’estate

2007, quasi per caso,

venti artisti guidati da

Roberto si ritrovano in Val

Colvera e cominciano a

esibirsi con alcuni piccoli

spettacoli, caratterizzati

dal fatto di essere calati

all’interno degli spazi

della valle. Da lì nasce

l’idea di replicare e farla

diventare un’occasione

per fare e parlare di circo

contemporaneo.

Un festival di circo

contemporaneo, quindi?

Ci piace definirlo un

incontro fra persone, fra

artisti.

La parola festival non

è rappresentativa di

quello che si fa in

quei giorni. Infatti, il

programma di Brocante

è in parte definito e in

parte si costruisce al

momento e sul luogo,

valorizzando l’ibridazione

tra diverse sensibilità

artistiche presenti, tra le

diverse specializzazioni,

attivandosi attraverso il

legame con il territorio,

il contesto ambientale e

paesaggistico e le genti.

Una forte connessione

con la vallata.

L’idea di partenza su

cui si fondano queste

giornate è di destrutturare

il circo contemporaneo,

portandolo in un contesto

di forte valenza naturale.

In questo luogo le diverse

arti, dalla danza, alla

musica, al circo, alle arti

visive si mescolano e si

ricompongono creando

qualcosa che prima non

c’era.

Chi partecipa a Brocante

cerca la trasversalità

delle forme artistiche e

trasforma la tecnica in

strumento al servizio della

bellezza e del paesaggio.

Quindi non solo

spettacoli, ma anche

riflessioni sul circo

contemporaneo

Sì, una delle caratteristiche

di Brocante è la ricerca.

La domanda di partenza

è semplice: “dove sta

andando il circo?” La

risposta, se ne esiste

una, sgorga dall’incontro

tra artisti, sensibilità,

esperienze, identità

diverse.

Quest’anno, poi, c’è stata

anche la presenza di Jean-

Michel Guy, ricercatore in

sociologia del Ministero

della cultura francese

e drammaturgo. Lui ha

descritto Brocante come

una “cosa clandestina”,

ossia un festival che

“non è del mercato” ma

è un incontro di artisti

in un ambiente aperto e

davvero molto favorevole

alla condivisione, anche

con il pubblico.

Uno dei tratti caratteristici

sono le molte nazionalità

presenti.

È la cifra di questo mondo

di circensi, abituati a

viaggiare, a incontrarsi, a

spostarsi: in ogni edizione

abbiamo tante nazionalità

che la lingua deve essere

per forza il francese o

l’inglese.

Molti artisti che

chiamiamo vengono

da Francia, Spagna,

Brasile. Ma ci sono anche

ospiti che vengono da

lontanissimo: quest’anno

una ragazza è venuta dal

Messico appositamente

per godersi Brocante.

Come va il rapporto con

gli abitanti?

Negli anni si è creato un

legame con le persone della

valle, che si sentono sempre

più coinvolte.

La pro-loco e le

associazioni ci aiutano nei

preparativi, nell’accogliere

le persone, nel dare

supporto alle decine

di ospiti e centinaia

di spettatori. Un aiuto

indispensabile per un

evento diventato così

grande.

Immagini Brocante 2019 // Foto Francesco Zanet

SANDRO ROVEDO

Sindaco di Frisanco

Sindaco, una

manifestazione di circo

contemporaneo è ben

accettata in paese?

Si tratta di un evento

che si differenzia dai

tradizionali modi di vivere

un territorio, ma negli

anni il paese ha saputo

accoglierla e farla propria.

Anzi, quando per

problemi è stata fatta

un’edizione ridotta, in

paese se ne è sofferta

la mancanza e oggi, la

prima domanda, alla

fine di un’edizione, è: ci

mettiamo al lavoro per la

prossima?

Come può il circo

raccontare l’identità di

una valle?

È una manifestazione

strettamente

interconnessa con il

territorio, sia come luogo

degli spettacoli sia perché

l’intera cittadinanza è

coinvolta nel dare un

aiuto all’organizzazione.

In quei giorni, e nei giorni

precedenti, si crea una

straordinaria sinergia.

Così gli artisti chiamati

da tutto il mondo, che

parlano lingue straniere,

che hanno abitudini

differenti si integrano con

le vite dei 600 residenti

della valle, vanno a

dormire nelle case della

gente, si ritrovano a

condividere gli spazi al

bar e nelle strade e poi

accade che gli artisti

accolgono gli abitanti

coinvolgendoli negli

spettacoli stessi.

Brocante sconvolge –

in modo positivo – le

abitudini.

Una relazione che ha

funzionato subito?

L’iniziale diffidenza

rispetto a un qualcosa

che non era contemplato

sta svanendo, sia perché

gli ospiti fanno girare

l’economia, sia perché

quelle giornate mettono in

moto energie positive.

C’è ancora da fare,

dovremo imparare a

pensare l’accoglienza in

modo più strutturato, ma

la strada intrapresa la

giudico positiva.

Pensando al turismo, è

però una manifestazione

d’arte di nicchia.

In quella settimana ci

sono 150 ragazzi di

decine di nazionalità

che vivono con i 600

miei concittadini, e poi

arrivano le migliaia di

spettatori.

Risultati ottimi per

le dimensioni e le

potenzialità della Val

Colvera, a cui bisogna

aggiungere che questi

numeri derivano da una

manifestazione di qualità

e che ci dà lustro.

A mio giudizio, però,

non bastano i numeri a

inquadrare un evento

che è perfettamente

integrato con l’ambiente

e il territorio e ne diventa

parte.

Gli ospiti che richiama

non sono turisti

di passaggio, che

attraversano le nostre

strade, ma sono persone

che vivono la comunità.

Portare gente a

conoscere la Valle

potrebbe aiutare

a contrastare lo

spopolamento?

La Val Colvera, rispetto

alle vallate limitrofe,

soffre meno questo

fenomeno, probabilmente

anche grazie alla

vicinanza a Maniago.

Detto questo, in questi

anni ho visto nuovi

acquirenti di case che

vengono da lontano, e

anche 3 o 4 famiglie di

tedeschi. Non credo sia

tutto merito di Brocante,

penso più a un risultato

d’insieme che coinvolge

Paesi Aperti, l’essere

bandiera arancione

del Touring Club e,

naturalmente, l’avere

Poffabro iscritto tra i

borghi più belli d’Italia.

Sono diversi modi per far

conoscere come si può

vivere in ValColvera.

Poi chi apprezza questo

stile, si avvicina.

10

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane 11


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PEDEMONTANA

PEDEMONTANA

SCONFIGGERE

L’AZZARDO

di Manuel Bertin

La ludopatia è una patologia spesso

sottovalutata, eppure incide

pesantemente sulla vita del singolo, della

famiglia e sul sistema di welfare.

È un fenomeno

sommerso, il che lo rende

ancor più pericoloso

e strisciante. Il gioco

d'azzardo patologico

impatta sugli adulti, ma

mette a rischio anche

i giovani, che grazie

al crescente accesso

all’azzardo online tramite

smartphone e tablet,

rischiano di sfuggire alle

occasioni d’aiuto.

La strada da perseguire è

quella della prevenzione,

magari adottando pratiche

innovative che aiutino a

controllare e ridurre questo

fenomeno.

Per avere una dimensione

economica del fenomeno,

basti pensare che in Friuli

si spende un miliardo di

euro all'anno nel gioco,

considerando tutte le

PAOLA BUSETTI

responsabile del Servizio

Sociale dei Comuni dell’ambito

delle Valli e Dolomiti Friulane

tipologie di gioco, dal

gratta e vinci alle lotterie, e

alle slot machine.

Considerando i giocatori,

si stima che i giocatori

problematici, sulla

popolazione totale,

rappresentino fra l'1,3%

e il 3,8%, mentre la

percentuale di giocatori

patologici è compresa tra

lo 0,5% e il 2,2%.

E a renderlo un fenomeno

ancor più odioso è la

consapevolezza che

questa patologia “si coltiva

in famiglia”: tra i giocatori

problematici, il 20% ha il

padre giocatore, più del

3% ha la madre giocatrice

e più del 10% vive in

famiglie con entrambi i

genitori giocatori. Quindi la

familiarità è un fattore che

agevola la ludopatia.

Ci può delineare il

fenomeno?

Si tratta di una patologia

in espansione, su cui

però non si hanno dati

precisi al riguardo.

La prevalenza tra la

popolazione adulta

del disturbo da gioco

d’azzardo varia dall'1 al

3% della popolazione,

dato confermato anche

nel nostro territorio, con

una maggiore diffusione

tra familiari e parenti di

giocatori.

Quello che preoccupa

maggiormente, però,

è tutta la componente

di gioco online, che

per sua natura è meno

visibile e analizzabile, e

che investe la fascia di

popolazione più giovane.

Come state agendo?

Nel 2018 abbiamo avviato

il progetto “Fuorigioco”,

che ruotava attorno alla

prevenzione del fenomeno

come strategia per

ostacolare le ludopatie.

Questo progetto si è

svolto con incontri con le

scuole, serate informative

aperte alla cittadinanza,

uno spettacolo teatrale

che racconta in modo

artistico questo fenomeno

e infine con la creazione

di un’applicazione per gli

smartphone.

Come si riesce a parlare

coi giovani di questi

temi?

Abbiamo evitato ogni

riferimento diretto

che demonizzasse il

15>19

anni

STUDENTI DEL FVG

Fonte: CNR di Pisa

50% 25% 16%

HA GIOCATO

IN BAR,

TABACCHI

O RICEVITORIE

HA GIOCATO

D'AZZARDO

ALMENO UNA

VOLTA NEGLI

ULTIMI 12 MESI

fenomeno, perché avrebbe

solo stimolato curiosità

e voglia di provare. La

nostra azione è stata

indirizzata a rendere i

giovani più forti e capaci

di affrontare le difficoltà

della vita, il fallimento, la

sconfitta lavorando sul

senso del benessere e

valorizzando ciò che fa

stare bene.

In pratica abbiamo

voluto incidere sulle

condizioni che portano

ad abbandonarsi al gioco,

anziché condannare

l’attività in sé.

E con gli adulti?

In questo caso si è entrati

nel problema, descrivendo

il fenomeno, dando

informazioni, raccontando

come si comincia e quali

HA GIOCATO

D'AZZARDO

ON LINE

sono i sintomi.

Anche con uno spettacolo

teatrale.

Questa rappresentazione,

seppure aperta al

pubblico, era anch’essa

finalizzata agli adulti a

cui si raccontava come

sia stato favorito il gioco

d’azzardo e l’apertura delle

sale da gioco, agevolando

di fatto il fenomeno.

Il progetto ha avuto

buoni risultati?

Questi sono misurabili solo

nel medio e lungo periodo.

I giovani si sono

dimostrati interessati,

forse perché abbiamo

toccato aspetti che li

riguardavano e che

sentivano vicini.

LAVINIA CORONA

sindaco di Vajont e presidente

Assemblea dei sindaci del

servizio sociale

Perché la ludopatia è un

fenomeno che riguarda

un Sindaco?

Con le ludopatie si

riscontrano situazioni

di emarginazione che

sconquassano le famiglie e

il tessuto sociale. E quando

una famiglia è devastata,

è il sistema del welfare che

deve intervenire per dare il

giusto sostegno.

Solo che in questo

circuito lo Stato dapprima

guadagna coi giochi, e

poi spende denaro per

offrire servizi per gli effetti

causati dal gioco: è una

partita di giro in cui la

pubblica amministrazione

ha sempre la peggio e i

Comuni sono quelli che

intervengono in prima

battuta.

Questa è la valutazione

di molti professionisti

che hanno a che fare

con le problematiche

connesse alle ludopatie,

che si spiegano con

difficoltà perché il gioco

d’azzardo sia ancora

promosso quando i danni

che provoca costringono

il sistema di welfare,

privato e pubblico, a

sopportare fatiche e costi

sproporzionati.

Che soluzioni avete messo

in campo?

Stiamo cercando di

ostacolare tutte le situazioni

di maggiore rischio.

Staimo approntando

ordinanze con un elenco

dei luoghi sensibili nelle

cui vicinanze non possono

essere installate sale gioco

o slot machine, oppure

che definiscono gli orari

di apertura delle sale da

gioco e del funzionamento

delle apparecchiature per il

gioco.

Lo faremo come Sindaci,

ognuno per il proprio

territorio, ma dobbiamo

trovare un accordo perché è

uno strumento efficace solo

se realizzato assieme.

Che ostacoli trova

quest’atto?

Sul principio ci troviamo tutti

sostanzialmente d’accordo,

ma ci sono due ordini di

problemi da risolvere.

Il primo è quello di evitare

possibili ricorsi al TAR che

impugnino l’ordinanza.

Il secondo è che in paesi

come i nostri, le cosiddette

“macchinette” spesso sono

la primaria fonte di reddito.

È una forma di guadagno

che è dannosa per la società

e che vogliamo ostacolare

ma, come amministratori,

non possiamo ignorare che

ci saranno conseguenze

sugli esercenti e per questo

motivo stiamo lavorando

in collaborazione con

l’ASCOM.

