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Ottopagine Storie 01

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Otto

pagine

Storie

di Federica D’Ambro

Corri

Chiama

Vivi

Aggressioni davanti i figli, abusi subiti in strada

I centri antiviolenza e la gestione

dei codici rossi non si sono mai fermati

I dati di Salerno confermano

la tendenza in Italia

Corri. Chiama. Vivi. Sarebbe bello se fosse

semplice come scriverlo così, nero su bianco,

come la copertina di quest’articolo. Solo in

questa settimana una donna nel Salernitano ha

chiamato i carabinieri denunciando di essere

stata aggredita fisicamente dal marito dinanzi ai

figli minorenni. Qualche giorno più tardi una ragazza

21enne di Salerno si è recata di sua spontanea volontà in

caserma per denunciare un abuso che ha subito in strada, in

pieno giorno.

segue


Otto

pagine

Storie

Dicono la vita

sia una questione di scelte.

C’è chi guarda la vita

con mille sfumature

di colori,

chi in bianco e nero

e chi si ferma

all’apparenza.

Una gonna corta,

l’acconciatura

al punto giusto,

una scollatura bassa

e il giudizio

è pronto:

se l’è cercata.


Lockdown

+75 per cento

le chiamate

MA CALANO

LE DENUNCE

L'Organizzazione mondiale

della sanità e le numerose organizzazioni

impegnate sul

territorio avevano avvertito

dei rischi durante il lockdown

di aumento di episodi di aggressione

ai danni delle

donne, costrette in casa con

compagni e familiari violenti.

L'Istat ha certificato che la preoccupazione

è diventata realtà.

Dal 1° marzo al 16 aprile, nel

pieno dell'emergenza coronavirus,

sono state 5.031 le telefonate

al 1522, il numero verde

messo a disposizione dal Dipartimento

per le Pari opportunità

della presidenza del

Consiglio per aiutare le vittime

di violenza di genere e

stalking: il 73% in più sullo

stesso periodo del 2019. Le vittime

che hanno chiesto aiuto

sono state 2.013 (+59%). Le

chiamate sono aumentate in

particolare in Sardegna, Toscana,

Umbria, Emilia Romagna,

Lombardia e Lazio. Per

contro, a marzo le denunce per

maltrattamenti in famiglia

sono diminuite del 43,6%,

quelle per omicidi di donne

del 33,5%, tra le quali risultano

in calo dell'83,3% le denunce

per omicidi femminili da parte

del partner. Solo col tempo si

potranno comprendere le motivazioni

del calo, in particolare

delle denunce, che potrebbero

essere legate alla

difficoltà e paura di allontanarsi

da casa e trovare una sistemazione

alternativa. Le

vittime, donne nel 97% dei

casi, un dato costante nel

tempo, appartengono a diverse

classi di età e sono in maggioranza

coniugate, segno che la

richiesta di aiuto proviene da

un tipo di violenza di coppia.

E la maggior parte non denuncia

proprio perché le aggressioni

si verificano per lo più

all'interno di contesti familiari.

La casa è uno dei luoghi

in cui più di frequente avviene

la violenza: il 93,4% di chi si è

rivolto al 1522. Nella maggior

parte dei casi la violenza non

appare un episodio sporadico:

il 74,6% dichiara che dura da

anni (era il 72,6% nello stesso

periodo del 2019), il 18,6% da

mesi. Il 45,3% racconta di

avere paura di morire e per la

propria incolumità, un aumento

di 5,4 punti percentuali

nel periodo 1° marzo-16 aprile

di quest'anno rispetto al 39,9%

dello stesso periodo del 2019.

Nella maggior parte dei casi,

poi, le violenze avvengono

alle presenza dei figli, spesso

minori.

Dicono la vita sia una questione di

scelte. C’è chi guarda la vita con mille

sfumature di colori, chi in bianco e

nero e chi si ferma all’apparenza. Una

gonna corta, l’acconciatura al punto

giusto, una scollatura bassa e il

giudizio è pronto: se l’è cercata.

