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Art&trA Rivista Feb/Mar 2020

Rivista d’arte, cultura e informazione

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2.0

Speciale:

U l i s s e

L’arte e il mito

a cura di Marilena Spataro

AccA Edizioni

Anno 12° - FEBBRAIO / MARZO 2020

86° Bimestrale di Arte & cultura - € 3,50

Art&Vip

Intervista doppia

Mario Maellaro

Maria Raffaella Napolitano

FEARLESS

Pier Toffoletti

a Pisa


Antonio Murgia

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AccA EDIZIONI ROMA S.r.l.

Partita I.V.A. 11328921009

Sede Sociale:

00171 Roma - Via Alatri, 14

Telefono + 39 06 42990191

Telefoni mobili 329 46 81 684

www.accainarte.it - acca@ accainarte.it

Acca edizioni

Sede Amministrativa e redazione

00121 Roma - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84

Tel. mob: 329 46 81 684

www.accainarte.it - acca@ accainarte.it

roberto.sparaci@ alice.it

Redazione - Spazio espositivo

00121 Roma - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84

Magazzino e deposito

00133 Roma V. G. B. Scozza, 50

Amministratore Unico

capo Redattore: Roberto Sparaci

Direttore Responsabile

Sezione Editoriale: Roberto

e Fabrizio Sparaci

Direttore Artistico;

Dott.ssa Paola Simona Tesio

Ufficio pubblicità:

A cura dell’AccA EDIZIONI - ROMA

copertina:

Ideazione Grafica AccA EDIZIONI - ROMA S.r.l.

Fotocomposizione: a cura della Redazione

AccA EDIZIONI - ROMA S.r.l.

Stampa:

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Via Gherardesca

56121 Ospedaletto (Pisa)

Tel. +39 050 313011 - Fax +39 050 3130302

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info@grafichepacini.com

Distribuzione a cura di:

AccA EDIZIONI ROMA S.r.l.

Pubblicazioni:

ANNUARIO D’ARTE MODERNA

“artisti contemporanei”

RIVISTA: BIMESTRALE Art&trA

Registrazione: Tribunale di Roma

Iscrizione camera di commercio di Roma

n. 1294817

1ª di copertina: Pier Toffoletti

2ª di copertina: Massimo Pennacchini

courtesy: Laboratorio AccA

3ª di copertina: Antonio Murgia

courtesy: Arte Investimenti - Milano

4ª di copertina Massimo Pennacchini

courtesy: Galleria Ess&rrE

copyright © 2013 AccA Edizioni Roma S.r.l.

riproduzione vietata

S O M M A R I O

RUBRIcHE

Art Vip

Intervista doppia

Mario Maellaro

Maria Raffaella Napolitano

F E B B R A I O - M A R Z O 2 0 2 0

Esiste un limite alla pittura? Fearless, Pier Toffoletti a Pisa Pag. 8

di Roberto Milani

Giovanni lomabrdini, Lipotimia del colore Pag. 12

a cura di Massimo Pulini

Laboratorio AccA prosegue il suo cammino in TV Pag. 28

di Giorgio Barassi

Andrè Derain. Sperimentatore controcorrente Pag 36

a cura di Giorgio Barassi

La geometria segreta di raffaello Sanzio, il “Divin pittore” Pag. 45

di Marina Novelli

ULISSE. L’arte e il mito Pag. 50

di Marilena Spataro

“Due minuti di arte” - La storia di Paul cézanne Pag 68

di Marco Lovisco

Le Mostre in Italia e Fuori confine Pag. 82

a cura di Silvana Gatti

Nel segno della musa “Ritratti d’artista” Girolamo ciulla Pag. 88

di Marilena Spataro

Les fleurs et les raisins - Il Grillo parlante... (Vini ad Arte) Pag. 18

di Alberto Gross

La moda della Belle époque nei quadri di Henri Pag. 25

de Toulouse-Lautrec

di Svjetlana Lipanović

Trentacoste, Hearns, il sacco e la boxe Pag. 30

di Giorgio Barassi

Pittura nel Paleolitico: Le grotte di Lascaux Pag. 40

a cura di Francesco Buttarelli

3ODy cONFIGURATIONS Pag. 54

a cura di Delos

Art&Vip - a tu per tu con Mario Maellaro

e Maria Raffaella Napolitano Pag. 58

a cura della redazione

Bianco su nero Pag. 66

a cura della redazione

Art&Event Pag. 78

a cura della redazione

Il cuore nell’arte a Mompeo Pag. 74

di Francesco Buttarelli

Biografie d’artista (Grazia Barbieri) Pag. 96

a cura di Marilena Spataro

I Tesori del Borgo - Bertinoro Pag. 100

di Marilena Spataro

Massimo Pennacchini e gli Idoli. Una storia più attuale che mai Pag. 109

di Giorgio Barassi

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Art Vip

A tu per tu con

Mariella Anziano

Il sito vi permette di rimanere informati sulle nostre

attività ed è a disposizione di chiunque voglia tenersi

aggiornato sul mondo dell’arte con una moltitu dine di

notizie che verranno continuamente pubblicate.


GIANMARIA

PO

POTENZA

Nel 2018 Gianmaria Potenza si aggiudica il concorso pubblico per la re

ealizzazione di una scultura da ubicare

davanti all’ingresso

della nuovissima Scuola dei Marescialli e Brigadieri dei Carabinieri di Firenze.

L’opera

in bronzo,

fusione a cera, completata e montata in loco lo scorso Settembre,

supera i sette te metri di altezza

(710x270x270 cm) e sarà inaugurata in Marzo 2020 durante la cerimonia per i 100 anni della fondazione

Dorsoduro 1450,

30123 Venezia - studio@potenzagianmaria.it - www.gianmariapotenza.it - Tel + 39 041 5287266




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Forte dei Marmi 55042 - Piazza Marconi, 2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeimarmi@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055 2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


8

Esiste un limite

alla pittura?

FEARLESS, Pier Toffoletti a Pisa

di Roberto Milani

Esiste un limite alla pittura?

Direi proprio di no. Questa

affermazione la si può condividere

una volta vista una

qualsiasi mostra personale

dell’artista friulano Pier Toffoletti.

Forse per lo scrivente questa riflessione

può essere facilitata dal fatto che seguo e

curo il lavoro di questo artista oramai da

25 anni ma, confrontandomi anche con

chi scopre Toffoletti per la prima volta,

sono convinto che l’autore possa essere

tranquillamente definito “artista senza limiti”.

Affermazione ambiziosa ma confortata

da alcuni elementi oggettivi.

Le tecniche che utilizza sono le più varie:

dalla fotografia all’affresco, dal disegno

al video. Anche se negli ultimi anni è la

pittura la sua espressione più congeniale.

Per quanto riguarda le tematiche indagate

in questi anni si è cimentato affrontando

temi differenti. E tutti, nessuno escluso,

sono stati trattati e risolti, senza nessuna

discriminante, passando con disinvoltura

dall’informale all’astrazione, dal paesaggio

alla figura.

Oggi, artista maturo e affermato, richiesto

dai collezionisti più attenti sia in Italia che

all’estero, approda ad un’arte “sociale”.

Lo fa con un nuovo ciclo pittorico denominato

FEARLESS, che lo ha già visto

protagonista nel giugno scorso, al PAN di

Napoli, con una mostra personale di eccezionale

successo, curata da Marina Guida,

che approda ora a Pisa, nelle preziose

ed antiche navate della splendida Chiesa

di Santa Maria della Spina.

Una mostra come sempre organizzata

dalla sua galleria di riferimento, Casa

d’Arte San Lorenzo, in collaborazione

con il C.R.A. di San Miniato ed il contributo

di FL FuoriLuogo servizi per l’arte,

curata da Riccardo Ferrucci che firma

anche il testo critico che accompagnerà

l’evento.

Ma perché “arte sociale”? Perché da vero

artista quale è, non rimane certo impassibile

a ciò lo circonda. Ed analizzando

la nostra quotidianità realizza opere che

invitano lo spettatore ad una riflessione

più profonda sul reale. Denuncia così una

società orami stanca, crudele e troppo

spesso indifferente a quello che accade.


Affronta temi a volte anche scomodi. Lo

fa facendo dei ritratti, tutti di grandi dimensioni,

a quello che a suo dire sono le

“eroine della nostra epoca”, mantenendo

ben salda quella tecnica che oramai possiamo

definire suo “marchio di fabbrica”,

o come direbbe uno storico dell’arte la

propria “cifra stilistica”, dove un gesto libero,

lirico ed informale fa da scenografia

a figure perfettamente realizzate, realistiche

e vere, tanto da far sorgere il dubbio

allo spettatore di confrontarsi con uno

scatto fotografico.

Volti noti e meno, di donne che si sono

distinte per coraggio e gesta, con grande

impegno nel difendere il proprio pensiero

o perché vittime di violenze inaudite, perché

la vita non le ha sorriso o semplicemente

perché in questa società troppo

poco spesso, c’è spazio per le donne.

Allora ecco il ritratto a Yusra Mardini,

campionessa di nuoto siriana che nel

drammatico viaggio, da profuga in uno

dei tanti “barconi della speranza”, riesce

a mettere in salvo i suoi compagni di disavventura

trainando a nuoto il natante

oramai in panne alla deriva, o il volto

della nostra Lidia Vivoli, una delle 20'000

donne che ogni anno in Italia denunciano

il proprio “amore” per le violenze subite.

O ancora il grande volto di Anna Muzychuk,

ucraina e campionessa di scacchi

internazionale, che si vede togliere il titolo

perché non accetta di partecipare al

campionato mondiale che si sarebbe tenuto

in Arabia Saudita dove, se avesse

voluto partecipare lo avrebbe dovuto fare

con il viso coperto. O per esempio, il

grande volto di Balkissa Chaibou, sposa

bambina nigeriana che le è stato proibito

di proseguire gli studi in quanto promessa

sposa ad un cugino, sopravvissuta a questo

destino solamente perché, grazie alla

sua tenacia si è ribellata e rivolta an una

ONG che si occupa di questioni di questo

genere. Oggi testimone presso l’ONU di

realtà spesso, a noi sconosciute.

A Pisa, in un contesto completamente differente

dagli ampi spazi museali, l’artista

decide di portare solo due grandi tele.

Una sorta di installazione site specific,

dove offre allo sguardo del visitatore i

grandi volti della Senatrice Lilliana Segre

e Gessica Notaro.


10

Chiesa di Santa Maria della Spina, Pisa

La prima, testimone vivente della tragedia

dell’olocausto, oggi impegnata in differenti

campagne di sensibilizzazione,

volte al ricordo di una memoria drammatica

e vergognosa che ha segnato l’intera

storia dell’umanità. La seconda, vittima

ancora una volta di un amore malato.

Candidata al concorso di Miss Italia, il 10

gennaio 2017, viene sfregiata con l’acido

dal suo ex fidanzato, infrangendo così

ogni sogno e speranza di una ragazza di

rara bellezza, oggi simbolo delle tante ma

insufficienti campagne di sensibilizzazione

contro ogni tipo di violenza nei

confronti delle donne.

Già in passato, nel 2014, in occasione

della mostra personale FACE SPLASH,

allestita al Lu.C.C.A (Lucca Center of

Contemporary Art), diretto magistralmente

dall’amico Maurizio Vanni, ebbi

l’occasione di definire le donne “raccontate”

sulle tele da Toffoletti figure femminili

“non più oggetto ma soggetto”.

Mai affermazione fu più calzante. Quella

mostra fu la germinazione di quello che

oggi è diventato questo pittore: un artista

capace di mantenere ben salda la tradizione

attraverso la tecnica, capace di declinare

la bellezza quotidiana attraverso

il gesto, capace di invitare alla riflessione

rivolta ai fatti della società come mai nessuno

prima. Non esiste un limite alla pittura,

purtroppo neanche alla stupidità,

alla violenza e alla follia umana.

Una mostra evento, patrocinata dalla Regione

Toscana e dal Comune di Pisa,

aperta al pubblico dal 15 febbraio al 15

marzo 2020, che ancora una volta vedrà,

dopo le grandi ed innumerevoli partecipazioni

di Pier Toffoletti a kermesse internazionali,

l’artista friulano protagonista

di un grande momento di arte e di cultura.



12

Giovanni Lombardini

Lipotimia Del Colore

Saranno esposte 50 opere prodotte dal 1980 al 2019

A cura di Massimo Pulini

Da sabato 22 febbraio al 30 aprile 2020

Ogni pittura è fatta di materie

governate da leggi universali

che, innestando la

chimica con la fisica, le

trasformano da una condizione

fluida a uno stato solido. A monte ci

stanno strumenti gestiti dall’esperienza,

mentre senso e sentimento indicano in o-

gni istante la strada, si prendono cura di

tutto quel che il terreno fa incontrare nel

percorso e sono le prime due attitudini dell’autore

a giudicare la riuscita del viaggio.

L’atelier di ogni pittore è abitato da una

grande varietà di attrezzi e utensili, talvolta

indispensabili per agevolare l’atto

del dipingere. Sono fatti di materie le superfici

sulle quali il colore viene depositato

e la preparazione dei supporti è una

fase fondamentale e diversa per ogni artista,

ma da secoli implica un lavoro d’officina

e di falegnameria. Anche per questa

ragione un capitale libro di Roberto Longhi

sulla pittura estense del Quattrocento

si intitolava Officina ferrarese e in quel

testo si comprende quanto il pensiero degli

artisti sia sempre fuso a un industrioso mestiere,

a una sapienza materiale.

La materia principale resta comunque quella

cromatica, le polveri, le cosiddette terre,

vengono al solito chiamate ‘materie prime’

come certi numeri indivisibili, ma provengono

talvolta da luoghi remoti del

mondo e hanno molta storia alle spalle e

vite precedenti. Si può dire che in origine

appartenessero a tutti e tre i regni del nostro

pianeta: regno vegetale, regno animale

e regno minerale si danno appuntamento

nei contenitori farinosi dell’atelier.

Vi sono colori che per tradizione millenaria

derivano dalle piante, dalla loro essicazione

o da processi di carbonizzazione, altri

vengono estratti da componenti animali,

come vesciche od ossa e molti pigmenti

sono scavati dal sottosuolo, dalle viscere

della terra, dalla macinazione di pietre, oppure

da processi di ossidazione dei metalli.

Questa diramata provenienza ha, di per sé,

un carico di senso cosmico ed esistenziale,


che viene messo a dimora nei dipinti, nel

letargo simbolico che le materie conducono

e ci offrono segretamente.

Ma è l’azione della pittura che porta a una

trasformazione del pensiero, alla sua incarnazione,

come una sublimazione rovesciata

che parte dallo stato impalpabile

dell’idea e che, cercando un impasto con

la materia, ne viene da quella trattenuto,

attraverso il gesto della mano che dispone

la sostanza cromatica con intenzione e fine,

aggiungendo, a quel fluido vitale, ulteriori

e aperti significati.

L’accordo tra il pensiero e la materia si

manifesta maggiormente nel momento in

cui il gesto dell’autore dirige lo strumento

imponendogli un indirizzo e un certo grado

di pressione, una inclinazione e una

estensione al suo percorso, lungo quel tratto

di strada nel quale il colore entra in contatto

con la superficie del dipinto rilasciandone

particelle e memoria. Tutto ciò coincide,

in qualche misura, con l’azione di

dare un senso alla forma. Allora le trasparenze

o le ottusità della materia saranno

soggette a scelte di insistenza o di sospensione,

di velocità d’azione o di forza, che

restituiranno espressioni diverse su quell’epidermide

cromatica in via di gestazione

e di sviluppo.

La fusione concreta tra pensiero e sostanza

porta al concepimento della pittura e lo

stile non è che l’eco o la coerenza dei caratteri

individuali di quell’unione, attraverso

cui la materia, arricchita e temprata,

finisce per rappresentare le vocazioni sentimentali

e intellettuali dell’autore. Proprio

quando quella particolare superficie pensata

si ritrova analoga in altre opere dello

stesso autore, allora si parla dello stile e

della sua possibile individuazione.

Vaghezza o puntiglio, rapidità o lentezza,

gravità o leggerezza, ritmo o dispersione,

opacità o trasparenza, queste ed altre antinomie,

che sono proprie sia della mestica

che dell’animo umano, danno intonazione

individuale al racconto visivo della pittura.

Questa premessa, che apparirà di ambito


14

generale, in realtà è stata scritta pensando

al lavoro di Giovanni Lombardini, al suo

dipingere estremo, senza l’uso dei pennelli,

una tecnica che vuole risalire alla sorgente

chimica del colore e alla fisica delle

materie. Il procedere di Giovanni trova,

già nella sua singolarità, gli elementi di

una distinzione e i caratteri del suo stile.

Il crogiolo nel quale prepara la miscela

cromatica è spesso calibrato su forze contrastanti,

un patto da stabilire tra solventi

e catalizzatori, tra essenze che diluiscono

e agenti che solidificano, per riuscire a

controllare le proprietà attive di quell’impasto

e per condurlo verso la giusta destinazione,

verso l’approdo dell’opera.

Si potrebbe giungere a dire che il quadro

viene dipinto quando ancora si trova nella

conca del crogiolo, la pratica e l’esperienza

portano l’autore a immaginarlo già prima

di venir depositato sul supporto, senza

che si precluda l’epifania dell’imprevisto.

La forza di gravità è amica in questa gestione

e si unisce alla scorrevolezza delle

superfici scelte da Lombardini, levigate e

luminose quanto servono per rispondere

alla giusta disposizione e per ottenere la

migliore livrea del fluido colorato. Trasparenza

e ottusità stipulano un altro armistizio

che fa somigliare queste opere a vetrate

trafitte dal sole. L’impressione di una

irradiazione di luce, interna ai laminati, è

suggerita dalla eccezionale saturazione cromatica,

che giunge a impensabili timbri,

squillanti come trombe, di contro a insondabili

profondità delle tinte più oscure.

Quel colore, un attimo dopo essersi depositato,

è così sensibile da reagire al soffio

dell’autore, fissandosi in forme ora biologiche

e ora geometriche. Produce risacche

e sovrapposizioni non troppo distanti dagli

effetti delle croccanti lacche usate cinque


secoli fa da Paolo Veronese o da Tiziano

Vecellio. Allora il timbro diventa vitreo

come un lago di montagna e davvero incantato,

come quando da bambini bastava

una cartina di caramella sugli occhi per

farci vedere un mondo favoloso.

A volte il precipitare del colore evoca cascate,

ampie lamine di caduta che mi hanno

fatto pensare al video di Bill Viola,

Oceano senza una riva (Ocean without a

shore, 2009), nel quale un diaframma d’acqua

sancisce la soglia di percezione tra la

vita terrena e l’aldilà.

In altri casi il colore di Giovanni sembra

svenire, quasi che il corpo di cui è composto

potesse giungere a una perdita dei

sensi, a un languore del pigmento o, come

scrive Valerio Magrelli sul tema delle lacrime:

un minerale sconforto della materia.

Altrove manifesta tutta la sua vita e in

qualche misura anche la propria alterità.

La specchiante e smaltata superficie stabilisce

infatti un distacco da noi, dall’osservatore,

sicché quella lipotimia pittorica,

quel deliquio del colore, sembra svolgersi

aldilà di un diaframma temporale, che rende

inaccessibile quell’incanto cromatico,

offrendolo alla pura contemplazione.

Una distanza che colloca la pittura e le sue

forme più atmosferiche, in una dimensione

siderale, che è quasi una corrispondenza

visiva della musica delle sfere.

Massimo Pulini

Sede mostra:

Galleria d’Arte Cinquantasei, Bologna

Via Mascarella 59/b

In collaborazione con

Zamagni Galleria d’Arte

e cornici, Rimini


16

Giampiero Malgioglio

“! RED!” - 2020 - acrilico su tela estroflessa con installazione - cm. 100 x 70

opera selezionata per il Progetto Tv Laboratorio AccA

Porto turistico di Roma - Loc. 876- Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com



18

LES FLEURS

ET LES RAISINS

Trasversali allegagioni d'arte

Dove non solo il Bursòn è... Famoso

Alberto Gross

Burson selezione

Fare vino è una cosa seria,

naturalmente. Tra le espressioni

dell'ingegno artistico

dell'uomo è forse quella che

più tende ad esprimere una

sincerità, una identità nell'onestà del lavoro

e nel cuore dello spirito, trasformando

una ricchezza naturale in qualcosa

di unico e non replicabile da altri

interpreti, ad altre latitudini. Per questo

l'Italia custodisce gelosamente le innumerevoli

varietà di vitigni autoctoni che

sono il sangue puro dei territori che abitano

e vivificano.

La Romagna non si sottrae di certo a

questa felice prosperità, così abbiamo

deciso di dedicare la rubrica di questo

numero a due vini tanto rappresentativi

quanto, forse, troppo poco noti al di

fuori della loro area d'elezione, le cui

uve conservano una storia curiosa e peculiare.

I vini portano i nomi dialettali di Rambéla

e Bursòn, l'interpretazione che raccontiamo

quella della Cantina Randi,

una delle più convincenti ed intriganti

in assoluto e che sarà protagonista, a

fine primavera, di un concorso che vedrà

artisti di diversa estrazione partecipare

alla realizzazione di una speciale

etichetta per una selezione di bottiglie a

tiratura limitata.

L'azienda è in provincia di Ravenna, divisa

tra i comuni di Fusignano ed Alfonsine,

conta circa quaranta ettari vitati

che privilegiano e valorizzano le caratteristiche

delle uve locali. Fondata nel

1951 è oggi condotta da Massimo Randi

e dal fratello Denis, assieme all'esperienza

del padre Luigi. I terreni sono

quelli del cuore della pianura romagnola,

non facili da gestire quando le


Luigi Russolo - “Dinamismo di un treno” - 1911 - olio su tela

estati sono troppo calde, le brezze arrivano

a stento e le nebbie della stagione

fredda insistono. L'arte di chi produce

vino sta anche in questo: capire ed assecondare

terreno e clima, senza forzature

o ricatti, gestendo in maniera educata,

rispettosa e consapevole.

La Rambéla è prodotta interamente con

l'uva “Famoso”, un vitigno antichissimo,

noto alla fine dell'800 con il nome

di “Biancone”, abbandonato per decenni

perché considerato troppo rustico e

vigoroso, solo ultimamente recuperato

e valorizzato (la registrazione del nome

del vino è del 2009). Prodotto in versione

ferma e spumante, si caratterizza

per le spiccate note di muschio, l'ampio

spettro floreale, tiglio, biancospino, a-

rancia, in bocca la conferma delle sensazioni

agrumate equilibra l'ottima acidità

e sapidità, per terminare con un

finale piacevolmente balsamico.

Antonio Longanesi è invece l'eponimo

del vino Bursòn, poiché a lui si deve la

salvaguardia e la rinnovata diffusione di

questo altrettanto antico vitigno. Longanesi

si invaghì di questa vite selvatica

che si arrampicava ad una quercia nel

suo podere nei pressi di Bagnacavallo,

notandone la dolcezza del frutto e la capacità

di rimanere sana fino ad autunno

inoltrato. Negli anni '50 decise così di

rinnovarne gli impianti, moltiplicandola

e garantendone la sopravvivenza. Nel

2000 il vitigno viene iscritto al registro

delle varietà come “Uva Longanesi”,

mentre nel 1999 nasce il “Consorzio il

Bagnacavallo” che ne cura la valorizzazione

e la diffusione. L'etichetta Nera di

Bursòn è un vino austero in gioventù

che acquista eleganza e raffinatezza

negli anni: le note di mirtillo e cassis si


20

Gaetano Previati - “La danza delle Ore” - 1899 - olio e tempera su tela

Carlo Carrà - “Il cavaliere rosso” - 1913

trasformano via via in profumi di confettura,

frutta sotto spirito, poi il fascino

dei terziari di caffè, cacao amaro, liquirizia,

tabacco; i tannini, dono della buccia

spessa e pruinosa dell'acino, si levigano

lasciando al sorso il suo lato nervoso,

costruito da morbide spigolosità,

graffiante di una dinamica progressione

che lo rinnova all'assaggio successivo.

La mente vola così, in principio, alle

immagini di Russolo, Caviglioni, Carrà,

dove l'occhio è sempre in ritardo rispetto

alla figura che sfugge e si ricompone,

ancora più vigorosa e potente. Poi

l'incedere progressivo diviene armonia,

danza di luce, spazio turbinoso continuamente

diverso e rinnovato: ascolto

Ponchielli e le punteggiature, i filamenti

di bagliori che si ricompongono, ad

occhi chiusi, sono quelli della “Danza

delle Ore” di Previati.

Il vino vive nel tempo che armonizza e

distende l'orizzonte degli eventi, collega

passato e futuro in un cerchio di luce:

inebriate dalla vita dell'etere, le Ore sono

pura vibrazione, fosforo, armonia

sottile, indefinibile sensazione di conoscenza.

E' qui che si abita il proprio tempo.


