La Toscana Nuova maggio 2019

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La Toscana nuova - Anno 2- Numero 1 5 - Gennaio Maggio 2019 - Registrazione Tribunale di Firenze n. 5905 del 6-2-2013 - Iscriz. Roc. 30907. Euro 2. Poste Italiane SpA Spedizione in Abbonamento Postale D.L. 353/2003 (conv.in L 27/02/2004 n°46) art.1 comma 1 C1/FI /0074


Sommario maggio 2019

6 L’impressionismo “astrale” di Susan Kerr a Montecatini

7 EVA 2019, la due giorni fiorentina sulle tecnologie per la cultura

8 Luca Alinari, l’indimenticabile “pittore dei due mondi”

10 Isadora Duncan tra danza e arti visive a Villa Bardini

11 Il trauma della perdita nel libro di Gabriella Izzi Benedetti

12 Psicoterapia Breve Strategica: un rimedio alla paura delle malattie

13 Vinitaly, la vetrina internazionale del vino

14 Ricordando l’artista Ivano Cerrai a 5 anni dalla scomparsa

16 Tradizione cinese e cultura occidentale nell’arte di Qiu Yi

17 Firenze ieri e oggi nel libro ispirato al codice Rustici

18 La proposta dell’inventore Lapo Baldacci contro i casi come Vermicino

20 Il romanzo verità di Donatella Tesi

22 L’importanza della preghiera per San Francesco d’Assisi

23 Il Dio “dentro di noi” nel pensiero religioso di Gandhi

24 La riapertura del Piccolo Museo di vita contadina nell’Alto Mugello

26 La primavera “internazionale” del Movimento Life Beyond Tourism

28 Osamu Giovanni Micico, artista dal Giappone all’Italia

30 Intervista ad Agustina Bascerano, lady viola di German Pezzella

32 Jerry Uelsmann, il “rivoluzionario” della fotografia moderna

33 Mapplethorpe: la retrospettiva al Madre di Napoli a 30 anni dalla morte

34 L’inaugurazione dopo il restauro della Bottega Orafa Penko

36 Le personali di Lorella Consorti e Fulvio Persia a San Galgano

37 Clizia Moradei, estrosa designer del gioiello a Firenze

38 Le private industriali per l’innovazione delle imprese italiane

40 Valerio Savino, lo scultore pistoiese fuori dal tempo

41 Elizabeth Barrett Browning, la poetessa inglese innamorata dell’Italia

46 L’incontro tra Oriente e Occidente nella mostra di Tian Li a Roma

48 Il nuovo singolo sull’amore sincero della cantautrice Donatella Milani

49 Dieci anni d’arte di Alfredo Rapetti Mogol alla galleria La Fonderia

50 Le allegorie di Angelo Massimo Nostro al Gruppo Donatello

53 La 10ª edizione del festival Dialoghi sull’uomo a Pistoia

55 Il profumo dell’iris, la nuova raccolta poetica di Roberto Mosi

56 B&B Road Trip: Firenze, gioiello del Rinascimento

60 Di-Wine, l’aperitivo made in Florence

61 Il premio ABI Professional 2019 a Gubbio

62 Invito alla degustazione dei salumi con ONAS

In copertina:

Susan Kerr, Spazio Profondo Azzurro,

olio su tela, cm 80x80

Periodico di attualità, arte e cultura

La Nuova Toscana Edizioni

di Fabrizio Borghini

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Tel. 333 3196324

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Anno 2 - Numero 5

Maggio 2019

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arte e cultura

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Testi:

Laura Belli

Paolo Bini

Margherita Blonska Ciardi

Fabrizio Borghini

Lorenzo Borghini

Beatrice Botticelli

Vito Cappellini

Nicola Crisci

Eleonora D'Aquino

Maria Grazia Dainelli

Massimo De Francesco

Serena Gelli

Stefano Lanuzza

Don Johnson Koovakunnel

Stefania Macrì

Elisabetta Mereu

Emanuela Muriana

Riccardo Nicoletti

Lucia Petraroli

Elena Maria Petrini

Valter Quagliarotti

Silvia Ranzi

Pietro Roccasecca

Giulia Ronchi

Vittorio Santoianni

Barbara Santoro

Umberto Sereni

Michele Taccetti

Francesca Vivaldi

Foto:

Grazia Bianchi

Maria Grazia Dainelli

Beata Maha

Maurizio Mattei

Elisabetta Mereu

Laura Pietra

Silvano Silvia

Jerry Uelsmann

Song Yang

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GIULIACARLA CECCHI ENTRA NELLA COLLEZIONE

DELL'HERMITAGE DI SAN PIETROBURGO

Pola Cecchi con gli abiti entrati nella collezione del Museo Statate dell'Hermitage di San Pietroburgo, Russia

Foto di Beata Maha

La creatrice di moda Pola Cecchi con Marina Blumin, Head of the New Aquisition department of Hermitage

Pola Cecchi per l'atelier GIULIACARLA CECCHI e STUDIO MOST

Via Jacopo da Diacceto, 14 - 50123 Firenze

Showroom: Tel: 055284269 - Cell: 335437934

Email: polacecchi@gmail.com | www.giuliacarlacecchi.com


Anteprima

Mostre

Susan Kerr

Dal 18 al 26 maggio, l'impressionismo “astrale” dell’artista

inglese alla Galleria Flori di Montecatini Terme per la

rassegna Contemporary Art Meeting

di Margherita Blonska Ciardi

La pittura “astrale” dell’artista inglese

Susan Kerr è il risultato

di una lunga crescita accompagnata

dai vari stati d’animo che hanno

guidato la pittrice nella propria ricerca

coloristica. Essendosi dedicata per anni

al paessaggio ed all'astrazione di matrice

naturalista, Susan cambia completamente

la sua visione dopo aver assistito

ad un'eclissi nel 1999. Questo evento

produce nella sua pittura un vero e proprio

“big-bang”, a partire dal quale l’artista

si dedica all’osservazione del cielo

e allo studio della storia del cosmo. A

quel punto, i rocciosi paesaggi marini

della isola di Cipro assumono sembianze

sempre più lunari. La prospettiva si

abbassa per lasciare spazio al cielo e i

colori evocano lo splendore di galassie

lontane. In altre parole, l’artista “spicca

il volo” verso lo spazio. Vivendo in mezzo

alla natura nel piccolo paese della costa,

dove di notte non c’è inquinamento luminoso,

si dedica all’osservazione delle

stelle. Da questo momento in poi, le sue

opere si colorano di intensi arancioni,

rossi, gialli e bagliori di luce contrastati

dal blu profondo dello spazio cosmico. I

forti contrasti cromatici trasmettono l’energia

e la forza delle esplosioni da cui

nascono le stelle. Il suo stile riprende la

ricerca di Escher, in particolare l’enigma

dello spazio-tempo, mentre dal punto di

vista cromatico si riconoscono certe affinità

con la pittura di Turner, specie per

quanto riguarda le emozioni evocate dalle

nuvole e dal cielo. Susan Kerr pone le

basi di un impressionismo che potremmo

definire “astrale”, spingendosi al di

là dell’atmosfera terrestre per scoprire

mondi nuovi e colori più intensi rispetto

a quelli reali. «L'universo - afferma

l’artista - è una fonte eterna e infinita

di ispirazione, è luce e colore, entrambi

fondamentali per la nostra esistenza.

I miei dipinti indagano lo spazio universale

per spingersi alla ricerca della fonte

magica e misteriosa della vita nelle profondità

dell’universo. I cosmologi sono

Spazio profondo azzurro, olio su tela, cm 80x80

convinti che la nostra vita discenda dalle

stelle; nei miei lavori cerco di risalire a

quest’origine cosmica della vita, in modo

che possa essere condivisa da tutti.

Vorrei che la mia arte offrisse un'esperienza

visiva universale, esprimendo ammirazione

per l'immensità e la meraviglia

della luce e del colore emanati dall'energia

delle stelle che è racchiusa nel nostro

universo enigmatico».

6

SUSAN KERR


Eventi in

Toscana

Eva 2019 Florence

Si è da poco conclusa a Firenze la due giorni di

conferenze e workshop sulle nuove tecnologie

digitali applicate ai Beni Culturali

di Vito Cappellini

Il professor Vito Cappellini, organizzatore della manifestazione

Galleria virtuale Renaissance Experience: Florence and Uffizi a Shenzhen (Cina), realizzata da

VirtuItaly e Centrica Srl. L'immagine in alto fa parte della galleria virtuale di Lipsia, Germania

Si è da poco conclusa la manifestazione

Eva 2019 Florence, svoltasi l’8

e il 9 maggio a Firenze nell’ambito

delle celebrazioni per il cinquecentenario

della morte di Leonardo da Vinci. Organizzata

dal professore dell’Università di

Firenze Vito Cappellini, con il patrocinio

dell'Ateneo fiorentino, della Fondazione

CR Firenze, del Gruppo SESA e di altri

enti ed imprese, la manifestazione è inserita

nell’International Eva Network che

coordina tutte le iniziative Eva a livello internazionale.

In questa occasione sono

state presentate le ultime novità della ricerca

sulle tecnologie dell'informazione

per i Beni Culturali. Sono state illustrate,

inoltre, le nuove acquisizioni digitali

di opere d'arte del Rinascimento e le gallerie

virtuali con sistemi immersivi

ed interattivi che ne

favoriscono la fruizione. All’iniziativa

hanno preso parte

circa 40 relatori ed oltre 120

esperti italiani e stranieri. Tra

i momenti più significativi si

ricordano la opening ceremony

della conferenza, con

interventi del presidente del

Consiglio Regionale Eugenio

Giani, del direttore generale

della Fondazione Cassa di

Risparmio di Firenze Gabriele

Gori e del presidente del

Gruppo Sesa Paolo Castellacci,

e l'International Forum

on Culture & Technology con l’intervento

del presidente Giani. L’8 maggio si è

svolto un importante workshop su "Innovazione

e Impresa", con interventi del

professore Andrea Arnone, prorettore al

trasferimento tecnologico e ai rapporti

con il territorio e con il mondo delle imprese

dell’Università di Firenze, e di Cecilia

Del Re, assessore allo Sviluppo

Economico e Turismo del Comune di Firenze.

Di particolare rilievo, inoltre, la visita

all’Accademia delle Arti del Disegno

(presidente Cristina Acidini), in collaborazione

con l'Antica Compagnia del Paiolo,

accompagnata dal concerto del maestro

Paolo Zampini, direttore del Conservatorio

Luigi Cherubini di Firenze.

EVENTI IN TOSCANA

7


Personaggi

Luca Alinari

Un ricordo del maestro fiorentino scomparso di

recente all’età di settantacinque anni

di Lorenzo Borghini

Caro Luca, questa è una lettera che

probabilmente non leggerai mai.

Ma sento terribilmente l’urgenza

di scrivere queste parole. Comunicarti

quello che non sono riuscito a dirti prima

della tua scomparsa. Ho sempre pensato

che l’arte fosse rivoluzione e i veri artisti

dei guerrieri pronti a combattere fino alla

fine. Tu lo eri. Tu lo sei. Hai combattuto

la malattia per tutti questi anni a colpi

di pennello, tenendo lontano l’appuntamento

con la morte, respingendola ad un

domani non meglio definito. Purtroppo il

giorno è arrivato, quel 15 marzo fatale dei

tuoi settantacinque anni. Non me lo aspettavo,

non sono pronto per dirti addio, ma

quando lo si è davvero? Non accetto il fatto

che non potrò più venire nel tuo studio

a parlare di arte, vita e sofferenza. Non

Un preziosissimo dettaglio di uno degli ultimi lavori di Alinari

accetto di non poter più vedere i tuoi video

che parlano dei tuoi maestri ma soprattutto

di te stesso. Sentirti fantasticare

su Paperino di Carl Barks, versandoci sopra

il tuo sangue, la tua riconoscenza verso

un tuo pari. Un artista vero. Sei sempre

stato alla ricerca di risposte ai grandi quesiti

della vita. Quando non le trovavi provavi

a imprimerle nella tua arte, cercando di

numerare miliardi di stelle, un po’ come il

Piccolo Principe che chiede all’uomo a cosa

gli serva possedere le stelle, perché lui

non è utile a loro, ma tu sì, sei riuscito a

renderle tangibili, perché “tutti i grandi sono

stati bambini una volta. Ma pochi di essi

se ne ricordano”, mentre tu non lo hai

mai dimenticato. La tua arte nasce libera,

autodidatta come Van Gogh ti sei cibato

dei grandi maestri senza farti assorbire dai

loro tratti, dai tic nevrotici

figli della loro

epoca, dalla geometria

perfetta delle forme

e dalle correnti di

cui hanno fatto parte.

Hai compiuto un lungo

viaggio nei secoli

dell’arte, strizzando

l’occhio alla Pop Art

nei tuoi primi lavori,

ma subito distaccandotene

in maniera

sensibile facendo tuo

il tratto grafico impeccabile.

Hai sperimentato

svariate

tecniche pittoriche

perché il tuo estro e

il fanciullino sopito

dentro di te ti hanno

portato ad avere per

tutta la vita una curiosità

morbosa verso

l’inconosciuto. L’influenza

dei fumetti ti

ha portato ad avvicinarti

al collage, per

cercare di ricostruire i mondi esplosi che

navigavano nella tua mente, cercando di

rimettere insieme quei tasselli figli di visioni

che ti tenevano alzato tutta la notte.

In quello studio di cui ancora ricordo l’odore,

con quei colori acrilico-fluorescenti,

quelle lacche spray che hai iniziato a usare

nei tuoi ultimi lavori. I più belli. I più grandi.

Capolavori figli di un percorso lungo

75 anni. Sei riuscito a distaccarti da tutte

le influenze comprimendole in un’unica

sola. Non surrealismo magico, non surrealismo

immaginifico, non sarai mai etichettato

con una corrente, proprio come

Van Gogh, due rivoluzionari impossibili

da classificare. I tuoi ultimi lavori, quelle

dimensioni metafisiche in cui sembra regnare

il caos ma in realtà troviamo tanta

pace, in cui tutto è infranto, compresso in

una cornice-non-cornice, perché non esistono

confini, grazie a universi impossibili

che nascono dalla tua mente, si imprimono

sulla tua tela ma continuano a vivere al

di fuori, unendosi all’Universo. Tutto questo

mi fa venire in mente che tu sei ‘il pittore

dei due mondi’, quello reale e quello

della fantasia. Per questo ora che non ci

sei mi viene un dubbio: e se tu fossi stato

il miglior pittore italiano del Novecento?

Quando ti manifestavo i miei apprezzamenti

ti imbarazzavi, anche se vedevo che

eri sempre alla ricerca di conferme, le

stesse che ti tenevano in vita insieme alla

tua arte, nonostante la lunga malattia.

Ma io ci ho riflettuto molto, dopo il nostro

ultimo incontro, dopo aver visionato

in anteprima le tue opere che dicevi essere

ancora incompiute, ma per me non

lo erano. Tutto il tuo lavoro può sembrare

incompiuto, proprio perché non si esaurisce

dentro i confini della tela, ma si erge

ad assoluto, lasciandoci continuare a

fantasticare per ore ed ore su quei dettagli

che amavi tanto. Gli stessi dettagli che

durante la presentazione del mio romanzo

avevi elogiato nei miei lavori giovanili. Per

me è stato un onore conoscerti, sia di per-

8

LUCA ALINARI


sona che tramite i tuoi quadri, e ricorderò

per sempre il tuo intervento metafisico

sulla Cina, su quel mondo che ho cercato

di comprimere in 132 pagine e che hai

letto in poche ore. Mi hai chiesto quando

sarebbe uscito il prossimo libro ed ora mi

rendo conto che non potrai leggerlo, che

non potremo parlare mai più faccia a faccia.

Ho pianto più per la tua morte che per

quella di mio nonno, perché tra noi c’era

più di una semplice parentela, c’era stima

e comprensione profonda. Siamo figli della

stessa sofferenza, due romantici curiosi

che cercano da sempre di vomitare fuori

tutto ciò che gli passa per la testa. Tu col

tuo sputo, io con i miei gridi. Quello sputo

impresso sulla tela che ti ha permesso

di mettere la tua carne nella tua arte,

in un unico magma iridescente. Hai una

grandezza che gli altri non hanno. Neanche

i più grandi. La grandezza di essere il

connettore tra due mondi che difficilmente

dialogano, ma grazie ai tuoi lavori, anche

io non mi dimenticherò mai di essere

stato bambino.

Il maestro con un'opera che rivela l'influenza nel suo lavoro della Pop Art

Luca Alinari

di Giulia Ronchi

Luca Alinari nasce il 27 ottobre

1943 a Firenze. Si avvicina alla pittura

fin da bambino, facendo di

questa pratica il suo mezzo di comunicazione

prediletto che non abbandonerà

mai. Frequenta la Facoltà di Lettere e Filosofia,

occupandosi inizialmente di critica

letteraria: sarà redattore di riviste e recensore

di testi di narrativa, arrivando, anni

dopo, a intrattenere rapporti con Domenico

Rea, Alfonso Gatto, il Nobel José Saramago,

Edoardo Sanguineti – che nel 1974

gli dedica diverse poesie – e Goffredo Parise,

che nei primi anni ’80 scrive un saggio

fondamentale sulla sua pittura. Per

alcuni anni lavora nel settore della comunicazione

scritta e televisiva e nel

1979 fonda e dirige la rivista d’arte

Signorina Rosina mentre vive

attivamente all’interno del mondo

intellettuale ed artistico. La sua

prima mostra personale risale al

1969, in una galleria di Firenze. Da

allora Luca Alinari è considerato

un intellettuale di punta all’interno

del panorama culturale italiano.

Non si interessa solamente

di pittura figurativa, ma partecipa

anche a eventi, happening e a

pièce teatrali d’avanguardia. Tra i

suoi primi riferimenti stilistici, infatti, c’è il

Neodada, che lo stimola a cimentarsi nelle

tecniche più diverse: disegno con uso

di colori fluorescenti, decalcomania, collage

e trasposizioni fotografiche. Sul fronte

della pittura, invece, riesce a suggerire

spunti e idee che saranno poi ripresi dalla

pittura italiana sviluppatasi a cavallo tra gli

anni Settanta e Ottanta, come il movimento

Nuovi-Nuovi e la Transavanguardia. Il

suo eclettismo fa della sua figura un punto

di incontro tra la generazione del post

Pop Art degli anni tra il Settanta e Ottanta

e le sperimentazioni neofigurative degli

anni Novanta. Ma è negli anni Ottanta

che approda alla formulazione di bestiari,

personaggi e fantastici e paesaggi immaginari,

facendo di quello stile il suo

originalissimo segno di riconoscimento.

Questi mondi costituiscono una sorta

di metafora trasognata delle vicende del

nostro tempo e si esprimono attraverso

una precisione del tratto, l’osservazione

della natura e degli atteggiamenti umani.

Tra le più prestigiose manifestazioni artistiche,

partecipa alla Biennale di Venezia

nel 1982 e alla Quadriennale di Roma nel

1986. Nel 1990 aveva composto il drappellone

della carriera di agosto, oggi custodito

gelosamente dal popolo di via dei

Servi, Contrada di Valdimontone, che

apprende con dolore la notizia. Il cencio,

basato sull’estro favolistico e lunatico,

è popolato da un bestiario infantile

e policromo che interpreta fedelmente (e

attraverso una lettura visionaria, com’era

di consuetudine per Alinari) lo spirito

di euforia della festa senese. Nel 1999 il

museo degli Uffizi acquisisce un autoritratto

dell’artista da inserire nella famosa

collezione di autoritratti collocata nel

Corridoio del Vasari. Dopo alcune mostre

a Shanghai e Pechino, disegna il logo

dei Mondiali di Ciclismo 2013, per la

prima volta con gare in Toscana. Dopo

l’importante mostra Labirinto Alinari alla

Galleria Moderna di Palazzo Pitti a Firenze,

l’ultima mostra retrospettiva dell’artista

si è tenuta la scorsa estate nel Museo

del Bardo a Tunisi.

LUCA ALINARI 9


Firenze

Mostre

Isadora Duncan

A Firenze la prima mostra in Italia dedicata alla

celebre danzatrice americana e al suo rapporto

con le arti figurative tra Ottocento e avanguardie

In corso fino al prossimo 22 settembre a Villa Bardini e al

Museo Stefano Bardini

di Barbara Santoro

Plinio Nomellini, Gioia Tirrena, (1914)

Elegante e femminile, Isadora

Duncan, celebre ballerina americana,

ballava a piedi nudi avvolta

in abiti leggeri. Dopo aver abolito

corsetti, tutù e scarpette con le punte

di gesso, aveva iniziato ad indossare

sciarpe e veli sia sulla scena che nella

vita di tutti i giorni. Non poteva certo

pensare che la passione per questi eleganti

accessori di moda sarebbe stata

la causa della sua prematura scomparsa.

La mostra intitolata A passi di danza

/ Isadora Duncan e le arti figurative

in Italia tra Ottocento e avanguardia − in

corso dal 13 aprile al 22 settembre nelle

sale di Villa Bardini e al Museo Stefano

Bardini a Firenze − ricostruisce la

storia della famosa danzatrice e il suo

rapporto con l’arte in Italia a cavallo tra

due secoli. Curata da Maria Flora Giubilei

e Carlo Sisi in collaborazione con

Rossella Campana, Eleonora Barbara

Nomellini e Patrizia Veroli e promossa

dalla Fondazione Cassa di Risparmio

di Firenze, Parchi Monumentali Bardini

e Peyron con il patrocinio del Comune

di Firenze, l'esposizione presenta 170

pezzi di rara bellezza. Tra questi il dipinto

Gioia Tirrena (1914), opera di Plinio

Nomellini raffigurante Isadora Duncan

che dopo trent’anni viene ricomposto in

entrambe le sue parti grazie al prestito

del quadro da parte di Silvio Berlusconi.

Lo troviamo in mostra accanto all’altra

sezione del capolavoro dal titolo

Mare proveniente da una collezione privata.

Non si sa per quale ragione il dipinto

venne tagliato dall’autore, forse a

causa delle grandi dimensioni. La cosa

interessante è che in quest’opera Nomellini

dimostra di aver compreso

l’essenza della Duncan

ballerina che, gioiosa menade

con la testa riversa ed avvolta

in un drappo rosso, sembra

quasi essere generata dalle onde

del mare. Fra gli altri artisti

presenti in mostra troviamo

Rodin, Bourdelle, Stuck, Zandomeneghi,

Previati, Sartorio,

Bistolfi, Baccarini, De Carolis,

Chini, Cambellotti, Boccioni,

Depero, Severini, Casorati,

Campigli, Sironi, Raphael, Fazzini,

Wildt e Giò Ponti, in un

intrigante avvicendarsi di arti

maggiori ed arti decorative

con preziosi abiti e magnifiche

ceramiche. Stupendi i bronzi

di Romano Romanelli e Libero

Andreotti. Angela Isadora

Duncan era nata a San Francisco

nel 1877 e morì a Nizza nel settembre

del 1927. Considerata una tra le più

significative precorritrici della così detta

“danza moderna”, fin da giovanissima

fu educata allo spirito di libertà e

all’indipendenza. Ebbe una vita movimentata,

trascorsa in mezza Europa alternando

successi artistici a delusioni

personali ed eventi luttuosi (i due figli

che avevano 7 e 3 anni annegarono nelle

acque della Senna insieme alla loro

governante ed un terzo concepito con

Romano Romanelli morì poco dopo la

nascita). Fu una donna svincolata dai

condizionamenti sociali imposti dall’epoca;

si esibì non solo sui palcoscenici

di Parigi, Berlino e Monaco ma anche

al Teatro Armonia di Trieste e al Teatro

Costanzi di Roma. Ebbe un legame speciale

con Firenze grazie all'amicizia con

l'attrice Eleonora Duse. Intense anche

le relazioni affettive con l'attore e regista

Edward Gordon Craig, dal quale

ebbe la figlia Deirdre, con l'industriale

Paris Singer (figlio del fondatore delle

omonime macchine da cucire) con il

quale generò Patrick e con il poeta Sergej

Esenin (di quindici anni più giovane

di lei) che conobbe nel 1921 in Russia e

che sposò nel 1922. Quella con Esenin

fu una relazione burrascosa: i due viaggiarono

insieme per l'Europa e l’America,

e quando il loro rapporto terminò,

l’uomo, tornato in Russia, morì suicida.

