Giugno 2020

toscanacultura

La Toscana nuova - Anno 3 - Numero 6 - Giugno 2020 - Registrazione Tribunale di Firenze n. 6072 del 12-01-2018 - Iscriz. Roc. 30907. Euro 2. Poste Italiane SpA Spedizione in Abbonamento Postale D.L. 353/2003 (conv.in L 27/02/2004 n°46) art.1 comma 1 C1/FI/0074


Un connubio di gusto, stile ed eleganza

nella magica cornice del

Piazzale Michelangelo

Ristorante La Loggia

Piazzale Michelangelo 1 - 50125 Firenze

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Sommario giugno 2020

I quadri del mese

Silvano Sordi, Visione di un castello, tecnica mista e acrilico, cm 100x120

+ 39 3337977627

silvano.adriana@alice.it

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Pinocchio rivive nell’interpretazione di Gabriel Diana

Luciano Pasquini, maestro della pittura di paesaggio

Riflessioni sulla poesia con Giancarlo Bianchi

Dorothea Lange, la fotografa degli “ultimi”

Cristina Garzone, instancabile narratrice per immagini

Il percorso di Giusi Naletto tra pittura e grafica

Racconti sull’amore nel terzo libro di Federico Fabbri

Un ricordo di Lelia Secci ad un anno dalla scomparsa

John Ruskin all’origine del “mito” dell’arte fiorentina

Xiyu Guo: il paesaggio come dimensione dell’anima

Maria Cristina Ghelli racconta il Teatro delle Donne a Calenzano

Benessere della persona: come scegliere il bagnoschiuma

Dimensione salute: l’attesa del vaccino contro la pandemia

Psicologia oggi: quando la coppia “scoppia”

Qiu Yi, volto contemporaneo di una tradizione millenaria

La poesia dell’esistenza nella pittura di Joanna Aston

Melania Russo, stilista dall’anima green

Il romanzo di Gabriella Bonaiuti sulla ricerca delle origini

Brazil, i voli pindarici di un uomo libero

Riccardo Salusti: dalla pittura un messaggio di speranza

Piaff, Modugno, Prêtre: interpreti della musica mondiale

La natura, forma simbolica del tempo per Nicole Guillon

Il Museo del figurino storico a Calenzano

Il nuovo progetto editoriale di Roberto Mosi

Elena Migliorini, pittrice dalla realtà al simbolo

Intervista a Riccardo Fogli, toscano doc e tifoso viola

Gianni Aricò protagonista a Venezia nella rassegna AqvArt

Colore e geometria nei racconti fantastici di Rolando Rovati

Speciale Pistoia: la Biblioteca San Giorgio

Arte del vino: il gioco degli abbinamenti con il pesce

La scomparsa di Giorgio Weber, patologo tra gli artisti

Il Circolo di scrittura autobiografica ad Anghiari

L’avvocato risponde: l’emergenza giuridica da Coronavirus

Il Movimento Life Beyond Tourism oltre il Codiv-19

Il protocollo di sanificazione di B&B Hotels Italia

Di tutto di più, “paradiso” dell’usato a Montelupo Fiorentino

La Fornace de’ Medici: cucina e storia alle porte di Firenze

Sandra Landi, letterata in versione social contro la pandemia

Storia delle religioni: la crocifissione nell’uomo della Sindone

Arte nel tempo: Rinascimento, cibo per lo spirito

Cultura e impresa s’incontrano in una shopping bag

Loretta Casalvalli, Pace nel giardino, olio su tavola, cm 40x50

Opera dedicata a Chiara in occasione della Festa della Donna 2020

loretta.casalvalli@live.it

La Toscana nuova - Anno 3 - Numero 6 - Giugno 2020 - Registrazione Tribunale di Firenze n. 6072 del 12-01-2018 - Iscriz. Roc. 30907. Euro 2. Poste Italiane SpA Spedizione in Abbonamento Postale D.L. 353/2003 (conv.in L 27/02/2004 n°46) art.1 comma 1 C1/FI/0074

In copertina:

Gabriel Diana, Pinocchio, acciaio

corten e bronzo, mt 5

Periodico di attualità, arte e cultura

La Nuova Toscana Edizioni

di Fabrizio Borghini

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Tel. 333 3196324

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Anno 3 - Numero 6

Giugno 2020

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Testi:

Ugo Barlozzetti

Laura Belli

Paolo Bini

Margherita Blonska Ciardi

Doretta Boretti

Fabrizio Borghini

Lorenzo Borghini

Francesca Brandes

Erika Bresci

Claudio Caioli

Viktorija Carkina

Jacopo Chiostri

Nicola Crisci

Maria Grazia Dainelli

Massimo De Francesco

Aldo Fittante

Giuseppe Fricelli

Serena Gelli

Stefano Grifoni

Stefania Macrì

Giuseppina Maestrelli

Elisabetta Mereu

Federica Murgia

Emanuela Muriana

Lucia Petraroli

Elena Maria Petrini

Antonio Pieri

Daniela Pronestì

Valter Quagliarotti

Silvia Ranzi

Lucia Raveggi

Barbara Santoro

Gaia Simonetti

Francesca Vivaldi

Foto:

Mynor Bejarano

Cristina Garzone

Nicole Guillon

Dorothea Lange

Roberto Mosi

Silvano Silvia

Paul S. Taylor

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Ritratti

d’artista

Gabriel Diana

Il noto scultore diventa "Geppetto" per far rivivere Pinocchio

di Lucia Raveggi

Pinocchio, la marionetta più famosa

al mondo, ha profondamente

ispirato lo scultore

Gabriel Diana al punto da dedicargli

un’opera monumentale. Il maestro intendeva

in un primo tempo donarla alla

Fondazione Nazionale Carlo Collodi ma

la pandemia ha deciso tutt’altro e l’opera

ultimata continua ad affinare la propria

patina nella fonderia fiorentina Il

Cesello. Tutto è iniziato a Firenze in occasione

di una cena al ristorante La Loggia

a cui il maestro Diana era presente,

insieme alla moglie, essendo stato invitato

dal giornalista Fabrizio Borghini

per ricevere un riconoscimento. Nel

corso della serata, l’artista ha conosciuto

Pier Francesco Bernacchi, presidente

della Fondazione Nazionale Carlo Collodi

e del famoso Parco di Pinocchio.

Affascinato dai lavori del maestro, Bernacchi

gli ha regalato una copia dell’edizione

originale di Pinocchio scritta da

Carlo Lorenzini. Questo piccolo volume,

che inizialmente Diana pensava di

conservare soltanto come un bel ricordo,

è stato invece per

lui un’autentica rivelazione.

Come accade

con la Bibbia, che magicamente

converte il

miscredente, Pinocchio

è riuscito con poche

pagine a convertire

il maestro con i suoi significati

filosofici. Invece

di essere, com’è per

tanti altri, un racconto

avventuroso, Pinocchio

si è rivelato per Gabriel

Diana un’allegoria della

società moderna che ha

nutrito il suo spirito e

l’ha spinto a porsi tante

domande sulle quali è

importante interrogarsi.

Pinocchio è diventato

agli occhi dell’artista

uno dei personaggi più

importanti che abbia

Il bozzetto dell'opera

mai incontrato. Interpretandolo

come un’immensa allegoria

della spiritualità e della

società moderna, lo scultore,

incuriosito, ne ha cercato

le origini, trovando conferma

alle sue teorie. Chi non ha conosciuto

Pinocchio nel corso

dell’infanzia o anche dopo?

Chi mai può ancora ignorare

l’esistenza di questa marionetta

pilastro della cultura

popolare e di un libro tra i

più tradotti al mondo dopo la

Bibbia, il Corano ed il Piccolo

Principe? Diana ha scoperto

che dietro questo personaggio

di fantasia si nasconde

tutt’altro significato. La storia

della marionetta che tenta

di diventare un bambino

in carne ed ossa, nasconde

un profondo racconto spirituale

che affonda le radici nei misteri

dell’occultismo. I dialoghi molto schietti

e talvolta brutalmente onesti all’inter-

Il disegno preparatorio

L'artista al lavoro nello studio

no del racconto descrivono il mondo

moderno e formulano forse un modo

per fuggire dalle sue trappole. Un’atten-

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GABRIEL DIANA


In questa e nelle altre foto, la lavorazione dell'opera in fonderia

ta riflessione ha preceduto la realizzazione

dell’opera monumentale di Diana,

in cui Pinocchio appare in una fase positiva.

L’artista lo ha reso cosciente e la

marionetta nell’opera sta fuggendo dalla

trappola. Questa immagine, tra l’altro

confermata da riferimenti letterari,

mostra l’artista affascinato dall’idea di

utilizzare per esprimere le proprie convinzioni

un personaggio simpaticamente

testardo. Con la medesima filosofia

di Lorenzini, il maestro Diana ha voluto

lasciare al pubblico la libertà di scegliere

tra due diverse chiavi di lettura.

La prima rivolta ai bambini o a chi vede

nell’opera Pinocchio che sta cavalcando

un’onda alla ricerca di Geppetto ingoiato

dalla balena; la seconda, avvolta

di simbolismo, completa la prima senza

sostituirla. Il Pinocchio monumentale

di Diana è un’opera destinata ad essere

senza dubbio apprezzata dal grande

pubblico ma anche da coloro che, leggendo

tra le righe, saranno in grado di

coglierne il significato nascosto. Dare

vita al suo Pinocchio, diventando così

il Geppetto dei tempi moderni, è stato

un cambiamento che ha entusiasmato

l’artista. Pur non lavorando il legno

ma l’acciaio e il bronzo, Gabriel Diana

riesce ad animare i suoi personag-

Gabriel Diana con Pier Francesco Bernacchi, presidente della Fondazione

Nazionale Carlo Collodi

gi attraverso il movimento ed il gesto.

A volte questo aspetto dinamico si accompagna

ad un velo di trasgressione

che non conosce la minima

violenza o volgarità.

Un gioco sottile che

dà molto gusto all’artista.

Questo suo primo

Pinocchio rappresenta

la famosa marionetta

dal naso lungo che corre

svelta sulla cresta di

un’onda gigante alla ricerca

di Geppetto. Un

Pinocchio che sta fuggendo

la trappola. Sempre

con grande rispetto

per il racconto di Lorenzini,

Diana ha rincorso

per mesi la sua

meta: realizzare in un

primo tempo un Pinocchio

di acciaio corten e

bronzo di oltre 5 metri

di altezza e successivamente

un altro Pinocchio

più piccolo che, di

fronte all’imponente dimensione

di una scultura

votiva etrusca (4,

70 metri), sembra interrogarla,

meravigliandosi di scoprire la

sua origine etnica. Ma di questo si parlerà

nel prossimo articolo.

GABRIEL DIANA

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Incontri con

l’arte

A cura di

Viktorija Carkina

Luciano Pasquini

Dalla giovanile passione per il disegno alle tappe di una

luminosa carriera dedicata alla pittura di paesaggio

di Viktorija Carkina

Com’è nata la passione per l’arte?

E’ nata fin da quando ero bambino.

Da un lato avevo mio fratello che si

dedicava all’arte surrealista ed è tuttora

un grande appassionato di storia dell’arte.

Con lui ho passato tanto tempo a riflettere

sulla pittura e sulla scena artistica

odierna. Dall’altro lato sono stato fortunato

a frequentare le prime classi elementari

nel comune d'Impruneta, alla scuola di

San Gersolè, sotto la guida della maestra

Maria Maltoni. Gli alunni stavano tutti nella

stessa aula e così potevo guardare i più

grandi disegnare. Visto che erano tutti figli

di contadini della zona, i soggetti che

raffiguravano erano scene di vita rurale.

Mi ricordo tuttora che rimasi impressionato

da quelle scatole grandi, contenenti

ciascuna dei bellissimi pastelli di trentasei

colori diversi. Così, nei primi anni scolastici,

ho iniziato a disegnare, ma dopo

ho abbandonato la pittura e non ho ripreso

a disegnare fino all’età di ventotto

anni, quando la mia fidanzata (che ora è

mia moglie) mi ha regalato una cassetta

di colori ad olio. Ho ripreso a disegnare

scegliendo come soggetti i paesaggi toscani

e il mondo floreale. Nel 2005, quando

m’invitarono ad un evento organizzato

dalla mia prima maestra, scoprii dei cataloghi

della Einaudi dove erano stati pubblicati

disegni fatti da bambini della scuola.

Riconobbi quei paesaggi rurali, accorgendomi

che quelle erano le radici della mia

produzione artistica. Anche se vorrei sottolineare

che non mi ritengo un artista,

ma un artigiano.

Hai fatto studi accademici nell’ambito

della pittura?

No, e ne sono contento. Secondo me l’istruzione

accademica toglie il tratto distintivo

del pittore, il quale si adegua a delle

regole, perdendo così il proprio stile. Ho

preferito conservare il mio tratto distintivo

che mi rende riconoscibile. Penso di

aver fatto la scelta giusta e devo dire che

ritengo la mia vita fortunata pittoricamente

parlando. Tante volte le mostre temporanee

si sono trasformate in permanenti,

poiché mi hanno chiesto di lasciare le mie

opere. Bisogna dire che ho avuto anche

la fortuna di incontrare le persone giuste.

Alcuni dei miei grandi incontri sono stati

quelli con la galleria Bottega d’arte di Bologna,

con la Galleria Orler e con tanti al-

www.florenceartgallery.com

tri musei e gallerie che nel corso della mia

vita hanno organizzato numerosissime

mie mostre. Anche gli incontri con i critici

d’arte sono stati molto importanti, come

per esempio quello con lo storico Giovanni

Faccenda, che mi ha accompagnato nel

mio percorso artistico e ha curato diverse

mie mostre. Un altro incontro fortunato

è avvenuto alla mia mostra presso

Palazzo Venezia con il regista Michelangelo

Pepe, che mi ha chiesto di girare un

film sulla mia vita e sul mio lavoro. Il documentario

si può trovare sul mio sito e

spesso lo proietto anche all’ingresso delle

mie mostre.

Per quanto riguarda i grandi pittori,

qual è stato il tuo primo grande amore?

Sicuramente mi sento vicino al mondo

Caducità e non so cos'altro (2008), olio su tela, cm 80x100

Eppure pareva d'esserci (2008), olio su tela, cm 80x80

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LUCIANO PASQUINI


Permettere la bellezza (2008), olio su tela, cm 80x60

I sentieri da inventare (2012), olio su tela, cm 60x80

dell'Impressionismo e all'arte di Vincent

Van Gogh. Mi piace viaggiare e ricordo

che quando andai con mia moglie ad Amsterdam

rimasi molto colpito dal Museo

Van Gogh. Però gli interessi verso la pittura

di altri artisti non hanno mai influenzato

la mia produzione. Creando i miei quadri

mi appoggio soltanto sulla mia voce interiore

e sul mio intuito.

I tuoi quadri sembrano delle poesie in

immagine. Quali sono le tue ispirazioni?

Ciò che mi ispira a dipingere la natura

è la natura stessa. Amo raccogliere

Chiome lucenti (2012), olio su tela, cm 120x100

i fiori di campagna dove vivo. Quando

vedo un vaso di fiori e accanto una tela

ancora bianca mi sento ispirato. Mi

alzo sempre presto e dipingo tutto il

giorno, ma devo ammettere che non

sono mai pienamente soddisfatto del

lavoro svolto. Amo dipingere soprattutto

i colori della primavera, ma alcune

volte mi capita di dipingere anche la

vegetazione invernale, ovviamente paesaggi

di campagna, non di montagna.

Tutti i miei quadri sono legati al luogo

in cui sono vissuto, sia da piccolo che

durante l’età adulta. Sono sicuro che

non mi stancherò mai di dipingere fiori,

paesaggi rurali, tetti delle case

rustiche e paesaggi marini.

Nei tuoi paesaggi toscani non

troviamo presenze umane. Sono

paesaggi interiori ma sembrano

dipinti en plein air perché

riflettono i colori che cambiano

a seconda dell’ora del giorno. Ci

potresti raccontare come si svolge

la creazione di una tua opera?

Tutti i miei soggetti sono legati ai

paesaggi e alla natura ma non sono

dipinti en plein air, perché ho

sempre preferito dipingere all’interno

dello studio. Non mi serve

d’aiuto avere davanti uno scorcio

oppure una fotografia, mi bastano

la mia tavolozza e la mia fantasia.

I miei dipinti nascono sempre

d’impulso, quando meno me lo aspetto.

Nei primi venti anni usavo colori

più spenti, mentre ultimamente sono

diventati più marcati. Sento che oggi

bisogna parlare più forte per essere

ascoltati. Il mondo è cambiato e perciò

sono cambiate anche le mie scelte

cromatiche.

Ci sono delle mostre in programma?

Il 2020 prometteva di essere l’anno più

ricco di programmi che io abbia mai

vissuto. Ad aprile doveva tenersi una

mia mostra al Castello Visconteo con

la presentazione di Giovanni Faccenda.

Un'altra mostra doveva svolgersi a Casa

Buonarroti, ma sia queste due che

tante altre esposizioni al momento sono

state rinviate. Spero che si potranno

riproporre a breve, ma al momento

non ho informazioni ufficiali.

Cornici Ristori Firenze

www.francoristori.com

Via F. Gianni, 10-12-5r, 50134 Firenze

LUCIANO PASQUINI

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La voce

dei poeti

Riflessioni sulla poesia nell’intervista

a Giancarlo Bianchi

di Fabrizio Borghini

Com’è nata la tua passione per

la poesia?

Da sempre scorre nel mio sangue, gli esseri

umani devono necessariamente comunicare

e ognuno lo fa con i mezzi che

ha a disposizione.

Quando è nata questa tua passione?

Scrissi la mia prima poesia a 14 anni;

mi trovavo a Montemignaio in Casentino

con i miei nonni paterni per trascorrere la

stagione estiva e nacque Ciao Montemignaio/dall’aspetto

gaio…

La forma secondo te è essenziale per

la poesia?

Penso che comunque necessiti energia

come ebbe a dire Marguerite Yourcenar:

«Per me poeta è qualcuno che è in contatto,

qualcuno attraverso cui passa una

corrente». Forme e contenuti, binomio

che, appunto, tiene se c’è energia ritmico

immaginativa. Penso a Orfeo, alla lira

a sette corde, penso ai miei due maestri,

Oxilia e Manescalchi, penso a quella palestra

poetica che è stata la rivista fiorentina

Hellas fondata e diretta da Carmelo

Mezzasalma, di cui sono stato segretario

di redazione.

Giancarlo Bianchi (ph. Geo Bruschi)

Le tue poesie nascono da un’esperienza

religiosa, confermi?

Dice Jabes: «Dio prima dell’uomo ha pensato

il mondo come poeta? La sua parola

è creazione, l’universo in questo caso

non sarebbe che il suo poema e dunque

una leggibile eternità». In altre parole anche

il tempo dunque sarebbe formato da

eoni e la mia esperienza poetica credo di

viverla in maniera cosmica più che religiosa,

non proprio confessionale: il teologo

Anita Norcini Tosi definisce quella

energia di cui parlavo “alchimia pericoretica”.

Se Dio è il creatore dell’universo, cosa

puoi dire in merito?

Sono rimasto affascinato dal seminario

che James Hillman tenne a Firenze il 18

ottobre 1981, mi ha coinvolto questo suo

disperato bisogno di anima o per meglio

dire, di fare anima, ovvero l’eventuale

ritorno, appunto, dell’anima nel mondo,

esperienza che ho provato vivendo

dall’interno la vita della rivista Hellas.

Il tuo rapporto con la forma?

La forma nella poesia è conseguenza,

conferma i contenuti. Cito un verso di

Khayyàm, “Il creatore,

allorquando plasmò

adorne forme e

nature”, è un modo

per dire e confermare,

almeno per come

la vedo io, che la

poesia è creazione,

quindi conseguentemente

forma.

De Sanctis diceva

che la poesia deve

essere una sintesi

tra cuore e lavoro,

che bisogna lavorare

sulla forma, confermi?

Io rivedo oggi la mia poesia con il cuore;

dice il De Sanctis nella sua Storia della

letteratura italiana: «La forma nella sua

assolutezza è l’anima del mondo la cui

intima, più reale propria facoltà è parte

potenziale, è l’intelletto universale, come

il nostro intelletto».

Come commenti la poesia di oggi?

Ho avuto la fortuna di nascere e abitare

a Firenze, città viva, che offre molte

opportunità, prima fra tutte, il Pianeta

Poesia fondato e diretto da Franco Manescalchi,

con cui collaboro, la cui

attività ventennale è descritta in tre volumi

Atti di Pianeta Poesia. Ricordo con

l’occasione che recentemente la Biblioteca

Marucelliana in data 20 giugno 2018

ha acquisito i materiali del Fondo a lui intestato.

Dunque, la poesia di oggi è una

stupenda avventura tutta da vivere e da

scrivere.

Qual è il tuo rapporto con la realtà, con

le cose?

Di distacco, le cose che mi circondano

appartengono a Dio, io sono solo un amministratore

delle sue cose, appunto.

Come ti poni nella tradizione dei poeti

cristiani?

Spero che una critica illuminata trovi una

motivazione alla mia poesia; Anita Norcini

Tosi ha visto in essa, come già detto,

“alchimia pericoretica”. Comunque

ritengo che sono gli altri che devono parlare

della poesia che le muse mi hanno

concesso, non io. La tradizione cristiana

è anche la tradizione delle nostre radici

ed è inserita nella nostra cultura il cui

centro è l’amore universale, cosmico addirittura,

scaturito dalla fede che io ho la

fortuna di avere.

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GIANCARLO BIANCHI


A cura di

Nicola Crisci e Maria Grazia Dainelli

Spunti di critica

Fotografica

Dorothea Lange

La fotografa degli “ultimi”

di Nicola Crisci / foto Dorothea Lange

Nata nel New Jersey nel 1895,

Dorothea Lange ha trascorso

un’infanzia segnata dalla malattia

e da problemi familiari. Dopo le

scuole superiori, decide di diventare fotografa

nonostante le idee contrastanti

della madre con la quale non ha mai avuto

un buon rapporto. Apprese le tecniche

del ritratto alla Clarence White School di

New York nel 1917, l’anno successivo

si trasferisce a San Francisco dove apre

uno studio fotografico aderente ai principi

della Straight photography, tendenza

espressiva diffusasi nella prima metà del

Novecento in opposizione al Pittorialismo.

La fama di Dorothea Lange è legata

soprattutto alle foto dei migranti nel periodo

della grande depressione nelle zone

rurali degli Stati Uniti; di lei vengono

apprezzati, in particolare, il rispetto e la

delicatezza mostrati nel ritrarre il disagio

e la sofferenza delle persone con immagini

di grande suggestione. Oltre a i migranti

della crisi del '29, ha immortalato

le vittime dello sfruttamento e dell’oppressione

a causa del razzismo e gli

americani di origine giapponese nei campi

di concentramento durante la seconda

guerra mondiale. Nel dolore di queste

persone, i cui corpi vengono spesso ritratti

in modo frammentato, rivive l’esperienza

della malattia da lei affrontata

all’età di sette anni a causa della poliomielite:«Mi

ha formato, guidato, istruito,

aiutato e umiliato. Sono consapevole

della sua forza e del suo

potere», afferma Dorothea. Una

delle sue fotografie più famose

è Migrant mother, ritratto di una

lavoratrice della California che

si sposta di paese in paese con

i suoi bambini. Lo sguardo della

donna è profondo e angosciato,

ma non è un’immagine dolorosa,

quanto invece espressione di orgoglio,

grande dignità e desiderio

di riscatto. Pur essendo colmi di

incertezza e preoccupazione, gli

occhi della donna guardano oltre

la macchina fotografica, verso un

futuro incerto ma possibile. Oggi

conservato a Washington presso

la libreria del Congresso, questo

scatto ha interpretato lo stato

d’animo di un’intera nazione allora

piegata e sofferente. Dopo aver

collaborato alla nascita, nel 1947,

dell'agenzia Magnum, nel dopoguerra

lavora come fotografa di

Life. Deceduta l’11 ottobre del

1965, qualche mese dopo il Mo-

MA di New York le ha dedicato

un’imponente personale. Attualmente,

i suoi scatti sono riuniti

in un archivio conservato all’Oakland

Museum of California, grazie

alla donazione del marito Paul

Shuster Taylor.

