Rivista Aprile

toscanacultura

La Toscana nuova - Anno 3 - Numero 4 - Aprile 2020 - Registrazione Tribunale di Firenze n. 6072 del 12-01-2018 - Iscriz. Roc. 30907. Euro 2. Poste Italiane SpA Spedizione in Abbonamento Postale D.L. 353/2003 (conv.in L 27/02/2004 n°46) art.1 comma 1 C1/FI/0074


Un connubio di gusto, stile ed eleganza

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Sommario aprile 2020

I quadri del mese

Vincenzo Cirillo, Migrante, olio su tela, cm 50x70

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grillouno@virgilio.it

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Cinzia Pistolesi: la pittura come pellegrinaggio interiore

Villa Bellavista a Buggiano, capolavoro del barocco fiorentino

Un ricordo di Luca Alinari ad un anno dalla scomparsa

Le opere tridimensionali dello scultore Gabriel Diana

Intervista a Dimitri Milopulos, direttore del Teatro della Limonaia

Il Don Giovanni in salsa toscana dell’attore Alessandro Calonaci

Alfredo Bianchini, indimenticato interprete del tabarin

Benessere della persona: come scegliere il sapone per le mani

L’universo plastico di Mimma Di Stefano

Mito e storia nelle terracotte di Stefania Maffei

I 70 anni di attività della Pasticceria Nencioni

La voce dei poeti: le liriche di Maria D’Ippolito

Gino Carosella: immagini di Firenze ai tempi del Coronavirus

Hong Kong “teatro vivente” negli scatti di Fan Ho

Psicologia oggi: le ricadute psicologiche del Covid-19

Stefano Grifoni, medico in trincea contro il Coronavirus

Paolo Vannini, sperimentatore tra figurazione e astrattismo

Solitudine e disincanto nel romanzo I fracassati di Alessandro Bini

Ascolta l’infinito: l’esordio letterario di Luca De Vincentis

Il ciclo pittorico di Giovanni Boldini a Villa La Falconiera

Lu.C.C.A., il museo - laboratorio nel centro storico di Lucca

Le cosmologie tra arte e scienza di JD Doria

Vernon Lee, la scrittrice inglese innamorata di Firenze

Boyhood: il film esperimento di Richard Linklater

Rosy Carletti, fotografa di dissolvenze e metamorfosi

Krzysztof Konopka a Montecatini Terme per un’asta internazionale

I dipinti di Karin Monschauer ad Abu Dhabi e Singapore

I bassorilievi di Michael Henry Ferrell all’asta di Fabiani Arte

Alla Galleria Mentana,“Firenze sogna” con la mostra dell’AELA

Il super tifoso viola: Leonardo Semplici, allenatore e fiorentino doc

La Quaresima, tempo di rinascita spirituale

Corsi e ricorsi storici: la peste nera del Trecento

La collettiva per i 60 anni del Circolo Amatori Arti Figurative

Chianti Classico: il mito del gallo nero si rinnova

L’avvocato risponde: il marchio a tutela delle aziende storiche

Vo per botteghe Web, l’iniziativa a sostegno delle PMI italiane

B&B Hotels Road Trip: a Modena, città della Ghirlandina

L’aperigrappa, un aperitivo insolito

Arte e Gusto: un tris di sensazioni olfattive tutto da scoprire

#iorestoacasa: l’appello di artisti e musei per la lotta al virus

Mauro Maris, Risveglio di primavera nelle crete senesi,

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La Toscana nuova - Anno 3 - Numero 4 - Aprile 2020 - Registrazione Tribunale di Firenze n. 6072 del 12-01-2018 - Iscriz. Roc. 30907. Euro 2. Poste Italiane SpA Spedizione in Abbonamento Postale D.L. 353/2003 (conv.in L 27/02/2004 n°46) art.1 comma 1 C1/FI/0074

In copertina:

Cinzia Pistolesi, Lo specchio e la

maschera, acrilico su tela

Periodico di attualità, arte e cultura

La Nuova Toscana Edizioni

di Fabrizio Borghini

Viale F. Redi 75 - 50144 Firenze

Tel. 333 3196324

lanuovatoscanaedizioni@gmail.com

lanuovatoscanaedizioni@pec.it

Registrazione Tribunale di Firenze

n. 6072 del 12-01-2018

Iscriz. Roc. n. 30907 del 30-01-2018

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Anno 3 - Numero 4

Aprile 2020

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Direttore responsabile:

Daniela Pronestì

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Capo redattore:

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La Toscana nuova - Periodico di attualità,

arte e cultura

www.latoscananuova.it

Testi:

Laura Belli

Paolo Bini

Margherita Blonska Ciardi

Doretta Boretti

Lorenzo Borghini

Fabrizio Borghini

Erika Bresci

Viktorija Carkina

Jacopo Chiostri

Nicola Crisci

Maria Grazia Dainelli

Massimo De Francesco

Maria D’Ippolito

Aldo Fittante

Giuseppe Fricelli

Serena Gelli

Stefano Grifoni

Paolo Grigò

Anna La Donna

Stefania Macrì

Elisabetta Mereu

Emanuela Muriana

Lucia Petraroli

Elena Maria Petrini

Antonio Pieri

Daniela Pronestì

Valter Quagliarotti

Silvia Ranzi

Lucia Raveggi

Sonia Salsi

Silvano Salvadori

Barbara Santoro

Gaia Simonetti

Rita Tambone

Andrea Vignozzi

Francesca Vivaldi

Foto:

Margherita Blonska Ciardi

Rosy Carletti

Gino Carosella

Chiara Daniele

Enrico Gallina

Francesca Gheri

Fan Ho

Alessandro Martignoni

Maurizio Mattei

Caterina Mori

Elena Maria Petrini

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In questo triste momento di

SOSPENSIONE

di ogni nostra attività

per il Coronavirus,

nello sfogliare il libro

dedicato dal grande fotografo

MICHAEL DOSTER

alla madre dell'amico Marzio

prematuramente scomparso,

cerchiamo la

SPERANZA

di poter, al più presto,

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Ritratti

d’artista

Cinzia Pistolesi

La pittura come pellegrinaggio interiore verso la

completezza dell’anima

di Sonia Salsi

Tante esperienze nel mondo dei

colori degli atelier della moda,

tante letture e studi nei più vari

campi della cultura, dalla filosofia alle

scienze, ed ecco che, all'improvviso,

tutta questa ricchezza interiore è esplosa

in raffigurazioni volte, già dal loro inizio,

all'incontro tra figura e astrazione,

prime testimonianze di creativa espansione,

di creativa “immersione” nell'arte.

Da questo iniziale nucleo, continuano

ad estendersi tanti cerchi concentrici, in

una continua ricerca di “figurazioni”, di

materiali, di strumenti, in un’espansione

pluridirezionale volta alla sintesi, in un

originalissimo percorso che Cinzia stessa

ci racconta.

Cos’è per te il colore?

«E' magia: un pentagramma musicale è

la tela, un messaggio da altre realtà che

ci parlano di quiete, silenzio, di compassione

e gioia».

Emozione e ragione, due aspetti di una

medesima realtà che l'arte riunifica in un

principio unitario. I “cerchi” travalicano

verso una dimensione che non si accontenta

di una sorta di “geometria piana”,

ma si espande in una spirale avvolgente,

in uno spazio che non è più tridimensionale

e si apre al concetto di tempo.

Dove ti conduce la tua ricerca?

«A capire il perché del tempo e dello spa-

zio attraverso un pellegrinaggio interiore

verso la completezza dell'anima».

Ecco la più profonda motivazione dell'artista:

la ricerca e l'incontro con “anima”,

principio unitario che unisce l’infinitamente

grande all’infinitamente piccolo

e motiva e giustifica l'esistente tutto, in

una dimensione olistica fra arte, scienza,

vita.

Come s’intersecano, nel tuo mondo

interiore, queste dimensioni così poco

“frequentate” dalla contemporaneità,

volta all'apparire piuttosto che

all'essere?

«L’emozione è un veicolo di esplorazio-

Alter Ego

Vasi comunicanti

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CINZIA PISTOLESI


ne nei confini animici, e l'arte,

intesa in tal senso, riscatta la

natura umana dalla sua condizione

materiale».

Con sempre maggiore intensità

si addentra in questa

esplorazione senza confini, in

cui sempre più si sperimenta

nell'approfondire i caratteri,

il “segno” del suo linguaggio:

suo e inconfondibile è il modo

di tracciare curve leggere a delimitare

ipotesi di volti, suo è il

“dialogo” dei colori, il loro incontro

che si espande in nebulose

o è circoscritto fra segni

minimali, ognuno dei quali è

un mondo d’immagini, di microfigure,

separate e distinte

ma complementari l'una all'altra.

Il suo è uno stile non ricon-

Epifania

ducibile a scuole e correnti artistiche

specifiche: uno stile che è un unicum

cromatico, materico, concettuale.

Cos'è, dunque, “arte” in questo percorso

così complesso e difficile?

«E' l'autopercezione della creatura vivente,

proiettata all'infinito da anima

che è la fonte del sapere assoluto. Il

concetto del sé si esprime attraverso la

forma».

Arte come impegno assoluto, ricerca

che ogni volta ti pone di fronte a te

stessa?

«Mi percepisco come una funambula in

equilibrio fra due dimensioni opposte;

sotto di me è il vuoto, è nel vuoto che io

lavoro, non mi sento protagonista ma

esecutrice. Ho imparato a mettere a tacere

l'ego, la dimensione materiale, e a

dar voce all'anima».

Una concezione dell'arte che non si

esaurisce nella dimensione estetica, ma

coinvolge unitariamente l'etica, e crea

un “ponte” fra i saperi: arte e vita s’incontrano

in un principio unitario, così

come la scienza ricerca il principio unitario

che spieghi tutti gli aspetti della realtà,

studiati dai vari settori della scienza

stessa. Non a caso ha dedicato alcune

sue opere alla quantistica, alla “frontiera”

che ha superato la fisica classica per

addentrarsi ancora più in profondità in

quello “spazio” in cui materia ed energia

s’incontrano, interagiscono, si confondono.

Così come il “campo morfico”

di cui sperimenta alcune “figurazioni”,

è il luogo dell'empatia, dell'incontro,

dell'identificazione con l'altro, in una

percezione diretta che mette in pratica

ciò che per la scienza resta a livello

di teoria dei campi quantistici. Ancora

una volta, gli “opposti” non sono tali,

le separatezze non sono tali, gli individui

non sono monadi isolate in quel

“campo” di percezioni che costituisce la

memoria collettiva, sottesa ad ogni incontro,

ad ogni relazione. Le sue opere,

così impegnative nella loro genesi e

così coinvolgenti nella loro realtà “effettuale”,

richiedono, a coronamento del

loro significato più profondo, l'impegno

di un visitatore che non si trinceri dietro

generiche categorie di apprezzamento

estetico, ma sia disponibile a mettere in

discussione le sue certezze, le sue difese,

le barriere, scenda dentro se stesso.

Come per tutta l'arte contemporanea, il

pubblico è chiamato ad interagire con

l'opera, a coronarne il senso; tanto più

ciò è fondamentale nell'arte, così permeata

dall'introspezione, dalla ricerca

della libertà.

Anima in divenire

Qual è il rapporto tra la libertà nell'arte

e la libertà nella tua ricerca culturale?

«La prima caratteristica della connessione

animica è la ricerca della libertà,

non come trasgressione delle regole

sociali, comunque condizionanti, ma

soprattutto come ricerca di una dimensione

propria in cui l'anima è regista incondizionata

della realtà».

Nella profondità di se stessi, nella connessione

con tutto l'esistente sta, dunque,

il significato dell'arte, veicolo di

comprensione e di compassione, in

senso etimologico.

www.cinziapistolesi.com

info@cinziapistolesi.com

Cinzia Pistolesi

CINZIA PISTOLESI

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I maestri dell'

architettura

A cura di

Margherita Blonska Ciardi

Villa Bellavista a Buggiano

Progettata nel tardo Seicento dall'architetto fiorentino Antonio

Maria Ferri, è una delle dimore storiche più belle e grandi d’Italia

dopo la Reggia di Caserta

Testo e foto di Margherita Blonska Ciardi

Villa Bellavista nei pressi di Buggiano

è una suggestiva villa

barocca di fine Seicento chiamata

“Bellavista” perché dalle sue finestre

si apre un magico panorama che

domina le vallate circostanti, iniziando

dalla catena delle Apuane versiliesi per

finire alle colline di Montecatini, Monsumano

Alto e Lamporecchio. L’antico

edificio fu progettato dall'architetto

fiorentino Antonio Maria Ferri, attivo

presso la corte del Granduca Cosimo

III de’ Medici. La costruzione di questo

magnifico palazzo è legata alla vita

del suo primo proprietario, il marchese

Francesco Ferroni. Questi proveniva

da una famiglia di commercianti di

tessuti di Fucecchio e fin da giovane si

era distinto come abile uomo d’affari,

i cui maggiori guadagni venivano dalla

tratta degli schiavi dall’India occidentale

all’Olanda. Il suo successo economico

fu presto notato e riconosciuto da

Cosimo III de’ Medici, il quale per ringraziarlo

dell'ospitalità ricevuta ad Amsterdam

presso la fastosa dimora di

Ferroni dopo la dichiarazione di guerra

all'Olanda da parte della coalizione

anglo-francese, lo nominò prima funzionario

e poi nel 1673 senatore del

Granducato fiorentino. Nel 1681 il senatore

Ferroni acquistò da Cosimo III

la quattrocentesca Fattoria medicea e

decise di costruirci accanto una villa in

un nuovo stile, convocando l'architetto

fiorentino più in voga a quei tempi, cioè

Antonio Maria Ferri. Essendo bravo

manager di se stesso, Francesco Ferroni

seppe sfruttare ogni occasione buona

per i propri affari e per dare lustro

al suo nome. Ecco perché, conquistata

la fiducia dei Medici, riuscì ad ottenere

da Cosimo III il titolo di marchese.

La villa, realizzata in uno stile che confina

tra il manierismo fiorentino e gli inizi

del barocco, riproduce in scala ridotta

Villa Bellavista a Buggiano

La cappella della villa

la planimetria del Belvedere di Vienna:

anche in questo caso, infatti, le facciate

longitudinali terminano con torrette

curvilinee come braccia che accolgo-

no il visitatore. Lo stile barocco fiorentino,

caratterizzato da decori realizzati in

bugnato che contrastano con l’intonaco

dell'edificio, è tuttavia meno sfarzoso di

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VILLA BELLAVISTA


Veduta d'insieme del complesso monumentale

quello austriaco. La strada fra i poderi,

diritta come l'asse di simmetria e costeggiata

da filari di cipressi, porta ad

attraversare la storica cancellata in ferro

battuto del parco dove, percorrendo

un viale decorato da statue allegoriche

barocche e vasi, si arriva di fronte ad

una vasca ittica con fontana. Salendo

Una delle statue allegoriche nel parco

le scale sotto il porticato della terrazza

principale, si rimane stupiti dalla grandezza

del salone d’ingresso, con i suoi

spazi immensi che abbracciano ben due

piani di altezza. Il soffitto è decorato con

scene raffiguranti la battaglia di Vienna

(1863) che si riferisce alla sconfitta definitiva

dei Turchi da parte della cristianità.

Il salone dominato dal

ballatoio è collegato con altre

due sale laterali attraverso

il corridoio che percorre

tutti gli ambienti, comprese

le camere da letto comunicanti

dei marchesi. I piani

superiori erano dedicati in

origine agli ospiti e alla servitù.

Accanto alla villa si

trovano l'antica Fattoria medicea

e la cappella costruita

successivamente su commissione

del figlio del marchese

Fabio Ferroni. A causa

delle bonifiche dei terreni intraprese

nel Settecento, i

campi di proprietà dei Ferroni

furono soggetti a numerose

inondazioni per lo

scolo delle acque e la famiglia

si trovò per questo in

serie difficoltà economiche.

Non a caso, i Ferroni cedettero

la proprietà al barone

Giuseppe Ardia, capo dei Vigili

del Fuoco che abitò nella

villa fino alla sua morte e

fu sepolto nella cappella del

complesso. Successivamente, la struttura

fu adibita a casa di cura e orfanotrofio

per i figli dei Vigili del Fuoco. Una

leggenda racconta che i tunnel sotterranei

della villa, collegati alla cappella

e al centro del paese, nascondono ancora

oggi uno scrigno con il tesoro del

marchese. Attualmente, la villa è di proprietà

dell’Opera nazionale di assistenza

per i figli dei Vigili del Fuoco che cerca,

come può, di mantenerla integra.

Il recente stanziamento di due importanti

finanziamenti da parte del Mibact

destinati al recupero dell’edificio principale,

lasciano ben sperare in una rifunzionalizzazione

della villa, anche grazie

alla sua posizione strategica sul crocevia

tra Firenze, Lucca e Pisa, alla vicinanza

dell’uscita autostradale e della

linea ferroviaria Firenze - Viareggio. Negli

anni passati è stata oggetto d’interesse

da parte di un’importante fondazione

d'arte che avrebbe voluto acquistarla

per farne un centro congressi e una sede

di mostre internazionali.

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VILLA BELLAVISTA

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Personaggi

Luca Alinari

Dall'infanzia in via Dandolo alla giovanile "ossessione"

per la pittura: un ricordo del maestro ad un anno dalla

scomparsa

di Viktorija Carkina / foto courtesy Filippo Alinari

In primo piano sulla destra, Alinari bambino

durante una festa di amici in via Dandolo (1953)

Luca Alinari, nato il 27 ottobre

1943 a Firenze, è figlio della

guerra. La sua prima casa

si trovava in via Fratelli Dandolo, oltre

piazza Alberti, allora considerata periferia

di Firenze. Nonostante le misure ridotte,

la strada pullulava di personalità

artistiche. Ci vivevano diversi musicisti,

pittori, disegnatori di cartoni animati.

Tra queste persone c'erano anche Filiberto

e Sofia, genitori di Luca Alinari,

anche loro dalla grande mente creativa.

Filiberto, oppure sor Alberto, come lo

chiamavano tutti, dai più piccoli ai più

grandi, era un dentista di professione e

aveva lo studio nello stesso palazzo, ma

nel tempo libero si dedicava alla passione

che gli stava più a cuore: cantare. La

madre del pittore, invece, era una stilista,

aveva il proprio negozio di abbigliamento

per bambini in cui realizzava

i suoi progetti sempre molto originali

e creativi. Probabilmente è da lei che

Luca ha ereditato una mente così fantasiosa.

Quella piccola strada era carica

non soltanto di un’aura artistica, ma

anche di un'aria particolarmente familiare.

Tutti i vicini si conoscevano fra

di loro, aiutandosi a vicenda durante i

tempi duri con scambi d'acqua e di prodotti

alimentari e confortandosi durante

le serate passate insieme in uno dei

giardini dei palazzi. Grazie alla professione

del sor Alberto, Luca ha vissuto

il dopoguerra con relativa serenità. Essendo

un dentista, spesso riusciva a

fare anche scambi con i pazienti che,

non avendo denaro per pagare la prestazione,

si sdebitavano con generi alimentari

di ogni tipo. In quella strada

viveva anche Pino Pini. Era più giovane

di tre anni di Luca, che l’aveva conosciuto

all'incirca all'età di sei anni. Da

quel giorno nacque un’amicizia che sarebbe

durata per il resto della loro vita,

riflettendosi anche nei numerosi video

realizzati assieme e ancora oggi reperibili

su Youtube. La loro collaborazione

Con i genitori a Pisa

Luca Alinari in una foto degli ultimi anni

è stata molto fruttuosa e ha dato vita a

cortometraggi pregni di profonde riflessioni

sull'arte di Alinari e di altri grandi

autori. Luca è stato sceneggiatore, regista

e voce narrante di queste interessanti

pillole cinematografiche, mentre

Pino ne è stato video operatore e montatore,

partendo dalle macchine fotografiche

a pellicola nel 1959, quando

fecero il loro primo video, e arrivando

negli anni più recenti alla Panasonic Lumix

GH3, con la quale sono stati realizzati

tutti i video degli anni Duemila. Fin

da bambino, all'età di quattro anni, Luca

ha dimostrato una grande volontà di

dipingere, come se si fosse trattato già

allora di una piccola ossessione. Pensando

al quel periodo, amava ricordare:

«C'era un tavolo di marmo in cucina,

un vecchio tavolo dell'epoca, e il gioco

mio era quello di disegnarci sopra con

una matita, ma non su una piccola parte,

disegnavo l'intera superficie; al che

mia madre doveva poi pulirlo per apparecchiare

pur sapendo che nuovamente

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LUCA ALINARI


Città felicità (2017/2018), tecnica mista e smalti su

tela, cm 100x90

Spirali (2009), tecnica mista e smalti su tela,

cm 95x125

vi avrei disegnato sopra. Forse fu allora

che i miei genitori cominciarono a capire

che avrei fatto il pittore, era chiaro fin

da bambino che sarei stato pittore, era

chiaro a tutti». Nonostante ciò non decise

di intraprendere gli studi pittorici,

pur portando avanti la sua grande passione

da autodidatta con accurate ricerche

individuali. Prima si diplomò al

Liceo Classico alla Badia Fiesolana e poi

proseguì gli studi alla Facoltà di Lettere

e Filosofia dell'Università di Firenze.

