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Art&trA Rivista Giu/Lug 2020

Rivista d’arte, cultura e informazione

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2.0

Speciale:

I l P r a d o

a cura di Silvana Gatti

AccA Edizioni

Anno 12° - GIUGNO / LUGLIO 2020

87° Bimestrale di Arte & cultura - € 3,50

Laboratorio

AccA

Art&Vip

Intervista a Stefano Mainetti


Antonio Murgia

“DISCOVER ONENESS” - cm 120 x 100 - (triptych)


Galleria Cinquantasei Bologna

Mario Sironi, Risveglio, 1928, tempera su carta, cm 33x33

Ottone Rosai, Paesaggio, olio su cartone, cm21x36

In galleria opere di:

Giacomo Balla

Carlo Carrà

Giuseppe Capogrossi

Giorgio De Chirico

Filippo de Pisis

Mirella Guasti

Renato Guttuso

Giorgio Morandi

Luigi Pellanda

Mauro Reggiani

Bruno Saetti

Aligi Sassu

Alberto Savinio

Gino Severini

Mario Schifano

Mario Sironi

e altri

LA GALLERIA È APERTA DAL LUNEDÌ AL VENERDÌ DALLE 10 ALLE 13 E DALLE 15.30 ALLE 19

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AccA EDIZIONI ROMA S.r.l.

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Redazione - Spazio espositivo

00121 Roma - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84

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Amministratore Unico

capo Redattore: Roberto Sparaci

Direttore Responsabile

Sezione Editoriale: Roberto

e Fabrizio Sparaci

Direttore Artistico;

Dott.ssa Paola Simona Tesio

Ufficio pubblicità:

A cura dell’AccA EDIZIONI - ROMA

copertina:

Ideazione Grafica AccA EDIZIONI - ROMA S.r.l.

Fotocomposizione: a cura della Redazione

AccA EDIZIONI - ROMA S.r.l.

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Via caduti del Lavoro

(Zona industriale Settevene)

01036 Nepi (VT)

Tel. +39 0761527351

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Distribuzione a cura di:

AccA EDIZIONI ROMA S.r.l.

Pubblicazioni:

ANNUARIO D’ARTE MODERNA

“artisti contemporanei”

RIVISTA: BIMESTRALE Art&trA

Registrazione: Tribunale di Roma

Iscrizione camera di commercio di Roma

n. 1294817

1ª di copertina: Laboratorio AccA

2ª di copertina: Antonio Murgia

courtesy: Arte Investimenti - Milano

3ª di copertina: Mario Esposito

courtesy: Mario Esposito

4ª di copertina Mario Esposito

courtesy: Mario Esposito

copyright © 2013 AccA Edizioni Roma S.r.l.

riproduzione vietata

ACCA EDIZIONI ROMA Srl

S O M M A R I O

RUBRIcHE

G I U G N O - L U G L I O 2 0 2 0

Bellezze dimenticate Pag. 8

di Giorgio Barassi

Il Prado di Madrid Pag. 12

di Silvana Gatti

Georges De La Tour: l’Europa della luce Pag. 18

di Silvana Gatti

Un tema di propaganda politica per due pittori Pag 36

a cura di Rita Lombardi

Markus Vallazza Pag. 58

di Fulvio Vicentini

“Due minuti di arte” - La storia di Sandro Botticelli Pag 62

di Marco Lovisco

Un viaggio tra le opere più importanti del Rinascimento Pag 66

di Marco Lovisco

Nel segno della Musa “Ritratti d’artista” - Vittorio Gregotti Pag. 74

a cura di Marilena Spataro

James Tissot. Il ritrattista del fascino femminile Pag. 22

di Svjetlana Lipanović

Laboratorio AccA: MAI FERMI! Pag. 28

a cura della redazione

Piero Masia: il ritmo del colore Pag. 30

di Giorgio Barassi

FREEDOM WEEK Pag. 42

a cura della redazione

John James Audubon, un artista naturalista Pag. 45

a cura di Rita Lombardi

Andrea Sangalli. Micromondi Pag. 50

a cura dell’artista

La memoria delle piccole storie che la Storia non racconta Pag. 52

a cura di Simona Rivelli

Art&Vip Pag. 54

a cura della redazione

Art&Events Pag. 78

a cura della redazione

Biografie d’artista (Tiziana Grandi) Pag. 88

a cura di Marilena Spataro

I Tesori del Borgo - Serrapetrona Pag. 90

a cura di Marilena Spataro

Le case dell’arcobaleno: i dipinti delle donne Ndebele Pag. 94

di Francesco Buttarelli


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Intervista doppia

Mario Maellaro

Maria Raffaella Napolitano

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8

BELLEZZE DIMENTIcATE

Il Monumento ai caduti di Giacomo Negri, Torremaggiore (FG)

Una delle peggiori espressioni

della sbandierata italianità è la

trascuratezza riservata a non

poche opere d’arte pubbliche.

Edifici, monumenti, lapidi celebrative

o semplici decori dei centri storici

perdono la loro importanza a causa di

una sciatteria che sta facendo dimenticare

una buona fetta del patrimonio storico-artistico

della nostra nazione.

Sarebbe troppo lungo indagarne le cause,

scenderemmo in ambiti sociali, in maleabitudini

nazionali ahinoi diffuse ed è troppo

semplice circoscrivere i fatti alle responsabilità,

evidenti peraltro, delle singole

amministrazioni locali. Per ora, da

questo numero, ci limitiamo a segnalare,

a rendere partecipi i lettori di una situazione

che non ha limiti territoriali e che

presenta aspetti a volte sfociati nel ridicolo.

Di certo è che un popolo che nega

anche una sola parte del suo passato non è

destinato ad un futuro, perché nelle opere

d’arte, ed in particolare in quelle pubbliche,

vive la memoria storica di una comunità

e perfino il senso di appartenenza, svilito

da mille amare vicende, ma necessario

a potersi concretamente vantare di ciò che

è vero ed innegabile: in Italia c’è il numero

maggiore di opere d’arte in grado di chiamarsi

tale. Gli “altri” possono stare sereni:

almeno in quello siamo in testa al mondo.

Capita, nei frequenti viaggi, di notare con

sommo dispiacere ed un orribile senso di

impotenza, l’abbandono e la autentica discriminazione

riservati a molte espressioni

artistiche visibili a chiunque. Viene da dire

“eppure basterebbe poco”, ma quel poco

non si fa. Altrettanto vero è l’impegno di

istituzioni private, fondazioni ed associazioni

per la salvaguardia del patrimonio

artistico, ma pare che la rincorsa sia a perdere,

e cioè che le ragioni più diverse costringano

belle ed evidenti opere ad un a-

maro destino. Proprio mentre esse meriterebbero

maggior sorte. Di sicuro, il rispetto

dovuto.

Cominciamo, per ragioni riconducibili facilmente

alla origine di chi scrive, dal Monumento

ai Caduti di Torremaggiore (FG),

centro collinare dell’Alto Tavoliere delle

Puglie. L’autore della colata in bronzo fu

Giacomo Negri, allievo di Domenico Trentacoste

alla Accademia delle Belle Arti di


Firenze, scultore e pittore dalla fama nascosta

e dal talento assoluto. Nato nel 1900

proprio a Torremaggiore, Negri compie il

ciclo di studi accademici a Firenze, dove

entra in contatto con molti artisti suoi coetanei

e vive le prime esperienze sotto la

guida di Trentacoste (parente del Giuseppe

Trentacoste di Laboratorio Acca, peraltro,

n.d.a.) fino al grande giorno della assegnazione

dell’ incarico per costruire il Monumento

ai Caduti della grande Guerra. Negri

è giovane e pronto, e sente l’impegno

proprio perché gli giunge dalla cittadina di

origine. Propone alcuni primi bozzetti e,

dopo una serie di correzioni, arriva il 3

giugno 1923. Il “Vittorioso” viene inaugurato

solennemente nel centro della attuale

Piazza dei Martiri. È collocato su un tronco

di piramide in pietra bianca, circondato

da una aiuola ai cui estremi alcuni pilastrini

reggono grosse catene. Sulle facce

del sostegno, i nomi dei Caduti e nella

parte anteriore la scritta “Sacri alla religione

della Patria”. È una colata bronzea

che prende le mosse dalle lezioni michelangiolesche

assorbite dal Professor Trentacoste

a Firenze, si distingue per marzialità

e vigore, indica, nella fiamma tenuta

dal braccio destro, la via del progresso,

mentre regge nella mano sinistra la Vittoria

alata, simbolo del sacrificio degli eroi

del 15-18. Il lavoro è preciso e la comunità

locale si abitua a vederlo troneggiare nella

piazza ed assorbire i colpi della storia, alcuni

anche fatali. Come quel 1945, a guerra

finita, con gli Alleati ancora in paese,

quando il pezzo originale della Vittoria

alata viene rimosso per una sottile ed umiliante

motivazione: sottrarre ai liberati simboli

di conquiste, per trasmettere al popolo

la sventurata fine che fu costretto a fare al

termine del secondo conflitto mondiale.

Azioni postbelliche simboliche, che hanno,

pare, una loro logica e che, nel caso di

specie, costrinsero il Negri a ricreare in

altro metallo quella parte di quello che in

molti indicano come il suo capolavoro.

Il concetto espresso è quello del “progresso

che avanza con la vittoria”, e il soldato

ai piedi del Vittorioso è rannicchiato, timoroso

di tanta forza che avanza e procede

con fierezza. Scrive Raffaello Biordi

nel 1973: …Due ideali levavano così dallo

spirito di Giacomo Negri la loro alta e pura


10

fiamma: l’ Arte e la Patria… è convinto

che la Patria è immortale e che l’Arte può

dare validissimo conforto al prestigio di

essa...

Però, negli anni, il destino del Vittorioso è

stato pessimo. Abbandonato da una colpevole

incuria nonostante le continue nostre

sollecitazioni, ormai malandato nella natura

stessa del metallo, preda di agenti atmosferici

e di azioni squalificanti, come

quella di chi consente ai bambini di camminare

sulla base del tronco di piramide

che sostiene il bronzo o di chi, durante le

celebrazioni della festa patronale, approfitta

per sostare sulle parti alte della struttura

al fine di guadagnarsi un punto di vista

favorevole per la visione e l’ascolto del

cantante che si esibisce dal palco sulla

piazza.

Uno sfacelo, è chiaro. In prima persona e

con la collaborazione di altri cittadini abbiamo

più volte reclamato un restauro che

ormai è necessario quanto una sala di rianimazione,

a causa della consunzione del

bronzo, della disassialità perpendicolare

della struttura rispetto al piano della strada,

causata da inutili lavori di rifacimento

della pavimentazione e perché, comunque,

la conservazione del patrimonio artistico

è necessaria. Imprescindibile.

Dalle foto, tra cui una dello stato originario,

è evidente lo stato di degrado quanto

il disappunto che, da questo numero, esprimiamo

per quanti, a diverso titolo, non intendono

capire (o non capiscono tout court)

quanto sia realmente importante tutelare

e proteggere i simboli del passato che

raccontano la grande, innegabile capacità

degli artisti italiani che in Italia, ha lasciato

il segno della propria abilità finalizzata

allo sguardo compiaciuto, rasserenato e

orgoglioso di quanti possono vantare una

proprietà di tutti, alla quale va assegnato

un ruolo di rilievo assoluto e da tramandare.

Non certo da negare e dimenticare.

È solo l’inizio di un viaggio amaro. E magari

tra chi legge c’è chi vuole segnalarci

le bellezze dimenticate, che rimangono tali

soprattutto se una semplice carezza di attenzioni

non le protegge, rendendole ancor

più immortali.

Giorgio Barassi



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Il Prado di Madrid

A cura di Silvana Gatti

Raffaello – “Sacra famiglia del Cordero” – Olio su tavola - 1507

IIn questo periodo di clausura forzata

dovuta alla pandemia di coronavirus,

viene in aiuto la moderna tecnologia

per condurci virtualmente in un viaggio

attraverso le località che più ci

piacciono, sia per rivisitare luoghi già visti

che per programmare viaggi futuri.

Per gli amanti dell’arte e della storia è senz’altro

consigliabile un viaggio in terra

spagnola e, passando da Madrid, una visita

al Museo del Prado, che aprì i battenti il

19 novembre 1819, è imperdibile. Mecenate

fu il re Ferdinando VII, che raccolse

nel museo le opere d’arte della Collezione

Reale che riflettono i gusti della monarchia

spagnola. Nonostante il museo sia

nato agli albori dell’Ottocento, la sua storia

è segnata dal mecenatismo dei Re Cattolici

che fin dal Quattrocento segnarono

le caratteristiche della Collezione Reale.

Carlo V collezionò le opere di artisti fiamminghi

quali Roger van der Weyden, Jan

van Eyck e Antonio Moro, accogliendo a

corte anche Tiziano in qualità di ritrattista.

L’arte fiamminga fu collezionata anche da

Filippo II, unitamente a numerose opere

di Bosch, del quale il Prado vanta la più

importante collezione mondiale. Tra il

1621 e il 1625, durante il regno di Filippo

IV, era in voga la pittura di Velàsquez e

Rubens, ma all’asta Filippo IV acquistò

anche opere di Mantegna, Tintoretto, Raffaello

e Veronese.

Via via nel tempo la collezione si arricchiva,

anche la seconda moglie di Filippo

V, Elisabetta Farnese, aggiunse opere di

artisti italiani classicisti come Domenichino,

Guercino, Guido Reni e Cerano e

Murillo. Nel 1724, Filippo V e moglie acquisirono

le sculture della collezione della

regina Cristina di Svezia. Grazie ai Borbone,

Corrado Giaquinto e Giovanni Battista

Tiepolo, maestri del tardo barocco, lavorarono

alla decorazione dei palazzi

reali. In seguito Carlo V, tra il 1788 e il

1808, prese sotto la sua protezione Goya

e Paret, arricchendo le collezioni reali con

opere classiciste di Barocci, Andrea del

Sarto e Raffaello, e artisti spagnoli quali

Ribera, Ribalta e Juan de Juanes.

Nel 1981 il Casòn del Buen Retiro fu annesso

al Prado per risolvere i problemi di

spazio, accogliendo la sezione ottocentesca

del Museo. Nello stesso anno nel

Casòn fu esposto Guernica di Picasso,

proveniente dal MOMA. Tale opera, con

altre di Picasso, undici anni dopo fu trasferita

al Museo Nacional Centro de Arte

Reina Sofia.

Visitando il sito internet del museo, accessibile

da Google, è facile districarsi tra i

nomi degli artisti presenti scegliendo l’uno

o l’altro. Quel che colpisce è l’abbondanza


Tiepolo, Giambattista - “L’Immacolata concezione” – Olio su tela - 1767-1769

di opere di artisti italiani.

È del 1426 L’Annunciazione di Fra Angelico,

bellissima tempera su pannello di

162,3 x 191,5 cm. dipinta per il convento

di Santo Domingo a Fiésole. La tavola

centrale raffigura Adamo ed Eva espulsi

dal Paradiso e la salvezza dell’uomo grazie

all’Annunciazione di Maria, mentre i

cinque pannelli della predella illustrano

episodi della vita della Vergine. In quest’opera

si notano le influenze di Gentile

da Fabriano nella rappresentazione di fiori

e oggetti, e di Masolino e Masaccio nella

spazialità. Inoltre, la struttura che ospita

l'Annunciazione fu una delle prime a seguire

la raccomandazione data nel 1425 da

Brunelleschi per le pale d’altare di San Lorenzo,

che dovevano essere quadrate e

prive di decorazioni.

Artista italiano ben rappresentato al Prado

è Raffaello, con diverse Madonne. La sacra

famiglia dell’agnello è un dipinto ad

olio su pannello di piccole dimensioni,

realizzato nel 1507 , durante il periodo fiorentino.

L’opera rivela l’influenza del maestro

Perugino nel gusto per i dettagli e

nella simmetria della composizione, e di

Leonardo da Vinci nel delicato sfumato

che circonda i personaggi. La scena raffigura

un bambino intento a giocare con un

agnello in mezzo a un paesaggio bucolico,

che allude tuttavia al sacrificio redentore

di Cristo nella figura dell'agnello, un simbolo

presente anche in Sant’Anna, la Vergine

e il Bambino di Leonardo. Sul paesaggio

di sfondo, nella sinistra sono presenti

piccole figure di una donna con un

bambino in braccio sulla schiena di un animale

e un uomo che tiene le redini. È

un’ovvia allusione all'episodio evangelico

della fuga in Egitto, reso con le particolari

forme architettoniche esotiche sullo sfondo.

Raffaello qui ha ben raffigurato gli

stati d’animo dei vari personaggi: il vecchio

San Giuseppe si appoggia pesantemente

sul suo bastone; la Vergine, inginocchiata;

il Bambino porta un filo di corallo

al collo, quale amuleto protettivo, ed

è seduto nudo a cavalcioni dell'agnello,

mentre guarda la madre con il profilo opposto

al di San Giuseppe. Le figure sono

inscritte magistralmente in una diagonale

ascendente da sinistra a destra; schema che

sarà una costante nel lavoro di Raffaello.

Altro artista italiano presente al Prado è il

veneziano Giambattista Tiepolo, famoso

in tutta Europa per essere un artista eccelso,

chiamato a Madrid nel 1761 per decorare

la sala del trono del Nuovo Palazzo.

Tiepolo voleva rinunciare all’incarico per

via della sua età avanzata, ma la pressione

di Carlos III e dei suoi ministri sulle autorità

veneziane ebbe la meglio. Con l'aiuto


14

Tiziano, Vecellio di Gregorio – “Autoritratto” - Olio su tela - 1562

efficace di Domenico e Lorenzo, Tiepolo

decorò alcune sale del suddetto palazzo tra

l'estate del 1762 e l'inverno del 1766; in

seguito, desiderando rimanere alla corte di

Spagna, accettò altre commissioni reali.

Alla sua morte alla fine di marzo del 1770,

stava progettando affreschi per la cupola

della collegiata di San Ildefonso a La Granja,

un progetto in cui gli successe Francisco

Bayeu. Tra le opere spicca l’Immacolata

Concezione, un dipinto di grandi

dimensioni ricco di simbologie legati alla

Vergine sul cui capo troneggia una corona

di dodici stelle, con in alto una colomba

che raffigura lo Spirito Santo. La figura

della santa è avvolta nel classico mantello

celeste e troneggia sulla sfera terrestre ed

una falce di luna, calpestando il drago,

simbolo del diavolo con in bocca la mela

simbolo del peccato originale. Tiepolo usa

colori chiari, illuminando la scena con

un'intensa luce dorata.

Al Prado sono ben 43 le opere di Tiziano,

Vecellio di Gregorio, nato in un'importante

famiglia nel Cadore. Intorno al 1500-

1502 arrivò a Venezia, dove lavorava nella

bottega di Gentile Bellini, passando poi in

quella di suo fratello Giovanni. Intorno al

1507, decorò insieme a Giorgione le facciate

del magazzino dei mercanti tedeschi

a Venezia; quasi nessuno degli affreschi

originali è conservato. Nel 1511 lavorò

alla scuola di San Antonio de Padova dipingendo

affreschi raffiguranti miracoli attribuiti

al santo. Dopo la morte di Giovanni

Bellini nel 1516, monopolizzò tutte

le principali commissioni pubbliche. Il

duca di Ferrara, Alfonso I d'Este, gli commissionò

diverse opere per la sua residenza

a Ferrara, tra cui Il baccanale degli

Andriani e Offrendo a Venere (entrambi al

Prado). Federico II Gonzaga, Marchese di

Mantova, lo presentò all'imperatore Carlo

V. Nel 1533 fu nominato Conte Palatino e

Cavaliere dello Sperone d'oro da Carlo V,

ma respinse gli inviti a stabilirsi nella corte

ispanica. Inoltre, ha eseguito opere sacre

come The Glory e The Burial of Christ

(Prado), diverse versioni di Ecce Homo e

La Dolorosa, e dipinti mitologici come

Dánae e Venus e Adonis (Prado) per Felipe

II e Furies per sua zia Maria d'Ungheria.

Per il duca Guidobaldo II della Rovere

ha dipinto Venere di Urbino (Firenze, Galleria

degli Uffizi) e ha ritratto Alfonso de

Ávalos, Marchese del Vasto (Prado). Fu

sponsorizzato da pontefici come Paolo III

e istituzioni religiose. Dopo una lunga esistenza,

morì il 27 agosto 1576 mentre la

peste devastò Venezia.

Tra i dipinti visionabili on line, interessante

è Autoritratto, di Tiziano, Circa

1562. Olio su tela, 86 x 65. Tiziano dipinse

il suo primo autoritratto prima di partire

per Roma nel 1545. Fu, tuttavia, dopo il

soggiorno romano che mostrò interesse a

propagare la sua immagine per stabilire la

sua posizione in un contesto di rivalità con

Michelangelo. Di tutti quelli che ha dipinto,

ne restano solo due. In quello esposto

al Prado Tiziano si ritrae da anziano,

sulla settantina. Quel che sorprende in

questo dipinto è la posizione, di profilo,

inusuale a metà del XVI secolo. Tiziano lo

usava solo per le persone decedute: Francisco

I e Sisto IV ), quindi l'autoritratto del

profilo era eccezionale, richiedendo diversi

specchi per la sua realizzazione. La


Francisco De Goya y Lucientes – “La fucilazione del 3 maggio a Madrid” – Olio su tela - 1814

Francisco De Goya y Lucientes - “La Maja desnuda” - Olio su tela - 1795 - 1800

scelta risponde all'associazione con la

fama di questa tipologia, derivante dalla

numismatica romana. Tiziano evidenzia la

sua nobiltà per mezzo dei suoi abiti neri e

della catena d'oro che lo accredita come

cavaliere dello sperone d'oro, la lunga barba

gli conferisce autorevolezza, mentre il

pennello sottolinea la sua abilità di pittore.

Artista importante nella collezione del Prado

è senz’altro El Greco, pseudonimo di

Domínikos Theotokópoulos, nato a Candia,

nell’isola di Creta, nel 1541 e morto a

Toledo, il 7 aprile 1614, artista greco, vissuto

in Italia ed in Spagna, annoverato tra

i personaggi più importanti del tardo Rinascimento

spagnolo. Dopo l’apprendistato

come iconografo, diventò maestro d'arte

e si trasferì a Venezia, confrontandosi con

le scuole di Tiziano, Bassano, Tintoretto e

Veronese. Nel 1570 si recò anche a Roma,

dove aprì una bottega e dipinse una serie

di opere. La sua permanenza in Italia plasmò

la sua pittura con l’influenza del manierismo

e del Rinascimento veneziano.

Le sue figure evocano lo stile del Tintoretto

nelle linee sinuose e allungate, nel

senso del movimento e nella drammaticità

dell’illuminazione, e il tardo Tiziano nell'uso

del colore. Nel 1577 si trasferì a Toledo,

in Spagna, dove visse e lavorò fino

al giorno della morte. Un viaggio in Spagna,

visitando il Prado di Madrid e la città

di Toledo, permettono oggi di conoscere

questo genio della pittura, che per certi

versi anticipò anche il movimento espressionista

nato secoli dopo. Lo stile drammatico

ed espressionistico di El Greco era

infatti guardato con perplessità dai suoi

contemporanei, ed è stato rivalutato nel

corso del XX secolo. Difficilmente inquadrabile

per via del suo linguaggio personalissimo,

le sue figure sinuosamente allungate

e ed i colori forti di cui spesso si

serviva sono frutto dell'incontro tra l'arte

bizantina e la pittura occidentale.

Vasta la collezione di artisti spagnoli a partire

da Velázquez, Diego Rodríguez de Silva,

nato a Siviglia nel 1599 e morto a Madrid

nel 1660. Adottò il cognome di sua

madre, secondo l’uso frequente in Andalusia,

firmando “Diego Velázquez” o “Diego

de Silva Velázquez”. Ha studiato e praticato

l’arte della pittura nella sua città natale

fino all’età di ventiquattro anni, quando

si è trasferito con la sua famiglia a Madrid

ed è entrato per servire il re da allora

fino alla sua morte nel 1660. Tra le opere

visionabili nel sito del museo del Prado,

colpiscono quelle che raffigurano i giardini

di Villa Medici a Roma. Sono due capolavori

in cui Velázquez ha catturato un

paesaggio senza un motivo narrativo che

lo giustifica. Luce e aria diventano i protagonisti

di questi dipinti, catturando un

momento specifico della giornata, anticipando

incredibilmente ciò che Monet a-

vrebbe fatto più di due secoli dopo con

l’impressionismo.

Altro artista spagnolo è Francisco José de

Goya y Lucientes, nato a Fuendetodos,

piccolo villaggio dell'Aragona nei pressi

di Saragozza, il 30 marzo 1746 e attivo

presso la bottega del pittore José Luzán

Martínez. Affascinato dalla pittura del Tiepolo,

nel 1769 parte per l’Italia e, tornato

a Saragozza, ottiene la commissione di alcuni

affreschi per la basilica del Pilar. Grazie

ai cognati, i pittori Ramón e Francisco


16

Diego Rodrìguez De Silva Y Velàzquez

“Vista del giardino di Villa Medici de Roma con la statua di Arianna” - Olio su tela - 1630

Bayeu, nel 1774 riceve l'incarico di eseguire

i cartoni per l'arazzeria reale di Santa

Barbara. Nel 1780 Goya diviene membro

della Reale Accademia di San Fernando.

Negli anni successivi realizza una serie di

dipinti a olio con giochi di bambini, e comincia

a dedicarsi ai ritratti. Lavora anche

per i duchi di Osuna eseguendo temi campestri

e ritratti di famiglia. Dopo aver realizzato

“La prateria di San Isidro”, uno dei

cartoni da arazzo per la camera dei principini

al Pardo, nel 1789 riceve da Carlo IV

di Spagna, la nomina a Pittore di camera.

Una grave malattia gli provoca la sordità

cambiando la sua vita. Mentre continua a

dipingere ritratti e scorci di vita popolare,

nascono anche le prime scene di follia,

stregonerie e supplizi. Nel 1797 inizia a lavorare

ai “Capricci”, una serie di incisioni

dove esprime con grande fantasia la sua ribellione

contro ogni forma di oppressione

e superstizione. Tra i suoi più intensi personaggi

femminili spiccano al Prado “La

maja vestida” (1800-1805) e “La maja desnuda”.