Prossimi QUALCHE passi? NUMERO

sindaci, stiamo lavorando

quotidianamente perché

Da In termini un lato, assoluti, nel 2020, la popolazione su questo immigrata fenomeno residente non

entreranno a Maniago è in ancora vigore numericamente si intervenga esigua a e spot, conta

due poche novità centinaia importanti: di persone le di dando nazionalità continuità straniera. ai

slot Una machine riflessione dovranno che si completa progetti considerando attivati perché il fatto

essere che Maniago dismesse rappresenta dai l’unico i risultati centro si del vedono territorio nel

locali a raggiungere pubblici una e le sale sorta di “massa tempo. critica” capace

gioco di formare dovranno vere e essere proprie comunità Questo straniere si traduce in in un

vetrate contrapposizione per far entrare alla presenza la impegno di individui costante isolati. nel

luce solare, affinché il cercare fondi, sia nei

giocatore capisca che il bandi che nel bilancio

tempo STRANIERI scorre. RESIDENTI

dei Comuni, per far

Come assemblea dei continuare quest’azione.

A MANIAGO

Il Disturbo da Gioco

d’Azzardo (DGA)

è una patologia che

rende incapaci di resistere

all’impulso di giocare

d’azzardo o fare scommesse

in denaro

14

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane 15


VAL D'ARZINO / VAL COSA

I COMUNI DELLA

MONTAGNA E I

DIPENDENTI PUBBLICI

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La carenza di personale dipendente

nei piccoli municipi sta diventando

una vera e propria piaga. In alcune zone

della nostra montagna questo disagio si

accentua e può portare a sospensione e

rinvii di alcuni servizi base che non

sempre la popolazione comprende

o è disposta a comprendere.

Pensiamo alle

necessità a cui deve

pensare un Comune

montano, anche solo di

media estensione, per

gestire e salvaguardare

il territorio. Per esempio,

il bosco negli ultimi

vent’anni è avanzato a

causa dell’abbandono

della montagna da

parte dei suoi abitanti

obbligando i Comuni,

pur di tenere pulite

pertinenze e mettere in

sicurezza alcuni terreni,

ad acquisizioni o espropri,

ad appaltare gli sfalci e

il taglio dei vecchi alberi

pericolanti. Un lavoro che

si somma all’ordinario

lavoro di manutenzione.

Un problema che si

moltiplica quando i

Comuni montani sono di

vasta estensione, magari

con diverse borgate

sparse sul territorio, in

cui il numero di operai

non è proporzionato

all’estensione.

Discorso analogo si

può fare nel trasporto

scolastico, in cui il più

delle volte sono gli stessi

operai comunali ad essere

impegnati nel percorrere,

soprattutto in montagna,

LSU

LAVORATORI

SOCIALMENTE

UTILI

distanze importanti tra

le frazioni e le borgate,

investendo molte ore nel

servizio, ma togliendole

ai lavori previsti per

la manutenzione

ordinaria. Per dare

un’idea dell’impegno

richiesto, a chi svolge

anche questo servizio

in un Comune montano

di 30 kmq, rimane

approssimativamente il

15% delle ore settimanali

per il resto dei lavori che

gli competono.

Due sigle di grande

utilità

Una risorsa determinante

per il supporto agli operai

dipendenti, soprattutto in

questi territori, è quella

costituita dai lavoratori

socialmente utili (LSU) e

dai lavoratori di pubblica

utilità (LPU).

I LSU sono persone

svantaggiate nel

mercato del lavoro, come

disoccupati, mobilitati,

cassaintegrati che

hanno la possibilità di

integrare il loro reddito

attraverso l’impiego

presso le pubbliche

LPU

LAVORATORI

DI PUBBLICA

UTILITÀ

amministrazioni.

I LPU sono, invece,

persone che non

vengono retribuite per

la loro prestazione, ma

il loro lavoro compensa

una sanzione penale

sostitutiva per dei

reati minori che hanno

commesso.

A fronte di progetti messi

in atto dalle pubbliche

amministrazioni, la

Regione sovvenziona

l’impiego di tali figure che

vengono individuate e

selezionate attraverso i

centri per l’impiego.

Tali progetti hanno la

durata di sei mesi e

prevedono un orario

di lavoro di 32 ore

settimanali.

Una figura per molti

uffici

Può capitare a volte che

l’ufficiale dell’anagrafe si

debba dividere tra altri

uffici, come protocollo

e segreteria o tributi. E

un problema ulteriore

avviene quando, ed è

il caso di molte delle

nostre realtà, l’impiegato

ricopre diversi ruoli in più

comuni dove, in alcune

circostanze, manca la

figura responsabile per un

determinato servizio. Allo

stesso modo, in questa

situazione, diventano

subito difficoltà anche le

semplici sostituzioni per

maternità, ferie o malattia.

A riprova di ciò, in una

giornata di metà agosto

a Frisanco, il municipio

è rimasto chiuso per

mancanza di personale

dipendente.

Una situazione

complicata che purtroppo

coinvolge tante realtà,

come dimostra il caso

della Valcellina, dove

parecchio personale

è andato in pensione

e innumerevoli uffici

sono rimasti scoperti,

obbligando i sindaci a

lanciare un appello per

trovare una soluzione.

Recentemente, tra l’altro,

importanti competenze

sono state ridistribuite

dall’UTI ai Comuni e ciò

ha inevitabilmente portato

ulteriori disagi e disservizi.

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane 17


VAL D'ARZINO / VAL COSA

Pochi segretari

comunali

Un altro tema molto

importante da affrontare

è quello legato alle

indispensabili figure

dei segretari comunali.

Il segretario comunale

ha un ruolo chiave e di

fondamentale importanza

per il funzionamento

di un municipio, in

quanto nei confronti

degli organi dell’ente

offre collaborazione e

assistenza in campo

giuridico e amministrativo.

Egli ha il compito di

verbalizzare e assistere

alle riunioni del Consiglio

e della Giunta comunale.

Non solo, nei Comuni in

cui mancano determinate

figure dirigenziali il

segretario può assumere

la funzione di dirigente.

In Friuli Venezia Giulia,

come in parecchie

zone d’Italia, i segretari

comunali sono sempre

meno e anche il territorio

delle valli e delle Dolomiti

friulane da questo punto

di vista è in sofferenza.

In tutta la regione sono

presenti 70 segretari

per 215 sedi comunali,

per un corretto e sereno

funzionamento della

cosa pubblica ne

mancherebbero circa

una sessantina. A breve

si andrà incontro a nuovi

pensionamenti e la

situazione diventerà pian

piano sempre più critica e

servirà un nuovo concorso

nazionale, l’ultimo risale a

IL

SEGRETARIO

COMUNALE

Focalizzando questa situazione ai

quattro Comuni della Val Cosa e Val

d’Arzino, la situazione dei segretari

comunali non è rosea.

Il Comune di Pinzano al Tagliamento

è coperto a scavalco dal segretario

impiegato presso i Comuni di

Frisanco, Tramonti di Sopra e

Tramonti di Sotto. I Comuni di

Castelnovo del Friuli e Clauzetto si

avvalgono della medesima figura

messa a disposizione dal Comune di

Roveredo in Piano.

A Vito d’Asio il segretario comunale

risulta, anche in questo caso a

scavalco, con i Comuni di Mortegliano

e Zoppola.

dieci anni fa.

Non sarà semplice, però,

perché l’iter per prendere

servizio è particolarmente

lungo e tortuoso, nella

speranza che non accada

lo stesso ritardo avuto

in passato: i vincitori del

concorso del 2009 sono

entrati in carica soltanto

nel 2016.

La situazione in Val

Cosa e in Val d’Arzino

In generale anche in Val

Cosa e in Val d’Arzino

le difficoltà per quanto

riguarda l’impiego nella

pubblica amministrazione

sono all’ordine del giorno.

Esiste, tuttavia, una

convenzione quadro

stipulata ai fini di mettere

in rete alcuni servizi, in

particolare tra i Comuni

di Clauzetto, Vito d’Asio

e Castelnovo del Friuli

per fare in modo che

la popolazione, seppur

con orario ridotto, abbia

accesso a tutti gli uffici

in ogni singolo comune

almeno un paio di giorni

alla settimana.

In particolare,

l’accordo nell’ambito

dell’Associazione

Intercomunale Val Cosa

e Val d’Arzino interessa

il servizio tecnico, quello

finanziario, tributario,

anagrafico e la segreteria.

Anche in questo territorio

oggi scarseggiano

gli operai e i grossi

problemi sono legati ai

pensionamenti recenti o

che avverranno a breve, in

particolar modo nell’area

finanziaria e tecnica.

Alcune integrazioni di

organico sono già state

fatte, altre dovranno

necessariamente

effettuarsi tramite nuovi

concorsi, ma la legge

di stabilità blocca le

assunzioni a tempo

indeterminato a una ogni

quattro dipendenti andati

in pensione. Però forse,

grazie al recente Decreto

Crescita sarà consentito ai

Comuni particolarmente

virtuosi (impegnati in

investimenti pubblici

nei settori ambiente,

edilizia scolastica o

sanitaria e infrastrutture)

e con un bilancio sano,

di aumentare il numero

di assunzioni a tempo

indeterminato.

LOREDANA GALANTE

Vicesindaco di Clauzetto

PIETRO GEROMETTA

Sindaco di Vito d’Asio

A Clauzetto nel giro di uno o due anni entrambe le figure impiegate

all’ufficio tecnico andranno in pensione, sarà quindi necessario

procedere anche qui con un concorso. Con la stessa soluzione, di

recente, è stato assunto un autista per il servizio di trasporto scolastico.

Nel servizio manutentivo anche qui sono impiegati due LSU, mentre di

fatto non ci sono operai dipendenti.

A Vito d’Asio c’è un solo operaio che si occupa anche del trasporto

scolastico, tuttavia l’aiuto di due LSU allevia un po’ le difficoltà. Vista

la richiesta di pensionamento di un tecnico comunale si è provveduto

recentemente ad assumerne uno nuovo tramite concorso. L’addetto al

servizio protocollo/segreteria andrà in pensione in aprile 2020, quello

al servizio finanziario presumibilmente a gennaio 2021, mentre

quello all’anagrafe nel 2023. Si tratta di personale assunto in seguito

al terremoto del 1976 e ora il turnover è inevitabilmente necessario.

JURI DEL TOSO

Sindaco di Castelnovo del Friuli

EMANUELE FABRIS

Sindaco di Pinzano al Tagliamento

Nel nostro Comune, un operaio andrà in pensione a dicembre e

rimarranno in due: un operaio e l’addetto al trasporto scolastico.

Ciò nonostante il resto dei servizi è coperto discretamente.

L’unica figura da assumere in breve tempo è quella addetta alla

segreteria/protocollo, ruolo che attualmente è ricoperto da una persona

impiegata tramite un’agenzia di lavoro interinale.

A breve saranno necessari almeno un operaio e un ragioniere, ma

la vera mancanza in questo territorio è quella di un agente della

polizia locale di stanza sul posto: è impensabile che per un qualsiasi

problema ci si debba rivolgere a Maniago.

18

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane


SEQUALS/TRAVESIO

SEQUALS/TRAVESIO

GIOVANI

IN CAMPO PER LA

PROTEZIONE CIVILE

di Manuel Bertin

1

5

Le operazioni di soccorso alpino con la

spiegazione del procedimento di soccorso e

degli strumenti e la dimostrazione pratica

L’emergenza terremoto,

allestendo la tendopoli che poi li

ospiterà e fungerà da campo-base

5 EMERGENZE DA

AFFRONTARE

2

La ricerca persone disperse, con la

dimostrazione delle varie tecniche

di ricerca e con l’impiego delle

unità cinofile specializzate

La messa in sicurezza delle persone e del

territorio passa anche per la formazione,

e i giovani sono un pubblico importante:

Camp Action si rivolge a loro.

Alluvioni, terremoti,

trombe d’aria. Emergenze

che si ripetono e che

necessitano di un

intervento professionale,

ma soprattutto di

una diffusa cultura di

protezione civile tra la

popolazione. A partire

dai ragazzi, quindi, che

saranno i volontari del

domani e dovranno

diventare cittadini

consapevoli e solidali.

Con questo obiettivo, nel

2014, nasce CampAction,

un campo di tre

20

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane

giorni all’aria aperta.

Una manifestazione

voluta e realizzata

grazie ai volontari

delle due squadre

Tecnico-Logistico e

Antincendio Boschivo

del Gruppo Comunale

di Protezione civile e

dell’amministrazione

comunale di Sequals.

Una squadra rodata,

che in cinque edizioni

ha saputo consolidare il

successo, raggiungendo

il limite massimo di 55

iscritti.

Dietro la parvenza di

svago, però c’è di più,

c’è la possibilità per i

ragazzi di conoscere il

lavoro, i compiti, il modo

di operare e la vita del

volontario di protezione

civile. E magari,

avvicinandosi a questo

mondo, i ragazzi saranno

capaci di maturare l’idea

di approfondire questa

esperienza e mettersi

a disposizione delle

rispettive comunità

diventando volontari di

Protezione civile.

Fare, oltre che

spiegar

Per responsabilizzare i

giovani alla prevenzione

incendi e all'aiuto nel caso di

evento sismico, atmosferico,

alluvionale o di emergenza,

il campo è strutturato per

lasciare più spazio all’agire

in prima persona che alle

spiegazioni dettagliate

delle attività.