Significativa, invece, per il suo percorso

artistico, fu un'esperienza lavorativa

compiuta all'età di 18 anni all'interno

di un'agenzia pubblicitaria fiorentina.

Le opere successive degli anni Settanta

porteranno dentro vari elementi della

Pop Art, anche se il pittore non fu particolarmente

impressionato dall'arte del

consumo, nonostante l'abbia sperimentata

diverse volte. Ma è proprio questo

che distingue Luca Alinari da chiunque

altro: una ricerca e una sperimentazione

continua. Nonostante fosse un grande

ammiratore del dadaismo, del futurismo,

ma anche dell'arte rinascimentale,

sosteneva che solo le esperienze di

vita di ciascun artista ne determinano

le scelte stilistiche. Sperimentò sia

l'arte figurativa che l'arte astratta, alternandole

e attraversando soggetti diversissimi.

Tante sue opere riflettono il

tema della figura umana, che ha rappresentato

sempre duplicata, per sottolineare

il dualismo dell'essere. Vediamo

spesso raffigurata anche una chiesa, rimasta

impressa nella memoria del pittore

dalla sua infanzia. Ma il suo percorso

artistico non è caratterizzato solo dai

diversi generi pittorici e soggetti come

paesaggi, nature morte, figure umane,

stelline, ma anche dalla sperimentazione

di altre forme d'arte. Infatti, ha realizzato

bellissime sculture, purtroppo

rimaste poche per via della loro delicatezza.

Osservando le sue opere bisogna

prestare particolare attenzione al materiale

utilizzato: i supporti sono in tela,

tavola in multistrato, vetro colorato, tela

jeans, stoffa, carta, pallina in legno, metallo,

tulle, piastra di strass e plexiglass.

I colori utilizzati sono olio, acquarello ed

acrilico, mescolati in un linguaggio del

tutto nuovo con plasmi resinosi, pailettes,

perle, colle colorate, bottoni, piume

e altri giochi di fantasia come minuscoli

oggettini, spesso alimentari. Nell'ultimo

periodo della vita − Alinari ha continuato

a dipingere fino all'ultimo respiro −,

ha scelto spesso la via dell'arte astratta.

Una delle sue ultime considerazioni

è stata: «L’arte astratta ti lascia libero

di correre. Ti offre uno stimolo per

viaggiare dove vuoi». Così è stata anche

la vita e la personalità del pittore:

un viaggio continuo alla ricerca della felicità,

che raggiungeva grazie alla pittura.

Un percorso di avvicinamento alla

scoperta del senso della vita, della propria

esistenza e delle conferme per superare

le proprie insicurezze, quelle che

attanagliano ogni grande artista. Ma soprattutto

il suo è stato un viaggio verso

l’arte pura, un viaggio che lo ha reso vivo

per sempre.

Stato di grazia (2017/2018), tecnica mista e smalti su tela, cm 80x80

Sulla strada dei fagiolini (2011), tecnica mista e smalti su tela, cm 120x100

LUCA ALINARI

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Musei nel

mondo

Gabriel Diana

Paglia e bronzo nelle opere tridimensionali realizzate a

quattro mani con l'artista Dominique Beniza

di Lucia Raveggi

Dopo gli esordi come pittore

accademico, Gabriel Diana

è approdato ineluttabilmente

alla scultura, linguaggio che ormai

connota anche i suoi quadri conferendo

loro una struttura tridimensionale

grazie all’innovativa tecnica definita

dall’artista Full Metal Painting. Tutto è

cominciato circa dieci anni fa quando

Diana ha iniziato a ricoprire di metallo

l’intera superficie dei quadri, con fogli

di bronzo, ottone, alluminio, argento e

d’oro, seguendo l’estro di un'inesauribile

creatività. Il passo successivo

è stato integrare a queste opere "metalliche"

le sue sculture in bronzo, in

modo da ottenere un tutt’uno armonico.

«Se non fosse per la superficie

legnosa la cui rigidità è indispensabile

per sopportare il peso dei miei personaggi

di bronzo − afferma l’artista

− si potrebbe dire che queste opere

Dominique Beniza con una delle opere in paglia e bronzo realizzate a

quattro mani con Gabriel Diana

nascono direttamente

dalla fucina di Vulcano».

L’effetto tridimensionale

è accentuato dal riflesso

del metallo, la cui

superficie è a volte parzialmente

dipinta con i

medesimi acidi ed ossidi

utilizzati per patinare

le sculture. La luce gioca

a nascondino sotto le

forme di bronzo, mettendo

ancora più in risalto

movimenti e gesti

delle figure. Qualche anno

fa, l’incontro con Dominique

Beniza, artista

transalpina specializzata

nell’intarsio di paglia

di segale ed esperta antiquaria, ha generato

un’ulteriore innovazione nello

stile del maestro. Pur essendo materiali

molto diversi, paglia e bronzo

hanno iniziato a convivere nelle opere

di Diana, in un felice contrasto tra la

Escalation, paglia e bronzo, cm 80x80

L'arrampicatore, paglia e bronzo, cm 80x80

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GABRIEL DIANA


Volo di gabbiani, full metal painting, cm 60x120

Climbing, paglia e bronzo, cm 60x60

leggerezza del giunco e la pesantezza

del metallo. E’ nato

così il ciclo dei quadri in paglia

e bronzo che vede i due artisti

lavorare a quattro mani con

lunghi tempi di realizzazione;

opere molto apprezzate e richieste

dai collezionisti per l’assoluta

originalità di questo linguaggio ibrido.

DIAN’Arte Museum

5992, Route des Marines de Borgo

+33 (0)669240110

www.gabriel-diana.com

Donna col cappello, full metal painting, cm 42x80

Runners, full metal painting, cm 80x80

GABRIEL DIANA

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Dal teatro al

sipario

A cura di

Doretta Boretti

Il Teatro della Limonaia a Sesto Fiorentino

Intervista al direttore artistico Dimitri Milopulos

di Doretta Boretti / foto Enrico Gallina

Nella Limonaia della prestigiosa

Villa Corsi Salviati − villa storica

del XVI secolo a Sesto Fiorentino

− nel 1985, il Comune di Sesto

decise di creare un teatro; così, negli

anni successivi, Barbara Nativi insieme

a Dimitri Milopulos e a tanti altri collaboratori,

dettero vita ad un’avventura

teatrale tutt’oggi ancora fiorente.

Mi trovo in compagnia di Dimitri Milopulos

che dal 2005 riveste il ruolo

di direttore artistico dell’Associazione

Culturale Teatro della Limonaia.

Lei è stato, insieme a Barbara Nativi

e a tanti altri, il fondatore di questo

immane progetto artistico culturale.

Poiché quest’anno ricorre il quindicesimo

anno dalla sua scomparsa,

vorrei che la ricordasse ai nostri lettori

con un suo personale pensiero.

Intercity: parliamone.

Da qualche anno le attività dell’Associazione

Culturale Teatro della Limona-

Dimitri Milopulos

Io e Barbara abbiamo iniziato il nostro

percorso artistico insieme negli anni

ʼ80. Eravamo una coppia sia nella vita

privata che come professionisti. Alla

metà degli anni 90 abbiamo fatto

i bagagli e siamo partiti per costruire

qualcosa di nuovo senza sapere

all’inizio cosa, ma poi l’abbiamo

capito. Nel nostro viaggio a Londra,

abbiamo avuto la fortuna di incontrare,

al National Theatre, il progetto

Intercity e l’abbiamo portato in

Italia. E’ stata un’idea fortunata e

unica, non a caso, oggi, dopo tanti

anni, è ancora uno dei festival più

importanti della nuova drammaturgia.

Con Barbara abbiamo portato

avanti tanti altri progetti: spettacoli

di drammaturgia internazionale

scritti da nuovi autori, anche stranieri,

per il nostro festival, la for-

mazione, rivolta anche agli adolescenti,

perché sono proprio loro che di solito

restano fuori da altre scuole, e tanti altri

progetti.

ia portano il nome di Intercity perché è

da lì che è partito tutto. Intercity Festival,

che si svolge in autunno, Intercity

Winter, per gli spettacoli nel periodo invernale,

e Intercity Connections, scuola

di teatro che abbraccia tutte le stagioni.

Ogni anno il festival è dedicato a una

città del mondo, sempre diversa, cercando

di presentare quello che succede

in quella città da un punto

di vista della drammaturgia

contemporanea. L’Intercity

2019 è stato dedicato

alla città di Oslo. Chi fosse

interessato può trovare tante

informazioni sul sito www.

teatrodellalimonaia.it.

Scenografo, costumista,

attore, autore, regista e da

15 anni direttore artistico

dell’Associazione Culturale

Teatro della Limonaia. Questo

ruolo di direttore è stato

più difficile un tempo o

lo è di più adesso?

Alias Godot di Brandan Gall, regia di David Ferry, scene, luci e costumi di Dimitri Milopulos, produzione Intercity Toronto

Da giovane ho sviluppato

una grande passione per le

miniature e i modellini, forse

sono state proprio queste

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TEATRO DELLA LIMONAIA


Il Teatro della Limonaia, con

il suo festival, la stagione

artistica, la scuola di Teatro,

le grandi proposte culturali,

è una ricchezza unica per il

territorio.

Firenze, scritto, disegnato e diretto da Dimitri Milopulos in foto

E’ vero, perché nasce dalla

scommessa di un gruppo di

persone accomunate da una

grande passione. Oggi il teatro

richiede un continuo rinnovarsi

per proporre sempre

cose nuove nelle quali il testo

è alla base del lavoro teatrale.

Questo cercare sempre

nuovi legami tra popoli e generazioni,

è uno dei principali

motivi per i quali portiamo

avanti il nostro progetto con

dedizione.

le cause scatenanti il mio essere artista

e il mio fare teatro ancora oggi. Sono

arrivato a Firenze da oltre trent’anni

per studiare arte e mi sono diplomato

all’Accademia di Belle Arti, per poi

dedicare la mia vita, con tanto amore,

al teatro. Ho sempre portato avanti un

notevole interesse per la drammaturgia

teatrale, nazionale e internazionale,

e se penso a tutti i grandi scrittori di un

tempo e a quanto sono stati sostenuti

anche dai politici di allora, penso che

sia per quello che i loro testi di drammaturgia

sono arrivati fino ai giorni nostri;

invece oggi è tutto più difficile, i

fondi, che sono indispensabili, sono

veramente minimi,

il teatro viene ingiustamente

emarginato

dalla politica,

e negli ultimi tempi

la situazione è diventata

intollerabile.

Quindi, sì, è più difficile

oggi fare il direttore

artistico.

Come possiamo seguire i progetti

dell’Associazione Culturale Teatro

della Limonaia?

La nostra è un’attività che si trova, oltre

che sul sito dedicato, su tutti i mezzi

che la tecnologia ci offre. Ma io,

nonostante sia superata, continuo ad

usare anche la carta per stampare manifesti

da affiggere sui muri, cataloghi

da leggere e guardare, volantini da distribuire.

Continuo a usarla perché la

amo e perché penso che sia ancora lo

strumento più efficace.

Come non trovarci d’accordo.

elischia@inwind.it

Psicosi di Sarah Kane, traduzione di Barbara Nativi rivista e diretta da Dimitri

Milopulos; in foto: da sinistra, Sonia Remorini, Teresa Fallai e Valentina Banci

La platea del Teatro della Limonaia

TEATRO DELLA LIMONAIA

15


Dal teatro al

sipario

A cura di

Doretta Boretti

Alessandro Calonaci

Un Don Giovanni in salsa toscana: il nuovo progetto

dell’attore, regista e fondatore della Compagnia Mald’estro

di Doretta Boretti

Quando un artista come Alessandro

Calonaci dedica la sua

esperienza teatrale, le sue conoscenze

e un interessante

e approfondito studio per portare alla

visione di tutti un progetto teatrale

unico nel suo genere, ci riempie di

curiosità.

Come e quando è nata in te la voglia

di questo progetto su Don Giovanni?

Sono diversi anni che porto avanti, con

la mia Compagnia Mald’estro, un lavoro

sul linguaggio toscano. Ho cercato

di sondare l’animo e il modo di pensare

e di fare di quella che è la nostra toscanità,

l’ho unito alla materia teatrale

e ho portato in scena Maledetti Toscani,

la Mandragola e per ultimo Pluto di

Aristofane, che ho ambientato in epoca

etrusca, Il malato immaginario e Il

Tartufo di Molière, Sogno di una notte

di mezza estate e La dodicesima notte

di Shakespeare, e adesso

Don Giovanni. In un

continuo percorso alla ricerca

delle influenze che

la nostra lingua ha avuto

su tante altre lingue straniere,

non quella becera

imbastardita ma al contrario

una lingua che grazie

a Dante, Boccaccio e

a tanti altri si è distinta

per essere la madre non

solo della lingua italiana.

Molière, senza i comici

della Commedia dell’Arte,

non avrebbe scritto

i suoi capolavori e non

avrebbe inventato il teatro

moderno. Fiorilli, suo

maestro, dopo Marinelli

e Andreini, aveva contribuito

a far radicare il

teatro italiano in Francia.

E Shakespeare dalla Bisbetica

domata a Otello e a Misura per

Misura si ispirò alle novelle di Giovan

Battista Giraldi e La dodicesima notte

fu rappresentata a Siena, sembra

scritta dall’Accademia degli Intronati,

settanta anni prima di lui. Senza tralasciare

la politica e tanto altro della nostra

toscanità nel mondo.

E Don Giovanni?

Don Giovanni è in linea con quello che

abbiamo fatto fino ad ora. Continuando

la ricerca, ho trovato tante assonanze

tra la figura di Molière e quella

di Luigi Del Buono, straordinario artista

fiorentino, famoso accademico e

scrittore vissuto tra la seconda metà

del Settecento e gli inizi dell’Ottocento,

volle creare una maschera che

avesse un “carattere” tutto fiorentino,

tradizionalista, plebeo, dall’umorismo

sapido: Stenterello. Purtroppo si sono

perse gran parte delle sue commedie,

delle quali, dopo l’alluvione del 1884,

ne restano soltanto tre e Don Giovanni

non è tra queste, ma Del Buono,

avendo frequentato il salotto letterario

di “Corilla Olimpica”, conobbe probabilmente

il giovane Mozart. Nel Don

Giovanni di Molière troviamo la figura

del servo Sganarello, creata probabilmente

sulla falsariga delle maschere

del teatro italiano. Il mio Don Giovanni

lo ambiento a Firenze e sostituisco

al ruolo del servo la maschera dello

Stenterello di Del Buono.

Quando potremo vedere la tua nuova

“creatura”?

Avremmo dovuto rappresentarlo il

prossimo 9 aprile al Consolato francese

ma vista la “clausura” per il Covid19,

è stato rimandato a data da

destinarsi. Forniremo notizie in merito

sulla nostra pagina Facebook: Compagnia

Mald’estro.

16

ALESSANDRO CALONACI


A cura di

Giuseppe Fricelli

Concerto in

salotto

Sull'aia e al tabarin

Il maestro Giuseppe Fricelli ricorda il grande attore e

cantante Alfredo Bianchini nel recital registrato insieme

in Rai nel 1977

di Giuseppe Fricelli

Ho collaborato per molti anni,

in qualità di pianista e compositore,

con Alfredo Bianchini,

straordinario poliedrico artista.

Era nato come cantante da camera e

in seguito aveva ampliato la sua attività

dedicandosi anche al teatro. Alfredo

era unico ed irripetibile nei suoi recital.

Abbinava, nei programmi di sala, pagine

di prosa, poesia, arie da camera,

nenie, canzoni di tabarin: un cocktail

splendido e ricercato. L'intelligenza viva,

pimpante, unita ad una cultura vera

e profonda facevano di Alfredo un artista

di prima grandezza. Lavorare con

lui era una gioia, un arricchimento. Abbiamo

girato l'Italia in lungo e in largo,

riscuotendo sempre vivo successo di

pubblico e critica. Tutti i più famosi artisti

venivano ad ascoltare ed applaudire

Bianchini. Ricordo, fra questi, Sarah

Ferrati, Paola Borboni, Rina Morelli,

Rossella Falk, Romolo Valli, Giorgio

De Lullo, Mario Scaccia, Eva Magni, e

tanti altri. Un giorno ci trovavamo a Torino

per registrare in diretta per la Rai

il recital Sull'aia e al tabarin. Avevamo

fatto varie recite al Teatro Eliseo e al

Valle di Roma. Quindi lo spettacolo era

ben rodato. Per fortuna questo recital

è rimasto nelle teche Rai come documento

dell'arte di Alfredo. Il regista televisivo

mi pregò di truccarmi con del

fondotinta perché il mio volto risultava

troppo bianco per la ripresa televisiva

a colori. In effetti, era così. Il truccatore

venne nel mio camerino ma io gli

dissi che avrei fatto da solo. Dovete sapere

che io ho sempre amato il teatro

e tutto ciò che avviene prima di andare

in scena: lo stare in camerino, vestirsi,

truccarsi, vivere le quinte, assaporare

tutta la magia del palcoscenico. Un

mondo fatto di tanto sacrificio e studio

che ripaga col suo fascino profon-

do. Incominciai a truccarmi dinanzi ad

un grande specchio. Il fondotinta spalmato

sul viso mi rendeva più piacevole,

più attore, più attraente. Ed allora

Giuseppe, forza! Più fondotinta, più

fondotinta, più fondotinta. Al termine

dell'operazione mi sentì chiamare da

Alfredo che aveva il camerino accanto

al mio: «Giuseppe, Giuseppe siamo

pronti?». Uscì nel corridoio. Sentì

un urlo di Alfredo che, avendomi visto

così truccato, disse:«Beppino, ma stasera

non si recita l'Otello!». Per chi volesse

risentirlo o rivederlo consigliamo

il disco Addio tabarin (1979) di Alfredo

Bianchini e Giuseppe Fricelli (Cardinal

Records CDLP 1604) e su YouTube

Recital di Bianchini - Fricelli.

Alfredo Bianchini nel 1959

Addio Tabarin, uno dei dischi di Alfredo Bianchini con la partecipazione del pianista Giuseppe Fricelli

SULL'AIA E AL TABARIN

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A cura di

Antonio Pieri

Benessere e cura

della persona

Come scegliere il sapone giusto per

un corretto lavaggio delle mani

di Antonio Pieri

In questo periodo è inevitabile che

i lavaggi delle mani siano più frequenti

del solito. Il problema è

che lavandosi le mani con maggiore

frequenza la pelle inizia a perdere idratazione

arrossendosi e assottigliandosi

sempre più. Quindi come possiamo

scegliere il sapone per mani migliore

per la nostra pelle?

Guardare l’INCI

E’ essenziale che il sapone abbia inclusi

nella sua formulazione (INCI) ingredienti

emollienti ed idratanti come ad

esempio l'aloe vera e l'olio extravergine

di oliva, così da assicurare alla pelle delle

mani un effetto lenitivo importante.

Per questo motivo e per evitare arrossamenti,

secchezza e irritazioni è molto

importante scegliere saponi naturali.

Gel igienizzanti, saponi e salviette

antibatteriche e disinfettanti sono

davvero così indispensabili per proteggersi

dal Coronavirus?

Dipende. Il più delle volte è davvero

sufficiente lavarsi le mani spesso, nella

maniera corretta, con acqua e sapone

come si capisce dalle comunicazioni

ufficiali diramate dagli esperti in tutti i

messaggi radio e televisivi rivolti alla

cittadinanza. Ecco perché: gli igienizzanti

con alcol aiutano a ridurre il numero

di germi presenti sulle mani, ma

non a eliminarli tutti. Inoltre, non sono

indicati per la pulizia delle mani

sporche o per rimuovere dalle mani

sostanze dannose. In questi casi bisogna

lavarsi le mani con acqua e sapone.