Commissionato da Godoy, divenuto

dal 1995 mecenate di Goya, la Maja

desnuda è l’unico nudo femminile eseguito

in un periodo in cui l’Inquisizione

spagnola proibiva questo genere di dipinti,

ed ha ispirato artisti e letterati. L’opera è

circondata da un romantico alone di mistero,

priva di motivi allegorici, ed è stata

concepita quale raffigurazione di una Venere

priva di pudore, in quanto la figura

guarda direttamente negli occhi il fruitore,

al pari della “Maja vestida”. L'invasione

napoleonica del 1808, le feroci rappresaglie

e il martirio del popolo spagnolo, lasciano

un segno indelebile nella vita dell’artista

che trova sfogo nelle incisioni dei

“Disastri della guerra” (1810-1820) e in

due celebri dipinti del 1814: “Il 2 maggio

1808” e “Il 3 maggio 1808: fucilazione

alla Montagna del Principe Pìo”. Quest’opera

mette tristemente in luce la drammaticità

dell’esecuzione di massa, in cui i patrioti

vengono fucilati senza pietà, uno

dopo l’altro. Un quadro che più di mille

parole racconta una pagina di storia. Negli

anni successivi, caduto in disgrazia a

corte, Goya si ritira nella casa di campagna,

la “Quinta del Sordo”, dove ricopre

le pareti con le cosiddette “Pitture nere”,

immagini angoscianti e visionarie, tra cui

ricordiamo “Saturno che divora i suoi

figli”. Nel 1824 parte per la Francia e si

stabilisce a Bordeaux: qui Francisco Goya

muore il 16 aprile 1828. I suoi ultimi lavori

sono “La lattaia di Bordeaux” e un ritratto

del nipote Mariano. Un artista ad

ampio spettro, Goya, capace di fissare nei

dipinti il bello e il brutto della vita come

pochi altri.

Un museo vasto, quello del Prado, impossibile

da visitare completamente nell’arco

della giornata. Consigliabile quindi visitarlo

virtualmente, in modo da selezionare

le sale con le opere predilette e andare poi

direttamente davanti ad esse senza incorrere

all’inconveniente di un guardiano del

museo che ti redarguisce “Señorita… señorita!!”

perché è arrivata l’ora di chiusura

e tu sei lì, davanti ad un capolavoro cercato

di sala in sala, incantata, come è successo

a chi scrive.


Galleria Cinquantasei Bologna

In galleria opere di:

Giacomo Balla

Carlo Carrà

Giuseppe Capogrossi

Giorgio De Chirico

Filippo de Pisis

Mirella Guasti

Renato Guttuso

Giorgio Morandi

Luigi Pellanda

Mauro Reggiani

Bruno Saetti

Aligi Sassu

Alberto Savinio

Gino Severini

Mario Schifano

Mario Sironi

e altri

LA GALLERIA È APERTA DAL LUNEDÌ AL VENERDÌ DALLE 10 ALLE 13 E DALLE 15.30 ALLE 19

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18

GEORGES DE LA TOUR:

L’EUROPA DELLA LUCE

Palazzo Reale di Milano

Dal 28 maggio al 27 settembre 2020

a cura di Silvana Gatti

“Lei dovrebbe vederlo! È un

pittore sorprendente. Non abbiamo

strumenti per misurare il

genio; ma sento che il talento

del De la Tour spezzerebbe più

di un manometro. È un peccato

che non abbiamo nulla

di suo in Italia.”

R. Longhi, I pittori della Realtà

in Francia, ovvero I caravaggeschi

francesi del Seicento,

“L’Italia letteraria”,

19 gennaio 1935.

Georges de La Tour

“Maddalena penitente”, 1635 - 1640

Olio su tela, cm 113 x 92,7

National Gallery of Art,

Washington D.C., Stati Uniti

Èstata riaperta al Palazzo Reale

di Milano la straordinaria

mostra Georges de La Tour:

l’Europa della luce, aperta il

7 febbraio scorso, accolta come

un evento dalla stampa e

con centinaia di prenotazioni attivate dal

pubblico, chiusa per l’emergenza sanitaria

dal 24 febbraio e riaperta poi per una

sola settimana dal 2 all’8 marzo. Una mostra

partita a singhiozzo, dunque, visitabile

sino al 27 settembre 2020 grazie ai

28 musei, prestatori da 3 continenti, che

hanno accettato di prorogare il prestito

delle 33 opere, permettendo di visitarla

con le misure di sicurezza stabilite dalle

autorità governative e regionali. La mostra

è promossa e prodotta dal Comune di

Milano Cultura, Palazzo Reale e Mondo-

Mostre Skira, curata dalla Prof.ssa Francesca

Cappelletti e da Thomas Clement

Salomon, e vanta un comitato scientifico

composto da Pierre Rosenberg (già direttore

del Louvre), Gail Feigenbaum (direttrice,

Getty Research Institute), Annick

Lemoine (direttore, Musée Cognacq-Jay),

Andres Ubeda (vice direttore, Museo del

Prado). Dopo lo straordinario successo

dell’esposizione di due tele del maestro a

Palazzo Marino nel 2011, per la prima

volta in Italia una mostra viene dedicata

al più celebre pittore francese del Seicento

e ai suoi rapporti con i grandi maestri

del suo tempo. Definito dagli studiosi

un meteorite nella pittura barocca con

ascendenze caravaggesche, Georges de

La Tour si rivela in questa retrospettiva

come artista dalle diverse sfaccettature,

in grado di prendere le distanze da Caravaggio

e di sviluppare un proprio stile.

Inevitabile visitando la mostra il confronto

con l’inquieto Caravaggio, con il quale

il francese condivide il senso drammatico,

teatrale, della composizione e lo studio

accurato della luce, anche se non è

dato sapere se La Tour abbia mai avuto

modo di ammirare direttamente le opere

del Merisi. La mostra a Palazzo Reale e

gli studi del catalogo edito da Skira mettono

in evidenza l’eredità caravaggesca

della pittura di Georges de la Tour (1593

– 1652).

È stata la critica moderna a riscoprire e

rivalutare questo artista dopo un lungo

periodo di oblio. Apprezzato ai suoi tempi,

fu poi dimenticato e riscoperto solo

nel Novecento. Nel 1915 lo storico dell’arte

tedesco ed esperto del barocco italiano,

Hermann Voss, pubblicò un articolo

in cui attribuiva a La Tour, che allora

era soltanto un nome senza opere, alcuni

dipinti, scrivendo: «Egli esplora le superfici

e i contorni delle cose con acuta pre-


Georges de La Tour

“La rissa tra musici mendicanti” - 1625 - 1630 ca. - Olio su tela - cm 85,7 x 141

The J. Paul Getty Museum, Los Angeles, Stati Uniti

Gerrit van Honthorst, detto Gherardo delle Notti

“Cena con sponsali” - 1613 – 1614 - Olio su tela - cm 138 x 203

Gallerie degli Uffizi, Firenze

cisione, senza alcuna ripugnanza per la

loro crudezza». La Tour è stato infatti

quasi ignorato sino a pochi decenni or

sono, e le sue opere venivano frequentemente

attribuite a vari artisti caravaggeschi,

come Honthorst e Valentin. Il testo

di Hermann Voss sarebbe passato pressoché

inosservato se Roberto Longhi non lo

avesse segnalato al Louvre, che proprio

in seguito a questa segnalazione e agli approfondimenti

che ne derivarono decise

di acquistare il suo primo La Tour nel

1926: era l’Adorazione dei Pastori.

La sua formazione è tuttora avvolta nel

mistero, come è un’incognita un suo probabile

viaggio in Italia verso il 1612-13.

Dalle prime opere si suppone che la sua

formazione artistica sia avvenuta nell’ambito

del manierismo lorenese, per via

di un’arte colta, aristocratica, basata sulle

iconografie preziose, sui riferimenti colti,

sulle allegorie complicate. La totale assenza

di pagamenti e documenti di commissione

rende difficile la cronologia e

l’attribuzione delle opere. Scarseggiano

inoltre le citazioni che consentano di datare,

con qualche certezza, le opere conosciute.

Osservando le opere di Georges de

la Tour si nota innanzitutto un notevole

contrasto tra le scene “diurne”, realistiche

e prive di filtri, che raffigurano personaggi

segnati dalla povertà e dall’età, e le

scene “notturne” in cui splendide figure

sono illuminate dalla luce di una candela:

personaggi assorti, silenziosi, commoventi

come “La Maddalena penitente” proveniente

dal museo di Washington, esposta

nella prima sezione della mostra. La Tour

la raffigura nell’intimità notturna, illuminata

da un lume oscurato da un teschio

che, appoggiato sul tavolo, spinge il fruitore

a riflettere su temi come la caducità

della bellezza femminile ed il destino u-

mano. In mostra è presente anche il mondo

notturno di Trophime Bigot, considerato

il Maestro del lume. Il percorso della

mostra dedica una sezione alla vicenda

degli Apostoli per la cattedrale di Albi.

Georges de la Tour eseguì una serie di a-

postoli a mezzo busto che dovevano essere

disposti intorno all’immagine di Cristo.

In un inventario del 1795, la serie fu

registrata e attribuita al Caravaggio. In

uno studio successivo, furono distinti gli

originali di La Tour dalle copie; all’interno

della serie, solo due, “San Giacomo

Minore” e “San Giuda Taddeo”, entrambi

in questa sezione, sono attribuiti al pittore.

Gli originali di La Tour sono affiancati

da altri dipinti rappresentanti gli e-

vangelisti, sempre parte di una serie, eseguiti

da artisti in passato accostati a La

Tour o confusi con lui, quali Frans Hals


20

Georges de La Tour

“San Giovanni Battista nel deserto” - 1649 ca. - Olio su tela - cm 81 x 101

Musée départemental Vic-sur-Seille, Francia

e Jan van Bijlert. Nella terza sezione della

mostra sono esposte le opere di artisti che

sono stati possibili punti di riferimento

per la formazione dell’artista. Tra quanti

sostengono che La Tour abbia fatto un

viaggio di formazione in Italia, c’è chi ha

individuato nelle opere di Giovanni Antonio

Galli, detto lo Spadarino, un terreno

di studio per l’artista lorenese. Una via

per la diffusione della cultura post caravaggesca

in Francia si trova anche nell’opera

di Carlo Saraceni, di cui è esposto

in mostra un quadro notturno, posto a

confronto con il “Cristo fra i dottori” di

Bor, in cui l’artista riprende dal Saraceni

la rappresentazione di figure piccole immerse

in ampi spazi scuri. Alcune opere

riferibili al terzo decennio del Seicento,

come il “San Gerolamo” di Palazzo Barberini

e la “Cattura di Cristo” della Galleria

Spada documentano il problema di

attribuzione di alcune opere a Candlelight

Master, specializzato nella pittura a luce

artificiale. Egli venne battezzato in tal

modo dallo studioso Benedict Nicolson

da lui stesso poi identificato con Trophime

Bigot, problematica figura di artista

attivo a Roma ancora negli anni Trenta.

“La Cena con sponsali”, un importante

dipinto di Gherardo delle Notti, definito

l’Honthorst “italiano”, rimanda immediatamente

allo stile compositivo e luministico

di La Tour, per via dei volti illuminati

dal lume di candela che dona luce

alla tavola apparecchiata. Un’opera in cui

trionfano l’armonia e la convivialità fra i

commensali. Proseguendo nel percorso

della mostra, il visitatore è colpito dal

crudo realismo delle opere di Georges de

la Tour, particolarmente forte nella “Rissa

di musici” proveniente dal Getty Museum

di Los Angeles. La scena è diurna e raffigura

diversi personaggi coinvolti in una

rissa, in cui uno dei contendenti cerca di

spruzzare un limone sugli occhi dell’avversario

per svelarne la finta cecità. Scene

notturne e oggetti metallici raffigurati

a luce di candela immergono in questa

sala lo spettatore in notti animate da scene

profane o religiose, in cui la luce, declinata

da Honthorst e La Tour in modi

diversi e sorprendenti, circonda le emozioni

umane, suscitate dal gioco, dal vino

e dalla musica, sottratte all'ombra e consegnate

al mondo della pittura, esaltando

la bellezza degli oggetti, dei profili femminili,

la fragilità delle azioni e dei sentimenti.

Georges de la Tour amava raffigurare

personaggi comuni, ed in mostra

spiccano per il realismo i due dipinti raffiguranti

“Donna anziana” e “Uomo anziano”

del Museo di San Francisco, insieme

al “Suonatore di ghironda con il

cane”. Per gran parte degli studiosi i tre

quadri sarebbero stati eseguiti in età giovanile,

accomunati come sono dallo stesso

trattamento dello sfondo. “Il Suonatore

di ghironda con il cane”, dipinto di grandi

dimensioni, è qui esposto a confronto con

le stampe di Jacques Bellange e di Jacques

Callot che ritraggono analoghi personaggi.

Il suonatore di ghironda, frequentemente

cieco che suonava per le

strade chiedendo l’elemosina, era un personaggio

tipico della cultura lorenese.


Georges de La Tour

“Uomo anziano” - 1618-1819 ca.

Olio su tela - cm 91,1 x 60,3

Fine Arts Museums, San Francisco, Stati Uniti

Georges de La Tour

Il suonatore di ghironda con cane,

1622-1625 - Olio su tela - cm 186 x 120

Musée du Mont-de-Piété, Bergues, Francia

Georges de La Tour

“Donna anziana” - 1618-1819 ca.

Olio su tela - cm 91,4 x 60

Fine Arts Museums, San Francisco, Stati Uniti

Questa sezione documenta come George

de la Tour sia un pittore del sociale, in

quanto i suoi personaggi sono presi dalla

strada e raffigurati in tutta la loro realtà,

senza filtri o abbellimenti. Una sezione è

dedicata al filo conduttore della mostra,

la ricerca di La Tour sulle possibilità e-

spressive dell’illuminazione artificiale

notturna. In questa sala sono esposti diversi

capolavori del pittore lorenese, tra

cui spicca “Giobbe deriso da sua moglie”,

in cui la fiamma della candela, con la sua

traccia di fumo sulla veste della donna, illumina

il centro del dipinto, generando un

effetto di controluce che amplifica il suo

gesto di insofferenza. “Giovane che soffia

su un tizzone”, insieme a “L’Educazione

della Vergine”, documentano diversamente

la raffigurazione di un interno illuminato

dal lume artificiale in un’atmosfera

domestica pervasa dalla quiete.

Uno studioso settecentesco sosteneva che

La Tour avesse regalato al re Luigi XIII

un dipinto che raffigurava un “San Sebastiano

in una notte”, apprezzato così tanto

dal re da rimuovere ogni altro quadro nella

sua camera da letto. Si conoscono almeno

dieci versioni del “San Sebastiano

curato da Irene” nello stile di La Tour, e

qui è esposta una delle tre conservate al

Musée des Beaux Arts di Orléans. L’esistenza

di tutte queste copie fa pensare che

la composizione fosse corrispondente al

quadro entrato nelle collezioni reali, in

una data forse prossima al 1639, quando

Georges de La Tour a Parigi ricevette il

titolo di pittore ordinario del re.

La rassegna si chiude con la sezione dedicata

al capolavoro della maturità di Georges

de la Tour, il “San Giovanni Battista

nel deserto”. Con questo dipinto, che

raffigura il santo precursore di Cristo e il

legame fra l’Antico e il Nuovo Testamento,

La Tour sintetizza al massimo la composizione,

spingendo la pittura verso la

dimensione della solitudine e della meditazione,

aderendo all’esperienza degli

eremiti cristiani, alla ricerca della fede in

luoghi lontani dalla mondanità.

Un’esposizione imperdibile considerato

che, come ebbe a sottolineare Roberto

Longhi, in Italia non vi è conservata nessuna

opera di La Tour e sono poco più di

30 le opere attribuite al Maestro.

La mostra apre dal giovedì alla domenica,

dalle 11.00 alle 19.30 con apertura serale il

giovedì sino alle 22.30

(ultimo ingresso un'ora prima).

La prenotazione è obbligatoria - anche per

le categorie gratuite - presso Vivaticket

tel. 02 92897755 o sul sito:

https://mondomostreskira.vivaticket.it/

È possibile prenotarsi anche poco prima

della visita, purché sia rispettata la capienza

consentita in ciascuna fascia oraria.

Al momento in cui si scrive non è possibile

prenotare visite per gruppi o scolaresche.

Per chi è già in possesso di prenotazione va

richiesto il voucher al sito:

https://shop.vivaticket.com/ita/voucher

L’audioguida è inclusa nel biglietto in

forma di app da scaricare negli store Apple

e Google inserendo il titolo della mostra.


22

JAMES TISSOT

Il ritrattista del fascino femminile

di Svjetlana Lipanović

Il ponte dell’HMS Calcutta (Portsmouth)

James Tissot destinato a diventare

un famoso pittore europeo

nacque nel 1836 da un commerciante

di stoffe e da una

modista a Nantes, in Francia. Il

giovane Jacques Joseph, che in seguito

naturalizzò il proprio nome in inglese si

trovò dall’infanzia nell’ambiente legato

alla moda e, durante tutta la vita mantenne

sempre un forte interesse verso la

rappresentazione realistica dell’abbigliamento.

Il suo talento artistico fu perfezionato

presso L’Ecole des Beaux-Arts a Parigi

nel 1856. In seguito, espose al Salone

nel 1859 ed a Royal Academy di Londra

nel 1856 con crescente successo. Il suo

stile gradevole e delicato non è facilmente

classificabile. La precisione nel dipingere

i temi storici del Rinascimento,

presto sostituiti con gli ambienti ed i personaggi

della vita mondana parigina, fa

apparire le tele simili a fotografie. I particolari

messi in evidenza nei costumi avvicinano

Tissot alla corrente del Realismo

del 1840. Nonostante ciò, la sua pittura

rimane enigmatica poiché l’artista

subisce anche l’influenze degli Impressionisti

e dei Preraffaeliti. Un'altra grande

fonte dell’ispirazione fu l’arte giapponese

raccolta nelle sue collezioni. Le opere lasciate

ai posteri, dalle delicate tonalità

sono un prezioso specchio dell’epoca dove

si celebrò la vita sfarzosa della nuova

borghesia e la grande bellezza presente

nelle svariate forme. Ricercato per i suoi

splendidi ritratti, divenne un pittore famoso

dell’alta società. La sua seconda

patria fu il Regno Unito dove si trasferì

nel 1871. Davanti a Tissot si aprì un nuo-


Le donne degli artisti

La convalescente

Ritratto di Mrs L

Dama con ombrello.

Mrs Newton

Autoritratto

vo scenario in cui incontrò il grande amore,

che lo segnò profondamente. La bella

irlandese Kathleen Newton divorziata

con due figli, dal 1876 fu la compagna

adorata ed immortalata nei numerosi quadri.

Si può ammirarla nei dipinti: “ La lettura

nel parco” 1881, “Sulla riva del mare”

1880, “La convalescenza” 1882, “Signora

con ombrello” 1880. Nel tempo, la

produzione artistica di Tissot si arricchisce

con una nuova tecnica dell’incisione.

Si dedicò anche alle caricature nelle quali

si evidenziò il suo formidabile senso psicologico

espresso con una ironia sottile.

Condusse una vita agiata ma rimase sempre

sensibile verso i problemi sociali e le

persone bisognose. Apprezzato dai contemporanei,

frequentò personaggi illustri:

Maupasant, Degas, Monet, Daudet, Goncourt,

Haden, Boldini, Legros, De Nitis

“il pittore delle parigine” ed altri. Durante

il soggiorno londinese produsse i magnifici

ritratti: “La figlia del capitano” 1873,

“La figlia del guerriero” 1873 ed in seguito

“Galleria del HMS Calcutta” 1886

che dimostrano il suo incredibile talento

d’osservazione e, la sapiente combinazione

dei colori. “Il principe imperiale e

la madre” 1874, “Lloyd” 1876, “L’arsenale

di Portsmouth” 1876 sono altri capolavori

realizzati in un periodo particolarmente

fecondo. Le scene dei quadri

fissano nel tempo con impressionante

realismo i grandi cambiamenti nell’abbigliamento

avvenuto nella nuova società

borghese. Le signore avviate verso l’emancipazione

femminile esibiscono un’

eleganza ricercata, colorata molto contrastante

con gli abiti maschili, estremamen-


24

L’imperatrice Eugenia

Portsmouth Dockyard

La colazione sull’erba

La più bella donna di Parigi

te rigorosi. Il momento storico è perfettamente

descritto con la frase di scrittore

francese Balzac: “L’abito è nello stesso

tempo scienza, arte, abitudine e sentimento”.

Indubbiamente, Tissot fu il pittore

della moda nascente alla fine dell’800 che

fece di Parigi la capitale dell’eleganza.

Improvvisamente, l’esistenza favolosa

dell’artista cambiò, tingendosi di toni

cupi. L’amata Kathleen malata di tisi, si

suicidò a soli 28 anni nel 1882. Tissot,

non si riprese mai completamente. Tornò

a Parigi e, nel 1885 dipinse una serie di

quadri: “La dama sui cocchi”, “La più

bella donna parigina”, “Misteriosa”, “Mogli

d’artisti” che sono un inno alla donna

parigina. In seguito a una crisi mistica, il

mondo brillante dell’alta società svanì

dalle tele per lasciar posto ai temi sacri.

Negli anni a venire Tissot intraprese i numerosi

viaggi, forse in fuga dal fantasma

del rimpianto passato o nella ricerca delle

verità sconosciute. Soggiornò in Medio

Oriente, in Palestina per 10 anni e gli ultimi

viaggi lo portarono in America. I dipinti

nati in questo periodo sono: “Il

figlio prodigo”, 365 illustrazioni della

vita di Gesù, realizzati con la tecnica

d’acquerello. L’ultima, grande, incompiuta

opera dedicata all’Antico testamento

fu completata dai collaboratori. La sua

straordinaria esistenza è giunta alla fine

il 3 Agosto 1902 a Buillon, in Francia.

Osannato in vita, la sua fama fu offuscata

con passare del tempo. Negli anni 70 fu

riscoperto dagli inglesi e, dopo la grande

Mostra a Parigi nel 1985 ed altre, anche

dal pubblico. In seguito a tale esposizioni

Tissot, ritrattista del fascino femminile

che fu esaltato dalla raffinata moda ottocentesca,

ha ripreso un posto di riguardo

nella storia dell’arte.


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28

LABORATORIO AccA: MAI FERMI.

a cura della redazione

La diffusione del contagio da

Covid19 aveva fermato tutto,

l’ultima trasmissione dagli studi

di Milano era andata in onda

il primo marzo. Poi notizie

sempre più gravi, limiti, blocchi e la pandemia

che ha portato tutto quello che purtroppo

abbiamo visto e sentito.

La Tv non si è fermata, e neppure Arte Investimenti,

né tampoco Laboratorio Acca.

In onda qualche replica, quindi lo smartworking,

che amiamo chiamare “lavoroda-casa”,

in italiano. E lì, nel solito clima

che si crea ad ogni puntata di laboratorio

Acca, conferme e scoperte nuove, una

maniera di lavorare certo diversa dalle dirette

da studio, ma comunque un prodotto

in grado di ottenere altissimi ascolti e visualizzazioni,

grazie, va detto, alla regia

di Carmelo Ferrara, capotecnico di Arte

Investimenti. È stato il vero genio della

comunicazione via internet, coordinando

i due conduttori, uno a Roma, l’altro in

Puglia, per la produzione di trasmissioni

di qualità che hanno tenuto alto il ritmo

delle vicende legate agli artisti di Laboratorio

Acca, consentendo ai bravi pittori

e scultori di avere un palcoscenico importante

come quello di A.I.

A Carmelo ed a Arte Investimenti va il

plauso dello staff di Laboratorio Acca,

per la professionalità e la costanza con

cui, nei giorni più difficili, hanno permesso

la somministrazione di grande Arte

attraverso il web e la televisione.

Carmelo si è rivelato anche buon conduttore,

coi suoi interventi da Bergamo, sede

del suo banco regia personalizzato. Il clima

greve che ha oppresso il mondo in

quei giorni non ha intaccato lo smalto

della trasmissione, e grazie ad ascoltatori

e collezionisti attenti, neppure nel periodo

peggiore sono mancate le forme di

consenso che Laboratorio Acca sta meritando

dall’esordio, nell’ottobre 2019.

Certo rimane una ferita gravissima da cui

ci auguriamo tutti di riprenderci prestissimo.

Un pensiero di gratitudine va al

personale sanitario impegnato in prima

linea e un pensiero commosso va alle vittime

di una autentica strage ed tutti quelli

che, a causa del tremendo virus hanno

sofferto maggiormente.

Milano, città sempre nel cuore dei due

conduttori di Laboratorio Acca, Giorgio

Barassi e Roberto Sparaci, saprà reagire

con la forza di chi non si arrende mai, ne

siamo certi. E così, in particolare, Bergamo,

Brescia, Cremona, Piacenza, Parma

e tutto il Veneto colpito a morte. I collezionisti

e gli amici di Laboratorio Acca,

da tutto il territorio raggiunto dal segnale

del canale Sky 868 e del digitale terrestre

123 hanno seguito “il trio” (Carmelo così

spesso in video non si era mai visto…)

anche nei momenti davvero più difficili.

La domenica alle dieci di sera, come sempre,

lì pronti, attenti, presenti sempre.

Acca Edizioni Roma ringrazia gli artisti

della squadra di Laboratorio Acca. Hanno

continuato a produrre ed a proporre il loro

lavoro in piena coordinazione con la linea

editoriale del programma. Segno di grande

e concreta professionalità, merce rara.

Si apre un nuovo capitolo, con nuovi artisti

che affidano la loro opera a Laboratorio

Acca perché sia più diffusa ed apprezzata.

Non mancheranno le novità, le


Giovanni Trimani

Domenico Asmone

idee che hanno sempre caratterizzato la

atipica e fortunata produzione televisiva

sin dalle prime battute. Cosa arriverà col

rientro tra le luci e l’atmosfera dello studio

milanese? Impossibile prevederlo. Di

certo, sull’onda del successo, Laboratorio

Acca avrà ancora qualcosa di nuovo da

dire nel mondo dell’Arte, a suo modo.

Quella Arte Italiana che non conosce soste,

arresto o fermata. L’Arte sopravvive

a tutto, se la trattiamo bene e la conosciamo

meglio.

Appuntamento tutte le domeniche alle ore

22.00 sui canali di Arte Investimenti TV.

Contatti:

giorgio.barassi@arteinvestimenti.it

oppure galleriaesserre@gmail.com

Telefoni: 329.4681684 / 347.4590939


30

PIERO MASIA:

Il ritmo del colore.

di Gioirgio Barassi

“Ozio e lavoro” - Olio su mdf - cm 50 x 60

Cominciavano le giornate da

passare in campagna, e i ragazzini

seguivano il nonno

nei campi. La Sardegna esalava

tutta la sua potenza di

terra selvaggia e bellissima, nell’aria l’odore

del mirto, del mare, dei frutti di quelle

campagne ordinate, i cui limiti erano

scanditi dai muretti a secco e dalle pulitissime

arature, nette come colpi di pennello

puntuali. Piereddu e i suoi compagni

di mille giochi, tra i campi, erano

pronti a raccogliere fichi, nespole, pesche,

pomodori “cuore di bue” e ogni altro

ben di Dio piantato da nonno secondo

antichi rituali. Non mancavano le fatiche

maggiori, pesanti per i ragazzini. Ma mentre

loro si davano da fare, il nonno, al fresco

di un albero frondoso, si sedeva lasciando

a quell’aria ineffabile e saggia

dei silenziosi sardi il compito di difenderlo

da qualsiasi rivendicazione. A nessuno

dei piccoli sarebbe mai venuto in

mente di chiedergli perché mai stesse lì

in sosta, con la lunga pipa in bocca, mentre

c’era un bel pò da fare. Altri tempi.