Naturalmente, l’esperienza

non si esaurisce con

il “gioco”. Per far loro

comprendere l’importanza

della prevenzione, della

formazione e della

preparazione diventano

centrali sia il racconto

dell’esperienza personale

dei volontari che le

spiegazioni tecniche sulla

strumentazione e sul modo

di intervenire in caso di

emergenza.

Il territorio

comunale

L’organizzazione

del campo ha una

localizzazione territoriale

precisa, coincidente con il

territorio comunale.

Una scelta che, oltre

ai fattori logistici e

organizzativi, rimanda

alla struttura del

sistema di protezione

civile regionale in cui

l’articolazione è su base

comunale.

Questo però non limita

le collaborazioni e gli

scambi, anzi: nel corso

delle edizioni, i volontari

di altri tre Gruppi

comunali mandano

ragazzi e volontari a

collaborare alle giornate

in pianta stabile.

FABIANA VISENTIN

Coordinatore del Gruppo

comunale di Sequals

4 3

L’intervento per esondazione e allagamento,

con uso di pompe idrovore per svuotamento,

con allestimento area di sicurezza, telonatura,

fontanazzi, preparazione e allocamento dei

sacchetti di sabbia

Quando nasce

CampAction?

Nel 2019 si è svolta la

quinta edizione. All’inizio,

nel 2014, c’erano poco

più di una ventina di

ragazzi, che in pochi anni

sono più che raddoppiati.

Qual è l’obiettivo di

quest’appuntamento?

L'utenza è varia. La

Inizialmente si era

pensato semplicemente a

un momento comunitario

per far conoscere la

Protezione civile come

esperienza in gruppo.

Ci siamo resi conto,

però, che poteva essere

molto di più: riusciva

ad accrescere nei

partecipanti i valori

di solidarietà e di

condivisione.

In più, nel lungo termine,

ci siamo proposti di

diffondere e radicare

nella comunità la cultura

di protezione civile, sia

perché i ragazzi quando

rientrano nelle famiglie

diventano una sorta di

“testimonial”, sia perché

c’è uno scambio diretto

tra volontari e cittadini

durante i momenti del

campo che sono aperti a

tutti.

Chi può partecipare?

Il CampAction si rivolge

a ragazzi e ragazze dai

13 ai 18 anni provenienti

principalmente dalla

nostra regione. Dalla

ventina di partecipanti

nella prima edizione del

2014 siamo arrivati ai 45

L’azione di antincendio boschivo, con

l’illustrazione delle tecniche di intervento e

spegnimento e con la costruzione di una linea

di manichette, l’allestimento del vascone,

l’utilizzo di attrezzature e mezzi (motopompa,

lance, soffiatori, battifiamma…)

dello scorso anno. Alcuni

ritornano, qualcuno ha

partecipato a tutte le

edizioni, molti hanno

coinvolto gli amici e i

compagni di scuola.

Cosa si fa nei tre giorni

di campo?

I ragazzi vivono le

attività di protezione

civile e di soccorso, ma

anche l’ordinarietà del

quotidiano, occupandosi

della pulizia del

campo base, dei pasti,

devono riordinare la

mensa, collaborare

con i volontari

nell’organizzazione della

giornata.

Ci sono anche

approfondimenti

tecnici?

Ai ragazzi si danno

rudimenti delle materie

utili ad accrescere la

cultura della protezione

civile: per esempio

quest’anno c’è stato

un approfondimento

su cartografia e

orientamento con alcune

prove pratiche, e sul

rapporto con i cani

molecolari.

In generale, comunque,

ogni attività pratica

è preceduta da

una spiegazione,

introdotta da personale

specializzato, che

illustra gli aspetti

tecnici e i possibili

scenari d’emergenza e

d’intervento.

A MEZZANOTTE...

Allarme! Le squadre vengono

allertate, si svolge il briefing e

ogni squadra con precisi compiti

affronterà un’emergenza in notturna.

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane 21


ORGOGLIO OLTRECONFINE

QUALCOSA

CHE NON SAPEVO

DI AVERE

di Andrea Pegoraro

La regista e autrice Roberta Cortella

racconta le sue origini, le persone

determinanti nel suo percorso, i suoi

progetti ma parla anche di friulanità e di

Pier Paolo Pasolini, un personaggio che

l’ha influenzata ed è presente in alcuni

suoi lavori.

Da Montereale

Valcellina a Roma

attraverso i documentari.

Roberta Cortella, regista

e autrice, è l’esempio

di come si possano

raggiungere i propri sogni

partendo da un piccolo

paese. Ed anche in modo

inaspettato perché, prima

di trasferirsi nella Capitale,

aveva una borsa di studio

in friulano all’Università di

Udine.

Come hai iniziato a

realizzare i documentari?

Fare documentari è una

cosa che ti scegli. Nelle

storie tratti gli

argomenti che ti

appassionano,

c’è sempre un

coinvolgimento profondo

in ciò che fai.

Io devo ringraziare il mio

compagno, Marco Leopardi,

fotografo e regista, che

apprezzando la mia scrittura

mi ha indirizzato verso

questa forma espressiva.

Sono ancora forti le tue

radici.

Sono orgogliosa di

essere di Montereale.

Alle elementari avevo

una maestra, Rosanna

Paroni Bertoja, che ci

insegnava friulano e ci

portava a conoscere la

gente del paese. Questo

aspetto ha inciso nella mia

formazione, mi ha aiutato

ad aprirmi mentalmente.

Poi sono andata a Udine

per studiare Lingue e

Letterature straniere e mi

sono laureata in friulano

con la professoressa Piera

Rizzolati, altra persona che

mi ha dato fiducia.

Come è maturata la tua

idea di trasferirti a Roma?

Vent’anni anni fa sono

arrivata a Roma dove è

inizia la nuova avventura

professionale, un po’

per amore, un po’

per la curiosità

di cimentarmi

in altre cose. Ho

scoperto la dote

per la scrittura

scrivendo la tesi di

laurea e anche grazie a

Marco, con cui ho iniziato

a lavorare: lui girava e io

scrivevo le sceneggiature.

Ho iniziato questo mestiere

da autodidatta, poi il

percorso è continuato

con un documentario

per National Geographic,

con le prime regie,

collaborando in varie

produzioni televisive a

Roma e realizzando

diversi documentari

con alcune emittenti

spagnole.

Il tuo lavoro più

recente “Boez -

Andiamo via” è

andato in onda su

Rai3 a settembre.

È un progetto

che nasce da

una mia passione, cioè

camminare. Si tratta di un

lavoro in continuità con

La Retta Via, uscito nel

2009, in cui si racconta

il viaggio di due giovani

detenuti belgi lungo il

cammino di Santiago

de Compostela. Da

quel progetto è nata

questa docu-serie,

che è il racconto di 6

ragazzi condannati per

aver infranto la legge,

che scontano la pena

attraverso un cammino di

50 giorni.

In Boez mi sono

messa in gioco come

accompagnatrice per

capire come gestire la

situazione. Non volevo

fosse solo un prodotto

televisivo, ma prima di

tutto un progetto sociale.

Volevo che i ragazzi

si sentissero dentro la

realtà e non in un reality,

quindi li ho coinvolti nella

realizzazione del progetto.

Così, gli abbiamo dato

due cellulari abilitati solo

per le riprese e loro si

sono raccontati attraverso

foto e video senza la

nostra mediazione.

Quali sono i progetti

futuri?

Nel mio ultimo progetto

c’è un po' di Pasolini

nella ricerca di persone

ai margini della società.

È come se questo lavoro

mi avesse riportato a lui.

Sto ripassando il Pasolini

PER VEDERE LA DOCUSERIE:

www.raiplay.it/programmi/boez-andiamovia/

La troupe e il cast di Boez - Andiamo via

friulano, le sue idee,

le cose che ha scritto.

Mi piacerebbe molto

realizzare qualcosa in

Friuli legato a lui.

Ci sono caratteristiche

friulane che emergono

nella tua professione?

Pasolini parlava di

“rustica e cristiana

purezza”, che io ritrovo

in noi. Rustica perché

ha le radici piantate per

terra, purezza perché i

friulani se la tengono un

po' stretta. E anche la

modestia che da un lato

ci preserva, dall’altro ci

danneggia perché molte

volte non ci permette

di tirare fuori i talenti.

La modestia è un’arma

a doppio taglio: ci fa

lavorare con costanza,

ma se talvolta fossimo

più sfacciati non sarebbe

male.

Ci sono i consigli

professionali che puoi

dare ai ragazzi?

Di essere aperti e curiosi.

La curiosità manca un

po’ nei ragazzi. Vedo tanti

giovani che si lasciano

trascinare da quello

che gli capita nella vita.

Ogni tanto rischiare e

fidarsi dell’istinto ti porta

a scoprire dei lati di te

che non conosci. E poi è

importante cercare una

passione.

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane 23


INFORMAZIONI

DOVE TROVARE

L'ECO DELLE VALLI E

DELLE DOLOMITI

FRIULANE

MANIAGO

Comune di Maniago

Bar Serena

3Store

Bar Sorsi e Morsi

Piazza Sport

Artexx

Bottega Bio

Gekateria Dolce Freddo

Abbigliamento Colombini

Lavanderia Lavapiù

Cgil Caf

Inia Viaggi

Ottica Gortana

Pizzeria da Mario

Bar Coricama

Bar Stazione Corriere

Distrobutore OMV

Consorzio revisioni Maniago

Bar Barile

Antica Coltelleria

Ristorante Casasola

Piscina Maniago

Bottega del FOrmaggio

Edicola Venier

Mensa Zona Industriale

Tecnocollaudi Servizi

Automobilistici

Bar Bottegon

Bar Vivina

Bar Vivarina (Dandolo)

CAMPAGNA

Ai Gelsi

Poste

Studio Medico

ARBA

Farmacia

Macelleria

Alimentari

Graphistudio

Tabaccheria

VIVARO

Alimentari

Lupo Alberto

Gelindo

VAJONT

Comune di Vajont

Palestra

Farmacia

MONTEREALE

VALCELLINA

Comune di Montereale

Non solo bar

Osteria Vittoria

Tabacchi (Piazza)

Edicola (Piazza)

Macelleria

Castelu

Farmacia 3 F

Bar Scalinetti

MALNISIO

Da Borghese

SAN LEONARDO

Da Plinio

GRIZZO

Forno ALzetta

BARCIS

Comune di Barcis

Cartoleria

Panificio De Giusti

ANDREIS

Comune di Andreis

Locanda Al vecio For

Chiosco Camping

CLAUT

Comune di Claut

Supermercato

Farmacia

CIMOLAIS

Comune di Cimolais

Osteria Pian Pinedo

ERTO

Comune di Erto

Ufficio postale

Bar passo sant’Osvaldo

Bar Stella

MEDUNO

Roncadin

Bar da Laura

Bar Meridiana

TRAMONTI DI SOTTO

Bar Antica Corte

TRAMONTI DI SOPRA

Alimentari SISA

FRISANCO

Comune di Frisanco

Circolo operaio

Bar in piazza

POFFABRO

Bar in piazza

SEQUALS

Bar al cret

Edicola 4 Borghi

LESTANS

Supermercato

Bar alla Posta

SOLIMBERGO

Da Mander

TRAVESIO

Harry's Bar

Caffè (Piazza XX Settembre)

Cokki Bar (Zancan)

TOPPO

Alimentari

CASTELNUOVO

Bierkneipe (Loc. Paludea)

Trattoria (Loc. Vigna)

PINZANO

Market Da Cinzia

Bar Progresso

VALERIANO

Ristorante Don Chisciotte

Alimentari e Bar Lucco

CLAUZETTO

Bar – Alimentari Da Andrea

Edicola di Nadia Colledani

VITO D'ASIO

Ristorante L’Ortal

ABBIAMO DISTRIBUITO SUL

TERRITORIO DEGLI ESPOSITORI /

CONTENITORE, QUI DI SEGUITO LA LISTA

DEI POSTI DOVE SONO STATI LASCIATI

PER POTER TROVARE LA RIVISTA

GRATUITA DEL NOSTRO TERRITORIO

SAN FRANCESCO

Alimentari Ristorante

Da Renzo

ANDUINS

Ristorante alla Posta

CASIACCO

Bar alle Alpi

24

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane


BUONE PRATICHE

IMPRENDITORI

CHE FANNO RETE

di redazione

È

difficile vincere le sfide globali con

le sole proprie forze. Molto meglio

aggregarsi e collaborare, unendo le

forze seppure restando autonomi: è la

scommessa delle reti di impresa.

Da qualche anno si

è affacciata sul mercato

un nuovo modello

imprenditoriale: la rete

d’impresa. Si tratta di una

forma di aggregazione

che riunisce diversi

soggetti accomunati dalla

volontà di portare avanti

un progetto condiviso,

mettendo a fattor comune

le proprie peculiarità.

Questa forma di

collaborazione non è una

peculiarità del nostro

territorio, ma ben si adatta

alle caratteristiche delle

imprese che ci circondano.

Ne abbiamo parlato con

Saverio Maisto, direttore

generale del consorzio NIP.

per il

di

della

di

Consorzio

Nucleo

Industrializzazione

Provincia

Pordenone

SAVERIO MAISTO

(direttore generale

consorzio NIP)

Ci sono reti d’impresa nel

nostro territorio?

