la Ciminiera 2020 05

centrostudibruttium

Auto elettriche, Davide Lazzaretti,
il profeta dell'Amiata, il Cristo dell'Amiata, Jrò, Personaggi storici in 3D, Roberto Burioni - Virus la grande sfida, arte e ceramica, acrime ed Amore in
Isabella Caracciolo, Duchessa di Mesuraca, Epidemie nella storia e nella letteratura antica, I Mosaici di Huqoq, Giuliano e gli Ebrei, Angelo Di Lieto, Francesca Ferraro, Pasquale Natali, Daniele Mancini,
Amore e bellezza nella tragica fine della Principessa MARIA D’AVALOS, Gabriele Campagnano

la Ciminiera 1


24 ANNI DI PRESENZA

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Anno XXIV

Numero 5 - 2020

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2 la Ciminiera


EDITORIALE

Pasquale Natali

http://csbruttium.altervista.org/

E Come dico sempre...

FORZA E CORRAGGIO CHE DOPO

APRILE VIENE MAGGIO!

Ancora chiusi in casa e continuamente minacciati dal virus del

secolo, riusciamo con lo stesso entusiasmo a dare luce a questo

quinto numero della La Ciminiera del 2020.

Brevemente vi cito i contributi che abbiamo scelto per questo

numero:

Iniziamo con l’incontro dell’artista calabrese, questa volta è

una imprenditrice e una valente costruttrice di sogni. Chi ama le

cose belle troverà sicuramente degno di lode il lavoro di Giuliana

Furrer. Analizzate con attenzione le sue opere e vedrete che sarete

d’accordo con me. Una cosa: Avete mai pensato che un vaso

potesse essere un vostro ritratto? Ebbene vi invito ad andare subito

in quarta di copertina, per me fenomenale. Ora posso dire che non

solo la pittura o la scultura o la letteratura possono dar vita a un

nostro ritratto.

Per rimanere in tema ritratti, godetevi la seconda parte delle

ricostruzioni facciali di personaggi storici. Daniele Mancini chiude

con altri sei personaggi in 3D.

Suo è anche l’intervento sulle conseguenze dell’epidemie sui

popoli analizzate grazie alla letteratura antica. Anche la letteratura

contemporanea, sulla scia del coronavirus, sta riempiendo gli

scafali delle libreria. Tra tutti Francesca Ferraro ci presenta il

volume di Roberto Burioni, in cui viene evidenziato il ruolo sempre

più significativo della scienza per la sopravvivenza dell’umanità.

Interessante è anche la controversia che Gabriele Campagnano

accende con la prof. Jodi Magness sull’interpretazione dei mosaici

di Huqoq. Chi ha ragione? Leggete e valutate voi.

Raoul Elia ci presenta un personaggio alquanto misterioso e

inquietante, “il Cristo dell’Amiata”. Assassino o santo? di sicuro

fu un “rappresentante della cultura delle classi subalterne che

fatica ad omologarsi alla cultura imposta e in cui si intrecciano le

istanze di uguaglianza e giustizia sociale e un’ansia di redenzione

di tipo messianico-millenaristico”. Questo basta per stimolarne la

lettura.

Chi non ricorda la vera e unica fiat 500, non quella impostura

che oggi chiamano con lo stesso nome? Ebbene questa opera d’arte

non andava solo a benzina “normale” ma udite, udite, ne esisteva

anche una versione elettrica. Leggere per credere.

Chiudo invitandovi a leggere, di Angelo Di Lieto, le tristi storie di

altre due donne e dell’amore e della morte che contraddistinsero la

loro storia terrena. Della principessa Maria d’Avalos ho il piacere

di darvi il link ad una edizione francese molto particolare.

Termino con un abbraccio affettuoso e l’appuntamento al

prossimo numero.

Storia di Donna Maria d’Avalos e del duca di Andria

Manoscritti e luminarie di Léon Lebégue

Librairie des BIBLIOPHILES, Paris, 1902

la Ciminiera 3


Raoul Elia

La sapienza della Forma

e del Colore nell’arte di Irò

L’artista di questo mese opera in un campo

decisamente deldifferente dai consueti canoni

seguiti finora in questa rubrica. Irò, ovvero

Giuliana Ferrer, infatti, lavora la ceramica.

Di certo, non è la prima artista ad esprimere

la propria creatività attraverso la lavorazione

della ceramica. Fra i grandi artisti che hanno

usato la ceramica come mezzo espressivo,

infatti, si annoverano Pablo Picasso, Lucio

Fontana, Giò Ponti, Arturo Martini.

Ognuno di loro ha saputo costruire un proprio

linguaggio attraverso la ceramica.

A differenza della pittura, la ceramica ha

in comune con la scultura la materialità

del gesto, il lavorare la materia grezza con

le mani, modellare la realtà dandole un

tocco di personalità, una scintilla di vita.

Michelangelo diceva di dover “liberare” l’idea

dalla prigione della materia e, in un certo

senso, questo è il lavoro che compie chiunque

lavori manipolando la materia. La creazione

nasce dalla materia grezza, che assume una

forma, che poi deve essere rifinita, “sbozzata”,

per usare il linguaggio del grande maestro

rinascimentale, per definirne “l’anima”, con

cui l’opera esce dal campo artigianale per

entrare nella fascia dell’arte e della creatività.

La ceramica ha avuto un momento di grande

sviluppo a partire dalla seconda rivoluzione

industriale, nell’area inglese, con William

Morris e l’area di Stafford; ma anche la

produzione artigianale toscana si impone

alla nostra memoria, con i suoi prodotti di

gusto delicato e lievemente retrò, ancora oggi

molto ricercati. E’ a queste tradizioni che si

riallaccia la creatività di Giuliana Ferrer, nel

confezionare le sue opere, mescolandole con

la sua perizia artigianale e la grazia creativa

dell’artista dalla sensibilità contemporanea.

La tecnica decorativa della ceramica di Irò

è, infatti, applicata agli oggetti che decorano

le nostre case con grandi effetti coloristici,

come nella lampada con vaso colorato con

decorazioni a spirale, la maschera etnica

bicolore, la lampada a forma di pigna. La

tecnica e la creatività dell’artista, però, danno

il meglio nelle splendide mattonelle di vario

formato e con vari disegni di stampo floreale

o in quelle monocrome con immagini di santi,

in cui l’iconografia dei santi viene pienamente

rispettata in un blu fortemente evocativo,

come nelle targhe votive, secondo la tradizione

inglese della Staffordshire Porcelain e, in

particolare, la decorazione “Willow”, la più

diffusa e famosa fra le cineserie.

Date un’occhiata a questo progetto, che fonde

l’amore per la tradizione artigianale e il gusto

artistico della ricerca e della sperimentazione

applicandoli agli oggetti che ogni giorno

vediamo nella nostra casa.

4 la Ciminiera


Il Bruttium

incontra gli Artisti

Calabresi

Quarta

puntata

Mi presento, sono:

Giuliana

Furrer

e creo gioielli

per chi amma

il bello

Copertina:

Giuliana Furrer e

Vari creazioni artistiche

Catanzaro

Da bambina amavo giocare nel mio “laboratorio dei colori”

dove creavo miscele di ogni tipo con cui dipingevo i miei

capolavori fatti con il Das.

Cresciuta in una casa dove mamma amava dipingere e fare

piccoli lavoretti e papà creare originali presepi artigianali,

da sempre ho amato utilizzare le mani per creare oggetti da

regalare ai miei cari o per costruire i miei giochi, immaginando

il mio futuro in una vera, piccola bottega magica.

Messi da parte i sogni da bambina, ormai adulta e universitaria

fuori sede nella bella Siena, trovai in questa città la mia sliding

door.

Camminare attraverso quelle antiche strade medievali,

armoniosamente e allegramente macchiate ogni pochi metri

dal blu cobalto, il giallo ocra e il verde rame che facevano

capolino sugli usci delle tante botteghe di ceramiche artistiche,

riaccese il sogno. Stavolta lo inseguii strenuamente, cambiando

radicalmente il binario dei miei studi, contro lo stereotipo che

negli anni ’90 ci voleva tutti laureati col pezzo di carta in mano.

Mi dedicai con ogni mezzo alla mia formazione di ceramista

prima in terra toscana, poi con una lunga gavetta nelle piccole

e difficili realtà artigiane della mia amata Calabria.

Sono trascorsi vent’anni da allora e quel sogno non si è mai

più spento! E’ bensì cresciuto e si è trasformato in realtà, sotto il

profumo di limoni e salsedine

del mio Ionio, davanti ai

colori del cielo turchese del

sud e delle colline chiazzate

di fiori di sulla, ulivi e fichi

d’india.

Quel sogno oggi ha una

dimensione e un nome: Irò.

Irò significa “colore” in

giapponese.

la Ciminiera 5


Se pur lontano dalle mie

tradizioni, questo nome mi

rappresenta completamente,

contiene ogni significato che ha

per me il mio lavoro: un piccolo

tributo al Giappone, questa terra

lontana di cui amo la cultura

e dove ha origine l’arte della

maiolica e perché il colore per

me è tutto: arte e ottimismo.

Nel mio laboratorio di

ceramiche artistiche, ogni giorno

il sogno prende forma: sia quello

della bambina creativa diventata

un’artigiana, sia quello dei clienti

che, attraverso la passione e le

competenze di chi vi lavora, possono vedere

realizzato un prodotto come pensato nel

proprio immaginario. Che sia esso un piccolo

oggetto come la bomboniera, personalizzata

e creata “su misura” in base al desiderio

comunicativo del cliente; un omaggio speciale

pensato per la persona cui è destinato; fino ai

rivestimenti, l’illuminazione e i complementi

d’arredo per interni ed esterni, per abitazioni o

strutture ricettive.

Se pure frequentemente mi viene attribuito

l’epiteto di artista, io amo invece definirmi

un’artigiana, intendendo mettere la mia arte e

la mia professionalità al servizio del cliente.

Mi piace soddisfare anche le esigenze più

stravaganti e peculiari, siano esse di carattere

pratico o puramente estetiche, e offrire un

prodotto unico e irripetibile. Walt Disney

amava dire che “fare l’impossibile è una specie

di divertimento”... Tentarci

sempre diverte anche me!

Una sezione della

produzione Irò risponde

invece all’esigenza puramente

espressiva di chi crea, cercando

di coniugare e far convivere

gusto contemporaneo e

modernità con la tradizione

di questa antica arte e del

territorio.

Non viene dimenticata la

tradizione, che rivive, a volte

reinterpretata, attraverso la

produzione di vasellame e

oggettistica tipici della cultura

rurale calabrese.

Nel mio laboratorio l’oggetto vive e restituisce

emozione.

Inoltre, in clima di ecosostenibilità, Irò

porta avanti l’iniziativa “more clay less plastic”,

promuovendo e incentivando l’utilizzo della

ceramica in sostituzione alla plastica, anche

attraverso il ritorno all’uso di stoviglierie e

accessori per la casa in cotto smaltato.

Convinta che l’esperienza e l’arte vadano

condivise e diffuse, mi piace offrire inoltre la

possibilità, a chi volesse, grandi e piccini, di

fare un piccolo viaggio esperenziale all’interno

della bottega, mettendosi alla prova con mani

in pasta e pennelli!

E’ possibile anche seguire corsi strutturati di

modellatura per i più piccoli e di decorazione

su maiolica per i più grandi, della durata di

due mesi.

6 la Ciminiera


Daniele Mancini

danielemancini-archeologia.it

DODICI

PERSONAGGI

STORICI IN 3D

seconda parte

Il Signore di Sipàn

(I-II secolo d.C.)

Spesso annunciato come

uno dei reperti archeologici

più significativi del XX

secolo, il Signore di Sipàn è

stato il primo delle famose

mummie della Civiltà

Moche trovate, nel 1987,

nel sito di Huaca Rajada,

nel nord del Perù.

La mummia, di quasi 2000 anni, era accompagnata

da un ricchissimo corredo funerario, alimentando così

l’importanza della scoperta. Alcuni ricercatori hanno deciso

di ricostruire il volto di questo affascinante personaggio.

Non è stata un’impresa facile perché il cranio del

Signore di Sipàn è stato effettivamente danneggiato in 96

frammenti durante la sua scoperta e a causa della pressione

dei sedimenti del suolo nel corso dei millenni.

Di conseguenza, i ricercatori del team brasiliano di

antropologia forense e odontoiatria forense hanno dovuto

ricostruire scrupolosamente questi numerosi pezzi in modo

virtuale.

Il cranio riassemblato è stato quindi fotografato da varie

angolazioni con la tecnica della fotogrammetria, per una

mappatura digitale precisa dell’oggetto organico.

https://youtu.be/CYboYQqmLQI

la Ciminiera 7


San Nicola

(270-344 d.C.)

Non si può negare che per raffigurare

Babbo Natale si sia adoperata la figura di

San Nicola, un santo cristiano del IV secolo

di origine greca, vescovo di Myra, in Asia

Minore, oggi Demre, in Turchia

Roberto I Bruce di Scozia

(1274-1329 d.C.)

Un’interessante collaborazione tra

gli storici dell’Università di Glasgow e

di esperti craniofacciali dell’Università

John Moores di Liverpool ha portato a

quella che potrebbe essere la ricostruzione

credibile dell’attuale volto di Roberto I

Bruce di Scozia, il re del film Braveheart,

per intederci.

Nicola, comunque, era protagonista di

molte leggende riguardanti miracoli a

favore di poveri e defraudati, per questo ne

è ritenuto un santo benefattore e protettore,

specialmente dei bambini.

Per quanto riguarda la ricreazione del suo

volto, aiutata dalla simulazione del software

e dalla tecnologia interattiva 3D del Face

Lab dell’Università di Liverpool John

Moores, il modello 3D è stato il risultato

di analisi dettagliate, sebbene sia ancora

soggetto di varie interpretazioni.

Secondo l’antropologa Caroline

Wilkinson, il progetto si basava su “tutto

il materiale scheletrico e storico” conosciuto.

Nel 2004, alcuni ricercatori hanno

realizzato una ricostruzione basata sullo

studio del cranio di San Nicola attraverso

una serie di fotografie a raggi X e misurazioni

originariamente redatte nel 1950 e hanno

dedotto che San Nicola era probabilmente

un uomo dalla pelle olivastra; il naso rotto,

invece, potrebbe essere stato l’effetto della

persecuzione subita dai Cristiani sotto il

dominio di Diocleziano, durante il primo

periodo di vita di Nicola.

8 la Ciminiera

L’immagine realizzata deriva da un

teschio umano conservato all’ Hunterian

Museum di Londra e mostra un soggetto

maschile al suo apice fisico, dalle

caratteristiche robuste, completato da un

collo muscoloso e un busto piuttosto tozzo.

In sostanza, l’impressionante fisico di

Roberto I Bruce è dovuto a una dieta ricca

di proteine che lo avrebbe “aiutato” per i

brutali combattimenti e le dure cavalcate

medievali.