E così, giorno dopo giorno, tra le corse, i

giochi, i richiami delle mamme e quel

sole unico, si cominciavano ad accumulare

i dati che ritroveremo su molte opere

di Piero Masia, che era quel Piereddu e

tale è rimasto, con l’entusiasmo del ragazzino

e la forza di un pittore maturo.

Nondimeno i significati della sua poliedricità

di artista vivono una loro esistenza

in altre sue opere. Quel nonno lo ritroviamo

in molti suoi dipinti, appoggiato al

tronco dell’albero, come ritroviamo la

presenza di due soli splendenti nei suoi

paesaggi, figli di una filosofia semplice e

profonda: dopo un tramonto, o il sovrapporsi

delle nuvole e degli eventi, un altro

sole gagliardo è pronto a splendere. Un

inno alla vita ed alla costanza, che in

Masia è stata arma fondamentale.

A Sassari, durante la Cavalcata Sarda,

grande e nobile festa di tradizioni, colori,

costumi ed orgoglio, Piero incappa in un

episodio determinante per la sua vocazione

alla pittura. Era un ragazzino, e in

quel tripudio di cavalieri ed allegria, arrivano

in città gli eroi a cavallo a lui più

noti, ospiti di quella edizione come accade

da sempre: i nativi americani delle

tribù indiane, coi loro copricapo piumati,

la loro severità espressiva, la loro cultura

profonda e silente, vicina, per sapienza e

fattività, a quella dei sardi. Masia svicola

tra la folla, i cavalli e l’entusiasmo per

avvicinarsi ad uno di quei cavalieri di cui

sapeva leggendo Capitan Miki, Tex, il

Grande Blek Macigno ed altri fumetti.

Rimane incantato. Sfiora la pelle di uno

di quei mitici guerrieri in sella con un

gesto da ragazzetto curioso, lo vede grande

come una montagna e mitico come ciò


“Hommage à Leonard” - cm 60 x 40

Trilogia: n 1 - “L’uomo, la barca, il mare - Olio su tela - cm 50 x 40

Colori autunnali con cornice dipinta dall’artista - cm 30 x 40

che immaginava. Accade che da allora

sente l’urgenza di dipingere, di raccontare

coi colori quello che la fantasia ispira e

sostiene, inenarrabile a parole.

Come se un fluido di emozioni fosse passato

di colpo dalle praterie americane ai

pascoli dell’Isola ed ai silenzi del mare.

Come se il capo indiano, senza parlare,

gli avesse ordinato di compiere con serietà

il mestiere di pittore che Masia ha

svolto e svolge in sella alla sua libertà

espressiva, mai doma.

E poi, appaiata alla voglia di dipingere, la

musica: tanta, ricca, suonata con passione

ed ascoltata alla radio e dai 45 giri appena

usciti, custoditi con cura. Masia è musicista

di quelli più determinanti, batterista.

La ritmica, nei complessi musicali (oggi

si chiamano “gruppi”, ed è evidente che

siano altro) dipende da chi porta a registro

l’andare di una canzone, coadiuvato

dal basso elettrico. Per non andare fuori

tempo… “basta guardare le facce che ti

fa il batterista…”, dicevano i cantanti più

scafati. Il fatto è che Masia ha scandito il

ritmo del suo dipingere senza perdere una

sola battuta, cambiando, accelerando o

rallentando a seconda dei casi della vita

e delle sue alterne fortune, stoppando se

necessario e battendo forti colpi di cassa

o decise bacchettate al piatto per chiudere

i suoi dipinti come una canzone dei tempi

in cui, coi “Mah”, complesso musicale di

qualche buon successo, girava la Sardegna

per far ballare turisti e locali nei dancing,

nei teatri e nelle piazze ben diverse

da oggi, battendosi coi Barritas, che realmente

spopolavano a quei tempi.

Accade che i Mah vengono scritturati a

Torino, e si parte dall’Isola per la città. Si

suona al Massaua, al Le Roi alla Grotta,

e i Mah finiscono per sfiorare la via per

Sanremo, passando da Castrocaro. Il segnale

è che il fato vuole Piero Masia a

Torino, dove oggi vive e dove, rientratovi

dalla Sardegna, in pochi anni mette in

piedi il progetto Artecity, coordinando le

attività degli artisti, smacchinando per

promuovere non sono la sua arte ma anche

quella degli artisti torinesi, che per difetto

di conoscenza ci si limita a ricondurre,

ingiustamente, al solo Casorati.

Torino gli ha dato un assesto definitivo,

una laurea in giurisprudenza e un lavoro

di responsabilità tra le maglie della allora

Intendenza di Finanza. Attualmente continua

a occuparsi di ricorsi, calcoli, roba da

ragionamento puro. In pratica non ha

smesso la veste razionale del suo essere,

e questo modus vivendi et operandi è lo

stesso del batterista: senza una logica,

senza la scansione ritmica inappuntabile

dall’inizio alla fine, non si comincia né si

arriva. Masia sente il carico del dipingere

senza strafare, con serietà e coscienza.

Il dato della consistenza razionale dei


32

“Natura silente con agrumi” - tecnica mista su tela - cm 70 x 50

“Yellow and red rose” - cm 50 x 40 “Bouganville” - cm 55 x 45

suoi dipinti è evidente dalla uniformità

della luce che li invade, quanto dalla compostezza,

e sembra controsenso, dei suoi

dipinti informali e degli accenni convincenti

alla astrazione. Nella pittura di Masia

nulla è lasciato all’assoluto caso. Nelle

numerose mostre personali e collettive,

chi ha osservato ha approvato quella unità

concettuale evidente nei volti, nei cesti

di frutta, negli accenni ai paesaggi e nelle

sintesi informali. Tutto è riconducibile ad

un ordine precostituito e rispettato, ad

una linea di condotta che ha diramazioni

e derivazioni, forme ed espressioni diverse,

ma uno stare a schiena dritta nell’atto

stesso del produrre che frutta all’artista

la capacità di alternare il suo linguaggio,

senza mai perdere “il ritmo” di

quanto ha imparato nelle frequentazioni

di Vincenzo Manca, pittore sardo dalla

poliedrica applicazione dei teoremi sul

colore. Alta, grande voce dell’esprimersi

su piani diversi, dalla astrazione alla figurazione

radicata nelle forme e nei costumi

della tradizione sarda, millenaria e

fiera.

Masia ha una pittura che sintetizza le sue

emozioni e non le filtra. Semmai le dipana

con espressioni differenti, dalle o-

pere “frammentate”, attraversate da fughe

di colore che sembrano dar l’idea di

un mosaico virtuale ai paesaggi ed ai personaggi

fino alle “astrazioni”, che in realtà

sono espressioni riconducibili a idee

e ideali: il profumo ed il colore dei fiori,

il fragore di una mareggiata, il mutare

delle tinte di un tramonto. Nessuna delle

sue opere manca di citazioni, di calibro

cromatico, di precisione esecutiva. Perciò

il ritmo conta e come. Perché nulla, nella

pittura di Piero Masia, è lasciato al caso.

Neppure quando vorrebbe scatenarsi in

una esplosione di colori pareggiabile ad

un assolo interminabile di batteria. Masia

sa portare rispetto al suo pubblico, e non

gli passa mai per la testa di imporre la sua

arte. Semmai sembra dirci “…guardate

quello che faccio. Troverete tutti i riflessi

dei miei sentimenti…”.


Galleria Cinquantasei Bologna

Nel mese di agosto queste opere

di Sulce saranno esposte a

TAIWAN per ART2020

Trecce, cm 60x30x20

Artur Sulce

Ragazza con la farfalla, h cm 100

Ragazza con foulard (Girl with headscarf), cm 50x29x22

VIA MASCARELLA 59/B BOLOGNA - 051 250885 - INFO@GALLERIA56.IT - WWW.56ARTGALLERY.COM


34

Figurativo Inesplorato

Dal 6 al 12 giugno 2020

Quattro pittori - sette giorni.

LeAndro rICCI

dAnIeLA GArGAno

GIò STeFAn LAILA


www.tornabuoniarte.it

“Al lavoro” - 2005 - olio su tela - cm 93 x 73

Sandro Chia

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 - info@tornabuoniarte.it

Milano 20121 - Via Fatebenefratelli, 34/36 - Tel. +39 02 6554841 - milano@tornabuoniarte.it

Forte dei Marmi 55042 - Piazza Marconi, 2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeimarmi@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055-2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


36

Un tema di

propaganda

politica per due pittori

I due pittori sono il veneziano

Jacopo robusti detto il Tintoretto (1519-1594)

e la romana Artemisia Gentileschi (1593-1652).

a cura di Rita Lombardi

“Susanna e i Vecchioni” - Tintoretto - 1556 - Olio su tela 146x194 cm - Kunsthstoriches Museum - Vienna

Siamo in piena Controriforma e

l’episodio di “Susanna e i Vecchioni”

narrato nella Bibbia (libro

del profeta Daniele), diventa

per la Chiesa di Roma materia di

propaganda politica.

La vicenda si svolge nel VI secolo A.C.

a Babilonia e tutti i protagonisti sono

Israeliti. Susanna, “donna di rara bellezza

e timorata di Dio”, è sposata con un

uomo molto ricco e vive in una casa con

giardino. Due anziani giudici, in carica

per quell’anno, frequentano la sua casa e

la desiderano ardentemente. Un giorno

riescono a sorprenderla mentre è sola in

giardino e cercano di convincerla a concedersi

a loro, minacciando una denuncia

pubblica per adulterio. Susanna, pur consapevole

che, per la legge mosaica, rischia

la lapidazione, preferisce morire

piuttosto che peccare. I due giudici la denunciano

e vengono creduti. Susanna sta

per essere lapidata quando, in risposta

alle sue ardenti suppliche a Dio, sopraggiunge

il profeta Daniele, che smaschera

i due bugiardi.

L’interesse per questo soggetto nasce

proprio nel Cinquecento, quando viene

interpretato e usato, in ossequio allo spirito

dei decreti tridentini, come allegoria


“Artemisia Gentileschi” - Susanna e i Vecchioni - 1610 - olio su tela - 119x170 cm - Castello di Weissensten, Pommersfelden

della purezza della Chiesa, che, come Susanna,

è “timorata di Dio” e resiste alle

turpitudini degli eretici e dei riformisti

adombrati nei due anziani giudici. Pertanto

il titolo dei due dipinti è “Susanna

e i Vecchioni”, anche se dovrebbe essere,

per entrambi, “La Chiesa di Roma, il Riformista

e il Protestante”.

Nel racconto biblico Susanna ha solo manifestato

il desiderio di fare il bagno, ma

è ancora vestita di tutto punto! In questi

due dipinti, invece, Susanna è nuda e in

quello del Tintoretto ha appena finito di

fare il bagno. La nudità di Susanna, definita

“nuditas virtualis” è necessaria perché

simboleggia innocenza e purezza,

come nelle Maddalene penitenti.

RIFORMA E CONTRORIFORMA

La Riforma Protestante, iniziata ufficialmente

il 31 ottobre 1517, è stata per la

Chiesa di Roma un vero e proprio ciclone

devastante, perché ha comportato una gigantesca

perdita di prestigio e di potere

politico ed è stato un vero disastro per le

sue finanze. Infatti, nel giro di mezzo secolo

Svezia, Norvegia, Olanda, Danimarca,

Inghilterra, Germania e Svizzera

si separano dalla Chiesa di Roma diventando

Chiese autonome e ovviamente decime

e le offerte di questi territori non

confluiscono più nei forzieri romani.

Il Papa, i cardinali e i vescovi sono accusati

di commercio di reliquie, compravendita

di cariche ecclesiastiche, vendita

di indulgenze, amore per il sesso e per il

lusso. E’ risaputo che nelle dimore papali

si eseguono magnifiche feste con le più

famose cortigiane di Roma e che ogni

tanto ci scappa anche qualche omicidio.

Già nel 1492, a Firenze, il frate Gerolamo

Savonarola invocava il castigo di Dio su

Roma, novella Babilonia. Anche negli

stati che restano fedeli alla Chiesa di

Roma, compresi la Repubblica di Venezia,

il Regno di Napoli e il Ducato di Ferrara,

fioriscono circoli di uomini e donne

che simpatizzano con i protestanti e invocano

la riforma dei costumi del Papa e

del Clero.

La Chiesa di Roma corre ai ripari e inizia

la Controriforma. Nel 1545, viene convocato

il Concilio di Trento, che conclude

i suoi lavori nel 1563 con la

riaffermazione definitiva del primato del

Papa e con l’esaltazione della sua azione

e di quella della gerarchia ecclesiastica.

Trionfa l’assolutismo papale, la posizione

intransigente della Chiesa di Roma,

la repressione e la persecuzione degli eretici.

Per definire la funzione didattica dei dipinti

sacri, i padri tridentini definiscono

una analogia tra la “teoria delle prediche”

e la “teoria delle immagini”. Ma questa

rivalutazione dei pittori, considerati “predicatori

del popolo”, determina di necessità

una loro istruzione teologica e un

meticoloso controllo dell’aderenza dottrinale

delle loro opere.

TINTORETTO E IL CLIMA POLITICO

DI VENEZIA

Tintoretto vive e lavora a Venezia, città

ricca e cosmopolìta, capitale di una libera

e indipendente repubblica. Essendo la

Serenissima uno stato commerciale ha

come principio inderogabile la libertà di

coscienza e accoglie sì l’Inquisizione, ma

a condizioni restrittive e sotto la continua

sorveglianza dei suoi magistrati, limitando

di fatto le condanne a morte per

eresia. Nelle piazzette veneziane discutono

liberamente ebrei, cristiani ortodossi,

riformisti, protestanti e fedeli alla

Chiesa di Roma.

Tintoretto si appassiona ai dibattiti teologici

che coinvolgono i suoi contemporanei

negli anni della Riforma e della

Controriforma. Egli è un uomo libero intellettualmente

e profondamente religioso;

la sua famiglia possiede una

Bibbia (messa all’Indice nel 1548) tradotta

da un frate seguace del Savonarola

e appartenente ad un’ala radicale dei domenicani

particolarmente critica nei con-


38

Particolare - “Susanna e i Vecchioni” - Tintoretto - 1556 - Olio su tela 146x194 cm

Kunsthstoriches Museum

fronti della gerarchia ecclesiastica.

IL DIPINTO DI “SUSANNA E I VEC-

CHIONI” DEL TINTORETTO

In questo dipinto, terminato nel 1556,

egli pone Susanna in un rigoglioso giardino

e la raffigura nell’atto di asciugarsi

una gamba con un telo di lino ornato da

finissimo merletto. La donna, dalla pelle

luminosa, quasi lunare, è assorta nella

contemplazione della sua nudità, per

niente infastidita né dagli anziani, nascosti

tra gli alberi, né dall’osservatore

esterno.

Susanna indossa i suoi gioielli, è circondata

da preziosi oggetti di toeletta ed un

ricco corsetto le giace accanto. La presenza

di una siepe di rose, i fiori di Venere,

riporta il racconto dal piano religioso

a quello profano ed erotico.

Un veneziano contemporaneo di Tintoretto

coglie il messaggio che il pittore

vuole trasmettere. Se lo specchio, i gioielli,

il ricco corsetto, gli oggetti da toeletta

apparecchiati intorno alla donna e il

suo atteggiamento sono più adatti a raccontare

la quotidianità di una cortigiana

piuttosto che quella di una casta sposa e

se Susanna è la metafora della Chiesa di

Roma, allora è chiaro che quest’ultima è

ancora attratta dai piaceri terreni piuttosto

che dal Cielo, è preda ancora della

lussuria e dell’avidità ed è lontana dall’avere

attuato una seria, profonda riforma

dei costumi.

ARTEMISIA GENTILESCHI E IL

CLIMA POLITICO DI ROMA

Artemisia Gentileschi nasce a Roma nel

luglio del 1593. Il padre Orazio, pisano

di nascita, è un affermato pittore nel panorama

romano con un suo stile ben definito.

La madre, romana, muore quando

Artemisia ha dodici anni.

Roma è la capitale dello Stato Pontificio,

uno stato teocratico, a tutti gli effetti una

monarchia assoluta governata dal Papa,

dalla gerarchia ecclesiastica e da poche

potenti famiglie nobiliari.

E’ obbligatorio andare a messa regolarmente,

comunicarsi una volta l’anno, a

Pasqua, e comportarsi da bravi cristiani

se si vuole vivere e lavorare a Roma.

Nel 1592, un anno prima della sua nascita,

è salito al soglio pontificio Clemente

VIII. Nei tredici anni del suo

pontificato vengono eseguite ben 30 condanne

a morte.

Le esecuzioni sono pubbliche e tutti sono

obbligati ad assistervi, nobili e popolino,

ricchi e poveri, adulti e bambini. Poiché

i pittori hanno il privilegio di stare in

prima fila durante questi “spettacoli”, in

modo da poter poi dipingere realisticamente

i supplizi dei martiri cristiani, Artemisia,

anch’essa in prima fila con il suo

papà, sin dalla più tenera infanzia ha assorbito

tutta questa crudeltà.

Il 17 febbraio 1600 Giordano Bruno è arrostito

vivo in Campo de’ Fiori. Cinque

mesi prima, nel settembre 1599, era stata

giustiziata la giovane nobildonna Beatrice

Cenci insieme alla matrigna e ai due

fratelli. Sono accusati di aver assassinato

il rispettivo padre e marito, uomo violento

che abusava della figlia. Le due

donne sono decapitate e i fratelli squartati.

Poiché all’indomani dell’esecuzione Roma

è invasa da libelli ingiuriosi nei confronti

del Papa, accusato di aver sterminato

la famiglia Cenci per cupidigia (il

nipote del Papa ha acquistato a prezzi ridicoli

i beni dei Cenci confiscati), i presunti

autori dei libelli vengono anch’essi

condannati a morte.

Nel 1601 Clemente VIII promulga una

legge contro coloro che divulgano a voce

o per iscritto notizie ingiuriose che ledono

la reputazione altrui, stabilendo che

i diffamatori saranno deferiti al Tribunale

dell’Inquisizione.

Nel settembre 1603, anche Orazio Gentileschi

viene messo in prigione. In casa

sua è stato trovato (!) uno scritto in cui

viene denigrato un collega, Giovanni Baglioni.

Probabilmente dei protettori influenti

intercedono per lui, perché dopo

due settimane è libero.

Questo è il clima che si respira a Roma

nel 1600!

ARTEMISIA GENTILESCHI E IL SUO

DIPINTO “SUSANNA E I VECCHIO-

NI”

Primogenita di sei figli, Artemisia è


l’unica femmina e sin da piccola si rivela

dotata di talento artistico, unica tra i figli

di Orazio. Cresce nell’odierna via del Babuino,

in una casa frequentata assiduamente

da altri pittori, amici e colleghi del

padre. Sin da bambina questi le ha fatto

ammirare e studiare da vicino le opere

dei grandi artisti che hanno lavorato a

Roma, come Raffaello e Michelangelo,

in quanto egli ha libero accesso ai cantieri

romani.

Nel decennio della sua adolescenza Caravaggio

crea le famose pale che ornano

tre chiese a due passi da casa sua. Prestissimo

Artemisia si cimenta con il disegno

ed i colori, prepara le tele e miscela le

tinte per il padre e, a volte, posa per lui.

Nel 1609 dipinge una Madonna con

Bambino, ora a Roma, a Palazzo Spada.

L’anno dopo, firma, a 17 anni, “Susanna

e i Vecchioni”.

Il dipinto rivela un ottimo disegno anatomico,

un delicato accostamento di colori

e una sofisticata modulazione di luce ed

ombra. L’animata postura del viso e delle

braccia riprende l’Adamo della “Cacciata

dal Paradiso Terrestre” della Cappella Sistina,

mentre la struttura a zig zag sulla

diagonale secondaria mi ricorda l’impianto

della “Madonna dei Pellegrini”

nella Chiesa di S. Agostino (a due passi

da Piazza Navona) che il Caravaggio ha

terminato nel 1604. Sono tipiche di Artemisia,

invece, la ciocca ribelle che taglia

la guancia di Susanna, la sua postura accovacciata

e le fossette sulle sue mani.

La sua Susanna è nuda, pura, bella, senza

gioielli, solo un povero panno si appoggia

sulla sua coscia, non la circondano né

ricchi vestiti, né preziosi oggetti di toeletta.

Sono, invece, riccamente abbigliati

i due uomini che incombono su di lei dall’alto,

come i paesi a nord dello Stato

Pontificio che si sono staccati dalla Chiesa

di Roma. I due giudici non sembrano

mirare al suo corpo, ma alle sue orecchie

e alla sua mente, come gli eretici e i riformisti.

Le morbide natiche di Susanna

poggiano su una panca di chiesa, una

dura, semplice panca lignea definita da

più linee che tagliano orizzontalmente la

tela e che si estendono oltre i confini

della stessa. Questa panca, che non inizia

né finisce, suggerisce l’idea di una Chiesa

illimitata nel tempo e nello spazio.

Dietro la scelta di Artemisia di cambiare

collocazione rispetto al testo biblico c’è

forse il suggerimento del Furiere del

Papa, amico di famiglia e suo padrino?

La donna terrorizzata pare legata al suo

sedile e mentre cerca di allontanare le

orecchie sembra voler dire: “Andate via,

non voglio sentirvi”.

Ci sono tutti gli elementi per piacere alla

gerarchia ecclesiastica, compresa la paura.

La sensibilità femminile di Artemisia e la

sua esperienza di suddita romana fanno

sì che ottenga una resa drammatica senza

ricorrere ai violenti scenografici chiaroscuri

caravaggeschi.

Guardando questa scena drammatica, un

contemporaneo romano di Artemisia legge

tutti i messaggi riposti, si immedesima

in Susanna e sente un brivido gelido corrergli

lungo la schiena, mentre un ammonimento

gli risuona nella testa: “Stai

attento, se ti comporti da eretico, se pensi

di riformare la Chiesa, se ascolti e diffondi

critiche sul Papa o sul Clero, rischi,

come Susanna, la pena di morte, non ti

puoi nascondere, il potere della Chiesa ti

può raggiungere ovunque, è già successo,

sei avvertito! Sei legato a questa religione,

non puoi liberarti, rassegnati!”

GRAZIE

Davanti a questo dipinto io provo una

profonda, immensa gratitudine per tutti

gli uomini e le donne che nel corso dei

secoli hanno desiderato, immaginato, sognato,

voluto fortemente, pensato, scritto,

lottato, dato la vita per la libertà politica

e di pensiero di cui noi oggi godiamo.

Non viviamo più in uno stato teocratico

o in un regime assolutistico, possiamo

eleggere liberamente i nostri governanti

e liberamente criticarli, non c’è più la

pena di morte o la tortura, possiamo praticare

la religione che vogliamo o nessuna

se così ci va, nessun magistrato o

poliziotto viene a ficcanasare tra le nostre

cose a casa nostra, possiamo leggere i

libri che vogliamo, e altrettanto liberamente

assistere agli spettacoli, c’è attenzione

e protezione per le vittime di abusi

sessuali e di violenze domestiche. Vi pare

poco?

Particolare - “Artemisia Gentileschi” - Susanna e i Vecchioni - 1610 - olio su tela - 119x170 cm

Castello di Weissensten, Pommersfelden



Domenico Asmone

“Cromatico notturno” - 2018 - olio su tela - cm 70 x 90

Porto turistico di Roma - Loc. 876- Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com


42

FreedoM WeeK

Dal 23 al 29 maggio 2020

Quattro pittori - sette giorni.

LDIDIF Daniela Delle Fratte

a Galleria Ess&rrE è ripartita

con una selezione di

quattro pittori romani.

Temi importanti e universali

dove la natura, con gli alberi e i

boschi di DIDIF (Daniela Delle

Fratte) e di Annalisa Macchione, contrastano

ma si intersecano con le geometrie

perfette di Rita Lombardi che

con cura matematica inserisce colori

e tratti dall’effetto tridimensionale

entusiasmante, sino ad arrivare alle

oniriche e fantasiose pitture di Francesco

Ponzetti che con le “Navi volanti”

e i circensi in bilico ci immerge

nel mondo sognante segno di espressione

pittorica innata.

DIDIF Daniela Delle Fratte nasce a

Roma il 29 giugno 1961, firma le sue

opere con lo pseudonimo di DiDiF.

Frequenta il liceo scientifico e poi

Sociologia alla Sapienza di Roma,

ove tuttora risiede. Il suo amore per

Annalisa Macchione

la natura la conduce verso un’improvvisa

ispirazione al dipingere,

l’importante non è solo l’immagine

visiva di ciò che rappresenta ma le

sensazioni emotive che trasmettono

le sue opere poiché il suo scopo è: indagare,

confrontare e di seguito rappresentare

i sentimenti umani con i

fenomeni della natura. Ha deciso di

rendere pubbliche le sue opere nel

momento in cui ha preso coscienza

che non parlavano solo di lei ma dei

paesaggi dell’anima di tutti noi.

Annalisa Macchione è nata in una

città sull'Adriatico ma da sempre risiede

e lavora a Roma. Da bambina

era attratta dalle vetrine dei negozi di

Belle Arti davanti alle quali rimaneva

affascinata da tutte quelle matite colorate

e ha sempre disegnato e dipinto

da autodidatta dimostrando di avere

una predisposizione artistica. Solo

dopo aver conseguito la Laurea

Triennale di Traduttore e Interprete

ha potuto dedicarsi alla sua passione

per l'arte tanto da diventare uno dei

suoi principali interessi. Ha seguito le

lezioni di disegno e pittura del Maestro

Luciano Santoro a Roma da cui

ha imparato nuove tecniche pittoriche.

I suoi lavori rispecchiano l'amore

per l'Impressionismo, per l'acqua

e la natura incontaminata e bucolica.

Il 2009 è la data della sua prima

mostra collettiva presso la Galleria

Cassiopea a Roma e nel 2012 la prima

minipersonale nella stessa Galleria.

Rita Lombardi vive a Roma, sua

città natale. Laureata in Matematica.