Non meno tragica la fine di Isadora che

il 14 settembre del 1927 rimase strangolata

dalla lunga sciarpa impigliatasi

nei raggi della ruota posteriore di una

Bugatti sulla quale viaggiava. La leggenda

vuole che salutando gli amici abbia

pronunciato queste parole: «Adieu,

mes amis, je vais à la gloire!».

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ISADORA DUNCAN


I libri del

Mese

«Come una pietra nel fondo di un fiume»

Ogni tuo respiro è stato il mio respiro

di Gabriella Izzi Benedetti

di Umberto Sereni

Nello Zibaldone c’è un pensiero

in cui Leopardi spiega come

l’oltranza nelle illusioni

possa coincidere con un’espressione

della natura, mentre, all’opposto,

l’estremismo raziocinante – la cruda

ragione – porti a vera e propria

barbarie. L’esempio scelto dal poeta

è molto vicino al cuore del lacerante

libro di Gabriella Izzi Benedetti (perlomeno

a quello che emerge nelle ultime

dolorose pagine): davanti a una

diagnosi di morte certa – si chiede

il poeta – i familiari di un uomo devono

seguire la ragione, rassegnarsi,

risparmiare sulle cure evitando d’indebitarsi,

oppure è auspicabile che

seguano le illusioni “durevoli e forti”,

che ascoltino quella “disperata speranza”

grazie alla quale tenteranno il

possibile, pur nella consapevolezza

della realtà dei fatti? L’atteggiamento

ostinato con cui la protagonista e

narratrice di Ogni tuo respiro è stato

il mio respiro (Albatros) si prende

cura del marito malato, seguendolo

nel suo calvario, di certo va a inserirsi

nella seconda tipologia, quella

che disperatamente spera. Attraverso

una prosa calma e distesa, l’autrice

entra nelle profondità del trauma

della perdita. Tuttavia, nel farlo non

resta prigioniera del suo dolore ma

riesce a sublimarlo, a metterlo fuori

da sé e a guardarlo nella sue estensione

(temporale: ci sarà sempre;

spaziale: ritorna negli oggetti del

marito e negli ambienti di casa da lui

usati). Il dolore narrato è legato agli

affetti e ha varie gradazioni: nella rievocazione

della sua infanzia, l’autrice

racconta le incomprensioni patite in

famiglia, ma in seguito, spronata dal

marito, riuscirà a dar forma letteraria

al trauma della morte del padre. È

proprio durante questa discesa verticale

nel buio dell’inconscio

che il dolore

trova una bellissima

similitudine naturalistica:

«Un giorno

prese forma di racconto

un insieme di

stati d’animo che mi

si erano rannicchiati

dentro, come una

pietra nel fondo di un

fiume. L’acqua continua

a scorrere, va,

a volte chiara a volte

melmosa, la natura

intorno muta, essicca

e rinverdisce e la

pietra sta lì immobile,

sempre uguale a

se stessa. Si copre di

sabbia, di terriccio, e

non la vedi più. Credi

che non ci sia più,

nell’errore valutativo

in cui cadiamo spesso,

riguardo al visibile».

Se la perdita del

marito rappresenta il

nucleo rovente dell’opera, è anche

vero che la narrazione, prima di entrare

in questa zona, compie un periplo

attraverso una moltitudine di

scenari: l’Italia del dopoguerra, gli

anni universitari, le amicizie e le antipatie,

il rapporto con la religione,

la disparità sessuale. L’autrice ha la

capacità di inserire nel racconto dissertazioni

su argomenti attuali senza

togliere slancio al romanzo, e la

sua voce riesce a infondere sicurezza

e saldezza morale, soprattutto se

il lettore è una persona dalla spiccata

sensibilità e tendente all’introspezione:

«Quando mi scoppiava la

giovinezza dentro la trattenevo, in un

tentativo di difendermene, incanalandola

in un miraggio di eccezionalità,

impossibile da realizzarsi».

Così scrive riguardo agli anni della

crescita. E poco più avanti: «Non ho

mai accettato il chiudersi in sé per

timore di soffrire». Il coesistere di

tendenze così diverse – il trattenere

l’energia vitale da un lato, e i rifiuto

di chiudersi in sé dall’altro – rivelano

una personalità complessa che

merita di essere letta e apprezzata.

Non da ultimo, il libro è molto interessante

anche per la rievocazione

di contesti storici ormai spariti, per

le abitudini e i gesti che provengono

da un’altra epoca e che potrebbero

incuriosire anche i lettori più

giovani.

GABRIELLA IZZI BENEDETTI 11


Psicologia

oggi

A cura di Emanuela Muriana,

psicologa -psicoterapeuta, specialista in Psicoterapia Breve Strategica di Giorgio Nardone

Ipocondria e patofobia,

ovvero la paura delle

malattie

Come superarla con la Psicoterapia

Breve Strategica

di Emanuela Muriana

Resa famosa da Molière e dal suo

Malato immaginario, la paura delle

malattie sembra non voler allentare

la presa sugli individui, in una sfida

apparentemente paradossale con la medicina

e i suoi continui progressi. Da Molière

al dottor Google, l’incidenza di questo

disturbo, rilevato nella pratica medica, varia

dal 4 al 9% della popolazione. Tutti abbiamo

paura delle malattie, e perché non

dovremmo averne? La conseguenza più

diretta immaginata della malattia è la morte!

L’ansia è considerata quindi una reazione

del tutto normale. Quando la paura

si trasforma in terrore, entriamo nel campo

della sofferenza e della psicopatologia.

Un dato è certo: la paura delle malattie crea

grande sofferenza, fa vivere male, limita la

sfera personale, familiare e lavorativa. Il terrore

che mina la vita quotidiana, la richiesta

continua d’aiuto medico e di terapia, le

lamentele di dolore, ancora troppo spesso

bollati come “frutto dell’immaginazione”,

sono, invece, profondamente reali e

fanno vivere male sia i pazienti sia le persone

che li circondano, diventando, in senso

più lato, un problema per tutta la società.

Gli autori del libro descrivono la sindrome

ipocondriaca in tutte le sue varianti e passando

in rassegna i possibili fattori d’innesco.

Un ampio ed esauriente testo che

dimostra l’efficacia della Psicoterapia Breve

Strategica nel suo trattamento, grazie a

strategie e stratagemmi terapeutici studiati

ad hoc per le sue caratteristiche. Con l’ausilio

di casi clinici tratti dalla realtà, il lettore

può apprezzare l’efficacia di molte divertenti

e paradossali tecniche che permettono,

in modo apparentemente «magico», di

uscire in breve tempo dai circoli viziosi della

paura delle malattie. Vengono fornite, infine,

alcune indicazioni per la prevenzione

dell’ipocondria, basate sul riconoscimento

dei messaggi che il nostro corpo ci invia e

sugli stili di vita opportuni per raggiungere

e mantenere il benessere psicofisico.

«Il principio terapeutico per superare l'ipocondria

− afferma il dottor Alessandro

Bartoletti a chiusura della conferenza tenutasi

sabato 23 marzo all’Accademia Toscana

delle Scienze e delle Lettere a Firenze

− consiste nel recuperare il contatto diretto

con il proprio corpo, senza per questo sostituirsi

al medico e alla medicina. Con le

giuste strategie, infatti, è possibile superare

la paura delle malattie e convivere con l'idea

della morte, pur non essendo ancora in

grado di risuscitare!».

Emanuela

Muriana

Emanuela Muriana vive e lavora prevalentemente a Firenze. E’ responsabile

dello Studio di Psicoterapia Breve Strategica di Firenze, dove svolge

attività clinica e di consulenza. Specializzata al Centro di Terapia Strategica

di Arezzo diretto da Giorgio Nardone e al Mental Reasearch Institute di

Palo Alto CA (USA) con Paul Watzlawick. Ricercatore e Professore della Scuola

di Specializzazione quadriennale in Psicoterapia Breve Strategica (MIUR) dal

1994, insegna da anni ai master clinici in Italia e all’estero. E’ stata professore

alla Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università degli Studi di Siena (2007-2012)

e Firenze (2004-20015). Ha pubblicato tre libri e numerosi articoli consultabili

sul sito www.terapiastrategica.fi.it

Studio di Terapia Breve Strategica

Viale Mazzini 16, Firenze

+ 39 055-242642 - 574344

Fax 055-580280

emanuela.muriana@virgilio.it

12 PSICOLOGIA OGGI


A cura di

Paolo Bini

Arte del

Vino

Vinitaly: la vetrina internazionale del vino

Testo e foto di Paolo Bini

Non esistono ormai dubbi sul

ruolo cruciale di manifestazioni

ad ampio respiro che uniscono

i produttori agli acquirenti internazionali

e ai comunicatori media e di settore. Vinitaly

è un appuntamento irrinunciabile,

specchio di un’Italia che lavora sodo e

che sfoggia uno dei suoi lati migliori in

una fase economica delicata. Oltre centoventicinquemila

visitatori in quattro

giorni di esposizione, un quarto sono

stati buyer esteri; i numeri raccontano

il grande interesse mondiale e lasciano

facilmente immaginare anche l’opportunità

di guadagnarsi una visibilità essenziale

per la vendita ma anche per la

promozione sia del prodotto che dell’intero

sistema e non a caso la presenza di

alte cariche politiche nazionali e regionali

si è innestata incessante nel ricco

calendario di appuntamenti del salone

veronese. La Toscana vinicola qui vive

sempre giornate da assoluta protagonista:

le oltre settecento cantine presenti

unite agli stand dei principali consorzi

creano un padiglione di assoluta atmosfera

che lascia al visitatore la sensazione

di un territorio che cura il dettaglio

con la massima attenzione. L’allestimento

del singolo spazio espositivo è la

vetrina che apre verso l’assaggio dell’alta

qualità, il gusto estetico che invita al

gusto nel calice, l’arte dell’arredo che

presenta l’arte del fare vino, il percorso

multisensoriale che dall’occhio scende

verso le labbra. Per noi conoscitori

del prodotto finale è comunque divertente

eleggere ogni anno gli stand più

belli, suggestivi e rappresentativi ma resta

comunque un amabile capriccio che

non distoglie dalla valutazione delle etichette

più convincenti. Vinitaly 2019

sarà per la nostra rubrica anche un emblematico

piccolo punto di svolta: dopo

l’estate inizieremo a raccontarvi qualcosa

sulle realtà che vivono fuori dai nostri

confini regionali; l’arte del vino è interpretata

benissimo anche in altri territori

e descriverla può dare al lettore spunto

per nuovi viaggi o ispirazione per inediti

abbinamenti sulla buona tavola. Lasciateci

però sul finale peccare ancora di

lecito campanilismo: sapevate che qualche

mese fa l’autorevole Wine Spectator

ha eletto Sassicaia 2015 di Tenuta San

Guido come miglior vino del mondo?

E sapete che il premio internazionale di

Vinitaly è andato quest’anno a Ornellaia,

cantina famosa per l’omonimo vino

e ancor più per l’etichetta Masseto? Bolgheri,

in entrambi i casi, pare vivere al

centro del mondo pur rimanendo a soli

pochi passi da casa nostra.

Lo stand del Consorzio vino Chianti e in particolare del Vin Santo del Chianti

ARTE DEL VINO 13


Ritratti

d’artista

Ivano Cerrai

A cinque anni dalla scomparsa ricordiamo uno

dei più importanti artisti toscani del Novecento

di Fabrizio Borghini / foto courtesy Wanda Capanni Cerrai

Che circonda il mio tempo, olio su cartone telato, cm 50x70, (1993)

Ho conosciuto Ivano Cerrai molti

anni fa quando mi fu presentato

dall'allora sindaco di Montespertoli

Mauro Marconcini in occasione

dell’inaugurazione di una delle tante

mostre che la città che lo aveva adottato

ha dedicato alla sua arte. Più che

dal singolare aspetto ascetico, fui immediatamente

intrigato dalla sua calata

che, nonostante i tanti anni trascorsi nel

cuore della Toscana, non aveva perso lo

smalto, la forza e il colore della gente

di scoglio. Così scoprii che era di Castiglioncello

e che aveva ancora lì una casa

che, per l'appunto, si trovava proprio

dirimpetto alla mia. Questa scoperta fece

scoccare la scintilla dell'amicizia fra

noi e da allora ci siamo frequentati assiduamente

sia per motivi professionali,

in occasione dell'inaugurazione delle

sue mostre - che da qualche parte sicuramente

sono ancora testimoniate in

numerosi dvd - sia quando molto cordialmente

mi invitava insieme alla moglie

Wanda, anch'essa artista di talento

che condivideva con lui il panoramico

studio d'arte di Montespertoli, per mostrarmi

i nuovi lavori prima che partissero

verso destinazioni

d'Italia e del modo dove

veniva chiamato

ad esporre. Apprezzato

dalla critica, in particolare

ricordo la stima

e l'affetto che nutriva

nei suoi confronti Tommaso

Paloscia, e dalle

istituzioni, che in tantissime

occasioni hanno

voluto impreziosire

luoghi pubblici incastonandovi

sue opere sia

scultoree che pittoriche,

forse non è stato premiato

dal mercato per

quanto valesse per un

motivo imputabile solo

alla sua educazione, al

distacco con cui si avvicinava

alle cose terrene

tanto da sembrare del

tutto estraneo alle trattative

commerciali, alle

strategie di mercato, al

presenzialismo fine a se

stesso, alla ricerca di facili

consensi. Aveva iniziato

come pittore a 16

anni allievo del grande

Renato Natali dal quale

aveva appreso a padroneggiare le

tecniche del disegno e del colore non

sottraendosi al richiamo di un DNA radicato

fortemente nella pittura macchiaiola;

d'altronde era nato a nemmeno

500 metri da quello che era stato il casolare

dove Diego Martelli aveva ospitato

i maestri che avrebbero fatto grande

la pittura della Macchia. Poi, una lenta

e liberatoria evoluzione lo aveva portato

ad assecondare una vena artistica di

tutt'altra natura, votata all'astrazione e

al surrealismo incanalati in una forma di

espressione nel segno del neoiperrealismo,

capace di dare corpo e anima alle

incredibili creazioni partorite dalla sua

fantasia e liberate nello spazio, un cosmo

metafisico popolato da incredibili

e singolarissime figure che sembrano

arrivare dal passato transitando velocemente

davanti ai nostri occhi per poi

proiettarsi ansiosamente verso un misterioso

ed inimmaginabile futuro. Quello

che ci ha proposto Ivano Cerrai con le

sue opere è un viaggio in un mondo incantato

pervaso di tersi sfondi azzurri

che rendono oniriche e magiche delle

presenze fantasmatiche che avrebbero

sicuramente sedotto Federico Fellini e

stimolato Stanley Kubrick. Il medesimo

tragitto artistico, l'artista lo aveva percorso

nella scultura; partito dalla terracotta

- iniziata a plasmare al Gabbro, a

due passi da casa, e negli anni successivi,

a partire dal 1952, a Montespertoli

- dominata e declinata in un contesto

ancora fortemente figurativo in seguito

convertito alle corde ormai a lui più congeniali.

Nonostante le importanti opere

che testimoniano questo periodo, come

la fontana in terracotta d'Impruneta

e bronzo, La Donna, posizionata davanti

al Museo del Vino I Lecci di Montespertoli,

la scultura incastonata nel piccolo

chiostro della biblioteca comunale Ernesto

Balducci di Montespertoli, l'alto-

14 IVANO CERRAI


L'altorilievo donato personalmente

dal sindaco di Roma

Francesco Rutelli quale tributo

al tenore fiorentino Mario Del Monaco in

occasione del 15° anno della scomparsa.

L'opera raffigura il busto del grande

cantante lirico nel personaggio di Otello

e misura 135x115 cm arricchita da

un'imponente cornice, anche questa realizzata

in terracotta d'Impruneta.

Ivano Cerrai con Francesco Rutelli

rilievo dedicato al grande tenore Mario

Del Monaco installato a Roma nel 1998

nel foyer del Teatro dell'Opera per volontà

del sindaco Francesco Rutelli, la

straordinaria Via Crucis voluta nel 2002

dal vescovo di Livorno per la chiesa di

San Giuseppe a Nibbiaia, la terracotta

non riesce pienamente a replicare con

la medesima intensità l'incantamento

che pervade le opere pittoriche di Ivano

perché materia troppo terragna per

assecondare pienamente la leggerezza

d'animo, di pensiero, di sentimenti

dell'artista. Una sintonia che invece trova,

inaspettatamente, nel gioiello che

consente alla materia – pietre preziose

montate su oro e argento - di sfrondarsi

del soffocante contorno materico per inserirsi

in un’impercettibile cornice naturale,

un pulviscolo che pare calamitato

dalla nobiltà di piccole sculture leggere

ed eleganti che sembrano prender corpo

dalle immaginifiche forme plastiche

che evadono dalle tele di Cerrai non più

per involarsi verso lidi sconosciuti ma

per calarsi nella quotidianità, per convivere

con noi come aveva deciso di fare

Ivano che pur liberando la sua fantasia

e la sua arte verso orizzonti artistici solo

a lui accessibili, aveva deciso di stare

su questo pianeta, per molti versi a

lui estraneo e talvolta ostile, donandoci,

oltre alla sua arte visionaria, anche una

gentilezza d'animo che veniva da lontano

ed era retaggio di un'antica civiltà. A

cinque anni esatti dalla scomparsa, un

sogno è rimasto nel cassetto del maestro:

una mostra antologica da tenersi

nel Castello Pasquini di Castiglioncello.

Chi lo ha apprezzato come artista e

stimato come uomo, sicuramente non

ha perso la speranza che un giorno la

città a cui è stato visceralmente legato

per tutta la vita, possa onorare questo

suo desiderio.

Cerrai con la moglie Wanda nello studio di Montespertoli

Ivano Cerrai dal 1950 ha partecipato

a mostre e rassegne in Italia ed

all’estero ottenendo premi e riconoscimenti

di rilievo. Sue opere pittoriche,

grafiche e sculture si trovano in

numerose collezioni private e pubbliche

italiane e straniere. Ha tenuto mostre a

Firenze, Livorno, Modena, Mantova, Palermo,

Novara, Trento, San Marino, La

Spezia, Rimini, Arezzo, Grosseto, Viareggio

e, all'estero, nel 1978 alla Galleria

d'Arte Moderna di Damasco in

Siria, nel 1991 alla Herr-Chambliss Fine

Art di Hot Springs in Arkansas e nel

1993 all'Art Center di Fort Smith, sempre

in Arkansas dove gli è stata conferita

la cittadinanza onoraria dello Stato

con decreto firmato dall'allora governatore

Bill Clinton. Espone ancora negli

Stati Uniti al Goddart Art Center di Ardmore

in Oklahoma nel 1993 e nel 1994

alla Cristinrose Gallery di New York City.

Rientrato in Europa, tiene mostre nel

1994 in Germania alla Galleria Sparkasse

di Neustadt e in Inghilterra alla

Smith’s Gallerie di Londra. Successivamente,

nel 1995, è alla Billich Gallery di

Sidney in Australia e a Hong Kong. L'ultima

mostra all'estero l'ha visto protagonista

nel 2013 all'Istituto Italiano di

Cultura di Tokio. Di lui hanno scritto,

tra gli altri, Dino Carlesi, Pier Paolo Castellucci,

Vanda Lattes, Giovanni Lombardi,

Elvio Natali, Armando Nocentini,

Luciano Olivari, Tommaso Paloscia,

in un prezioso catalogo edito da Polistampa

nel 1999, Dino Pasquali, Franco

Riccomini, Chiara Rossotto, Lucio

Scardino, Alvaro Spagnesi.

IVANO CERRAI 15


Ritratti

d’artista

Qiu Yi

Il poliedrico artista cinese si

cimenta in diversi linguaggi

coniugando la tradizione della sua

terra con la cultura occidentale

di Vittorio Santoianni / foto Song Yang

Qiu Yi è un giovane artista poliedrico

che spazia liberamente

dalla scultura alla pittura, alle

forme espressive tipiche dell’arte contemporanea,

quali installazioni e performance,

con una spiccata tendenza

verso la sperimentazione che è sempre

supportata da una salda padronanza dei

mezzi espressivi. Nelle sue grandi composizioni

ad inchiostro su carta rivisita

la calligrafia e la pittura cinese classica

con vigore gestuale, al quale non sono

estranee reminiscenze dell’Action Painting.

Le sue sculture, invece, sono sapienti

assemblages, non privi di ironia,

di oggetti di uso quotidiano e di materiali

della produzione industriale, come

cemento e acciaio, con l’inchiostro di

china solido che identifica la cultura artistica

cinese. Anche le sue installazioni

nascono con la stessa logica, perché

sono costruite con manufatti caratteristici

del posto dove l’artista agisce,

secondo la modalità propria del site

specific, ossia dell’opera strettamente

relazionata al luogo d’intervento che

perderebbe di significato se spostata in

un altro contesto. Oscillante tra storia e

futuro, tradizione e innovazione, la sua

opera si distingue per il rigore formale,

l’alta qualità estetica e la raffinatezza

esecutiva. Qiu Yi vive a Firenze e lavora

fra Cina e Italia.

Qiu Yi Studio

Open Day al Palazzo dei Pittori di viale Milton a Firenze, sede dello studio di Qiu Yi

Qiu Yi (ph. Grazia Bianchi)

Qiu Yi nasce nel 1982 a Yantai, Cina,

nella provincia dello Shandong. Si

diploma in scultura nell’Accademia

di Belle Arti di Shandong. Nel 2011 si

trasferisce a Firenze, dove completa la sua

formazione presso l’Accademia di Belle Arti,

diplomandosi nel Biennio di II livello Arti

Visive e Nuovi Linguaggi Espressivi. Oltre

ad aver partecipato a numerose mostre

in Cina, ha esposto sue sculture e installazioni

in varie città del mondo: Università

dell’Ohio, USA (2007); Ming Zhi, Giappone

(2007); Centro d’Arte e Parco Museale

di Brajo Fuso, Perugia (2011); Firenze, Palazzo

Medici Riccardi (2012); Firenze, sede

dell’Accademia delle Arti del Disegno,

Palazzo dei Beccai (2012); Firenze, Centro

Espositivo delle Murate (2013); Prato,

Museo Pecci (2013); Firenze, Palazzo Vecchio

(2014); Torino, Biblioteca Nazionale

(2015); Roma, Museo Villa Vecchia di Villa

Doria Pamphili (2015); Tirana, Museo Storico

Nazionale dell’Albania (2015). Nel

2016 ha fondato a Firenze l’Associazione

di Arte e Cultura Contemporanea

Cina e Italia, della quale è direttore, che

ha organizzato varie mostre: Storia e

Condivisione. Esposizione di Scultura

Italia-Cina, Firenze, Museo della

Misericordia (2016); Arte e Tecnologia.

