360 | Settembre - 2020

360gradiluiss

ANNO XVIII - SETTEMBRE 2020

1


Contents

REDAZIONE

Direttore: Antongiulio Sambati

Vicedirettore: Cesare Massa

Responsabile Editoriale: Marco Pauletti

Manager: Francesca Cozzi

Responsabile Web: Simone Pasquini

Relazioni esterne e Marketing:

Valentina Benelli

Immagine di Copertina

e Grafica: Marco Deodati

Cogitanda: Irene Rusconi

L’inchiesta: Simone Pasquini

Speaker’s corner: Valentina Benelli

International: Matteo Bucciarelli

Walk: Chiara Scalia

Il Protagonista: Domiziana Carloni

Lifestyle: Chiara D’addesa

Cosmo Luiss: Luca Vesperini

Ottava Nota: Gaetano Amore

Palintesto: Giulia Castriota

Cult: Antonio Attolico

Sport: Andrea Sciannimanica

INDICE

EDITORIALE

COGITANDA

L’INCHIESTA

INTERNATIONAL

WALK

IL PROTAGONISTA

COSMOLUISS

SPORT

OTTAVA NOTA

SPEAKER’S CORNER

PALINTESTO

CULT

5 MINUTI

DA UN’IDEA DI

pagina - 1

pagina - 3

pagina - 7

pagina - 13

pagina - 16

pagina - 21

pagina - 23

pagina - 25

pagina - 27

pagina - 29

pagina - 32

pagina - 33

pagina - 36

Fabrizio Sammarino, Luigi Mazza, Leo Cisotta.

Scrivici una email all’indirizzo: 360gradiluiss@gmail.com

oppure usa la sezione “contattaci” sul nostro sito

www.360giornaleluiss.it

Seguici su:

Questo giornale è interamente gestito e realizzato da studenti.


Editoriale

Le vite degli altri di Antongiulio Sambati

Che ne sappiamo noi, delle vite degli altri? Le vite degli altri sono scandite da troppe sfumature,

vessate da tempeste, incattivite da malumori. Che ne sappiamo dei dolori, delle delusioni, delle

fragilità, degli anni spezzati, degli orgogli feriti? Nulla. Non sappiamo nulla sulle incertezze e sui

sogni infranti. Sui vuoti, sulle scelte sbagliate, sui tradimenti subiti, sui baci negati, sui progetti

incompiuti. Non sappiamo nulla sulla loro solitudine spirituale. D’altronde a tutti manca una

persona, perché è andata via troppo presto o perchè non è mai arrivata. Tutti siamo stati delusi

e rifiutati, lusingati e disprezzati, elogiati e criticati. In questo mondo ricco di baci di Giuda, di

falsità e cortesia, di dita incrociate dietro la schiena. Troppo facile, forse addirittura meschino,

giudicare una persona, un’azione, una vita, senza avere tutti gli elementi, tutte le conoscenze

per poterlo fare. Ed allora accettiamo - socraticamente - la nostra ignoranza sulle complesse,

malinconiche vite degli altri. Non giudichiamo, non critichiamo, non odiamo. Facciamoci un’idea,

quello sì, quello sempre. Esprimiamo un parere, esterniamo umilmente la nostra opinione,

riflettiamo in silenzio. Impariamo. Ognuno ha i propri principi, i propri valori da rispettare e

su cui basare le proprie scelte. Ma è necessario scendere dal proprio (spesso ingiustificato) piedistallo

ed accettare il confronto. Accettare la diversità. Senza avvelenarci per le opinioni che

non condividiamo, per gli stili di vita che non comprendiamo. E distacchiamoci - stoicamente

- da questo mondo in cui i rapporti interpersonali sono costruiti sul pettegolezzo e sulla sterile

critica dei comportamenti altrui. Diceva saggiamente Platone: “Ogni persona che incontri sta

combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile, sempre”.

Non si può sprecare un’intera vita a giudicare le vite degli altri. Perché significa, semplicemente,

tristemente, che non si è soddisfatti della propria.

1

Photo: Anna Shvets da Pexels


Photo: Kaboompics da Pexels

Editoriale di Marco Pauletti

Ho sempre avuto a cuore la nostalgia. E’ un

sentimento che, in modo diverso, fa parte di

tutti noi. Un sentimento, se vogliamo, tipico

del mese di settembre, il mese in cui tutti noi

ci slanciamo verso ciò che è appena stato, arrancando

inevitabilmente verso ciò che sarà.

La fine dell’estate, l’inizio della vita quotidiana,

della tanto stressante e angosciante routine.

E in questo turbinio di emozioni in contrasto,

ci siamo noi, che viviamo nella complessità

del futuro, pieni di dubbi e incertezze, mentre

ci apprestiamo ad affrontarlo.

Alle nostre spalle un periodo buio che, fino a

qualche giorno fa, ci sembrava essere passato.

Veniamo fuori da mesi difficili, dove abbiamo

fatto i conti con una nuova realtà alla quale,

forse dovremo adattarci, o forse sarà stato solo

un brutto sogno. Un periodo in cui abbiamo

fatto delle rinunce, grandi sacrifici che ad oggi

non riusciamo ancora a comprendere. Un periodo

in cui ci siamo sentiti lontani ma, forse,

allo stesso tempo, più vicini che mai, in balia

dello stesso destino. Questo è il passato dal

quale veniamo.

Di fronte a noi, una strada incerta, piena di

incognite, certamente non diversa da quella

dalla quale veniamo. In fondo, tutti ci aspettiamo

di vedere un tramonto di fronte a noi;

eppure siamo ancora in mezzo alla tempesta e

la strada sarà lunga ancora. Scossi, turbati dal

percorso fatto finora, tutto questo ci sembra

irreale. Non poter scorgere la meta è ancora

più frustrante.

E’ proprio quando nel presente e nel futuro

mancano le certezze che l’uomo si slancia nostalgicamente

verso un passato inafferrabile,

ineffabile, un passato che non può più tornare

come prima, ma solo diverso. Ed è qui che

l’uomo diventa maturo, che riscopre se stesso,

che si pone nuove sfide e nuovi obiettivi. Un

percorso spirituale, alla ricerca della propria

coscienza, del proprio io.

Allora forse, in un momento del genere, la sfida

è prepararsi al cambiamento in corso, consci

di come era la vita prima. Confidenti di

vivere già in ciò che sarà.

2


Cogitanda

Marsha per sempre di Irene Rusconi

2 giugno. 8 settembre. 14 luglio. Tutti

noi ricordiamo con facilità queste ricorrenze.

Ma ce ne sono alcune sconosciute ai più, che

però non dovrebbero cadere nel dimenticatoio.

Pochi giorni fa, mentre scrollavo ancora

assonnata la mia home di Instagram, mi è apparso

improvvisamente un post che ha subito

attirato la mia attenzione. La foto ritraeva una

della sua nascita e commemorarne la vita, così

eccentrica e coraggiosa, che le ha permesso di

incidere il suo nome nell’eternità, rendendola

immortale. Perché, invece di lasciare una mera

impronta nel corso degli eventi, lei è riuscita a

deviarne il flusso, a fare la storia.

Drag queen, attivista e promotrice del

movimento di liberazione omosessuale, è stata

bellissima donna nera, sorridente nella sua corona

di fiori. La riconobbi subito: il volto in

quella foto tanto iconica apparteneva a Marsha

P. Johnson. Il post, che conteneva una carrellata

di sue foto, voleva celebrare l’anniversario

la protagonista indiscussa dei moti di Stonewall,

la serie di proteste e tumulti che videro

gli avventori dello Stonewall Inn, noto locale

gay di New York, resistere alle violenze della

polizia nella notte fra il 27 e il 28 giugno 1969.

3


Una data rivoluzionaria, ricordata come l’inizio

delle rivendicazione LGBT+, il cui mese

è stato dedicato al pride, alla celebrazione

dell’orgoglio della comunità. Ma cosa avvenne

di preciso quella notte? Come purtroppo era

solito, lo Stonewall Inn, uno dei pochi locali

accessibili anche per drag queen e transessuali,

era stato oggetto di un’ennesima retata della

polizia: le irruzioni nei locali frequentati da

omosessuali erano frequenti all’epoca, in un

periodo in cui l’omosessualità era considerata

un “comportamento deviato” ed era illegale in

49 stati americani. Ma stavolta non li trovarono

arrendevoli e molte persone cominciarono

ad opporsi all’arresto. Bastò un gesto per cambiare

la storia: si dice che Marsha (la cui P.

nel nome sta per “Pay It No Mind”, fregatene,

come risposta alle domande sul suo genere) abbia

lanciato un bicchiere contro uno specchio,

urlando “I got my civil rights”, anche io ho i

miei diritti. Basta soprusi, basta oppressioni:

fu la scintilla dei “moti di Stonewall”. Marsha

e Sylvia Rivera, altra celebre attivista, furono

4

tra le prime persone a caricare le forze dell’ordine.

Nelle ore successive gli scontri divennero

sempre più violenti e una folla di migliaia di

persone si ritrovò davanti al locale per alimentare

le proteste, che continuarono ad intermittenza

per cinque notti consecutive. Dopo

Stonewall, Marsha si unì al Gay Liberation

Front e a partire dal 1972 fondò con Rivera

la Street Transvestite Action Revolutionaries,

un’organizzazione che dava accoglienza a giovani

drag queen e transgender in difficoltà, la

prima negli Stati Uniti guidata da una donna

trans e nera. Negli anni successivi ebbe diversi

problemi di salute mentale e visse per strada

prostituendosi. Lo stress derivato dalle enormi

difficoltà e privazioni di una vita precaria, accompagnata

dai continui arresti (più di 100)

minarono nel profondo la sua salute fisica e

mentale. Il 6 luglio del 1992 il suo corpo fu

trovato mentre galleggiava nel fiume Hudson.

La polizia dichiarò la morte un suicidio, ma

diverse persone, compresa Rivera, propendono

per un’aggressione.

Marsha incarnava tutto ciò che disgustava

la benpensante società americana dell’epoca:

era gay, transgender, drag queen e nera.

Ma a soli 23 anni decise di dire no, di rivoltarsi

contro una società che le proibivano di

vivere la sua vita a modo suo, di esprimere

la sua sessualità, di essere libera. Un personaggio,

quello di Marsha, come un perfetto

crocevia delle rivolte che tutt’oggi, dopo più

di trent’anni da Stonewall, continuano ad infuocare

il mondo. Ed un coraggio, quello di

cambiarlo, il mondo, che non ha dimenticato

di tramandare alle nuove generazioni. Una figura

che avrebbe molto da dire su quello che

sta avvenendo in questi ultimi mesi nel mondo.

