02.10.2020 Views

MAP - Magazine Alumni Politecnico di Milano #4

Il Magazine dei Designer, Architetti, Ingegneri del Politecnico di Milano - Numero 4 Autunno

Il Magazine dei Designer, Architetti, Ingegneri del Politecnico di Milano - Numero 4 Autunno

SHOW MORE
SHOW LESS

Create successful ePaper yourself

Turn your PDF publications into a flip-book with our unique Google optimized e-Paper software.

MAP

Magazine Alumni Polimi

La rivista degli architetti, designer e ingegneri del Politecnico di Milano

Numero 4 _ Autunno 2018

Il bello del Politecnico: quello che i ranking non possono raccontare • Un Politecnico da Olimpo • Dottori di ricerca alle frontiere della conoscenza

• Qui costruiamo il futuro del mondo • Ricordi della Casa dello Studente • La Nuova Biblioteca Storica • Il telescopio che guarda indietro nel

tempo • Scelti da Forbes: i più giovani innovatori europei • Big (Designer) Data • L’architetto e il suo bracciale salvavita • L’ingegnere che

pulisce gli oceani • Un campus aperto alla città • L’uomo che sente tutto dell’America • La Gazzetta del Poli • Alumni da Trofeo: Fabio Novembre,

Stefano Boeri • Tutte le Ferrari dell’ing. Fioravanti • I ragazzi del Circles • Il 1° incubatore d’Impresa in Italia • 1968-2018 in Piazza Leonardo

1


2


Ferruccio Resta e il Politecnico di domani • Dossier: i numeri del Poli • La nuova piazza Leonardo • Renzo Piano: 100

alberi tra le aule • Gian Paolo Dallara e DynamiΣ: la squadra corse del Poli • PoliSocial: il 5x1000 del Politecnico di

Milano • Gioco di squadra: tutto lo sport del Politecnico • Guido Canali, l’architettura

tra luce e materia • Paola Antonelli, dal Poli al MoMA di New York • Zehus Bike+ e

Volata Cycles, le bici del futuro • Paolo Favole e la passerella sopra Galleria Vittorio Emanuele • Marco Mascetti:

ripensare la Nutella • I mondi migliori di Amalia Ercoli Finzi e Andrea Accomazzo • Nel cielo con Skyward e Airbus

Cari Alumni, vi racconto il Poli di domani: lettera aperta del rettore Ferruccio Resta • La community Alumni raccontata da Enrico Zio • Atlante

geografico degli Alumni • Il Poli che verrà, raccontato dal prorettore delegato Emilio Faroldi • Vita da studente di fine ‘800 • Come si aggiusta

il Duomo di Milano • L’ingegnere del superponte • Una designer per astronauti • La chitarra di Lou Reed, firmata Polimi • Architettura

italiana in Australia • VenTo: la pista ciclabile che parte dal Poli • Fubles, gli ingegneri del calcetto • Il parco termale più grande d’Europa

• Gli ingegneri del tram storico di Milano • Polisocial Award: un premio all’impegno sociale • Nuovo Cinema Anteo • Caro Poli ti scrivo

1 MAP Magazine Alumni Polimi

Quando ero studente al Poli • Dottori di ricerca alle frontiere della conoscenza • Dove si costruisce il futuro del mondo • Poli da Olimpo • Mi

ricordo la Casa dello Studente • La Nuova Biblioteca Storica • Il telescopio che guarda indietro nel tempo • Speciale Forbes: Lorenzo Ferrario,

Gio Pastori • Big (Designer) Data • L’architetto, e il suo bracciale, salvavita • L’ingegnere che pulisce gli oceani • Il nuovo Cantiere Bonardi di

Renzo Piano • L’uomo che sente tutto dell’America • La Gazzetta del PolitecnicoAlumni da Podio: Fabio Novembre, Stefano Boeri • Tutte

le Ferrari dell’ing. Fioravanti • I ragazzi del Circles • PoliHub, l’incubatore di talenti • 1968-2018 in Piazza Leonardo • Lettere alla redazione

Buona

lettura.

In questo 4° numero di MAP abbiamo dato ampio spazio

ai più recenti traguardi del Politecnico di Milano. È stata

una scelta dettata dall’entusiasmo: al didi ogni autocelebrazione,

abbiamo la speranza di condividere con

voi lettori la passione per questa Scuola e l’impegno

con il quale, quotidianamente, la comunità politecnica

nel suo insieme si adopera per tenera alta la sua bandiera.

Ne parliamo in diversi articoli, toccando i temi dei

ranking universitari, della ricerca di frontiera, dello sviluppo

tecnologico e culturale promossi dall’Ateneo grazie

alle tante realtà che ne fanno parte: citiamo ad esempio

Polihub, primo incubatore d’impresa in Italia, e

i nuovi progetti che stanno partendo, come quello della

ristrutturazione del Campus Bonardi che offrirà nuovi

spazi di interazione a tutta la città, non solo agli studenti

e ai docenti.

Non mancano le storie degli Alumni, fiore all’occhiello

del Politecnico, e dei loro importanti contributi alla

crescita del mondo tecnologico, culturale e industriale.

Fanno la loro comparsa in questo numero 11 Alumni il

cui lavoro ha un forte impatto a livello italiano e internazionale:

come la designer Giorgia Lupi, esperta di data

visualization, il cui lavoro è esposto nella collezione

permanente del MoMA e che ha al suo attivo un TEDTalk

con più di un milione di visualizzazioni; o come Lorenzo

Ferrario e Gio Pastori, scelti da Forbes come due tra

i più giovani innovatori d’Europa; o ancora, come Giulio

Cesareo, la cui azienda ha brevettato una “spugna” per

ripulire gli oceani.

Queste storie, insieme alle tantissime altre che non

possono, purtroppo, trovare spazio qui, rappresentano

per il Politecnico motivo di orgoglio e uno stimolo a

fare sempre meglio. Senza darvi ulteriori spoiler, vi auguro

buona lettura, sperando che queste pagine vi rendano

altrettanto orgogliosi.

Federico Colombo

Direttore esecutivo Alumni Politecnico di Milano

P.S. Anche questa volta siamo riusciti a stampare e inviare

MAP a 50 mila Alumni perché in 1950 avete scelto

di contribuire concretamente con una quota a sostegno

di questo progetto. Grazie ancora per questo contributo

che permette di tenere aperto anche questo canale per

tutta la famiglia politecnica.

MAP

Magazine Alumni Polimi

La rivista degli architetti, designer e ingegneri del Politecnico di Milano

MAP

Magazine Alumni Polimi

La rivista degli architetti, designer e ingegneri del Politecnico di Milano

MAP

Magazine Alumni Polimi

La rivista degli architetti, designer e ingegneri del Politecnico di Milano

Numero 1 - Primavera 2017

Numero 3 _ Primavera 2018

Numero 4 _ Autunno 2018

PROSSIMO NUMERO

N°0 - AUTUNNO 2016

N°1 - PRIMAVERA 2017

N°2 - AUTUNNO 2017 N°3 - PRIMAVERA 2018

N°4 - AUTUNNO 2018

N°5 - PRIMAVERA 2019

Unisciti ai 1950 Alumni che rendono possibile la redazione, la stampa e la distribuzione di MAP.

Modalità di pagamento:

Contributi annuali possibili

· On line: sul portale www.alumni.polimi.it

· Bollettino postale: AlumniPolimi Association – c/c postale: n.46077202

Piazza Leonardo da Vinci 32, 20133 Milano

Standard

· Bonifico bancario: Banca popolare di Sondrio Agenzia 21 – Milano

IBAN: IT90S0569601620000010002X32

BIC/SWIFT: POSOIT2108Y

· Presso il nostro ufficio: Politecnico di Milano, piazza Leonardo da Vinci, 32. Edificio 2, piano 1°

Da lunedì a venerdì dalle 9:30 alle 12:30 e dalle 14:00 alle 16:00

70€ 120€ 250€ 500€

Senior

Silver

Gold

3


4

MAP

Magazine Alumni Polimi

La rivista degli architetti,

designer, ingegneri

del Politecnico di Milano

Direttore Responsabile

Federico Colombo

Direttore Esecutivo AlumniPolimi Association

Dirigente Area Sviluppo e Rapporti con le Imprese

Politecnico di Milano

Direttore della comunicazione

Chiara Pesenti

Dirigente Area Comunicazione e Relazioni Esterne

Politecnico di Milano

Membri del Comitato Editoriale

Margherita Cagnotto

Responsabile Merchandising di Ateneo

Politecnico di Milano

Alessio Candido

Communication and graphic designer

AlumniPolimi Association - Politecnico di Milano

Ivan Ciceri

Fundraising Manager

Politecnico di Milano

Luca Lorenzo Pagani

Communication Manager

AlumniPolimi Association - Politecnico di Milano

Francesca Saracino

Head of CareerService

Politecnico di Milano

Diego Scaglione

Head of Corporate and Continuing Education

Politecnico di Milano

Irene Zreick

Coordinamento editoriale MAP

AlumniPolimi Association - Politecnico di Milano

MAP è realizzato in collaborazione con

Better Days srl (www.betterdays.it)

Stefano Bottura

Progetto grafico

Valerio Millefoglie

Caporedattore Betterdays

Redazione

Ivan Carozzi, Davide Coppo, Nicola Feninno,

Chiara Longo

Impaginazione

Maria Serafini, Beatrice Mammi

Crediti

Fotografie pag. 24 NASA/ Chris Gunn

Pattern grafico pag. 96 da all-free-download.com

Stampa

La Pieve Poligrafica Editore Villa Verucchio S.r.l.