La storia supporta tale prospettiva e

annovera Roberto I Bruce tra i grandi

condottieri della sua generazione, che

guidò con successo la Scozia durante la

prima guerra di indipendenza scozzese

contro l’Inghilterra, culminando con nella

fondamentale Battaglia di Bannockburn,

nel 1314 d.C., e la successiva invasione del

nord dell’Inghilterra.

L’analisi del cranio ha mostrati la

presenza di probabili segni di lebbra, che

avrebbe sfigurato parti del viso, come la

mascella superiore e il naso. Gli storici

hanno a lungo ipotizzato che Roberto I

Bruce abbia sofferto di un disturbo, forse

proprio la lebbra, che avrebbe influenzato


significativamente la sua salute nelle ultime

fasi della sua vita. Durante un incidente

nel 1327 d.C., si dice che il re fosse così

debole che riusciva a malapena a muovere

la lingua e solo due anni dopo Roberto è

morto all’età di 54 anni.

Secondo gli antropologi forensi, usando il

cast del cranio, è stato possibile stabilire con

precisione la formazione muscolare sulle

ossa del cranio per determinare la forma e

la struttura del viso.

Ora, malattie e caratteristiche

facciali precise potrebbero essere

stabilite analizzando il DNA originale

dell’individuo, ma il cranio dell’Hunterian

è solo uno dei pochissimi calchi dell’attuale

testa di Roberto, il cui originale è stato

rinvenuto tra il 1818 e il 1819 in una tomba

nell’Abbazia di Dunfermline.

Riccardo III

(1452-1485 d.C.)

dimora funeraria di Riccardo III prima

di essere distrutta nel 1538 d.C. I resti del

re sono stati trovati quasi sotto una “R”

approssimativamente dipinta sul bitume,

che ha anche segnato un posto riservato

all’interno del parcheggio dagli anni 2000.

Sempre Caroline Wilkinson si è occupata

della ricostruzione forense del viso di

Riccardo III, essenzialmente basata sulle

mappature 3D del cranio. La ricostruzione

è stata modificata nel 2015, con occhi e

capelli più chiari, a seguito di nuove prove

basate sul DNA.

Enrico IV di Francia

(1553-1610 d.C.)

Enrico IV di Francia è stato una figura

politica fondamentale nella Francia della

fine del XVI secolo. E’ stato il primo

monarca francese della Casa di Borbone

ed era anche noto per le sue inclinazioni

protestanti (si considerava un ugonotto dei

primi tempi…), che lo portò a uno scontro

con l’esercito reale cattolico che si è tradotto

in un conflitto militare a tutti gli effetti noto

come Guerre di Religione, determinato

da affiliazioni religiose e da motivazioni

politiche.

L’ultimo re della Casa di York e anche

l’ultimo della dinastia dei Plantageneti è

Riccardo III, deceduto nella Battaglia di

Bosworth Field, che di solito segna la fine

del “Medioevo” in Inghilterra.

Eppure, anche dopo la sua morte, il

giovane monarca inglese ha continuato a

confondere gli storici, con i suoi resti mortali

che sono sfuggiti a studiosi e ricercatori per

oltre cinque secoli. E’ stato fondamentale

quando, nel 2012, l’Università di Leicester

ha identificato lo scheletro all’interno di un

parcheggio del consiglio comunale, il sito

della Greyfriars Priory Church, ultima

Nonostante gli sconvolgimenti militari,

religiosi e politici nella Francia del XVI

secolo, Enrico IV di Francia è noto anche

come “le bon roi Henri”. L’epiteto proviene,

probabilmente, dalla sua genialità percepita

e dal pensiero di benessere per i suoi sudditi,

nonostante le differenze religiose.

I ricercatori francesi, guidati dal famoso

specialista di ricostruzioni facciali Philippe

Froesch, hanno ricreato con successo il

la Ciminiera 9


volto del monarca francese con tecniche

visive all’avanguardia.

https://youtu.be/DCyH5gEZYew

Maximilien de Robespierre

(1758-1794 d.C.)

Nel 2013, il patologo forense Philippe

Charlier e lo specialista in ricostruzione del

viso Philippe Froesch hanno creato una

ricostruzione facciale realistica in 3D di

Maximilien de Robespierre, il famigerato

uomo-simbolo della Rivoluzione francese.

Originariamente pubblicato sulla rivista

medica Lancet, la ricostruzione è stata

fatta con l’aiuto di varie fonti. Alcune

appartengono ai ritratti e ai racconti

contemporanei di Robespierre, che

mostrano una visione “conforme” del

rivoluzionario. Ma uno degli oggetti

primari che ha più aiutato i ricercatori,

riguarda la famosa maschera mortuaria

di Robespierre, realizzata da Madame

Tussaud. Probabilmente la Tussaud ha

affermato che che la maschera funeraria

sia stata realizzata direttamente con l’aiuto

della testa decapitata di Robespierre, dopo

che fu ghigliottinato il 28 luglio 1794.

Daniele Mancini

EPIDEMIE NELLA STORIA E NELLA

LETTERATURA ANTICA

La “Peste di Atene” del V

secolo a.C. non è l’unico evento

epidemiologico narrato da fonti

letterarie spesso confortate da

quelle archeologiche. Circa

5.000 anni fa, un’epidemia

ha completamente spazzato

via un villaggio preistorico in

Cina. I corpi dei morti sono

stati riuniti in una casa che è

stato successivamente bruciata.

Nessuna fascia d’età è stata

risparmiata, dagli infanti agli

anziani, resti dei corpi sono

stati trovati all’interno della

casa.

Il sito archeologico Hamin

Mangha, nel nord-est della

Cina, è il sito di insediamento

10 la Ciminiera

Arnold Böcklin - La peste(1898)

preistorico più grande e meglio

conservato trovato fino ad

oggi in Cina. Uno studio

archeologico e antropologico

indica che l’epidemia sarebbe

stata rapidissima e non avrebbe

concesso il tempo necessario per

rendere sepolture adeguate agli

abitanti colpiti dall’epidemia.

Il sito non è stato nuovamente

abitato.

Prima della scoperta di Hamin

Mangha, un’altra sepoltura di

massa preistorica che risale

all’incirca allo stesso periodo,

è stata trovata nel sito di

Miaozigou, sempre nella Cina

nord-orientale. Queste scoperte

suggeriscono che un’epidemia


avrebbe devastato l’intera regione.

La prima attestazione di un’epidemia nella

letteratura greca è quella contenuta nel primo

libro dell’Iliade (I, 47 ss.); la malattia è dovuta

all’ira di Apollo per il rifiuto di Agamennone

di restituire la sua schiava Criseide al padre

Crise, sacerdote del dio: dalla peste e dalle sue

conseguenze parte l’ira di Achille, lo scontro

con Agamennone, il ritiro dell’eroe greco dal

combattimento e le tante morti che ne seguono.

Anche l’Edipo re di Sofocle parte da una

pestilenza (vv. 20-35 e 168-187): la tragedia

si apre con i cittadini di Tebe che chiedono

aiuto al re Edipo per fermare il male che li sta

decimando. Il dramma sarebbe stato ispirato

proprio dalla malattia che aveva colpito

la città pochi anni prima, durante gli anni

della peste ateniese. Anche in questo caso il

morbo rappresenta una punizione divina per

l’assassinio, rimasto impunito, del re Laio.

Altri storici imitano Tucidide: Diodoro

Siculo, nella sua Bibliotheca historica

(XIV 70, 4-71), nel I secolo a.C. narra della

Peste di Siracusa di fine IV secolo a.C.;

Procopio di Cesarea, nella Guerra persiana

(II, 22-23), nel VI secolo d.C., è testimone

oculare dell’epidemia di peste che ha colpito

Costantinopoli nel 542 d.C.

A Roma, Virgilio dedica della pagine alla

Peste nel Norico, la regione orientale delle

Alpi, nelle Georgiche (III, 470-566), redatte nel

I secolo a.C. Qui le vittime sono gli animali,

sia domestici che selvatici, di terra o di mare:

nondimeno gli effetti sono comunque terribili,

e tali da far regredire l’umanità a uno stadio

primitivo; senza buoi non si riesce più ad arare i

campi, la contaminazione anche degli animali

sacri rende impossibile celebrare i consueti

sacrifici religiosi, fenomeni eccezionali si

susseguono, come i pesci espulsi sulla terra o i

lupi che cessano di minacciare le pecore.

Altri sono i casi di epidemie che gli storici

riportano nelle loro cronache: la Peste

Antonina, nota anche come Peste di Galeno,

da colui che la descrisse, è stata una pandemia

di vaiolo o morbillo riconducibile ai soldati

di ritorno dalle campagne militari contro i

Parti del II secolo d.C. La peste Antonina ha

devastato l’esercito e potrebbe aver ucciso tra i 5

e i 30 milioni di individui nell’impero romano,

tra cui il co-reggente di Marco Aurelio, Lucio

Vero.

L’epidemia ha contribuito alla fine della Pax

Romana, quel periodo che corre dal 27 a.C.

al 180 d.C., quando Roma è stata al culmine

del suo potere. Dopo il 180 d.C., l’instabilità

è dilagata in tutto l’impero romano, tra guerre

civili, invasioni da parte dei primi gruppi

“barbari” e con il Cristianesimo sempre più

popolare.

Michiel Sweertsr La peste di Atene

la Ciminiera 11


Gabriele Campagnano

Presidente

Centro Studi Zhistorica

http://zweilawyer.com/

I Mosaici di

Huqoq:

Giuliano e gli

Ebrei

I Mosaici di Huqoq, un villaggio della Bassa Galilea, in

Israele, sono stati scoperti diversi anni fa, ma gli studiosi

impegnati a decifrarli sembrano perseverare in un errore

che è, a mio avviso, macroscopico.

Il più interessante è, senza dubbio, il mosaico ritrovato fra

i resti di una sinagoga del V secolo.

Ad effettuare gli scavi è stato il team della Professoressa

Jodi Magness, della University of North Carolina, la

quale, nel 2015, ha rilasciato le seguenti dichiarazioni:

“[il mosaico] è composto da tre differenti strisce che contengono

figure umane e animali, compresi degli elefanti. Quella più in

altro, la più grande, mostra l’incontro fra due uomini, che forse

rappresentano Alessandro Magno e un alto religioso Ebreo.”

Per la prima volta, dunque, troviamo all’interno di una

sinagoga una scena tratta dalla storia e non dal Vecchio

Testamento.

Pur apprezzando lo sforzo interpretativo della Prof.

ssa Magness, non appena ho visto le foto del mosaico

ho pensato che l’uomo raffigurato non fosse Alessandro

Magno, ma un grande imperatore romano che, però, regnò

solo per tre anni (360-363): Flavio Claudio Giuliano.

Per le sue credenze pagane, egli fu soprannominato

l’Apostata.

Per quale motivo ritengo che il mosaico ritragga Giuliano

e non Alessandro? Ve lo spiego subito.

Giuliano mostrò sempre grande amicizia nei confronti del

popolo ebraico, tanto che le fonti riferiscono unanimemente

che egli aveva intenzione di ricostruire il Tempio.

12 la Ciminiera


Al giorno d’oggi potremmo considerarlo

un conservatore (con tutte le cautele necessarie

all’applicazione di categorie moderne all’evo

antico), ma in realtà Giuliano apprezzava

i popoli che rimanevano fedeli alle proprie

tradizioni. Questo lo portò a lanciare ai

cristiani accuse del genere:

Perché voi Galilei avete dimenticato l’antico

credo degli Ebrei, assieme a tutti i suoi

insegnamenti e le sue cerimonie?

Egli sosteneva la superiorità del

paganesimo rispetto alle altre religioni,

ma ciò non gli impedì di dire, sempre ai

cristiani:

Considerata nel suo complesso, è preferibile

la religione di Israele al vostro credo appena

creato.

Probabilmente Giuliano aveva un’ottima

conoscenza del Vecchio Testamento o,

meglio, della sua traduzione in greco.

Nella sua famosa lettera agli Ebrei, egli

definisce “fratello” il Patriarca Hillel II

(“Iulon”), Nasi del Sinedrio per quasi

65 anni (320-385). Nella stessa missiva,

Giuliano sancisce l’abolizione delle imposte

speciali chieste agli ebrei ed esprime la

volontà di “vederli prosperare ancora di più”.

Il mosaico di Huqoq

Sottovalutata è invece una richiesta fatta

dall’Imperatore agli ebrei, quella di “pregare

il Creatore (“demiurgo”)” per lui.

Nell’estate del 362, Giuliano (oltre a

essere un filosofo si dimostrò un eccellente

generale e guerriero) era ad Antiochia,

pronto a lanciare una violenta campagna

militare contro i Sasanidi. Si mosse alla

testa dell’esercito quasi un anno dopo, nella

primavera del 363.

È questo il periodo, durato meno di un

anno, cui si riferiscono i mosaici di Huqoq?

Dalla testimonianza di un monaco di

Edessa del VI secolo, pubblicata nel 1880 a

Leiden con il titolo Julianos der Abtruennige

e riportata da The Jewish Quarterly

Review, Vol.5, No.4 (Jul. 1893) a pagina

620 , sappiamo che Giuliano, all’inizio

della sua spedizione contro i Sasanidi, fu

raggiunto a Tarso da una processione di

ebrei provenienti da Tiberiade. Costoro gli

chiesero umilmente di poter ricostruire il

Tempio, e Giuliano diede loro il permesso

di iniziare a gettare le fondamenta (visto

che avrebbe ricostruito il Tempio al ritorno

dalla spedizione militare). È proprio questo,

penso, l’episodio rappresentato nei mosaici

scoperti a Huqoq. L’antico insediamento

la Ciminiera 13


ebraico era infatti a 10 km da Tiberiade

e quest’ultima era stata completamente

distrutta dai romani solo nove anni prima

durante la Rivolta contro Gallo.

“L’alto religioso Ebreo” menzionato dalla

Prof.ssa Magness potrebbe essere il capo

della delegazione inviata da Tiberiade

all’Imperatore romano, ma, visto che la città

non era stata ancora del tutto ricostruita,

Inoltre, la vicinanza cronologica fra la

sinagoga in cui sono stati trovati i mosaici (V

secolo) e la permanenza di Giuliano in quei

territori (fine IV secolo) lascia presupporre

una connessione molto più stretta con

l’Imperatore che non con Alessandro

Magno. È anche molto probabile che il

mosaico sia stato posato qualche anno

prima dell’abbandono della sinagoga

Giuliano-mosaico

è anche possibile che diversi religiosi si

fossero spostati nei centri vicini com’era,

appunto, Huqoq.

Un altro particolare che mi fa propendere

per questa interpretazione è che tutte

rappresentazioni artistiche di Giuliano sono

estremamente simili al ritratto contenuto

nel mosaico di Huqoq. Al contrario, quelle

di Alessandro non hanno né la barba, né la

sottile fascia per i capelli, che invece sono

sempre presenti in quelle di Giuliano. Per

non parlare, ovviamente, della corazza

muscolare che si intravede sotto il mantello.