Molti gel igienizzanti contengono so-

stanze antimicrobiche alle quali dobbiamo

fare molta attenzione perché l’uso

incondizionato potrebbe favorire nei

batteri lo sviluppo di resistenze proprio

nei confronti di questi prodotti. Quindi,

il sapone rimane in modo indiscutibile

la prima scelta per evitare contagi.

Può sembrare una cosa banale, ma lavarsi

le mani in un modo superficiale o

meno può fare la differenza.

Antonio

Pieri

Nato a Firenze nel 1962, Antonio Pieri è amministratore delegato dell’azienda

il Forte srl e cofondatore di Idea Toscana, azienda produttrice di cosmetici

naturali per il benessere secondo la più alta tradizione manifatturiera toscana

che hanno come principio attivo principale l’olio extravergine di oliva toscano IGP

biologico. Esperto di cosmesi, profumeria ed erboristeria, svolge anche consulenze

di marketing per primarie aziende del settore. Molto legato al territorio toscano e

alle sue eccellenze, è somelier ufficale FISAR e assaggiatore di olio professionista.

Per info:

antoniopieri@primaspremitura.it

Antonio Pieri

SAPONE

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Ritratti

d’artista

Mimma Di Stefano

Un universo plastico sospeso tra realismo poetico e simbolismo etico

di Silvia Ranzi

Da oltre un ventennio l’artista

Mimma Di Stefano si dedica

con passione e perizia all’arte

scultorea, privilegiando l’espressività

di materiali duttili a lei congeniali

nella messa in opera di studiate ed originali

ideazioni di classica ed elegante

compostezza. Si è formata, quale discepola

della rinomata scultrice fiorentina

Amalia Ciardi Duprè, presso

lo studio-laboratorio della Fondazione

Museo CAD a Firenze, di cui è membro

nel consiglio direttivo. Ad oggi ha riscosso

successo di critica e pubblico,

conseguendo l’apprezzamento per un

iter stilistico consolidato dalla morbida

ed accurata modellazione di opere

realizzate nella tecnica della manipolazione

dell’argilla e del gesso, a crudo

o patinati da tenui cromie, per approdare

anche alla realizzazione di fusioni

in bronzo. Il suo estro creativo

interpreta nella plasticità della materia,

forgiata con soavità di intenti, soggetti

consoni al suo mondo interiore

tra realismo lirico e simbolismo etico.

Affascinata dall’esercizio tridimensionale

impresso dalla manualità sulla

creta, dà corpo a trasognate raffigurazioni

che alternano la trascendenza

del sacro a temi iconologici di denuncia

sociale, per spaziare dal recupero

mnemonico delle proprie origini nella

rievocazione di luoghi cari alla fattura

di compositi intrecci di figure, onorando

i sentimenti più vivi e

genuini dettati dalla poetica

degli affetti. Il culto dei valori

familiari rappresenta una

delle fonti ispirative che trapela

dalle volumetrie nell’atto

di ricreare volti di persone

care, nella dinamica del fluire

del tempo, assaporato e

ritmato dalle stagioni del vivere.

La sublimazione dell’amore

di coppia è suggellato

da movenze corporee nella

celebrazione sponsale della

vita che si perpetua nella polarità

maschio-femmina, declinata

nella complicità del

quotidiano. Lo stesso genere

del ritratto, nella modalità

del mezzo busto o a figura

intera, restituisce la fisicità

dei lineamenti insieme alla

resa psicologica del carattere

di amici o conoscenti nella

vitalità delle trame relazionali.

Emblematici sono i bassorilievi

che rappresentano

un sentito omaggio alle origini

abruzzesi: se da un lato

la veduta del borgo paesistico, nel

bassorilievo patinato Il mio giardino

(2008) offre l’atmosfera neoromantica

Segreto di fanciulli (2015), terracotta, cm 50x54x100

Dominio e prepotenza (2017), terracotta, cm 50x38x40

Madonna consolatrice (2014), altorilievo in terracotta, cm 100x90

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MIMMA DI STEFANO


del crepuscolo, dall’altra la prospettiva

naturalistica a scorcio dell’antico casale

di famiglia, casa-nido di pascoliana

memoria, si situa attorno ad ombreggianti

pergolati. La sua produzione si

qualifica per la continuità con la tradizione

e la modernità di significati,

supportata da intensi accenti ideali

che veicolano la propositività contenutistica

e plastica raggiunta dal suo

talento di scultrice, votato a dare forma

al concetto di Filia, come attesta

l’opera Condivisione (2016) in cui si

esplicita l’amorevole sostegno nei rapporti

intergenerazionali tra prossimità

e sussistenza nelle criticità esistenziali,

incarnato dal valore della solidarietà,

virtù insostituibile e riparatrice

nello sviluppo di un Neoumanesimo da

ricostruire, a cui costantemente richiamarsi

nell’avvicendarsi di ogni epoca.

Riposo della Luna (2019), terracotta patinata, cm 50x40x40

Il pensiero vola (2017), terracotta, cm 50x40x50

Di origini abruzzesi e fiorentina

d’adozione, Mimma

Di Stefano, biologa, è stata

allieva della nota scultrice Amalia

Ciardi Duprè. Cofondatrice del

museo CAD a Firenze, dal 2019 è

presidente della Fondazione Amalia

Ciardi Duprè. Ha partecipato a Firenze

a numerose collettive e mostre

personali nelle sedi di rinomati

gruppi artistici come Il Donatello, Il

Circolo degli Artisti Casa di Dante e

a Bologna nella Galleria S. Isaia. Ha

partecipato, inoltre, ad importanti

rassegne: I Biennale della Creatività

a Verona; II Biennale Internazionale

di Palermo; Dialogando

con la Biennale di Venezia

(2015); L’Isola che c’è (Palermo,

2015); Triennale

dell’Arte Contemporanea

(Verona, 2016); Florence

Biennale (2017); Art Capital,

Salone des Indipendents a

Parigi (2019). Il suo nome è

presente nell’Annuario di Arte

Contemporanea a cura di

Vittorio Sgarbi (EA Editore,

2014) e nel CAM 53 (Giorgio

Mondadori Editore).

domenica.distef@virgilio.it

Mimma Di Stefano

MIMMA DI STEFANO

21


Uno spazio ideale per mostre, eventi, conferenze,

presentazioni di libri

Il Quadrivio - Galleria d’Arte / Viale Sonnino, 100 Grosseto

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Ritratti

d’artista

Stefania Maffei

Figure del mito e della storia in un linguaggio dalla

forte espressività

di Paolo Grigò

Le sculture di Stefania Maffei restituiscono

tutta la forza e la bellezza

propria dell’argilla utilizzata

con sapienza dall’artista. I tratti dei corpi

scolpiti rimandano, per proporzionalità ed

armonia, a reminiscenze di classica memoria,

discostandosene nei segni di forte

contemporaneità, come nei bassorilievi

Adamo ed Eva e Nudo femminile. Così si

accentua il valore delle forme piene, a volte

anatomicamente studiate, senza che ne siano

diminuite espressività e potenza, anzi i

volumi acquistano maggiore forza e significatività.

La dirompenza del suo linguaggio

artistico è quasi più vicina alle statuette

Dante, argilla galestro, cm 45x30

Il sognatore, terracotta policroma, cm 35x20

della preistoria, con il volto

abbozzato, dove le forme tipiche

della femminilità, seno,

fianchi e ventre erano

esageratamente evidenziati

e rigonfi per valorizzare

le forme materne. In alcuni

casi la scultura diventa

zooantropomorfa, quasi

“idoli” interpretati nell’epoca

post-paleolitica dove

l’ibrido uomo-animale assumeva

particolare valore

caricaturale (Figura del divino

Dante e Il padrino). La

fusione tra soggetto e ambiente

circostante diventa

preponderante e l’intreccio

con gli elementi naturali fa

vibrare le opere esposte davanti

allo sguardo attento

dell'osservatore. Tra le varie

sculture eseguite in terracotta

policroma, alcune guardano

alla classicità, altre ai movimenti d'avanguardia

del secolo scorso, in particolare

espressionismo e surrealismo (Il danzatore

e Il sognatore). Stefania Maffei sembra

posseduta dal piacere esplorativo

del soggetto, e ciò accade solo quando

l’artista è capace di perdersi in quello

stato di piena astrazione chiamata

“fantasia” che le consente di proiettare

mente e corpo dentro l’opera, per seguire,

con questa vigile incoscienza, il

proprio percorso fatto di poesia cromatica

e gestualità.

Stefania Maffei

Nata nel 1954 a Santa Colomba

di Bientina (PI), Stefania Maffei

si dedica a varie forme d’arte −

scrittura, poesia, scultura, pittura e teatro

− vivendole come mezzo di espressione

emozionale e di crescita. Ha partecipato

a diversi concorsi nazionali e a varie mostre

collettive: Pisa in fiore (2014); Vico

Vitri (2015); Ponsacco Palazzo del

Mobile (2014/15/16); Leopolda a Pisa

(2014/15/16/17). Nel 2014 pubblica

con Helicom Poeti del Millennium e nello

stesso anno le sillogi Perimetri e Inside

con Aletti, con cui nel 2015 pubblica

alcune poesie nell'antologia I poeti contemporanei

e poi di seguito Around Me

(2016) e Behind me (2017). Con l’editore

CLD pubblica nel 2018 Mare dentro

illustrato dall’artista Paolo Grigò e nel

2019 Nell’Incanto - Viaggio attraverso

la natura, la vita, il sogno per Il quaderno

edizioni. Dal 2018 fa parte di MARIC,

movimento artistico nato a Salerno che

ha donato ai terremotati di Illica (RT) la

Casa della cultura, un edificio con biblioteca

davanti al quale è stata collocata

una sua scultura in terracotta intitolata

Oltre, come auspicio di rinascita.

stefania.maffei@gmail.com

STEFANIA MAFFEI

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Eventi in

Toscana

Pasticceria Nencioni

Aperta a Firenze nel 1950, ha da poco festeggiato 70 anni di

attività alla presenza delle istituzioni cittadine

di Maria Grazia Dainelli / foto Alessandro Martignoni

Lo scorso 3 marzo, la Pasticceria

Nencioni, in via Pietrapiana

24/r a Firenze, ha festeggiato

l’importante traguardo dei settant’anni

di attività alla presenza dell’assessore

al Commercio del Comune di Firenze

Federico Gianassi, che ha sottolineato

l’importanza di questa attività da tanti

anni presidio economico e lavorativo

ma anche sociale e culturale della città.

Per questo motivo Gianassi ha consegnato

alla famiglia Nencioni, da parte

del sindaco Nardella, una pergamena

che premia “la dedizione al lavoro,

la cura, l’attenzione e l’amore mostrato

verso la città”. Nata nel 1950 come

forno con produzione propria di pane,

dolci e pasta fresca, in poco tempo

Un'immagine di diversi anni fa durante la preparazione delle classiche fritelle fiorentine

l’attività dei Nencioni si è trasformata

in una pasticceria con bar e annesso

laboratorio. Fondamentali per questo

passaggio sono stati il contributo di

Maria Luisa e Ottavio Falai, ma soprattutto

la determinazione di Vinicio Nencioni.

E’ stato quest’ultimo, infatti, ad

avere l'intuizione di organizzare ricevimenti

nei primi anni Sessanta, quando

ancora la parola catering non era

in uso. Nel novembre 1966, la furia

dell’Arno ha devastato completamente

il locale. La famiglia Nencioni Falai,

con tanto impegno e fatica, è riuscita

a riaprire dopo pochi giorni per il conforto

di tutte le persone impegnate a liberare

il quartiere Sant'Ambrogio dal

fango. Nel 1977, Vinicio, con l’appoggio

fondamentale della moglie Maria

Luisa sempre al suo fianco, ha deci-

L’assessore al Commercio del Comune di Firenze Federico Gianassi consegna la pergamena

a Maria Luisa Nencioni; con loro Stefano Lisi (a sinistra) e suo figlio Filippo

24

PASTICCERIA NENCIONI


La pasticceria gremita per i festeggiamenti

Villa Viviani

so di acquistare Villa Viviani, dimora

storica sulle colline fiorentine, per

trasformarla in un’elegante location

di meeting, convegni e ricevimenti di

ogni tipo, dai battesimi ai matrimoni.

Sono passati gli anni e, ovviamente, i

protagonisti sono cambiati: sono subentrate

le figlie di Maria Luisa e Vinicio,

Maria Grazia e Nicoletta, quindi

Francesca, figlia di Ottavio, e ancora

la nipote Chiara che gestisce la pasticceria

con competenza e passione.

Un ruolo importante lo ha avuto anche,

nella gestione di Villa Vivani, Stefano

Lisi, marito di Nicoletta che per molti

anni ha affiancato il suocero Vinicio

imparando da lui la costanza necessaria

per andare avanti. I figli di Stefano,

Filippo e Niccolò, hanno portato nuovo

entusiasmo nello staff della cucina

e in sala, rendendo così possibile il

connubio fra tradizione e rinnovamento.

Questo magnifico team, che con il

coinvolgimento della terza generazione

mostra non solo coesione e armonia

ma anche la voglia di raggiungere

nuovi obiettivi, mette concretamente a

frutto tutti gli insegnamenti morali di

Vinicio, uomo coraggioso e imprenditore

lungimirante.

Pasticceria Nencioni

Via Pietrapiana 24/r - 50121 Firenze

www.pasticcerianencioni.com

Il laboratorio

PASTICCERIA NENCIONI

25


La voce

dei poeti

Poesie di Maria D'Ippolito

Madre Terra

Occhi, di visione ancestrale,

contemplano un mondo

dove pace eterna

governa principessa

di terre copiose, di frutti,

bagnato di salubri acque

nei cieli azzurri e tersi.

Terre vigorose

spargono profumi

di dolce mosto o tenero raccolto

di olivello spinoso.

Aromi di tiglio

accolgono notti insonni

rose rosse invitano le spose.

Filari di cipressi

inducono alla calma

sentieri di more e lamponi

rallegrano il cammino.

Un dolce vento produce una danza

tra spighe di grano e dorati girasoli

nutrimento divino

di tavole imbandite e copiose.

Dimore di uccelli

si adagiano su verdi fronde

risuonano echi di canto

su colline in fiore.

Perduta mai sarà questa sacra terra

nessun uomo toglierà l'incanto e la magia

se vigile sarà il suo occhio

e tenero il suo cuore.

Madre terra mia

che ti ribelli

e incalzi l'onda

di un mare in tempesta

o sputi fuoco e fiamme

da vulcani in eruzione

salva te stessa, non salvare me

se non saprò amarti e rispettarti

come Dio vuole!

Luce radiosa

Lascio alla mente

i ricordi lontani

custoditi in un cassetto

quando la malinconia

prende il sopravvento.

La felicità è la somma

di attimi condivisi.

Ognuno lascia traccia

nel cuore di chi ama.

E la mente non dimentica

i volti di chi ci ha lasciato.

Ho incontrato il tuo sorriso

nel tempo che scolora

e fa affiorare la bellezza.

Ti sempre sarai certezza

che nessuno può violare.

Tra i colori del tramonto

sei luce radiosa

la dolcezza dei tuoi occhi

è essenza di emozioni.

Ed ora che lontano è il tuo volto

ti cerco nell'azzurro infinito.

Ti amerò fino all'ultimo respiro!

Baciami

Baciami

come il vento fa alle foglie

un bacio dolce che sa di miele

salato come il mare in tempesta

vivo e impetuoso in preda all'onda

che di passione avvolge come edera.

Baciami

e fai di me veliero del tuo mare

combatteremo uniti le intemperie

la forza dell'amore sarà scudo

finché a riva, pur stremati dalle forze

approderemo fieri, in eterno abbraccio.

Malinconia di un

abbraccio

Con gli occhi abbraccio il mare

m'avvolge il suo profumo

sento il suo respiro che mi porta

là dove la mente a sera si rifugia.

Vorrei tornare bambina davvero

per ritrovare quel calore sincero.

Riempirei secchi di teneri baci

per farne scorta un domani.

E mi manca quel conforto

il tuo sorriso che sempre appaga.

Cavalco l'onda dei pensieri

dalla risacca la voce tua mi giunge.

Cingo l'anima in abbraccio,

sicuro e forte a me donato.

Poesia anela al tramonto.

Speranza è cosa certa, porto sicuro

di rivederti ancor su questo mare

venirmi incontro all'alba e dirmi:

È un nuovo giorno!

Coraggio, devi andare!

Maria D'Ippolito

Nata a Roma il 16 ottobre

1960, Maria D'Ippolito (in

arte Iris) vive a Livorno dal

1985. Dal 2007 si dedica con passione

alla scrittura. Ha vinto numerosi

premi, classificandosi tra i primi

posti in concorsi letterari in Calabria,

Lazio e Toscana ed è presente in diverse

antologie anche per l'infanzia.

Ama l'arte, la musica e la fotografia.

Segue gli incontri letterari periodici

a Livorno e a Firenze presso la Libreria

Salvemini. Dal 2013 frequenta

assiduamente a Pisa lo storico Caffè

dell'Ussero e la libreria Blu Book

anche in veste di fotografa. Ha cura-

to l'editing di alcune raccolte poetiche

ed è in fase di preparazione una

sua raccolta decennale, con disegni

e dipinti propri. E’ presente nel

web, con più di cento poesie, al link

mariadippolito.scrivere.info

Per contattare l'autrice:

arcobalenoazzurro18@gmail.com

26

MARIA D'IPPOLITO


SIGMA L2

LIGHTING AND INTERIOR DESIGN

Design Francesca Granchi 2013

SIGMA L2 Paolo Granchi srl | Via Degli Olmi, 145 | 50019 Sesto Fiorentino (FI) - ITALY

Ph +39 055 4207107 | info@sigmal2.it | www.sigmal2.it


Obbiettivo

Fotografia

A cura di

Maria Grazia Dainelli

Gino Carosella

Immagini di Firenze deserta e surreale ai tempi del

Coronavirus

di Maria Grazia Dainelli / foto Gino Carosella

Gino Carosella nasce a Napoli

nel 1963. Fin da ragazzo s’interessa

alla fotografia come

linguaggio attraverso cui comunicare

emozioni. Negli anni ha cercato di

comprendere quale settore della fotografia

gli consentisse di esprimere in

modo più completo la propria sensibilità;

al contempo, ha sviluppato una

sorta di “educazione visiva” che gli

consente di individuare, tra le diverse

rappresentazioni di uno stesso soggetto,

l’immagine più espressiva. Ha

approfondito lo studio della fotografia

ben prima che la rivoluzione della

tecnica digitale consentisse la sperimentazione

a costi irrisori; dovendo

far quadrare passione e borsellino,

ha imparato a ridurre al minimo indispensabile

il numero degli scatti, allenando

l’occhio a riconoscere fin da

subito un soggetto interessante. Un

modus operandi che ha mantenuto

anche dopo il passaggio alla fotografia

digitale: per prima cosa, Carosella

si sofferma ad osservare il soggetto

e a studiare il modo migliore di immortalarlo;

solo una volta conclusa

questa fase preliminare, procede

con lo scatto. Il suo obbiettivo è suscitare

la curiosità dello spettatore, al

quale chiede di completare l’immagine

con la propria fantasia. Per questo

motivo sceglie il bianco e nero, dove

l’ombra “nasconde” ciò che l’immaginazione

dell’osservatore è chiamata

appunto a completare. E’ il

caso delle foto in cui non è

dato vedere il volto del personaggio

principale perché

in ombra o perché girato di

spalle. Negli scatti qui pubblicati,

immortala una Firenze

deserta e quasi surreale a

causa dei recenti provvedimenti

legati al contenimento

del contagio da Coronavirus.

Tra i premi fotografici da lui

conseguiti negli anni, si segnala

l’ultimo nell’ambito del

concorso La città delle acque

indetto dall’Associazione

Commercianti di Castellammare

di Stabia (NA) dove si

è classificato quarto. Una sua

mostra personale è attualmente

in corso alla Pasticceria

Serafini in via Gioberti 168

a Firenze, dove resterà fino a

tutto il mese di maggio.