Una casa di campagna, un cane o

magari uno o più figli. Una cucina

sempre profumata, il grembiule

sempre sporco, un occhio livido

coperto dal fondotinta.

Ci sono storie nella vita di ognuno di

noi che non possiamo leggere con

apparenza. Ogni giorno, per la strada,

potrebbero passarci accanto almeno

dieci donne vittime di violenza di

genere e potremmo non rendercene

conto mai. Perché la violenza non è

semplice a parole. Come la spieghi,

come la giustifichi agli altri quando in

realtà la prima persona con cui non

riesci a giustificarti sei proprio tu, la

vittima. E quante volte ce lo siamo

chiesto, perché a me? A questa

domanda nessun centro antiviolenza,

psicologo, medico, poliziotto o militare

avrà mai una risposta giusta.

Quindi, a fronte degli ultimi due

episodi avvenuti a Salerno, cosa è

successo in questo periodo di

lockdown, quando ogni pubblicità del

Paese, in ogni momento, tra un

programma e l’altro ci intimava di

“restare a casa”?

“L’unico reato che in questi due mesi

non è diminuito è quello del Codice

Rosso”. Ci rispondono dalla Questura

di Salerno. Il codice rosso è una nuova

legge entrata in vigore lo scorso 9

agosto 2019 a tutela delle vittime di

violenza domestica.

“Abbiamo ricevuto almeno 3 o 4

chiamate alla settimana da donne in

difficoltà. Nessun caso eclatante ma se

tanti reati come furto e spaccio sono

diminuiti, è un dato importante sapere

che questo non è cambiato, nonostante

tutto”. Impossibile fare statistiche

rispetto allo scorso anno, non ci sono

ancora i tempi. Sapere, però, che nulla

è cambiato è significativo. Nonostante

tutto, infatti, le donne hanno

continuato a subire violenza.

Nonostante fossero in casa con il

proprio aguzzino, hanno comunque

trovato il coraggio di chiamare e

denunciare.

Lo stesso numero di telefonate è

arrivato anche al centro antiviolenza

del territorio “Linearosa”, gestito

dall’associazione “Spazio Donna”, un

Otto

pagine

Storie


tro la violenza 1522.

“Abbiamo ricevuto molte telefonate

e siamo intervenuti in più occasioni.

In questo periodo per tante donne è

stato più difficile chiamare e, inevitabilmente,

le violenze sono aumentate”.

Conclude Tabano che ha

voluto ricordare la storia di Filomena

Lamberti, salernitana sfregiata

dall’acido per mano del marito

che grazie al centro ha cambiato la

sua vita, scrivendo anche il suo

primo libro “Voci amiche di Spazio

Donna” dove racconta la sua testimonianza.

Filomena oggi, è il volto

che rappresenta gli sforzi e il lavoro

di persone che Vilma Tabano che

non si sono fermate all’apparenza,

non si sono arrese, semplicemente

ascoltando dal 1992.

Quello che emerge è che in due

mesi, secondo i dati forniti della

Questura di Salerno, i casi di viofilo

diretto di ascolto per donne in

difficoltà, che ha come obiettivo

quello di fornire assistenza e tutelare

le donne che subiscono violenza.

“Abbiamo ricevuto almeno tre telefonate

a settimane da donne che ci

chiedevano aiuto”. Ci racconta

Vilma Tabano, presidente di Spazio

Donna che ha voluto spiegarci, step

by step, cosa significa denunciare e

riuscire ad andare avanti.

“Solitamente le donne ci chiamano

per essere aiutate ma ci sono diversi

passaggi da seguire prima di arrivare

alla denuncia definitiva. Una

prima telefonata con gli avvocati,

psicologi e assistenti sociali del nostro

centro, anche in videochiamata

visti i tempi. Successivamente un

secondo colloquio e solo dopo con

piena sicurezza si procede a denunciare

i fatti, l’uomo che li ha causati

e magari anche ad allontanarsi da

quella casa. Non tutte, però, decidono

veramente di andare avanti,

denunciare e cambiare vita”.

