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Il Quartiere - Anno VI - Numero II

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Anno 6 - n.2

Maggio 2020

«Raccontare quel che succede sotto casa come fosse la cosa più importante del mondo, e i grandi temi del mondo con la semplicità della porta accanto»

L’INTERVISTA

PER UNA “DIDATTICA DI VICINANZA”

UMILTÀ E UMANITÀ PER SUPERARE CRITICITÀ LOGISTICHE E DIFFICOLTÀ PRATICHE

di Gerson Maceri

Il primo settore a patire i disagi del lockdown, in ordine

di tempo, è stato senz’altro quello dell’istruzione.

Nonostante una regia lacunosa e ritardi evitabili solo

parzialmente giustificabili con l’emergenza, la

“didattica a distanza” ha letteralmente salvato l’anno

scolastico. Arricchendo il bagaglio operativo e

esperienziale di docenti, alunni e… genitori.

COMPROMESSI

LA STAGIONE DEI DOVERI

FASE 2: SERVE GRANDE RESPONSABILITÀ

di Alessandra Pavone

Sono stati (e sono, saranno ancora) giorni difficili, diversi,

che mai avremmo immaginato di vivere. L’emergenza

sanitaria ha portato con sé lo scandire frenetico di una

intensa legiferazione che, inevitabilmente, ha inciso nelle

vite di tutti noi. Dopo molti giorni di restrizioni, taluni si

sono lamentati di come i provvedimenti del Governo violino

le libertà dei cittadini.

L’emergenza Coronavirus ha, così, riattualizzato un

problema che si era posto anche negli anni del terrorismo

fascista e brigatista: le misure eccezionali a tutela della

collettività sono compatibili con i diritti sanciti dalla

Costituzione repubblicana? Proveremo a darvi, a darci, una

risposta definitiva...

REDAZIONE

segue a pag. 4

segue a pag. 2

a pag. 8

LA “VITA DI QUARTIERE” COME

STRATEGIA DI ADATTAMENTO

SPORT

DILETTANTI NEL CAOS

CALCIO & CO., SPUNTI PER UNA RIPARTENZA

di Gerson Maceri

Mentre le Federazioni si stanno affannando per individuare tempi

(strettissimi) e modalità (discutibili) per portare a termine i campionati

nazionali e i tornei internazionali, le Leghe dilettantistiche

temporeggiano in vista di una vera e propria lotta per la sopravvivenza.

segue a pag. 6


LA STAGIONE DEI DOVERI

SIAMO STATI PRIVATI DI DIRITTI E LIBERTÀ FONDAMENTALI?

I LIMITI DETTATI DAI DPCM SONO STATI INTERPRETATI DA MOLTI COME INTOLLERABILI E INCOSTITUZIONALI

Alessandra Pavone

Sul piano del diritto

costituzionale, un primo

equivoco è prodotto

dall’affermazione

che “una situazione di

emergenza richieda la

sospensione, ancorché

temporanea, delle garanzie

personali e istituzionali”.

In verità

non è necessario sospendere

nulla: è sufficiente

applicare la

Costituzione.

La Costituzione italiana

non prevede una

norma specifica sullo

stato di necessità, diversamente

da alcune

carte europee, ma tale

omissione deve intendersi

come voluta:

troppo vivo era il ricordo

dell’art. 48 della

Costituzione di

Weimar che consentiva

al Presidente di

“prendere le misure

necessarie ristabilimento

dell’ordine e

della sicurezza pubblica”

senza specificare i

limiti di questo potere

e senza definire cosa

effettivamente costituisse

necessità (tale

previsione contribuì

notevolmente ad aprire

la strada al regime

nazista). Alla concentrazione

autocratica

del potere, nell’ipotesi

di emergenza si è preferita

la puntuale previsione

di specifici modi

di applicazione dei

principi e delle regole

costituzionali, quando

alcuni beni collettivi

(salute, sicurezza, pacifica

convivenza) fossero

gravemente minacciati.

Se riflettiamo, anche

nella situazione eccezionale

per antonomasia,

la guerra, prevista

all’art. 78, non

viene messa da parte

la democrazia parlamentare:

lo stato di

guerra può, infatti, esser

dichiarato solo dal

Parlamento.

Quest’ultimo ha facoltà

di delegare al

Governo i poteri necessari

(e non i pieni

poteri).

Tale meccanismo è lo

specchio di un principio

cardine: la proporzionalità,

principio valido

non soltanto per

la restrizione dei diritti

fondamentali, ma

anche per le alterazioni

dei normali equilibri

costituzionali.

Esso rappresenta un limite

cui è soggetta

ogni forma di esercizio

di pubblico potere

e garantisce un controllo

sulle limitazioni

dei diritti fondamentali.