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Giuseppe Gallo

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22

LA MODA DELLA

BELLE éPOQUE NEI QUADRI DI

HENRI DE TOULOUSE-LAUTREc

di Svjetlana Lipanović

Cover for L’Estampe originale

Il celebre pittore francese Henri de

Toulouse Lautrec nato nel 1864, da

nobili origini, rappresentò un caso

unico nel mondo parigino dell’arte,

alla fine dell’Ottocento. La sua breve,

tormentata vita fu pesantemente segnata

dal destino crudele. In seguito alle

due rovinose cadute e, a causa di una malattia

genetica, le sue gambe rimasero

corte, condizionando per sempre il suo

aspetto fisico. La pittura fu per lui la via

della salvezza e percorrendola con passione,

riuscì a esprimere l’innato talento

pittorico e la rara sensibilità, resa più

acuta dalle sofferenze patite. La sua vita

sregolata, bohèmien svoltasi nel periodo

della Belle époque, si rispecchia nei quadri

con le scene dei locali notturni a Montmartre.

Contemporaneo con il movimento

Impressionista Lautrec si avvicina

molto di più all’espressionismo. Dopo un

breve contatto con i Simbolisti, egli scelse

l’analisi accurata dei personaggi, ritratti

con le linee decise e l’abbinamento

dei colori contrastanti. L’artista segnato

dal dolore fisico e, anche morale, fu un

grande osservatore capace da fine psicologo

a comprendere le miserie umane e le

vicende spesso drammatiche o, addirittura

grottesche. Mentre gli Impressionisti

cercavano la luce, il suo mondo viveva

nell’ombra. Nascosto nel rassicurante buio

egli scrutava lo scorrere della vita, i

passanti, le situazioni quotidiane, introducendo

un nuovo, reale senso dell’umanità

nelle sue opere. Eseguì numerose

creazioni velate d’ironia, con svariate tecniche:

acquarello, pastello, gesso, olio,

riuscendo a ottenere le più strane combi-


La Goulue

L’inglese al Moulin Rouge

Al Moulin Rouge La Goulue e sua sorella

The Large Theatre Box

nazioni cromatiche. Si dimostrò un eccelso

grafico, specialmente nell’Arte della

litografia. Le sue idee innovative, applicate

nella pubblicità risultano tuttora

attuali. Sopranominato “il visionario della

realtà” Toulouse-Lautrec si immergeva

volentieri nella vita notturna parigina fin

de siècle, che gli forniva sempre nuove

visioni sorprendenti da dipingere. Il conte

Lautrec fu l’assiduo frequentatore del

“Moulin Rouge” il famoso locale in cui

imperversava il Can-Can con i grandi

balli molto trasgressivi per l’epoca apparentemente

puritana. Egli amava le donne,

anche se fu spesso respinto per l’aspetto

poco avvenente. I suoi dipinti parlano

dell’universo femminile esistente

nella Belle Epoque prima che la Grande

Guerra del 1914, portasse via un mondo

scintillante, fatuo con le feste grandiose

rallegrate dalle ballerine di Can-Can. Esse

furono i segreti oggetti del desiderio

maschile di una società ipocrita, mentre

per Lautrec rappresentavano le modelle

ideali che posavano senza veli. Nelle sale

da ballo immortalate dal pittore, la moda

dell’epoca dettava l’abbigliamento femminile

molto seducente caratterizzato dalle

profonde scolature degli abiti attillati

con la vita di vespa ottenuta con l’aiuto

di terribili corsetti. Le ampie gonne con

le vaporose sottogonne lasciavano vedere,

durante le scatenate danze, le coprenti

calze nere. I vezzosi copri spalle

con le maniche gonfie, completavano gli

abiti insieme con i lunghi guanti e le boa,

spesso di struzzo. I capelli fantasiosi furono

un trionfo di fiori piuttosto che di

nastri o di piume. Le signore della buona


24

The Seated Clowness (Mademoiselle Cha-U-Kao)

La Revue blanche

Jane Avril

Divan Japonais

borghesia vestivano gli abiti scuri con il

collo alto, a volte resi più femminili dai

colori pastello o dai morbidi colli di pelliccia.

Molto in voga furono le candide

camicie bianche dal colletto rigorosamente

alto, con maniche voluminose e

numerose rouches. Nei quadri di Lautrec

si notano gli uomini che ostentano un’

eleganza ricercata con gli abiti scuri, lunghe

giacche abbinate ai gilet della stessa

oppure diversa tinta. La sciarpa di seta, il

cilindro insieme con il bastone da passeggio

furono gli accessori indispensabili del

raffinato dandy. Toulouse-Lautrec ci ha

lasciato le preziose testimonianze del costume

che riescono a evocare uno stile di

vita, spazzato via dallo scorrere del tempo.

I quadri magnifici in cui si nota la

moda della Belle Epoque sono: “Al Salon

di Rue des Moulines” in cui è rappresentato

l’interno di una casa di appuntamenti.

Le donnine allegre con il loro vestiario

audace fatto degli abiti leggeri, le

sottovesti trasparenti, le calze nere ben in

vista tentano di sedurre i potenziali clienti.

Il dipinto “Ballo al Moulin Rouge”

mette in evidenza la diversità dei vestiti

tra le ballerine provocanti e le signore

borghesi molto eleganti che osservano

divertite e probabilmente, scandalizzate

la scena. Lo scatenato ballo si vede sulla

litografia “La Goulue” il primo manifesto

pubblicitario del Moulin Rouge nel quale

la famosa ballerina di Can-Can, la Goulue

amata dal pittore, esibisce con noncuranza

la biancheria intima. Lautrec, il

grande artista che lasciò ai posteri le

scene della vita e, anche dei piaceri proibiti

nella Parigi fine 800, si spense a soli

37 anni, nel 1901. Il suo tempo era giunto

al termine con l’inizio di un nuovo secolo

ma, l’arte che creò sopravive nell’autentica,

viva, commovente bellezza espressa

nelle sue immortali opere.


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Roberto Pinetta

Chang Hsin-Hung

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26

Anna Maria Tani

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28

Laboratorio AccA prosegue il

suo cammino in TV.

a cura della redazione

Lobiettivo potrebbe dirsi raggiunto

ma, a detta dei conduttori

del fortunato programma

in onda sui canali di Arte

Investimenti TV, dovrà succede ancora

molto. Di fatto gli artisti che partecipano

alle trasmissioni domenicali con le loro

opere hanno una maggiore visibilità e vedono

i loro lavori diffusi e raccontati

dalle dieci di sera a mezzanotte e mezza,

ottenendo un seguito notevole.

Non poteva essere diversa la sorte di un

progetto televisivo nuovo ed esclusivo, a

cui gli artisti accedono superando una selezione

che permette a Giorgio Barassi e

Roberto Sparaci, in video ad illustrare le

opere dei talentuosi e non sconosciuti artisti,

di allinearsi ai principi editoriali della

Tv dell’ arte che ogni giorno porta in

casa di un vasto pubblico le opere dei

maggiori artisti italiani e mondiali. Laboratorio

AccA è farcita da gag, spot, idee

nuove di diffondere l’arte, ospitando in

studio, uno ad uno, i pittori, gli scultori

ed i performer che fanno parte della squadra.

Nelle puntate più recenti è stato possibile

conoscere meglio il lavoro di alcuni

artisti dai loro stessi racconti e, dopo la

pubblicazione delle loro opere e dei loro

riferimenti sullo storico Annuario Acca

2020, la Galleria Ess&errE del Porto Turistico

di Roma comincia ad ospitare le

“quadripersonali” dedicate ai componenti

del gruppo artistico di Laboratorio AccA.

Un progetto ambizioso e in continua evoluzione,

che disgela i cliché delle TV che

propongono arte ai quali siamo abituati

da decenni. In questo ha visto giusto Arte

Investimenti, sempre al passo coi tempi e

lo sguardo nel futuro.

Cosa ci riserverà Laboratorio AccA per le

prossime puntate non è dato saperlo. Bocche

cucite sui prossimi passi, ma di sicuro

novità ed attenzione massima allo scopo

primario dei progetti in atto: diffondere


meglio il lavoro degli artisti che lo meritano.

L’unica cosa che ci ripete lo staff di

Laboratorio AccA è di invitare gli artisti

interessati ai due progetti tv a prendere

visione dei termini e delle condizioni di

partecipazione visitando il sito www.arteinvestimenti.it

nella sezione “laboratorio

acca” e di inviare una mail a:

giorgio.barassi@arteinvestimenti.it

oppure galleriaesserre@gmail.com. Fatto.

Per rivedere tutte le puntate di Laboratorio

AccA basta cercare il canale “Laboratorio

Acca” su YouTube o visitare il sito

www.accainarte.it . tutte le domeniche,

alle 22.00 c’è una ragione in più per guardare

la tivù. Canale 868 sky o 123 digitale

terrestre.


30

TRENTAcOSTE, HEARNS,

IL SAccO E LA BOXE

di Giorgio Barassi

“Love Is king” - mista su tela piegata - cm 60x60

Ho capito perché Tommy

Hearns è il pugile preferito

da Giuseppe Trentacoste.

Hearns non si è mai risparmiato,

ha combattuto sempre

senza timori riverenziali di sorta e

quando era il momento di sferrare il colpo

del KO lo faceva con una strana naturalezza.

Colpiva con fisiologica regolarità

ad eseguire un movimento difficile. Sereno,

pur se in applicazione delle ferree

regole del pugilato, Hearns guardava il

destinatario dei suoi diretti e dei suoi

ganci come il San Giorgio delle antiche

icone guarda il drago incattivito e ferito,

con una fermezza che gli arrivava dalla

forza della sua fede in sé stesso e nel

Cielo. Quasi distaccato, oggettivamente

preso dalla sola certezza di arrivare al

bersaglio, cercando gli unici punti di debolezza

in tanta forza. La superbia, la tracotanza,

il fondo atletico, la tecnica stessa,

nulla possono contro l’acume tattico

e lo studio dell’avversario compiuto in

pochi secondi. Nulla vale quanto lo scoprire

il vulnus di chi hai di fronte nel

minor tempo possibile. E vale in molte

cose della vita. Peccato che sulla sua strada

abbia trovato un certo Marvin Hagler

detto “The Marvellous” (che guarda caso

è il mio preferito), il quale avrebbe mandato

al tappeto chiunque. Ma quest’ ultimo

era di un altro pianeta, aveva fattezze

perfette, una scaltrezza da faina e

una tecnica superiore in ogni senso.

Trentacoste ha praticato a lungo il pugilato,

ed oggi allena ragazzi volenterosi

che lo ascoltano specialmente nella parte

più chiara a chi prende le cose sul serio

ed evitata da chi crede di diventare una

star: il sacrificio, l’impegno, la sofferenza

e la ricerca della miglior condizione, sempre.

Da qui si capisce perché Hearns e

non Hagler o Mohammed Alì. Trentacoste

conosce i suoi limiti e non si impegna

nella impossibile avventura di superare

gli ostacoli eccessivi, non chiede la ribalta

né reclama le effimere gioie di cronache

temporanee. A lui interessa, e qua

prendiamo a parlare della sua propria capacità

di artista, fare bene il suo lavoro.

Incuriosire chi osserva le sue opere mostrando

tecnica, inventiva e impegno. Vive

la sua avventura artistica con la consapevolezza

del capace e dell’ ordinato

mentalmente. Ricerca e sperimenta senza

mai mollare, certo della riuscita e del valore

della sua caparbietà creativa, che un

giorno gli ha fatto incontrare la juta, il

materiale dei sacchi che solcano i mari a

bordo delle navi, pieni di caffè o di cacao,

di storia e di vicende che transitavano

sulle spalle dei facchini e oggi viaggiano

ordinati in camion moderni, giacendo nei

magazzini per poi esaurire il proprio compito,

svuotati ed abbandonati senza avere

più l’utilità per cui furono creati.

Ma il sacco è stato troppo a lungo nelle

elaborazioni altrui, ha vissuto l’epopea di


“Art” - mista su tela piegata - cm 60x60

“Monkey” -mista su tela piegata - cm 80x90

“Io, lui, loro” - mista su tela piegata - cm 50x50

“Nettuno” - mista su tela piegata - cm 78x85

Burri e di quanti lo hanno spesso usato

come complemento e povero decoro. Insomma,

ha fatto, nelle operazioni artistiche,

il suo tempo. Mancava però un ruolo

a cui il povero sacco non era avvezzo :

farla da protagonista nella sua rude crudezza.

“…Il corpus delle mie opere è il

sacco. Il vero protagonista è lui…” dice

Trentacoste. Dunque non una funzione

legata al suo utilizzo come materiale, ma

il nucleo stesso della sua opera. Nudo e

crudo si, ma rinforzato e modellato grazie

agli interventi di una materia duttile, simile

alle paste che usavamo a scuola per

inventarci corpi o cose da colorare. Quel

morbido e grigio materiale viene steso su

un piano, lavorando orizzontalmente, come

facevano gli antichi iconografi, e ricoperto

dalla tela del sacco. Quindi manipolato

perché prenda le fattezze degli

stati d’animo, dei sogni, delle angosce e

delle gioie di un artista talentuoso e silenzioso

che inventa volti e oggetti con la disinvoltura

di chi ama avvicinare le sue

opere solo alla sua esperienza e non intende,

a ben ragione, scivolare nelle ovvietà

dei paragoni con altri ed altro.

Così il sacco, e la sua conseguente declinazione

in struttura e centro dell’ opera,

torna ad essere messaggero e trasportatore

di una storia, ma chiude le sue ali che

non lo portano su una nave sconosciuta,

sbatacchiato dalle onde. Entra nelle case

dei collezionisti con una nuova e più

densa veste di opera d’arte. Vive una vita

nuova, più nobile, meno faticosa e più

degna. Finalmente un compito adatto ad

un lavoratore indefesso, a un contenitore

silenzioso che non chiede nulla e dà tutto.

Della sua Toscana, Trentacoste ha la dolcezza

serena delle espressioni, la pungente

apposizione di termini adeguati

quando ci si esprime ma non la baldanza

di un protagonista guascone di novelle

medievali né la giustificabile vanterìa di

chi vive in uno dei luoghi più belli al

mondo. Quando parla, con la discrezione

e la voglia chetata di dirne tante, cerca il

giusto aggettivo, sistema le parole perché

siano brevi e ficcanti. Cerca lo spazio tra

i guantoni dell’ avversa e diffusa ignoranza

per affondare il colpo. Intervistato durante

una puntata di Laboratorio AccA si

è espresso con molto garbo, e chi ascoltava

ha capito che questo ragazzone ha

tanto da dire e dare ma non fa passi avventati.

Preferisce chiudersi nella palestra

del suo studio a sperimentare, confortato

dalla saggezza degli anni e dal sostegno

delle spalle sopportatrici di pesi esistenziali

che hanno lasciato un segno come

una cicatrice sanguinante dopo un brutto

match.

Potrebbe, ma la sua discrezione glielo

vieta, appoggiarsi al suo cognome e vantare

la parentela con Domenico Trentacoste,

docente di scultura alla Accademia

delle Belle Arti di Firenze all’inizio del

secolo ventesimo, quando era appena co-


32

minciato quel periodo che comprese due

guerre e tanta frenetica attività artistica.

Domenico Trentacoste fu uno scultore

dalle forme perfette ed ineccepibili, un

maestro di bellezza e di armonia. Uno di

quegli artisti ai quali dovremmo inchinarci

in segno di gratitudine perché il passare

in sottordine nella folla di artisti

italiani di quella bella epoca gli ha dato

men che la metà di quel che avrebbe meritato.

Ma il Professor Trentacoste era

preso dalla passione per l’insegnamento

più che dalla fame di notorietà. E il suo

discendente Giuseppe, il nostro “gran

saccàio”, scandisce i ritmi della sua ricerca

andando a trovare nuovi stimoli e

nuovi temi nel suo mondo, prima ancora

che in quello circostante. “…Quelle facce

che vengono fuori dal piano delle mie

opere, sono le mie. Ho la fragilità degli

uomini e allora rido, piango, mi appassiono,

mi arrabbio. Le mie espressioni finiscono

dentro le mie opere…”. E allora

se lo spazio dell’opera è composto da

pezzi di tela di juta cuciti fra loro si tratta

di momenti di intima riflessione, di medicamenti

all’anima. Più lineari e narrativi

sono invece quei pezzi di tela ordinati

ed aderenti al supporto di legno leggero :

lì Beppe è più ordinato e razionale, racconta

con maggiore chiarezza, affonda il

colpi senza subire le interdizioni, mirando

ad una esecuzione perfetta ed architettando

un degno sfondo a volti mitologici,

storici o grotteschi che siano comunque

figli del suo sentire contemporaneo

e passionale.

In queste varianti, poche ma significative,

è l’essenza della sua operazione artistica.

E non si creda che le sorprese siano eluse.

Un pugile che vuol vincere non si limita

alle teorie rispettabilissime secondo cui,

ad esempio, il brevilineo preferisce i

colpi circolari. Essendo longilineo e saldo

sul ring come il suo Tommy Hearns, Trentacoste

può sfoderare sia un improvviso

montante che un ricamato crochet, come

ha fatto, ad esempio, quando ha sovrapposto

ad una sua “Tela piegata” (la definizione

che lui predilige) una tela bianca

squarciata al centro da una mano armata

di pugnale che emergeva dal bassorilievo,

per omaggiare Lucio Fontana e la sua intuizione

geniale. Trentacoste conosce bene

l’ arte a lui precedente, e ne rispetta

l’intimo significato. Ama la sua terra e le

cittadine piene di richiami agli altissimi

momenti del costruire italiano di un tempo.

Ma ha gli occhi piantati verso il futuro,

e le sue tele di juta sono un inno agli

oceani, alle merci che hanno viaggiato,

agli uomini che le hanno trasportate. Tutta

roba di cui potersi vantare perfino eccedendo

la misura. Se vi aspettate di vederlo

ringhiare dall’angolo, sarà vana

attesa. Lo troverete a guantoni incrociati,

tranquillo e riflessivo, seduto su una soglia

di pietra serena della sua Toscana,

mentre pensa a come piegherà la prossima

tela ed a quale espressione gli verrà

fuori dopo aver modellato, incollato, applicato

le resine ed atteso pazientemente.

Lui ha il passo dell’ atleta ma la pazienza

di un filosofo.



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Marco Billeri

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36

André Derain

Sperimentatore controcorrente

a cura di Silvana Gatti

“L’Estaque” - 1906 - olio su tela - cm 38x55

Musée des beaux-arts, La Chaux-de-Fonds, Collection René et Madeleine Junod, inv. 1303.06

© 2020, ProLitteris, Zurich

Il Museo d’arte di Mendrisio organizza

una retrospettiva di ampio

respiro sull’opera del pittore francese

Derain: 70 dipinti, 30 opere

su carta, 20 sculture, 25 progetti

per costumi e scene teatrali, illustrazioni

di libri e alcune ceramiche per documentare

la creatività e l’attività poliedrica di

questo protagonista dell’arte moderna. La

mostra, a cura di Simone Soldini, Francesco

Poli e Barbara Paltenghi Malacrida,

è nata grazie alla collaborazione degli Archivi

André Derain e ai prestiti di alcuni

prestigiosi musei francesi.

André Derain nacque a Chatou (Parigi)

nel 1880 e nel 1898 si iscrisse all'Accademia

Julian, nonostante il padre lo a-

vesse avviato agli studi di ingegneria. In

quel periodo entra in contatto con Henri

Matisse e Maurice de Vlaminck, con il

quale condivide uno studio a Chatou. Impara

a conoscere le opere di Vincent Van

Gogh, di Paul Cézanne e di Henri De

Toulouse-Lautrec, maestri fondamentali

nel suo percorso artistico. Nel 1905 espone

al Salon d’Automne e al Salon des Indépendants,

collocandosi tra i Fauves.

Erano i primissimi anni del Novecento,

in cui una manciata di artisti apportò all’arte

profondi cambiamenti. Tra i massimi

innovatori ci furono Derain e Matisse,

che trascorsero vari anni a dipingere

insieme le marine di Collioure, nel Sud

della Francia. I due diedero vita tra il 19-

05 e il 1910 al movimento per il quale si

coniò il termine Fauve, cioè il gruppo dei

“Selvaggi”, a causa dei vivacissimi, infuocati

colori che caratterizzavano le loro

opere. I primi quadri del giovane Derain,

come “L’Estaque” (Olio su tela, cm. 129x195,

Houston Museo delle Belle Arti), esposto

in questa mostra, non aderiscono del tutto

ai dettami del movimento avanguardista

francese: l’artista, pur utilizzando i colori

forti alla maniera fauvista, li ingloba armonicamente

nel rispetto dei vari elementi

che rendono la composizione del

paesaggio. In questo quadro le forme degli

alberi sono distorte ma riconoscibili,

contrariamente alle opere dei pittori fauves.

Sia le forme che i colori, in prevalenza

blu e verde, in quest’opera risentono

fortemente l’influenza di Cézanne,

come “Il vecchio albero” (olio su tela,

cm. 41x33, 1904, Acquisto del 1951, Centre

Pompidou, Paris. Musée national d'art

moderne-Centre de création industrielle),

qui esposto. Sono molteplici le correnti

artistiche che influenzano Derain, in particolar

modo nel primo decennio del No-


“Nature morte au pichet et verre de vin” - 1938 - olio su tela - cm 43.5x55

Collezione privata

© 2020, ProLitteris, Zurich

“Femme au long cou” - dopo 1938 - bronzo - cm 32x19.5x4

Collezione privata, Montagnola

© 2020, ProLitteris, Zurich

vecento, periodo in cui speri- menta e si

accosta alla pittura. Si può dire che Derain

è stato l’erede dell’Impressionismo,

l’iniziatore della pittura Fauve e uno dei

padri del Cubismo, nonché il precursore

del Ritorno al Classicismo.

Alcune opere di Derain sono influenzate

dal puntinismo di Paul Signac, altre dalla

luminosità di Claude Monet, grazie al periodo

trascorso a Londra nel 1906, mentre

le opere influenzate da Paul Gauguin hanno

colori più tenui. Amico del poeta A-

pollinaire, nel 1909 illustra un volume del

poeta e, tre anni più tardi, arricchisce con

i suoi preziosi disegni una raccolta di

Max Jacob. L’attività di illustratore prosegue

per il primo libro di Andrè Breton,

nel 1916, per le favole di Jean de La Fontaine

e per un’edizione del Satyricon di

Petronio. Nel contempo continua a dipingere

avvicinandosi al cubismo di Braque

e di Pablo Picasso, senza giungere alla

scomposizione della forma in quanto riscopre

presto la pittura classica tradizionale,

tornando ad usare la prospettiva e il

chiaroscuro. Un “ritorno all'ordine” ed un

ritorno alle “forme classiche” in parallelo

a quello intrapreso in quel periodo da

molti altri artisti europei, tra cui Gino Severini,

Pablo Picasso dopo il suo viaggio

in Italia, Giorgio De Chirico con la sua

neonata metafisica, i movimenti Valori

plastici e Novecento in Italia e Nuova oggettività

in Germania.

Nel 1911 si accosta alla scultura africana

e ai primitivi francesi, dipingendo nature

morte e scolpendo figure rigide e stilizzate.

Fu Derain a introdurre Picasso nel

mondo dell’arte africana e con Derain Picasso

fece i primi passi verso il Cubismo.

Entrambi furono amanti della mondanità,

uomini di grande successo, celebrità del

mondo artistico del XX secolo. Ma se la

fortuna di Picasso crebbe per tutto il secolo,

quella di Derain ebbe un brusco,

momentaneo declino dopo la seconda guerra

mondiale, complice il mondo delle gallerie

d’arte e del mercato. Terminata la

Prima Guerra Mondiale, l’artista pren- de

decisamente le distanze dal Cubismo e

dal Surrealismo, ritenendoli movimenti

antiartistici. Rimasto suggestionato dalle

bellezze della città di Roma e dai pittori

italiani del Rinascimento, viene rapito dal

classicismo. Nel 1928 riceve il prestigioso

premio “Carnegie”, e nello stesso periodo

espone a Londra, Berlino, New York,

Francoforte, Duesseldorf e Cincinnati.

Rimane a Parigi durante l’occupazione

tedesca della Francia, in seguito al Se-


38

“La clairière, ou le déjeuner sur l’herbe” - 1938 - olio su tela - cm 138x250

Association des Amis du Petit Palais, Genève

© 2020, ProLitteris, Zurich

condo Conflitto Mondiale, e nel 1941 rifiuta

la direzione della Scuola Nazionale

delle Belle Arti di Parigi. Durante un soggiorno

a Berlino partecipa ad una mostra

nazista dell’artista Arno Breker, e di conseguenza

viene additato come collaborazionista

della propaganda nazista e abbandonato

da molti artisti. Muore nel

1954 investito da un automobile, a Garches.

Amico di Picasso, Matisse, Braque,

Giacometti, André Derain è uno dei protagonisti

della rivoluzione artistica dell’inizio

del XX secolo, sia pittorica sia

scultorea, un’icona dell’arte del Novecento.

Picasso nutrì grande ammirazione

per Derain, con cui dal 1910, per diversi

anni, collaborò grazie ad un’amicizia che

durò fino agli anni Trenta. Il Cubismo,

corrente artistica che trasformò l’arte ad

inizio del ‘900, ebbe origine da Georges

Braque, oltre che da Derain e Picasso.

Nel periodo in cui Braque e Derain dipinsero

insieme nel quartiere parigino della

Ruche, Braque apprezzò molto il Primitivismo

di Derain e quest’ultimo guardò

molto al moderno classicismo di Braque.