Condividere è più facile. Coabitare

rende tutto più difficile. Tra gli

obiettivi dell’associazione quello di

abbattere il muro di silenzio, complicità

che tiene nascosta la violenza

di genere. Il numero del centro è

collegato al numero nazionale con-

lenza non sono diminuiti, le donne

hanno continuato a subire ma, soprattutto,

hanno imparato a denunciare,

ad avere la forza di farlo,

anche con il rischio di essere ascoltate

da un marito, figlio, compagno

violento. Hanno imparato ad abbattere

quel muro di omertà.

Quindi, alla fine della storia, correre

può essere un modo per evadere.

Forse, il primo che salta alla mente

quando si è vittima di una violenza

fisica, sessuale, verbale. Poi però ci

si ferma, ci si guarda intorno e non

è sempre scappando che i problemi

svaniscono, certe volte tornano solo

a bussare più forte.

Chiamare può essere la soluzione.

Per dire cosa? Sono una vittima di

violenza di genere. Viene facile

quando i segni sono visibili sul tuo

corpo in maniera evidente, le persone

riescono a crederti se si vedono.

Ma se la violenza è avvenuta

in passato e se è verbale e psicologica,

chi mi crederà? Sicuramente

persone come Filomena e Vilma.

Più semplicemente persone che

ascoltano guardando oltre l’apparenza.

Vivere è il terzo passaggio, quello

più difficile perché avviene dopo

anni. Una violenza non si dimentica.

Si trova solo il modo di andare

avanti, convivendoci.


Smart

working

a chi?

Il Centro Direzionale senza uffici muore

Cinzia e la rabbia

del Comitato “Uniti per rinascere”


A Napoli esistono

interi quartieri

dedicati agli uffici,

con attività economiche

e commerciali

che vivono di quel

flusso di lavoratori

che entrano

ed escono secondo

orari ben precisi: come

il Centro direzionale

di Claudio Mazzone

La pandemia che stiamo ancora vivendo ha lasciato

segni evidenti di rottura con il passato.

C’è un prima Covid-19 e ci sarà un dopo. A

mutare in maniera sostanziale è stato il mondo

del lavoro e non solo per il numero record di

ore di cassa integrazione richieste ma soprattutto

per la scoperta e l’utilizzo dello smart working.

Questa modalità di lavoro agile che abbatte la socialità e

la mobilità dei lavoratori è perfetta nei frangenti nei quali

il distanziamento sociale è l’unico modo per assicurare la

salute pubblica.

L’utilizzo del lavoro agile però ha conseguenze reali sulle

città, su come sono disegnate, sulle realtà economiche territoriali.

Conseguenze che molti sembrano non aver calcolato

e che oggi appaiono evidenti nella sofferenza reale

delle attività economiche.

Esistono, anche a Napoli, interi quartieri dedicati agli uffici,

con attività economiche e commerciali che vivono di quel

flusso di lavoratori che entrano ed escono secondo orari

ben precisi.


L’interrvista. Parla Cinzia

Il Centro di Direzionale di Napoli è uno di quei quartieri pensati,

costruiti e cresciuti attorno agli uffici. Tra le torri di Pagliara

e Renzo Piano, di 200 attività commerciali esistono e

vivono grazie ai lavoratori che in massa arrivarono al mattino

e vanno via alla sera.

Con lo smart working il Centro Direzionale è diventato un

deserto anche durante gli orari nei quali di solito brulicava di

migliaia di persone. Il quartiere futuristico dell’archistar giapponese

Kenzò Tange si è svuotata e la ripartenza qui significa,

oltre a disinfettanti, mascherine, visiere e guanti, anche desolazione,

bar e negozi vuoti e difficoltà economica reale di sopravvivenza

per le attività economiche.