Comparazione fra la figura trovata

ad Huqoq e alcune rappresentazioni di

Giuliano l’Apostata.

Anzi, durante la sua permanenza in

Oriente, la satira degli abitanti di Antiochia

su Giuliano riguardava spesso la sua barba,

cosa che lo spinse a scrivere un libello

satirico di risposta intitolato Mispogon (“il

nemico della barba”).

14 la Ciminiera

in questione, portandoci quindi a una

sovrapposizione cronologica perfetta con

l’episodio narrato dal monaco di Edessa.

I soldati sulla destra del mosaico sono

palesemente soldati romani, con tanto

di elmo Berkasovo e scudo tondo con

motivo concentrico (vedi tavole relative agli

scudi nella Notitia Dignitatum). Indossano,

inoltre, la tunica manicata, tipica del tardo

impero, e, in basso a sinistra, si può vedere

anche un soldato (morto) in maglia ad

anelli.

Quanto gli elefanti, che, temo, siano

stati il motivo che ha spinto la Prof.ssa

Magness a dare una didascalia frettolosa dei

mosaici, bisogna sottolineare che furono

utilizzati spessissimo dai sasanidi, specie

contro i Romani. E che gli stessi Romani li

utilizzarono per la logistica.

Sappiamo infatti che, nella decisiva

Battaglia di Maranga, il 22 giugno 363,

Giuliano sconfisse l’esercito sasanide, il cui

centro era formato da elefanti da guerra.


Tuttavia, l’Imperatore morì pochi giorni

dopo per le ferite causate da un giavellotto

(che alcune fonti dicono scagliato da un

legionario cristiano).

Ho inviato una mail alla Prof.ssa Magness

il 5 Agosto 2015, spiegandole lemie

perplessità. In questa scrivevo, tra l’altro:

The mosaic you have found in that ancient

sinagogue it’s of unbelivable value, but i think

the bearded figure in roman dressing depicts

the Emperor Julian the Apostate and not

Alexander the Great.

According to the report compiled by a

monk from Odessa, in 363 Julian met a Jew

delegation from Tiberias (as you know better

than me, it’s very close to Huqoq) on his way

to Sasanian Empire (that had war elephants

to support his infantry). To this delegation, he

promised to rebuild the Temple.

Ovviamente, ho inviato alla Magness

anche tutta la documentazione a supporto.

La sua risposta è stata molto gentile, ma ha

confermato di ritenere più plausibile la sua

spiegazione.

Il mosaico potrebbe essere quindi

fb.cpm/iroceramiche

antecedente alla morte di Giuliano, e

quindi darci un’istantanea dell’incontro fra

Giuliano e gli ebrei nell’imminenza della

campagna contro i sasanidi, oppure essere

successivo.

In questo caso sarebbe una straordinaria

testimonianza di quella pace fra romani ed

ebrei che, sembrata impossibile per secoli,

era stata sancita in modo inequivocabile dal

potere imperiale per finire in frantumi poco

dopo a causa della guerra con i sasanidi

(rappresentati per mezzo della loro unità

militare più rappresentativa, gli elefanti).

Purtroppo, ancora un mese fa, il National

Geographic ha riportato l’interpretazione

“alessandrina”. A questo punto, dubito che

vi sia la reale possibilità di far prevalere la

verità storica sulle opinioni personali degli

archeologi impegnati negli scavi.

Resta da chiedersi, ed è uno scenario

ucronico di eccezionale interesse, cosa

sarebbe accaduto al popolo ebraico se

Giuliano, tornato dalla guerra, avesse

lavorato per farlo prosperare nella sua terra

dopo avergli restituito il Tempio.

la Ciminiera 15


Raoul Elia

Presidente

Centro Studi Bruttium

Il Cristo

dell’Amiata,

una storia di eresia e

spiritualità contadina

dell’ ‘800

Il Cristo dell’Amiata, David Lazzaretti, conosciuto anche

come il “profeta contadino”, assassinato dai carabinieri nel

1978 durante una processione, è sicuramente una figura

emblematica del periodo.

Rappresentante della cultura delle classi subalterne

che fatica ad omologarsi alla cultura imposta e in cui si

intrecciano le istanze di uguaglianza e giustizia sociale e

un’ansia di redenzione di tipo messianico-millenaristico.

Il movimento da lui costituito – di cui ancora sopravvivono

alcuni seguaci, sebbene in una complessa situazione, fra

scismi e rivalse – costituisce (al momento, almeno) l’ultima

eresia popolare italiana.

Chi è Davide Lazzaretti

Le origini del profeta dell’Amiata sono, in effetti,

decisamente “popolari”: Lazzaretti, infatti, nasce il 1

novembre del 1834 ad Arcidosso, un paesino situato sul

Monte Amiata, nella Maremma Toscana, da Giuseppe,

“vetturale” o barrocciaio che dir si voglia, e Biagioli Fausta,

di professione domestica. Nel 1848, il futuro profeta,

cagionevole di salute, inizia a svolgere il mestiere di suo

padre. Sposa poi nel 1856 tale Carolina Minucci da cui avrà

cinque figli (solo due sopravvissuti al loro padre, Turpino

e Bianca).

Nel 1859 si arruola nell’Esercito piemontese e

partecipa alla battaglia di Castelfidardo. Fin qui, nulla di

particolarmente originale. Sembrava essere destinato ad

una vita di stenti e miseria seguendo le orme paterne. Ma

le cose sono lì lì per cambiare…

16 la Ciminiera


La predicazione di Davide Lazzaretti

La vita di Davide Lazzaretti aveva già

avuto una prima svolta a soli quattordici

anni: il 25 aprile del 1848, durante un

viaggio con il barroccio, il non ancora

profeta contadino ha una visione e un

misterioso frate gli predice che la sua vita

sarebbe stata un mistero. Tuttavia, vuoi per

l’età, vuoi per la situazione particolare in

cui si trova, Lazzaretti non sembra dar retta

alla predizione

Ma è nel 1868 che, con una svolta

improvvisa ed inaspettata, Lazzaretti

abbandona tutto ed inizia la predicazione

tra la popolazione locale.

Il 25 aprile 1868, infatti, a distanza di

vent’anni dalla prima, David ha un’altra

visione: lo stesso frate della visione

precedente, dopo avergli riconfermato il

mistero della sua vita, lo invita a recarsi dal

Papa ed a rivelargli quanto visto e sentito.

Nel settembre dello stesso anno, spronato

dalla visione, David si reca a Roma da

Pio IX, dal quale si aspetta chissà quale

accoglienza e investitura; deluso dalle sue

parole di convenienza, si ritira tra i ruderi

di un convento a Montorio Romano. Qui

rimane per circa tre mesi, facendo vita

da penitente, assistito da un frate tedesco

dedito all’ascetismo.

Dopo esser stato a Roma, infatti, il

“Cristo dell’Amiata” decide di cercare il

posto suggerito dall’eremita vagando per

la Sabina fino alle rovine del convento

di Sant’Angelo, abbandonato non da

tanto tempo. Una notte, condotto da una

misteriosa luce, tenuta da un’altrettanto

misteriosa guida, trova una grotta profonda

5 metri: l’eremo del beato

Amedeo.

Il Lazzaretti trascorre

nella caverna tre mesi in

solitudine, eccetto le rare

visite da parte di padre

Ignazio da Heinseusen,

chiamato frate Mikus, che

vive nella cappella di Santa

Barbara.

Nell’antro al Lazzaretti

appare il fantasma di

un antico guerriero, tale

Manfredo Pallavicino, che

afferma di essere un suo lontano avo e lo

informa di essere riuscito a scampare alla

pena capitale decretata dal maresciallo

Lautrec nel 1521 per poi terminare i

suoi giorni proprio dentro la grotta dove

giacevano anche le sue ossa, alle quali prega

David di dare sepoltura.

Durante la sua permanenza all’interno

della grotta, Lazzaretti riceve anche

una particolare sorta di stigmata, una

croce centrale circondata da due lettere

c affrontate. David lascia la grotta il 02

gennaio 1869 e da quel momento si sente

investito del ruolo di nuovo Messia, da cui

il nomignolo di “Cristo dell’Amiata”.

Il 13 aprile 1869, in quello che da allora

viene chiamato il “Campo di Cristo”,

David parla in modo profetico a quanti,

secondo alcune fonti circa 180 persone, si

erano là radunati più per aiutarlo nel lavoro

di bonifica del campo che per ascoltarlo.

Nel Luglio 1869, sulla cima del Monte

Labro, un rilievo montuoso alto 1190

metri sul versante sud-ovest del Monte

Amiata, Lazzaretti inizia la costruzione

della cosiddetta Turris Davidica con pietre

a secco. Accanto ad essa, il profeta del

popolo stabilisce di far erigere una Chiesa

di 12 metri per 12 e, poco distante, anche

l’Eremo, in seguito abitato dagli eremiti

penitenzieri.

Gli anni d’oro del Cristo dell’Amiata

Nel 1870, il Lazzaretti fonda l’Istituto

degli Eremiti Penitenzieri e Penitenti

scegliendo 33 componenti fra gli amici più

fidati. Raggiunge poi l’Isola di Montecristo

la Ciminiera 17


e qui trascorre 40 giorni in preghiere e

digiuno. In questa “location” suggestiva,

anche per l’epoca, verosimilmente il Cristo

dell’Amiata scrive la sua prima opera, “Il

risveglio dei Popoli”, testo dal contenuto

profetico ma anche fondamento della

Società della Santa Lega o Fratellanza

Cristiana che egli aveva fondato nello stesso

anno, agli inizi del 1870. Le Regole della

società sono pubblicate, come si è detto,

nell’estate di quell’anno ne Il Risveglio dei

Popoli, la prima opera a stampa di David

Lazzaretti. La Fratellanza Cristiana ha

per simbolo la carità: si propone il mutuo

soccorso, l’ospitalità, la carità verso gli

infermi, ma anche l’educazione ad un

comportamento religioso, morale e civile di

rispetto e amore nei confronti della Legge

di Dio e delle leggi degli uomini. Nella

pratica, la Santa Lega si configura come

una sorta di società di mutuo soccorso

ante litteram. La Società costituisce

probabilmente l’esperienza più rilevante del

movimento: aperta a contadini, artigiani e

braccianti oltre che a possidenti di capitali,

viene fondata con la messa in comune dei

beni e prevede l’organizzazione sociale

del lavoro e la ripartizione dei proventi. Si

propone come scopo principale la pratica

delle virtù morali e civili da conseguire

mediante l’istruzione; per questo motivo

la Società fonda due scuole, per i figli e le

figlie dei soci. Le Regole prevedono anche

una scuola serale per l’educazione degli

adulti.

Risale al 1871, inoltre, il progetto del terzo

istituto, la Società delle famiglie cristiane,

che riceve per simbolo la speranza ed inizia

le sue attività nel gennaio 1872.

Dopo il ritiro sull’isola, altri quaranta

giorni li passa, sempre in ritiro spirituale,

nella meno suggestiva Palombara Sabina

vivendo in una misera grotta nella boscaglia.

Qui la sua predicazione fa numerosi

“proseliti” come avviene nel Nord Ciociaria

dove la gente accorre in frotta a partecipare

alle sue sedute di preghiera collettiva.

grazie all’aiuto dell’avvocato Giovanni

Salvi. Dopo il rilascio, pubblica “Avvisi

e Predizioni di un Incognito Profeta”,

“Sogni e Visioni di Davide Lazzaretti” ed

altre opere.

Nel 1873 Davide si ritira alla Certosa di

Trisulti.

Si reca poi a Torino dove conosce don

Giovanni Bosco, quindi si trasferisce nel

suo ritiro presso la Certosa di Grenoble,

in Francia, e qui scrive un’altra opera,

“Le livredesFleursCelestes”, di chiaro

contenuto apocalittico.

Tornato una prima volta sul Monte Labro,

Davide Lazzaretti viene di nuovo arrestato

e stavolta condotto direttamente e senza

passare per il via nel carcere di Rieti, dove

viene sottoposto a perizie psichiatriche

inconcludenti. Il profeta subisce in seguito

un processo istruttorio a Rieti ed un

processo d’appello a Perugia. Solo nel

1874 Lazzaretti ottiene la sentenza di piena

assoluzione.

E’ evidente che, di fronte al diffondersi

della predicazione del profeta contadino,

così carica di contenuti apocalittici e

millennaristici, che tanta presa facevano

sulle masse di poveri contadini alla fame,

il Governo, non sapendo che pesci pigliare

(non è il primo caso e, purtroppo, neppure

l’ultimo), decide di agire utilizzando la

“violenza di Stato”, ovvero il carcere

e l’arresto ingiustificati. Ma questa

“attenzione” da parte del potere non fa

che aumentare il consenso del Lazzaretti

nelle classi subalterne e radicalizzarne il

messaggio evangelico.

Il profeta dell’Amiata ritorna di nuovo sul

Monte Labro e qui scioglie le due società,

18 la Ciminiera

Dura LexsedLex

Nel 1871 iniziano i problemi con la legge

per Lazzaretti, che viene infatti arrestato

con l’accusa di truffa e rimesso in libertà


risultate in sua assenza inaffidabili, e

prende in affitto la tenuta di Baccinello.

Nel frattempo, però, non bisogna pensare

che Lazzaretti agisse da solo. Al contrario,

il Cristo dell’Amiata insisteva in un’area

molto vicina al cattolicesimo più avanzato

e popolare; non acaso, infatti, i rapporti

con don Luigi Bosco e il suo entourage

continuano a lungo. E proprio a Torino,

nella casa di Don Bosco, nel 1875, il

Lazzaretti conosce il giudice francese Leon

duVachat, grande sovvenzionatore della

comunità del Monte Labro.

Davide Lazzaretti inizia un pellegrinaggio

in Francia dove scrive il suo libro più

significativo, “La mia Lotta con Dio, ossia il

Libro dei Sette Sigilli”, anch’esso di natura

profetica ed apocalittica.

Nel 1877 compie un viaggio in Inghilterra

per incontrare vari esponenti di chiese

protestanti.

L’inizio della fine

I rapporti con la Chiesa, mai chiariti del

tutto e spesso di opposizione, non dichiarata

ma strisciante, si incrinano definitivamente.

A distanza di pochi mesi dal suo viaggio

nella “perfida Albione”, infatti, David

Lazzaretti viene richiamato a Roma dal

Santo Uffizio e costretto a scrivere ai suoi

sacerdoti sul Monte Labro per convincerli

a sciogliere la congregazione. Il gruppo di

Eremiti, però, decide di rimanere sul Labro

ed elegge anzi i suoi 12 apostoli.

Lo Stato Pontificio, allora, preoccupato

del diffondersi di questa visione “popolare e

millennaristica”, anche se non apertamente

contraria alla gerarchia ecclesiastica,

decide di interrompere la predicazione del

profeta dell’Amiata e proclama gli scritti di

Lazzaretti eretici e sovversivi.