Al momento se ne sono

create due: MIKITA, che

riunisce Fox, Lionsteel,

Mercury e Tecnocut

che sono quattro

aziende del settore

coltellinaio, e poi c’è

una seconda rete legata

alla componentistica

meccanica, in cui

partecipano Meccaniche

del Mistro e BVB.

Però è un’opportunità

che sta riscuotendo un

certo interesse da parte di

altre aziende, che stanno

valutando se il modello è

adatto alla loro realtà.

Quali sono le novità che

introduce?

In realtà questo modello

non è una vera novità:

è più corretto affermare

che fornisce un quadro

normativo di riferimento

e delle opportunità di

finanziamento.

Infatti, quando lo

descrivo sottolineo

sempre l’opportunità,

in cui le aziende

restano indipendenti

ma collaborano

volontariamente su un

progetto specifico.

Il vantaggio di un

inquadramento a livello

fiscale e normativo,

in fondo, non è che

la definizione e la

professionalizzazione

di ciò che molti fanno

quotidianamente.

Si spieghi meglio

Quando un cliente

chiede una lavorazione

che l’azienda non

è in grado di fare, è

comune esternalizzare il

processo, chiedendo alle

conoscenze personali, così

da consegnare il lavoro

finito.

Ecco, la rete di impresa

in sostanza fa lo stesso:

raggruppa soggetti

diversi, ne mantiene le

diversità, ma consente di

presentarsi al cliente come

un soggetto unico capace

di realizzare il prodotto

finale anche oltre le

potenzialità del singolo.

Quali caratteristiche

servono per creare una

rete d’impresa?

Non incide la dimensione

aziendale, quello che

conta è la selezione dei

partner: gli imprenditori

devono avere fiducia

reciproca e aver voglia di

abbracciare un percorso

comune.

All’inizio, di comune

accordo si sviluppa la

strategia per realizzare

l’obiettivo, poi via via si

rafforza la collaborazione

fino a giungere addirittura

alla condivisione delle

banche dati.

Altra caratteristica

importante è la

specializzazione

produttiva, che consente

di aggregare aziende che

sanno proporre lavorazioni

peculiari e diversificate in

modo da essere attraenti

verso la clientela senza

sovrapposizioni.

Perché questo modello

funziona bene con le

nostre aziende?

Le aziende del nostro

territorio sono spesso di

piccole dimensioni, ma

hanno una fortissima

propensione al lavoro che

ci è riconosciuta anche

all’estero. L’essere così

piccoli, però è un limite

quando ci presentiamo

a livello internazionale,

mentre con la rete d’impresa

ci si può presentare agli

occhi dei potenziali clienti

come maggiormente

strutturati e attirare

commesse più complesse.

A ciò si aggiunge il fatto

che la rete d’impresa

accede a finanziamenti

ad hoc che sostengono il

marketing, che aiutano

la commercializzazione

dei prodotti in Italia e

all’estero e hanno capitolati

specifici per attrarre figure

manageriali esterne per

aprirsi a nuovi mercati o

allargarsi in nuovi settori.

Tutti grandi ostacoli per i

piccoli imprenditori.

Che ruolo ha il NIP?

La rete d’impresa nasce

dalla volontà delle

aziende, che devono voler

collaborare e che nelle

nostre realtà si conoscono

già. Il NIP crea il contesto

giusto perché si sviluppi

questo modello, ma resta

un arbitro super partes il

cui unico obiettivo è far

funzionare il modello.

26

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane


ILLUSTRI CONCITTADINI

UGO ZANNIER

VOLATORE

TESTARDO

di Caterina di Paolo

Profumi d’Autunno in Agriturismo

zucca, funghi e castagne

per un fantastico weekend enogastronomico

Al Luogo del Giulio

Agriturismo

con camere

Via Pordenone 155, MANIAGO PN

+39 0427.730444 / info@luogodelgiulio.it

www.luogodelgiulio.it

Ugo Zannier nasce nel 1913 a Clauzetto

e fin da giovanissimo ama il volo più

di ogni altra cosa. Riuscirà in una vita

brevissima a inseguire il suo sogno senza

mai arrendersi, costruendo un aliante dal

nome “Il Friuli” e decollando per primo dal

monte Valinis nel 1933.

Aereo in volo

Quella di Ugo Zannier

è la storia emozionante di

come le avversità possano

essere trasformate in

ispirazione, con il giusto

impegno; ma anche di

come il sogno di uno possa

cambiare tutti: è grazie a

Zannier se tutt’ora attorno

al monte Valinis di Meduno

vediamo uomini volanti da

tutto il mondo.

Zannier ama il volo fin

da bambino, e per questa

ragione lascia il suo Friuli:

a soli quindici anni viene

assunto nella ditta di

aeroplani Breda, a Milano,

come disegnatore. In

seguito, si sposta in Emilia

Romagna, a Pavullo,

Il battesimo con la bottiglia di spumante

e consegue il brevetto

di pilota per velivoli

senza motore. E poi un

inceppamento: Zannier,

ancora giovanissimo

(aveva diciannove anni),

vuole iscriversi al corso

per allievi sottufficiali piloti

della Regia aeronautica

ma viene riformato per

scompenso cardiaco.

Zannier però non si

abbatte e prende una

decisione: costruire un

velivolo con le proprie

mani.

Inseguendo il sogno

Per esaudire il suo desiderio

Zannier lascia il posto

sicuro alla Breda e torna

in Friuli, nel 1932. Due

persone comprendono

il suo potenziale e lo

aiutano a realizzare il

suo progetto: Benvenuto

Brovedani, ingegnere e

direttore della scuola di

disegno di Meduno, che

lo assiste tecnicamente

ed economicamente, e

l’ufficiale pilota Raffaello

Scarton, che accompagna

Ugo a lezione di volo nella

scuola di Campoformido.

Anche il Comune di

Clauzetto fa la sua parte,

concedendo a Ugo lo spazio

per realizzare il suo grande

sogno: un’aula per montare

il velivolo, che aveva

un’apertura alare di dodici

metri. Ugo ha in mente un

velivolo che conosceva: lo

Zogling, un mezzo tedesco

simile a quello con cui era

diventato pilota. Zannier

ricorda bene quell’aereo e

fa di tutto per migliorarlo,

lavorando alacremente:

nel giro di un anno,

la macchina c’è – e si

chiama “Il Friuli”. Zannier

comincia a testare l’aereo

a Sequals, per poi spostarsi

a Campoformido, dove il

La posizione del pilota

collaudo viene superato. Il

giorno fatidico è il 28 ottobre

1933: dal monte Valinis Ugo

si lancia con la macchina

che ha pensato e costruito,

sorvolando Meduno e

Cavasso e atterrando

a nord di Solimbergo.

Successivamente volerà

dal monte Quarnan. Aveva

solo vent’anni, ma una

determinazione inesauribile.

Una piccola

ricompensa

Tra il suo primo, clamoroso

volo e il 1934 un team di

Ugo Zannier

(1913-1938)

medici annulla la diagnosi

di scompenso cardiaco

che aveva impedito Ugo

di entrare nell’aeronautica,

portandolo ad avvicinarsi

al volo in un modo diverso

e unico. Così Zannier

diventa, finalmente, pilota

militare; divenuto celebre

dopo la sua missione

friulana, riesce anche a

volare nella pattuglia

acrobatica come solista.

In Spagna, durante

un’azione di guerra,

Zannier muore nel

1938: volava con il

suo comandante e

per proteggerlo da un

attacco di mitraglia è

spirato al posto suo. Ma

il giovane ha lasciato

una traccia profonda nel

Friuli che tanto amava,

aprendo la zona di

Meduno agli appassionati

di volo e dando una

lezione di intelligenza e

progettualità.

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane 29


30

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane 31


STORIE DI SPORT

STORIE DI SPORT

ROCCIA,

GHIACCIO,

ACQUA

di Gianluca Liva

Ci sono sport non convenzionali che,

spesso, associano all’esercizio fisico

la profonda connessione con il territorio

in cui vengono praticati. E i cultori che

amano abbinare sport e avventura, qui,

trovano pane per i loro denti.

SPELEOLOGIA E GROTTISMO

Ci sono approcci

diversi nell’andar per

grotte. Lo speleologo si

addentra nelle profondità

della terra con il preciso

scopo fare ricerca

scientifica, il grottista,

invece, scende nelle

cavità naturali spinto

dal desiderio di praticare

uno sport capace di

emozionare. Entrambi,

però, condividono un

profondo amore e una

grande curiosità per il

mondo sotterraneo. E una

volta capita la passione,

si può scegliere di

esplorare le grotte come

se fosse un’avventura

sportiva ed

esplorativa

oppure

“specializzarsi”

in vari rami:

fotografia

in grotta,

biospeleologia,

archeologia.

32

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane

Da decenni l’Unione

Speleologica Pordenonese

del CAI coltiva una lunga

tradizione che accoglie

sempre più appassionati

pronti a esplorare il lato

più nascosto delle Valli e

delle Dolomiti Friulane.

Una missione che prende

avvio dalla grotta di

Barcis, ossia la prima

grotta didattica d’Italia,

adatta per i principianti

che vengono guidati dal

personale esperto che

spiega loro le meraviglie

di questo affascinante

mondo.

In origine, questo antro

era accessibile come

grotta turistica

ma il continuo

passaggio

di gente ha

rovinato le

concrezioni, le

caratteristiche

«Ci muoviamo alla ricerca e

all’esplorazione di quello che

si può chiamare il “settimo

continente”, quello sotto a noi.

Chi vuole cominciare lo

portiamo in una “prima grotta”:

una cavità sicura e adatta

a prendere confidenza con

questa disciplina. Un esempio

è la grotta della vecchia diga a

Barcis: una grotta orizzontale

che può ospitare scolaresche

e gruppi di persone.»

GIORGIO FORNASIER

USP del CAI

Gianpaolo Pessina - USP Cai PN - 2017

formazioni che si possono

ammirare nelle cavità

rocciose. Per questo

motivo si è deciso di

trasformarla in una grotta

didattica, un luogo ideale

in cui far capire alle

persone quanto ricco sia il

mondo sotterraneo.

Qui i novizi grottisti

possono prendere

dimestichezza con le

correnti d’aria e con

l’umidità, toccare la roccia

e osservare forme di vita

uniche, studiare i fossili e

visitare gli antri che una

volta erano la casa dei

pipistrelli.

Il secondo passo, una

volta presa confidenza

con i primi rudimenti

di avvicinamento alla

speleologia, saranno i

corsi per preparare i futuri

grottisti a entrare nelle

grotte verticali, quelle

che discendono nelle

MA È VERO CHE NELLE GROTTE

PROFONDE MANCA L’ARIA?

«Nemmeno per sogno! Di aria ce n’è in abbondanza.

Così come l’acqua penetra nei meandri più difficili

della roccia, anche l’aria pervade l’ambiente.

Si tratta di una preoccupazione infondata»,

parola di Giorgio Fornasier.

profondità della terra.

Le grotte, infatti,

possono svilupparsi

sia in orizzontale che

in verticale. Le grotte

verticali sono anche dette

pozzi o abissi, nel caso

siano particolarmente

profonde. Sono queste

le grotte che avvicinano

sempre più appassionati,

pronti ad affrontare una

“arrampicata al contrario”,

come nel caso del Bus de

la Lum (Buco della luce),

una grotta carsica nel

territorio del comune di

Caneva, o del maestoso

e complicato complesso

delle Grotte di Pradis, uno

dei luoghi più suggestivi

e che propongono nuove

sfide ancora oggi.

Rispetto all’arrampicata in

montagna, le tecniche per

scendere e risalire sono

differenti, con l’utilizzo

della sola corda, poiché

in una grotta non ci si

può fidare della roccia

e si procede sospesi,

stendendo le corde

dall’alto senza far sì che si

sfreghino sulla roccia

TORRENTISMO / CANYONING

Il canyoning è uno sport

che unisce l’amore per

la roccia, per l’acqua

e per l’avventura. Si

pratica scendendo nelle

forre: profonde gole tra

le cui pareti scorre un

corso d’acqua. Si segue

il percorso del torrente e

AMRIT

Amrit è danese ma da 11

anni gestisce, assieme

alla sua compagna

Gatita, l’albergo diffuso

di Clauzetto, Vito d’Asio

e Tramonti. Quando

ha conosciuto la

possibilità di praticare

il torrentismo grazie

ALPINISMO E ARRAMPICATA SPORTIVA

ICE CLIMBING

Non è detto che le

scalate avvengano solo

su roccia. Una delle

varianti più avventurose

dell’alpinismo è

l’arrampicata su ghiaccio.

Si tratta di una disciplina

per pochi e consiste in un

mix di tempismo, calcolo

e bravura tecnica.

Ne abbiamo parlato con

la guida alpina

Riccardo Del Fabbro.

si superano gli ostacoli

come, per esempio,

piccole cascate.

Nel nostro territorio, il

torrentismo gode di ottima

fama e di moltissime

possibilità per chiunque.

Tutta l’area di Claut,

Cimolais e della Val

alle guide alpine del CAI,

ha deciso di far nascere

4lander canyoning, per

organizzare e diffondere

sempre più questa

disciplina.