Le piace la scienza, in particolare la

meccanica quantistica e si tiene aggiornata

sui suoi sviluppi. Pratica la

meditazione da tempo e condivide i

principi della teosofia. Conosce molti

testi di yoga, di buddismo, oltre a


Francesco Ponzetti

“Dell’Origine” di Eraclito, il “Tao

Te Ching” di Lao Tzu e “Sermoni tedeschi”

di Meister Eckhart. Ha una

buona conoscenza della Storia

dell’Arte e inoltre ha visitato spesso

mostre e musei in giro per gli USA,

l’Europa e l’Italia. Disegna dal vero

e dipinge fin dall’adolescenza. Al

liceo scientifico che ha frequentato,

ha avuto un’ottima insegnante di disegno

e Storia dell’Arte. Ha imparato

ad usare varie tecniche: china,

pastelli, acquarello, olio, per approdare

infine agli acrilici. Ha inoltre

seguito per alcuni mesi la scuola di

nudo di Via Ripetta ed è stata allieva

dell’acquarellista Mari Orelli e dei

pittori Mario Santini e Luciano Santoro.

Francesco Ponzetti nasce a Roma il

24 luglio 1978, l’assenza di studi artistici

gli regala la libertà di spaziare

oltre le tecniche di base, infatti per

realizzare le sue opere utilizza colori

ad olio e acrilici, tempere, polveri,

fogli metallici, ma soprattutto la sabbia,

elemento essenziale della sua

arte che dona alle opere un aspetto

materico che richiama un tessuto

vellutato. Le sue ambientazioni si alternano

tra sfondi notturni o con

tinte rosse ed incisivo è il contrasto

nei cromatismi. Un messaggio intrinseco

si cela dietro le opere dell'artista

che carica di speranza e

curiosità lo spettatore il quale si lascia

guidare dall'immaginazione. La

cura nei dettagli, l'uso della sabbia e

la magia nella resa del mondo onirico,

che prende vita sulla tela, sono

indice di un animo sognante che sa

concretizzare le proprie aspirazioni

per raggiungere nuovo traguardi, una

sensibilità che consente all'artista di

puntare in alto riuscendo a guardare

Oltre, delineando nell'opera l'entusiasmo

che incoraggia l'osservatore

ad aprirsi ad una dimensione emotiva

che conduce alla riflessione introspettiva

sulla propria essenza.

Rita Lombardi

Mostra a cura di Fabrizio Sparaci

Direzione artistica: Sabrina Tomei

Management: Roberto Sparaci

Porto Turistico di Roma

galleriaesserre@gmail.com

cell. +39 329 4681684


44

claudio Fabbricatore

In mostra alla galleria

dal 5 al 18 settembre

Claudio Fabbricatore, artista, nato

a Pomigliano D’Arco, cresciuto

in Germania e vive e lavora attualmente

a Roma.

Fabbricatore, pittore contemporaneo

figurativo, ha iniziato a disegnare

e dipingere molto giovane,

dilettandosi anche con la pittura

di miniature, modellismo e la

creazione di diorami.

Usa principalmente colori ad olio

ma lavora occasionalmente anche

con acquerelli, gouache e pastelli.

Una delle fonti principali d’ispirazione

dell’artista sono i lavori

dei maestri del tardo diciannovesimo,

inizio ventesimo secolo.

La forte influenza del fascino subìto

è presente in quasi tutte le

opere di Fabbricatore.

Nel 2012 ha avuto l'occasione di

incontrare il pittore Alexandr Onishenko

a Praga la cui tecnica ha

subito influenzato ed affascinato

Fabbricatore e lo ha portato a sperimentarne

gli effetti nelle sue

opere.

Nello stesso anno entra nel gruppo

LAO (Laboratorio Arti Ornamentali)

a Roma nel quartiere di San

Lorenzo, dove condividere l'atelier

e le idee con altri artisti lo porta

ad approfondire l’uso della luce e

dei contrasti cromatici di diversi

soggetti su tela nera.

Le opere di Fabbricatore sono un

riflesso di studi, di ricerche e di

esperimenti, piuttosto che il risultato

di mode contemporanee.

Il processo creativo diviene un’esperienza

“meditativa” che conduce

a bilanciare processi psicologici

e fisiologici inconsci. L’artista crea

in questo modo un’unione tra

processi creativi, istintivi e logici.

I lavori di Fabbricatore spingono

l’osservatore alla contemplazione

guidando la mente dell'osservatore

in uno stato di calma, rilassamento

e benessere.

“Yellow in Rome – Via della Rondinella”

2018 – Olio / Oil - cm 70 x 50

“La proposta” - “The Proposal”

2020 - Olio / Oil - cm 50 x 70

Claudio Fabbricatore, italian artist, was born

in the city of Pomigliano D’Arco, grew up in

Germany and currently lives and works in

Rome.

Fabbricatore, a contemporary, figurative painter,

started drawing and painting at a very young

age, takingalso delight in miniatures, models

and making dioramas.

While he mainly uses oil paints, he also works

with watercolors, gouache and sometimes

pastels.

One of the main sources of the artist's

inspiration are the works of old masters from

the late nineteenth and early twentieth century

– The strong influence from this fascination is

present in nearly all of Fabbricatore's paintings.

In 2012, he had a chance to meet with the

acclaimed painter Alexandr Onishenko in

Prague whose technique had a positive

influence on Fabbricatore's work and led him

to experiment it's effects on his works.

In the same year he entered the group LAO

(Laboratorio Arti Ornamentali) of San Lorenzo

in Rome, where sharing the studio and the ideas

with other artists, led him to start studying the

use of light and chromatic contrast of different

subjects on black canvas.

Fabbricatore's paintings are a reflection of his

research, studies and experiments rather than

the result of modern trends. The process of

painting becomes a meditative experience that

ends with psychological and physiological

balance. The artist thus creates a liaison

between instinctive, creative and logical

processes.

The work of Fabbricatore pushes the observer

towards contemplation, while leading the

viewer's mind into a state of quiescence,

wellbeing and relaxation.

Contatti: cell./ mobile +39 3387141197

email: Claudio.Fabbricatore@gmail.com

Instagram: Claudio Fabbricatore

Facebook: ClaudioFabbricatore72


John James Audubon,

un artista naturalista

John Syme: “Ritratto di John James Audubon” – 1826, Washington D.C

Fig. 1

Opera Mammut

Quando l’atlante ornitologico

illustrato “Gli uccelli

d’America” di John James

Audubon apparve, era il 1827, venne definito

“Opera Mammut” per le sue esagerate

dimensioni, 103x69 cm. L’opera

composta di 435 stampe colorate a mano,

una ad una, illustravano 170 specie di uccelli

del Nord America. Negli USA a

nome di questo artista è intitolata oggi

una delle più influenti associazioni di

amici e protettori della natura, la “Audubon

Society”.

Biografia di John James Audubon

John James Audubon (fig. 1) nasce il 26

aprile 1785 ad Haiti. E’ figlio illegittimo

di Jeanne Rabin, una creola francese che

muore poco dopo la sua nascita, e di Jean

Audubon, capitano della marina francese

e agente di una compagnia di commercio

con sede a Nantes. Nel 1789 Jean Audubon

torna in Francia, conducendo con sé

il piccolo John e si sistema a Parigi. Qui

sua moglie si prende cura del bambino.

Nel 1802 John Audubon segue per sei

mesi le lezioni di disegno e pittura del famoso

pittore Jean Louis David, allora

sulla cresta dell’onda. L’anno successivo

John Audubon si imbarca per l’America

e si stabilisce vicino Philadelphia, dove il

padre possiede una piantagione. Qui può

studiare da vicino la fauna e la flora locali

e disegnare dal vero gli uccelli. In seguito

ad una controversia con l’intendente del

padre, che lo considera un sognatore buono

a nulla, ritorna in Francia e per un

breve periodo serve nella marina francese.

Nel 1806 ritorna in America e trova

lavoro come commesso nel Kentucky.

Due anni più tardi sposa una vicina di

casa, Lucy Bakewell. Dal matrimonio nascono

tre figli. Nel 1812 prende la cittadinanza

americana. L’incontro con l’eminente

ornitologo americano Alexander

Wilson fa maturare in John Audubon un

grandioso progetto: pubblicare le riproduzioni,

a grandezza naturale, di tutte le

specie di uccelli del Nord America.

Nel 1819, in seguito ad un fallimento,

soggiorna per un breve periodo in prigione.

L’anno successivo parte con la famiglia

per Cincinnati. Successivamente

si stabilisce a New Orleans. Qui si guadagna

da vivere dando lezioni di scherma

e di danza ed eseguendo ritratti a matita,

mentre la moglie lavora come istitutrice.

Nel frattempo John Audubon dipinge acquarelli

per il suo progetto. All’aperto, a

contatto con la natura, John si sente a

casa. Cercando di riprodurre il fiammeggiante

piumaggio del Cardinale della Virginia

(fig. 2) o percorrendo sentieri erbosi

all’inseguimento di un airone notturno a

caccia di cibo, Audubon si sente appagato

ed è capace di dimenticare sé stesso per

catturare la bellezza – e a volte – la crudeltà

della natura che lo circonda.

In pochi anni dipinge ben 435 acquarelli


46

Fig. 2

Il Cardinale della Virginia

Fig. 3

La Dendroica Gialla

e così inizia la ricerca di un editore. Però

il formato esagerato dei suoi acquarelli,

come già detto 103x69 cm, spaventa.

Inoltre la tec- nica di stampa è molto costosa

e laboriosa. I disegni devono essere

riportati su lastre di ra- me per l’incisione,

poi stampati ed infine colorati a

mano, uno ad uno.

Dal momento che ne- gli Stati Uniti non

tro- va editori, John Audubon, abbigliato

da tipico pioniere e cacciatore americano,

vedi ritratto in figura 1, si mette in viaggio

e arriva in Inghilterra.

Nel 1827 trova un incisore ad Edimburgo,

ma dopo una decina di stampe, insoddisfatto,

si rivolge ad un editore di

Londra, Robert Havell. Vedono così la

luce 435 pezzi unici. Le stampe sono

poste in vendita a gruppi di cinque al

prezzo, ragguardevole per l’epoca, di

1000 dollari ciascuno. Audubon riesce a

venderle facilmente in Inghilterra e negli

Stati Uniti.

Nel 1829 torna a casa, ma riparte subito

dopo per un lungo viaggio che lo porta in

Texas, Florida, Labrador e lungo le sponde

del Mississippi. Da questa spedizione,

terminata nel 1834, ricava moltissimi

nuovi acquarelli.

Nel 1841 mette in vendita l’opera completamente

rinnovata, in sette volumi, di

stampe, sempre colorate a mano una ad

una, che riproducono a grandezza naturale

più di 1000 specie di uccelli americani.

Nello stesso anno John Audubon si

trasferisce con la sua famiglia a Manhattan,

nel cuore di New York, dove muore

il 27 gennaio 1851, al ritorno da un viaggio

in Europa.

Oltre alla monumentale opera “gli Uccelli

d’America” lascia due volumi di

stampe di “Quadrupedi vivipari del Nord

America” e cinque volumi di commenti

alle stampe sugli uccelli, dal titolo “Biografia

Ornitologica”.

Gli acquarelli di John James Audubon

Il sogno di John Audubon è quello di ritrarre

dal vivo gli uccelli del Nord America

a grandezza naturale e nel loro habitat,

ritrarli, cioè, in attività, contrariamente

a quanto si era fatto fino ad allora.


Fig. 4

L’Aquila Reale

Sceglie, pertanto, fogli di circa 1 metro

per 70 centimetri. Su questo supporto è

facile dipingere il Cardinale Rosso della

Virginia di fig. 2 o più esemplari in azione

di rondini, colibrì, Parrocchetti della

Carolina o merli. In fig. 3 possiamo ammirare

degli esemplari di Dendroica Gialla

in volo, il più conosciuto e il più apprezzato

tra gli uccelli canterini del Nord

America per il suo vivace piumaggio e

per il suo canto melodioso.

Un foglio così grande si presta bene per

ritrarre a grandezza naturale un solo

esemplare di maggiori dimensioni, come

il Condor della California, l’Allocco della

Lapponia o il Falco Pescatore. La fig. 4

riproduce l’Aquila Reale, ritratta mentre

si libra in aria serrando tra gli artigli un

Coniglio delle Nevi dal candore immacolato.

Purtroppo, però, il foglio scelto non

è sufficiente per “contenere” la Grande

Egretta Bianca, il Cigno Trombettiere o

il grande Airone Blu. Ma Audubon, pur

di rappresentarli come li vede, fa assumere

loro pose innaturali e bizzarre. Il

massimo della contorsione la impone al

famoso Fenicottero Rosa (fig. 5).

Ma persino nelle rappresentazioni poco

conformi alla realtà, come in questi casi,

ritroviamo la grande qualità artistica e la

precisione scientifica che caratterizza il

lavoro di Audubon. Le sue numerose tavole

di passeracei che non gli avevano

posto problemi di dimensioni, mostrano

che è stato un eccellente osservatore, un

ottimo disegnatore ed un valido pittore.

Quando Audubon inizia questa sua avventura,

nel 1820, la maggior parte del

territorio americano è coperto da foreste

e gli animali selvatici sono i padroni incontrastati

del continente. Oggi, molto

poco di quella flora e di quella fauna è sopravvissuto;

molte specie di uccelli che

lui ha ritratto sono stati sterminati dagli

uomini, tra questi il Parrocchetto della

Carolina colpevole, agli occhi degli agricoltori,

di distruggere i raccolti e la Colomba

Migratrice Americana. In fig. 6

possiamo ammirare la curva armoniosa

disegnata da una coppia di queste colombe.

Nei suoi commentari Audubon ri-


48

Fig. 5

Il Fenicottero Rosa

Fig. 6

La Colomba Migratrice Americana

vela che uno stormo di larghezza chilometrica

di questo volatile, passando sulla

sua testa, oscurò il sole per tre giorni!

Purtroppo la distruzione della foresta

orientale, che era il suo habitat, e la caccia

spietata per la bontà delle sue carni,

ne hanno decretato l’estinzione.

Oggi, queste deliziose stampe offrono

una miniera di informazioni per i naturalisti

e costituiscono un tesoro per tutti gli

amanti della natura che possono godersi

gli uccelli che erano di casa, una volta,

nel Nord America.

La Società Storica di New York conserva

400 acquarelli originali acquistati nel

1863 dalla vedova Lucy Audubon. Ci

sono pervenute solo 119 copie della sua

opera e, di queste, 108 si trovano in Musei,

Biblioteche ed Università. Nel 1987

la stampa del fenicottero rosa è stata acquistata,

in una vendita pubblica, da Christie’s

a New York al prezzo record di

41.800 dollari e nel 2000 una sua opera

completa, proveniente dalla collezione di

Lord Hesketh è stata venduta, sempre da

Christie’s a New York, alla favolosa cifra

di 8,8 milioni di dollari.

Non ho mai trascorso un giorno

senza ascoltare il canto degli uccelli,

o osservare le loro abitudini,

oppure disegnarne qualcuno al meglio

delle mie capacità.

John James Audubon


Galleria Cinquantasei

Bologna

Avevamo appena inaugurato

la grande mostra dedicata a

Giovanni Lombardini, ma abbiamo

dovuto chiudere per il

lockdown.

Adesso vi aspettiamo dal lunedì

al venerdì dalle 10 alle 13 e dalle

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52

La memoria delle

piccole storie che la

Storia non racconta

La Storia che siamo abituati

a studiare, quella narrata

nei libri e nei documentari,

è il racconto di macro e-

venti collettivi; questo approccio

tende a farci dimenticare

che la Storia, nella realtà, si

costruisce quotidianamente, grazie all'intreccio

di piccole storie individuali;

talora, accendendo i riflettori su queste

ultime, oltre a rinnovare l’interesse su

un determinato periodo, si finisce per

comprendere meglio la trama d’insieme,

che risulta quando si uniscono insieme

i fili delle singole storie personali.

È ciò che ha scelto di fare Paola Martino,

raccontando nel romanzo-memoir

Gli anni forti, attraverso la sua storia, i

cosiddetti anni di piombo.

Come ha spiegato alla presentazione

del proprio libro, tenutasi a Roma nella

libreria Fahrenheit il 7 febbraio scorso,

l’esigenza di narrare la sua giovinezza

è nata dal suo essere stata insegnante:

si è accorta che, troppo spesso, raccontando

la grande Storia, si finisce per

perdere l’attenzione dei ragazzi. Lei ha

sempre arricchito le sue lezioni di piccoli

particolari: il racconto della vita

quotidiana, il senso che le davano le

persone comuni, le piccole abitudini.

C’è stato poi il bisogno di rispondere

alle domande che spesso le venivano

poste dalle sue amiche più giovani, nate

qualche generazione dopo, che rimanevano

affascinate dal racconto della

dimensione collettiva di quegli anni,

della potenza di una visione condivisa

e della capacità di sognare insieme il

futuro.

In questo modo l’autrice è riuscita ad

andare oltre l’interpretazione politica e

storiografica, nell’intento di restituire

al lettore quella grande energia di cambiamento

che percorreva quegli anni e

che ha poi prodotto grandi riforme.

Con una scrittura evocativa, fatta di

immagini, profumi e sensazioni tattili,

ha raccontato la provincia toscana di

quegli anni, la sua esperienza di giovane

ragazza cattolica e ribelle in un’Italia

in cui la donna era ancora fortemente

discriminata e la cui condizione


non era mutata di molto rispetto agli

anni antecedenti alla guerra. Si poteva

votare, è vero, si cominciava a vedere

qualcuna al volante di una macchina,

ma nel quotidiano la vita di una donna

era rimasta la stessa, tanto che il suo

andare a convivere con il suo fidanzato

fece scandalo e in paese la gente tolse

la parola alla sua famiglia.

C’erano anche forti discriminazioni nell’educazione

di un ragazzo e di una ragazza,

di ciò che era permesso all’uno

e di ciò che, invece, non era permesso

all’altra.

Erano gli anni di Franca Viola, sottolinea

l’autrice, la giovane donna siciliana

che ha avuto il coraggio di ribellarsi

a un matrimonio riparatore che avrebbe

dovuto avere luogo per “riparare” a uno

stupro, cosa che era permessa da una

legge iniqua che poi è rimasta in vigore

fino al 1981, sopravvivendo alle battaglie

femministe di quegli anni.

L’impegno sociale, racconta l’autrice,

veniva espresso nei comitati di quartiere,

nel volontariato al doposcuola

per insegnare l’italiano ai figli degli

emigrati meridionali, che non lo parlavano

e nei collettivi, in cui si discuteva

di contraccezione e di aborto.

Ma quello di Paola è anche un romanzo

di emozioni personali. Dall’infanzia,

allietata dalla presenza della Tata, una

contadina piena di gioia e senza schemi,

per la quale è ammissibile tutto ciò

che è naturale “basta non far del male

a nessuno” e dal cui rapporto è scaturita

la confidenza con il proprio corpo

e con le proprie emozioni, alla scoperta

della propria femminilità, fino ad arrivare

alla trasformazione da bambina a

donna.

Una trasformazione, quella di Paola,

che è sì personale, ma che diventa metafora

della trasformazione sociale che

ha attraversato quegli anni, che poi,

purtroppo, è passata in secondo piano,

schiacciata sotto il piombo degli attentati

terroristici e del luogo comune. Anni

che, invece, per chi li ha vissuti, sono

stati anni forti.

Simona Rivelli


54

Art&Vip

Il compositore e direttore

d’orchestra STEFANO MAINETTI:

“La Musica è la mia vita”

a cura della redazione

Ph: Emma Quartullo

Stefano Mainetti, classe 1957, è uno dei compositori

e direttori d’orchestra più interessan- ti e talentuosi

del panorama musicale contemporaneo.

Studi accuratissimi (una curiosità: allievo di Giorgio

Caproni agli albori della formazione scolastica) ed

una lunga esperienza internazionale lo hanno portato

proprio quest'anno a diventare per titoli e meriti anche Docente

della cattedra di Composizione per la Musica Applicata alle

Immagini presso il Conservatorio di Santa Cecilia di Roma.

Con numerosi riconoscimenti ed un lavoro infaticabile sul

campo tra cinema, tv, teatro, Stefano Mainetti va ricordato essere

l’autore di Rendering Revolution, progetto presentato al

MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo qualche

anno fa e di cui hanno parlato tutti i mass media: un’esperienza

di “musica aumentata” concepita per coinvolgere lo spettatore

sul piano multisensoriale, dove la fusione tra diverse forme

d’arte (musica, danza, pittura e video art) concorre a produrre

un risultato di realtà aumentata superiore alla somma delle sue

parti. Il progetto, presentato dall’Accademia Nazionale di

Santa Cecilia, ha richiesto due anni di preparazione ed ha ricevuto

la menzione d’onore per la valenza scientifica ed artistica

dal Conservatorio di Santa Cecilia. In attesa di riprendere

alcune produzioni teatrali alle quali stava lavorando prima dell'emergenza

coronavirus, il Maestro Mainetti confessa come è

stato vissuto da lui questo terribile periodo di quarantena.

Maestro, cosa ci racconta dei suoi ultimi due mesi vissuti in

emergenza sanitaria?

All’inizio ero disperato, vivevo freneticamente la mia giornata

passando da un Tg all’altro nella speranza vana che si rivelasse

tutto una bolla di sapone. Pensavo che tutto sarebbe finito nel

dimenticatoio con la stessa velocità delle altre notizie, vittime

dell’implacabile macina dell’informazione e della sua insaziabile

fame di novità. Ma così non è stato, l’evento Coronavirus

si è presto cronicizzato e da oltre due mesi tiene banco, condizionando

l’informazione e le nostre vite. Presa coscienza della

gravità della situazione mi sono organizzato cercando di ottimizzare

tutte le mie attività alla luce dei nuovi vincoli. Per la

verità sono abituato fin da ragazzo a rimanere da solo con la

mia musica anche per giornate intere, e sotto questo aspetto

non è cambiato molto.

Le produzioni a cui stavo lavorando sono state sospese e per

il momento non si parla né di date né di ripresa, di conseguenza

la parte più strettamente creativa del mio lavoro ha subito una

battuta d’arresto. Mi sono occupato più che altro di sistemare

alcuni aspetti organizzativi del mio studio di registrazione, ho

ascoltato molta musica e letto tanto. Fortunatamente l’insegna-


mento in Conservatorio è potuto proseguire

con l’utilizzo di piattaforme digitali,

solo qualche anno fa sarebbe stato impensabile

e in questo la tecnologia ha molto

aiutato. Penso invece a chi non ha la mia

fortuna di poter continuare a lavorare in

queste condizioni, in questi casi è comprensibile

che l’angoscia prenda il sopravvento,

soprattutto quando per mettere insieme

il pranzo con la cena bisogna far

conto sul proprio lavoro quotidiano.

Da quest’anno Lei è Docente della cattedra

di Composizione per la Musica Applicata

alle Immagini presso il Conservatorio

di Santa Cecilia di Roma. Un

incarico prestigioso ed importante su cui

si sta concentrando.

Sì, per il momento mi concentro sui ragazzi

e cerco di trasmettere loro soprattutto

la passione per questo lavoro. Insegno

Composizione per musica da film, cinema,

teatro, tutta la musica legata alle

immagini. È il lavoro che faccio da sempre

e sono molto felice di poter trasmettere

la mia esperienza ai ragazzi. Un

aspetto interessante è che io imparo molto

anche da loro; mi mettono in contatto con

realtà produttive che non conoscevo e mi

obbligano ad aggiornarmi su linguaggi

che magari non avevo affrontato prima.

Quasi tutti i miei allievi hanno un diploma

o una laurea in musica, con loro ho quindi

un rapporto dialettico molto democratico,

in questo senso ne esco continuamente arricchito

e non escludo che ciò possa influenzare

positivamente anche il mio modo

di scrivere.

Appena tornerà la normalità post CO-

VID19, quali saranno i suoi progetti?

Sottolineo che in primis appena scattata

l’emergenza sono state sospese le produzioni

teatrali alle quali stavo lavorando. Il

Petruzzelli di Bari così come la Pergola di

Firenze hanno dovuto seguire le direttive

e come tutti sono in attesa di sapere quando

riprenderanno. La categoria degli artisti

è particolarmente esposta perché nella

maggior parte dei casi la sua espressione

prevede la presenza di pubblico in spazi

limitati, questo è un problema enorme non

solo nell’immediato ma anche per le nuove

regole che probabilmente cambieranno

la fruizione nelle sale da concerto, nei cinema

e nei teatri. A questo va aggiunto

che le compagnie di assicurazioni difficilmente

assicureranno set e produzioni varie,

dove l’inevitabile l’assembramento di

artisti, pubblico e maestranze porterebbe

ad un aumento del rischio di contagio

troppo alto, così come troppo alto potrebbe

essere il premio assicurativo da pagare

per produzioni già in difficoltà prima

di questa situazione di impasse.

Nonostante questo mi auguro che quanto

prima si torni ad un rapporto diretto con

il pubblico, a quel momento catartico in

cui l’attore crea un personaggio e trasferisce

le sue emozioni a chi gli sta davanti,

a quel momento magico in cui l’orchestra

incanta ed emoziona la platea in un insostituibile

gesto di sinergia tra esseri u-

mani. Ecco, vorrei tornare presto a tutto

questo. La Musica è la mia vita.


56

Piero Masia

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Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055-2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


58

Markus Vallazza

Da Nietzsche a Dante

Radiografia del pensiero di Nietzsche

*

8 agosto 1936 Ortisei (Val Gardena)

21 aprile 2019 Bolzano

A cura di Vicentini Fulvio

C copyrigth 2020

Da giovane Markus

Vallazza a-

veva imparato

l’arte di architettura

per

interni di chiese da zio Domenico,

alla madre Amalia Moroder

donava nelle festività pasquali

le uova sode colorate nel

caffè con inciso sul guscio scene

della passione di Cristo, in

seguito ha frequentato gli studi

da seminarista.

Tutti pensavano che diventasse

prete. Poi l’incontro con Nietzsche

nelle letture de La gaia

scienza, lo Zarathustra, l’Ecce

Markus Vallazza foto Mattia

homo, che con il processo di

smascheramento degli ideali metafisico-morali dell’Europa cristiana,

hanno cambiato letteralmente la vita di Markus.

A inizio novecento, al pensiero di Nietzsche si erano associati anche il

giovane Picasso, Max Ernst, Salvador Dalì, Andrè Masson. In Italia i

futuristi, Marinetti, Boccioni, Carrà, Depero. Anche Giorgio de Chirico

si era allineato con la sua “pittura metafisica”.