Davide Lazzaretti, nel frattempo, ritorna

sul Monte Labro e annuncia la processione

verso i Santuari di Arcidosso e Castel del

Piano, definita il “manifestarsi al Popolo

Latino”.

Il Delegato di Pubblica sicurezza di

Arcidosso interviene tentando prima di

dissuadere la processione del 18 agosto

con la promessa di un permesso speciale

che tarda ovviamente ad arrivare.

Incalzato dai suoi seguaci (ai quali

lui stesso ha profetizzato accadimenti

miracolosi, mai avveratisi,fin dal giorno

14) Lazzaretti decide di far partire lo stesso

la processione e inizia la discesa dal Labro

alla testa del corteo dei suoi seguaci.

Morte di un profeta

Alle porte di Arcidosso, la situazione

precipita: la folla che assiste alla processione,

pare senza provocazione (ma qualcuno

suggerisce una manovra da parte del clero

locale, sia dietro all’azione di repressione

che di ostracismo) inizia a lanciare sassi dai

lati della strada, sassi che colpiscono sia il

corteo che le forze dell’ordine, schierate fra

la folla e la processione per evitare scontri.

Il Delegato per la Sicurezza, probabilmente

preso di sorpresa, intima a Lazzaretti e

seguaci l’arresto della processione, ma essi

decidono invece di proseguire.

Il Delegato, dimostrando poco sangue

freddo, ordina ai suoi uomini di aprire il

fuoco. Nella confusione che segue gli spari,

Davide Lazzaretti viene colpito alla fronte

da un bersagliere, forse per errore.

Il Cristo dell’Amiata muore la sera stessa

in una abitazione in località Bagnore.

Sulle cause e le responsabilità della morte

dell’uomo non vengono avviate indagini,

anzi…

Dopo la morte

Il cosiddetto “Cristo dell’Amiata” e i suoi

non hanno pace, neanche dopo la morte

del primo.

La salma delsedicente profeta viene accolta

soltanto nel cimitero di Santa Fiora e per

intercessione del parroco del luogo, mentre

gli edifici sul Labro sono immediatamente

depredati e in seguito distrutti a cannonate.

la Ciminiera 19


I lazzarettisti vengono subito arrestati

e processati per attentato alla sicurezza

interna dello Stato e resistenza a pubblico

ufficiale con lesioni gravi, ma la Corte di

Assise di Siena li assolve con formula piena.

Il bersagliere Antonio Pellegrini, che aveva

colpito a morte Lazzaretti, viene ritrovato

cadavere nella città di Livorno, massacrato

con sette coltellate. Anche di questa morte

non si conoscono mandanti ed esecutori,

né è mai stato portato qualcuno davanti

alla giustizia.

Simbolismi e teologia del Cristo

dell’Amiata

La setta è stata, come si diceva più

sopra,prima osteggiata e poi a lungo

perseguitata dalla Chiesa cattolica, per cui è

probabile che i suoi adepti si siano nascosti

e che, per riconoscersi, abbiano utilizzato i

loro simboli, in particolare una Croce su un

Monte per indicare il luogo di provenienza,

la città Santa (Monte Amiata), detta la

“Nuova Sion” o la “Nuova Gerusalemme”,

oltre ad altri segni e simboli, come strumenti

di riconoscimento. Non a caso di simboli

del genere se ne trovano ancora diversi sulle

facciate delle antiche case di campagna

diffuse nell’area dell’Amiata e della Sabina.

Sulle teorie del Lazzaretti, si potrebbe

scrivere a lungo. Poco si sa sulla sua

formazione iniziale, ed è un peccato, perché

ricostruire i percorsi formativi potrebbero

consentire di interpretare meglio soprattutto

la parte millenaristica e profetica dei suoi

scritti, altrimenti un po’ oscuri.

Probabilmente David Lazzaretti colse

nell’aria qualche eco del socialismo

utopistico di Charles Fourier o meglio

ancora di quello cristiano del Lamennais e

del Leroux. Le idee del Lazzaretti tentavano

una conciliazione tra la fede religiosa e

qualche contenuto sociale dell’anarchismo.

Sul Monte Labbro era sorta una comunità

molto vicina a quegli ideali velatamente

umanitari che si mescolavano alle istanze

proto-socialiste. La comunità così nata

aveva dettagliati statuti a base solidaristica

ed era chiamata Nuova Sion. Nuova Sion

avrebbe dovuto essere il primo nucleo di

una messianica “repubblica di Dio” basata

essenzialmente sui movimenti medievali

millennaristici e (più o meno) sulle teorie

di Gioacchino da Fiore ma anche sulle

nascente consapevolezza delle classi

subalterne della propria condizione, che

porterà al diffondersi, sul finire dell’ ‘800,

di forme di socialismo e ai grandi partiti

politici di sinistra del Novecento.

20 la Ciminiera


recensione di

Francesca Ferraro

Letture

consigliate

“Virus, la grande sfida”

non è è un instant book,

maun utile strumento per

capire come si diffondono

le epidemie attraverso il

riesame di eventi passati,

raccontando la storia da altri

punti di vista.

Il prof. Burioni cita

Tucidide, Giovanni di Efeso,

Cassiodoro e cosìscopriamo

che il declino di tante civiltà,

ma anche la ripresa delle

attività produttive, sono

proprio legate alla diffusione

delle epidemie, spesso

determinate dall’utilizzo di

rete stradale e rotte navali.

In questo libro, Roberto

Burioni, con il prof. Pier

Luigi Lopalco, esperto

epidemiologo,utilizza la sua

Roberto Burioni - Virus, la

grande sfida – Dal Coronavirus

alla Peste: come la scienza può

salvare l’umanità.

esperienza scientifica, di medico e ricercatore, per far

capire anche a un lettore comune, la natura e l’andamento

dei virus e come avviene il passaggio (spillover) dagli

animali all’uomo.

Il libro è particolarmente interessante per chi vuole

capire le relazioni tra i comportamenti umani e l’avvento

di malattie sconosciute, il rapporto con l’evoluzione

storica dei luoghi, il legame tra superstizione e realtà,

l’ottusa obbedienza e la libertà assoluta del pensiero

scientifico.

È un libro che si legge piacevolmente, nonostante il

tema sia particolare, e le riflessioni effettuate aprono

nuovi scenari per la ricerca storica, raccontando da

altri punti di vista la causa del declino di civiltà come

quella di Atene e di Costantinopoli, invitando a leggere

contemporaneamente più fattori quali quelli sociali,

economici, politici, e, come oggi scopriamo in maniera

molto evidente, epidemiologici.

Il Prof. Roberto Burioni ha realizzato un’opera

accessibile a tutti, non solo perché comprensibile e

chiara, ma perché i meccanismi narrativi la rendono

particolarmente piacevole e interessante.

Ci spiega che “Per combattere un’epidemia sono

indispensabili rapidità e strategia. Più si tarda, più si rischia

la sconfitta”. I proventi della vendita del volume andranno

alla ricerca sui coronavirus perché “Non possiamo sapere

quando sconfiggeremo il coronavirus. Ma sappiamo che

l’unica arma su cui contare è la scienza.”

la Ciminiera 21


La Fiat 500 elettrica?

mai saputo!

di Lino Natali

Per noi italiani la Fiat 500, nelle

sue numerose versioni, ha segnato

il piacere della gioventù e la guida

spericolata. La ricordo ancora con

nostalgia, io ne avevo una che

chiamavano 500R e un altra 500L

con tettuccio apribile (la mia prima

macchina, pagata da me, a 26.000

lire al mese). Avviamento a levafilo,

cambio marcia con doppia

debraiata e vano motore aperto,

oltre che per farne sentire il rugito,

per raffredarlo.

Tutti ricordi che fanno parte di

una filosofia di vita ormai perduta

e chiusa nel cuore.

In questi giorni mi è capitato

per le mani un numero di un

fumetto del 1967, e precisamente

un Albi dell’Intrepido della casa

editrice Universo, nel sfogliarlo

sono rimasto alquanto stupefatto

da un articolo sulla mitica 500

avente come titolo “Le elettriche

aumentano”. Vi propongo quelle

pagine sicuro di far piacere a molti

della mia generazione e vi chiedo:

“In tempi in cui le auto elettriche sono

un obiettivo della mobilità dei vari

paesi chi era a conoscenza di questa

notizia nel lontano 1967 ?” Io no!.

22 la Ciminiera


Coscienze Umiliate

Il Sud in tragiche storie d’ Amore e di Morte

terzo episodio

Angelo Di Lieto

PRESENTAZIONE

Le grandi figure storiche

femminili non sempre hanno

avuto fortuna nella vita, né

sono vissute felici di stare in

un corpo femminile.

Spesso il prodotto donna è

una negativa manipolazione

della cultura di una società

retta da uomini che relega

la donna in alcuni ruoli e

non consente un’autonomia

ed un’individualità paritaria,

come dovrebbe essere per

tutti gli esseri della terra,

probabilmente imputabile

ad un falso e primitivo

convincimento inerente il suo

stato di essere fragile, debole

e come tale bisognosa sempre

di ricevere, dalla costante

presenza maschile, protezione

e sicurezza.

Lo scontro antropologico tra

sessi, nel consuntivo passato,

è risultato per le donne

perennemente perdente,

perché esse hanno avuto

reiteratamente grandissime

difficoltà ad entrare “in

diretta” nel manipolato ed

adamantino meccanismo

culturale maschile ed a porsi

su un bilanciato e paritario

piano di rispetto e di difesa

dei propri diritti, della propria

indipendenza e dignità.

Le antiche tragiche storie

rinvenute, costituiscono,

nella realtà presente, la prova

del radicale ma anche del

lento cambiamento di una

retrograda e distorta visione

che si aveva nei secoli passati.

Lacrime ed Amore in

Isabella

Caracciolo, Duchessa

di Mesuraca

Nel 1528, dopo l’elezione a Re di Francia di Francesco I di

Valois d’Angoulême (1515-1547), figlio di Carlo d’Orléans,

venti di guerra sorgevano in Calabria.

Il neo eletto aveva deciso di conquistare con le armi il Regno

di Napoli ai danni di Carlo V, Re di Spagna.

Sino al campo di Poggio Reale la campagna di occupazione

era stata affidata a Lotrecco, coraggioso guerriero, mentre

da Napoli in poi, l’incarico era stato assegnato al Duca di

Capaccio, il quale, con un forte esercito, doveva occupare il

resto delle Province Meridionali.

Quando il Governatore della Calabria Don Pietro d’Alarcona

di Mendoza, che stanziava in Calabria, fu informato dell’arrivo

del Duca di Capaccio, si recò a Castrovillari, in provincia di

Cosenza, al fine di avere nella difesa un valido aiuto nella

persona del Duca Ferrante Spinelli, sino a quel momento

strenuo difensore del potere della Casa d’Aragona.

Il Duca Ferrante, com’era stato ben previsto dal Governatore

Don Pietro, subito offrì il suo braccio ed il suo esercito e nello

stesso tempo diede spontanea e sincera ospitalità al Governatore

ed ai suoi soldati. In cambio Don Pietro gli diede il comando

generale dell’intero esercito imperiale.

Intanto il Duca di Capaccio avanzava distruggendo e

bruciando tutti quei paesi che si opponevano al suo passaggio,

nonché trucidando gli uomini che avevano tentato la difesa del

loro sito.

Nel timore che per qualche motivo la situazione volgesse

al peggio, sia Don Pietro che Don Ferrante decisero di farsi

ospitare dalla Città di Catanzaro, che effettivamente li accolse

con grande festosità ed entusiasmo.

Quando si apprese della caduta di Rossano e che il Governatore

la Ciminiera 23


si trovava a Catanzaro, numerosi nobili signori,

con i loro eserciti, fecero rotta verso Essa, per

difendere questa valorosa e fortificata Rocca

imperiale aragonese.

Ad un tratto, però, successe un fatto strano.

Sia il Viceré Don Pietro, che il suo Comandante

Generale Don Ferrante restarono colpiti dalla

visione di una giovane fanciulla, la quale, tra

le lacrime e la commozione degli avvenimenti,

ed anche innanzi alla pietosa curiosità ed

all’intenzione del Governatore di esserle utile

e di aiutarla, raccontò che si chiamava Isabella

Caracciolo e che si era rifugiata nella piazza di

Catanzaro perché “i terrazzani”, cioè i cittadini

di “Mesuraca” (oggi Mesoraca, in provincia di

Catanzaro), temendo l’aggressione del Duca

di Capaccio e le stragi che effettuava verso chi

si opponeva, avevano manifestato l’intenzione

di accoglierlo festosamente con tutto il suo

esercito.

Innanzi a tale insensata decisione, il padre

di Isabella, si era opposto strenuamente,

ribadendo che bisognava sostenere la piena

fedeltà alla Corona Aragonese e non di aprire

le porte della Città al nemico.

Proseguendo nel suo racconto, Isabella

precisava che quel giorno la piazza di

Mesuraca si presentava in pieno tumulto. Il

Duca Caracciolo, sperando di poter calmare

gli animi e di far ragionare la folla impazzita, si

recò personalmente in piazza col figlio cercando

di placare i più facinorosi e di convincerli alla

difesa. Non furono affatto ascoltati, anzi, ad

un certo punto, quei sanguinari inferociti,

pur di risolvere il problema a modo loro e

subito, afferrarono il Duca ed il giovane figlio

e li uccisero barbaramente, trascinando poi in

piena euforia i loro cadaveri per tutte le strade

del paese.

Isabella Caracciolo si era salvata per miracolo

grazie all’immediato intervento di un parente,

il quale, attraverso una porta segreta l’aveva

condotta attraverso i campi sino a Catanzaro.

Innanzi al racconto ed al pianto della donna,

tutti restarono commossi, nel mentre il Duca

Ferrante, da nobiluomo, nel mentre invitava

la giovane Isabella a trovare conforto nella

Fede ed in Dio, dall’altra prometteva che

allorché vi sarebbe stata la vittoria definitiva

sui francesi e la successiva rioccupazione del

territorio di Mesuraca, avrebbe provveduto

immediatamente a punire i colpevoli di

quell’ingiusta strage.

Infine, chiedendo l’assenso del governatore,

che acconsentì, aggiunse che l’unica soluzione

per dare un po’ di pace all’animo della nobile

donna era quella di affidarla alle Suore di S.

Chiara di Catanzaro, che sicuramente nella

preghiera e nella spiritualità dell’ambiente, le

avrebbero dato conforto, amore e grande forza.