Editore e Proprietario

AlumniPolimi Association Politecnico di Milano

Presidente

Prof. Enrico Zio

Delegato del Rettore per gli Alumni

Delegato del Rettore per il Fundraising individuale

P.zza Leonardo da Vinci, 32 - 20133 Milano

T. +39.02 2399 3941 - F. +39.02 2399 9207

alumni@polimi.it - www.alumni.polimi.it

PIVA 11797980155 - CF 80108350150

Pubblicazione semestrale

Numero 4 – autunno 2018

Registrazione presso il Tribunale di Milano n°89

del 21 febbraio 2017

3 Editoriale

La bellezza che

i ranking non

possono

PoliHub: il 3°

incubatore di

startup al mondo

Speciale Forbes:

L’ingegnere

dei satelliti

18

Poli da

Olimpo

Un campus

aperto

alla città

24

Un telescopio per guardare

indietro nel tempo

26

Speciale Forbes:

Il designer

di collage

10

Qui costruiamo

il futuro

del mondo

raccontare 6 12

Dottori di Ricerca

alle frontiere della

conoscenza

16

22

32


40

Big

(Designer)

Data

36

48

Mi ricordo la

Casa dello

Studfente

54

66

Dalla Daytona

alla Testarossa:

tutte le Ferrari

dell’ing. Fioravanti

Huawei: come

fare rete, 5G

70

59

La Nuova

Biblioteca

Storica del

Poilitecnico

La

Gazzetta

del Poli

Alumni

da trofeo

72

L’uomo che

sente tutto

dell’America

76

Milano-Londra 80

passando per

la Nuova Zelanda

84

L’ingegnere

che pulisce

gli oceani

L’architetto

salvavita

I ragazzi

del Circles 88

La guerra

del Poli 92

1968-2018

94

cinquant’anni

nella nostra piazza

Lettere

alla redazione

96

5


IL BELLO DEL

POLITECNICO:

QUELLO CHE

I RANKING

NON POSSONO

RACCONTARE

Lettera aperta

del Presidente Associazione AlumniPolimi

Mi sono iscritto al Poli nel 1985 e non ne sono mai uscito. All’epoca, questa grande

istituzione mi faceva un po’ paura; invece, stava iniziando una storia d’amore che

dura ancora oggi, dopo oltre 30 anni! Ricordo con affetto il “primo colpevole” di

questo grande innamoramento, il mio mentore-gentiluomo, Marzio Marseguerra,

professore di fisica dei reattori nucleari, che mi ha insegnato tutto (e io ho il rammarico

di non essere riuscito a imparare proprio tutto).

Ricordo tutte quelle esperienze, e al contempo sofferenze, che spesso ci raccontiamo

tra Alumni: la lotta per gli sgabelli e per il posto in aula, i professori che incutevano

paura, gli incubi di diventare un’esponenziale o una frazione, gli esami,

il costante studio e il grande impegno che ci tenevano svegli la notte: tutto questo

rivedo oggi nei miei allievi. Ricordo anche i bellissimi momenti di vita, le accese

partite a briscola chiamata (anche quelle con Carlo Lombardi, professore di Ingegneria

Nucleare, un finto burbero, pezzo di pane che si arrabbiava molto se lo

facevi perdere!), le sfide a calcetto, la continua crescita accanto a colleghi-studenti

di ieri che sono diventati gli Alumni-amici di oggi. Non è un caso che tanti di noi

Alumni siamo coinvolti in progetti a supporto dello sviluppo del Politecnico, come

6


Alla cerimonia dei diplomi di master all’UCLA, 1994

ENRICO ZIO, 51 anni

Professore ordinario di Impianti Nucleari

Presidente Associazione AlumniPolimi

Delegato del Rettore per gli Alumni

e per il Fundraising Individuale

Alumnus Polimi Ingegneria Nucleare e PhD

le borse di studio “Circles” che premiano i migliori studenti, il progetto di riqualificazione

del campus che apre nuovi spazi di cultura e vita sociale agli studenti, ai

cittadini, ai visitatori di Milano, gli advisory board nei quali gli Alumni affiancano i

docenti del Poli nell’ideazione dei corsi di studio, nelle direzioni della ricerca per

la trasformazione e l’innovazione.

Il Poli, in anni “non sospetti”, si apriva già all’internazionalizzazione offrendomi

una borsa di studio con la quale mi recai ad approfondire gli studi presso la prestigiosa

UCLA: ne uscii con un master (in Ingegneria Meccanica) e… la mia futura

moglie. Era l’anno dei mondiali di calcio in USA e andai alla cerimonia dei diplomi

indossando l’uniforme dell’Italia di Baggio sotto alla toga. Poi il dottorato, sia al

Politecnico che al MIT – passando per il tremendo esame americano, durato due

giornate nelle quali mi chiesero praticamente tutto, qualsiasi cosa vagamente

correlata con gli studi di ingegneria. Fortuna che avevo fatto il Poli! E fortuna che

alla discussione della tesi arrivò mia mamma dall’Italia, da perfetta mamma italiana

con figlioletto emigrato, carica di valigie piene di prelibatezze. Voci di corridoio

dicono che ciò abbia contribuito al buon esito dell’esame, anche se il Professor

George Apostolakis, luminare dell’analisi di rischio e mio mentore al MIT, minacciò

di bocciarmi per farmi tornare l’anno seguente con mamma e manicaretti.

Enrico Zio nel giorno di laurea, 1991

3.

Il MIT mi apriva tante porte, ma io volevo tornare a casa, al mio Poli. Nel 1996 vinsi

un posto da ricercatore e tornai a frequentare le aule del Politecnico, “dalla parte

opposta della cattedra”, capendo ben presto che anche da questo lato si continua

ad imparare. Con la voglia di dare il massimo per contribuire allo sviluppo del

Politecnico, fin dall’inizio partecipai a tanti progetti che allora stavano partendo e

4.

che oggi sono importanti nelle strategie di sviluppo di Ateneo. Sotto la guida della

prof.ssa Anna Zaretti, a fianco della dr.ssa Chiara Pesenti e del prof. Giuliano Noci,

mi ritrovavo a fare l’ambasciatore del Poli nei licei, per supportare gli studenti nella

scelta dell’università (leggi: per convincerli a venire al Poli, a non perdere questa

opportunità!), e intanto iniziavo, insieme al visionario prof. Giancarlo Spinelli,

a partecipare allo sviluppo delle relazioni internazionali del Poli. Tutte esperienze

dalle quali ho imparato e guadagnato, più che offerto e dato, e che mi hanno aiutato

anche negli anni in cui ho avuto la fortuna di servire come direttore della scuola

di dottorato. Anche lo sport, oggi al centro di un impegno importante del Politecnico,

per la qualità della vita di tutti coloro che vi studiano e lavorano, mi ha visto

partecipe dei primi passi “dal basso”: credo di essere stato l’ultimo vincitore del

torneo di tennis organizzato dal CRAL, mi chiamavano “Boom Boom Zio” (erano gli

anni in cui un certo “Boom Boom Becker” vinceva Wimbledon); sono stato finalista

7


“Il Poli è campione del mondo

anche su parametri che non si

misurano, che non entrano nei

ranking ma che hanno a che

fare con la vita delle persone”

Nel cuore del MIT

con la commissione di PhD, 1997

del primo torneo di calcetto, ma non presi parte alla finale perché dovevo studiare!

Fui uno degli staffettisti nella 5x1000 al Giuriati assieme ad un giovane promettente

e molto atletico, che oggi è vincitore di un ERC e presidente del nostro

corso di studi in Ingegneria Nucleare: il prof. Matteo Passoni (non abbiamo vinto

ma avremmo meritato il premio come migliore divisa grazie alle nostre parrucche

da Cugini di Campagna).

Ora mi trovo qui a scrivere su questo numero di MAP, dove raccontiamo di tante

iniziative e situazioni più che mai attuali oggi, figlie di quelle di ieri che ho menzionato.

Parliamo anche della Casa dello Studente e delle altre nuove residenze

del Poli, che danno alloggio a tanti studenti. Già ai miei tempi, la Casa dello

Studente era un punto di riferimento per i tanti studenti che venivano da fuori,

facendo grandi sacrifici. Oggi, da docente, ancor più penso all’incredibile impegno

di questi ragazzi e agli sforzi fatti dalle loro famiglie. Penso agli studenti che

fanno i pendolari e si alzano all’alba ogni mattina per prendere il treno. Penso a

tutti quei giovani che si trasferiscono qui da Paesi lontani, lasciando le loro famiglie

e affidando a noi una frazione della loro vita per investire sulla loro formazione,

sperando che serva a costruire un futuro migliore per loro stessi e i

loro cari. Penso a loro con grande ammirazione: ci vogliono molta motivazione

e un grande impegno, e il Politecnico continua a operare per accogliere questi

giovani, per farli sentire figli del Poli.