Dorothea Lange in Texas (1934, ph.Paul S.Taylor)

Madre migrante (1936)

Prima di salire su un autobus diretto a un centro di

internamento (1942)

Mensa dei poveri degli angeli bianchi (1933)

DOROTHEA LANGE

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Obbiettivo

Fotografia Personaggi

A cura di

Maria Grazia Dainelli

Cristina Garzone

Da Lalibela a Matera, il racconto di un’instancabile

narratrice per immagini

di Maria Grazia Dainelli / foto Cristina Garzone

Come e quando nasce la tua

passione per la fotografia?

L'amore per la fotografia ha sempre

abitato nel mio cuore, ma è stato nel

corso di uno dei primi viaggi intrapresi

con mio marito Giacomo in Cina e

precisamente mentre eravamo in piazza

Tienanmen che ha avuto inizio quel

processo interiore emotivo e mentale

che mi ha portato a desiderare di immortalare

gli attimi irripetibili che stavo

vivendo. Il Natale successivo mi

hanno regalato una macchina fotografica,

da lì è iniziata la mia avventura.

Qual è il tuo genere fotografico?

I miei scatti sono legati alla passione

per i viaggi che programmo da sempre

insieme a mio marito e non in gruppo.

Amando fotografare la gente, ho

necessità di comunicare ed interagire

con loro e non correre da un posto

all’altro come costringono a fare i viaggi

organizzati.

Hai frequentato corsi o workshop?

Scelsi di fare il primo corso di fotografia

per approfondire il reportage

di viaggio al Centro sperimentale

di Prato con Nino Ceccatelli; la sua

competenza e severità sono state determinanti

per la mia crescita professionale.

Da quanto tempo fai parte del Club

Fotografico il Cupolone?

Sono socia del club dal 2007, quando

era presidente il compianto Marcello

Materassi, personaggio ancora oggi

ricordato e stimato nel mondo della

fotografia amatoriale che ha sempre

apprezzato le mie foto spronandomi ad

andare a vedere mostre e a partecipare

a concorsi internazionali.

Come ti avvicini ai soggetti scelti per

le tue foto e come entri in relazione

con loro?

E’ importante rispettare la dignità dell’altro,

per questo cerco sempre di avvicinarmi

in punta di piedi e di instaurare un

rapporto vero. Bisogna entrare nel loro

quotidiano, osservare quello che fanno e

non avere fretta di scattare; se poi viene

fuori la foto, per me è una grande gioia.

Hai partecipato a numerosi concorsi

nazionali ed internazionali vincendo

tantissimi premi: quali sono stati i

più significativi?

E’ difficile scegliere… Tra quelli nazionali,

il miglior autore al Gran Tour delle colline,

8 Marzo Fotografia, Manfredonia Fotografica

e il primo premio a Garbagnate. Tra

gli internazionali, ricordo con soddisfazione

il miglior autore della Turkish Airlines

nel 2019 e i premi conseguiti per ben due

Cristina Garzone

volte ad Abu Dhabi: nel 2008 il 3° Emirates

Photographic Competition e nel 2014

il primo premio assoluto Grand Prize come

miglior autore con il progetto Momenti

decisivi sul tema del misticismo copto,

realizzato a Lalibela, in Etiopia, dove mi sono

recata per ben cinque anni consecutivi

sempre nello stesso periodo per ritrovare

le stesse luci.

Puoi parlarci del progetto realizzato

a Matera?

Ho iniziato a scattare a Matera nel 2015,

provando emozioni molto intense nella

mia terra dalla quale mancavo da più di

trent’anni. Ho fotografato grandi artisti nei

loro studi, come il maestro Franco Artese

che costruisce presepi conosciuti in tutto

il mondo. Mi sono poi ritrovata nel laboratorio

di Andrea Sansone che stava realizzando

il carro trionfale per la Festa della

Bruna, patrona di Matera. E’ lì che è na-

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CRISTINA GARZONE


ta l’idea di contattare l’Associazione Maria

SS. della Bruna che mi ha successivamente

autorizzato a documentare questa famosa

festa religiosa. Per questo progetto

che mi ha impegnato per ben cinque anni

ringrazio il presidente Mimì Andrisani,

il delegato arcivescovile don Vincenzo di

Lecce responsabile della festa e tutti gli

amici dell'associazione.

Le ultime mostre che hai realizzato?

Nel 2014, ho esposto le foto sul misticismo

copto nella chiesa di San Giorgio ad

Albenga su invito di Paolo Tavaroli, presidente

del Circolo San Giorgio. Il 2 giugno

2018 ero invece a Matera per esporre,

grazie al presidente Mimì Andrisani,

gli scatti sul misticismo copto insieme a

quelli sulla Festa della Bruna in un luogo

emblematico della città, l'ex ospedale di

San Rocco. E' stato un modo per mettere

in relazione due tradizioni diverse ma anche

due luoghi accomunati dal fatto di essere

ambedue costruiti nel tufo, e quindi

non solo Matera ma anche la chiesa etiope

di Lalibela. Lorenzo De Francesco, responsabile

del dipartimento AV della FIAP,

ha realizzato, in quest’occasione, due audiovisivi,

entrambi proiettati alla mostra e

presentati alla manifestazione internazionale

Dia sotto le stelle nel 2019 a Busto

Arsizio, alla presenza del vicesindaco di

Matera Nicola Trombetta.

Un altro traguardo importante è stata

la pubblicazione di un libro; com’è

nata l'idea?

Paolo Tavaroli mi ha spinto a pensare ad

una pubblicazione dal titolo Misticismo

copto, libro che è stato presentato ad Albenga

il 22 febbraio di quest’anno. Accanto

alle immagini sono riportati articoli

di personaggi di spessore: dal vescovo di

Matera, Antonio Giuseppe Caiazzo, che ha

scritto l'introduzione, al segretario generale

dei Copti Derres Araia, e ancora Fulvio

Merlak presidente onorario della FIAF, Lorenzo

De Francesco, Mimì Andrisani, Nicola

d'Imperio, Orietta Bay, Paolo Tavaroli e

Carlo Ciappi che ha scritto il testo conclusivo

e ha curato l’editing. Mio marito Giacomo

ha realizzato l’impaginazione grafica

e la traduzione in inglese per venire incontro

alle richieste che mi sono pervenute

dall’America, dalla Francia e dall’Austria.

Recentemente hai ottenuto un riconoscimento

FIAP molto importante:

quale progetto fotografico ti ha consentito

di aggiudicarti questo prestigioso

titolo?

Sono l’unica donna in Italia ad avere ottenuto

il riconoscimento Maitre della

FIAP con venti immagini sul misticismo

copto. Sono stati scelti quattro fotografi

fra trentaquattro candidati da tutto il

mondo. Questa fantastica comunicazione

mi è arrivata lo scorso 3 aprile.

Altre mostre fotografiche in calendario?

Avevo in programma una mostra a Trieste

e un’altra a Biella ma sono state

rinviate al prossimo anno a causa del

Coronavirus. Sto pensando di pubblicare

altri due libri: uno sulla mia amata

Basilicata e un altro sull'Oriente dove

mi sono recata numerose volte.

Per concludere: cos'è per te la fotografia?

Una cosa magica da condividere con

tanti amici.

www.cristinagarzone.it

FOTOGRAFIA PASSIONE PROFESSIONE IN NETWORK

www.universofoto.it

Via Ponte all'Asse 2/4 - 50019 Sesto F.no (Fi) - tel 0553454164

CRISTINA GARZONE

13


Ritratti

d’artista

Giusi Naletto

Un percorso dall’oscurità alla luce tra grafica e pittura

Testo di Francesca Brandes per la mostra Le città invisibili, Biblioteca Arturo Frinzi,

Università di Verona, 2014

L’opera di Giusi Naletto emerge

dal fondo, e cerca la chiarezza.

Lo fa dando segno all’oscurità

che la circonda, nel cuore della luce.

Proprio come la terra verso la quale

ci dirigiamo, che altro non è che la nostra:

una terra che è proprio qui, pur

essendo altrove. In principio è l’opaco,

il rovescio del discorso, ma tale opacità

– anziché porsi come qualità ermetica

– si espleta come il mormorio di

un pre-linguaggio che attende alla propria

risoluzione. La densità in Giusi è

ignota, preveggente. E’ cosmica, nella

forma di un diario ininterrotto, vario e

irregolare, dove sviluppare disorienta-

menti, emblematiche variazioni di rotta.

Eppure è da qui che bisogna partire,

da quell’erranza che consente di esplorare

luoghi sconosciuti, dentro e fuori

di noi. Senza illusioni graziose, una

pulsante limpidezza trascina le forme

del mondo alla loro vita quotidiana:

esponendosi, dal cuore materico della

Sognando Hopper (2008), pastelli tirati con alcool, cm 110x144

14

GIUSI NALETTO


matrice, le cose si rendono manifeste,

sedimentando via via la propria indeformabilità.

Il panorama esce, nasce

Le città invisibili (2014), tarsie e xilografia

al presente. La luce, nel suo scindersi,

impatta la materia con l’eco di una

rivelazione: struttura dell’incompletezza,

intuizione, guizzo fantasmatico. Del

fantastico delle Città invisibili di Italo

Calvino, a cui la serie è dedicata, resta

la cristallina chiarezza, la surreale ricerca

di una verità anomala, ma paradossalmente

attendibile. Quasi il presagio

di una sostanza diversa, struggente e

aerea; il segno di un’infanzia del mondo.

Lo sguardo frana sulla moltitudine

dei tetti intuiti, delle profilature lontane,

sui resti marcati di una presenza onirica.

Qualche volta le superfici sono ruvide,

quasi rocce scoscese e la coscienza

dell’artista è limata dal passaggio – dolore,

nostalgia, ricordi – fino ad incidere

un sentiero-ferita lungo una vita

intera. La storia, le storie illuminate si

aggrumano in tinta ferrigna, coagulano

rosso liquore o suscitano nebbie senza

varchi. Sono città di roccia a pesare

sul petto, città di scogliera. Città in bilico,

senza spessori né riconoscimenti.

Da remote altitudini promana una nota

di testa, la risoluzione di agire. Una

sottile variazione di suono, l’oscillazione

dell’eco, può produrre la distanza

minima, lo scarto richiesto per una

nuova forma. Qui l’artista sogna, e decide,

in vertigine.

"e il naufragar" (2018), tecniche miste

Revenants (2007), pastelli tirati con alcool, cm 102,5x137

Giardini (2017), collage e acrilico, cm 35x51

Giusi Naletto nasce in Friuli

nel 1941. E’ professore

dell’Università Ca’ Foscari di

Venezia fino al 1997. Lasciato l’insegnamento,

frequenta i corsi di Pittura

dell’Accademia di Belle Arti di

Venezia, dove si diploma nel 2003.

Negli anni Settanta avvicina le tecniche

calcografiche presso la Scuola

Internazionale di Grafica di Venezia.

Nei primi anni Novanta segue corsi

di disegno, pittura, acquerello e xilografia

e s’iscrive alla Scuola Libera del

Nudo. E’ socia del gruppo internazionale

di artisti e incisori “Atelier Aperto”

di Venezia. Dal 2013 è anche socia dello

storico “Gruppo Donatello” di Firenze.

L’attività espositiva personale inizia

nel 1993 e prosegue numerosa nel

tempo, anche con mostre collettive, in

Italia e all’estero. Nel 2014 ha esposto

alla Biblioteca Arturo Frinzi, presso l’U-

niversità di Verona, con la personale

Le città invisibili a cura di Francesca

Brandes. Dal 2008 al 2019, su invito

o selezione, ha inoltre esposto in più

edizioni delle Biennali Internazionali

di Grafica di Bassano, Sarcelles-Parigi

e Acqui Terme. Nel 2018 vince il

Premio Firenze “Fiorino d’oro” per la

Grafica.

giusi.naletto@gmail.com

GIUSI NALETTO

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Se sei un poeta o un artista, partecipa

all’agenda artistico-letteraria 2021:

un’antologia d’arte, poesia e fotografia

creata per scandire artisticamente

le nostre giornate e accompagnarci

durante tutto l’anno.

Aderendo al progetto la casa editrice

LuoghInteriori inserirà gratuitamente

gli artisti e i poeti in un grande evento

che si svolgerà a Città di Castello nel 2021.

Termine iscrizioni: 31 agosto 2020.

Per informazioni:

075 8521591

edizioni@luoghinteriori.com

www.luoghinteriori.it


I libri del

Mese

Federico Fabbri

La strada verso casa: nove racconti sull'amore nel

terzo libro del pluripremiato scrittore fiorentino

di Elisabetta Mereu

Quando gli ho chiesto quale fosse

il tema del suo terzo libro La

strada verso casa (Edizioni LuoghInteriori),

Federico Fabbri mi

ha risposto:«Niente di particolare, è solo

un insieme di racconti». Avendo letto le

due precedenti produzioni Maledette ortensie

e La verità ha bisogno del sole (da

me recensito su questa rivista nel 2017

ndr.), ho pensato subito che si stesse

sminuendo come sempre, perché in realtà,

oltre al consenso del pubblico, in

soli cinque anni dall’esordio letterario ha

ottenuto diversi premi e riconoscimenti.

Infatti, mi sono bastate poche pagine per

capire che ero di fronte ad un altro bellissimo

lavoro del 50enne bancario fiorentino

con la passione per la scrittura e con

una capacità narrativa non consueta per

chi è abituato a lavorare con i numeri più

che con le parole. Parole ben calibrate

e scelte con cura per descrivere personaggi

e situazioni intorno a cui ruotano

tutte le sue storie. Il fil rouge è ancora

una volta l’amore, declinato dallo scrittore

in molteplici modi, proprio come avviene

nella vita reale. C’è l’amore appena

assaporato e quello che si nutre di freddi

silenzi e sguardi che non s’incontrano

più. C’è l’amore che toglie il respiro

e non sceglie un falò quando può ambire

a un incendio. L’amore ovattato nelle

tradizioni familiari che, dietro le luci degli

Federico Fabbri

addobbi natalizi, nascondono le oscurità

dell’animo umano, dove si accumulano

detriti polverosi e pesanti fardelli faticosi

da spostare. Ma l’espressione più sublime

di questo sentimento descritto in

due storie del libro è quello fra madre e

figlio, in un’alternanza di reciproca dedizione

protettiva. Un amore disposto a

tutto pur di dare dignità alla vita altrui e

così riscattare la propria. Seppure talvolta

in poche righe, l’autore riesce subito

a catturare il lettore, suscitando di volta

in volta sensazioni coinvolgenti: tenerezza,

sorpresa, curiosità, emozione, suspense,

commozione. Nove racconti che

sembrano trame già pronte per le sceneggiature

di altrettanti film che mettono

in luce le mille espressioni della spiccata

sensibilità di Federico Fabbri e forse

rivelano qualcosa del suo bagaglio interiore.

In questi piccoli scrigni di parole

ognuno può ritrovare situazioni, scenari

e stati d’animo vissuti in prima persona.

Com’è successo a me che ho rivissuto in

pieno una vicenda personale, pur con un

diverso finale. In questa raccolta la casa

non è solo un luogo materiale ma il posto

dove sta il cuore, prezioso custode

di tutti i nostri sentimenti con le sue caleidoscopiche

sfaccettature in alternanza

fra luce e tenebra, brillantezza e opacità.

Con La strada verso casa, Fabbri descrive

un insieme di chiaroscuri che appartengono

alla vita di tutti, per esperienze

vissute o per sentito dire, in quell’eterno

avvicendamento fra bene e male che

talvolta ci fa percorrere una via anziché

un’altra, trovando lampi improvvisi e

violenti che squarciano l’anima o meravigliosi

raggi di sole che tornano sempre

ad illuminarla.

www.federicofabbri.com

Federico Fabbri

federico_fabbri_official

Oltre che in tutte le librerie, il libro si

può acquistare su prenotazione:

www.luoghinteriori.it

Amazon

IBS Internet Book Shop

LaFeltrinelli

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Premi

Una storia semplice ha vinto: premio

Racconti nella Rete; premio

Giubbe Rosse Firenze; premio In

Cento Righe; premio Xilema; premio

Lo Scrittoio

Satelliti ha vinto il concorso Rai

Radio1 Plot Machine

Il lato buio del cuore ha ottenuto

il premio Città di Melegnano

La magia del Natale si è classificato

2° al premio Bukowski

LA STRADA VERSO CASA

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Ritratti

d’artista

Un ricordo della pittrice Lelia Secci

ad un anno dalla scomparsa

di Ugo Barlozzetti

Nel maggio 2019, d'improvviso,

ci lasciava Lelia Secci Manzoni,

una personalità rara nel panorama

della pittura dell'area fiorentina.

Lelia è stata un’esponente di spicco del

Gruppo Donatello cui ha partecipato cogliendone

anche l'antico spirito di vicendevole

stima e sincera amicizia che si

sostanziava delle stesse occasioni conviviali.

La formazione di Lelia come artista

è iniziata alla scuola per l'arte e il

restauro di Palazzo Spinelli a Firenze con

lo studio sia delle tecniche della pittura e

dell'affresco che l'incisione e la scultura.

Emblematico del suo percorso va considerato

l'impegno alla Biblioteca Nazionale,

quando, giovanissima, lavorò per il

salvataggio del patrimonio librario terribilmente

danneggiato dall'alluvione.

Quest’avvertita sensibilità per la cultura

e la civiltà sviluppate dalla città del fiore

costituisce un aspetto significativo confermato

e ampliato nel corso degli anni e

di una carriera di successo che è andato

definendosi in una cifra originale, come,

tra l'altro, ha ben documentato, pur

nell'estrema sintesi, Fabrizio Borghini su

La Toscana nuova nel giugno dell'anno

scorso citando le centinaia di mostre, tra

collettive e personali, a cominciare dalla

prima, nel 1989, alla Spirale di Prato.

In quell'articolo furono

riproposti brani dalle note critiche

di Elvio Natali e Giovanni

Pallanti, particolarmente acute

nell'interpretare il linguaggio

e il "segno" della pittrice.

Lelia è stata una delle ritrattiste

interessata a penetrare la

personalità dei soggetti, con

un senso di profonda empatia

e nel caso dei bambini ha

dimostrato la capacità di recuperare

e comunicarne la

tenera affettuosa ammirazione

di madre, senza cadere nel

tranello sentimentale. La tecnica

a cui presto era giunta

giocava sul sapientissimo uso

del pastello o dell'olio, avendo

preferibilmente come supporto

la tela di dimensioni importanti.

La stesura, eseguita

con successivi, leggerissimi

e delicati passaggi, permetteva

poi l'intervento di tocchi

densi di materia che poteva

sfrangiarsi con un effetto di freschezza

molto efficace. L'impaginazione delle

immagini, equilibrata e armonica nella

distribuzione, era alla base delle preziose

scelte cromatiche, frutto di una selezione

Acqua fonte di vita

che permetteva agli impasti di assestarsi

in pennellate "compendiarie", magiche

di luci. Le radici del dialogo con la città

dell'arte sono rivendicate con una sperimentazione

che ha privilegiato ricono-

Omaggio con Giaggioli

Omaggio a Firenze

18

LELIA SECCI


Dipinto per la copertina della rivista Toscana medica (anni Novanta)

Architetture con giaggioli

scibilità e "sentimento", come emozione

nel vedere, tra pensosa malinconia e felicità,

quella felicità della consapevolezza

del rendere partecipi di un'esperienza

positiva. E non possiamo dimenticare,

nelle occasioni di incontro del nostro sodalizio,

il sorriso di Lelia che corrispondeva

non solo al carattere ma alla stessa

concezione della sua attività artistica. Al

processo di "bruttificazione" in atto, avallato,

ahimè, se non promosso da troppi

ambienti, nel nome di una provinciale

diffusione delle declinazioni commerciali

delle retroguardie, delle neoavanguardie,

delle più diverse "confessioni", Lelia, con

maturata convinzione, ha contrapposto

le proprie opere che segnano l'opposizione

concreta e ferma di un "fare" che

sostanzia l'idea e la reifica senza ambiguità

e furbeschi "silenzi": con fiori e nature

morte inserite in primo piano, come

quotidiano possibile, campione della bellezza

della natura che gli umani possono

percepire e di cui possono fruire, secondo

l'esperienza di centinaia di generazioni,

nell'evocazione dei luoghi della civiltà

di Firenze, esprimendo quell'aura di mistero

e fascinazione che ne interiorizza la

memoria. L'evanescente apparire, visioni

e sogni: formidabili moniti, in verità,

della fragilità della bellezza e dell'armonia

come testimonianza per il futuro di

una concezione delle tecniche della comunicazione

visiva maturate dall'Ellade

antica e per centinaia di generazioni

condivisa, sviluppata, integrata da nuove

committenze e nuove classi sociali.

Così il gruppo Donatello intende dedicare

un'esposizione, la prima possibile: cara

Lelia il tuo ricordo ci accompagnerà

sempre anche se il tempo dei tuoi calendari

si è fermato.

Ritratto di Carla Fracci

Un cancello da aprire (ex Scuola medici ufficiali)

LELIA SECCI

19


Letterati stranieri in

Toscana

A cura di

Massimo De Francesco

John Ruskin

L’apostolo della bellezza all’origine del “mito” dell’arte fiorentina

di Massimo De Francesco

Un'edizione storica delle Mattinate Fiorentine

John Ruskin nasce in Brunswick

Square, nella Londra previttoriana,

l’8 febbraio del 1919, da genitori

scozzesi. Il padre, John James,

è un ricco mercante di vini che nella

capitale inglese costruisce la sua fortuna;

la madre, Margaret, è una devota

cristiana evangelica che instrada il

piccolo John allo studio della Bibbia.

Seguito da precettori sino all’età di

dodici anni, Ruskin si dimostra un

bambino riservato ma con una spiccata

sensibilità estetica. A sei anni si

reca per la prima volta in Europa con

i genitori, visitando alcuni dei luoghi

divenuti poi determinanti nella

sua vita di uomo e critico d’arte. Intraprende

un percorso di formazione

pittorica con i maestri e membri

della società degli acquerellisti Fielding,

Prout, Stanfield e Roberts. E’

il periodo in cui pittori come Turner,

Constable e Cotman, pittori eccellenti

del Romanticismo,

raggiungono la fama.

L’amore per l’arte di

Ruskin padre, che investe

nelle opere di

questi pittori, alimenta

la passione del figlio,

il quale, dopo

la laurea a Oxford in

Letteratura inglese,

difenderà veementemente

l’operato di

Turner, di cui è considerato

l’esegeta,

nel suo Modern Painters,

una raccolta di

cinque volumi pubblicata

tra il 1843 e il

1860. Nel 1840, visita

Francia, Germania,

Svizzera e Italia;

in quest’occasione

si reca a Firenze per

la prima vol-

John Everett Millais, Ritratto di John Ruskin (1853-1854), olio su tela,

Ashmolean Museum

ta, facendovi ritorno altre tre

volte, l’ultima nel 1872, anno

in cui innamoratosi di Fiesole

e soprattutto della Badia

non ancora intaccata dalle trasformazioni

di Firenze capitale

da lui tanto contestate, compone

una serie di dodici articoli −

le famose Leggi di Fiesole (The

Laws of Fésole) − nei quali esalta

i canoni della bellezza e del

paesaggio a suo avviso inalterabili.