Risolto umanamente questo caso, Don

Ferrante ritornò con i suoi pensieri ai

preparativi di guerra contro il nemico che

avanzava, e così, per prima, pensò di dividere in

24 la Ciminiera


zone la Città, affidando i quartieri a tutti i fedeli

e nobili difensori della Dinastia aragonese

Nel frattempo il Duca di Capaccio, dopo

aver visitato nei pressi di Simeri il suo

esercito costituito da circa 4000 uomini,

inviò un messaggero verso la Città fortificata

di Catanzaro, assicurando che l’avrebbe

ugualmente distrutta e saccheggiata anche in

caso di immediata e pacifica resa.

Don Pietro d’Alarcona di Mendoza, invece,

rispose pregando l’araldo di riferire al Duca

di Capaccio che se egli, come si vantava, era

così valoroso nelle armi, questa era l’occasione

buona per dimostrare il suo valore alla fedele

Città di Catanzaro.

Il 4 giugno 1528 Francesco di Loria,

Signore di Tortorella, anch’egli con un grosso

esercito alloggiato in un campo nei pressi del

fiume Corace, inviò ai Dignitari della Città di

Catanzaro un altro identico messaggero.

La risposta non mutò, per cui, anch’egli

decise per il giorno dopo di assalire la Città.

Don Pietro, intanto, appena informato

dell’imminente attacco, invece di attendere

l’assalto, preferì affrontare in campo aperto il

forte esercito. Durante la giornata la battaglia,

con fasi alterne, fu sanguinosa ed accanita, ma

alla fine la Città di Catanzaro ebbe la meglio,

finché le truppe nemiche, verso sera, si diedero

alla fuga. Al suono della tromba tutti furono

invitati a rientrare e a portare dentro i morti, i

feriti e gli stessi prigionieri.

Grande fu la gioia della Città innanzi a questa

sudata vittoria, nel mentre i fuochi accesi sugli

spalti illuminavano la festosa allegria di quei

combattenti.

L’8 giugno il Duca di Capaccio, innanzi

alla sconfitta dei giorni precedenti, decise

di assalire nuovamente la Città. Ma il

Governatore, forzato anche da alcuni

ardimentosi che avevano incominciato a fare

stragi dei loro aggressori con gli archibugi,

ancora una volta attaccò in campo aperto il

forte esercito nemico. Moltissime furono le

perdite da entrambi le parti, però ad un certo

punto, quando il Duca di Capaccio si accorse

che era perfettamente inutile resistere, decise di

ritirarsi momentaneamente e di riorganizzarsi.

Anche i soldati del governatore rientrarono

nelle mura della Città.

Il Duca di Capaccio, prima di attaccare

nuovamente, pensò di affamare la Città

distruggendo case coloniche, granai ed alberi

da frutta, ma gli assediati, erano ben forniti

di grano e di bestiame, nel mentre i cittadini

erano ben decisi a difendere la Roccaforte ed

il loro onore.

Numerosi furono in quei giorni i tentativi di

penetrare a qualsiasi costo in Città, ma nelle

scaramucce i soldati francesi subirono sempre

gravi perdite, per cui il loro morale cominciò

a cadere.

Intanto la moglie di Don Pietro d’Alarcona,

per distrarre un po’ tutti da quel particolare stato

di tensione, pensò di organizzare dei giochi,

invitando non solo le donne catanzaresi, ma

anche quelle che potevano venire da fuori città

a vedere le giostre.

Un giorno, il Duca Ferrante Spinelli, che

bruciava d’amore per Isabella Caracciolo,

già da quando l’aveva vista per la prima

volta, si accorse che su di una finestra vi era

la Viceregina, moglie di Don Pietro. Dopo

averla salutata cavallerescamente, le confidò

che amava Isabella e che intendeva sposarla.

La Viceregina ringraziò il nobile duca

della confidenza fattale ed aggiunse che

effettivamente la giovane fanciulla di Mesuraca

era bella, saggia e prudente.

Il Duca, inoltre aggiunse che quando Isabella

Caracciolo era entrata nel monastero, lui

stesso le aveva dato assicurazione che si

sarebbe personalmente adoperato con tutti i

mezzi pur di vendicare il padre ed il fratello

trucidati in quel tumultuoso giorno nella

piazza di Mesuraca.

In ultimo suggerì, dopo il permesso del

Vescovo e di Don Pietro, che sarebbe stato

opportuno farla uscire dal monastero per

distrarla un po’ con le altre signore durante i

giochi e soprattutto per poterle dichiarare il

suo amore.

La Viceregina colse a volo l’occasione e si

recò dal marito e dal vescovo che nel frattempo

stavano insieme e li pregò di promettere di

rendere realizzabile quanto avrebbe loro

chiesto.

Don Pietro ed il Vescovo promisero

immediatamente e così, non appena conobbero

la confidenza, con grande gioia diedero subito

l’assenso affinché Isabella Caracciolo uscisse

dal Monastero per assistere ai giochi.

Infatti concludere il matrimonio con una

persona distinta, molto degna e fedele,

la Ciminiera 25


era anche un obiettivo politico oltre che

sentimentale, perchè significava che la Corona

di Spagna avrebbe sempre potuto contare su

Don Ferrante e sul territorio di Mesuraca.

La Viceregina avrebbe pensato poi a

completare la sua parte invogliando Isabella

ad accettare quest’ottimo partito che le

veniva offerto, ovviamente senza riferire dei

retroscena che già si erano delineati. Infine,

accorse subito dal Duca Don Ferrante a dargli

la notizia che desiderava.

Così alla vigilia dei giochi, la Viceregina,

con la Madre ed altre nobili signore del

territorio, si recarono al Monastero di S.

Chiara per comunicare l’invito prima alla

Madre Superiora e poi ad Isabella, che fu ben

lieta di accettare e di allontanarsi dal Ritiro per

assistere alle competizioni dei cavalieri. In tal

modo, tutti festosamente se ne uscirono per

ritornare a casa, consci, come concordato, che

durante il tragitto Don Ferrante si sarebbe fatto

trovare con altri cavalieri lungo la strada per

offrirsi ed accompagnare al palazzo Isabella

e quelle nobili signore. Ovviamente durante

il cammino il Duca Ferrante ne approfittò

per lanciare sguardi amorosi verso la bella

cortigiana.

Quella sera, in onore di Isabella, fu offerta

una cena suntuosa, festosa ed allegra e tutti si

intrattennero sino a notte tardi conversando

soprattutto dell’orribile disgrazia che

era capitata ad Isabella e del valore e del

coraggio di Don Ferrante Spinelli, Duca di

Castrovillari, nel mentre la Viceregina trovava

in ogni circostanza le parole e gli argomenti

per infiammare il cuore della giovane verso un

così valoroso cavaliere.

26 la Ciminiera

Quando le Signore si resero conto che era

ormai tardi e che i Signori uomini, al mattino

avrebbero dovuto partecipare alla giostra

in piena forma, si ritirarono tutte nelle loro

stanze.

Dopo poche ore la luce del giorno comparve

col sole, mentre i cavalieri incominciarono

a preparare con i finimenti e le armi i loro

destrieri.

Proprio quando i cittadini cominciavano già

a pregustare l’aria di festa, arrivarono alcuni

“terrazzani”, che fuggiti dalle schiere del Duca

di Capaccio, avvisavano il Viceré Don Pietro

che l’esercito nemico, formato da circa 11 mila

uomini, stava per muovere contro la Città per

assalirla e distruggerla rovinosamente.

A questa notizia, scattò immediatamente

l’allarme generale. Il Viceré invitò tutte le

persone abili ad arruolarsi e a difendere le

loro case e le loro famiglie. Nello stesso tempo

le nobili signore, deluse che quella giornata

di divertimento e di festa era ormai svanita,

si diedero ad incoraggiare i loro cavalieri

stimolandoli a combattere con ardimento,

onore e forza, perché solo così avrebbero avuto

la possibilità di uscirne vincitori e sconfiggere

l’odiato Duca di Capaccio.

Innanzi al nemico che avanzava, Don

Pietro pensò di lasciare in Città un certo

numero di soldati per la difesa, nel mentre il

resto dell’esercito, che disponeva di numerosi

cavalli ed armi, lo divise in cinque schiere e li

piazzò nella pianura di Sala, (località nel lato

sud di Catanzaro) per affrontare il nemico non

in difesa, ma in campo aperto ed in un grande

ed inaspettato scontro.

Quando le donne videro che i due eserciti si


stavano per scontrare e che l’animo dei soldati

s’infiammava sempre più per la battaglia,

alimentato dal suono degli strumenti musicali

che accompagnavano gli inni e le urla di guerra,

s’inginocchiarono, mettendosi a pregare.

Isabella guardava il suo uomo ed in cuor

suo sapeva che sarebbe stato il più valoroso di

tutti e che ne sarebbe uscito vittorioso. Però,

quando pensava al peggio subito si rattristava,

nel mentre lacrime di commozione le rigavano

le morbide guance.

La Viceregina, che in quegli attimi la stava

osservando, le chiese il motivo di quelle lacrime

e quando Isabella le riferì che temeva che quel

momento di fortuna potesse nuovamente

girare a suo sfavore, la Viceregina, sorridendo,

la rincuorò precisando che Dio avrebbe dato a

loro la vittoria ed a lei il suo duca.

A quelle parole una grande gioia l’invase e

poi con la Viceregina si mise a osservare con

attenzione e trepidazione la battaglia.

Quando le trombe diedero il segnale d’attacco,

prima si mossero i cavalli e poi i fanti con le

lunghe lance. Lo scontro fu violentissimo tra

i due eserciti, vi furono cavalieri disarcionati,

i quali, anche se storditi dall’impatto e

dalla caduta da cavallo, tentarono subito

un’immediata difesa.

Vi erano cavalli che nell’impeto crollavano

a terra, dopo aver subito un violento scontro

cranico, oppure che si allontanavano smarriti

dopo aver perso il loro padrone; scudi che

si rompevano per lo scontro, lance che si

spezzavano nell’urto, nel mentre a terra vi

erano ovunque morti e feriti. La polvere, poi,

che si alzava, non consentiva di vedere che

ombre che lottavano fra loro.

Il Duca Don Ferrante, come “un drago”

furente, si muoveva per tutto il campo, colpendo

con grande forza tutti i nemici che incontrava.

Ugualmente Don Pietro, con pari abilità ed

ardimento, faceva ruinare a terra morti cavalli

ed uomini. Ugualmente gli altri cavalieri, come

Piterà Giovanni, Antonio Benante, Paolo

dello Stocco, GiovBattista Ricca e Roberto

Susanna, corsi a difesa della corona aragonese,

menavano fendenti con grande vigore e valore.

Non di meno erano i cavalieri francesi.

Intanto man mano nuove schiere, o francesi

o aragonesi, secondo le alterne fasi della

battaglia, scendevano in campo per rinforzare

le file e sostituire i soldati feriti e morenti. Le

grida di incitamento, di dolore e di sofferenza,

si elevavano in cielo, unitamente ai nitriti dei

cavalli ed al suono dei tamburi. Le donne

continuavano a pregare e speravano che

l’ardimento dei loro uomini li facesse uscire

vittoriosi ed incolumi. Anche Isabella seguiva

attentamente il suo uomo, preoccupandosi

ogni tanto quando lo vedeva in pericolo e

rallegrandosi invece quando facendosi largo

tra i nemici menava colpi mortali in tutte le

direzioni. Per i numerosi morti ed i feriti che

giacevano sul campo, unitamente ai diversi

cavalli moribondi, ogni tanto i cavalieri, per

l’impossibilità di muoversi liberamente tra i

corpi, erano costretti a riversarsi verso spazi

liberi per ricominciare a duellare.

Solo coll’avvicinarsi della notte, i francesi

incominciarono a capire che la battaglia era

purtroppo persa, per cui cominciarono a

ritirarsi, addolorati della sconfitta subìta da

quei diavoli aragonesi usciti dall’inferno.

Vinta la battaglia, anche i vincitori, in

prossimità del palazzo del Viceré, cominciarono

a rientrare, nel mentre le grida di allegria e di

gioia delle donne che andavano loro incontro

venivano soffocate dall’abbraccio dei cavalieri.

La Viceregina era invece preoccupata per una

ferita che il Viceré Don Pietro aveva avuto al

fianco, anche se egli la confortò minimizzando

il fendente ricevuto.

Il Duca Don Ferrante era più gravemente

ferito, ma innanzi alle preoccupazioni di

Isabella, l’assicurò che la sua ferita più grave

era nel cuore e che l’aveva ricevuta in tempo

di pace.

D’incontro Isabella replicò che se avesse

potuto guarirlo, sarebbe stata ben felice di

alleviargli il dolore, per intanto era essenziale

curargli la ferita del corpo, per poi poter sanare

anche quella dell’anima. A quelle parole

alleviatrici il Duca le prese la mano e gliela

baciò.

Intanto il Conte di Capaccio preferì ritirarsi

nelle Puglie, mentre Don Pietro ritenne

opportuno rinunciare all’inseguimento, anche

perché si era creato un eccessivo distacco tra

i due contendenti ed anche perché l’esercito

catanzarese non sarebbe stato più nelle

condizioni di raggiungerlo e di aggredirlo.

Dopo il successo militare, a Catanzaro

si stavano preparando i festeggiamenti per

la brillante vittoria ottenuta sui francesi, nel

la Ciminiera 27


mentre il Duca Don Ferrante, per il grande

amore che aveva nel petto, desiderava che il

suo matrimonio con Isabella si svolgesse prima

dei festeggiamenti e non dopo. E così si recò

dalla Viceregina, che intanto s’intratteneva con

alcune signore e con Isabella, perché il contratto

di matrimonio venisse immediatamente messo

in atto.

Isabella fu radiosa di vederlo e gli riferì che

sapeva della sua venuta in quel luogo e dei suoi

propositi, per cui sarebbe stata felicissima “ di

fare tutto quello che il suo cuore desiderava”.

Don Ferrante la ringraziò della sua

“benevolenza” nei suoi confronti e dell’amore

rivoltogli per curargli con i chirurghi la ferita,

sollecitandola a proseguire nell’attenzione

perché la piaga non facesse marcire la carne.

Nel frattempo la Viceregina, rivolgendosi al

Duca Don Pietro suo marito ed ai nobili che

in quel momento confabulavano e discutevano

proprio dell’imminente matrimonio di

Isabella con Ferrante Spinelli, rappresentò

che sarebbe stato opportuno che la cerimonia

nuziale avvenisse, come suggerito, prima dei

festeggiamenti e non dopo.

Don Pietro fu contento perché con quel

matrimonio sarebbe sorto un gran bene per

tutti. Le nobili signore corsero subito da

Isabella ad annunziarle la lieta notizia, che

già aveva appreso anticipatamente dalla

Viceregina. Nella circostanza la Viceregina,

rivolgendosi ad Isabella, aveva incominciato a

riferirle che era giunto il momento di togliersi

“le nere gramaglie” e di indossare invece

abiti più allegri e festosi, ed inoltre, che tutti,

conoscendo ormai il suo animo e la sua bontà,

erano stati contenti di offrirla in isposa ad

un nobile e valoroso cavaliere come il Duca

Ferrante Spinelli.