Saliamo nei ranking internazionali perché la formazione del Politecnico è apprezzata

a livello internazionale (i nostri allievi sono richiestissimi nel mondo

del lavoro) e la ricerca è tra le migliori del mondo. Ma per me il Poli è anche

campione del mondo su parametri che non si misurano, che non entrano nei

ranking ma hanno a che fare con la vita delle persone. È per questo che sono

ancora qui, dopo 30 anni, con la voglia di dare il mio piccolo contributo, profondamente

innamorato. Anche oggi, come (fortunato e privilegiato) Presidente

dell’Associazione AlumniPolimi, continuo a imparare e ricevere tanto da tutte le

persone con le quali ho il privilegio di entrare in contatto, persone che condividono

con me la passione per il Poli. Gli Alumni sanno, come lo so io, che con il

Poli saremo sempre in debito. Questa istituzione, seria, severa, è piena di personaggi

che incutono timore reverenziale, il docente che ti boccia, quello che ti

mette alla prova, ti spreme… per il fine comune di trasmetterti qualcosa; tutte

queste donne e uomini ci mettono il loro cervello, il cuore, l’anima e il tempo,

con risultati che vanno al di là dei voti e delle nozioni, perché la formazione di

una persona passa anche per un altro tipo di sudore, quello umano della vita-vissuta.

Il Poli è uno stile di vita, anche se quando sei studente non te ne rendi

ancora conto. Con il tempo, da Alumna/us lo scopri e te lo porti dietro ovunque

tu vada. Ce l’hai nel cuore.

E io vado avanti a commuovermi quando alla fine degli esami del mio corso dò

un 30 e lode.

Con i colleghi di ing. Nucleare

alla staffetta 5x1000 nel 1999

In compagnia dei nuovi dottori

alla cerimonia della scuola

di dottorato del Politecnico, 2007

“Il Poli è uno stile di vita.

Te lo porti dietro ovunque tu vada.

Ce l’hai nel cuore”

8


LA BANDIERA

DEL POLITECNICO

Portiamo addosso i colori della nostra squadra

Siamo tra le migliori università al mondo.

I nostri Alumni sono tra i più apprezzati

dalle aziende a livello internazionale,

la ricerca politecnica è un motore

di innovazione che spinge l’Italia verso

il futuro. La nostra università collabora

con le aziende per uno sviluppo industriale

con un forte impegno sul territorio.

Questo impegno si concretizza anche

con progetti di riqualificazione dei

quartieri, come l’apertura ai cittadini

del campus di Architettura, che fanno

bene al Poli e fanno bene alla città.

Siamo orgogliosi di tutto questo e delle

persone che lo rendono possibile, un

“esercito” di quasi 200mila persone tra

Alumni, studenti, docenti, ricercatori e

personale che collabora a vario titolo

alla crescita di questa grande istituzione.

Siamo orgogliosi di farne parte,

per questo dal 2018 abbiamo deciso

di concretizzare questo orgoglio sviluppando

il progetto del merchandise

ufficiale. Per farlo stiamo collaborando

con aziende d’eccellenza che credono

nel progetto e ne condividono i valori.

Abbiamo scelto prodotti di alta qualità

che rispecchino l’impegno che mettiamo

in tutti gli aspetti della vita politecnica.

È un modo per tutti noi, che ci sentiamo

il Politecnico nel cuore, di indossare

questo orgoglio e sostenere la nostra

università, di mostrare al mondo, ovunque

andiamo, la nostra appartenenza,

la nostra bandiera: facciamo il tifo per

il Poli.

#ProudlyPolitecnico

compra sullo store

POLITECNICO DI MILANO su

9


IL POLI NELL’OLIMPO

DELLE MIGLIORI

UNIVERSITÀ

AL MONDO

Nel 2018 il Politecnico di Milano porta a casa risultati record su

diversi fronti: l’occupazione dei laureati politecnici è in crescita,

siamo ai vertici delle classifiche universitarie internazionali, tante

realtà nel mondo politecnico si distinguono tra le migliori nel loro

campo. Vediamone alcune

FERRUCCIO RESTA

Rettore del Politrecnico di Milano

Questi risultati sono figli di una politica che

viene da lontano e che guarda lontano.

Per questo lavoriamo a programmi di formazione in grado

di interpretare il cambiamento, mantenendo solide basi

scientifiche. Per questo investiamo in laboratori di ricerca

all’avanguardia e in campus all’altezza degli standard internazionali.

Per questo puntiamo su alleanze durature con le

principali imprese del territorio e sviluppiamo programmi

internazionali con le più prestigiose università in Europa e

nel mondo. Un pensiero finale va alla comunità dei nostri

Alumni, sempre più attiva per l’Ateneo e attenta a restituire

parte del suo successo. Un sentimento di orgoglio e di riconoscenza,

su cui contiamo per il nostro futuro.

2 1 3

10


CLASSIFICHE INTERNAZIONALI

Il QS World University Rankings by Subject misura

le migliori università di tutto il mondo per area

disciplinare: confronta la loro capacità di fare

ricerca, la reputazione dei docenti e la qualità dei

laureati secondo le imprese.

Per la 1° volta indica un ateneo italiano, il Politecnico

di Milano, tra i primi 20 in tutte e tre le aree

di appartenenza

Fonte: 2008 QS World University Rankings by Subject



17°

NEL DESIGN (10° NEL 2016)

NELL’ARCHITETTURA (15° NEL 2016)

NELL’INGEGNERIA (24° NEL 2016)

INCUBATORE D’IMPRESA

1° 3°

PoliHub è stato premiato nel 2018 come 3°

incubatore universitario di startup al mondo.

È l’unico italiano fra i primi 20 classificati,

secondo il ranking di Ubi Global

in Italia

nel Mondo

OCCUPAZIONE

I neolaureati possono contare su un tasso di occupazione del 93,2% a un

anno dal titolo di laurea magistrale

Fonte: 2018 indagine occupazionale del Politecnico di Milano

93,2%

11


QUI COSTRUIAMO

IL MONDO DEL FUTURO

Il Politecnico è ai vertici delle classifiche mondiali delle università

anche grazie alla ricerca scientifica di frontiera che porta avanti nei

suoi laboratori. I protagonisti di questo primato italiano sono i tanti

scienziati e ricercatori del Politecnico: in queste pagine vi presentiamo i

18 scienziati politecnici, tra i migliori al mondo, che dal 2014 hanno vinto

un fondo ERC - il più prestigioso in Europa per la ricerca “di base”

“La ricerca di base è quella

visionaria, che sposta il limite

di quello che conosciamo”

Donatella Sciuto,

Prorettore vicario e Delegato alla ricerca

Politecnico di Milano


RICERCA

FLESSIBILE E INTERDISCIPLINARE

Al Politecnico, oggi, 18 scienziati ERC lavorano su alcuni dei temi più attuali dello sviluppo tecnologico

e sociale: energie rinnovabili, tecniche per l’interpretazione dei Big Data, tecnologie per la salute, per

la conservazione del nostro inestimabile patrimonio culturale, studio di nuovi materiali e tecnologie

d’avanguardia dalle applicazioni più svariate

18

SCIENZIATI

vincitori di un fondo ERC (dal 2014 a

oggi) lavorano al Politecnico di Milano,

ciascuno supportato da un team di

ricercatori di rilievo internazionale,

giovani scienziati, studenti e dottorandi

OLTRE

27

MILIONI


di euro sono arrivati al Politecnico

dall’Unione Europea dal 2014, attraverso

fondi ERC (European Research Council)