Anche Alberto Giacometti apprezzò l’opera

di Derain, in particolar modo la sua capacità

di cambiare stile rifacendosi alla

tradizione dell’arte antica. Dalla metà degli

anni Dieci, la ricerca artistica di Derain

vira in direzione opposta rispetto allo

spirito avanguardistico che aveva caratterizzato

la sua prima fase. Negli anni

Venti e Trenta raggiunge un grande successo

internazionale, ma a causa di questo

cambiamento di rotta viene criticato

dall’ambiente dell’avanguardia. André

Breton, che era stato un suo grande ammiratore,

lo accusa (al pari di Giorgio de

Chirico) di aver esaurito la sua autentica

vena creativa e di essersi rifugiato nella

dimensione nostalgica della tradizione,

inaridendo il suo incontestabile talento.

Dei suoi vecchi amici, Braque fu l’unico

ad aiutare Derain nei momenti di difficoltà,

subito dopo la seconda Guerra Mondiale.

La mostra intende esplorare tutti i

principali aspetti della ricerca di Derain,

e in particolare si focalizza sulle qualità

della sua complessa e articolata produzione

fra le due guerre e fino alla sua

morte. Questa mostra documenta come

Derain rimase sempre fedele alla pittura


“Geneviève à la pomme” - 1936-37 o 1937-38 - olio su tela - cm 92x73

Collezione Geneviève Taillade

© 2020, ProLitteris, Zurich

“Portrait de Geneviève en bleu” - 1938 - olio su tela - cm 35x28

Collezione privata

© 2020, ProLitteris, Zurich

figurativa – il ritratto, il paesaggio, le nature

morte – trovando ispirazione nell’arte

greca e romana e nei grandi maestri

dell’Ottocento. Chi ha forse compreso meglio

di tutti il senso autentico della sua

arte è Alberto Giacometti, che diventa

suo grande amico, dal 1936 in poi. Giacometti

dedicò un lungo articolo alla sua

straordinaria capacità di raccogliere idee

da tutta la storia dell’arte, trasformandola

in qualcosa di personale. Alla morte del

maestro, fu Giacometti ad aiutare i famigliari

a salvare decine di sculture di Derain.

Nell’ultimo periodo della sua vita

Derain si isola sempre di più, e neanche

la mostra postuma al Musée National

d’Art Moderne di Parigi nel 1954 (anno

della sua scomparsa) riporta l’attenzione

della critica dominante sulla sua opera, di

cui è apprezzato solo il primo periodo

avanguardista. Per l’avvio di una vera rivalutazione

dell’artista bisognerà attendere

la grande retrospettiva al Musée

d’Art Moderne de la Ville de Paris (1994-

95). La rassegna di Mendrisio analizza

l’evoluzione e le sperimentazioni stilistiche

e tematiche della pittura di Derain,

oltre ai numerosi collegamenti nei più diversi

territori dell’arte di tutte le epoche.

E questo nei vari generi: il paesaggio, la

natura morta, il ritratto, il nudo femminile,

le composizioni più articolate. Non

poteva mancare la produzione scultorea,

che viene documentata con un gruppo interessante

di lavori tra cui Femme au long

cou, (dopo 1938 - bronzo, 32x19.5x4 cm).

Appassionato di teatro, l’artista collabora

a molte scenografie di spettacoli e balletti.

Una sezione mette in luce questo

aspetto meno noto ma molto rilevante

dell’attività dell’artista attraverso una selezione

di disegni, bozzetti e documenti

fotografici. Un catalogo di circa 230 pagine,

edito dal Museo d’arte Mendrisio,

documenta con fotografie storiche e schede

tutte le opere in mostra, introdotte dai

contributi di studiosi e curatori e seguite

dai consueti apparati riportanti una bibliografia

scelta e una selezione delle e-

sposizioni. Vengono inoltre pubblicati alcuni

testi teorici esemplari dell’artista,

tradotti per la prima volta in italiano.


40

Pittura nel Paleolitico:

Le grotte di Lascaux

di Francesco Buttarelli

La preistoria ha conservato tracce

significative riguardo al

tempo in cui l’uomo ha iniziato

a dedicarsi all’arte. Circa

trentaseimila anni fa, durante la fase

finale del paleolitico, gli uomini che sapevano

esprimersi soltanto attraverso un

linguaggio rudimentale, già conoscevano

il valore delle immagini e delle raffigurazioni.

Tutto è rappresentato dalle antichissime

testimonianze di pittura rupestre

(così chiamata poiché realizzata sulle

pareti rocciose di alcune grotte come

quelle di Lascaux in Francia e di Altamira

in Spagna). I soggetti più comunemente

realizzati sono animali, molti dei quali

oramai estinti. Veniamo colpiti dalla precisione

dei dettagli. Gli “artisti” preistorici,

seppero sfruttare l’essenza naturale

delle cose ed il movimento anatomico

di tutto ciò che veniva rappresentato.

Un luogo ove è possibile tornare

indietro nel tempo attraverso una visione

di insieme spazio-temporale sono le grotte

di Lascaux, un insieme di caverne comunicanti

che si trovano nella Francia

sud-occidentale presso il villaggio di

Mantignac. Le grotte furono scoperte casualmente

nel 1940 da alcuni ragazzi che

inseguivano un cane smarrito. Situate in

un massiccio calcareo le grotte presentano

una serie di lunghi cunicoli che improvvisamente

sfociano in grandi ambienti

chiamati “sale”. Le pareti sono

completamente ricoperte di immagini disegnate

con le dita o con pennelli rudimentali,

i colori maggiormente usati

sono ocra, rosso e nero. Tutte le figure

sono rappresentate in movimento. Qual-


siasi asperità rocciosa è stata sfruttata

dagli artisti per conferire maggiore rilievo

agli animali dipinti. Tutti i soggetti

risultano rappresentati di profilo. Per lungo

tempo gli studiosi si sono domandati

quale sia stato il significato di queste immagini

e quali ragioni abbiano spinto gli

uomini primitivi (sempre impegnati nella

ricerca del cibo e nella sopravvivenza) ad

impegnarsi per raffigurare scene di caccia

e di vita quotidiana. Ne è scaturita un’ipotesi

probabile: l’arte legata a riti propiziatori.

Le grotte di Lascaux hanno ospitato

molte generazioni di cacciatori, in

quel luogo non era agevole dipingere alla

luce di torce rudimentali. Affrontare così

tante difficoltà in un luogo ove abitualmente

non si viveva, presupponeva una

volontà forte che poteva dimostrarsi utile

a tutta la comunità. Appare quindi verosimile,

che le grotte di Lascaux costituissero

un vero e proprio santuario in cui

si svolgevano riti importanti per le comunità

primitive. I cacciatori paleolitici

credevano infatti che rappresentare l’animale

volesse significare possederlo attraverso

i loro dipinti e grafiti si mettevano

in contatto con le forze della natura che

veneravano: la terra, il sole, la luna, il

vento, la pioggia, le tempeste, il giorno e

la notte. Dal 1979 le grotte di Lascaux

sono state inserite dall’Unesco nella lista

dei patrimoni dell’umanità. Attualmente

le grotte sono visibili sfruttando sistemi

di osservazioni moderni che invitano o-

gnuno di noi a percorrere la galleria dell’immaginario

tornando a ritroso nel tempo.



Nicola Morea

“Flow Art 4.0 - S. T.” - 2019 - acrilici su tela - cm. 50 x 60

opera selezionata per il Progetto Tv Laboratorio AccA

Porto turistico di Roma - Loc. 876- Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com


44

Giornalista: Oggi nel mese

di Febbraio 2020, successivamente

alla Mostra collettiva

d’Arte “Contemporary

Winter” conclusasi con

enorme successo negli spazi della Life

Art Gallery di Battipaglia siamo in

compagnia dell’artista Anna Ciufo, come

reputa quest’ esperienza?

Artista: il mio scopo principale è quello

di fare Arte, di dipingere e di trasmettere

emozioni tramite le mie opere, ed

è una soddisfazione poter fare qualcosa

in merito tramite manifestazioni e mostre.

Giornalista: Cosa vuole comunicare attraverso

la sua arte?

Artista: Di solito mi riferisco a temi sociali,

mi capita di denunciare alcune tematiche,

come la violenza sulle donne,

la mia arte ha un’identità stilistica abbastanza

criptica, nelle mie opere utilizzo

l’acrilico, il più delle volte su tela,

ma anche su supporti rigidi quali masonite

e il compensato sui quali stendo

uno strato materico che rende il supporto

scabroso, disomogeneo, a volte

sconnesso.

Giornalista: Tramite la sua arte può essere

definita l’artista dell’introspezione?

Artista: Mi posso definire così, perché

con la mia pittura non del tutto esplicita

mi riferisco a temi che riguardano

l’introspezione e riflessione su tematiche

esistenziali.

Giornalista: Nel tempo la sua pittura è

andata perdendo i contorni del figurativo

concedendosi maggiore libertà e-

spressiva ed aprendosi all’informale,

come mai?

Artista: sono in continua evoluzione e

ricerca, sperimento varie tecniche dipingendo

immagini e situazioni non

puramente tradizionali, colori dai toni

scuri, violacei, o aranciati e rossi, di

estrema efficacia visiva, in cui nelle mie

opere si possono intravedere occhi di

donne che scrutano, interrogano, denunciando

stati d'animo personali o, in

alcuni casi, malesseri sociali.

Giornalista: In questa atmosfera di angoscia

esistenziale, emerge però un barlume

di speranza?

Artista: Si, un’irrequietudine interiore

mista a desiderio di cambiamento, miglioramento

e trasformazione.

Giornalista: lei si è affidata alla Life

Art Gallery, cosa le ha colpito di più?

Artista: mi ha colpito il nuovo modo di

intendere l’arte, attraverso le Fiere Nazionali

ed Internazionali, le Mostre,

collettive d’arte, le varie pubblicazioni

di Arte tra cui il Catalogo dell’arte Moderna

e Arte Mondadori. E’ un percorso

di valorizzazione e visibilità dell’artista

ma è ancora molto lungo, per

ora abbiamo iniziato insieme questo

progetto ambizioso e lungimirante.

V.Brodolini 9

84091 Battipaglia (SA)

www.lifeartgallery.it

info@lifeartgallery.it

tel. 0828/300013


LA GEOMETRIA SEGRETA

DI RAFFAELLO SANZIO,

Il "DIVIN" PITTORE

Biografia di Raffaello Sanzio

a cura di Rita Lombardi

... Segue da numero precedente

Trasporto di Cristo morto,

pala Baglioni

La pala, terminata nel 1507 e destinata ad

una chiesa di Prato, viene commissionata

a Raffaello da Atalanta Baglioni in memoria

del figlio Grifone Baglioni, assassinato

nel 1500. La pala si trova ora nella

Galleria Borghese (Roma).

Il centro è occupato dal portatore con

l’abito rosso e verde. L’imperiosità e la

forza del suo gesto sono sottolineati dal

fatto che il suo braccio, la sua spalla e la

testa si collocano sulla diagonale principale,

la stessa che conduce lo sguardo

verso il Golgota, dove si innalzano le tre

croci. Su una parallela a questa diagonale

Raffaello ha posto lo svenimento della

Madonna. Il perno dello sforzo del portatore

è la sua gamba sinistra, collocata

lungo la mediana verticale. Questa mediana

continua nell’albero esile ed altissimo,

la cui chioma si staglia contro un

Trasporto di Cristo morto, pala Baglioni

cielo chiaro e luminoso.

Sull’altra diagonale, i tre volti che esprimono,

in modo diverso, la pietà e il dolore,

e questa diagonale è sottolineata in

alto dal profilo della montagna e in basso

dalle pieghe dell’abito del portatore e

dalla gamba del Cristo.

Sulla parallela a questa diagonale è collocato

il braccio dell’uomo con il turbante,

all’estrema sinistra della pala.

Il profilo del corpo di Cristo segue una

semicirconferenza che parte da questo

turbante e termina sulla nuca del portatore:

questi due punti sono situati a 1/3

dal bordo superiore della pala. Il portatore

si rivela quindi il vero protagonista

dell’opera e si pensa che sia il ritratto del

giovane Grifone Baglioni, mentre nella

Madonna Raffaello avrebbe raffigurato la

madre di questi, Atalanta Baglioni.

Disputa del Sacramento

Nell’affresco “Disputa del Sacramento”

della Stanza della Segnatura (Palazzi Vaticani,

Città del Vaticano), terminato nel

1509, la verità rivelata da Cristo è celebrata

da teologi, filosofi, dottori della

Chiesa e Santi. Raffaello dispone le figure

in semicerchio in due zone sovrapposte

e sostituisce la parata statica dei

suoi predecessori con gruppi di uomini

che gesticolano e parlano, creando un

movimento armonioso e ben orchestrato,

sia in cielo che in terra.

La parte “celeste” è costruita su due

grandi archi di cerchio aventi il centro in

alto, fuori della superficie affrescata; è

una disposizione, questa, originale, che fa

tendere tutta la composizione verso l’alto.

Il perno di tutto l’affresco è ovviamente

il Cristo, posto all’interno di un cerchio

sull’asse verticale centrale, che parte da

Dio, passa per la colomba dello Spirito

Santo e arriva fino all’Ostia sull’altare.

Il punto d’intersezione di questo asse con

la retta orizzontale a 1/4 dal basso è il

punto di fuga della prospettiva, punto

coincidente con l’Ostia.

Tutti i personaggi “terrestri” sono raggruppati

nella terza parte inferiore dell’affresco.


46

Disputa del Sacramento

L’esito lasciò sbalordito il Papa Giulio II,

che l’8 ottobre 1509 lo insignì del titolo

di scriptor brevium, che gli conferiva un

incarico permanente e uno stipendio fisso

alla corte papale.

Madonna della Seggiola

L’opera, si trova a Palazzo Pitti (Firenze).

Databile tra il 1513 e il 1514 trae il suo

nome dal ricco sedile sul quale siede

Maria, impreziosito dalla spalliera tornita

e dallo schienale con lunghe frange e decorazioni

in oro. è un tondo, cioè, il supporto

è una tavola di forma rotonda.

Questo formato si diffonde nella Toscana

del ‘400 come “desco da parto”, dono tipico

alle puerpere alla nascita del loro

primogenito e vi viene sempre rappresentato

un soggetto religioso, che è connesso

con la Vergine e Gesù Bambino.

Qui la Madonna non è rappresentata nel

suo costume tipico, cioè vestito rosso,

manto azzurro e capelli semplicemente

raccolti, ma con un ricco scialle di seta

tramata d’oro e una sciarpa preziosa che

le raccoglie i capelli. Questo ricco turbante

compare anche nel ritratto della

“For- narina” di Palazzo Barberini, quasi

sicuramente la modella è la stessa, cioè la

donna amata da Raffaello.

Il Bambino Gesù è vestito, non nudo (la

nudità di Gesù testimonia che è uomo

oltre che Dio) e non è in primo piano,

presentato e offerto, come si conviene al

Figlio di Dio, al Salvatore, all’Agnello.

Raffaello ha raffigurato una mamma del

tempo, terrena e di una bellezza sfolgorante

e tutta la scena è pervasa da un tono

intimo, domestico, accentuato dal gesto

protettivo e colmo di affetto della donna,

che stringe tra le braccia il suo bambino,

il quale si rannicchia appagato tra le sue

braccia.

Raffaello stabilizza il tondo tracciando

due corde di uguale lunghezza perpendicolari

tra loro. Su quella verticale colloca

la spalliera del sedile e, su quella orizzontale,

la coscia di Maria coperta di stoffa

azzurra. Contemporaneamente, sfrutta il

formato rotondo tracciando all’interno

archi di circonferenza.

Su una grande semicirconferenza che

corre a sinistra, parallelamente al bordo,

pone il profilo posteriore di Maria, fino

ai piedini di Gesù. Crea poi un movimento

oscillante, con altri due archi di

circonferenza. Il primo, dal profilo della

spalla e del braccio della donna fino alla


Madonna della Seggiola

sua mano, crea un movimento verso l’interno,

dove è San Giovannino orante.

L’altro, sul quale colloca il dorso di Gesù

fino ai Suoi piedini irrequieti e pronti a

portarlo nel mondo, porta dall’interno

verso l’esterno e verso l’osservatore.

Questo moto oscillante è fermato dalla

spalliera del sedile. Nel centro del tondo

Raffaello pone il punto di contatto del gomito

di Maria e del gomito di Gesù, ma

il rosso acceso della manica attira l’attenzione

e sposta il fulcro verso il basso, proiettandolo

in avanti e comunicandoci

l’esclusività e l’isolamento del binomio

madre-figlio.

Trasfigurazione

L’ultima grande pala dipinta da Raffaello,

terminata poco prima della sua morte, si

trova ora nella Pinacoteca Vaticana (Città

del Vaticano).

è un’opera molto complessa, in cui tutti

i dettagli vengono sviluppati a partire da

una rigorosa geometria in una coreografia

perfettamente orchestrata. Essa presenta

due eventi distinti. Uno drammatico sulla

terra, l’episodio concitato della guarigione

del ragazzo indemoniato, caratterizzato

da colori accesi e forti chiaroscuri.

L’altro, in cielo, sereno ed armonioso, disposto

attorno a Gesù, tra Mosè ed Elia,

con i discepoli, testimoni della Trasfigurazione

sulla rupe che separa le due

scene. Nella parte inferiore, “terrena”,

Raffaello predispone due quadrati che

formano un ottagono (l’ottagono rappresenta

un ponte tra il quadrato, terra, e il

cerchio, cielo).

Il primo quadrato, disposto a rombo, ha

due vertici sui lati del dipinto, a 1/4 dalla

base della pala, gli altri due sulla mediana

verticale, il primo sulla base e l’altro nel

centro, dove è il piede destro di Gesù.

Sono evidenti di questo quadrato i due

lati a sinistra, dove sono collocate le braccia

e le dita puntate verso l’alto di due uomini

e la gamba di un terzo uomo in

basso. Il piede di quest’ultimo e la gamba

della donna in primo piano sono sulla

base dell’altro quadrato, che continua a

destra lun- go le braccia allargate del ragazzo

indemoniato e la mano aperta

dell’uomo con il vestito rosso. Sul terzo

lato, parallelo alla base della pala, è collocata

la rupe, che separa ed unisce, contemporaneamente,

le due scene.

Anche nella parte “celeste” Raffaello predispone

più figure geometriche sovrap-


48

Trasfigurazione

poste. Il Cristo è inscritto in un triangolo

isoscele, con il vertice in basso, cosicché

Egli sembra trascinato verso l’alto, e questo

triangolo è inscritto in un cerchio

chiaro e luminoso, la “nube” dalla quale

viene la voce che lo dichiara Figlio di

Dio. Il cerchio è, a sua volta, inscritto in

un pentagono, con il vertice nel centro del

bordo superiore della pala. Il pentagono,

con la sezione aurea, è una scelta obbligata

per una scena celeste, perché considerato

divino fin dal Medioevo. Su due

suoi lati sono collocati Mosè ed Elia,

mentre la base, che poggia sulla rupe, è il

sostegno di tre discepoli.

La pala, completamente autografa, costituirà

una fonte d’ispirazione per gli artisti

della Controriforma.

Nota: rapporti armonici

Nel capitolo sesto del “De re aedificatoria”

Leon Battista Alberti spiega che gli

intervalli piacevoli per l’orecchio, l’ottava,

la quinta e la quarta, che corrispondono

alla divisione di una corda in 2, 3 o

4 parti, rispettivamente, danno luogo a

proporzioni che possono essere usate

nelle arti plastiche. Sono identificate con

le parole greche diapason (1/2), diapente

(2/3) e diatesseron (3/4).

Secondo l’Alberti, per ottenere una superficie

da dipingere armoniosa è meglio

scegliere un quadrato oppure un rettangolo.

Il rettangolo dovrà essere o un doppio

quadrato (diapason) oppure dovrà

avere il lato corto e il lato lungo in un rapporto

diapente o diatesseron. Nel caso di

rettangoli più lunghi come un 40x90 o

90x160 è opportuno dividere idealmente

il lato lun-go con due verticali in modo da

ottenere un quadrato e un diapente, nel

primo caso, (quindi a 40 e 60) e un quadrato

e un diatesseron, nel secondo caso

(quindi a 90 e 120).

Su queste superfici gli assi centrali e le

diagonali, con le parallele a queste rette

distribuite in modo uniforme secondo i

rapporti armonici diapason, diapente e

diatesseron, costituiranno la struttura

base per disporre le figure, gli elementi

architettonici e paesaggistici.

L’Alberti fornisce, così, all’artista, una

vasta possibilità di scelta per creare una

maglia modulare variabile e adattabile a

qualunque soggetto. Egli dimostra di essere

in anticipo sui suoi tempi perché recenti

ricerche sul funzionamento del

nostro cervello hanno dimostrato che, di

fronte a un quadro o a una fotografia noi

ricerchiamo, istintivamente, gli assi centrali,

le diagonali e il centro della composizione.

Gli artisti del Rinascimento sovrapporranno

a questi schemi, come i loro predecessori

medievali, le figure geometriche

“simboliche”, il triangolo, il quadrato, il

pentagono, l’ottagono e il cerchio.



50

Dal 18 gennaio al 18

aprile 2020 la Fondazione

del Monte di

Bologna e Ravenna è

lieta di presentare 3

Body configurations

a cura di Fabiola Naldi

e Maura Pozzati.

Claude Cahun

“Self-portrait (reflected image in mirror, checqued

Jaket)/Autoritratto (imagine riflessa nello specchio,

giacca a scacchi)” - 1928 mm 118/94 - negativo

Courtesy Jersey Heritage Collection

Partendo dal rapporto del

corpo dell’artista che agisce

nello spazio pubblico e

privato, la mostra offre la

possibilità di vedere per la

prima volta in Italia un’attenta selezione

di opere fotografiche di Claude Cahun

(grazie alla collaborazione con Jersey

Heritage Collection), un’altrettanta e significativa

selezione delle opere fotografiche

di VALIE EXPORT (grazie alla

collaborazione con il Museion di Bolzano)

e una riproposizione di un progetto

fotografico della fine degli anni

Novanta di Ottonella Mocellin.

L’esposizione si presenta come la possibilità

di approfondire un ambito della

storia dell’arte del 900 ampiamente caratterizzata

dall’uso dei dispositivi extra

artistici quali il corpo, la fotografia e la

performance. 3 Body Configurations,

infatti, prende spunto dal titolo di un

progetto di VALIE EXPORT sviluppato

dal 1972 al 1982.

Le tre importanti presenze sottolineano

la riflessione estetica e progettuale di

un’occupazione tanto fisica quanto mentale

della propria identità, della propria

prassi progettuale come anche della necessità

di indagare i rapporti fra il corpo

dell’artista e lo spazio dell’architettura,

della natura e dell’illusione.

Per Claude Cahun, VALIE EXPORT,

Ottonella Mocellin la fotografia si dichiara

testimone infinito, immobile e indiscusso

di una pratica avvenuta anche

solo per un istante.

La mostra è documentata da una preziosa

pubblicazione (italiano/inglese)

edita da Corraini con testi inediti di Fabiola

Naldi, di Maura Pozzati e della filosofa

Francesca Rigotti.

L’evento è inserito tra i Main Project di

ART CITY Bologna 2020, programma

di iniziative speciali promosso dal Comune

di Bologna in collaborazione con

BolognaFiere in occasione di Arte Fiera.

Per la prima volta in Italia saranno esposte

38 opere fotografiche di Claude Cahun,

nome d’arte di Lucy Renée Mathilde

Schwob (Nantes, 25 ottobre 1894,

Saint Helier, 8 dicembre 1954), artista,

fotografa, attivista e scrittrice, esponente

del Surrealismo. Il tratto distintivo

della ricerca della Cahun è la costante

indagine visiva della propria i-

dentità, oltre i confini di genere. Il maschile

e femminile si offrono come occasione

di proporsi insieme in una nuova

proposta identitaria. Presenza fondamentale

nella Parigi Surrealista dove

frequenta assiduamente Andrè Breton,

Tristan Tzara, Salvador Dalì, Man Ray,

Philippe Soupault, Henri Michaux,

Pierre Albert Birot, Roger Caillois, George

Bataille, la Cahun non smetterà

mai di fotografare e fotografarsi anche

quando, in compagnia della compagna

e musa ispiratrice Suzanne Malherbe (in


VALIE EXPORT

“Aufprägung Körperkonfiguration” - 1972 - carta fotosensibile, fotografato

stampato - cm 41.5/61.5

Courtesy Fondazione Museion

Ottonella Mocellin

“Who killed bamby?” - 1997 - stampa lambda - cm 100x66,

Courtesy Lia Rumma, Milano

arte Marcel Moore), lascerà la capitale

francese per ritirarsi sull’Isola di Jersey

fino al 1954, anno della morte.

VALIE EXPORT, pseudonimo di Waltraud

Lehner (Linz, 1940) è una delle

presenze artistiche più importanti delle

Seconde Avanguardie del XX Secolo.

Nel 1967 rinuncia sia al nome paterno

che a quello del marito per adottare una

nuova identità ispirata al nome della

marca di sigarette più popolare in Austria.

Il nome di VALIE EXPORT, “esportatrice

di valori e trasformazioni politico

sociali”, è il momento cruciale in

cui l’artista compie un atto simbolico di

autodeterminazione sociale, politica ed

estetica. Nelle sue opere − molte esposte

nelle collezioni di importanti musei

come il Centre Pompidou, la Tate Modern,

il Reina Sophia, il MOMA e il

MOCA, Los Angeles − appare imprescindibile

la pratica ideologica, politica

e concettuale dell’essere artista e donna

impegnata a sperimentare luoghi e media

differenti. Il titolo dell’esposizione

prende ispirazione proprio dal progetto

presente in mostra Körper Konfigurationen

/ Body Configurations (1972 -

82) che evoca il rapporto tra il linguaggio

del corpo e l'ambiente urbano, interrogandosi

sul “posto” delle donne nello

spazio pubblico.