Arte contemporanea italiana,

Museo di Lan Wan, Qingdao, Cina

(2017); Tra Cielo e Terra. la Natura

multiforme. Pittura contemporanea

cinese a inchiostro, Firenze, Accademia

dei Georgofili (2018); La Via

della Scultura. Sei scultori dell’Accademia

delle Arti del Disegno di

Firenze, Qingdao, Cina, Qingdao

Sculpture Art Museum (2018).

16

QIU YI


I libri del

Mese

Firenze 1450 - Firenze oggi

I luoghi di Marco Rustici, autore dell’omonimo codice,

in un libro dove testi e immagini mettono a confronto

lo splendore artistico e religioso della Firenze del primo

Quattrocento con l’attualità

di Barbara Santoro

Quando, alla fine del 2015, fu

pubblicato dalla casa editrice

Olschki il facsimile del Codice

Rustici, mai avrei pensato che potesse

esserne tratto un piccolo prezioso

manuale che rende possibile a tutti riscoprire

il cuore antico della nostra

Firenze. Ma la bravura e l'impegno di

Cristina Acidini ed Elena Gurrieri hanno

compiuto questo miracolo. Questo

manoscritto, il cui titolo originale

è Dimostrazione dell’andata o viaggio

al Santo Sepolcro e al monte Sinai,

è databile intorno al 1441 ed è conservato

da sempre al Seminario Arcivescovile

Maggiore del Cestello, dove

fu portato nel 1813 dall’allora rettore,

monsignor Antonio dell’Ogna, che

lo aveva acquistato per pochi soldi in

una casa del centro storico di Firenze.

Il suo autore è Marco di Bartolomeo

La Basilica di Santa Maria del Fiore in un dettaglio

tratto dal Codice Rustici

Rustici (1392-14579), orafo e miniatore

discendente da un’umile famiglia

che nel 1441, alla vigilia del suo cinquantesimo

anno d’età, decise di fare

un viaggio immaginario verso il Santo

Sepolcro di Gerusalemme. Questo

pellegrinaggio di fantasia in Terra

Santa, che segue un percorso circolare

− da Firenze a Gerusalemme,

attraverso Porto Pisano, Genova, Cipro,

Il Cairo, il Monte Sinai e dunque

il ritorno a Firenze –, offrì all'autore

la possibilità di descrivere la città del

suo tempo, fitta di chiese, accogliente

e solidale. Quasi la presentazione

di una Firenze antica e moderna allo

stesso tempo. Un libro indispensabile

per conoscere la città del medioevo

e per amare quella del Rinascimento.

L'opera è articolata in tre sezioni

o libri con splendidi disegni fatti a

penna e acquerellati che conferiscono

al testo una grande importanza.

E’ considerato, infatti, uno dei manoscritti

più preziosi al mondo. Alcuni

anni fa la nota casa editrice Olschki

pensò che questo “monumento cartaceo”

fosse da restaurare, realizzando

anche un’edizione facsimile per

favorirne la consultazione. Ottenuto il

finanziamento dalla Fondazione Cassa

di Risparmio di Firenze, il volume

è stato restaurato e riprodotto nella

sua versione integrale di 287 carte in

folio, corredato da un secondo tomo

con un ricco apparato critico a cura

di Kathleen Olive e Nerida Newbigin,

due italianiste dell’Università di Sidney,

testi di Cristina Acidini, Francesco

Gurrieri, Franco Cardini, Timothy

Verdon e Francesco Salvestrini, e con

il coordinamento di Elena Gurrieri,

responsabile della Biblioteca del Seminario

Arcivescovile Maggiore di Firenze.

Questo prezioso codice è stato

donato anche a Papa Francesco in occasione

della sua visita a Firenze ed è

diventato un oggetto graditissimo per

i collezionisti. La lettura del piccolo e

prezioso manuale (128 pagine stampate

grazie alla generosità della Fondazione

Cassa di Risparmio di Firenze

e alla Fondazione Parchi Monumentali

Bardini e Peyron) realizzato da Cristina

Acidini ed Elena Gurrieri consente

di raffrontare, aiutati dai sapienti

commenti delle autrici, i tanti monumenti

fiorentini disegnati dal Rustici

con la situazione attuale e di rendersi

quindi conto delle trasformazioni del

centro cittadino attraverso sei secoli.

Un confronto reso ancora più efficace

e talvolta anche emozionante

dall’accostamento tra i disegni acquarellati

del Rustici e le foto di Firenze

oggi. Un intreccio di testo e immagini

che consente al lettore di compiere

un insolito viaggio attraverso la storia

e l’arte di Firenze.

I LIBRI DEL MESE

17


Personaggi

Lapo Baldacci

Cosa abbiamo imparato dall’incidente di Vermicino?

Dalla tragedia di Alfredino Rampi a quella di Julen Rosello, il

problema resta tristemente attuale. L’idea dell’inventore fiorentino

Lapo Baldacci potrebbe salvare le vite dei bambini caduti nei pozzi

di Umberto Sereni

«Mi creda, le invenzioni più

grandi nascono da aspetti

banali. Le cose più semplici

le perdi di vista, non le vedi. Il cervello

le esclude da sé». Con queste parole Lapo

Baldacci finisce di spiegarmi la sua

idea per recuperare i bambini dai pozzi.

Siamo nel suo studio in via della Cernaia,

dove abbiamo passato più di due ore a

parlare, prima ripercorrendo la sua carriera

d’inventore – centoventi brevetti depositati

in trent’anni – poi entrando nel

vivo di quest’ultimo progetto, da lui definito

“umanitario”. In effetti, per una vita

Baldacci ha creato invenzioni nel campo

degli elettrodomestici, ma ora ha deciso

di mettere l’ingegno al servizio di esigenze

ben diverse. Sono proprio alcuni dei

suoi precedenti prodotti a farci capire come

funziona il processo ideativo, e a dar

Figura 1 – Il metodo del tunnel parallelo. Oltre

a richiedere molto tempo, comporta il rischio

di spingere il bambino ancora più in profondità

senso alla parola da lui utilizzata, semplicità,

che sembra proprio la chiave per

un’invenzione di successo: l’accendigas

piezoelettrico, il Gratì, la Mokona Bialetti –

solo per citarne alcuni: la lista dovrebbe

comprendere almeno altri cento prodotti,

e non basterebbe l’intero pomeriggio per

parlarne. Sono creazioni di una mente

che, dopo aver osservato il problema, riesce

a escogitare soluzioni che raggiungono

l’obiettivo nel modo più conveniente e

lineare possibile. La straordinaria attitudine

dell’inventore, questa volta si è messa

al servizio di un progetto umanitario. «Lei

è giovane», ha esordito introducendo la

sua idea, «e forse non si ricorda dell’incidente

di Vermicino. Nel giugno del 1981

io seguii – insieme a ventun milioni d’italiani

– la triste vicenda di Alfredino Rampi

caduto in un pozzo, e di certo non

dimentico gli encomiabili sforzi messi in

atto per salvare questo bambino, compresi

i veri e propri atti eroici di quei volontari

calati a testa in giù e legati per i

piedi, col rischio di morte quasi certa.

Poi, nonostante l’utilizzo di macchinari

speciali venuti da lontano, abbiamo assistito

alla tragica conclusione, dopo sessanta

ore di inutile lotta. Recentemente,

purtroppo, un caso analogo: in Spagna,

Julen Rosello, di appena due anni, è caduto

in un pozzo largo 25 centimetri, e a

nulla sono valsi gli sforzi sovrumani di

tecnici, operai, specialisti e speleologi affinché

il bambino sopravvivesse. Purtroppo,

chissà quante volte si sarà

ripetuto questo triste copione in altre parti

del mondo, senza che se ne abbia notizia.

Ora, io non voglio insegnare niente a

nessuno, ma forse uno come il sottoscritto

potrebbe dare un piccolo contributo,

suggerendo, con la massima

umiltà, alcune osservazioni sui metodi di

soccorso messi in atto in queste difficili

situazioni. Con ciò non voglio certo criticare

l’alto senso di abnegazione di uomini

come Angelo Licheri, e dello speleologo

Tullio Bernabei, ma alcune domande io

me le sono fatte ugualmente». A questo

punto, Baldacci procede a identificare il

problema nel dettaglio, lucidamente: «Un

bambino che cade in un buco del diametro

di 30 centimetri e profondo 50 metri,

ha un tempo di sopravvivenza pari a un

giorno o due, per un insieme di fattori (lo

shock, le ferite, il buio, la paura, il freddo,

la sete, la fame, l’aria che manca in profondità,

la posizione innaturale che non

permette la respirazione…). Detto questo,

sorge spontaneo domandarsi perché,

al momento del soccorso, insistiamo

col metodo del tunnel parallelo (v. figura

1), rivelatosi sempre inefficace. Si pensi

che tale tunnel dovrebbe essere cinque

volte più largo del pozzo in cui è caduto il

bambino, in modo da permettere agli

operai di accedervi, e questi ultimi poi

dovranno scavare un secondo tunnel in

orizzontale per poterlo raggiungere, magari

usando anche dei microesplosivi (se

in presenza di rocce). Se guardiamo i dati

su internet, scopriamo che, su dieci

tentativi basati su questo metodo, abbiamo

avuto dieci insuccessi. Rendiamoci

conto che un bimbo in quelle condizioni

non può attendere le trivelle speciali, le

quali prima devono essere cercate (e bisogna

trovare quelle con le frese del diametro

giusto), poi trasportate sul luogo

dell’incidente e installate. E se il terreno è

duro scavano solo pochi metri al giorno,

e poi andrà scavato il tunnel orizzontale

che è ancora più difficoltoso del primo, e

poi, quando si raggiunge il bambino,

sappiamo tutti che a quel punto recupereremo

solo un corpicino morto! Dio non

voglia, ma se un domani dovesse accadere

un’altra disgrazia simile, useremo

sempre questa procedura? Si aprirà un

altro cantiere per lavorare una settimana

18

LAPO BALDACCI


mentre il bambino aspetta?». Conclusa la

disamina dei metodi di recupero attualmente

in uso, Baldacci si accinge a

espormi la sua proposta: «Per capire le

alternative disponibili, bisogna considerare

le opportunità offerte dalla tecnologia

odierna. Non c’è bisogno di

scomodare l’alta tecnologia giapponese,

basterebbe che uno dei nostri centri di

eccellenza, ad esempio il Sant’Anna di Pisa

(solo per citarne uno), si impegnasse

per trovare il modo di fare uscire i bambini

da dove sono entrati. So che sembra

riduttivo, ma credo che una delle tre tecniche

sulle quali sto lavorando offra delle

possibilità in tal senso. Il principio è questo:

un bambino che cade in un pozzo

non chiude mai ermeticamente il buco

come farebbe un tappo di bottiglia, ma

lascia sempre intorno a sé un piccolo

spazio. Un bambino non è tondo. È banale

ma è così. Quindi, perché non caliamo

e inseriamo in questo piccolo spazio una

sottile sonda, alla cui estremità vi è un

bulbo che racchiude un palloncino gonfiabile,

opportunamente sagomato, che

si espande non appena supera i piedi del

bambino (v. figura 2)? Così facendo, per

prima cosa si impedisce al bambino di

sprofondare ancora di più – cosa altamente

probabile, come ci ricorda l’incidente

di Alfredino Rampi – dopodiché,

tirando su il palloncino, riporteremo il

piccolo in superficie». Alle mie domande

riguardo alle modalità concrete di realizzazione,

Baldacci mi spiega che con la

parola palloncino intende, ovviamente,

una sfera di gomma in materiali ultraresistenti

(ad esempio neoprene e kevlar). In

sintesi: la sonda col palloncino supera i

piedi, viene fatta crescere con l’aria compressa

fino a raggiungere il diametro del

buco; a questo punto, tirandola in superficie,

trascinerà con sé anche il bambino.

Ripensando a Vermicino, dico a me stesso

che una soluzione simile avrebbe risparmiato

gli interventi diretti sul piccolo

Alfredo, i tentativi di imbragarlo, di tirarlo

con forza procurandogli la ben nota frattura

del polso. Infatti, prima di proseguire,

Baldacci mi spiega che in situazioni

simili non si può fare affidamento sulla

cooperazione del bambino, perché, oltretutto,

lo shock e la mancanza d’ossigeno

ne minano la capacità di ragionamento

(Sfondate la porta e entrate nella stanza

buia, disse Alfredino ai soccorritori). «Il

dispositivo − prosegue Baldacci − dovrebbe

essere progettato in molteplici

versioni a seconda del diametro del

pozzo, della profondità, del peso del

bambino, della posizione in cui si

trova. Per capire meglio il funzionamento,

precisiamo che i soccorritori

raggiungerebbero il punto interessato

servendosi di luci e telecamere,

quest’ultime collocate in tubi paralleli

a quello di traino: mentre il bulbo

scende, il suo percorso viene illuminato

e monitorato, permettendo di

prendere la mira e di infilare la sonda

nel punto più adatto all’aggancio. Si

tratta di una soluzione molto semplice,

dal costo irrisorio. Lo so che

sembra tutto molto facile, ma pensiamo

che, anche nel caso in cui

quest’intervento durasse un giorno,

il bambino sarebbe ancora vivo. È

qui, nella tempistica, la chiave di tutto:

se i vigili del fuoco, in futuro,

avessero uno strumento del genere,

le operazioni di soccorso inizierebbero

entro un’ora, e non dopo due o tre

giorni». Baldacci ha lavorato a un’altra

modalità di recupero sulla quale vale la

pena soffermarsi. Come si può notare

dalla figura 3, anziché servirsi di un bulbo

gonfiabile, i soccorritori utilizzeranno una

maglia elastica autostringente, realizzata

con fili d’acciaio a memoria di forma.

«Una lega a memoria di forma – mi

spiega Baldacci – è una lega metallica

che “mantiene la memoria” della sua

forma, riacquisendola quando viene

surriscaldata anche a bassa temperatura.

Questo metodo è certamente più

complesso del primo, perché richiede

l’utilizzo di leghe particolari con proprietà

applicative più promettenti.»

Benché mi sembrino idee straordinarie,

davanti al mio entusiasmo Baldacci

mantiene il suo pragmatismo, ben

conscio che non stiamo parlando di

operazioni facili: «Sono tentativi. Se

su dieci casi funzionassero anche solo

due volte, si parla comunque di vite

salvate. Non esistono ostacoli alla realizzazione

di strumenti simili (considerando

la tecnologia attuale e il costo di

realizzazione). Le competenze ci sono,

è solo questione di volontà. Voglio

precisare che il compenso più grande,

per me, sarebbe quello di vedere un’azienda

prendersi a cuore un problema

umanitario così grande».

Per contatti:

baldacci.studio@gmail.com

Figura 2 – L’apparecchio ideato da Baldacci.

Si procede al recupero dalla bocca stessa del

pozzo, calando il bulbo gonfiabile e i tubi paralleli

(luce, telecamera, ossigeno per il bimbo).

Le “foglie” verranno realizzate in carbonio. Tra

le tecniche di recupero a cui l’inventore sta lavorando,

al momento questa sembrerebbe la

candidata ideale per una possibile realizzazione

Figura 3 - La seconda versione dell’apparecchio.

Il bambino viene avvolto e tirato su servendosi

di una rete autostringente

LAPO BALDACCI 19


L'autrice

Racconta

Il cancello chiuso

Il romanzo verità di Donatella Tesi

di Stefano Lanuzza / foto Maria Grazia Dainelli

La copertina del libro di Donatella Tesi

Fin dal suo primo libro, Sindrome

da sequestro, memoriale di

un’esperienza drammatica vissuta

da sfortunata e coraggiosa protagonista,

Donatella Tesi interpreta un

ruolo desueto nella letteratura italiana

di questi anni: e merita più attenzione di

tanti altri scrittori. Il connotato saliente

della sua opera, appunto quello memorialistico,

presenta molti modelli narrativi:

la comunità umana, l’ambiente, la

casa, la famiglia, la quotidianità e l’umbratile

e turbata biografia dei personaggi

veri, presentati senza infingimenti,

sono la fonte sorgiva di una scrittrice

con ascendenze letterarie naturalistiche

che non sembrano aver esaurito

la proprio forza originaria ispiratrice.

Ascendenze che, recuperata la primaria

esigenza di comunicare la verità della

realtà, vogliono denotare la continuità

fra il mondo contadino toscano inurbato

e la società neomercantile ultimo

novecentesca, quella fiorentina, evidenziando

le fratture e le contraddizioni derivantene.

È anche il caso seguendo la

felice conferma di Parabola di poesia,

romanzo che colpisce per la sua memorante

delicatezza e nitore espressivo

– di Il cancello chiuso, la prova più

matura e toccante di una scrittrice in

ascesa, sempre più sicura di sé, al fine

capace di compendiare anche la dimensione

storico – antropologica dell’Italia

del Novecento con le due guerre mondiali,

il fascismo, l’invasione nazista e

le successive trasformazioni sociali. Oltre

alla spigliatezza del dettato e all’aderenza

ai fatti esposti, un dato saliente

di questo libro è un nucleo esistenziale

di personaggi caratterizzati dall’essere

testimoni e insieme protagonisti: in

particolare il quartetto impersonato da

Caterina Visani Scozzi (donna di origini

aristocratiche, dedita alla preghiera

e segnata da una solitudine disperata),

col marito fedifrago Antonio Gatti (mercante

di tessuti, personalità sanguigna

e inquieta) e dalla loro figlia Andreina,

mater dolorosa di Donatella. Su queste

ultime due, empatica coppia di voci

narranti e come poste a specchio fra

loro, si basa l’armonica struttura di un

affresco di colori illustrato dalla parola

piena di pathos della Madre interagente

con la Figlia: sino a configurare un

ideale unitario Io narrante. Istituito su

tale Io, denso di vibrazioni emotive, il

sofferto status femminile – richiamato

da due età di donne accomunate da un

drammatico destino di crisi sconfitta

e dolore senza riscatto – costituisce la

più fedele chiave di lettura de Il cancello

chiuso. Chiuso come clausus, occulto,

segreto; e come claustrum, chiusura,

barriera, segno di una segregazione del

femminile che, pure con toni smorzati

e crepuscolari, talora sfumanti, non

cessa di porre sotto accusa la famiglia

patriarcale. Questo micromondo

col suo cieco controllo della sfera privata,

la mancanza di conoscenza fuori

di sé, l’ipocrisia, le passioni compresse,

le miserie e piccinerie morali, tutto

ciò sembra come un’onda prolungarsi

nell’alienazione mentale di Caterina

e nel disagio psichico di Andreina, lesa

dal morbo di Alzheimer, e poi nella

disavventura (il traumatico sequestro)

patita negli anni '80 dalla stessa Dona-

20

DONATELLA TESI


tella. Al pari della madre Andreina, dotata

di una sorta di magica sensibilità per

la quale non c’è scarto fra cose reali, sognate

o immaginarie, l’autrice misura in

modo affettuoso e caritatevole i più minuti

particolari della storia narrata: con

i caratteri e le convenzioni, le ataviche

abitudini e le fughe impossibili, le antitetiche

qualità e le tensioni, i conflitti

laceranti, i tangibili difetti, le cupezze e

ogni moto psichico dei personaggi, uno

scenario intensamente rilevato. Entro

tale sfondo che, in due sezioni (Madre

e Figlia) dalla consistenza pressoché

uguale e scandite con la medesima velocità

di dettato, mette a fuoco il bianco

e il nero di esistenze ferite, l’istanza testimoniale

di Donatella Tesi non rinuncia

alle ragioni stilistiche d’una scrittura

sempre sorvegliata, sorretta da significati

congrui, analisi sottili, cura del-

la parola pienamente significante e, in

alcuni casi, da ricorso all’espressionistico

vernacolo del Mugello. E’ una

scrittura che, nell’intreccio estetico dei

suoi temi emotivi, vuole denotare la stabile

bellezza delle cose semplici, affermare

la religiosa speranza nell’inatteso,

dando infine rilievo a serie di personaggi

parte di un’esemplare “romanzo verità”.

Ed ecco che lungo la trama degli

eventi, tra una folla di figure che, ora

esili, ora precarie o abilmente rilevate,

risultano perfettamente funzionali alla

narrazione assumere sostanza lo scorbutico

e un po’ torvo nonno Enrico, la

giunonica e olimpica zia Marianna, il

nevropatico zio Beppe, lo scanzonato

cugino Guido; fino al marito di Andreina,

Mario Tesi, sobrio e silente. Ognuno

di essi ritratto in termini di intellegibile

psicologia individuale e inchiodato

al proprio destino ineluttabilmente senza

storia. Un particolare ruolo ha inoltre

l’indimenticabile personaggio della volitiva,

fiera e pure tenera, zia Enrichetta

(Ketty), con la sua morbida femminilità,

i grandi occhi buoni, i bianchi capelli

ondulati, i leggiadri cappellini. Anche

lei innocente come l’acqua finita nella

dimenticanza di sé, inebetita e perduta

nel disfacimento della coscienza. Una

mestizia dolorosa e al contempo senza

esibite angosce, a tratti rasserenata e

supremamente consapevole, una segreta

umiltà, l’assidua cura nel valorizzare

gli eventi con una scrittura essenziale e

scevra di manierismi, un’esatta memoria

e l’attaccamento alle radici materne

sigillato nella fiducia dell’amore evocato

che mai si smarrisce, connotano le pagine

di questo romanzo fra i più riusciti

dell’ultima stagione letteraria.

Donatella Tesi

DONATELLA TESI 21


Storia delle

Religioni

A cura di

Stefano Marucci

Riflessioni su San Francesco di Assisi

L’importanza della preghiera nell’incontro con Dio

di Valter Quagliarotti

Continua dal numero precedente - 2^ ed ultima parte

Perché pregare? Francesco prega

perché si sente seguace di Gesù,

poiché per lui la preghiera comincia

nella sequela. Nella misura in cui si segue

Gesù, si può pregare con cuore puro.

Francesco ha scoperto Gesù che attrae e

conquista: è lui che motiva la risposta del

cuore, la preghiera nella fede. Per Francesco

una cosa è chiara: si prega nella misura

in cui si è discepoli. Si rende conto che

la preghiera non nasce in noi per i nostri

sforzi, ma è opera dello Spirito nelle nostre

vite. La preghiera è il luogo per eccellenza

della gratuità, il terreno dell’incontro con

l’in¬visibile, dell’incomprensibile. Lo stare

davanti a qualcuno, lo stare in ginocchio

di fronte a un altro riconosciuto più grande

di noi, rende evidente che la preghiera

non è mai ripiegamento su sé stessi, uno

specchio nel quale ammirare compiaciuti

la pro¬pria immagine o sfogare le proprie

frustrazioni, ma un muoversi verso,

un creare un rapporto dialogico con un altro.