Il comitato Uniti per rinascere del Centro Direzionale ha organizzato

una protesta silenziosa davanti alla torre del Consiglio

Regionale nell’isola F di un arcipelago di torri che

sembra ormai staccarsi sempre di più dalla città. Ogni attività

ha allestito il suo tavolino per chiedere aiuti concreti anche

alla regione. Ci sono molti striscioni appesi sui quali si legge

la paura, la rabbia e la preoccupazione dei negozianti, dei ristoratori,

dei baristi. “Se lavorare non è più un diritto…Pagare

le tasse non è più un dovere” è scritto con lo spray su un lenzuolo.,

“Riaprire gli uffici per salvare le imprese. Stop smart

working” si legge su uno degli striscioni del Comitato che ha

pensato di cavalcare anche l’onda mediatica del governatore

lanciando un ironico “Presidente posa il lanciafiamme e aiutaci

a rinascere”.

“Siamo qui per mostrare la nostra difficoltà - ci dice Cinzia

Testa, del Comitato Uniti per Rinascere del Centro Direzionale,

che ha un negozio di abbigliamento proprio nell’isola

F/11 - Come siamo stati costretti a chiudere per il Covid-19,

così siamo stati messi allo sbaraglio nell’apertura, senza le

condizioni giuste per lavorare. Noi siamo un mondo com-

Ogni attività

ha allestito

il suo tavolino

per chiedere aiuti

concreti alla Regione

Molti striscioni

sui quali

si legge la paura,

la rabbia

e la preoccupazione

dei negozianti


pletamente diverso, siamo un mondo a parte rispetto al

fronte strada. Qui lavoriamo in funzione degli uffici. Con

lo smart working abbiamo perso il 90% di opportunità di

vendite e di lavoro. Questo vale per la salumeria, per il

giornalaio, per l’abbigliamento, per quanto riguarda anche

la ristorazione. Noi siamo più di 200 attività e siamo tutte

nelle stesse condizioni, dal più grande, il colosso che ha

aperto da quando è stato costruito il Centro Direzionale,

al più piccolo, come me che ha aperto da un anno e mezzo.

Vorrei degli aiuti dello stato. Prestiti a fondo perduto per

sopperire alle perdite che abbiamo sostenuto con la chiusura.

Ma vorremmo fare del Centro Direzionale, che dovrebbe

essere il fiore all’occhiello della città, una zona

franca per permettere agli uffici di tornare nel Centro Direzionale,

visto che molti se ne sono andati per i costi alti

che si sono”.

Nel primo cluster di grattacieli dell’Europa meridionale,

in questo luogo che avrebbe dovuto rappresentare, sin

dagli anni ’80, la capacità di Napoli di vivere una dimensione

nuova, è in atto un nuovo conflitto sociale che dovrebbe

fare da propulsione per ridisegnare le città in un

ottica funzionale che deve fare i conti con un mondo che

dopo questo virus non sarà più lo stesso.

I commercianti che chiedono la fine dello smart working

rappresentano non solo le loro attività economiche ma un

intera realtà geografica che rischia di perdere le sue funzioni,

di essere inghiottita nell’abbandono, nel deserto

umano e sociale di intere torri vuote, di strade senza vita e

di realtà lavorative senza lavoratori.


La fotogallery. Il giorno della protesta


Depuratori,

per la Procura

sono un bluff

Inquinamento ambientale, frode nelle pubbliche forniture,

truffa aggravata, gestione illecita di rifiuti, scarichi di acque

reflue senza autorizzazione, abuso d’ufficio e falsità ideologica

di Enzo Spiezia

ha chiesto le dimissioni

di un assessore della

giunta Mastella perché è

la moglie di uno degli indagati,

e chi ha puntato il

C'èchi

dito in modi diversi contro

la Gesesa, invitando l'amministrazione comunale

ad aprire una istruttoria per accertare se la

società, che gestisce il servizio idrico a Benevento e

in molti comuni del Sannio ed è partecipata in via

maggioritaria dall'Acea, abbia adempiuto agli obblighi.