Una teoria che favorirà la

nascita delle prime leggi a tutela

del paesaggio nella Toscana

sede del Parlamento nazionale

nel 1865. Critico d’arte ma

anche critico della già evidente

scelleratezza economica, Ruskin

pubblica nel 1862 Fino alla

Fine (Unto This Last), una raccolta

di quattro articoli in cui

attacca la “pseudo-scienza” di

economisti come Mill, Ricardo

e Malthus. Tra il 1851 e il 1853

pubblica Le Pietre di Venezia (Stones

of Venice), iniziato durante il periodo

trascorso nella città lagunare per

dedicarsi allo studio dell’architettura.

In Mattinate Fiorentine (Mornings

in Florence) del 1875 − una raccolta

di sei lettere contenenti altrettanti

itinerari − descrive i monumenti

simbolo della città, concentrandosi

soprattutto su artisti come Giotto

e Arnolfo, quest’ultimo da lui ritenuto

il primo grande maestro del gotico.

Considerata dagli anglobeceri

un’eccellente guida per visitare la città

in tempi brevi, le “mattinate” hanno

accompagnato intere generazioni

del mondo anglosassone nella scoperta

dell’arte fiorentina. Anche Le

Corbusier e Frank Lloyd Wright visiteranno

Firenze avvalendosi dei suoi

testi. John Ruskin si spegne a causa

dell’influenza il 30 novembre del

1900 a Coniston, nel Lancashire.

20

JOHN RUSKIN


A cura di

Daniela Pronestì

Occhio

critico

Xiyu Guo

Il paesaggio, dimensione dell’anima

di Daniela Pronestì

Il paesaggio, per come la pittura per

prima ci ha insegnato a conoscerlo,

non esiste nella realtà, è un’astrazione

della mente. E’ il nostro sguardo a

decretarne la “nascita” ogni volta che posandosi

sulla natura estrapola da questa

una porzione di cielo, terra, mare e di tutti

gli altri elementi che insieme compongono

quello che definiamo appunto “paesaggio”.

Dipingere un angolo di natura,

quindi, non è mai un’esperienza neutra,

un vedere senza “filtrare” l’oggetto della

visione, perché nello sguardo del pittore

si condensano memoria, emozione e conoscenza.

Se poi, come nel caso di Xiyu

Guo, l’artista si ritrova in un contesto diverso

da quello in cui è nato, lo sguardo

cercherà nell’ambiente intorno ciò che lo

riconduce alle proprie origini. L’uomo vede

nella natura soltanto ciò che conosce,

diceva il grande pittore paesaggista John

Constable. E’ così per il giovane Xiyu, il

quale, dopo il trasferimento in Toscana

dalla Cina per completare gli studi accademici,

ha scelto di dedicarsi alla pittura

di paesaggio avendo subìto il fascino

di panorami del tutto nuovi. Nella campagna

toscana così come negli scorci marini

o di paese ha ritrovato una parte di

sé, sovrapponendo la propria storia e le

esperienze pittoriche già maturate in Cina

ad un paesaggio tanto suggestivo quanto

sconosciuto. Nei suoi quadri la natura

interpreta una condizione interiore in

cui visione ed emozione diventano tutt'uno.

E’ un modo diverso di approcciarsi

al genere paesaggistico rispetto a quello

che nella cultura occidentale vede l’artista

semplicemente specchiarsi nella natura

anziché sentire di esserne parte. Nel

caso di Xiyu, e più in generale della tradizione

orientale, è la scoperta della profonda

comunione con il mondo naturale

a far scaturire l’emozione. Non c’è distanza

tra l’artista e il mondo fuori: sono

parte entrambi di un tutto armonico

dove ogni cosa vive e respira in relazione

con l’altra. Ecco perché, pur essendo diverso

da quello natìo, il paesaggio toscano

gli è sembrato un luogo familiare, in

cui trascorrere del tempo passeggiando,

osservando, scegliendo scorci interessanti

da dipingere. Ogni opera restituisce

la memoria di un momento vissuto:

una gita fuoriporta, una giornata al mare,

un incontro sulla strada di casa. Qualun-

que sia la circostanza, la natura è sempre

lì, intorno e davanti a lui, a suggerirgli

qualcosa, offrirgli uno spunto per riflettere,

risvegliare un ricordo triste o una speranza.

La pioggia racconta di un dolore,

il tramonto di un’illusione svanita, gli alberi

spogli di una morte necessaria alla

rinascita. La natura, dunque, non è soltanto

aria, luce, colore, ma un luogo dove

mille voci risuonano all’unisono con

le voci interiori dell’artista. Osservando

questi dipinti, siamo chiamati anche

noi a fare parte del loro racconto, a spingere

lo sguardo oltre la forma, cercando

un’emozione o un pensiero nell’angolo

di natura raffigurato. Ci guida in questa

esperienza la grande perizia tecnica del

giovane artista, cui bastano poche pennellate

d’olio o d’acquerello per catturare

l’impressione di un paesaggio, gli effetti

d’ombra e di luce, lo spazio che si apre

in lontananza o i particolari in primo piano.

Cogliere la consonanza tra spirito e

natura, tra gli elementi naturali e il proprio

essere: questa la principale sfida della

pittura secondo Xiyu.

www.xiyuguoartist.com

Tornando a casa (2019), olio su tela, cm 40x30

Speranza (2017), olio su tela, cm 50x40

Crescendo (2019), olio su tela, cm 50x35

XIYU GUO

21


Dal teatro al

sipario

A cura di

Doretta Boretti

Il Teatro Manzoni a Calenzano

Intervista alla direttrice Maria Cristina Ghelli, presidente

del Teatro delle Donne

di Doretta Boretti / foto courtesy Teatro Manzoni

Il Teatro Manzoni a Calenzano, in

provincia di Firenze, è un edificio

nato alla fine del XIX secolo,

grazie al contributo di un gruppo

di notabili fiorentini (Bastogi, Venturi-Ginori,

Digerini-Nuti, Baldini e altri),

dedicato al Principe di Napoli,

Vittorio Emanuele III, e inaugurato il

21 aprile 1895 con la rappresentazione

della Favorita di Vincenzo Bellini.

Nel 1937 il teatro passò al Comune

di Calenzano e nel 1945 la Giunta comunale

mutò la denominazione originaria

in “Teatro Manzoni”. Dopo anni

gloriosi, il teatro visse alterne vicende

e stravaganti destinazioni. Nel

1988 il Comune di Calenzano, in accordo

con la Sovrintendenza ai Beni

Ambientali e Architettonici di Firenze,

su progetto generale di restauro

e di recupero funzionale dell’architetto

Mariachiara Pozzana, fu messa a

punto la sua ristrutturazione. Fu l’architetto

David Palterer che condusse

i lavori e che dette vita all’attuale

Teatro Manzoni. L’opera di restauro

si articolò su più piani: il primo, rispettare

ed eventualmente restaurare

quello che rimaneva del teatro originario;

il secondo, mettere in sicurezza

l’edificio conformandolo secondo

le norme vigenti; il terzo, creare nuovi

camerini per gli artisti. Le decorazioni,

in parte ancora presenti nella

platea, originariamente credute essere

state dipinte dall’artista Annibale

Brugnoli, sembrano attribuibili a Giulio

Bargellini. Il 7 aprile 2002, il teatro

fu restituito alla cittadinanza ed è

come oggi appare ai nostri occhi: un

meraviglioso gioiello recuperato dal

passato. Ci troviamo in compagnia di

Maria Cristina Ghelli direttrice del teatro

dal 2002, anno della sua rinascita.

Maria Cristina non ha bisogno di

Il Teatro Manzoni a Calenzano

alcuna presentazione poiché in questi

anni ha creato una realtà unica nel

suo genere fatta di impegno costante,

intelligenza e progettualità creativa

a non finire, portando il Teatro

Manzoni a livelli altissimi con un progetto

culturale complesso dedicato

unicamente alla donna, anzi di più, è

l’unica realtà teatrale italiana per una

produzione drammaturgica contemporanea

al femminile: Il Teatro delle

Donne. Stagione teatrale, Centro

di produzione, Scuola di teatro, con

a capo prima Stefano Massini (fino

alla sua nomina a consulente artistico

del Piccolo di Milano) poi Andrea

Nanni, studioso di teatro, giornalista

e direttore artistico di festival come

Armunia e Santarcangelo, Scuola

di scrittura teatrale fondata da Dacia

Maraini, artiste del calibro di

Amanda Sandrelli, Lucia Poli, Pamela

Villoresi, Licia Maglietta, Isabella

Ragonese, Elena Arvigo e tante altre,

raccolta di testi di scrittrici contemporanee

con più di mille opere conservate...

Come ha fatto a creare tutto questo?

Ho iniziato a lavorare in teatro mentre

ancora frequentavo l’Università. A

30 anni avevo già raggiunto dei buoni

risultati in termini di carriera. Fra

i 30 e i 35 anni ho avuto due figlie,

ho cercato di riconvertire il mio lavoro

di conseguenza. Non è stato facile

cercare di reinserirmi nel sistema

teatrale di allora, un sistema abbastanza

chiuso e maschile. Per que-

22

TEATRO MANZONI


sto nel 1991 ho deciso, insieme ad

altre donne che avevano riscontrato

le mie stesse difficoltà, professioniste

del settore, autrici, registe, attrici,

docenti universitarie, critiche

teatrali e donne di alcune associazioni

culturali, di fondare il Teatro delle

Donne, per portare alla ribalta la questione

femminile in teatro.

Il Teatro delle Donne, in quasi 30 anni

di attività, in linea con le migliori

iniziative europee, ha messo in piedi

l'unico Centro Nazionale di Drammaturgia

delle Donne, ha raccolto in

un archivio e catalogato più di 1000

testi di autrici italiane contemporanee,

ha pubblicato cataloghi dei testi

e annuari delle autrici (circa 180 sono

quelle attualmente aderenti), testi

di teatro, dato sede alla Scuola Nazionale

di Scrittura Teatrale fondata

da Dacia Maraini, che è una delle

più qualificate scuole di drammaturgia

nazionali, ha collaborato con le

maggiori autrici nazionali quali Dacia

Maraini, Barbara Nativi, Lucia

Poli, Franca Rame, Silvia Calamai,

Grazia Verasani, Valeria Moretti, ma

anche con Biljana Srbljanovic, Claire

Dowie, Judith Malina, Sarah Kane.

Dopo aver diretto diversi altri teatri

in Toscana, da diciotto anni Maria

Cristina Ghelli gestisce presso il Teatro

Manzoni di Calenzano una delle

stagioni più coraggiose per la drammaturgia

contemporanea, che ha

ospitato i più innovativi testi di teatro

d'impegno civile collaborando con i

più giovani autori e autrici nazionali e

producendo una cinquantina di spettacoli

di teatro contemporaneo. In

teatro spesso comandano ancora registi

e direttori di teatri e istituzioni,

generalmente uomini. Il motivo sta

in una gestione "politica" del teatro,

cioè di una complessiva istituzionalizzazione

del sistema teatro in cui i

giochi non sono artistici o economici

ma "di potere". Mai come negli ultimi

40 anni, le donne sono state capaci

di trasformare la propria vita, le proprie

relazioni, il proprio rapporto con

la professione. Non contiamo ancora

meno degli uomini a causa del doppio

o triplo lavoro, dei figli o delle incombenze

domestiche. Il fatto è che

la lunga partita “per esserci” non si

gioca in qualche decina di anni, sul

piano del costume, ma su quello

enormemente più difficile, profondo,

complesso della storia, individuale e

collettiva, che ha tempi lunghi.

Quante rinunce ha comportato?

Non parlerei di rinunce, anzi, direi

che non mi sono mai posta il proble-

Maria Cristina Ghelli

Dacia Maraini

TEATRO MANZONI

23


Amanda Sandrelli (ph. courtesy reggionline.com)

ma di dover rinunciare a qualcosa.

Le donne spesso si sentono costrette

a degli abbandoni: abbandonare i

figli per la carriera, smettere di studiare

per lavorare, lasciare il lavoro

per i figli. Io ho cercato di conciliare

tutto: studio, lavoro, figli, relazioni.

Certo ho incontrato delle difficoltà,

direi che la battaglia è tuttora in

corso. C'è in Italia un grande problema

culturale che riguarda le donne,

da qui l'esigenza di portare nell'arte,

nei media un modo proprio e diverso

di vedere la donna, la sua immagine,

il suo ruolo nella società. E’ necessario

costruire una nuova immagine

della donna attraverso le nostre opere

d’arte, il teatro, il cinema, la danza,

la televisione. Dobbiamo mettere

le basi perché la nostra singolare conoscenza

del mondo, il nostro originale

talento, non vadano perduti.

Con la crisi attuale è faticoso, immagino,

rivestire contemporaneamente

il ruolo di direttore artistico

e quello di direttore amministrativo

di un teatro…

Con la crisi attuale è difficile tutto.

Se penso che vogliono proporci

di recitare con mascherine e distanziamento,

mi sento male. Ma penso

anche che ce la faremo, il teatro è

sempre rinato, anche quando è stato

messo fuori legge. Sarà difficile:

abbiamo perso in pochi mesi decine

di migliaia di euro in cachet di spettacoli

saltati e biglietti non venduti.

I nostri attori, tecnici, autori, registi

sono rimasti senza sussidi o con il

contributo mensile Inps di 600 euro.

Siamo rimasti fuori dal teatro e

adesso dovremo preparaci a riprendere

con il distanziamento sociale,

quando non c’è niente di più sociale

del teatro. Ma troveremo il modo per

24 TEATRO MANZONI


passare questo tempo che ci separa

dall’allentamento della pandemia,

dall’individuazione di un vaccino. E

se è vero che per ora di aiuti non ne

abbiamo visti, è anche vero che il teatro

si può fare con poco, bastano le

persone. Gli attori e il pubblico torneranno

ad incontrarsi, lo credo fermamente.

In questi anni ha lavorato intensamente,

raggiunto molti traguardi;

quanti ne vorrebbe raggiungere

ancora?

Sono soddisfatta del mio lavoro e

degli obiettivi raggiunti. Ma c’è un

fronte su cui le donne ancora restano

indietro: sono ancora poche le donne

che accedono ai luoghi di potere

e spesso pagano un prezzo troppo

alto per adeguarsi a criteri creati dagli

uomini per altri uomini. Questa è

la nostra debolezza. La nostra forza

può venire solo dalla forza esplicita

di altre donne. Concretamente dovremmo

darci reciproco riconoscimento,

sostenerci fra donna e donna,

fra donne della politica e delle istituzioni,

fra donne del teatro, dell’arte,

della comunicazione. Fare sistema e

dare spazio alle più giovani. Mi piacerebbe

che delle giovani donne continuassero

a portare avanti il lavoro

che io e altre donne della mia generazione

abbiamo cominciato: governare

gli spazi che abbiamo con un

obiettivo e un’ottica di genere, rompere

con i ruoli che ci vengono imposti

e che sono ruoli tradizionalmente

maschili, per trasformare la nostra

debolezza in forza. So che sembra

un’utopia, ma solo se si sogna in

grande si possono raggiungere degli

obiettivi concreti.

Come possono i nostri lettori seguire

i suoi progetti futuri?

Possono consultare il nostro sito, la

nostra pagina Facebook, contattarci

su Twitter, Instagram o al nostro indirizzo

email. E poi tornare a teatro,

appena sarà possibile.

Il Teatro delle Donne

Centro Nazionale di Drammaturgia

Teatro Manzoni, via Mascagni, 18,

Calenzano (FI)

055. 8877213 - 055. 8876581

www.teatrodelledonne.com

teatro.donne@libero.it

Il Teatro delle Donne

ilteatrodelledonne

Teatro delle Donne

Elena Arvigo

TEATRO MANZONI

25


Bagnoschiuma con succo d’Uva BIOLOGICO e con

Olio Extravergine d’Oliva Toscano IGP BIOLOGICO

Showergels with ORGANIC Grape Juice and with

ORGANIC TOSCANO PGI Extra Virgin Olive Oil

IDEA TOSCANA - Borgo Ognissanti, 2 | 50123 Firenze |

Viale Niccolò Machiavelli, 65/67 | 50019 Sesto Fiorentino (FI) |

info@ideatoscana.it | www.ideatoscana.it


A cura di

Antonio Pieri

Benessere e cura

della persona

Scegliere il bagnoschiuma giusto

in base al tipo di pelle

di Antonio Pieri

Scegliere il giusto bagnoschiuma

per la propria pelle è importante

per rendere la stessa pulita, ma soprattutto

morbida e far sì che il detergente

scelto rispetti il nostro tipo di epidermide.

Ognuno di noi ha una pelle diversa ed

è proprio per questo motivo che non esiste

un bagnoschiuma universale per tutti.

Prediligere un “INCI” verde

L’unica cosa che consiglio a tutti, qualsiasi

sia il tipo di pelle, è quella di prediligere

un bagnoschiuma con un buon INCI

naturale e privo di SLS, SLES, siliconi,

parabeni, oli minerali, isotiazolinoni, coloranti

artificiali, profumi sintetici. Questi

elementi, infatti, oltre a danneggiare la nostra

pelle, contribuiscono non poco all'inquinamento

ambientale.

Come nasce il bagnoschiuma?

Il suo primo antenato risale all’antico

Egitto, civiltà che ha sempre dato

grande importanza alla cura della persona.

Come ben sappiamo anche i Romani

coltivavano un vero e proprio culto

per il benessere e l’igiene personale, basti

pensare a tutte le terme che sono arrivate

quasi completamente intatte fino

ai giorni nostri. A seguito della conquista

della Gallia, venne introdotto a Roma

un sapone composto da cenere e sego

(un tipo di grasso animale) al quale venne

successivamente aggiunto l’olio d’oliva

per nutrire ed ammorbidire la pelle.

Nel corso del Novecento si passò, infine,

dai saponi solidi a quelli liquidi e il bagnoschiuma

come lo conosciamo noi fece

la sua prima apparizione sul mercato

negli anni Sessanta.

A ciascuno il suo

Possiamo definire delle linee guida generali

a seconda della tipologia di pelle.

Per pelli miste e normali è meglio

scegliere bagnoschiuma delicati, senza

particolari proprietà curative, che mantengano

la pelle idratata e morbida come

ad esempio quelli biologici o naturali

al succo d’uva dalle proprietà condizionanti

e tonificanti. Oppure bagnoschiuma

che contengano aloe vera dalle

proprietà lenitive e protettive. Infine, non

possono mancare bagnoschiuma con

olio extra vergine di oliva biologico

in grado di rispettare l’equilibrio idrolipidico

della pelle. Per pelli sensibili o

secche è importante scegliere detergenti

che non contengano tensioattivi e altre

sostanze irritanti oppure parabeni e siliconi.

Da qui nasce l’esigenza di preferire

bagnoschiuma naturali o biologici,

meglio se contenenti olio extra vergine

di oliva, con le sue proprietà emollienti,

succo d’uva, che allevia i fastidi

provocati da dermatiti, pruriti, psoriasi,

ed estratti di mandorle dolci e di argan

che hanno un effetto protettivo e riparatore

della pelle molto secca.

Antonio

Pieri

Nato a Firenze nel 1962, Antonio Pieri è amministratore delegato dell’azienda

il Forte srl e cofondatore di Idea Toscana, azienda produttrice di cosmetici

naturali per il benessere secondo la più alta tradizione manifatturiera toscana

che hanno come principio attivo principale l’olio extravergine di oliva toscano IGP

biologico. Esperto di cosmesi, profumeria ed erboristeria, svolge anche consulenze

di marketing per primarie aziende del settore. Molto legato al territorio toscano e

alle sue eccellenze, è somelier ufficale FISAR e assaggiatore di olio professionista.

Per info:

antoniopieri@primaspremitura.it

Antonio Pieri

SCEGLIERE IL BAGNOSCHIUMA

27


Psicologia

oggi

A cura di

Emanuela Muriana

Quando la coppia “scoppia”

Effetti dell’emergenza sanitaria sulla vita amorosa

di Emanuela Muriana

Emanuela

Muriana

«

Quando conoscerò la tua anima,

dipingerò i tuoi occhi»

disse Modigliani alla sua

musa. Molti cercano l’anima

nell’altro e non la trovano. E’ l’inizio

del “mal d’amore”, un malanno ambiguo

che si manifesta non solo per l’assenza

dell’amato/a ma anche quando l’amore

è finito oppure non riesce a decollare

o ancora per delusione. Può ammorbare

anche i rapporti con le carte in regola,

quelli che fanno presagire un lieto fine.

In questi casi il virus non è così evidente,

così immediatamente rintracciabile: è

estremamente subdolo, crea un diffuso

malessere suscettibile di aggravarsi nel

tempo e talvolta, quando esplode in tutta

la sua virulenza, la prognosi per la coppia

può essere infausta. Il virus responsabile

è la “credenza”, un insieme di convinzioni

consapevoli o inconsapevoli che irrigidiscono

le relazioni fino a creare fratture

che nel tempo diventano sempre più difficili

da sanare. Qualcuno dice che la fine

di una storia sia già scritta nel suo inizio.

Se pensiamo alle ferme e incrollabili

convinzioni su come debbano essere l’amore

e la vita a due, non possiamo non

concordare. Quando una credenza diventa

un dogma si crea un autoinganno rigido

che non rende disposti a vedere o fare

qualcosa di diverso. Le coppie scoppiano

il più delle volte

perché non riconoscono

o sottostimano

le certezze a cui uno dei due si

appella, e di fronte alla manifestazione

del disagio ognuno reagisce in ottemperanza

alle proprie convinzioni. Così certe

convinzioni rigide crollano o s’irrigidiscono

a causa della coabitazione forzata della

quarantena. Una situazione che alcuni vivono

come essere in una pentola a pressione:

se la valvola non funziona, scoppia!

Alcuni scoprono un partner che non conoscevano;

altri esasperano i tratti propri

o dell’altro/a; altri ancora assistono increduli

al crollo della loro credenza, all’idea

che avevano del partner. Un terremoto

che supera i bisogni di sicurezza, reciprocità

e bene. Com’è difficile trovare l’alba

dentro all’imbrunire, canta Battiato. Dalla

forza dell’illusione dell’innamoramento

all’insano realismo che precedentemente

aveva salvato dalla disillusione: ora tutto

crolla sotto il peso della fatica relazionale.

Oltre alla libertà, le coppie hanno perso

anche molto in termini economici. I dati

internazionali confermano un’impennata

nella richiesta di pratiche di divorzio sia

in Cina che negli Stati Uniti e anche in Turchia.

Stessa cosa sta succedendo in Italia.

La decisione di mettere il timbro “fine”

su rapporti già finiti; l’esplosione di reazioni

aggressive con la drammatica impennata

di violenza domestica. In alcune

città sono cambiate anche le procedure:

basta un’email per aprire una pratica di

separazione consensuale. Il possibile boom

delle nascite invece non è successo:

la paura delle malattie, la paura di perdere

il posto di lavoro, la crisi economica non

hanno favorito per ora la fiducia nella vita.

Sono invece già evidenti gli esiti clinici in

persone che hanno vissuto questo lungo

periodo di quarantena come uno stress

insopportabile e non come un’opportunità

per ridefinire in meglio i rapporti familiari.

Aspettiamo e vedremo che per alcuni

ci sarà una fisiologica risoluzione con la

ripresa della vita. Per altri, si saranno riaccesi

disturbi limitanti superati in passato;

altri ancora svilupperanno disturbi più

o meno severi.