Per Markus, pensando al grande filosofo, che lo aveva conquistato e

affascinato, c’è stata una lunga preparazione. Aveva visitato i luoghi

dove era vissuto cercando di capire che cos’era il dolore, quello interiore,

che gli affliggeva e perseguitava lo spirito. Pensava di inserirlo

nella sua “Commedia” come personaggio metafora del nostro tempo

collocandolo nella prima Cantica, l’Inferno, e destinandolo ad affiancare

Ulisse con la differenza che impersonava l’avventuriero dello spirito,

quello che si spinge fino alla follia, la “Hybris” della quale parlano

i greci quando l’uomo si mette al posto degli Dei o di Dio.

L’omaggio vallazziano a Nietzsche si è articolato su un triplice percorso:

quello umano che cercava di compenetrare la sfera dei sentimenti

del filosofo; quello letterario, che prova a sintonizzarci sulla

frequenza d’onda del pensiero e delle opere; ed infine quello della sua

malattia, sfociata a Torino nella pazzia, che lo ha condannato alla sofferenza

e alla solitudine.

Nietzsche e Dante

Riprese video “Così nella sua Testa”, operatore Fulvio Vicentini


Schema della Divina Commedia

Vetrata Purgatorio “Lia osservata da Dante e Virgilio”

Dante e la commedia grafica di

Markus Vallazza

Diventa stimolante parlare della Commedia

oggi che è stata istituita dal ministero Beni culturali

la giornata Dantedì per ricordare l’Alighieri

nel suo 700esimo anniversario della

morte (1321). Quindi è doveroso visitare la sua

selva oscura per ricordare quanti oggi si prodigano

eroicamente contro la selva selvaggia pandemica.

Nel ricordare i grandi maestri che si sono ispirati

al Sommo Maestro: Giotto, Botticelli, Michelangelo,

Dalì, Sughi, Alberto Martini, Sassu,

Moebius, Milton Glaser non possiamo dimenticare

Markus Vallazza, che a Dante ha dedicato

oltre un decennio della sua vita d’artista.

Dopo aver letto nel 1991 il libro “Alla ricerca

di Beatrice”, della psicoterapeuta junghiana

Adriana Mazzarella aveva capito che dopo

Freud si poteva leggere la Divina Commedia

anche in chiave junghiana. Ha pensato quindi

ad un itinerario che si snodava lungo due percorsi

dal tracciato quasi parallelo. Il primo, dettato

dal percorso di Dante accompagnato dal

suo maestro Virgilio, il secondo quello di Markus

che nelle mutate condizioni storiche e culturali

chiede a Dante una risposta per i problemi

dell’uomo di oggi. È stato quindi tra i primi illustratori

a dare un taglio anche psicoanalitico

alla Commedia.

A Vienna aveva il gallerista Ernst Hilger che lo

sponsorizzava, l’atelier dove lavorava gli era

stato concesso in affitto da Peter Infeld, presidente

di una fondazione culturale e le incisioni

venivano stampate presso la stamperia calcografica

Fischer sempre a Vienna.

Ogni qualvolta che Vallazza a Vienna aveva

pronte le lastre di una cantica tornava a Bolzano,

le stampava personalmente col suo torchio

nello studio di via Goethe. Le consegnava

a Fulvio Vicentini, che era il curatore dei volumi

del: “Viaggio grafico nei tre regni del oltretomba.”

Durante questi soggiorni bolzanini è stato anche

realizzato nel suo studio il video “Così nella sua

Testa”, patrocinato della Provincia Autonoma

Assessorato Scuola e Cultura italiana.

Diari di schizzi - Skizzenbuch e vetrate

sulla commedia

Pari passo alle tre cartelle di incisioni l’artista

disegnava anche su cinque diari che fungevano

da base del progetto. In accordo con

Markus, sono stati estrapolati tre disegni per

realizzate tre vetrate legate al piombo da Sante

Pizzol, importante docente di “Vetroricerca

Glas & Modern”. Uno di questi capolavori su

vetro è rappresentata Lia tra i fiori, osservata

da Dante e Virgilio. (Purg. c. XXVIII).

Una scena resa viva dalla trasparenza del

vetro che ne esalta una atmosfera paradisiaca.

I 5 diari Skizzenbuch sono stati acquistati

dalla Provincia di Bolzano - Assessore alla

cultura tedesca Kaslater Mur. Le vetrate sarebbero

l’ideale completamento ai diari. I lavori

di Markus sono stati visti a Ravenna dal

prof. Vittorio Sermonti che ha scritto: Le raffigurazioni

di Markus sono il frutto di una penetrante

conoscenza di Dante.

A Ravenna, nel chiostro dei francescani che

fiancheggia la tomba di Dante le 100 tavole

grafiche sono state presentate al pubblico il 17

aprile 2002.

Markus ha lavorato anche su l’Odissea di

Omero, Don Chisciotte, Pinocchio, le favole


60

EX LIBRIS

Roberto Benigni, Amichevolmente

EX LIBRIS POSTE VATICANE

PAPA FRANCESCO

col Suo amorevole calore umano si è prodigato

per tutte le vittime della pandemia

Nel chiostro accanto alla tomba di Dante da sinistra:

Renate e Markus, fra Maurizio, Claudio

Widmann e Fulvio Vicentini ( foto Mattia)

de Jean De La Fontane, su Personaggi della Cultura mondiale.

Grande è il travaglio de l’…artista c’ha l’abito dell’arte e

man che trema.

(Par. XIII, 78-79)

Causa una dolorosissima malattia alla mano Markus non ha

più potuto creare, disegnare, incidere, scrivere e suonare, conducendolo

ad uno stato depressivo che lo hanno portato progressivamente

alla tomba.

A Bolzano non è mai stata realizzata una mostra completa

della sua originale Commedia Nemo propheta in patria?

La ricorrenza di Dantedì potrebbe essere un’ottima occasione

per l’esposizione, e anche Markus che ci vede da lassù ne sarebbe

sicuramente felice. La mostra potrebbe diventare itinerante

e spostarsi a Roma, a Vienna e poi nel Castello della

Casa di Dante in Abruzzo dove l’emerito e compianto dantista

prof. Corrado Gizzi aveva espresso il desiderio di invitare

Markus Vallazza ad esporre le proprie opere grafiche.


Di base astratta, le

opere pittoriche dell’Artista

Raffaella

De Santis ci conducono

in un mondo

di essenza ritmica

del colore e

della luce evidenziando

un discorso

emozionale continuo.

La materia protagonista

nel suo

iter fissa sulla tela

un perfetto connubio

tra spazio e

piano prospettico

all’insegna di un’enfasi

creativa e di una

“M utazioni” -2008 -olio su tela -cm 140x140

energia visiva costante.La

costruzione dell’immagine e gli accordi timbrici sono affrontati dall’artista

con uno stile del tutto suo in maniera armoniosa e simbolica, dove

le forme astratte, espresse con moderna concezione, vivono all’interno dell’opera

con un vissuto d’impianto grafico-cromatico e con linee di demarcazione

di ampio respiro simbolico.

MOSTRA D'ARTE “LE DONNE NELL’ARTE”

DAL 19 AL 30 MAGGIO 2020

PAO LA M ARIA CO LO M BO -LU ISA PICCO LI-RAFFAELLA D E SAN TIS -EVA TREN TIN

PA O LA M A RIA C O LO M BO

“A dolescente” -2017 -fotografia artistica

elaborata digitalm ente -cm 50x50

Emerge dall’elaborazione

digitale di

fotografie dell’Artista

Paola Maria Colombo

il tema sulla

donna e sul serpente

in un essenziale

connubio in

cui la propria fantasia

e la propria personalità

vive in piena

libertà di espressione

e di ricerca

concettuale. Il serpente,

simbolo antichissimo

nella mitologia,

nella religione,

nell’alchimia

e nella psicoanalisi

rappresenta la fecondità,

la forza e

l’energia proprio come l’essere femminile che si imprime incisivo nel suo

percorso artistico.

RA FFA ELLA D E SA N TIS

TesticriticidiM onia M alinpensa

(A rt D irector -G iornalista)

L’intensità straordinaria

del sentimento

viene mirabilmente

e-

spressa ed e-

saltata dal modo

di dipingere

dell’Artista Luisa

Piccoli che

è senza ombra

di dubbio capace

di definire il

suo percorso con

un’impegnata

scansione figurale.

E’ un’arte

che riflette il suo

moto interiore

dell’animo e che

si fonde in un ricorrente

aspetto

“End” -2018

collage e tecnica m ista -cm 50x70

socio-umano ricco di valori e di contenuti.

Le opere dell’artista

Eva

Trentin si rivestono

di veri

stati emozionali,

le sue

sono creazioni

sensoriali e

pertanto vanno

toccate e

ascoltate nel

profondo. La

natura, protagonista

assoluta

nell’iter dell’artista,

è capace

di far vibrare l’animo di chi la osserva. Foglie, fiori e terra,

che vengono cotti, essiccati e macinati con originale tecnica, vengono

ulteriormente impreziositi dalla foglia d’oro, dalla ceralacca

e dalle polveri naturali. I materiali da lei usati sono stesi sulla superficie

del legno con magistrale bravura e sensibilità.

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

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“L’albero delle M em orie Piangenti” -2019

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Mostra a cura di Monia Malinpensa

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62

“due minuti di arte”

IN DUE MINUTI VI RAccONTO

LA STORIA DI SANDRO BOTTIcELLI:

MAESTRO DEL RINAScIMENTO

di Marco Lovisco

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www.facebook.com/dueminutidiarte

Se pensate al Rinascimento e

lo collegate ad un’opera probabilmente

vi verrà in mente

la Gioconda di Leonardo, il

capolavoro più famoso. Ma

se vi chiedessero di pensare ad un’opera

che esprima più di tutte lo spirito del Rinascimento

forse è nella Nascita di Venere

di Sandro Botticelli che trovereste la

risposta.

Osservarla significa intraprendere un

viaggio in mondi lontani, in un’Arcadia

che non è mai stata, se non nei testi dei

filosofi antichi, dove gli uomini sono saggi

e forti e le donne bellissime e delicate

come fiori. È questo lo spirito del Rinascimento,

un’eterna primavera che Botticelli

è stato in grado di cogliere e rendere

immortale.

Vi racconto tutto questo in due minuti (di

arte).

1. Sandro Botticelli (1445-1510), pittore

fiorentino, è stato uno dei grandi interpreti

della stagione del Rinascimento italiano.

Il cognome “Botticelli” deriva dal

nomignolo che fu affibbiato al fratello di

Sandro, Giovanni, e he fu poi esteso a

tutti i maschi della famiglia.

2. Dal 1464 al 1467 lavorò come apprendista

presso la bottega di Filippo Lippi. A

quel periodo si possono ricondurre molte

delle sue Madonne, uno dei soggetti privilegiati

dal giovane Botticelli (es. Madonna

col bambino e due angeli, dipinto

del 1468). Quello di Botticelli può considerarsi

un talento precoce. Già a 26 anni

il giovane artista riuscì a mettersi in proprio

per aprire una bottega tutta sua.

3. Negli anni Settanta del Quattrocento,

Sandro Botticelli si avvicinò ai principi

dell’Accademia Neoplatonica, istituzione

fondata da Cosimo de’Medici, patriarca

della storica famiglia fiorentina. L’Accademia

giocò un ruolo chiave nel definire

la filosofia rinascimentale, con la riscoperta

degli autori del mondo classico,

della mitologia greca e di una rinnovata

concezione dell’uomo, posto nuovamente

al centro dell’universo.

4. L’adesione al classicismo permise a

Sandro Botticelli di essere ammesso alla

corte di Lorenzo il Magnifico che gli

commissionò varie opere: la più famosa

è L’adorazione dei Magi (dipinto del 1475).

Nel dipinto Botticelli ritrasse i membri

della famiglia Medici nei panni dei protagonisti

dell’opera (era una consuetudine

all’epoca inserire il committente nel dipinto).

Ciò che non tutti sanno però è che

il volto del ragazzo alla destra del dipinto

che guarda l’osservatore con aria di sfida

pare sia un autoritratto dell’artista.

5. È negli anni Ottanta del Quattrocento


che Botticelli dipinse i suoi capolavori

più noti: La primavera (1482) e La nascita

di Venere (1482-1485). È possibile

ammirare entrambe le opere alla Galleria

degli Uffizi di Firenze.

6. A dire il vero la bellissima Venere di

Botticelli in realtà non è un esempio di

bellezza perfetta: non ha scapole, né sterno,

il busto è troppo lungo e l’ombelico è

troppo in alto. Probabilmente, se fosse

reale, non sopravvivrebbe a lungo (un po’

come Barbie). Ma chi fa caso a questi

dettagli al cospetto di un volto e uno

sguardo di incomparabile bellezza?

7. In effetti, ciò che colpisce dei dipinti di

Sandro Botticelli è la ricerca continua di

una bellezza e di una grazia perfette. Le

sue opere sono intrise di un lirismo che

rendono i soggetti più simili a creature di

un mondo ideale, piuttosto che a rappresentazioni

fedeli della realtà.

8. Forse non tutti sanno che anche Sandro

Botticelli diede il suo contributo nell’affrescare

la Cappella Sistina. Nel 1480 fu

inviato a Roma da Lorenzo il Magnifico

insieme agli artisti Cosimo Rosselli, Domenico

Ghirlandaio e Pietro Perugino,

come “ambasciatori” dell’arte fiorentina.

I quattro avevano il compito di affrescare

le pareti della Cappella con dieci scene

raffiguranti le Storie della vita di Cristo e

di Mosè. Botticelli realizzò tre affreschi

che, sebbene siano considerati opere di

grande pregio artistico, non vengono annoverati

tra i capolavori dell’artista fiorentino.

9. La vita di Sandro Botticelli cambiò

bruscamente con la caduta dei Medici e

la presa del potere del frate Girolamo Savonarola

nel 1494. L’artista mise da parte

i soggetti mitologici per dedicarsi all’arte

sacra. Pare fu preso da un vero e proprio

fervore religioso che, almeno stando a

quanto scrisse lo storico dell’arte Giorgio

Vasari, lo spinse a bruciare alcune delle

sue opere più datate, lanciandole in quei

roghi noti come “falò delle vanità” in cui

i seguaci di Savonarola bruciavano ciò

che ritenevano sacrilego o scabroso.

10. Benché considerato dai fiorentini un

artista di riguardo, negli ultimi anni di

vita Botticelli cadde in disgrazia. Le sue

opere persero valore, surclassate da quelle

di Michelangelo e Leonardo, assolutamente

innovative e rivoluzionarie per l’epoca.

Botticelli morì nel 1510, isolato e

in povertà. I suoi capolavori vennero completamente

dimenticati per oltre tre secoli,

per essere riscoperti solo nell’Ottocento.



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66

“due minuti di arte”

UN VIAGGIO TRA LE OPERE PIÙ IMPORTANTI

DEL RINAScIMENTO IN DUE MINUTI

di Marco Lovisco

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Leonardo da Vinci, Raffaello, Botticelli,

Michelangelo… artisti

molto diversi tra loro, ma le loro

opere, come tutte quelle che appartengono

al Rinascimento, hanno delle

caratteristiche comuni:

1. L’uso della prospettiva lineare: è nel

Rinascimento che in Occidente si afferma

definitivamente la prospettiva con un u-

nico punto di fuga, grazie ad artisti come

Masaccio, Brunelleschi e Piero della Francesca,

che studiarono con attenzione

questa tecnica.

2. Attenzione all’uomo: se a livello filosofico

e letterario questo si traduceva in

una nuova concezione dell’individuo, artefice

della propria fortuna, nell’arte questo

si tradusse in un’attenzione alla rappresentazione

realistica del corpo umano

e dei suoi movimenti, prendendo spunto

dai modelli dell’arte classica (greca e

romana). Opere come il David di Michelangelo

o l’Uomo Vitruviano di Leonardo

ne sono un esempio.

3. La figura dell’artista: nel Medioevo, a

parte qualche eccezione, il confine tra

artista e artigiano era piuttosto labile. È

solo con il Rinascimento che si affermano

i grandi artisti, con uno stile proprio ben

definito e opere d’arte riconoscibili già ad

un primo sguardo. Come vi accorgerete

vedendo le 10 opere che ho selezionato

(in ordine cronologico).

Fatta questa premessa, ecco le 10 opere

che ho scelto:

1. Piero della Francesca, Flagellazione di

Cristo, 1455-1460, Palazzo Ducale di

Urbino.

Un’opera affascinante e misteriosa, dove

è evidente l’attenzione di Piero della

Francesca per la prospettiva e la geometria.

Questo grande artista del Rinascimento

è stato infatti anche un valente

matematico: a lui dobbiamo il manuale di

calcolo intitolato Trattato d’abaco, il De

prospectiva pingendi e il De quinque

corporibus regularibus. La flagellazione

di Cristo poi conserva un enigma che

ancora non è stato chiarito: chi sono i tre

personaggi in primo piano? C’è chi sostiene

che l’interpretazione del quadro sia

legata alle vicende politiche dell’epoca,

ma non vi è alcuna certezza definitiva.

2. Mantegna, Cristo Morto, 1475-1478,

Pinacoteca di Brera a Milano.

Anche questa è un’opera del primo Rinascimento,

che ne anticipa alcune caratteristiche.

Anche in questo caso c’è un

uso originale della prospettiva, con il

soggetto ripreso da un’angolazione insolita

che dà l’impressione allo spettatore di

partecipare direttamente alla scena, come

se si trovasse ai piedi del Cristo disteso.

Oltre che per questo motivo, l’opera è

rivoluzionaria perché dà una rappresentazione

inedita del Cristo morto che in

quest’opera appare come un comune essere

umano colpito a morte, come si e-

vince dalle ferite in primo piano. Ben

lontana quindi dalle rappresentazioni

simboliche del Cristo in epoca medievale.

3. Anonimo, La città ideale, 1480-1490,

Galleria Nazionale delle Marche a Urbino.

Se l’opera di Piero della Francesca sem-


brava misteriosa, questa lo è ancora di

più, soprattutto perché non si conosce

l’autore. Di sicuro si sa che l’opera è stata

realizzata nell’ambiente della corte urbinate

di Federico da Montefeltro, frequentata

da artisti come Piero della Francesca

o Francesco di Giorgio Martini.

L’opera è un esempio magistrale dell’uso

della prospettiva centrale applicata a un

paesaggio, inoltre colpisce per l’assenza

di figure umane, come avverrà secoli

dopo nelle famose piazze metafisiche di

un altro grande artista italiano: Giorgio de

Chirico.

4. Sandro Botticelli, Nascita di Venere,

1483-1485, Galleria degli Uffizi a Firenze.

Sicuramente è una delle opere più iconiche

del Rinascimento e uno dei capolavori

dell’arte mondiale. Ammetto che

vederla dal vivo, con i suoi quasi due

metri per tre di dimensioni è qualcosa che

ti lascia senza fiato. Oltre che per la

maestria con cui Botticelli ritrae la nascita

di Venere, l’opera colpisce perché sembra

condurre il visitatore in un mondo

ideale, dove dominano la grazia e l’armonia.

Poi, volendo essere pignoli, va

detto che la Venere, pur essendo meravigliosa,

non ha scapole, né sterno, il busto

è troppo lungo e l’ombelico è troppo

in alto. Probabilmente, se fosse reale, non

sopravvivrebbe a lungo (un po’ come

Barbie). Ma chi fa caso a questi dettagli

al cospetto di un volto e uno sguardo di

incomparabile bellezza?

5. Michelangelo, David, 1501-1504, Gallerie

dell’Accademia a Firenze.

Anche questa è un’opera iconica del

Rinascimento, anche per il suo significato:

il piccolo che sfida il grande, la

repubblica che sfida la tirannia. Oggi con

tutta probabilità è la scultura più famosa

al mondo, ma all’epoca ci fu un’accesa

disputa riguardo la sua collocazione, tanto

che fu istituito un comitato per discutere

la questione. Era guidato da Leonardo

che proponeva di porre il David sotto

la loggia dei Lanzi, al coperto e protetta;

Michelangelo voleva invece che la statua

fosse collocata ai piedi di Palazzo Vecchio,

dove avrebbe goduto di maggiore

visibilità. Oggi l’opera di trova presso le

Gallerie dell’Accademia, a Firenze. Ai

piedi di Palazzo Vecchio, in piazza della

Signoria è invece possibile ammirare una

copia dell’opera.

6. Leonardo da Vinci, Gioconda, 1503-

1504, Museo del Louvre a Parigi.

Se il David è la scultura più famosa di

sempre, di sicuro questo è il dipinto più

conosciuto al mondo. È considerata una

delle opere più importanti di sempre per

almeno tre motivi: per l’enigmatico sorriso

della Monna Lisa; per la posa di tre

quarti assolutamente originale per l’epoca,

che conferisce dinamicità alla composizione;

per la cura del paesaggio sullo

sfondo, reso con pennellate delicate e

attente. A proposito della Gioconda, voglio

sfatare un mito: i francesi non hanno

mai rubato quell’opera, la porto con sé lo

stesso Leonardo quando lasciò l’Italia per

andare a Parigi. Fu invece un italiano a

rubare il dipinto nel 1911. Si chiamava


68

Vincenzo Peruggia e commise il crimine

per “patriottismo artistico”, come spiegò

in tribunale.

7. Raffaello Sanzio, Sposalizio della Vergine,

1504, Pinacoteca di Brera a Milano

Il dipinto fu eseguito nel 1504 per la

cappella di San Giuseppe nella chiesa di

San Francesco a Città di Castello. È la

prima opera firmata da Raffaello che

scelse di apporre la firma in un luogo

particolare: sull’arco che domina l’ingresso

del tempo che vediamo sullo sfondo.

Nell’opera appare evidente la grande

attenzione posta dall’artista alla prospettiva,

evidenziata dalla grandezza diversa

dei personaggi presenti all’interno del

dipinto. Inoltre, è già evidente la ricerca

della bellezza ideale, che sarà un tema

ricorrente anche nelle opere successive

del maestro urbinate.

8. Michelangelo, Volta della Cappella

Sistina, 1508-1512, Musei Vaticani a

Città del Vaticano.

Si tratta di un’opera monumentale, che a

vederla toglie il fiato. Michelangelo

realizzò questo ciclo di affreschi dal 1508

al 1512 su incarico del papa Giulio II.

L’artista realizzò l’opera a tempo record,

se consideriamo che i dipinti coprono una

superficie di 500 metri quadri! Il dettaglio

più celebre della volta è sicuramente La

creazione di Adamo e il dettaglio degli

indici alzati e delle braccia protese dei

due protagonisti, diventati un’icona che

ha travalicato il mondo dell’arte (ricordate

i vecchi telefoni Nokia?).

9. Raffaello Sanzio, Stanza della segnatura,

1509-1511, Musei Vaticani a Città del

Vaticano.

Anche quest’opera fu commissionata da

papa Giulio II. Raffaello aveva solo venticinque

anni quando il papa lo convocò

per affrescare le sue stanze. L’artista si

mostrò all’altezza dell’incarico e decorò

le stanze ispirandosi alle quattro facoltà

delle università medievali: teologia, filosofia,

poesia e giurisprudenza. Il risultato?

Una delle opere più famose del Rinascimento.

Nell’opera Raffaello ha dato

ad alcuni sapienti del mondo classico le

fattezze dei più grandi artisti del suo

tempo: Eraclito (aggiunto in un secondo

momento) infatti somiglia moltissimo a

Michelangelo, Platone a Leonardo da

Vinci e Euclide a Bramante.

10. Tiziano, Amor sacro e Amor profano,

1514, Galleria Borghese a Roma.

È uno dei capolavori del maestro veneto,

che colpisce per l’uso sapiente dei colori

e l’attenzione maniacale ai piccoli dettagli.

Se scrutate il dipinto con attenzione

ne troverete parecchi: piccoli racconti nel

racconto. L’artista dipinge due donne i-

dentiche tra loro per fisionomia ma diverse

per abiti ed atteggiamento. Una

infatti è quasi nuda (l’Amor profano),

l’altra è completamente vestita (l’Amor

sacro). Una delle chiavi interpretative

dell’opera vede in questa somiglianza/differenza

la rappresentazione della dualità

dell’amore, al contempo divino e carnale.


Alberto Gallingani

Porto turistico di Roma - Loc. 876- Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

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72

MODULO DI

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“Dentro i miei sogni s'inerpicano

incubi lontani,

il tutto attende, i dipinti tuoi

seguono le mie utopie”

Ermanno Eandi (1963-2020)

S I LVA N A G AT T I - P I T T R I C E F I G U R AT I VA & S I M B O L I S TA

V i a l e C a r r ù , 2 - 1 0 0 9 8 R i v o l i ( TO )

h t t p : / / d i g i l a n d e r. l i b e r o.i t / s i l v a n a g a t t i

e m a i l : s i l v a n a m a c @ l i b e r o. i t


74

Nel segno della Musa

Le interviste diM arilena Spataro

marilena.spataro@gmail.com

“Ritratti d’artista”

Maestri del ‘900

VITTORIO GREGOTTI

Tra i massimi architetti contemporanei scomparso il 15 Marzo scorso,

all'età di 93 anni. con il suo saggio “contro la fine dell'architettura”

già nel 2009 denunciava profeticamente i rischi di un mondo

capitalistico globalizzato dove a prevalere è “una forma di potenza

che sembra non avere più limiti”. E ciò a partire dall'architettura.

L'architetto Vittorio Gregotti - ©Getty Images

Sono passati circa undici anni

dall'uscita di “Contro la fine

dell'architettura”, saggio denuncia

di Vittorio Gregotti,

uno dei maggiori architetti

contemporanei, nonchè intellettuale a

tutto tondo. Oggi, purtroppo, questo maestro

del ‘900, nato a Novara il 10 Agosto

1927, non è più con noi, portato via da

una polmonite lo scorzo mese di marzo

di questo triste anno 2020, funestato dalla

terribile pandemia di Coronavirus che per

mesi ha tenuto in scacco il mondo intero.

Del grande architetto e urbanista piemontese,

stimato a livello internazionale, ci

rimangono decine di suoi lavori disseminati

in tutto il pianeta: interi quartieri urbani,

campus, fabbriche, stadi, teatri,

palazzi ed edifici pubblici e privati, palazzetti

dello sport, chiese e ogni altra

opera che l'arte dell'architettura possa

concepire. Cui aggiungere moltissimi testi

universitari (Gregotti è stato docente

in varie Università italiane e straniere)

ovvero divulgativi, sia a carattere tecnico

che teorico. Il noto professionista fece

parte di quel gruppo di intellettuali e teorici,

infatti, che animarono l’ancora oggi

mitica rivista di architettura, urbanistica

e design Casabella, di cui fu anche direttore

per un certo periodo di tempo. A testimonianza

e in omaggio alla sua levatura

professionale, intellettuale e morale,

nonche' all'impegno da lui profuso nel

corso della sua vita a favore dell'arte e

della cultura, riproponiamo sulle pagine

dedicate ai Maestri del ‘900, un'intervista

che l'architetto mi rilasciò nel 2009, all'uscita

del suo saggio “Contro la fine dell'architettura”.