A distanza di oltre una settimana, fa ancora

sentire i suoi riflessi l'inchiesta della Procura di Benevento

e dei carabinieri del Noe sull'inquinamento

dei fiumi.

Inquinamento ambientale, frode nelle pubbliche forniture,

truffa aggravata, gestione illecita di rifiuti,

scarichi di acque reflue senza autorizzazione, abuso

d’ufficio e falsità ideologico: queste le ipotesi di

reato contestate a vario titolo in un'attività investigativa

supportata da intercettazioni telefoniche e da

una consulenza tecnica disposta dal Pm.

Una indagine che ha chiamato in causa, a vario titolo,

trentatre persone, e ritiene di aver messo a

nudo una serie di criticità nella gestione operativa

dei depuratori da parte della Gesesa, ed i rapporti

con funzionari pubblici e titolari di laboratori di analisi.

Una presunta commistione che, secondo gli inquirenti,

avrebbe consentito alla Gesesa di

risparmiare sui costi attraverso i risultati degli esami

effettuati sui campioni delle acque di scarico, definiti

solo “documentalmente conformi” ai parametri

di legge”. Siamo sereni, dimostreremo nelle sedi opportune

la nostra estraneità a questi fatti”, ha com-


mentato il presidente

della Gesesa Luigi Abbate.

Dodici i depuratori

sequestrati tra Benevento

– Ponte delle Tavole, Capodimonte

e Pontecorvo

– Telese Terme (2), Frasso

Telesino, Melizzano, Forchia,

Castelpoto, Morcone,

Ponte e Sant'Agata

dei Goti – sul presupposto

che siano state riversate

nei corsi d'acqua, la

cui condizione sarebbe

per questo peggiorata,

“acque non o mal depurate”.

Un capitolo non

nuovo alle cronache giudiziarie

sannite. Quello

appena raccontato è infatti

uno dei tronconi di

un lavoro avviato tra la

fine del 2016 e gli inizi del

2017, alcuni mesi dopo la

sentenza con la quale il

Tribunale aveva assolto,

perchè il fatto non sussiste,

ventidue ex o attuali

sindaci ai quali erano stati

addebitati, con posizioni

diverse, le accuse di disastro

ambientale colposo

ed omissione in atti di ufficio.

Un processo sul

quale aveva pesato l'impossibilità

di illustrare in

aula e tener conto dei risultati

delle analisi, dichiarati

inutilizzabili

durante l'udienza preliminare,

su eccezione della

difesa, perchè i campionamenti

e la loro successiva

valutazione erano stati

eseguiti non in contraddittorio.

Un errore non ripetuto

nell'inchiesta bis,

che nel 2018 aveva fatto

registrare il sequestro preventivo

degli scarichi di

sei comuni e degli impianti

di depurazione,

con facoltà d'uso, di cinque

centri, tra i quali il capoluogo.

Lo scorso anno,

poi, erano state archiviate

le posizioni di ventuno

sindaci, a differenza di

quelle degli altri, ancora

in attesa di definizione.

Tre amministratori – uno

in carica, gli altri no –

sono stati coinvolti nell'ultima

operazione, con

l'esecuzione di una ordinanza

del gip Loredana

Camerlengo, impugnata

dinanzi al Riesame. Nei

prossimi giorni saranno

fissate le discussioni dei

ricorsi.


Invisibili,

sanatoria

e ricatti

Mancano le norme attuative ma caporali

già al lavoro per chiedere tangenti

a chi aspira a mettersi in regola

di Rossella Strianese

non sappiamo

nemmeno

quali

saranno le modalità

per accedere

alla “Ancora

regolarizzazione dei migranti che già ci

sono arrivate segnalazioni e voci di tentativi

di ricatto messi in atto da caporali

di diverse etnie pronti a lucrare sui permessi

di soggiorno”. A denunciare è

una delle figure sindacali di riferimento

per i braccianti della Piana del Sele, Giovanna

Basile, della Flai Cgil di Salerno.