Piazza San Giovanni

FOTOGRAFIA PASSIONE PROFESSIONE IN NETWORK

www.universofoto.it

Via Ponte all'Asse 2/4 - 50019 Sesto F.no (Fi) - tel 0553454164

Piazza della Signoria

Ponte Santa Trinita

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GINO CAROSELLA


A cura di

Nicola Crisci e Maria Grazia Dainelli

Spunti di critica

Fotografica

Fan Ho

Poeta del bianco e nero, ha raccontato la città di Hong Kong

come "teatro vivente"

di Nicola Crisci / foto Fan Ho

Hong Kong Venice (1962)

Nato nel 1931 a Shanghai, Fan

Ho è stato un attore, regista

e fotografo cinese. La sua ricerca

fotografica si è svolta per le

strade di Hong Kong dove abitava con

la famiglia. Fan Ho racconta il pulsare

della vita per i vicoli e i canali di questa

città caotica, scegliendo gli scorci

più interessanti dal punto di vista

della composizione fotografica. Sono

scatti emozionanti che catturano totalmente

l’attenzione dell’osservatore

regalandogli un’indimenticabile esperienza

estetica. «Vedevo la strada come

un teatro vivente − era solito dire il

celebre fotografo − e aspettavo che gli

attori entrassero in scena. Scattavo

fotografie secondo il mio istinto, senza

ispirarmi ad un maestro o riferirmi

ad uno stile in particolare; non cercavo

nulla che fosse particolarmente attrattivo,

ma immortalavo le cose per

come le vedevo». Altrettanto significative

alcune

sue considerazioni

sul modo di

approcciarsi

al mezzo

fotografico:

«Credo

che la tecnica

non sia

troppo importante.

E’

più importante usare occhi, mente e

cuore. La tecnica è per tutti, mentre

per portare la fotografia ad un livello

più elevato bisogna saper raccontare

qualcosa, muovere qualcosa. La fotografia

deve rompere gli schemi per

essere ricordata». Oggi Fan Ho è poco

celebrato, ma tra il 1958 e il 1965

è stato nominato per ben otto volte

uno dei primi dieci fotografi al mondo

da parte della Photographic Society

of America, senza dimenticare

che nella sua lunga carriera ha ricevuto

oltre 280 Photography Awards.

Poco prima della sua scomparsa, avvenuta

nel 2016, si è riavvicinato alla

fotografia, dimostrando la capacità

di essere “contemporaneo”; ha ripreso

i suoi vecchi negativi, li ha digitalizzati

e manipolati con gli odierni

software dando così nuova vita ad

immagini del passato. Per approfondire

la conoscenza di questo autore

è possibile visitare il sito a lui dedicato

(fanho-forgetmenot.com) oppure

cercare i suoi libri fotografici Hong

Kong Yesterday (2006) e The Living

Theatre (2008).

Triangular (1962)

Her study (1963) Approaching shadow (1954)

FAN HO

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Psicologia

oggi

A cura di

Emanuela Muriana

Covid-19

Come affrontare le ricadute psicologiche della pandemia

con la terapia breve strategica

di Emanuela Muriana

Lo scorso 11 marzo, l’Organizzazione

Mondiale della

Sanità ha dichiarato che

il Covid-19 è una pandemia, ovvero

un virus capace di diffondersi ovunque,

portando in poco tempo il contagio

in diversi continenti. Questa

dichiarazione, unitamente alle inevitabili

misure di sicurezza applicate

dal Governo italiano per contrastare

il dilagare del virus ed evitare il collasso

del sistema sanitario, ha generato

in tutti noi stati d’ansia, paura

e soprattutto angoscia. Una condizione

collettiva che può essere un

fattore aggravante per alcuni pazienti

ansiosi e affetti da disturbi come

ipocondria, patofobia, ossessività

in tutte le declinazioni. Ma la pandemia

ha avuto un risultato paradossale

di (apparente) “guarigione

collettiva” per i rupofobici, persone

che soffrono di un disturbo ossessivo

compulsivo da contaminazione:

per far fronte alla loro fobia ossessiva,

queste persone sono costrette

da un’esigenza continua come

ad esempio lavarsi ripetutamente le

mani per decontaminarsi. E’ il terrore

del contagio - sia di agenti patogeni

biologici sia da veleni presenti

nell’ambiente - che li spinge compulsivamente

a veri e propri riti di

pulizia. Persone che hanno fatto del

detto “meglio prevenire che curare”

la loro ossessione in tempi non

sospetti, trasformando la sana prevenzione

in uno dei più severi disturbi

mentali. Adesso, per la pandemia

da Coronavirus siamo noi che dobbiamo

con fatica fare ciò che per loro

è un comportamento quotidiano

ma è anche una grave patologia che

li rende schiavi di veri e propri rituali

di decontaminazione. Le restrizioni

a cui momentaneamente dobbiamo

adeguarci possono diventare un’esperienza

positiva, un’occasione di

cambiamento, adattamento e acquisizione

di nuove risorse oppure

una condanna che avvelena la nostra

quotidianità anche se per un periodo

limitato. Certo non siamo così ingenui

da non prendere in considerazione

tutti gli effetti negativi prevedibili

e imprevedibili di questa situazione,

ma dobbiamo imparare a pensare

che servono idee nuove per far fronte

a cose nuove. Noi psicoterapeuti

del Centro di Terapia Strategica, in

accordo con l’Ordine Professionale

Nazionale (CNOP), abbiamo scelto

la consultazione per via telematica,

in modo da dare un piccolo contributo

alle norme di sicurezza del Governo

lasciando vuote le nostre sale

d’aspetto. Ringrazio i miei pazienti

che hanno quasi tutti accettato questa

nuova modalità online, evitando

così di interrompere percorsi terapeutici

già avviati e alcuni dei quali in

fasi delicate. La mia esperienza nella

psicoterapia telematica, consolidata

ormai da qualche anno con pazienti

prevalentemente italiani residenti in

Europa e in altri continenti, mi permette

di usare questi mezzi con le

accortezze necessarie sia dal punto

di vista formale che della comunicazione,

senza compromettere in alcun

modo l’efficacia della terapia.

Emanuela

Muriana

Emanuela Muriana vive e lavora prevalentemente a Firenze. E’ responsabile

dello Studio di Psicoterapia Breve Strategica di Firenze, dove svolge

attività clinica e di consulenza. Specializzata al Centro di Terapia Strategica

di Arezzo diretto da Giorgio Nardone e al Mental Reasearch Institute di

Palo Alto CA (USA) con Paul Watzlawick. Ricercatore e Professore della Scuola

di Specializzazione quadriennale in Psicoterapia Breve Strategica (MIUR) dal

1994, insegna da anni ai master clinici in Italia e all’estero. E’ stata professore

alla Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università degli Studi di Siena (2007-2012)

e Firenze (2004-20015). Ha pubblicato tre libri e numerosi articoli consultabili

sul sito www.terapiastrategica.fi.it

Studio di Terapia Breve Strategica

Viale Mazzini 16, Firenze

+ 39 055-242642 - 574344

Fax 055-580280

emanuela.muriana@virgilio.it

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COVID-19


A cura di

Stefano Grifoni

Dimensione

Salute

Il coraggio di un medico in trincea

contro il Coronavirus

di Stefano Grifoni

Uscendo di casa per andare in

ospedale ho visto strade deserte,

negozi chiusi, tutto

chiuso. Mi mancava il rumore dei motori

delle macchine, della gente, le grida

dei bambini che andavano a scuola.

Un grande silenzio; unici responsabili

i Coronavirus. I Coronavirus sono diventati

organismi con una vita sociale:

ca con i caschi in testa e mascherine

che coprivano interamente il loro volto.

In un'altra stanza c’erano pazienti

che respiravano con difficoltà. Ho fatto

una telefonata: Come stai? Respiri bene?

La febbre? Solo il fatto che il mio

amico contagiato dal Coronavirus stava

meglio, mi ha fatto iniziare una nuova

giornata con più coraggio.

Tempi e fasi di realizzazione di un vaccino

di Daniela Pronestì

In tempi di Coronavirus, siamo

tutti in trepidante attesa del

vaccino che ci libererà da questo

flagello, restituendoci finalmente

le nostre vite. Vale la pena quindi

domandarsi come nasca un vaccino

e quali siano i tempi di realizzazione.

Alla prima domanda non esiste

una sola risposta, perché le modalità

di “costruzione” dei vaccini antivirali

variano da preparato a preparato. In

genere le strategie più utilizzate sono

tre: indebolire il virus quel tanto che

basta per stimolare il sistema immunitario

a reagire ma senza sviluppare

la malattia; inattivare il virus con sistemi

chimici in modo da impedirgli di moltiplicarsi

o causare anche sintomi lievi

della malattia; utilizzare una specifica

componente del virus rimuovendola dal

microrganismo oppure sintetizzandola

in laboratorio per poi inserirla nel preparato

vaccinale. La costruzione di un

vaccino in laboratorio è solo la prima

tappa di un lungo periodo di ricerca volto

a dimostrarne la sicurezza, la tollerabilità

degli effetti collaterali e l’efficacia

nel determinare una buona risposta immunitaria.

Le fasi preliminari della ricerca

si svolgono in laboratorio (in vitro)

e puntano ad identificare, generalmente

attraverso l’utilizzo di colture cellulari,

la componente del microrganismo in

a loro piace vivere in mezzo alle persone,

infettarle e talvolta ucciderle.

E noi che ci consideriamo dominatori

incontrastati di tutti gli esseri viventi

non abbiamo nessuna garanzia che

saremo noi a sopravvivere. Quando

sono arrivato in pronto soccorso, le

stanze di isolamento erano presidiate

da infermieri vestiti con una tutta biangrado

di stimolare il sistema immunitario.

Una volta terminata questa fase,

si avvia la sperimentazione sull’uomo

suddivisa generalmente in tre fasi che

coinvolgono un numero crescente di

volontari (da alcune decine a molte

migliaia di persone). Concluse le fasi

della ricerca clinica, il vaccino ottiene

l’autorizzazione all’utilizzo da parte

delle agenzie farmaceutiche regolatorie

internazionali e nazionali. Ma non

è finita qui: anche dopo l’autorizzazione

all’utilizzo, il nuovo vaccino viene

tenuto sotto controllo per rilevare effetti

collaterali eventualmente sfuggiti

agli studi clinici. Un percorso lungo,

insomma, ma necessario per garantire

la nostra salute.

Stefano

Grifoni

Nato a Firenze nel 1954, Stefano Grifoni è direttore del reparto di Medicina e Chirurgia di Urgenza del Pronto

Soccorso dell’Ospedale di Careggi e sempre presso la stessa struttura è direttore del Centro di Riferimento Regionale

Toscano per la Diagnosi e la Terapia d’Urgenza della Malattia Tromboembolica Venosa. Ha condotto numerosi

studi nel campo della medicina interna, della cardiologia, della malattie del SNC e delle malattie respiratorie e

nell’ambito della medicina di urgenza. Membro del consiglio Nazionale della Società Italiana di Medicina di Emergenza-Urgenza,

è vice presidente dell’associazione per il soccorso di bambini con malattie oncologiche cerebrali Tutti per

Guglielmo e membro tecnico dell’associazione Amici del Pronto Soccorso con sede a Firenze. Ha pubblicato oltre 160

articoli su riviste nazionali e internazionali nel settore della medicina interna e della medicina di urgenza e numerosi testi

scientifici sullo stesso argomento. Da molti anni collabora con RAI TRE Regione Toscana nell’ambito di programmi

di medicina, con il quotidiano La Nazione e da tre anni tiene una trasmissione radiofonica quotidiana sulla salute.

IL CORAGGIO DI UN MEDICO

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Ritratti

d’artista

Paolo Vannini

Instancabile sperimentatore tra figurazione ed astrattismo

di Jacopo Chiostri

Paolo Vannini è un “solido” e fecondo

pittore di lungo corso,

che calca le scene da decenni

con uno stile molto personale che ha

saputo rinnovare nel tempo, restando

però fedele a quelli che sono i pilastri

del suo lavoro: ricerca sul colore, inter-

Movimenti in collina, olio su faesite, cm 60x60

pretazione soggettiva e profonda della

natura, soggetti scomposti ma resi sulla

tela come entità indivisibili e dipinti in

eleganti geometrie che richiedono un’inedita

modalità di visione. Gli elementi

fondanti del mestiere di pittore ci sono

tutti nella pittura di Vannini, equilibrio

compositivo, intensità

luminosa, ma è con il colore,

con gli accostamenti

cromatici, l’influenza dei colori

vicini, l’utilizzo sapiente

dei “primari” e dei “complementari”,

che si esprime al

massimo la sua sensibilità

e si concretizza la sua ricerca.

Per ottenere il risultato

che vuole, Vannini non usa

le tinte in commercio, ma

se le fabbrica da solo, così

da ottenere cromie che sono

soltanto sue, in una sperimentazione

inarrestabile.

Ed è il colore che definisce

le forme e i piani sui quali

si dipana la rappresentazione,

in una sintesi che coniuga intensità

emotiva e intensità pittorica. Paolo Vannini

ama parlare della sua pittura come

di un linguaggio “in cui s’intrecciano

l’astratto e il figurativo”. Poi ci sono i

critici, molti ed illustri, che ne hanno

parlato; e in genere, nei loro testi, i riferimenti

per inquadrare in una modalità

storica la sua pittura, chiamano in

causa le avanguardie del primo Novecento.

Il primo accostamento, inevitabile,

è con i fauves con i quali condivide la

ricerca dell’immediatezza e la scelta che

il colore sia subordinato solo e soltanto

all’armonia della composizione; rispetto

ai fauves però, specie nelle opere recenti,

è assente una peculiarità che fu tipica

del movimento nei brevi anni della sua

esistenza, ciò a dire la “disattenzione”

per la prospettiva e per la semplificazione

delle forme. Altro riferimento quello

con la pittura cubista, con cui condivide

la riproduzione non verosimile della

realtà e la raffigurazione del soggetto in

più piani simultaneamente, grazie all’organizzazione

degli spazi e la sintesi pla-

Costa livornese, olio su legno, cm 50x60

Luna scomposta, olio su faesite telata, cm 70x70

32

PAOLO VANNINI


Strutture in crescita, olio su tela, cm 90x60

stica delle figure osservabili

da più punti di vista. I dipinti

più recenti sono ricchi, pieni

di forme poste in relazione tra

loro, il segno è deciso, autoritario,

e su tutto, ancora una

volta s’impone il colore; si vedono

luoghi ove a volte si avverte

una rumorosità allegra,

altri in cui domina il silenzio

che abbiamo conosciuto

nella pittura metafisica. In

opere quali La piazza dell’obelisco,

Il Boschetto e altre

ancora lo sguardo è guidato,

quasi condotto per mano

verso punti primari d’interesse

che in realtà non esistono,

giacché ognuna delle forme

presenti − in un ampio ventaglio

di geometrie − è necessaria alle

altre e nell’armonia complessiva, a dispetto

delle asperità (e come non pensare

alle teorizzazioni sui contrasti di

linea e di tono di Seurat, avendo ben

presente, beninteso, che parliamo di

due mondi lontani), si esprime al meglio

la loro bellezza. Vannini, non copia

la realtà, la interpreta, la crea ex novo.

Dopotutto, aveva ragione Marcel Proust

quando scriveva: «Il mondo non è stato

creato una volta, ma tutte le volte che è

sopravvenuto un artista originale». Vannini

è entrato ufficialmente nel mondo

pittorico giovanissimo, appena diciottenne;

molte e di pregio le sue esposizioni,

personali e collettive, i premi vinti

e le sue opere entrare a far parte di importanti

collezioni private. Attivo anche

sul piano della promozione delle attività

artistiche, nel 1981 è stato tra i fondatori

del gruppo Trecentoventidue, e dal

1999 fa parte dell’Associazione culturale

Estrarte, sodalizio di pittori impegnati

nel proporre, con mostre organizzate,

pittura estemporanea e d’avanguardia.

In ultimo, Gustave Moreau, maestro di

pittori del calibro di Matisse e Degas, diceva:«

Non credo alla realtà; né di quello

che vedo né di quello che tocco, ma unicamente

a quella del mio sentire interiore».

Nel caso di Vannini riteniamo che la

questione non sia “credere” o “non credere”

alla realtà, quanto poggiare la sua

arte sul suo “sentire interiore”: su questo

non sembrano esservi dubbi.

Atelier Paolo Vannini:

Via Roma 234/a, Signa (FI)

Dalla collaborazione di Paolo Vannini con Andrea Vignozzi, nasce l’idea di un progetto

espositivo itinerante in spazi pubblici e privati per ampliare il pubblico dell’arte

di Andrea Vignozzi

Paolo Vannini in occasione della mostra personale a Villa

Caruso a Lastra a Signa

Da sempre Signa è una fucina

di personaggi più o meno famosi

nel campo del teatro,

della politica, dell’arte e dello sport.

Paolo Vannini è uno di questi, attento

interprete, com'è, della tradizione artistica

locale. Egli si è imposto all’attenzione

del pubblico attraverso mostre

nazionali ed internazionali, con i suoi

lavori esaltanti e riconoscibili per la

forza del segno e l’energia dei colori.

Nella sua bottega, l’occhio del visitatore

che vorrà accedervi potrà scoprire

capolavori di "impressionismo futuristico”,

“cubismo”, "figurazione", "studi

contemporanei". Dal 2019, dopo la

sua mostra personale a Villa Caruso

Bellosguardo, io e Paolo abbiamo avviato

una collaborazione che

tuttora ci vede impegnati

in un susseguirsi di incontri,

rivisitazioni e seminari in

streaming. L’ultima recente

iniziativa è stata una mostra

di quadri di grande e medio

formato nelle varie tecniche

e nei molteplici soggetti della

sua pittura. L’esposizione

si è tenuta in un importante

contesto di lavoro a Pistoia

e verrà riproposta in altre

location pubbliche e private

altrettanto importanti e legate

al mondo del commercio, dell’industria,

dell’artigianato e del tempo

libero. Tutti luoghi con una frequentazione

quotidiana eterogenea che consente

alle opere di Paolo di arrivare ad

un pubblico sempre più ampio.

PAOLO VANNINI

33


I libri del

Mese

I fracassati

Racconti di vita tra solitudine e disincanto nel romanzo di Alessandro Bini

di Erika Bresci

Una strada, stretta, del centro

storico fiorentino. Quello vicino

al mercato centrale. Da un lato

una casa, abitata da un protagonista maschile

di cui si tace il nome, quarant’anni

circa e una vita scombussolata, fatta

di insuccessi sentimentali e di precariato

lavorativo (un lavoro, tra l’altro, assolutamente

inusuale). Dall’altro lato un

bar, il “Cantuccino”, animato da una folla

multiforme di avventori e gestito da una

giovane donna, Titti, anche lei in affanno

con se stessa e schiacciata dal peso

difficilmente sostenibile di dover tirare su

da sola una figlia che si sta affacciando

all’adolescenza con problemi di una certa

gravità. Due vite apparentemente separate,

quelle di Lui e di Titti, divise da

venti metri difficili da percorrere, ma unite

da un filo di seta che Bini tesse e tiene

per tutto il romanzo stando attento a

non spezzare. Le storie che si svolgono

all’interno del bar chiariscono da subito il

titolo scelto dall’autore, I fracassati. Perché

al bancone di Titti si alternano – con

una tecnica quasi cinematografica, fatta

di inquadrature singole e primi piani che

illuminano d’improvviso e poi spengono

volti e azioni – uomini e donne di ogni

età, estrazione sociale, etnia, che ben

mettono in luce la grande capacità osservativa

di Bini e la pochezza triste, le miserie

quotidiane, le meschinità evidenti di

una società sempre più chiusa in se stessa,

sulla quale domina come un manto

venefico la solitudine. Quella della dolce

Corinna, vecchina alle prese con il carrello

della spesa che sogna ancora un valzer

da danzare, quella di Vittorio, che si

consuma nel livore covato contro i negri

(così chiama tutti gli extracomunitari che

incrocia) che hanno cambiato la fisionomia

del suo quartiere, quella di Andrea,

che non è solo, anzi presto festeggiato

dalla sua famiglia, ma che vive l’incognita

della pensione come una vertigine

sconosciuta, quella di Duccio, perso tra

metanfetamine e ignoranza che trova nella

violenza – verbale e fisica – la sua cifra

e la sua identità, quella di tanti altri

che riempiono e affaticano le giornate di

Titti. Lui, del resto, è parimenti un “fracassato”.

Incapace di restare attaccato a

quel “bottone” che metaforicamente dice

di saper cucire così bene sulla patta dei

pantaloni che resterebbe attaccato anche

se tutto il resto dovesse deflagrare. Disperso

nel suo non sapere dove andare,

ascoltatore per lavoro di storie incredibili

di altrettante solitudini, attratto da una

storia d’amore per una donna bellissima

e sensuale, con la quale sa dall’inizio che

non potrà funzionare, ma che desidera

pazzamente come acqua che possa dissetare

almeno per un attimo prima di ricominciare

a percorrere il deserto della

vita. Una dissociazione che avviene a tutti

i livelli – sociale, appunto, e intimo –,

che percorre in senso orizzontale l’intera

umanità e che non dà risposte né vaticini.