Emanuela Muriana vive e lavora prevalentemente a Firenze. E’ responsabile

dello Studio di Psicoterapia Breve Strategica di Firenze, dove svolge

attività clinica e di consulenza. Specializzata al Centro di Terapia Strategica

di Arezzo diretto da Giorgio Nardone e al Mental Reasearch Institute di

Palo Alto CA (USA) con Paul Watzlawick. Ricercatore e Professore della Scuola

di Specializzazione quadriennale in Psicoterapia Breve Strategica (MIUR) dal

1994, insegna da anni ai master clinici in Italia e all’estero. E’ stata professore

alla Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università degli Studi di Siena (2007-2012)

e Firenze (2004-20015). Ha pubblicato tre libri e numerosi articoli consultabili

sul sito www.terapiastrategica.fi.it

Studio di Terapia Breve Strategica

Viale Mazzini 16, Firenze

+ 39 055-242642 - 574344

Fax 055-580280

emanuela.muriana@virgilio.it

28

EFFETTI SULLA VITA AMOROSA


A cura di

Stefano Grifoni

Dimensione

Salute

In attesa del vaccino per uscire

dalla pandemia

di Stefano Grifoni

Nel mondo i sanitari degli ospedali

lottano contro il Coronavirus.

Sono vestiti con presidi,

caschi, guanti e cercano di risolvere

condizioni veramente critiche di salute

dei pazienti infetti attraverso farmaci

e ossigeno terapia. Se oggi si può sopravvivere

all’insufficienza respiratoria

da polmonite virale interstiziale lo

dobbiamo a queste persone addestrate

ad affrontare quadri clinici urgenti.

Su un altro versante la lotta al virus

Covid-19 si sviluppa nel chiuso dei laboratori

e di camere sterili dove con

strumenti costosissimi e sofisticatissimi,

i ricercatori tentano di decifrare

proteine virali e catene di DNA. Queste

persone attraverso intuito, cono-

scenze scientifiche, capacità analitica

stanno lavorando per trovare un vaccino

che permetterà di vincere la malattia

e bloccarne la diffusione come è

accaduto in tempi passati per vaiolo,

tubercolosi, morbillo e poliomielite. Al

momento il vaccino manca solo per il

Coronavirus, immaginate se mancasse

per le altre malattie.

Mappa diffusione Coronavirus nel mondo; fonte World Health Organization

Stefano

Grifoni

Nato a Firenze nel 1954, Stefano Grifoni è direttore del reparto di Medicina e Chirurgia di Urgenza del Pronto

Soccorso dell’Ospedale di Careggi e sempre presso la stessa struttura è direttore del Centro di Riferimento Regionale

Toscano per la Diagnosi e la Terapia d’Urgenza della Malattia Tromboembolica Venosa. Ha condotto numerosi

studi nel campo della medicina interna, della cardiologia, della malattie del SNC e delle malattie respiratorie e

nell’ambito della medicina di urgenza. Membro del consiglio Nazionale della Società Italiana di Medicina di Emergenza-Urgenza,

è vice presidente dell’associazione per il soccorso di bambini con malattie oncologiche cerebrali Tutti per

Guglielmo e membro tecnico dell’associazione Amici del Pronto Soccorso con sede a Firenze. Ha pubblicato oltre 160

articoli su riviste nazionali e internazionali nel settore della medicina interna e della medicina di urgenza e numerosi testi

scientifici sullo stesso argomento. Da molti anni collabora con RAI TRE Regione Toscana nell’ambito di programmi

di medicina, con il quotidiano La Nazione e da tre anni tiene una trasmissione radiofonica quotidiana sulla salute.

IN ATTESA DEL VACCINO

29


Occhio

critico

A cura di

Daniela Pronestì

Qiu Yi

Il volto contemporaneo di una tradizione millenaria

di Daniela Pronestì

A

differenza di quanto comunemente

si crede, la tradizione è un

valore che non rimane immutato

nel tempo, ma riflette i cambiamenti che

ogni epoca impone apportando nuovi significati

alla lezione del passato. E’ anche

vero che alcune tradizioni sono talmente

imponenti e radicate da rendere difficile

il tentativo di innovarle. Nel caso di Qiu

Yi, ad esempio, allontanarsi dalla Cina −

dove è nato e in parte si è formato − per

trasferirsi in Italia, è stato fondamentale

per trovare una dimensione espressiva

che non subisse troppo l’influenza della

millenaria cultura artistica del suo paese.

La distanza gli ha permesso di trasformare

questo enorme lascito in un’opportunità,

avviando un percorso che rilegge

l’antica arte cinese reinterpretandone i

principi fondanti. E quindi, anzitutto, l’idea

che il segno dipinto assommi in sé

immagine e parola. Il verbo “dipingere”

non esiste in lingua cinese; si dice invece

che l’artista “ha scritto” l’immagine,

sia nel caso di un lavoro calligrafico

che di un soggetto ad inchiostro. Dipingere

equivale quindi a scrivere e viceversa,

nella condivisione di strumenti

− pennello e inchiostro −, gesti e principi.

Entrambe queste forme d’arte coesistono

nel suo lavoro all’interno di un

unico linguaggio. Il risultato − lo vediamo

nei lavori qui pubblicati − è un ibrido

tra evocazione della natura e segno

astratto, visione naturalistica e costruzione

concettuale. L’immagine riflette

un pensiero, uno stato interiore, l’essere

dentro ed oltre il tempo nello spazio

infinito del foglio. Spazio che, a differenza

della tela in Occidente, non è un vuoto

da colmare, perché in sé contiene già

la totalità dell’esistente, ogni forma e immagine.

Un vuoto “fertile”, quindi, entro

cui prendono vita, con differenti spesso-

ri, intensità e modulazioni, i segni dell’inchiostro.

«L’unico tratto accoglie al suo

interno tutti gli esseri − scrive a metà Seicento

il pittore e poeta Shitao −; il tratto

riceve l’inchiostro, l’inchiostro riceve il

pennello, il pennello riceve il polso, il polso

riceve lo spirito». E’ il ritmo interiore

dell’artista a fluire senza interruzione dal

braccio alla carta, esigendo pieno controllo

della mente e del corpo. Il pennello

danza sul foglio alternando all’intensità

del nero un’infinita scala di grigi; e in

questo movimento, nero e bianco respirano

insieme, si completano, come forze

che agiscono l’una in funzione dell’altra.

Dal loro equilibrio affiorano immagini in

cui è possibile indovinare riferimenti alla

natura: montagne, corsi d’acqua, tempeste

e nuvole. Un esercizio della fantasia

che in parte tradisce l’intenzione dell’artista,

il cui fine non è rappresentare la varietà

delle forme quanto invece catturare

In questa e nell'altra foto due delle installazioni esposte nella personale a Villa Rospigliosi

30

QIU YI


l’energia che intimamente le anima. Un

pensiero che percorre trasversalmente il

suo lavoro, abbracciando pittura, scultura

e installazioni. Quest’ultime, in particolare,

gli consentono di far dialogare

l’opera con il paesaggio, in un’integrazione

sia formale che di concetto. Lo dimostrano

le installazioni esposte nella

personale del 2019 a Villa Rospigliosi,

in cui l’elemento naturalistico entrando

in relazione con l’opera ne corona il

senso. Dalle imponenti strutture realizzate

con tubi innocenti − materiale evocativo

del presente qui posto in continuità

con l’architettura e l’arredo scultoreo della

storica residenza − ai blocchi di china

collocati in maniera da ricordare un paesaggio

oppure sciogliersi sotto la pioggia

chiamando così la natura ad ultimare

il lavoro dell’artista. Fin dal titolo Pieno

e vuoto, questa mostra invita a riflettere

sul rapporto di necessità che lega concetti

tra loro antitetici: non solo pieno e

vuoto, quindi, ma anche passato e presente,

tradizione e modernità. Secondo

la filosofia orientale, in particolare quella

Senza titolo (2020), inchiostro di china su carta di riso

taoista, gli opposti non sono realtà tra loro

distinte e inconciliabili − come vengono

considerate invece in Occidente − ma

parti di un intero che, in quanto tali, dipendono

l’una dall’altra. Per questo motivo,

ogni volta che l’arte contemporanea,

volendo farsi interprete del “nuovo”, non

riconosce l’importanza della tradizione,

finisce di fatto per rinnegare se stessa

rinnegando le proprie radici. Occorre,

invece, riscoprire l’interdipendenza tra

passato e presente dell’arte, come suggerito

dall’installazione che dietro la patina

d’antico nasconde un’insospettabile

matrice moderna. Si tratta della testa di

una Venere classica presentata insieme

ad altri frammenti come fossero reperti

archeologici. Alcuni dettagli tradiscono,

tuttavia, la vera origine dell’opera, che

scopriamo essere stata realizzata come

calco di una testa antica riprodotta con la

stampa 3D. Come dire: l’antico serve da

modello al nuovo e il nuovo, a sua volta,

fa rivivere l’antico. Non può esserci

conflitto dunque tra dimensioni speculari,

neanche quando il confronto riguarda

tradizioni culturali fra loro molto diverse.

Anche in questo caso, infatti, è possibile

incontrarsi valorizzando, piuttosto che le

affinità, le differenze, essenziali, quest’ultime,

perché da esse dipendono le caratteristiche

distintive di un popolo. Nell’era

della globalizzazione si corre il rischio

che proprio le differenze vengano azzerate

per favorire il diffondersi di una cultura

standardizzata. La tradizione − sottolinea

con convinzione Qiu − non può essere

una moneta di scambio, una terra

senza confini. Ecco perché, volendo raccontare

con un’opera il dialogo artistico

tra Italia e Cina, mette insieme l’inchiostro

e la pietra in una composizione dove

i due elementi, accostati l’uno all’altro,

mantengono ciascuno la propria autonomia

espressiva. Le differenze culturali

sono un bene da tutelare, non un male

da combattere. E l’esperienza di Qiu,

che dal 2011 ha scelto di vivere a Firenze

per amore dell’arte, è la dimostrazione di

quanto ancora oggi la cultura, proprio in

virtù dei suoi valori identitari, possa essere

ponte fra le civiltà.

QIU YI

31



Ritratti

d’artista

Joanna Aston

Un realismo fondato sulla poesia dell’esistenza

di Jacopo Chiostri

Il primo soggiorno di Joanna Aston in

Italia risale a quando aveva diciassette

anni, ora da tempo vive a Pian di Scò,

si considera italiana, ma, dell’Inghilterra,

sua terra di origine, oltre a un gradevole

accento, conserva lo spirito concreto di

quel popolo. Quello spirito che già all’età di

otto anni, complice un viaggio a Firenze, la

convinse che questa sarebbe stata la sua

città d’adozione, un progetto che si è poi

concretizzato a un’età in cui i ragazzi sono

ben lungi dal pensare ad organizzare il

proprio futuro. All’epoca, durante il primo

soggiorno a Firenze, per una serie di circostanze

fortuite (e fortunate), le si aprirono

le porte dello studio di disegno di Nera

Simi; e fu lì che ebbe inizio la sua carriera

artistica, cui si lega tanta parte della sua

vicenda personale. Nerina Simi, universalmente

conosciuta e appellata “la signorina”,

era figlia del grande pittore Filadelfo

Simi, nato nella prima metà dell’Ottocento,

e in ultimo riscoperto da Pietro Annigoni

prima che finisse definitivamente nel dimenticatoio.

Nello studio della Simi, in via

Tripoli, sono passate legioni di studenti; la

Aston lo ha frequentato per un semestre, e

quell’esperienza è stata fondamentale per

la sua carriera artistica, unitamente, poi,

al ritorno a Firenze, agli studi all’Accademia

di Belle Arti, dove si è diplomata col

massimo dei voti. Quello spirito concreto,

di cui accennavamo, caratterizza i lavori

della Aston. Nella sua pittura, infatti, la

poesia dell’esistenza, espressa da soggetti

comuni, siano essi figure, paesaggi o oggetti,

produce, in un’inedita combinazione,

con un efficace realismo lirico, un risultato

perfettamente coerente e d’immediata

comprensione. Un compendio della soggettistica

della Aston bene è rappresentato

dal titolo della sua prima personale, La

meraviglia del quotidiano (Giubbe Rosse,

dicembre 2017 - a questa è poi seguita

un’intensa attività espositiva nel 2018

e soprattutto nel 2019 con ben nove mostre).

La Aston dipinge il mondo che ha

d’attorno, il quale, tramite la magia della

pittura, si dilata fino a impersonare un ideale

di rappresentazione universale. E’ pittura

spigliata, genuina, usa soluzioni tonali

molto personali e ciononostante immediatamente

familiari. I soggetti sono ritratti,

in genere, dal vivo; l’approccio è meditato,

ma l’esecuzione è rapida e denota

ottima padronanza della tecnica; le pennellate,

non molte, risultano decise sebbene

contenute, ciascuna necessaria alla

narrazione; il taglio psicologico nei volti è

prorompente. La Aston utilizza più tecniche:

pittura a olio, grafite, sanguigna, carboncino,

grafica con gessetti, pastelli, e

ancora, incisioni con punta secca e acquaforte.

Non sempre le vicende personali le

consentono di mettersi al cavalletto; quando

può farlo, lo scopo è quello di nutrire lo

spirito, vero fine del suo lavoro. Molti i riconoscimenti

ottenuti, tra questi il titolo di

senatore accademico dell’Accademia Medicea

Laurenziana e il premio Ponte Vecchio

assegnatole nel 2019.

joannasouthcote@gmail.com

+ 39 333 7588021

Tommy con il contrabbasso, olio su tela

Papaveri in un vaso, olio su tela

Blue remembered hills, olio su tela Afternoon tea, olio su tela Resta d'aglio, olio su tela

JOANNA ASTON

33


Arte &

Mestieri

Melania Russo

Stilista eclettica dall’anima green ideatrice di un brand

con cui realizza anche originali mascherine molte delle

quali donate in beneficenza

di Elisabetta Mereu / foto courtesy Melania Russo

E’ la capacità di innovare

che distingue un leader da

un epigono». Questa frase «di Steve Jobs è diventata il motto della

stilista fiorentina Melania Russo che,

dopo aver fatto numerose esperienze

presso case di moda internazionali,

è riuscita a creare un brand per esprimere

la propria cifra creativa. «Non mi

è mai piaciuto essere considerata un

numero fra i tanti − mi dice − un robot

che deve eseguire ciò che gli viene

chiesto. Le competenze acquisite prima

con la scuola e i corsi di formazione poi

direttamente presso le aziende, sono

state fondamentali per la mia prepara-

Alcuni bozzetti delle creazioni di Melania Russo

Melania Russo

Carta d’identità: Melania Russo, 31 anni

Cittadina del mondo: nata a Firenze da padre napoletano e

madre di Leverkusen

Professione: stilista e imprenditrice di se stessa

Studi e formazione:

2003/2008: Istituto d’Arte di Porta Romana/sez. Moda e Costume Storico,

Rinascimentale e Moderno, Figurino, Corpetto

2016/2018: Mita Academy con stage formativi in aziende calzaturiere

2010/2014: Ferragamo Pelletteria per lavoro su pelletteria di base

2018/2019: Lavorazioni in conto terzi da Renato Corti per Chanel

Segni particolari: 180 cm di energia, passione, ingegno, creatività

Hobby: viaggiare per trovare nelle altre culture nuovi spunti creativi

Progetti: continuare a creare con cartamodelli, tessuti e pellami

Il bozzetto e la realizzazione del jeans rovesciato che diventa corpetto

zione perché ho imparato sul

campo i segreti di base e le

strategie per condurre un’azienda.

E finalmente, a gennaio

2019, sono riuscita a

mettermi in proprio e a creare

un marchio di produzione

tutto mio. Così è nato il brand

Melatiro, ispirato in parte dal

mio nome e in parte dal fatto

che nel tiro al bersaglio della

vita penso di aver fatto centro

in quello che era il mio obiettivo. E

come vedi a questa simbologia s’ispira

anche il logo dell’azienda che si trova a

Signa, in provincia di Firenze». Il suo tavolo

di lavoro sembra

la tavolozza di un pittore,

fra rocchetti di filo

e matite di vari colori,

bozzetti con i disegni,

cartamodelli, stoffe,

tessuti, pellami e tutto

il materiale con cui

realizza abbigliamento,

borse, zaini, cappelli,

maglie, felpe, scarpe

e sacche per palestra

personalizzate, ma soprattutto

outfit su misura. Tutti pezzi

unici ottenuti con un lungo lavoro manuale

che esige pazienza e precisione

e che racconta la sua storia fatta di

artigianalità e passione. Ogni sua opera

sorprende per l’inventiva, soprattutto

perché è realizzata con quelli che le

confezioni tessili e di pelletteria considerano

"scarti". «Fin da piccola ho sempre

avuto la passione per il disegno e

questo mi è stato molto utile nella realizzazione

dei figurini, ma, a dire il vero,

sono una biologa mancata − afferma divertita

− e quindi fondamentalmente ho

un’anima green. Utilizzo stoffe o pellami

che le aziende di confezioni buttano via,

perché magari gli sono avanzati pochi

metri, ma in ogni caso

devono pagare per

il loro smaltimento; io

invece con questi materiali,

che comunque

sono di ottima qualità,

realizzo le mie creazioni.

Poi con il mio lavoro

porto avanti l’idea

di combattere anche

lo spreco degli abiti da

pochi euro usa e getta.

Vado nei mercati vintage

e acquisto dei capi

che smonto completamente

rielaborandoli

con delle fogge inno-

34

MELANIA RUSSO


vative che ripropongo in modo personalizzato

alla clientela di diverse fasce

d’età. Perché gli abiti vanno interpretati

e resi vivi. Le mie creazioni, che nascono

sempre dal disegno e dal cartamodello

e sono interamente realizzate a

mano, vengono apprezzate da chi, a cifre

molto accessibili, si vuole distinguere

dalla massa. Possono essere donne

più mature che magari vogliono rinnovare

il proprio stile un po’ classico, oppure

giovani che cercano qualcosa di

diverso da quanto proposto dal consueto

marketing. E a questo proposito vi do

un’anteprima: insieme a Gaetano, titolare

del negozio Terrana Studio di Firenze,

stiamo progettando Alien, una linea

di corpetti di jeans revisionati che io taglierò

e cucirò e lui

dipingerà a mano,

con risultati davvero

strabilianti e

originali».

melatiro.design

Melania Russo Cool Hunter -

Fashion Designer

La stilista fiorentina al lavoro e a destra nella foto uno degli outfit da lei realizzati

Chi vuol esser bello sia… anche con la mascherina!

Nei mesi scorsi, Melania Russo,

non potendo incontrare

le clienti a causa delle restrizioni

governative per la pandemia, ha

dovuto mettere in stand by gli appuntamenti

per le consulenze sartoriali,

ma la sua personalità eclettica si è

comunque espressa nella produzione

di quello che ormai è un bene di

prima necessità per tutti: le mascherine

anti Covid. E fin dai primi di febbraio

ne ha realizzate 650 in TNT con

il suo logo e le ha generosamente distribuite

in beneficenza fra la Protezione

civile e gli aeroporti toscani, per gli

operatori e per chi a causa dell’emergenza

sanitaria rientrava in Italia e ne

era sprovvisto. Da quel momento questa

lavorazione non si è più interrotta e

la titolare del brand Melatiro continua

ancora a fare mascherine, ma ovviamente

a modo suo, cioè sempre con

un occhio attento agli sprechi. Con

avanzi delle altre produzioni, la talentuosa

stilista dà via libera a fantasie,

diversi colori e tessuti freschi, leggeri

e sanificabili al 100%: cotone, lino,

raso, seta e organza.

Semplici pezzi di

stoffa che lei ha trasformato

in originali

cover all’interno

delle quali inserire

l’ormai inseparabile

presidio di sicurezza

quotidiano. Abbelliti

da strass, ricami ed

altri accorgimenti

stilistici, i copri-mascherine

di Melania

stanno facendo incetta

di like e prenotazioni

sul web,

oltre che ricevere

apprezzamenti dalla

clientela, specialmente

giovane, che

le può acquistare

direttamente presso il Maglificio Montale,

in provincia di Pistoia e il negozio

Terrana Studio a Firenze.

MELANIA RUSSO

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Odore di campagna - Lari (PI) - Via dell'Aiale - olio su tela - cm 50x60

Il pergolato (dal giardino delle rose - FI) - olio su tela - cm 50x60

Beatitudine - olio su tela - cm 50x60

Fra canne e papaveri - olio su tela - cm 50x60

ROBERTA

CAPRAI

robertacaprai@gmail.com


I libri del

Mese

Un giorno a Shangai

La ricerca delle origini nel romanzo di Gabriella Bonaiuti

di Erika Bresci

La vita è sempre creazione,

imprevedibilità e, nello

stesso tempo, conserva- «zione integrale e automatica dell’intero

passato». E il tempo, la sua durata,

a dirla con Bergson, raramente si lasciano

addomesticare nella linea retta

passato-futuro che Sant’Agostino

ha inteso imporre nella sua visione

provvidenzialistica, da noi moderni

erroneamente trasformata in una

semplice corsa in avanti tout-court. Il

passato continua a vivere in noi e modella

le scelte di oggi sui paradigmi di

ieri, affonda stabilità e trae linfa dalle

radici piantate nel tempo dell’infanzia.

Per i figli adottivi, però, l’idea di

un cerchio non chiuso, la percezione

di perdersi in labirinti che potrebbero

sfociare in un “crollo delle fondamenta”,

è un rischio ricorrente con cui

prima o poi occorre fare i conti. Barbara

vive i suoi primi ventisette anni

raccolta nella coperta d’affetto un po’

scabro della madre e avvolgente del

padre adottivi. Non conosce il nome

né la storia dei genitori naturali. Frammenti

del suo primissimo passato le

sono stati offerti in briciole e accenni,

una fotografia, qualche sussurro.

Poi, in un giorno qualunque, fissati in

pochi fogli di documenti ufficiali, quei

nomi spuntano fuori all’improvviso e

la chiamano a sé. Non Pontedera, come

credeva, ma Livorno, luogo delle

sue origini. La Livorno più popolare,

quella del quartiere Shangai, fatto

di gente genuina e ruvida, salace

e sospettosa, ma anche di gran cuore.

Una Livorno che sa tutto di tutti,

che accoglie Barbara con un partecipe

telefono senza fili che rimbalza

di luogo in luogo. Accompagnata da

un amico speciale, Barbara compie in

un solo giorno una sorta di viaggio

di iniziazione, scende all’inferno (una

vecchia, inquietante come una strega,

le indica la direzione da seguire) toccando

le tappe più dolorose che hanno

segnato il vissuto fragile di Anna,

quella madre sconosciuta incapace

per la sua malattia di prendersi cura

dei figli, la respira persino negli odori

grevi delle case di cura che l’hanno

ospitata e in quelli acri del cimitero

dove la trova, impara a conoscere

dalla voce degli altri i suoi fratelli,

per incontrarli poi, più tardi, insieme

alle loro vite. Il padre no. La figura

bieca e piccina, colpevole di aver abbandonato

a se stessa e al suo mondo

diverso la madre, resterà distante,

sfiorata per un attimo con il risultato

di una “sensazione sgradevole, quasi

di repulsione”. La discesa agli inferi

però riscatta il grande vuoto scavato

negli anni in mezzo

al cuore: «Mi avrà

mai cercata?». Risalire

in superficie

con la certezza di

essere stata amata,

rammentata e pianta

dalla mamma per

tutta la sua vita, offre

l’opportunità di

chiudere finalmente

il cerchio, di uscire

dal labirinto, di affacciarsi

intera alla

strada ancora da fare.

E insieme di conoscere

un mondo,

quello dei “matti”,

fatto di sensibilità

particolari, di linguaggi

sconosciuti

e, per questo, tenuti

lontani, quello di

persone sempre vere

– e forse è proprio

quello che non

si riesce ad accettare

– perché i matti

“non sanno fare i furbi, non gli riesce”.