Ottonella Mocellin (Milano, 1966) è

un’importante artista italiana che collabora,

dal 2002, con l’artista e compagno

Nicola Pellegrini. Tra il 1984 e il 1993

entrambi hanno vissuto a Londra dove

hanno studiato Arte Pubblica e Architettura.

Tra il 2001 e il 2002 hanno soggiornato

a New York rappresentando

l’Italia per il PSI International Studio

Program. Tratto distintivo e immediatamente

riconoscibile è la continua urgenza

espressiva e concettuale che comprende

installazioni, video, fotografie e

performance, e che mira ad indagare i

conflitti, le emozioni, il dialogo all’interno

delle relazioni umane. Il suo lavoro

è stato esposto in importanti musei

e gallerie in Italia e all’estero. Dal 2009

insegna Tecniche Performative all’Accademia

Carrara di Bergamo. Vive e lavora

a Berlino.

Titolo: 3 Body Configurations

Artisti: Claude Cahun, VALIE

EXPORT, Ottonella Mocellin

A cura di:

Fabiola Naldi e Maura Pozzati

Prodotto da: Fondazione del Monte

di Bologna e di Ravenna

Sede: via delle Donzelle, 2 Bologna

Date: 18 gennaio 2020 inaugurazione,

20 gennaio – 18 aprile 2020

Orari: lunedì-sabato, ore 10-19

Ingresso: libero

Catalogo: Corraini Edizioni

Informazioni:

www.fondazionedelmonte.it


52

Sara Stavla

“Geo n. 3” - 2018 - tecnica mista su tel - cm. 80 x 90

opera selezionata per il Progetto Tv Laboratorio AccA

Porto turistico di Roma - Loc. 876- Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com


www.tornabuoniarte.it

“Airone ferito” - smalto su tela - cm 70x100

Renato Mambor

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 - info@tornabuoniarte.it

Milano 20121 - Via Fatebenefratelli, 34/36 - Tel. +39 02 6554841 - milano@tornabuoniarte.it

Forte dei Marmi 55042 - Piazza Marconi, 2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeimarmi@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055-2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


54

Art&Vip

A tu per tu con

MARIO MAELLARO

"EccELLENZA IN AScESA DELLA TV"

a cura della redazione

Volto della copertina di questo

mese è il regista Mario

Maellaro, apprezzato regista

di opere televisive e

documentaristiche di grande

rilievo.

Mario come nasce la tua passione per

questo lavoro?

Ho sempre sognato di fare il regista. Già

da giovane avevo l'organizzazione nel sangue,

la prefusione nel coinvolgere le persone,

nel dirigere piccoli spettacoli, piccoli

eventi. Ho capito da subito che quel mondo

mi apparteneva. Provengo da un piccolo

paesino in Puglia, Alberobello, mamma

casalinga e papà falegname... Pensate

che da bambino rubavo a mio papà dei

piccoli pezzi di legno e costruivo delle finte

telecamere per simulare le regie televisive.

Era il mio sogno e come molti del

sud l'unica strada percorribile era quella di

trasferirsi a Milano per fare esperienza,

così è stato. Con sacrificio, dedizione,

amore per quello che stavo inseguendo, ho

iniziato con eventi multimediali legati al

mondo dell’editoria, della moda e dello

spettacolo su testate giornalistiche nazionali,

poi piano piano mi sono a vvicinato

alle produzioni televisive collaborando

con numerose emittenti nazionali, dirigendo

programmi televisivi e spot pubblicitari

per Mediaset, Rai, La7, Discovery,

TV2000, Sportitalia, Odeon Tv, Alice, Canale

Italia e Gold TV. Dal 2010 collaboro

assiduamente con Mediaset per la realizzazione

di vari programmi televisivi tra

cui “Avanti un Altro”, “Scherzi a Parte” e

“Ciao Darwin” tutti condotti da Paolo Bonolis

e da Luca Laurenti. Negli ultimi anni

ho firmato la regia di “Grand Tour D'Italia”

con Lucilla Agosti e Alessia Ventura,

di “Ricette all'italiana” con Davide Mengacci

per Rete4, di “Mi Manda Raitre”

con Salvo Sottile, di “Tacco 12” e “Bellezze

in Bicicletta” per La7, di “Undergame”

per Sky. Ho diretto concerti di

musica classica, programmi di sport e di

cucina, festival di cinema con ospiti internazionali,

prima di arrivare alla mia ultima

fatica “Non Far Rumore” un docufilm per

Rai3. Direi che di strada ne ho fatta... P.s.

Ho scoperto dopo la morte di mio padre

nel 2010 che anche lui sognava il mondo

del cinema, perché frugando nelle sue cose

ho trovato un tesserino di una scuola di recitazione

che aveva nascosto a tutti. Ora

capisco tante cose...

C'è un ricordo dei tuoi esordi che ti porti

nel cuore come grande insegnamento di

vita?

Sicuramente una frase di Alberto Angela.

Non lo conoscevo di persona, non avevo

mai lavorato con lui, era la prima volta. Mi

chiamarono per dirigere uno spot televisivo

per il Ministero dell’Ambiente per

Rai1 e lui era il testimonial. Dopo 4 riunioni,

prove su prove, arrivò il grande

giorno. Mi tremavano le gambe e avevo

bisogno di conferme. Registrai con lui tutto

il giorno una cosa difficilissima per quei

tempi. Alla fine mi guardò e mi disse: “si

dice che la pressione generi i diamanti e tu

sei un diamante”... Fu un bell'attestato di

stima!

Quali sono secondo te le difficoltà che un

regista riscontra sul set che dirige e come

affronti ogni sfida?

Tendenzialmente lavoro sempre con la

stessa squadra, con lo stesso gruppo di lavoro

che mi porto dietro da anni... Quando

conosci bene i tuoi collaboratori non ci

sono difficoltà. Si naviga insieme nella

stessa direzione, quella dell’impegno,

della dedizione, della sperimentazione…

Questo è il vero successo dei programmi,

avere un gruppo compatto e coeso. Se il

regista riesce a tenere il bandolo della matassa

il gioco è fatto! Guai a chi tocca l’armonia

del mio gruppo, guai. Siamo tutti

uguali, qualunque sia il proprio ambito di

competenza.

Tante le esperienze televisive e tanti i successi.

Ma c'è un lavoro in particolare che

reputi sia la maturazione professionale

per te.

Come ho sempre detto, non si smette mai

di imparare. Ogni giorno è utile per studiare

e testare nuovi format da regalare al

grande pubblico. Nella mia vita ho fatto

veramente tante cose nel panorama televisivo

e se proprio oggi devo pensare in

grande, penso sempre al mio grande so-


gno, dirigere “Sanremo”. Quel palco prima

o poi sarà mio!!!

Raccontaci un aneddoto e come ti trovi a

lavorare con dei grandi big della tv come

Paolo Bonolis...

In questi 25 anni ho lavorato con tantissimi

big del mondo televisivo (con alcuni ancora

tuttora), da Paolo Bonolis e Luca

Laurenti a Gerry Scotti, da Alberto Angela

a Salvo Sottile, da Davide Mengacci ad

Alessia Ventura e Lucilla Agosti passando

da Emanuela Folliero, Adriana Volpe, Elisabetta

Gregoraci, Giorgia Palmas per citarne

alcuni... Ognuno di loro mi ha regalato

qualcosa che sarà ben custodito nel

mio cuore. Più che degli aneddoti posso

raccontarvi di alcuni di loro: Bonolis è un

genio, un battitore libero, un fuoriclasse

della TV. Luca Laurenti un professionista

vero, preparato e affidabile. Gerry un rassicuratore

di famiglie, Alberto Angela un

diamante, Salvo cresciuto a pane e giornalismo

che si è fatto le ossa sul campo,

mentre Mengacci un grande mestierante

della tv che appartiene a quella televisione

che ci manca tanto, quella dei Corrado, dei

Mike Buongiorno... Per quanto riguarda le

donne che ho diretto che dire? Tutte bellissime

e professionali...

Un grande successo per i tuoi lavori, come

l'ultimo che hai diretto per la Rai, un documentario

che ha fatto tanto parlare trasmettendo

addirittura repliche, visto il

riscontro di pubblico.

“Non Far Rumore” è stato veramente un

grande successo, non solo per Rai3. Nel

secondo dopoguerra più di 2 milioni di italiani

emigrarono in Svizzera. Lo statuto

del lavoratore stagionale, in vigore in Svizzera,

non prevedeva il ricongiungimento

familiare. Di fatto era vietato per i lavoratori

emigranti portare i figli con sé. Dai 15

ai 30 mila bambini entrano in Svizzera

come clandestini tra il 1950 e il 1980.

L'idea è nata da questi dati e dalle tante

storie che ne fanno parte. Colgo l'occasione

per ringraziare la mia collega giornalista

Alessandra Rossi che durante la

scorsa stagione di Mi Manda Raitre mi accennò

di questa triste storia... Ci siamo

confrontati e abbiamo deciso di realizzare

questo intenso e toccante docufilm dove a

parlare sono proprio quei bambini oggi

adulti che portano ancora dentro i segni di

quella ferita mai rimarginata. Abbiamo

dato un’occasione per riflettere sul significato

dell’essere bambini a cui è stata negata

l’infanzia perché figli di emigranti in

una contemporaneità che ci parla quotidianamente

di storie che si ripetono. Faccio il

regista da oltre 23 anni, e mai mi sono

emozionato così tanto ascoltando, mentre

registravano, tutti i protagonisti di questa

assurda storia. Bambini che hanno vissuto

nascosti in casa, senza poter andare a scuola,

senza uscire, senza giocare ma soprattutto

“senza far rumore”. Se fossero stati

scoperti, sarebbero stati espulsi con tutta

la famiglia. Ho sempre trattenuto le lacrime...

è stato un importante lavoro di

squadra!

Hai ricevuto riconoscimenti importanti

per la tua carriera artistica, come vivi

ogni volta queste grandi emozioni.

Le vivo, come ho già detto, sempre condividendo

quello che mi accade con il resto

del gruppo di lavoro. Sono un regista atipico,

ogni mio successo è il successo della

squadra. Devo dire che l'ultima menzione

speciale del docufilm “Non Far Rumore”ricevuta

al RFC di Roma mi ha commosso

particolarmente.

Nella vita privata esiste una persona importante,

Francesca, che spesso ti accompagna

nelle tue esperienze televisive...

Francesca è importantissima, è tutto. Una

compagna di vita affidabilissima. Conosce

tutto di me e sa esattamente cosa mi serve

senza neanche guardarmi... Per questo è

diventata fondamentale anche nel mio lavoro,

all'occorrenza può fare qualsiasi cosa,

dall'aiuto regia alla produzione. Conosce

i meccanismi televisivi meglio di molti

veterani di questo settore, non a caso qualche

anno fa abbiamo aperto una casa di

produzione televisiva che gestisce direttamente

in autonomia con successo.

Questa è una rivista dedicata all'arte, se

dovessi paragonare la tua vita ad un'opera

d'arte a quale la paragoneresti?

Più che paragonare la mia vita a una sola

opera d'arte, direi che vorrei essere un contenitore

di emozioni e di grandissime opere

come il MoMA di New York, tra l'altro

una città cui sono molto legato.

Nel tempo libero ti capita di andare a visitare

musei?

In realtà nei pochissimi momenti di tranquillità

lavorativa, divento molto pigro e

cerco di rilassarmi guardando film e serie

tv. Quando invece ho l'occasione di girare

l'Italia o andare all'estero per lavoro mi ritaglio

sempre un momento per visitare musei

o posti che hanno in qualche modo fatto

la storia...

Artista preferito?

Non c'è un artista preferito, posso però citarne

un paio, uno per motivi di ricordi

personali e scolastici, cioè “Paul Gauguin”,

l'altro per motivi attuali “Banksy”. Di lui

mi intriga anche il fatto che non si sa chi sia...

Concludiamo con un saluto da parte tua

ai lettori di Art&Art

Cosa dire... chiuderei con una celebre citazione

che dedico a tutti i lettori di

Art&Art: “la bellezza sta negli occhi di chi

guarda”, mai come in questo caso frase più

giusta per tutti voi!!!


56

Art&Vip

A tu per tu con

MARIA RAFFAELLA NAPOLITANO

“La più giovane produttrice Tv d'Italia”

può avere la presunzione di

saper fare tutto, ma si deve

sempre essere sul pezzo per far

sì che ogni ingranaggio collimi

con l’altro.

Sei una fra le più giovani produttrici

d'Italia. Che consiglio

vuoi dare ai giovani che vogliono

intraprendere la tua

carriera?

Fiducia nelle proprie capacità,

motivazione, tenacia. Sono i

consigli che mi sento di poter

dare ai giovani per permettere

di raggiungere gli obiettivi più

importanti nel lavoro come

nella vita. è importante inseguire

i propri sogni, ma anche

coltivare il talento con duro lavoro,

le strade facili che tanti

pensano di percorrere non esistono.

Quello che possiamo fare

quindi e in cui la nostra generazione

è maestra è credere

nei sogni e non lasciarsi scoraggiare,

riconoscendo i propri

limiti. Nel mio caso ha funzionato.

Ci ho creduto e con sacrificio

sono arrivata dove volevo.

Nonostante la tua giovane età

sei stata già premiata come

eccellenza da una prestigiosa

ambasciata. Che emozioni hai

provato?

è stata un’emozione grandissima

ricevere un riconoscimento

così grande dall’Ambaa

cura della redazione

Come nasce la tua

passione per lo

spettacolo e la

Tv?

E’ merito o forse

colpa dei miei

genitori, da piccola mi lasciavano

un bel po’ di tempo davanti

la tv a guardare i cartoni

animati .Con il passare degli

anni non nego che guardo ancora

i cartoni animati (ride) e

quando ho tempo adoro rilassarmi

sul divano guardando un

bel film o programmi di intrattenimento.

Quali sono le caratteristiche

che un bravo produttore dovrebbe

avere?

Un bravo produttore si occupa

del controllo e di ogni aspetto

della produzione di un'opera

televisiva, dal finanziamento,

allo sviluppo del concept alla

scelta dei ruoli, alla supervisione

delle riprese e della messa

in onda, quindi occorre avere

capacità imprenditoriali, creative

e un forte intuito ,se così

vogliamo dire. Poi è anche

vero che alla base di tutto c’è

la visione d’insieme e la capacità

di affidarsi a dei validi collaboratori.

Si deve sempre partire

dall’insieme per poi andare

ad aggiustare i dettagli avvalendosi

di professionisti. In questo

mestiere soprattutto non si


sciata della Repubblica Araba d’Egitto

a Roma alla presenza di S.E. Hisham

BADR Ambasciatore d’Egitto

in Italia. Sono felice e soprattutto lusingata

che abbiano scelto me. Il valore

aggiunto di questa bella serata è

stata la location, un’ambasciata, che

ha dato un tocco internazionale all’evento.

Chissà in futuro potrei anche

intraprendere un percorso da produttrice

all’estero.

Trend la nuova avventura televisiva

per la rete Mediaset. Da un'idea ad

un progetto televisivo...

L’idea di base era nella mia mente da

tempo, ma è stato necessario lavorarci

per arrivare al programma che

si vede su La5. Posso solo dire che

non è stato per nulla facile. Il mio

obiettivo era quello di realizzare un

format leggero, ma allo stesso tempo

non banale e che parlasse di nuove

tendenze attraverso il punto di vista

di esperti del settore. Il pubblico sovrano,

ha dato riscontri record in termini

di ascolti e per me questo rappresenta

la soddisfazione più grande.

Se dovessi paragonare la tua vita ad

un'opera d’arte... quale?

Direi senza dubbio L.O.V.E. di Maurizio

Cattelan, un’opera apparsa all’improvviso

davanti al più importante

palazzo della finanza italiana.

Anche io come questa opera sono arrivata

senza preavviso in un mondo

spesso difficile da approcciare che

diffida di chi è “nuovo”.

Qual' é il tuo artista preferito?

Non posso che rispondere Maurizio

Cattelan, un artista italiano fuori dagli

schemi capaci di stupire con ogni

sua creazione. A ben guardare tra

l’altro abbiamo anche qualcosa in comune,

la televisione. Secondo parte

della critica infatti sue opere come

“A Perfect Day” e “Hollywood” riprendono

aspetti appartenenti a format

televisivi degli anni ’80 e ’90.


58


MOSTRA “LE DONNE NELL’ARTE”

DAL 25 FEBBRAIO AL 7 MARZO 2020

KEKI-M ARIA TERESA SABATIELLO -M ARIA G RAZIA SESSA-EM M EG I'-SI.M O N

KEKI

M A RIA G RA ZIA SESSA -EM M EG Ì

TesticriticidiM onia M alinpensa

(A rt D irector -G iornalista)

Pittura intrisa di

profonda umanità

quella dell'artista

in arte Keki

che con una straordinaria

armonia

e bellezza di

rappresentazione

interpreta figure

di donne che

vengono dal profondo

dell'animo.

Ogni sua opera

emana sensualità

e un senso di

"Tejas" -2018 -acrilico su tela -cm 80x120

invulnerabilità in cui la quintessenza della figura femminile è pura esortazione

ai valori umani.L'artista Keky indaga con costante analisi e con

una propria realtà pittorica molto personale.

L'equilibrio compositivo,

il ritmo cromatico

e la perfetta

scansione dei piani

e dei volumi offrono

al fruitore una

dinamica estetica e

una sapienza tecnica

di personale

sintesi. L'evoluzione

delle forme geometriche

nell'iter dell'artista

Maria Grazia

Sessa, in arte

Emmegì,vive di una

"C oltivazioni" -2019 -olio su tela -70x70 coinvolgente e suggestiva

ricerca. Colori,

linee e simboli palpitano di emozioni e di un equilibrio

narrativo sempre intriso di costanti sensazioni.

Il dialogo continuo con le pietre di

mare è di assoluta e primaria importanza

per l'artista Maria Teresa Sabatiello

che ci regala un linguaggio

pregno di sensazioni uniche. Le o-

pere, che toccano temi umani fortemente

sensibili, prendono vita in un

contesto suggestivo caratterizzato

da costanti sentimenti e pure emozioni;

esse evidenziano uno stato

d'animo di notevole valore umano e

spirituale. L'artista, con straordinaria

vitalità e ricchezza interiore, dipinge

le pietre che incontra sulla

spiaggia con una fantasia assoluta

e con un costrutto cromatico di rilevante

effetto scenico. E' un'arte fatta

di interiori motivazioni e di contenuti

simbolici all'insegna di un mondo

intensamente evocativo.

"D onne strappate" -2014 -anim e di

pietra -26x33x29

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

w w w . l a t e l a c c i a . i t - i n f o @ l a t e l a c c i a . i t

M A RIA TERESA SA BATIELLO

SI.M O N

La qualità e la

padronanza

pittorica del o-

lio su tela è e-

vidente nelle o-

pere dell'artista

Si.mon, ella

con originale

elaborazione

tecnica ricrea

con un gusto

assolutamente

personale

intriso di

ricchezza compositiva

visi di

donne in cui la

"Ram ja" -2019 -olio su tela -80x100

preziosità materica

e la fantasia dei colori e dell'immagine vivono di costanti

sensazioni cromatiche e personale descrittiva. Ogni elemento

nella sua pittura è intensamente lirico a dimostrazione di un'arte

che sa trasmettere al osservatore magistrale stesura, sentimento

e contenuto.

Mostra a cura di Monia Malinpensa

reFerenZe e QuotaZioni presso la Malinpensa Galleria d’arte by la telaccia

O RA RIO G A LLERIA :D A L M A RTED I A L SA BATO D A LLE 10,30 A LLE 12,30 -16,00 A LLE 19,00


60

Grandi Mostre

ULISSE. L’arte e il mito

15 Febbraio 2020 - 21 Giugno 2020

Forlì, Musei San Domenico

Intervista a Fernando Mazzocca

Di Marilena Spataro

ULISSE. L'arte e il mito è

il titolo della mostra in

corso, dal 15 febbraio al

22 giugno 2020, ai Musei

San Domenico di Forlì.

Un evento espositivo che è un viaggio

lungo i secoli tra i capolavori dell'arte, tra

quelli che meglio raccontano del viaggio

e del mito di Ulisse, l'eroe greco al quale

Omero dedicò il poema l'Odissea. Una

grande viaggio dell’arte, non solo nell’arte.

Una grande storia che gli artisti

hanno raccontato in meravigliose opere.

La mostra mette in scena un itinerario

senza precedenti, attraverso capolavori di

ogni tempo: dall’antichità al Novecento,

dal Medioevo al Rinascimento, dal naturalismo

al neo-classicismo, dal Romanticismo

al Simbolismo, fino alla Film art

contemporanea. Un percorso emozionante,

a scandire una vicenda che ci appartiene,

che nello specchio di Ulisse mostra

il nostro destino. Poiché Ulisse siamo noi,

le nostre inquietudini, le nostre sfide, la

nostra voglia di rischiare, di conoscere, di

andare oltre. Muovendo alla scoperta di

un “al di fuori” sconosciuto e complesso

che è dentro di noi. La rassegna, promossa

dalla Fondazione Cassa dei Risparmi

di Forlì, è di quelle che solo i

migliori musei internazionali sanno programmare.

La sfida è confermare il profilo

alto delle esposizioni che in 15 anni

Forlì ha saputo creare, grazie alla forza

propulsiva e culturale della Fondazione e

alla regia di Gianfranco Brunelli, che dei

progetti espositivi ne è il responsabile.

Abbiamo intervistato per Art&Art Fernando

Mazzocca, curatore della mostra,

insieme a Francesco Leone, Fabrizio Paolucci

e Paola Reduce, che qui

ci illustra l'affascinante percorso

espositivo.

Come nasce, professore Mazzocca,

l'idea di questa mostra?

«L'idea di questa mostra nasce

da Gianfranco Brunelli,

coordinatore per la Fondazione

delle mostre dei Musei

San Domenico di Forlì. L'intento

è di realizzate un'iniziativa

che sia all'altezza delle

altre realizzate nel corso di

tanti anni in questo Museo.

Un evento che abbia da una

parte un profondo legame con

la cultura nazionale e occidentale

e dall'altra, comunque,

dotato di un respiro internazionale.

Ed infatti questa

mostra, al contrario di tante

altre che hanno indagato solo

alcuni aspetti dell'Odissea, indaga

per la prima volta in modo

specifico l'universilità della

figura di Ulisse che ha rappresentato

nei secoli, da quando

Omero ha concepito il suo

poema immortale, l'emblema

dell'uomo che per realizzare il

proprio destino deve misurarsi

con le prove, spesso molto

difficili, che la vita ci mette

davanti, e, soprattutto, deve

fare un viaggio che non è solo

un viaggio fisico, ma più che

altro interiore, alla riscoperta

di se stesso. Questo è un po' il

significato dell'Odissea e forse

pure la chiave del successo


che questo poema omerico ha avuto nei

secoli. Un poema articolato in vari episodi

e in vari personaggi e che rappresenta

diverse situazioni della vita umana,

dall'amore alla morte, dalla partenza al ritorno

alla vendetta, si tratta, perciò, di un

argomento che si presta ad essere affrontato

sotto una serie di sfaccettature. Sicuramente

la mostra non sarebbe mai stata

concepita se non avessimo accertato in

via preliminare che il mito di Ulisse

creato da Omero ha avuto nei secoli un'ininterrotta

fortuna figurativa, quindi nelle

arti. Possiamo affermare che non vi è

stata mai una interruzione; anche in un

periodo come il Medioevo, in cui la classicità

era lontana, il mito di Ulisse assume

una grande importanza, tant'è che il

suo personaggio è una delle figure centrali

della Divina Commedia di Dante,

cui, appunto, è dedicato il ventiseiesimo

canto dell'Inferno. Il contributo dell’arte

è stato decisivo nel trasformare il mito,

nell’adattarlo, illustrarlo, interpretarlo

continuamente in relazione al proprio

tempo».

Come si articola, più nel dettaglio, il percorso

di questa rassegna e quali le opere

più importanti in mostra?

«è una mostra di circa 250 opere suddivise

in 15 sezioni. La partenza è il grande

spazio della Chiesa di San Domenico, utilizzato

solo in un'altra occasione, dove è

collocata una nave greca i cui resti sono

conservati nel Museo di Gela e che è stata

montata qui per la prima volta e messa

così in mostra in una scenografia alquanto

accattivante. è una nave del IV

secolo avanti Cristo non molto lontana

dalle ipotetiche imbarcazioni su cui navigava

Ulisse. è un'opera di grande impatto

e fascino che dialoga, dando così il senso

di questa nostra esposizione che è un percorso

dall'antichità al contemporaneo,

con un imponente cavallo di Mimmo Paladino.

Questo a sua volta è l'interpretazione

contemporanea di quel famoso cavallo

che come sappiamo è stata l'astuta

trovata di Ulisse che ha permesso di sconfiggere

Troia. La mostra si articola attraverso

delle sezioni a grossi blocchi cronologici.