Che constata semplicemente, con

disincantato umorismo, solo talvolta con

caustica cattiveria, ciò che siamo diventati,

il pericolo che come specie stiamo

correndo. E alla fine Bini, con la sua solita

brezza di pungente sarcasmo arriva a

dire: «Inizio a provare una certa simpatia

per l’Asteroide», ipotizzando per noi la

stessa fine dei dinosauri. Forse, guardando

ai tempi che stiamo vivendo, il regalo

di estinguerci ce lo faremo da soli.

34

I FRACASSATI


I libri del

Mese

Ascolta l’infinito

Storia e misteri lungo la via Francigena nella pedalata

letteraria dello scrittore esordiente Luca De Vincentis

di Elisabetta Mereu / Foto courtesy Luca De Vincentis

Leggendo questo libro mi è venuta

in mente la canzone di

Lucio Battisti che parlava di discese

ardite e di risalite, perché in sella

alla sua bici ne ha fatte tante Luca De

Vincentis, fisioterapista di Lissone, che

per i suoi 40 anni la scorsa estate si è

voluto regalare un viaggio in solitaria

sulle due ruote, lungo il tratto della via

Francigena (420 km.) che lo ha portato

da Lucca a Roma. Per cinque giorni ha

lasciato in mano ai colleghi il suo ambulatorio

privato, alla moglie Sonia e ai genitori

la cura dei tre amatissimi figli ed

è partito per questa avventura da cui è

scaturita la pubblicazione di Ascolta l’infinito,

titolo ispirato da un brano di Fiorella

Mannoia, che per tutto il racconto

sarà un enigmatico “mantra”. In questa

sua prima esperienza come scrittore, il

dottore brianzolo racconta il percorso

effettuato fra suggestive città e borghi

della Toscana e del Lazio. E lo fa con dovizia

di particolari, dati storici e aneddoti

curiosi, dopo essersi a lungo documentato

su monumenti, piazze e chiese talvolta

già visti in precedenti vacanze. Si

trasforma così in un appassionato promoter/gourmet

dei bellissimi e magici

Luca De Vincentis a Siena in Piazza del Campo

luoghi in cui ha sostato e mangiato, ma

anche e sopratutto in un cicerone alla ricerca

di un percorso spirituale all’interno

del suo stesso “io” dove, fra ricordi

e realtà, incappa in personaggi, sigle e

numeri misteriosi che si sveleranno solo

alla fine del viaggio. «Questo è il mio

primo romanzo − dice l’autore − ma siccome

è proprio vero che quando scopri

qualcosa che ti piace non puoi più farne

a meno, sto già lavorando al secondo».

Dunque, lui che fin da bambino è stato

un “divoratore” di libri, da consumatore

è diventato produttore di parole, perchè

ha capito che la scrittura può essere

una bella terapia per la mente e uno

strumento molto efficace per conoscere

meglio se stessi e trasmettere emozioni,

pensieri, sentimenti e riflessioni.

Viaggiare in solitudine lo ha aiutato a far

riemergere ricordi dell’infanzia sua o dei

familiari più cari. Ricordi che erano solo

accantonati in un angolo ben riscaldato

del suo cuore. Sembra aver fatto

suo l’aforisma di Confucio “Ovunque tu

vada, vacci con tutto il tuo cuore”, perché

è quello il vero fil rouge della pedalata

che Luca fisicamente ha fatto lungo

le strade sterrate dell’amata Toscana e

del Lazio, ma soprattutto

dentro se stesso,

così da scandagliare

nelle pieghe dell’anima

e nella profondità dei

propri sentimenti. Nonostante

abbia sempre

pensato di essere

molto razionale e pragmatico,

questo viaggio

introspettivo gli ha fatto

capire di quanta sensibilità

il suo cuore sia

capace, plasmato dagli

affetti che lo circondano

e che riempiono le sue

giornate e tutto il suo

essere. “Nel mezzo del

cammin...” della sua vita, dopo questo

momento di ricerca di qualcosa di più

spirituale, il protagonista diventa così

un uomo nuovo, più consapevole dei

veri valori della vita. Un figlio, marito e

padre migliore perché ha imparato a far

scaturire e ad amare le proprie fragilità,

facendole diventare un punto di forza.

Con Ascolta l’infinito, Luca De Vincentis

ha tracciato una sorta di immaginaria linea

esistenziale fra generazioni, a partire

dai suoi predecessori per arrivare ai

suoi tre figli. Quasi la consegna di un

testimone di quei valori morali e sentimenti

puri che deve essere passato da

padre in figlio durante la corsa della vita.

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di noi.

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A cura di

Laura Belli

Speciale

Pistoia

Giovanni Boldini

A Villa La Falconiera il ciclo pittorico del celebre artista

ferrarese oggi conservato all'Antico Palazzo dei Vescovi

di Laura Belli

Giovanni Boldini in un autoritratto del 1897

Collegigliato e La Falconiera sono

i nomi suggestivi che indicano

un luogo e una villa sulle colline

subito fuori Pistoia. Qui Giovanni Boldini

− il pittore ferrarese noto come il

“ritrattista della Belle Epoque” − eseguì

nel 1868, appena venticinquenne, la decorazione

della sala da pranzo di Villa

La Falconiera di proprietà di una signora

inglese, Isabella Falconer, che era solita

ricevere nella sua elegante dimora

di Collegigliato alcuni pittori macchiaioli.

Fu Telemaco Signorini a presentarle

il giovane Boldini al quale la Falconer

affidò l’impresa decorativa all’interno

della villa. Il giovane artista lavorò,

seppur con una certa incostanza, nella

primavera del 1868 e per tutta l’estate,

fino a quando le pareti della sala furono

completamente ricoperte

da un ciclo pittorico a tempera

stesa “a secco” con scene

di paesaggi tipicamente toscani:

buoi aggiogati, una marina

con scogli, un pagliaio, i battitori

di grano, la stesa del bucato,

il mondatore di grano,

una guardiana di capre, palmizi

e aranci, tutti con lo sfondo

delle colline di Collegigliato o

del mare di Castiglioncello. Questo ciclo

di pitture murali rappresenta una

rarità non solo per quanto riguarda la

produzione artistica del Boldini ma in

generale della corrente macchiaiola. A

poche settimane dalla realizzazione, la

signora Falconer morì, la villa fu chiusa

e lo rimase per decenni; pian piano si

perse il ricordo dell’opera. Fu Emilia

Cardona Boldini, giovane vedova

del Boldini e prima biografa del

maestro, a riscoprirla, dedicandosi

con determinazione e pazienza

alla ricerca di un ciclo di affreschi

di cui il marito, ormai molto anziano,

le aveva parlato in modo vago

dicendo di avervi lavorato in epoca

giovanile, in una città toscana di

cui ricordava soltanto l’iniziale del

nome, ovvero la lettera “P”. Raccogliendo

pazientemente voci e indizi,

negli anni Trenta del Novecento

Uno degli otto dipinti a tempera facenti parte del ciclo

Emilia giunse a Villa La Falconiera e,

quando scoraggiata stava per andarsene,

venne attratta da una rimessa di

attrezzi agricoli: era l’antica e ormai irriconoscibile

sala da pranzo di Isabella

Falconer. Decise allora di acquistare

la proprietà e nel 1938 vi trasferì la sua

dimora portando da Parigi tutte le cose

appartenute a Boldini. Emilia, giornalista

piemontese, aveva conosciuto il

maestro a Parigi in occasione di un’intervista.

La decisione presa da Boldini

di sposarla a 87 anni, lui che non si era

mai sposato, fu forse dovuta al desiderio

di non finire dimenticato affidando

ad una donna intelligente, colta e libera

il compito di tutelare la memoria della

sua vicenda artistica, come difatto avvenne

con le mostre internazionali da

lei organizzate e i saggi scritti sull’opera

del marito. In quest’ottica va vista la

tenacia e il ritrovamento del ciclo pittorico

della Falconiera

donato nel 1974

alla città di Pistoia e

alla Cassa di Risparmio.

Oggi le tempere

si possono ammirare,

accuratamente restaurate,

in una sala

appositamente ricostruita

al primo piano

dell’Antico Palazzo

dei Vescovi.

GIOVANNI BOLDINI

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Musei in

Toscana

Lu.C.C.A.

Un museo - laboratorio per l'arte contemporanea nel

centro storico di Lucca

di Gaia Simonetti / foto courtesy Lu.C.C.A.

Non dimentichiamo che le piccole

emozioni sono i grandi

capitani della nostra vita e che

obbediamo a loro senza saperlo. Viene

in mente questo aforisma di Vincent

Van Gogh quando si pensa alle emozioni

che hanno ispirato l’innovativo

progetto del Lu.C.C.A., museo polivalente

di arte moderna e contemporanea

allo stesso tempo contenitore di

opere d’arte, spazio educativo e luogo

aperto alla comunità. Ospitato all’interno

del cinquecentesco Palazzo Boccella,

nel centro storico di Lucca, ha dieci

sale espositive, di cui otto dedicate a

grandi mostre, con laboratori didattici

per bambini, rassegne di videoarte

ed eventi interdisciplinari, e due sale

per mostre collaterali con uno spazio

lounge video. E’ diretto da Maurizio

Vanni, docente di Museologia e Marketing

Museale, che coniuga le tradizionali

conoscenze storico-artistiche

con competenze legate all’organizzazione

di mostre, a forme strategiche di

marketing e alla comunicazione analogica

e digitale. Vanni ci accoglie con un

sorriso all’ingresso del museo e ci porta

a fare un tour di esperienze nell’arte.

«Oggi il museo è un’impresa − ci

spiega − che si può raffigurare come

un lungo viaggio con tante tappe da

raggiungere. Abbiamo seguito nuove

strade, spesso mai battute, e colto opportunità

che hanno permesso di dar

vita a percorsi museologici e di marketing

in 60 musei e 40 università di 27

paesi del mondo. Il Lu.C.C.A. è un luogo

di crescita culturale, uno spazio di

socializzazione e soprattutto di inclusione

sociale grazie alla divisione interna

Lu.C.C.A. ArTS Hub (Art Therapy

Social Hub) che ha l’obiettivo di ideare,

progettare e coordinare laboratori

di arte terapia rivolti a diversamente

abili, soggetti socialmente deboli, terza

età». Dopo la visita, ci fermiamo in

un’area relax ricca di colori e di libri.

I tavoli e le sedie sono leggeri come

sughero e osservando bene si capisce

che sono realizzati con materiale

riciclato. «L’attenzione all’ambiente è

già una grande forma di arte − continua

Vanni − e dopo aver sperimentato

modelli di sostenibilità economica, da

oltre un anno il Lu.C.C.A. è proiettato

verso modelli di sostenibilità ambientale,

sociale e tecnologica. Insomma,

una struttura museale che abbatte, oltre

a quelle architettoniche, anche le

barriere sociali, e che adotta il Green

Marketing per la salvaguarda ambientale,

portando avanti attività di formazione

e curando il benessere interiore

dei visitatori offrendo loro una mirata

esperienza estetica. Un modo per stare

al passo con i tempi ma anche per diventare

un punto di riferimento per altre

realtà simili alla nostra. In un'epoca

di crisi economica ed antropologica

nella quale soprattutto i cambiamenti

sociali sono sempre più repentini,

senso etico e senso civico devono necessariamente

integrarsi con le funzioni

tradizionali del museo inteso come

spazio che dialoga con il pubblico e

con il territorio». In questo periodo di

chiusura per l’emergenza Coronavirus,

il Lu.C.C.A. ha potenziato l’area tecnologica,

già avviata da anni, con tour

virtuali in grado di regalare emozioni

a distanza.

www.luccamuseum.org

L'esterno del Lucca Center of Contemporary Art

Una sala del museo

38

LU.C.C.A. MUSEUM


Ritratti

d’artista

JD Doria

Cosmologie tra arte e scienza

di Daniela Pronestì

Il connubio tra arte e scienza attuato

per mezzo della tecnologia

è il pilastro concettuale dell’opera

di JD Doria, la cui ricerca volge da

sempre alla combinazione di diversi −

e solo apparentemente distanti − ambiti

disciplinari e medium espressivi.

Molteplici le implicazioni pratiche e

teoriche di questa ibridazione di linguaggi:

anzitutto, un’idea dell’atto

creativo non come esperienza condotta

in solitudine dall’artista, ma come

processo attuato in sinergia con

esperti di altri settori. Ogni opera di

JD Doria prevede, infatti, una varietà

di passaggi che richiedono, oltre al

suo intervento, anche quello di un fotografo

e di un tecnico della stampa,

la cui collaborazione, tuttavia, non intacca

il principio dell’autorialità, o per

lo meno non del tutto. In questo caso,

parlare di un solo “autore” può

risultare fuorviante, non tanto, come

si è visto, per il coinvolgimento

di altre professionalità, quanto perché

alla tradizionale figura dell’artista

“demiurgo”, JD Doria preferisce

per se stesso il ruolo di tramite che

alla materia consente di manifestare

la propria “immaginazione creativa”.

Il suo intervento serve, infatti, a creare

le condizioni ideali affinché s’inneschi

un processo dove arte e scienza

diventano tutt’uno, a cominciare dalla

scelta di un supporto, la piastra di Petri,

usato in biologia per le colture cellulari.

Più simile ad un chimico che ad

un artista convenzionalmente inteso,

JD Doria versa in questo recipiente un

numero variabile di pigmenti cromatici

− inchiostri, vernici e acrilici − che interagendo

tra loro senza mai mescolarsi,

generano il nucleo fondativo dell’opera:

un insieme magmatico di colori che

poco a poco procedono dal caos all’ordine

seguendo una legge universale intrinseca

alla materia. Le immagini così

ottenute e immortalate dall’obiettivo fotografico

sono epifanie del palpito vitale

nascosto in ogni cellula; rivelazioni

della naturale tensione dell’esistente al

bello e all’armonia. Siamo lontani da

ciò che in pittura è composizione, rigore

formale, controllo degli strumenti

espressivi: il corpo dell’opera è una

massa fluida, osmotica, soggetta a continui

scambi e relazioni tra le sue componenti.

E in questa micro comunità,

i cui membri collaborano e si rispettano

l’un l’altro senza conflitti, JD Doria

si spinge alla ricerca di dettagli che,

estrapolati dall’insieme, si rivelano, a

loro volta, quali piccoli e compiuti mondi

da esplorare. La scansione ingrandita

dell’immagine fotografica consente,

infatti, di far emergere particolari altrimenti

impercettibili all’occhio umano;

ed è qui che il gusto della scoperta entra

in gioco: nel progressivo dipanarsi allo

sguardo di uno scenario popolato di

rocce, orizzonti marini, forme floreali,

figure animali, creature fantastiche.

Un immaginario che affiora dalla materia

e che diventa esso stesso opera

d’arte. Molti i sottintesi simbolici

di questo insolito processo creativo:

tra questi, lo stretto rapporto di necessità

che lega l’uno al molteplice, il

particolare all’insieme, e, in senso lato,

l’individuo alla collettività. Siamo

tutti cellule del medesimo corpo, monadi

solitarie gravitanti nello stesso

cosmo: i nostri mondi percettivi − dichiara

l’artista − ci dividono apparentemente

gli uni dagli altri, ma, al di là

di questi, “fluttua un caos dorato, fonte

primigenia dell’imprevedibile”. Per

JD Doria, la tecnologia acquista senso

se vocata alla conoscenza e, tramite

questa, alla presa di coscienza della

condizione che abbraccia ogni cosa

vivente, uomo e natura. Una riflessione

che non trascura i rischi della deriva

etica ed estetica di una società

sempre più dominata dall’appeal

dell’innovazione tecnologica. E a questa

minaccia, neanche troppo lontana

nel tempo, risponde con una rinnovata

idea di arte e insieme di bellezza,

intendendo entrambe come strumenti

necessari per vedere oltre e attraverso

le contraddizioni e i nonsensi del

vivere umano.

www.jd-doria.com

JD DORIA

39


Letterati stranieri in

Toscana

A cura di

Massimo De Francesco

Vernon Lee

Pseudonimo maschile della scrittrice inglese Violet Paget, amò Firenze dove

visse per oltre 50 anni

di Massimo De Francesco

Vernon Lee, pseudonimo della

scrittrice Violet Paget, nasce

il 14 ottobre 1856 a Boulogne-sur-Mer,

da Henry Ferguson Paget

e Matilda Lee Hamilton. E’ sorellastra

del poeta tardo vittoriano Eugene

Lee-Hamilton, nato dal primo matrimonio

della madre. Definitasi “inglese di

nazionalità” e “francese per caso”, Lee

è “italiana per scelta”, avendo trascorso

più di mezzo secolo in Italia. Qui

stringe amicizie importanti nei salotti

intellettuali di allora con personaggi

di spicco come Henry James, Mario

Praz, Telemaco Signorini, Carlo Placci,

Bernard Berenson e Edith Wharton.

Praz definisce la scrittrice una “miniera

di idee”. In Italia, i Paget si spostano

frequentemente e nel 1873 si fermano

a Firenze, dove la scrittrice trascorrerà

il resto della sua vita. Nel 1878, inizia

a scrivere sotto lo pseudonimo maschile

di Vernon Lee, divulgando l’opera

di Metastasio e Goldoni al pubblico

inglese. Poliglotta sin da piccola, condivide

l’anno di nascita con un altro illustre

personaggio dell’epoca, il pittore

americano John Singer Sargent, nato a

John Singer Sargent, Ritratto di Vernon Lee (1881), olio su tela, Tate Gallery, Londra

Firenze, con il quale stringe una forte

amicizia. Il loro primo incontro avviene

nel 1862, anno in cui i Sargent e i Paget

risiedono a Nizza. Un decennio dopo,

nel 1872, John e Violet esplorano

insieme la vecchia scuola di musica di

Bologna, dove s’incontrano brevemente

danno sfogo al loro desiderio di cultura

immaginando di “abitare” la scuola

con i compositori settecenteschi i cui

ritratti li circondano. Questa esperienza

immaginaria dona alla scrittrice lo

spunto per il racconto breve del 1881

L’avventura di Winthrop. Nello stesso

anno posa per Sargent, che la ritrae

in uno dei suoi più importanti dipinti.

L’anno prima, grazie alla passione per

la musica italiana del Settecento, Violet

pubblica all’età di ventiquattro anni

Studies of Eighteenth Century in Italy

(Studi del diciottesimo secolo in Italia).

Prosegue, sempre nel 1881, con Belcaro:

saggi su diverse questioni di estetica,

una delle sue opere più significative

riguardanti l’estetica, e poi ancora opere

come Euphorion (1884) e Passioni

e Studi sul Rinascimento (1895) che

fanno di lei un’esperta della cultura del

XVI secolo. Nel 1903, si cimenta anche

nella letteratura teatrale con l’opera

Arianna a Mantova. A partire dal

1888, risiede presso Villa Il Palmerino,

ai piedi di Fiesole, dove convive con

Clementine (Kit) Anstruther Thomson,

scrittrice scozzese sua amante dalla

quale viene lasciata nel 1899. Qualche

tempo dopo, nel 1911 si lega alla scrittrice

e avvocato inglese Irene Cooper

Willis con la quale vivrà a Villa Il Palmerino

fino alla fine della sua vita. Violet

Paget muore il 13 febbraio del 1935

a San Gervasio e riposa nel Cimitero

Evangelico degli Allori al Galluzzo, alle

porte di Firenze. Più di quattrocento

volumi antichi di proprietà della scrittrice

sono stati donati al British Institute

da Irene Cooper Willis, divenuta

beneficiaria della scrittrice.

40

VERNON LEE


A cura di

Lorenzo Borghini

Il cinema

a casa

Boyhood

Il film esperimento di Richard Linklater girato in 12 anni

per raccontare il passaggio del protagonista dall’infanzia

all’età adulta

di Lorenzo Borghini

Che cosa dire davanti a questo

esperimento cinematografico?

Niente. Dobbiamo restare

a guardarlo immobili, in silenzio, pronti

a cogliere tutto quello che ci sembra

più banale e scontato, pronti a cogliere

i cambiamenti fisici dei suoi protagonisti,

una maturazione della carne e

dello spirito lunga dodici anni. Perché

Boyhood racconta la vita di una famiglia

americana, le tradizioni di un popolo,

ma soprattutto la crescita del piccolo

Mason, dai suoi otto anni fino alla maturità

raggiunta con il diploma superiore.