Gabriella Bonaiuti squarcia il velo

che separa il mondo dei “normali”

da quello dei folli, lo fa senza indulgere

a facili sentimentalismi, non scende

mai nella retorica. I periodi sono

brevi, incisivi, lapidari, le parole pesate

e lasciate in sospeso a decantare

su punti fermi che ne sottolineano

insieme la vertigine e la necessità di

essere accolte per gradi. In un bel

racconto che pulsa dall’inizio alla fine

di vita e di umanità.

g.bonaiuti@live.it

Per acquistare il libro:

Un giorno a Shangai

Amazon

UN GIORNO A SHANGAI

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Nuove proposte dell’arte

contemporanea

A cura di

Margherita Blonska Ciardi

Proseguono online le aste internazionali di

arte moderna e contemporanea di Fabiani Arte

Tra le varie proposte, le opere di Piero Dorazio, Yasuo Sumi ed Emilio Isgrò

Lotto 14 - Emilio Isgrò

Lotto 18 - Yasuo Sumi

ASTA N° 80

Asta a tempo di Arte Moderna e Contemporanea, giovedì 14 – domenica 24 maggio 2020

Ai tempi del Coronavirus, flagello

che ha colpito l’intero pianeta,

l'arte e la cultura non si fermano.

Grazie alle nuove tecnologie,

mostre ed aste procedono online,

raggiungendo il vasto pubblico

di amatori e collezionisti in

tutto il mondo.

L’asta organizzata da Fabiani

Arte, dal 14 al 24 di maggio

2020, presenta, tra i numerosi

lotti, le opere di celebri artisti

storicizzati come Piero Dorazio,

artista romano che ha contribuito

a diffondere l’astrattismo in

Italia, il giapponese Yasuo Sumi,

con un’opera esposta alla Biennale

di Venezia nel 1992, e l’artista

concettuale, regista, scrittore

e poeta Emilio Isgrò.

Accanto alle opere delle avanguardie

del Ventesimo secolo,

saranno battute all’asta anche

le proposte di artisti emergenti

nella scena internazionale, come

il fondatore dell’Orapismo Krzysztof

Konopka, protagonista

Lotto 24 - Piero Dorazio


Lotto 44 − Michal Ashkenasi

Lotto 49 − Krzysztof Konopka

Lotto 115 − Stephanie Holznecht

alla Biennale di Firenze, l’astrattista

emozionale americana Stephanie

Holznecht, presente ad

Art Basel, l’artista israeliana Michal

Ashkenasi, inventrice della

tecnica multi-fusion, l'artista

digitale Karin Monschauer, premiata

in occasione dell’ultima

Biennale di Firenze, lo scenografo

inglese Michael Henry Ferrell

e l’architetto ed artista Uri

De Beer.

Nonostante i tempi difficili che

stiamo attraversando, è il momento

migliore per investire sugli

artisti emergenti. Possiamo

costatarlo guardando la storia

del passato: tutte le crisi economiche

mondiali hanno causato

cambiamenti importanti, offrendo

però anche nuove opportunità

sulle quali investire. E’ ormai

chiaro che cambieremo il nostro

modo di vivere e di guardare le

cose, rallentando un po’ i ritmi

frenetici di prima e riflettendo

sui veri valori della vita. L'arte

è un valore costante, un motore

della società civile e rimane l'unico

investimento certo perché

non perde mai valore; oltre alla

bellezza, offre anche diverse

possibilità di guadagnare come

nessun altro mercato può fare.

Lotto 116 – Karin Monschauer

L’asta si è conclusa il 24 maggio alle ore 11.00.

www.fabianiarte.com

055. 910502

Lotto 219 − Michael Henry Ferrell


Il cinema

a casa

A cura di

Lorenzo Borghini

Brazil

I voli pindarici di un uomo libero

di Lorenzo Borghini

8:49 di sera. Da qualche parte nel

Ventesimo Secolo. Così si apre

Brazil, togliendoci qualsiasi punto

di riferimento, catapultandoci in un

mondo distopico e indefinito, senza

confini, in cui la burocrazia controlla

ogni attività dell’uomo. Quindi uno

stato totalitarista che si impone sull’individuo

uccidendo ribelli e sognatori.

Sam Lowry (il miglior Jonathan Pryce)

è un umile impiegato del Ministero

dell’Informazione, ma è anche un sognatore

che si immagina munito di armatura

alata a salvare una fanciulla in

pericolo. Un giorno viene incaricato di

correggere un errore di stampa causato

da un insetto rimasto incastrato in

una stampante e da lì inizia la via crucis

di Sam, novello Pindaro alla ricerca

della libertà. L’errore ha determinato

l’arresto, il processo e l’esecuzione di

Archibald Buttle, scambiato per il ricercato

terrorista Archibald Tuttle. Il fato

dunque al centro di tutto, lo stesso fato

che gli farà incontrare Jill Layton, ragazza

dei suoi sogni e vicina della vedova

Buttle, oltre che il terrorista Tuttle

(un carismatico Robert De Niro). Terry

Gilliam, per creare la sua macchina

fantastica, si affida a Norman Garwood

(scenografia) e al fido Roger Pratt (fotografia),

utilizzato anche dieci anni più

tardi per L’esercito delle 12 scimmie,

altro pilastro dei film di fantascienza

firmato dal regista ex Monty Python. Il

risultato che ne viene fuori è un mondo

dai toni grigi e deformati, un futuro

in cui i mezzi di trasporto sembrano

appartenere ad un antico passato. L’uso

della lente di Fresnel permette a Gilliam

di dare vita alle sue allucinazioni,

distorcendo gli ambienti, creando spazi,

annientando confini fino alla piena

rappresentazione di un sistema-labirinto

da cui è impossibile scappare. Il

Minotauro è lo Stato, rappresentato da

Gilliam sotto forma di samurai gigante,

contro cui Sam combatte, impugnando

una spada, protetto

da un’armatura alata,

ma non basta. Tolta

la maschera al samurai

viene svelato il mistero,

il volto è quello

di Sam Lowry. Quindi

un percorso di lotta

contro le istituzioni ma

anche contro se stessi,

per cambiare in maniera

viscerale e poter

continuare a sognare.

I voli pindarici di Sam

servono ad annientare

gli influssi catastrofici

del mondo circostante,

tramite una non-accettazione

del reale

che lo porta a farsi cullare

in mondi colorati,

a metà strada tra la fiaba

e l’allucinazione, in

cui regna una devianza

destabilizzante. Quindi

devianza che destabilizza,

ma trionfo della

fantasia. Terry Gilliam

legge, guarda e vive

intensamente, cibandosi di tutto ciò

che ha a disposizione. Brazil, è sì un

omaggio a 1984 di Orwell, ma se ne

distacca completamente mettendo da

parte la politica e puntando l’occhio

della cinepresa sul profilo sociale, creando

una vicenda intima e a suo modo

calda, in cui fulcro portante è la perdita

di importanza dell’individuo capace

di decidere, agire e sognare. Ad un

certo punto una guida fa da apripista al

concetto di fondo del film: «Guardate

questa statua bambini, è la Statua della

Verità. Bisogna sempre dire la verità.

[...] La verità vi renderà liberi». E’

dichiaratamente una citazione del Vangelo

secondo Giovanni: “conoscerete

la verità e vi farà liberi”. Il citazionismo

di Gilliam è quanto di più dolce e

delicato si possa vedere su schermo,

completamente diverso dall’uso che

ne fa Quentin Tarantino, fenomeno del

citazionismo ma usato soprattutto per

botta e risposta al fulmicotone. Gilliam

ci consegna anche una citazione leggera

e toccante di Alice nel Paese delle

Meraviglie, trasformando Pincopanco

e Pancopinco in due tecnici del Central

Service (tra cui un magistrale Bob

Hoskins) che, chiamati da Sam per riparare

un guasto, gli devastano casa

applicando la “procedura d’emergenza”.

Un omaggio a Lewis Carroll, ma

anche al cinema stesso, che ci permette

di sognare, proprio come Sam, distaccandoci

dalla vita di tutti i giorni e

proiettandoci in quei voli pindarici tanto

cari al protagonista.

40

BRAZIL


Ritratti

d’artista

Riccardo Salusti

Un messaggio di speranza per l’uomo e per l’ambiente

di Federica Murgia

Le opere di Riccardo Salusti sono

un’associazione di sensazioni

che muovendo, da una profonda

sensibilità, denunciano i problemi della

nostra società. Sono atmosfere dove

prende forma una riflessione dialogica

fra la nostalgia per un passato bucolico e

la speranza di un ritorno alla natura.

L’artista, percorrendo i sentieri

della memoria, ritrova la spiritualità

e la fissa in dipinti dove dagli equilibri

compositivi emergono le preoccupazioni

per un futuro incerto.

Le sue emozioni e i suoi turbamenti

si àncorano nei soggetti delle opere

urlanti per coinvolgere gli spettatori

che non colgono il grido della

natura violata e depauperata. I suoi

temi diventano dei racconti che denunciano

la speranza e la delusione,

il desiderio di un ambientalismo

che aiuti l’uomo a ritrovare il senso

della continuità della vita, della

misura e della giustizia. Visioni racchiuse

in un soffio di vento che guida

alla ricerca e alla conoscenza per

trovare la via dei valori persi. Così il

tempo scorre inesorabile lasciando

una società fra le rovine della sua dissennatezza,

dove potere e tecnologia stanno

prendendo il posto di umanità e spiritualità.

Riccardo Salusti racconta l’uomo

con le sue debolezze e la natura sempre

più sfruttata da pochi a danno del resto

dell’umanità, senza tralasciare la speran-

Riccardo Salusti

za in un mondo più giusto e attento alla

natura.

+ 39 3703686293

riccardo.salusti67@libero.it

Riccardo Salusti

riccardo salusti

Fragilità, acrilico su tela, cm 50x70

Il privilegio, acrilico su tela, cm 60x50

Il rientro, acrilico su tela, cm 60x80

RICCARDO SALUSTI

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Concerto in

salotto

A cura di

Giuseppe Fricelli

Edith Piaff, Domenico Modugno e Georges Prêtre:

tre grandi interpreti della musica mondiale

di Giuseppe Fricelli

Durante il giorno è bello ritagliarsi

un momento di relax

e serenità riascoltando brani

di musica eseguiti da meravigliosi

interpreti. L’altro giorno ho rivisto

un recital di Edith Piaff. Quest’artista

possedeva una voce caratterizzata

da infinite sfumature. Il vibrato naturale

nell’emissione vocale rendeva le

sue canzoni una miniera di espressività.

Quanta passione e che splendida

gestualità da grande attrice nelle

sue interpretazioni. Era alta appena

un metro e quarantasette centimetri

ma in scena appariva un gigante. Riempiva

il palcoscenico. Metteva dentro

il canto i momenti drammatici e

felici della sua esistenza. Il suo canto

tremolato, straziante, palpitante è

una pagina straordinaria della musica

mondiale. Per questo vi invito a riascoltare

tre canzoni eseguite da Edith

Piaff: La vie en rose, Les amants d’un

jour, Non, je ne regrette rien. Un altro

grande artista è stato Domenico Modugno.

Ho avuto modo di conoscere

Edith Piaf

personalmente questo interprete

poliedrico: autore,

cantante, attore. Dopo

una rappresentazione di

Rinaldo in campo, fui invitato

ad una cena in casa

di amici. Lì incontrai

Modugno ed ebbi modo

di conversare con lui. Lo

apprezzai per la gioiosa

vivacità che sprigionava

e per l’amore che nutriva

per la musica ed il teatro.

Nel 1958 la canzone da

lui scritta Nel blu dipinto

di blu vinse il Festival

Georges Prêtre

Domenico Modugno

di San Remo: una novità

sensazionale, un capolavoro assoluto

ed una sferzata di freschezza musicale.

Ascoltandola, tutti ci rendemmo

conto che le canzoni melodiche che ci

avevano accompagnato fino ad allora

venivano sostituite dall’entusiasmo e

dall’estro di questa novità sensazionale.

Solo un artista della levatura di

Mimmo poteva sconvolgere e rinno-

vare la canzone italiana a tal

punto. Meno conosciuto al

grande pubblico ma artista

eccellente è stato il direttore

d’orchestra Georges Prêtre. I

complessi orchestrali da lui

diretti sprigionavano una tavolozza

di colori, cromatismi

di immagini, vibrazioni sonore. Era un

interprete superlativo. I suoi gesti disegnavano

la musica come fosse un

dipinto. Anni fa ricevetti una telefonata

da lui. Avevo pregato il mio caro

amico Gabriel Tacchino, con il quale

ho eseguito alcuni concerti a quattro

mani, di far pervenire al grande direttore

d’orchestra Prêtre un mio libro ed

un mio CD. Ho sempre amato le interpretazioni

vibranti, palpitanti, espressive

del maestro. Una mattina, mentre

studiavo una pagina di Grieg al pianoforte,

fui interrotto dallo squillo del

telefono. «Caro Fricelli, sono Georges

Prêtre, desidero ringraziarla per

il graditissimo dono. Ho letto il suo

libro con vero piacere

e la sua bella pagina a

me dedicata. Bello il suo

CD eseguito con musicalità

ed espressione,

complimenti». In preda

all’emozione, riuscì

a malapena a balbettare

qualcosa al mitico maestro

che si congratulava

con me. Un ricordo

che ancora oggi mi commuove

e che porterò per

sempre con me.

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INTERPRETI DELLA MUSICA


A cura di

Daniela Pronestì

Occhio

critico

Nicole Guillon

La natura, forma simbolica del tempo

di Daniela Pronestì

Poche cose come il paesaggio

ricordano la complessità della

condizione umana. Il perenne

divenire di stati atmosferici, voci e

colori della natura offre un’immagine

speculare di ciò che siamo e diventiamo

continuamente. Capire questo significa

sperimentare la differenza che

esiste tra vedere una cosa e andare in

profondità con lo sguardo. Un’esperienza

che Nicole Guillon vive da sempre

all’interno di un processo creativo

che dalla realtà distilla emozione pura.

In questo passaggio dal “cosa” al

“come” della rappresentazione affonda

la grande questione alla base del

suo percorso artistico: far coincidere

la natura fuori con la natura dentro,

l’immagine con la memoria, il “vedere”

con il “vivere” nel profondo. Più

che di un obiettivo da raggiungere si

tratta di un modo di guardare al mondo

o, per meglio dire, di guardare se

stessi attraverso l’immagine del mondo.

Rappresentare ciò che sta fuori diventa

un’occasione per portare alla

luce ciò che sta dentro. Ecco perché,

in questi anni, dipingendo il paesaggio

o immortalandolo in uno scatto, Nicole

Guillon ha ritratto se stessa attraverso

i luoghi che per lungo o breve

termine hanno fatto da sfondo alla sua

vita. Diverse le ambientazioni − dall’Africa

all’Asia −, invariata l’esigenza di

fermare sulla tela o in una fotografia

l’indicibile emozione della bellezza. La

pittura, per prima, le ha insegnato a

leggere la realtà, a togliere l’inessenziale,

il vincolo della forma, conservando

soltanto ciò che davvero conta,

l’anima del paesaggio: il colore. Non le

occorre altro per esprimere l’emozione

in pittura; il colore dice tutto ed è tutto:

nostalgia, attesa, silenzio, passione,

armonia, conflitto. E quando da solo

non basta, interviene la materia, stratificandosi

sul supporto, ad aggiungere

altri significati. Nascono così orizzonti

impossibili, terre di fuoco o di ghiaccio,

deserti lunari: geografie della memoria,

delle cose amate e perdute, del

senso che resta al fondo di ciò che si

è vissuto. L’immagine dipinta ha indirizzato

il suo sguardo anche attraverso

l’obiettivo fotografico: nella scelta

delle inquadrature, degli accostamenti

cromatici, del rapporto tra luce e ombra.

In altre parole, la stessa sensibilità

trasposta in un altro linguaggio. La

fotografia perciò non completa la pittura

ma ne condivide il racconto in un

gioco di rimandi e suggestioni spesso

sovrapponibili. Mentre l’immagine dipinta

riporta al presente visioni radicate

nella memoria, la fotografia proietta

l’attimo nella durata del ricordo. E’

così che il paesaggio diventa, nell’opera

della Guillon, forma simbolica del

tempo, degli istanti ritrovati nell’interiorità

e di quelli fissati per sempre

in uno scatto fotografico. Un percorso

che negli anni ha accolto tra i suoi

soggetti il volto umano, anche questo

inteso come paesaggio in cui si rispecchiano

l’anima e la cultura delle

tante persone incontrate nei suoi viaggi.

Per arrivare poi alla conquista più

recente di un altro genere di paesaggio,

questa volta però sconfinato: la

parola scritta. Un incontro, quello con

la scrittura, avvenuto quasi per caso

eppure divenuto ben presto indispensabile,

con la pubblicazione di un primo

racconto di viaggio e di un altro

attualmente in preparazione. L’arte è

una lente di ingrandimento su se stessi

e sul mondo; è il bisogno di conoscere

e capire al di là di ogni regola già

scritta. E’ soprattutto un atto di libertà,

per chi come lei sappia davvero essere

un’artista libera.

www.nicoleguillon.it

Inuit

Riflessi sul lago Inle

NICOLE GUILLON

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Percorsi culturali

in Toscana

A cura di

Ugo Barlozzetti

Il Museo del figurino storico a Calenzano, un

patrimonio tutto da scoprire

di Ugo Barlozzetti

Il Castello di Calenzano, da cui si gode

una splendida vista della “piana”, da

Firenze a Prato e quella della Calvana e

della valle verso il Mugello, offre la sorpresa

di un museo unico in Italia e, per la sua

concezione, in Europa: il Museo del figurino

storico. Nato del 1981 come Museo

del soldatino è, dal 2016, museo regionale

e in origine fu una raccolta di soldatini,

quelli sopravvissuti ai giochi infantili ma

ben presto, grazie alla presenza a Firenze

di una delle prime e più attive associazioni

nell'ambito dei giochi di simulazione

e del modellismo inteso come archeologia

ricostruttiva in scala, l'Afbis (Associazione

fiorentina battaglie in scala), riuscì a

diventare punto di riferimento di iniziative

culturali innovative per la comunicazione

di tematiche relative alla storia. Così anche

associazioni interessate alla ricostruzione

storica (Rivivere la storia) o, come Gli amici

di Mario Pachi, alla programmazione di

pellicole di argomento storico, integrano i

materiali in esposizione permanente o le

mostre tematiche temporanee con attività

complementari, investendo aspetti della

musica, del cibo, delle cerimonie o dei

giochi antichi. Oltre a ciò, si organizzano

convegni, giornate di studi, cicli di conferenze

e mostre tematiche, con centinaia

o migliaia di soldatini in lega di stagno

e piombo o plastica dalle guerre puniche

alla guerra di liberazione con attenzione

alla didattica oltre che all’aspetto ludico.

La mostra permanente racchiude nelle

vetrine, dopo un'introduzione con esem-

Museo Comunale del Figurino Storico di Calenzano

pi di soldatini giocattolo

in pasta degli anni

dal 1930 al 1950 italiani

e tedeschi, altre rarità

e testimonianze della più

significativa produzione.

Una vetrina speciale

è dedicata all'esposizione

di una piccola parte

dell'importante donazione

del professor Guglielmo

Maetzke di migliaia

dei suoi piccoli e silenti

amici: dai "napoleonici"

Historex alle sue rielaborazioni

per Agincourt. Interessante è anche

la donazione di Aldo Galli, ottenuta grazie a

Giuseppe Capretti, per la riproduzione e il

recupero del fascino del soldatino-giocattolo.

Lungo due sale si susseguono poi le

vetrine dall'Egitto faraonico a Roma al Medioevo

fino alla Seconda guerra mondiale.

I figurini sono di diverse dimensioni e in

alcuni casi sono stati utilizzati anche i celebri

“Norimberga”, soldatini bidimensionali

di 30 millimetri affini ai loro “antenati”

di carta. Non mancano alcuni diorami (o

plastici): un'intera legione romana del III

secolo avanti Cristo; l'oste guelfa in marcia

per Campaldino; l'assedio al Castello di

Calenzano da parte di Castruccio Castracani;

la battaglia di Champaubert del 1814,

una delle ultime vittorie napoleoniche. Il

museo possiede anche alcune interessanti

ricostruzioni in cartoncino di importanti

monumenti, come la ricostruzione

ph. courtesy associazione ALA

di oggetti tra cui l'armatura che il professor

Maetzke realizzò per la propria figlia.

La sezione dedicata alla Seconda guerra

mondiale e alla Resistenza è integrata

da modelli di aerei, navi e mezzi militari

oltre che da scenette e da materiale d'epoca.

Per tracciare questo viaggio nel tempo

e nello spazio ci sono voluti passione,

competenza, ricerca e capacità nel “fare”

dell'artigiano-artista. Il museo conserva

materiali della mostra Guerra e assoldati

in Toscana 1260-1364 che fu organizzata

allo Stibbert ove rimase esposta dal 1981

al 1997, anno nel quale venne esibita al

Museo nazionale di Villa Guinigi a Lucca,

dove venne prodotto un video con la

regia di Federico Bondi. Con la direzione

della dottoressa Cisternino, l'Afbis, con

Mario Venturi e “La condotta”, ha prodotto

tre mostre tematiche arricchite di cataloghi

dal prezzo contenuto ma con testi

di grande interesse e molto rare quanto

numerose immagini: Guelfi e Ghibellini

in Toscana nel XIII e nel XIV secolo, La

prima guerra mondiale 1914-1918 e Dalla

Rivoluzione all'Impero. Evoluzione del

costume militare e civile fra la Rivoluzione

e la Restaurazione. La visita al museo,

peraltro gratuita, permette di capire l'importanza

di una realtà complessa che sa

riservare tante straordinarie sorprese.

museofigurinostorico@atccalenzano.it

44

MUSEO DEL FIGURINO


I libri del

Mese

Sinfonia per San Salvi

Immagini e parole nel nuovo progetto editoriale di

Roberto Mosi per raccontare la liberazione dalla follia

di Silvia Ranzi / foto Roberto Mosi

Il padiglione delle "agitate" di San Salvi visto dal giardino

Roberto Mosi si qualifica nel panorama

della poesia contemporanea

a Firenze per la sua ampia

ed articolata produzione in versi, nelle

vesti di ispirato ricercatore tra reale ed

ideale, reporter attento che dalla dimensione

del contingente sublima distillate

verità introspettive ed etico-sociali,

quale sensibile esploratore della cultura

del territorio, supportato dalle ascendenze

evocative della storia e del mito.