Un saggio che è un testamento

spirituale e che, ora più che mai,

ci risuona in alcuni suoi passaggi come

una profezia, laddove, nella sua critica al

mondo dell'architettura e dell'arte, allarga

lo sguardo alla stessa società contemporanea

e ai suoi tanti, troppi, malesseri.

«L’architettura va rifondata. Partendo dalla

rielaborazione del suo pensiero teorico.

Per arrivare a una prassi che la affranchi

dall’attuale sudditanza dalle altre arti. E

che rischia di dissolverla». E' questo l’appello

che Vittorio Gregotti volle lanciare

a suo tempo, con il suo libro, dove, nell’aprire

il dibattito su questo tema, sca-


Nel quartiere Bicocca a Milano sorge il teatro Arcimboldi, realizzato nel 1997 - ©Getty Images

È firmata da Gregotti l'opera di riqualificazione del quartiere Bicocca a Milano, che ha occupato un

arco di tempo che va dal 1985 al 2005. Sono compresi gli edifici dell'università e i quartieri residenziali,

opere che hanno trasformato completamente la zona - ©Getty Images

gliava parecchie frecce contro la spettacolarizzazione

che di questa disciplina

hanno fatto molti suoi eminenti colleghi.

Le tesi sostenute, in «una riflessione ad

alta voce», e supportate da un pensiero

forte e da una profonda conoscenza del

progettare, suonavano come uno spietato

quanto lucido j’accuse nei confronti di

una parte di suoi colleghi famosi: gli archistar

«modaioli», «che hanno ridotto

l’architettura a scandalo a trovata mediatica,

decretandone la dissoluzione». Secondo

il rigoroso, autorevole e un po’

burbero professionista, con un che di aristocratico

nell'aspetto come nel pensiero,

sono proprio loro i maggiori responsabili

della «liquefazione» dell’antica disciplina

del progettare. Ed è a loro che nel suo

pamphlet ha diretto con sottigliezza d’analisi

gli strali più acuminati della sua polemica,

che, tuttavia, non hanno risparmiato

nemmeno molti altri protagonisti

della società contemporanea.

Lei, architetto, ha attraversato, con successo

ed onori, la storia dell’architettura

contemporanea da protagonista. Cosa

l’ha spinta a scrivere un testo di severa

critica del modo di fare architettura oggi,

anche a rischio di attirarsi antipatie?

«È da cinquanta e più anni che scrivo

libri, non lo faccio con la pretesa di essere

un teorico, ma di chiarirmi con me stesso

prima che con agli altri. Il mio intento è

sempre stato quello di interrogarmi su

dove si stia andando nel mondo dell’architettura

e anche nelle arti figurative.

Magari qualche critica, qualche antipatia

me la sarò pure attirata, ma da parte di

una minoranza. Ritengo che gli architetti

con cui concordo al mondo ci siano, e che

siano anche tanti».

Lei, però, evidenzia come l’architettura

oggi manchi di qualsiasi fondamento proprio,

sia a livello teorico, che sociale,

etico ed estetico. A tal fine sostiene la necessità

di rifondarne le basi. Quali sono

le cause che hanno determinato questa

situazione?

«Nel settecento con l’Illuminismo, con la

rivoluzione industriale e con la rivoluzione

francese, le arti hanno assunto una

certa responsabilità nei confronti della società

e dei singoli soggetti politici, stabilendo,

però, al contempo rispetto allo sta-


76

Tra le opere a cui Gregotti era più affezionato e tra le sue ultime firme, il teatro lirico di

Aix-en-Provence, in Francia (2003) (foto Google Maps) - ©Getty Images

Non era la prima volta che Gregotti si occupava di università: risale al 1973 il progetto

del campus dell'Università della Calabria ad Arcavacata di Rende - ©Getty Images

to reale delle cose una diversità, una distanza

critica. Negli ultimi ‘30 anni tutto

ciò ha ceduto il posto a una forma di

strano realismo, un specie di realismo capitalista.

Ne è derivato, oltre che un disprezzo

per il contesto storico e fisico

dentro il quale ci si muove, una tendenza

a conferire un eccessivo valore all’originalità,

anche quando non è necessaria,

alla bizzarria, alla grandezza fisica delle

opere come dimostrazione di forza e di

capacità che porta a un progresso visto

secondo parametri di positività iper-liberali.

Non è un caso che tutto questo sia

avvenuto proprio nel periodo thatcheriano,

cioè quando anche la convinzione

complessiva del capitalismo globalizzato

è diventata una forma di potenza che

sembrava non avere più limiti. Dal punto

di vista delle arti questo ha prodotto una

specie di comunione tra le diverse discipline

artistiche, avente al centro l’idea

della multimedialità, intesa, però, come

preminenza della comunicazione in relazione

al consumo delle cose, il che ha generato

un mondo statico, dove quello che

conta è lo stile e dove tutto è diventato

design e forma. Insomma apparenza e

spettacolarizzazione. La mia critica vuole

essere una reazione a questo stato di cose,

che indica la necessità di ristabilire una

differenza tra le diverse identità disciplinari.

L’interdisciplinarità è un elemento

fondamentale, è ed è stato un elemento di

progresso, ma deve implicare che le discipline

siano diverse tra loro, altrimenti

non esiste possibilità di relazione; se lei

ed io siamo la stessa persona non abbiamo

niente da dirci».

Nel suo libro parla di “liquefazione” dell’architettura.

Cosa intende esprimere

con questo termine?

«La liquefazione o dissoluzione dell’architettura

deriva soprattutto dalla tendenza

di mettere insieme le diverse arti,

come se l’arte fosse un’unità al di sopra

di ciascuna di queste. Invece ognuna ha

una propria specificità, i propri strumenti,

le proprie pratiche tecniche e artistiche. E

quindi anche una propria identità attraverso

cui dialogare con le altre. Il rapporto

tra l’architettura e la pittura per

esempio è sempre stato un rapporto importantissimo

nella storia dell’Europa in

questi ultimi mille anni. Ma naturalmente

nessuna delle due ha tentato di diventare

l’altra, invadendone il campo, ognuna ha

cercato di lavorare all’interno della propria

condizione del fare. Che è quanto

oggi non accade. Un altro aspetto negativo

è questo appellarsi continuamente

alla creatività, che così diventa più che

altro una citazione. E nulla più. Invece, io

ritengo che nessuno si inventi le cose da

zero, questo compito lo lascerei solo al

buon Dio. Tutti noi modifichiamo, trasformiamo,

cambiamo, aggiungiamo, proponiamo.

È questo il ruolo che abbiamo

sulla terra. Ovviamente l’opera ha sempre


Di Gregotti anche il controverso progetto del quartiere Zen a Palermo, non completato

a dovere, secondo l'architetto, a causa di infiltrazioni mafiose nel corso delle

procedure d'appalto - ©Getty Images

la pretesa di durare, di significare anche

al di là dello stesso autore, e in effetti, i

lavori artistici detengono questa qualità,

parlandoci delle cose anche al di là delle

ragioni per cui sono state costruite. Ecco

secondo me, fare architettura, significa

soprattutto questo».

Lei sostiene che l’aspetto mediatico di

dover stupire a tutti i costi ha contagiato

il mondo dell’architettura, diventando

l’obiettivo ultimo per molti architetti.

Cosa intende dire?

«Sì, credo che ci sia una grande confusione

tra i monumenti e l’immagine di

marca, le invenzioni linguistiche che si

appiattiscono fino a coincidere con i desideri

di sorpresa del mercato. Ci diamo

tante arie parlando delle tecnologie, ma

l’architettura non è un miracolo tecnologico.

Quando oggi penso a un miracolo

tecnologico penso alle possibilità di allungare

la vita o di andar sulla luna, ma

non certamente alla tecnologia dell’architettura,

che è molto mista e molto complessa.

Invece per i gotici era un grande

sfida tecnica costruire una cattedrale».

Lei sostiene che l’assenza di progettualità

di cui soffre l’architettura è una vera

e propria ideologia sul personalismo, che

a sua volta non è altro che il riflesso della

società postmoderna, dove il progetto sociale

stesso consiste nell’affermazione

della sua frantumazione. Con questo ha

forse voluto aprire un dibattito che coinvolge

anche l’assetto della società e delle

sue istituzioni?

«Sì, infatti non possiamo evitare di confrontarci

con i problemi della società e di

riflesso della politica, in un giudizio che

coinvolge anche il fare arte o architettura.

Questo confronto con la società costituisce,

oserei dire, il contenuto politico dell’architettura.

Tutto ciò è inevitabile, è

qualcosa da cui non si può sfuggire e nei

cui confronti bisogna in qualche modo,

attraverso le opere naturalmente, non attraverso

le parole, prendere posizione».

Quanto influirà sul futuro dell’architettura

l’utilizzo delle tecnoscienze?

«La tecnoscienza certamente ha un’importanza

colossale all’interno del mondo

contemporaneo. Ma non si può confondere

il suo fine con i fini della produzione

delle pratiche artistiche. Sono due cose

diverse. Bisogna evitare di pensare che il

senso del possibile in architettura sia il

suo mezzo. Questa è una differenza fondamentale

su cui si deve aprire una discussione».

Rispetto all’architettura cosa c’è dietro

l’angolo?

«Sono piuttosto pessimista. Personalmente

mi sembra di avere troppo poco tempo

per fare questa battaglia che ho intrapreso,

speriamo che qualcuno la raccolga

e la porti avanti».


78

Art&Events

in quarantena

Im standing with you

Continuano i consensi

sul fronte musicale, a

livello internazionale,

per Valeria Altobelli.

Voce italiana per una nobile iniziativa

fortemente voluta da Diane

Warren contro un nemico altrettanto

spietato: il Covid19. Per

questa nuova versione di "I'm

standing with you", riarrangiato

per i medici eroi della pandemia

dalla compositrice Sharon Farber

e diretto da Gev Miron, è stato

realizzato un videoclip per il quale

Diane Warren ha chiamato a

raccolta 15 interpreti provenienti

da tutto il mondo, a supporto

della Fondazione delle Nazioni

Unite Fondo di risposta di solidarietà COVID-19 per l'Organizzazione

mondiale della sanità (OMS). Gli artisti, insieme a un’orchestra di 160

elementi composta da professionisti medici della Texas Medical Symphony

Orchestra, hanno dedicato questo omaggio musicale a coloro

che sono in prima linea nella risposta alla pandemia. I video sono stati

registrati dalle rispettive nazioni da ogni artista. Oltre a Valeria, tra gli

artisti che hanno subito aderito al progetto, spiccano: Tina Guo, Tony

Levin, Micheal Stern, riconosciuti tra i più grandi musicisti a livello

mondiale.

Grande successo per il nuovo format sulla

pagina Instagram di Alviero Martini

“Al bar di Alviero”

Una programmazione di 3 mesi

ha visto protagonista il successo

dell’originale e ben strut- turato

format Al bar di Alviero Martini

- La gente che piace fortemente voluto

e condotto dal noto stilista Alviero Martini.

Nasce da un’idea del Direttore Artistico

Steven G.Torrisi in collaborazione

con il suo management Valentina F. della

Voguestyle Agency l’appuntamento ogni

sera dalle 22.00 in poi è accompagnato

dalle amate celebrità che intrattengono

migliaia di followers mantenendoli incollati

durante la diretta. Ne citiamo alcune

quali Luisa Corna, Carmen Russo e Enzo

Paolo Turchi, Manuela Villa, Valentina

Persia, Aristide, Denny Mendez, Antonio

Zequila, Michele Cucuzza, Roberta Capua,

Marco Sentieri, Beppe Convertini,

Kikò Nalli, Licia Nunez, Veronica Maya, Manila Nazzaro, Tullio Solenghi,

Nino Lettieri, Gloria Bellicchi, Nadia Rinaldi, e tantissimi altri

che ci accompagneranno nelle prossime serate fino al mese di maggio

sempre in collegamento su Instagram nella pagina di Alviero Martini

affrontando le tematiche culturali, della moda, cinema e spettacolo, rivolgendo

il nostro pensiero al COVID 19 ringraziando ogni sera tutti

gli operatori impegnati per sconfiggere la brutta bestia “il Corona Virus”

da Dottori, Infermieri, Farmacisti, tutti i volontari della Croce Rossa,

addetti alle pulizie, poliziotti, carabinieri, per la loro grande professionalità

e dedizione nel proprio lavoro, infine per tutte le persone scomparse

per colpa del COVID 19.

L’organizzazione del matrimonio

gratuita agli “angeli operativi”.

Atutti quei medici e

infermieri sardi o

di tutta Italia impegnati

in prima linea nella lotta

al corona virus. L’iniziativa è

delle wedding planner cagliaritane

Alessia Ghisoni e

Cinzia Murgia, titolari della

società Oggi Sposi & Exclusive

Wedding e uniche

referenti regionali dell’Italian

Wedding Awards

(l’Oscar dei matrimoni italiani). L’obiettivo è quello di regalare momenti romantici

alle persone che rischiano la vita nella lotta al virus che fa paura al

mondo. Il pensiero è rivolto al personale sanitario, camici bianchi sardi o di tutta

Italia, al lavoro nei reparti ospedalieri maggiormente coinvolti nelle cure a pazienti

Covid positivi come Rianimazione o Malattie Infettive. Potranno sposarsi

avvalendosi gratuitamente, per l’organizzazione dell’evento, delle due note professioniste

cagliaritane. «Ringraziamo tutti coloro che ogni giorno rischiano la

propria vita in prima linea contro il Covid 19 in quei reparti oggi luoghi di vero

dolore», dichiarano Alessia Ghisoni e Cinzia Murgia, «la parola chiave è “donare”.

Donare tempo, risorse certezze, ma anche competenze per dare una mano

concreta in questo momento di grande disagio e necessità. In questo senso vogliamo

mettere a disposizione anche la nostra professionalità regalando il servizio

di consulenza e organizzazione del matrimonio a tutti questi “angeli operativi”,

medici e infermieri di tutta la Sardegna e Italia che, finito questo calvario, torneranno

a stringere i propri amati e decideranno di creare nuove famiglie».

“Una finestra sul cielo”

di Federico Pini

Èfresco di stampa il libro di

Federico Pini, “Una finestra

sul cielo” (Intrecci Edizioni)

con la prefazione di Cristina Parodi.

Giornalista televisivo, sposato, due

figli, Federico racconta il suo percorso

di fede, senza fronzoli e retorica,

e senza voler “convincere” il lettore

a credere. Ma testimonia, con luminosa

positività, la sua esperienza di

vita e gli incontri “angelici” - anche

quando non si tratta esattamente di angeli

con le ali, ma di esseri in carne e

ossa, che sono arrivati nella sua vita

per un motivo preciso.

Gli angeli esistono e si manifestano quotidianamente: è questa la certezza

che accompagna il cammino dell’autore. Arrivano, silenziosi ma

efficaci nella loro azione, attraverso un profumo, una luce, un incontro,

un’apparente coincidenza.

Una storia di vita e di fede, quella di Federico, che può essere di esempio

e sollievo non soltanto per chi crede: abbiamo tutti bisogno di un

angelo, di una preghiera, di una persona che arrivi a sostenerci!

La sua testimonianza, anticipata da una nota introduttiva di Cristina

Parodi, è raccontata con semplicità e apparente leggerezza, grazie ad

una scrittura luminosa e confortante.


Nicola Timpone vero mattatore sul web

Radiowebtv da casa in migliaia

in compagnia di Riccardo Vallone

Nicola Timpone “il patron” delle “Giornate del

cinema di Maratea”, durante la quarantena si

improvvisa chef sul web ed è subito successo.

Tanti i personaggi noti del mondo dello spettacolo

si sono divertiti a seguire le dirette sui social e a

prendere consiglio su ricette genuine rigorosamente lucane.

La cucina è stata il comune denominatore tra gli

ospiti e Timpone e fra aneddoti e curiosità i followers si

sono appassionati ogni sabato diventando sempre più numerosi.

Nicola Timpone è pronto a ricominciare con

l’organizzazione dei Festival da lui diretti.

Nasce dall’esigenza di voler colmare la mancanza

del proprio lavoro. Tornato in Italia,

dopo aver vissuto mesi all’estero, mi sono

ritrovato senza Radio e ho deciso di non voler frenare

la mia voglia di trasmettere emozioni più o

meno belle. Da lì a poco ho deciso di iniziare a dare

voce a chi ne aveva bisogno o semplicemente a chi

voleva condividere idee o passioni con il popolo

del web.

Sia mai questo programma senza nome funzioni?

Per adesso lo userò per aiutare le persone e tenere

a bada la mia assenza in FM.

“ANDALE”

Dejan Cetnikovic “Il karaoke reporter

durante la pandemia...”

Èil nuovo singolo di NIKITA Alias Nikita Raoul Berlincioni.

In distribuzione esclusiva su iTunes e Spotify.

ANDALE è nato come un progetto più leggero rispetto alle

canzoni che parlano di droga, di puttane, di serate al limite.

È una storia estiva, allegra ma che rappresenta anche un modo di incitare

ad essere positivi e a prendersi meno sul serio. È una canzone

dal genere particolare che con la base dai sapori Dance e Latini è predisposta

ad essere lavorata per Remix e Mashup.

In rotazione radiofonica e in distribuzione su tutti i Digital Stores da

Venerdì 15 Maggio.

Artista: NIKITA Alias Nikita Raoul Berlincioni - Titolo: Andale

Compositore/ Autore: Nikita Raoul Berlincioni - Consulenza Artistica:

Fabrizio Berlincioni - Graphic Designer: Leopoldo Rodriquez

- Artistic Director: Matteo Tateo - A& R & Music Production: Matteo

Tateo & Olsi Arapi ©& ℗ 2020 Il Suono del Successo Music Production

POP

Ogni sera verso le 23 Dejan Cetnikovic ha

intrattenuto il web proponendo sfide canore

in diretta su Instagram sul profilo

@KaraokeReporter. Durante la quarantena è nato

un nuovo format “Politici vs Cantanti” in cui il

premier Conte e i leader dell’opposizione Matteo

Salvini e Giorgia Meloni sono stati sfidati dai partecipanti

con un confronto al karaoke. Le persone

da casa hanno così potuto scoprire le ugole dei

loro governanti ma anche apprezzare le reinterpretazioni

dei cantanti professionisti commentando e

votando i loro preferiti.


9

abiennale d’arte

internaZionale

a Montecarlo 2020

13-14 GiuGno

a tutti Gli artisti

sono aperte le seleZioni alla 9 biennale d’arte

internaZionale a Montecarlo 2020, pittura, scultura, GraFica, acQuerello,

incisione, ceraMica, FotoGraFia, Mosaico e opere realiZZate al coMputer.

teMa libero e teMa Fisso: “l’arte in ViaGGio alla scoperta dell’aMbiente”

PER PoTER PARTECIPARE ALLA SELEzIoNE DELLA BIENNALE INVIARE ALLA MALINPENSA GALLERIA D’ARTE

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Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055 2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


82

MOSTRE D’A R T E In I T

a cura di Silvana Gatti

BASSAnO DEl GRAPPA (Vc)

PAlAZZO STuRM

DAl: 20 GIuGnO 2020

fInO Al: 19 OTTOBRE 2020

GIOVAnnI BATTISTA PIRAnESI.

BERGAMO

AccADEMIA cARRARA

fInO A fInE ESTATE 2020

I MuSIcI DI cARAVAGGIO

fIREnZE

PAlAZZO STROZZI

fInO Al: 1 nOVEMBRE 2 0 2 0

TOMÁS SARAcEnO - ARIA

A Bassano la mostra dedicata a Giovanni

Battista Piranesi (1720-1778), a cura di

Chiara Cassarin, Direttrice dei Musei Civici

e Pierluigi Panza, celebra i 300 anni

della nascita del famoso incisore. La rassegna

presenta 13 incisioni sciolte e altre racchiuse

in 11 volumi alle quali sono aggiunte

16 tavole delle Carceri d’invenzione

provenienti dalla Collezione Giorgio Cini

di Venezia. Questo celebre artista in vita è

stato glorificato da molti scrittori tra i quali

l’inglese Horace Walphole, Victor Hugo,

Baudelaire e infine Margherite Yourcenar.

Piranesi fu disegnatore, incisore, pittore, architetto

e grande conoscitore dell’Arte Antica,

influenzando architetti, scenografi e

pittori. Giunto a Roma quando aveva vent’anni

fu ospitato dapprima a Palazzo di Venezia

per poi a stabilire la sua residenza

nella Capitale dal 1749, iniziando a mettere

su bottega per conto proprio, dedicandosi

dapprima alle Vedute di Roma antica che

divennero subito note internazionalmente e

raffigurano ruderi classici e monumenti antichi,

alcune presenti nella collezione di

Bassano del Grappa. Veneto di nascita, romano

di adozione Gian Battista Piranesi

creò delle incisioni oniriche ma nello stesso

tempo estremamente realistiche, mantenendo

sempre una perfetta prospettiva anche

ingrandendo le stesse per dar loro un

senso di maggiore impatto, e le sue Carceri

d’invenzione poi, è considerata certamente

l’opera più segreta che abbia lasciato un

uomo del Settecento, che ha influenzato

anche il surrealismo e certamente Escher.

La città maggiormente colpita dagli effetti

della pandemia, riparte dalla cultura accogliendo

nuovamente il pubblico fra le sale

dell’Accademia Carrara. Rimasta chiusa

durante il lungo lockdown, il 22 maggio

la sede espositiva ha schiuso le proprie

porte ai visitatori. La riapertura è resa speciale

grazie all’iniziativa Caravaggio in

Bergamo, che celebra la temporanea presenza,

fra i capolavori in mostra all’Accademia

Carrara, de I musici di Caravaggio,

concessi in prestito fino al termine dell’estate

dal Metropolitan Museum of Art

di New York. Il dipinto caravaggesco era

parte della rassegna dedicata a Simone Peterzano

‒ inaugurata prima della quarantena

e rimasta visibile per soli venti giorni

‒, ma, grazie alla generosità del museo newyorkese,

l’opera non lascia Bergamo e

viene inserita in un allestimento progettato

ad hoc nella sala intitolata alla pittura del

Seicento. Un gesto di solidarietà che rafforza

il dialogo fra due città pesantemente

colpite dal virus. L’Accademia Carrara

riapre in tutta sicurezza, garantendo al

pubblico l’accesso a dispositivi di protezione,

a un innovativo sistema di rilevazione

automatica della temperatura con

termoscanner e a braccialetti da indossare

nel rispetto delle distanze sociali all’interno

del museo. Il ripensamento del percorso

espositivo e la nuova segnaletica a

terra, inoltre, consentono agli utenti di

muoversi in maniera fluida tra gli spazi,

vivendo una piacevole esperienza di visita.

Tomás Saraceno è un artista visionario e

poliedrico, la cui ricerca creativa unisce

arte, scienze naturali e sociali. Egli invita

a modificare il nostro punto di vista sulla

realtà e ad entrare in connessione con elementi

non umani come polvere, ragni o

piante che diventano protagonisti delle sue

installazioni e metafore del cosmo. In un

percorso di opere immersive ed esperienze

partecipative tra il cortile e il Piano Nobile,

la mostra esalta il contesto storico e simbolico

di Palazzo Strozzi e di Firenze attraverso

un profondo e originale dialogo

tra Rinascimento e contemporaneità: dall’uomo

al centro del mondo, all’uomo come

parte di un universo in cui ricercare una

nuova armonia.

“Le emissioni di carbonio riempiono l’aria,

il particolato galleggia nei nostri polmoni,

mentre le radiazioni elettromagnetiche

avvolgono la terra. Tuttavia è possibile

immaginare un’era diversa, l’Aerocene,

caratterizzata da una sensibilità proiettata

verso una nuova ecologia di comportamento.

Gli ecosistemi devono essere pensati

come reti di interazione al cui interno

ogni essere vivente si evolve insieme agli

altri. Focalizzandoci meno sull’individualità

e più sulla reciprocità, possiamo andare

oltre la considerazione dei mezzi necessari

per controllare l’ambiente e ipotizzare

uno sviluppo condiviso del nostro

quotidiano.

Lasciamo che la ragnatela ci guidi.”

(Tomás Saraceno)


A l I A E fuORI cOnfInE

fORlì

MuSEI SAn DOMEnIcO

fInO Al: 31 OTTOBRE 2 0 2 0

ulISSE

MAMIAnO DI TRAVERSETOlO (PARMA)

DAl: 12 SETTEMBRE 2020

fInO Al: 13 DIcEMBRE 2020

l’ulTIMO ROMAnTIcO. luigi Magnani

il signore della Villa dei capolavori

MIlAnO

GAllERIA GIOVAnnI BOnEllI

VIA PORRO lAMBERTEnGhI 6

fInO Al: 30 luGlIO 2 0 2 0

fulVIO DI PIAZZA E AlESSAnDRO

BAZAn - ASTRATTA

Nell’entroterra romagnolo, questa mostra

racconta il mito di Ulisse, attraverso manufatti

archeologici, opere d'arte dell'epoca

greca, etrusca, romana e del medioevo, ma

anche dipinti rinascimentali. Il fulcro della

mostra è nel 26esimo canto della Divina

Commedia, quello dell'Inferno, in cui Dante

incontra Ulisse. Sono tre i miti raccolti

in ogni manufatto: quello dell'eterna giovinezza,

che evapora e svanisce; del Don

Giovanni, della ricerca compulsiva dell'altro;

e quello di Ulisse, del ritorno a casa e

la condivisione dei ricordi. La mostra affronta

il tema di Ulisse e del suo mito, che

da tremila anni domina la cultura mediterranea

ed è oggi universale. Mito che oggi,

come nei millenni trascorsi, trova declinazioni,

visuali, tagli di volta in volta diversi.

Specchio delle ansie degli uomini e delle

donne di ogni tempo. La vasta ombra di

Ulisse si è distesa sulla cultura d’Occidente.

Dal Dante del XXVI° dell’Inferno allo

Stanley Kubrick di “2001 – Odissea nello

spazio”, dal capitano Acab di “Moby Dick”

alla città degli Immortali di Borges, dal

Tasso della “Gerusalemme liberata” alla

Ulissiade di Leopold Bloom l’eroe del libro

di Joyce che consuma il suo viaggio in un

giorno, al Kafavis di “Ritorno ad Itaca” là

dove spiega che il senso del viaggio non è

l’approdo ma è il viaggio stesso. Il contributo

dell’arte è stato decisivo nel trasformare

il mito, nell’adattarlo, illustrarlo,

interpretarlo in relazione al proprio tempo.