Il regista Richard Linklater compie

qualcosa di grande, mai visto prima

sullo schermo. Abbandona la pratica

del trucco (da sempre simbolo della

finzione cinematografica) e quella della

sostituzione di bambini con attori più

adulti. In Boyhood è importante la crescita

(di Mason e della sorella), o l'invecchiamento

(del padre Mason Sr,

un fantastico Ethan Hawke), perché lo

spettatore deve immedesimarsi a pieno

nella ricerca dell'identità dei due ragazzi,

nei dubbi generazionali, nella scoperta

del primo amore; ma anche nelle

scelte sbagliate dei genitori, nell'ansia

dell'invecchiare, del cambiare rotta

in età avanzata, e infine nell'accettare

che i figli crescono e che la solitudine

sarà una compagna fedele fino alla fine

del proprio cammino. Il regista ha girato

il film in soli quaranta giorni dispiegati

nell'arco di dodici anni, riunendo la

troupe di volta in volta seguendo passo

dopo passo l'evoluzione dei suoi personaggi,

ma anche la crescita fisica dei

due attori inizialmente bambini che sono

cambiati davanti ai suoi occhi proprio

come figli con i loro brufoli nella

fase della pubertà, chili in più o in meno,

centimetri su centimetri e soprattutto

ha potuto osservare da vicino la

maturazione artistica di Ethan Hawke,

suo attore feticcio che lo aveva accompagnato

a braccetto proprio nell'altro

progetto ventennale, la trilogia che racconta

la storia di Jesse e Celine nei film

Prima dell'alba (1994), Prima del tramonto

(2004) e Prima della mezzanotte

(2013). Quindi il regista del tempo e di

tutte le sue sfaccettature. I personaggi

di Boyhood sono esseri umani veri,

svolgono la loro esistenza ordinaria,

ma colorata di sentimenti ben visibili,

senza veli, illuminati dalla macchina

da presa che li accompagna nel loro

cammino travagliato. Linklater fa parlare

molto i suoi personaggi, li fa interrogare

su tutto ciò che circonda la

loro esistenza, li fa riflettere sulla loro

condizione di ragazzi americani di og-

gi, e il collante di tutto è la famiglia come

elemento centrale nella boyhood.

Regista indipendente che fonda una

piccola casa di produzione a metà anni

'80, Linklater si confronta anche con

l'animazione sfornando due buonissimi

film come A Scanner Darkly e Waking

Life, esordisce con un film costato

circa ventitremila dollari e la presenza

di Boyhood in svariate sale di tutto il

mondo dimostra che non è necessario

piegarsi al volere delle Major americane,

che non è necessario finire un film

con una vera e propria fine, ma anche

con uno sguardo aperto al futuro, perché

come dicono i suoi protagonisti “è

l'attimo che coglie noi”.

BOYHOOD

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Ritratti

d’artista

Rosy Carletti

Dalla cattura dell’istante con effetti di dissolvenza alla

metamorfosi di corpi e natura in forme scultoree

di Anna la Donna / foto Rosy Carletti

Andrea Petralia, art director

della galleria Beach Resort

di Punta Marina a Ravenna e

consulente del portale online Mecenate,

incontra Rosy Carletti, appassionata

fotografa che, nella sua originale

indagine del mondo, supera i limiti del

digitale, catturando scenari emotivi

Water and salt

Trucioli di legno

42

ROSY CARLETTI


decisamente insoliti. Nelle sue creazioni

si entra in punta di piedi. Trattiene l'effimero

corpo in dissolvenza attraverso

mani che cercano, nell'ombra, la realtà

che fugge. Un'ambientazione irreale avvolge

sagome che potrebbero dileguarsi

da un momento all'altro ma, le mani,

che tenacemente si aggrappano alla vita,

ci riconducono alla realtà. Artista poliedrica,

attraverso la riduzione della gamma

cromatica al bianco e nero, con esiti

creativi sorprendenti, cerca nei fluttuanti

stati dell'animo, l'ingresso per dialogare

con la natura. Come una regista da teatro,

al di qua dell'occhio sul mondo, scova

luoghi insoliti e allestisce la sua scena,

realizza costumi e sperimenta materiali

inusuali. I corpi diventano statue in cui

soffia lo spirito divino, scolpisce emozioni

e insegue la verità dimenticata, riscoprendo

nelle linee di quelle anime, le

geometrie del mondo. Lei non separa,

ma al contrario unisce. In un racconto

senza voce, blocca l'istante all'interno di

uno spazio dove l’esistenza oscilla al ritmo

di onde emotive che, nel tumulto del

loro essere, anelano alla pace del principio

da cui tutto proviene e verso cui tutto

tornerà. I paradigmi della sua ricerca

sono l'acqua, la natura, le mani creatrici,

la corrispondenza di segni nell'armonia

del creato tra giochi di colore e sinfonie

al chiaroscuro. La sua capacità artistica,

unita ad una curiosità singolare,

rivela un superamento della staticità ponendosi

il problema della riproducibilità.

E se al di qua Rosy crea, al di là dell'obbiettivo

ci imbriglia tra le strette maglie

di un’emozione.

Inside (modella Ivana Sammarco)

Sculpture (modelle Enrica Cozzolotto e Laura Pagliani)

Nata in Svizzera nel 1959,

Rosy Carletti coltiva fin da

ragazza la passione per la

fotografia, alla quale inizia a dedicarsi

con serio impegno dopo il

rinvenimento, in un bosco, di una

Praktica, una vecchia macchina

analogica. Un segno, una svolta.

Inizia un percorso di studio associato

ad una curiosità mai paga

verso il mondo e un’introspezione

che la porterà ad analizzare il flusso

emotivo attraverso il linguaggio del

corpo. Ama i colori quanto il bianco e

nero, il contrasto tra soggetto ritratto

e ambientazione. Suo marito le allestisce

uno studio dove lei crea e confeziona

copricapo, abiti e qualsiasi cosa

necessiti al set che dovrà approntare.

Il suo occhio cerca meraviglie nascoste;

il suo obbiettivo cattura soluzioni

insolite; le sue foto tra colori, luci,

emozioni interpretano le infinite variabili

della vita.

Rosy Carletti photography

rosycarletti_photography

Rosy Carletti

ROSY CARLETTI

43


Nuove proposte dell’arte

contemporanea

A cura di

Margherita Blonska Ciardi

Krzysztof Konopka

Il fondatore dell'Orapizmo a Montecatini Terme per

un’asta internazionale

di Margherita Blonska Ciardi

Durante la recente edizione della

Biennale di Firenze, l'artista polacco

Krzysztof Konopka è stato

riconosciuto ufficialmente iniziatore

di una corrente pittorica chiamata Orapizmo

(dal portoghese “adesso traccio”)

che, elaborando e sviluppando le lezioni

dell’espressionismo astratto, del fauvismo

e della pittura informale, introduce

un nuovo genere di rappresentazione

plastica. La pittura di Konopka riprende

le avanguardie del Novecento per trasformarle

in uno stile personale che l'ar-

tista ha definito, appunto, “Orapizmo”.

Con pennellate spontanee che increspano

e graffiano la superficie della tela, Konopka

sovrappone il suo caos emotivo

alle immagini rappresentate, trasmettendo

tutta la freschezza e la naturalezza del

suo gesto. In questo modo l'artista diventa

un catalizzatore di emozioni nascoste

nell’inconscio. Konopka lascia

emergere le sue e le nostre sensazioni

primodiali catturandole in un groviglio di

colori e trame cromatiche. Il mondo reale

è sempre il punto di partenza delle sue

opere, anche se il dato oggettivo della visione

viene trasformato attraverso diverse

sovrapposizioni cromatiche. Le opere

dell’artista polacco sono state presentate

di recente in una puntata della rubrica

televisiva Incontri con l’Arte presso

lo storico ristorante fiorentino La Loggia

sul Piazzale Michelangelo a Firenze. Una

delle sue opere è stata scelta per la prossima

asta internazionale della Fabiani Arte

a Montecatini Terme.

www.orapizmkonopka.eu

Butterfly, olio su tela, cm 100x80

44

KRZYSZTOF KONOPKA


Nuove proposte dell’arte

contemporanea

Karin Monschauer

Protagonista nei prossimi mesi di due eventi espositivi

ad Abu Dhabi e Singapore

di Margherita Blonska Ciardi

Ilavori dell’artista lussemburghese

Karin Monschauer, che vive

e lavora tra l’Italia e la Svizzera,

fondano le proprie basi sul modernismo,

sull’optical art e sull'arte

cinetica, pur mostrando la ricerca

personale dell’artista e la sua passione

per il ricamo e la matematica.

Le superfici, create attraverso l'uso

dell'arte digitale, sembrano trame coloristiche

ricamate secondo progetti

compositivi costruiti con un criterio

ornamentale di impronta razionale e

logica. Le tele di Monschauer sorprendono

per la varietà caleidoscopica dei

colorati spazi geometrici, che trasportano

lo spettatore in mondi fantastici

ed armonici. L’artista ha ricevuto nei

primi mesi del 2020 numerosi riconoscimenti

internazionali come il premio

Leonardo da Vinci a Firenze, il premio

della critica e l’International Prize Frida

Kahlo a Palermo, il Master Award 2020

a New York. Prossimamente parteciperà

ad importanti rassegne che la vedranno

esporre i lavori eseguiti con la

tecnica del ricamo ad Abu Dhabi, dove

nel mese di novembre sarà presente

all’Expo, e alla Bank Art Fair di

Singapore. E’ stata inoltre invitata a

partecipare all'asta internazionale di

Fabiani Arte a Montecatini Terme e

alle mostre Tamara – donna moderna

glamour, dove saranno presenti anche

opere della grande artista Tamara

de Lempicka, e AqvArt a Venezia

nel mese di settembre.

www.karinmonschauer.ch

Farfalla su una camelia (2020), pittura su tela, cm 50x70

Punto di non ritorno (2020), pittura su tela, cm 70x70

KARIN MONSCHAUER

45


Nuove proposte dell’arte

contemporanea

A cura di

Margherita Blonska Ciardi

Michael Henry Ferrell

Ospite all'asta di Fabiani Arte con un ciclo di bassorilievi

ispirati all’Italia e alla Grecia

di Margherita Blonska Ciardi

Dopo aver lavorato nell’ambito

della pubblicità e del teatro,

l’artista inglese Michael

Henry Ferrell si è trasferito in Andalusia

per dedicarsi totalmente ed esclusivamente

alla pittura. Laureato in Belle

Arti e Design e con esperienza nel campo

delle arti applicate e del teatro, ha

approfondito lo studio della scenografia

e dei comportamenti sociali per creare

uno stile molto personale. Durante i

suoi numerosi viaggi in Grecia e in Italia

ha realizzato una nuova serie di opere

che uniscono la pittura alla tecnica del

bassorilievo. Queste bellissime composizioni,

raffiguranti le case colorate

di Capri, Amalfi e Santorini, sono state

esposte di recente presso la Fondazione

Zeffirelli a Firenze e saranno prossimamente

presentate all'asta internazionale

d'arte contemporanea della Fabiani

Arte a Montecatini Terme. Nei prossimi

mesi, Ferrell parteciperà alla mostra dedicata

a Tamara de Lempicka e a settembre

alla rassegna AqvArt a Venezia,

confermando così l'importanza della

sua attività artistica in Italia.

Capri, bassorilievo dipinto

Santorini, bassorilievo dipinto

Enrico Visani

Amalfi, bassorilievo dipinto

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MICHAEL HENRY FERRELL


Firenze

Mostre

Alla Galleria Mentana, “Firenze sogna” con

la mostra promossa dall’associazione AELA

di Rita Tambone / foto courtesy AELA

Lo scorso 29 febbraio, alla Galleria

Mentana di Firenze, si è

inaugurata la mostra Firenze

Sogna. Ventiquattro artisti hanno

esposto le loro opere ispirandosi liberamente

alla “città del fiore”; artisti

tutti diversi per soluzioni formali

e temperamento ma che hanno saputo

cogliere tanti aspetti della realtà e

del sogno. Dagli angoli eternamente

suggestivi della nostra città alla bellezza

della natura, all’intimità degli affetti,

alla forza del lavoro, alla dolce

e silenziosa presenza degli oggetti

quotidiani. Non sono mancati omaggi

ai monumenti fiorentini. Tutto è stato

raccontato attraverso una linea salda

con la forza e l’armonia del colore,

percorrendo la strada del figurativo

oppure scegliendo quella dell’astrattismo.

Ne nasce un delicato bouquet

di opere che conducono lo spettatore

attraverso l’immaginario dell’artista

e gli permettono di compiere un

viaggio, di gettare uno sguardo sul

contemporaneo, su un’arte che vive,

esiste e respira anche in una città

come Firenze dove il confronto con i

grandi è costante e dove troppo spesso

siamo portati a rifugiarci nel passato,

dimenticando che l’arte, anche

quella attuale, altro non fa che camminare

saldamente intrecciata alla

storia dell’uomo.

La mostra è stata promossa da AE-

LA (Associazione Europea Lavoratori

Anziani), il cui presidente Vincenzo

D’Angelo, ha così commentato l’iniziativa:«Con

soddisfazione e con piacere

desidero ringraziare tutti coloro

i quali hanno contribuito al successo

di questa seconda edizione di Firenze

Sogna, una rassegna di arte contemporanea

che già costituisce annualmente

un importante evento culturale

nel panorama artistico fiorentino. I

ventiquattro partecipanti, con le loro

opere, hanno costruito un significativo

e concreto “omaggio” alla città di

Firenze e hanno lanciato un ponte di

condivisione con altri artisti pronti a

recepirne i messaggi».

Artisti in mostra:

Lidia Atzori, Libuse Babakova, Maria

Grazia Bambi, Donatella Calamai,

Maria Cristina Cincidda, Roberto

D’Angelo, Mara Faggioli, Carla Fossi,

Cinzia Francalanci, Patrizia Gabellini,

Elena Gheri, Caterina Gianuizzi, Giusy

Gramigni, Lucia Introna, Angela Lucarini,

Andrea Mattolini, Miranda Mei,

Maria Lorena Pinzauti Zalaffi, Pier Nicola

Ricciardelli, Maria Sciuto, Maria

Paola Spadolini, Angela Tarantino, Alteride

Turchi, Bianca Vivarelli, Rosalba

Vagaggini.

Da sinistra l’artista Miranda Mei, la dottoressa Rita Tambone, il presidente di AELA Vincenzo D’Angelo e

Laura Adreani, direttrice artistica della Galleria Mentana

GALLERIA MENTANA

47


Il super tifoso

Viola

A cura di

Lucia Petraroli

Leonardo Semplici

Fiorentino doc, l’ex allenatore della Spal si racconta: dal legame

con la città agli scenari presenti e futuri della squadra viola

di Lucia Petraroli

Reduce da un viaggio di aggiornamento

lavorativo in Spagna

diventato un'odissea per l'emergenza

Coronavirus, intervistiamo

Leonardo Semplici, ex tecnico della

Spal con cui parliamo del momento

attuale, del calcio, della Fiorentina

e dell'ambizione di sedersi un giorno

sulla panchina viola.

Innanzitutto parliamo di lei, mister

Semplici: cosa sta facendo in questo

momento? Sappiamo del suo

viaggio di lavoro all’estero interrotto

per l’emergenza Coronavirus.

Sì, purtroppo c'è stata questa emergenza

e siamo dovuti rientrare in Italia

con un viaggio diciamo un po' particolare,

lungo e con molti voli. Mi è dispiaciuto

rinunciare all’impegno di

lavoro ma è stato doveroso rientrare

per le ordinanze del nostro Governo.

Crede che questa emergenza potesse

essere gestita meglio sia a livello

generale che sul fronte sportivo

oppure le istituzioni, anche calcistiche,

hanno agito nel modo migliore?

A livello italiano credo si siano mossi

discretamente, nessuno certo pensava

a questo pericolo. L'altra settimana

ero in Spagna dove ancora non si percepiva

la gravità della situazione. Le

restrizioni adottate sono giuste anche

dal punto di vista calcistico.

Lei è uno di quegli allenatori che ha

fatto davvero tutta la gavetta possibile

fino all’approdo in Serie A con

grandi successi come quello con la

Spal; in futuro pensa di rimanere nel

campionato italiano o le piacerebbe

provare un’esperienza all’estero?

Guardo con interesse ai campionati

esteri, ma il mio obbiettivo è quello di

continuare in Italia. Il viaggio che ho fatto

in Spagna e che purtroppo come si

Leonardo Semplici (ph. courtesy Calcioatalanta.it)

48

LEONARDO SEMPLICI


è detto ho dovuto interrompere, serviva

proprio a farmi capire da vicino come

lavorano alcuni allenatori a livello internazionale,

in modo da trarne spunto per

il mio futuro lavorativo.

Quali sono nella sua carriera la partita

indimenticabile e quella più brutta?

Tante partite e tanti bei ricordi, non ne

ho uno in particolare, sicuramente qualcuno

anche meno bello, ma tutti fanno

parte del mio percorso e della mia crescita.

In quanto fiorentino doc, le piacerebbe

un giorno allenare la squadra viola?

Devo dire che da parte mia ci sarebbe

l'ambizione di allenare la Fiorentina, ma

vedremo in futuro. Oggi sicuramente è

allenata da un bravo tecnico a cui auguro

anche da tifoso le migliori cose.

Questa Fiorentina potrà ambire di

nuovo a palcoscenici importanti?

Credo che la nuova società abbia dato

un forte input e grandi nuove motivazioni.

Certo, è auspicabile che la squadra

abbia un nuovo stadio nell’immediato

futuro. Ma non c’è dubbio che la Fiorentina

abbia tutte le carte in regola per

fare grandi cose.

Lei conosce molti giovani giocatori

viola che si stanno mettendo in mostra,

su tutti Chiesa: rimarrà alla Fiorentina

secondo lei?

Credo che Federico stia facendo grandi

cose anche se ha passato un periodo

non buono in questo campionato.

Ora si è ripreso e credo avrà margini di

miglioramento. Ovviamente spero che

rimarrà a lungo alla Fiorentina, ma sicuramente

verrà valutato anche da altre

squadre e questo lo vedremo a breve.

Cosa rappresenta per lei Firenze?

Firenze è casa mia, rispecchia il mio

modo di essere e di esprimermi, il mio

carattere. Quando vivi in una città come

Firenze rischi spesso di non apprezzarne

fino in fondo la bellezza, però quando

sei lontano capisci la fortuna che hai

ad essere fiorentino.

Quando si trova a Firenze, dove le piace

andare nel tempo libero?

In centro senz'altro: vengono da tutto

il mondo per apprezzare la nostra città,

dobbiamo esserne orgogliosi.

Firenze significa anche buona cucina,

il suo piatto preferito?

Cosa posso rispondere se non la bistecca

alla fiorentina? La cucina toscana

è ottima per vari aspetti; infatti,

quando rientro a casa dopo un periodo

fuori, non vedo l’ora di gustare i

sapori della nostra tradizione culinaria.

Si aspetta il nuovo stadio per Firenze

o si andrà per il restyling del

Franchi?

Io sarei per il restyling del Franchi, vista

la storia che lo lega alla Fiorentina.

Ma se vuoi stare al passo di club

importanti, lo stadio di proprietà, magari

in un luogo diverso, credo sia il

futuro.

Miglior giocatore di sempre?

Senza ombra di dubbio Giancarlo Antognoni:

è stato il mio numero 10, il

giocatore che mi ha fatto avvicinare

al calcio e ai colori viola, alla storia

del club. Un esempio da seguire e un

grande giocatore che ho avuto la fortuna

di conoscere.

LEONARDO SEMPLICI

49


Storia delle

Religioni

A cura di

Stefano Marucci

La Quaresima: tempo di rinascita

spirituale dell’uomo

di Valter Quagliarotti

1^ parte

Come ogni anno, puntuale, arriva

la Quaresima. Deposte le

maschere, quelle di Carnevale

e quelle, molto più difficili da togliere,

che la vita o l'abitudine ci fanno indossare,

ci è proposto un tempo di grazia

per prepararci alla Pasqua e verificare

così anche la nostra vita. Che cos’è

la Quaresima? Prima di tutto è, insieme

all’avvento, uno dei tempi forti dell’anno

liturgico, un tempo dedicato principalmente

alla conversione che dura 40

giorni e si articola in 5 domeniche ciascuna

delle quali ha in sé elementi battesimali.