Nella sua America, che ha lottato tanto per

cambiare, sembra che la stessa police brutality

di cui aveva sofferto lo Stonewall Inc continui

ad imperversare. Ma, come nel ‘69, non ha tro-


Cogitanda

vato il popolo arrendevole. Ormai da più di

tre mesi, in tutti gli USA infuriano le proteste

del movimento Black Lives Matter al grido di

“I can’t breathe”, dopo la brutale uccisione di

George Floyd da parte di un poliziotto di Minneapolis.

Proteste che hanno acquistato ancora

più vigore pochi giorni fa, dopo un ennesimo

atto di brutalità ai danni di Jabob Blake, colpito

alla schiena di fronte ai suoi figli da parte

di un poliziotto. Non solo George Floyd, non

solo Jacob Blake, ma anche Rayshard Brooks

e Breonna Taylor: questi sono solo alcuni dei

nomi delle vittime per i quali i protestanti chiedono

giustizia. Un movimento che ha trovato

risonanza anche fuori dai confini statunitensi:

tutto il mondo si è mobilitato protestando e

facendo attivismo a favore della causa, per informare

e sensibilizzare sul razzismo sistemico

che impernia la società.

Marsha era nera, ma anche transgender.

Un’altra categoria a rischio, stavolta in Ungheria

e in Polonia. Dopo l’acquisizione dei pieni

poteri, attraverso la possibilità di governare

tramite decreto, il primo ministro ungherese

Viktor Orbán ha presentato una proposta di

legge che mette a rischio il diritto delle persone

trans di cambiare legalmente nome e genere:

verrà sostituito il termine “sesso” sulle carte

di identità con la dicitura “sesso alla nascita”,

che non potrà essere modificata. La proposta,

approvata dal Parlamento ungherese, vieta anche

il riconoscimento giuridico dell’identità di

genere delle persone transgender. Un attacco

a viso aperto contro la comunità LGBT, che

si è subito mobilitata protestando contro l’emendamento

legislativo: Transvanilla, associazione

transgender ungherese, ha immediatamente

condannato la legge, segnalandola

all’UE, al Consiglio d’Europa e alle Nazioni

Unite. Cinque esperti indipendenti dell’ONU

hanno scritto una lettera al governo ungherese

per sottolineare la preoccupazione riguardo

la norma, chiedendone la revoca immediata

perché non conforme alle leggi internazionali

sui diritti civili. Un emendamento contestato

anche da Amnesty International, che ha sottolineato

come le persone transgender dovranno

subire non solo ulteriori discriminazioni ma

anche le conseguenze di un clima ancora più

intollerante e ostile verso la comunità LGBT+:

“ogni persona ha diritto al riconoscimento

giuridico dell’identità di genere e deve poter

cambiare il suo nome e i riferimenti al genere

su tutti i documenti ufficiali”. In Polonia,

invece, alla cerimonia del giuramento del presidente

Andrzej Duda, diverse parlamentari

dell’opposizione si sono presentate con abiti

color arcobaleno, l’iconico emblema della comunità

LGBT+. Varsavia in quei giorni era

stata tappezzata di striscioni e bandiere arcobaleno,

diventate simbolo dell’opposizione al

governo di destra, che durante la campagna

elettorale si era opposto al riconoscimento dei

diritti delle persone LGBT+ e aveva sostenuto

una politica illiberale e anti-femminista. La discriminazione

contro gli attivisti e le persone

della comunità in Polonia non è una cosa nuova,

anzi: ILGA-Europe, gruppo di attivisti per

i diritti delle persone LGBT+, ha evidenziato

che quanto a diritti per la comunità la Polonia

è il peggior paese in Europa.

Cosa direbbe Marsha? Non ci sono dubbi.

Più di quaranta anni dai moti di Stonewall,

molte battaglie sono state vinte, ma il mondo

ha ancora tanto da conquistare nel fronte dei

diritti civili. Le discriminazioni razziali esistono.

Le discriminazioni per orientamento sessuale

ed identità di genere esistono. Ancora.

È necessario, ora più che mai, imparare dal

coraggio e dal sacrificio di una vita dedicata

all’attivismo e al servizio della comunità LGBT

e nera come la sua. Grazie di tutto, Marsha.

Ieri, oggi, per sempre.

5


Photo: Anna Shvets da Pexels

6


L’inchiesta

Il fascino indiscreto della proprietà di Simone Pasquini

Durante questi mesi, sulla scia degli importanti

avvenimenti occorsi negli Stati Uniti

in seguito alla morte dell’ormai celebre George

Floyd, abbiamo assistito ad una rinnovata

presa di coscienza del “problema razziale”

praticamente in tutti i Paesi occidentali. Data

l’importanza di questa tematica, ci sembrava

doveroso affrontare questo discorso non con

l’ambizione di fornire una soluzione a tutto

il complesso delle problematiche emerse in

questo periodo, ma piuttosto con l’umile desiderio

di offrire al lettore alcuni spunti di riflessione

sulle origini delle diseguaglianze che

ancora oggi affliggono le nostre “democratiche”

società.

Perché il democratico mondo occidentale,

sebbene sia stato la culla della democrazia

sia in età antica che in età moderna, sembra

non curarsi (curarsi per davvero) delle sempre

maggiori disuguaglianze che minano la nostra

società? E perché, cosa ancora più importante,

sebbene gli imperi coloniali siano terminati da

un pezzo, sembra ancora così difficile scrollarsi

di dosso definitivamente la piaga del razzismo?

Forse il modo migliore per iniziare è

quello di raccontare una “storia”: nel 1769 un

doganiere di Boston, Charles Stewart, decise di

portare con sé in Gran Bretagna uno dei suoi

schiavi, chiamato Sommerset. Qualche tempo

dopo, quando il padrone decise che era giunto

il momento di rispedire Sommerset nelle colonie,

lo schiavo per tutta risposta citò il suddetto

padrone in giudizio allo scopo di ottenere la

libertà, con l’aiuto di un avvocato inglese che

aveva preso a cuore la sua causa. Difatti, sebbene

il Regno Unito avesse già da tempo abolito

l’odiosa schiavitù sul suo territorio, essa era

ancora tollerata (anzi, incentivata) nelle sue

colonie, i cui prodotti erano molto richiesti

in patria. Il giudice Lord Mansfield, dopo un

lungo esame non solo delle leggi britanniche,

ma anche della propria coscienza, affermò che

sebbene non esistesse una legge che riconosceva

il diritto inalienabile alla libertà di tutti gli

individui, lo schiavista Stewart non poteva costringere

l’uomo di colore ad un viaggio che

avrebbe rinnovato la sua cattività. Ovviamente,

questa sentenza ebbe una enorme eco nelle

colonie e fu uno dei motivi non secondari per

cui i ricchi ed influenti piantatori delle colonie

americane di lì a poco avrebbero deciso

di impugnare le armi contro l’iniquo impero

britannico, incapace di difendere il loro sacrosanto

diritto di proprietà sulla forza lavoro.

Questo episodio, ancora oggi famoso

nella tradizione del common law, è estremamente

esemplificativo di quella che è stata l’evoluzione,

nel mondo occidentale, dei principi

alla base delle nostre odierne democrazie.

Circa un secolo prima, nello stesso luogo, un

grande filosofo come John Locke (1632-1704),

interrogandosi sulla natura del potere costitu-

7


ito e sulla legittimità dello Stato assoluto, era

giunto ad una conclusione molto importante:

il sovrano deve poter esercitare il suo potere

allo scopo di mantenere l’ordine e la sicurezza

all’interno della società, ma le sue prerogative

nei confronti dell’individuo non sono assolute:

in polemica con Hobbes, Locke ritiene

che l’individuo, creato libero da Dio, abbia un

nucleo incomprimibile di diritti, la cui affermazione

e la cui tutela passano attraverso il

concetto di proprietà privata. Su questa intuizione,

abbiamo visto nel corso dei secoli costruire

l’edificio del liberalismo, del quale il

popolo inglese è stato il primo profeta. Tuttavia,

se da un lato ciò ha favorito la rinnovata

importanza dell’individuo al cospetto dello

Stato, questo ha anche innalzato la proprietà

quasi ad un livello di sacralità: in Occidente,

la proprietà diventa il solo diritto attraverso

il quale possono essere esercitati tutti gli altri

(si pensi al voto per censo, tipico della società

liberale). In pratica, essa determina il posto che

un una persona occupa nella società. Questa

dinamica ha portato all’apparente paradosso

della strenua difesa da parte della società nordamericana,

pregna dei valori del liberalismo

anglosassone, di uno degli istituti più odiosi

nella storia del genere umano, ovvero la schiavitù.

Pochi anni dopo l’Indipendenza degli

Stati Uniti, in Europa assistiamo agli effetti

generati dall’esempio americano: la Rivoluzio-

8

ne in Francia trasforma uno Stato fino a quel

momento posseduto letteralmente dal sovrano

(“L’Etat c’est moi” di Luigi XVI) in una Nazione

in senso moderno, con i suoi rappresentanti

eletti. Ma questi rappresentanti non sono

altri che gli esponenti di quella borghesia che

ormai, avendo nelle proprie mani la reale ricchezza

dello Stato, non poteva più sopportare

di pagare (figurativamente e letteralmente) per

le scelte politiche prese da altri. Ma dove sono

i rappresentanti del popolo parigino, che vive

e lavora negli squallidi e maleodoranti faubourg

della periferia? Vada a cercare il lettore

le altisonanti costituzioni rivoluzionarie e poi

riferisca del contenuto: di uguaglianza ne troverà

molta, di equità ben poca. Senza contare

poi la “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e

del Cittadino” del 1789, evidentemente troppo

ingombrante per essere estesa anche nelle colonie

della Repubblica, dato che solo nel 1848 la

Francia abolì una volta per tutte la schiavitù

nelle proprie colonie.

Facciamo un piccolo passo avanti nel

tempo, avvicinandoci ai giorni nostri: proprio

la libera Inghilterra, la culla del liberalismo,

fu il luogo dove si affermarono nella seconda

metà del XVIII secolo i propugnatori di quella

filosofia nota con il nome di “darwinismo

sociale”: non è vero che tutti gli uomini sono

nati uguali, e come è vero che in natura i più


deboli sono destinati a soccombere, così la

società deve essere pronta a disfarsi dei suoi

scarti. Chi non è in grado di competere, rappresenta

un peso per la società. La natura coloniale

dell’impero inglese, poi, non faceva altro

che mettere a disposizione della madrepatria

nuove quantità di materie prime da sfruttare.

Potremmo quindi affermare che, forse, non sia

stata l’ideologia imperialista e coloniale inglese

a spingere il grande capitale verso lo sfruttamento

della manodopera e delle colonie, ma

esattamente l’opposto: è stata quella cultura

basata sul profitto come mezzo di affermazione

(e quindi anche di nobilitazione) che ha

favorito l’affermazione di certe ideologie e tendenze

filosofiche. Come è evidente che al il

piantatore americano della Virginia conviene

acquistare uno schiavo piuttosto che pagare

un salariato per lavorare nei campi di cotone,

così nella madre patria inglese, che dispone di

molti braccianti disoccupati, vedove e madri

in stato di indigenza, orfani (ricordiamo tutti

le vicende del piccolo Oliver Twist) è più che

ragionevole chiedere agli scarti della società di

rendersi utili per la suddetta lavorando nelle

manifatture per compensi men che sufficienti.

