La Freccia Febbraio 2020

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MEDIALOGANDO

strutturarmi mentalmente sapendo

che non si può rimanere sulla superficie

delle notizie. Che occorre essere

rigorosi, perché spostare una virgola

o un punto cambia il significato del

tuo racconto. E meticolosi. Ho seguito

ben 12 Leggi Finanziarie concentrata

a leggere riga per riga tutti i fogli e gli

emendamenti perché niente mi sfuggisse.

E poi ho imparato a guardare

con occhio attento i vari fenomeni sociali,

il rapporto tra le istituzioni dello

Stato e tra le varie componenti della

società. Anche tra quelle che oggi

qualcuno reputa marginali, come il

mondo sindacale, ma che di fatto

coinvolgono milioni di persone.

Poi sei stata a Bruxelles, e hai avuto

modo di acquisire un diverso punto

di vista.

È stata una fase di grande impegno e

studio, rispetto a istituzioni e a valori

in cui ho sempre creduto. Sono arrivata

quando l’attività di Bruxelles stava

languendo, era l’epoca della prima

commissione Barroso. A risvegliarla

è stata la drammatica crisi finanziaria

del 2008, scoppiata oltre Atlantico e

poi arrivata anche da noi, in tutta la

sua virulenza. Costringendoci a prendere

atto della profonda trasformazione

in corso, che non riguardava

solo la finanza e includeva la crisi del

debito sovrano, quello della Grecia in

particolare. Ecco, lì l’Europa è tornata

a essere centrale, per molti punti di vista,

ma è anche emersa con chiarezza

la necessità di una maggiore integrazione

politica senza la quale sarà impossibile

che l’Unione muova concreti

passi in avanti.

Cos’altro ti ha insegnato l’esperienza

in Europa?

Ha confermato l’assoluta convinzione

della centralità del nostro ruolo

di giornalisti come presidio di democrazia,

soprattutto in questa fase di

evoluzione della comunicazione e del

linguaggio. Quando ero a Bruxelles, il

problema di riuscire a porre domande

ai nostri interlocutori era serissimo.

Perché c’era chi, ad esempio gli

esponenti della Cina, le rifiutavano,

limitandosi a rilasciare dichiarazioni.

Altri no, come la cancelliera Merkel,

che quando finiva un incontro, fosse

stata anche notte fonda, era lì, pronta

ad ascoltarci e a risponderci.

Insomma, l’informazione non può

limitarsi a fare da megafono alle dichiarazioni

dei politici, che tra l’altro

ormai con i social si rivolgono direttamente

al loro pubblico.

No, la stampa dovrebbe lavorare e

lavora per garantire ai cittadini informazioni

corrette, in modo che possano

avere un controllo quanto più

diretto sull’operato della politica. Abbiamo

una grande tradizione su cui

fare perno. Non possiamo rinunciare,

con l’avvento dei social e delle varie

piattaforme digitali, al nostro compito,

alla mediazione giornalistica, a essere

uno dei pilastri della nostra democrazia.

Questo implica un’evoluzione della

professione, capace di adottare linguaggi

e usare strumenti nuovi.

Quando sono tornata da Bruxelles,

dopo otto anni, accettando il ruolo

di vice direttore del Tgr, l’ho fatto, se

vuoi, anche per completare la mia

formazione professionale, affrontando

l’informazione locale. Ma la vera

sfida è stata un’altra: impegnarmi su

un fronte che oggi considero fondamentale,

quello del web e delle informazioni

che si confrontano con i social.

In quel periodo abbiamo siglato

12 accordi con il sindacato per aprire

altrettante pagine social del Tgr, al

momento ne sono aperte 11, abbiamo

formato e qualificato giornalisti al linguaggio

digitale, inaugurato profili Facebook,

Twitter e Instagram, offrendo

un’informazione pubblica in modalità

multimediale e crossmediale. Abbiamo

chiesto ai nostri giornalisti di usare

lo smartphone come strumento per

scattare la prima foto o filmare il primo

video, di mandarlo direttamente al

sito web per poi diffonderlo sulle varie

piattaforme digitali.

La sfida oggi è questa…

È una sfida anche più ampia, più generale,

quella di riqualificarci come

giornalisti non solo nel linguaggio

ma nella capacità di comprendere e

raccontare una società complessa,

plurale, multietnica, fatta di città e

paesi, che vive la grande difficoltà di

comunicare, soprattutto tra vecchie

e giovani generazioni. Allora il compito,

della Rai in particolare, come

servizio pubblico, credo sia quello di

allargare il proprio orizzonte iniziando

a occuparsi sempre di più dei giovani,

dei loro interessi, della loro sensibilità.

Noi, tanto per fare un esempio, qualche

tempo fa abbiamo seguito il dialogo

tra Nicola Lagioia, direttore del

Salone del libro di Torino, e una rapper,

nella sede della cultura italiana

che è la Treccani.

Contaminazioni al limite del sacrilego…

Ma positive. Come giornalisti dobbiamo

rifletterci e ridisegnare il nostro

ambito di movimento. Quello di cui

sono più soddisfatta in quest’anno

passato al Tg3 (è direttrice dal novembre

2018, ndr) è che siamo riusciti

a crescere in termini di audience sulle

fasce più giovanili. Perché abbiamo

puntato molto sulle scuole, sulle associazioni,

sui movimenti, abbiamo

seguito Greta e tutti i Fridays for Future

fin dall’inizio. Abbiamo condiviso

i nostri contenuti sui social, ottenendo

ottimi riscontri come quando abbiamo

pubblicato video su Instagram

sottotitolati e scelti accuratamente

per quel tipo di pubblico. Anche pezzi

non propriamente leggeri. Con un

occhio attento alle diverse caratteristiche

di ogni piattaforma, sapendo

della disaffezione dei più giovani verso

Facebook e Twitter.

E i risultati arrivano?

Certo, lo constatiamo dalle visite, dalle

interazioni con la nostra redazione

di media management. La stessa Greta

ha interagito con i nostri profili, con

due like su Twitter. Ecco, il nostro interesse,

almeno come Tg3, è riuscire a

raggiungere un pubblico sempre più

ampio, in particolare quello che non

guarda più, o quasi più, la televisione.

Sui social vi muovete su un terreno

minato, tra fake news, haters, superficialità

imperante, strategie di persuasione

di massa.

È vero, il mondo dell’informazione sta

attraversando un momento delicatissimo.

Sappiamo come da una fake

news possano nascere conseguenze

durissime persino per le democrazie,

è quindi estremamente importante

offrire, proprio su queste piattaforme,

un marchio e un’informazione qualificata

e certificata che i Tg della Rai,

come tanti grandi giornali, possono

garantire. Serve restare centrali.

C’è però chi questa autorevolezza e

terzietà l’ha messa in discussione,

immaginando di trovare nel “libero”

web un’informazione indipendente,

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