Una grande storia che gli artisti hanno raccontato

in meravigliose opere. La mostra

racconta un itinerario senza precedenti, attraverso

capolavori di ogni tempo: dall’antichità

al Novecento, dal Medioevo al Rinascimento,

dal naturalismo al neo-classicismo,

dal Romanticismo al Simbolismo,

fino alla “Film art” contemporanea.

Questa mostra documenta la figura di Luigi

Magnani, amante del dialogo tra pittura, musica

e letteratura, e fondatore di Italia Nostra.

L’esposizione – a cura di Stefano Roffi e Mauro

Carrera – presenta dipinti, ritratti, autoritratti

e documenti autografi dei personaggi

frequentati da Magnani, da Bernard Berenson

a Margaret, sorella della regina d’Inghilterra,

da E. Montale a G. Morandi; inoltre omaggi

pittorici alla passione per la musica di Magnani,

resi dai più grandi artisti italiani del

‘900, da Severini a de Chirico a Guttuso a Pistoletto;

strumenti musicali antichi. Infine, il

sogno di “capolavori assoluti” inseguiti da

Magnani ma non conquistati. Il pri- mo è Il

cavaliere in rosa di Giovan Battista Moroni,

gemma di Palazzo Moroni a Bergamo. Eccezionale

è il quadro di Francisco Goya La famiglia

dell’infante don Luis (17- 83-1784).

Eccezionali le tre Madonne col Bambino di

Filippo Lippi, Albrecht Dürer, Domenico

Beccafumi; altre opere sono il Ghirlandaio,

il Carpaccio, il Rubens, il Van Dyck, i Tiepolo,

il Füssli, ma unici sono Stimmate di

San Francesco di Gentile da Fabriano e la

Sacra conversazione di Tiziano (1513). Tra le

sculture, la Tersicore di Canova e due figure

femminili di Bartolini. Il nucleo contemporaneo

vanta cinquanta opere di Giorgio Morandi.

Altro pittore emiliano è Filippo de

Pisis. Tra le altre opere di artisti italiani, la

Danseuse futurista di Gino Severini, una

piazza di Giorgio de Chirico, lavori di Renato

Guttuso e sculture di Giacomo Manzù e Leoncillo.

Importante il Sacco di Alberto Burri

del 1954. Fra gli stranieri, la Villa ospita

l’unica sala di opere di P. Cézanne in Italia;

un paesaggio marino di C. Monet e opere di

Renoir, Matisse, de Staël, Fautrier, Hartung.

Presente anche un’opera di Rembrandt raffigurante

il Doctor Faustus.

La Galleria Giovanni Bonelli di Milano riapre

con una doppia personale dedicata a due

esponenti della scuola figurativa siciliana:

Fulvio Di Piazza (Siracusa, 1969) e Alessandro

Bazan (Palermo, 1966). L’esposizione,

curata da Marco Senaldi, ingresso

libero solo su appuntamento, presenta una

quindicina di opere tipiche della cifra stilistica

dei due artisti. Il titolo della mostra –

Astratta – deriva dal latino “abstractus”, ovvero

‘trarre fuori’, ‘distaccare’, e invita i visitatori

a seguire i due autori in un piano

della realtà diverso da quello abituale. Alessandro

Bazan parte dal mondo reale e, in

particolare, dall’uomo, raffigurato in atteggiamenti

che ne indagano usi e comportamenti.

Per Fulvio di Piazza, invece, la realtà

è qualcosa a cui si rimanda in maniera allegorica

con figure immaginarie. Alessandro

Bazan presenta due inediti come “Volare” e

“Wait” che si ispirano a questo particolare

momento storico. In “Volare” le figure di

uomini e donne che fluttuano leggeri al di

sopra di palazzi e strade, evocano un bisogno

primario di ritrovata libertà da parte dell’uomo,

recluso a causa della pandemia.

L’opera manifesto di Fulvio Di Piazza, dal

titolo “Guerrilla”, frutto di due anni di lavoro,

si sviluppa in un racconto fantasmagorico,

nel quale l'artista ricrea un microcosmo

di esseri fantastici in un clima surreale

ed ipnotico. Si tratta di una vera e propria

battaglia, di un “tutti contro tutti”, che

sembra profetico in un momento di disgregazione

sociale acuito dall’isolamento attuale.

Le figure che emergono da cumuli di

nubi o da reflussi vulcanici hanno sembianze

animali e, al tempo stesso, umane, in un

crogiolo di situazioni e azioni che non sembra

avere altro fine se non quello di condurre

il visitatore a perdersi nei dettagli minuziosi

e inquietanti, che mantengono intatto

il loro fascino di racconto allegorico.


84

MOSTRE D’A R T E In I T

MODEnA

AGO - chIESA DI S. nIcOlò

VIA JAcOPO BEREnGARIO 20

DAl: 12 SETTEMBRE 2020

fInO A: DATA DA DESTInARSI

lA lucE, lA TRAccIA, lA fORMA,

PERSOnAlE DI MARIO cREScI

TElEfOnO PER InfORMAZIOnI:

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A seguito dell’emergenza Covid, la Fondazione

Modena Arti Visive ha rimandato al 12

settembre 2020 l'apertura di questa mostra a

cura di Chiara Dall’Olio, che avrebbe dovuto

inaugurare il 27 marzo. Mario Cresci è

autore, fin dagli anni Settanta, di opere caratterizzate

da una libertà di ricerca che attraversa

il disegno, la fotografia, il video,

l’installazione, il site specific. Il suo lavoro

indaga la natura del linguaggio visivo usando

la fotografia come pretesto opposto al

concetto di veridicità del reale. Per questa

sua personale la Fondazione Modena Arti

Visive ha invitato l’artista a creare un dialogo

con la mostra L’impronta del reale. W.

H. Fox Talbot alle origini della fotografia

che contemporaneamente le Gallerie Estensi,

in collaborazione con FMAV, dedicano

all’inventore della fotografia su carta e ai

procedimenti di riproduzione delle immagini.

Mario Cresci si è ispirato alle origini

della fotografia come traccia creata dalla

luce e ha ideato un allestimento composto da

opere che evidenziano il suo interesse per

l'incisione e più in generale per il “segno”.

Come sottolinea Cresci, prima dell'invenzione

della fotografia, le immagini venivano

diffuse attraverso l'uso della tecnica calcografica.

Con l'avvento del dagherrotipo è la

luce che impressiona la lastra metallica sostituendosi

alla mano dell’artista. Sarà Talbot

a inventare il negativo su supporto cartaceo.

Per questa mostra l’artista riprende un

lavoro fatto nel 2011 per l’Istituto Centrale

per la Grafica di Roma, focalizzato in parte

sui segni incisi da Giovanni Battista Piranesi,

Annibale Carracci e Luigi Calamatta,

analizzati attraverso opere video e scatti fotografici

che ne disvelano la matericità nel

rapporto con la lastra di rame.

nOTO - SIRAcuSA

cOnVITTO DEllE ARTI nOTO

MuSEuM

cORSO VITTORIO EMAnuElE 91

fInO Al: 30 OTTOBRE 2020

nOVEcEnTO - DA PIRAnDEllO A

GuccIOnE - ARTISTI DI SIcIlIA

Nel 2003 Vittorio Sgarbi scandagliava il patrimonio

artistico italiano nella “ricerca di un’identità”

artistica nazionale, comprendendo anche la Sicilia.

Nel 2014, la prima edizione di “Artisti di Sicilia”

raccolse ben 60.000 visitatori. La mostra è riproposta

a Noto per documentare il genio artistico dell’isola.

La curatela di Sgarbi offre l’occasione di

vedere insieme opere ormai storicizzate accanto a

quelle dei più giovani artisti. Obiettivo: una lettura

complessiva dell’arte siciliana, caratterizzata dal

realismo della figurazione, che, eccetto alcune parentesi

di sperimentalismo innovativo, non trova

ostacoli nel suo percorso. Figura, Ritrattistica, Interni,

Paesaggismo, Nature morte sono gli ambiti

di riferimento di questo realismo. Dal ritorno all’ordine,

tra la fine degli anni Venti a tutto il decennio

degli anni Trenta e nell’affacciarsi degli anni

Quaranta, per la maggioranza degli artisti era concluso

il legame con l’Avanguardia. Con il ritorno

alla poesia dell’intimo le scene da lessico familiare

rappresentano un’arte che cerca equilibrio tra modernismo

internazionale e tradizione. I giovani artisti

siciliani (Pippo Rizzo, Giovani Pittori e Scultori

Siciliani. Catalogo della Mostra, Roma, 1929),

espongono a Milano e a Roma, esportando novità

di idee e di segni. Poi, dal dopo-guerra ad oggi, è

stato tutto un susseguirsi di sperimentalismi e di ritorni

figurali, di oscillazioni del gusto, che negli

anni Sessanta-Settanta hanno svolto una critica

pungente contro la società del falso benessere e in

anni successivi hanno permesso soluzioni formali

spesso sorprendenti. Oggi l’artista sembra senza

meta. Perfino nella Street Art, l’artista si defila,

spesso senza lasciare traccia, pur regalando messaggi

inequivocabili. Un’arte effimera, tuttavia,

come effimera è spesso la realtà odierna, in cui la

comunicazione rapida e immediata, il più delle

volte confusa non lascia segni duraturi e salvifici.

nuORO

MAn

VIA SEBASTIAnO SATTA 27

fInO Al: 15 nOVEMBRE 2020

Il REGnO SEGRETO.

SARDEGnA-PIEMOnTE:

unA VISIOnE POSTcOlOnIAlE.

Attraverso il lavoro di artisti, musicisti

e intellettuali, la rassegna presenta un’ampia

e articolata indagine storiografica e

culturale che documenta il legame tra

Sardegna e Piemonte, dal 1720 agli anni

Sessanta del Novecento, raccogliendo

una varietà di opere d'arte, documenti,

manufatti, testi letterari, illustrazioni,

ceramiche, fotografie e spartiti musicali,

provenienti da prestigiose istituzioni italiane.

Completa la mostra una sezione

dedicata all’animazione curata da Fondazione

Sardegna Film Commission che,

in collaborazione con il MAN, ha sviluppato

quattro format sperimentali di

corti d’animazione dedicati agli illustratori

sardi attivi in Piemonte nel Novecento.

La mostra svela un volto inedito

del Regno di Sardegna, un regno segreto,

ricco di storie non ancora esplorate

e fatto di prolifici incontri e grande mobilità,

narrato per lo più in termini polemici

dalla storiografia sarda e con numerosi

equivoci da quella piemontese. La

relazione tra le due regioni iniziò infatti

nel 1720, quando l’isola divenne sabauda,

e da allora gli scambi e le transazioni

culturali tra i due territori si intensificarono

sempre più, determinando un’epoca

di movimenti di persone, oggetti e

idee che cambiò profondamente il destino

di Sardegna e Piemonte e avrebbe

contribuito alla costituzione del Regno

d'Italia e allo sviluppo di una cultura nazionale.

Adottando una prospettiva postcoloniale,

il percorso espositivo illustra

il processo di acculturazione e influenza

reciproca tra Sardegna e Piemonte,

sino ad annullare lo stereotipo

della formula “dominati e dominanti”per

dare spazio alla libera reinvenzione di

segni e stili protrattasi per oltre due secoli.


A l I A E fuORI cOnfInE

PERuGIA

GAllERIA nAZIOnAlE DEll’uMBRIA

PRATO

PAlAZZO PRETORIO

ROMA

ScuDERIE DEl QuIRInAlE

fInO Al: 30 AGOSTO 2020

TADDEO DI BARTOlO

L’arte riparte anche a Perugia, con la monografica

su Taddeo di Bartolo (1362 ca. –

1422), maestro itinerante che trascorse buona

parte della carriera tra Toscana, Liguria, Umbria

e Lazio al servizio di famiglie potenti,

autorità pubbliche, ordini religiosi e confraternite.

Curata da Gail E. Solberg, presenta

circa cento tavole del pittore senese, ricostruendone

la sua parabola artistica. La rassegna

presenta pale complete e tavole disassemblate

che, riaffiancate, consentono di ricomporre

per la prima volta i complessi di

appartenenza. Per l’occasione è stato ricostruito

l’apparato figurativo della ormai smembrata

pala di San Francesco al Prato di Perugia,

della quale la Galleria Nazionale dell’Umbria

conserva ben 13 elementi. A questi

si aggiungono le parti mancanti, finora individuate,

come le sette tavole della predella

con le Storie di san Francesco, conservate tra

il Landesmuseum di Hannover (Germania) e

il Kasteel Huis Berg a s’-Heerenberg (Paesi

Bassi), e il San Sebastiano del Museo di Capodimonte

a Napoli. Dal Palazzo Ducale di

Gubbio giungono le otto tavolette, dipinte a

tempera su fondo oro con figure di Santi.

Esposti anche gli stendardi processionali e le

tavolette di devozione privata. Si tratta quindi

di una panoramica dell’arte di Taddeo, dall’Annunciazione

del KODE Museum di Bergen

(Norvegia) (1389) – fino alla Madonna

Avvocata del Museo di Arte Sacra di Orte

(VT), del 1420, passando attraverso il polittico

di Montepulciano, di cui si espongono le

tre cuspidi, e il polittico della Pinacoteca di

Volterra. §Infine, la statua in legno dipinto

della Madonna del Magnificat.

fInO Al: 6 GEnnAIO 2021

DOPO cARAVAGGIO. Il SEIcEnTO nA-

POlETAnO nEllE cOllEZIOnI DI PAlAZZO

PRETORIO E DEllA fOnDA-

ZIOnE DE VITO

A cinquecento anni dalla morte di Raffaello

Sanzio, l’Italia celebra il sommo artista del

Rinascimento con una grande mostra alle

Scuderie del Quirinale. Questo tributo ha

luogo nella città dove l’urbinate espresse a

pieno il suo eccezionale talento artistico, e

dove la sua vita si spense a soli 37 anni di

età. La rassegna annovera più di cento capolavori

autografi o comunque riconducibili a

ideazione raffaellesca tra dipinti, cartoni, disegni,

arazzi, progetti architettonici. A questi

sono affiancate opere di confronto e di contesto

(sculture e altri manufatti antichi, sculture

rinascimentali, codici, documenti, preziosi

capolavori di arte applicata) per un totale

di 204 opere in mostra, 120 dello stesso

Raffaello tra dipinti e disegni. Un’occasione

irripetibile per vedere riunite opere celeberrime

come: la Madonna del Granduca e la

Velata delle Gallerie degli Uffizi o la grande

pala di Santa Cecilia dalla Pinacoteca di Bologna;

opere mai tornate in Italia dal momento

della loro esportazione per ragioni

collezionistiche come la sublime Madonna

Alba dalla National Gallery di Washington,

la Madonna della Rosa dal Prado o la Madonna

Tempi dalla Alte Pinakothek di Monaco

di Baviera; il Ritratto di Baldassarre

Castiglione e l’Autoritratto con amico dal

Louvre. Esposti i ritratti dei due papi che

consentirono a Raffaello di dimostrare il suo

potenziale artistico negli anni romani: quello

di Giulio II dalla National Gallery di Londra

e quello di Leone X con i cardinali Giulio de’

Medici e Luigi de’ Rossi degli Uffizi, presentato

dopo un restauro, durato tre anni, a

cura dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze,

intervento che ne ha restituito la nettezza

luministica e cromatica originale e l’incredibile

forza descrittiva dei dettagli.

DAl: 2 GIuGnO 2020

fInO Al: 30 AGOSTO 2020

RAffAElllO

Il pubblico può tornare ad ammirare lo

splendore delle opere di Raffaello, riunite

alle Scuderie del Quirinale in occasione

della mostra “Raffaello 1520 – 1483”. Le

porte dello spazio espositivo romano riaprono

dal 2 giugno, una data che avrebbe

dovuto sancire la conclusione della rassegna

e che invece - in coincidenza con

le celebrazioni per la Festa della Repubblica

- rappresenta un nuovo inizio l’evento

con cui l’Italia celebra l’artista rinascimentale,

nel cinquecentenario della

sua morte. Allo scopo di assicurare la tutela

della salute dei visitatori e dei dipendenti,

in occasione della riapertura le Scuderie

del Quirinale applicheranno misure

di sicurezza straordinarie. “La rassegna

ha un valore inestimabile dal punto di

vista artistico e offre la possibilità di ammirare

una concentrazione di opere del

Maestro urbinate nello stesso contesto

come mai era stato possibile fino ad oggi

- spiega il direttore degli Uffizi Eike

Schmidt - Ogni sforzo per garantire al

maggior numero di persone possibile di

godere di tale meraviglia è doveroso: le

Gallerie sono dunque ben liete di prolungare

il loro prestito di una cinquantina di

capolavori a questa mostra unica ed epocale

per tutto il tempo che sarà necessario”.

Con oltre 200 opere, tra le quali 120

dello stesso Raffaello, la mostra - realizzata

dalle Scuderie del Quirinale insieme

alle Gallerie degli Uffizi e curata da Marzia

Faietti e da Matteo Lafranconi, Direttore

di Scuderie del Quirinale – presenta

capolavori provenienti dalle più importanti

collezioni e realtà museali italiane e

internazionali.


86

MOSTRE D’A R T E In I T

ROMA

cOMPlESSO MOnuMEnTAlE DI

SAn SAlVATORE In lAuRO

fInO Al: 26 luGlIO 2020

RInAScIMEnTO MARchIGIAnO.

OPERE D’ARTE RESTAuRATE DAI

luOGhI DEl SISMA

La mostra, a cura di Stefano Papetti, Pierluigi

Moriconi, presenta 36 opere d’arte restaurate

a seguito del sisma del 2016, grazie

al contributo di Anci Marche e Pio Sodalizio

dei Piceni, insieme all’apporto scientifico

della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti

e Paesaggio delle Marche e alla collaborazione

della Regione Marche. Grazie alla presenza

di queste opere nella capitale, è possibile

ammirare parte del patrimonio disseminato

nel territorio marchigiano che è stato

danneggiato dal terremoto, recuperato, portato

a nuova vita. In mostra 36 opere che

vanno dal ‘400 al ‘700, alcune dall’alto valore

devozionale e non storico-artistico ed

altre invece dal grande valore storico-artistico.

Non mancano però nomi importanti

come Jacobello del Fiore con la serie delle

Scene della vita di Santa Lucia provenienti

dal Palazzo dei Priori di Fermo, Vittore Crivelli

con la Madonna orante, il Bambino e

angeli musicanti di Sarnano, Cola dell’Amatrice

di cui spicca la Natività con i santi Gerolamo,

Francesco, Antonio da Padova e

Giacomo della Marca dalla sacrestia della

Chiesa di San Francesco ad Ascoli Piceno.

E ancora da Roma Giovanni Baglione e Giovanni

Serodine che dalla Svizzera seguì nella

capitale l’esempio di Caravaggio. La mostra

documenta la religiosità popolare marchigiana

attraverso un percorso stilistico e

iconografico che, partendo dal centro della

regione arriva fino alla costa. Proprio per

questo la mostra è stata pensata come un

evento espositivo itinerante che, dopo la prima

tappa di Ascoli Piceno e questa a Roma

presso il Complesso Monumentale di San

Salvatore in Lauro del Pio Sodalizio dei Piceni,

che ha permesso il restauro delle opere

insieme ad ANCI Marche, si concluderà a

Palazzo del Duca di Senigallia.

ROVIGO

PAlAZZO ROVEREllA

DAl: 19 SETTEMBRE 2020

fInO Al: 17 GEnnAIO 2020

MARc chAGAll :

“AnchE lA MIA RuSSIA MI AMERÀ”

Vista l’alta richiesta delle opere di Chagall,

rimandare la mostra prevista da

aprile a luglio non era scontato. Ma grazie

al lavoro della curatrice Claudia Zevi

e dei produttori, i prestiti concessi per

l’esposizione di aprile saranno assicurati

anche a settembre. La rassegna vanta 70

dipinti su tela e su carta e due serie di incisioni

e acqueforti pubblicate nei primi

anni di lontananza dalla Russia, “Ma Vie”

e “Le anime morte” di Gogol. Le opere

provengono dagli eredi dell’artista, dalla

Galleria Tretyakov di Mosca, dal Museo

di Stato Russo di S. Pietroburgo, dal

Pompidou di Parigi, dalla Thyssen Bornemisza

di Madrid e dal Kunstmuseum di

Zurigo e da collezioni private, con capolavori

quali la “Passeggiata” e “L’ebreo

in rosa”. Viene documentato come la cultura

popolare russa abbia influenzato

Chagall, analizzando l’iconografia dell’artista

che proviene dalla tradizione popolare

russa, con echi dell’iconografia

religiosa e delle vignette popolari dei lubki

i cui animali come il gallo, le capre e

le vacche si ritrovano anche nelle opere

tarde di Chagall. Elementi che in Chagall

assumono un realismo poetico che attinge

dalle favole russe il proprio stile, mentre

deriva dal mondo ebraico e cristiano ortodosso

la propria spiritualità. Chagall ha

codificato uno stile che sopravvivrà alle

avanguardie tradizionali del ‘900. “Anche

la mia Russia mi amerà”, sono le parole

con cui conclude “Ma Vie”, l’autobiografia

illustrata che Chagall pubblicò,

a 34 anni, a Berlino all’inizio dell’esilio,

consapevole che la separazione dalla

Russia sarebbe stata definitiva.

TORInO

PAlAZZO MADAMA

fInO Al: 10 luGlIO 2020

AnDREA MAnTEGnA

Questa rassegna vede protagonista Andrea

Mantegna (Isola di Carturo 1431 – Mantova

1506), artista del Rinascimento che ha

unito nelle proprie opere la passione per

l’antichità classica, ardite sperimentazioni

prospettiche e il realismo nella rappresentazione

della figura umana. Si documenta

il percorso del pittore, dagli esordi al ruolo

di artista di corte dei Gonzaga, approfondendo

il rapporto di Mantegna con l’architettura

e con i letterati. L’artista definì il suo

linguaggio sulla base della conoscenza delle

opere padovane di Donatello, Jacopo

Bellini ed i suoi figli, delle novità fiorentine

e fiamminghe, nonché la scultura antica.

Sono documentate le modalità con cui

egli definì la rete di relazioni con scrittori

e studiosi, che lo resero noto nel panorama

culturale. Il percorso della mostra è integrato,

nella Corte Medievale di Palazzo

Madama, da proiezioni multimediali: un’immersione

nella vita, nei luoghi e nelle o-

pere, per far conoscere i capolavori che

non possono essere presenti in mostra, dalla

Cappella Ovetari di Padova alla Camera

degli Sposi, dalla sua casa a Mantova al

ciclo dei Trionfi di Cesare. Il Piano Nobile

di Palazzo Madama accoglie l’esposizione

delle opere, a partire dal grande affresco

staccato proveniente dalla Cappella Ovetari,

in parte sopravvissuto al bombardamento

della seconda guerra mondiale, proseguendo

con la lunetta con Sant’Antonio

e San Bernardino da Siena. Esposti anche

capolavori dei protagonisti del Rinascimento

che furono in rapporto con Mantegna,

tra cui Donatello, Antonello da Messina,

Pisanello, Paolo Uccello, Giovanni

Bellini, Cosmè Tura, Ercole de’ Roberti,

Pier Jacopo Alari onacolsi detto l’Antico e

infine Correggio. La mostra, promossa

dalla Fondazione Torino Musei e da Intesa

Sanpaolo, è organizzata da Civita Mostre

e Musei.


A l I A E fuORI cOnfInE

fRAncIA - PARIGI

cEnTRE POMPIDOu

fInO Al: 31 AGOSTO 2020

hEnRI MATISSE

Questa mostra è un omaggio all’artista

francese Henri Matisse (1869-1954) in occasione

del centocinquantesimo anniversario

della sua nascita e ne ripercorre la

carriera. Nel 1942, Henri Matisse dichiarò:

“L'importanza di un artista è misurata

dalla quantità di nuovi segni che avrà introdotto

nel linguaggio plastico. Durante

la sua carriera, è questo artista. Come tutti

i grandi creatori, dà vita a mondi senza

eguali. Il suo lavoro, destinato a sconvolgere

l'occhio moderno, è stato espresso attraverso

una varietà di tecniche che ha

approfondito instancabilmente: pittura, disegno,

scultura, libri illustrati e la singolare

invenzione, ricca di conseguenze per

il piano artistico, di un disegno monocromatico,

con i guazzi ritagliati realizzati

alla fine della sua vita. Divisa in nove sezioni

e altrettanti intermezzi dedicati alla

scrittura, la mostra ripercorre la carriera di

Matisse partendo dalle sue origini, intorno

al 1890, dove l'artista è in contatto con i

maestri, alle prese con lo sviluppo del suo

stile, fino agli anni ‘50 e il suo ultimo lavoro.

Esposti capolavori provenienti dalle

collezioni del Museo Nazionale di Arte

Moderna, a cui si aggiungono i prestiti dei

due musei Matisse in Francia: a nord,

quello di Cateau-Cambrésis, a sud quello

di Nizza. Prestiti dalla ricca collezione

Matisse del museo di Grenoble completano

questo set, nonché prestigiosi prestiti

internazionali. La generosità della famiglia

dell'artista e dei collezionisti privati

consente di esporre grandi opere, alcune

delle quali non sono state viste in Francia

dalla grande retrospettiva dedicata a Matisse

nel 1970 al Grand Palais.

SVIZZERA - chIASSO

M.A.X.

DAl: 9 GIuGnO 2020

fInO Al: 10 GEnnAIO 2021

AlBERTO GIAcOMETTI

La stagione espositiva 2020 del M.A.X.

museo di Chiasso (Svizzera) si apre con una

mostra su Alberto Giacometti (1901-1966),

uno fra i più rilevanti artisti del XX secolo,

a cura di Jean Soldini e Nicoletta Ossanna

Cavadini. La rassegna presenta, per la prima

volta, l’intero corpus grafico dell’artista

svizzero: sono esposti oltre quattrocento fogli

e numerosi libri d’artista, provenienti

dalle principali istituzioni internazionali che

conservano le opere di Alberto Giacometti e

da importanti collezionisti privati. L’ambiente

creativo dell’artista è documentato

dalle fotografie realizzate dall’amico Ernst

Scheideggeri. La rassegna documenta la straordinaria

padronanza di Giacometti delle

varie tecniche grafiche, dalla xilografia all’incisione

a bulino, dall’acquaforte alla puntasecca.

Sebbene sia conosciuto soprattutto

come scultore e pittore, Giacometti realizzò,

nondimeno, molte incisioni, espressione di

una profonda ricerca artistica. Giacometti,

infatti, vedeva nel disegno e nella sua trasposizione

sulla matrice, il fondamento estetico

e concettuale su cui costruire le sue

opere pittoriche e plastiche. Com’ebbe modo

di affermare lo stesso artista, “di qualsiasi

cosa si tratti, di scultura o di pittura, è solo

il disegno che conta”.