Ovviamente due secoli non sono passati

invano, e con i tempi sono cambiati anche

i costumi e la morale. Nel corso del tempo

la società ha imparato a riconoscere il valore

9

dell’individuo in quanto tale, e sono molte le

dottrine che difendono l’importanza dell’uomo

e della donna indipendentemente dalla

loro provenienza e dal ruolo che ricoprono

nella comunità. Tuttavia, appare evidente che

le odierne costruzioni democratiche sono figlie

dirette di questa tensione plurisecolare:

l’affermazione della proprietà privata è qualcosa

che accompagna l’umanità da sempre, ma

l’estensione o, viceversa, la compressione della

sua tutela ha condizionato, in ultima analisi,

il Mondo in cui viviamo nel corso degli

ultimi tre secoli. La logica terribile sottesa al

ragionamento di tipo razzista, ovvero la giustificazione

delle differenti condizioni di vita

e di trattamento all’interno della società come

qualcosa di naturale ed anzi ineluttabile, è in

fondo la stessa che sta alla base del pensiero

liberale classico: la società è necessariamente

divisa in ricchi e poveri perché talune persone

non presentano i requisiti individuali per

poter “rimanere a galla”. Se si è decisi a giustificare

le sperequazioni e le discriminazioni

delle nostre società come il naturale effetto di

questa “legge di natura”, allora quelli che noi

chiamiamo “problemi sociali” sarebbero in realtà

falsi problemi. Per il liberale sono semplicemente

il prezzo che l’umanità deve pagare

per poter vivere in società.


Photo: Andrea Piacquadio da Pexels

Il potere privato di Cesare Massa

Il secolo scorso e’ stato il secolo del potere

pubblico.

Alla fine dell’Ottocento lo Stato smette di rintanarsi

nel “paradiso” meta-storico dello Stato

di Polizia.

Nasce il diritto amministrativo e con esso le

garanzie contro l’arbitrio del potere, secondo

uno strumentario di tutele di tipo difensivo.

Il potere deve cioè essere esercitato in vista

dell’interesse generale, soprattutto qualora l’esercizio

del medesimo potere abbia un potenziale

impatto restrittivo su situazioni giuridiche

private.

Con il passare del tempo, questo punto di

vista difensivo si è giustamente arricchito di

sfumature partecipative, che realizzassero una

declinazione più democratica del perseguimento

dell’interesse generale. Un’implicazione

pratica di questa nuova dottrina la si riscontra,

ad esempio, nell’apertura della partecipazione

ai procedimenti amministrativi anche a portatori

di interessi super individuali.

Qualora ciò’ sia necessario per un migliore

esercizio di una funzione pubblica prevista

dalla legge, lo Stato ha iniziato anche ad agire

con gli strumenti del diritto privato, superando

la vecchia dicotomia pubblico-privato.

La sfida che ci riserva il futuro -o meglio il

presente- è quella di superare l’idea, se non

reazionaria quanto meno recessiva, che ci sia

una contrapposizione tra i così detti diritti di

libertà e l’interesse pubblico. Questa distinzione

è arbitraria, perché anche i diritti di libertà

devono svolgersi in coerenza con l’interesse

generale. Altrimenti quella che per alcuni è libertà

rischia di fare pagare un prezzo troppo

altro ad alcuni altri, spesso i più deboli.

E’ una necessità particolarmente sentita in materia

ambientale, dove l’attività dell’industria

privata deve o dovrebbe trovare un naturale

confine nella finitezza di risorse naturali imprescindibili

per la vita collettiva, e per questo

bisognose di una tutela che le preservi da

uno strapotere proprietario.

Da questo punto di vista, si potrebbe dire che

10


anche il potere privato deve essere gestito in vista

di un fine compatibile con i diritti di tutti.

Pensiamo alle imprese strategiche o all’attività

dei concessionari pubblici.

Con riguardo a quest’ultimo punto, il tema

delle concessioni autostradali e’ solo un aspetto

della questione più generale di una gestione

dei beni pubblici che sia improntata alla reale

soddisfazione dei bisogni della collettività.

Ma quello della rilevanza delle azioni individuali

nel destino comune è un elemento ora

ancora più dirompente a livello micro, e peraltro

su scala internazionale.

Ora che vediamo chiaramente come i comportamenti

irresponsabili di troppi potrebbero

generare un ritorno dell’epidemia che comincerebbe

ad esplicare i suoi effetti devastanti

proprio a partire dalle fasce più deboli della

popolazione.

Inoltre, questa nuova presa di responsabilità

da parte dei cittadini dovrà portare al graduale

riconoscimento di un ruolo nuovo in capo

agli stessi nel governo della società. Un ruolo

di guida di uno sviluppo sostenibile, che,

appunto, tutti sono chiamati ad assumersi,

in misura minore o maggiore a seconda delle

possibilità di ognuno.

Insomma, tutti abbiamo diritto a non ammalarci

e, per questo, come ha detto il Presidente

Mattarella nei giorni scorsi: “libertà non è fare

ammalare gli altri”.

Solo questa consapevolezza, che ci chiama ad

una generale maturazione sul piano culturale

e richiede un magnifico sforzo collettivo a livello

mondiale, può portare ad una piena realizzazione

dello Stato di Diritto.

Certo, il limite imposto al potere privato, per

essere legittimo, dovrà essere proporzionato e

ragionevole rispetto alle reali esigenze pubbliche

che devono sempre giustificarne l’imposizione.

11

Photo: Energepic.com da Pexels


12

360 è felice di presentarti le sue

13 READING PLAYLISTS!

Un modo immersivo di leggere i nostri articoli entrando

in contatto l’autore in un periodo in cui il distanziamento

sociale è reso necessario.

Ogni playlist corrisponde a una rubrica del nostro

giornale, aggiornata settimanalmente.

Ti auguriamo buon ascolto!


International

America e libertà, tra virus ed elezioni di Matteo Bucciarelli

Gli americani si affacciano alle elezioni,

una sfida tra pragmatismo e libertà individuale

Chi si fosse trovato a girare su Twitter il 17

aprile potrebbe essere rimasto stranito nel

leggere una raffica di tweet di Trump, apparentemente

senza senso. Il tenore era del tipo

“Liberate Minnesota” e se la prendeva con 3

stati (gli altri erano il Michigan e la Virginia)

in cui erano state prese misure volte ad imporre

ai cittadini di rimanere in casa. L’ovvia

ragione, ossia il virus, non appariva rilevante

al Presidente, che invece riteneva si trattasse

di un’indebita privazione della libertà individuale.

Poco importa che si trattasse di paesi a

trazione democratica, mentre l’Ohio e lo Utah,

entrambi repubblicani ed in pieno lockdown,

fossero rimasti esclusi dai tweet. Ciò su cui qui

interessa focalizzarsi è la ragione del clima di

avversione di Trump a larga parte delle misure

di restrizione adottate in risposta alla pandemia.

I tweet su citati si inseriscono infatti in

un contesto più ampio di totale rifiuto, da parte

di molti americani, di ogni genere d’imposizione

statale che possa in qualche modo mettere

in discussione la loro libertà individuale.

Un esempio è ravvisabile in Texas, stato repubblicano

per eccellenza, dove il governatore

Greg Abbott ha riscontrato ampie difficoltà

nell’obbligare i cittadini ad indossare la mascherina.

Dopo il relativo ordine risalente ad

inizio luglio, in base a quanto riporta il Texas

Tribune, la reazione di diversi amministrator

locali è stata contraria. “Penso sia un insulto

ai Texani obbligarli a tenere un comportamento

che dovrebbe essere discrezionale”,

ha affermato Hugh Reed, giudice della contea

di Armstrong County. Queste posizioni non

si fondano sul negazionismo del virus, come

si potrebbe intuire, ma su un’idea di libertà

impressa tra gli americani, soprattutto negli

stati rurali, che considera irritante ogni intervento

del governo centrale, inconcepibile se è

così restrittivo come quelli visti nel corso del

2020. D’altronde la strada della responsabilità

individuale generalmente funziona. Diversi

sondaggi, svolti ad esempio dall’Ipsos, hanno

infatti attestato che nonostante tutto la larga

maggioranza degli americani indossa la mascherina.

In effetti questa cultura libertaria, senz’altro

affascinante sotto certi aspetti, rappresenta la

naturale conseguenza di un Paese fondato su

una guerra d’indipendenza e costruito quasi

da zero, attraverso l’apporto di tanti singoli

Stati federali. L’ulteriore caratteristica delle

enormi distanze tipiche del suolo americano

contribuisce poi ovviamente a nutrire un sentimento

di autonomia nei cittadini rispetto al

potere centrale. Eccezion fatta per l’applicazione

estremizzata di questa visione, è in parte

persino invidiabile il concetto di libertà degli

americani. Uno dei pochi paesi dove l’alt-ri-

13


Photo: Karolina Grabowska da Pexels

14


ght, piuttosto che esigere un governo forte che

tutto controlli, spesso si limita a chiedere l’esatto

contrario: il non interventismo.

La prima manifestazione di rilievo nazionale

contro il lockdown è stata l’”operazione Gridlock”.

Avvenuta in Michigan il 15 Aprile, è

stata organizzata da vari gruppi conservatori.

Tra i responsabili dell’evento vi è ad esempio

Matt Maddock, repubblicano e membro

dell’assemblea legislativa statale. Tra le motivazioni

principali della protesa, al di là della

difesa della libertà individuale e di complottismi

vari, vi è stata la crisi economica. Diversi

manifestanti hanno infatti espresso l’esigenza

di riaprire le attività, così da poter tornare al

lavoro.

Queste richieste non possono certamente essere

ignorate. L’economia americana ha subito

un crollo senza precedenti. A fine luglio è

stato annunciato che il secondo trimestre del

2020 ha visto un calo del Pil di quasi il 33%

rispetto all’anno precedente e la disoccupazione

ha raggiunto picchi vicini al 15% ad

aprile. Questo è certamente l’aspetto fondamentale

da considerare se s’intende comprendere

il comportamento di Trump. Le elezioni

del 3 novembre seguono infatti ai primi 3

anni di governo contrassegnati da una crescita

impressionante: 6,7 milioni di posti di lavoro

in più e disoccupazione ai minimi storici

(3,5%). Pur essendo in realtà dati in linea con

un trend di crescita ormai decennale, il Tycoon

ha fatto di tutto per avocare a sé i meriti di

questi risultati. L’economia è sempre stata la

chiave centrale dei suoi comizi e la situazione

economica attuale rischia di essere disastrosa

per il suo futuro politico.