Finché nella mia preghiera non realizzo

questo in¬contro tra “io - tu”, c’è falsità

e vuoto, non c’è preghiera. Questo rapporto

“io - tu” è fede. Ma Francesco d’Assisi

Caravaggio, San Francesco in meditazione,

olio su tela (1605), Galleria Nazionale d'Arte

Antica, Roma

e Pio da Pietrelcina con la loro vita intessuta

di pre¬ghiera non solo vanno controcorrente,

ma lanciano un messaggio forte: la

qualità del¬la vita si rivela nel modo in cui

l’uomo prega o non prega. Per Francesco

scoprire Dio vuol dire mettersi in contatto

con lui e qual è il modo mi¬gliore se non

la preghiera? Come il Signore che, amava

luoghi solitari e deserti, an¬che Francesco

fa lo stesso; per lui il Signore è tutto. Scrive

il Celano: «Non era tanto un uomo che prega,

quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato

in preghiera vi¬vente» (FF 682).

Anche a Francesco i suoi compagni, come

fecero i discepoli a Gesù, pongono la stessa

domanda: «Maestro, insegnaci a pregare».

La preghiera ha un suo valore quando

non è egoistica, quando non si chiude in

se stessa, ma si apre agli altri, prima di

tutto a Dio. Allora come far sì che la preghiera

abbia una sua efficacia? Francesco

lo descrive al capitolo 22 della Regola non

bollata (Rnb) dove parla di “conversione”,

cioè rinuncia ai vizi ed al peccato; ed ancora

la “volontà del Si¬gnore” come centro

della propria vita ed “terra buona”alla parola

e all’azione di Dio. Sulla scia del suo

grande maestro e fondatore, Padre Pio fa

lo stesso. E’ lui a descriverci ciò che avviene

durante la preghiera: «Appena mi metto

a pregare, tosto mi sento il cuore invaso da

una fiamma di un vivo amore; è una fiamma

delica¬ta ed assai dolce che strugge e

non dà pena alcuna, e ne rimane sazio in tal

gui¬sa da non perderne il desiderio» (Ep.

I 461). Per chi bisogna pregare? Aggiunge

il santo di Pietrelcina: «Per i perfidi, per

i tiepidi, per i fervorosi, per il Sommo Pontefice,

per tutti i bisogni spirituali e temporali

della santa Chiesa, ed una pre¬ghiera

speciale per tutti coloro che lavorano colle

missioni fra tanta gente infedele e incredula»

(Ep. II, 70). Egli fu un uomo di spirito e

con i piedi per terra: «E non stancate soverchiamente

il vostro spirito con preghiere

lunghissime e continuate, quando lo spirito

e la testa non si prestano» (Ep. II, 177).

Valter Quagliarotti

22

STORIA DELLE RELIGIONI


A cura di

Stefano Marucci

Storia delle

Religioni

Il volto spirituale dell’India

Il Dio “dentro di noi” secondo Gandhi

di Don Johnson Koovakunnel

L'induismo ha su Dio un pensiero

multiforme: passa da interpretazioni

infantili, primitive e

contraddittorie a interpretazioni profonde

e sublimi. Si comincia con un politeismo

naturalistico: nella prima parte dei

Veda si rende culto a migliaia di divinità.

Si passa a un’interpretazione monoteista:

c'è un solo Dio! Ma la scuola di

Sànkara (788 - 820) dice che questo Dio

è assolutamente impersonale, mentre la

scuola di Ràmànuja dice che Dio è persona

Suprema. Per Gandhi religione non

è formalismo o consuetudine, e ci porta

faccia a faccia con il nostro Creatore.

La religione trasforma la nostra propria

natura, ci lega indissolubilmente alla

verità che è dentro di noi e ci purifica

sempre. La religione di Gandhi è una religione

razionale ed etica. La religione dovrebbe

veramente pervadere ogni nostra

azione. Essa trascende l'induismo, l'islamismo,

il cristianesimo, ecc. Non li sostituisce.

Li armonizza e conferisce loro

realtà. Per Gandhi le religioni sono strade

diverse convergenti verso lo stesso

punto e quindi non importa se prendiamo

strade diverse, purché giungiamo

alla stessa mèta. Per Gandhi Dio è verità

e amore, etica e morale; è coraggio.

Dio è la fonte della luce e della vita e tuttavia

è al di sopra e al di là di tutto questo.

Dio è coscienza. Trascende la parola

e la ragione. E’ un Dio personale per coloro

che hanno bisogno della sua presenza

personale. E’ incarnato per coloro

che hanno bisogno del suo contatto. E’

la più pura essenza. E’, semplicemente,

per coloro che hanno fede. E’ tutte le cose

per tutti gli uomini. E’ in noi. E’ longanime.

E’ paziente ma è anche terribile.

E tuttavia perdona sempre, perché ci dà

sempre la possibilità di pentirci. E’ il più

grande democratico che il mondo conosca,

perché ci lascia liberi di fare la

nostra scelta tra bene e male. Gandhi afferma

di vedere Dio attraverso il servizio

all'umanità, perché sa che Dio non è né

in cielo né quaggiù, ma dentro ciascuno

di noi, quindi dentro ogni uomo che ci è

vicino e stando vicino ad ogni uomo incontriamo

Dio. Dice Gandhi: «Credo alla

gente che parla agli altri della propria

fede, soprattutto con lo scopo di convertire.

La fede non ammette di essere

raccontata. Deve essere vissuta, e allora

si diffonde da sé». La fede in un solo

Dio è la pietra angolare di tutte le religioni.

Egli continua dicendo che tutte le

grandi religioni del mondo sono più o

meno vere. Tutto quello che è toccato

dalla mano dell'uomo, per la semplice

ragione che gli esseri umani sono imperfetti,

diventa imperfetto. Ma la perfezione

è attributo esclusivo di Dio ed

è indescrivibile, intraducibile. E’ necessario

che tutti noi aspiriamo alla perfezione,

ma quando si raggiunge questa

condizione benedetta, essa diventa indescrivibile,

indefinibile. E perciò Gandhi

ammette, con tutta umiltà, che i

Veda, il Corano e la Bibbia sono parola

di Dio ma che, esseri imperfetti come

siamo, piegati qua e là da una moltitudine

di passioni, ci è impossibile perfino

comprendere questa parola di Dio

nella sua pienezza. Se crediamo in Dio

non soltanto con l'intelletto, ma con tutto

il nostro essere, ameremo l'umanità

intera senza distinzioni di razza o classe,

nazione o religione. Tutti gli uomini

sono fratelli e nessuna creatura dovrebbe

essere estranea all'altra. Il benessere

di tutti, “sarvodaya”, dovrebbe essere il

nostro obiettivo. Dio è il vincolo comune

che unisce tutti gli esseri umani. Gandhi

fu il primo nella storia dell'umanità

a estendere il principio della non-violenza

dal piano individuale a quello sociale

e politico. Entrò nella politica allo scopo

di sperimentare la non-violenza e stabilirne

la validità. Come si può notare, le

affermazioni di Gandhi trovano una rispondenza

eccezionale con i principi della

religione cristiana, soprattutto quelli

che riguardano l’amore per il prossimo.

Si legge nel Vangelo di Luca 10, 25-28:

«Un dottore della legge si alzò per metterlo

alla prova. Maestro, che devo fare

per ereditare la vita eterna? Gesù gli disse:

che cosa sta scritto nella Legge? Che

cosa vi leggi? Costui rispose: amerai il

Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore,

con tutta la tua anima, con tutta la tua

forza e con tutta la tua mente e il prossimo

tuo come te stesso. E Gesù: hai risposto

bene; fai questo e vivrai».

www.paolopenko.it

info@paolopenko.com

+ 39 055. 2052577

Don Johnson Koovakunnel

STORIA DELLE RELIGIONI 23


Eventi in

Toscana

Il 2 giugno riapre il Piccolo Museo di vita

contadina a Covigliaio nell’Alto Mugello

Per i nostri lettori lo abbiamo visitato fuori stagione insieme al

suo ideatore Mario Mantelli e al noto scultore Fabrizio Maiorelli,

suo grande amico e collaboratore della manifestazione

di Elisabetta Mereu / foto courtesy Piccolo Museo Di Covigliaio

La memoria è la forza di un popolo!

Chi la perde è un popolo

senza futuro! E’ una delle tante

dediche lasciate da uno dei visitatori

che, a centinaia, visitano − da giugno

a settembre − il Piccolo Museo di Covigliaio,

nel comune di Firenzuola, sulla

via Bolognese vicino al Passo della Futa,

inaugurato nel 2012 da Mario Mantelli,

pensionato oggi 80enne. Nel granaio di

quella che fu la sua casa natale, nel borghetto

di Palventa, questo meticoloso

collezionista ha ricreato un’abitazione

contadina, com’era dal dopoguerra fino

agli anni del boom economico, quando,

dopo il 1965 circa, ci fu lo spopolamento

in massa delle campagne. Una

raccolta cospicua di cimeli d’epoca che

− pur senza aver avuto alcun sostegno

da parte delle istituzioni − rappresenta

un vero patrimonio storico e culturale,

con migliaia di oggetti usati quotidianamente

dai nostri avi, sia in casa che

Mario Mantelli con una scolaresca all'ingresso del museo

nei lavori agricoli. Attrezzi ed utensili di

vario genere che fanno trasparire quali

grandi fatiche affrontassero ogni giorno

le generazioni che hanno attraversato la

prima metà del Novecento, quando ancora

erano ben lontani gli aiuti dei mezzi

meccanici e a motore. «Avevo conservato

per anni molte cose della mia famiglia

e di quella di mia moglie Anna Maria

- mi dice Mantelli in occasione della mia

visita fuori stagione, in esclusiva per la

nostra rivista - come il letto di mio nonno

Luigi forgiato a mano dai fabbri della

zona, il bollitore per lavare i panni o la

galena (ricevitore a onde radio del 1940

circa ndr.) l’apparecchio con cuffia che

teneva sul comodino per ascoltare ogni

sera le notizie. Così quando sono andato

in pensione ho iniziato a rimetterle insieme,

sistemarle ed archiviarle. In seguito

me ne hanno regalate ancora tante altre

amici e conoscenti, e così 7 anni fa ho

pensato di esporre il tutto con un cer-

Lo scultore Fabrizio Maiorelli e a destra Mario Mantelli

Piccolo Museo di Covigliaio

Apertura con ingresso gratuito

dal 2 giugno al 30 settembre

sabato e domenica.

Su prenotazione anche in giorni diversi.

al 331 2933434

PiccoloMuseoDiCovigliaio

24

EVENTI IN TOSCANA


to criterio in modo da far conoscere anche

ai più giovani com’era la vita delle

famiglie contadine tanti anni fa. Infatti,

sono molto felice quando ricevo la visita

delle scolaresche con i propri insegnanti,

perché i bambini ascoltano

incuriositi ed ammirati quanto gli racconto.

Ma ovviamente tenere aperto

questo museo per tutta l’estate vuole

essere un’opportunità per continuare a

dar vita alle nostre montagne e mantenere

attivi il più possibile i nostri piccoli

paesi. Ecco perché invito i vostri lettori

alla riapertura stagionale il 2 giugno

e chi vuole − su prenotazione − anche

a quella che facciamo l’ultima domenica

di luglio, con musica, balli, canti e

merenda contadina sull’aia, per rivivere

quei lontani periodi pieni di fatiche manuali

ma anche di tanta cordialità, che,

come il mangiare genuino, ancora si

può trovare da queste parti!».

Fabrizio Maiorelli ad un'estemporanea a

Borgo San Lorenzo (Ph. E. Mereu)

Chi partecipa attivamente all’attività del

Piccolo Museo è Fabrizio Maiorelli, originario

proprio di Firenzuola, abile

scultore del legno e della pietra, grande

amico di Mario Mantelli al quale ha

anche insegnato l’intaglio del legno, nei

suoi corsi presso l’Università dell’Età

Libera del Mugello e all’associazione

Dalle terre di Giotto e dell’Angelico di

Vicchio. L’artista è molto noto nel Mugello

per le sue opere e creazioni (come

il monumento a Giotto e Cimabue o

quello dedicato agli alpini presenti proprio

nel paese di Giotto ndr.) che espone

anche al Piccolo Museo di Covigliaio

per tutta l’estate. Opere che molto spesso

gli vengono commissionate da enti

o privati. Il prossimo 24 maggio sarà

installata in località Villore, frazione di

Vicchio, una lapide, realizzata per conto

dell’AVIS di Vicchio, a ricordo delle

vittime di tutte le guerre. Un imponente

monumento, alto più di 2 metri, che

Maiorelli ha scolpito con la collaborazione

di Bruno Serpillo, altro artista,

mugellano d’adozione, coi fiocchi, con il

quale 3 anni fa aveva già scolpito un’opera

lignea dedicata a don Lorenzo Milani,

rappresentato con i suoi allievi della

scuola di Barbiana. «Quello che sarà posto

a lato della Chiesa di Meleto, a Villore,

è un altorilievo − mi dice Maiorelli

− in cui le figure di un carabiniere in uniforme

e una donna del popolo emergono

dalla pietra che ha uno spessore

di quasi 1 metro e mezzo. Ai piedi della

scultura abbiamo voluto rappresentare

le fronde di un grosso castagno con

sullo sfondo il profilo abbozzato di un

seccatoio, in modo da creare un legame

col territorio, dedito alla castanicoltura».

Dunque, un altro bellissimo risultato

professionale per uno che si definisce

un semplice autodidatta, avendo iniziato,

all’età di 10 anni, guardando suo

nonno Angiolo che faceva piccoli oggetti

artistici e di utilità domestica. Fu attratto

in maniera tale da volerlo uguagliare e

col tempo l’ha decisamente superato diventando

esperto intagliatore e scultore.

Nelle sue mani, colpo dopo colpo, la pietra

e il legno prendono vita facendo emergere

la sensibilità d’animo dell’artista e i

sentimenti che lo pervadono in quel determinato

momento creativo. «Una delle sue

caratteristiche è quella di parlare attraverso

la forma di ciò che manipola ed usa lo

scalpello come fosse un pennello che delinea

acquerelli dai colori soffusi e dalle

linee vellutate». Così la pittrice, scrittrice

e poetessa Annamaria Vezio ha descritto

il suo straordinario virtuosismo

tecnico. Fra le tante opere esposte nelle

varie mostre personali o collettive, alle

quali ha partecipato in tanti anni di

attività, in Toscana e in varie parti d’I-

Maiorelli con la scultura dedicata a don Milani

Fabrizio Maiorelli inizia ad

esporre le sue opere in pietra

e legno nelle feste paesane, ma

poi, per l’originalità delle creazioni, è

invitato a partecipare alle mostre organizzate

da varie associazioni culturali

come “E.S.S.E.R.E.” di Barberino

del Mugello, dove abita dal 1983, a

Marina di Bibbona (LI), al Palagio di

Parte Guelfa, Villa Vogel e Villa Bandini

a Firenze, a Predappio (FC), a Palazzo

Pretorio di Barberino (FI). Nel

2013 riceve il Premio Firenze di Letteratura

e Arti Visive, nella sezione

Scultura.

talia, uno dei suoi capolavori è sicuramente

la Pergamena di Firenzuola, una

scultura che riporta una scritta di benvenuto

ai viandanti, creata da una porzione

di pietra serena che però sembra

leggera come un antico papiro. Il prossimo

9 giugno parteciperà all’inaugurazione

dell’Incontro Annuale di Sculture

Monumentali realizzato ed inaugurato

nel 2014 dall’artista Vittoria Marziari al

Parco della Luce, a Siena. In quest’oasi

di verde vicino alla famosa Piazza del

Campo Maiorelli esporrà due delle sue

originali figure femminili scolpite su pietra

che come le altre opere resteranno

visibili al pubblico tutta l’estate, fino alla

fine di settembre.

EVENTI IN TOSCANA

25


Centro studi e incontri

Internazionali

Una primavera ricca di eventi per il

Movimento Life Beyond Tourism

Da Rabat a Pechino passando per Mosca e Firenze

di Stefania Macrì

Proseguono con un ricco calendario

di appuntamenti, gli impegni

del Centro Studi e Incontri Internazionali

assieme al Movimento Life

Beyond Tourism. Si sono appena concluse

la fiera Architecture 2019 a Mosca

e la Mostra Internazionale dell’Artigianato

di Firenze. A partecipare alle due fiere

sono state diverse aziende affiliate al Movimento

che hanno avuto la possibilità di

esporre i propri prodotti, far conoscere e

raccontare la propria storia ad un pubblico

nazionale ed internazionale. A Mosca

hanno partecipato: CMM arredamenti su

misura in legno, Rossano Scontini che

si occupa di rifiniture d’interni, Filistrucchi

con le sue parrucche attivo dal 1720,

l’atelier Giulia Carla Cecchi e i suoi abiti

di alta moda. Durante il congresso Architecture

2019, inoltre, il Centro Studi

e Incontri Internazionali e il Movimento

Life Beyond Tourism hanno organizzato

un momento conviviale con degustazione

di prodotti toscani unito ad una sfilata

di moda curata dalla stilista Pola Cecchi,

che ha fatto indossare le sue creazioni ad

alcune ballerine. Si ringraziano le aziende

che hanno contribuito alla realizzazione

della degustazione: il Salumificio

Lombardi che ha portato i suoi insaccati,

Pany da Lory con i suoi biscotti cantucci

artigianali, la Società Agricola Dalma

con il suo olio extra vergine di oliva, il

Biscottificio Belli con una fornitura di biscotti

artigianali, Massimo Manetti con i

suoi salumi, i Fratelli Zanobini “Vinattieri

in Firenze” con il vino toscano di loro

produzione. All’indomani della conclusione

della Fiera di Mosca un’altra importante

occasione si è aperta a Firenze

per i membri del Movimento: l’83a Mostra

Internazionale dell’Artigianato. Nel

Padiglione Spadolini della Fortezza da

Basso il Movimento Life Beyond Tourism

ha allestito il proprio stand condiviso

con alcune aziende affiliate che con entusiasmo

hanno deciso di partecipare all’evento

dal 24 aprile all’1 maggio. Si tratta

di Luce Gioielli di Cecilia Bassi Luciani

che si occupa di arte orafa, l’azienda Tessilnova

specializzata nella produzione di

abbigliamento con il famoso “panno del

casentino”, la pittrice-scultrice e creativa

Angela Tagani, l’azienda artistica e artigianale

Cornici Ragazzini di Sonia Ragazzini.

Sono stati giorni intensi di incontri

e scambi con i visitatori alla mostra che

con interesse si sono avvicinati al mondo

Life Beyond Tourism ® fatto di dialogo

tra culture e collaborazioni nell’ottica

di costruire ponti tra popoli, attraverso

molteplici azioni condivise, prima di tutto

culturali poi anche di tipo commerciale.

Nelle giornate del 18 e del 19 aprile,

in occasione della Giornata Internazionale

dei Monumenti e dei Siti UNESCO

a Rabat (Marocco), il Movimento Life

Beyond Tourism è stato presentato alla

Conferenza Internazionale sul ruolo e le

responsabilità dei governi locali in merito

alla protezione e promozione del patrimonio

culturale e naturale in Africa e

nel mondo arabo-musulmano. La conferenza,

organizzata dalle istituzioni internazionali

UCLGA (United Cities and Local

Government of Africa) e ISESCO (Organizzazione

Islamica per l’Educazione, le

Scienze e la Cultura), ha visto la Fondazione

Romualdo Del Bianco ® , ideatrice

della filosofia alla base del Movimento

Life Beyond Tourism, ospite dell’apertura

La delegazione del Movimento Life Beyond Tourism insieme alle

aziende affiliate presenti a Mosca (23-24 aprile 2019)

Lo stand e gli artigiani del Movimento Life Beyond Tourism alla 83a

Mostra dell'Artigianato di Firenze

26

CENTRO STUDI E INCONTRI INTERNAZIONALI


Il presidente Paolo Del Bianco a Rabat

Paolo Del Bianco con il Segretario Generale UCLG-Africa Elong Mbassi

della sessione plenaria durante la quale il

presidente Paolo Del Bianco ha illustrato

i valori, l’etica e la filosofia del Movimento.

Life Beyond Tourism ® quindi non solo

come nuovo modo di agire responsabilmente

in ottica commerciale ma anche

come possibilità di sostegno concreto

per i paesi in via di sviluppo attraverso

la promozione e la diffusione di un turismo

etico e consapevole: il “Viaggio dei

Valori”. Viaggio dove l’ottica meramente

consumistica deve fare largo alla voglia

di conoscenza dello spirito del luogo,

delle tradizioni culturali locali che il viaggiatore

esperisce durante il viaggio. Life

Beyond Tourism ® in questo senso ha la

capacità di lavorare su più fronti: accanto

ai governi locali, fornendo strumenti

e metodologie per l’applicazione dei

princìpi etici, e accanto ai viaggiatori per

educarli al dialogo. Una sfida certamente

avvincente grazie a una fitta rete di collaborazioni

e diffusione del Movimento in

111 paesi in 5 continenti. La costruzione

di ponti con la Cina è una delle nuove

sfide del Movimento Life Beyond Tourism

iniziata lo scorso novembre con un

B2B organizzato a Firenze tra imprenditori

cinesi e italiani e che continua con

la Fiera Internazionale CIFTIS di Pechino,

China Beijing International Fair For Trade

In Services dal 28 maggio all’1 giugno

2019. Con 200 mq di superficie espositiva,

il Centro Studi e Incontri Internazionali

e il Movimento Life Beyond Tourism

si apriranno al mercato cinese assieme

alle aziende affiliate e partecipanti all’evento,

ma non solo. A presentarsi al

variegato pubblico internazionale di Pechino,

anche artisti, istituzioni e piccole

realtà locali che vogliono farsi conoscere.

Con Life Beyond Tourism ® il Centro

Studi e Incontri Internazionali lavora per

supportare le piccole realtà con contenute

risorse economiche per far conoscere

al mondo il tesoro nascosto che si cela

nelle artigianalità, a vari livelli. Aderire

al Movimento significa tutto questo: un

prezioso bagaglio di opportunità all’insegna

del dialogo tra le culture e dello sviluppo

sostenibile.

Il Centro Studi e Incontri Internazionali

Con il proprio Istituto Internazionale Life Beyond Tourism e la Life Beyond

Tourism Edizioni con sede in Palazzo Coppini a Firenze promuove e organizza

attività didattica e formativa, servizi e appuntamenti per l’internazionalizzazione

delle aziende e gestione di eventi internazionali.

Per info:

055-284722

company@lifebeyondtourism.org

www.lifebeyondtourism.org

CENTRO STUDI E INCONTRI INTERNAZIONALI

27


Eccellenze toscane

in Cina

A cura di

Michele Taccetti

Osamu Giovanni Micico

Giovane pittore giapponese, ha studiato a

Firenze dove si è convertito al cattolicesimo

Il prossimo 28 maggio esporrà a Pechino con il Movimento

Life Beyond Tourism, dopo una prima mostra a Shanghai lo

scorso anno promossa da China 2000

Osamu è un giovane pittore giapponese

laureato in restauro

dell’arte all’istituto Lorenzo

de’ Medici Marist College di Firenze

ed in seguito diplomato in Belle Arti

con specializzazione in Pittura e Disegno

presso la Russian Academy of Art

di Firenze. Finiti gli studi, risiede stabilmente

a Firenze dove inizia la sua

professione di artista e si converte al

cattolicesimo. Questo momento importante

della sua vita spirituale influenza

anche la sua vita professionale ed artistica.