La prima parte è dedicata all'antico

che, sempre nella grande navata della

chiesa, é presente con pezzi molto importanti,

soprattutto grandi sculture classiche

di derivazione greca e romana. Dell'antico

si passa poi al Medioevo facendo

leva proprio sulla fortuna della figura di

Ulisse nella Divina Commedia. Abbiamo

così dei famosi codici miniati tra cui spiccano

alcune bellissime miniature realizzate

da Liberale da Verona e che rappresentano

il famoso episodio dantesco su

Ulisse. Nella sezione dedicata al '400 vediamo

le vicende e la figura di Ulisse rappresentate

su oggetti pregiati, soprattutto

sui famosi cassoni nuziali, ciò anche per

il fatto che le vicende di questo eroe

greco sono legate alla moglie Penelope e

al figlio Telemaco, quindi alla famiglia.

C'è infatti, come si sa, tutta una parte domestica

dell'Odissea, oltre a quella che

tratta delle straordinarie avventure di

Odisseo. Tali avventure destano, invece,

attenzione nella pittura successiva, tra

'500 e '600, un periodo che in questa rassegna

è presente e documentato da grandi

dipinti, arazzi e oggetti di carattere diverso,

tra cui parecchie sculture. Il continuo

dialogo tra pittura e scultura prosegue

nell'800, quando vengono trattati

molti dei temi che hanno avuto fortuna

nei secoli precedenti, a partire dal personaggio

di Penelope, che nel '500 è documentato

in mostra da uno straordinario

dipinto del Beccafumi. In età neoclassica,

tra '700 e '800, prevale, una Penelope,


62

quale viene rappresentata dalla pittrice

Angelica Kaufmann, che aveva una vera

e propria passione per questo personaggio,

ovvero dal pittore Joseph Wright, che

la rappresenta in uno straordinario dipinto

che ci arriva dal Museo Ghetti di Los Angeles».

Quali i capolavori esposti che, a suo avviso,

possono colpire maggiormente il visitatore

per la loro intensità emotiva,

oltre che visiva?

«Rispetto al periodo preso sopra in esame,

un altro protagonista, tra neoclassicismo

e romanticismo, di grande impatto

emotivo, oltre che visivo, è Hayez che ha

rappresentato diversi momenti dell'Odissea,

dando particolare rilievo alla figura

di Aiace naufrago che impreca contro gli

dei, quindi l'uomo romantico che si ribella

al proprio destino, ovvero che ha

anche rappresentato Ulisse alla corte di

Alcinoo mentre sta ascoltando dal cantore

cieco Demodoco la narrazione della

guerra di Troia e che a un certo punto si

commuove nascondendosi il volto con il

mantello, episodio questo tra i più toccanti

dell'intero poema omerico, peraltro

tutto basato sul tornare indietro alle vicende

del passato come in una specie di

flashback. Altra opera di grande interesse,

riferibile a una sensibilità tra il neoclassico

e il romantico, è un dipinto di Füssli,

pittore visionario che rappresenta Ulisse

sceso nell'Ade mentre interroga sul proprio

destino il profeta cieco Tiresia; qui

l'eroe greco dimostra di non aver paura di

andare nell'aldilà, nonchè di porsi quelli

che sono gli interrogativi fondamentali

che riguardano la vita umana. Nell'800

prevale un altro tema che avrà molta popolarità:

è l'incontro fatale di Ulisse con

le Sirene. Omero non descrive queste figure,

esse nell'antichità erano rappresentate

come metà donne e metà uccello,

mentre nel Medioevo l'iconografia cambia,

così che diventano metà donna e

metà pesce. Tale iconografia prevale e il

mito delle sirene sia quello legato all'Odissea,

ma anche sganciato dallo stesso

poema invade l'immaginario collettivo.

Le Sirene diventano simbolo della

donna fatale in un momento in cui, come

nell'800, tra romanticismo e simbolismo,

c'e' un radicale mutamento della figura

della donna, e mentre, prima l'eroina era

Penelope, quindi la donna fedele, ora le

eroine diventano le Sirene o Circe, quindi

la donna emancipata che può anche sedurre

e soggiogare l'uomo, questo in perfetta

coincidenza appunto con l'immagine

delle donne fatali la cui figura domina

l'Europa prima del Primo conflitto mondiale.

Altri dipinti sul tema che vediamo

in mostra, quelli del pittore vittoriano

Whaterhouse, sempre di questo artista ricordo

in particolare il dipinto “La Circe


invidiosa”, un bellissimo quadro, presente

in un'altra sessione, davvero un capolavoro,

che viene dall'Australia, da

Melbourne, e in cui la donna fatale in tal

caso, Circe, viene rappresentata nell'atto

di versare nel mare una pozione magica

che trasformerà la ninfa Scilla in un mostro

marino, una visione terribile che l'artista

è riuscito a raffigurare in tutta la sua

crudeltà».

Per il '900 quali i dipinti più significativi

del viaggio di Ulisse in esposizione?

«Per il '900 certamente un artista che più

ha reso il senso profondo del viaggio di

Ulisse è De Chirico, presente in mostra

con un quadro straordinario che vede un

Ulisse naufrago mentre sta riflettendo su

tutte le peripezie che ha vissuto. Conoscendo

il legame di De Chirico con la

Grecia, dove era nato, e, quindi, con la

cultura classica, è evidente come per lui

Odisseo diventa l'emblema dell'uomo che

viaggia dentro se stesso. Una sorta di eroe

metafisico animato dalla volontà di sapere

che può andare anche oltre i limiti.

Quei limiti, appunto, che Ulisse volle varcare

nella Divina Commedia, dove dirige

le vele oltre le Colonne di Ercole, rischiando

la fine».

Quanto le arti figurative hanno contribuito

a tenere vivo il mito di Ulisse e del

suo viaggio nei secoli e nella contemporaneità?

«Il tema affrontato dalla mostra è quello

di Ulisse e del suo mito, che da tremila

anni domina la cultura dell’area mediterranea

ed è oggi universale. La mostra si

apre con un grande capolavoro di Rubens

che viene da Praga, il Concilio degli Dei,

finisce con un'opera spiazzante, collocata

in uno spazio particolare: un video di Bill

Viola sul tema di Ulisse. Un tema di grande

attualità in ogni periodo e in ogni secolo

e che continua e essere di straordinaria

attualità».

Molte delle opere in mostra arrivano da

musei internazionali di grande prestigio.

Cosa ha comportato ottenere questi prestiti

dal punto di vista organizzativo ed

economico?

«Vero, in mostra abbiamo dei pezzi molto

importanti che arrivano da musei prestigiosi

sia nazionali che interazionali e questo

ha comportato una ricerca lunga e

laboriosa, oltre che un grande sforzo sia

dal punto di vista delle risorse umane che

finanziarie. Credo, però, che ne sia valsa

la pena».

Per informazioni:

tel. 0543.1912030-031

email: mostre@fondazionecariforli.it

web: www.mostraulisse.it

fb: @mostraUlisseForli

catalogo: Silvana Editoriale


64

Rita Lombardi

Senza titolo - tecnica mista su tela - cm. 50 x 50

opera selezionata per il Progetto Tv Laboratorio AccA

Porto turistico di Roma - Loc. 876- Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

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Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055 2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


66

“due minuti di arte”

IN DUE MINUTI VI RAccONTO

LA STORIA DI PAUL céZANNE:

ARTISTA RIVOLUZIONARIO,

DALL’ANIMO IRAScIBILE

di Marco Lovisco

www.dueminutidiarte.com

www.facebook.com/dueminutidiarte

Insicuro, iracondo, silenzioso, visionario:

ci sono molti aggettivi per

descrivere Paul Cézanne, un artista

che di certo non deve aver avuto un

carattere facile. C’è chi dice che non

amasse essere toccato e che una volta,

caduto in terra dopo una passeggiata,

criticò aspramente l’amico che lo aveva

preso per un braccio per aiutarlo a rialzarsi.

Un carattere difficile, per raggiungere

un obiettivo sconfinato, quello

di cogliere con una pennellata l’essenza

stessa della realtà. Un progetto ambizioso,

portato avanti tra lo scetticismo dei

contemporanei e le aperte critiche degli

“accademici”. Un traguardo difficile, forse

troppo, ma è solo puntando alla luna

che si fa la rivoluzione, anche nell’arte.

Vi racconto tutto questo in due minuti (di

arte).

1. Paul Cézanne (Aix-en-Provence 1839-

1906) è stato un pittore francese, considerato

uno dei più grandi artisti del XIX

secolo. è di origini italiane. La sua famiglia

proveniva infatti dal Piemonte e

aveva cognome “Cesana”, poi francesizzato

in “Cézanne”. Nacque in una famiglia

ricca. Il padre, Louis Auguste, era

un imprenditore di successo.

2. Il confronto con il genitore, uomo

sicuro di sé, autoritario e conservatore,

lasciò il segno nel carattere dell’artista,

rendendolo insicuro e irascibile. Tale

conflitto emerge in alcune opere, come

nel celebre “Ritratto di Louis-Auguste

Cézanne”, in cui l’artista raffigurò il padre

in pantofolone e intento a leggere

“L’Evénement”, giornale che Louis Auguste

disprezzava profondamente.

3. Il padre, pur non apprezzando la scelta

del figlio di divenire artista, gli permise

di frequentare le migliori scuole di Francia

e lo aiutò economicamente assegnandogli

un modesto assegno mensile. Fu al

Collegio Bourbon che nel 1852 Cézanne

strinse una lunga amicizia con il celebre

scrittore Emile Zola.

4. A ventidue anni (1861) Cézanne si

trasferì a Parigi, capitale dell’arte europea.

Lì conobbe Pissarro e con lui cominciò

a frequentare il Café Guerbois,

luogo di ritrovo di quelli che sarebbero

diventati “Gli impressionisti”. Fu grazie

a quelle amicizie che Cézanne partecipò

alla prima mostra impressionista, nello

studio del fotografo Nadar a Parigi, nel

1874. L’artista prese parte anche alla

terza mostra del gruppo ma non aderì mai

del tutto al movimento, continuando ostinatamente

a inviare le proprie opere al

Salon, rassegna istituzionale a cui erano

ammesse le opere previo giudizio da

parte di una giuria di “accademici”. I suoi

dipinti, troppo audaci e innovativi, venivano

puntualmente rifiutati dai rigidi

giudici del Salon che accettarono di e-

sporre una sua opera solo nel 1882 e solo

grazie all’intercessione del pittore Antoine

Guillemet, suo amico e membro


della giuria.

5. Del resto il modo di dipingere di Cézanne

era rivoluzionario per l’epoca, cosa

che spingeva la critica a guardarlo con

sospetto. Cézanne infatti, non si limitava

a rappresentare la natura così come la

vedeva ma voleva rappresentarla per come

era, sforzandosi di coglierne l’essenza

“eterna”. Per fare questo rifiutava le tradizionali

regole della prospettiva, per

mostrare il soggetto ritratto da diversi

punti di osservazione.

6. Questa sua incessante ricerca fu di

ispirazione all’amico Zola per la stesura

del romanzo “L’Oeuvre” (L’opera, pubblicata

nel 1886), che racconta di un

artista alla fallimentare ricerca di un

nuovo modo di fare arte. Cézanne, quando

lesse il libro si offese profondamente

e decise di tagliare per sempre i rapporti

con l’amico.

7. Cézanne non doveva avere un carattere

semplice. Non amava essere toccato e

quando ritraeva qualcuno, lo costringeva

a sedute di posa che duravano giorni e

giorni, senza che l’artista ammettesse cali

di concentrazione. Ciò nonostante proprio

una delle sue modelle, Hortense Fiquet

diventò sua moglie. Per paura del

giudizio del padre, Cézanne tenne questo

rapporto segreto per anni, anche dopo la

nascita del primo figlio nel 1872. Per

fortuna Pissarro aiutò il collega ospitando

la famiglia a casa sua, in attesa che le

condizioni economiche di Cézanne migliorassero.

8. Con la morte del padre, avvenuta nel

1886, Cézanne diventò un uomo ricco.

Stanco della vita parigina, nel 1891 si

trasferì ad Aix-en-Provence per proseguire

la sue ricerca artistica nella quiete

della campagna, dedicandosi al ciclo delle

Bagnanti (1900-1905). Il suo nome

cominciò a farsi strada nel mondo dell’arte

e l’artista cominciò a ricevere di

frequente la visita di giovani allievi, i-

spirati dal suo lavoro.

9. Cézanne morì nel 1906 in circostanze

particolari. Tornando a casa da una sessione

di pittura, venne sorpreso da un

temporale e cadde a terra perdendo i

sensi. Fu presto soccorso e portato a casa

ma il freddo e le ferite lo fecero ammalare

gravemente portandolo alla morte poche

giorni dopo.

10. Le opere di Cézanne influenzarono

profondamente gli artisti successivi, da

Picasso a Modigliani. Ad un anno dalla

sua morte, al Salon d’Automne, gli venne

dedicata un’imponente retrospettiva commemorativa.

Secondo molti, è con questa

mostra che prese vita il cubismo. Il suo

dipinto I giocatori di carte (di cui ne esistono

5 versioni) è stato battuto all’asta

nel 2011 per 250 milioni di dollari. Un

record, battuto nel 2015 dall’opera “Nafea

faa ipoipo” di Paul Gauguin, venduta

per 300 milioni di dollari.


68

Cristina Fornarelli

“Per due che come noi...” - 2020 - olio su tela - cm. 50 x 50

opera selezionata per il Progetto Tv Laboratorio AccA

Porto turistico di Roma - Loc. 876- Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com


Di base astratta, le

opere pittoriche dell’Artista

Raffaella

De Santis ci conducono

in un mondo

di essenza ritmica

del colore e

della luce evidenziando

un discorso

emozionale continuo.

La materia protagonista

nel suo

iter fissa sulla tela

un perfetto connubio

tra spazio e

piano prospettico

all’insegna di un’enfasi

creativa e di una

“M utazioni” -2008 -olio su tela -cm 140x140

energia visiva costante.La

costruzione dell’immagine e gli accordi timbrici sono affrontati dall’artista

con uno stile del tutto suo in maniera armoniosa e simbolica, dove

le forme astratte, espresse con moderna concezione, vivono all’interno dell’opera

con un vissuto d’impianto grafico-cromatico e con linee di demarcazione

di ampio respiro simbolico.

MOSTRA D'ARTE “LE DONNE NELL’ARTE”

DAL 1O AL 21 MARZO 2020

PAO LA M ARIA CO LO M BO -LU ISA PICCO LI-RAFFAELLA D E SAN TIS -EVA TREN TIN

PA O LA M A RIA C O LO M BO

“A dolescente” -2017 -fotografia artistica

elaborata digitalm ente -cm 50x50

Emerge dall’elaborazione

digitale di

fotografie dell’Artista

Paola Maria Colombo

il tema sulla

donna e sul serpente

in un essenziale

connubio in

cui la propria fantasia

e la propria personalità

vive in piena

libertà di espressione

e di ricerca

concettuale. Il serpente,

simbolo antichissimo

nella mitologia,

nella religione,

nell’alchimia

e nella psicoanalisi

rappresenta la fecondità,

la forza e

l’energia proprio come l’essere femminile che si imprime incisivo nel suo

percorso artistico.

RA FFA ELLA D E SA N TIS

TesticriticidiM onia M alinpensa

(A rt D irector -G iornalista)

L’intensità straordinaria

del sentimento

viene mirabilmente

e-

spressa ed e-

saltata dal modo

di dipingere

dell’Artista Luisa

Piccoli che

è senza ombra

di dubbio capace

di definire il

suo percorso con

un’impegnata

scansione figurale.

E’ un’arte

che riflette il suo

moto interiore

dell’animo e che

si fonde in un ricorrente

aspetto

“End” -2018

collage e tecnica m ista -cm 50x70

socio-umano ricco di valori e di contenuti.

Le opere dell’artista

Eva

Trentin si rivestono

di veri

stati emozionali,

le sue

sono creazioni

sensoriali e

pertanto vanno

toccate e

ascoltate nel

profondo. La

natura, protagonista

assoluta

nell’iter dell’artista,

è capace

di far vibrare l’animo di chi la osserva. Foglie, fiori e terra,

che vengono cotti, essiccati e macinati con originale tecnica, vengono

ulteriormente impreziositi dalla foglia d’oro, dalla ceralacca

e dalle polveri naturali. I materiali da lei usati sono stesi sulla superficie

del legno con magistrale bravura e sensibilità.

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

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LU ISA PIC C O LI

EVA TREN TIN

“L’albero delle M em orie Piangenti” -2019

tecnica m ista su tavola -cm 100x100

Mostra a cura di Monia Malinpensa

reFerenZe e QuotaZioni presso la Malinpensa Galleria d’arte by la telaccia

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Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 - info@tornabuoniarte.it

Milano 20121 - Via Fatebenefratelli, 34/36 - Tel. +39 02 6554841 - milano@tornabuoniarte.it

Forte dei Marmi 55042 - Piazza Marconi, 2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeimarmi@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055 2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


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Forlì, Musei San Domenico

15 febbraio - 21 giugno 2020

L’ARTE E

IL MITO

Informazioni e

Orario di visita

prenotazioni mostra

da martedì a venerdì:

tel. 199.15.11.34

9.30-19.00

Riserva

ato grup

ppi e scuole sabato, domenica,

tel. 0543.36217

giorni festivi: 9.30-20.00

mostraforli@civitaa .it

Lunedì chiuso.

13 aprile e 1º giugno

Biglietti

apertura straordinaria

I ntero € 13,00

Ri dotto € 11,00

La biglietteria

chiude un’ora prima

Catalogo

SilvanaEditoriale www.mostraulisse.it

Fondazione

Cassa dei Rispa

di Forlì

in collaborazione

Comune di Forlì

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Lucia Arcelli

“La luce della Luna” - tecnica mista su tela gallery - cm 50 x 50

opera selezionata per il Progetto Tv Laboratorio AccA

Porto turistico di Roma - Loc. 876- Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

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74

“Maddalena” - 1967 - carboncino su carta


BIANCO SU NERO

A cura della redazione

“Sara” - 1967 - carboncino su carta - cm 39x24

“Alberi” - 1978 - inchiostro su cartoncino - cm 33x24

“Matilde” - 1970 - inchiostro su carta - cm 35x49

D

opo le ventuno opere

della serie “I quadri dell’orbo”,

Giancarlo Cerri,

pittore milanese classe

1938 da oltre dieci anni

ipovedente, torna al Centro Culturale di

Milano in Largo Corsia dei Servi 4 dal

29 aprile al 21 maggio 2020 con la mostra

“Quando l’orbo ci vedeva bene”, dedicata

interamente alla forza espressiva

del bianco e nero.

Artista e grafico pubblicitario sin dagli

anni Cinquanta, Giancarlo Cerri ha attraversato

appieno gli anni 60/70 dell’arte

milanese, conoscendone alcuni dei

principali protagonisti e facendosi notare

tra il 1969 e il 1972 con due personali

alla storica galleria Barbaroux di Milano,

ovvero in uno dei templi della grande

pittura figurativa novecentesca, che lo

aveva subito percepito come “costola”

di due suoi campioni, Carrà e Tosi.

Le 45 opere esposte a Milano, la maggior

parte disegni su carta e tutte realizzate

tra gli anni Sessanta e il 2004, anno

in cui la grave maculopatia ha costretto

l’artista ad abbandonare l’attività pittorica,

sono divise su quattro sezioni: 20

tra ritratti e nudi femminili, 11 tra paesaggi

e figure morte, 8 sequenze e 6 dipinti

di arte sacra.

Giancarlo Cerri: «Il bianco e nero racchiude

in sé la struttura portante del quadro

futuro. Esprime i valori plastici dell’opera,

i suoi significati. Custodisce l’idea,

ma può farlo solo se lo sorregge una

tecnica esecutiva solida. Ecco perché le

etichette “figurativo”, “informale” e “astratto”

sono, e nel mio caso più che mai,

soltanto le definizioni di un periodo: il

disegno resta sempre la base più solida

per ogni tipo di pittura».

è dunque la consapevolezza del valore

assoluto del disegno nel processo creativo

che Giancarlo Cerri vuole rimarcare

e che appare evidente nelle opere esposte,

per ribadire - come sottolinea Elisabetta

Muritti nel suo testo in catalogo -

che il disegno è l’idea prima del colore,

e di conseguenza è l’anima dell’opera,

di ogni opera. Dopo il disegno, solo

dopo, e solo eventualmente, ci potrà essere

il “corpo a corpo” con il colore.

Il bianco e nero possono essere entrambi

sinonimi di eleganza e purezza, oppure

l’uno l’opposto dell’altro, luce e ombra.

Tuttavia, per Giancarlo Cerri c’è un colore

onnipresente e onnipotente che lo ha

sempre accompagnato, il nero, che nei

suoi quadri mutua a seconda dei soggetti,

tanto che è lui stesso a parlare di

Neri, al plurale, in quanto il nero è stato

di volta in volta rielaborato con l’aggiunta

di altri colori come il rosso carminio

o il blu oltremare.

Il corpo più ampio delle opere esposte a

Milano – molte delle quali mai esposte

sino ad ora - sono 20 disegni su carta fra

ritratti di donne e nudi femminili dove

l’uso del nero esalta la sensualità di una

curva del corpo o semplicemente di uno

sguardo.

Sara, Ester, Maddalena sono i nomi di

volti e di corpi di giovani donne catturate

con pochissimi, sicurissimi tratti, a racchiudere

misteri e non detti di donne che

erano l’espressione di una nuova femminilità

che avanzava, evidente nell’Italia

degli anni Sessanta e Settanta, e che

Giancarlo Cerri ha decisamente saputo

imprimere sulla carta.

Il secondo gruppo di opere in mostra

comprende 11 lavori, tutti realizzati tra

gli anni Sessanta e Ottanta, dei quali 9

su carta (7 paesaggi e 2 nature mor- te),

e 2 studi su tela (1 cava e 1 foresta), dove

è chiara la vocazione informale dell’artista

e dove i segni agiscono in maniera

forte e decisa sul sistema percettivo di

chi guarda.

Le ultime due sezioni della mostra sono

invece composte da 8 sequenze, disegni

astratti su carta e su tela degli anni Novanta,

sviluppo consequenziale delle ricerche

naturalistiche del decennio precedente

ed approdo all’astrazione pura, dove

ciò che conta non è più il racconto ma

l’immagine, e da 6 opere di arte sacra,

cinque su tela e un disegno su carta applicato

su tavola, nate da quell’11 settembre

2001 che ha cambiato per sempre

l’Occidente.

Se negli studi delle Sequenze il nero mostra

chiaramente come sarà la densità e


76

“Dalla finestra” - 1963 - inchiostro su carta - cm 23x26

“Vassoio con frutta” - 1967 - inchiostro su carta - cm 24x33

“Martire” - 2004 - acrilico su carta - cm 76x56

“Sequenza” - 1991 - acrilico su tela - cm 120x80

la forza del quadro, nelle opere di arte sacra

il nero, profondo come una crepa o una ferita,

sommato all’assenza del colore, vuole

sottolineare la gravità e allo stesso tempo la

spiritualità di scene drammaticamente tragiche.

Opere che nascono dalla visione di uomini

e donne che, sperando di fuggire alle

fiamme e alla morte certa, si lanciano nel

vuoto a braccia aperte, come croci capovolto,

nella vana fede di un destino differente.

QUANDO L’ORBO CI VEDEVA BENE

Centro Culturale di Milano

Largo Corsia dei Servi 4

29 aprile – 21 maggio 2020

Ingresso libero

Orari di apertura al pubblico:

da lunedì a venerdì 10.00-13.00, 14.00-18.00

sabato e domenica 15-19

Informazioni: info@deangelispress.com

Giancarlo Cerri è nato nel 1938 a Milano,

città in cui da sempre vive e lavora.

Ha iniziato a dipingere giovanissimo

nella metà degli anni Cinquanta.

Dal 1956 al 1976 la sua attività

si svolge fra pittura e grafica pubblicitaria.

Dal 1977 si dedica esclusivamente alla

pittura, con alcune incursioni nel campo

della critica d’arte. Dal 1988 al 1995

è direttore artistico del Centro Culturale

De Gasperi di Milano.

Per una grave malattia oculare non dipinge

più da diversi anni, le sue ultime

opere risalgono alla primavera del 2005.

Nel mese di febbraio 2012 ha pubblicato

“La pittura dipinta – le mie quattro

stagioni”, un volumetto dove egli

spiega le sue quattro stagioni di pittore:

1955-1975, figurazione tipicamente

italiana con riferimenti alla pittura

novecentista in cui prevale la tematica

del paesaggio; 1976-1991, periodo

informale materico naturalistico,

eseguito su tele di vaste dimensioni a-

venti per tema dominante le “Grandi

foreste”; 1992-2005, percorso nell’astrattismo

essenziale, opere dipinte con

il solo uso di due-tre colori, ovvero le

“Sequenze” e “Grandi sequenze”.

Tra il 2001 e il 2005, dipinge un ciclo

di quadri di arte sacra aventi quale

principale soggetto la Croce, intesa come

simbolo della umana tragica sofferenza.

La sua ultima mostra, “I quadri dell’orbo”,

si è svolta al Centro Culturale

di Milano nel 2019.