Isabella, un po’ imbarazzata e non volendo

far trapelare che il suo cuore era trepidante

di amore e di gioia, soggiunse che dato che

le era stato “destinato” un marito da persone

così nobili e degne, sarebbe stata scortesia

rifiutare. E così tutti insieme si recarono da

quei cavalieri che in precedenza discutevano

del matrimonio del loro compagno d’armi e

con essi stabilirono la data della celebrazione

delle nozze. Com’era prevedibile quel giorno

Isabella si levò il lutto, nel mentre il Vescovo

di Catanzaro, Antonio de Paula, consacrò il

matrimonio benedicendo il Ferrante e la sua

virtuosa sposa.

Il popolo catanzarese accolse con felicità e

gioia questo matrimonio, mentre la cena che si

svolse in loro onore, fu allietata da danze, balli,

fuochi e giochi. Isabella ballò persino con tanta

grazia ed abilità da essere applaudita e lodata

da tutti gli invitati che s’intrattennero sino al

mattino.

Nel frattempo le azioni di guerra si erano

placate, le feste si protrassero per altri dieci

giorni, nel mentre il Viceré e la Viceregina

si fermarono a Catanzaro per lungo tempo,

con l’intento di godere la Città nella sua

salubrità e bellezza. Dopo i festeggiamenti,

la sposa, con altri nobili signori e signore,

come Roberto Susanna, Giovbattista Ricca,

il Sanseverino, Giovanni Piterà ed altri, per

protezione, li accompagnarono sino alla loro

casa di Mesuraca.

Quando coloro che avevano ucciso il padre

ed il fratello di Isabella seppero dell’arrivo di

Don Ferrante Spinello a Mesuraca, sapendo

che lo sposo era un valoroso guerriero, di

questi alcuni fuggirono, altri chiesero perdono,

mentre quelli invece che avevano osteggiato

i francesi, si recarono dagli sposi con corone

di fiori, assicurando la loro piena e totale

devozione ed obbedienza.

Il Duca Don Ferrante, per come si era

giurato, pian piano fece giustizia di tutti coloro

che avevano ostacolato il padre ed il fratello di

Isabella o che avevano partecipato all’eccidio

ed al dileggio ed anche allo scempio dei loro

corpi.

Quando gli amici che avevano accompagnato

gli sposi si accorsero che ormai tutto il paese

era ritornato alla normalità, partirono per le

loro case, le loro terre e la loro patria.

Questa storia fu scritta dal sacerdote e

canonico della Cattedrale di Catanzaro,

Don Francesco Garcea di Leone, che aveva

partecipato a tutte le vicende ed alle varie

guerre, prima di divenire ministro di Dio,

scrivendo di notte quello che viveva di giorno.

Bibliografia

- “Racconti Calabresi” per Achille Grimaldi : “Isabella Caracciolo” - “Episodio dell’Assedio di

Catanzaro del 1528” - Stamperia del Fibreno - Napoli - Anno 1860.

28 la Ciminiera


Amore e bellezza

nella tragica fine della

Principessa

MARIA D’AVALOS

Maria d’Avalos, famosa per la sua bellezza

e nobiltà, appartenente ad uno dei Casati più

potenti della feudalità italiana, di stirpe reale

d’origine spagnola, i cui membri avevano

avuto tra l’altro grandi onori sui campi

di battaglia, era figlia di Carlo d’Avalos,

Principe di Montesarchio e di Sveva

Gesualdo, sorella di Fabrizio II, Principe di

Venosa.

Il bisavolo di Maria, Innico o Iñigo d’Avalos

(morto in Napoli il 1484) e Gran Camerlengo

dal 1449, figlio di Rodrigo d’Avalos, Conte di

Ribadeo, che aveva seguito Alfonso d’Aragona

a Napoli, aveva sposato Antonella d’Aquino,

discendente di S. Tommaso ed aveva avuto

due figli: Ferdinando Francesco o Ferrante

d’Avalos, che fu Marchese di Pescara e che

nel 1509, a venti anni, sposò Vittoria Colonna,

una delle più famose rimatrici del ‘500, ed

Alfonso, Marchese di Vasto, che sposò Maria

d’Aragona. Da questo matrimonio nacque il

figlio Carlo d’Avalos, che nel 1541 fu battezzato

a Milano proprio dall’imperatore Carlo V, che

volle anche imporgli il suo nome.

Dal matrimonio di Carlo d’Avalos con Sveva

Gesualdo, quest’ultima in seconde nozze

perché già vedova nel 1554 di Pietrantonio

Carafa, Conte di Policastro, nacquero Alfonso

Francesco, Ferdinando e Maria nel 1560.

La madre Sveva Gesualdo, con un

matrimonio combinato nel parentato, nel

marzo del 1575, sposò a quindici anni, la bella

Maria d’Avalos con Federico Carafa, figlio di

Ferrante Carafa, marchese di S. Lucido e di

Donna Beatrice della Marra, definito dai nobili

dell’epoca “un angelo terreno”. Dal Carafa

ebbe due figli.

Bellissima come una Venere lei, lui un

potenziale Achille. Questi parlava in modo

corretto lo spagnolo, il latino ed il greco, solo

che sfortunatamente nell’ottobre del 1578,

improvvisamente morì.

Nel dicembre del 1580, con doppie nozze,

Maria andrà in Sicilia per sposare il marchese

Alfonso Gioieni, mentre il fratello Alfonso

Francesco, si unirà in matrimonio con la

sorella Margherita Gioieni.

Ma la Sicilia non portò fortuna alla famiglia

d’Avalos, perché Alfonso Francesco d’Avalos,

nel 1584, resterà vedovo di Margherita

Gioieni, mentre Maria, a distanza di due anni,

rimarrà anche lei vedova di Alfonso Gioieni.

Alcuni maliziosi cronisti riferirono che i

due mariti erano morti a seguito di reiterati

“congiungimenti” con la bella Maria.

Alfonso Francesco d’Avalos, il fratello di

Maria, morirà nel 1590 per avere accompagnato

via mare a Palermo il Viceré e la Viceregina.

Infatti, all’atto dello sbarco, la banchina, per

carenza di legname, si piegò su se stessa, ed

la Ciminiera 29


Alfonso, con le sue pesanti armi, annegò

miseramente con una cinquantina di guerrieri.

Rientrata a Napoli, a ventisei anni, e

precisamente nel 1586, le fu combinato, con

dispensa papalina di Sisto V, il matrimonio con

Carlo Gesualdo, Signore di Venosa e cugino

di sangue per ramo materno, nato il 1563. Di

lui sapeva soltanto che amava la musica ed

il canto. Appunto perché cugini di 1° grado,

prima il Papa rifiutò di dare loro la dispensa,

ma poi, a seguito di pressioni del patriziato

napoletano, dovette assentire suo malgrado.

Dopo la celebrazione del matrimonio avvenuto

il 1586, i due andarono ad abitare in una casa

reale di vico S. Domenico n° 9 di Napoli, vicino

la Chiesa di S. Domenico, oggi più nota come

Palazzo Sansevero, nel quale dimorò nel XVIII

secolo il Principe di S. Severo, Raimondo de

Sangre, filosofo, alchimista ed appassionato di

magia e di ricerche esoteriche.

Questo palazzo divenne famoso perché il

Principe de Sangre aveva fatto collocare nella

cripta, edificata nel 1753, il famoso Cristo

velato, il cui mistero è legato ad un sudario

di marmo trasparente, il quale con un artifizio

ancora insoluto, fa “trasparire” sotto il

bellissimo viso del Cristo morto.

Di Carlo Gesualdo oggi si conosce

l’immagine, perché su di una tela risulta

raffigurato con un colorito giallastro, col viso

allungato, bocca piccola, occhio spento ed aria

assente e malinconica.

La vita nelle corti seduce, perché uomini

e donne s’incontrano e godono trastullarsi

Ritratto di Carlo Gesualdo

e svagarsi con buone maniere, educazione,

gentilezza e civiltà. Lì si chiacchiera, si danza,

si suona e la musica parla quasi sempre di

amore. Anche durante i banchetti la musica

accompagna il canto. La caccia, che è lo sport

preferito, spesso nasconde trappole agli stessi

cacciatori, perché, proprio durante le battute,

si creano occasioni per far sorgere nuovi ed

infelici amori.

Carlo Gesualdo, Principe di Venosa, era nato

dal matrimonio di Fabrizio II e da Geronima

Borromeo, sorella di Carlo Borromeo, il futuro

Santo, ed era inoltre nipote del Papa Pio IV.

Il padre di Fabrizio II, Luigi IV, il 30 maggio

1561, pur avendo acquistato il feudo vent’anni

prima per 24 mila ducati, su designazione

papalina ed accettazione del Re di Spagna

Filippo II, fu finalmente nominato Principe di

Venosa, con diritto di trasmissione agli eredi,

mentre un fratello di Fabrizio II, Alfonso, per

aver ben gestito il matrimonio tra il germano

e Geronima, il 26 febbraio 1561 fu nominato

cardinale.

I festeggiamenti per il matrimonio della

bella Maria d’Avalos col cugino Don Carlo

Gesualdo, Principe di Venosa, durarono,

com’era costume dell’epoca, giorni e giorni.

La città di Venosa, all’epoca dell’acquisto da

parte di Luigi IV, che era già barone del feudo di

Gesualdo, a seguito del catastrofico terremoto

del 1456 e della terribile peste del 1501, si

ridusse numericamente dai diciottomila

abitanti a poco più di seimila.

La famiglia Gesualdo, grazie sempre ai

matrimoni ben studiati su base politica ed

economica, ed alla contestuale ottima gestione

delle cospicue rendite, contrariamente alla

maggior parte dei feudatari che si erano ridotti

sul lastrico per i divertimenti, per i lussi ed

anche per gli aiuti che offrivano al Re nelle

diverse guerre, aveva un notevole patrimonio

produttivo. Parimenti Fabrizio fu un abile

amministratore dei suoi feudi, (a Venosa

fondò altresì un Monte di Pietà), ed essendo

un appassionato di musica e di Arte, fu anche

un mecenate verso tutti gli artisti.

Questo cenacolo domestico, senza dubbio

dovette influire notevolmente sulla sensibilità

del giovane Carlo Gesualdo, secondogenito.

Il primo, Luigi, morì all’età di 21 anni, in

prossimità delle nozze.

Così Carlo, il Principe Venosino, nato nel

30 la Ciminiera


comprensorio di Napoli intorno al 1563 e

educato con seri e particolari studi nelle arti

musicali dai più insigni musici del viceregno

partenopeo, grazie anche ai numerosi ed illustri

frequentatori del cenacolo di casa Gesualdo,

divenne soprattutto il “Principe dei Musici”.

Portava sempre con sé due voluminosi libri,

che contenevano tutte le sue composizioni e

si esibiva ovunque per suscitare la meraviglia

dei suoi ascoltatori e per diffondere la sua arte.

Veniva ritenuto “un raro suonatore di molti

strumenti e del liuto in special modo…”.

Nel suo Cenacolo vi erano insigni musicisti

del tempo, come l’organista e suonatore di

liuto ed arpa Giandomenico Montella, il

cembalista Scipione Stella, il suonatore di

viola ad arco Antonio Grifone e poi Fabrizio

Gazzella, Rocco Rodio, Scipione Dentice,

Fabrizio Filomarino, questi ultimi tutti esperti

di chitarra a sette corde e di cembalo.

In quel tempo non era dignitoso per un nobile

cimentarsi nelle vesti di musicista, quindi,

quando doveva fare delle pubblicazioni di

madrigali, il principe Carlo li faceva stampare

o sotto falso nome o con altri artifizi editoriali.

. Il Cenacolo era collocato nell’ammezzato

dello stesso Palazzo, nell’area a sinistra del

portale. Attraverso una scala a chiocciola si

arrivava agli appartamenti superiori.

Dopo qualche tempo l’unione fu rallegrata

dalla nascita del primogenito Emanuele, però

questa felicità durò circa quattro anni, e cioè

sino a quando nella vita degli uomini non

s’inseriscono spiritelli disturbatori o forze

Il castello di Gesualdo, residenza del principe

occulte che subdolamente preparano trappole

mortali a chi in quel momento è assolutamente

ignaro di quanto nell’immediatezza può

accadere.

Infatti, in una festa di ballo, Maria d’Avalos,

incantevole e ricca, s’incontrò con Fabrizio

Carafa, duca d’Andria, di circa trentanni, bello

come un Adone e con le sembianze di Marte,

il quale, all’epoca, era considerato il cavaliere

più bello della Città.

Fabrizio, padre di quattro figli, era sposato

con Maria Carafa, figlia di Don Luigi, Principe

di Scigliano e di Donna Lucrezia del Tufo ed

abitava nel Palazzo di largo San Marcellino,

oggi sede dell’Istituto Tecnico Elena di savoia..

Maria Carafa era una donna devota, docile,

che dalla turbolenza e dal libertinaggio del

marito, che aveva sposato a tredici anni, aveva

sempre subìto santamente maltrattamenti e

tormenti.

Così le occasioni di feste varie, di incontri

salottieri, di serate danzanti, non mancarono

ai due, la cui fiamma d’amore si alimentava ed

ardeva sempre più nella loro anima e soprattutto

nel loro corpo. Dagli sguardi alle frasi d’amore

si passò già durante il primo incontro. Però nel

tempo non bastarono più. Infatti, un giorno,

nel mentre la splendida Maria passeggiava in

Via Chiaia a Napoli, finse di accusare un forte

dolore di pancia, perciò fu costretta ad entrare

in una casa dove nascosto l’attendeva Fabrizio

nel giardino. Questo fu l’inizio di altri incontri

che le circostanze di volta in volta offrivano

agli innamorati con diversi artifizi e differenti

la Ciminiera 31


luoghi.

Nonostante le precauzioni, i timori ed i piani

che per ogni incontro erano ben architettati,

la già difficile vita dei due amanti, un giorno

fu interrotta da un evento imprevisto ed

imprevedibile.

Uno zio di Carlo, Don Giulio Gesualdo,

coniugato con Laura Caracciolo, si era invaghito

in tal modo della nipote che non sapeva più

come poter piegare alle sue voglie la splendida

Maria. Tentò con regali, lacrime, suppliche,

ma niente da fare, finchè, tranquillizzatosi,

si convinse che probabilmente si trovava

veramente innanzi ad una novella Penelope,

casta e fedele al suo sposo.

Così quando Don Giulio seppe della relazione

della nipote, fu felicissimo di vendicarsi,

informando immediatamente il marito Carlo

Gesualdo.

Questa notizia distrasse notevolmente il

povero Carlo dai suoi studi musicali, il quale,

frenando nell’immediatezza le sue passioni ed

il suo impeto, cominciò ad indagare e a spiare

la vita privata della moglie.