Collabora, infatti, con la Scuola di

Arte Sacra di Firenze dove insegna dal

2013, mentre le sue opere danno sempre

più spazio ad immagini e temi religiosi,

con studi particolari sui volti.

Osamu è un artista decisamente internazionale

e non solo per il fatto di essere

un artista giapponese, convertito al

cattolicesimo, che ha studiato a Firenze

in una scuola d’arte russa, ma quanto

per le collaborazioni nel mondo che lo

portano in pochi anni ad esporre in modo

permanente opere a Carpi, Fiesole,

Sati Uniti, Taiwan, Giappone e Cina. Ed

è proprio in Cina che partecipa ad una

mostra collettiva fra artisti cinesi ed italiani

che si apre contemporaneamente

a Shanghai e Firenze il 15 aprile 2018

per due settimane ed intitolata Mostra

d’arte contemporanea tra le città amiche

di Firenze e Shanghai organizzata

da China 2000 Srl, Moving Gallery con

il contributo organizzativo del Centro

Congressi al Duomo e di Shanghai Modern

International Company e nell'ambito

di Life Beyond Tourism, presso il

Meibo Art Center di Shanghai e presso

la Sala Borselli dell’Auditorium al Duomo

di Firenze. L’evento è stato ampiamente

riportato nel numero di maggio

2018 de La Toscana Nuova. In quell’occasione

Osamu, che si trovava a Taiwan

per tre mesi di lavoro, è volato a Shanghai

per presentare le sue opere e la

sua esperienza e portare così la testi-

Ritratto di donna con abito tradizionale cinese

Ritratto di giovane ucraina

28

ECCELLENZE TOSCANE IN CINA


monianza di artista che con il suo lavoro

si fa promotore del dialogo fra

culture, che è anche la mission del Movimento

Life Beyond Tourism sponsor

dell’evento. L’arte di Osamu Giovanni

Micico si ispira al realismo dell’anima

attraverso l’arte figurativa. Le

sue opere risentono dell’influenza dei

grandi del passato come Rembrandt

da cui prende ispirazione. L’attenzione

ai particolari, soprattutto nei ritratti

dei volti, è forse la sua migliore interpretazione

artistica. Senza dubbio le

sue opere risentono del suo cammino

di conversione spirituale e riescono a

trasmettere serenità e voglia di meditazione.

Le opere di Osamu saranno presenti

nello spazio di 200 metri quadri

del Movimento Life Beyond Tourism alla

prossima importantissima Fiera CI-

FTIS che si svolgerà a Pechino dal 28

maggio al 1° giugno 2019 a conferma

dell’importanza strategica del mercato

asiatico per l’artista giapponese, che è

sempre più fiorentino.

L'artista durante l'inaugurazione della mostra a Shanghai ad aprile 2018

Alcune opere di Osamu esposte a Shanghai

La conversione di San Tommaso

Michele

Taccetti

Laureato in Scienze Politiche con una tesi sugli scambi economici tra Italia

e Cina ed erede della propria famiglia, operante con il grande paese

asiatico fin dal 1946, assiste da oltre un ventennio le aziende italiane interessate

ad aprire il mercato cinese in vari settori merceologici e, in particolare,

alla promozione del Made in Toscana in Cina. Svolge attività di formazione in materia

di Marketing ed Internazionalizzazione ed è consulente per il Ministero dello

Sviluppo Economico.

Per info:

michele.taccetti@china2000.it

China 2000 srl

@Michele Taccetti

taccetti_dr_michele

Michele Taccetti

ECCELLENZE TOSCANE IN CINA 29


Lady

Viola

Agustina Bascerano

Intervista alla bella modella argentina moglie del

capitano gigliato German Pezzella

di Lucia Petraroli / foto courtesy Agustina Bascerano

Agustina Bascerano è la bella

modella argentina che ha

conquistato il cuore del capitano

della Fiorentina German Pezzella.

Il difensore viola ha dimostrato

sul campo le sue doti oltre a quelle di

leader della squadra gigliata, facendo

innamorare di lui la tifoseria. Certo

però che il merito è sicuramente

anche della splendida compagna se

Pezzella Vive un momento così buono

culminato con la convocazione

nella nazionale argentina. Agus è una

bellezza acqua e sapone che il calciatore

non si è fatto certo scappare. I

due sono convolati a nozze a Siviglia

nel 2016.

Innanzi tutto parliamo di Agustina:

cosa stai facendo in questo momento

e quali sono i tuoi progetti futuri?

Al momento, sto lavorando molto come

modella tra Firenze e Milano, ho

tanti progetti in programma per maggio.

Poi ad agosto andrò uno o due

mesi a Londra sempre per lavoro.

Come vi siete conosciuti tu e German?

Ci siamo incontrati grazie ad un amico

in comune. Poi lo rividi su Facebook

e lui accettò la mia richiesta di

amicizia. Mi scrisse subito ma io non

gli risposi. Due anni dopo, gli feci gli

auguri per il suo compleanno, era il

2012. Da lì iniziammo la nostra relazione.

Cosa ti ha colpita di lui?

La sua umiltà, per me è la persona

migliore, la più bella compagnia.

Dopo il matrimonio pensate ad allargare

la famiglia?

Al momento non pensiamo di avere fi-

Agustina Bascerano

gli. Forse più avanti.

Come vi trovate a Firenze ?

Amiamo Firenze e la sua gente! Ci troviamo

benissimo!

Dove vi piace andare nel tempo libero?

Nel tempo libero siamo a casa o andiamo

in uno degli splendidi parchi

della città. Abbiamo orari molto intensi,

quindi quasi sempre preferiamo restare

a casa.

www.ghepa.it - sesto fiorentino

30

AGUSTINA BASCERANO


Insieme al marito e capitano della Fiorentina German Pezzella

Firenze significa anche buona cucina;

cosa preferite mangiare?

La cucina italiana è senza dubbio la

migliore al mondo. Ho una dieta particolare;

amo il pesce e ne ho trovato

di ottimo.

Con chi avete legato di più tra gli

altri giocatori viola e le loro compagne?

Abbiamo legato molto con Giovanni

Simeone argentino anche lui e la

sua fidanzata Giulia.

Germán Pezzella

German è diventato capitano e leader

dei gigliati dopo la tragica scomparsa

di Davide Astori, come ha vissuto

questo momento?

È molto felice di essere il capitano

della Fiorentina e prende questo

compito con molta responsabilità.

Questa Fiorentina può ambire a

palcoscenici importanti?

In realtà non capisco molto di calcio,

non vado sempre allo stadio, ma spero

che la Fiorentina possa ottenere risultati

importanti.

Germán Alejo Pezzella (Bahía

Blanca, 1991). Difensore centrale,

dotato di un fisico possente,

fa del colpo di testa e della

capacità di anticipare l’avversario due

dei suoi punti di forza. E’ soprannominato

El Tanque per la sua forza fisica.

Inizia a giocare nell'Olimpo prima

di essere prelevato dal settore giovanile

del River Plate a 14 anni da Néstor

Gorosito. Visti i buoni risultati, Gorosito

lo ha portato nella formazione giovanile

in Canada, dove ha affrontato

squadre come Toronto, Montréal Impact

ed Everton. Nel 2015 si trasferisce

in Spagna, al Betis, dove a partire

da metà della stagione 2015-2016 diventa

un pilastro della difesa biancoverde

con cui gioca per due anni. Il 19

agosto 2017 passa in prestito alla Fiorentina

e il 27 agosto dello stesso anno

fa il suo debutto in Serie A giocando

per intero la partita con la Sampdoria.

Il 30 maggio 2018 viene acquistato

a titolo definitivo dalla Fiorentina

e a partire dalla stagione 2018-2019,

diventa il nuovo capitano della squadra

viola. Viene convocato per la prima

volta nella Nazionale argentina nel

2017 per le partite (decisive) di qualificazione

ai Mondiali 2018 contro Perù

ed Ecuador.

AGUSTINA BASCERANO

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Spunti di critica

Fotografica

A cura di

Nicola Crisci

Jerry Uelsmann

Realizzate in camera oscura con sofisticate combinazioni di scatti

analogici, le surreali composizioni del grande fotografo americano

hanno anticipato di decenni la rivoluzione del fotoritocco digitale

di Nicola Crisci / foto Jerry Uelsmann

Magritte

Jerry Uelsmann

Jerry Uelsmann è nato nel Michigan,

in un sobborgo di Detroit, nel 1934.

Ancora oggi, all’età di 85 anni, continua

a scattare circa 100 immagini l'anno

pubblicandone al massimo una decina. Si

dedica alla fotografia analogica, ama le apparecchiature

tradizionali e passa la maggior

parte del proprio tempo in camera

oscura. Sostiene di essere grato a Photoshop

perché tante persone che prima non

amavano le sue fotografie, hanno iniziato

ad accettare la postproduzione, ampliando

così in modo esponenziale la sua popolarità.

A 14 anni affiancava un fotografo

durante i matrimoni. Un giorno mise erroneamente

due negativi nell’ingranditore;

ne venne fuori una cosa che lì per lì

lo spaventò, ma che poi lo portò a sperimentare

e realizzare i suoi fotomontaggi,

arrivando a costruire una foto con 12

ingranditori e 12 negativi. Diplomato nel

1960, grazie al successo di tali elaborazioni

fotografiche, ottenne una cattedra all'Università

della Florida, dove ha continuato a

insegnare fotografia fino alla pensione. Nel

1967, all’età di 33 anni, realizza la sua prima

grande mostra al museo d'arte moderna

di New York. In quest’occasione espone

alcune fotografie dedicate a grandi personaggi

come Duchamp, dove si vede un occhio

dentro un orinatoio, e Magritte, dove

al posto dei famosi omini con il cilindro si

vede una pietra che galleggia nell'aria sopra

una modella oppure una barca solitaria

in mezzo a un mondo di nuvole che naviga

in cielo per raggiungere il paradiso. Per

creare le sue opere non parte mai da un’idea

precostituita ma segue un percorso in

parte ragionato in parte legato all’ispirazione

del momento combinando scatti diversi

in maniera originale. Non a caso, in molte

delle sue opere gli stessi soggetti ricorrono

più volte sia come protagonisti che

come sfondo; è così che l’artista esprime

la propria realtà interiore, trovando il giusto

equilibrio tra ragionamento ed istinto.

Nonostante l’affinità delle sue opere con le

tecniche digitali Uelsmann continua ad utilizzare

apparecchiature tradizionali. A questo

proposito afferma: «Sono solidale con

l'attuale rivoluzione digitale e mi dico entusiasta

dei risultati creati con il computer,

tuttavia sento che il mio processo creativo

rimane intrinsecamente legato all’alchimia

della camera oscura. Ho trascorso così

tanto tempo in camera oscura che ormai

è parte di me. A questo si aggiunge il fatto

che prediligo il bianco e nero al colore in

quanto quest’ultimo azzera, a mio giudizio,

il contenuto surreale e allegorico dell’opera,

mentre io preferisco l’atmosfera onirica

del bianco e nero».

32

JERRY UELSMANN


Obbiettivo

Fotografia

Robert Mapplethorpe

A trent’anni dalla morte, il Museo Madre di Napoli

dedica una retrospettiva ad uno dei protagonisti più

controversi e provocatori della fotografia mondiale

Testo e foto di Maria Grazia Dainelli

Robert Mapplethorpe nasce il 4

novembre 1946 a Long Island,

New York, terzo di sei figli. La

sua è una famiglia cattolica di origini

irlandesi appartenente alla media

borghesia americana. Nel 1970 compra

una Polaroid che sarà la sua prima

compagna di avventure fotografiche

con la quale dà vita ad un vero e proprio

reportage tra le vie della città, intitolato

New York S & M. Le foto del reportage

risultano per certi versi scioccanti

anche se, come lui stesso afferma, la

sua intenzione è semplicemente quella

di andare alla ricerca dell'insolito.

Nel suo lavoro c'è una memoria profonda

e ragionata della storia dell'arte,

un grande amore nei confronti dei

maestri del passato, in una relazione

tra antico e contemporaneo. Lo studio

dell'anatomia, la sessualità esibita,

la ritrattistica, la natura morta sono

i temi alla base di quell'estetica originale

con cui Mapplethorpe tanto turbò

la New York degli anni '70. A trent'anni

dalla morte del controverso e rivoluzionario

fotografo americano, scomparso

nel 1989 all'età di 43 anni, il Museo

Madre di Napoli gli dedica un’importante

mostra retrospettiva, riunendo

immagini in bianco e nero che testimoniano

quanto l'artista curasse in modo

maniacale la composizione di ogni

singolo scatto nel tentativo di ricreare

l'armonia dell'arte classica, la simmetria,

la composizione, il controllo

formale. Un desiderio ossessivo di armonia

ed equilibro che spinse l’artista,

per sua stessa ammissione, a cercare

di raggiungere la perfezione della forma.

Un esteta ribelle e un provocatore

che utilizza i pantaloni di pelle aperti

sulle natiche come simboli astratti,

i membri maschili eretti per evocare i

pistilli dei fiori, i frustini sadomaso per

Autoritratto, (1988)

Thomas and Dovanna, (1986)

infrangere i tabù, proclamare il diritto

alla libertà sessuale e protestare contro

le discriminazioni e l’omofobia. Tutta

la sua opera è un continuo dualismo

tra sacro e profano, tra godimento e

dolore. Tra i suoi scatti più celebri va

ricordato, anzitutto, l'impietoso autoritratto

del 1988, in cui l’artista, allora

appena quarantenne e malato di Aids,

affronta il tema della morte ritraendosi

con in mano un teschio. Degne di nota,

inoltre, le immagini del corpo statuario

della culturista Lisa Lyon, i fiori indagati

nella loro perfezione e la sessualità

raccontata senza filtri. L'artista affidava

alla sua poetica la volontà di nobilitare i

soggetti più umili e di superare le convenzioni,

soprattutto quelle legate alla

razza, al mondo gay e al sesso.

ROBERT MAPPLETHORPE 33


Eventi in

Toscana

Bottega Orafa Artigiana Paolo Penko

Alla riapertura lo scorso 23 marzo dopo importanti

lavori di restauro era presente il sindaco di Firenze

Dario Nardella che ha annunciato il conferimento del

Fiorino d’Oro al maestro Penko

di Beatrice Botticelli / foto Etaoin

Un taglio del nastro reso indimenticabile

da un annuncio

speciale. Si è tenuta lo scorso

23 marzo l’inaugurazione della storica

sede della Bottega Orafa Artigiana

Paolo Penko, in via Zannetti 14/16r,

nel cuore del centro di Firenze. L’inaugurazione

è arrivata dopo una serie di

lavori di restauro particolarmente impegnativi

data la volontà di mantenere

e accentuare il valore storico e culturale

del negozio, con le sue caratteristiche

tradizionali. Il taglio del nastro

della bottega è stato anche l’occasione

per festeggiare i 60 anni di attività della

famiglia Penko in via Zannetti, all’interno

del primo dei due negozi che

oggi portano il nome della famiglia.

All’evento, realizzato in collaborazione

con l’amministrazione comunale,

hanno preso parte il sindaco di Firenze

Dario Nardella e vari membri della

giunta comunale. «Paolo Penko non

rappresenta solo la tradizione della

sua famiglia e dell’artigianato, ma rappresenta

Firenze» ha detto il sindaco

di Firenze, Dario Nardella. «Lui che di

fiorini ne ha realizzati tanti credo meriti

quest’anno, per questa ricorrenza

e per ciò che ha fatto per Firenze, la

più alta onorificenza: il fiorino d’oro.

Glielo consegnerò a nome mio e della

giunta. Il problema ora è chi lo fa il

fiorino − ha scherzato Nardella − perché

c’è un conflitto di interessi: quindi

dovremo farlo fare a qualcun altro».

«Siamo felicissimi e sopresi per questo

riconoscimento – ha detto Paolo

Penko – che accettiamo a nome di

tutti gli artigiani fiorentini che da secoli,

con il loro lavoro, rendono bella

questa città. Il rinnovo dei locali che

presentiamo oggi ridà nuovo slancio

all’attività e valorizza alcuni importanti

aspetti storici e culturali. Fare cultura

e tramandare le tradizioni dell’artigianato

fiorentino è da sempre uno dei

nostri punti d’impegno». L’intervento

Il taglio del nastro: al centro Paolo Penko con il sindaco Dario Nardella

34

PAOLO PENKO


Il maestro Paolo Penko con la moglie Beatrice e i figli Alessandro e Riccardo

di restauro della bottega è stato possibile

anche grazie al sostegno di Fondazione

CR Firenze e Intesa San Paolo,

in particolare attraverso il bando New

One, emanato da OMA (Osservatorio

dei Mestieri d'Arte) e Associazione

Vo.B.I.S (Volontari Bancari per le

Iniziative nel Sociale), e volto a incentivare

processi di miglioramento delle

capacità produttive delle aziende attraverso

il potenziamento della struttura

laboratoriale. In questo modo è

stato possibile installare nuove attrezzature

e macchinari, mettere a norma

di sicurezza il laboratorio, migliorare

l’allestimento dei banchi da lavoro

professionali così come le vetrine

e le insegne. Fra le curiosità, anche la

presenza, all’interno del negozio, di

un’antica cassaforte del Settecento,

di probabile origine senese, completamente

restaurata e che sarà visibile

ai visitatori. Alla mattinata erano

presenti anche Jacopo Speranza presidente

della Commissione IST − Interventi

per lo Sviluppo del Territorio

della Fondazione CR Firenze −, il presidente

di Confartigianato Imprese Firenze

Alessandro Vittorio Sorani e il

segretario generale Jacopo Ferretti e

Gabriele Maselli presidente dell’Associazione

degli esercizi storici di

Firenze. Presenti anche alcuni rappresentanti

dell’Associazione 50 minuti

Vecchie Glorie Calcio Storico Fiorentino.

L’evento è stato l’occasione per

presentare il riconoscimento di bottega-scuola

recentemente ottenuto e la

relativa attività di formazione prevista

nei locali della Bottega Orafa Artigiana

Paolo Penko. «Una grande soddisfazione

l'inaugurazione dello storico

negozio Penko di via Zannetti, completamente

rinnovato» ha detto Alessandro

Vittorio Sorani, presidente di

Confartigianato Imprese Firenze che

ha aggiunto: «Mentre molti raccontano

che l'artigianato lascia il cuore

della nostra città per trasferirsi nelle

periferie, Paolo Penko con i suoi due

negozi, collocati entrambi nel centro

storico, dimostra come l'oreficeria e

l'artigianato artistico a Firenze, la fanno

ancora da padroni». «Paolo Penko

− ha detto Gabriele Maselli, presidente

Associazione degli esercizi storici

di Firenze − rappresenta oggi con

le sue due botteghe artigiane nel cuore

di Firenze, la storia e la tradizione

orafa della città. L’inaugurazione del

rinnovato spazio in via Zannetti segna

sessant’anni di storia della famiglia

Penko, dal padre esperto filatelico

si tramanda per generazioni a Paolo e

Beatrice e ai loro figli e tutti portano

avanti con sapienza e maestria l’attività.

Come Associazione degli Esercizi

Storici esprimo i migliori auguri al

nostro socio e amico Paolo, certo che

tutti insieme siamo impegnati in prima

linea a valorizzare e ben conservare le

nostre botteghe artigiane».

PAOLO PENKO 35


Eventi in

Toscana

Le opere di Lorella Consorti e Fulvio Persia

in mostra all’abbazia di San Galgano

di Silvano Salvadori

La bella mostra di Fulvio Persia

e Lorella Consorti nel magnifico

scenario di San Galgano

permette certo un dialogo fra arte e

natura. Entrambi gli artisti fanno parte

e sono attivi in diverse associazioni di

artisti, in particolare, oltre alla Fornace

Pasquinucci, sono soci del Circolo Arti

Figurative che ha sede nel Palazzo Ghibellino

di Empoli. Artisti dunque, ma

anche abili organizzatori di eventi che

coinvolgono altri in questa meravigliosa

avventura di esprimere con il colore

la propria visione del mondo. All’inaugurazione

della mostra erano presenti

il sindaco di Chiusdino Luciana Bartaletti,

il responsabile della struttura

muraria Simone Corsi e il presidente

dell’associazione Ali Oriella Francini.

Come dalla pietra nascosta nel sottosuolo

si è cavato il materiale per questa

abbazia, così da ciò che sta nascosto

nell’animo umano si traggono visioni

da mettere sulla tela; ma tali visioni se

ne stanno parallele alla natura non cercando

tanto di imitarla quanto di crearne

un’immagine che ne esalti alcuni

aspetti particolari. Così nei cieli nubilosi

di Lorella Consorti il continuo divenire

effimero dei cirri è attore di fronte

all’azzurro dell’infinito, e sotto i suoi

cieli fa spuntare a volte svettanti grattacieli

deformati per essere tutti contenuti

in uno sguardo, a volte campi assolati

di grano e papaveri rossi. Il percorso

formativo di Consorti con caparbietà è

andato perfezionandosi con un lavoro

continuo passando dalla perizia figurativa

dei suoi inizi, legati alla nostra tradizione,

fino alle metropoli vertiginose.

Così che la visione impressionista è virata

verso un’appropriazione espressiva

personale che ama cercare nel reale

delle iridescenze. In tal modo alla nitidezza

subentra uno sguardo sfrangiato

che sovrappone colore a colore,

lasciando tracce di sé nei substrati. Nei

quadri di Consorti traspare il suo entusiasmo

per la ricerca di nuovi effetti, in

una parabola che dai fiori e dai campi

della nostra infanzia, un alito di vento

spinge i suoi pennelli a sognare metropoli

e cieli futuri.

Lorella Consorti, Manhattan

Fulvio Persia ama paesi e colline che,

pur cercando il vero, sembrano resuscitare

dalla memoria di chi quella materia

di sfumati verdi e di solidi muri ben

conosce per carattere e per frequentazione.

Ma oltre al paesaggio Fulvio ama

anche la figura umana che a volte vie-

ne ad abitarli; sia in vivaci scene di paese

in cui si sente la vita trascorrere, fra

il vociferare delle comari, sia dietro le

persiane nell’erotico gesticolare di solidi

nudi femminili ben risolti nei loro

scorci. Altre volte il ruspante richiamo

di un gallo accende con la sua cresta

i teneri verdi delle vigne, altre volte il

silenzio ci lascia stupefatti davanti alle

dolci onde di colline che sulle loro

creste hanno piccoli borghi. Così l’artista

si disseta alla doppia sorgente della

natura e della propria immaginazione,

entrambe rinvigorite, non certo diluite

dal solvente usato per i colori, rinvigorite

come se a quell’acqua sorgiva si

aggiungesse il vino del proprio estro.

Fulvio Persia, Paesaggio

36

EVENTI IN TOSCANA


Ritratti

d’artista

Clizia Moradei

Giovane designer fiorentina già nota nell’ambito

della moda con il marchio Clizia Jewelry, crea

fantasiosi gioielli usando resina, nylon e metalli

di Barbara Santoro

Molte volte, passando dal viale

Milton al numero 49, mi sono

chiesta che cosa ci fosse in quel

complesso chiamato “Palazzo dei Pittori”.