Necessita della

presenza di quattro

condizioni:

1) idoneità a raggiungere

lo scopo: la compressione

di una libertà

o di un diritto costituzionalmente

tutelato

sarebbe illegittima

qualora non fosse idonea

al raggiungimento

dello scopo prefissato;

si ravvisa un nesso

di causalità fra le

misure restrittive imposte

dal Governo e la

Alessandra Pavone è avvocato e consigliera comunale di Sanremo

La conclusione del lockdown ci condurrà ad una vera libertà oppure no?

speranza della riduzione

e del contenimento

della diffusione

del Coronavirus;

2) necessità:

nell’attuale momento

è rappresentata dalla

difesa del Sistema

Sanitario Nazionale

che rischiava il collasso

con l’aumentare

esponenziale dei contagi;

3) urgenza: evidente

se si ha riguardo alle

dimensioni del fenomeno

epidemico su

scala mondiale;

4) temporaneità: limitazione

nel tempo.

I diritti che hanno subito

le maggiori contrazioni

sono il diritto

alla libertà personale

(art. 13), alla libertà

di circolazione e soggiorno

(art. 16), la libertà

di riunione (art.

17), il diritto di associazione

(art. 18), e ancora

il diritto di professare

liberamente la

propria fede religiosa

(art. 19), diritto

all’istruzione e alla

cultura (artt. 33 e 34).

Focalizzeremo la nostra

riflessione su altri

due diritti fondamentali

che riguardano

ognuno di noi da vicino:

il diritto di agire

in giudizio e di difesa

in giudizio (art. 24) ed

il diritto alla rieducazione

del condannato

(art. 27).

Il dato oggettivo, relativo

alla situazione della

giustizia, è che

l’attività processuale

ed i termini sono sospesi

fino all’11 maggio

2020. Questo ha

comportato il rinvio di

tutte le udienze tranne

quelle connesse allo

stato di restrizione

della libertà personale,

nel processo penale,

e alla vulnerabilità

del destinatario della

tutela, nel processo civile.

Per tali attività

non sospese si fa ricorso

ai collegamenti

da remoto. L’auspicio

è che cessata

l’emergenza si torni

più rapidamente possibile

alla normalità.

L’udienza da remoto e

la trattazione scritta,

in ambito civile, hanno

il limite di vanificare

i risultati della

trattazione effettiva

dei processi in udienza,

a partire da un tasso

di definizione conciliativa

elevato.

Le lesioni più gravi,

però, riguardano il

processo penale ed in

particolare le udienze

di convalida di arresto

e fermo: l’udienza virtuale

riduce i diritti,

si pensi ad esempio

all’impossibilità di

una serena comunicazione

fra il difensore e

l’assistito in stato di

detenzione qualora si

trovino collegati da remoto

da due posizioni

diverse. Nel nostro ordinamento,

l’ipotesi di

SANREMO

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2


processo a distanza è

disciplinato come una

mera eccezione in ragione

sia del diverso

valore assunto dalle dichiarazioni

rese dai testi

e dall’imputato in

un esame a distanza,

sia del valore del contatto

continuo con il

difensore.

Il Ministro Bonafede

ha voluto un tavolo virtuale

per confrontarsi

con le maggiori rappresentanze

forensi e

l ’ A s s o c i a z i o n e

Nazionale Magistrati.

Ciò che è emerso nitid

a m e n t e è c h e

l’avvocatura richiede

una ripartenza dopo

l’11 maggio con la celebrazione

dei processi

in carne ed ossa.

Molte sono le situazioni

di disagio che sono

emerse in conseguenza

al periodo: si

pensi ad esempio alle

difficoltà che genitori

separati devono affrontare

per trasferire

i figli da un’abitazione

ad un’altra, o ancora

alla mancata tutela

processuale nelle cause

di lavoro che normalmente

godono di

un rito più celere. Il

Ministro ha assicurato

disponibilità a riconoscere

il valore delle negoziazioni

assistite definite

dagli avvocati in

forma non impugnabile,

strada, quella delle

soluzioni alternative

alle controversie, che

sarà certamente decisiva

anche per tutto il

comparto civile.

La situazione è decisamente

preoccupante

anche nelle carceri

italiane.

Il pretesto, qualora ve

ne fosse necessità, per

f o c a l i z z a r e

l’attenzione su tale tematica,

lo ha fornito

la Corte Europea dei

Diritti dell’Uomo che,

dopo aver accolto il ricorso

di un detenuto

nel Carcere di

Vicenza (che si era visto

respingere

l’istanza di scontare la

pena ai domiciliari da

Magistrato di

Sorveglianza) ha chiesto

conto al nostro

Paese della situazione

delle carceri.

Il tema centrale riguarda

la garanzia dei

trattamenti umani

nelle strutture: è dato

noto, tristemente, che

non sempre le garanzie

di vivibilità prescritte

dalla CEDU e

dalla nostra

Costituzione vengano

rispettate, problematica

che si fa maggiormente

sentita in questo

momento di emergenza

sanitaria.