A ciò si aggiunge il dato sanitario. Con quasi

6 milioni di contagi e duecento mila decessi

fino a luglio, gli Stati Uniti hanno un triste

primato in questa pandemia. Ciò ha chiaramente

portato il Partito Democratico a spingere

sul tema della sanità in vista delle elezio-

15

ni di novembre. Già ad inizio luglio l’altro

candidato in corsa Joe Biden e l’ex candidato

Bernie Sanders avevano presentato una proposta

per istituire un’assicurazione sanitaria

coperta dal governo, rapportata al reddito, a

chi ne faccia richiesta. Un’alternativa all’assicurazione

privata che rappresenta una svolta a

sinistra del Partito, determinata in primis dalla

popolarità del senatore socialista del Vermont.

In aggiunta la campagna di Biden è da tempo

impegnata ad abbattere ogni costo sostenuto

dai cittadini per accedere a qualunque servizio

sanitario connesso al Covid-19.

In definitiva, gli Stati Uniti si presentano alle

elezioni generali con vari temi elettorali di

spicco classici che vanno dall’economia alla

salute. Ve n’è uno però, quello della libertà

individuale, che si aggiunge a quelli finora

toccati di elezione in elezione. A ben guardare,

non è del tutto nuovo. La libertà del singolo

di gestire la propria vita come desidera

è spesso posta alla base dell’opposizione alla

sanità pubblica in virtù del diritto di scegliere

se pagare o meno per le proprie cure. È altresì

ciò che ostacola maggiormente la regolamentazione

delle armi, ma è anche un principio

fondamentale degli americani, il cui fascino

non può essere negato. Un paese così attento

a concedere spazio ad intromissioni del governo

nella propria vita può sicuramente portare

alle estreme conseguenze viste nel corso

di quest’anno ed in parte fin qui elencate, ma

rappresenta anche un presidio alla difesa della

democrazia. Se è infatti vero che il popolo

americano ha un’indubbia tendenza all’estremo,

ciò non di meno è apprezzabile questo

loro senso di scetticismo verso il potere calato

dall’alto. Cosicché, si può concludere che per

quanto l’America debba chiaramente rivedere

il suo concetto di libertà, ormai chiaramente

antiquato, c’è da sperare che non abbandoni

l’idea per cui un governo, prima di entrare nella

vita dei cittadini, debba quantomeno dimostrarne

l’assoluta necessità.


Walk

Tra storia e futuro: il 2020 come anno di transizione di Chiara Scalia

Da due anni a questa parte, la gran parte dei

miei articoli sono stati basati su esperienze

fatte in giro per il mondo. Ma quest’estate,

come un po’ per tutti, è stata diversa. Forse

anche un po’ di più per me, vivendo intensamente

la preoccupazione e la responsabilità

collettiva richiesta dall’emergenza sanitaria.

Non ho viaggiato, il posto più lontano raggiunto

è stato l’Abbruzzo, a un paio d’ore di

auto da casa mia, per un pranzo di famiglia.

Ho passato gran parte delle vacanze a casa,

facendo eccezione per quindici giorni spesi

nella mia casa al mare. Non mi sono pentita

di queste vacanze homemade. Ho avuto la

possibilità di sviluppare una gran quantità di

hobby e attività che ho sempre rimandato per

carenza di tempo (o voglia di cercarlo?). Ho apprezzato

il poter respirare l’aria di mare dopo

mesi passati in casa, così come la possibilità

di poter raggiungere la mia destinazione con

facilità in auto, evitando il rischio di contagio

e potenzialmente di diventare veicolo per i più

anziani e deboli della mia famiglia. Quest’estate

mi ha donato la possibilità di esplorare

profondamente luoghi che chiamo casa e che

ancora continuano ad essere una rinnovata

scoperta. La mia famiglia ha una casa a San

Felice Circeo, arrivare lì e finalmente respirare,

nella pineta, l’odore dell’erba tagliata e

della resina mi ha donato una piacevole sensazione

di completezza. Ero nel posto giusto,

al momento giusto. Dove ero stata migliaia di

volte ma che per la prima volta, forse perché

fosse l’unico posto che mi sentivo di visitare in

questo momento, brillava di una luce nuova,

generava tramonti più rossi ed ospitava acque

più limpide.

Quest’estate ha dato a tutti il tempo per riflettere:

su quello che sta succedendo nel mondo,

su come ciò che fino a qualche mese fa ci sembrava

assodato fosse in realtà un dono prezioso

che dobbiamo conservare ed apprezzare finché

ci è concesso, come la possibilità di viaggiare,

di abbracciare i nostri cari, di mangiare al ristorante

e uscire di casa senza il costante pensiero

della mascherina. Non ci ha dato solo la possibilità

di guardare dentro noi stessi, ma anche

di aprire gli occhi verso il mondo, grazie anche

ad eventi straordinari che ci hanno dato spunto

di riflessione. Definirei il 2020 come l’anno

del cambiamento sofferto, come un dente che

buca la gengiva e fa male, ma solo per venire

in superficie. Così, tanto è venuto a superficie

e tante certezze sono crollate. Una di queste è

The American Dream. Ho vissuto negli Stati

Uniti complessivamente tre anni, tra Boston e

Chicago. Chicago è una delle città più pericolose

al mondo per densità di criminalità e che

solo nel 2016 ha registrato 756 omicidi, con

quasi 3,000 sparatorie. L’entità del problema,

e il dover dipendere dagli Uber per qualsiasi

spostamento, mi ha spinto a tornare in Italia.

I problemi di incarcerazione di massa, brutalità

della polizia, razzismo, sessismo e deficit

democratico che sono emersi nell’ultimo anno

16


Photo: Rakicevic Nenad da Pexels

hanno reso il mondo partecipe del problema

statunitense, finora sepolto dal sogno americano

e dall’ideale del capitalismo. Lo stesso capitalismo

eccessivo che rende la sanità un lusso

per pochi, che antepone la crescita economica

al valore della vita e che sta radendo al suolo

un paese che fino a sei mesi fa era tra i più

ambiti al mondo.

Non di rado, da quel gennaio 2018 quando

decisi di tornare a casa, mi è stato chiesto “ma

perché sei tornata?”, “ma non si stava meglio

lì?”, “ma cosa pensi di far qui?”. Sono orgogliosa,

dopo due anni e mezzo, di poter dire

di non essermi pentita neanche un po’: per la

qualità ed il costo dell’istruzione, per la sanità

pubblica, per il cibo (scusate ma andava detto),

per le bellezze naturali, per il calore umano e

la passione sprigionati dal mio popolo, ed ora

anche per l’esperienza positiva di gestione del

COVID-19, almeno nella fase iniziale. Sono

stata fiera di poter ammirare un popolo che,

a differenza di altri, è stato in grado di rinunciare

a libertà personali nel nome di qualcosa

di più grande. Un popolo che, il primo in Europa

ad essere attaccato fortemente dal virus,

si è rialzato e continua tutt’ora a combattere,

anche se al momento presenta delle incongruenze.

Lo spirito comunitario della fase iniziale,

che ci ha permesso di ridurre i casi e tornare

in una situazione di pseudo-normalità, ha lasciato

il posto ad un’eccessiva superficialità durante

l’estate.

Qualche giorno fa, scorrendo il feed di Instagram

mi sono imbattuta nel video di Nanni

Moretti, girato a Ferragosto in motorino per

le strade deserte di Roma. Un brivido mi ha

percorso la schiena riconoscendo strade e palazzi

che complessivamente sono la mia idea

di casa. Ho pensato agli influencers, una categoria

particolarmente ammirata dai giovani

17


millennials e z-generation, in vacanza tra Sardegna,

Costa Azzurra, Malta, Isole Canarie,

Grecia e chi più ne ha più ne metta: tutte

destinazioni facilmente raggiungibili ma che

al momento creano un rischio elevato. In un

mondo all’apice della globalizzazione, la pandemia

ha scosso tutti mettendoci davanti al

fatto di dover rinunciare a voli oltre-oceanici

e immagini dai filtri brillanti, obbligandoci a

restare più vicini a casa. Guardando non solo

influencers, ma anche miei coetanei ed amici,

spendere l’estate in una decina di posti diversi

e scattare foto a folle di persone accompagnate

da frasi denotanti un’eccessiva irresponsabilità

e leggerezza, come ad esempio “non ce n’è

coviddì”, mi ha profondamente scossa. Negli

ultimi mesi siamo passati da una situazione di

responsabilità personale e spirito comunitario,

accompagnata da striscioni appesi alle finestre

delle case recanti i messaggi “andrà tutto bene”

e “restiamo a casa”, a vacanze all’estero ed assembramenti,

quasi come fossimo tutti stanchi

dell’emergenza, come se potessimo noi stessi

decidere di porvi fine.

In questi mesi di reclusione, ho avuto il tempo

di concentrarmi più a fondo sulla politica

regionale del mio paese. Ho visto come presidenti

di regione hanno risposto all’emergenza

e come si sono interfacciati con il governo. Ho

particolarmente apprezzato il lavoro di due di

loro, contrapposti sia per corrente politica che

per locazione geografica: Vincenzo De Luca,

presidente della regione Campania, e Luca

Zaia, presidente della regione Veneto. Il loro

modus operandi si è rivelato tra i più funsttaria.

De Luca, esponente del PD, con le sue frasi

ad effetto volte a intimorire i cittadini e ad instillare

in loro un senso di responsabilità verso

sé stessi ed il prossimo. Soprannominato “Lo

Sceriffo” per il suo stile autoritario, è divenuto

un fenomeno mediatico internazionale con

la sua frase “Ho sentito che ci sono persone

che vogliono organizzare feste di laurea. Se

le fate, manderemo i Carabinieri, con i lanciafiamme”.

Questa frase è stata ripresa da migli-

18

aia di testate giornalistiche, come ad esempio

The Guardian, il quale ha pubblicato un video

sottotitolato in inglese di vari esponenti politici

italiani, tra cui appunto De Luca.

Zaia, esponente della Lega, d’altro canto ha

affrontato l’emergenza sanitaria con grande

destrezza e senza indugiare. Nella classifica di

gradimento dei presidenti di regione, Zaia si è

classificato primo. Certo, anche lui ha avuto

le sue cadute di stile, come la celebre frase “Lo

sappiamo tutti che i cinesi mangiano i topi

vivi”, ma a livello di management dell’emergenza

sanitaria le ha prese quasi tutte, a differenza

di altri governatori legisti ed in particolare

di Attilio Fontana, presidente della

regione Lombardia. Una delle sue principali

fortune è l’esser stato affiancato da Andrea

Crisanti, direttore del laboratorio di microbiologia

e virologia di Padova, denominato dal

governatore “il nostro faro”. Grazie allo scienziato,

il Veneto si è procurato in tempi ristretti

le macchine e i reagenti per rispondere all’alta

richiesta di tamponi, ha isolato Vo’ rendendolo

un case study a livello mondiale ed ha attivato

la politica dei tamponi su larga scala, con

effettiva individuazione dei contagiati, e della

medicina sul territorio contrapposta a quella

negli ospedali, la quale si è rivelata essere la

miglior arma contro il virus.