Nella Piana non si è mai smesso di lavorare.

Fino a fine giugno si raccolgono

le fragole nelle serre, le aziende forniscono

mascherine e guanti, si lavora una

fila sì e una no per rispettare il distanziamento.

Si calcola solo nell provincia di salerno

la presenza di 12mila braccianti migranti

che vivono in modo pressocché

stabile, in 3mila non hanno il permesso

di soggiorno.

Per loro si apre una possibilità ma il rischio

che i caporali (stranieri e italiani)

mettano le mani sull'ennesima sanatoria

è molto alto. Due, anche tremila euro

per “comprare” il permesso di soggiorno,

per inserirsi nel complesso meccanismo

di una legge che ancora una

volta parte con i migliori auspici ma poi

nella pratica attuativa non riesce a centrare

l'obiettivo. Da giorni si discute del

progetto di regolarizzare i lavoratori immigrati

a cui è scaduto o che non hanno

mai avuto il permesso di soggiorno in

Italia. La proposta, fatta dalla ministra

dell’agricoltura Teresa Bellanova di Italia

Viva e sostenuta da quella dell’interno

Luciana Lamorgese, è inserita nel

decreto Rilancio da 55 miliardi di euro.

Secondo alcune stime potranno accedere

a questa procedura 200mila delle

circa 600mila persone che vivono nel

paese senza un regolare permesso di

soggiorno.

Per la Campania si calcola ci siano almeno

50mila migranti irregolari. Non

solo braccianti agricoli, sfruttati fino allo

sfinimento, ma anche badanti nelle case,

sono le persone più esposte a rischi, perché

senza tutele. Uomini e donne che

potrebbero essere, se regolarizzati e se-


Nella Piana del Sele, tra Eboli e Battipaglia


Separare

le vittime

dai carnefici

significa

operare

uno stretto

controllo

su tutta

la filiera

burocratica

garantendo

il territorio

Storie

Otto

pagine

Alle perplessità

espresse

dal sindacato

si aggiungono

le proteste

degli stessi

lavoratori

irregolari

che in questi giorni

hanno manifestato

a Napoli

contro la sanatoria

guiti dalle organizzazioni

datoriali, inseriti regolarmente

nel mondo del lavoro.

L'obiettivo è proprio il superamento

di ogni possibile intermediazione

illegale,

quando non addirittura criminale,

che sull’inefficienza

del sistema attuale lucra in

termini economici sulla pelle

di migliaia di persone.

Una regolarizzazione richiesta

anche dalle associazioni

di categoria degli agricoltori

italiani, che temono di non

poter svolgere il raccolto per

via della mancanza di manodopera

straniera. Ma questo

vale soprattutto per l'area del

casertanmo dove si registra

una maggiore presenza di

braccianti “stagionali” mentre

nella Piana del Sele ci

sono soprattutto lavoratori

“stanziali”.

Il primo aspetto che non convince

è la durata e la platea

dei beneficiari: la procedura

– che è stata frutto di un

lungo negoziato tra i partiti

di governo – avrà la durata

di soli sei mesi ed è riservata

solo ad alcune categorie lavorative.

Si può chiedere la regolarizzazione

del proprio status attraverso

due canali: i datori

di lavoro possono chiedere

di regolarizzare un immigrato

che vogliono assumere,

oppure i migranti

possono chiedere un permesso

temporaneo di sei

mesi per cercare lavoro. Questo

secondo canale può essere

usato solo da quelli che

potranno dimostrare di aver

già lavorato nei settori lavorativi

previsti dalla riforma,

cioè nei settori della cura

delle persone non autonome,

della casa e l’agricoltura.