Il Duca d’Andria e Maria d’Avalos ebbero

sentore del pericolo, però nonostante tutto, pur

raddoppiando le attenzioni ed ogni precauzione,

quando alcune volte alla razionalità prevaleva

in modo irrefrenabile il desiderio, adoperando

nella circostanza mille accorgimenti, facevano

di tutto per incontrarsi e stare insieme.

Alla razionalità dell’uomo che temeva non per

la propria vita, ma per la sofferenza che Maria

d’Avalos dovesse patire la stessa fine e che una

sì straordinaria bellezza si dovesse disfare in

una fredda tomba, si controbilanciava con la

folle determinazione della donna di desiderare

la morte insieme a lui e non di patire, invece, la

sua lontananza.

Non vi erano altre soluzioni. Bisognava

incontrarsi accortamente per non rischiare di

morire assieme. Però gli incontri si svolgevano

anche nel palazzo della Principessa Maria

d’Avalos.

Ma un giorno il Principe madrigalista finse

di organizzare una battuta di caccia nell’agro

partenopeo, agli Astroni, ribadendo con

insistenza che, dato che la caccia sarebbe stata

particolarmente impegnativa ed estenuante, per

quella sera non si sarebbe ritirato a casa. Così,

prima di far finta di partire, fece in modo che

le porte della sua casa si aprissero facilmente,

32 la Ciminiera

Costanza d’Avalos e Vittoria Colonna - Convento

di Sant’Antonio ad Ischia

pur restando apparentemente chiuse e poi si

nascose presso un parente poco lontano.

Nella simbologia arcana la caccia è un

simbolo di morte, per cui il fato, a questi segni,

dà un significato infausto e ferale. Quel giorno

era martedì 16 ottobre del 1590.

Maria d’Avalos, quella sera, dopo aver

cenato, era andata a letto verso le ventidue.

La sua cameriera Silvia Albana, poco dopo

fu chiamata dalla sua padrona, perché voleva

vestirsi per recarsi alla finestra, così come

aveva fatto altre volte, poiché aveva sentito

fischiare il duca d’Andria. Nello stesso tempo

le raccomandò di non andare a dormire e di

sorvegliare attentamente che nessuno venisse

nei pressi. La Signora, così si rivestì con un

“sottanello” di panno, si mise una tovaglia in

testa ed uscì sul balcone.

Poco dopo dalla sua fidata serva si fece levare

il sottanello e con la motivazione che quella

che teneva era sudata, si fece contestualmente

portare sul letto, una camicia che aveva un

collarino ed i polsini di seta negra lavorati.

Accese una candela su di un candelabro

d’argento, che posizionò su di una seggiola, ed

uscì.

Dato che la sua padrona le aveva anche

raccomandato di non spogliarsi perché avrebbe

potuto chiamarla, ella si appoggiò sul letto con

l’intento di leggersi un libro, solo che il sonno

ingannatore o complice delle forze occulte, la

colse, sino a quando non sentì un gran fracasso,

che la svegliò di soprassalto.

L’enorme frastuono che sentiva le sembrava

che fosse effetto del suo sonno, ma quando si

destò realmente, si trovò innanzi a tre uomini


armati, che, entrando dal vano comunicante

con l’ala del Principe Carlo attraverso la scala

a chiocciola, s’introdussero velocemente nella

stanza della padrona. Uno di questi aveva in

mano un’alabarda.

Successe tutto così all’improvviso che nel

trambusto si sentirono solo due schioppettate.

Solo dopo entrò nella stanza anche Don Carlo

Gesualdo, anch’egli armato con un’alabarda

ed in compagnia di un suo fido factotum, certo

Pietro Maliziale, di anni 40, detto Bardotti,

al quale raccomandò di non far scappare la

cameriera traditrice, perché dopo avrebbe

ammazzato anche lei. Detto questo entrò

come una furia nella camera della moglie.

Mentre Pietro passava al Principe una torcia

accesa, la cameriera Silvia Albana, cogliendo

l’attimo di disattenzione, scappò nella stanza

della nutrice del piccolo Emanuele, certa Laura

Scala, e lì si nascose sotto il letto.

Quando Don Carlo entrò rumoreggiando

nella stanza del figlio con l’intento di cercare la

cameriera, la nutrice ebbe la prontezza di spirito

di dirgli: «Per l’amor di Dio, non svegliate il

figliolo!». Di colpo i rumori cessarono, Don

Carlo Gesualdo andò via, Silvia Albana uscì

da sotto il letto rassicurata dal Bardotti che in

aggiunta le diceva: «Tutte e due sono morti».

La fidata cameriera non ebbe subito il

coraggio di entrare nella camera della padrona,

lo fece solo al mattino in compagnia di altre

damigelle, tra cui Donna Maria Gesualdo,

marchesa di Vico, zia di Carlo, per vestire

l’uccisa sgozzata nel letto e farla deporre nella

bara. Maria d’Avalos, ancora nel proprio letto,

ebbe la gola recisa.

Lì accanto vi era una camicia da uomo,

mentre su di una sedia, in prossimità del letto,

vi era un giubbone bianco con un paio di

calzoni di seta verde. In prossimità della porta,

v’era il corpo esanime del Duca d’Andria,

il quale indossava una camicia da donna,

quella stessa che la sua padrona aveva chiesto

perché il giovane venuto da lontano era tutto

sudato. Quando la mattina del mercoledì

arrivarono al Palazzo i giudici inquisitori, il

Bardotti, consegnò agli inquirenti una chiave,

facendo intendere che era stata trovata negli

abiti del Duca d’Andria, lasciando il sospetto

che al Duca serviva certamente per entrare

indisturbato nelle stanze dell’amante. La

stanza della morte è da individuare nell’angolo

sinistro del Palazzo, al secondo piano.

Fu abile altresì nell’escludersi da ogni

responsabilità e compartecipazione, coprendo

anche il suo padrone da ogni ipotesi di reato

premeditato. Infatti raccontò che il Principe

aveva cenato nelle sue stanze alle 21 e come

ogni sera era stato messo a letto dopo poco dai

suoi servitori Pietro de Vicario, Alessandro

Abruzzese ed un musico, mentre lui per ultimo,

dopo averlo ben coperto, aveva chiuso la porta

per andarsene a dormire.

Ad un tratto, verso mezzanotte, fu chiamato

da Don Carlo perché voleva un bicchiere

d’acqua, ma quando tornò nella stanza,

vide il suo padrone che era già vestito e che

nonostante fosse mezzanotte sosteneva che

voleva a quell’ora andare a caccia. Però disse:

«Vedrai che caccia faccio io!». Si armò poi di

una daga, di un pugnale e di archibugio e si

avviò verso le stanze della sua Signora seguito

dal Bardotti.

Sul percorso incontrarono il cameriere

Pietro de Vicario, Ascanio Lama e lo staffiere

Francesco de Filippi, i quali, al comando di

Don Carlo che pronunciava epiteti contro

i due amanti, dopo aver aperto la porta, li

ammazzarono entrambi.

Subito dopo uscirono con Don Carlo, il quale,

già tutto insanguinato nelle mani e temendo

che la moglie non fosse ancora morta, come

invece era avvenuto, ritornò nella stanza e

colpì ancora. Infine si sentì un gran rumore di

cavalli e tutti quella notte scapparono lontano.

Anche Laura Scala, la nutrice, pensò che la

soluzione migliore era quella di fuggire, per cui

così fece e non si fece più trovare.

Intanto la mattina successiva alla strage, in

una stanza, su un panno, furono adagiati i

la Ciminiera 33


due corpi. Due guanciali neri mettevano in

evidenza anche nella morte, la loro differente

bellezza. Maria d’Avalos presentava numerose

ferite di punta al seno, al fianco, alle mani, al

braccio ed un taglio alla gola, e chi la guardava

era portato naturalmente a pensare che la sua

bellezza e regalità era tale che rendeva scusabile

l’amore che don Fabrizio aveva avuto per lei

ed entro il quale era rimasto così fatalmente

irretito.

Nei confronti di Don Fabrizio, invece, gli

assassini erano stati particolarmente spietati

ed avevano inoltre infierito con rabbia e

determinazione. Egli aveva avuto un colpo di

archibugio al braccio sinistro, il cui proiettile

si era fermato nel petto, più un colpo di grazia

in testa, sopra l’occhio, a completamento

dell’esecuzione, oltre a varie ferite di punta nel

corpo, in testa ed in viso.

Maria d’Avalos, su disposizione della Madre

Sveva Gesualdo, fu sepolta nel lato destro

della Chiesa di S. Domenico Maggiore, nella

Cappella di Ferrante Carafa, marchese di S.

Lucido, suo primo marito ed ai suoi figlioletti

Ferdinando, che era morto giovanissimo, e

Beatrice, che era andata in sposa, dodicenne,

a Marco Antonio Carafa, e che morì subito

dopo le nozze.

Forse il pittore fiammingo Cornelius Smet

immortalò, nella parte destra del dipinto,

Maria d’Avalos nelle sembianze di una giovane

donna. La tela, che sovrasta l’altare della

Basilica di S. Domenico Maggiore, raffigura

la Madonna del Rosario e personaggi della

Ritratto della bella Maria d’Avalos

34 la Ciminiera

famiglia Carafa.

Fabrizio Carafa, invece, fu posto in una bara

e consegnato al gesuita D. Carlo Mastrillo

per la sepoltura, su disposizione della moglie

Donna Maria Carafa, che all’epoca aveva

24 anni. Non reggendo alla vergogna ed al

dolore, ella si ritirò il 21 novembre 1608 nel

monastero domenicano della Sapienza in Via

Costantinopoli a Napoli, dove prese il nome

di Maria Maddalena. Morì santamente il 29

dicembre del 1615, a 49 anni, per cui ogni

consorella volle custodire come preziosa

reliquia un suo personale oggetto.

Ma la storia si tinge di altre colorazioni che

diventano forse leggenda, ma anche cronaca

morbosa. Forse il seguito fu soltanto ipotizzato

dal marito tradito e non messo in atto, oppure

la scintilla della falsità e della calunnia partì

dal Palazzo per divenire nel Regno un turpe

episodio, raccolto immediatamente dai cronisti

dell’epoca per renderlo più succulento.

Si narrò, infatti, che il Principe di Venosa,

dopo aver ucciso i due amanti, ordinò ai suoi

servi di aprire il portone del palazzo e di

buttare sulle scale i corpi ignudi dei due appena

assassinati, perché la gente vedesse nello stesso

tempo “l’offesa e la vendetta”.

Quando la notizia si diffuse, una folla di

curiosi sfilò innanzi alle scale, compiacendosi

alcuni della fine che avevano fatto, mentre

altri, invece, rattristandosi intimamente, si

guardavano dall’ esternare umani sentimenti

di pietà per tema di essere bastonati dai servi

del padrone.

I giovani, poi, con curiosità osservavano la

principessa nella sua splendida nudità, mentre

i ragazzini, maliziosamente, scoprivano i segni

del frutto proibito, parlottando tra di loro.

Quando arrivò la sera il Principe di Venosa

ordinò ai suoi servi di illuminare il Palazzo con

torce di resina e fuochi, così come veniva fatto

nei giorni di festa, perché tutti continuassero a

vedere, anche durante la notte, i corpi dei due

amanti.

Intorno alla mezzanotte una donna coprì

i due cadaveri con un lenzuolo, ma subito il

Principe ordinò che venisse immediatamente

rimosso.

Quando la sfilata dei curiosi cessò, i servi, pur

lasciando i due corpi sul posto, si ritirarono.

Un uomo, o un uomo vestito da monaco,

che per tutto il giorno aveva osservato il corpo


della Principessa Maria, quando nella notte i

servi abbandonarono l’androne, si avvicinò

silenziosamente e ”violò” la Principessa.

Quando l’ambasciatore di Spagna fu

informato dell’inumano trattamento usato nei

confronti della nobildonna spagnola, cercò

di convincere il Principe, sostenendo che non

si poteva offendere il Duca di Pescara, zio

di Donna Maria e tutti i nobili discendenti

del Casato dei d’Avalos. Ma il Principe fu

irremovibile.

Le indagini avviate quella mattina per ordine

del Viceré, trattandosi di famiglie così in vista

dell’Aristocrazia ed imparentati con papi,

cardinali e potenziali santi, furono dallo stesso

archiviate con la motivazione che l’assassino

aveva lavato col sangue il suo onore e e quello

del suo Casato, anche se si disse che quel

proscioglimento era stato pagato con molto

oro.

A Napoli, in quel clima caldo e rovente di

continue repressioni, quell’archiviazione

scatenò il popolo con polemiche e tafferugli

contro gli Spagnoli.

Il poeta Torquato Tasso, che conobbe il

Principe Carlo Gesualdo tra il febbraio ed il

mese di marzo del 1592, in quanto quest’ultimo

gli aveva musicato otto madrigali, un giorno

scrisse tre sonetti che rievocavano il tragico

evento. In uno diceva: “morte, amor, fortuna,

il ciel v’uniro” e poi “Ora nulla più vi divide”.

I parenti della d’Avalos, soprattutto il nipote

Giulio Carafa, figlio di Giulia, sorella di

Fabrizio Carafa, dal carattere particolarmente

violento, avevano intenzione di vendicarsi nei

confronti del Principe Carlo Gesualdo, non

per l’assassinio perpetrato per motivi d’onore,

ma perché questi aveva soltanto partecipato

alla premeditata esecuzione della d’Avalos

affidando materialmente il compimento del

delitto ai suoi servi mercenari, o forse anche

per lo scempio pubblico messo in atto.

Così, per timore di rappresaglie, Don

Fabrizio, dopo il duplice omicidio, si ritirò

prima a Venosa e poi nell’isolato Castello di

Gesualdo, nei pressi di Avellino, che, con il

grappolo di case disseminate lungo i tornanti

della collina, sembrava una pigna.

Benché inespugnabile, Don Fabrizio lo

fortificò ulteriormente con torri e con altre opere

di difesa, provvedendo altresì all’abbattimento

di un bosco per rendere più aperta e libera la

visuale circostante, e lì rimase alcuni anni,

curando il feudo ed i suoi interessi economici.

Un giorno, e precisamente il 21 febbraio

1594, lunedì, senza alcun fasto, alla presenza

solo dei parenti della moglie, sposò a Ferrara

Eleonora d’Este, nata il 23 novembre 1561,

da Don Alfonso, Marchese di Montecchio e

Donna Giulia della Rovere, figlia del Duca di

Urbino.

La sposa fu definita come graziosa, virtuosa

ed appassionata di musica.

Tra i doni nuziali Don Carlo ebbe un’armatura

finemente lavorata ed arricchita artisticamente

da incisioni che, con figure allegoriche,

riproducevano in note anche frammenti delle

sue composizioni musicali, che attraverso

varie peripezie, oggi corona la collezione degli

oggetti antichi del Castello di Konopiste, in

Boemia.

Don Carlo, allorché sostava a Ferrara,

passava il suo tempo in compagnia di Alfonso

II d’Este, Duca di Ferrara, cugino della moglie,

che nel contempo gli procurava, con altri

insigni musicisti ed editori una frenetica e ricca

attività musicale.