Un danese in Friuli. Cosa

ti ha portato qui?

«Ho 62 anni ed ero partito

dalla Danimarca quando

ne avevo 16. Ho viaggiato

tantissimo ma quando

sono giunto nella valle di

Pradis ho capito che quello

era il posto. È stata una

sensazione netta e definita:

qua mi sarei fermato.

GIUSEPPE GIORDANI

Guida alpina Cai

L’alpinismo è una

pratica finalizzata a

RICCARDO DEL FABBRO

Guida alpina

In cosa consiste

l’arrampicata su ghiaccio?

«È una pratica alpinistica

che si svolge in inverno.

Serve una cascata che,

Zemola sono ricchissime

di forre note a livello

internazionale. È un modo

diverso di avvicinarsi

alla montagna, adatto a

chi vuole immergersi in

ambienti dalla bellezza

quasi disarmante.

Tra boschi e torrenti…

In Friuli c’è una

concentrazione di forre

tra le più alte d’Europa.

Di solito esploriamo il

torrente Cosa, adatto a

partire dagli otto anni

d’età. È meraviglioso.

Poi ci sono anche altre

forre, ben più difficili,

adatte a chi ha una

preparazione alpinistica.

Il torrentismo è una

disciplina perfetta per chi

vuole entrare per davvero

nel cuore della montagna

e della natura.

superare le difficoltà

che si incontrano

lungo la scalata della

parete rocciosa di un

monte fino, di solito,

a giungere alla cima.

L’arrampicata sportiva,

invece, si pratica in

luoghi accessibili, pratici,

di brevi dislivello e

lunghezza e con percorsi

ben attrezzati e protetti»,

chiarisce.

con il gelo, si è ghiacciata

e ci si arrampica fino in

cima, utilizzando picozze e

ramponi».

Quali sono i luoghi in cui

è più facile trovare queste

“pareti provvisorie”?

«Ci sono tantissimi punti

e l’unica discriminante

è l’andamento delle

temperature. Con il

riscaldamento globale

bisogna spingersi sempre

più in alto per trovare le

cascate ghiacciate e non

Difficile parlare di

arrampicata in termini

generici. È preferibile

distinguere tra l’arrampicata

sportiva e il vero e proprio

alpinismo. Per praticare

l’arrampicata sportiva ci

sono molte “palestre”: pareti

attrezzate con gli elementi

di sicurezza già ancorati

alla roccia. L’arrampicata

sportiva si può svolgere

in località Ponte Compol,

vicino a Cimolais, che

correre il rischio che ci sia un

crollo. La Val Cimoliana ha

la fortuna di avere cascate

anche in alta quota e questo

permette di avere ancora la

possibilità di scalarle quando

si ghiacciano».

Quante persone la

praticano?

«È senza dubbio una

disciplina di nicchia.

L’ambiente è ostile, freddo,

e deve piacere quella

che in gergo si definisce

arrampicata aleatoria che

presenta anche itinerari

molto facili e adatti alla

didattica, mentre a Ponte

Gotte o nei pressi del Rifugio

Pordenone si trovano altre

pareti un po’ più tecniche,

adatte a chi ha già un po’ di

pratica.

- tradotto - è l’arrampicata

dove tutto può succedere. Il

fascino, però, è indubitabile.

Le cascate restano

ghiacciate per pochi giorni.

Trovarle e scalarle è una

sfida unica per chi ama

cogliere l’attimo».

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane 33


PREVENZIONE

SPORT

ESTREMI

SENZA RISCHI

di Gianluca Liva

Il fascino di montagne, grotte, cascate

ghiacciate e torrenti è innegabile.

L’immersione nell’ambiente naturale,

però, non è priva di rischi.

Prima di lanciarsi alla

conquista di una cima o

calarsi nelle profondità

del suolo, è bene seguire

alcuni consigli per evitare

di trovarsi in situazioni

che potrebbero mettere a

repentaglio l’incolumità.

La natura non deve

essere considerata

esclusivamente come una

fonte di pericoli. Tuttavia,

è sempre bene tenere

presente che ci si trova in

ambienti particolari e che

bisogna seguire le giuste

indicazioni per praticare

in sicurezza anche le

discipline sportive più

particolari.

CARLO FACHIN

(Responsabile Medicina

dello Sport dell’Azienda per

l'Assistenza Sanitaria 5 "Friuli

Occidentale", specialista in

Medicina sportiva.)

Come approcciarsi

agli sport “non

convenzionali”?

Queste discipline

si svolgono

necessariamente in un

ambiente considerato

“ostile” per l'essere

umano. Di conseguenza

bisogna provvedere a

una buona preparazione

che le varie scuole delle

sezioni del CAI (Club

Alpino Italiano) – diffuse

su tutto il territorio

nazionale – possono

offrire. Si tratta di corsi

organizzati con istruttori

di livello.

A riprova dell’importanza

fondamentale di questa

preparazione preliminare

ci sono le statistiche sugli

incidenti che avvengono

in montagna: solo una

minima parte riguarda i

tesserati CAI. Le scuole

forniscono preparazione

e cultura necessarie per

avere la consapevolezza

dello sport che si sta per

praticare.

La visita medicosportiva

è necessaria?

Le visite sportive - in

base al decreto-legge

158/2012

- riguardano i tesserati e

le tesserate a federazioni

sportive nazionali.

Il decreto prevede

che, in base all’attività

agonistica o meno, su

richiesta del presidente

della società siano

eseguiti accertamenti

medici di varia natura.

Il mio consiglio, in ogni

caso, è di parlarne con il

proprio medico di fiducia

prima di intraprendere

tali attività.

È bene seguire un regime

alimentare specifico?

Alimentazione e

idratazione vanno

valutate da caso a caso

e non è bene proporre

un programma generale,

valido per chiunque.

La dieta deve essere

adeguata alle singole

esigenze e all’intensità di

attività che si svolge.

Preparazione fisica

e mentale, corretta

alimentazione. Manca

altro?

Julius Kugi, grande

alpinista del secolo

scorso, asseriva che la

montagna non ha pietà

dei male equipaggiati

e dei male allenati. Un

buon equipaggiamento

e la giusta preparazione

sono due condizioni

essenziali assieme

alla prudenza, alla

conoscenza, alla

valutazione, a una

buona dose di umiltà e,

soprattutto, all’amore per

la natura che ci consente

di tornare a casa.

Figura in bronzo di Julius Kugi

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane 35


TIPICO

ROSA O ROSSA,

È STAGIONE

DI CIPOLLA

di Elena Tomat

Di colore rosso a Cavasso, più rosata a

Castelnovo del Friuli, quest’ortaggio

in apparenza banale sta conoscendo una

vera riscoperta, dopo decenni in cui la sua

coltivazione era stata abbandonata.

6 USCITE/ANNO

Nei campi della

Pedemontana pordenonese,

il finire dell’estate è un

momento importante,

perché si raccoglie e si

intreccia la cipolla. Un

tempo considerata

alimento povero ma

che oggi rivive una

nuova giovinezza,

merito anche del suo

inserimento tra i presidi

Slow Food con il nome di

“Cipolla di Cavasso e della

Val Cosa”. Fino agli anni

Cinquanta, infatti, essa era

uno dei prodotti su cui si

fondava l’economia agricola

locale e rappresentava

un’importante fonte di

sostentamento per le

famiglie contadine, oggi

abbiamo scoperto che

è anche un prodotto di

eccellenza.

Il documentario:

“Cipolla rossa

di Cavasso Nuovo tra

storia, tradizione e

gusto”, realizzato dal

regista Christian Canderan

è un modo intenso per

raccontare la storia della

cipolla e delle donne che in

passato la coltivavano

e vendevano.

La cipolla rossa di

Cavasso Nuovo

Le sementi erano state

tramandate con cura

dalle donne del paese,

che fino al secondo

dopoguerra avevano

portato avanti questa

coltivazione, andando

anche a vendere i preziosi

bulbi in giro per

la regione.

Le stesse

utilizzate dagli

agricoltori

che hanno

ricominciato

a puntare su questa

storica varietà, riuniti in

Associazione e hanno

aderito al disciplinare

Slow Food, che si fonda

sulla conservazione

della biodiversità e delle

antiche tradizioni.

Oggi i produttori ufficiali

sono quindici, per un

raccolto di 120 quintali

di cipolla all’anno: un bel

risultato rispetto ai dieci

quintali di un decennio

fa, e se si considerano

poi i terreni coltivati

dalle persone del luogo

per autoconsumo, il

quantitativo totale è

anche maggiore.

Il disciplinare di

produzione prevede che

la coltivazione segua

il metodo di un tempo:

senza utilizzo di sostanze

chimiche e rispettando

la rotazione colturale

(dopo un anno la

cipolla rossa

deve essere

spostata per

lasciar riposare

il terreno).

«Vent’anni fa non era ancora

famosa, era semplicemente

la cipolla che si piantava

ogni anno nell’orto.

Poi, grazie alle ricerche

effettuate dall’Università

degli studi di Udine,

è risultato un prodotto

di eccellenza.»

La cipolla rosa della

Val Cosa

Come la cipolla rossa,

anche quella rosa è un

ortaggio stagionale, che

finisce subito essendo

prodotta in piccole

quantità: si può trovare

da agosto a novembredicembre

anche in fiere e

mercati locali di prodotti

enogastronomici.

Lato produzione, si

muove sulla stessa

linea anche

l’associazione

culturale

Rivindicules,

impegnata

nella conservazione e

valorizzazione dei prodotti

agricoli locali, tra cui la

cipolla rosa della Val Cosa.

Infatti, i produttori

che fanno capo

all’associazione, ora

estesi anche alla Val

d’Arzino, seguono un

proprio disciplinare con

un metodo di coltivazione

‘naturale’: letame di

pecora e stallatico,

sovesci, pacciamatura

con la paglia e

niente chimica.

«La cipolla della Val Cosa

è molto dolce, ha il 10% di

zucchero. Ho recuperato io

il seme quarant’anni fa; poi

ho cominciato a distribuire

le piantine agli amici con

l’intento di diffondere il più

possibile questa varietà sul

territorio; infine ho fondato

l’associazione.»

Fotografie di malga Pian Pagnon: di F. Galifi,

tratte dal libro “Vivere in malga”

MICHELA SPIGOLON

Presidente dell’Associazione produttori cipolla rossa

di Cavasso Nuovo.

GIANNINO COZZI

Presidente dell’associazione culturale Rivindicules

di Castelnovo del Friuli

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane 37


TIPICO

UNA CIPOLLA

DOLCE

E DELICATA

di Elena Tomat

Intervista a Daniele Corte, gestore

della Trattoria “Ai Cacciatori”

di Cavasso Nuovo

DANIELE CORTE

Daniele Corte e

Angelina Zecchini sono

stati i primi a utilizzare

e promuovere la cipolla

rossa di Cavasso Nuovo

nella loro Trattoria “Ai

Cacciatori”.

Quali sono le

principali proprietà

di questa varietà di

cipolla?

La cipolla rossa di

Cavasso possiede delle

proprietà particolari: è

diuretica, depurativa e

anche particolarmente

digeribile.

È caratterizzata alla vista

dal suo colore rosso con

screziature violacee.

In cosa si differenzia

dalla comune

cipolla?

Oltre alla sua naturalità,

rispetto alle cipolle che

troviamo al supermercato

ha un gusto più dolce

e delicato e una

consistenza corposa e

croccante, che consente

di accorciare leggermente

i tempi di cottura (anche

per mantenerne intatte

tutte le proprietà).

Inoltre, è un prodotto

strettamente legato

al territorio: infatti

l’ambiente, la

posizione geografica

e le caratteristiche

morfologiche e climatiche

di Cavasso Nuovo sono

ideali per la coltivazione

di questo tipo di cipolla,

che non crescerebbe con

le stesse caratteristiche

altrove.

Con quali cibi si

sposa meglio?

Si può mangiare sia

cotta che cruda oppure

trasformata in marmellate

e composte.

Può essere impiegata per

gli usi tradizionali della

cipolla, ma si gusta al

meglio con le insalate,

le carni importanti, i

formaggi stagionati e

nella preparazione di

antipasti sfiziosi.

Ci suggerisce un

abbinamento del

territorio?

La cipolla rossa è da

sempre usata in paese

per l’integrazione

alimentare delle famiglie,

in accompagnamento

a piatti poveri come le

verdure dell’orto, le patate

e i fagioli.

In inverno non può

mancare una fumante

zuppa di cipolla. Una

ricetta che unisce questo

ortaggio ad altri due

prodotti tipici della zona

è quella degli gnocchi

di patate con Formai tal

cit, cipolla rossa e pitina

croccante.

In che periodo

la si può trovare

in menu nei

ristoranti che

la utilizzano?

La raccolta delle cipolle

avviene fra la fine di

agosto e gli inizi di

settembre. In generale,

se il raccolto è stato

buono, si può trovare

fino a febbraio/marzo,

in quanto ha anche

delle buone proprietà di

conservazione.