SVIZZERA - AScOnA

MuSEO cOMunAlE

D’ARTE MODERnA

DAl: 20 SETTEMBRE 2020

fInO Al: 10 GEnnAIO 2021

AlEXEJ JAWlEnSKY E

MARIAnnE WEREfKIn

Questa mostra, a cura di Mara Folini, approfondisce

il rapporto tra Alexej Jawlensky

(1864-1941) e Marianne Werefkin

(1860-1938), con 100 opere che documentano

il legame tra i due, dagli esordi

a San Pietroburgo, a Monaco di Baviera,

dove fondarono la Nuova Associazione

degli Artisti di Monaco (1909). Il percorso

parte dal 1892, inizio della loro relazione

per via del comune maestro Ilya

Repin, realista russo. Abbandonata la

Russia, la coppia si trasferì a Monaco di

B. nel 1896, affiancandosi a Wassily Kandinsky,

Paul Klee, Alfred Kubin, Gabriele

Münter, Franz Marc, Agust Macke e altri.

Qui Marianne Werefkin smise di dipingere

per dedicarsi a Jawlensky. Questo

sino a quando Jawlensky si legò a Helena

Nesnakomova. Nel 1906 Werefkin riprese

a dipingere passando a una pittura a tempera

influenzata da Gauguin e ai Nabis.

Nei quadri successivi si notano le caratteristiche

dell’arte di Werefkin, come gli

scenari visionari. Jawlensky, nel suo primo

decennio a Monaco, aveva nel colore

il suo principale mezzo espressivo, con le

pastose teste colorate, per poi passare a

quelle cupe delle Meditazioni. Scoppiata

la prima guerra mondiale, i due ripararono

in Svizzera, dove vissero da esiliati rimanendo

insieme per altri sei anni, nonostante

le loro strade si fossero separate.

Jawlensky approdò ad un’astrazione mistica

con le croci buie della tarda produzione

a Wiesbaden (1921-1938), dove si

era trasferito nel 1921. Marianne Werefkin

continuò con l’espressionismo dalle

forme vorticose, riconciliandosi col mondo,

grazie al rinnovato interesse per l’amore

francescano. Chiude il percorso una

sezione con le opere di Andreas Jawlensky,

figlio di Alexej ed Helena Nesnakomova..


9688

88 68 76

Biografie d’Artista

a cura di Marilena Spataro

Tiziana Grandi

“Non di solo pane” - 2018 - Foggiatura a lastra, tecnica Obvara - Diametro 25 cm

Tiziana Grandi nasce a Modena nel 1962. Da diversi

anni pratica la scultura nel suo laboratorio di Vignola

(Mo) dove vive e lavora. Ha frequentato corsi presso il

Consorzio Professionale per la Formazione Ceramica

di Faenza e presso laboratori di maestri scultori.

Alcune mostre collettive: “Interreligioni e danza “Museo delle Ceramiche

di Rapino (CH)”,“In principio era il verbo e il verbo si

fece carne” Palazzo Esposizioni a Faenza,“Ceramiche sonore-Fischietti

d’autore ”Bottega Bertaccini di Faenza, “A proposito di

tutte queste signore” Galleria Pontevecchio Imola, ”Sotto una

buona stella” Sant’Agata sul Santerno.

Mostre personali: “Scacchi mon amour” scacchiere in ceramica -

Rocca di Vignola.

Nel 2018 una sua opera è selezionata al Concorso “La Ceramica

in circolo” con esposizione a Faenza, Bassano del Grappa e Milano.

Nel 2019 una sua opera è selezionata al Concorso “Ceramic

in love two” con esposizione a Castellamonte (To). Opera vincitrice

ex aequo Premio d’arte Caterina Sforza/LOGOS 2019 con esposizione

presso Rocca di Riolo Terme (Ra).

Hanno scritto di lei, tra gli altri: Alberto Gross, Giovanni Scardovi,

“L'assemblaggio di incastri degli elementi plastici costruisce l'erezione

totemica e scultorea che ricorda nel colore chiaro e istriato

una ossificazione e una proliferazione oggettuale astratta, decorativa

ed enigmatica. Questi oggetti interrogano nella loro forma l'insieme

di astrazione e la possibilità combinatoria di un montaggio

che ogni volta si potrebbe rinnovare”.

(Giovanni Scardovi).

“Tiziana Grandi propone composizioni verticali, quasi dei totem

che si configurano come espressioni monodiche, costruzioni contenenti

qualcosa di primitivo, forse orientale, ad ogni modo profondamente

fragile, pure nella ieraticità di una figura

elegantemente espressiva, elevata ad immagine”.

(Alberto Gross)


MOSTRA “LE DONNE NELL’ARTE”

DAL 9 AL 20 GIUGNO 2020

SAN D RA AN D REETTA -RO SSAN A CH IAPPO RI

M ARIA FAU STA PAN SERA -D AN IELA REBU ZZI

SA N D RA A N D REETTA

RO SSA N A C H IA PPO RI

“Passeggiando in un racconto” -2017

acrilico su tela -cm 100x70

M A RIA FA U STA PA N SERA

In un alternato

gioco di chiaroscuri

e di spazio

immaginario le o-

pere informali dell’

artista Sandra

Andreetta vibrano

di uno scenario

espressivo e

di una spiccata

comunicativa di

forte interiorità. Il

vasto respiro del

bianco concede

alla superficie della

tela un’autentica

luminosità

che vibra di una

pregnante e sensibile

poesia. L’artista, che sa tradurre in pennellate i suoi sentimenti,

inserisce magistralmente forme e colori in tutta la loro varietà rivelando

così notevoli effetti visivi, cromatici e segnici.

TesticriticidiM onia M alinpensa

(A rt D irector -G iornalista)

Artista di notevoli capacità

esecutive, Maria

Fausta Pansera

trasporta sulla tela il

valore intrinseco della

materia e libera un

linguaggio astratto in

cui il colore protagonista

presenta il fascino

istintivo e spontaneo

dell’azione luce-segno-forma.

E’

una pittura pregna di

umori costantemente

filtrata da una intimità

coloristica e da

una sapiente modulazione

lirica che, in

“A ntigone” -2017

tutto il loro potenziale

emotivo si ca-

acrilico,tecnica m ista su tela -cm 80x100

rica di una struttura contemporanea testimo ne del nostro tempo.

L’originale accostamento

della stoffa con

la pittura si rallegra

di un’armonia coloristica

assoluta e di

un’atmosfera fiabesca

che supera la realtà

per approdare

ad una dimensione

di grande animazione.

La struttura ben

controllata, il colore

carico di emotiva e la

solennità della materia

ad olio su tela

hanno un ruolo fondamentale

all’interno

dell’opera, quasi esclusivo.

La preparazione olio e collage ditessuti-cm 75x100

“G arden party” -2020

della tecnica mista olio su collage in tessuto dà vita ad una descrizione

di notevole capacità tecnica e ad una espressione pittorica

raffinata.

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

w w w . l a t e l a c c i a . i t - i n f o @ l a t e l a c c i a . i t

D A N IELA REBU ZZI

Il forte legame con

la materia e il suo

costante recupero

sono elemento vitale

nell’iter dell’artista

Daniela Rebuzzi,

che si fanno sostanza

creativa e

che sviluppano profondi

contenuti tanto

da evidenziare

un’inventiva e un’abile

manualità che

si distinguono inequivocabilmente.

L’artista Rebuzzi con

un suo stile del tutto

contemporaneo

imprime sulla superficie

dell’opera “Le alidella solitudine” -2018 -com posizione di

pium e ritagliate da tela dipinta a olio -cm 90x100

una struttura compositiva

affascinante tanto da sedurre di continuo il fruitore.

Mostra a cura di Monia Malinpensa

reFerenZe e QuotaZioni presso la Malinpensa Galleria d’arte by la telaccia

O RA RIO G A LLERIA :D A L M A RTED I A L SA BATO D A LLE 10,30 A LLE 12,30 -16,00 A LLE 19,00


90

I Tesori del Borgo

Serrapetrona, Uno scrigno di bellezze naturali

e artistiche. che racchiude tesori dell'arte dei secoli

passati. A partire dal pregiato polittico quattrocentesco

del maestro severinate Lorenzo d'Alessandro

a cura di Marilena Spataro

Tranquillo borgo collinare in

provincia di Macerata, a 500

metri di altezza dal mare, posto

sulla destra del torrente

Cesolone, all’interno del magnifico

territorio dei Comuni dell'Unione

Montana dei Monti Azzurri (Monti Sibillini),

Serrapetrona racchiude tesori di antica

bellezza che si intrecciano con un’interessante

storia del passato. Prezioso

gioiello, più di ogni altro, del patrimonio

artistico di questa amena cittadina marchigiana,

il Polittico di Lorenzo d’Alessandro,

realizzato a fine ‘400, è tuttora

custodito nella Chiesa di San Francesco

a Serrapetrona. Su quest’opera il critico

d’arte Vittorio Sgarbi, nel suo libro VIAG-

GIO SENTIMENTALE nell’Italia dei desideri,

trattando l’arte medievale nelle Marche,

esprime grande ammirazione definendola

“vanto del Rinascimento” in ambito

marchigiano. Precedentemente attribuito

al folignate Niccolò Alunno, solo

all’inizio del Novecento il polittico viene

identificato come opera di Lorenzo d’Alessandro,

detto il Severinate, grazie alle

ricerche archivistiche di Raul Paciaroni il

quale trova un documento relativo al

saldo del contratto, datato 1496, stipulato

tra magistrum Laurentium e Mariano di

Gentile di Serrapetrona. Il sontuoso Polittico,

a due ordini, che tuttora risplende

sull’altare maggiore della Chiesa di San

Francesco, è racchiuso entro una ricca

cornice tardogotica commissionata all’intagliatore

e intarsiatore di San Severino

Domenico Indivini, nel 1477, forgiata sui

modelli dei fastosi retabli veneti tipici dei

fratelli Vivarini. La modanatura lignea,

richiedente tempi lunghi di lavorazione,

diviene spesso più costosa della stessa

stesura pittorica, questo può in qualche

modo giustificare il lungo lasso di tempo

che intercorre tra la realizzazione della

struttura e l’elaborazione della pittura prima

che l’opera sia consegnata (1477-

1496). Nel pannello centrale del primo

ordine campeggia la figura della Vergine

che adora il Bambino disteso sulle sue ginocchia,

mentre ai lati due angeli musicanti

suonano un tamburello basco e una


rudimentale arpa, strumenti familiari al

pittore noto anche come conoscitore di

musica e suonatore di liuto. L’imago pietatis

che si affaccia sulla tavola centrale,

seppur resa con grande autonomia di

espressione, presenta componenti dell’arte

veneta non solo del Vivarini o del

Bellini, ma anche del Crivelli. Colpisce

il contrasto rappresentativo che si rileva

tra la sofferenza di un corpo martoriato e

l’espressione del viso rasserenato di Cristo,

in confronto al duro patetismo degli

angeli accorsi a sostenerlo. Nel primo ordine

su un pavimento marmoreo dai colori

cangianti e politonali si stagliano le

immagini dei Santi a figura intera: a destra

della Madonna sono San Pietro e San

Giacomo, a sinistra San Francesco e San

Sebastiano. In alto nel secondo ordine, a

destra della cimasa, compaiono San Michele

Arcangelo e Santa Caterina d’Alessandria,

a sinistra sono San Giovanni Battista

e San Bonaventura. A rimarcare il

tema cristologico ed evangelico, nella

predella, sono effigiati i dodici apostoli

racchiusi tra Santa Caterina e Santa Apollonia

contrapposte a Santa Lucia e San

Nicola da Tolentino. Al centro fiorisce un

rosone traforato posto tra due serie di bifore.

L’importanza e l’eleganza di questa

cornice è data dalle colonnine tortili che

sostengono l’imposta degli archi retti da

eleganti capitelli con foglie di acanto; al

centro della struttura lignea aggetta un

lanternino esagonale traforato al cui apice

domina il busto benedicente di Dio Padre;

ai lati si ergono cuspidi, guglie e pinnacoli

realizzazioni di fine intaglio e di

elaborato traforo. Lo splendore dei colori

e la luce che fluttua collocano il polittico

al primo periodo della maturità del maestro,

chiamato probabilmente ad eseguire

l’affresco raffigurante la Madonna con

Bambino fra i Ss. Giovanni Battista e Sebastiano

per la chiesa di Santa Maria Grazie

su commissione dei Padri francescani

di Serrapetrona. Lorenzo, cresciuto nel

clima culturale locale, più che alle domestiche

botteghe del concittadino Bartolomeo

Frinisco o di Cristoforo di Giovanni,

prefe- risce volgere il proprio interesse


92

verso altri artisti, quali il camerte Girolamo

di Giovanni, l’umbro Niccolò Alunno,

e il veneto Carlo Crivelli. Dalle loro

opere apprende gli insegnamenti derivanti

dalla lezione luministica di Piero

della Francesca, l’uso di una narrazione

favolistica, la stesura di una pittura smaltata

e preziosa, la nervosa secchezza anatomica

e l’impiego di ampi panneggi,

senza mai giungere ad una rilettura critica

dei suoi modelli. La collaborazione tra

due grandi maestri della maniera adriatica,

l’intagliatore Domenico Indivini e il

pittore Lorenzo d’Alessandro, rende nel

polittico di Serrapetrona quella plasticità

propria dell’arte rinascimentale, come

concordemente omai riconosciuto dalla

critica. Al magnifico Polittico di Lorenzo

D’Alessandro, si affiancano a Serrapetrona

opere d’arte del passato, alcune di maggiore

interesse, altre meno, tuttavia o-

gnuna testimonianza della storia e della

identità di questa cittadina e del suo territorio.

Ventisei di queste, dopo il sisma

del 2016, sono state recuperate dalle loro

sedi e riunite nella piccola chiesa di Santa

Maria di Piazza, riaperta per l’occasione

dopo 21 anni di lunghi restauri a causa

dei danni del sisma del 1997. Le opere

documentate nel bel catalogo della mostra

inaugurale dal titolo “Il Bello…della

ricostruzione. L’arte salvata si mostra” resteranno

esposte fino a quando le chiese

delle frazioni del territorio comunale non

torneranno agibili. Tra le opere presenti

nella raccolta, spicca su tutte la “Crocifissione”

di scuola camerinese, di Giovanni

Angelo d’Antonio. Precedentemente

considerata opera di Girolamo di Giovanni,

grazie al ritrovamento nel 2003 da

parte di Matteo Mazzalupi di una quietanza

di pagamento risalente al 1452, la

bella tavola è stata attribuita senza ombra

di dubbio a Giovanni Angelo d’Antonio,

maestro di scuola camerte attivo nel ‘400.

La fonte documentaria ci dice della paternità

e pure della provenienza della tavola

dalla Pieve di San Lorenzo, detta Pieve

d'Aria, di Castel San Venanzo (frazione

di Serrapetrona), dove è stata custodita

ininterrottamente fino al terremoto del

2016. E vista la cospicuità della somma

pagata per essa si é potuto ipotizzare che

la committenza (probabilmente da parte

dei signori Da Varano che nel castrum di

Castel San Venanzo avevano un loro punto

di forza difensivo) riguardasse un po-


littico più grande di cui la tavola poteva

costituire il pannello centrale; il dato materico

del fondo oro con le figure angeliche

punzonate ne conferma, peraltro, l’importanza

suggerendo appunto che l’opera

completa potesse costituire il retablo dell’altare

maggiore. La grande innovazione

stilistica della crocefissione di Castel San

Venanzo, va individuata nell'aver combinato

la tradizione camerte del prorompente

avanzamento del Crocifisso, con la

novità formale del modellato scultoreo,

tridimensionale, memore del Donatello

padovano. Anche i dolenti dimostrano,

come per il Cristo, un’umanizzazione

esasperata di grande novità formale da

cui si evince un contatto del suo autore,

non si sa se diretto o meno, con il cantiere

padovano della Cappella Orvetari, e con

gli artisti che lì vi lavorarono, a partire dal

Mantegna. Il volto scavato di Giovanni

evangelista dalla mascella quadrangola e

il naso prominente o l’accorato dolore di

Maria che si tiene il volto con concitato

spasmo espressivo, sono di grande modernità.

Il modellato delle opere padovane

di Donatello e l’esasperazione formale

delle figure fanno di quest’opera uno

dei punti di rottura con la tradizione tardogotica

verso risultati d’espressione e

sentimenti che solamente il Masaccio del

Carmine pochi anni prima, nel 1425, poteva

raggiungere. Agli importanti tesori

dell’arte che Serrapetrona custodisce gelosamente,

fanno da splendida cornice affascinanti

paesaggi collinari e il bel lago

di Caccamo, luogo ideale per la pesca

sportiva, il canottaggio e la canoa. Sul

fronte architettonico e storico Serrapetrona

riserva, oltre a un “castello” di età

longobarda, interessanti vestigia risalenti

già all’alto medioevo (il termine stesso

“Serra”, di origine longobarda, indica un

abitato fortificato con funzioni di sbarramento

a difesa dell’inizio di una valle

“Petrona” di pietra), nonchè antiche pergamene

del 1100, le bolle e lo “statuto”

dell’età feudale, quando Serrapetrona lottò

per diventare Comune, contenute nell’archivio

storico. Una nota “frizzante”,

che aggiunge fascino a questo magnifico

e accogliente Borgo del maceratese, è legata

alla produzione della famosissima

“Vernaccia di Serrapetrona d.o.c.g.”, vino

spumante, unico per qualità, caratteristiche

e tradizione apprezzato e conosciuto

sia in Italia che all’estero.


94

LE cASE DELL’ARcOBALENO:

I DIPINTI DELLE DONNE NDEBELE

di Francesco Buttarelli

Da innumerevoli generazioni

le straordinarie donne

di questa tribù sudafricana

danno vita a una forma

artistica che si distingue

per la notevole ricchezza e vitalità.

La donna Ndebele non dipinge per fama

o per denaro, crea per arricchire di bellezza

la sua casa che considera come un

tempio sacro. Int6eressante ed originale

è lo stile che distingue una donna dall’altra

nella scelta delle decorazioni e dei colori

che utilizzerà per dipingere le pareti

della sua abitazione, a volte anche di fango.

Parlano con queste splendide donne,

alte, dal portamento fiero e si è colpiti

dalla loro sincerità; se intervistate sui motivi

del loro iter artistico, rispondono che

la loro arte l’hanno imparata dalle proprie

madri, lo raccontano con un sorriso, un’

espressione “pittorica” che potremmo definire:”La

legge dei Ndebele”. Nelle generazioni

trascorse, la tavolozza dei colori

disponibili era limitata ai toni delle

terre, cioè il marrone, l’ocra, il rosso e il

nero disponibili in natura.

Nell’epoca contemporanea invece, la varietà

dei colori in commercio permette

alle donne di ottenere tutte le tonalità dello

spettro. Il colore brillante, reso vivo

dalla luce dei Transvaal, diviene parte essenziale

di ogni singola decorazione.

La pittura Ndebele è fatta a mano libera,

direttamente sulla superficie della parete,

in uno dei due stili principali, il tradizionale

e il contemporaneo che in qualche

caso sono presenti entrambi all’interno di

una stessa abitazione. Nello stile tradizionale

i disegni sono vigorosi, lineari, a-

stratti e tendono ad assumere forme più

complicate sulla parte anteriore di ogni

casa. Lo stile contemporaneo risulta essere

più rappresentativo in quanto simboleggia

cortili, porte e finestre in un intreccio

di sorprendenti linee diagonali,

orizzontali e verticali che hanno il compito

di riprodurre le forme delle strutture

portanti sotto i muri. Per le loro compo-


sizioni le artiste Ndebele scelgono forme

grafiche e geometriche tratte dall’esperienza

quotidiana. Un motivo comune sono

i fiori e gli alberi che possono essere

scomposti in elementi ben definiti. Il progresso

ha portato a diverse rappresentazioni

di un mondo più attuale, non sono

rari dipinti di antenne paraboliche o tracciati

di aerei in volo. Un’altra particolarità

della donna Ndebele è svolgere lavori

con le perline, basti pensare che quando

indossano abiti cerimoniali portano una

coperta con guarnizioni di perline fissate

ai nastri stretti intorno alla fronte, gonne

riccamente adorne di perline e collari di

perline tempestati di borchie scintillanti.

Gli Ndebele del Trasvaal meridionale,

circa 400.000 persone, sono sopravvissuti

come nazione poiché si sono mantenuti

sempre fedeli alla loro cultura.

Nonostante i cambiamenti di ordine sociale,

politico ed economico, queste donne

artiste hanno tenacemente seguito un

proprio e distinto cammino estetico, pronto

a sfidare i secoli.


96

Colors explosion

Da sinistra: Francesco Ponzetti, Barbara Monti, Angela Balsamo, Anna Maria Tani, Maria Grazia Russo, Giusy Dibilio,

Roberto Sparaci, Giusy Cristina Ferrante, DiDiF (Daniela Delle Fratte), Lorenzo Luci e Marina Loreti

La Galleria Ess&rrE dal 22 febbraio al 6 marzo

2020 ha inaugurato la mostra:

“Colors Explosion”

Varie pitture intrise di profonda umanità e sensibilità

quelle proposte dagli artisti che sono stati

presenti da sabato 22 febbraio al Porto turistico di Roma nella

splendida realtà romana direttamente sul mare, a ridosso delle

bellissime imbarcazioni a fare da cornice a questi 14 giorni di

Arte contemporanea. Arte dedicata a venti artisti che proponiamo

ai nostri collezionisti, amici e an- che solo curiosi, di godere

della piacevolezza della pittura per fare proprie le ope- re

degli stessi artisti con circa 25 opere di assoluto livello.

Alcuni di loro vengono promozionati tut- te le domeniche sera

alle 22,00 anche sui canali televisivi 123 D.T. e 868 Sky di Arte

Investimenti nel progetto Laboratorio AccA, inoltre proposti

anche nelle fiere d’arte nazionali dove stanno riscuotendo notevole

successo.


Opere di:

Elio Atte, Angela Balsamo,

Giusy Dibilio, Didif (Daniela

Delle Fratte), Emanuela Fera,

Giusy Cristina Ferrante,

Tano Festa, Laila, Rita Lombardi,

Marina Loreti, Lorenzo

Luci, Anna Lisa Macchione,

Barbara Monti, A-

chille Perilli, Francesco Ponzetti,

Leandro Ricci, Michele

Angelo Riolo, Maria Grazia

Russo, Giò Stefan, Anna

Maria Tani.

Dal 22 febbraio al 6 marzo 2020

in mostra alla Galleria Ess&rrE

al Porto turistico di Roma

locale 876

00121 Roma - 329 4681684

galleriaesserre@gmail.com


M ario Esposito

artista in perm anenza presso la

G alleria W ikiarte

40122 Bologna

V ia San Felice,18

Tel.+39 051 5882723

w w w .w ikiarte.com

info@ w ikiarte.com

skype:w w w .w ikiarte.com

m arioartista61

m arioespo@ gm ail.com -cell.339 6783907


ipiccolinidiM ario Esposito


Mario Esposito

unisce inoltre un'attenzione familiare

a certe materie plastiche e acriliche assolutamente

contemporanee, segno

evolutivo e tangibile di un passaggio

di consegne da una pittura storicizzata

a una di più coevo riscontro: gli aggetti

pittorici, ormai assimilati a moderne

qualità di smalto visive e tattili,

modificano lo spazio vitale dell'opera

e ne movimentano la composizione a

vantaggio di una loro più completa

percezione. L’operare mette in luce le

vere intenzioni dell’artista: nel permettere

al fruitore di intervenire direttamente

sulla composizione dell’opera

Esposito riconosce all’arte la capacità

di permettere alle persone di entrare in

relazione. Se, come sosteneva Heidegger,

il senso dell’essere nel mondo

dell’uomo è il prendersi cura, l’arte di

Mario Esposito trattiene, in tratti delicati

e leggeri, il profondo significato

della vita.

Critica d’Arte Dott.ssa Francesca Bogliolo

Saper raccontare il mondo che ci

circonda e la meraviglia che esso

suscita è, fin dai tempi antichi, un

modo per insegnare a rapportarsi

con la realtà, con la propria interiorità,

con le proprie emozioni. L’indiscussa

capacità narrativa di Mario Esposito esprime

le proprie potenzialità attraverso il progetto

dei “piccolini”: elementi formali che, attraverso

tratti grafici essenziali e colori accesi

permettono la rappresentazione delle possibilità

dell’uomo e l’allenamento della sua capacità

immaginativa. L’impianto narrativo viene

garantito da una serie di componenti che, associati

tra loro, permettono – in modo analogo

alle carte di Propp - di scrivere una

storia del tutto nuova e personale. Attraverso

la propria chiarezza iconografica le piccole

tele rivelano l’instaurarsi di un dialogo tra chi

crea e chi, osservando, decide di accostarle

effettuando una scelta, riportando l’arte alla

centralità della sua funzione relazionale.

Critica d’Arte Dott.ssa Francesca Bogliolo


Mario Esposito

Il mondo di Mario Esposito

è un gioco di immaginazione

continua, che mette

alla prova il nostro senso

creativo, stimolandone di

volta in volta le capacità di associazione,

introspezione, condivisione.

C’è, nella volontà dell’artista,

la capacità del narratore

che, originando un mondo irreale

e suggestivo, conduce sulle porte

del sogno per poi lasciare liberi

gli osservatori di decidere quale

sia la direzione da scegliere al

bivio. È così che nascono i suoi

Piccolini, frammenti di storie vissute

o immaginate, tessere da ricomporre

in base alla propria

esperienza emotiva. Cresciuto a

stretto contatto con gli ambienti

romani legati all'astrattismo geometrico

prima e alla fase più intimistica

della pop art italiana poi,

Mario Esposito riverbera nella

propria ricerca formale la lezione

teatrale del più fine Perilli

segnico, di cui amplifica

la plasticità mediante la

scomposizione in formelle

narrative, puntuali e delicate.

Architetture e figurazioni, rigorose

e surreali al contempo,

danno volto a un'indagine

strutturale che si realizza nel

concetto della variazione sul

tema, sua più diretta e riconosciuta

cifra stilistica: l'assoluta

ricchezza esecutiva è

indotta dalla passione e dallo

studio attento della storia dell'arte

a lui più prossima, laddove

ancora l'influenza della

scuola romana si faccia promotrice

di intime riflessioni

sulle stagioni dell'esistenza e

sui cambiamenti che questa

comporta. A queste, Esposito


2.0

AccA Edizioni

Anno 12° - GIUGNO / LUGLIO 2020

87° Bimestrale di Arte & cultura - € 3,50

i piccolini di

Mario Esposito

a cura di Francesca Bogliolo

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