Sappiamo per certo che alla fine del '700,

con la moda del Grand Tour, arrivarono in

città stranieri da tutto il mondo. Molti di loro

si frequentavano con piacere, soprattutto

la colonia inglese e quella svizzera che

costruirono il Cimitero degli Inglesi su una

montagnola nelle vicinanze di Porta Pinti

con il finanziamento della Chiesa Evangelica

Riformata Svizzera, che nel 1827 aveva

acquistato dal governo granducale un terreno

per costruire un cimitero internazionale

aperto a tutte le religioni. Ma torniamo

al Palazzo dei Pittori: l‘inglese Lemon, nella

seconda metà dell’800, commissionò

all'ingegnere Tito Bellini questo palazzotto

per ospitare artisti di tutto il mondo.

Tra questi il pittore Arnold Bocklin, che fu

ospite del pittore russo Vladimir Swertschkoff,

noto decoratore di vetrate. Qui

Bocklin dipinse una delle sue opere più famose

L'isola dei morti. In questo luogo

hanno soggiornato artisti come il siciliano

Domenico Trentacoste, il macchiaiolo

Egisto Ferroni, Giovanni e Romeo Costetti

e lo scultore Giuseppe Graziosi. All’inizio

del '900 vi ebbe sede anche la Scuola

di Pittura Fiorentina diretta da Alberto Zardo

e Giuseppe Rossi. In tempi più recenti

hanno vissuto qui Gianni Vagnetti, Arrigo

Dreoni, Giorgio Gentilini, Renato Alessandrini,

Bruno Bertoccini, Carlo Galleni,

Silvano Galletti e Remo Squillantini. Tuttora

il palazzo, perfettamente restaurato,

è sede di studi di artisti, grafici, fotografi,

architetti e interior designer. Nel mese

di maggio, durante l'apertura delle dimore

storiche, tutti i residenti aprono le porte

dei loro studi. Proprio durante una di queste

visite ho potuto scoprire questo luogo

davvero interessante. Mi sono soffermata

a lungo nelle varie stanze ben arredate e

soprattutto nello studio dello scultore Valentino

Moradei Gabrielli, artista poliedrico

che avevo già avuto occasione di conoscere

per le sue sculture sparse in diversi luoghi

della Toscana. In un angolo davanti a

un tavolino era intenta al lavoro una giovane

e bella donna che sembrava uscita

da un quadro di Botticelli. Con curiosità mi

sono avvicinata mentre maneggiava con

grande abilità anelli e bracciali curiosi dalla

foggia inusuale. Si chiama Clizia Moradei,

giovane designer che dopo gli studi

artistici e nell’ambito della moda si è appassionata

nel realizzare gioielli con resina

e nylon arricchendoli con metalli vari:

ottone, argento, bronzo e oro. Ha seguito

i più svariati corsi, da quelli di legatoria

per l'editoria a quelli di ceramica, da

quelli di tecniche pittoriche antiche a quelli

di arti grafiche e fusione di metalli. Così

ha acquisito una grande capacità ed oggi

crea gioielli dalle linee minimali ed oggetti

da indossare, squisitamente femminili ed

eleganti, che portano il suo marchio Clizia

Jewelry. Fatti a mano e modellati a caldo,

Un anello della serie Hosta

lavora su pezzi unici o di piccola produzione

creando gioielli personali, bellissimi,

leggeri che vanno incontro anche al gusto

della cliente che li indossa. Lunghissimo

il suo curriculum: come Clizia Jewelry

ha partecipato a fiere ed esposizioni in Italia

e all'estero; ha ricevuto diversi premi a

Venezia, Milano e Roma. Più volte è stata

citata in riviste e giornali di moda ed intervistata

in svariate occasioni da riviste patinate.

Una promettente artista sulla quale

scommettere per il futuro.

www.cliziajewerly.com

Clizia Jewerly

Clizia Moradei nel suo laboratorio all'interno del Palazzo dei Pittori a Firenze

CLIZIA MORADEI

37


L’avvocato

Risponde

Le privative industriali: strumento

essenziale per la tutela della ricerca e

per l’innovazione delle imprese italiane

di Fabrizio Borghini

La proprietà industriale e le privative

industriali rappresentano

gli strumenti fondamentali

che l’ordinamento giuridico pone a disposizione

dell’imprenditore per ottenere

un’esclusiva – cioè un vero e

proprio monopolio nel relativo sfruttamento

economico – sulla propria

creatività e capacità inventiva. Marchi,

brevetti, modelli di utilità, disegni e

modelli, diritto d’autore sono divenuti

ormai una scelta obbligata per un’impresa

modernamente strutturata che,

investendo in ricerca ed innovazione,

intenda assicurarsi uno strumento per

poter reagire efficacemente e rapidamente

a comportamenti illeciti posti in

essere da contraffattori. Ne è fermamente

convinto uno dei più autorevoli

esperti italiani in diritto industriale:

Aldo Fittante, titolare dello studio legale

omonimo con sede a Firenze e

varie partnerships nel mondo, docente

in Diritto della Proprietà Industriale

presso l’Ateneo fiorentino e autore

di molte pubblicazioni dedicate alla

materia, tra le quali la più recente è la

monografia Brand, Industrial Design e

Made in Italy: la tutela giuridica edita

da Giuffrè Editore e alla sua 2^ edizione

nel 2017.

Quale ruolo svolgono le privative

industriali nella tutela delle imprese

italiane?

La ricerca e l’innovazione costituiscono

momenti essenziali ed ormai

irrinunciabili della strategia aziendale

di ogni impresa che voglia essere

davvero efficiente e competitiva.

La proprietà industriale e le privative

industriali rappresentano gli

strumenti fondamentali che l’ordinamento

giuridico pone a disposizione

dell’imprenditore per ottenere un’esclusiva

– generalmente per un periodo

di tempo predeterminato dalla

legge – sui frutti della propria creatività

e capacità inventiva. Marchi,

brevetti, disegni e modelli, modelli di

utilità, domain names, diritto d’autore

ecc. garantiscono all’impresa – attraverso

un investimento contenuto

e certamente sempre remunerativo –

la possibilità di conseguire un monopolio

nell’utilizzazione delle proprie

idee, assicurando all’imprenditore un

efficace strumento per poter reagire a

comportamenti contraffattivi posti in

essere da parte di terzi.

Scendendo più nel dettaglio, su

quali tra le proprie idee l’impresa

può aggiudicarsi uno sfruttamento

esclusivo?

Esiste un numero limitato di privative

industriali e intellettuali, quindi

non tutto può essere protetto attraverso

privative. La regola è che al di

fuori delle privative industriali vige

il regime di libera concorrenza, costituendo

quest’ultima la regola e i

diritti di proprietà industriale l’eccezione.

In estrema sintesi potremmo

dire che: la protezione del nome/logo

di un’azienda e/o dei relativi prodotti

è ottenibile con l’istituto giuridico del

marchio; la registrazione del marchio

consente all’impresa l’acquisizione

di una privativa industriale, della durata

di 10 anni ma rinnovabile senza

limiti di tempo, avente ad oggetto

qualunque segno – parole, compresi

i nomi di persone, disegni, lettere,

cifre, suoni, forma di un prodotto

o della confezione di esso, combinazioni

o tonalità cromatiche – idoneo

a distinguere i prodotti o i servizi

di un'impresa da quelli dei concorrenti.

L’esclusiva garantita dal marchio,

per la sua funzione suggestiva/

evocativa/pubblicitaria, avvantaggia

enormemente l’imprenditore garantendone

la riconoscibilità agli occhi

del pubblico. La protezione della forma

dei prodotti industriali è ottenibile

con l’istituto giuridico del disegno

o modello: la registrazione per disegno

o modello consente all’azienda

di ottenere una privativa industriale,

della durata di cinque anni prorogabili

fino ad un massimo di 25 anni,

sull’aspetto dell'intero prodotto o di

una sua parte quale risulta, in particolare,

dalle linee, dai contorni, dai

colori, dalla forma, dalla struttura

superficiale, dai materiali e/o dal suo

ornamento. Attraverso tale privativa

industriale l’imprenditore si aggiudica

un’esclusiva sull'aspetto esteriore

dei prodotti da lui ideati, garantendosi

un titolo giuridico per reagire

efficacemente alle condotte imitative

poste in essere da terzi non autorizzati.

Il brevetto per invenzione

ha in particolare ad oggetto una soluzione

nuova ed originale di un problema

tecnico. Essa può riguardare

un prodotto o un processo (metodo,

procedimento). L’ottenimento di un

brevetto per invenzione industriale

consente all’imprenditore l’acquisizione

di un diritto di proprietà industriale

in forza del quale far valere un

monopolio – della durata di 20 anni –

nello sfruttamento del proprio trovato,

con facoltà di impedire ad altri di

produrre, vendere o utilizzare la propria

invenzione senza autorizzazione.

Molto affine all’istituto del brevetto

per invenzione industriale è il modello

di utilità. Esso – che potremmo

definire come una “piccola invenzio-

38

L’AVVOCATO RISPONDE


ne” – consente al titolare di ottenere

una privativa, della durata complessiva

di dieci anni, avente ad oggetto

i nuovi modelli atti a conferire particolare

efficacia o comodità di applicazione

o di impiego a macchine o

parti di esse, strumenti, utensili, ovvero

oggetti di uso in genere. Anche

tale esclusiva, come il brevetto, consente

all’impresa un monopolio sulla

propria innovazione tecnologica. La

protezione prevista dal diritto d’autore

– che nasce per il fatto stesso

della creazione dell’opera – ha una

durata generalmente estesa a tutta la

vita dell’autore e fino a 70 anni dopo

la sua morte e può comprendere

le opere dell’ingegno di carattere

creativo che appartengono alla letteratura,

alla musica, alle arti figurative,

all’architettura, al teatro e alla

cinematografia, alla fotografia, nonché

programmi per elaboratore ed

opere del disegno industriale, qua-

Dato il formidabile valore aggiunto

della proprietà industriale ed intellettuale,

ciò che mi sento di consigliare

vivamente ai nostri imprenditori

è di depositare con la massima tempestività

le privative industriali, che

costituiscono lo strumento principe

di sviluppo della competitività. Come

abbiamo detto, infatti, le privative

o diritti di proprietà industriale

permettono all’impresa di sfruttare

sul mercato le proprie idee in regilunque

ne sia il modo o la forma di

espressione. L’esclusiva garantita

dalla tutela autorale opera, in termini

di effettività ed efficacia, in perfetto

parallelismo rispetto ai diritti di privativa

industriale.

E cosa si sente di consigliare

all’impresa portatrice di idee innovative

sulle quali intende puntare

per la propria strategia d’impresa?

me particolarmente favorevole, cioè

in esclusiva/monopolio. L’esperienza

m’insegna anche che accade troppo

spesso che l’impresa s’interessi

alle privative industriali quando ha

già immesso sul mercato il prodotto

o il marchio da tutelare, ed ancor

più spesso quando si trova a constatare

la relativa copiatura da parte di

terzi contraffattori. Tale impostazione

è strategicamente errata, nei limiti

in cui vi sono casi di divulgazione

che impediscono il successivo conseguimento

di una valida privativa. E’

dunque fondamentale pensare a tutelare

la propria idea già durante le fasi

di sviluppo e perfezionamento della

stessa, prima che vengano compiuti

atti tali da pregiudicare l’opportunità

di conseguire un’esclusiva sulla stessa

e disponendo in tal modo anche

del tempo necessario a valutarne con

il dovuto anticipo la portata industriale

e le relative potenzialità di mercato.

Aldo

Fittante

Avvocato in Firenze e Bruxelles, docente in Diritto della Proprietà Industriale

e ricercatore Università degli Studi di Firenze, già consulente

della “Commissione Parlamentare di Inchiesta sui Fenomeni

della Contraffazione e della Pirateria in Campo Commerciale” della Camera

dei Deputati.

www.studiolegalefittante.it

L’AVVOCATO RISPONDE

39


Ritratti

d’artista

Valerio Savino

Uno scultore fuori dal tempo

Ancora oggi l’artista pistoiese lavora il marmo con gli stessi

attrezzi usati dai maestri del Rinascimento

di Barbara Santoro / foto courtesy dell’artista

Una folta chioma di candidi capelli,

baffi e pizzetto, due sopracciglia

importanti, occhi dolcissimi e azzurri,

mani grandi e nodose, un piglio deciso.

Mentre l’osservi, pensi subito ad un

antico patriarca. Un grandioso Mosè anarchico

e fuori dal gregge ma rispettoso e

quasi timido. Ho avuto il piacere di conoscere

Valerio Savino durante una mia visita

alla Mostra Internazionale dell’Artigianato

dello scorso anno. Subito ho percepito di

trovarmi davanti ad uno scultore fuori dal

tempo, come se un “prigione” michelangiolesco

si fosse liberato dal marmo e sorridendo

mi avesse mostrato il lavoro che

stava eseguendo. Polvere di marmo che

danzava nell'aria, un pulviscolo bianco impalpabile

e la farinosa mano robusta che

scolpiva, scaglia dopo scaglia, per liberare

da quell’enorme masso una creatura, un

pensiero, un sogno, un’idea. Pochi gli attrezzi

come quelli usati dai grandi scultori

rinascimentali: scalpelli, martelli, raspe,

subbie, gradine e lime. Poi solo la grande

forza delle braccia, quel famoso “sugo

di gomito” che oggi è sostituito da martelli

pneumatici e mille altre diavolerie. Valerio

Savino nasce in provincia di Foggia, ma la

sua famiglia ben presto si sposta Toscana

e lui va a lavorare come operaio in una fabbrica

di Prato insieme al fratello. Qui rimane

fino al pensionamento, poi si trasferisce

con la famiglia nella zona di Pistoia. Si dedica

alla pittura ma il suo sogno è scolpire

e quando scopre, come escursionista di

un club alpino, le montagne Apuane comprende

che quel marmo gli appartiene quasi

come una seconda pelle. Ne prende un

pezzo, lo accarezza, l'osserva e lo porta a

casa. Non ha però gli attrezzi giusti per lavorarlo

perché fino a quel momento ha solo

dipinto, disegnato, modellato, ed allora

con un “fuso da filanda” prova a scolpire

quel duro materiale e ci riesce. Non è una

grande cosa ma è già una piccola scultura.

Da quel momento non ha più smesso di

scolpire. Chino sulla sua opera in divenire,

Valerio sembra concentrato solo a cavare

da quella dura materia qualcosa di concreto

ispirato dalla sua fantasia. Un volto,

un fiore, un gigante, un occhio, la testa di

un bambino. Intento al lavoro fino allo spasimo,

incurante del freddo o della calura,

scava nel marmo quasi alla ricerca dell'anima

e del cuore della pietra. Comincia a

togliere il materiale dall'alto, proprio come

faceva il suo idolo Michelangelo che lavorava

non per “via di porre” ma per “via di

levare”; progressivamente appaiono figure

non progettate su campioni o modelli, ma

scaturite quasi per magia dalla sua potente

mano. Una mano forte che quando la stringi

ti comunica una carica vitale, una formidabile

energia pur rimanendo gentile e

garbata. Qui la materia è liscia come la seta,

là scabra come la carta vetrata; qui si snodano

eleganti e morbidi panneggi, là rozze

sbozzature mettono in risalto il “non finito”

in un duello senza fine. Non gli importa

se l'opera è bella o brutta, se trova il plauso

o la critica della platea. Lui è l'unico e incontrastato

protagonista, individuo libero e

sincero, senza alcuna maschera. Sostenuto

da un'incrollabile fede nella libertà, nulla

chiede e nulla cerca; la sua energia è tutta

concentrata nel comunicare la sua esistenza

di uomo e di artista. Vuole emozionare e

stupire senza la pretesa di convincere, senza

superbia né clamore, quasi in un monologo

fra se stesso e la scultura creata.

«La mia arte è stata e sarà sempre a disposizione

di tutti quelli che sanno amare e

conquistare la libertà» leggiamo scritto nei

cartelli a commento delle opere. E’ questo

il suo credo e la sua voce, e noi gli vogliamo

bene proprio per questo rigore morale

che non ammette compromessi. Il suo

mondo è visionario, surreale, inafferrabile

ed incredibile ma le sue opere sono vere e

concrete. Chi arriva dalla tangenziale di Pistoia

può vederle posizionate l'una accanto

all'altra quasi con affetto dentro ad un recinto.

Alcune sculture fuoriescono per la

loro grandezza dalla rete di recinzione e ci

osservano come giganti addormentati che

hanno trovato una posizione privilegiata e

dormono il sonno dei giusti. Attendono con

piacere la mano affettuosa che gli ha dato

vita e che ogni tanto le accarezza quasi a

concretizzare il loro esistere. Non potrebbe

essere altrimenti, perché quei marmi,

che sembrano velluto in alcune parti e pelle

pulsante in altre, chiedono soltanto di essere

guardati ed ammirati senza giudizi di

bellezza o bruttezza. Che cosa rappresentano?

Informi eroi o metope, porte o porzioni

di sagome umane, capitelli o lesene,

pulvini, volti con maschera sul viso, animali

dall’aspetto ferino trasformati in sedili o

in colonne portanti. L'uomo Savino ha avuto

una grande fortuna, quella di avere una

moglie e dei figli che hanno appoggiato

questa sua passione. Ci accoglie con gioia

nella sua casa laboratorio per mostrarci,

insieme alle sculture installate nel giardino,

i quadri e i disegni che rivelano la maestria

di un vero artista benché autodidatta.

Un luogo che infonde serenità anche grazie

all’energia positiva emanata tanto dall’artista

quanto dalle sue opere.

L'artista al lavoro

40

VALERIO SAVINO


Letterati stranieri in

Toscana

Elizabeth Barrett Browning

Trasferitasi a Firenze nella seconda metà dell’Ottocento, la

celebre poetessa inglese amò l’Italia tanto da abbracciare la

causa indipendentista del Risorgimento

di Massimo De Francesco

Elizabeth Barrett Browning nasce

a Coxhoe Hall, Durham, il

6 marzo del 1806 nell’Inghilterra

settentrionale, da famiglia di

proprietari terrieri che trae le sue fortune

dalle piantagioni di zucchero in

Giamaica e dal trasporto degli schiavi.

Cresce inizialmente presso Hope

End, una tenuta fatta costruire dal

padre nei pressi di Malvern vicino al

confine con il Galles, mostrando sin

da piccola una predisposizione agli

studi letterari. Si forma privatamente

con l’accademico irlandese Daniel

McSwiney, erudendosi attraverso le

lingue antiche e gli scritti di Milton,

Shakespeare e Dante fra i molti. Scrive

i suoi primi versi poetici all’età di

quattro anni e pubblica la sua prima

opera, The Battle of Marathon,

ad appena undici, seguendo lo stile

letterario di Byron, di cui è profonda

conoscitrice. Quattro anni dopo,

le precarie condizioni di salute dovute

a tubercolosi spinale, la costringono

a letto per diversi anni e le cure a

base di morfina e altri oppiacei causano

un’assuefazione che si protrarrà

per un lungo periodo, affliggendo

la poetessa per il resto della vita. Con

l’abolizione della schiavitú nell’impero

britannico, tra il 1832 e il 1833,

il padre è costretto a vendere Hope

End e trasferisce la famiglia al 50 di

Wimpole Street, nel quartiere londinese

di Marylebone, area popolata

da proprietari di schiavi. Il cugino

John Kenyon, filantropo e mecenate

del poeta e drammaturgo Robert

Browning, regala ad Elizabeth una

poesia scritta da quest’ultimo, Paracelso

(1835). Grazie a Kenyon viene

introdotta nei salotti letterari di Londra,

dove conosce personalità come

William Wordsworth e Walter Savage

Landor. Robert Browning ammira

le opere della Barrett, tra cui il Saggio

sullo spirito e altre

poesie (1826), la traduzione

del Prometeo

Incatenato di Eschilo

(1833), Il Serafino

e altre poesie (1838)

e il Saggio sui poeti

greci cristiani (1852).

Egli incontra Elizabeth

per la prima volta a

Londra nel 1845 dopo

averle inviato una

lettera di ammirazione

per le sue composizioni.

Da lì nasce l’idillio

che, disapprovato dal

padre della poetessa,

spinge i due a sposarsi

segretamente nella

chiesa di Saint Marylebone

il 12 settembre

1846 per poi fuggire

insieme in Italia. Vivono

inizialmente a Pisa,

per poi trasferirsi

a Firenze presso Casa

Guidi, in piazza San

Felice 8. E’ qui che il

9 marzo del 1849 danno

alla luce il loro unico figlio, Robert

Wiedeman Barrett Browning,

soprannominato “Pen”. I Browning

sono importanti protagonisti dello

scenario internazionale fiorentino,

conoscendo e frequentando illustri

scrittori, tra cui lo stesso Walter Savage

Landor, Nathaniel Hawthorne e

John Ruskin. Il successo delle poesie

di Elizabeth Barrett Browning attraversa

l’Atlantico, influenzando

autori americani come Edgar Allan

Poe ed Emily Dickinson con il suo

sonetto Come ti amo? (1845), Aurora

Leigh (1856) e Il corteggiamento

di Lady Geraldine (1860). Tra il 1848

e il 1851 pubblica Le Finestre di Casa

Guidi, poema da cui si evince il forte

Elizabeth Barrett Browning in un'incisione d'epoca

patriottismo dell’autrice per l’Italia,

pur non essendovi nata. E’ da quelle

“finestre” che osserva le proteste

dei fiorentini in quanto il suo precario

stato di salute la confina sempre

di più a casa. Lo scoppio della Seconda

Guerra di Indipendenza coinvolge

Elizabeth sempre di più nella

causa indipendentista italiana, per la

quale nel 1860 pubblica Poems Before

Congress, opera che in Inghilterra

la rende personaggio controverso.

La salute della poetessa si aggrava

ulteriormente e muore fra le braccia

del marito Robert Browning il 29

giugno del 1961. Riposa nel Cimitero

Protestante di Firenze, detto “degli

inglesi”.

ELIZABETH BARRETT BROWING

41


CONTEMPORARY

ART MEETING

18- 26 maggio 2019

aperta tutti i giorni:

ore 10.00-13.00 e 17.00-20.00

Galleria Flori

Viale Giuseppe Verdi, 2

Montecatini Terme

Nella bellissima cornice della storica Galleria Flori si inaugurerà

sabato 18 maggio alle ore 17,00 la seconda edizione della

mostra Contemporary Art Meeting, una piccola rassegna dedicata

all'arte contemporanea promossa dallo Studio Artemisia. La

scelta della “location” mira ad accentuare il fattore tempo come

spartiacque tra passato e presente dell’arte. L'arte di ieri, considerata

oggi come antica, era a sua volta “contemporanea”. L’evoluzione

delle correnti artistiche e del gusto ha modificato nel

tempo la percezione estetica delle persone. Il ruolo dell’artista,

infatti, è catturare il momento storico in cui sta vivendo, rivelando

alla società le verità nascoste e facendo vedere il mondo con

occhi diversi. La rassegna Contemporary Art Meeting dimostra

che l'arte di oggi si inserisce bene nel contesto dell’ antiquariato,

portando con sé freschezza ed energia e valorizzando ancora

di più la bellezza classica. La mostra montecatinese ospiterà 5

artisti internazionali che hanno già esposto in diverse città italiane

(Firenze, Milano, Venezia, Roma): Stephanie Holznecht, Jorge

Humberto Goncalves Romero, Rachel Mohawege, Susan Kerr e

Aleksandra Rey. L’evento, ripreso da Toscana Tv per la trasmissione

Incontri con l’Arte di Fabrizio Borghini, sarà presentato dalla

curatrice ed artista Margherita Blonska Ciardi, anche lei presente

in mostra con alcune sue opere. Padrone di casa, Roberto Dodo,

noto collezionista ed antiquario che apre le porte della sua

galleria alla Contemporary Art Meeting. La Galleria Flori è situata

nel cuore di Montecatini Terme in viale Verdi 2, vicino agli stabilimenti

termali.