38

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane

LA TRECCIA

DI CIPOLLA

La vendita della cipolla

rossa di Cavasso, secondo

il disciplinare di produzione

seguito dall’omonima

Associazione di produttori,

è ammessa solo in treccia

(in friulano riesti), come

veniva fatto dalle donne

di un tempo. Intrecciarla

serviva a trasportarla più

facilmente – a piedi, in

bicicletta con la gerla o sui

carretti – e a mantenerla

più a lungo: appese al buio,

le cipolle non accumulano

umidità, evitando di

germogliare e marcire. A

fornire la materia prima

per le trecce è la zona del

Gorgon a Cavasso, dove

cresce l’erba di palude (il

palut) usata per legare tra

loro i bulbi.


ESPLORANDO LE VALLI

ESPLORANDO LE VALLI

TESSERE

D’AUTORE

di Andrea Pegoraro

Nel nostro territorio ci sono molte opere

musive. Il visitatore ha l’imbarazzo

della scelta perché può scegliere tra vari

tipi di rappresentazioni, tra quelle che

ricordano le usanze friulane e quelle che

si rifanno alla tradizione religiosa, in una

combinazione di passato e presente.

Opere antiche e

moderne, che ricordano

la tradizione friulana e

la religione ma anche

personaggi importanti

come Primo Carnera.

Stiamo parlando dei

mosaici, una forma d’arte

molto diffusa in regione

e una delle espressioni

caratteristiche del nostro

territorio. Così vale anche

per i comuni delle Valli e

delle Dolomiti Friulane.

Ecco un itinerario per

turisti e appassionati

che propone alcuni

componimenti artistici da

visitare.

SEQUALS

Il paese di Gian Domenico

Facchina, che del mosaico

è il padre moderno. Va da

Primo Carnera - Igor Marziali

40

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane

CLAUZETTO

Splendidi esempi musivi

sono visibili anche sul

balconeBalcone del

Friuli, così chiamato per

i fantastici panorami che

si possono ammirare

salendo i 98 scalini della

Chiesa di San Giacomo.

Un paese immerso nella

natura, protagonista

raffigurata sul fascione

musivo che si trova nella

facciata principale della

casa di riposo.

L’opera è piuttosto

sé che è uno dei paesi con

più testimonianze musive,

lascito di una tradizione

recente, realizzata nel

1988 dal laboratorio

milanese Fabricini, e

permette al visitatore di

viaggiare nel passato

attraverso scene di vita

della comunità montana

del Friuli occidentale. La

composizione consente,

infatti, di essere goduta su

vari livelli e personaggi,

in particolare la famiglia

di emigranti che ritorna

nella terra di origine per

costruire la propria casa.

artigiana di lungo periodo.

Una tappa fondamentale

è il monumento agli

emigranti che si trova

sulla rotonda che smista

il traffico verso Maniago e

Lestans.

L’opera balza

immediatamente

agli occhi per la sua

imponenza. Occupa infatti

uno spazio di otto metri

d’altezza e sei di diametro.

È una vela gonfiata dal

vento, ideata per essere

un’allegoria dell’emigrante

friulano che ha

attraversato il mare e

portato oltreoceano la

sua arte e il suo mestiere.

La scultura è stata

progettata e realizzata da

vari artisti, tra cui Rino

Pastorutti, Piergiorgio

Patrizio, Fernando Di

Floriano, Luciano Rui,

Nino Bergamasco,

Mario Carnera e Ivanoe

Zavagno. Interessante

il gioco cromatico che

presenta una base bianca

striata da lunghe strisce

azzurre, blu e verdi,

intervallate da segni

arancioni, gialli e rossi.

Entrando in paese, si può

ammirare il mosaico su

Primo Carnera realizzato

da Igor Marziali all’interno

della villa intitolata al

pugile friulano. La figura

del Gigante Buono esce

dai confini della cornice e

diventa più reale. L’artista

ha infatti voluto ricordare

la sua straordinaria

fisicità, la sua eccezionale

forza e la voglia di

stravolgere un destino

prefissato, affrancandosi

da una povertà che nelle

nostre terre sembrava

ordinaria.

Un esempio di dialogo

con lo spazio aperto è

il disco bidimensionale

a due facce di fronte

al Municipio. L’opera

è stata realizzata da

Giulio Candussio e dai

Ingresso casa di riposo di Clauzetto

mosaicisti della Scuola

di Spilimbergo. Il tondo

musivo è peculiare

soprattutto nella parte

rivolta al palazzo

comunale che dà una

sensazione di spessore

tridimensionale.

Per concludere la visita a

Sequals, gli appassionati

di arte sacra non potranno

mancare una sosta nella

Chiesa di Sant’ Andrea

Apostolo, nella quale

hanno lavorato numerosi

mosaicisti.

Tra questi Gino Avon,

che ha raffigurato le

stazioni della Via Crucis

su fondo oro. È un’opera

che trasmette una varietà

di emozioni e sentimenti

perché le figure e le

narrazioni sono aderenti

alla realtà e l’impianto

musivo è impreziosito da

un vivace gioco di colori e

da una certa luminosità.

ERTO E CASSO

Il nostro itinerario musivo

prosegue con le tradizioni

di Erto e Casso che

rimandano a una serie

di riti in cui si mescolano

sacro e profano e che

rendono questi due paesi

molto particolari nel

panorama del territorio

pordenonese.

In questo contesto, nella

Chiesa di Stortan si può

SPILIMBERGO

Per concludere, la

tappa finale non può

che essere la Città del

Mosaico, dove ha sede

l’omonima Scuola. Sono

molte le opere presenti

e diventa difficile fare

una selezione, ma ne

ricordiamo alcune.

Insolito per la

collocazione è il mosaico

a forma romboidale posto

sulla parete laterale della

Chiesa di San Giuseppe

e Pantaleone Martiri.

L’opera è stata prodotta

nel 1999 e risalta molto

per le croci e le sfere che

decorano una scacchiera

ammirare un pannello

musivo dedicato a San

Bartolomeo apostolo,

realizzato da Pietro

Martinelli in smalto

policromo. L’apostolo è al

centro della composizione,

mentre sullo sfondo c’è un

paesaggio montano che

fa pensare alla geografia

del posto, ma anche al

disastro del Vajont.

di aree sovrapposte. I

colori hanno una grande

enfasi e conferiscono una

certa espressività alla

superficie musiva. Inoltre,

una serie di iscrizioni

in latino collocano la

composizione nell’ambito

della devozione mariana

e del Rosario.

Da lì, ci si sposta nel

Duomo di origine

gotica, che spicca per

la sua forma snella e

lanciata. La cripta offre al

visitatore una splendida

pavimentazione di

mosaici del XIII secolo,

quindi precedente

Campanile della

Chiesa Parrocchiale

di San Bartolomeo

Apostolo

di Erto

all’innovazione tecnica

apportata da Gian

Domenico Facchina,

caratterizzata da tessere

chiare e croci stilizzate.

Prima di uscire, uno

sguardo si deve posare

sul confine tra il vano di

servizio e la cappella che

contiene il sarcofago di

Walterpertoldo, nobile

spilimberghese, è segnato

da una lunga iscrizione

composta da lettere a

mosaico.

Dal Duomo si può visitare

il tempietto neoclassico

dedicato ai caduti della

Prima guerra mondiale.

Sulla parete di fondo si

nota un prezioso mosaico

realizzato nel 1930 da

Gino Avon, composto da

una donna, un ragazzino

e dietro una vittoria

alata. La composizione

è notevole e fa emergere

il sacrificio di chi ha

perso la vita per donare

agli altri un mondo

diverso. È un’opera

che merita attenzione

perché le tessere sono

perfettamente sagomate e

le figure sono molto reali.

Per respirare un po' di

modernità bisogna andare

a Corte Europa, un tempo

Caserma Bevilacqua e

oggi centro produttivo e

direzionale. La struttura,

inaugurata nel 2001,

ospita un obelisco alto

otto metri realizzato da

Giulio Candussio. La

colonna è tripartita e

al centro è raffigurata

una fascia in smalto

policromo con i nomi dei

Paesi dell’Unione europea.

Qui il mosaico è in stretto

rapporto con lo spazio

architettonico, l’impatto

è forte perché davanti al

monolite ci sono ventisei

intersezioni musive

che impreziosiscono

altrettanti pilastri.

La Scuola Mosaicisti è

la sosta conclusiva di

questo ideale percorso

tra i mosaici. Essa

offre ai suoi visitatori il

privilegio di passeggiare

su 2.700 metri quadrati

di pavimento musivo e

di apprezzare più di 400

opere.

Si può parlare

tranquillamente di

una galleria d’arte in

continuo mutamento tra

composizioni bizantine,

romane e moderne, ma

anche modelli di artisti

contemporanei di fama

internazionale. A questo

proposito occorre citare

l’omaggio alla pittrice

indigena australiana Judy

Watson Napangardi che

ha realizzato un mosaico

multicromatico dedicato

all’arte tribale e alla

cultura aborigena.

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane 41


ENDEMISMI

PAESAGGI CHE

CAMBIANO

di Andrea Vendramin

L

’evoluzione del territorio friulano

ha avuto due direzioni differenti,

praticamente opposte, tra la pianura e le

zone montane. Entrambe hanno prodotto

nuovi equilibri in natura.

All’epoca dei Romani

sulla nostra pianura

era presente la Silva

Lupanica, una vastissima

foresta confinante con le

altre foreste venete che

ricopriva interamente il

nostro territorio da est a

ovest.

Con il passare dei secoli

il territorio ha subito

modificazioni radicali a

causa dello sfruttamento

per il legname e

all’esigenza di ottenere

sempre più zone coltivate

per far fronte alla crescita

della popolazione.

All’inizio del 1900, le

bonifiche della Bassa

Pianura Friulana hanno

contribuito ulteriormente

alla riduzione del bosco

che ormai occupa

appena un’area di circa

500 ettari nei comuni di

Muzzana del Turgnano,

Carlino, Castions di

Strada, Terzo di Aquileia

e Aquileia.

Le autostrade

naturali

Ci sono alcune aree,

anche nella nostra

pianura, che resistono a

questa evoluzione, ossia

i corsi d’acqua: corridoi

ecologici fondamentali

che permettono gli

spostamenti della

fauna. I principali sono

il Cellina, il Meduna, il

Tagliamento, il Torre, il

Natisone e l’Isonzo.

Gli animali, sfruttando

questi spazi seminaturali,

percorrono da nord a

sud la nostra pianura

spostandosi alla ricerca

di nuovi territori da

colonizzare.

Nonostante siano

spesso minacciate

nella loro naturalità da

un’agricoltura intensiva,

risultano essere aree

importantissime

dal punto di vista

naturalistico, in molti

casi protette. Non è un

caso che il primo branco

di lupi friulano si sia

stanziato proprio nelle

aree comprese tra Cellina

e Tagliamento.

Fiume Tagliamento dal Monte Ragogna - Andrea Vendramin

Borgo abbandonato di Palcoda (Tramonti di Sotto)

Andrea Vendramin - Il Villaggio Degli Orsi

Arriva il bosco, addio

al prato

In montagna si è

verificato il fenomeno

inverso. Le aree

abbandonate sono

andate incontro in breve

tempo al riappropriarsi

del bosco, gli alberi

e i cespugli hanno

riconquistato terreni,

arrivando certe volte

a nascondere quasi

completamente le

abitazioni abbandonate

e i ricordi di chi ci viveva.

Le attività di sfalcio, un

tempo eseguite dalle

famiglie che vivevano

in quota, si sono

drasticamente ridotte e i

pascoli che ricoprivano le

nostre montagne e colline

sono in alcune zone solo

un ricordo, sostituite da

estese aree boscate.

Molti animali che in esso

vivono hanno trovato

le condizioni ideali per

riprodursi e trovare

nutrimento.

Gli spazi lasciati liberi

dall’uomo sono stati

occupati da ungulati,

uccelli, rettili e anfibi e

molti altri. Pensiamo al

cervo, animale con un

trend in netta crescita,

che si sta ora affacciando

anche all’alta pianura

per trovare territori in

cui vivere, molte volte

occupando proprio le

aree lungo le aste fluviali.

D’altro canto, animali

come il capriolo, la lepre

o il gallo forcello possono

soffrire l’eccessiva

chiusura dei prati e

pascoli.

Parola d’ordine:

equilibrio

Analizzare questa

situazione è utile

perché ci insegna che

in tutto è necessario

un certo equilibrio e

l’uomo agendo con

coscienza può avere

un ruolo fondamentale

nel mantenerlo, dando

armonia al territorio,

intervallando con

sapienza boschi e

pascoli.

Maggiore diversità

ambientale si traduce

quasi automaticamente

in maggior diversità

animale e questa

constatazione dovrà

guidare le politiche di

sviluppo futuro.

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane 43


VICINI DI CASA

IL RITORNO

DEL LUPO

di Andrea Vendramin

Animali emblematici, misteriosi e in grado di

risvegliare nelle persone emozioni positive

o negative. Sono i grandi carnivori e tra questi

il lupo, ritornato protagonista dei nostri

boschi.

Preiscriviti entro il 15 NOVEMBRE!

I grandi carnivori sono

spesso stati considerati

animali nocivi a causa

degli attacchi agli animali

domestici e in passato

cacciati fino a portarli

molto vicini all’estinzione

in gran parte dell’Italia.

Tra questi, il lupo è quello

che più di tutti suscita

ammirazione, e al tempo

stesso paura.