L’Italia, da sempre screditata per la sanità

pubblica, la corruzione e le scelte di governo,

è stata in grado di rispondere all’appello

di un impegno civile per la collettività ed il

benessere comune molto meglio di altri stati,

come ad esempio gli Stati Uniti. Allo stesso

tempo, però, è stata capace di perdersi in scelte

superficiali e sconsiderate nella seconda parte

della pandemia. La mia personale speranza è

che come popolo saremo in grado di mantenere

quei valori di coscienza civile che tanto ci

hanno contraddistinto e che ci hanno permesso

di superare tante difficoltà, senza perderci

un bicchiere d’acqua o meglio in una storia su

Instagram.


19

Photo: Cottonbro da Pexels


Maria Lai - Asfalto | 1974

20


Il protagonista

Lo strumento di Penelope di Domiziana Carloni

“La vera nostalgia non è quella per un’isola. È

l’ansia di infinito.” Queste le parole di Maria

Lai, artista sarda che per tutta la giovinezza è

stata vittima silenziosa delle contraddizioni e

delle spaccature della sua terra di origine e che

è poi riuscita, in vecchiaia, a ricucire quello

stesso tessuto sociale e culturale ridotto a brandelli.

Ciò che colpisce della storia è la ciclicità

del suo viaggio; la si può descrivere come un

Ulisse al femminile, che parte dalla sua personale

Itaca e vi torna come eroina, come artista

affermata a livello internazionale. Maria libera

la sua terra non dai Proci ma da un nemico

subdolo e radicato, la “desamistade”, la faida

tra famiglie tanto vicine quanto rivali.

21


La nostra protagonista nasce nel 1919 ad Ulassai,

Ogliastra, nella Sardegna rurale, ed è una

bambina gracile e schiva ma fortunata quanto

basta da avere alle spalle una famiglia benestante,

così da potersi garantire una formazione.

Per tutti gli anni dell’infanzia crescerà

sola con la sua matita, educandosi a un riserbo

e ad un’introspezione che, a Cagliari (dove

sarà mandata per proseguire gli studi) le garantiranno

la triste fama di disadattata e di introversa

con difficoltà di apprendimento e socializzazione.

La ragazza però non si abbatte e

decide di iscriversi al Liceo Artistico di Roma.

Ed è proprio dalla Città Eterna che inizia il

suo ‘nostos’.

Da Roma a Venezia, Maria conosce i grandi

artisti dello scenario italiano del dopoguerra,

cresce sia personalmente che professionalmente,

affermandosi anche come insegnante.

C’è però un rumore bianco che fa da sottofondo

ai suoi giorni di donna libera e di artista di

successo, un logorio incessante che la sovrasta

e le rende difficile trovare un canale espressivo

efficace per materializzare il suo mondo interiore:

la nostalgia per la sua isola, fatta di miti

e tradizioni, di profumi e di sapori mediterranei,

di fili di telaio. Ecco quindi che a più di

cinquant’anni riparte per la Sardegna, con la

rinnovata consapevolezza che la vera originalità

sta in chi riconosce e valorizza le proprie

origini. Quello che ora esce dalle mani di Maria

non ha più nulla a che fare con i manufatti

della giovinezza o con le opere dei suoi

maestri; cambia la materia con cui interagisce

e le sue creazioni sono dei…telai, che vengono

disposti per tutto il paese in modo da unire le

case, gli edifici pubblici, gli alberi. Il simbolo

che sceglie non solo non è casuale ma è forte:

il telaio è lo strumento di lavoro della donna

che tesse, ma anche macchina del tempo, che

unisce il passato col presente, la tradizione con

la tecnologia.

Ma vediamo in cosa realmente consiste la sua

opera, definita come forma di arte relazionale.

Come ho già accennato, la performance richiede

che ogni casa del paese sia legata alle vicine

22

con dei fili, fili fissati poi alla montagna che

sovrasta il paese, ad indicare l’irriducibile connessione

tra persone e cose, ma anche la staticià

del passato, roccia inscalfibile, ed il dinamismo

del presente. Certo, la metafora cozza

con la realtà: ci sono antipatie che durano da

decenni, rancori fatti di sangue e faide; far passare

un ‘segno di pace’ tra case dove la gente

non si parla è fuori discussione.

Maria però cerca di mediare e alla fine trova il

giusto compromesso: le cause tra cui c’è armonia

saranno attraversate da un nastro a cui è

legato un pane segno di condivisione e amore,

mentre tra le altre il nastro sarà teso come tesi

sono i rapporti. Comunque il legame c’è ed è

indistruttibile, come un ago che “entra ed esce

da qualcosa, lasciandosi dietro un filo, segno

del suo cammino che unisce luoghi ed intenzioni.”*

La nostra protagonista è vicina a quei giovani

che sono nati in una dimensione piccola da cui

vogliono affrancarsi; il conflitto che si avverte

con le proprie origini sembra infatti il necessario

prezzo da pagare per assicurarsi un modesto

angolo di libertà in una città, in cui le prospettive

di vita sono ben più allettanti di quelle offerte

dal paese o dalla cittadina di provincia. La

nostalgia interviene poi su quella ripugnanza

iniziale ed edulcora anche i ricordi più amari,

creando un ponte tra passato e presente, rendendo

il confronto con l’identità meno duro.


CosmoLUISS

Per il futuro vorrei averne dell’altro di Luca Vesperini

Per il futuro cosa hai in mente di fare? … Non

voglio più rispondere a queste domande, sono

stanco di barcamenarmi tra ipocrisia, manie di

grandezza, rassegnazione, paure; sono le dosi

per preparare un cocktail di emozioni che

spaccano lo stomaco. Chi sa esattamente ora

cosa fare del proprio futuro? Potrei rispondere

con cosa sogno di fare, ma risulterei troppo

vago, un sognatore e i sognatori nell’epoca

della razionalità pura non vanno molto bene.

Voglio iniziare a considerare il futuro come

qualcosa che verrà, ma del quale non conosco

le coordinate esatte. Se dovessi tradurlo in una

storia, direi che il futuro è esattamente la nave

di Ulisse, alla quale noi diamo una direzione

sapendo di andare verso la felicità di una casa,

ma non è un viaggio diretto: le onde, i venti,

le correnti e le umane debolezze ci spingono

anche molto lontano. Ci orientiamo con il desiderio

di qualcosa che non abbiamo più o che

non abbiamo mai avuto, ma lo desideriamo

profondamente, tanto da prendere il largo con

pochi mezzi e la consapevolezza di poter fallire.

Il fallimento è il giusto prezzo da poter

rischiare al fine di arrivare a noi, a ciò che vogliamo

essere, a ciò che rende felici, evitando

una di quelle vite nostalgiche, fatte di ipotesi

superate, di occasioni perse, di attese vuote, di

cambiamenti che non rinnovano.

I nostri giorni, gli ambienti che frequentiamo

e le nostre risposte alla domanda iniziale prospettano

un futuro ancora opaco, sia nel contenuto

che nella sostanza. L’analisi che dobbiamo

svolgere è più sullo strumento che sulla

conseguenza e lo strumento è l’istinto innato

a proiettare la vita nel futuro, ricercare ciò che

ancora non si ha; fidandosi più di una incerta

felicità futura, che di una soddisfazione attuale.

Ogni giorno ciascuno di noi tenta di portarsi

da un posto all’altro col solo scopo di migliorare

la propria condizione semplice o complessa

che sia: dal ricercare l’ombra in una giornata

calda, al trovare la soluzione più confortevole

per le nostre esigenze, dallo studiare per realizzare

i nostri obbiettivi, ad amare una persona

per crearci un legame duraturo. Spostandoci,

però, non consideriamo la conseguenza di tutto

ciò: la nostalgia. Una nostalgia molto diversa

da quella cantata in qualche canzone, vicina

ad un rammarico inguaribile per cose perdute

e ricordate troppo spesso più per la negatività

dell’esperienza che per la verità dell’insegnamento.

Nel interpretare cosa sarà il futuro dobbiamo

considerare in maniera diversa il sentimento

di nostalgia, che per definizione è un pensiero

malinconico del passato, considerarla, dunque,

come opportunità di crescita. La nostalgia porta

dentro di se l’abbandono di una condizione

o di un luogo a noi caro, una comfort zone

dalla quale ce ne siamo andati per volontà o

per necessità, e il solo pensiero rinnova emozioni

vecchie con occhi differenti.

23


Photo: Tomas Ryant da Pexels

24


E’ difficile, se non impossibile, capire il motivo

per il quale siamo rivolti verso il futuro pur

convivendo costantemente con la nostalgia del

passato. Non avendo una risposta, possiamo

smussare gli angoli della nostra nostalgia per

abbandonarci completamente al nuovo, limitando

il pensiero nostalgico al mero ricordo

dell’emozione passata, senza cercare di riviverla

con l’intento di rianimarla; osservarla con

distacco e usarla come modello da riproporre

o da evitare in base al giudizio che gli occhi

attuali danno di essa.

Solo in questo senso il pensiero nostalgico

smette di essere freno per lo slancio nel futuro

e diventa DNA del nostro essere, arricchendo

l’esperienza con i colori dei sentimenti ad essa

legati. Il futuro allora, inizia ad essere meno

opaco; riesco ad orientarmi, non vedo più

l’immensità del mare senza stella polare, so di

essere condizionato da un’infinità di elementi,

ma è la consapevolezza giusta per andare avanti

verso una terra che potrebbe contenere la felicità.

Tanto da desiderare il futuro per averne

dell’altro.

Sport

Passato bianco, futuro nero di Andrea Sciannamanica

Andrea Pirlo è il nuovo allenatore della Juventus.

Leggendo la notizia, una persona poco

immersa negli eventi del pianeta calcio potrà

pensare a un banale errore di battitura o che

l’astigmatismo sia aumentato e che l’appuntamento

dall’oculista sia da anticipare celermente.

Il volto nostalgico del campione silenzioso

ora fa rumore: il suo sguardo intangibile

e apparentemente privo di emozioni guiderà

la squadra nove volte consecutive campione

d’Italia. Scelta voluta dal Presidente Andrea

Agnelli e accolta dai senatori: vecchi compagni

di squadra e amici dell’ex regista bianconero.