“La caduta del mito” - 2001 - cm. 180x125, olio su tela

Comune di San Donato Milanese

collezione museale d'arte moderna e contemporanea


78

Art&Events

Grande successo per la rappresentazione teatrale

“I segreti del Bergamone” di Paolo Casiraghi

Una serata all’insegna del divertimento quello andata in scena

presso il Centro Congressi di Bergamo. Ospite d’eccezione

il presentatore Mediaset Anthony Peth che ha dato il via

alla serata. Ad apparire per prima sul palco Suor Nausica, la monaca

bergamasca del Monte Bergamone. Il pubblico è stato parte integrante

dell’ultimo numero della serata che ha visto salire in scena il cantante

spagnolo Manuel Garcia Chuparosa de la Pierna che con la sua interpretazione

anticonvenzionale di Romeo e Giulietta. Un appuntamento

caratterizzato da musica con la musicista internazionale Juli e

la comicità che ha arricchito il sabato sera bergamasco, prodotto dalla

N&M Management in collaborazione con Banca Mediolanum.

Fashion Opening Beuty Salon Empire

Un evento

molto glamour

e tanto

atteso nella Capitale.

Centinaia di

persone per Via dei

Frassini in Roma,

al Fashion Opening

per il nuovo Beauty

Salon Empire.

Alla corte di Brunilda,

nota ed apprezzata

consulente d'immagine di numerose star dello

spettacolo. La prima ad arrivare Milena Miconi, madrina

d'eccezione dell'evento, elegante in total black. In splendida

forma Stefania Orlando accompagnata dall'amica

e giornalista di Rai 3 Mariella Anziano. Non sono mancate

poi le dirette della Web star Emilia Clementi insieme

all'amica Alessandra Barzaghi di Radio Subasio.

Presenti anche le attrici Valentina Gemelli, Paola Lavini

e Rita Pasqualoni con l'affascinante Elisabetta

Viaggi e Alessandra Ziliotto (Miss Top Curvy). La serata

è proseguita fino a tarda sera con numerosi ospiti e

una torta con crema chantilly.

Successo per “La Voce del fiume”

Il Folle a Nettuno diventa la meta dei Vip

La Dimora di charme “La Voce del fiume” da sempre attenta alle eccellenze

del territorio, apre le sue porte alla cultura, all’informazione,

alla musica e alle amministrazioni “illuminate”, organizzando il Premio

“La Voce del fiume”. Grande successo per questa prima edizione nella splendida

cornice storica del palazzo ottocentesco che ospita uno dei B&B più particolari

della Basilicata, incastonato nel cuore del borgo medievale di Brienza, all’ombra

del Castello Caracciolo, Dalle mani della giornalista Annamaria Sodano, hanno

ricevuto il premio: Domenico Tripaldi (Direttore Generale della Regione Basilicata),

la dirigente Patrizia Minardi, i giornalisti Lisa Bernardini e Umberto Garibaldi,

sezione tv premio a Mariella Anziano (Rai3) e Anthony Peth (Mediaset)

e poi ancora Imma Battista (Direttore Conservatorio di Musica “Giuseppe Martucci”)

e Franco Rina (Direttore e Fondatore del Festival Cinematografico Internazionale

“CinemadaMare”). L’evento organizzato in collaborazione con la

Banca Monte Pruno, è stata un’occasione per promuovere il territorio e le sue

peculiarità e per premiare le eccellenze nazionali contraddistinte nel loro operato.

Torna a Nettuno con grande successo il Festival del Mediterraneo,

con un programma ricco di appuntamenti e super ospiti

che hanno messo in risalto e valorizzato la storia e la cultura

della pesca di Nettuno (bandiera blu del Lazio). Non sono mancati

come sempre musica, arte, cultura e soprattutto buon cibo, l'evento

che si svolge dal Folle, luogo di ritrovo per i cultori del pesce fresco,

ha visto come special guest la splendida attrice Antonella Salvucci,

che per l’occasione a festeggiato il suo compleanno. Questa manifestazione

capitanata dal direttore Roberto Spadaro e dallo Chef Mattia,

valorizza il pescato della giornata.


Il ballerino delle dive

All’Oasi Parck il Carnevale dei successi

Un successo dopo l’altro per il ballerino delle dive Simone

Ripa, spesso ospite nei salotti televisivi e ideatore di eccellenze,

coniando la sua passione per la danza con quella per

la cucina. Proprio questi giorni un grande evento in suo onore circondato

da numerosi personaggi del mondo dello spettacolo presso lo storico

ristorante Mamma Italia, che porta appunto il nome della Sig.ra

Italia, nasce a Roma circa 60 anni fa. A conduzione famigliare, la caratteristica

principale di questo ristorante, oltre alla cucina tipica romana,

è l’adiacenza ad alcune sale di ballo gestite proprio da Simone

Ripa, direttore artistico, coreografo e ballerino. L’Accademia Fuego

Latino e il ristorante Mamma Italia ospitano ogni settimana numerosi

stimatori della buona cucina e appassionati dei ritmi latino americani,

tango argentino e tanto altro.

Carnevale per tutti, anche per le famiglie dei poliziotti! Ebbene

si trionfa La festa di Carnevale del Poliziotto Mosap (Movimento

Sindacale Autonomo di Polizia), quest’anno dedicate

alle Supermamme di Steps Aba Onlus, che si occupa di migliorare

lo stato dei bambini con autismo che troppe volte non sono considerati

dallo stato e dalla società, e ad alcune Case Famiglie del Lazio.

Ad ospitare la 2^ edizione di questo speciale evento, il parco divertimenti

Oasi Park (quartiere Don Bosco). Tantissimi gli artisti invitati dal segretario

nazionale Mosap Fabio Conestà con la collaborazione di Marcello

Cuicchi. Ryan Paris, Gió Di Sarno, Luca Guadagnini,

Federico Saliola, Armando Tartaglini cover ufficiale di Zucchero

Sugar Fornaciari. Spazio anche alle risate con i numeri uno della comicità,

I Sequestrattori e Oscar Biglia. E inoltre anche Adriana Russo,

Julian Borghesan e Pietro Delle Piane. Presentatori della manifestazione

Fabrizio Pacifici e l’attrice e speaker radiofonica Sabrina

Crocco. Nel corso della giornata anche uno speciale spettacolo dei burattini

per i bambini più piccoli.

Maurizio Martinelli e il successo di Container

Da Frontoni la serata è cool

Container riconosciuta trasmissione radiofonica

dell’anno. Il format condotto dal cantautore e

speacker Maurizio Martinelli costruito come un

vero e proprio spettacolo a 360 gradi, dalla musica al

teatro, dalla letteratura al cinema. “L'ascoltatore è cambiato

e mi sono adeguato alla domanda che è arrivata

dalla nostra capitale, aumentando il talk anche sulla musica,

perché il pubblico vuole sapere cosa fa l'artista

anche fuori dal palco” afferma Martinelli, che ogni puntata

è record di ascolti, ma oltre ai numeri parlano i numerosi

ospiti che ogni puntata si alternano, in queste

settimane i protagonisti dell’ultima edizione di Sanremo.

All'insegna del divertimento e del motto dell'organizzatore

della serata ("Vendichero' i giorni tristi"), presso

la storica Pizzeria Frontoni - che dal lontano 1940

resta tra i locali trend più frequentati dell'Urbe - si è svolto un

folle giovedì grasso di Carnevale tra buon cibo, musica, balli

ed ospiti vip. Tra i presenti, si sono intravisti l' attore Francesco

Butteri, il giornalista Ivan The King da Milano, la giornalista

e PR Lisa Bernardini, il presentatore mediaset Anthony

Peth. Ad accompagnare la stilista delle Curvy, Elisabetta Viccica,

il modello-attore Amedeo Curatolo. A scherzare tutta la

sera, infine, con il proprietario Daniele è toccato all' imprenditore

della Roma by night Luciano Maiello. E la notte si è

fatta piccola, allietata anche dai ricordi di Daniele, nipote dell'

indimenticabile fotografo delle Dive Angelo Frontoni.


80

9

abiennale d’arte

internaZionale

a Montecarlo 2020

13-14 GiuGno

a tutti Gli artisti

sono aperte le seleZioni alla 9 biennale d’arte

internaZionale a Montecarlo 2020, pittura, scultura, GraFica, acQuerello,

incisione, ceraMica, FotoGraFia, Mosaico e opere realiZZate al coMputer.

teMa libero e teMa Fisso: “l’arte in ViaGGio alla scoperta dell’aMbiente”

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82

MOSTRE D’A R T E IN I T

a cura di Silvana Gatti

BASSANO DEL GRAPPA (VI)

PALAZZO STURM

DAL: 4 A PRILE 2020

FINO AL: 27 LUGLIO 2020

GIAMBATTISTA PIRANESI.

VISIONI DI UN ARChITETTO SEN-

ZA TEMPO

Palazzo Sturm ospita un gigante dell’incisione

mondiale: Giambattista Piranesi. La

mostra, a cura di Chiara Casarin e Pierluigi

Panza, propone i capolavori grafici di Giambattista

Piranesi (1720-1778) patrimonio

delle raccolte museali bassanesi. Un corpus

che comprende 15 incisioni sciolte e altre

racchiuse in 11 volumi ai quali si aggiungono

le 16 tavole delle Carceri d’invenzione

provenienti dalle collezioni dalla

Fondazione Giorgio Cini di Venezia. Disegnatore,

incisore, architetto e antiquario, Piranesi

è considerato l’ultimo grande esponente

dell’incisione veneta del ‘700. La sua

attività ha influenzato architetti, scenografi,

pittori e poeti come Victor Hugo e Charles

Baudelaire, Aldous Huxley, Henri Focillon

e Marguerite Yourcenar che gli dedicò una

biografia dove, a proposito delle Carceri

d’invenzione, scrive trattarsi di «una delle

opere più segrete che ci abbia lasciato in

eredità un uomo del XVIII secolo». Veneto

di nascita ma romano d’adozione, Piranesi

si colloca a cavallo tra rococò e neoclassicismo.

Giunto a Roma a venti anni, vi si

trasferisce definitivamente a partire dal 1747,

iniziando la produzione delle Vedute di

Roma. Per la prima volta i Musei Civici di

Bassano espongono al pubblico il corpus di

incisioni piranesiane delle collezioni permanenti,

comprendente alcune delle più celebri

Vedute di Roma: tavole raffiguranti

ruderi classici e monumenti antichi realizzate

dall’artista. A queste si aggiungono i

quattro tomi delle Antichità Romane. Assieme

alle Vedute, le Carceri sono l’opera

più famosa della produzione piranesiana e

testimoniano l’abilità nell’uso della tecnica

incisoria da parte dell’artista. Per la loro libertà

di immaginazione e per la capacità di

trasferire nel segno grafico una sensibilità

pittorica, le incisioni rivelano l’influenza

dei Capricci di Giambattista Tiepolo, incontrato

da Piranesi nel 1740.

BRESCIA

PALAZZO MARTINENGO

FINO AL: 7 GIUGNO 2020

DONNE NELL'ARTE. DA TIZIANO

A BOLDINI

La mostra documenta come l’universo femminile

ha avuto un ruolo fondamentale nella storia

dell’arte italiana, attraverso quattro secoli, dal

Rinascimento al Barocco, fino alla Belle époque.

L’esposizione, curata da Davide Dotti, organizzata

dall’Associazione Amici di Palazzo

Martinengo, col patrocinio della Provincia di

Brescia, del Comune di Brescia e della Fondazione

Provincia di Brescia Eventi, in partnership

con Fondazione Marcegaglia onlus, presenta

oltre 90 capolavori di artisti quali Tiziano, Guercino,

Pitocchetto, Appiani, Hayez, De Nittis,

Zandome- neghi e Boldini, artisti che hanno rappresentato

la personalità, la raffinatezza, il carattere,

la sensualità dell'emisfero femminile,

ponendo particolare attenzione alla moda, alle

acconciature e agli accessori tipici di ogni epoca.

Dame raffinate, eroine mitologiche, fanciulle

conturbanti, madri e popolane raccontano come

i più grandi maestri italiani hanno raffigurato su

tela l’universo femminile. Grazie alla collaborazione

con la Fondazione Marcegaglia Onlus,

appositi pannelli di sala approfondiscono tematiche

di attualità sociale quali le disparità tra uomini

e donne, il lavoro femminile, le violenze

domestiche, l'emarginazione sociale e le nuove

povertà. Le opere d'arte viste quali veicoli per

sensibilizzare il pubblico verso argomenti di

grande importanza socio-culturale. Il percorso

espositivo è suddiviso in otto sezioni tematiche

- Sante ed eroine bibliche; Mitologia in rosa; Ritratti

di donne; Natura morta al femminile; Maternità;

Lavoro; Vita quotidiana; Nudo e sensualità

– e documenta il rapporto tra l’arte e il

mondo femminile per evidenziare quanto la

donna sia da sempre il centro dell’universo artistico.

FERRARA

CASTELLO ESTENSE

DAL: 8 FEBBRAIO 2020

FINO AL: 7 GIUGNO 2 0 2 0

GAETANO PREVIATI, PITTORE TRA

SIMBOLISMO E FUTURISMO

Il castello Estense rende omaggio a Gaetano

Previati (Ferrara, 1852 – Lavagna, 1920), nel

centenario della sua scomparsa, in una mostra

con oltre sessanta opere e documenti inediti.

La rassegna documenta come la produzione

di Previati miri al superamento dei tradizionali

limiti della pittura da cavalletto. L’artista propone

un approccio innovativo verso i soggetti

e i meccanismi della visione, rinnovando l’arte

italiana verso la fine dell’Ottocento. Considerato

erede dei maestri del passato e guida del

divisionismo italiano, Previati apre la strada

anche ai giovani futuristi. La rassegna si apre

con un bozzetto del dipinto di tema storico Gli

ostaggi di Crema del 1879, con il quale si affermò

in pubblico. Le Fumatrici di oppio e la

Cleopatra testimoniano invece il fascino per i

soggetti maudit. Aderì al Divisionismo con

l’opera Nel prato, conservata a Palazzo Pitti.

Grandi disegni, dipinti e materiali inediti documentano

il tentativo di dipingere le impressioni

musicali, con la storia d’amore ferrarese

di Ugo e Parisina. An- che quella di Paolo e

Francesca ha suscitato la fantasia di Previati,

culminando nel capolavoro del 1909, una

delle matrici del trittico degli Stati d’animo di

Boccioni. In mostra inoltre dipinti a tema religioso

e paesaggi, come Colline liguri. Previati

si cimentò anche nelle illustrazioni, valorizzando

gli stati d’animo e la psicologia dei

protagonisti dei testi letterari. Da anziano, affascinato

dalle tematiche della modernità di

Marinetti e di Boccioni, compose il ciclo delle

Vie del commercio tra il 1914 e il 1916 per la

Camera di Commercio di Milano. In mostra

uno dei grandi pannelli del ciclo, La ferrovia

del Pacifico, corredato di disegni. L’esposizione

è curara da Chiara Vorrasi ed organizzata

da Fondazione Ferrara Arte e dalle

Gallerie d’Arte moderna e contemporanea.


A L I A E FUORI CONFINE

GENOVA

APPARTAMENTO DEL DOGE,

PALAZZO DUCALE

DAL: 26 MARZO 2020

FINO AL: 19 LUGLIO 2 0 2 0

MIChELANGELO DIVINO ARTISTA

STORIA DI UNA RIVOLUZIONE

D’ARTE

Questa mostra, prodotta e organizzata da

Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura

e dall’Associazione Culturale MetaMorfosi,

è curata da Cristina Acidini con Elena

Capretti eAlessandro Cecchi. Viene analizzato

un particolare aspetto del maestro: gli

incontri che costellano la biografia del Buonarroti.

Durante la sua vita, infatti, l'artista

fu in contatto con personaggi d'alto rango

dell'età rinascimentale, in posizioni chiave

nella politica, nella religione, nella cultura.

Michelangelo attraversò quasi un secolo, in

un tempo di guerre, violenze cruciali rivolgimenti

restando vicino al potere senza farsene

condizionare. Eccezionale la presenza

in mostra di due sculture in marmo di

Michelangelo: la Madonna della Scala (14-

90 circa), capolavoro giovanile dell’artista

conservato in Casa Buonarroti a Firenze;

un’opera che è la rivisitazione di modelli

antichi e moderni (Donatello) in chiave personale.

Ed il Cristo redentore (1514-1516),

conservato nella chiesa di San Vincenzo

Martire a Bassano Romano (Viterbo), un’imponente

statua (h. 250 cm). Esposti inoltre

circa 60 tra disegni autografi e fogli del carteggio

di Michelangelo, delle rime e altri

suoi scritti, in gran parte conservati nella

Casa Buonarroti. Fra i disegni è eccezionale

la Cleopatra (1535), disegno eseguito

per Tommaso Cavalieri, uno di quei fogli

realizzati dall’artista come opere grafiche

in sé compiute e di superba qualità, concepite

come doni privati ad amici. Il percorso

è articolato in sezioni, dedicate ai periodi

della vita di Michelangelo, e comprende o-

pere del maestro, sculture e disegni in particolare;

opere di diretti collaboratori; ritratti

dipinti e scolpiti, di Michelangelo e

dei personaggi storici a lui collegati; medaglie;

rime, lettere e testimonianze documentarie

e opere d'arte di autori vari.

LUCCA

FONDAZIONE CENTRO STUDI SUL-

L’ARTE LICIA E CARLO LUDOVICO

RAGGhIANTI - COMPLESSO MONU-

MENTALE DI SAN MIChELETTO

DAL: 18 A PRILE 2020

FINO AL: 19 LUGLIO 2020

L’AVVENTURA DELL’ARTE NUOVA |

ANNI 70-80 - CIONI CARPI | GIANNI

MELOTTI

Alla F. Ragghianti due mostre su C. Carpi e

G.Melotti. La prima, a cura di Angela Madesani,

è dedicata a Cioni Carpi (Milano, 1923-

2011), che si dedica alla pittura dagli anni

Cinquanta a Parigi, trasferendosi poi ad

Haiti, New York e in Canada, per poi tornare

a Milano. La mostra comprende il percorso

di Carpi dal 1960 agli anni Ottanta, con dipinti,

installazioni, lavori fotografici, filmati,

disegni, progetti e libri creati dall’artista, documenti

e cataloghi. La seconda mostra, a

cura di Paolo Emilio Antognoli, riguarda l’opera

di Gianni Melotti (Firenze, 1953) dal

1974 al 1984, sia nel suo sviluppo storico-artistico,

sia nei rapporti con alcuni artisti quali

Lanfranco Baldi, Luciano Bartolini, Giuseppe

Chiari, Mario Mariotti e altri artisti come

Bill Viola legati alla sua esperienza in arttapes/22,

studio dedito alla produzione di videotapes

per artisti di cui Melotti nel 1974

diviene il fotografo. La mostra documenta il

lavoro di Melotti, conosciuto come fotografo,

la cui attività artistica è quasi del tutto inedita.

Esposta una trentina di lavori tra cui:

9,30/10,30, opera d’esordio del 1975; Giallo

(1979), installazione site-specific con foto e

testi ambientata in un parcheggio; Gli angoli

della Biennale (1976), serie di foto dedicate

a Pier Luigi Tazzi riferite ai Corners Portraits

di Irving Penn; Come as you are/Jacket and

necktie (1981), foto e film super8 in loop sul

tema del rapporto di coppia; la dia-proiezione

di Uovo fritto (1980); Ritratti nella rete

(1982), serie di polaroid che Melotti scatta

agli amici mascherati con una calza a rete, in

cui si teorizza il network come arte prima

dell’avvento del personal computer; le cinque

videografie Foto fluida (1983); Pelle/Pellicola

(1987-1989), tre lavori in silicone trasparente,

sul rapporto tra opera e cornice.

MAMIANO DI TRAVERSETOLO (PARMA)

FONDAZIONE MAGNANI-ROCCA

DAL: 14 MARZO 2020

FINO AL: 12 LUGLIO 2 0 2 0

L’ULTIMO ROMANTICO

La Fondazione Magnani-Rocca omaggia il suo

Fondatore nella dimora che Luigi Magnani trasformò

in casa-museo, la ‘Villa dei Capolavori’.

Magnani (1906-1984) collezionò opere di

grandi artisti, da Morandi a Tiziano, Goya, fino

a Monet, Renoir e Canova. La mostra – a cura

di Stefano Roffi e Mauro Carrera – presenta

opere e documenti autografi degli artisti, critici,

musicisti, letterati, registi, aristocratici, capitani

d’industria frequentati da Magnani; inoltre o-

maggi pittorici alla passione per la musica di

Magnani, con artisti italiani del ‘900, da Severini

a de Chirico a Guttuso a Pistoletto; strumenti

musicali antichi. Infine, il sogno di ‘capolavori

assoluti’ inseguiti da Magnani ma non

conquistati; il primo sogno realizzato è Il cavaliere

in rosa di Giovan Battista Moroni, capolavoro

cinquecentesco, in mostra. Importante

il quadro di Francisco Goya La famiglia dell’infante

don Luis (1783-1784). Eccezionali le

tre Madonne col Bambino di Filippo Lippi, Albrecht

Dürer, Domenico Beccafumi; e il Ghirlandaio,

il Carpaccio, il Rubens, il Van Dyck, i

Tiepolo, il Füssli, il prezioso Stimmate di San

Francesco di Gentile da Fabriano e la Sacra

conversazione di Tiziano (1513). La bellezza

dei dipinti si traduce in scultura nella Tersicore

di Canova e nelle due figure femminili di Bartolini.

Si prosegue con opere di Giorgio Morandi

e Filippo de Pisis. Tra gli altri artisti italiani,

una Danseuse di Gino Severini, una piazza

di Giorgio de Chirico, opere di Renato Guttuso

e sculture di Giacomo Manzù e Leoncillo.

Importante il Sacco di Alberto Burri del 1954.

La Villa ospita l’unica sala di opere di Paul Cézanne

in Italia; inoltre il paesaggio di Claude

Monet e opere di Renoir, Matisse, de Staël,

Fautrier, Hartung. Importante un’opera di Rembrandt

raffigurante il Doctor Faustus. Il percorso

della Fondazione Magnani-Rocca era

stato avviato con la sua istituzione da parte di

Magnani nel 1977. L’apertura al pubblico della

Villa avvenne nell’aprile 1990.


84

MOSTRE D’A R T E IN I T

MILANO

MUSEO DIOCESANO CARLO MARIA

MARTINI

FINO AL: 17 MAGGIO 2020

GAUGUIN MATISSE ChAGALL

LA PASSIONE NELL’ARTE FRANCESE

DAI MUSEI VATICANI

Oltre 20 opere di Paul Gauguin, Auguste

Rodin, Marc Chagall, Georges Rouault, Henri

Matisse e di altri artisti francesi a cavallo

tra il XIX e XX secolo, provenienti dalla

Collezione di Arte Contemporanea dei Musei

Vaticani, ripercorrono i temi della Passione,

del Sacrificio e della Speranza. La rassegna

è curata da Micol Forti e Nadia Righi.

L’iniziativa documenta il fertile rapporto fra

modernità e tradizione nell’arte sacra tra fine

Ottocento e Novecento. Gli oltre 20 capolavori

di artisti quali Paul Gauguin, Auguste

Rodin, Marc Chagall, Maurice Denis, Henri

Matisse, Georges Rouault, sono stati scelti

nel ricco nucleo di arte francese presente

nella Collezione di Arte Contemporanea dei

Musei Vaticani, voluta fin dal 1964 da papa

Paolo VI. All’arte Paolo VI riconosceva “una

capacità prodigiosa di esprimere, oltre l’autentico,

il religioso, il divino, il cristiano”,

ovvero la possibilità di farsi tramite e incarnazione

dell’invisibile, di ciò che non si può

afferrare razionalmente. Da queste riflessioni

nasce la prima raccolta di 900 opere di

autori contemporanei – inaugurata nel 1973

– provenienti da diversi ambiti geografici e

culturali. Con la Francia Montini aveva avuto

un rapporto privilegiato grazie ad amicizie

come quella con Jacques e Raïssa Maritain,

Jean Guitton, e a frequentazioni con Georges

Rouault, Marc Chagall, Gino Severini, Maurice

Denis, Alexandre Cingria, come anche

con Jean Cocteau e con l’ambiente surrealista.La

mostra ruota attorno ai temi della Passione,

del Sacrificio e della Speranza, interpretati

dagli artisti con una visione innovativa.

le opere sono esposte in quattro ambienti,

corrispondenti ad altrettanti nuclei tematici,

che dall’Annunciazione conducono

il pubblico fino alla Resurrezione di Cristo.

MONZ A

ARENGARIO

FINO AL: 13 APRILE 2020

STEVE MCCURRY. LEGGERE

L’Arengario ospita la Mostra Leggere di Steve

McCurry, fotografi noto a livello internazionale

per la sua capacità di raccontare la società contemporanea.