L’obiettivo da perseguire

velocemente è

quello di diminuire il

sovraffollamento carcerario.

Alcuni dati: al 18 marzo

di quest’anno nelle

carceri italiane erano

detenute circa 61 mila

persone; oggi il dato è

sceso a circa 57 mila.

La liberazione di circa

4 mila detenuti è data

solo in parte dal decreto

approvato a marzo

ma è dovuto sop

r a t t u t t o

dall’applicazione della

cosiddetta L egge

Orlando che in questa

fase molti magistrati

di sorveglianza hanno

applicato con realismo

e lucidità concedendo

i domiciliari.

La capienza formale

delle nostre carceri è

51 mila persone, dato

che per deve realisticamente

esser diminuito

a 47 mila dopo

le rivolte e le devastazioni

delle scorse settimane.

In un’intervista del deputato

e responsabile

giustizia del PD

Walter Verini leggiamo

quali siano le soluzioni

emerse in questi

giorni da una sorta di

consultazione permanente

tra il Ministro

Bonafade, le forze parlamentari

e gli operatori

delle carceri. Il

Ministro ha investito

molto sul reperimento

dei braccialetti elettronici

ma tale soluzione

lascia perplessi

circa le tempistiche

p a r a m e t r a t e

all’urgenza che stiamo

vivendo.

Risultati più celeri si

potrebbero ottenere

adottando strumenti

quali permessi o il diff

e r i m e n t o

dell’esecuzione della

pena. L’esperienza ci

ha già tristemente insegnato

la facilità con

cui l’emergenza sanitaria

possa deflagrare

RESPONSABILITÀ E SOLIDARIETÀ

ECCO LE GARANZIE DELLA NOSTRA CARTA COSTITUZIONALE

LO STATO DI NECESSITÀ NON PUÒ SFOCIARE NELL’ASSOLUTISMO: LA DEMOCRAZIA PARLAMENTARE RESTA CENTRALE

Un’infermiera in completa tenuta Covid-19 con tuta, maschera e visiera

in modo devastante

nelle comunità chiuse.

Ricordiamo che in

gioco c’è la salute dei

detenuti, della Polizia

penitenziaria e delle

loro famiglie. Si è parlato

di eclissi delle libertà

costituzionali

ma dobbiamo immaginare

queste restrizioni

su un piatto della

bilancia, da una parte

le libertà fondamentali

e dall’altra il

diritto alla salute sancito

dall’art. 32 della

Costituzione: il secondo

è l’evidente ed imprescindibile

presupposto

per tutti gli altri

diritti. Possiamo, pertanto,

concludere che,

attuandosi il contenimento

della diffusione

da contagio, fondamentalmente,

mediante

misure di riduzione

della socialità,

troveremo ancora conforto

nell’imposizione

dei doveri solidaristici

di cui all’art. 2 Cost.:

il singolo è spinto ad

uscire da una posizione

di difesa egoistica

dei propri interessi

per assumere un ruolo

di membro responsabile

della salute e della

vita collettiva.

La stagione dei diritti,

tipica dello stato sociale,

per una volta,

deve lasciare spazio alla

stagione dei doveri,

primo tra tutti quello

solidaristico.

ANCHE A

DOMICILIO

3


LA DIDATTICA DI PANDEMIA HA MESSO A NUDO LA SCUOLA!

DURO J’ACCUSE DI CARTOTTO (IFF): «TROPPE LE CRITICITÀ LOGISTICHE DELLE INFRASTRUTTURE E LE DIFFICOLTÀ PRATICHE»

Gerson Maceri

ISTRUZIONE

Tra i molti àmbiti di discussione

e di polemica

legati al lockdown,

vi è senza dubbio quell

o r e l a t i v o

all’istruzione. Dopo lo

stallo iniziale, infatti,

le scuole hanno attivato

e coordinato attività

didattiche pressoché

inedite, sperimentando

giorno per giorno

nuove modalità di vicinanza

agli alunni e alle

famiglie, di somministrazione

di lezioni e

compiti e di restituzione

degli elaborati che –

com’era prevedibile –

sta suscitando qua e là

qualche malumore bipartisan.

Abbiamo approfondito

la tematica

col massimo esperto reg

i o n a l e , A n d r e a

C a r t o t t o ,

Coordinatore Attività

e Tutoring Liguria

d e l l ’ I s t i t u t o

Formazione Franchi.

Possiamo dire che

l’attivazione della “didattica

a distanza”,

per molti dei suoi interpreti,

ha rappresentato

“un passo più lungo

della gamba”?