Lo stupore di questa decisione ha coinvolto

la quasi totalità degli addetti ai lavori e non,

anche perché pochi giorni prima c’era stata la

presentazione dello stesso Pirlo come tecnico

dell’under 23. La scomoda sconfitta col Lyone

ha però decretato la fine di Sarri, il cui compito

era quello di vincere proponendo “il bel

gioco”, e che ha invece mostrato i suoi limiti

caratteriali e un’idiosincrasia con l’ambiente

che si portava dietro dall’esperienza napoletana.

Allora ecco che arriva la mossa “Kansas

City”: “loro guardano a destra e tu vai a sinistra”.

La vittima (Sarri) sospetta di un inganno,

ha le prime avvisaglie (vedi le voci sulla

possibile successione di un Pirlo pronto a subentrare

in corso d’opera), e finisce col cadere

in trappola. La presa di posizione di Agnelli

- che ha riproposto un’iniziativa simil Conte,

un po’ istintiva, forse troppo - è dettata dalla

volontà di liberarsi di un allenatore da lui mai

appoggiato, preso dalla coppia Paratici - Nedved,

e da situazioni economiche e di gestione

del gruppo. Infatti, Pirlo difficilmente potrà

chiedere carta bianca per la campagna acquisti,

ma dovrà - per così dire - accontentarsi del

materiale che avrà a disposizione con qualche

accorgimento. Pirlo è stato il giocatore che

25


ha aperto le danze degli ultimi 9 scudetti bianconeri

- involontariamente - quando era al club si è voluto chiudere un occhio e tenere

poteva assicurarne la vittoria, e sul bilancio del

Milan. Quel Milan di Allegri che gli preferiva l’altro socchiuso per poter dormire serenamente

e godersi il sogno di aver preso il fuori-

Montolivo e che gli aveva ritagliato un posto

come mezzala sinistra, facendogli assaporare, classe 5 volte pallone d’oro. L’insostenibilità

spesso e volentieri, la panchina. La storia racconta

di uno scudetto deciso in buona parte da Marotta, è stata abbattuta - declassando pri-

dell’operazione, presagita in modo esemplare

dal famoso “gol/non gol di Muntari” nello ma, e poi sciogliendo - il legame col proprio

scontro diretto fra Milan e Juve e dei successivi Direttore Generale. Dopo due anni col portoghese

la Juve vede al futuro in modo incerto,

anni del regista in maglia bianconera postosi

da collante a una squadra di buoni/ottimi calciatori,

alzando il tasso tecnico e aiutando a in panchina. Basandoci sulle sensazioni, visto

con una rosa da svecchiare e con un’incognita

migliorare le prestazioni dei compagni, sicuri che Pirlo non ha mai allenato neanche una

di un’ancora in cui rifugiarsi nel momento del squadra giovanile, è che sia poco adatto al mestiere,

il carisma da allenatore richiede skills di

bisogno. I rimpianti di Galliani saranno stati

molti per averlo fatto partire a parametro zero presenza che sembrano carenti nel neoallenatore

juventino. Osservandolo negli interventi

e la nomea del gioco non elegante di Allegri

deriva proprio da quell’avventura. Il rischio al Club di Fabio Caressa, non dimostrava una

maggiore è che dal “maestro” Andrea ci si aspetti

un gioco simile alle sue caratteristiche pio criticando il suo amico Gattuso quando

visione a lungo raggio e d’insieme, ad esem-

tecniche da calciatore, con la richiesta dei tifosi

di vincere dominando l’avversario guardio-

supponente, incorrendo nello stesso sbaglio di

era sulla panchina del Milan (quasi in modo

lanamente. Il “maestro” Maurizio ha fallito in Maldini di pensare di saperne di più perché

questo e ha dimostrato come, con certi giocatori,

abilità di gestione e organizzazione siano gioco, pena poi lo scusarsi davanti all’eviden-

si è stati campionissimi) per delle tattiche di

prioritarie, secondo i dettami allegriani. Altro za dei suoi errori di valutazione. Se ci fosse

rimpianto è stato quello di voler rivoluzionare una macchina del tempo la dirigenza juventina

tornerebbe felicemente indietro per dare

l’intoccabile: Allegri e Marotta, con cui si era

riusciti nell’approdo per due volte alla finale ascolto ad Allegri, che aveva richiesto un ricambio

generazionale della rosa per questioni

di champions league. Il più grande errore di

Agnelli è stato quello di pensarli come facilmente

sostituibili e che, con loro, la macchina la juve non abbia pensato di farlo tornare in

anagrafiche e funzionali. Stupisce il fatto che

andasse meno veloce delle sue potenzialità. La panchina e di dare invece fiducia a un novizio

leadership assunta da Paratici col colpo Ronaldo

ha portato il club al collasso economico, sull’oscuro futuro, più nero che bianco.

che lascia aperta qualsiasi tipo di previsione

impedendogli di fare razzie rinforzandosi con

i calciatori migliori della serie A, secondo lo

stile adottato da anni dal Bayern Monaco in

Bundesliga, e puntando su un ultratrentenne

che è la copia sbiadita a livello di prestazioni

e di freschezza di quello ammirato al Real Madrid.

I vari Tonali, Chiesa, Zaniolo e Barella,

giusto per nominare i migliori italiani che un

tempo sarebbero stati le prede, ora sono lontani

od ormai irraggiungibili. Ronaldo, per

quanto forte e simbolo della Champions, non

26


Ottava Nota

La mia malinconia di Gaetano D’Amore

Un viaggio musicale per provare a Capire Settembre,

sperando che anche quest’anno ci porti un po’ della sua

strana felicità.

Settembre è sempre stato un mese strano, almeno

per me. Un mese che sa di ripartenza

dopo tre mesi di nulla assoluto o quasi. Sole,

mare, relax, quella strana sensazione di torpore

e stordimento che solo essere stato per qualche

minuto di troppo sotto il sole cocente riesce a

darti.

Anche per la musica è così: d’estate è tutto fermo,

stagnante. Si lascia campo libero ai tormentoni

di cui, sinceramente, farei volentieri

a meno.

Settembre, però, nei miei ricordi ha un grandissimo

pregio: quello di portare con sé un

enorme carico di malinconia pronto ad investirci

insieme all’odore di pioggia. Esatto, avete

letto bene, per me questo è decisamente un

pregio. Sì, perché in questa società dicotomica

nella quale da un lato non ci si può nemmeno

più permettere di star male, presi come siamo

27


da questa spinta narcisistica del piacere e non soprattutto per delle canzoni a dir poco

necessariamente del piacersi, e dall’altro in preda

a questa nuova tendenza a normalizzare, do, base ripresa anche dalle tifoserie italiane per i loro

ignobili, ci accompagna con L’estate sta finen-

sminuendole, situazioni come ansia, disagio cori. Per i veri nostalgici la versione di Franco Califano

di Un’estate fa è una perla che meriterà sempre di

sociale, panico, depressione e compagnia cantante,

la malinconia può essere il sentimento trovare posto nella vostra playlist per il rientro, mentre

comune, il legame tra questi due mondi contrapposti.

di settembre sono un must. Tra i grandi artisti main-

per i nati negli anni ’90 come me i Finley con Sole

Tutto questo la Musica lo sa. Mi spiego meglio: stream Lorenzo Jovanotti è d’accordo con

fin dalla nascita della musica leggera i vari cantautori,

discografici, produttori e autori hanno ricordandoci che, comunque, settembre una sua strana

me quando ne L’estate addosso ci mette in guardia

cavalcato l’onda della fine dell’estate, alcuni ci felicità se la porta dietro. Chiudo, infine, con un tris indie

d’annata: i Camillas del compianto Mirko

hanno costruito una carriera intera dando vita

e spazio a questi sentimenti. Sia chiaro, non è Bertuccioli che in Settembre fanno una promessa

sempre stato per motivi commerciali, semplicemente

per qualcuno, oltre chi vi scrive, guartembre

torneranno a coltivare i campi per lei, grazie ai

d’amore nel loro stile assicurando all’amata che a setdarsi

indietro con quel velo di tristezza davanti PoP_X abbiamo anche l’unico pezzo strumentale

di questa carrellata con Buena fine

agli occhi non è poi così male, ma soprattutto

risulta quasi terapeutico. D’altronde, ormai estate ed ultimo, ma non per importanza, il pezzo i cui

credo sia chiaro a tutti, esistono due modi di versi danno il titolo a questo strano articolo: Fine dell’estate

dei Thegiornalisti, che prima del delirio

affrontare settembre: lasciandosi accompagnare

da questo senso di fine e di contemporaneo di onnipotenza di Tommaso Paradiso forse

meglio di chiunque altro sono riusciti a

inizio assecondando la malinconia come motore

del mondo oppure non vedendo l’ora che regalarci una cartolina bellissima di questo

finisca, scongelando i Green Day e ad ottobre periodo.

se ne parla. Io ho sempre fatto parte della prima

categoria, e sperando che a qualcuno possa è dedicato alle matricole, anche in questo

Il primo numero del nuovo anno, di solito,

far piacere iniziare questo viaggio nel mese più strano anno. Ed io che matricola ormai lo

bello dell’anno (ebbene sì, l’ho detto davvero), sono stato molto tempo fa mi sento di darvi

un consiglio. Qualche tempo fa ho visto

vi accompagno volentieri. E non abbiate paura,

ce n’è per tutti i gusti.

un cartello che diceva: “Be as happy as you look

Cronologicamente inizierei con un precursore,

con il 31 di Agosto ormai (quasi) univer-

stessi, non abbiate paura di sbagliare o di guardarvi

on Instagram”. Quello che vi dico io, invece, è: siate voi

salmente riconosciuto come San Brunori Sas, dietro con malinconia, perché ognuno ha la sua. Questa

è fisiologica e sacrosanta e sarà benzina nel vostro

protettore degli amori che nascono e delle

estati che muoiono, descritti meravigliosamente

nella sua Guardia ’82. Una volta iniziato questo bellissimo posto è talmente grande da accogliervi

motore per iniziare questo viaggio. E state tranquilli,

il mese, invece, c’è chi prova a capirlo, si tratta dei Fine ed abbracciarvi tutti.

Before You Came che in Capire Settembre si Del resto, come diceva Flavio Pardini in arte Gazzelle

in un pezzo tuttora in voga: “Settembre è

rendono conto che, in fondo, non fa per loro. Andando

indietro nel tempo la PFM ci regala le sue Impressioni

di Settembre e i Verdena, invece, sanno

un mese perfetto per ricominciare”.

bene che questo mese così strano ci porterà

via con sé nella loro 40 secondi di niente.

A presto!

Come dite? Vi manca il tormentone? Eccovi accontentati:

i Righeira, gruppo anni ’80 conosciuto

28


Speaker’s Corner

Intervista a Francesco Piu di Valentina Benelli

Storia di un “self made bluesman” sardo: intervista a

Francesco Piu

Classe 1981, Francesco è un polistrumentista, canta,

è sardo fino al midollo ed è innamorato del blues. Non

avrà venduto l’anima al diavolo come Robert Johnson,

però la sua musica ha qualcosa di mistico.