Roberto Doda, antiquario

“figlio d'arte” e titolare della

prestigiosa ed antica Galleria

Flori di Montecatini Terme,

sede d'aste fondata nel 1928.

Margherita Blonska Ciardi,

architetto, artista e curatrice

di Contemporary Art Meeting

inaugurazione sabato 18

maggio ore 17.00


Jorge Humberto Goncalves Romero

Artista venezueliano, lavora a Vienna. Neoespressionista,

affronta temi sociali legati alla vivibilità degli spazi urbani

Stephanie Holznecht

Artista americana, si dedica all’astrazione

gestuale, con l’uso della “linea emozionale”

Rachel Mohawege

Artista libanese, vive e lavora a Vienna; è

autrice di ritratti femminili iconografici ed

ornamentali che rendono omaggio alla forza

della donna

Susan Kerr

Artista inglese, vive e lavora sull'isola di Cipro, dove

osservando i cieli notturni si dedica all'Impressionismo

da lei definito “astrale”

Aleksandra Rey

Artista polacca e manager della galleria

nazionale di Chorzow, dedica la sua pittura alla

natura, rendendo alberi e i fiori protagonisti

Margherita Blonska

Architetto ed artista, vive e lavora in Toscana dove

ritrae paesaggi e scorci storici rappresentandoli

spesso in chiave pop - espressionista


GRAN CAFFÈ SAN MARCO

Un locale nuovo e poliedrico, con orari che coprono tutto l'arco della giornata.

Perfetto sia per un pranzo di lavoro che per una cena romantica o per qualche

ricorrenza importante

Piazza San Marco 11/R - 50121 Firenze

+ 39 055 215833

www.grancaffesanmarco.it


Mostra collettiva di arte contemporanea

Dal 22 maggio al 12 giugno

Inaugurazione 22 maggio ore 17

A cura di Lucia Raveggi

ARMANDO MANNINI

DANELLA FABBRINI

SANDRA ROMAGNOLI

SALVATORE FERRANTE (SOTERUS)

FIORE CAGNETTI

DANIELA BARELLINI

MONIA BINDI

ROBERTO LORETO

MIRELLA BIONDI

Riprese televisive Toscana TV per la rubrica Incontri con l’Arte

AUDITORIUM AL DUOMO, Via Cerretani 54, FIRENZE

Per info: + 39 333 97 04 402

45


Mostre in

Italia

Tian Li

L’incontro tra Oriente ed Occidente nelle opere

dell’artista cinese in mostra dal 5 al 14 giugno

all’Accademia di Belle Arti di Roma

di Pietro Roccasecca

Ageing erguotou, tempera, cm 30×40, (2015)

L’artista cinese Tian Li ha un percorso

accademico brillante e coerente.

Attualmente, insegna

pittura a tempera presso la Chinese National

Academy of Arts, potendo vantare

una lunga esperienza nella pratica di

questa tecnica. Le sue tempere, in mostra

a Roma dal 5 al 14 giugno presso

l’Accademia di Belle Arti, sono momenti

di un personale percorso di ricerca, annotazioni

poetiche e compositive e sperimentazioni

del linguaggio pittorico, in

cui coesistono elementi europei su una

struttura compositiva orientale. I soggetti

scelti dall’artista sono nature morte

con fiori, frutti e oggetti domestici,

cui si aggiungono paesaggi ermetici che

confermano e accentuano l’atmosfera

evocativa e sognante di questi dipinti.

La figura umana come soggetto autonomo

è solitamente assente, la troviamo

soltanto in due opere: Circular Fan

e Balthus in my eyes. In ambedue casi

consiste nel volto di una geisha giapponese

dipinta su un ventaglio: una rappresentazione

grafica, per definizione

bidimensionale, che non è il ritratto di

un volto osservato ma una citazione con

un valore iconografico fortemente evocativo.

Uno di questi volti si trova anche

nel dipinto Balthus in my eyes. Il titolo

è molto significativo e utile per orientare

il visitatore della mostra nella comprensione

della poetica di Tian Li, per

quanto riguarda il suo approccio verso

la pittura europea. Balthus è stato direttore

dell’Accademia di Francia a Roma,

l’ultimo nominato nel 1961, e direttore

di Villa Medici fino al 1977. Convinto

sostenitore degli insegnamenti accademici

basati sullo studio dell’opera

di Raffaello e sulla copia

dell’arte antica, Balthus fu inviato

da Malraux in missione

ufficiale in Giappone nel 1962,

dove maturò un profondo interesse

per l’arte dell’Estremo

Oriente e dove, com'è noto, trovò

la sua musa e compagna di

vita: la giovane pittrice giapponese

Setsuko Ideta. In che cosa

Tian Li guarda a Balthus? Un

tavolo basso di lacca nera, posto

a losanga, sul quale si trova

il ventaglio di cui abbiamo parlato,

accanto ad un libro francese

di cui si legge autore, titolo

e editore, l’Histoire du Japon di

François Toussaint del 1969, e

dei libri con il titolo in giapponese.

In Balthus, Tian Li riconosce

l’interesse per l’Oriente e,

fin dai tempi di Monet, in Francia

Orientalismo significa sostanzialmente

Japonisme. Oggi

Balthus in my eyes, tempera, cm 45×53, (2014)

che la Cina si è aperta al mondo, il panorama

dell’Oriente è molto più ampio.

L’omaggio di Tian Li a Balthus va letto

come un’indicazione della sua personale

chiave di accesso alla pittura europea.

Tian Li è un eccellente membro dell’Accademia

cinese con un forte interesse

per l’arte europea; Balthus, dal canto

suo, aveva un profondo legame esistenziale

e culturale con l’Oriente. Nei dipinti

di Tian Li non si leggono altri riferimenti

iconografici o tecnici a Balthus, se non

la capacità dell’artista polacco - francese

di essere figurativo e al contempo straniante.

Dal punto di vista della materia

pittorica, la pittura di Tian Li è evoluta

e raffinata e, da quello della produzione

di senso, intimamente sognante e postmoderna

nella creazione di atmosfere.

La composizione pittorica tende alla bidimensionalità;

a negare la profondità

spaziale sono soprattutto gli sfondi. Le

figure sono spesso bidimensionali ma in

ogni quadro c’è sempre qualcosa dotata

di spazialità geometrica e solidità mate-

46

TIAN LI


ica. Il fondo, invece, è come una parete

distinta in ampie campiture piatte di colore

su cui si staglia l’oggetto della rappresentazione.

Si veda, ad esempio, In

the quiet night, in cui la fascia gialla più

bassa si può leggere come piano d’appoggio

solo perché l’artista ha ribadito

il contorno del piatto che porta la teiera

e i frutti con una striscia grigia, la cui

vibrazione cromatica suggerisce l’ombra

eventualmente proiettata sul piano

dal piatto, unico elemento decisamente

tridimensionale. Questo rapporto figura

- fondo ricorda quello presente in alcuni

dipinti di Giorgio Morandi, e anche

se la sensazione della materia pittorica

di Tian Li suggerisce quella dell’artista

bolognese, non posso escludere che si

tratti solo di una mia suggestione. Nei

quadri di Tian Li si vedono, anche all’interno

di uno stesso dipinto, diverse gradazioni

di finitura del soggetto, creando

così differenti livelli di messa a fuoco

della rappresentazione pittorica. In generale,

la stratificazione del colore ha

vari spessori: alcuni elementi della composizione

non sono portati a definizione;

in altri, invece, la finitura è spinta

fino a dare consistenza materica e tattile

all’oggetto rappresentato. Il colore è

generalmente costituito da un tono dominante

non saturo a cui si accordano

uno o due colori non distanti tonalmente.

Questo tipo di accordo cromatico

fornisce una sensazione luminosa di

cui non si evince la fonte. Nel caso di

Ageing erguotou, la trasparenza dell’acquavite

addensa nel corpo delle bottiglie

la luce diffusa nell’ambiente, accentuata

dal tono di colore bruno del tavolo.

Il disegno preliminare è spesso lasciato

partecipare alla composizione finale:

in Unnammed weed alcune foglie sono

tracciate solo con un leggero contorno

grigio; in Irises, invece, alcuni fiori e foglie

sono disegnati in un tono più chiaro

di blu, che entra in vibrazione con un

tono generale più basso e scuro; nei

contorni delle foglie dipinte con il blu si

coglie quella che sembra essere una citazione

degli Irises di Vincent Van Gogh.

Nella pittura di Tian Li s’intuiscono altri

riferimenti al maestro fiammingo: le

nuvole nel cielo di The field ricordano,

infatti, le costellazioni di Notte stellata,

celebre dipinto vangoghiano. The field

ha un carattere visionario accentuato:

uno degli alberi diventa un ramo fiorito

e nella trasparenza del colore si scorge,

negli strati sottostanti della pittura, il volume

di una casa che non è stata portata

a compimento, ma neanche occultata

dalla pittura. Inoltre, in primo piano sulla

sinistra s’intravede uno sportello di automobile

con il vetro del finestrino che

riflette il cielo. Tian Li ha molte frecce al

Tian Li

Irises, tempera,cm 40×30, (2015)

suo arco: padronanza del disegno e del

colore, ricchezza di temi e soggetti, intelligenza

compositiva e, non meno importante,

uno spirito sensibile e sognatore.

La sua pittura richiama l’attenzione e

sollecita l’osservatore guidandolo verso

nuove scoperte, intuizioni e visioni.

Nata nel 1967, Tian Li risiede a

Pechino, dove nel 1993 si è diplomata

in pittura presso l’Università

Normale dello Xinjiang. Dal 1998

al 1999, ha frequentato un corso di formazione

in acquarello presso l’Accademia

Centrale di Belle Arti di Pechino; dal

2001 al 2004 ha conseguito un master

alla Facoltà di Grafica dell’Accademia

Centrale di Belle Arti di Pechino; dal 2001

al 2007 è stata professore a contratto

dell’Accademia di Arti e Design dell’Università

Tsing Hua; dal 2016 al 2018 ha

insegnato pittura a tempera presso la

Chinese National Academy of Arts. Oltre

che nel suo paese, ha esposto anche a

Parigi, Sydney, Seoul e in Egitto.

TIAN LI 47


Personaggi

Donatella Milani

Non gridare è il titolo del nuovo singolo della

cantautrice toscana dedicato all’amore sincero

e non violento

di Serena Gelli / foto courtesy Donatella Milani

Dopo la partecipazione alla trasmssione

Ora o Mai Piu andata

in onda su Rai Uno, Donatella

Milani ci riprova con una canzone inedita

dal titolo Non gridare, una ballata

dedicata all’amore vero, sincero e soprattutto

non violento. Il brano è stato

scritto dall’artista in collaborazione

con Luigi Mosello, rinomato autore a

livello internazionale. Gli arrangiamenti

sono stati affidati a Simone Papi, notissimo

produttore e musicista che vanta

numerose collaborazioni importanti,

tra cui Raf, Pausini, Masini, Amoroso,

Tozzi e Mia Martini. Questa volta la

cantautrice toscana affronta una tematica

che la vede messaggera di speranza

e fiducia nell’amore. In particolare

il brano esorta quelle donne che hanno

avuto la forza di troncare una relazione

infelice, a superare con il tempo

le ferite accumulate e a dare fiducia ad

un altro uomo, quello che rispetta e stima

sia la propria donna che tutte quelle

dell’universo e che non si permetterebbe

per nessun motivo nemmeno di alzare

la voce. Soprattutto non gridare

è la frase ricorrente nel testo: l’amore

reciproco ed il sapersi venire incontro

sui comportamenti e sulle decisioni a

volte difficili, sono gli ingredienti di un

buon rapporto di coppia che mai deve

sfociare in atti di violenza. Questo è il

senso profondo che emerge dal brano.

Il tema della violenza sulle donne

o addirittura il femminicidio è purtroppo

attuale: ne parlano i giornali, i mass

media e molteplici sono le iniziative

per far sì che si possa arginare questo

comportamento negativo. Donatella,

che interpreta magistralmente la ballata

colorandola di espressioni vocali che

vanno dal delicato al sostenuto, dal recitato

al tecnicamente perfetto, vuole

aggiungere una goccia nel mare della

campagna contro la violenza sulle donne

ma, nello stesso tempo, sottolinea

il concetto che non tutti gli uomini sono

uguali. Attraverso un registro molto

personale si evidenza una maturazione

dell’artista che, affrontando tematiche

profonde quali quelle del brano in oggetto,

si rivela oggi un esempio di donna

di carattere.

Donatella Milani

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DONATELLA MILANI


Firenze

Mostre

Mi odi a rio

Alfredo Rapetti Mogol espone dieci anni di lavori

alla galleria d’arte La Fonderia

di Riccardo Nicoletti / foto courtesy dell’artista

Dal 7 al 29 giugno, Alfredo Rapetti

Mogol ripercorre dieci anni

di attività artistica con una mostra

presso la galleria d’arte moderna e

contemporanea La Fonderia in via della

Fonderia 42r a Firenze. Dopo una serie

intensa di esposizioni, Rapetti Mogol

propone un’antologia delle sue produzioni

che, come un diario − da cui il titolo

della mostra Mi odi a rio −, permette allo

spettatore di apprezzare opere che vanno

dalle “scritture” agli ultimi lavori, improntati

principalmente alla destrutturazione

semantica, ma con l’utilizzo di materiali

del tutto nuovi che, con la fervida creatività

e viva attitudine alla sperimentazione

dell’artista, diventano tele, carte, collage o

installazioni. Rapetti Mogol elabora e crea

strutture in cui la parola gioca un ruolo

fondamentale, “parola” intesa come traccia

che l’essere umano utilizza per lasciare

memoria della propria esistenza e delle

proprie emozioni e sensazioni. Il noto critico

Gianluca Ranzi scrive di lui: «Alfredo

Rapetti Mogol è sostenuto da una pratica

dell’arte che è da sempre incline alla sperimentazione,

al nomadismo culturale e

alla multidisciplinarietà, come testimoniano

non solo le sue incursioni sul confine

tra immagine e parola, ma anche tra voce

recitante e icona, tra la musica o il canto

e la pittura o l’installazione. In altre parole,

le opere presenti in mostra chiedono

(interrogano) lo spettatore spronandolo

ad usare in modo complesso e plastico la

sua fisiologia neurologica, combinando il

più possibile l’immaginazione al razionale,

l’intuizione al Logos». In esposizione

si potranno ammirare realizzazioni

che racchiudono dieci anni di ricerche,

studi e lavori, dalle più famose scritture

su tela, a diverse “scomposizioni alfabetiche

elementari” su carte antiche

e su lamiere di piombo, carte con tela

e cemento, nonché motivi floreali e

scritture su marmo. A proposito della

destrutturazione della parola Rapetti afferma:

«La destrutturazione delle parole e

la sua successiva ri-composizione è una

nuova declinazione del mio lavoro sul linguaggio

e sulla sua forma significante. In

questo specifico caso la molecola lettera

si “stacca”, delocalizzandosi, dalla parola

madre per creare nuove aggregazioni

verbali, inedite isole grafiche. Questi neografismi

risultano ad una prima occhiata

Alfredo Rapetti Mogol

una lingua sconosciuta, apparentemente

senza un senso compiuto; una “non-lingua”

che solo in un osservatore sensibile

ed attraverso un puro processo mentale

ri-acquistano il significato del loro contenuto

originario». Durante quest’anno

l’artista ha in programma esposizioni di

notevole importanza a Matera, Verona e

Milano. La mostra, con il supporto organizzativo

di Riccardo Nicoletti ed Elisa

Frego, verrà inaugurata venerdì 7 giugno

alle ore 17,00 alla presenza dell’artista e

sarà visitabile fino al 29 giugno secondo

gli orari di apertura della galleria.

Alfabetica, tecnica mista su tela, carta e cemento, cm 75x105, (2012)

Per informazioni:

Galleria d’arte La Fonderia

via della Fonderia 42r, Firenze

www.galleriafonderia.com

info@galleriafonderia.com

+ 39 055221758

ALFREDO RAPETTI MOGOL

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Firenze

Mostre

Angelo Massimo Nostro

Si è da poco conclusa la personale

dell’artista calabrese al Gruppo Donatello

Opere pittoriche, grafiche e sculture raccontano un flusso

creativo nutrito di significati allegorici e suggestioni metafisiche

di Eleonora d’Aquino / foto courtesy dell’artista

Si è conclusa recentemente la mostra

personale di pittura, scultura e

poesia di Angelo Massimo Nostro

intitolata Il Respiro Dicente ed allestita con

particolare attenzione e dettaglio nella storica

sede del Gruppo Donatello in via degli

Artisti a Firenze. L’artista è tornato a Firenze,

dove in passato ha compiuto gli studi

universitari ed iniziato l’attività di architetto,

con una mostra unica che ha suscitato

particolare interesse per la singolarità e

l’innovazione stilistica dei suoi dipinti. Le

opere del maestro sono l’esito di una ricerca

assidua nutrita da una delicata sensibilità

artistica, da una profonda conoscenza

poetico-filosofico-letteraria, ma anche da

studi di disegno, scultura ed architettura

e da quella passione per l’arte che, come

“respiro dicente” appunto, tutto muove in

un percorso evolutivo infinito. Trasportato

in dimensioni, tempi e spazi sconosciuti,

Eva, tufo patinato

l’essere umano, liberato da realtà effimere,

può tuffarsi nelle acque del pensiero, della

poesia, della pittura, dell’arte espressa in

ogni sua forma, per ritrovare la parte migliore

di sé recuperando così l’autenticità

perduta. Oltre all’emozione che si avverte

al cospetto delle opere del maestro, è dunque

il significato che ci coinvolge in riflessioni

e quesiti esistenziali. Queste opere,

infatti, vanno al di là del semplice aspetto

figurativo; l’artista utilizza le sue composizioni

figurative con dualità di valori. Da

un lato le sue immagini manifestano il loro

valore significante in senso allegorico

e metafisico, sostenuto per ciascun’opera

da sintesi poetiche descrittive (che l’artista

in veste di poeta ha posto al lato delle

stesse), e dall’altro illustrano un nuovo

linguaggio dal valore strettamente estetico,

per geometria compositiva (anatomica

e non). Tutto ciò si percepisce attraverso la

strutturazione compositiva e spaziale della

stessa tela, mediante armoniose ricerche

cromatiche che in certi casi giungono

anche a figurazioni astratte, assumendo

aspetti materici che rafforzano profondità

e trasparenze prospettiche. L’artista, nel

personalizzare stilisticamente il proprio

linguaggio pittorico, incide, quasi scolpisce

lo strato abbondante di colore passato

a spatola per ottenere variazioni di piano e

di livello cromatico. Il susseguirsi delle sue

opere, pittoriche e plastiche coerentemente

col titolo Il Respiro Dicente, dà chiara e

logica lettura dei contenuti metaforici che

l’artista si è prefisso per raccontare il suo

mondo interiore. Angelo Massimo Nostro

afferma che l’arte non è altro che “flusso

creativo che pervade tutti gli esseri umani”.

Alcuni diventano strumento di questo

flusso e trasformano in rappresentazione

le proprie emozioni, proiettando ed inventando

nuovi linguaggi senza limiti di tempo

né vincoli stilistici. Allora, questi diventano

musicisti, poeti, ancora pittori, attori, performer.

Questi artisti, anche se con punti

di vista diversi, hanno lo stesso scopo comune:

il raggiungimento, l’esaltazione e la

rappresentazione dell’equilibrio armonico

del nostro essere, della nostra esistenza,

dentro e fuori di noi. Quando questo equilibrio

è raggiunto, l’opera si oggettivizza

diventando essa stessa percezione e tangibilità

condivisa (suoni, cromatismi, tridimensionalità

plastica, creazione di forme

nuove, fusioni di pensiero e materia), ovvero

fonte di ispirazione per chi osserva. Il

flusso continua ad espandersi in noi attraverso

le opere degli artisti, creando nuova

arte. Attraverso le poesie e le opere artistiche

di Angelo Massimo Nostro abbiamo

colto nel corso della mostra la dualità metafisica

del pensiero, riconducibile al concetto

di “doppia vista” teorizzato da Arthur

50

ANGELO MASSIMO NOSTRO


Schopenhauer, che brevemente può intendersi

come segue: sguardo esterno per

domandarsi e rispondere oltre la spazialità

del nostro Essere, immaginando infiniti

ed imperscrutabili orizzonti; sguardo

interno per scrutare in profondità il senso

della nostra esistenza, della nostra anima,

del nostro divenire nell’idealità del Tempo.

La poesia di Angelo Massimo Nostro, se

pur posta a base dell’illustrazione dell’opera

pittorica, assume in sé, per mescolanza

di concetti e parole, valore univoco,

mentre le opere hanno molteplicità di valori

cangianti e dipendenti dai diversi punti

di vista. L’artista nel dare rappresentazione

e “sfogo” alla sua immaginazione, non

fa altro che mettere in luce due aspetti sostanziali

della vita dell’uomo che tradotti in

termini filosofici corrispondono alla “coscienza

individuale e coscienza sociale”.

Angelo Massimo Nostro attraverso le sue

opere dunque manifesta e risponde ai suoi

interrogativi, ai suoi sogni e come lui stesso

sostiene:«Con la mia arte figuro il mio

intelletto; le mie opere nascono da emozioni

e spero diano nuove sensazioni e

tocchino l’animo di chi le guarda dandogli

felicità interiore, nuova sintesi emozionale».