Sicuramente nessuno

era pronto alla “didattica

di pandemia” o,

prendendo a prestito

le parole di un collega

di Verona, alla “didattica

di vicinanza”, cioè

per stare vicini agli

alunni. Questa situazione

ha messo a nudo

le criticità logistiche

delle infrastrutture e

le difficoltà pratiche di

famiglie e docenti. È altresì

crollato il castello

di sabbia, di presunzione,

di chi ha magari rifiutato

le nuove tecnologie

o millantato capacità

che non aveva. Si è

aperto, insomma, il vaso

di Pandora della scuola.

Serviva una pandemia

a portare alla luce queste

criticità?

Evidentemente sì. Si è

scoperto che il PC manca

nelle case di molti

italiani ma anche chi

possiede lo smartphone

più evoluto è inciampato,

è caduto.

Perché lo strumento è

nulla senza le competenze:

ed ecco allora

manifestarsi il rischio

di cadere nella rete…

dei fuffologi, dei sedicenti

esperti, delle fake

news.

Come e in quali tempi

ha risposto il nostro sistema

scolastico?

Parlerei di risposta in

parte tardiva ed in ordine

sparso. Forse a imporsi

è stata la paura di

rimanere invischiati

nelle maglie della burocrazia

e della privacy.

Eppure quando usiamo

i social, non siamo

altrettanto attenti…

Come mai, quando “si

fa sul serio”, abbiamo

paura perfino di respirare

sul web? In secondo

luogo, in alcuni contesti

scolastici è mancato

l’esempio. Per essere

una guida, devi essere

prima un esempio,

devi aiutare attraverso

l’esempio; serve

la giusta empatia per

condividere la buona

pratica, non la chiacc

h i e r a o

l’improvvisazione.

I ragazzi e le loro famiglie

sono stati più reattivi

o il mito del “nativo

digitale” è stato definitivamente

sfatato?

Sono contrario alla definizione

giornalistica

di “nativi digitali”: se

così fosse, non dovrei

intervenire quotidianamente

negli Istituti

per mettere i ragazzi

in guardia dal cyberbullismo.

Non basta vivere

in un mondo di

“app”: c’è bisogno di

una guida in primis

per sceglierle e, poi, anche

per usarle. Perché

programmi e risorse digitali,

per la nuove generazioni,

saranno i

cassetti in cui verranno

custoditi i ricordi.

I genitori, invece, in

molti casi scoprono o riscoprono

la tecnologia

ora coi figli. Ma non solo:

se intellettualmente

onesto e costretto a

casa, il genitore può

rendersi conto delle difficoltà

che incontrano

gli insegnanti, tutto

l’anno, in presenza. E

ancora: può riscontrar

e , c o n l a c o d a

d e l l ’ o c c h i o ,

l’insegnante autorevole

da quello che, magari,

ha meno il polso della

classe.

Proviamo a stilare un

breve vademecum rivolto

agli insegnanti

per calarsi perfettamente

nella DAD.

L a p r e m e s s a è

l’umiltà. L’umiltà di fare

un'auto analisi delle

proprie reali competenze

digitali, al fine di

scegliere gli strumenti.

Purtroppo, molti insegnanti

non hanno approfittato

negli anni

s c o r s i d e l “ P i a n o

N a z i o n a l e S c u o l a

Digitale”, un’azione di

sistema per portare il

digitale nella scuola.

Qualcuno ha commesso

l’errore di sovrastimarsi

o ha pensato che

non si trattasse di roba

per sé.

I l d i g i t a l e è

un’autostrada da perc

o r r e r e c o n

un’automobile sicura e

in regola coi tagliandi,

sì, ma soprattutto con

la patente di guida. E

questo vale sia per i docenti,

sia per i ragazzi,

sia per le famiglie.

Per chi le competenze

le ha, invece, il rischio

è quello di cadere

nell’autoreferenzialit

à. Bisogna lasciare al

centro i ragazzi; la missione

educativa resta

quella di ogni giorno,

cambia solo il modo di

perseguirla.

Ai colleghi docenti dico

sempre: esercitate

la professione prima

con amore e poi con

l’orologio. Abbiate credibilità

o ritrovatela,

se manca. Metteteci la

faccia, per voi stessi e

per gli altri. Ciò vi permetterà

di essere libe-

Nuova sede in Via Lamarmora 47

4


IL LOCKDOWN RIVELA IL FALSO MITO DEI “NATIVI DIGITALI”

CLAMOROSO: UN TERZO DELLE FAMIGLIE NON HA UN PC! NON BASTA VIVERE IN UN MONDO DI APP, SERVONO LE COMPETENZE

Il galateo di Mister Internet. Una delle tante, preziose risorse presenti su www.andreacartotto.blog

ri di sbagliare in buona

fede.

Passiamo al lato più

tecnico: quali strumenti

consigli per la

DAD?

Innanzitutto, per fare

DAD non tutte le risorse

in rete vanno bene.