Lo abbiamo intervistato per l’uscita del suo nuovo album,

Crossing, e del singolo “We shall not be moved”.

Presentati per noi di 360°.

Mi definirei un bluesman del 2000 o, meglio

ancora, un bluesman un po’ rock, un po’ etnico,

un po’ funk.

Parlaci della scelta di contaminare il tuo

sound.

Non è stata una scelta ma un processo spontaneo:

ho sempre ascoltato di tutto, e ho gradualmente

assorbito le influenze che mi piacevano

di più. Quando ho iniziato a scrivere, queste

sono uscite nuovamente fuori nel mio blues.

Come hai iniziato a suonare?

Vengo da una famiglia di musicisti non professionisti,

quindi ho ricevuto molti input già da

bambino. Ascoltavo i vinili di mio padre dei

Led Zeppelin, degli Stones, di Hendrix (uno

dei miei maggiori ispiratori perché ha “ribaltato

tutto”) e dei Deep purple.

Le tue origini sarde hanno influito sulla tua

crescita artistica?

La mia terra mi ha dato e continua a darmi

tanta ispirazione. Nel mio ultimo lavoro

(Crossing, ndr) ho contaminato la mia musica

con il canto a tenore, e con influenze sarde dal

punto di vista ritmico.

Come è nato Crossing?

L’idea di fondo era di contaminare la musica

di Robert Johnson con influenze mediterranee.

Da qui le influenze sarde ma anche africane.

Come hai capito che il blues era il tuo destino?

29

Fonte: www.francescopiu.com


Avendo “assaggiato” vari generi musicali ho capito

che quella musica che mi dava delle vibrazioni

più intime rispetto alle altre era il blues.

Quella musica aveva qualcosa in più. Nella sua

semplicità il blues va dritto all’anima.

Quali artisti in particolare hanno ispirato la

tua produzione?

Eric Clapton, Eric Bibb, che considero quasi

un mio maestro avendo collaborato con lui,

Jimi Hendrix: tutti artisti che sono partiti dal

blues ma lo hanno fatto poi evolvere in qualcosa

di nuovo. Mi piace moltissimo anche il

rock progressivo degli anni ’70 di King Crimson,

ma soprattutto amo quello italiano dei

Banco del mutuo soccorso, Le orme, gli Area.

Come nascono le tue canzoni? Come inizia

il tuo processo creativo?

In genere parto da una base ritmica. Poi da

lì “ricerco” il riff e lo sviluppo, ma la base è

sempre percussiva. Mi concentro sul dare un

“mood” al pezzo piuttosto che un messaggio

specifico.

Ormai è evidente che il blues sia destinato

a rinascere in una forma nuova, non è vero?

Assolutamente, ora in tutto il mondo si sta affermando

un blues alternativo a quello targato

USA, un blues che arriva da oltreoceano.

Qual è la collaborazione o l’evento di cui

vai più fiero?

Fonte: www.francescopiu.com

30


L’aver suonato con Tommy Emmanuel, considerato

il numero 1 della chitarra acustica: l’aver

condiviso con lui il palco e il backstage è

stato molto bello.

Chi stimi particolarmente nel panorama

blues italiano?

Al momento in Italia abbiamo una scena blues

di tutto rispetto. Ad esempio c’è Max De Bernardi

con Veronica Sbergia, Fabio Treves, Marco

Pandolfi, e molti altri.

Hai iniziato giovane a suonare?

Ho iniziato a suonare a 8/9 anni. Poi ho cominciato

suonare in giro con gruppi e rassegne

a 16 anni, e a 19 a lavorare nei locali. Da

allora non mi sono mai fermato, almeno fino

a febbraio di quest’anno.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ho lavorato, durante il lockdown, a un album

positivo, incentrato su un senso di unione,

fratellanza, sull’apprezzare le cose semplici che

nutrono la nostra anima. Non mancheranno

le collaborazioni e le influenze gospel. In questo

momento ce n’è particolarmente bisogno,

io in primis ne ho bisogno.

Cosa significa fare musica per te?

Per me il suono è una fonte di energia, è una

magia. È un’energia che si scambia tra musicista

e ascoltatore, cosa che sento tantissimo nei

miei amati live.

Qual è la canzone a cui sei più legato?

Direi “Hold on”, dal mio album “Peace and

groove”. Ha uno spirito gospel, uno spirito

molto positivo. Ascoltando quella canzone, e

le parole che ho scritto, ricordo a me stesso di

non mollare.

Come si è svolta la tua formazione musicale?

Ho iniziato seguendo le dritte di mio fratello

e di mio padre, poi, dopo un anno di corso di

chitarra svolto nel mio paese, ho continuato a

fare pratica da solo. Ero un ragazzo, folgorato

dal rock, e decisi di imparare a riprodurre tutti

gli assoli, tutti i riff che amavo. Nel frattempo,

mentre imparavo a ricreare il linguaggio

degli altri, piano piano, nasceva anche il mio.

Al tempo, poi, non c’erano i tutorial di chitarra,

perché non esisteva YouTube: io avevo un

mangianastri che usavo per ascoltare le cassette,

regolando la velocità di riproduzione. Rallentavo

la velocità del nastro per cogliere ogni

nota, per poi riprodurla. Ci voleva più tempo

e più pazienza rispetto ad oggi, e sicuramente

è stata una buona palestra.

Qual è l’età media del tuo pubblico?

È compreso tra i 40 e i 50 anni. In generale,

anche a causa dei mass media, il blues non ha

grande spazio tra i giovani. Non manca però,

tra i miei fan, una buona fetta di ragazzi che

vengono instradati al genere da parenti più

grandi, come è successo a me. Questi ragazzi

sono i più entusiasti, lo vedo ai mei live.

Quando hai iniziato, le persone intorno a te

ti supportavano?

Nel mio paese ero un po’ una mosca bianca,

lo sentivo soprattutto quando invece di rincorrere

un pallone passavo i miei pomeriggi

con la chitarra a cercare di ricreare gli assoli

di Jimmy Page o di Eric Clapton. Però quegli

anni mi sono serviti tantissimo per sviluppare

il mio linguaggio unico. I miei genitori mi

hanno sempre motivato e aiutato.

31


Palintesto

L’avvenire è la porta, il passato il nè è la chiave di Giulia Castriota

La nostalgia è un faro antico che ha sempre

guidato ed ispirato arte e letteratura, un sentimento

potente che ha attraversato i secoli da

Omero a Pasolini, da Saffo a Kavafis. Nel V

libro dell’Odissea troviamo Ulisse in lacrime,

che guarda il mare e pensa ad Itaca e a sua moglie

Penelope, l’eroe omerico è il nostalgico per

eccellenza, nonostante l’amore e le promesse

di immortalità di Calipso, soffre la lontananza

da casa e il desiderio di farvi ritorno. “Né più

mai toccherò le sacre sponde, ove il mio corpo fanciulletto

giacque (…)” così principia uno dei più strazianti

sonetti di Foscolo “A Zacinto”, dove il poeta, costretto

all’esilio, tramuta in poesia il suo dolore, che si incarna

in quello di chi è forzato ad abbandonare la sua terra,

privato della speranza di farvi ritorno. E pensare che

il concetto di nostalgia, non è affatto un retaggio della

Grecia antica, ma è stato coniato, solamente, alla fine

del 1600 a Basilea da un medico, per indicare lo stato

psicologico dei mercenari svizzeri, al servizio di Luigi

XIV, che, lontani da casa, erano soffocati da questo

male esistenziale che spesso li conduceva alla morte.

Ma si può avere nostalgia del presente? Secondo Jorge

Luis Borges si, tanto da porla come titolo di una sua

poesia dove, apparentemente contro ogni logica, il desiderio

e la realtà combaciano, ciò nasce da un sentimento

di nostalgia anticipata, si percepisce la sensazione di

non vivere abbastanza adeguatamente, di non godere in

modo pieno di un incontro o di un’esperienza e quindi

si prefigura negli occhi dell’autore già lo sfiorire di quel

momento e aleggia intorno a lui già il presagio dell’assenza.

In “Nuova confutazione del tempo”, uno dei

saggi più illuminanti di Borges, l’autore, applicando le

32

negazioni dell’idealismo al concetto del tempo, teorizza

l’inconsistenza di passato e futuro, sia dal punto di vista

scientifico che estetico, affermando la sola sussistenza del

presente: “(…) fuori di ogni percezione (attuale o ipotetica)

non esiste la materia; fuori di ogni stato mentale

non esiste lo spirito; neppure il tempo esisterà fuori di

ogni istante presente” e ancora, “Il tempo è la sostanza

di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, e

io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono

la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco.

Il mondo disgraziatamente è reale; io disgraziatamente

sono Borges”.

Lo sguardo della nostalgia è immortalato in una poesia

di Charles Baudelaire “A una passante”, in una chiassosa

strada cittadina in fermento, appare una donna,

che con la sua sola presenza annulla tutto ciò che la circonda,

e nei suoi occhi, vividi di tempesta, il poeta coglie

sensazioni prossime all’assoluto, “la dolcezza che incanta

e il piacere che uccide”, presente e futuro, dunque la

vita e la morte. È proprio questa forse l’essenza della

nostalgia, quando si raggiunge la matura consapevolezza

che la realtà non è più quella di un tempo, che ciò che

si desidera non c’è più e non potrà più essere.

Kostantinos Petrou Kavafis nasce ad Alessandria d’Egitto

nella seconda metà dell’800, ed è stato definito

come “il più antico tra i poeti moderni”, con uno stile

critico e scettico in netta contraddizione con valori come

il cristianesimo o il patriottismo, tutta la sua produzione

artistica è stata principalmente protesa a dare nuova

vita alla letteratura greca. “Itaca”, una delle poesia più

celebri, crea un parallelismo tra il leggendario viaggio di

Ulisse e il trascorrere del tempo sulla terra di ogni individuo

“quando ti metterai in viaggio per Itaca / devi

augurarti che la strada sia lunga, / fertile in avventure


e in esperienze.”, il poeta greco in questa opera ricca di

metafore parla di un viaggio che non va affrettato, non

è la meta che conta, ma il viaggio in sé, come strumento

per raggiungere conoscenza ed esperienza, bisogna cogliere

il presente in ogni sua rappresentazione per arrivare

al futuro con la stessa maturità con cui l’eroe omerico

raggiunge Itaca. Con la poesia “Candele” Kavafis riassume

il tormento di un uomo adulto, con più giorni

vissuti rispetto a quelli da vivere, che osserva la sua vita

come una fila di candele, accese e dorate quelle del futuro,

fredde e disfatte quelle del passato “la memoria m’accora

del loro antico lume”, l’apparente pessimismo dell’opera

cela in realtà una spinta verso la vita, non bisogna

soffermarsi troppo sul passato, ma guardare carichi di

speranza al futuro.