per la ricerca di base. Solo grandi scienziati

possono ottenere questi finanziamenti,

in base a criteri di curriculum, visibilità

internazionale, originalità e visione del loro

progetto di ricerca


ALUMNUS

Prof. CARLO SPARTACO CASARI

Alumnus Polimi Ing. Elettronica e PhD

DIPARTIMENTO: ENERGIA

LA RICERCA ERC

Extending the science perspectives of linear wires of

carbon atoms from fundamental research to emerging

materials

ALUMNUS

Prof. STEFANO CERI

Alumnus Polimi Ing. Elettronica

DIPARTIMENTO: ELETTRONICA, INFORMAZIONE E

BIOINGEGNERIA

LA RICERCA ERC

Data-Driven Genomic Computing

ALUMNUS

I 18 SCIENZIATI ERC

AL POLITECNICO DI MILANO

E LE LORO RICERCHE

PER COSTRUIRE

IL MONDO DEL FUTURO

ALUMNUS

ALUMNA

ALUMNUS

Prof. GIULIO CERULLO

Alumnus Polimi Ing. Elettronica

DIPARTIMENTO: FISICA

Prof.ssa CAMILLA COLOMBO

Alumna Polimi Ing. Aerospaziale

DIPARTIMENTO: SCIENZE E TECNOLOGIE AEROSPAZIALI

Prof. COSIMO D’ANDREA

Alumnus Polimi PhD Fisica

DIPARTIMENTO: FISICA

LA RICERCA ERC

Mid Infrared SpectrometerS by an Innovative Optical

iNterferometer

LA RICERCA ERC

Control for Orbit Manoeuvring through Perturbations for

Application to Space Systems

LA RICERCA ERC

Improving Photosynthetic Solar Energy Conversion In

Microalgal Cultures For The Production Of Biofuels And

High Value Products

ALUMNUS

ALUMNUS

ALUMNUS

14


Prof.ssa CARMEN GIORDANO

DIPARTIMENTO: CHIMICA, MATERIALI E INGEGNERIA

CHIMICA

LA RICERCA ERC

MIcrobiota-Gut-BraiN EngineeRed platform to eVAluate

intestinal microflora impact on brain functionality

ALUMNUS

Prof. MATTEO PASSONI

Alumnus Polimi Ing. Nucleare e PhD

DIPARTIMENTO: ENERGIA

LA RICERCA ERC

- Exploring the New Science and engineering unveiled by

Ultraintense ultrashort Radiation interaction with mattEr

- Innovative Neutron source for non destructive TEsting and

tReatment

Prof.ssa PAOLA SACCOMANDI

DIPARTIMENTO: MECCANICA

LA RICERCA ERC

Laser Ablation: SElectivity and monitoRing for OPTImal

tuMor removAL

Prof. DANIELE IELMINI

Alumnus Polimi Ing. Nucleare

DIPARTIMENTO: ELETTRONICA, INFORMAZIONE E

BIOINGEGNERIA

LA RICERCA ERC

REsistive-Switch CompUting bEyond CMOS

ALUMNUS

Prof. DARIO POLLI

Alumnus Polimi Ing. Elettronica

DIPARTIMENTO: FISICA

LA RICERCA ERC

- Very fast Imaging by Broadband coherent RAman

- A novel instrument to identify chiral molecules for pharmaceutics

and bio-chemistry

- Industrial implementation of a step-change technology to

measure fluorescence

Prof.FRANCESCO SCOTOGNELLA

DIPARTIMENTO: FISICA

LA RICERCA ERC

PlAsmon InduceD hot Electron extraction with doped

semiconductors for Infrared solAr energy

Prof. GIOVANNI ISELLA

Alumnus Polimi Ing. Nucleare

DIPARTIMENTO: FISICA

LA RICERCA ERC

Chip-scale INtegrated Photonics for the mid-Infra REd

Prof. ALFIO QUARTERONI

DIPARTIMENTO: MATEMATICA

LA RICERCA ERC

An Integrated Heart Model for the simulation of the

cardiac function

ALUMNUS

Prof. ENRICO TRONCONI

Alumnus Polimi Ing. Chimica

DIPARTIMENTO: ENERGIA

LA RICERCA ERC

Structured Reactors with INTensified Energy Transfer for

Breakthrough Catalytic Technologies

Prof. MATTEO MAESTRI

Alumnus Polimi Ing. Chimica e PhD

DIPARTIMENTO: ENERGIA

LA RICERCA ERC

Structure-dependent microkinetic modelling of

heterogeneous catalytic processes

Prof. PIERANGELO METRANGOLO

Alumnus Polimi Ing. Chimica e PhD

DIPARTIMENTO: CHIMICA, MATERIALI E INGEGNERIA

CHIMICA

LA RICERCA ERC

A Minimalist Peptide Elastomer

ALUMNA

Prof.ssa MANUELA TERESA RAIMONDI

Alumna Polimi Ing. Meccanica

DIPARTIMENTO: CHIMICA, MATERIALI E INGEGNERIA CHIMICA

LA RICERCA ERC

- Mechanobiology of nuclear import of transcription factors modeled within a

bioengineered stem cell niche

- Nichoid: nanoengineered three-dimensional substrate for stem cell

expansion

- Miniaturised optically accessible bioreactor for drug discovery and

biological research

Prof.ssa CORINNA ROSSI

DIPARTIMENTO: ARCHITETTURA, INGEGNERIA DELLE

COSTRUZIONI E AMBIENTE COSTRUITO

LA RICERCA ERC

LIVING IN A FRINGE ENVIRONMENT - Investigating

occupation and exploitation of desert frontier areas in

the Late Roman Empire

SCOPRI GLI

AGGIORNAMENTI

NEI PROSSIMI

NUMERI

15


PHD, OVVERO:

DOTTORI DI

RICERCA ALLE

FRONTIERE

DELLA

CONOSCENZA

di Paolo Biscari

Paolo Biscari, Direttore della

Scuola di Dottorato di Ricerca del

Politecnico di Milano, ci racconta il

valore dei PhD per l’Ateneo e per il

Paese

PAOLO BISCARI, 54 anni

Direttore della Scuola di Dottorato

di Ricerca


Dall’aerospaziale alle nanotecnologie,

dall’architettura all’Ingegneria Meccanica,

passando per tutto quello che ci

sta in mezzo: più di 1100 persone che,

una volta terminato il proprio percorso,

sapranno tutto quello che c’è da sapere

su un tema molto specifico e circoscritto,

quello della loro ricerca. È questo

che è un PhD, un dottorato di ricerca:

uno specialista, che sa affrontare un

tema e approfondirlo imparando a conoscere

tutto quello che si sa di esso

allo stato dell’arte; e poi spingersi oltre,

ponendosi domande alle quali, ancora,

non esiste risposta. Qualcuno che

si spinge alle frontiere della conoscenza

e cerca di spostarle un pochino più

lontano.

A volte si pensa erroneamente che un

PhD porti necessariamente a una carriera

accademica, ma non tutti i ricercatori,

“da grandi”, vogliono fare gli scienziati,

i docenti o i ricercatori. Molti

entrano in azienda con una figura professionale

dotata di forte spinta innovativa

capace di trasferire conoscenza teorica

al contesto industriale che si coniuga

a un intenso allenamento al lavoro

di gruppo e alla gestione dei gruppi di

lavoro. Focus, visione e capacità di leadership

sono cose che emergono naturalmente

lungo questo processo.

Sempre di più, le aziende stanno

cogliendo l’importanza di questa risorsa

e investono nei dottorati di ricerca

nelle aree di loro interesse. Soprattutto

le grandi aziende vanno “a caccia”

di dottorati, mentre in Italia le piccole

aziende, spesso a conduzione familiare,

si concentrano sul lavoro quotidiano.

Quello che auspichiamo e che incentiviamo

al Politecnico di Milano è l’inserimento

più capillare possibile dei nostri

dottorati all’interno del tessuto industriale

a tutti i livelli. Siamo convinti che

questi ricercatori rappresentino una

risorsa inestimabile per le aziende italiane,

perché sono portatori di idee e di

un metodo politecnico affinato da anni

di sudore, studio e – direi – sana ostinazione.

Negli anni del dottorato non si

imparano delle nozioni: si impara a farsi

le domande giuste, le domande che

portano a scoprire nuove strategie e

nuovi orizzonti.

I risultati delle ultime indagini occupazionali

ci rendono molto orgogliosi,

sottolineano che il tessuto industriale

italiano sta riconoscendo il valore e

l’importanza dei dottori di ricerca ed è

pronto ad accoglierli. Le indagini rilevano

anche che i giovani del Politecnico

di Milano sono ben occupati e ricoprono

spesso posizioni attraverso le quali

possono incidere fortemente sulla società.

Questo accade ancora più spesso

e ancora più velocemente per i dottorati,

che entrano nelle aziende in età

più avanzata rispetto ai neolaureati. Siamo

dunque di fronte a una responsabilità,

quella di formare i leader che

guideranno il processo industriale e

tecnologico già tra 5 o 10 anni, e si rende

necessario dar loro una formazione

specifica sul tema delle ricadute etiche

della tecnologia, sull’importanza del

rispetto della diversità e dello sviluppo

sostenibile. Questo si fa anche collaborando

con discipline diverse da quelle

tecniche che sviluppiamo al Poli: nei

nostri gruppi di ricerca, infatti, ci sono

sociologi, filosofi e psicologi, che ampliano

la visione e stimolano i ricercatori

su tematiche diverse.

Sono insegnamenti che contribuiscono

a creare una persona con un valore aggiunto,

per farla diventare realmente

responsabile. Quando questo indirizzo

si coniuga alla conoscenza approfondita

della materia, alla capacita di sintesi

e visione, a quella di leadership, all’ambizione

di spingere l’asticella sempre

un po’ più in alto, ecco, è lì che nascono

nuove idee.

Quello che dico sempre ai nostri dottori

di ricerca è “non preoccupatevi se

non conoscete ancora le risposte alle

domande. Più che le risposte, ci interessa

che sappiate creare un percorso

per immaginare soluzioni nuove”. Non

è scritto in nessun libro, non viene insegnato

in nessun corso, è un metodo

che emerge dalla natura stessa della

ricerca e può avere un impatto importante

per la società intera in termini di

innovazione e crescita industriale, specialmente

in un paese come l’Italia,

culla di eccellenze e nicchie tecnologiche

di grande valore.