Per fare didattica esistono

strumenti riconosciuti,

e quelli vanno

sfruttati. Per le videolezioni,

suggerisco la

piattaforma HUB, sviluppata

in Toscana dalla

Fondazione Franchi.

La sua forza è quella di

riprodurre perfettamente

in digitale la

classe tra le mura. Più

in generale, sono da

preferire le cosiddette

applicazioni “in cloud”,

da utilizzare e ritrovare

in qualsiasi momento

e su qualsiasi dispositivo,

dal PC al tablet.

Ad esempio,

Google Drive può essere

un buon “contenitore”.

La scuola, inoltre, deve

attingere al software

libero, slegato dalle

logiche delle multinazionali.

Il pacchetto

Libreoffice (ndr: equiv

a l e n t e f r e e d i

Microsoft Office), per

esempio, è più etico a

monte, è una risorsa legale,

gratuita ma comunque

ottima.

Quali sono, invece, le

risorse che vanno assolutamente

evitate?

I social e i programmi

di messaggistica. Ho

notizie di un utilizzo

diffuso di WhatsApp

che, peraltro, sotto i 16

anni di età non si potrebbe

nemmeno scar

i c a r e . M a a n c h e

Facebook, Messenger

e Instagram non hanno

né l’istituzionalità

né le funzionalità adatte

per la DAD. Infine,

un appunto sull’uso

della fotocamera: va

strettamente e seriamente

regolamentato,

nella vita così come nella

didattica, perché va

ben distinto l’uso positivo,

anche per la scuola,

da quello superficiale.

La DAD amplia o riduce

il divario tra i ragazzi

“smart” e quelli più

in difficoltà?

Lo riduce senza dubbio.

Da un lato, c’è il rischio

che il ragazzo

“smart” si trasformi in

furbetto, abbia presunzione,

e che non capisca

che anche se si è

casa, valgono le stesse

regole e sanzioni della

scuola; dall’altro, col

giusto strumento, è

p o s s i b i l e f a r e

un’azione mirata a distanza

sull’alunno a rischio

emarginazione

senza metterlo in imbarazzo

nel contesto classe.

Una didattica veramente

inclusiva, insomma.

È troppo presto per fare

un primo bilancio

della DAD o qualche

giudizio possiamo già

emetterlo?

La pandemia ha riportato

la scuola al centro.

Ci ha fatto scoprire (al

di là del calore dei ragazzi)

come molte cose

che facevamo in presenza

si possano fare,

con uguale qualità, a distanza.

Abbiamo scoperto

che l’approccio

mentale è il fulcro di

tutto, che dobbiamo

“prendere” la tecnologia

e “dirle”: mi servi

per questo.

Bisogna, insomma, avere

l’umiltà e la capacità

di comprendere la

forza del web, la sua onda

d’urto. Nulla sarà

più come prima, ci viene

ripetuto ogni giorno

alla TV e sui giornali.

Vero.

Per questa volta abbiamo

avuto la tragica scusa

del virus, ma non è

detto che in futuro possa

esserci un’altra scusa

valida per poter ammettere

candidamente

di “non essere in grado

di…”.

Concludiamo con alcune

considerazioni di carattere

più generale,

cui peraltro hai appena

fatto accenno, sulla

sfida digitale che ci ha

posto la pandemia…

Una sfida che coinvolge

non solo il singolo

cittadino ma anche, e

soprattutto, gli enti.

Pensate se l’apparizione

del coronavirus fosse

avvenuta non oggi ma

d i e c i a n n i f a …

Sarebbero crollate le

istituzioni, cessate le

comunicazioni, collassate

le reti internet.

Lo Stato, a questo punto,

deve dotarsi di una

politica digitale organica,

funzionale e accessibile

a tutti. I siti

istituzionali, per esempio,

devono essere cons

u l t a b i l i a n c h e

dall’utente con minime

competenze digitali.

Se “abbraccio”

l’utente più basso, significa

che li ho soddisfatti

tutti.

Anche i comuni possono

e devono fare di

p i ù : a l l a nostra

Amministrazione,

per esempio, consiglierei

di attuare una politica

del digitale al servizio

del cittadino, che

si concretizzi in una

“app” veramente diffusa,

fruibile da tutti,

che permetta di consultare

gli orari e i servizi

del trasporto pubblico,

delle farmacie,

degli uffici comunali

con relativa opportunità

di prenotazione

degli appuntamenti...

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DOMICILIO

5


SPORT

DILETTANTI, LA PAROLA D’ORDINE È “RIDIMENSIONAMENTO”

IL VADEMECUM DEL DECANO DEL CALCIO LIGURE BIANCHI: «MENO RIMBORSI SPESE E PIÙ CREDITO ALLE GIOVANILI»

Gerson Maceri

La pandemia si sta abbattendo

come uno tsunami

anche sul mondo

dello sport, rendendo

manifesto il debito di

ossigeno di molte società.