“Un gesto di civilità”

“Un gesto di civiltà per ridare

dignità alle lavoratrici e

ai lavoratori invisibili del settore

agricolo”. Così Giuseppe

Carotenuto,

presidente nazionale di

Alpaa, l’associazione dei lavoratori

e produttori agricoli

e ambientali

“Questo provvedimento,

chiesto con forza dalla Flai-

Cgil nazionale, con la campagna#RegolarizzateliTutti,

rappresenta un’opportunità

di crescita e valorizzazione

per tutte le aziende e anche

per le piccole imprese che

potranno intraprendere un

percorso di legalità e di qualità

per la valorizzazione del

lavoro agricolo e dei territori

e dei prodotti agricoli. Giusto

- prosegue Carotenuto - penalizzare

chi pratica il caporalato

e l'intento di

regolarizzare chi lavora in

agricoltura. Dobbiamo però

stare attenti a separare sempre

le vittime dai carnefici chi

è costretto a lavorare senza

tutele non può essere messo

alla stregua di chi sfrutta”

conclude il presidente nazionale

di Alpaa.

Separare le vittime dai carnefici

significa innanzitutto

operare uno stretto controllo

su tutta la filiera burocratica

ma nello stesso tempo controllo

del territorio.

“Per questo abbiamo chiesto

e ottenuto un primo incontro

con il Prefetto di Salerno –

spiega Basile della Flai Cgil –


affinché si metta in atto da

subito il controllo da parte

delle forze dell'ordine su due

aspetti cruciali: il trasporto e

l'ingerenza dei caporali nelle

procedure di ottenimento del

permesso di soggiorno”.

Il trasporto dei braccianti nei

campi resta infatti uno dei

passaggi cruciali della questione.

L’impossibilità di realizzare

l’incontro concreto tra

domanda e offerta in agricoltura

determina situazioni favorevoli

alla diffusione di

transazioni illecite gestite dal

“caporalato” e incrementa la

concentrazione di immigrati

irregolari in zone spesso già

degradate.

Ecco perchè accanto alla possibilità

di emersione del lavoro

irregolare con una

misura che renda “conveniente”

denunciare per il datore

di lavoro, ci deve essere

l’impegno a sottrarre al “caporale”

la sua funzione di

prestatore di servizi o di collettore

tra le esigenze dell’imprenditore

e quelle dei

lavoratori, a partire proprio

dal trasporto e da una serie

diffusa di servizi connessi

come, ad esempio, la proposta

di cibo che viene offerta ai

lavoratori nei campi durante

la loro pausa di lavoro, la garanzia

di riportare i lavoratori

nei loro domicili e così

via.“La soluzione non è

semplice – ammette ancora

Giovanna Basile – Molte

aziende hanno messo a disposizione

dei bus per il trasporto

dei braccianti ma non

basta. La normativa anti contagio

impone che la capienza

dei mezzi debba dimezzarsi

per consentire il distanziamento,

sarebbero necessarie

più corse giornaliere per portare

i lavoratori nei campi e

poi: da dove li fai partire? Insomma

è complicato gestire

tutta la fase. Abbiamo manifestato

il problema anche al

settore trasporti della Regione

Campania, perché si

preveda qualche linea di trasporto

dedicata verso il

luogo di lavoro dal punto di

raccolta del lavoratore. Ma

ripeto: ci sarebbe bisogno di

sedersi a un tavolo e affrontare

tutti gli aspetti della questione”

Alle perplessità espresse dal

sindacato si aggiungono le

proteste degli stessi lavoratori

irregolari che in questi

giorni hanno manifestato a

Napoli contro la “sanatoria

degli invisibili”.

Secondo i manifestanti questo

provvedimento si dimostra

essere molto simile alla

sanatoria del 2009 varata dall'allora

ministro dell'interno

Roberto Maroni, una sanatoria

che generò un giro di

truffe di qualche decina di

milioni d'euro.