Il 40 è un numero simbolico

legato a due grandi avvenimenti presenti

sia nell’Antico Testamento che nel Nuovo:

nel primo, ci ricorda il vagare del popolo

ebraico che, sotto la guida di Mosè,

camminò per 40 giorni nel deserto prima

di giungere alla terra promessa; nel

secondo, si parla invece dei 40 giorni di

Gesù nel deserto culminanti con le tentazioni

del demonio. Riguardo poi al significato

della Quaresima, possiamo

comprenderlo a partire dal mistero pa-

Marc Chagall, Crocifissione bianca (1938), olio su tela, cm 154,6 x 140, Chicago, Art Institute

squale di morte e risurrezione che ricordiamo

durante il triduo pasquale. E’ un

tempo privilegiato, quello quaresimale,

per fare un’esperienza viva della nostra

partecipazione al mistero pasquale

del Signore; per poter vivere in pienezza

questo tempo quaresimale, abbiamo

bisogno di qualche attimo strappato

al caos, di silenzio interiore da ritagliare

nelle nostre frenetiche giornate senza

capo né coda. L'ha detto anche papa

Benedetto: basta con l'idea della Quaresima

come di un tempo penitenziale doloroso,

in cui imporci delle rinunce

e metterci in volto la maschera del

penitente. Al contrario, la Quaresima

è il tempo della verifica della

propria vita, della preparazione

al grande evento. Papa Francesco

chiama ciascun cristiano a guardare

alle miserie che ci circondano e

a distinguere tre tipi di miseria: «La

miseria materiale, la miseria morale

e la miseria spirituale. La miseria

materiale è quella che comunemente

viene chiamata povertà. Di

fronte a questa miseria, la Chiesa

offre il suo servizio per andare incontro

ai bisogni. La miseria morale

consiste nel diventare schiavi

del vizio e del peccato. Questa forma

di miseria si collega sempre alla

miseria spirituale, che ci colpisce

quando ci allontaniamo da Dio e rifiutiamo

il suo amore. Il cristiano è

chiamato a portare in ogni ambiente

l’annuncio liberante che esiste il

perdono del male commesso, che

Dio è più grande del nostro peccato

e ci ama gratuitamente». La Quaresima,

quindi, è un tempo battesimale,

in cui tutti noi battezzati in

Cristo facciamo rivivere la consapevolezza

del nostro battesimo e,

al tempo stesso, intensifichiamo il

nostro vivere da cristiani.

50

LA QUARESIMA


Corsi e ricorsi

storici

La peste nera del Trecento

Arrivata in Europa dall’Asia, sterminò oltre un terzo degli

abitanti del continente

Un dramma sociale con conseguenze sui capisaldi etici e culturali

del Medioevo

di Barbara Santoro

Durante il XIV secolo, in particolare

tra il 1347 e il 1350, si

verificò in Europa la più diffusa

e terrificante epidemia di tutti i tempi,

che non solo provocò migliaia di vittime,

ma rimase endemica, ricomparendo periodicamente

ora in una regione ora in

un'altra, raggiungendo l’acme in Italia

nel 1348. Secondo le stime dell'epoca

si pensa che sia morto oltre un terzo

degli abitanti del continente. Passata alla

storia come “peste nera”, ebbe origine

in Asia, con molta probabilità in Cina,

e si diffuse con grande rapidità raggiungendo

la prima città europea, Caffa in

Crimea, che a quel tempo era un importante

centro commerciale dei genovesi.

Da lì si spostò a Bisanzio e in quasi tutti

i porti dell’Europa orientale. L'Italia fu

il paese in cui il morbo si manifestò con

Trionfo della morte (1346), affresco staccato, Galleria regionale di Palazzo Abbatellis, già a Palazzo

Sclafani, Palermo

maggiore violenza, lasciando segni indelebili

e conseguenze gravissime che fecero

sentire il loro peso anche nei secoli

successivi, tanto che alcuni storici hanno

fissato nel 1348 la data della fine del

Medioevo. Dai tanti cronisti dell'epoca

emerge in modo chiaro la drammaticità

della situazione. Il carattere improvviso

e letale della malattia e il terrore di

contrarre il morbo da una persona infetta

determinarono un sentimento di sfiducia

nei confronti del prossimo. Anche

gli stessi religiosi, che avrebbero dovuto

portare gli estremi conforti a chi stava

per morire, a causa della paura di

infettarsi non svolsero il proprio compito

come avrebbero dovuto. A Firenze

i malati rimasero a morire nelle proprie

case, mentre a Venezia il governo cittadino

decise che alcuni addetti prescelti

passassero nelle case a raccogliere moribondi

e morti per portarli nelle isole di

San Marco Boccalama, San Leonardo

Fossamala e Sant’Erasmo, dove furono

tutti seppelliti in grandi fosse comuni. Il

poeta Francesco Petrarca perse un figlio

e la tanto amata e celebrata Laura, altri

cronisti addirittura quattro o cinque figli.

Per non dimenticare il Boccaccio che

ne parla nel Decameron. Si continuava

a pensare che la malattia fosse una sorta

di castigo inviato da Dio allo scopo di

punire le depravazioni dei costumi che

caratterizzavano quell’epoca. Una moltitudine

di gente scese nelle piazze e per

le strade flagellandosi, pregando ed invocando

il nome di Cristo e della Vergine

Maria. La colpa dell'epidemia venne

fatta ricadere sugli Ebrei accusati di avvelenare

i pozzi delle città. Una grande

devozione si diffuse per quei santi che

in qualche modo erano legati alla peste,

soprattutto San Sebastiano e San Rocco.

Molti morivano senza poter fare testamento

e sentendosi vicini alla morte

cercavano di ottenere la salvezza della

propria anima affidandosi agli ordini

religiosi e alle confraternite che si approfittarono

dei lasciti testamentari per

accumulare ricchezze. La grande peste

del 1348 non soltanto determinò cambiamenti

radicali nell’aspetto delle città

e nei patrimoni dei sopravvissuti ma

mutò il modo di pensare di molti uomini

di quel tempo. Si pensò quindi di investire

i propri averi in nuove attività produttive,

nell'educazione dei figli e in dimore

più grandi e adornate con opere d’arte.

Questo cambio di mentalità dei sopravvissuti

contribuì fortemente al sorgere

delle epoche più fiorenti della nostra

storia, cioè Umanesimo e Rinascimento.

LA PESTE NERA

51


Firenze

Mostre

Colori in … Circolo

A Palazzo Bastogi la collettiva per gli oltre 60 anni di vita del

Circolo Amatori Arti Figurative di Empoli

di Silvano Salvadori / foto Francesca Gheri

Fondato nell’ottobre del 1957, il

Circolo Amatori Arti Figurative è

forse l’associazione culturale più

antica e longeva dell’Empoli democratica;

come si legge nell’atto costitutivo,

scopo dell’associazione è aprire le porte

“agli artisti di arti figurative, ai critici

e ai cultori d'arte in genere di qualsiasi

nazionalità, razza e religione (…) comprendendo

tutte le tendenze artistiche e

culturali”. Il Comune di Empoli le ha concesso

la sede del piano terra del Palazzo

Ghibellino, un prestigioso edificio prospiciente

la piazza dove nel 1260 si tenne

il famoso “Parlamento” in cui Farinata

degli Uberti difese Firenze affinché non

fosse distrutta. Empoli, patria del Pontormo,

vanta un’importante pinacoteca,

Un momento della presentazione: a partire da destra, il presidente del Circolo Silvano Salvadori, il giornalista Fabrizio

Borghini, il consigliere regionale Enrico Sostegni e l’assessore alla Cultura del Comune di Empoli Giulia Terreni

In questa e nell'altra foto due scorci della mostra

sita di fronte alla sede dell’associazione,

con opere di maestri come Masolino

da Panicale, Lorenzo Monaco, Filippo

Lippi e il Rossellino. Se pur negli ultimi

decenni la possibilità per il pubblico

di seguire le tendenze artistiche è stata

affidata ai mass media, in questi anni il

Circolo ha fornito occasioni di confronto,

dibattito e formazione per gli amanti

dell’arte con più di mille esposizioni. Oltre

ad ospitare mostre di nomi importanti,

il Circolo ha offerto l’occasione a tanti

di avviare una vera e propria iniziazione

all’arte concedendo loro spazi espositivi,

organizzando uscite in plein air per

concorsi estemporanei, conferenze, gite

d’istruzione, lezioni di tecnica pittorica,

disegno ed incisione. Il confronto e il

dibattito con le opere dei maestri più conosciuti

hanno permesso, ai soci e ai frequentatori,

l’affinamento degli strumenti

tecnici e di una più accurata coscienza

critica. Pur non mancando negli anni i dibattiti

fra astrattisti e figurativi, oggi superati

dal moltiplicarsi delle correnti e

delle tecnologie, il sodalizio ha svolto un

importante ruolo sociale che oggi sempre

più si apre verso altri ambiti: editoria,

fotografia, musica, filmografia. Una

vita attiva anche nella promozione della

conoscenza della cultura e del territorio

dell’Empolese-Valdelsa perché sia salvaguardato

e reso fruibile in forme didattiche

appropriate. Tutto questo grazie

all’impegno dei numerosi soci e dei presidenti

che si sono succeduti negli anni.

Gli oltre sessant’anni di attività dell’associazione

sono stati celebrati con una mostra

a Palazzo Bastogi − dal 26 febbraio

all’11 marzo 2020 − a cui hanno preso

parte i seguenti artisti in qualità di soci:

Giovanna Arrighi, Dea J. Babic, Laura

Ballini, Rinaldo Barnini, Marco Beconcini,

Claudio Bernardeschi, Mariapaola

Bianchi, Beppe Calvetti, Eleonora Cantini,

Delia Estela Caporale, Anna Caporali,

Camilla Ciampalini, Valentina Coculo,

Lorella Consorti, Bianca Corsi, Daniela

Del Sarto, Grazia Di Napoli, Cosetta Di

Pietrantonio, Luigi Dimitrio, Euro Elmi,

Alfonso Fantuzzi, Giovanni Fiaschi, Alma

Francesca, Francesca Gheri, Letizia Lazzeretti,

Chiara Lunardi, Tiziana Maggiorelli,

Katayoun Maleki, Rossana Mannini,

Antonio Marrazzo, Vera Martino, Mira

Masini, Sandra Masoni, Chiara Mattei,

Umberto Matteoli, Elena Migliorini,

Alessandra Mollica, Anna Napoli, Claudia

Nesti, Luana Nesti, Franco Paolucci,

Graziano Pellegrini, Fulvio Persia, Giulia

Peruzzi, Paola Pini, Franco Ramerini,

Mario Romoli, Silvano Salvadori, Bruna

Scali, Beatriz Scotti, Saura Simoni, Silvano

Sordi, Elisa Tosi, Alberto Vignoli, Gerardina

Zaccagnino.

52

COLORI IN … CIRCOLO


A cura di

Paolo Bini

Arte del

Vino

Chianti Classico: il mito del

gallo nero si rinnova

di Paolo Bini / foto Chiara Daniele e Caterina Mori

L’attenzione di tutti è oggi chiaramente

volta verso la situazione

di emergenza sanitaria

che ci vede costretti a proteggere noi

stessi e la comunità intera. Sembra

passato un secolo ma era soltanto

metà febbraio quando la Stazione Leopolda

accolse oltre 3000 persone fra

operatori, professionisti e giornalisti

accreditati per salutare in due giornate

il nuovo Chianti Classico. Un’affluenza

impressionante, con visitatori da tutto

il mondo, che oggi ci rende quasi

increduli alla luce di quanto accaduto

pochi giorni dopo. Giusto il tempo

di godersi fortunatamente il vernissage

di questo prodotto che il mondo

ci invidia. Chianti Classico DOCG significa

ovviamente mito del gallo nero

ma soprattutto indica quel territorio

che da oltre 300 anni è stimato essere

area elettiva dell’ottimo vino a base

uva Sangiovese. Una zona oggi coperta

dai comuni fiorentini di San Casciano

VP, Greve, Barberino Tavarnelle e

da quelli senesi di Radda, Gaiole, Castelnuovo

Berardenga, Castellina e in

parte Poggibonsi.

I nuovi Chianti Classico sono

figli di annate diverse in

base alla tipologia. Sicuramente

si presenta per la

prima volta il risultato della

vendemmia 2018 arrivata

dopo una stagione non

semplicissima, tendenzialmente

umida ma che alla

fine dell’estate ha regalato

giornate ottime e ha consentito

un buon raccolto

e di conseguenza un vino

equilibrato. La calda annata

2017 e la splendida

2016 sono state invece degustate

nelle tipologie Riserva

(minimo 2 anni di

invecchiamento) e Gran

Selezione (minimo 30 mesi

di evoluzione prima della

messa in commercio).

Entusiasmante comprendere

le differenze qualitative

a seconda delle aziende

ma soprattutto a secon-

da dell’annata e del comune di provenienza

con la consueta epica sfida

fra la forza dei Chianti Classico di Greve

e l’eleganza di quelli nativi di Radda.

Ogni anno è un’occasione,

ogni anno è competizione,

ogni anno è una sorpresa, ma

con la solida certezza che il

Chianti Classico regala ogni

anno emozioni attraverso la

sua assoluta qualità e la grande

tradizione.

Questi giorni di clausura non

ci impediranno di degustarlo

e continuare ad abbinarlo

ai prodotti gastronomici della

nostra terra: salumi, primi

piatti al ragù, formaggi o carne

rossa più o meno strutturata,

con il Chianti Classico

annata, Riserva o Gran Selezione,

per lasciare evadere i

nostri sensi; almeno questo

sarà ancora consentito e sicuramente

appagante.

CHIANTI CLASSICO

53


L’avvocato

Risponde

A cura di

Aldo Fittante

Il Marchio storico di interesse

nazionale

Un’opportunità unica per valorizzare il Made in Italy

di Aldo Fittante

Alcuni esempi di marchi storici italiani (ph. courtesy Il Sole 24 Ore)

Nella Gazzetta Ufficiale del 24

febbraio 2020 n. 46 è stato

pubblicato il Decreto del MI-

SE che, rubricato Disciplina dell’iscrizione

al registro speciale dei

marchi storici di interesse nazionale

nonché di individuazione del logo

“Marchio storico di interesse nazionale”,

ha dato attuazione al cd. Decreto

Crescita, rendendo operativa

la disciplina che quest’ultimo aveva

introdotto nel 2019 nel Codice della

Proprietà Industriale. Le aziende

storiche italiane portatrici di un Made

in Italy che le vede saldamente

radicate al territorio del nostro paese

da almeno 50 anni, potranno così

fregiarsi dell’uso di un nuovo contrassegno

che – destinato ad accompagnare

il loro tradizionale marchio

d’impresa – renda immediatamente

riconoscibile al mercato il loro storico

ed autentico legame con la nostra

bella Italia. L’introduzione del

Marchio storico di interesse nazionale

si colloca nell’ambito di una serie

di misure varate lo scorso anno

dal Legislatore italiano attraverso il

Decreto Crescita – tra queste rammentiamo

anche la valorizzazione

del Made in Italy e la lotta all’Italian

Sounding – con l’intento dichiarato,

per usare le stesse parole del MISE,

di "far premio delle grandi ricchezze

che nell’immaginario collettivo vengono

associate all’Italia, la sua cultura,

il suo prestigio, la creatività e

il genio che da sempre ne sono un

tratto distintivo universalmente riconosciuto".

Il Registro speciale –

cui possono iscriversi le imprese

italiane per accrescere la capacità

attrattiva di quei marchi che sono

presenti sul mercato da almeno

50 anni – è stato presentato in occasione

dell’evento organizzato dal

Ministero dello Sviluppo Economico

in collaborazione con Unioncamere

lo scorso 13 gennaio. In quell’occasione

è stata presentata anche la

veste grafica del nuovo Marchio storico

di interesse nazionale. Per otte-

nerlo, le imprese italiane che hanno

costantemente contribuito a fare

la storia del Made in Italy, devono

chiedere l’iscrizione in un Registro

speciale istituito presso l’Ufficio Italiano

Brevetti e Marchi. Il loro ruolo

di storica eccellenza del Made in

Italy risponde – ovviamente – a precisi

requisiti posti dal Legislatore,

che costituiscono condizioni essenziali

per ottenere l’iscrizione. Infatti,

secondo l’art. 11-ter del Codice

della Proprietà Industriale, possono

divenire Marchio storico i marchi

d'impresa che soddisfino due

fondamentali presupposti: che siano

anzitutto registrati da almeno

cinquant’anni o per i quali sia possibile

dimostrare l'uso continuativo

da almeno cinquant’anni e, in secondo

luogo, che siano utilizzati per

la commercializzazione di prodotti o

servizi realizzati in un'impresa produttiva

di eccellenza storicamente

collegata al territorio nazionale. Effettuata

con successo l’iscrizione al

Registro speciale – che non è soggetta

a rinnovo ma solo a eventuale

rinuncia su istanza di parte – si acquisisce

la facoltà di utilizzare il logo

Marchio storico di interesse nazionale,

secondo i precisi criteri indicati

dal decreto stesso. Il logo potrà

essere apposto sui prodotti e/o servizi

offerti dall’impresa, che avrà in

tal modo la possibilità di valorizzare

la storia che può vantare come eccellenza

del Made in Italy e sfruttare

quel grande appeal che nell’immaginario

collettivo viene associato alla

provenienza dall’Italia e al costan-

54

MARCHIO STORICO


te e risalente radicamento al nostro

territorio. Quanto all’uso concreto

del logo Marchio storico di interesse

nazionale, la normativa precisa

che lo stesso non costituisce un

nuovo titolo di proprietà industriale,

ma potrà essere utilizzato per finalità

promozionali e di marketing

affiancandolo, secondo precise modalità,

al marchio precedentemente

registrato e normalmente usato

dalle nostre imprese, senza alterarne

la rappresentazione. L’iscrizione

nel Registro speciale dei Marchi

storici di interesse nazionale implica

anche precisi oneri per l’impresa

iscritta, correlativamente all’impegno

da parte del Ministero dello

Sviluppo Economico a difendere le

aziende iscritte con uno specifico

fondo per la tutela dei marchi storici,

finalizzato alla salvaguardia dei

livelli occupazionali e alla garanzia

di prosecuzione dell’attività produttiva

sul territorio nazionale. In particolare

l’art. 185-ter del Codice della

Proprietà Industriale prevede che

l'impresa titolare o licenziataria di

un Marchio storico iscritto nel Registro

speciale che intenda chiudere il

sito produttivo d’origine o principale

– per cessazione dell'attività svolta

o delocalizzazione della stessa all’estero,

con conseguente riduzione

collettiva dell’occupazione – debba

adempiere a precisi e tassativi obblighi

informativi nei confronti del

MISE, la violazione dei quali comporta

l'applicazione di una sanzione

amministrativa. A seguito di tale

informativa, il MISE attiva uno specifico

procedimento per l'individuazione

di interventi di sostegno, da

realizzare in particolare con l’impiego

delle risorse di un apposito fondo

denominato Fondo per la tutela dei

marchi storici di interesse nazionale.

L’istituzione del Marchio storico

di interesse nazionale, recentemente

introdotto con grande lungimiranza

dal Legislatore italiano, mette a disposizione

delle aziende italiane che

hanno fatto la storia dell’eccellenza

del Made in Italy nel mondo un formidabile

strumento di promozione:

una certificazione – immediatamente

riconoscibile al consumatore attraverso

uno specifico simbolo da

affiancare al tradizionale marchio

aziendale – in grado di valorizzare

al massimo il costante e risalente

radicamento dell’impresa al nostro

inimitabile territorio, sinonimo di

qualità e competenze artigianali che

costituiscono un valore aggiunto di

grandissimo valore evocativo.