A rischiare in primis

il default, però,

sembrerebbe essere

l’intero sistema-calcio,

specie quello dilettantistico

e giovanile. Ne

discutiamo, cercando

di individuare un piano

di salvataggio, con

Claudio Bianchi, ideatore

e conduttore della

seguitissima trasmissione

televisiva “Dilettantissimo”,

nonché delegato

provinciale

FIGC di Genova.

Se avessi “pieni poteri”

nel decidere le sorti della

stagione 2019/20, sia

a livello dilettantistico,

sia a livello professionistico,

come opereresti?

Ricette non ne ho perché

si tratta di una situazione

che non ha

precedenti e qualsiasi

ipotesi formulata in

questo momento potrebbe

essere già superata

tra una settimana.

Tra i professionisti si

cercherà certamente,

in ogni maniera, di portare

a termine i campionati.

Per i dilettanti credo

che sarà più complicato

ma non impossibile,

a patto che vengano derogate

le scadenze dei

tesseramenti oltre il 30

giugno. Fermo restando,

ovviamente, che la

salute ha priorità su

ogni cosa. E che decidere

è più difficile che

criticare.

Il presidente della

L e g a N a z i o n a l e

Dilettanti Cosimo

Sibilia ha affermato

che il 30% delle squadre

della sua “galassia”

(18.000 circa sulle

60.000 totali) potrebbe

non iscriversi ai campionati

2020/21: è una

stima realistica? È un

sentore che hai avuto

anche tu, in qualità di

delegato provinciale

FIGC di Genova, parlando

in questi giorni

coi dirigenti delle società?

Fare una previsione oggi

significa essere contraddetti

domani o dopodomani.

Al momento,

non abbiamo elementi

per poter affermare

quante squadre

non si iscriveranno. Ma

io sono un’ottimista

per natura. Inoltre ho

una buona opinione degli

imprenditori liguri,

che non sono abituati a

fare il passo più lungo

della gamba e, rispetto

agli omologhi di altre

regioni, oltre a essere

soggetti virtuosi sono

anche abituati a convivere

con situazioni che,

da altre parti, metterebbero

in difficoltà diverse

società.

Ad ogni modo, mi metterò

al lavoro per avvicinare

nuove realtà o

vecchie conoscenze, al

fine di invitare tutti coloro

che hanno la passione

per il calcio a disputare

i campionati

della LND nella delegazione

che rappresento.

Per la verità, avevo

già iniziato e avevo avuto

una buona risposta

da parte di cinque o sei

nuove possibili squadre.

In che modo FIGC e

LND, secondo te, dovrebbero

arginare

l’emorragia di iscrizioni

e aiutare le società

dilettantistiche a sopravvivere?

A quali vizi,

invece, le società dilettantistiche

dovranno

rinunciare per essere

“sostenibili”?

Per la LND sarebbe opportuno

rivedere le

quote di iscrizione ai

campionati, oltre ad abbassare

i costi dei cartellini

per il tesseramento

di ogni giocatore.

Più che le società, direi

che tutto il movimento

dovrà tornare in campo

con meno pretese relativamente

ai rimborsi

spese. Si dovrà tornare

a giocare per il piacere

di farlo, e chi non

ne sarà contento potrà

comprarsi un abbonamento

per la palestra

oppure andare a disputare

i tornei amatoriali

con gli amici.

Spendendo la quota di

iscrizione pro capite, invece

che incassare la

mensilità di rimborso

spese.

Infine le società dovrebbero

tornare a curare

realmente il loro

settore giovanile, cercando

di insegnare un

calcio di qualità e perseguendo

il fine di formare

dei calciatori.

B i s o g n a r i d u r r e

l’incidenza dei genitori,

smetterla di ascoltarli

e accontentarli in

Claudio Bianchi allo stadio di Chiavari in compagnia di Rino Gattuso

tutto e per tutto, al costo

di non incassare delle

quote. Questa potenziale

perdita verrebbe

ammortizzata,

in un futuro, inserendo

i ragazzi meritevoli in

prima squadra, con evidenti

risparmi alla voce

“rimborsi spese” e il

riconoscimento dei premi

di preparazione per

i giocatori che svolgeranno

il loro percorso

in società professionistiche

o in team diversi

da quelli che li hanno

formati.

Consiglierei, infine,

una riforma anche in

àmbito tecnico: i mister

che cambiano società,

nel nuovo campionato,

non dovrebbero

poter allenare la

stessa leva dell’anno

precedente.

Esemplificando: se allenassi

la leva 2012 del

Pincopalla in questa

stagione, e nella prossima

desiderassi trasferirmi

nel Borgosfera,

potrei allenare tutte le

leve tranne quella del

2012, pena la squalifica

per un anno. Così si

limiterebbero le migrazioni

di massa di

baby calciatori da una

società ad un altra.