L’esposizione, a cura di Biba Giacchetti

e Roberto Cotroneo, presenta 70 immagini

del fotografo statunitense, dedicate alla lettura,

con persone, còlte in ogni angolo del mondo,

nell’intimo atto di leggere. L’esposizione, promossa

da ViDi e Comune di Monza, organizzata

da Civita Mostre e Musei, in collaborazione con

Sudest57, curata da Biba Giacchetti, con i contributi

letterari dello scrittore Roberto Cotroneo,

presenta scatti realizzati dall’artista americano

(Philadelphia, 1950) in quarant’anni di carriera

e che comprendono la serie che egli stesso ha riunito

in un volume, pubblicato come omaggio al

fotografo ungherese André Kertész, uno dei suoi

maestri. Sono immortalate persone di tutto il

mondo, colte durante la lettura in vari contesti,

dai luoghi di preghiera in Turchia, ai mercati in

Italia, dai rumori dell’India ai silenzi dell’Asia

orientale, dall’Afghanistan a Cuba, dall’Africa

agli Stati Uniti. Giovani o anziani, ricchi o poveri,

religiosi o laici; per chiunque e dovunque

c’è un momento per la lettura. L’allestimento

comprende l’accompagnamento con una serie di

brani letterari scelti da Roberto Cotroneo. Sei

video, con i consigli di McCurry sull’arte di fotografare,

valorizzano ulteriormente la mostra. Il

percorso è completato dalla sezione Leggere

McCurry, dedicata ai libri pubblicati a partire dal

1985 con le foto di Steve McCurry, molti dei

quali tradotti in varie lingue: ne sono esposti 15,

alcuni introvabili, tra cui il volume edito da Mondadori

che ha ispirato la realizzazione di questa

mostra. Tutti i libri sono accompagnati dalle foto

utilizzate per le copertine, che sono spesso le

icone che lo hanno reso celebre in tutto il mondo.

PERUGIA

GALLERIA NAZIONALE

DELL’UMBRIA

DAL: 7 MARZO 2020

FINO AL: 7 GIUGNO 2020

TADDEO DI BARTOLO

(1362 CA.-1422)

Presso la Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia

un’ampia monografica dedicata a Taddeo

di Bartolo (1362 ca. – 1422), a cura di Gail E.

Solberg. Da maestro itinerante, egli trascorse

buona parte della carriera spostandosi tra Toscana,

Liguria, Umbria, e Lazio al servizio di famiglie

potenti, autorità pubbliche, ordini religiosi

e confraternite. La mostra, curata da Gail E. Solberg,

presenta 100 tavole del pittore senese, ricostruendone

il percorso artistico dalla fine degli

anni ottanta del Trecento fino al 1420-22, con

prestiti provenienti da prestigiosi musei internazionali.

Taddeo di Bartolo è stato il più grande

maestro del polittico del suo tempo. La rassegna

valorizza questa forma d’arte sacra, attraverso

l’esposizione di pale complete e di tavole disassemblate

che, riaffiancate, ricompongono i complessi

di appartenenza. Per l’occasione è stato

ricostruito l’apparato figurativo della smembrata

pala di San Francesco al Prato di Perugia, di cui

la Galleria Nazionale dell’Umbria conserva ben

13 elementi. A questi si aggiungono le parti mancanti,

finora individuate, come le sette tavole della

predella raffiguranti Storie di san Francesco, conservate

tra il Landesmuseum di Hannover (Germania)

e il Kasteel Huis Berg a s’Heerenberg

(Paesi Bassi), e il piccolo San Sebastiano del

Museo di Capodimonte a Napoli. Dal Palazzo

Ducale di Gubbio giungono le otto tavolette, dipinte

a tempera su fondo oro con figure di Santi,

originariamente appartenute al polittico della

chiesa eugubina di San Domenico. Questi lavori

di Taddeo di Bartolo sono stati acquisiti dal Mi-

BACT. La mostra documenta inoltre altre tipologie

di opere, come gli stendardi processionali e

le piccole tavole di devozione privata.


A L I A E FUORI CONFINE

PIACENZ A

FONDAZIONE DI PIACENZA E

VIGEVANO

FINO AL: 24 MA GGIO 2020

LA RIVOLUZIONE SIAMO NOI.

COLLEZIONISMO ITALIANO CONTEM-

PORANEO

XNL Piacenza Contemporanea, un centro

culturale dedicato all’arte contemporanea,

nasce dalla ristrutturazione di un edificio

industriale - la ex sede dell’Enel, in via

Santa Franca, 36 - dei primi decenni del

‘900, restituito alla città come luogo per

raccontare il tempo presente. La rassegna,

a cura di Alberto Fiz, inaugura il nuovo

spazio espositivo e presenta oltre 150 lavori

di autori quali Piero Manzoni, Maurizio

Cattelan, Marina Abramović, Tomás

Saraceno, Andy Warhol, Bill Viola, Dan

Flavin, William Kentridge. Il percorso si

completa alla Galleria d'Arte Moderna

Ricci Oddi - i cui locali sono attigui a

quelli di XNL - dove una serie di lavori di

artisti tra cui Ettore Spalletti, Wolfgang

Laib, Fabio Mauri, Gregor Schneider, Pietro

Roccasalva, dialoga con i capolavori

dell’Ottocento e del Novecento, raccolti da

Giuseppe Ricci Oddi. La rassegna documenta

il collezionismo privato con artisti

come Giorgio Morandi, Alberto Burri,

Lucio Fontana, Fausto Melotti, Robert

Morris, Andy Warhol, Robert Rauschenberg,

Mario Merz, Keith Haring, Gerhard

Richter, Daniel Buren, William Kentridge,

Michelangelo Pistoletto, Giuseppe Penone,

per giungere alle realtà contemporanee

con artisti quali Ghada Amer, Sislej Xhafa,

Roberto Cuoghi, Urs Fischer, Zang Huan,

Tobias Rehberger, Thomas Hirschhorn, Teresa

Margolles, Zanele Muholi, in base ad

un progetto che è stato realizzato in sinergia

con i collezionisti. La mostra documenta

il fenomeno del collezionismo nella

sua globalità attraverso le vicende di oltre

cinquant'anni.

ROMA

SCUDERIE DEL QUIRINALE

FINO AL: 2 GIUGNO 2020

RAFFAELLO - 1520-1483

A cinquecento anni dalla morte di Raffaello

Sanzio, l’Italia celebra il sommo artista del

Rinascimento con una grande mostra alle

Scuderie del Quirinale. Questo tributo ha

luogo nella città dove l’urbinate espresse a

pieno il suo eccezionale talento artistico, e

dove la sua vita si spense a soli 37 anni di

età. La rassegna annovera più di cento capolavori

autografi o comunque riconducibili a

ideazione raffaellesca tra dipinti, cartoni, disegni,

arazzi, progetti architettonici. A questi

sono affiancate opere di confronto e di contesto

(sculture e altri manufatti antichi, sculture

rinascimentali, codici, documenti, preziosi

capolavori di arte applicata) per un totale

di 204 opere in mostra, 120 dello stesso

Raffaello tra dipinti e disegni. Un’occasione

irripetibile per vedere riunite opere celeberrime

come: la Madonna del Granduca e la

Velata delle Gallerie degli Uffizi o la grande

pala di Santa Cecilia dalla Pinacoteca di Bologna;

opere mai tornate in Italia dal momento

della loro esportazione per ragioni

collezionistiche come la sublime Madonna

Alba dalla National Gallery di Washington,

la Madonna della Rosa dal Prado o la Madonna

Tempi dalla Alte Pinakothek di Monaco

di Baviera; il Ritratto di Baldassarre

Castiglione e l’Autoritratto con amico dal

Louvre. Esposti i ritratti dei due papi che

consentirono a Raffaello di dimostrare il suo

potenziale artistico negli anni romani: quello

di Giulio II dalla National Gallery di Londra

e quello di Leone X con i cardinali Giulio de’

Medici e Luigi de’ Rossi degli Uffizi, presentato

dopo un restauro, durato tre anni, a

cura dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze,

intervento che ne ha restituito la nettezza

luministica e cromatica originale e l’incredibile

forza descrittiva dei dettagli.

ROMA

PALAZZO DELLE ESPOSIZIONI

FINO AL: 2 GIUGNO 2020

JIM DINE

A Roma una mostra dedicata a Jim Dine (Cincinnati,

USA, 1935), promossa da Roma Capitale

– Assessorato alla Crescita culturale,

organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo,

in collaborazione con l’artista e curata da Daniela

Lancioni. Esposte oltre 80 opere, datate

dal 1959 al 2018. La mostra presenta un protagonista

dell’arte americana che ha influenzato

la cultura visiva contemporanea, in particolare

quella italiana degli anni Sessanta.

L’esposizione dei lavori è preceduta da una

biografia dell’artista stampata sul muro e corredata

da fotografie. I primi lavori esposti sono

dipinti su tela e acquarelli datati 1959, in cui

campeggia una testa isolata dal corpo (Head),

soggetto che riappare a fine percorso ingigantito

in un dittico del 2016 (Two Large Voices

Against Everything). Segue un focus dedicato

agli happening, per la cui realizzazione è stata

fatta una ricerca delle fonti iconografiche negli

archivi che detengono le immagini dei fotografi

degli anni Cinquanta e Sessanta sulla

scena artistica downtown di New York: Robert

R. McElroy, Fred W. McDarrah e Peter Moore.

Ampio spazio è dedicato ai dipinti datati

tra il 1960 e il 1963, con i temi noti dell’arte di

Dine: strumenti di lavoro, la tavolozza del pittore,

indumenti. Esposti capolavori come Window

with an Axe del 1961, Black Shovel del

1962, Four Rooms del 1962, e Two Palettes in

Black with Stovepipe (Dream) del 1963. In

mostra cinque lavori presentati alla Biennale

di Venezia del 1964, oltre a Four Rooms e

Black Shovel, Shoe del 1961, White Bathroom

del 1962 e The Studio (Landscape Painting)

del 1963. Una sezione è dedicata ai lavori del

1964 e 1965, tra cui sculture di alluminio (Red

Axe, Large Boot Lying Down entram- bi del

1965) e opere dove l’artista affida il suo autoritratto

agli indumenti svuotati dalla figura. Ai

Cuori di Jim Dine è dedicata una sala, con

opere realizzate a Putney nel Vermont nell’inverno

del 1970-1971.


86

ROVIGO

PALAZZO ROVERELLA

DAL: 4 APRILE 2020

FINO AL: 5 LUGLIO 2020

MARC ChAGALL

“ANChE LA MIA RUSSIA MI AMERÀ”

A Palazzo Roverella una mostra su Marc

Chagall, con 70 dipinti su tela e su carta e

due serie di incisioni e acqueforti pubblicate

nei primi anni di lontananza dalla Russia,

“Ma Vie” e “Le anime morte” di Gogol. Le

opere provengono dagli eredi dell’artista,

dalla Galleria Tretyakov di Mosca, dal Museo

di Stato Russo di S. Pietroburgo, dal

Pompidou di Parigi, dalla Thyssen Bornemisza

di Madrid e dal Kunstmuseum di Zurigo

e da collezioni private, con capolavori quali

la “Passeggiata” e “l’Ebreo in rosa”. La curatrice

Claudia Zevi evidenzia come la cultura

popolare russa abbia influenzato l’opera

di Chagall, analizzando l’iconografia dell’artista

che proviene dalla tradizione popolare

russa. Un’iconografia fatta di religiosità,

in cui si ritrovano echi dell’iconografia religiosa

delle icone e delle vignette popolari

dei lubki i cui personaggi come il gallo, le

capre e le vacche si ritrovano anche nelle o-

pere tarde di Chagall. Elementi che in Chagall

assumono quel realismo poetico che attinge

dalla tradizione della favola russa la

propria sintassi espressiva, mentre deriva dal

mondo ebraico e cristiano ortodosso la propria

cifra spirituale. Chagall ha codificato

uno stile che sopravvivrà ben più delle avanguardie

tradizionali del ‘900. E in tutto ciò

la Russia rimane il luogo delle sue radici.

“Anche la mia Russia mi amerà”, sono le parole

con cui conclude “Ma Vie”, l’autobiografia

illustrata che Chagall pubblicò, a 34

anni, a Berlino all’inizio dell’esilio, consapevole

che la separazione dalla Russia sarebbe

stata definitiva.

TRIESTE

SALONE DEGLI INCANTI

FINO AL: 7 GIUGNO 2020

ESChER

Maurits Cornelis Escher nasce nel 1898 in

Olanda e vi muore nel 1972. Nel 1922 visita

per la prima volta l’Italia, dove poi visse per

molti anni, visitandola da nord a sud e rappresentandola

in molte sue opere. Inquieto,

riservato e geniale, Escher nelle sue celebri

incisioni e litografie crea un mondo unico,

immaginifico, impossibile, dove confluiscono

arte, matematica, scienza, fisica, design.

Questa mostra antologica – con circa 200

opere e i lavori più rappresentativi che lo

hanno reso celebre in tutto il mondo – arriva

a Trieste grazie alla collaborazione tra il Comune

di Trieste e Arthemisia con Generali

Valore Cultura. La mostra racconta il genio

dell’artista olandese con le opere più iconiche

della sua produzione quali Mano con

sfera riflettente (1935), Vincolo d’unione

(1956), Metamorfosi II (1939), Giorno e

notte (1938) e la serie degli Emblemata, che

appartengono all’immaginario collettivo.

Esposta per la prima volta al mondo e novità

assoluta della mostra triestina, la sezione

con la serie I giorni della Creazione, un nucleo

di sei xilografie realizzate tra il dicembre

1925 e il marzo 1926. Escher ha amplificato

le possibilità immaginative della grafica

stupendo il fruitore. Partendo dalle opere

di impronta art-noveau risalenti al periodo

della formazione presso la scuola di Jessurun

de Mesquita, la mostra pone l’accento

sul periodo del viaggio italiano di Escher.

L’artista declina costruzione geometrica e rigore

nel segno visionario della ricerca estetica

più pura. Artista poliedrico e contemporaneo

al suo tempo, anticipò e correnti artistiche

come quelle del Surrealismo e dell’Optical

Art di cui può essere considerato

un esponente ante litteram. Infatti, egli non

trova solo nel mondo dei numeri, della geometria

e della matematica l’unica chiave dar

forma al suo universo creativo.

VICENZ A

BASILICA PALLADIANA

FINO AL: 13 APRILE 2020

RITRATTO DI DONNA. IL SOGNO

DEGLI ANNI VENTI E LO SGUARDO

DI UBALDO OPPI

Negli anni Venti la corrente del “Realismo

Magico” immerge la realtà in un'atmosfera

di meraviglia e di attesa, che in Italia è affiancata

dalle ricerche degli artisti del “Novecento

Italiano”, che declinano la loro arte

evocando anche memorie della classicità

e del Rinascimento. Questa simbiosi tra

modernità e classicità è preceduta da una

riflessione profonda sui rinnovamenti della

pittura avvenuti a Vienna e a Parigi tra la

fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento,

in particolare dalla Secessione

Viennese guidata da Gustav Klimt, dal

simbolismo e dall'espressionismo, in cui le

donne sono raffigurate come dentro un

sogno di fiaba. Non a caso la mostra, a cura

di Stefania Portinari, si apre con la ‘Giuditta’

di Klimt. Opere che influenzano quelle

di molti artisti italiani, in particolare a

Venezia, nelle mostre di giovani artisti che

si tengono a Ca' Pesaro, dove espongono

Vittorio Zecchin, Felice Casorati e Mario

Cavaglieri, influenzati dall'impatto di Klimt,

che ha una sala personale alla Biennale di

Venezia del 1910. Altri, come Arturo Martini,

Gino Rossi o Guido Cadorin, seguono

la strada indicata dal post-impressionismo

o dal cubismo. Nasce un'arte spregiudicata

che nutre la Belle époque e scorre nel primo

dopoguerra. Ubaldo Oppi (Bologna

1889 - Vicenza 1942) è un protagonista di

quegli anni, famoso tra l'Europa e gli Stati

Uniti: a Parigi conosce Modigliani, flirta

con Fernande Olivier, che lascia Picasso

per fuggire con lui,e viene rapito dall’arte

fauve di Kees van Dongen e da Matisse.

Negli anni Venti crea ritratti di donne che

vengono acquistate in collezioni favolose.

Con lui si muovono artisti quali Felice Casorati,

Mario Sironi, Antonio Donghi, Cagnaccio

di San Pietro, Achille Funi, Piero

Marussig, Mario Cavaglieri, Guido Cadorin,

Massimo Campigli.


FRANCIA - PARIGI

MUSEO MARMOTTAN

FINO AL: 5 LUGLIO 2020

CEZANNE E I MAESTRI

SOGNO ITALIANO

SPAGNA - BARCELLONA

CAIXAFORUM

FINO AL: 7 GIUGNO 2020

OGGETTI DEL DESIDERIO

SURREALISMO E DESIGN

SVIZZERA - ChIASSO

M.A.X.

DALL’ 8 MARZO 2020

FINO AL: 13 SETTEMBRE 2020

ALBERTO GIACOMETTI

Il museo Marmottan Monet della capitale

francese propone una mostra che

mette in evidenza il legame tra le opere

del pittore francese Cézanne con alcuni

capolavori di grandi artisti italiani realizzati

tra il XVI e il XX secolo. Saranno

quindi esposte circa 60 opere di

artisti che hanno in qualche modo influenzato

il lavoro del pittore impressionista,

ma anche quelli che ne hanno tratto

ispirazione. Qualche nome? Tintoretto

Ribera, Giordano, ma anche Carrà, Boccioni,

Morandi e tanti altri. Tra le opere

di Cézanne l’iconica Montagna di Saint

Victoire, le caratteristiche nature morte

e le scene campestri. La mostra mette in

evidenza l’influenza della pittura latina

nell’opera di Cezanne che dopo essersi

ispirato alle opere dei suoi predecessori

ha acquisito un nuovo linguaggio espressivo

che influenzerà a sua volta l’arte

moderna.

Sulla scia di Salvator Dalì, maestro del surrealismo,

che sosteneva che “Possiamo trasformare

in reale il fantastico e renderlo

ancora più reale di ciò che esiste davvero”

nasce questa rassegna in Spagna, che esplora

il rapporto tra l’arte surrealista e il design

degli oggetti di uso quotidiano. Gae Aulenti,

Björk, Claude Cahun, Achille Castiglioni,

Giorgio de Chirico, Le Corbusier, Salvador

Dalí, Isamu Noguchi e Meret Oppenheim

sono alcuni degli artisti rappresentati in questa

esposizione, che include pitture, poster,

fotografie, libri e film affiancati ad importanti

oggetti di design degli ultimi cento

anni. Sono un riflesso dell’influenza reciproca

tra arte surrealista e design, che combinano

creatività e fantasia nelle relative

creazioni.

L’esposizione, a cura di Jean Soldini e Nicoletta

Ossanna Cavadini, presenta l’ intero

corpus grafico dell’artista svizzero,

con oltre 400 fogli, tra xilografie, incisioni

a bulino, acqueforti, puntesecche, e

numerosi libri d’artista. La stagione espositiva

2020 del m.a.x. museo di Chiasso

(Svizzera) si aprirà nel segno di Alberto

Giacometti (1901-1966), uno fra i più rilevanti

artisti del XX secolo. L’ambiente

creativo dell’artista e dell’uomo è documentato

dalle suggestive fotografie realizzate

dall’amico Ernst Scheidegger che,

dal 1943, ha documentato con immagini

e filmati l’attività artistica e la vita privata

di Giacometti. La rassegna sottolinea la

padronanza di Giacometti delle varie tecniche

grafiche, dalla xilografia all’incisione

a bulino, dall’acquaforte alla puntasecca.

Sebbene sia conosciuto soprattutto

come scultore e pittore, Giacometti realizzò,

nondimeno, molte incisioni, espressione

di una profonda ricerca artistica.

Giacometti, infatti, vedeva nel disegno e

nella sua trasposizione sulla matrice, il

fondamento estetico e concettuale su cui

costruire le sue opere pittoriche e plastiche.

Com’ebbe modo di affermare lo stesso

artista, “di qualsiasi cosa si tratti, di

scultura o di pittura, è solo il disegno che

conta”. Ognuna delle quattro sezioni in

cui è suddiviso il percorso espositivo, propone

un dipinto, un disegno o una scultura

particolarmente significativa per comprendere

il rapporto tra i diversi mezzi di

espressione.


88

Nel segno della Musa

Le interviste diM arilena Spataro

marilena.spataro@gmail.com

“Ritratti d’artista”

Maestri del ‘900

Girolamo ciulla:

Figure antropomorfe sospese tra sogno e realtà. Un racconto

fantastico che nasce dal mito e che diventa favola bella

Come è avvenuto il suo incontro

con l'arte, maestro, e

quale il clima che si respirava

agli esordi della sua

carriera?

«Il mio incontro ufficiale con il mondo

dell'arte è avvenuto all'incirca a metà degli

anni '80, quando incontrai in una galleria

di Catania, che al tempo frequentavo, il

gallerista Tiziano Forni, titolare dell'omonima

galleria a Bologna. Io sono di Caltanissetta

e “bazzicavo” diversi ambienti

artistici siciliani. Forni notò il mio lavoro

che gli piacque e cosi iniziò a promuovermi

nella sua città e un po' dappertutto

in Italia. Avendogli manifestato il desiderio

di conoscere cosa si faceva a Pietrasanta,

già allora considerata patria della

scultura in marmo, mi portò nella bella cittadina

toscana presentandomi allo storico

dell'arte Pier Carlo Santini e “affidandomi”

a lui, il quale poi mi sostenne e mi

aiutò nell'intenzione di rimanere a lavorare

a Pietrasanta. In quel periodo il mondo

dell'arte era carico di entusiasmo e di speranze.

Posso ritenermi fortunato di aver

vissuto appieno quella stagione entusiasmante

da cui ho tratto grandi insegnamenti

artistici e umani e da cui ho avuto

molto. A Pietrasanta, dove mi sono trasferito,

era tutto un fermento, la cittadina pullulava

di artisti famosi di livello internazionale

e di novità. Oggi molte cose

sono cambiate sia qui come altrove. Spero

si riesca a recuperare lo spirito che ci ha

animati in quegli anni. A Pietrasanta, come

del resto in tutta l'Italia, esistono le premesse

e i talenti artistici più che altrove

per ridare slancio alle arti figurative. Occorre

avere però tanta buona volontà e

umiltà per riuscire a riprendere le fila di

un discorso importante come quello che

ha segnato l'arte nel '900 e inizi anni

2000».

Per esprimersi lei ha scelto prevalentemente

il linguaggio della scultura, perché

e come nasce questa scelta?

«è davvero curioso il mio approccio con

la scultura poiché risale alla mia infanzia.

A proposito mi piace raccontarle un paio

di aneddoti: mio padre era custode di una


villa di certi signori di Caltanissetta e io e

la mia famiglia vivevamo lì. In quella zona

c'erano molti alberi che venivano tagliati

e il cui legno era poi lavorato da esperti artigiani.

Io li guardavo intagliare e mi provavo

a scolpire su dei rametti ma con

scarso successo. Intanto succedeva che a

scuola il mio maestro mi invogliava a disegnare,

visto che me la cavavo bene a fare

disegni mi comprava lui stesso i fogli su

cui realizzarli, non avendo i miei genitori

grandi possibilità economiche. Un po' la

passione e l'esercizio nel disegnare e un po'

la mia testardaggine mi diedero una mano

nel migliorare anche nella scultura in

legno. Prova e riprova cominciai a vedere

che i miei legni prendevano corpo diventando

delle figure. Si perché, fin dall'inizio,

il mio linguaggio si è orientato alla figura».

Cosa rappresenta per lei la scultura e

quali i materiali che predilige?

«La scultura nel mio caso è la forma e-

spressiva principale che ho scelto per fare

arte, poi c'è anche il disegno che amo

molto e che ho messo parecchie volte in

mostra, ma, innanzitutto, sono scultore. Il

materiale che prediligo è il travertino: ha

un morbidezza che mi consente di plasmare

un'immagine come meglio desidero

dandomi, appunto, la possibilità di realizzare

e di trasferire le mie fantasie e i mie

sogni nella materia dotandola di forza

espressiva. Lavoro comunque tutti i materiali,

dal bronzo al marmo, dalla pietra al

gesso, dalla terracotta al legno. Ho una

vera e propria passione nello sperimentare.

Pensi che da ragazzino andavo a raccogliere

i cocci in una località vicino Caltanissetta,

alla Sabucina, un vecchio sito

archeologico che era stato il luogo dove gli

antichi greci fondevano i loro lavori. Qui

c'erano in giro ancora migliaia di cocci di

quei lavori, io li raccoglievo e poi li lavoravo

con la terracotta e attraverso un procedimento

da me inventato realizzavo

delle strane sculture. Questo mi riempiva

di gioia, così come mi facevano gioire

delle bacheche, che ancora prima, quasi da

bambino, realizzavo utilizzando quei cocci

e che poi ingenuamente chiamavo museo


90

Ciulla. Racconto questo per far capire

come per me l'arte e la scultura siano state

fin da giovane, così come lo sono tuttora,

una manifestazione gioiosa e anche giocosa

per sperimentare e tradurre i miei

sogni su tutti i materiali possibili in una ricerca

tecnica e formale continua. La scultura

è la mia vita, è l'essenza del mio lavoro

artistico che, a sua volta, mi consente

di mettere in scena tutti quei sogni, desideri

e sentimenti che caratterizzano la mia

stessa esistenza».

Ci descrive come prendono corpo le sue

opere e quali sono i moventi artistici e la

poetica da cui esse nascono?