Gli attivisti di Potere al Popolo

e il Movimento Migranti

e Rifugiati hanno

organizzato un flash mob

di protesta fuori la Prefettura

partenopea in Piazza del Plebiscito.

“Questa sanatoria è

una truffa – dicono gli attivisti

– il permesso di soggiorno

promesso dalle ministre Bellanova

e Lamorgese esclude

diverse categorie lavorative,

ha una durata irragionevole

di sei mesi che porrà i pochi

soggetti che ne faranno richiesta

in una condizione

di precarietà e ricattabilità da

parte dei datori di lavoro,

oltre a generare tempi di attesa

e lavoro ancora più lunghi

nelle questure. La cosa

più grave – proseguono i


manifestanti – è che il provvedimento

non è orientato secondo principi costituzionali,

dunque, non stabilisce un

processo di emersione dallo status di invisibilità

per fronteggiare e ridurre i rischi

dettati dall’emergenza sanitaria da

Covid-19, ma risponde a esigenze prettamente

economicistiche in favore della

GDO (Grande distribuzione organizzata,

ndr) e dello sfruttamento del lavoro

di cura”.

Le organizzazioni che si occupano di

immigrazione chiedono che il permesso

temporaneo per ricerca lavoro previsto

al comma due della bozza duri più di

sei mesi, sia valido per almeno un anno

e aggiungono che si dovrebbe permettere

non solo a braccianti, colf e badanti

di regolarizzare la propria posizione,

ma a chiunque sia sul territorio italiano

senza permesso di soggiorno, innanzitutto

per ragioni sanitarie e poi per la ricerca

di un lavoro.

Intanto la Regione Campania ha comunicato

che ci saranno controlli sanitari

sugli extracomunitari già presenti in

Campania. «In relazione all’area casertana

e salernitana, per la prima volta saranno

sottoposti a controlli mirati da

parte delle Asl le fasce della popolazione

straniera che torneranno al lavoro con

la riapertura delle aziende»: il riferimento

del presidente della regionale

Campania, Vincenzo De Luca, è ai braccianti

agricoli di Terra di Lavoro e della

Piana del Sele. Palazzo Santa Lucia ha

stanziato 360mila euro per «interventi

di assistenza integrata, cura e trattamento

al fine di salvaguardare la salute

dei migranti» delle due zone agricole.

Le aziende hanno bisogno di manodopera

visto che i lavoratori dell’est Europa

non sono rientrati a causa delle

frontire bloccate per il Covid-19.

IL 5 APRILE

De Luca aveva presentato il Piano socio

sanitario per affrontare l’emergenza

pandemia, una sezione era dedicata

proprio ai braccianti migranti: 3.748.880

euro totali per interventi che includono

anche «sistemazione di immobili destinati

al temporaneo alloggio degli immigrati,

(1.473.000 euro); acquisizione di

servizi di trasporto per supportare la

mobilità, contrastando il rischio di contagio

tra i lavoratori (350mila euro)».

Gli interventi su alloggi e trasporti per

ora non si sono visti.

«Oggi non abbiamo più per fortuna i

grandi ghetti come quello di san Nicola

Varco – spiega Anselmo botte della Cgil

Salerno, da anni impegnato sul territorio

al fianco dei lavoratori stranieri – Restano

tuttavia diverse situazioni di

degrado e resta irrisolto il nodo del trasporto.

La legge 199 del 2016 contro il

caporalato prevede protocolli tra enti

pubblici e aziende per istituire un servizio

sicuro, in modo da togliere un’arma

agli sfruttatori ma è rimasta lettera

morta. Lo stanziamento della Regione

Campania rapprresenta sicuramente un

aiuto importante ma è comunque legato

all'emergenza sanitaria. Il nostro auspicio

è che presto si possa affrontare il

tema del lavoro straniero nei campi in

modo strutturale e duraturo”.

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