Protagonista delle

storie che i nostri

genitori utilizzavano

per spaventarci da

bambini, abbiamo nel

nostro subconscio una

paura atavica per questo

animale, ma come

spesso accade è la scarsa

conoscenza che fa da base

a queste credenze.

In cima alla catena

alimentare

Il lupo è un animale

sociale, vive in branco

dove solo il maschio e la

femmina dominanti si

riproducono.

I cuccioli nascono nel

mese di maggio e quando

hanno circa un anno e

mezzo di età vanno in

dispersione alla ricerca

di nuovi territori da

colonizzare per creare un

proprio branco.

Questa grande capacità

di movimento, anche

centinaia di chilometri,

insieme alla maggiore

disponibilità di prede,

ha permesso al lupo di

riconquistare l’intera

Querco-carpineto planiziale Bassa Pianura friulana

Marco Pascolino - ForEst Studio Naturalistico

2018: Cuccioli lupo - Alta Pianura Pordenonese

Andrea Vendramin - UNIUD e Il Villaggio Degli Orsi

penisola italiana e

l’Europa, ritornando in

luoghi in cui un tempo era

ben presente.

Carnivoro opportunista,

preda principalmente

ungulati selvatici, ma

se possibile si alimenta

anche con bestiame

domestico. Pecore, asini

e giovani bovini, se non

correttamente difesi,

rappresentano infatti una

risorsa più facilmente

accessibile rispetto a un

cervo o a un cinghiale.

Spesso, però si sottovaluta

che il lupo è una specie

esigente e la sua

presenza indica un’alta

qualità ambientale con

buone popolazioni di

ungulati e caratteristiche

vegetazionali adatte.

Poiché concentra gli sforzi

di caccia su esemplari

giovani o vecchi o malati,

e soprattutto in specie

di grandi dimensioni,

la presenza di questo

carnivoro contribuisce

a migliorare la qualità

delle popolazioni. Così,

proteggere il lupo significa

proteggere l’ambiente in

cui vive e di conseguenza

anche gli altri organismi

che convivono sullo stesso

habitat.

Cibo e pace

I nostri antenati hanno

cercato con ogni mezzo

di eradicare il lupo

dalle nostre montagne.

riuscendoci. Arrivati

molto vicini alla soglia

dell’estinzione, i lupi

in Italia sono riusciti a

sopravvivere in circa

100 individui in gruppi

isolati tra di loro lungo

gli Appennini, fino a

quando, negli anni ’70, è

stata riconosciuta la loro

importanza per l’equilibrio

degli ecosistemi. Ne sono

conseguite, così, diverse

leggi per la loro protezione

integrale.

La maggiore protezione,

unita al fatto che dal

secondo Dopoguerra in

poi si è assistito a un

progressivo abbandono

della montagna, ha

portato alla crescita

numerica di questo

grande carnivoro.

L’espansione di areale

degli ungulati selvatici e

la loro maggiore presenza

hanno contribuito

all’espansione dei lupi, che

oggi hanno a disposizione

molte potenziali prede.

Inoltre, nelle zone isolate

che si sono create, i

lupi possono svolgere le

normali attività sociali

del branco, si possono

rifugiare e crescere i

cuccioli nei primi mesi di

vita.

Convivenza futura

Al momento in regione

è presente un solo

branco (Alta Pianura

pordenonese; 6 cuccioli

nati nel 2018, di cui 3

morti per investimento

nei

mesi

successivi.

Nel 2019 sono nati

4 cuccioli) e a cui si

aggiungono diverse

coppie stabili o individui

vaganti sul territorio, ma

è facile prevedere che nei

prossimi anni il numero di

esemplari aumenterà.

Nonostante sia un

animale estremamente

schivo, e nei rari casi in

cui incontra le persone

scappa, il ritorno del

lupo porta anche alcune

problematiche, in primis

con l’allevamento di

animali domestici.

Durante la sua assenza,

durata oltre un secolo,

gli allevatori hanno

sviluppato le loro

attività senza doversi

preoccupare della

presenza di questo

animale. La sfida

odierna, invece, consiste

nell’attuare una corretta

convivenza con questo

formidabile predatore,

capire come difendere

al meglio il bestiame

dagli attacchi e come

valorizzare questa nuova

presenza che arricchisce

tutto il territorio.

FALSI MITI

Molte notizie errate

girano attorno a questi

predatori, in primis che

siano stati reintrodotti.

È falso, e senza alcuna

prova a testimonianza,

mentre è facile capire

come l’espansione sia

un fenomeno naturale,

prevedibile e previsto.

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane 45


IN MONTAGNA

ANELLO

DI PINZANO

AL TAGLIAMENTO

di Roberto Prinzivalli, Amministratore di I love Friuli

Quota massima:

367 mt SLM

Dislivello:

400 mt

Sviluppo:

10 km

Difficoltà:

2

SECONDA TAPPA: DALLA CASCATA

SFLUNC AL PUNTO PANORAMICO SOPRA

IL PONTE DI PINZANO

Subito a destra del piccolo

specchio d'acqua si risale il

costone roccioso e, dopo un

paio di svolte, si attraversa

la parete di rocce per

mezzo di un caratteristico

foro che permette al

sentiero di proseguire il

suo percorso; guadando

alcune volte il torrente,

si inizia poi a risalire

nuovamente incontrando

lungo il cammino alcuni

ruderi di vecchie abitazioni,

Il Foro

completamente avvolti

dalla vegetazione;

proseguendo si giunge in

prossimità di un'abitazione,

propaggine della frazione

di Costabeorchia, che si

aggira svoltando a sinistra

seguendo le indicazioni CAI

e risalendo alcuni scalini.

Il sentiero procede nel

bosco alternando tratti

in moderata pendenza

e tratti di falsopiano

portando al punto più

alto dell'escursione, sulla

cresta del monte Molimes,

dove cambia versante e

prende a scendere in modo

deciso; prestando un po'

di attenzione al fondo

leggermente sconnesso si

procede fino a incontrare

la strada asfaltata che si

segue a destra per qualche

centinaio di metri fino a

incontrare un segnavia

CAI che, a sinistra, invita

ad abbandonare l'asfalto

e riprendere il sentiero;

nuovamente in discesa,

dapprima in modo più

dolce e poi in modo

più deciso, si giunge in

prossimità di un'abitazione

e poi, per larga e comoda

pista, di nuovo ad una

strada asfaltata.

Proseguendo sulla destra

lungo via Campeis,

dopo qualche centinaio

di metri si incrocia la

strada provinciale della

Val d'Arzino che si segue

brevemente dopo aver

svoltato a sinistra; si nota

subito, sulla destra, la

prosecuzione del sentiero

822 che condurrà, in

moderata salita, ai

luoghi più interessanti

dell'escursione.

Seguendo le numerose

Cascata Sflunc

indicazioni nel bosco,

si prosegue fino a

raggiungere, in prossimità

di un piccolo edificio

da ricondursi al periodo

della guerra fredda, un

punto panoramico, situato

esattamente sopra il ponte

di Pinzano, che fa godere

di un’ampia e spettacolare

veduta sul Tagliamento e

sul Monte di Ragogna.

Periodo:

Tutto l'anno

3

SECONDA TAPPA:

RIENTRO A PINZANO AL TAGLIAMENTO

Vivere la montagna

non significa sempre

inerpicarsi per ore

mettendo a dura prova le

proprie capacità fisiche.

Esistono percorsi più

semplici, seppure molto

belli, accessibili a molti.

Dopo una sosta al punto

panoramico è possibile

scegliere se optare per una

brevissima deviazione che

permette di scendere al

ponte attraverso un breve

sentierino alquanto ripido e

insidioso.

Dal piccolo pianoro in

prossimità del punto

panoramico si prosegue

ora, seguendo le

indicazioni, in direzione

dell'Ossario germanico del

Col Pion che si raggiunge

in pochi minuti; il tragitto si

sviluppa in piano offrendo,

grazie anche ai numerosi

cartelli informativi,

diversi spunti riguardo i

periodi bellici che hanno

interessato la zona.

Proseguendo oltre l'Ossario

germanico si scende fino

Nella fascia collinare

della provincia, in

Comune di Pinzano al

Tagliamento, si trova un

ottimo sentiero, sempre

ben mantenuto, che

permette all'escursionista

di trascorrere qualche

ora immerso nella

natura lussureggiante

attraversando, senza

difficoltà, luoghi

1

Giunti a Pinzano al

Tagliamento, si parcheggia

in centro paese e si

individua via Castello con

le relative indicazioni per la

località di Costabeorchia;

la si risale per qualche

46

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane

interessanti dal punto

di vista naturalistico e

soprattutto storico.

La zona è infatti tra i

luoghi simbolo della

grande guerra ed è ricca

di testimonianze di tale

periodo storico e degli

eventi bellici che lo hanno

caratterizzato.

1

CASCATA

SFLUNC

PRIMA TAPPA:

DA PINZANO ALLA CASCATA SFLUNC

centinaio di metri prestando

poi attenzione al segnavia

Cai del sentiero n. 822

che invita, in prossimità di

una recinzione, a lasciare

la strada asfaltata e a

inoltrarsi a sinistra nel

bosco; si comincia poi

a scendere in modo più

deciso in uno spettacolare

bosco di castagni fino

ad arrivare in prossimità

di alcuni ruscelli che

il sentiero dapprima

attraversa e poi costeggia;

questo nuovo tratto in

piano conduce a un

bivio in cui è necessario

indirizzarsi verso destra

per raggiungere molto

velocemente uno dei

3

COL

PIONC

PONTE

DI

PINZANO

2

luoghi più suggestivi

dell'escursione, la cascata

Sflunc, originata da un

salto d'acqua del torrente

Gerchia; qui è possibile

sostare e rinfrescarsi prima

di riprendere il tragitto.

Vista panoramica sul Tagliamento verso nord

Ossario germanico

a incontrare la strada

asfaltata e, ignorandola,

si svolta subito a destra

continuando a seguire il

sentiero; si oltrepassa una

vecchia caserma dismessa

e si prosegue nuovamente

a fondovalle, costeggiando

un bel rio con le sue

numerose pozze d'acqua;

si svolta poi a sinistra

e si risale incrociando

nuovamente la strada

provinciale, la si segue

per pochi metri e sulla

destra, dopo una fonte e

delle panche, si riprende il

sentiero che, traversando

a mezza costa il colle del

castello di Pinzano, porta a

ritrovare via Castello, luogo

di partenza dell'anello.

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane 47


ESPLORAZIONI

IL FRIULI

CHE DIVENTA

PROTAGONISTA

suggestioni di Giuliano Boraso

Storie, autori, persone e personaggi,

ambienti e ambientazioni. Quattro

proposte assai diverse ma che hanno

un comune denominatore: un legame

evidente con la nostra terra.

ITALIA

SELVATICA

di Daniele Zovi

Dopo secoli di declino,

caccia indiscriminata,

distruzione dei loro habitat,

oggi gli animali selvatici

stanno riprendendo a

popolare la penisola,

superando e aggirando

le barriere che dovevano

tenerli lontani, i muri e i

recinti con cui l’uomo ha

cercato di escludere la

natura dalla società.

Specie che rischiavano

l’estinzione, come l’orso

o il lupo, hanno ritrovato

posto tra i nostri boschi,

le lontre sono tornate

a popolare i ruscelli, lo

sciacallo dorato, fino a poco

fa totalmente sconosciuto,

ha superato il confine

sloveno, e, per la prima volta

dopo cinquecento anni,

finalmente è stato visto un

castoro in territorio italiano.

Daniele Zovi, esperto

forestale e raffinato

narratore, attraverso la storia

di otto animali disegna la

cartina di un’Italia selvatica,

misteriosa e incantevole,

che resiste alla corsa allo

sviluppo e allo sfruttamento

delle risorse.

Frammenti, strappi, appunti

e maledizioni. È una vita

brusca e travolgente

quella che Davide Toffolo

ci racconta mettendosi a

GRAPHIC

NOVEL

IS BACK

Davide Toffolo

nudo davanti allo specchio

della sua arte. Un’esistenza

così eclettica e difforme,

divisa tra musica, disegno

e animazione, da trovare

proprio nel fumetto l’unico

modo (o, almeno, il più

efficace) per “fare ordine”

e condensare tutto quello

che ci sarebbe da dire.

Un’impietosa riflessione

sui limiti della creatività.

Dal rock al fumetto, dalla

finzione alla vita.

IL SOLDATINO

IMPAZZITO

di Gianni Zanolin

Via Monteli, 3

33092 Meduno (PN)

Tel. 0427 844111

info@roncadin.it - www.roncadin.it

Pizza di qualità nel cuore del Friuli!

Al Company Store Roncadin

puoi trovare tutti i giorni

le pizze famose in tutto il mondo,

rigorosamente “made in Friuli”.

Gli orari di apertura sono i seguenti:

Lunedì - Venerdì | ore 8.00 - 18.30

e Sabato | ore 8.30 - 12.30

IL POETA

DELLE

PANTEGANE.

FEDERICO

TAVAN

di Alessandro

Mezzena Lona

La strega, la follia, il poeta

e tutti gli altri. Una danza

a quattro che affascina e

spaventa, una vertigine

nella quale merita di

guardare per scoprire

di quali profondità può

essere capace un’anima

sghemba. La lettura di

questa storia cambia

radicalmente il significato

dell’etichetta di matto, che

spesso applichiamo con

sconsiderata leggerezza.