«Le mie opere prendono vita dalla mia

fantasia, da un immaginario che è fortemente

legato alla mia terra di Sicilia e ai

suoi miti. Sinceramente non mi è facile e

non è semplice esprimere a parole quello

che provo e che penso quando lavoro a

un'opera. Si tratta sempre di qualcosa che

mi porto dentro, che sento profondamente

e che desidero far conoscere attraverso la

mia arte. Un'arte dove io amo esprimere la

gioia che mi deriva dallo scolpire. Quando

lavoro, infatti, sono sempre colmo di

gioia, ad esempio scolpire la pietra, sia

essa di travertino o di altro materiale, è

un'operazione che mi esalta, comincio a

scavare dentro la materia togliendo quel

superfluo che impedisce di cogliere la

forma che già essa contiene, scavo per trovare

la sua essenza più intima, la sua

anima naturale. Ho sempre tenuto a imprimere

alle mie figure un senso di armonia

e positività, questo anche laddove rappresento

figure mitologiche drammatiche. Al

riguardo mi viene in mente la grande scultura

della dea Cerere, un mio monumento

collocato a Botticino in Sicilia, dove questa

figura mitologica l'ho voluta rendere in

tutta la sua forza simbolica di portatrice di

prosperità e ricchezza, come testimoniato

dalle spighe collegate al suo culto; le ho

inoltre conferito una gioiosità che nel mito

non sempre è presente. E' un lavoro che mi

è molto caro e che mi soddisfa molto, di

cui ho trasfigurato il mito sulla base della

mia visione che guarda al mondo nella sua

bellezza e gioiosità; è un'opera che mi rappresenta

e che rappresenta il mio modo di

sentire l'esistenza e di percepire l'arte».

Qual è il suo rapporto con il mondo dell'arte

contemporanea. Come vede la spettacolarizzazione

delle arti visive oggi tanto

di moda?


«Ringrazio quegli artisti che definiscono i

loro lavori come una rappresentazione

pura e semplice di un'idea. Io li seguo questi

artisti e quando vedo le loro opere mi

chiedo quale sia la loro idea che hanno voluto

rappresentare. Ma la risposta non la

trovo quasi mai, per cui non posso non

pensare che si tratti davvero di trovate

prive di qualsiasi senso artistico ed esistenziale,

nonchè di una qualsivoglia visione

del mondo. Spettacolarizzare l'arte non

porta a niente, a volte può portare a un facile

successo cui il tempo non credo che

poi darà ragione».

Qual è, a suo avviso, il futuro delle arti

tradizionali come la scultura in rapporto

alla arti di nuova generazione come arte

digitale, video art e tutte quelle manifestazioni

artistiche e visive legate all'uso della

tecnologia?

«Le tecnologie se utilizzate come strumento,

ad esempio le nuove macchine che

sbozzano il marmo, sono utili. Sebbene nel

caso specifico, ma credo anche in generale,

sul lavoro occorre poi che intervenga

la mano dell'uomo per renderlo completo,

nel caso della scultura è necessario, almeno

per quanto mi riguarda, intervenire

per conferirle quella forza espressiva che

la rende viva, che le dà un'anima. Quanto

agli altri tipi di arte dove si utilizzano le

tecnologie digitali non ho nulla in contrario.

Sono molto aperto in tal senso. Non

credo, però, che le forme artistiche tradizionali

possano considerarsi superate o superabili

dalla presenza di altre forme d'arte

a carattere digitale. L'arte è bella perchè è

infinita e si può esprimere in una infinità

di modi».

I suoi progetti futuri e, magari, un sogno

nel cassetto?

«Un progetto che ormai é una realtà, è un

grande monumento della ninfa Aretusa,

già completato e da installare a breve nella

città di Siracusa, un lavoro al quale tengo

molto, su cui ho lavorato intensamente e

con grande passione e che sento molto.

Prossimamente dovrei installare un'altra

mia opera monumentale in America. Di

sogni nel cassetto ce ne sono ancora tanti.

Li faccio uscire un po' per volta perché

hanno una loro preziosità. Importante è

continuare a nutrire sogni, un segreto che

vale nella vita come nell'arte e che dà un

senso alle cose. Senza mai dimenticare di

far uscire dal cassetto i sogni migliori,

quelli più belli».


92

IL cUORE NELL’ARTE

A MOMPEO

di Francesco Buttarelli

V

isitare una collettiva d’arte

porta inevitabilmente a

pensare all’antica Teogonia

di Esiodo ove la pittura,

ispirata ed ispiratrice

di poesia, porta alla luce i suoni e le voci

dell’umanità. Dipingere vuol dire ricordare

il passato ed anticipare il futuro:

metamorfosi e mimesi. Queste sensazioni

le ho provate nel castello Orsini

Naro di Mompeo, un ridente borgo della

provincia di Rieti, dove si è svolta una

significativa manifestazione artistica patrocinata

dalla provincia di Rieti, dal comune

di Mompeo, dell’associazione

culturale Arte Mondo e dal Centro Arte

Angioina di Cittaducale. La manifestazione

si è aperta con le significative parole

del sindaco del comune di Mompeo

Michela Cortegiani che ha posto l’accento

sul significato dell’arte citando il

grande artista Picasso, egli affermava

che “l’arte era in grado di scuotere dall’anima

la polvere accumulata nella vita

di tutti i giorni”. L’assessore alla cultura

Maria Angela Falà, oltre ad evidenziare

la necessità di ridare vita agli antichi

spazi del borgo ha evidenziato come in

ogni tela possa essere rappresentata la

vita interiore dei singoli artisti.

Il presidente dell’associazione Arte Mondo

Gianni Turina, fonte di una vasta

esperienza di amministratore (assessore


comunale e consigliere regionale), si è

espresso per una iniziativa culturale e

sociale, volta a coinvolgere il maggior

numero di persone , indirizzando il percorso

verso una solidarietà che solo l’arte

può garantire. Gli artisti che hanno

esposto le loro opere sono stati:

Lucio Afeltra, Franco Bellardi, Nestore

Bernardi, Angelica Bertoloni, Sandro

Bini, Ugo Bongarzoni, Nicholas Butler,

Alvaro Caponi, Stefania Carrabba, Giovanna

Cataldo, Enrico Di Sisto, Roland

Ekstrom, Ezio Farinelli, Luigi Guardigli,

Mario Granati, Ruggero lenci, Domenica

Luppino, Paola nobili, Alessandro

Melchiorri, Roberta Papponetti, Cecilia

Piersigilli, Stefania Pinci, Irena Podgorska,

Felice Rufini, Cesare Serafino, Albertino

Spina, Dante Turina, Gianni Turina.

Inoltre sono state esposte le opere

di: Remo Brindisi, Ennio Calabria, Marc

Chagall, Lin Delija, Salvatore Fiume,

Renato Guttuso, Domenico Purificato,

Aligi Sassu, Sandro Trotti.

La manifestazione è stata inoltre arricchita

dal contributo musicale dei “Laudesi

Farfensi”, un gruppo vocale costituitosi

nel 2017 dalla corale di Mompeo.

I suoi componenti sono diretti da Roberta

Duranti e dal maestro Filippo Tofani.


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Giovanni Trimani

“Serie funky: talkbox” - 2015 - acrilico su legno - cm. 50 x 50 x 4,8

opera selezionata per il Progetto Tv Laboratorio AccA

Porto turistico di Roma - Loc. 876- Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com


MOSTRA “LE DONNE NELL’ARTE”

DAL 24 MARZO AL 4 APRILE 2020

SAN D RA AN D REETTA -RO SSAN A CH IAPPO RI

M ARIA FAU STA PAN SERA -D AN IELA REBU ZZI

SA N D RA A N D REETTA

RO SSA N A C H IA PPO RI

“Passeggiando in un racconto” -2017

acrilico su tela -cm 100x70

M A RIA FA U STA PA N SERA

In un alternato

gioco di chiaroscuri

e di spazio

immaginario le o-

pere informali dell’

artista Sandra

Andreetta vibrano

di uno scenario

espressivo e

di una spiccata

comunicativa di

forte interiorità. Il

vasto respiro del

bianco concede

alla superficie della

tela un’autentica

luminosità

che vibra di una

pregnante e sensibile

poesia. L’artista, che sa tradurre in pennellate i suoi sentimenti,

inserisce magistralmente forme e colori in tutta la loro varietà rivelando

così notevoli effetti visivi, cromatici e segnici.

TesticriticidiM onia M alinpensa

(A rt D irector -G iornalista)

Artista di notevoli capacità

esecutive, Maria

Fausta Pansera

trasporta sulla tela il

valore intrinseco della

materia e libera un

linguaggio astratto in

cui il colore protagonista

presenta il fascino

istintivo e spontaneo

dell’azione luce-segno-forma.

E’

una pittura pregna di

umori costantemente

filtrata da una intimità

coloristica e da

una sapiente modulazione

lirica che, in

“A ntigone” -2017

tutto il loro potenziale

emotivo si ca-

acrilico,tecnica m ista su tela -cm 80x100

rica di una struttura contemporanea testimo ne del nostro tempo.

L’originale accostamento

della stoffa con

la pittura si rallegra

di un’armonia coloristica

assoluta e di

un’atmosfera fiabesca

che supera la realtà

per approdare

ad una dimensione

di grande animazione.

La struttura ben

controllata, il colore

carico di emotiva e la

solennità della materia

ad olio su tela

hanno un ruolo fondamentale

all’interno

dell’opera, quasi esclusivo.

La preparazione olio e collage ditessuti-cm 75x100

“G arden party” -2020

della tecnica mista olio su collage in tessuto dà vita ad una descrizione

di notevole capacità tecnica e ad una espressione pittorica

raffinata.

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

w w w . l a t e l a c c i a . i t - i n f o @ l a t e l a c c i a . i t

D A N IELA REBU ZZI

Il forte legame con

la materia e il suo

costante recupero

sono elemento vitale

nell’iter dell’artista

Daniela Rebuzzi,

che si fanno sostanza

creativa e

che sviluppano profondi

contenuti tanto

da evidenziare

un’inventiva e un’abile

manualità che

si distinguono inequivocabilmente.

L’artista Rebuzzi con

un suo stile del tutto

contemporaneo

imprime sulla superficie

dell’opera “Le alidella solitudine” -2018 -com posizione di

pium e ritagliate da tela dipinta a olio -cm 90x100

una struttura compositiva

affascinante tanto da sedurre di continuo il fruitore.

Mostra a cura di Monia Malinpensa

reFerenZe e QuotaZioni presso la Malinpensa Galleria d’arte by la telaccia

O RA RIO G A LLERIA :D A L M A RTED I A L SA BATO D A LLE 10,30 A LLE 12,30 -16,00 A LLE 19,00


96

Biografie d’Artista

a cura di Marilena Spataro

Grazia Barbieri

“Circe”

Grazia Barbieri è nata a Bologna il 27 Agosto del 1959,

dove ha frequentato l’Istituto Statale d’Arte e conseguito

il diploma di maestra d’Arte in pittura. Per

quasi un ventennio non dipinge limitandosi a qualche

ritratto a pastello, fino all'incontro con la maestra d'arte Irma Fiorentini

e la frequentazione, con buoni risultati, dei suoi corsi di

“Trompe l' öeil”, il che le dà un nuovo impulso e fiducia nelle proprie

capacità così tanto avvilite durante l’adolescenza. Collabora

con la maestra, esegue lavori su commissione ed infine si riavvicina

alla sua grande passione che è il ritratto. Solo negli ultimi anni ha

partecipato a mostre collettive e personali, ottenendo il consenso

del pubblico e della critica e conseguendo alcuni premi. Preferisce

definirsi un artigiano più che un’artista, sostenendo di “copiare la

realtà così come la vede scevra da qualsivoglia interpretazione”.

Mostre e rassegne d’Arte recenti: collettiva “A proposito

di tutte queste signore” presso la Galleria Pontevecchio

di Imola, 2019. Vincitrice, sezione pittura, Premio

d'Arte Caterina Sforza 2019 LOGOS/RIOLO TERME.

Dicembre 2019. Mostra collettiva “Sotto una BUONA

stella”, spazio d'arte LOGOS, Sant'Agata sul Santerno

(RA), 2019-2020, personale “La femme d’à coté”, Galleria

De Marchi, Bologna, 2020.

Hanno scritto di lei:

Alberto Gross, Giovanni Scardovi, Marilena Spataro.


M O ST R A PER SO N A LE

BIA N C A SA LLU STIO

D A L 12 A L 23 M A G G IO 2020

“Le Meduse” - olio su tela - 2019 - cm 100x70

Mostra a cura di Monia Malinpensa

reFerenZe e QuotaZioni presso la Malinpensa Galleria d’arte by la telaccia

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

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O RA RIO G A LLERIA :D A L M A RTED I A L SA BATO D A LLE 10,30 A LLE 12,30 -16,00 A LLE 19,00


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Contatti

Marcella Curcio

ARTE CONTEMPORANEA

via Colombo, 32 Noli (SV)

tel. 347 9192728

iotipresento@gmail.com

Carla

Costantini

Giorgio

Ottolia

Rita

Brunodet

Gabriele

Maquignaz

Enzo

Gadioli

Eralda

Pitto

Valentini G.


Marcella Curcio Arte

Contemporanea

Galleria d’arte contemporanea - Noli

via Colombo, 32 Noli (SV)

promozione artisti

comunicazione

conferenze

mostre

allestimenti

Althair*

Patrizia

Danna

Patrizia

Danna

Carla

Costantini

Eugenio

Giaccone


100

I Tesori del Borgo

Bertinoro, il borgo dell’ospitalità,

dell’amore e della cortesia: parola

di Dante Alighieri

Apochi passi dalla costa adriatica,

fra Rimini e Bologna,

si trova Bertinoro, il “Balcone

della Romagna” per

via della magnifica vista che si spinge

verso il mare. Tipico esempio di borgo

medievale ben conservato, Bertinoro si

racconta ancora oggi tra mura, torri, palazzi

storici, vicoli acciottolati e scorci di

altri tempi. Piazza della Libertà, con l'antica

Torre dell'Orologio, la facciata ornata

di merlature di Palazzo Ordelaffi e l'importante

cattedrale dedicata a Santa Caterina

d'Alessandria segnano ancora oggi

la storia del borgo, che ha l'ospitalità al

centro della vita della comunità, come testimonia

la Colonna dell'Ospitalità posta

nel cuore del paese.

Quando Dante, all’inizio dell’esilio, trovò

rifugio in Romagna, Bertinoro era un

borgo fortificato, sovrastato da una delle

più formidabili rocche costruite dagli Ordelaffi,

signori incontrastati di Forlì e

strenui oppositori al potere temporale

della Chiesa. Dante soggiornò per un lungo

inverno nella Rocca di Bertinoro. Dalle

torri di quel maniero, costruito con lo

spungone (la pietra di origine marina tipica

di Bertinoro), scrutava all’orizzonte

il castello della famiglia irrimediabilmente

guelfa dei Da Polenta e la “marina

dove il Po discende”: qui prendeva corpo

la nobile e dolente figura di Francesca,

unita in eterno a un destino di amore e di

morte a Paolo Malatesta, signore cadetto

della città di Rimini che, all’epoca, come

oggi, nelle giornate limpide si affaccia a

scrutare Bertinoro. Ma altri “lucidi fantasmi”

bussarono alla mente di Dante, in


quel lungo inverno bertinorese: nei racconti

intorno ai fuochi dei camini, riprendevano

vita gli spiriti di Riniero da Calboli

e di Guido del Duca. Dante li immortalerà

in uno dei canti più splendidi del

poema: invidiosi, cuciti con il filo di ferro

al loro peccato e addossati a una parete di

roccia livida, così come è lo spungone.

Dietro le palpebre cucite dal fil di ferro,

Guido del Duca piange il mondo dove “le

donne e’ cavalier, li affanni e li agi” invogliavano

“amore e cortesia”: piange,

perché il migliore dei mondi possibili,

dove non è più necessario essere buoni,

sarà sempre riarso dall’invidia. Il popolo

bertinorese è fatto di una pasta diversa e

non si sofferma su queste cupe memorie:

al contrario, ama la bellezza in ogni sua

forma e la sa riconoscere là dove si manifesta.

Terra in passato povera, Bertinoro

non ha mai rinunciato ad avere soddisfazione

in ogni ambito dell’esistenza. Così,

tra le fine del XIX e l’inizio del XX secolo,

alcuni coraggiosi e sognatori (dopo

tutto siamo in Romagna) allievi del Carducci,

tra tutti Paolo Amaducci e Luigi

Gatti, rileggono gli antichi commentatori

della Commedia e vi trovano, legata proprio

a Bertinoro, la leggenda della Colonna

degli Anelli, simbolo dell’ospitalità

gratuita offerta dal popolo bertinorese a

tutti i pellegrini d’Europa diretti a Roma

e a Gerusalemme. Questi quattro amici,

seduti all’osteria con davanti un buon bicchiere

di Albana, si sono detti: “E se provassimo

a ricostruire la Colonna degli

Anelli?”. Oggi diremmo che intorno a

quel tavolo di osteria si stava facendo

marketing territoriale, ma se guardiamo a

Ufficio Turismo Bertinoro - tel. 0543 469291


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che cosa quel progetto, nato intorno alla

Commedia, ha generato, ci leveremmo in

piedi per rendere onore a quei quattro

amici: un’intera economia, legata all’ospitalità,

all’enogastronomia e alla cultura,

ruota intorno alla severa fisionomia della

Colonna degli Anelli che veglia sulla vita

del popolo bertinorese.

Quindi è vero, come diceva un triste ministro,

che con la Commedia non ci si può

fare un panino, ma una piadina con prosciutto

(crudo naturalmente), squacquerone

e un abbondante calice di Sangiovese

invece sì. Anche la Rocca di Bertinoro

non è più l'austero maniero che ospitò

Dante: alla fine del XVI secolo, anche

i vescovi non vollero rinunciare alla loro

parte di bellezza e, ricostruendola, decisero

di farne il proprio palazzo. Oggi al

suo interno si trova il Centro Residenziale

Universitario di Bertinoro che, con i suoi

corsi di Alta Formazione, aperti a partecipanti

provenienti da tutto il mondo, rinnova

l’antica ospitalità bertinorese. Sempre

all’interno della Rocca si trova il Museo

Interreligioso dedicato al dialogo tra

Ebraismo, Cristianesimo e Islam: a prima

vista un museo dedicato non ad una, ma

addirittura a tre religioni, sembrerebbe

una contraddizione in terra di “mangiapreti”

come si definisce la Romagna. Siamo,

però a Bertinoro, e missione del popolo

bertinorese nel mondo è restituire dignità

a tutto quello che è umano in nome

dell’ospitalità: quindi anche per il buon

Dio c’è posto a tavola, magari intorno ad

una zuppiera piena di tagliatelle fumanti,

per discutere del buon e del vero, che rendono

autentica la vita.


Silvana Gatti

“La dea del mare” - 2020 – Olio su tela – cm 30 x 40

L’artista ha partecipato alla rassegna Musica per gli occhi presso l’associazione culturale Galfer20 a

Torino.

Catalogo a cura di Willy Darko. Mostra a cura di Sofia Fattorini.

Dal 19 al 21 giugno Silvana Gatti esporrà presso le

salette delle ex-scuderie della Tesoriera, in corso Francia 192 a Torino

S I LVA N A G AT T I - P I T T R I C E F I G U R AT I VA & S I M B O L I S TA

Vi a l e C a r r ù , 2 - 1 0 0 9 8 R i v o l i ( TO )

h t t p : / / d i g i l a n d e r. l i b e r o. i t / s i l v a n a g a t t i

e m a i l : s i l v a n a m a c @ l i b e r o. i t


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www.tornabuoniarte.it

“Festival” - 2008 - collage su carta (3 elementi) - cm 70x200

Giulio Paolini

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 - info@tornabuoniarte.it

Milano 20121 - Via Fatebenefratelli, 34/36 - Tel. +39 02 6554841 - milano@tornabuoniarte.it

Forte dei Marmi 55042 - Piazza Marconi, 2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeimarmi@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055 2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


Andrea Bassani

“7 tele gialle” - legno sagomato con tela applicata - cm. 50 x 50

opera selezionata per il Progetto Tv Laboratorio AccA

Porto turistico di Roma - Loc. 876- Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com


Massimo Pennacchini

e gli Idoli.

Una storia più attuale che mai.

“Apollo e Dapne” - 2019 - tecnica mista su tela - cm. 140 x 90


“Flora” - 2020 - tecnica mista su legno -cm 50 x 50

Miti, idoli, storia, leggenda

e pittura. è l’ultimo e più

recente degli approdi di

Massimo Pennacchini,

pittore ed artista dalle radici ben affondate

nel contemporaneo e nello studio

della classicità. Roma e la sua ricchissima

storia millenaria lo aiutano fornendogli

materiale su cui agire nel suo

ultimo intento, quello di omaggiare con

garbo compositivo, intelligenza creativa

e ironia sottile le divinità antiche, senza

per questo spingersi a discuterne l’essenza,

ma ricordando quanto l’uomo

abbia avuto bisogno, e ne ha sempre, di

agganciare i suoi pensieri alla presenza

del divino, che finisce per diventare prevalentemente

idolo e moltiplicare la sua

immagine per mano degli stessi uomini,

come accade per quello che da un bel pò

si chiamano “icone pop”. A guardare le

sue opere dedicate agli Idoli non si rimane

solo piacevolmente colpiti dalla disinvoltura

delle sue operazioni artistiche,

che agghindano e fortificano immagini di

divinità, condottieri, imperatori e grandi

figure della storia. Si ripassa mentalmente

quanto appreso fantasticando dai

banchi di scuole. E allora la sua interpretazione

della bella divinità chiamata

Flora diventa ancor più popolare e gradevole,

più attuale e ficcante di quanto non

lo sia stato per chi la adorava ai tempi

della antica Roma. Tra i Flàmini minori

(sacerdoti addetti al culto di una divinità)

il Flàmine floreale deve aver riscosso un

discreto successo, fortificato dagli Arvali,

il collegio sacerdotale di origine patrizia

che invocava anche Flora nelle cerimo-


“Frida Kahlo” - 2019 - tecnica mista su legno -cm 50 x 50

nie. Flora è nome storpiato per pronuncia,

per i greci era Clori. Era la divinità della

fioritura dei cereali e di tutte quelle piante

che danno cibo o bevande all’uomo. Il

tempo ne fortificò l’immagine di divinità

della primavera. Attualizzando il mito, attrezzando

la divinità con le policromie

dei suoi fiori e della sua tavolozza gradevole

e fermamente contemporanea, Pennacchini

irrobustisce il concetto di popolarità

di una immagine e rende automatica

la curiosità dell’indagare sul soggetto

rappresentato, ripropone le sue figure in

una chiave attuale e figlia delle precedenti

esperienze di artista, incuriosisce e

conquista. Ma non è la sola, Flora, a cadere

nella rete di un pittore catalizzatore

e vivace come Pennacchini. Lo sono e lo

saranno quegli idoli che hanno percorso

millenni di storia nella loro integrità fornitaci

dalle immagini dei musei, dai libri

di storia e dal fascinoso mondo dell’immagine.

èikon, dicevano i greci. Icona

come immagine, come rappresentazione

dell’invisibile quanto estremamente popolare

e adorato. E così anche le grandi

opere del passato, popolari quanto difficilmente

viste da vicino, prendono la via

delle elaborazioni felici di Pennacchini.

In questo, è un artista che si distacca dalla

ricerca, a volte ridondante oltremodo, di

chi ha elaborato opere dedicate agli idoli

attuali, lasciandosi prendere troppo dalla

furiosa contemporaneità. L’artista romano

cerca di riportare in auge figure largamente

più note in tempi lontani o lontanissimi,

quando internet non poteva

neppure essere immaginato e la tradizione

orale o scritta affiancava il lavoro

degli scultori e degli artisti a cui era assegnato

il compito di eternare una figura

attraverso la sua immagine. Modernità ra-


“Monnalisa” - 2019 - tecnica mista su legno -cm 50 x 50

gionata e colta, quella di Pennacchini, figlia

di un percorso ricchissimo di esperienze

internazionali. Parente stretta di

esperienze in passato dedicate alla sensualità

del tango (in Argentina il successo

delle sue opere fu enorme) che lo portò

ad essere definito “Il pittore del tango”.

O di ricerche importantissime, come

quando gli fu assegnato il compito di rappresentare

l’Italia in Cina per celebrare il

Cammino di Marco Polo (2011). Oppure

derivata dal tempo in cui fu scelto per

rappresentare la cultura italiana negli aeroporti

del mondo. E così Fiumicino,

Malpensa, il JFK di New York videro le

sue opere decorare le sale frequentate da

milioni di persone incuriosite. Un cammino

mai domo, ricco di innovazione e

sfide affrontate in giro ovunque e senza

tregue, con la consapevolezza di misurarsi

in avventure sempre nuove e la certezza

di poter dire la propria sfoderando

le armi di una profonda conoscenza tecnica

e della ispirazione guidata da studi

severi. Non è certo uno che guarda alla

consacrazione del successo come ad un

approdo. Pennacchini prende ognuna

delle sue tappe come uno stimolo, un invito

a fare meglio. Il suo è, nel senso più

profondo del termine, un reale work in

progress. Ci aspettiamo nuove idee, nuove

e ancor più ricche apposizioni di colore

e vitalità. Dopo aver reso giustizia

alle impolverate divinità dei romani, alle

arrugginite corazze dei condottieri, chissà

cosa altro ci riserva Massimo Pennacchini.

Disinvolto e coerente artista dalla

ricerca incessante.

Giorgio Barassi


2.0

AccA Edizioni

Anno 12° - FEBBRAIO / MARZO 2020

86° Bimestrale di Arte & cultura - € 3,50

Massimo

Pennacchini

e gli Idoli

di Giorgio Barassi

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