Photo: Lalesh Aldarwish da Pexels

Cult

The Terminal di Antonio Accolito

La storia vera di una sorprendente attesa all’aeroporto non ha potuto lasciarlo in vista di esperienze

formative e non all’estero. Ciò è avvenuto

Negli ultimi mesi del primo semestre del 2020, in particolar modo a causa delle limitazioni

prima dell’estate, abbiamo tutti sperimentato e restrizioni sul rilascio e la validità dei visti,

una vita con delle limitazioni, guidate dal susseguirsi

che sono oggi ancora necessari per entrare sul

dei vari DPCM restrittivi di tutte quel-

suolo di molti paesi.

le abitudini della nostra vita quotidiana. Tra

queste sicuramente spicca la pratica del viaggio,

“The Terminal” rientra in questa categoria, insentato

che proprio negli ultimi anni ha rapprefatti,

la storia ripresa è proprio quella di un

una una possibilità per molti di noi di viaggiatore, Viktor Navorsky, il cui visto viene

fare esperienze formative e ludiche. A seguito invalidato durante il suo volo per gli Stati Uniti

del diffondersi della pandemia sono stati circoscritti

a causa di un colpo di stato che ha avuto luogo

i voli internazionali e molti aeroporti nel suo paese natale, la Krakozhia, proprio du-

sono stati chiusi ovvero ridotti a prestare un rante la navigazione. A seguito dell’accaduto

servizio minimo. Di fatto, c’è stata gente che infatti, gli Stati Uniti riconoscendo la belligeranza

ha dovuto disperatamente cercare di ottenere

e la caduta dello stato, non riconoscono

quei pochi posti su voli di linea per tornare il passaporto in questione, non permettendo

a casa nel proprio paese ed ancora altra che l’accesso al suolo americano della citta di New

33


York. L’unica possibilità per lo sfortunato protagonista,

interpretato da Tom Hanks, risulta

essere il Terminal di transito dei voli internazionali,

dove è praticamente condannato a restare

fino al termine della guerra, data l’imbarazzante

inaccettabilità della sua pratica e la

mancanza di voli per il rimpatrio. Dunque, la

storia si avvicenda seguendo la vita del protagonista

tra un gate in ristrutturazione, dove allestito

un letto e dei mobili di fortuna egli passa

le ore notturne, e tutti i vari duty free shops

del terminal, dove Viktor interagisce con il via

vai continuo dei passeggeri e con gli impiegati

stessi al JFK, tra cui nascono amicizie, amori,

ed anche bische dove si scommettono gli

oggetti smarriti dei viaggiatori. L’intreccio di

rapporti che si sviluppa trasversalmente tra le

innumerevoli realtà dell’aeroporto è essenziale

per l’evoluzione durante i 130 minuti di pellicola

di un atmosfera calorosa ed empatica che

accoglie l’osservatore e corona un finale commovente

da in cui ci si sente avvolti.

Sorprendentemente, “The Terminal”, sotto la

regia di Steven Spielberg nel 2004, non è il risultato

di una fervida immaginazione, bensì

è una rivisitazione basata su una storia vera,

di cui il protagonista, un iraniano di nome

Merhan Kamiri Nasseri, privo di documenti

(passaporto e visto, dichiarati rubati) nel 1988,

ha trascorso 18 anni della sua vita all’aeroporto

CDG (Charles De Gaulle) di Parigi, proprio

presso un terminal facendo della sua casa, una

panchina, e della sua famiglia, gli impiegati

dell’aerostazione francese. Senza proseguire

tanto dettagliatamente nella storia di questi, il

film va menzionato anche per ulteriori motivi,

come un cast d’eccezione già al tempo della

ripresa, con attori principali come Tom Hanks,

Catherine Zeta Jones e Stanley Tucci, che

avevano già ottenuto un certo nome. Un altro

elemento che ricorre, e che collega altre pellicole

di Spielberg è l’utilizzo di un non-luogo

per il set, difatti questo aeroporto, spazio

anonimo ed omogeneo sembra accompagnare

la trama della perdita dell’identità nazionale,

rappresentata dal colpo di stato e dalla consegna

del passaporto al momento del primo diniego

all’ingresso. Sembra che durante tutto il

suo periodo di permanenza nel JFK, si venga a

creare una bolla, in cui il protagonista aspetta

di trovare, una soluzione, ma anche una parte

di se stesso.

Inoltre, è notevole per l’osservatore seguire il

film dal punto di vista del capo della sicurezza

dell’aeroporto JFK, Stanley Tucci, che si alterna

a quello dominante del protagonista. Infatti,

questa scelta permette di percepire una prospettiva

meno emotiva, più grigia, descrivendo

la situazione creatasi come un “problema burocratico”

da gestire attraverso il regolamento

ed i vari protocolli, mettendo in secondo

piano l’empatia con la situazione scomoda del

protagonista. Questo aspetto è sicuramente accentuato,

con il fine chiaro, di criticare quella

burocrazia che viene utilizzata o prevista per

la gestione di casi anomali, in un settore dove,

ci sono insidie dietro ogni angolo di fronte ai

quali i cittadini si trovano spesso ad essere impotenti

e non possono fare altro che aspettare

un elemento di cambiamento o un intervento

statuale difficilmente aspettabile.

Proprio il termine “aspettare” acquisisce un

particolare valore nel film, innanzitutto perché

la sua declinazione è molto frequente, ed

in secondo luogo perché il motto stesso dell’intera

opera può essere racchiuso nella frase “life

is waiting”. Ogni personaggio, principale ed

incidentale, si trova nella posizione di dover

aspettare qualcosa o qualcuno, dall’inserviente

che vorrebbe chiedere la mano di un agente ed

aspetta da Viktor informazioni per poter fare

la proposta perfetta, alla stupenda Catherine

Zeta Jones, che attende una chiamata al cercapersone

per poter tornare tra le braccia di

una sua fiamma, a Stanley Tucci, che attende

da capo di sicurezza una promozione, condizionata

al buon andamento del suo ufficio.

Infine, proprio Viktor Navorsky, che per rea-

34


lizzare una promessa fatta a suo padre, e quindi

necessariamente toccare il suolo americano,

è determinato ad aspettare giorni, settimane e

mesi che la guerra termini, e che la sua pratica

diventi accettabile, tant’è che quando l’hostess

Amedia Warren gli chiede cosa faccia all’aeroporto,

la sua “banale” risposta è “io aspetto”.

Quest’anno ci ha dimostrato che una scena simile

ci è più vicina di quanto avremmo potuto

aspettare, visto che l’impossibilità di entrare o

peggio, uscire dall’aeroporto è una realtà che

noi cittadini europei attribuiamo più a passeggeri

di paesi del medio Oriente o comunque

esterni all’Unione. Dalla sera alla mattina paesi

come la Federazione Russa hanno impedito

l’accesso al proprio territorio a cinesi, prima,

ed italiani poi, prima di estendere questo divieto

a tutti i viaggiatori stranieri nella fase

più acuta. Trascendendo dalla realtà aeroportuale

per evitare di restringere eccessivamente

il campo, la situazione che traspare è proprio

quella di incertezza sul futuro, e la nostalgia

di un passato dove molte comodità erano date

per scontato.

A peggiorare la situazione è stata l’imprevedibile

evoluzione del virus e dei contagi, il che ci

ha posto nella situazione dell’aspettare di giorno

in giorno novità, aggiornamenti e nuove

disposizioni che potessero migliorare la nostra

quotidianità. Questa condizione, più o meno

comprensibile, raffigura

il motto di “The Terminal” in pieno: la vita

l’abbiamo vissuta nell’attesa, anzi nella speranza

di nuove notizie, rimanendo nella condizione

di incertezza priva di garanzie che destabilizzerebbe

chiunque.

Indubbiamente, l’incertezza legata al futuro, si

collega e fa della nostalgia del passato un suo

inequivocabile prodotto, dove viene valorizzata

una libertà prima sottovalutata ed adesso

esclusa.

non debba solo abbattere il proprio morale,

bensì debba essere utilizzata per apprendere il

valore di un elemento, prima banalizzato. E

così, come fa Viktor, bisogna riconoscere l’attesa,

accettarla come momento di passaggio,

ma non lasciare che l’esito negativo venga dato

per scontato, auspicando di tornare un giorno

a viaggiare senza limitazioni e senza preoccupazioni

di dover rimaner bloccati prima di

aver raggiunto la propria destinazione, aspettando

il momento in cui il futuro incerto apra

le porte per le nostre prossime mete, come per

Viktor, il suolo americano dopo la sua permanenza

e la sua attesa nel terminal del JFK.

Che però il film sia monito, per ricordare che

questa situazione con cui bisogna convivere,

35


5 minuti

a cura di Francesca Cozzi

36


Ci sono stati uomini

Ci sono stati uomini

che hanno tagliato la testa ad altri uomini

non mossi da ira

ma perché era il loro mestiere

e l’avevano imparato.

Non era un mestiere difficile

perché non dovevano

tagliare una testa al giorno

e neppure una volta alla settimana

certo qualche volta due o tre di seguito.

Ma erano pagati regolarmente

perché si tenessero pronti a tagliare le teste

e per ogni testa tagliata davvero

ricevevano un supplemento di paga.

E le teste tagliate

erano per lo più le teste di coloro

che su quei tempi avevano scosso la testa

e anche sulla mansione

di tagliare ad altri la testa

Questo era il passato

ma venne superato e precisamente:

dagli uomini che tagliavano le teste

andarono uomini e dissero loro che non dovevano

più tagliare le teste ma non per questo

dovevano perdersi d’animo perché erano

statali e non licenziati

bensì a riposo e con la pensione.

Questo fu il superamento del passato

e le teste tagliate non scossero la testa

perché teste tagliate non possono scuotere la testa.

Adesso ci sono uomini

che non tagliano teste

ma aiutano con lavori di sterro e calcestruzzo

a costruire case e rifugi e osservatori per stranieri

che vengono con dispositivi con cui poi

premendo un bottone possono uccidere centomila uomini

o anche duecentomila con un solo colpo.

«Con un solo colpo» non vuol dire però tagliare le teste

ma bruciare o trasformare d’un tratto in polvere

o uccidere lentamente in qualche ora o giorno

tutta questa gente uomini donne e bambini

E chi costruisce gli impianti per uomini e dispositivi simili

e anche gli uomini che azionano i dispositivi

non lo fanno mossi da ira ma perché è la loro mansione.

E questo è il presente

e non l’abbiamo superato

perché è vero che su di esso molti scuotono oggi la testa

ma troppo pochi per cambiarlo e finora

troppo pochi che non si limitino a scuotere la testa.

(Erich Fried)

37


Seguici su:

Visita il nuovo sito:

www.360giornaleluiss.it

More magazines by this user
Similar magazines