Nelle foto, scene dalla cerimonia di

consegna dei diplomi di Dottorato 2018 e

la foto di gruppo finale in Piazza Leonardo

Da Vinci

"Al Politecnico

oggi ci sono

più di 1100

dottorandi che

lavorano in

oltre 20 corsi

di dottorato,

nei campi più

svariati. In ogni

gruppo di ricerca

al Poli c’è almeno

un dottorando, il

nostro obiettivo

è che ce ne siano

1500 entro i

prossimi 5 anni"

17


POLIHUB

IL 3° INCUBATORE

DI STARTUP AL

MONDO, ARRIVA

DAL MONDO POLI


INCUBATORE

UNIVERSITARIO

DI STARTUP AL MONDO

UNICO ITALIANO

FRA I PRIMI 20 CLASSIFICATI,

SECONDO IL RANKING

DI UBI GLOBAL

1270

IDEE

113

STARTUP

550+

IMPIEGATI

30 MLN

DI EURO

18

RACCOLTE

NELL’ULTIMO ANNO

INCUBATE

NELLE

STARTUP

DI FATTURATO

AGGREGATO NEL 2017 A

FAVORE DELLE STARTUP

INCUBATE


STEFANO MAINETTI, 58 anni

CEO PoliHub

Alumnus Polimi Ingegneria Elettronica

Un gruppo di ragazzi con in mano

la tesi di laurea e in testa un’idea si

presenta al PoliHub, l’incubatore di

startup del Politecnico di Milano che

individua idee ad alto valore aggiunto

nel campo high tech, per supportarle

nel definire modelli di business

di successo. L’idea di questo gruppo

di ragazzi consiste in una fresa intelligente,

un robot per il taglio che si

muove in autonomia. Piccolo, portatile,

capace di operare anche su

grandi superfici di legno, e non solo,

per dar vita a barche, tavole da surf,

sedie e molto altro. “Il primo passaggio

che facciamo è capire se qualcuno,

nel mondo, ha interesse per quel

prodotto - spiega Stefano Mainetti,

chief executive officer del PoliHub

- Nel caso di questa fresa, che cambia

completamente il paradigma del

taglio, prima di andare avanti con lo

sviluppo del prototipo abbiamo cercato

appunto di capire se vi fosse

mercato per qualcosa che fino ad al-

19


lora era inesistente. Abbiamo aiutato

i ragazzi a portare l’idea in Silicon

Valley e nelle fiere di settore a Vienna

e ad Hong Kong. Li abbiamo poi

supportati nella raccolta di 250K da

investitori privati, al fine di completare

l’analisi di fattibilità tecnica. Superata

questa fase, gli abbiamo suggerito

di avviare una campagna di

crowfunding su Kickstarter, mostrando

una demo di prodotto con la quale

hanno raggiunto in 45 giorni un

milione di dollari”. La startup si chiama

Springa, il robot Goliath. “Il mercato,

ne decreterà il successo”, conclude

Mainetti.

La mission del PoliHub, si legge sul

sito, è di “supportare le startup altamente

innovative con modelli di business

scalabili e di spingere i processi

di cross-fertilizzazione tra l’Accademia,

le diverse startup e le

aziende consolidate attente all’innovazione”.

Stefano Mainetti ha anche

una spiegazione più poetica, “Cerchiamo

ciò che noi definiamo i campioni.

Idee di successo e al contempo

di rapida crescita nel mercato. Quelle

iniziative che oggi sono definite Scale-up.

La storia ci insegna che una

startup virtuosa può nascere anche

in un garage. Ma se nasce in un incubatore

trova una maggior concentrazione

di condizioni favorevoli per

sopravvivere e svilupparsi. Noi creiamo

queste condizioni”. Il tasso di sopravvivenza

delle startup incubate, a

cinque anni dalla data di fondazione,

è dell’85%. Acceleratori di invenzioni,

che per il 65% arrivano dal Politecnico

e per il 35% dall’esterno. “Essendo

un centro di eccellenza riconosciuto

a livello internazionale, abbiamo

inventori che giungono dall’esterno

perché qui trovano laboratori e competenza

- racconta Stefano Mainetti

- Può essere il caso ad esempio

di un manager che ha pensato a un

prodotto, ha già steso un potenziale

modello di business, ma non sa come

realizzarlo e ha bisogno di un team

di supporto. Oppure aziende che

hanno recepito il valore della tecnologia

e si avvicinano al PoliHub per

innovare prodotti e servizi, è il caso

ad esempio di Franke Kitchen, leader

mondiale nella produzione e progettazione

di lavelli da cucina. L’azienda

ha trasferito in PoliHub una piccola

sede che si occupa di collaborare

con startup e con il Politecnico per

innovare i propri prodotti. In questo

senso trovano spazio diversi servi-

In questa pagina immagini della fresa Goliath

e del team della startup Springo. Accanto,

l’Alumnus Dario Polli riceve l’assegno per il

progetto Chimera, di cui è “Proof of Concept”

20


“Cerchiamo

i campioni.

Idee di successo

e di rapida

crescita

nel mercato.

Fra i tanti cigni

bianchi, noi

individuiamo

i cigni neri

da far volare”

zi, come appunto l’open innovation,

in cui le aziende vengono supportate

al fine di trovare le idee migliori e le

migliori collaborazioni con le startup,

fino al mentoring, “Si tratta di Alumni

diventati manager, imprenditori o investitori

di successo, che decidono di

iniziare a collaborare con il PoliHub

per mettere la propria esperienza a

disposizione di una startup e accelerare

la crescita”. Si crea qui la società

che ancora non c’è: i posti di lavoro

del futuro. Prodotti e startup che

portano nomi suggestivi come Chimera,

una tecnologia innovativa che

attraverso la rifrazione della luce misura

la struttura molecolare nei settori

farmacologici e di analisi biochimica.

Greenrail rivoluziona il mondo

delle traversine ferroviarie utilizzando

materiali di riciclo come pneumatici

e plastica, Mathesia è la prima

piattaforma di crowdsourcing dedicata

alla matematica applicata. Empatica

(di cui parliamo in questo numero

ndr.) è uno dei casi di successo

sviluppatosi proprio al PoliHub. Dietro

ogni prodotto, ogni startup ci sono

storie visionarie. “Ogni startup è

uno stato nascente di persone - conclude

Stefano Mainetti”. E in PoliHub,

come rabdomanti di idee, si cercano

le persone che fanno la differenza.

21


UN NUOVO

SPAZIO

PER MILANO

Al Politecnico, in via Bonardi, c’è un distretto

di eccellenza internazionale dove si fa ricerca e

innovazione per il futuro delle città. Dal 2020 ci sarà

anche un nuovo spazio dedicato a tutti i cittadini e

visitatori: un pezzo di Milano cambia pelle grazie al

Poli e al progetto firmato Renzo Piano

22


In queste foto il progetto del Campus di via

Bonardi, che sarà luogo di innovazione per la

città e i suoi abitanti

Giugno 2018: sono partiti i lavori per

la riqualificazione degli spazi del Politecnico

di Milano tra via Bonardi e via

Ampère, dove ha sede lo storico campus

di Architettura, con la demolizione

della passerella tra il Trifoglio e la Nave.

Nei prossimi due anni, il campus cambierà

pelle e i due edifici verranno demoliti

per fare spazio a giardini e nuovi

laboratori d’avanguardia. L’ambizione

del nuovo Campus Bonardi, già oggi

un centro di studio e ricerca d’eccellenza

a livello internazionale e un motore

di innovazione per il Paese, sarà anche

quella di essere un simbolo della capacità

del “fare Politecnico” e un luogo di

aggregazione per tutta la città, in accordo

con il forte legame tra il Politecnico

e il territorio milanese che negli anni

scorsi ha già visto l’Ateneo coinvolto

in primo piano nella riqualificazione di

piazza Leonardo e che proseguirà anche

in futuro con interventi su diverse

aree di Città Studi.

Un luogo per Milano e per l’Italia

Il progetto del nuovo campus, donato

al Politecnico dall’Alumnus Renzo Piano,

ha l’obiettivo di aprire l’università

al passaggio dei cittadini e dei visitatori:

in un contesto come quello milanese,

denso di fermento e vitalità, il Politecnico

ha voluto aprire questi spazi

per donarli alla città di Milano invitando

i cittadini, gli studenti e tutti coloro

che transitano per via Bonardi a viverli

e condividerli in modo nuovo. Coerentemente

con l’impegno del Politecnico

sulla qualità della vita, il nuovo

Campus Bonardi sarà immerso nel verde

grazie all’arrivo di nuovi alberi, un

piccolo bosco visibile e visitabile dai

passanti. Le coperture degli edifici più

bassi diverranno terrazze per attività

all’aperto e momenti di incontro, sia

didattiche che ricreative, e i parcheggi

diventeranno giardini frequentabili da

tutta la cittadinanza.

Nuovi laboratori e tecnologie allo stato

dell’arte

Il nuovo volto di Città Studi andrà di pari

passo con la nascita di nuovi luoghi

di studio e ricerca all’altezza della tradizione

che si portano dietro e in grado

di spingere l’acceleratore sullo sviluppo

di nuove idee che continuano a trainare

lo sviluppo culturale, tecnologico e

industriale italiani.