Crede nell’interdipendenza fra le arti e

lo attesta il suo legame con il parallelismo

figurativo espressionista dell’amico

artista, Enrico Guerrini, e i video art

sui suoi cicli lirici, curati dal critico d’arte

Virginia Bazzechi. Nei suoi eventi letterari

performativi onora il concetto di

“sororità fra le arti”, codificato nell’antichità

dagli assiomi tramandati: l’ut pictura

poesis dell’Ars poetica di Orazio

e il detto di Simonide di Ceo, riferito da

Plutarco, “la pittura è poesia muta e la

poesia pittura parlante”. L’autonomia e

la sinestesia delle arti sono state confermate

da numerosi pensatori come

Goethe, nelle sue riflessioni sul sapore

dei colori, e sottoscritte dal saggista e

critico letterario inglese Walter Pater in

un suo passo: «Sebbene ogni arte abbia

il suo specifico ordine di impressioni e

un incanto inconfondibile, può osservarsi

che ogni arte tende a trapassare

nella condizione di un’altra». Il recente

libro Sinfonia per San Salvi (Edizioni

Il Foglio, Piombino, 2020) è un progetto

editoriale diretto da Roberto Mosi in

collaborazione con gli interventi di Nicoletta

Manetti e Gordiano Lupi, corredato

da 28 fotografie dell’autore in

bianco e nero che riportano le immagini

di murales ed anfratti ambientali odierni

riguardanti interni ed esterni di uno

dei padiglioni dell’ex-manicomio ripresi

dalle griglie in ferro che sbarrano porte

e finestre, secondo una concatenazione

di accenti lirici che approdano a Piombino,

città delle spente acciaierie nella

criticità industriale dell’oggi, secondo la

visuale appagante del mare dalla panoramica

Piazza Bovio. Il testo, composito

e corale nella sua miscellanea rielaborata

da precedenti sillogi − Concerto;

NonLuoghi; Parole e paesaggi; Navicello

etrusco −, è dedicato a Carmelo Pellicanò,

ultimo direttore psichiatra che

ha curato la fase di transizione operata

dalla Legge 180 di Basaglia − 13 maggio

1978 − finalizzata alla chiusura dei

manicomi. Il parco San Salvi, in data 25

aprile − 1° maggio dello stesso anno,

fu aperto alla cittadinanza ed i giovani

della Brigata Rodolfo Boschi di Grassina

realizzarono, con l’aiuto degli artisti

della Tinaia, un murales su

disegno creato dagli esuli

cileni, in omaggio alla

poesia La città che Pablo

Neruda dedicò a Firenze

quando, nel dopoguerra

del 1951, ritirò la cittadinanza

onoraria. La studiata

orchestrazione di testi poetici

e testimonianze plurime

− tra cui la canzone

di Simone Cristicchi Ti regalerò

una rosa, vincitrice

del 57° Festival di Sanremo

sul tema della follia e

della solitudine − si offre come una sinfonia

melodica nel ricordo di coloro che

hanno sofferto il discrimine tra follia e

ragione, verso un umanesimo da riabilitare

secondo nuove direzioni rigenerative

ed educative. Emblematici i tempi

della sintassi eufonica nelle modulazioni

ritmiche al pari delle partiture musicali

del tempo e dello spazio, alleate alla

memoria sul refrain “Terra”: “desolata”,

“follia”, “liberata”, “riconquistata”. Il poeta-fotografo

Roberto Mosi dà prova

ancora una volta di saper esaltare l’icasticità

dello scatto fotografico al servizio

della parola mito-poetica tra grafema e

fonema, catturando l’identità dinamica

dei luoghi, facendo proprio il concetto

di “Terzo paesaggio” enucleato da Gilles

Clèment per le aree dismesse diversamente

biologiche, stigmatizzando i

suoi densi itinerari lirici.

Il libro è disponibile in alcune librerie

ed edicole a Firenze e Piombino e on

line su Amazon e altri concessionari

mosi.firenze@gmail.com

www.robertomosi.it

poesia3002.blogspot.com

SINFONIA PER SAN SALVI

45


Mauro

Maris

www.mauromaris.it

mauromaris@yahoo.it


Ritratti

d’artista

Elena Migliorini

Dalla realtà al simbolo passando attraverso la natura

di Jacopo Chiostri

Firenze come sarà, olio su tela, cm 100x50

Pittrice multiforme: questa è la

prima impressione che si ricava

studiando le opere di Elena

Migliorini, artista con un solido background

di tecnica, esposizioni e premi

ricevuti. Multiforme, dicevamo, in

quanto i suoi soggetti spaziano non solo

nei generi classici − dal paesaggio

al ritratto, dall’architettura urbana alle

composizioni potremmo dire “botaniche”

− senza, apparentemente, una predilezione,

ma ancor più per le diverse

e sorprendenti raffigurazioni che testimoniano

una ricerca che non tralascia

alcuna possibile soluzione espressiva e

rifiuta di accomodarsi in una facile rendita

di posizione. C’è però un filo che

unisce le sue opere. Ed è l’evidente simbologia

che vi si rintraccia. Si guardi,

per capirsi, l’opera Firenze come sarà e

ed anche, seppur, a prima vista meno

evidente, Anthurium (pittura ad olio la

prima, acquerello l’altra). Nella Firenze

di Firenze come sarà, con il futuro rappresentato

dalle navicelle spaziali, appaiono

il duomo e gli altri monumenti, ed

è così che, simbolicamente, Elena Migliorini

rassicura che l’anima di questa

città resterà nei secoli; mentre in Anthurium

− opera dove si evidenzia tutta la

sensibilità decorativa dell’artista, in una

rappresentazione sensuale ma anche

mistica, che si traduce in un’estetica

che non sarebbe fuori luogo ricondurre

al Liberty − è la bellezza allo

stato puro che si offre, a un tempo

nuda e fiera, per una pluralità

di messaggi sensoriali e di natura

etica: la bellezza è possibile, se

si riescono a superare pregiudizi,

prepotenze e si è capaci di cogliere

l’equilibrio della creazione; la

Migliorini lo “sintetizza” con una

sapiente esecuzione in termini di

armonia compositiva. In ognuna

delle opere di questa artista che

lo spazio tiranno non permette di

presentare se non in minima misura,

c’è un segno che va oltre

l’ovvio, che lo frantuma. Succede,

per esempio, in quel quadro

di taglio autunnale − dove le foglie

morte giacciono a terra, “ammucchiate”

dall’artista con un interessante

virtuosismo − nel quale

colpisce l’osservatore quell’unica

foglia che sta arrivando sulle

altre: l’elemento che cambia tutto.

Eclettica anche nella scelta dei colori,

a volte morbidi, se non sfumati, altre

volte squillanti, con una luce che emana

vigore, come nella raffigurazione del

nuovo Palagiustizia o, saltando di palo

in frasca, di quel battello, del quale non

si vede l’interno, che naviga su di un fiume

africano, sorvegliato dal volto emblematico

e di grandi dimensioni di una

bellissima dea. Nata a Lastra a Signa

Anthurium, acquerello, cm 50x70

nel 1950 (FI), Elena Migliorini vive e dipinge

a Scandicci. Nel 2007, dopo aver

concluso gli anni di lavoro nella pubblica

amministrazione, inizia a dedicarsi

al disegno, sua passione da sempre, e

successivamente studia altre tecniche,

tra cui l’acquerello, sotto la guida della

pittrice Fiorella Macchioni, e la pittura a

olio con la pittrice Lucetta Risaliti. Inizia

un’intensa attività espositiva sia in mostre

personali che collettive. Nel 2018 è

stata premiata nell’ambito del 52° Concorso

nazionale di pittura Città di Lastra

con l’opera ad acquerello Magnolia

in fiore. Nel giugno scorso è stata insignita

del Collare Laurenziano dall’Accademia

Internazionale Medicea. Nel 2019

ha ricevuto il diploma d’onore con menzione

d’encomio al premio internazionale

Michelangelo Buonarroti a Seravezza

(Lucca); sempre a dicembre è stata insignita

del premio Ponte Vecchio da

parte di Toscana Cultura.

elenamiglio@hotmail.it

ELENA MIGLIORINI

47


Il super tifoso

Viola

A cura di

Lucia Petraroli

Riccardo Fogli

Intervista al famoso cantante, toscano doc e tifoso viola, per

parlare del futuro del calcio e della musica

di Lucia Petraroli

Riccardo Fogli, toscano doc, nato

a Pontedera, frontman e bassista

dei Pooh, ha inciso nella sua

carriera 32 album, vincendo anche da

solista la 32esima edizione del Festival

di Sanremo con il brano Storie di tutti i

giorni. Amante del calcio − gioca stabilmente

nella Nazionale Cantanti − e della

Fiorentina di cui è tifosissimo, lo abbiamo

intervistato per avere il suo punto

di vista sul momento difficile che stiamo

attraversando, sul futuro della musica

e del calcio.

Come sta vivendo l’emergenza sanitaria?

Quando tutto è iniziato, ero con la mia

band in Russia. Era inizio marzo e del

virus si sentiva parlare soltanto in Cina,

non ancora in Russia. Arrivati a Mosca,

abbiamo scoperto che c’era già

una task force operativa per affrontare

l’emergenza. Siamo rientrati con un volo

Alitalia, l'unica compagnia che ancora

volava.

Pensa che questa emergenza potesse

essere gestita meglio sia a livello generale

che sportivo o le istituzioni di

entrambi i settori si sono mosse nel

modo migliore?

Questo campionato deve ritenersi

concluso oppure no?

Credo possa riprendere, se ne usciremo

bene, con le giuste precauzioni. Cerchiamo

di non affogare il calcio, preserviamo

i giocatori al meglio. Guardare

qualche bella partita ci farà bene.

Come giudica l’operato di Commisso

in questo suo primo anno alla viola?

Il nostro presidente sta facendo un

buon lavoro. Io ho ancora nel cuore i

Della Valle che hanno fatto molto per la

viola. Sono sicuro però che Commisso,

con le sue idee avveniristiche, lascerà

un'impronta importante.

Commisso ha aperto ad una possibile

vendita di Chiesa; pensa che i giovani

viola saranno lasciati andare oppure

no?

Mi auguro vengano preservati il più a

lungo possibile, chiedendo prestazio-

E’ una malattia strana questa, qualcosa

che non conoscevamo. Quale logica

c'è nel mandare in campo dei ragazzi

o aprire le porte ai tifosi che sudano,

si abbracciano e bevono birra? Aprire

prima o dopo non cambia molto. La

Germania ha più soldi di noi, si può attrezzare

meglio. Lo sport va comunque

tutelato; abbiamo bisogno del calcio,

è un'industria economica importante.

Oggi dobbiamo accontentarci di vederle

da casa le partite, ci vuole prudenza.

Anche i politici navigano a vista essendoci

molta paura di sbagliare.

Riccardo Fogli (ph. courtesy agenziapasquale.it)

Vincitore al Festival di Sanremo

Con i Pooh

48

RICCARDO FOGLI


ni importanti oggi con la promessa di

essere ceduti domani. Se Chiesa fosse

stato venduto troppo presto alla Juve,

avrebbe avuto poco spazio. Firenze

ha dato molto a questi ragazzi che vengono

trattati come protagonisti e sono

i nostri campioni. Non dobbiamo però

nemmeno tarpargli le ali.

Si aspetta un nuovo stadio per Firenze

o si andrà verso il restyling del

Franchi?

Il Franchi si può anche rimodernare, ma

va realizzato comunque un nuovo stadio,

con i tutti i comfort e gli introiti che ne

derivano. Andai una volta a fare un concerto

in Ucraina: ricordo molto bene lo

stadio dello Shaktar Donetsk, un impianto

trattato coi guanti bianchi, giorno e

notte, con grande vantaggio per alberghi

e strutture ricettive. E' questa la differenza.

Da giocatore nella Nazionale Cantanti,

ci racconta la partita più bella?

Ricordo la partita che giocammo contro

gli inglesi di Rod Stewart a Firenze.

Lui non venne perché aveva

la mononucleosi, ma i musicisti

inglesi presenti erano

scatenati. Perdemmo

1-0, io non ero in forma come

oggi. Da lì mi sono ripromesso

di allenarmi per

essere sempre al top. Con

Morandi a fine partita facciamo

sempre due giri di

campo.

Il miglior giocatore di

sempre secondo lei?

Baggio, senza dubbio. Una

spanna in più rispetto agli

altri.

Toscana significa anche bei posti e

buona cucina: quali sono le sue preferenze?

Mi piace molto cucinare soprattutto per i

miei amici più cari che vengono a trovarmi

in Maremma, dove trascorro l’estate.

Fegatini di pollo, fagioli all'uccelletto, ribollita.

Insomma, i classici piatti toscani

che ho imparato da mia madre.

Durante il concerto dello scorso marzo in Russia

Molte le difficoltà nel campo dello

spettacolo e della musica oggi: cosa

si augura?

Tornare a fare il nostro lavoro sarà importante.

Penso a musicisti, tecnici e

tutti quelli che lavorano in questo settore.

Stiamo tenendo duro ma la situazione

non è facile, sarà dura. Io sono

fortunato, ma le altre persone con 600

euro non possono andare avanti per

molto.

Progetti futuri?

Nell'immediato futuro, spero di rientrare

a Roma dai miei cari dopo la quarantena

qui in Maremma. Per il lavoro, mi

auguro si possa presto tornare a fare

concerti, magari all'aperto, sotto le stelle,

nei paesi della nostra bellissima Italia.

Ha in mente una canzone per Firenze

e la Toscana?

Preferisco cantare le canzoni degli altri,

tipo Santa Maria Novella di Pupo

se parliamo di Firenze (ride). Ho scritto

poche canzoni di successo; di solito

scrivo e poi strappo…

La copertina del singolo con cui vinse il Festival nel 1982

RICCARDO FOGLI

49


I maestri dell'

architettura

A cura di

Margherita Blonska Ciardi

Gianni Aricò

Il celebre artista ed architetto protagonista della rassegna

AqvArt a Venezia

di Margherita Blonska Ciardi

L’edizione 2020 della

rassegna d’arte

contemporanea AqvArt,

che si svolgerà il prossimo

settembre a Venezia

presso la Scuola Grande di

San Teodoro, avrà l'onore di

presentare alcune opere pittoriche

del celebre architetto,

artista e scultore veneto

Gianni Aricò. Non poteva

essere altrimenti visto che

il palazzo storico che ospiterà

la mostra si trova accanto

al Teatro Goldoni

per il quale l'artista ha realizzato

i bassorilievi bronzei

della facciata. La Scuola

Grande di San Teodoro è

sede di concerti dedicati ad

Antonio Vivaldi con l’interpretazione

dei Musici Veneziani.

L'arte di Aricò è legata alla figura

del musicista barocco al quale ha dedicato

un monumento commemorativo

per l'anniversario della morte, con

la collaborazione dell'ambasciata italiana

a Vienna e di un’associazione di

imprenditori veneti. Probabilmente

non tutti sanno che il geniale compositore,

desiderando farsi conoscere a

livello internazionale, decise di trasfe-

Ritratto bronzeo della moglie dell'artista

rirsi a Vienna, considerata all’epoca un

centro di cultura mondiale. Purtroppo

la sua musica non fu accolta con l'entusiasmo

sperato e Vivaldi trascorse

il resto della vita in miseria e dimenticato

da tutti. Morì solo e non avendo

soldi fu sepolto nella fossa comune.

E' stato un musicologo francese di origine

algerina, Marc Pincherle, a riscoprire

e studiare le sue composizioni

Gianni Aricò nel suo studio

all'inizio dell'Ottocento. Gianni Aricò

ha realizzato tante sculture dedicate alla

musica e alla figura di Vivaldi in città

come Vienna, Venezia e Miami. Oltre

alla fusione in bronzo, esegue le proprie

opere con una tecnica nuova ed

originale che consiste nello scolpire

blocchi di vetro − come si fa con il

marmo − per creare stupende sculture

a tema sacro.

Il monumento ad Antonio Vivaldi a Venezia

I bassorilievi di Aricò per il Teatro Goldoni a Venezia

50

GIANNI ARICÒ


A cura di

Margherita Blonska Ciardi

Nuove proposte dell’arte

contemporanea

Rolando Rovati

Racconti fantastici tra colore e geometria

di Margherita Blonska Ciardi

Nato nella campagna bresciana,

Rolando Rovati ha dimostrato

doti d’artista fin dalla prima

infanzia, abbracciando la pittura come

compagna di vita. Il destino lo ha portato

a fare un lungo percorso, passando prima

attraverso la professione di medico

per poi dedicarsi totalmente alla pittura,

vera passione della sua vita. Le sue tele

colorate raffigurano micro e macro cosmi

dove universi e pianeti − sia quelli composti

da ecosistemi organici che quelli

artificiali delle città costruite dall'uomo

− sono in perfetta armonia con la natura.

Spesso nelle sue opere si vedono sistemi

solari che si scambiano energie e tutto

segue una casualità imprevedibile. Nei

mondi di Rovati la musica è filo conduttore

di una composizione a ragnatela, con

note che sembrano danzare in preda al

vortice del ritmo. Nelle sue composizioni

vivono ricordi del passato: i viaggi giovanili

da Gibilterra all’Himalaya, la natura, a

contatto con la quale è cresciuto, i dipinti

dei madonnari che da bambino ammirava

davanti alle chiese. Suo obiettivo è coniugare

l’irruenza espressiva con l’ordine, la

simmetria, l’equilibrio e il decoro. Si tratta

di un processo esecutivo

che parte da un’immagine

nascosta nei ricordi per farsi

poi trascinare dall’emozione

e fluire spontaneamente.

Rovati sa da quale ricordo

partire nella realizzazione di

un quadro, ma non può mai

prevedere come ultimerà l'opera.

Dipingere è per lui un

atto di creazione continua. A

volte nelle sue tele le storie

del passato s’intrecciano per

generare un nuovo racconto.

Ad una prima lettura, sembrano

opere costruite sulla

base di un approccio scientifico

dettato dalle leggi della

logica, ma poi, osservandole

meglio, si notano “punti di caduta, di

fuga e di perdita di memoria” che sfociano

nell’astrazione. Il geometrismo viene

interrotto da imprevisti e varianti, proprio

come avviene nello scarabocchio di

un bambino. Le sue opere sono collegate

l’una all’altra da reti che, come una ragnatela,

inglobano ogni elemento, con linee

a volte dritte altre volte a zig zag, oppu-

Nel mio giardino (2015), tecnica mista su tavola, cm 60x60

re ellissi, parabole, cerchi, rette parallele

che all’improvviso divergono o s’incrociano,

guidando lo sguardo alla scoperta

del racconto. L'artista è in permanenza

alla galleria La Telaccia by Malinpensa di

Torino e parteciperà alle prossime aste di

Fabiani Arte.

www.rolandorovati.com

Il berretto a sonagli (2017), tecnica mista su tavola, cm 160x80

ROLANDO ROVATI

51



A cura di

Laura Belli

Speciale

Pistoia

Biblioteca San Giorgio

Inaugurata nel 2007 nei locali recuperati di una vecchia

fabbrica, ospita opere in permanenza ed esposizioni

d’arte contemporanea

di Laura Belli

La grande opera di Anselm Kiefer ospitata in biblioteca

(ph. courtesy InToscana.it)

La Biblioteca San Giorgio a Pistoia

è stata inaugurata nel 2007. Il

nome trae origine dalla vecchia

fabbrica San Giorgio di cui la biblioteca

ha occupato alcuni capannoni industriali

da tempo dismessi. Fondata nel 1907,

la fabbrica è stata una tra le più importanti

industrie metalmeccaniche nella storia

della città e, dando il suo nome alla biblioteca,

si è inteso mantenerne vivo il ricordo

e sottolineare una certa continuità di

servizio alla città tramite il passaggio da

luogo di fabbrica a luogo della cultura. Si

è così risolto il problema della mancanza

di spazio della vecchia e storica Biblioteca

Forteguerriana, ospitata in un bel palazzo

cinquecentesco ma ormai inadeguato

ad accogliere una biblioteca moderna con

le sue nuove funzioni di centro di studio

ma anche di aggregazione e le esigenze di

adeguati strumenti bibliografici connessi

al nuovo modello di "biblioteca pubblica"

che si stava affermando. A questo scopo,

i progettisti hanno conservato gran parte

dell'impianto originario della fabbrica,

esaltando lo scheletro dei vecchi capannoni

per mantenerne la memoria, ma

hanno riorganizzato e distribuito lo spazio

interno adeguandolo alla funzionalità

di una biblioteca moderna e alle molte iniziative

culturali che la nuova biblioteca intendeva

offrire alla città. Il risultato è un

luogo che accoglie annualmente più di

400.000 presenze e livelli di prestito tre

volte superiori alla media nazionale e ciò

è dovuto all’ambiente spazioso, luminoso

e accogliente ma più ancora dalla continua

offerta di occasioni di cultura per le

persone di ogni età. Nello stesso anno

dell'apertura della San Giorgio, venne installata,

nella parete di fondo della grande

sala dipartimenti, un'opera monumentale

dell’artista tedesco Anselm Kiefer dal titolo

Il grande carico. L’opera donata dalla

Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia −

un grande pannello realizzato con una pittura

materica con tonalità che vanno dalle

ocre rossastre all'argento − evoca simbo-

Uno scorcio della Biblioteca San Giorgio

licamente il drammatico viaggio verso l'ignoto

di un’imbarcazione che trasporta

un pesante carico di libri a rappresentare

il non sempre facile impegno di conservazione

e trasmissione della cultura. Anselm

Kiefer, una delle figure più importanti

del movimento artistico Neo-espressionista,

si distingue per l’uso di enormi tele e

spesso ha inserito nei suoi lavori elementi

volti a commentare con ironia e sarcasmo

aspetti tragici della storia e della

cultura tedesca anche quella del periodo

nazista. Ha raggiunto fama internazionale

e le sue opere si trovano nei maggiori

musei del mondo. Nel 1980 la Biennale

di Venezia gli ha dedicato

una mostra personale.

Dopo questa importante

donazione, la biblioteca

ha incrementato nel corso

degli anni il proprio patrimonio

artistico e ha aperto

la strada a una vivace

attività espositiva aprendo

i propri spazi alla Public

Art, tendenza dell’arte

contemporanea che vuole

uscire dagli spazi esclusivi

dei musei per entrare

a far parte di ciò che possiamo

vedere tutti i giorni,

camminando per strada o

alzando gli occhi in una

pausa di lettura o studio

in biblioteca.

BIBLIOTECA SAN GIORGIO

53


Giuseppina

Maestrelli

in arte Peppetta

Polinesia 1999

Se fossi nata qui, sarei stata una conchiglia abbandonata alla culla della risacca

Sarei stata un fiore caduto a sera dal suo stelo lieve

Sarei stata un pesce nascosto fra le madrepore

Sarei stata una palma docile piegata al vento

Sarei stata un pescatore paziente a tendere le reti

Immersa in questo mare mi tingo la pelle di colori irreali

Giuseppina Maestrelli, Peppetta, nasce ad Empoli nel 1945; è autrice di libri

- Dimmi ciao; Terra, mare e cielo; Prima dell’iPhone - e fotografie di opere d'arte

moderna con cui comunica i propri ricordi. Tra le sue mostre ricordiamo: 2016,

Cerreto Guidi; Galleria Il Cesello, Pietrasanta; Stazione Leopolda, Firenze; 2017,

Comune di Pisa; Auditorium al Duomo, Firenze; Iclab, Firenze; Chiesa di San

Marco e Cripta di San Lorenzo, Firenze; Educandato SS. Annunziata, Firenze;

2019, mostre a Venezia e Siena. E’ stata insignita del Collare Laurenziano (Salone

dei Cinquecento, Palazzo Vecchio, Firenze), del premio Ponte Vecchio e nel 2019

del premio Toscana Cultura.

superpeppetta@gmail.com


A cura di

Paolo Bini

Arte del

Vino

Il gioco degli abbinamenti: antipasti di pesce

di Paolo Bini

Stiamo piano piano riprendendo

il contatto con il mondo esterno

ma il graduale ritorno alle abitudini

di un tempo non ha completamente

scoraggiato la voglia di dedicarsi alla

cucina casalinga. Sempre nello spirito

di aiutare i numerosi chef prêt-à-poster

italiani, che seguono social-consigli

di reali sommelier professionisti o

sedicenti tali, questo mese vi suggerisco

qualche rudimentale tecnica per

l’abbinamento agli antipasti di mare. Di

acqua dolce o salata, il pesce che presentiamo

in tavola come piatto di entrata

rilascia una percettibile ma delicata

aromaticità che varia in persistenza gustativa

sulla base del tipo di cottura e

della temperatura di servizio. Abbiamo

raccontato nel numero precedente

di come le sensazioni saporifere e tattili

di un piatto necessitino, a prescindere

dal preparato, di concordanza o

contrapposizione con quelle percepite

assaggiando il vino in abbinamento.