Un sabato mattina di fine

giugno il commissario Vidal

Tonelli risale un sentiero

alla ricerca di funghi.

Troverà invece una vecchia

Volvo parcheggiata in una

posizione panoramica e,

dentro, i cadaveri di tre

ragazzi americani della

base di Aviano. Sulla porta

anteriore destra qualcuno

ha tracciato il simbolo

delle Brigate Rosse. Con

Il soldatino impazzito

si riapre una storia che

il commissario credeva

di aver ormai chiuso. Il

problema di Tonelli non

sarà tanto individuare

l’assassino, ma capire chi

sia davvero, per conto

di chi agisca, come e

perché abbia ucciso quei

tre ragazzi. Questa prima

avventura di Tonelli ci porta

a conoscere la sua vita, gli

affetti, il variegato mondo

dei suoi collaboratori

in Questura, e offre uno

spaccato della vita nella

provincia di Pordenone,

la piccola città da cui si

dipartono le sue inchieste.

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane 49


GITA D’ISTRUZIONE

REGOLE,

RELAZIONI

E TECNOLOGIE

di Manuel Bertin

Si spegne il cellulare quando si è

in famiglia! Le nuove tecnologie

cambiano le relazioni? Come evolve il

rapporto minore/adulto? Sono alcuni

spunti dei cantieri del Tavolo

"Don Milani- Nessuno resti indietro"

tutto

il

fitness

che

desideri

Crescere e diventare

un adulto e un cittadino

responsabile è un

percorso che dura anni

ed è il risultato di

esperienze, incontri,

occasioni di confronto.

Non c’è un singolo

momento educativo,

né si può individuare

un’unica figura che abbia

la responsabilità totale

di far crescere le nuove

generazioni. Infatti,

nella vita di un giovane

intervengono i genitori,

ma anche gli insegnanti,

poi ci sono gli allenatori

per chi pratica sport, così

come i catechisti per

chi frequenta la chiesa.

Ognuno aggiunge un

pezzetto di quello che

diventerà l’adulto di

domani.

L'educare

consapevole

Nasce così il tavolo “Don

Milani” sulle tematiche

dell'educare consapevole

e coerente. In questi

anni – inizia nel 2017 – si

sono messi a confronto

genitori, educatori,

insegnanti, professionisti

dei servizi e del privato

raggruppati all’interno

di “cantieri”: le regole, le

relazioni e la tecnologia.

Si tratta di tre i fili

conduttori che hanno

guidato a discussione

per capire come e

dove intervenire

nell’educazione dei

figli. Con un elemento

comune a tutti e tre: le

riflessioni partivano dal

basso, ossia dalle diverse

esperienze portate dai

singoli ruoli educativi.

Non a caso, l’idea alla

50

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane

PARTECIPARE

AI CANTIERI

I cantieri proseguono con

cadenza mensile e sono

aperti a tutti coloro che

vogliono approfondire

l’argomento.

È sufficiente inviare la

propria adesione alla mail

nessunoindietro@gmail.

com indicando il cantiere

scelto.

base del progetto è

proprio che l’educazione

sia un prodotto di vari

soggetti che in momenti

differenti insegnano

qualcosa, quindi i

tavoli, accogliendo

questa visione e le

osservazioni provenienti

dalle diverse esperienze

dei partecipanti, sono

diventati a loro volta il

frutto di molte realtà.

Il risultato finale è stata

la nascita di sei progetti.

Nel cantiere regole c’è

“Riconnettiti con chi

ami: regole, rispetto e

relazione”; nel cantiere

Relazioni c’è “relazionarsi

ad arte” e infine il più

corposo Tecnologie

comprende quattro

progetti: “Formazione

Pediatri”, “Quiz sulla

22

Si può fare. La scuola

come ce la insegnano i

bambini

personalità tecnologica”,

“Educatore connesso”,

“Eventi dirompenti”.

Cantieri aperti

È evidente che la spinta

non si esaurisce con

l’ideazione del progetto

PROSSIMI

APPUNTAMENTI

ma c’è tutta la fase di

messa in opera e di

condivisione. Ciò rende

i progetti dei cantieri

aperti, per mantenere

la terminologia fin

qui usata, in cui la

partecipazione è

elemento centrale.

I genitori, ma anche gli

educatori o i pediatri,

possono così entrare a

far parte del progetto

portando la propria

esperienza e traendo

spunti da quella altrui.

Per parlare con un esperto Pedagogista, che si occupa di

di didattica, ascolto, validazione e valutazione degli

24

Novembre 2019 facilitazione, educazione apprendimenti esperienziali,

Gennaio 2020

civica e valorizzazione

dei processi formativi, delle

della memoria.

reti sociali e di progetti di

Davide Tamagnini

inclusione.

Piergiorgio Reggio

Per informazioni:

www.vallidolomitifriulane.utifvg.it

Lo schiaffo

di don Milani

scopri i vantaggi

dei Pacchetti Famiglia!

info@maniagonuoto.it

maniagonuoto.it


MUSICA

FILMFONIA:

SINFONIA

DA CAMERA

di Manuel Bertin

Le musiche da film fanno parte della

nostra cultura, nonostante siano spartiti

estremamente complessi. Suonarle in un

concerto di musica “da camera” è la sfida

ambiziosa del Quartetto Patronum

Star wars, E.T., Lo

squalo, Harry Potter,

Il Buono, il Brutto e il

Cattivo. Titoli che hanno

fatto la storia della

filmografia, con colonne

sonore orecchiabili

e immediatamente

riconoscibili anche tra i

non addetti ai lavori. Opere

popolari, ma celano una

scrittura assai complessa

e ricca di rimandi,

rendendole musica “colta”

che raggiunge l’apice

della sua espressività con

orchestre composte da

decine di elementi.

Ne è nata una sfida per i

quattro musicisti friulani

dl Quartetto Patronum:

trasformare uno spartito

pensato per orchestre da

100 elementi in un’opera

riproducibile da un

quartetto da camera. È

nato FilmFonia.

Vocabolario

Musica da camera

Si intende un genere musicale che si suona

in un ambiente chiuso (casa privata, piccola

sala), con un limitato numero di esecutori

ed è nato in contrapposizione alla musica

sinfonica.

DAVIDE CECCATO

violino del Quartetto

Patronum

Perché avete pensato di

trasformare le colonne

sonore in musica “da

camera”?

Il progetto si propone di

infrangere i preconcetti

verso la musica

d’orchestra, la cosiddetta

musica “colta” facendo

apprezzare uno spartito

molto complesso

ma estremamente

orecchiabile e conosciuto.

In fondo, chi non sa

riconoscere un tema di

Morricone alle prime

battute o quello de Lo

Squalo? Eppure, sono

opere realizzate da autori

eccezionali e con una

ricchezza espressiva

straordinaria.

Che film avete scelto?

Abbiamo scelto

volutamente delle colonne

sonore molto conosciute,

da E.T. a Star Wars, da Up

a Harry Potter. Tutte sono

state realizzate da autori

anch’essi molto famosi

come Morricone, Hans

Zimmer e John Williams.

Le suoneremo e le

“animeremo” in sala,

ma senza l’ausilio delle

immagini: sarà solo la

musica, la protagonista.

Quali strumenti

suonate?

Il quartetto è

composto da Matteo

Sarcinelli (pianoforte e

arrangiamenti), Davide

Ceccato (violino e altri

strumenti), Alice Populin

Redivo (arpa e voce) e

Chiara Monculli (flauti e

piccolo).

Quali sono le difficoltà di

trasformare uno spartito

per orchestra in uno per

4 elementi?

La scelta stilistica fa

sì che nel quartetto

manchino intere sezioni:

gli ottoni, la sezione

ritmica. Inoltre, ci

sono le difficoltà insite

nel singolo tema, per

esempio come quando la

versione di Hans Zimmer

de “I pirati dei Caraibi.

La maledizione della

prima luna” è suonata

dai corni, strumento che

nel nostro caso non è

presente nemmeno in un

esemplare.

Così abbiamo dovuto

cercare tante soluzioni

creative, per esempio

suonare l’arpa con l’arco

anziché diteggiarla, che è

una tecnica poco comune.

Qualche curiosità dei

temi in programma?

Uno tra i più noti è che

il riff che ci ricorda Lo

squalo è un passaggio

heavy metal, rendendo

quella colonna sonora

perfettamente attuale con

il periodo in cui è stata

composta.

Poi c’è il particolare di

E.T., nella scena in cui

escono per Halloween

vestiti da fantasmini e

incontrano un bimbo

vestito da Joda: John

Williams, autore di

entrambe le colonne

sonore, inserisce un

velocissimo pezzo che

rimanda da Star Wars.

È un passaggio quasi

impercettibile, ma è uno

dei giochi che questi

autori fanno con lo

spettatore.

FILMFONIA

diventa

un concerto

il 21 dicembre

a Villa Savorgnan

a Lestans

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane 53


MUSICA

REGISTRARE

IN MEZZO

ALLA FORESTA

di Gianluca Liva

L

’incredibile realtà del Mushroom

Studio, a Frisanco che da alcuni anni è

diventato la meta di centinaia di musicisti

provenienti da tutto il mondo.

Il piccolo borgo di

Lunghet sorge lungo il

corso del torrente Muiè,

a poca distanza da

Frisanco, ed è un'oasi

di pace, nascosta dalla

foresta.

Nel borgo si trova un

edificio costruito nel corso

del XIX secolo e che da

alcuni anni è diventato

la meta di centinaia di

musicisti internazionali. A

Lunghet, infatti, ha sede

il Mushroom Studio, uno

studio di registrazione

che, complice la

meravigliosa cornice

naturale, è diventato un

punto di riferimento per

chi desidera immergersi

anima e corpo nella

registrazione della propria

musica, cullato da un

ambiente incontaminato.

Deus ex machina dello

studio è Enrico Berto,

produttore, tecnico

del suono e musicista

d'esperienza ventennale

e da qualche tempo

affiancato da Paolo

Bressan.

«Lo studio nasce nel 2005

ma mi sono trasferito a

Lunghet solo nel 2008.

Ero alla ricerca di un

posto isolato, tranquillo

e ispirante. In più di dieci

anni si sono avvicendate

decine e decine di band e

musicisti dalla provenienza

e dai generi più vari»,

racconta Enrico, «e tutti

rimangono ammaliati dalla

bellezza e dalla pace di

questi luoghi».

Gli esterni dello studio

Lo studio

conserva

vari tipi di

amplificatori,

un organo

Hammond,

chitarre,

bassi,

batterie,

un numero

imprecisato

di pedali a effetto e il

banco mixer utilizzato

per la registrazione del

celeberrimo album “The

Number of the Beast”,

pubblicato nel 1982 della

band inglese Iron Maiden;

un vero e proprio gioiello

storico, operativo e a

disposizione dei musicisti.

«L'85% dei musicisti che

frequentano lo studio

provengono da Gran

Bretagna, Stati Uniti o da

altri paesi d'Europa. Da

poco ho finito di registrare

una band australiana. Per

anni ho lavorato come

produttore a Londra e ora in

molti si rivolgono a me per

la produzione delle proprie

canzoni», spiega Berto «lo

studio, inoltre, fa parte delle

realtà segnalate da Miloco,

il portale che raccoglie

alcuni degli studi di

registrazione più

peculiari che ci

siano al mondo».

Pace, tranquillità

e natura. Sono

queste le peculiarità

che spingono

persone da tutto il

mondo fino a Lunghet.

L’attività dello studio ha

generato, negli anni, ottime

ricadute sul territorio.

Alberghi e B&B dei paesi

di Poffabro e Frisanco

sono opportunamente

segnalati e consigliati per

il soggiorno di chi arriva a

registrare. È lo stesso studio

a consigliare ai propri

ospiti le visite e i percorsi

enogastronomici che il

territorio può offrire.

Tre Allegri Ragazzi Morti,

Sicktamburo, Violante

Placido, Bugo, Dente sono

solo alcuni degli artisti

italiani che hanno scelto

Mushroom Studio.

Il banco mixer è lo

stesso utilizzato per la

registrazione dell’album

“The Number of the Beast”,

pubblicato nel1982

della band inglese

Iron Maiden

Oltre a loro, una moltitudine

di artisti che hanno trovato

in questo piccolo borgo

vicino a Frisanco il luogo

ideale per dare vita a nuova

musica. «Ogni persona che

viene qua è felicissima

di trovarsi immersa in

questo territorio. Tempo

fa ho ospitato un duo

tedesco chiamato Milky

Chance, sconosciuto in

Italia ma famosissimo in

Per informazioni:

www.enricoberto.com

www.mushroomstudio.it

Germania: roba da 500

milioni di visualizzazioni

a canzone», ricorda Enrico

Berto, «stavano girando un

video promozionale con

un drone nelle immediate

vicinanze dello studio. Il

drone è salito sempre più

in alto, fino ad arrivare

alla cima del Monte Raut!

Chiunque passi da queste

parti riconosce subito che la

cornice naturale è unica».

L’eco delle valli

e delle Dolomiti Friulane 55

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