Un progetto condiviso

Il cantiere prevede una spesa di 37 milioni

di euro ed è stato avviato grazie alla

collaborazione di molti, sia donatori

individuali che istituzioni partner che

condividono gli obiettivi del progetto.

Dall’inizio del 2018 oltre 100 donatori,

tra i quali moltissimi Alumni, hanno

raccolto oltre 6 milioni di euro e costituiscono

ad oggi una community di appoggio

che si fa ambasciatrice di questa

collaborazione tra il Poli e la città di Milano

e che, auspichiamo, crescerà sempre

di più nei prossimi anni. Anche questo

è un modo importante di sostenere

il Politecnico e la città di Milano, prendendo

parte a un progetto di cambiamento

che prepara il futuro della ricerca

e della città.

Per saperne di più:

www.sostieni.polimi.it

23


UN TELESCOPIO

PER GUARDARE

INDIETRO

NEL TEMPO

di Valerio Millefoglie

Foto di Chris Gunn / NASA

L’Alumnus Giuseppe Cataldo conquista

l’Early Career Public Achievement Medal

e un Group Achievement Award dalla

NASA per i suoi contributi al telescopio

James Webb, il più potente al mondo

24


GIUSEPPE CATALDO - 32 anni

Systems Engineer NASA

Alumnus Polimi Ingegneria Aeronautica

Costato quasi 9 miliardi di dollari, il telescopio

JWST raggiungerà la distanza

di oltre un milione e mezzo di chilometri,

per scoprire com’era l’Universo

quando aveva 400 milioni di anni.

Questi i numeri. Il nome che invece c’è

dietro è quello dell’Alumnus Giuseppe

Cataldo. La sera del 27 marzo 2009 Cataldo

era nella sua stanza, nella residenza

per studenti in Francia, dove si

trovava per un programma di doppia

laurea. Nella posta elettronica giunse

una lettera dallo spazio. Iniziava così:

“Congratulations! You have been selected

for the 2009 NASA Academy at

the Goddard Space Flight Center (GSFC)

through a fully-funded sponsorship by

the European Space Agency (ESA). Your

application was selected from six highly

competitive ESA semi-finalists. The

Academy Selection Committee found

your application to be highly-favored

in meeting all five selection criteria for

the NASA Academy”. E pensare che tutto

era partito da un libricino sulle missioni

lunari che suo padre gli leggeva

da piccolo. Ci siamo fatti raccontare il

suo percorso stellare.

Nel suo ufficio alla NASA ha appeso

al muro una locandina dell’eclissi solare

dell’estate del 2017 in America,

una foto con sua moglie, un calendario

del telescopio James Webb il cui

lancio è previsto nella primavera del

2020. Grazie al metodo matematico da

lei ideato i modelli del telescopio possono

essere validati in due settimane,

mentre prima occorrevano circa tre

mesi. Come si svolge il suo lavoro?

Mi divido fra l’ufficio, dove sviluppo le

analisi matematiche, e i laboratori, dove

lavoro all’hardware, fino all’hangar

dove si trova il telescopio. I miei colleghi

hanno sviluppato dei modelli per

ogni sistema del telescopio. Dal sistema

ottico a quello strutturale, fino al

sistema più critico del telescopio, il sistema

termico. Ognuno di questi sistemi

ha bisogno di essere validato attraverso

dei metodi matematici che siano

in grado di riprodurre i dati misurati,

per predire perfettamente ciò che avverrà

in orbita. Mi occupo poi dello sviluppo

di strumenti ad altissima sensibilità

per i telescopi spaziali e dello

studio delle proprietà ottiche dei materiali

usati per tali strumenti.

Che immagini ci riporterà il telescopio

sulla terra?

Potrà captare la luce delle stelle più

antiche dell’universo. Ci permetterà

di scoprire anche il modo in cui queste

stelle si sono evolute in galassie.

Ci racconterà la storia dell’infanzia

del nostro universo, che ancora non

conosciamo bene proprio perché non

abbiamo dati. Un’altra cosa che scoprirà

sarà sicuramente la composizione

chimica di stelle e pianeti, soprattutto

dei pianeti al di fuori del sistema

solare, e con un dettaglio finora

mai raggiunto. E poi, credo, la cosa più

interessante sarà scoprire quello che

ancora non ci aspettiamo.

Per arrivare sulla luna bisogna avere

i piedi ben piantati per terra, concentrati

sulla strada da percorrere. Quali

sono i passi che l’hanno portata dove

si trova oggi?

Da bambino sognavo di lavorare alla

NASA. Immaginavo che da grande sarei

diventato un importante professore e

che mi avrebbero chiamato a lavorare

proprio qui, sui programmi di esplorazione

spaziale della luna. Ricordo che

a sei, sette anni, mio padre mi leggeva

un piccolo opuscolo che raccontava

tutte le missioni Apollo e le storie

degli astronauti. All’epoca facevo anche

il boy scout e passavo molte notti

nei boschi a guardare il cielo e le stelle.

I nomi delle costellazioni li conoscevo

già tutti. Facendo un salto temporale

direi che il momento cruciale è stato

nel 2004, quando al primo anno di

25


Fisica all’università Statale di Milano

ho capito che la mia strada era un’altra,

era l’ingegneria. Vivevo in una residenza

universitaria dove una volta al

mese si tenevano degli incontri di vario

tipo, da conferenze a seminari, tenuti

da professori o anche da studenti più

grandi. Mi colpì molto l’intervento di un

amico che frequentava il quarto anno

di Ingegneria Aerospaziale al Politecnico,

sullo scoppio dello Space Shuttle

Columbia. Soprattutto mi appassionarono

i dettagli tecnici. Andai così a

parlare con i capi del dipartimento di

Ingegneria Aerospaziale del Politecnico

perché volevo dare un percorso più

pratico alla mia laurea. Valutai con loro

i pro e i contro di un passaggio di corso

e di università e presi la decisione di

trasferirmi, sapendo di andare incontro

a una sfida alquanto forte. Non volevo

perdere l’anno di Fisica, mi ritrovai così

a dare undici esami quell’anno. Certo,

nessuno mi obbligava. Mi obbligavo io.

Ricordo ancora oggi la gentilezza di alcuni

compagni di corso, che mi passavano

gli appunti quando avevo sovrapposizioni

con altre lezioni, e l’estrema

disponibilità dei professori. Fu un anno

veramente duro, anche perché contemporaneamente

studiavo violino al

conservatorio e dovetti passare l’esame

dell’ottavo anno.

Se dovessimo volgere un telescopio

indietro nel tempo, verso quegli anni,

cosa vedrebbe?

La luce di quel primo semestre a Ingegneria.

E vedrei anche la scia di quello

che mi ha lasciato. Ho sempre considerato

il Politecnico una palestra di vita.

Mi ha insegnato, davvero come un te-

“Questo

telescopio ci

racconterà

l’infanzia del

nostro universo.

E ci farà

scoprire ciò che

ancora non ci

aspettiamo”

26


lescopio, a raggiungere i dettagli delle

cose. Il mio motto al Poli era, ed è

tutt’oggi: Tutto e bene. Si studia tutto

nei dettagli, sino all’ultimo, senza tralasciare

nulla. I professori ripetevano:

«Se fai un errore di calcolo e invece di

mettere un più metti un meno, l’aereo

che stai progettando può cadere causando

la morte di duecento persone».

Questo mi ha segnato. Mi ha spinto a

essere forte e ad andare avanti. Nonostante

tutto riuscii a laurearmi a luglio

2007, l’obiettivo era raggiunto. Mi dissi,

andiamo avanti con la specialistica in

Ingegneria Aeronautica.

Andiamo dunque avanti, come arriva

in Francia per la specialistica?

Al Politecnico mi avevano esposto il

programma di doppia laurea come

un percorso molto intenso, in cui ci

saremmo ritrovati a studiare in modo

diverso ma che ci avrebbe offerto

l’opportunità di interagire con varie

aziende del settore. In più, ero interessato

a imparare una nuova lingua

e a scoprire un’altra cultura.

E una volta lì, scoprì anche il programma

della NASA Academy.

Sì, era aperto a due studenti europei ed

era sponsorizzato dall’ESA. Mi dissi: «Lo

faccio, non ho nulla da perdere, tanto

non mi chiameranno mai». Lavorai

all’application durante tutte le vacanze

di Natale a casa dai miei, a Lizzano, in

provincia di Taranto. Lo inviai a gennaio

e dopo qualche settimana mi sottoposero

a due colloqui via telefono. Poi cominciò

la lunga attesa. Mi recavo continuamente

all’ufficio del career service

francese, fino a che la responsabile

non si informò. Le dissero: «Ci spiace,

niente francesi. Abbiamo selezionato

uno studente spagnolo e uno italiano».

Lei rispose: «Giuseppe studia da noi!».