Carpaccio di polpo, tartine al salmone,

luccio in insalata o tempura di gamberi

sono, per esempio, antipasti che hanno

almeno un fattor comune saporifero:

una tendenza dolciastra che certamen-

Terratico di Bibbona bianco

DOC Serpentino, Fortulla

Toscana Vermentino IGT

Felciaio, Badia di Morrona

Ph. Mynor Bejarano (Pixabay)

te non può essere definita zuccherina

ma che vagamente la ricorda. Il vino,

bevanda acidula e alcolica a prescindere,

dovrà essere scelto molto attentamente

sulla base di una buona intensità

gustativa, un’acidità spiccata ma conservando

un corpo contenuto per non

sopraffare la delicatezza del piatto. Ecco

perché sugli antipasti di mare spes-

so risulta vincente la scelta dei

vini bianchi, giovani e non particolarmente

strutturati, che,

con aromi vivaci ma non invadenti,

con struttura rispettosa

del cibo leggero e con componenti

dal basso ph, lasciano una

bocca fresca e azionano il flusso

salivare in modo da ripulire

con garbo quella tendenza dolce

di cui sopra. Nel caso in cui

l’aggiunta di formaggi cremosi

incidesse sulla complessiva percezione

di grassezza, ecco allora

che bollicine gentili, dry o brut,

diverrebbero l’ideale detersione

per il nostro palato.

Rimaniamo comunque sui vini

fermi e pensando a stuzzichini

come i semplici crostini

al salmone o i vol-au-vent con

spuma di trota o ancora dei

gamberi in crosta, selezionia-

mo uno dei vitigni bianchi toscani che

vanno per la maggiore: il Vermentino.

Coltivato prevalentemente sulla

costa regionale ma anche nell’entroterra

centro-meridionale, dona ai vini

profumi tipici di pesca e camomilla

con sfumature di erbe. Pulito, vivace e

dall’ottimo rapporto qualità-prezzo è il

Toscana IGT Felciaio di Badia di Morrona,

azienda dell’alta Val d’Era. Se consumato

giovane, con il suo piacevole

finale di agrume, assumerebbe le connotazioni

sensoriali giuste per un abbinamento

eccellente. Altro esempio di

indubbia qualità è il Terratico di Bibbona

DOC Serpentino di Fortulla. Azienda

di Castiglioncello che produce in regime

biologico, in questo vino unisce al

Vermentino un tocco di Viognier, uva

che resiste bene alla forza solare e che

arricchisce il prodotto con profumi di

albicocca e frutta tropicale. La piacevole

acidità giovanile, un corpo non

banale e la succosa scia sapida lo renderebbero

sublime su delle bruschette

con tinca affumicata e fagioli, un’insalata

di polpo grigliato o ancora frittelline

di baccalà. Per gli antipasti di mare,

ricordate, il vino non deve perdere la

sua naturale acidità e allora dovrete fare

proprio come con gli stuzzichini: visto,

preso e consumato subito!

ABBINAMENTI

55


Personaggi

Giorgio Weber

Anatomopatologo di fama internazionale, scrittore e

poeta, si è spento all’eta di 97 anni

di Barbara Santoro

Il professor Giorgio Weber, famoso

anatomopatologo conosciuto

a livello internazionale per gli studi

sull'arteriosclerosi e per essere stato

innovatore degli studi storico artistici

sull’anatomia, è morto lo scorso 5

maggio all’età di 97 anni. Figlio e nipote

di ingegneri, era nato a Pergine Valdarno

il 22 gennaio del 1923, dove il

padre Guglielmo dirigeva una grande

azienda chimica. La famiglia, originaria

della Sassonia, era stata chiamata

a metà Ottocento dal consultore del

Granduca per rimettere in attività le miniere

da tempo abbandonate in Maremma.

La sua carriera medica iniziò come

aiuto del professor Antonio Costa all'Università

di Firenze; diventò poi professore

ordinario di Anatomia patologica

all'Università di Siena dove, dal 1968

al 1993, ha diretto l’Istituto di Anatomia

e Istologia patologica. Due volte

presidente della Società italiana per lo

studio dell'arteriosclerosi (1975-77 e

1978-80), ha diretto un gruppo di studi

epidemiologici del CNR dedicato alle

malattie cardiovascolari in Italia. Ha,

inoltre, fondato e diretto per anni la

scuola per tecnici di laboratorio dell'Università

di Siena, dove ha istituito il

dottorato di ricerca sull’arteriosclerosi.

Ha poi condotto studi di microscopia

elettronica sull’inizio delle lesioni intimali

arteriose e delle evoluzioni delle

stesse sotto influssi farmacologici, tossici

o in condizioni metaboliche alterate.

Ha lavorato in istituti di

ricerca e Università al

di qua e al di là dell’Atlantico.

Lasciati gli impegni

lavorativi dopo

tanti riconoscimenti e

premi (Medaglia d'oro

del Presidente della

Repubblica), il suo interesse

poliedrico e variegato

si è rivolto alle

scoperte di Giambattista

Morgagni, Antonio

Cocchi, Giovanni Targioni

Tozzetti, Lorenzo

Bellini e Antonio Benivieni.

Più di quattrocento

le pubblicazioni,

anche con collaborazioni

internazionali. Da

sempre interessato alle

patologie del corpo

umano, ha scritto

Patologo fra gli artisti,

una sorta di enciclopedia

in due volumi

(Polistampa Editore)

intitolati Mal d’arte e Le

Giorgio Weber

voci della materia. Personaggio dalla

cultura enciclopedica, negli ultimi anni

si era scoperto poeta pubblicando alcune

raccolte di liriche intitolate Senza

rete, Au bout, Brunch, In questa ellisse,

Smart-phone, Poesie tarde, Nel turbine.

Un concentrato di cultura, arte,

musica e sentimenti così commentato

dalla moglie Donatella Contini Bonaccosi,

nota scrittrice che gli è stata

accanto per più di 70 anni: «Un continuo

esplodere di immagini che si susseguono

e si chiamano in piena libertà,

un modo di scrivere avveniristico: può

dire tutto e riferire e collegare e svariare

da un pensiero all'altro. A chi legge

può dare quel senso di sorpresa e

di pienezza che solo l'arte dà quando

è risolta e svolta nel modo giusto,

quello che le addice». Giorgio Weber

è stato un tenero amico, una persona

saggia e sapiente, sul quale fare sempre

affidamento, ed oggi che non è più

con noi mi piace pensarlo in quel paradiso

di cui abbiamo parlato tante volte,

attorniato da una folla di angeli che lo

ascoltano rapiti e gli pongono quesiti ai

quali nemmeno San Pietro è riuscito a

rispondere.

56

GIORGIO WEBER


Cultura e

solidarietà

Ad Anghiari un circolo di scrittura per

unire le persone nel segno della parola

di Gaia Simonetti / foto courtesy Circolo di scrittura autobiografica a distanza

Le storie di vita sono la sua passione.

Le parole, che nascono

e si posizionano una dopo l'altra

con la penna che scorre sul foglio,

compongono un fiume di emozioni che

non si ferma, che scava nell'anima. Dal

1999, Stefania Risse coordina il Circolo

di scrittura autobiografica a distanza della

Libera Università di Anghiari, in provincia

di Arezzo, basato sul volontariato.

Nel corso degli anni, al circolo sono arrivate

migliaia di lettere scritte a mano,

provenienti da varie città italiane e da altri

paesi del mondo. «Lanciamo temi per

posta e raccogliamo ricordi e storie sempre

per posta − racconta Stefania −, arrivano

istantanee di un tempo andato

ma anche messaggi di speranza e ancora

lettere ai nonni, testi sul primo giorno

di scuola o scritti dedicati a chi non c’è

più. Insomma, tutto ciò che racconta la

vita». Scrivere è condividere; è dare voce

al cuore che troppo spesso "parla" senza

essere ascoltato; è partire dal passato

per proiettarsi nel futuro e fare un lungo

viaggio. E’ anche questo il tema dell’ultimo

lavoro del circolo, il libro Quella volta,

su un treno, curato da Stefania Risse

e Roberto Scanarotti ed edito da Equinozi.

Treni e rotaie fanno da sfondo alla

vita e alle esperienze vissute da 44 autori.

Storie di incontri, svolte, perdite, scoperte

e riscoperte che attraversano la

storia del nostro paese. Viaggi compiuti

su un treno o che partono dal cuore

per raggiungere la stazione chiamata “rinascita”.

Una stazione che serve, in particolare,

in questo tempo sospeso. Un

tempo dettato e segnato dal virus in cui

riaffiorano l’autenticità e la bellezza delle

piccole cose. Come l’emozione di ricevere

la risposta alla lettera scritta a mano e

indirizzata al circolo. Quella sera, tornando

a casa dal lavoro, guardai la cassetta

della posta e la trovai. Era una busta color

avorio, piccola ma preziosa. Gli occhi

mi brillarono.

Alcuni volontari del circolo

CIRCOLO DI SCRITTURA

57


L’avvocato

Risponde

A cura di

Aldo Fittante

L'emergenza giuridica da Coronavirus

di Aldo Fittante

La crisi sanitaria e socio-economica

provocata dall’ormai

tristemente noto Covid-19 pone

per imprese e parti contraenti in

generale la questione dell’eventuale

impossibilità di adempiere le obbligazioni

contrattuali precedentemente

assunte. Il lockdown imposto per l’emergenza

sanitaria apre nei rapporti

commerciali tra imprenditori scenari

per certi versi addirittura imprevedibili:

ciò che è certo è che saranno

comunque molto frequenti i casi di ritardi

o di impossibilità di consegnare

prodotti e materiali a causa di difficoltà

nel relativo approvvigionamento,

il tutto con un effetto a catena

che renderà arduo distinguere possibili

responsabilità e circoscriverne

l'ambito. L’emergenza – anche giuridico-contrattuale

– da Coronavirus

non è del resto sfuggita al legislatore,

che all’art. 91, comma 1 del D.L. 17

marzo 2020, n. 18 (il c.d. Decreto Cura

Italia), ha espressamente previsto

che il rispetto delle misure di contenimento

di cui presente decreto è sempre

valutata ai fini dell’esclusione,

ai sensi e per gli effetti degli articoli

1218 e 1223 c.c., della responsabilità

del debitore, anche relativamente

all’applicazione di eventuali decadenze

o penali connesse a ritardati o

omessi adempimenti. La norma – imponendo

al giudice di tenere in debita

considerazione l’osservanza delle

norme emergenziali ai fini di valutare

la sussistenza della responsabilità

contrattuale – non è certamente destinata,

anzitutto, ad alleviare il debitore

da responsabilità contrattuale

qualora sia rimasto inadempiente rispetto

ad un’obbligazione pecuniaria,

considerato che il pagamento di una

somma di denaro non può mai risultare

obiettivamente impossibile. Né

può ritenersi che la disposizione abbia

inteso attribuire, a discapito degli

interessi dei creditori, una generale

moratoria per i debiti, per la quale

sarebbe stata necessaria all’evidenza

una disciplina espressa. La regola

contenuta nel Decreto Cura Italia,

piuttosto, sembra richiamare la figura

del factum principis: è il caso del

provvedimento emesso dall’autorità

legislativa o amministrativa che, impedendo

o rendendo estremamente

gravosa l’esecuzione dell’obbligazione,

comporta l’esclusione da ogni responsabilità

per il debitore a causa di

eventuali omissioni o ritardi nell’adempimento,

al contempo sottraendo

al creditore il diritto alla risoluzio-

ne del contratto ed al risarcimento

del danno. La norma ha dunque tipizzato

un’espressa tipologia di causa

di forza maggiore, che si atteggia

ad evento sospensivo – o, nell’ipotesi

estrema in cui l’evento si sia stabilizzato,

addirittura estintivo – delle

obbligazioni gravanti sul debitore,

chiarendo che l’esigenza di rispettare

il lockdown costituisce causa di forza

maggiore non prevedibile dal debitore

e dunque, almeno astrattamente, idonea

a giustificarne l’inerzia o il ritardo.

Va tuttavia chiarito anche che al

debitore che non abbia potuto svolgere

la prestazione con le modalità e nel

rispetto dei termini contrattualmente

stabiliti, non pare sufficiente richiamare

il factum principis dei provvedimenti

restrittivi di queste settimane.

Per non incorrere in responsabilità

contrattuale il debitore dovrà altresì

dimostrare di essersi adoperato, con

il grado di diligenza preteso dall’art.

1176 cod. civ., per minimizzare gli

effetti dannosi che sarebbero potuti

derivare al creditore dalla mancata

esecuzione del contratto. Soltanto in

presenza di tali condizioni è dunque

invocabile l’esonero da responsabilità

contrattuale per causa non imputabile

ex art. 1218 cod. civile. Quanto

Aldo

Fittante

Avvocato in Firenze e Bruxelles, docente in Diritto della Proprietà Industriale

e ricercatore Università degli Studi di Firenze, già consulente

della “Commissione Parlamentare di Inchiesta sui Fenomeni della Contraffazione

e della Pirateria in Campo Commerciale” della Camera dei Deputati.

www.studiolegalefittante.it

58

EMERGENZA CORONAVIRUS


sopra nel rispetto dei canoni fondamentali

che informano il nostro diritto

dei contratti: i principi di correttezza e

di buona fede costituiscono in particolare

i criteri destinati ad informare

nel nostro ordinamento qualsiasi rapporto

contrattuale, sia nella fase delle

trattative, sia nell’esecuzione del contratto

e, non ultimo, anche nella fase

patologica dei rapporti tra parti contraenti.

Si renderà dunque necessaria

una delicata valutazione caso per

caso per accertare se, nella fattispecie

concreta, il debitore sia stato comunque

diligente, osservando quei

principi fondamentali che – consacrati

rispettivamente negli artt. 1175

e 1375 cod. civ. ed espressione degli

inderogabili doveri di solidarietà

sociale di cui all’art. 2 Costituzione

– impongono a ciascuna delle parti

del rapporto obbligatorio di agire

in modo da preservare gli interessi

dell’altra. E’ dunque per espressa

disposizione del Decreto Cura Italia

che l’emergenza da Coronavirus deve

essere valutata dal giudice in sede

di accertamento della responsabilità

contrattuale per inadempimento, il

che andrà probabilmente ad alleviare

l’onere della prova che grava sul

debitore. Tuttavia la concreta operatività

della possibile esimente sarà

comunque subordinata ad una valutazione

complessiva e ben ponderata

dell’intero impianto contrattuale e

di quanto possa essere concretamente

e ragionevolmente richiesto al soggetto

inadempiente secondo i criteri

di correttezza e buona fede che costituiscono

principi fondanti il diritto dei

contratti italiano.

EMERGENZA CORONAVIRUS

59


Movimento

Life Beyond Tourism

Travel To Dialogue

Andare avanti oltre il Covid-19

Le iniziative del Movimento Life Beyond Tourism Travel to Dialogue

di Stefania Macrì

Con il lockdown che ha coinvolto

tutti i settori della vita quotidiana

dell’Italia, il Movimento Life

Beyond Tourism Travel to Dialogue ha

ripensato le sue attività a un livello superiore,

grazie all’utilizzo degli strumenti

tecnologici a disposizione e ha avviato

una serie di progetti rivolti ad aziende,

artigiani, istituzioni, artisti e singoli individui.

Si tratta di progetti commerciali i

cui costi vengono coperti interamente

dal Movimento per un periodo limitato

di tempo, allo scopo di contribuire alla

ripartenza delle attività del nostro paese.

La possibilità di usufruire della gratuità

è concessa a tutti coloro che si affiliano

entro il 30 giugno 2020.

Una mostra virtuale internazionale per

gli artisti

Gli eventi del Movimento

ripartono con

una mostra artistica

virtuale internazionale

che prende

il nome dall’omonimo

progetto dedicato

al mondo dell’arte

Art in our Heart WEB

− Mostra virtuale internazionale.

L’iniziativa

è aperta a tutti gli

artisti del panorama

internazionale e nazionale:

basta essere

affiliati, aver creato la

propria vetrina da artista

e seguire quanto

indicato nel regolamento

disponibile sul

sito https://www.lifebeyondtourism.org/

it/regolamento-mostra-virtuale-internazionale-art-in-our-heart/.

La mostra è

online dal 15 giugno

e si concluderà il 15 settembre 2020.

Si tratta di una prima edizione e il Movimento

è intenzionato a realizzarne molte

altre durante il corso dell'anno. Per

essere sempre aggiornati è bene iscriversi

alla newsletter del Movimento Life

Beyond Tourism Travel to Dialogue direttamente

dal sito ufficiale www.lifebeyondtourism.org.

Vo per Botteghe WEB: a fianco degli

artigiani e le piccole medie imprese

italiane

Il progetto nella sua versione online è

stato avviato agli inizi del mese di marzo

2020 e ad oggi ha coinvolto diverse

aziende artigiane italiane. Le opportunità

a disposizione sono molteplici, tra

cui una vetrina di sicura visibilità locale,

nazionale e internazionale e la possi-

bilità di aprire un negozio online grazie

all’accordo che il Movimento ha fatto

con il partner tecnologico italiano Donkey

Commerce. Le aziende interessate

hanno la possibilità di affiliarsi gratuitamente

al Movimento entro il 30 giugno,

usufruendo dei servizi per tutto il

2020 e senza obbligo di rinnovo per gli

anni successivi. Il valore commerciale

dell’iniziativa per il profilo aziendale

è di €200,00 che il Movimento ha

deciso di concedere gratuitamente

per l’intero 2020 per sostenere e aiutare

le aziende artigiane nella ripartenza

economica. Le aziende che hanno

aderito al Vo per Botteghe WEB sono a

oggi: Apepak, Alghero in bicicletta, Antica

Spezieria Santa Maria della Neve,

Big Tess, Dalma, Duccio Banchi bronzista,

Enjoyng Tuscany, EVER Life Design,

Gabriella Gioielli, I tesori del Montefeltro

60

MOVIMENTO LIFE BEYOND TOURISM TRAVEL TO DIALOGUE


Santagata Tartufi, Idea Toscana, Letrec,

Lux Artis, Marsili Company, ML14 Massimo

Lozzi, Novotono, Pout- Purri, Sapaf

Atelier 1954, Scripta Maneant.

Maggiori informazioni sull’iniziativa sono

disponibili sulla pagina ufficiale del

sito: https://www.lifebeyondtourism.

org/it/vo-per-botteghe-2/

DI COSA SI TRATTA?

Un programma del Movimento Life Beyond Tourism Travel To Dialogue in collaborazione con

Donkey Commerce che nasce come risposta concreta a sostegno di artigiani, creatori e piccole

e medie imprese italiane.

SEI UN ARTIGIANO?

POSSIEDI UNA PMI?

Abbiamo scelto di mettere a tua disposizione

gratuitamente per tutto il 2020 le nostre

piattaforme per dare spazio alla creatività del

made in Italy e per poter utilizzare strumenti di

visibilità e vendita on-line.

DI COSA BENEFICERAI?

Iscrizione gratuita al Movimento Life Beyond Tourism Travel to Dialogue fino al

31/12/2020 se ti registrerai entro il 30/06/2020 utilizzando il codice sconto

voperbottegheweb2020

E POTRAI CREARE IL TUO E-COMMERCE

GESTENDOLO A COSTO ZERO

UNISCITI A NOI:

HAI TEMPO FINO AL 30 GIUGNO

CONTATTACI

www.lifebeyondtourism.org/it/vo-per-botteghe-web/

info@lifebeyondtourism.org

055 2398711 - 3914577439

Art in our Heart WEB: un sostegno concreto

agli artisti di tutto il mondo

Il secondo progetto che il Movimento ha

creato si rivolge al mondo artistico, anch’esso

in difficoltà per la chiusura dei

luoghi di fruizione dell’arte. Tutti gli artisti

che si registrano entro il 30 giugno

avranno a disposizione una serie di servizi

online gratuiti per tutto il 2020 e il 2021,

senza obbligo di rinnovo. Il valore commerciale

dei servizi per ogni singolo artista

che si affilia è di €400,00, servizi

che il Movimento ha deciso di concedere

gratuitamente per due anni proprio

per agevolare gli artisti a sfruttare

le tecnologie online per aumentare la loro

visibilità e sviluppare una propria rete

di contatti e collaborazioni. Gli artisti che

hanno deciso di prendere parte al progetto

sono ad oggi più di 60 da 15 paesi del

mondo (Belgio, Canada, Georgia, Grecia,

Italia, Lituania, Norvegia, Repubblica Ceca,

Romania, Russia, Serbia, Spagna, Tailandia,

Turchia, Stati Uniti d'America) e

sono: Cristiano Ambrosini, Semenovich

Antoshchenkov, Maurizio Balducci, Alessandro

Bargellini, Debora Barnaba, Andrea

Benetti, Davide Berti, Andrei Bode,

Luisa Brunello, Giorgi Bugadze, Daniela

Cappellini, Filippo Cianfanelli, Franco Curvo,

Maria Grazia Dainelli, Luc Degrande,

Katia Demyanova, Gabriela Diana, Tamara

Donati, Olga Feofanova, Mauro Gazzara,

Pramila Giri, Madalina Ilie-Musinschi,

Paola Imposimato, Yasemin Ince Guney,

Samia Kirchner, Yulia A. Korneva, Natalia

Kostyrya, Daniela Kovats, Elizaveta Ksenofontova,

Antonella Laganà, Celia Latz,

Fernando Lavatelli, Laura Lodigiani,

Angela Lucarini, Serena Mannari, Anna

Maria Maremmi, Vittoria Marziari, Dmitry

Mikhalin, Valerio Mirannalti, Bianca

Mogosan, Ioana Moldovan, Rosy Muntoni,

Antonella Nannicini, Angelo Massimo

Nostro,Tehya Nyar, Nikola Ojdanic,

Francesca Parrini, Giuseppe Potito, Natalia

Pushkina, MMM Ramazzotti, Rossella

Rispoli Segato, Anna Teresa Ritacco,

Eleonora Rossi, Maria Sallum, Kotryna

Sarapinait, Valerio Savino, Rolando Scatarzi,

Stefania Sergi, Francesca Serri, Apisak

Alex Sindhuphak, Francesco Terzani,

Nana Tsikhistavi, Grazia Tomberli, Mariella

Tonelli, Oleg Ulchitskiy, Paolo Vannini,

Sarah Wang, Aleksandar Zaar, Antonina

Zablocka, Tatiana Zueva.

Per avere maggiori informazioni e aderire

all’iniziativa basta andare alla pagina ufficiale

https://www.lifebeyondtourism.org/

it/art-in-our-heart/

E per i singoli individui?

Il Movimento Life Beyond Tourism Travel

to Dialogue ha attivato un corso in modalità

e-learning attraverso la piattaforma

Udemy e a cui chiunque può accedere

gratuitamente affiliandosi al Movimento. I

singoli utenti riceveranno, infatti, un codice

sconto al momento dell’affiliazione

attraverso cui poter accedere al corso. Il

Patrimonio come costruttore di Pace:

questo è uno degli assunti di base del corso

e si riferisce allo sviluppo della ricerca

condotta dalla Fondazione Romualdo Del

Bianco nei suoi trent’anni di attività e che

coinvolge i suoi esperti internazionali.

Per maggiori informazioni:

https://www.lifebeyondtourism.org/it/

the-life-beyond-tourism-travel-to-dialogue-e-learning-course/

Il Movimento Life Beyond Tourism Travel to Dialogue

Nasce e si sviluppa seguendo i princìpi di Life Beyond Tourism ® , ideati

dalla Fondazione Romualdo Del Bianco al fine di creare una rete internazionale

che promuova il Dialogo tra Culture a ogni livello coinvolgendo

le espressioni culturali dei luoghi (residenti, viaggiatori, istituzioni culturali,

pubbliche amministrazioni, aziende, artigiani e tutti coloro che rispondono alle

esigenze del mercato). Si tratta di una vera e propria nuova offerta commerciale

incentrata sull’agire etico.