Raramente oggi si assiste ad un’esposizione

personale articolata con un criterio

Pazzo che fiorisce, tecnica mista

Nascita di un fiore, bronzo

logico ben chiaro che tra l’altro vuol incidere

sul significato di arte in senso poetico

oltre che estetico. L’arte di Angelo Massimo

Nostro si afferma perché non segue

tradizionali correnti che alla fine rimescolano

visioni e contenuti vecchi e sorpassati,

significati consumati. Come dire

che Nostro, nel mostrarsi unitariamente,

punta ad innovare il senso estetico del

pensiero umano, tende all’oggettivazione

dell’opera, sacrificando ogni forma di

creatività legata all’azione individuale dello

stesso artista. C’è dunque il tentativo di

spogliarsi di ogni convinzione e convenzione

imponendo alle stesse sue creazioni

una funzione intellettuale ed emozionale

per farle transitare, come afferma l’autore:

«Dalla semplice percezione visiva nel

campo degli interrogativi, dell’introspezione

interiore, restando ricerca di bellezza,

di proporzione ed equilibrio». Le linee

e le cromie che strutturano i suoi quadri,

vengono soppesate, misurate; nulla è ibrido,

tutto resta coerente nel mondo della

singola opera. Allo stesso modo, nelle

sculture (prevalentemente in tufo di Calabria

dal colore carnale) la luce anima la

materia bruta, muovendoci alla spontanea

ed istintiva carezza per possederle. Ed ancora,

tutto ciò si esalta attraverso le poesie

mostrate elegantemente con raffinati

arazzetti posti ai lati delle opere. In esse,

ogni parola assume sonorità melodiosa e

significato profondo. In un’intervista con

Fabrizio Borghini, Angelo Massimo Nostro

parla della bellezza, del profumo, della

poesia e della perfezione del fiore; in molte

sue opere, soprattutto nei ritratti ed anche

in alcune sue sculture, l’artista rivela

la sua abilità nel cogliere l’estrema delicatezza

di certi lineamenti, lasciando intuire

intimità e sentimenti e scoprendo una purezza

rara facilmente assimilabile alla soavità

dei fiori, ed ancor più, come il poeta

e filosofo greco Nikos Kazantzakis recita

nella sua poesia Il mandorlo, arriva ad

esprimere il “divino”. Ecco che al cospetto

dell’opera di quest’artista poliedrico ed

avvincente si avverte una comunione armoniosa

di musicalità, movimento e colore

in un’espressione mirabilmente riuscita

di arte totale che comunica emozioni arrivando

al cuore dello spettatore. Catturati

da tale bellezza restiamo incantati ed arricchiti

di significative ispirazioni, in attesa

dell’altra mostra che entro l’anno l’artista

proporrà nuovamente nella prestigiosa sede

del Gruppo Donatello di cui è socio.

www.angelomassimonostro-arte.com

amnostro@tiscali.it

+ 39 0966 55074

+ 39 392 2227370

AMGELO MASSIMO NOSTRO 51


GALLERIA D’ARTE MENTANA FIRENZE

Presenta

Harin Na

"Excellent Clown"

La Galleria d’Arte Mentana di Firenze presenta

la mostra personale dell’artista Harin Na.

Le opere esposte, tutte di piccolo formato,

esprimono una forte intensità pittorica.

L’artista offre un’originale interpretazione psicologica

dell’essere umano, che attraverso una

maschera nasconde i propri turbamenti ad una

società che non si prende cura della spiritualità e

dell’introspezione.

Particolarmente interessante il ciclo intitolato

Clown eccellenti, dove sono rappresentate figure

dal collo lungo e dagli sguardi impenetrabili

che fissano l’osservatore come a volerlo coinvolgere

ed interrogare sulle grandi questioni

esistenziali.

Ringrazio l’artista Harin Na per aver scelto la

storica Galleria Mentana per dare al nostro

pubblico una panoramica della sua affascinante

ricerca pittorica.

Giovanna Laura Adreani – Art Director 335 1207156

2012 Bachelors of Fine Arts and Visual Design, Sook-myung

Women’s University, Seoul, South Korea

2018 The next big movement (Kimi Art, Seoul, South Korea)

2017 Le vie dell'arte (Galleria Mentana, Firenze, Italy)

2016 5th solo exhibition (Samik Art Hall, South Korea)

2016 Art Basel Art Weeks - Spectrum Miami (USA)

Harin Na

www.naharin.com

OPENING

sabato 18 maggio 2019

ore 18.00

GALLERIA D’ARTE MENTANA

Via della Mosca 5r (angolo Piazza Mentana) - 50122 (FI)

+39.055.211984 - www.galleriamentana.it

galleriamentana@galleriamentana.it


Speciale

Pistoia

Dal 24 al 26 maggio torna a Pistoia

la decima edizione del festival di

antropologia Dialoghi sull’uomo

Tema della manifestazione “il mestiere di con-vivere”

nell’ambito della società e della famiglia

di Laura Belli / foto Laura Pietra

Convivere significa vivere con, vivere

assieme nel rispetto dell’altro.

Come e perché noi umani stiamo

insieme? Come ci rapportiamo con

gli altri esseri viventi e, più in generale,

con il mondo in cui ci è dato vivere, con

gli animali e la natura? Proporre il tema

convivenza significa riflettere sull’essere

umano nella sua completezza. Significa

riflettere su come si forma il legame sociale

e sul rapporto tra convivenza e conflitto,

analizzare come altre società e altre

epoche hanno organizzato e realizzato la

convivenza. Significa inoltre parlare della

famiglia, nucleo basilare della società,

dei suoi modelli e della sua evoluzione. La

società è un ambito di costruzione, non

un approdo naturale dell’essere umano.

In una società ogni giorno più segnata

da un’accelerazione generale, in cui i

rapporti sono costantemente mediati dal

digitale, diventa sempre più difficile dialogare

in modo profondo ed egualitario. La

conferenza inaugurale sarà quella di Enzo

Bianchi, fondatore della comunità monastica

di Bose, venerdì 24 maggio. Due

giorni dopo, a chiudere, lo spettacolo di

Ascanio Celestini Ballata dei senzatetto.

Nel mezzo 23 appuntamenti con docenti

universitari, artisti, giornalisti e scienziati,

chiamati a riflettere in pubblico sul tema

"Il mestiere di con-vivere: intrecciare

vite, storie e destini". Un decennale da festeggiare

come si deve, visto il successo

della manifestazione: partita nel 2010 con

qualche timore, oggi i Dialoghi sono una

vera fabbrica di cultura: 167.000 presenze

in totale, un pubblico spesso giovanissimo

e che arriva da tutta Italia, 250 relatori

che si sono alternati sui palchi della rassegna

in 249 eventi; una collana di saggi

editi da Utet che conta già 13 volumi; un

canale youtube dedicato che ha raggiunto

il milione di visualizzazioni; 5 mostre

con grandi autori della fotografia contemporanea.

Ciò nonostante, la kermesse

dell'antropologia di Pistoia neanche

quest'anno abbandonerà le dimensioni

contenute che, secondo gli organizzatori,

sono un ingrediente fondamentale del

suo successo: 25 incontri distribuiti in tre

giorni e in cinque luoghi, tutti nel centro

storico. Eventi particolarmente eccezionali

saranno il nuovo spettacolo di Michele

Serra L'amaca di domani. Considerazioni

in pubblico alla presenza di una mucca,

che si vedrà in prima nazionale, e l'incontro

con la fisica ed economista indiana

Vandana Shiva, tra le massime esperte

internazionali di ecologia sociale, alla quale

sarà conferito il premio Dialoghi, terzo

nome dopo quelli di David Grossman e

del Nobel Wole Soyinka.«I Dialoghi credono

che la cultura ci renda esseri umani

migliori», parola di Giulia Cogoli, ideatrice

e direttrice della manifestazione.

Informazioni

Tutti gli eventi sono a pagamento:

conferenze euro 3; spettacoli euro 7;

la prima conferenza e la mostra fotografica

sono gratuite.

www.comune.pistoia.it

+ 39 0573 371305 (biglietteria)

Un'immagine della passata edizione

SPECIALE PISTOIA 53


I libri del

Mese

Il profumo dell’iris

Alla riscoperta dei volti di Firenze nella nuova

raccolta poetica di Roberto Mosi

di Silvia Ranzi

Nel suo ricco percorso di pubblicazioni

- una dozzina di volumi

di poesia - Roberto Mosi,

ex dirigente per la Cultura alla Regione

Toscana, nella versatilità delle attività

svolte di scrittore, saggista e fotografo,

ci offre un’originale silloge lirica che denota

la sua profonda ammirazione per la

terra di appartenenza attraverso un titolo

dai multisensoriali riverberi, Il profumo

dell’iris, omaggiando la specie botanica,

emblema del Gonfalone della Città

del Giglio, per consegnarci una parabola

che si addentra nello storico tessuto

urbano e spazia verso i distensivi profili

collinari. A distanza di dieci anni dalla

raccolta Florentia (2008), animato dall’esercizio

intimo e propositivo della memoria,

il poeta riesuma nelle trame dei

vissuti le stratificazioni storico-culturali,

presenti nella mappa cittadina e dintorni,

secondo tre significative sezioni: le piazze,

le strade, le colline e oltre. Una “geografia”

fisica ed introspettiva restituisce

la fisionomia del capoluogo toscano che

si dipana nei componimenti con la carismatica

stilizzazione del verso consona

a Roberto Mosi, nella classicità di un

realismo ritmato ed elegante, analitico

e trasognato, con tratti di vita familiare,

denso di riferimenti culturali di cui la

curiositas lirica si alimenta, nella dimensione

ironica e ludica del quotidiano, per

svelare l’anima dei luoghi e le istanze etico-sociali

che vi albergano. Lo sguardo

evocatore di fiorentinità si cristallizza nel

verso che sgorga dall’atto speculativo,

riassapora monumenti religiosi e laici,

festività e ricorrenze tradizionali, individua

le tracce degli eventi drammatici dei

conflitti mondiali, ripercorre le logge ed i

vicoli dalle infilate prospettiche di facciate

e tetti, contempla l’Arno, si sofferma

sulle antiche architetture e spazi urbani

segnati dai nuovi stili di aggregazione

sociale. Si affacciano la stazione, i

quartieri di periferia con le nuove povertà,

gli snodi di trasporto del flusso internazionale,

gli insediamenti di fabbriche

di una città in evoluzione che si confronta

con l’avanzare delle nuove logiche del

vivere postmoderno. Il sentimento naturalistico

di controcanto affiora, appagandosi

dinnanzi alle panoramiche delle

tipiche località campestri e boschive a

corona della piana, individuando antiche

vie di transito per i pellegrini. E’ dunque

innervata la dialettica tra un passato da

soppesare ed un presente da interpretare

e raccontare nei suoi ideali perchè

la dimensione della condizione umana

non desiste dal servire le aspirazioni di

lotta sociale e rivendicativa per una società

migliore. Un itinerario lirico di potente

freschezza ideativa e compositiva,

in cui l’identità affettiva e leggendaria

dei siti rivisitati si propone al lettore secondo

un polittico dalle cromie linguistiche

distillate dal sentimento e dall’acuta

esplorazione di una città come Firenze,

dall’ineguagliabile ruolo storico e ideale

di ambasciatrice di bellezza nel mondo.

Il 30 maggio alle ore 16,30 presso il Museo

CAD in via degli Artisti 54r a Firenze,

Roberto Mosi interviene su Orfeo

in fonte santa in occasione della conferenza-concerto

del pianista Umberto

Zanarelli; il 3 giugno alle ore 17,30 presenterà

Il profumo dell’ iris presso la Libreria

Salvemini a Firenze.

Dopo l’erta dei Catinai

si apre la vista su Firenze,

città di bellezza elegante

preziosa come il profumo

dell’iris, dal tono austero,

riservato. Si concede solo

a chi la ama, la sa apprezzare

(L’erta dei Catinai)

Il libro, dedicato alla moglie Giovanna ed edito da Gazebo (2018) nella Collana

di poesia e prosa a cura di Mariella Bettarini, presenta in copertina un disegno

dell’artista Enrico Guerrini; a corredo del libro le fotografie scattate dall’autore

ROBERTO MOSI

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B&B Hotels

Italia

Terza tappa del B&B Hotels Road Trip:

Firenze, gioiello del Rinascimento

di Francesca Vivaldi

Un ponte così lungo non poteva

che essere sfruttato in modo

migliore. Dopo aver passato la

Pasqua a casa con parenti ed amici,

mi sono messa nuovamente in viaggio

alla scoperta di una città che da sempre

porto nel cuore: Firenze. Ormai fedele

cliente di B&B Hotels, anche in

questa occasione ho deciso di affidarmi

alla catena per il mio soggiorno.

Momento prenotazione: imbarazzo

della scelta. Centro città o comodità

all’aeroporto? B&B Hotels sa proprio

come venire incontro ad ogni esigenza.

Alla fine ho optato per il B&B Ho-

tel Firenze City Center, 5 minuti a piedi

dal centro storico. Giunta in hotel, ho

ritrovato la fantastica Smart TV, dalla

quale anche questa volta ho tratto

spunti interessanti per poter affrontare

la mia giornata in modo alternativo.

Chicche e curiosità erano l’obiettivo di

questo viaggio. Mi sono incamminata

verso il centro e dopo pochi minuti

mi è balzato all’occhio uno strano

cartello stradale. Bizzarra street art

che popola la città in un susseguirsi di

contrasti. E se di contrasti vogliamo

parlare, un'altra location dal fascino

unico è l’Officina Profumo-Farmaceutica

di Santa Maria Novella. Un piccolo

gioiello nel cuore della città che regala

un tuffo nel passato fatto di bilancini,

mortai, antichi termometri, essenze

e spezie. Ma l’ultima chicca che voglio

regalarvi, se siete alla ricerca di

un po’ di fortuna, per questa mia terza

tappa è lo sciame d’api che nessuno

riesce a contare, o almeno così la

leggenda narra, inciso sul monumento

equestre di Ferdinando I de’ Medici.

Solo i pochi eletti che riusciranno

a non perdere il conto saranno baciati

dalla fortuna. Secondo voi ci sono riuscita?

Buona fortuna a voi!

56 B&B HOTELS ITALIA


B&B Hotels

Destinazioni, design, prezzo. B&B

Hotels unisce il calore e l’attenzione

di una gestione di tipo familiare

all’offerta tipica di una grande

catena d’alberghi. Un’ospitalità di qualità

a prezzi contenuti e competitivi, senza

fronzoli ma con una forte attenzione ai

servizi. 36 hotel in Italia. Camere dal design

moderno e funzionale con bagno

spazioso e soffione XL, Wi-Fi in fibra fino

a 200Mega, TV 40”con canali Sky e

satellitari di sport, cinema e informazione

gratuiti. Inoltre, grazie ad una partnership

esclusiva con Samsung, nei B&B

Hotels sono presenti Smart TV che offrono

un servizio di e-concierge per scoprire

la città a 360°. Vivi l’Italia come mai

avevi fatto prima. E’ questo il momento

di viaggiare.

hotelbb.com

B&B HOTELS ITALIA 57


055 5000374

393 6219258


La galleria d'arte "Il Quadrivio" ospita mostre destinate a

vari eventi artistici ed altre manifestazioni culturali

Il Quadrivio - Galleria d’Arte - Viale Sonnino 100 - Grosseto

www.galleriailquadrivio.it

info@galleriailquadrivio.it

patrizia.zuccherini@alice.it

+ 39 339. 2357824


Architettura

del gusto

Di-Wine: un’antica ricetta toscana per un ottimo

drink time con il testimonial stellato Alex Siliberto

di Elena Maria Petrini / foto courtesy Alex Siliberto e DìWine Company

Alex Siliberto

Parliamo di un vino aromatizzato e

fortificato di produzione artigianale

ottenuto da un’antica ricetta

toscana ottocentesca, che grazie a Gabriele,

discendente della famiglia Giotti,

oggi possiamo degustare come nettare

in mixology. Ritrovando un’antica ricetta

del bisnonno Egisto tra i registri della

cantina di famiglia, Gabriele ha riprodotto

questo vino della tradizione toscana,

riscoprendo il vino fortificato delle colline

del Chianti che viene aromatizzato

con agrumi freschi come arance, limoni

e bacche di vaniglia del Madagascar. E’

possibile degustre il DiWine aperitif made

in Florence, affidandosi alla bravura

e alla competenza dei seguenti barman

di Firenze e dintorni: Giuseppe Alessandrino

dell’AC Hotel Firenze by Marriott;

Silvio Barsellini del Move On; Christian

Pempo del St. Regis; Francesco Guetta

del Caffè Paszkowsky; Neri Fantechi,

Julian Biondi e Ilya del MAD; Lorenzo

Bellieri del Castello del Nero a Tavarnelle

Val di Pesa; Davide Sciarro del Caffè

Cairoli di Pontassieve. Spostandosi in

altre province toscane troviamo invece:

Lorenzo e Giuseppe Calò dell’Argentario

Golf Resort di Porto Ercole in provincia

di Grosseto e a Pistoia Misiano Giardino

del Vinaino e Luca Cigna del Michi. Il

brand fiorentino DìWine non poteva che

avere come testimonial Alex Siliberto,

campione italiano ABI Professional, eletto

personaggio dell’anno nella categoria

barman dal noto magazine Italia a Tavola;

la stessa rivista ha premiato nella categoria

chef Silvia Baracchi, in una rosa

di nomi che ha visto partecipare anche

Carlo Cracco, Antonino Cannavacciuolo

e Massimo Bottura. Ricordiamo, infine,

che Alex Siliberto, con la sua grande

passione per l’architettura, è riuscito a

coniugare il bartender con il progetto

The Towers, un programma didattico sui

grattacieli più importanti del mondo. A

Siliberto, infatti, piace distinguersi, senza

presunzione, ma con grande classe,

eleganza e professionalità, come ha dimostrato

con le sue piccole opere d’arte

realizzate con cura ed attenzione, tanto

da renderlo un campione nazionale ed

internazionale.

60

ARCHITETTURA DEL GUSTO


Architettura

del gusto

Gubbio: un ex monastero del XII secolo,

prestigiosa cornice del premio miglior

barman d’Italia ABI Professional 2019

di Elena Maria Petrini / foto Maurizio Mattei

Nel fine settimana a cavallo

tra marzo ed aprile si

è svolta la quattro giorni

dedicata alle selezioni nazionali

per nominare il nuovo barman

campione d’Italia ABI Professional

2019; oltre all’assemblea nazionale

ed il master sui prodotti delle

aziende sponsor, anche due premi

importanti: Arazzo ed Accademia

Gran Caffè Nespresso, all’interno

del meraviglioso Park Hotel ai

Cappuccini di Gubbio, bellissima

struttura ricettiva gestita dalla patron

Carmela Colaiacovo (vice presidente

Confindustria Alberghi).

Dopo una sfida tra 70 professionisti

di altissimo livello provenienti da

tutta Italia, si è aggiudicato il titolo di

miglior barman d’Italia ABI Professional

2019 il calabrese Francesco Lubieri

col cocktail Jasmine (sponsor Wild

Hibiscus) e barman presso l’Hotel Zefiro

Residence di Siderno (RC). Sul podio

anche i barman dalla Toscana e

dalla Sicilia: al secondo posto Giuseppe

Alessandrino del Marriot AC Hotel

di Firenze (sponsor Campari) e al terzo

Giovanni Cernigliano di Cefalù del

Club Med Cefalù con una ricetta di Mario

Scialabba, responsabile bar della

stessa struttura (sponsor Maschio). Il

Da sinistra, il presidente nazionale ABI Professional, Ernesto Molteni, con i vincitori della gara -

Giovanni Cernigliano, Francesco Lubieri (al centro) e Giuseppe Alessandrino - e col vicepresidente

Alessandro Bernardi

premio Arazzo, invece, ha visto la sfida

tra barman professionisti e barman

alle prime armi, alcuni dei quali non

iscritti all’associazione. Al primo posto

si è classificato Davide Benvenuto

(sponsor Branca), al secondo posto

Mario Lovreglio (sponsor Wind Hibiscus)

e al terzo posto Giovanni De

Gaetano (sponsor Toso). Ricordiamo

anche il premio per la migliore tecnica

di lavoro vinto da Simone Braschi e

consegnato dal delegato ABI Calabria,

Sandro Laugelli. Infine riportiamo i

vincitori del Gran Premio Nespresso,

consegnato da Riccardo Zola (responsabile

Horeca di Nespresso) che ha nominato

vincitore al primo posto Fabio

Follo, seguito da Matteo Vitiello al secondo

posto ed al terzo Andrea Lombardo.

Il tutto diretto magistralmente

da Marco Giovarruscio. Sponsor presenti:

Anonima Distillazioni, BlueSide,

Bonaventura Maschio, Branca, Campari,

Ceado, Cnosfap, Dì-Wine, Fabbri,

Ghiaccio a domicilio, Illva Saronno,

Lumian, Luxardo, Amaro Montenegro,

Nespresso, ODK, Onestigroup, Pizzicata,

Tenuta Santini, Senatore Vini, Toso,

Varnelli, Vecchio Amaro del Capo, Volcano

e Wild Hibiscus.

Da sinistra Francesco Lubieri, Giuseppe Alessandrino, Giovanni Cernigliano con il giudice di gara Franco Cruder, Simone Braschi con Sandro Laugelli

e Riccardo Zola della Nespresso con Fabio Follo

ARCHITETTURA DEL GUSTO 61


Architettura

del gusto

Invito alla formazione e all’assaggio

dei salumi con ONAS

di Elena Maria Petrini / foto courtesy Dario Sarti

Parliamo innanzitutto di ONAS, acronimo

dell’organizzazione nazionale

degli assaggiatori di salumi fondata

il 19 ottobre 1999 presso la CCIAA di

Cuneo senza finalità di lucro, che ha trovato

riconoscimento giuridico nel 2009 ed

è oggi presieduta dalla dottoressa Bianca

Piovano. Questa organizzazione si prefigge

di promuovere e diffondere la cultura

del salume italiano, dall’allevamento alla

macellazione delle carni, corsi di formazione,

aggiornamento e specializzazione

realizzati su tutto il territorio nazionale.

Esegue con panel di assaggiatori esperti

l’analisi sensoriale dei salumi per formulare

una valutazione delle caratteristiche

di Elena Maria Petrini / foto Maurizio Mattei

organolettiche dei prodotti per le aziende

produttrici e per i consorzi di Tutela, ma anche

degustazioni guidate per consumatori

ed operatori del settore, promuovendo la

conoscenza e la valorizzazione dei prodotti

tipici legati al territorio.

Vi invitiamo a partecipare al prossimo corso,

del primo modulo, organizzato dal referente

Toscana, Dario Sarti, che si terrà a

Pisa secondo le date indicate nella locandina

a fianco.

Per informazioni e iscrizioni:

Dario Sarti (Referente Toscana)

+ 39 327/0605288

toscana@onasitalia.org

Salumi di pesce: a San Vincenzo, un’insolita

variante della norcineria tradizionale

Dopo aver parlato e consigliato

la formazione sugli insaccati, è

opportuno ricordare anche l’esistenza

di aziende che producono dei

salumi dove la materia prima è, strano a

dirsi, il pesce. Davvero un’insolita variante.

E’ il caso di Gusto Etrusko, azienda di

Paolo e Giulio Orazzini, nati commercialmente

sulla costa toscana nel 2002 con

una pescheria ed oggi attivi con un laboratorio

di salumi di pesce. Li potete trovare

sul lungomare di San Vincenzo, con

il loro furgone attrezzato chiamato “gustomobile”,

per degustare specialissimi

salumi di mare, oltre a sughi per i primi

piatti. Davvero notevole gli gnocchetti

con la mousse al prosciutto di lampuga

arricchita da scalogno, prosecco ed alga

Wakame, ma anche la palamita di San

Vincenzo, lo speck e la mortadella di mare,

la “porketta” di tonno, la “finokkiona”

di palamita, tonno e tombarello, il lardo

di patanigra (parte bianca della “finokkiona”),

scelta appositamente per il suo gusto

con tendenza dolce; per la mortadella,

invece, la parte bianca è data dalla presenza

del totano. Sono tutti loro marchi

registrati. Altra nota lodevole sono le salse

che accompagnano questa norcineria

marina: garum, moretum, cipotle e riduzione

di birra. Non rimane che scegliere

se abbinarli ad acqua, vino o birra.

il gustomobile

+ 39 328 9043336

orazzinipaolo@gmail.com

Paolo e Giulio Orazzini, titolari di Gusto Etrusko; nella foto accanto, il gustomobile sul litorale di San Vincenzo

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