Poco dopo arrivò la lettera ufficiale. Ecco,

se c’è un consiglio che darei ai giovani

è quello di non aspettare che le

opportunità scendano dal cielo. A volte

può capitare, altre volte no. Se non

avessi fatto domanda per questo programma

non credo sarei qui oggi. E se

anche avessi fallito, avrei cercato altre

opportunità. Bisogna lavorare per dare

la forma che vogliamo alla nostra vita.

“Ho sempre

considerato

il Politecnico

una palestra

di vita. Mi ha

insegnato, come

un telescopio,

a raggiungere

i dettagli

delle cose”

27


speciale

scelto tra i più giovani

innovatori tecnologici

d’Europa

L’INGEGNERE

DEI SATELLITI

di Valerio Millefoglie

Nell’annuale classifica stilata

da Forbes, fra i 30 under 30 nel

campo dell’innovazione tecnologica

industrale in Europa, c’è l’Alumnus

Lorenzo Ferrario; direttore tecnico

di D-Orbit, startup specializzata in

servizi per satelliti. Siamo andati a

scoprire il suo universo

28


“Siamo una delle

poche aziende

del settore new

space in grado

di lavorare a

partire dall’idea

sul foglio

bianco alle

operazioni in

orbita”

“Welcome to the List”, titola una mail

arrivata una mattina di fine gennaio

2018 a Lorenzo Ferrario. Il mittente è

Forbes, la lista è quella dei 30 migliori

innovatori under 30. L’innovazione è

ION, in Orbit Now, della startup D-Orbit,

di cui Ferrario attualmente è il direttore

tecnico. ION è la prima “portaerei”

spaziale che trasporta e rilascia satelliti

in orbita. La mail di Forbes continuava

così: “Dopo esserci incontrati ieri alla

premiazione a Londra, rinnoviamo le

nostre congratulazioni per essere stato

inserito fra i 30 migliori innovatori under

30”. Oggi sorridendo Lorenzo Ferrario

ricorda, “L’invito alla premiazione

era finito nella cartella spam”.

Ci accoglie nella sede della startup, a

Fino Mornasco, in provincia di Como. La

piazza principale del paese si mimetizza

poco dopo l’uscita dalla tangenziale.

Scorrimento di camion e saracinesche

abbassate subito dopo l’ora di pranzo.

Eppure qui si è molto più vicini alla

luna di ciò che si pensi. Il giro dello

spazio comincia dal tappetino all’ingresso

di D-Orbit, si atterra con i piedi

sul logo e sulla frase: New Space Solutions.

“Benvenuto, questo è la nostra

casa: la chiamiamo D-Home”, dice

Lorenzo Ferrario mostrandoci, perdonate

il gioco di parole, un grande openspace

alle cui pareti ci sono i poster

di alcune storiche missioni della NA-

SA. “Siamo passati dall’avere circa 20

dipendenti a 40 - spiega - e per la fine

dell’anno contiamo di arrivare a 60”.

Poco più avanti, due modellini di razzi

con il simbolo dell’ESA sono esposti

nella sala dove vengono assemblati

i satelliti. Da qui, giungiamo alla vera e

propria plancia di comando. “Questa è

la nostra piccola Houston”, la presenta

così Ferrario, “Ci sono gli schermi di

controllo per tutte le nostre missioni”.

E mentre i computer cominciano ad accendersi,

Lorenzo Ferrario racconta la

missione D-Sat, avvenuta il 23 giugno

2017 e che ha portato per la prima volta

D-Orbit nello spazio. “Ci siamo ritrovati

qui alle cinque del mattino, mentre

in India, dove avveniva il lancio, era

pomeriggio. Ricordo tanta emozione

nel vedere il lavoro di tre anni prendere

letteralmente il volo, a bordo di

un razzo”. Poi, approfondisce il senso

di quella giornata. “D-Sat era un dimostratore

tecnologico che serviva per

due obiettivi: testare il nostro propulsore

per la rimozione in sicurezza dei

satelliti e per mostrare la capacità

di D-Orbit di realizzare una missione

spaziale. In questo settore industriale

nessuno compra qualcosa sino a che

quella determinata cosa non ha volato

nello spazio. Siamo una delle poche

aziende nel settore, in tutto il mondo,

che riescono a lavorare su un satellite

end-to-end, ovvero dall’idea sul foglio

bianco, passando per la prototipazione,

la produzione, la messa in orbita

e anche il successivo monitoraggio”. La

galassia è fatta di satelliti senza più vita,

detriti che galleggiano rischiando

l’impatto con meteoriti e altri elementi.

Il ruolo di D-Sat è di riportarli sulla

terra o di veicolarli lontano, in quelle

zone denominate orbita-cimitero, dove

il pericolo di collisione è più basso. Gli

spazzini della galassia, si potrebbero

chiamare in modo evocativo.

LORENZO FERRARIO - 29 anni

Chief Tecnical Officer D-Orbit

Alumnus Polimi Ingegneria Spaziale

Nella sequenza di immagini

qui sopra una serie di

fotografie scattate in orbita

dalla missione D-Sat

29


“Nell’atrio del dipartimento aerospaziale

del Politecnico c’era un volantino con sopra scritto:

«Vuoi partecipare a una vera missione spaziale?».

Tutto è partito da lì”

Qui in alto D-Sat,

il primo satellite

di D-Orbit

nella pagina

accanto, la sede

della startup

Le parole più emozionanti di quel 23

giugno furono il codice morse di D-Sat,

“Diceva semplicemente Sono D-Sat e

informava sullo stato delle batterie.

L’equipaggio qui era di otto persone

e io ero l’addetto al Flight Control, cioè

colui che invia e riceve i comandi”.

Due ore dopo il satellite è passato sopra

la loro orbita, “Il passaggio durava

massimo dieci minuti e in quel tempo

dovevi portare a termine tutte le operazioni

perché poi non lo vedevi per

un’intera orbita di dodici ore. Avevamo

inserito delle telecamere di bordo

con le quali scattavamo delle foto

in giro per il mondo, avevamo catturato

anche l’immagine dell’uragano Irma

sulla Florida. In quei momenti ti ritrovi

a guardare queste foto che giungono

dallo spazio e pensi a noi qui sulla terra.

Provi un sentimento di fratellanza

nel confronto degli altri, visti da lassù

non ci sono confini ma solo cose meravigliose.

Scoprire che dietro tutto ciò

che osserviamo in natura ci siano regolarità,

modelli che si possono costruire

e replicare in modo logico e deduttivo,

che si adattino così perfettamente alla

realtà che di deduttivo non ha nulla,

dà continuo conferme alla mia fede.

La matematica è una così buona e bella

descrizione dell’universo che ci circonda,

e ci dice che dietro c’è un tipo

di ordine e di armonia quasi musicale”.

Un’immagine ancora presente nel ricordo

e nella biografia di questo innovatore

è ambientata nell’atrio del dipartimento

aerospaziale del Politecnico

di Milano. “Vuoi partecipare a una

vera missione spaziale?”, c’era scritto

su un semplice foglio affisso in bacheca.

L’annuncio pubblicizzava il progetto

ESMO, l’European Student Moon Orbiter,

un programma che riuniva un pool

di università europee per la prima mis-

30


sione lunare di sonda che gira intorno

alla luna, realizzata da studenti. “Il Poli

partecipava con due gruppi. Io, che allora

frequentavo la triennale in Ingegneria

Aerospaziale, ero in quello che si

occupava di propulsione”. La traiettoria

non si ferma. “Finita l’esperienza mi è

venuto spontaneo fare richiesta di una

internship tramite l’ESMO. Grazie all’allora

mentore della mia squadra del Poli,

Luca Rossettini, sono andato a Gilford,

in Inghilterra”. Appena rientrato

in Italia per la magistrale, gli arriva una

mail proprio da Rossettini, “Ho fondato

un’azienda e mi piacerebbe che venissi

a darmi una mano”. “Ci siamo trovati

in un bar della Brianza, perché D-Orbit

all’epoca non aveva nemmeno una

sede. Siccome studiavo ancora ci siamo

accordati per un part-time. Mi occupavo

della validazione numerica dei

satelliti per la rimozione dei detriti.

Nei primi mesi lavoravo un paio di ore

al giorno al computer, esattamente al

mattino e alla sera quando ero in treno

per andare e tornare dal Poli”. Poi,

prende un aereo per lavorare alla tesi

di laurea a Princeton. “Mi avevano offerto

anche un dottorato ma ho deciso

di venire a lavorare a questa startup

perché al tempo, e in tutto il mondo,

non esistevano molte realtà imprenditoriali

focalizzate su quello che chiamiamo

il new space. Ho iniziato a lavorare

sui sistemi di controllo di D-Sat, poi

nel 2014 è diventato un lavoro a tempo

pieno. E devo dire che dopo la nomina

di Forbes mi sono sentito orgoglioso,

soddisfatto, ma ho anche avvertito

una responsabilità sulle spalle”.

Di responsabilità è puntellato anche

tutto il suo percorso al Politecnico.

“È un’università che crea un senso di

identità. Credo sia molto simile a quel

senso di vicinanza che si prova quando

si è riusciti a scalare una montagna

molto alta e ci si ritrovi con qualcun

altro che l’ha scalata prima di te.