L’impressione è che

l’intero sistema-calcio

abbia bisogno di essere

riformato a partire dai

campionati. Ti sollecito

su un paio di tematiche:

lo scalino tra dilettantismo

è professionismo

è troppo alto: si

può pensare al ripristino

di una “Serie C2” o

a qualche altra soluzione

per abbassarlo?

A livello professionistico

si sta pensando ad

una Serie C d’élite alla

quale dovrebbero partecipare

squadre che

hanno determinate caratteristiche

e introiti

(specie dal botteghino),

lasciando la Serie

C a formazioni meno

solide, meno strutturate,

magari senza tradizione.

A quel punto, lo

scalino tra Serie D e

Serie C sarebbe più abbordabile.

6


UN’ODE ALLE “ASD”: «SENZA ORATORII, L’UNICO PRESIDIO»

IL NODO DELLA CACCIA ALLE STREGHE NEI CONFRONTI DI CHI SPONSORIZZA LO SPORT: «RIAVVICINIAMO GLI IMPRENDITORI»

Per quanto riguarda

l’Eccellenza ligure,

massimo campionato

regionale, sarà possibile

introdurre uno spareggio

tra seconda e

terza o un play-off per i

team classificati dal secondo

al quinto posto,

visto che al momento

la promozione diretta

in D è garantita solo alla

prima e gli spareggi

nazionali solo alla seconda?

Per l’Eccellenza ligure,

fare i play-off equivarrebbe

a chiudere prima

i campionati per poter

partecipare agli spareggi

nazionali con le

altre regioni.

Questo causerebbe

due problemi: la necessità

di giocare qualche

turno infrasettimanale,

sperando che le allerte

meteo siano più

clementi rispetto alle

u l t i m e s t a g i o n i ;

l’obbligo di chiudere i

campionati con almeno

due settimane di anticipo

rispetto al format

attuale, rischiando

così che molti club

debbano concludere la

propria stagione già a

inizio aprile.

La tua sensazione è

davvero quella che le

“lancette” del calcio dilettantistico

possa tornare

indietro di una

trentina di anni, col

crollo dei budget e drastica

riduzione dei rimborsi

spese, il ritorno

della voce “botteghino”

tra quelle principali

delle entrate?

La mia sensazione è

quella che sia necessario

riformare il pensiero,

l’idea dello sport dilettantistico

a 360°, a

partire dalle istituzioni

politiche.

In concreto: sarebbe

prioritario far riavvicinare

il piccolo imprenditore

allo sport minore

attraverso incentivi

derivanti da riforme

economiche ad hoc.

Per esempio, determinando

che tutti coloro

che investono nello

sport dilettantistico abbiano

la possibilità di

portare a credito di imposta

il doppio della cifra

investita come sponsorizzazione.

Qualcuno dirà che non

è corretto. Io rispondo

che le Associazioni

S p o r t i v e

Dilettantistiche svolgono

un ruolo di primaria

importanza

all’interno della nostra

società. A differenza

della mia generazione,

non si può più giocare

per strada o alla “viva il

parroco” nei pochi oratori

rimasti.

Oggi sei obbligato a

i s c r i v e r t i p r e s s o

un’ASD che si accolla

delle spese e delle responsabilità

importanti.

Qualcun altro potrebbe

obiettare che sarebbe

più trasparente creare

un ufficio apposito,

controllato dalle istituzioni

governative. La

mia nuova controrisposta

sarebbe questa: si

avrebbe una minore

snellezza nelle pratiche,

aumenterebbero i

costi di gestione per la

burocrazia, e alle ASD

arriverebbero meno

soldi di quelli stanziati

dall’azienda che sponsorizza.

Chiudo affermando

che da parte delle autorità

competenti sarebbe

necessario evitare

questa continua “caccia

alle streghe” nei

confronti di chi sponsorizza

le ASD, riversando

piuttosto certa intransigenza

verso gli

evasori seriali.

Negli ultimi anni, il calcio

dilettantistico ha

vissuto al di sopra delle

proprie possibilità?

Pagheremo l’ipocrisia

del politicamente corretto,

come per quanto

riguarda i “rimborsi

spese”, spesso veri e

propri stipendi anche

i n E c c e l l e n z a e

Promozione?

SPORT

Il giornalista Claudio Bianchi nello studio di Dilettantissimo a TeleNord

Ai presidenti e ai dirigenti

nessuno ha mai

puntato la pistola alla

tempia per obbligarli a

elargire lauti rimborsi

spese. Certo, di qui in

avanti sarà necessario

essere meno frivoli nel

prendere certe decisioni.