Per info:

+ 39 055 284722

info@lifebeyondtourism.org

www.lifebeyondtourism.org

MOVIMENTO LIFE BEYOND TOURISM TRAVEL TO DIALOGUE

61


B&B Hotels

Italia

Il protocollo di sanificazione

di B&B Hotels Italia

di Francesca Vivaldi

B&B Hotels Italia, parte di B&B

Hotels Group catena internazionale

con più di 500 hotel in

Europa e 41 sul territorio nazionale, in

collaborazione con il suo RSPP, BCO

Consulting, azienda leader in materia

di sicurezza negli ambienti di lavoro e

Rentokil-Initial Italia, il più grande gruppo

sul territorio nazionale nel settore dei

servizi per l’igiene, annuncia il nuovo

protocollo di sanificazione conforme alle

normative vigenti.

Il protocollo di sanificazione dedicato,

che prevede la messa in sicurezza di

tutti gli ambienti, si accompagna ad un

dettagliato processo operativo che B&B

Hotels Italia ha sviluppato a tutela degli

ospiti e dello staff delle strutture, garantito

dal Safety Label High Quality

Anti Covid-19 elaborato in

collaborazione con BCO Consulting.

Questi provvedimenti

permettono la continuità del

servizio e il mantenimento degli

alti standard qualitativi offrendo

un soggiorno in piena sicurezza.

A supporto, sono state individuate 8

Golden Rules Help us Helping You che il

personale e i clienti sono invitati a seguire

tra cui: l’utilizzo di dispositivi DPI certificati,

plexiglas protettivi presso i desk

di accoglienza, linee di distanziamento.

«Conscio della situazione relativa alla

diffusione del Coronavirus (Covid-19)

e in costante monitoraggio delle notizie

diffuse dalla World Health Organization,

desidero rassicurare personalmente i

nostri ospiti, i nostri partner, i nostri collaboratori

e tutti i B&B Hotels Lovers,

che B&B Hotels Italia attua da sempre

ogni misura cautelativa a tutela della salubrità

dei propri ambienti», commenta

Valerio Duchini, presidente e amministratore

delegato di B&B Hotels Italia.

«Grazie alla collaborazione con due importanti

attori del panorama nazionale

in tema di sicurezza e igiene come BCO

Consulting e Rentokil-Initial Italia, ab-

62 B&B HOTELS ITALIA


biamo in questo momento ulteriormente

intensificato le misure di sicurezza

con il protocollo Safety Label High Quality

Anti Covid-19 e con 8 Golden Rules

Help Us-Helping You per la tutela di tutti»,

conclude Duchini.

In linea con le normative sanitarie nazionali,

B&B Hotels Italia propone

pratiche breakfast box a sostituzione

della colazione a buffet. Disponibili

in diverse tipologie (dolce, salato e

gluten free), le box sono acquistabili su

hotelbb.com o direttamente in hotel al

momento del check-in.

Il B&B Shop completa l’offerta grazie a

una vasta selezione di prodotti food &

beverage, tra cui piatti pronti riscaldabili

al microonde, prodotti per la cura della

persona, un safety kit composto da mascherina,

gel igienizzate e guanti (disponibile

anche su hotelbb.com).

B&B Hotels Italia continua con motivazione

a voler offrire ospitalità in modo

competitivo e lancia la nuova offerta

Stay Flexi, garantendo il miglior prezzo

assoluto con una politica all’insegna

della flessibilità disponibile su

hotelbb.com. Infatti, a partire dal 28

aprile 2020 fino a marzo 2021, i clienti

potranno usufruire dell’offerta che permette

di modificare le date del proprio

soggiorno fino a 24h prima del giorno

dell’arrivo, riprenotando nella stessa

struttura entro 12 mesi dalla data

di prenotazione, con un eventuale adeguamento

tariffario. Con questa politica

B&B Hotels garantisce ai propri clienti di

poter viaggiare in piena sicurezza al miglior

prezzo disponibile.

Una camera del B&B Hotel Milano Central Station

Scopri tutti gli hotel aperti e prenota al

miglior prezzo solo su hotelbb.com

B&B Hotel Treviso

Valerio Duchini, presidente e amministratore delegato di B&B Hotels Italia

B&B HOTELS ITALIA

63


In vetrina

Di tutto di più

Il “paradiso” dell’usato a Montelupo Fiorentino

di Claudio Caioli

Percorrendo la statale 67

Tosco-Romagnola che da

Empoli porta a Firenze,

all'altezza di Montelupo Fiorentino,

in via del Lavoro nella zona

commerciale si trova Di tutto di

più, 2.200 mq di magazzino dove

è possibile trovare dal mobile

d'arredamento al raro oggetto da

collezione. Ed è proprio su questi

ultimi che Giuliano, la moglie

Sandra e le figlie Sara e Giulia

concentrano le loro ricerche visitando

cantine e soffitte, chiamati

dai loro proprietari per svuotarle.

Di tutto di più è un luogo dove

si possono trovare le cose più

impensabili, magari anche delle

rarità che non avremmo mai

immaginato di trovare fra le fornitissime

collezioni di libri e fumetti,

vecchi 45 giri e long play,

Sandra, la proprietaria

Sara e Giulia, figlie di Sandra

I collaboratori Claudiu e Mihaela

64

DI TUTTO DI PIÙ


residuati bellici della prima e della

seconda guerra mondiale e macchine

da scrivere e fotografiche, apparecchi

radio e biciclette d'epoca, innumerevoli

opere d'arte, soprattutto di

artisti del territorio empolese, e molto

altro. Ovviamente in esposizione ci

sono anche migliaia di mobili e complementi

d'arredamento dalle lampade

alle poltrone, dagli armadi ai

cassettoni, e ancora vecchie madie,

cassapanche, antichi tavoli di noce,

orologi da parete e da tavolo e introvabili

oggetti da museo come gli ottocenteschi

ferri chirurgici, eleganti

posaterie e servizi da tavola degli inizi

del Novecento, ma anche modernissimi

oggetti di design contemporaneo.

A partire da luglio, nel piazzale antistante

il magazzino, sono in progetto

mercatini con scadenza mensile dedicati

al collezionismo, all'antiquariato

e al vintage. In particolare, è previsto

un mercatino di vecchi dischi 45 giri

degli anni Sessanta/Settanta che vedrà

presente, per l'occasione, il cantante

Riccardo Azzurri. I collaboratori

Mihaela e Claudiu saranno felici di

accompagnarvi e consigliarvi nelle

vostre ricerche.

Grazie a Di tutto di più hai la possibilità

di vendere/acquistare oggetti

in contovendita. Se hai un

oggetto che vuoi vendere, lo teniamo in

esposizione gratuita presso il nostro mercatino.

A vendita effettuata ti verrà corrisposta

la percentuale dovuta come è

spiegato nel regolamento per venditori.

Vieni a trovarci oppure contattaci attraverso

il modulo apposito sul nostro sito

internet per avere maggiori informazioni.

Il nostro personale sarà a tua disposizione

per qualsiasi chiarimento.

Di tutto di più

Via del Lavoro, 6, Montelupo Fiorentino (FI)

Dal lunedì (esclusa la mattina) alla domenica

Orario di apertura:

9.30/13.00 - 15.30/19.30

www.dituttodipiu.net

Ditutto Dipiu Mercatino Dell'usato

ditutto.dipiu

dituttodipiu

DI TUTTO DI PIÙ

65


Percorsi

gourmet

A cura di

Paola Curradi

La Fornace de’ Medici

L’eccellenza della ristorazione incontra la storia alle porte di Firenze

di Maria Grazia Dainelli

Nel XVI secolo la famiglia Medici,

tra le più ricche e importanti

d’Europa, iniziò la costruzione di

una villa con quaranta giochi d’acqua nella

campagna fiorentina: la Villa di Pratolino.

Per alimentare le sontuose fontane fu

costruito un acquedotto che doveva portare

l’acqua dal limitrofo Monte Senario.

L’incarico fu affidato all’architetto Buontalenti,

che progettò anche due fornaci

per costruire i mattoni necessari a realizzare

l’acquedotto. Solo una delle due fornaci

è sopravvissuta nei secoli ed è stata

recentemente recuperata con l’apertura

del ristorante La Fornace de’ Medici e

dell’agriresort Le colline del paradiso. La

ristrutturazione ha permesso di mantenere

le originarie mura in pietra e lo schema

architettonico pensato dal Buontalenti, instaurando

un continuo dialogo fra gli interni

e il paesaggio intorno. L’ambiente

esterno accoglie diversi tavoli, alcuni dei

quali situati a bordo piscina e sulla terrazza

panoramica. Oggi la fornace è il cuore

di un’azienda agricola biologica e di una

riserva di caccia che insieme permettono

al ristorante di lavorare con ottime materie

prime, come grani antichi, patate, ortaggi,

olio di oliva e cacciagione. Anche gli

altri prodotti sono accuratamente selezionati

tra le migliori aziende toscane, come

ad esempio il pecorino di Pienza vincitore

del campionato del mondo di formaggi di

pecora nel 2017. La riserva di caccia fornisce

al ristorante le carni per la preparazione

dei piatti; le più utilizzate sono capriolo

e cinghiale. La carta dei vini è unica nel

suo genere, sia per la selezione delle bottiglie

che per la singolare suddivisione in

“categorie” che indirizzano il cliente nella

scelta, consentendo anche ai meno esperti

di scegliere l’abbinamento giusto con il

cibo. Legate al vino sono due serate a tema

proposte dal ristorante: la prima, Degustazione

meditativa, pone l’attenzione

su quanto il sapore del vino venga influenzato

dal cibo; la seconda, Wine Games, insegna

ai partecipanti le nozioni base per

distinguere sapori e provenienza del vino,

chiedendogli poi di mettersi alla prova

nell’assaggio di alcune bottiglie incappucciate.

L’altra serata a tema, Il banchetto dei

Medici, consiste nella degustazione di alcune

delle ricette più amate da Caterina de’

Medici: un’occasione per ricordare la storia

del luogo e riscoprire sapori antichi alcuni

dei quali rimasti invariati nel tempo.

La Fornace de’ Medici

Via del Viliani, 756, 50036 Vaglia (FI)

www.fornacedeimedici.com

La Fornace de’ Medici

lafornacedemedici

66

LA FORNACE DE’ MEDICI


Personaggi

Sandra Landi

Poesia e letteratura in versione “social” per rispondere

con la cultura alla pandemia

di Serena Gelli / foto courtesy Sandra Landi

ri, con lo scopo di ravvivare e ambientare

le letture stesse. «Stiamo vivendo

un momento difficile la cui drammaticità

è purtroppo ben presente a tutti – afferma

la scrittrice – per questo con le

mie “pillole per la mente” cerco di regalare,

tramite la buona letteratura, un momento

di serenità, un sorriso. Mi sento

molto vicina alle tante città colpite dal

virus, in diverse delle quali ho amiche

e autrici che conosco, ma credo che in

questi momenti, per esserci di aiuto gli

uni con gli altri, non serva né disperarsi

né ridere per scacciare i cattivi pensieri.

Ci può invece aiutare guardare alla

vita serenamente, con calviniana leggerezza

e un filo di autoironia per ritrovare

fiducia in noi stessi e negli altri». Un’iniziativa,

quella della Landi, che ha riscosso

successo, tanto che le sue “pillole”

ormai rimbalzano, anche tramite WhatsApp,

di casa in casa, formando veri e

propri gruppi di ascolto non solo nella

sua Certaldo ma anche, per iniziativa di

Scrittrice, antropologa, saggista,

ma soprattutto profonda conoscitrice

ed amante di poesia e letteratura,

la certaldese Sandra Landi non

poteva non impegnarsi, in tempi di Coronavirus,

in un’iniziativa culturale. Così,

dopo avere iniziato postando solo qualche

brano letterario, da quasi un mese

la sua pagina Facebook Sandra Landi si

anima, ogni sera, con una vera e propria

lettura in diretta. Partita con Ottavia e le

altre, raccolta di storie difficili e dolorose

di donne che l’autrice ha già portato più

volte a teatro, il format ha virato subito

verso un tono più leggero, nell’intenzione

di regalare un sorriso alle ascoltatrici

e agli ascoltatori. Ha letto, quindi, brani

di letteratura italiana e straniera, il ricordo

di Sepulveda nel giorno della scomparsa,

una poesia dedicata alla cipolla e

la Pioggia nel pineto di D'Annunzio. Per

ogni lettura, la scelta di un accessorio o

di uno scorcio della sua casa diverso: di

fronte alla libreria, alla finestra, tra i fioamiche

letterate, in Sicilia, Puglia e Svizzera.

E parallelamente alla leggerezza, la

Landi continua però anche con il suo

impegno, ormai decennale, per denunciare

le violenze sulle donne. Per questo

motivo, lo scorso 20 aprile, ha preso

parte ad una diretta Facebook con la senatrice

Valeria Valente, presidente della

Commissione d’inchiesta parlamentare

sul femminicidio, per promuovere

la campagna Lei resta a casa che mette

a disposizione delle donne maltrattate

il numero telefonico 1522 e un’App

dedicata. Per sostenere questa iniziativa,

la scrittrice ha realizzato un video -

appello basato sul suo racconto Ottavia,

con il concept di Maria Elena Romanazzi,

le musiche di Attilia Kiyoko Cernitori

e l’interpretazione, oltre che della stessa

Landi, di Benedetta Giuntini e dell’artista

Gloria Campriani. Leggerezza e impegno

per traghettare la speranza oltre l’emergenza

Coronavirus e costruire una

società migliore.

Sandra Landi (ph. courtesy sandralandi.it)

SANDRA LANDI

67


Storia delle

Religioni

A cura di

Stefano Marucci

La crocifissione nel mistero dell’uomo della Sindone

di Valter Quagliarotti

ne che, se volevano rendere sicura una

crocifissione, dovevano inchiodare l’arto

superiore del carpo oppure lo spazio

tra il radio e l’ulna. Va chiarito che

se il chiodo fosse stato conficcato nel

palmo della mano, l’inchiodatura non

sarebbe stata in grado di sostenere il

peso del corpo, determinando la lacerazione

delle parti molli. A quel punto

il crocifisso si sarebbe staccato dalla

croce. Nell’uomo della Sindone i chiodi

furono posti nel carpo dove si trova

il nervo mediano che, se leso, procura

un dolore lancinante tanto da mandare

in delirio. Con la morte di Cristo viene

L’evento della passione, morte

e resurrezione di Gesù rappresenta

il cuore della fede cristiana.

Ogni anno, la Chiesa celebra la

Pasqua, facendo memoria di quell’opera

di salvezza che proprio nel mistero

pasquale ha trovato pieno e definitivo

compimento. I riti della settimana santa

non hanno un significato soltanto

storico ma anche mistico. Sant'Agostino

nel suo Epistolario afferma che celebrare

la Pasqua significa rievocarne il

mistero e prendere parte ad esso. Con

la messa del giovedì santo ricordiamo

l’ultima cena di Cristo, e in particolare

l’istituzione dell’eucarestia e la lavanda

dei piedi. Di quest’ultima parla l'evangelista

Giovanni come di un gesto

attraverso cui Gesù ci invita ad entrare

in comunione con lui lasciandoci “lavare

i piedi” e condividendo a nostra

volta questo atto di umiltà e donazione

di sé all’altro. Con l’eucaristia viene

riproposto e celebrato, invece, il mistero

di salvezza attraverso il sacrificio

del corpo e del sangue di Cristo.

Il venerdì santo è il giorno del dolore,

della morte del Signore. I Vangeli

raccontano che i soldati di Pilato nel

cortile del pretorio “rivestirono di porpora

Gesù e, dopo avere intrecciato

una corona di spine, gliela misero

sul capo”. Nell’uomo della sacra Sindone

la calotta cranica presenta rivoli

di sangue riconducibili a questa corona

di lunghe spine che, conforme al

modo orientale di incoronare i re, non

era messa intorno ma sopra il capo.

La Sindone dà riscontro, inoltre, di altri

particolari: tutto il corpo è coperto

di colpi di flagello in numero molto alto

(39 erano i colpi inflitti secondo la

legge ebraica). Non di rado, la flagellazione

era legata alla crocifissione, ma

i Vangeli la ricordano inflitta a Gesù

per decisione di Pilato (Mc 15,5). Sul

lenzuolo sindonico si vede l’intensità

di questa pena che ha trasformato

il corpo di Gesù in un’immensa piaga.

Per crocifiggere si usavano le funi

o i chiodi, e i Romani sapevano beportata

a compimento la missione che

il Padre gli aveva affidato. Quell'amore

di cui Gesù aveva sempre dato prova

nella sua vita terrena, raggiunge il culmine

sulla croce. Anche le parole “ho

sete” (Gv 19,28), che Gesù pronuncia

durante la sua agonia, più che l'espressione

di un mero bisogno fisico, sono,

ancora una volta, la manifestazione di

un bisogno intimo del Signore: quello

di poter servire gli uomini fino alla fine.

Gesù ha sete delle loro anime; suo

unico desiderio introdurle nella comunione

col Padre, fonte del vero amore e

della vera beatitudine.

Particolare della sacra Sindone conservata nella cripta della chiesa del SS. Sudario a Torino

68

LA SINDONE


A cura di

Elena Maria Petrini

Arte nel

tempo

Rinascimento, cibo per lo spirito

di Elena Maria Petrini

Il principio fondamentale del Rinascimento

risiede nella sua stessa denominazione:

“rinascita”. Ma l’idea di

una rinascita, di un nuovo splendore,

nei più disparati ambiti culturali, come

arte, architettura, letteratura, filosofia

ed altre discipline, affonda le

proprie radici in un fenomeno

precedente, un po’ meno

conosciuto ma assolutamente

fondamentale, chiamato

Umanesimo, con il quale venne

dato un taglio perentorio ai

principi caratteristici dei cosiddetti

“secoli bui” del Medioevo.

Con la riscoperta dei

classici greci e latini ed attraverso

questi modelli è stato

possibile dare vita ad un modo

completamente diverso di

concepire il mondo, un formidabile

background per un

pensiero filosofico tutto nuovo.

Il Rinascimento è il testimone

di questo momento di

frattura ideologica, ormai irreversibile,

dove l’uomo ha

una nuova percezione di se

stesso e dell’universo che lo

circonda; è un humus fertilissimo

che fa comprendere

ad ogni individuo di essere

unico in tutto il creato e di

possedere la capacità di autodeterminarsi.

L’uomo della

“rinascita” intuisce che attraverso

le proprie doti può non

solo sconfiggere la sorte ineluttabile,

ma divenirne artefice.

Questo “uomo nuovo”

è entusiasta, vive un’epopea

straordinaria e per molti versi

irripetibile; è consapevole

di se stesso, bello, armonioso,

elegante; ama l’arte, la

cultura e la bellezza. Egli si riscopre

come l’essenza stessa

della divina proporzione,

a “sua immagine e somiglianza”,

e come tale è mirabilmente

raffigurato nel celeberrimo

disegno di Leonardo L’uomo vitruviano.

L’essere umano si ritrova, dunque,

padrone di un sé con la “s” maiuscola,

assiso proprio nel baricentro del creato,

innalzato al ruolo di demiurgo sul

Un’opera simbolo del Rinascimento: Leonardo da Vinci, L’uomo vitruviano (1490 circa), penna e inchiostro su carta,

Gallerie dell’Accademia, Venezia

confine tra micro e macro cosmo. In

questo divenire, l’uomo assurge a mediatore

tra il divino e la natura, essendo

dotato dell’energia generatrice che

gli consente di creare un mondo nuovo,

più armonioso e ideale.

RINASCIMENTO

69


Cultura e

impresa

A cura di

Elena Maria Petrini

La cultura va a spasso con una shopping bag

di Elena Maria Petrini / foto courtesy Pasin Bags

Massimo Pasin

Nell’antichità accadeva che i

messaggi venissero scritti e

racchiusi in bottiglie le quali,

affidate ai flutti e alle correnti marine,

portavano sulla terraferma il loro contenuto.

Oggi si è scoperto un modo del

tutto nuovo di veicolare messaggi, attraverso

un oggetto utile e sempre presente

nel nostro quotidiano: la borsa,

realizzata in carta, tessuto o materiale

plastico. Una borsa, oltre alla sua normale

funzione di contenere oggetti da

trasportare, si trasforma in un vero e

proprio strumento di comunicazione

personalizzabile. La superficie esterna

della cosiddetta shopping bag diventa

un mezzo flessibile capace di veicolare

l'immagine di un brand o di un

prodotto, come pure notizie o messaggi

culturali. «La cultura contribuisce

in maniera determinante allo sviluppo

della società e dell'economia», afferma

l'imprenditore trevigiano Massimo

Pasin, titolare della ditta Pasin Bags

che ha dato vita al progetto editoriale

e di ricerca chiamato Impresa Cultura

Lab per creare una connessione

strategica tra imprese e vettori culturali.

“La cultura come ottimo terreno

di coltura": quello che sembra un

gioco di parole, è in realtà un potente

strumento di comunicazione e di marketing

per le imprese e motore di sviluppo

sostenibile, crescita economica

e innovazione. Il binomio economia /

cultura ha radici lontane che affondano

nel pensiero creativo dell'ingegnere e

industriale piemontese Adriano Olivetti

(1901-1960), imprenditore geniale,

lungimirante e per molti aspetti controcorrente,

a sua volta prosecutore

dei concetti dell'economista e sociologo

trevigiano (conterraneo di Massimo

Pasin) Giuseppe Toniolo (1845

- 1918), fautore della teoria che il benessere

non sia soltanto una mera

forma strumentale di arricchimento

economico, ma qualcosa di molto più

complesso per lo spirito umano. Senza

dimenticare i temi propugnati dal professor

Pier Luigi Sacco sulla cultura

"come volano per lo sviluppo economico

e sociale". Il connubio di cultura ed

economia, due mondi da sempre a torto

considerati molto lontani, si trasforma

invece in un vettore di conoscenza,

la quale, unita alla creatività, genera innovazione.

Insomma, temi interessanti

e attualissimi quelli proposti da Impresa

Cultura Lab, che idealmente interpreta

“l'esprit” dello scrittore e filosofo

francese Paul Valéry (1871-1945):

«Arricchiamoci delle nostre reciproche

differenze». Grazie alla sua grande

e multidisciplinare passione per le

arti figurative, la letteratura, la musica

e lo sport, Massimo Pasin ha avuto

l'intuizione di trasformare una normale

shopping bag nella protagonista di

un vero e proprio storytelling e in una

moderna "bottiglia", stavolta non più

trasparente, le cui superfici diventano

tavolozze dagli infiniti e variopinti

messaggi che girano il mondo, senza

altri limiti se non quelli tratteggiati dalla

fantasia. Oltre all'iniziativa intitolata

Pasin Loves Art (il brand aziendale

interpretato da artisti di fama ed emergenti),

Pasin ha indetto anche un premio

a lui intitolato (Premio Pasin) per

sostenere con una borsa di studio giovani

talenti della musica classica. Lo

scorso anno il premio è stato assegnato

a Francesca Della Vista, studentessa

della Scuola di musica di Fiesole.

70

SHOPPING BAG


GRAN CAFFÈ SAN MARCO

Un locale nuovo e poliedrico, con orari che coprono tutto l’arco della giornata.

Perfetto sia per un pranzo di lavoro che per una cena romantica o per qualche

ricorrenza importante

Piazza San Marco 11/R - 50121 Firenze

+ 3 9 0 5 5 2 1 5 8 3 3

www.grancaffesanmarco.it


Una banca coi piedi

per terra, la tua.

www.bancofiorentino.it

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