Nonostante tutta la Corte lo avesse sin

dal primo momento accolto con grandi

festeggiamenti che si protraevano con tornei,

pranzi e balli sino al mattino, egli non era mai

entrato, né come carattere, né nell’atmosfera di

quei circoli chiusi, per cui, pur avendo avuto

qualche tresca con cantanti ed ancelle, oltre a

qualche incarico di particolare fiducia da parte

del Duca, il Principe Carlo preferiva sempre di

più ritirarsi nel suo Castello di Gesualdo.

Ad imitazione della Corte Estense e sulle

orme del padre Fabrizio II, tenterà, nella veste

di Mecenate, di creare quel clima culturale e di

la Ciminiera 35


arte, ospitando Artisti e promovendo concerti

e rappresentazioni teatrali.

Nel suo Castello fonderà anche una Stamperia

musicale.

Intanto la moglie Eleonora, ogni volta che

rientrava nella dimora di Gesualdo dopo i

diversi soggiorni a Ferrara, lo trovava sempre più

ammalato e chiuso nella sua vita rinunciataria,

anche se egli, con i Musicisti napoletani, i più

famosi, mirasse probabilmente, attraverso i vari

componimenti, a fondare più una tradizione

musicale partenopea che restasse nel tempo,

piuttosto che un movimento che fosse un vento

di breve durata.

Nel 1596 morì Don Giulio Gesualdo, lo zio

delatore, che lo lasciò erede universale. Il 22

ottobre del 1600, ad appena tre anni, morirà

l’unico figlio Alfonsino, nato dal matrimonio

con Eleonora d’Este.

Intanto Cesare d’Este, fratello di Eleonora,

alla morte del cugino Alfonso II, avvenuta

il 27 ottobre 1597, alle ore 22, si fece

proclamare Duca di Ferrara, ma l’irremovibile

Roma papalina, invece di legittimare la sua

proclamazione, lo scomunicò. Anche il popolo,

abilmente alimentato dagli oppositori, si ribellò

all’idea di avere un Duca scomunicato, per cui,

Cesare d’Este, contrastato dentro e fuori, dopo

un umiliante accordo e la contestuale revoca

dell’anatema pontificio, il 29 gennaio del 1598

si allontanò da Ferrara, accontentandosi a

malincuore del piccolo Ducato di Modena.

Durante questi eventi, il Principe di Venosa

Carlo Gesualdo aveva tentato più volte

di combinare un matrimonio del proprio

figlio Emanuele, bello come la madre Maria

d’Avalos, con la figlia di Cesare, ma questi

nicchiando aveva sempre fatto cadere nel vuoto

ogni specifica richiesta. Pertanto, il 22 ottobre

1607, Emanuele sposerà in Boemia la Contessa

Donna Maria Polissena di Firstemberg e

Pernestan.

Emanuele, uomo colto, appassionato di

poesia e di astrologia, ed anch’egli mecenate,

abiterà con la moglie nella città di Venosa,

dove fonderà l’Accademia dei Rinascenti, con

l’intento di far rinascere lo spirito e la poetica

dei grandi cinquecentisti che avevano fondato

all’epoca l’Accademia dei Piacevoli.

L’Accademia avrà vita breve, perché il 20

agosto del 1613, Emanuele morirà per una

doppia caduta da cavallo durante una battuta

36 la Ciminiera

di caccia, lasciando la figlia Isabella di due

anni e la moglie in stato di gravidanza. Dopo

pochi mesi nascerà l ’8 novembre del 1613

Leonora Emanuela Carlina che finirà monaca

a Santa Maria della Pazienza a Napoli, mentre

Isabella, nata il 13 settembre 1611, sposerà

Niccolò Ludovisio, Duca di Zagarolo e nipote

del papa Gregorio XV. Morirà l’8 maggio del

1629, lasciando erede dei suoi beni la figlia

Lavinia, i cui feudi, per mancanza di successivi

eredi, furono devoluti alla Regia Corte.

Donna Maria Polissena, invece, in seconde

nozze, andrà in sposa al Principe di Caserta,

Andrea Matteo Acquaviva e Cavaliere del

Toson d’oro.

Dopo diciotto giorni dalla morte del figlio

Emanuele, e cioè il 3 settembre del 1613,

le condizioni di salute di Don Carlo, per

blocco intestinale, asma ed un’infezione ad

una gamba, si aggravarono a tal punto ed in

maniera così irreversibile, che l’ 8 settembre

1613 morì e fu sepolto in Napoli nella Chiesa

del Gesù Nuovo.

Si dice che per lenire il dolore che lo affliggeva,

si faceva percuotere da robusti giovani due o tre

volte al giorno. Queste percosse non alleviavano

il dolore primario, come a prima vista si è

portati a pensare, ma dovevano servire a far

scappare il diavolo da quel corpo. All’epoca,

Don Fabrizio Carafa, duca di Andria


invero, vi era la credenza che chi era ammalato,

era necessariamente posseduto dal diavolo, per

cui si sarebbe trovato sempre in quello stato

d’infermità, finché il diavolo non fosse stato

scacciato. Col metodo della bastonatura, il

diavolo doveva capire, che finché fosse rimasto

in quel corpo e non si fosse deciso a trasferirsi

altrove, quotidianamente e più volte al giorno,

avrebbe dovuto subire percosse anche lui.

Insomma il Maligno doveva rendersi conto che

lì non poteva più vivere tranquillamente e che

quindi necessariamente doveva allontanarsi o

insediarsi in altre persone.

In quel periodo, un ammalato, anche se

grave, per guarire, non doveva ricorrere alle

cure del medico, ma doveva obbligatoriamente

chiamare prima un prete che doveva benedirlo,

e poi, nel caso che non fosse guarito con le

preghiere, poteva affidarlo ad un cerusico.

Anche se il medico era sul posto, non poteva

iniziare le sue prestazioni, se prima non avesse

chiamato il prete, perciò, chi trasgrediva subiva

delle pesantissime sanzioni.

Ciò perchè si credeva che chi aveva

un’infermità, era ammalato perché posseduto

dal demonio. Perciò per guarire si doveva

scacciare prima il demonio e che solo

successivamente, dopo le pratiche religiose

messe in atto da un prete, questi autorizzava il

medico di intervenire con i suoi metodi, che poi

non erano meno ortodossi della stessa pratica

religiosa adottata per allontanare il maligno.

La moglie Eleonora, che era andata a

Venosa per assistere al parto della nuora

Polissena, potè ritornare al Castello il giorno

dopo il decesso di Don Carlo.

Alla morte del marito, Eleonora si ritirò

definitivamente a Modena il 12 gennaio 1615,

finchè decise di entrare nel Monastero di S.

Eufemia, dove morirà il 26 novembre 1637.

Questa triste e lunga storia fu grandemente

magnificata nella letteratura dell’epoca da

poeti, rimatori e cantastorie, ma fu anche

riportata su di una tela fatta dipingere dallo

stesso Don Carlo Gesualdo, sicuramente a

ricordo, nel tempo, del tragico episodio e ad

espiazione delle colpe di tutti.

A parte il Cristo Redentore ed un gruppo

di Santi, dipinti quasi per intercedere per il

perdono sulle miserie umane, vi è sulla destra

Eleonora d’Este, mentre sulla sinistra vi è

posizionato il malinconico ed assente Don

Carlo Gesualdo che è accompagnato dal

cognato S. Carlo Borromeo. In basso, poi, al

centro, tra anime che espiano i loro peccati

terreni tra le fiamme dell’inferno, v’erano i due

amanti Maria d’Avalos e Fabrizio Carafa, il

Duca d’Andria.

Però, stranamente, al centro vi è un bimbo

ignudo con le ali, che è circondato da angeli.

Questo bambino, come si disse, probabilmente

doveva ricordare il figlio nato dalla relazione

della moglie Maria d’Avalos con il Duca

d’Andria e che lo stesso Don Carlo, nella notte

del duplice assassinio, avendo visto nel suo

viso le sembianze del legittimo padre Fabrizio

Carafa, accecato dall’ira, sistemò il bambino in

una culla appesa a dei chiodi con due cordoni

di seta e che poi, con tecnica raffinata e sadica,

la fece oscillare e dondolare tanto, sino a far

mancare a quell’innocente creatura il respiro,

facendolo così morire asfissiato.

Carlo Gesualdo non ha voluto essere sepolto

nella basilica di S. Domenico Maggiore, più

vicino al Palazzo S. Severo, dove egli abitava,

perché là era stata sepolta la moglie Maria

d’Avalos, da lui fatta uccidere.

Sulla sua tomba, nella Chiesa del Gesù

Nuovo, è apposta una lapide molto semplice,

posizionata sul pavimento del transetto

sinistro dell’Altare Maggiore, sulla quale, in

latino, si legge. “Carlo Gesualdo, Conte di

Conza, Principe di Venosa, nato dalla sorella

di San Carlo Borromeo, più illustre per la

santa parentela che per la discendenza dai Re

Normanni, sotto questo altare sepolcrale eretto

per sé e per i suoi, protegge con le proprie

ceneri quelle dei suoi parenti sino a quando

insieme risorgeranno. La Compagnia di Gesù

la Ciminiera 37


in seguito, a piena testimonianza della sua

grande devozione verso di lei, lo ricorda…”.

Secondo alcuni la lapide è stata redatta dai

Gesuiti in modo particolarmente elogiativa, e

ciò di solito avveniva, perché in questo modo

essi speravano di avere sempre nelle loro chiese

dei sontuosi mausolei a spese dei nobili defunti.

Infatti, nella lapide viene ricordata non solo

l’illustre discendenza dai Re Normanni, ma

quanto viene altresì celebrato il legame di

sangue con il Carlo Borromeo, cardinale a 24

anni, nonché segretario di Pio IV, suo zio.

S. Carlo Borromeo era legato con i Gesuiti da

particolare affetto e predilizione, perché erano

stati essi stessi ad indirizzarlo verso la vita

ascetica. E quando fu consacrato sacerdote,

ebbe il privilegio di dire messa nella stanza

dove era morto S. Ignazio di Loyola. Pertanto,

allorché divenne Arcivescovo di Milano,

omaggiò i Gesuiti del Palazzo di Brera che fu

destinato a Collegio, ed in più affidò loro la

direzione del Seminario della Diocesi.

S. Carlo Borromeo (1538-1584), sarà

canonizzato il 1 novembre del 1610, dopo 26

anni dalla morte.

Ma nella Chiesa del Gesù Nuovo vi è un’altra

strana, innocente coincidenza. Alla sinistra

dell’altare maggiore, vi è una semplice lapide

intestata a Padre Vincenzo Carafa, morto a

Roma l’ 8 giugno 1649, all’età di 65 anni.

Ma chi era questo Padre? Vincenzo era

uno dei quattro figli di Maria Carafa, vedova

di Fabrizio Carafa, Duca d’Andria, l’amante

38 la Ciminiera

L’uccisione di Maria D’Avalos in un’illustrazione di Leon Lebegue (1902)

della moglie di Carlo Gesualdo, Maria

d’Avalos, Principessa di Venosa.

Vincenzo era nato nel 1585 dal matrimonio di

Maria Carafa e Fabrizio Carafa, ma nel 1604,

sebbene ostacolato da tutti, probabilmente

perché aveva risentito profondamente della

tragedia familiare, entrò nel 1604 nella

Compagnia di Gesù, dove divenne prima

insegnante di filosofia al Collegio napoletano

del Gesù Nuovo e poi anche rettore e maestro

dei novizi alla Casa del Gesù Nuovo. Infine,

fu prima Provinciale dei Gesuiti Napoletani

e poi fu il VII Generale della Compagnia di

Gesù. Morì a Roma l’8 giugno 1649, all’età di

65 anni.

Don Carlo Gesualdo, invece, nella sua vita,

con i suoi oculati proventi, fece costruire

chiese, edifici di finalità sociale ed ospedali,

come pure fondò monti di pietà, corporazioni

e gratificò qualche povero bisognoso. Ma il

suo unico e vero interesse furono i madrigali

e la musica sacra. Nel 1603 pubblicò “Sacres

Cantiones” a cinque, sei e sette voci, mentre

nel 1611, per l’Ufficio della Settimana Santa,

pubblicò “Responsoria” a sei voci.

In una lettera dell’8 gennaio 1616, Padre

Giovanni Giovene sollecitava il neo-generale

Padre Muzio Vitelleschi, per la realizzazione di

una Cappella nella Chiesa del Gesù Nuovo, per

la quale il Principe Don Carlo Gesualdo, alla

sua morte, aveva elargito nel suo testamento,

aperto dal notaio il 9 settembre 1613, la somma

di trentamila ducati per la sua edificazione e

per il trasferimento delle sue ossa.


Ribera che andò irrimediabilmente perduta.

La Cappella fu riconsacrata nel 1950.

Del Principe di Venosa Carlo Gesualdo si

conoscono sei libri di madrigali a cinque e

sei voci, che furono pubblicati nel 1594.

Mentre la Scuola romantica tedesca mise

in ombra la musica di Carlo Gesualdo,

Stravinski ha rilanciato le sue melodie. Oggi

il Principe Carlo Gesualdo da Venosa è

considerato uno dei più grandi musicisti del

‘600.

Innanzi a tanti complicati avvenimenti e

violenti passioni, come pure innanzi a tanta

tristezza e delusione, viene spontaneo dire:

”…quanta miseria umana…! e quante vittime

innocenti ha generato un folle amore…”.

Bibliografia

L’opera fu assegnata, per una serie di ritardi,

solo nel 1637 a Cosimo Fanzago per le due

stupende statue del Davide da posizionare

sulla sinistra, e del Profeta Geremia sul lato

destra, le quali furono scolpite tra il 1646 ed

il 1654. Il pittore Ribera dipingerà le tele nel

1641, mentre gli affreschi verranno realizzati

da Belisario Corenzio.

La Cappella subirà dei danni a seguito

del terremoto del 13 giugno 1688, per cui i

marmi li restaurò nel 1693 Pietro Ghetti, le

tele del Ribera le recuperò nel 1690 il pittore

Luca Giordano, meglio conosciuto per la sua

velocità di realizzazione e di produzione di

opere d’arti come Luca “fa ‘ampresse” (= fai

presto), mentre gli affreschi del Corenzio li

restaurò nel 1698 Paolo de Matteis.

Le spese di restauro furono sostenute

dal Marchese di Santo Stefano Domenico

Gesualdo, come si rileva da una lapide del

1705.

Durante la IIª Guerra Mondiale, il

bombardamento aereo del 4 agosto 1943,

distrusse notevolmente la Cappella di S.

Ignazio di Loyola e quella di Carlo Gesualdo.

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- Venosa - 1994.

- F. Vatielli = “Il Principe di Venosa-

Leonora d’Este “ - Milano - 1941.

la Ciminiera 39


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