Aldo

Fittante

Avvocato in Firenze e Bruxelles, docente in Diritto della Proprietà Industriale

e ricercatore Università degli Studi di Firenze, già consulente

della “Commissione Parlamentare di Inchiesta sui Fenomeni della Contraffazione

e della Pirateria in Campo Commerciale” della Camera dei Deputati.

www.studiolegalefittante.it

MARCHIO STORICO

55


Movimento

Life Beyond Tourism

Travel To Dialogue

Vo per Botteghe WEB per sostenere

le PMI italiane

La risposta del Movimento Life Beyond Tourism Travel to

Dialogue alla crisi economica italiana legata al Covid-19

di Stefania Macrì

Il 2020 sta mettendo l’Italia a dura

prova con un’emergenza sanitaria

che si propaga con molta rapidità e

che sta portando le aziende, soprattutto

quelle più piccole, a vivere una vera

e propria crisi economica. Il Movimento

Life Beyond Tourism Travel to Dialogue

tende una mano a queste realtà attraverso

il progetto Vo per Botteghe WEB. Il

Movimento Life Beyond Tourism Travel

to Dialogue nasce da un’idea della Fondazione

Romualdo Del Bianco, una fondazione

privata fiorentina che nel 1989,

all’indomani della caduta del Muro di

Berlino, inizia a occuparsi del riavvicinamento

tra popoli attraverso il dialogo

tra culture nei siti Patrimonio Mondiale

dell’umanità, della tutela delle tradizioni

locali dei territori e del viaggio come

mezzo attraverso cui costruire il dialogo

(il cosiddetto viaggio dei valori). Da

queste basi nasce e si sviluppa un agire

etico che prende il nome di Life Beyond

Tourism e che, oggi, attraverso le attività

che il Movimento Life Beyond Tourism

Travel to Dialogue svolge, vuole realizzare

il dialogo interculturale coinvolgendo i

soggetti a vari livelli: dai singoli individui,

alle aziende e alle istituzioni. Quest’attività

si traduce con una serie di iniziative

volte alla valorizzazione delle espressioni

culturali dei territori, affinché possano

essere conosciute a tutti i livelli e valorizzate

concretamente con un’azione collettiva

di tutela che parta dalla conoscenza

dei luoghi, con le proprie tradizioni, i propri

prodotti e i propri valori. Ecco che grazie

all’impegno e alla dedizione per Life

Beyond Tourism molte istituzioni nazionali

e internazionali di alto livello hanno

dato il proprio riconoscimento alle attività

svolte: dall’UNESCO al Parlamento Europeo,

da ICOMOS International (International

Council on Monuments and Sites) a

ICCROM (Centro internazionale di studi

per la conservazione ed il restauro dei beni

culturali), da IUCN (International Union

for Conservation of Nature) a UCLG Africa

(United Cities and Local Governments of

Africa) e molte altre. In questo contesto si

inserisce la nuova iniziativa “Vo per Botteghe

Web” del Movimento, per tendere

una mano alle piccole e medie imprese

artigianali che si trovano in grave disagio

a causa dell’emergenza sanitaria in corso.

Si tratta di un’iniziativa che vuole incentivare

l’utilizzo delle tecnologie del web per

poter aprire la strada al commercio onli-

ne, soprattutto per le aziende artigianali

che in genere, per mancanza di tempo,

personale o altre motivazioni, non riescono

ad occuparsi di e-commerce. Vo

per Botteghe WEB aiuta le aziende affiliate

al Movimento, con la sua tecnologia

web 4.0 e attraverso la sua rete, ad

aprire un bacino di utenza internazionale

contando su una visibilità in oltre 111

paesi dei 5 continenti. Grazie alla collaborazione

tra il Movimento Life Beyond

Tourism Travel to Dialogue e il partner

tecnologico italiano Donkey Commerce,

gli artigiani avranno accesso diretto allo

sviluppo del proprio e-commerce. In

aggiunta il Movimento mette a disposizione

tutti gli strumenti e le consulenze

necessarie a ottimizzare la comunicazione

online e offline, a costruire la brand

identity e la presenza in rete, avendo anche

accesso a finanziamenti attraverso

bandi e contributi nazionali e internazionali.

Ciò consente di portare al proprio

saper fare Made in Italy’ a un livello

superiore, aprendosi a livello mondiale

con possibilità di vendita diretta. Per realizzare

questo, il Movimento promuove

un’offerta rivolta a tutte le aziende italiane,

valida fino al 30 giugno 2020.

56

MOVIMENTO LIFE BEYOND TOURISM TRAVEL TO DIALOGUE


Come funziona?

Il primo passo da compiere è quello di

affiliare la propria azienda al Movimento

Life Beyond Tourism Travel to Dialogue

attraverso l’iscrizione al portale www.lifebeyondtourism.org.

Inserendo il codice

sconto voperbottegheweb2020 la

registrazione sarà completamente gratuita

per tutto il 2020. Inoltre il Bonus

LBT per le imprese consentirà di accedere

a una scontistica immediata anche

per gli anni successivi sulla piattaforma

Donkey Commerce. La nuova iniziativa

Vo Per Botteghe Web con le modalità di

partecipazione e registrazione è consultabile

sul sito www.lifebeyondtourism.

org/it/vo-per-botteghe-2/

«Con Vo per Botteghe Web vogliamo

porgere una mano all’Italia in difficoltà

in modo facile e gratuito e soprattutto

dare la possibilità di aprirsi un mondo

di opportunità – spiega Carlotta

Del Bianco, presidente del Movimento

Life Beyond Tourism −; è l’evoluzio-

ne dell’omonimo progetto nato a Firenze

nel 2016 dall’etica Life Beyond Tourism

promosso dalla Fondazione Romualdo

Del Bianco che esalta la componente culturale

e avvicina al mondo delle tradizioni

artigianali e alle espressioni culturali

dei vari luoghi, connettendo direttamente

le aziende con i viaggiatori in rete, potenziali

clienti, progetto tuttora portato

avanti dall’Hotel Laurus al Duomo e Pitti

Palace al Ponte Vecchio, gestiti da B&B

Hotels Italia». Da sempre la missione del

Movimento è costruire la pace nel mondo

con il dialogo grazie al patrimonio, al

viaggio, all’incontro con accoglienza e

ospitalità, con la comunicazione, la conoscenza

e la tutela della personalità del luogo

e della sua economia. «Credo che con

il passaggio al web dell’iniziativa si possa

contribuire attivamente al sostegno dell’economia

italiana in questo momento delicato

della storia e dare un aiuto concreto

agli artigiani nel dare continuità

alla propria attività – aggiunge

Carlotta Del Bianco −. Un

contributo moderno, necessario in un

momento di orgogliosa ripartenza, con

strumenti per lavorare a distanza in un

momento in cui il commercio o è online

o subisce difficoltà o passa alle multinazionali

depauperando il PIL Italiano.

Soprattutto questo contributo vuole essere

un semplice gesto per infondere

fiducia nel prossimo, con entusiasmo,

per l’uscita dall’isolamento; è un contributo

orientato alla visibilità, quindi alla

tutela del grande patrimonio che l’Italia

può vantare: il patrimonio immateriale

dato dall’ingegno, dalla creatività e dal

saper fare».

Per conoscere i

dettagli dell'iniziativa

scannerizza il

codice QR qui di

fianco con il tuo

smartphone.

Il Movimento Life Beyond Tourism Travel to Dialogue

Nasce e si sviluppa seguendo i princìpi di Life Beyond Tourism ® , ideati

dalla Fondazione Romualdo Del Bianco al fine di creare una rete internazionale

che promuova il Dialogo tra Culture a ogni livello coinvolgendo

le espressioni culturali dei luoghi (residenti, viaggiatori, istituzioni culturali,

pubbliche amministrazioni, aziende, artigiani e tutti coloro che rispondono alle

esigenze del mercato). Si tratta di una vera e propria nuova offerta commerciale

incentrata sull’agire etico.

Per info:

+ 39 055 284722

company@lifebeyondtourism.org

www.lifebeyondtourism.org

MOVIMENTO LIFE BEYOND TOURISM TRAVEL TO DIALOGUE

57


B&B Hotels

Italia

Il B&B Hotels Road Trip a Modena, città

della Ghirlandina

di Francesca Vivaldi

Eccoci con un’altra tappa del Road

Trip firmato B&B Hotels. Finalmente

è arrivato il periodo

dell’anno che amo di più: la primavera.

Quale miglior periodo per passare il fine

settimana fuori città? Questa volta vi racconto

del mio weekend a Modena, meta

perfetta per trascorrere giornate all’aria

aperta passeggiando alla scoperta delle

bellezze che si nascondono per le vie

della città. In questo senso B&B Hotels si

è dimostrata per l’ennesima volta la scelta

vincente. Il B&B Hotel Modena si trova

a meno di un chilometro dal centro

storico, la posizione ideale per muoversi

liberamente anche a piedi. Esattamente

quello che cercavo! Piazza Grande, punto

di partenza del mio tour modenese, si

trova, infatti, a soli 10 minuti dall’hotel.

Sono rimasta subito colpita dalla bellezza

dei monumenti storici che circondano

questa piazza. Non a caso, nel 1997 sono

stati dichiarati Patrimonio dell’Umanità

dall’UNESCO: il Duomo di Modena,

la Ghirlandina (campanile e simbolo della

città) e il Palazzo Comunale. Ciò che

mi ha colpita di più di Modena è però il

suo legame con la tradizione, tenuta ancora

viva dai cittadini. Entrare nel Mercato

storico Albinelli significa fare davvero

esperienza della tradizione storica e culturale

modenese. L’atmosfera che si respira

è calda, accogliente, quasi magica.

Anche questa volta posso dire di tornare

a casa con qualcosa in più, soprattutto

tortellini fatti in casa.

Il Duomo di Modena con la torre Ghirlandina (ph.courtesy Asils.it)

58

MODENA


B&B Hotels

D

estinazioni, design, prezzo.

B&B Hotels unisce il calore e

l’attenzione di una gestione di

tipo familiare all’offerta tipica di una

grande catena d’alberghi. Un’ospitalità

di qualità a prezzi contenuti e competitivi,

senza fronzoli ma con una forte

attenzione ai servizi. 39 hotel in Italia.

Camere dal design moderno e funzionale

con bagno spazioso e soffione XL,

Wi-Fi in fibra fino a 200Mega, Smart TV

43”con canali Sky e satellitari di sport,

cinema e informazione gratuiti e Chromecast

integrata per condividere in

streaming contenuti audio e video proprio

come a casa. Vivi l’Italia come mai

avevi fatto prima. E’ questo il momento

di viaggiare.

hotelbb.com

MODENA

59


Arte e

gusto

A cura di

Elena Maria Petrini

L’aperigrappa: un aperitivo insolito

Testo e foto di Elena Maria Petrini

La grappa, un'acquavite di vinaccia

ricavata da uve prodotte, vinificate

e distillate esclusivamente

in Italia, viene così definita secondo il disciplinare

delle bevande spiritose il cui

grado alcolico non può essere inferiore a

37,5% volumi. Per la normativa europea

il termine "grappa" è una IGP (Indicazione

Geografica Protetta) solo per l’Italia.

Nel 1779 nasce, a Bassano del Grappa,

la prima distilleria moderna a vapore.

Oggi si distilla anche con impianti ad

alambicchi a fuoco diretto e a bagno maria.

L’ANAG (Associazione nazionale assaggiatori

grappa ed acquaviti), nata ad

Asti nel 1978, ha istituito il premio annuale

Alambicco d’Oro − quest’anno alla

37ª edizione − al quale si concorre

per decretare le migliori grappe per categoria

(giovani, invecchiate, aromatiche

e da un paio di anni anche i brandy

italiani). La Toscana ha sempre ottenuto

alti riconoscimenti sia per qualità che

per quantità, come confermato dal referente

ANAG Toscana Marcello Vecchio:

«Quando si parla di grappa, si pensa

sempre ad una produzione del nord o

nord-est italiano, invece anche la Toscana

si distingue con le sue quattro distillerie

regionali, Bonollo, Deta, Nannoni e

Alboni, a cui ogni anno vengono riconosciuti

premi importanti, collocandosi tra

le prime in Italia». Parlando di grappa,

non poteva mancare un aperitivo “insolito”:

si tratta dell’aperigrappa organizzato

da ANAG Toscana e firmato dal barman

Massimiliano Liuzzi che ha ideato per noi

il nuovo cocktail Old style, ovviamente

a base di grappa. Un drink la cui ricetta

prevede: 2 cl. di grappa invecchiata; 3

cl. di liquore al cioccolato fondente; 1,5

cl. Marendry; top di panna da montare a

freddo con lo shaker e aromatizzata alla

cannella. E’ previsto, inoltre, un “dolce”

abbinamento con la torta Sacher o

con la millefoglie al cioccolato. Massimiliano

Liuzzi, classe '68, barman ABI Professional

e sommelier AIS, ha iniziato a

Firenze nel 1988 nella caffetteria Shaker

con Angelo Boddi, da cui ha appreso

l’arte della miscelazione. In seguito, ha

perfezionato le tecniche e le conoscenze

su distillati e cocktail con tre grandi

maestri del bartending: Roberto Giannelli

(presidente della FIB), Fabio Suppi

(Revoire) e Severino Paolo Baldini (cofondatore

ABI Professional). Tra le sue

esperienze ricordiamo i locali fiorentini

come il Full Up, 055, Ofelia, Paszkowski

e Giubbe Rosse (dove affiancava Massimo

Tanzini). In proprio ha aperto il Bar

13 dove ha proposto happy hour con

cocktail miscelati al momento invece dei

soliti aperitivi giá pronti. Oggi, invece, lavora

come freelance per feste private,

catering ed eventi, creando cocktail con

abbinamenti ad hoc acquisiti con la formazione

della sommelierie. Ha seguito

percorsi formativi alla Campari Academy

su metzcal e tequila, diplomandosi in

Mexican Mixology. Il messaggio di Massimiliano

ai giovani bartender è di essere

sempre curiosi e di non smettere mai di

studiare perché quello della "mixology" è

un mondo in continua evoluzione.

Il barman Massimiliano Liuzzi

Il referente ANAG Toscana Marcello Vecchio

60

L’APERIGRAPPA


Arte e

gusto

Tabacco, vinsanto e gorgonzola

Un tris di sensazioni olfattive tutto da scoprire

di Elena Maria Petrini / foto Maurizio Mattei

La penisola italiana e l'isola di Cuba:

due terre molto lontane ma

unite dalla tradizione della coltivazione

del tabacco. Cuba con i suoi Habanos,

composti da capa, capote e tripa,

autentiche opere d'arte dai sentori tostati

di cuoio, spezie e aromi tropicali che

ne fanno un prodotto unico al mondo; l’Italia

che, in virtù del suo clima mediterraneo,

è il primo produttore dell'UE con

circa 50.000 tonnellate annue. Quattro le

regioni che ne producono il 97%: l’Umbria

e il Veneto con i tabacchi Virginia; la

Campania con le varietà Burley, Paraguay

e Badisher; la Toscana con la specie Kentucky.

Il rimanente della produzione

nazionale è in Puglia, con i tabacchi Xanthi

e Yakà, in Abruzzo, con il Perustitza,

una piccola quantità di Maryland nel

Lazio ed anche in Sicilia si registra la varietà

Kentucky. Il nostro paese detiene un

posto di prim'ordine nel panorama della

tabaccheria mondiale, con prodotti di

grande tradizione in grado di regalarci

sentori raffinati e complessi ed un'ampia

panoramica di note aromatiche e tostate.

La “fascia” dei nostri sigari si presenta di

un bel colore bruno (tonaca di frate); al

tatto sono piacevolmente ruvidi e oleo-

Assortimento di formaggi erborinati con rum invecchiato, frutta secca, tè nero, fiori eduli, bergamotto,

pera, mandorle, cacao, riduzione di birra nera, caffè e polvere di peperoncino, olive nere e aceto balsamico

di Modena, tartufo bianco e nocciola

si. Il “ripieno” è assemblato

con cura, e questa sapiente

lavorazione ne fa un

prodotto unico apprezzato

nel mondo. La degustazione

che vi propongo è in

abbinamento con un altro

prodotto di eccellenza nazionale

come il vinsanto, a

sua volta perfetto con i formaggi

“erborinati” (o fromage

bleu) ma non solo.

Il vinsanto ha origini molto

antiche, a cominciare

dal nome: è stato chiamato

così probabilmente per

le proprietà "miracolose" dimostrate

durante la peste

del XIV secolo oppure perché

paragonato, per la sua

fragranza, ad un vino passito

greco chiamato Xanthos,

oppure ancora per

essere un vino adoperato

per la celebrazione della messa. I grappoli

migliori venivano appesi o stesi su

stuoie e fatti appassire nel periodo di luna

calante fino alla settimana santa, da

cui forse la scelta del nome. Le uve − so-

Degustazione di vinsanto del Chianti e del Chianti Classico e assortimento

di sigari cubani e italiani

litamente a bacca bianca, Trebbiano e

Malvasia, talvolta anche con Sangiovese

(almeno il 50% per la varietà occhio

di pernice) −, una volta appassite, venivano

pigiate e il mosto trasferito in piccoli

fusti di varie essenze e di dimensioni

variabili (in genere tra 15 e 100 litri) detti

“caratelli”. Classificato tra i vini liquorosi,

per disciplinare invecchiato almeno

tre anni e quattro per la versione riserva,

si presenta con tonalità che vanno dal

giallo paglierino dorato all'ambrato saturo;

all'olfatto è intenso, caratteristico ed

etereo; il gusto, armonico e vellutato, si

distingue per spiccata rotondità e morbidezza.

Tra gli abbinamenti ideali col

vinsanto suggeriamo sia quello con i sigari,

per una particolare “fumata lenta”,

sia con i formaggi erborinati nella versione

dolce e piccante, dai sentori di forte

aromaticità e di lunghissima persistenza

gusto-olfattiva, che trovano un equilibrio

armonico per la spiccata rotondità e

morbidezza del vino che avvolge il palato

ed attenua l’esuberanza del formaggio e

degli estri dell’erborinatura.

TABACCO, VINSANTO E GORGONZOLA

61


Cultura

& Società

#iorestoacasa

Artisti e musei insieme sui social per contrastare la

diffusione del virus

di Serena Gelli

Sono tanti gli artisti, da Ligabue

ad Amadeus, ad aver rilanciato la

campagna #iorestoacasa promossa

dal Ministero dei Beni Culturali per

contenere la diffusione del Coronavirus.

«Dovete stare a casa», scrive Jovanotti,

postando l’emoticon delle mani giunte

in preghiera. Ancora più nette le parole

di Nek: «Dobbiamo essere responsabili

e avere un occhio di riguardo verso noi

stessi e verso questa situazione drammatica

in ogni parte del mondo. Siate generosi

con voi stessi, prendetevi anche il

tempo che non avete, per scelta o ahimè

per forza». E ancora Laura Pausini: «State

a casa ragazzi, non muovetevi se non

è strettamente indispensabile. Io cerco di

rispettare tutto quello che ci è stato spiegato

e richiesto. Per favore fatelo anche

voi. Facendo così aiutate il prossimo e anche

voi stessi». C’è chi, poi, come Giuliano

Sangiorgi, leader dei Negramaro, ha

composto una canzone ad hoc e su Instagram

ha spiegato: «Questa canzone voglio

dedicarvela per annullare le distanze

e per sentirvi in questa stanza tutti. Torno

al mio ragù e vi aspetto, aspetto che

tutto torni a girare nel senso giusto come

questo mio ragù, come questa mia canzone...

Restiamo a casa». E poi Antonella

Clerici, i Pinguini Tattici Nucleari, Annalisa

ed Emma Marrone che ha invitato i suoi

fan a non uscire dando loro consigli utili

per fronteggiare la situazione: «Questo è il

mio sabato sera - ha scritto su Instagram

-, un bicchiere di vino mentre guardo la

tv». A lanciare questo messaggio sociale

è stata anche la cantante Gianna Nannini

che su un Instagram ha postato un mini

concerto suonando dal vivo per i suoi fan;

nel video la rocker toscana, dalla sua abitazione

milanese, ha interpretato uno dei

suoi brani più amati, Sei nell'anima. Ma

a riprendere l'appello non sono stati solo

artisti e cantanti, ma anche molti musei,

postando in rete i propri capolavori e

invitando a scoprire da casa i segreti delle

loro collezioni. Qualche esempio? I musei

di Torino, Pompei, Capodimonte, il Colosseo,

gli Uffizi, Palazzo Reale di Napoli, il

Museo Egizio, Palazzo Barberini, la Galleria

nazionale d’arte moderna e contemporanea

di Roma, il Museo Archeologico di

Cagliari, il parco archeologico dei Campi

Flegrei, il Museo d’Arte Orientale di Venezia,

il Museo Omero di Ancona, la Galleria

Nazionale dell’Umbria, il Museo di San

Martino. «Grazie a tutti, il contributo di

ciascuno è essenziale», ha ribadito il Ministro

della Salute Roberto Speranza, che

ha ringraziato i grandi nomi della musica,

del cinema e dello spettacolo per aver sostenuto

la campagna #iorestoacasa.

Un'immagine della campagna pubblicitaria diffusa dal Ministero dei Beni Culturali per fermare il contagio da Coronavirus

62

#IORESTOACASA


GRAN CAFFÈ SAN MARCO

Un locale nuovo e poliedrico, con orari che coprono tutto l’arco della giornata.

Perfetto sia per un pranzo di lavoro che per una cena romantica o per qualche

ricorrenza importante

Piazza San Marco 11/R - 50121 Firenze

+ 3 9 0 5 5 2 1 5 8 3 3

www.grancaffesanmarco.it


Una banca coi piedi

per terra, la tua.

www.bancofiorentino.it

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