Per la regolarità

dei campionati, poi, bisognerà

trovare una

formula per far sì che

le società abbiano un

fondo di garanzia, evitando

i ritiri in corso di

stagione; tali fondi verrebbero

restituiti alle

società mese per mese

dalla delegazione di appartenenza

come una

quota di ammortamento,

garantendo la

l i q u i d i t à n e c e s s a-

r i a a l l ’ a t t i v i t à

o g n i m e s e .

Sanremese e Imperia, probabilmente, disputeranno entrambe il campionato di serie D 2020/21

ANCHE A

DOMICILIO

C.so Cavallotti, 161

7


FASE 2

LA “VITA DI QUARTIERE” COME STRATEGIA DI ADATTAMENTO

IL MODELLO DEL COMUNE DI MILANO: LA “CITTÀ” RAGGIUNGIBILE A 15 MINUTI A PIEDI, PIAZZE APERTE, AREE GIOCO E VERDI

Redazione

Sul proprio sito istituzionale,

il Comune di

Milano ha condiviso

con la cittadinanza un

vademecum di diciassette

pagine intitolato

“Strategia di adattamento”.

Allude, chiaramente,

alla gestione della fase

2 che, leggiamo ormai

senza sorpresa, «sarà

caratterizzata da una

radicale modifica degli

stili di vita dei cittadini

e dell'organizzazione

delle città». Tra le conseguenze

pratiche e le

“proposte operative”,

rientra anche la «riscoperta

della dimensione

di quartiere (la città

raggiungibile a 15

minuti a piedi), accertandosi

che ogni cittadino

abbia accesso a

pressoché tutti i servizi

entro quella distanza».

Quella “città nella

città”, insomma, cui

ambisce a diventare

San Martino. Ma ne

possiede realmente le

caratteristiche? La rete

del commercio locale

è variegata, di qualità

e contempla la consegna

degli acquisti a

domicilio. Qualcuno

obietterà: «Eh, ma il risparmio

che mi garantisce

la grande distribuzione...».

Sui prodotti,

certo, ma perché

dimentichiamo sempre

di mettere in conto

il dispendio economico

e temporale per gli spostamenti?

E riguardo alla tanto

invocata digitalizzazione

dei servizi che,

giustamente, sgomenta

gli anziani (e gli

analfabeti digitali):

perché non investire alcuni

esercizi commerciali

del quartiere – su

base volontaria – del

ruolo di “facilitatori”,

di erogatori? Un computer,

una connessione,

una stampante e

una minima esperienza

di navigazione sui

portali più richiesti:

questi i requisiti.

Proseguendo nella lettura

del file, al capitolo

“Azioni immediate”, individuiamo

il paragrafo

“Piazze aperte in

ogni quartiere” che recita

così: «sviluppare

su ampia scala i progetti

di urbanistica tattica

a favore delle pedonalizzazioni,

in particolare

in prossimità di

scuole e servizi e nei

quartieri con minor offerta

di verde, per agevolare

l’attività fisica e

il gioco dei bambini».

Per l’estremo levante

cittadino, dunque,

esclusa ogni possibilità

di pedonalizzazione, significherebbe

accelerare

sensibilmente

l’iter per la realizzazione

della rotonda nel

punto di convergenza

tra corso Cavallotti,

via della Repubblica e

via Lamarmora (che,

come avvenuto alla

Foce, dovrebbe essere

accompagnata da nuove,

piccole aree verdi),

risistemare opportunamente

quantomeno

i giardini “Baden

P o w e l l ” d i v i l l a

Mercede (se non anche

la stessa struttura)

e riattrezzare e riordinare

i parchi gioco della

parte alta di via

Lamarmora e un lungomare

che ad oggi presentano

preoccupanti

livelli di degrado. Tre

punti che sono anche

nel taccuino, come abbiamo

letto nello scorso

numero, dell’Assessore

ai L avori Pubblici

Massimo Donzella, e

che ora dovrebbero

non solo, genericamente,

far parte di un

listone, ma essere contrassegnati

come prioritari.

Sarà davvero così?

Ma soprattutto, rip

r e n d e n d o p e r

l’ultima volta la “Strategia

di adattamento”

del comune di Milano,

«quale società e quale

comunità vogliamo essere

e costruire dopo la

crisi? È doveroso utilizzare

questa fase per

preservare la parte positiva

del nostro modello

di sviluppo riservando

particolare attenzione

a integrarla

con una vera svolta ambientale

e prendendo

in particolare considerazione

le disuguaglianze

presenti nella

nostra comunità, pon

e n d o i l t e m a

d e l l ’ e q u i t à ,

dell’attenzione alle fragilità

e povertà vecchie

e nuove, di un nuovo

concetto di tutela della

salute che non si limiti

solo alla cura e prevenzione

delle malattie».

Sottoscriviamo e rilanciamo.

Una foto di repertorio del «Ponte che non c’è» sul torrente San Martino

«La Spiaggetta», una delle poche oasi libere del litorale

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