Ci s’incontra sulla vetta e ci si dà una

pacca sulla spalla. È complessa, difficile,

pretende tanto e deve continuare

a pretendere tanto. Penso anche

che crei una precisa forma mentis:

sai che esistono problemi difficili, che

questi problemi difficili non te li allevia

nessuno ma che se ci sbatti la testa

riesci a trovare con creatività una soluzione.

Spesso questa soluzione si trova

in gruppo, chiedendo aiuto e appoggio

agli altri. Al Poli l’ingegnere è colui che

deve usare il proprio ingegno, e non

all’americana, in cui il termine ingegno

deriva dal motore. L’ingegno italiano

credo sia il principale insegnamento

del Poli”. Pensando a un consiglio

da dare ai giovani, riflette: “Sono arrivato

a fare quest’intervista perché sono

finito su Forbes e, andando ancora

più indietro, all’origine del mio universo,

sono finito su Forbes perché quel

giorno al Politecnico ho visto un volantino

e invece di passare dritto mi sono

fermato e ho detto Sì, voglio andare

sullo spazio. Il mio consiglio quindi è di

guardarsi intorno, attivamente”.

Dopo aver parlato del passato, parliamo

dei prossimi orizzonti. “A D-Orbit

ci siamo resi conto di essere in grado

di realizzare dei sistemi spaziali

che possono viaggiare indipendentemente

dal proprio host. Così ora ci stiamo

evolvendo in un settore più ampio

che è quello del trasporto spaziale,

legato non solo al deorbitaggio ma anche

alla movimentazione delle cose in

orbita. Da qui è nata l’idea di ION, in

Orbit Now, una portaerei per satelliti.

Possono essere utili per le comunicazioni,

per il meteo, per l’osservazione

della terra”. Tornando verso l’ingresso,

al tappetino che accoglie in questa

succursale dello spazio, dice: “Ho

un po’ la pretesa di pensare che tutti

noi qui stiamo lavorando per il prossimo

grande passo dell’umanità: quello

di diventare una specie che vive su più

pianeti. Come nel Settecento scoprirono

nuove terre, noi troveremo davvero

la terza dimensione dell’umanità. Il

mio sogno è di riuscire ad andare nello

spazio. A casa ho un disegno di quando

avevo tre anni, sopra c’erano un razzo

e le parole “My dream house”. Sono rimasto

a quell’età lì, quando tutti dicevano

di voler fare gli astronauti. Gli altri

sono cresciuti e hanno iniziato a fare

gli avvocati, i medici, gli impiegati. Io

sono rimasto al sogno dell’astronauta”.

“Il Poli crea un senso d’identità

fra chi l’ha frequentata: come chi

ha scalato con difficoltà la stessa

vetta e ci si riconosce in cima”

31


speciale

scelto tra i più influenti

giovani artisti

d’Europa

IL DESIGNER

DI COLLAGE

Nel 2017 Forbes l’ha inserito fra i 30 under 30 più influenti

d’Europa in campo artistico. Con carta, forbici e colla crea

mondi di cartotecnica e creatività per i marchi più importanti

del mondo, per l’editoria e la musica. Un’intervista collage

“Più che un illustratore mi sento vicino

alla figura di Visual Artist. È come se

io con un determinato stile andassi a

esplorare diverse situazioni in cui serve

un’immagine applicata a scenografie,

a set video, ad animazioni”. Si descrive

così Gio Pastori nel suo studio milanese,

che condivide con altri due artisti:

un’ampio salone dove la carta è ovunque,

ritagliata e conservata in contenitori

trasparenti, avvolta in cilindri colorati

agli angoli della stanza o ritagliata

alle pareti dove prende forme geometriche

e diventa visione e idea. Un bancone

da falegname rende bene il tipo

di lavoro che si fa in questa fabbrica di

immagini, qui la materia viene maneggiata,

tagliata, fatta in piccoli pezzi e ricostruita,

rimodellata.

“Al Politecnico

ci insegnavano

a creare prodotti

di design a

partire dalla

carta. Forse è

uno dei motivi

per i quali

oggi sono così

maniacale sui

collage”

“Ricordo un professore del Politecnico

che ci insegnava a creare dei modellini,

dei prodotti di design a partire dal

foglio bianco. Da lui ho imparato tantissime

nozioni sull’utilizzo della carta.

Anche, banalmente, sul come incollare

due pezzi di carta in modo che combacino

in maniera perfetta e bellissima.

Cosa tutt’altro che banale. Magari

è stato uno dei motivi per i quali oggi

sono così maniacale sul procedimento

di lavoro e sull’esito di un collage”. Che

sia un abito pensato in collaborazione

con lo stilista Marco de Vincenzo, un’installazione

per l’ultima boutique di Tiffany,

un paio di Nike che volteggiano in

un video o una scenografia per un video

musicale; tutto parte da un bisturi

che crea linee sulla carta. Parlando di

una serie di video animati realizzati per

il magazine Elle Decoro Italia, e proiettati

nello storico Palazzo Bovara durante

la Milano Design Week 2018, Gio Pastori

racconta: “Qui ho avuto delle reminiscenze

del Politecnico perché sono

partito dal dover reinterpretare oggetti

iconici del design italiano: dal calendario

Timor di Enzo Mari del 1966 per Da-

32


GIO PASTORI - 29 anni

Visual Artist

Alumnus Polimi Design

nese alla radio Brionvega di Marco Zanuso.

Sono andato a creare delle storie

che si azionavano tramite touchscreen”.

Sullo schermo si animava così il

calendario con i giorni, i mesi ma privo

dell’anno, “Si tratta di un calendario

eterno - spiega - quello che volevo far

trasparire era una sorta di scrigno dei

ricordi, facendo ruotare le date e attraverso

queste volare nel tempo e nello

spazio”. Attorno al calendario prendono

forma una spiaggia vintage, un bambino

a bordo di uno slittino, poi le palle

di neve diventano pianeti, stelle e compaiono

delle piccole astronavi. Affiorano

altre reminiscenze del Politecnico e

di Milano. “Ricordo un ciclo di lezioni

su Gio Ponti, il professore era innamorato

delle sue architetture e di rimando

te ne faceva innamorare. Inoltre ho

“Un corso su

Leonardo da Vinci

mi mostrò tutta

l’innovazione

che c’era

in un classico

dell’arte”

con Ponti un legame che affonda le radici

nella mia infanzia. Sono stato battezzato

nella chiesa di San Luca Evangelista

a Milano, realizzata proprio da

lui. Da piccolo avevo questa visione di

una piscina gigante, con delle luci pazzesche

che filtravano dai vetri e illuminavano

le panchine nello stile della

Superleggera”. Tra le carte si mimetizza

una copia del libro “Leonardo da

Vinci, 1452-1519: il disegno del mondo”.

Uno degli autori è Pierfrancesco Marani,

insegnante di Pastori al Politecnico.

Sfogliandolo compaiono tra le pagine

un trifoglio e alcuni passaggi sottolineati

a matita. “Mi colpì la quantità di innovazione

che Leonardo da Vinci, considerato

un classico, metteva nelle sue

opere. Ecco, quel corso me lo svelò da

un nuovo punto di vista”.

Finita la triennale Gio Pastori decide

di provare un’esperienza lavorativa

all’interno di un’agenzia creativa. “Anche

questo mi ha insegnato qualcosa.

Ho capito che non avrei mai voluto un

boss creativo dal quale arrivare tutti i

giorni, in ufficio, per chiedergli cosa dovessi

fare. In quel momento ho intuito

che aspiravo a fare qualcosa da solo. E

una volta deciso che non volevo un capo,

ho fatto lavori di ogni tipo, dal commesso

al barista. Intanto disegnavo.

Quando ho messo da parte abbastanza

soldi per mantenermi per un certo

periodo, mi sono avventurato e ho detto

«Faccio solo disegni». Mi sono impegnato

a costruirmi una credibilità,

“Suonerà banale

ma direi a tutti

di perseguire i

propri sogni”

per far arrivare agli altri la mia visione.

Suonerà banale, ma direi a tutti di perseguire

i propri sogni”. Sulle t-shirt realizzate

per il progetto Armani Exchange,

serie Gio Pastori, si leggono le parole

“Love” e “Luck”: le intende come piccoli

manifesti di buoni propositi. “Non so

se farò collage per tutta la vita o se diventerò

un art director in poltrona o un

imbianchino. Per ora c’è questo aspetto

di provvidenza per cui quando ho voglia

di fare qualcosa, capita un lavoro

in cui posso sperimentare esattamente

quella cosa”. Mentre dice questo, alle

spalle, sulla sua solita tavolozza-foglio

di carta, c’è il mondo che ha immaginato

e creato per il video di Myss Keta

(progetto musicale e performativo nato

sul web e diventato poi fenomeno virale

e pop ndr.). Prende il modellino e se

lo rigira fra le mani. Per il video è stato

realizzato a grandezza naturale un

mondo di bar, banche, piazze, una gigantografia

cartacea, di carta non leggera,

che non si strappa facilmente, di

carta che rimane nel tempo.

33


34


In questa pagina: (in grande) l’installazione realizzata per la

boutique milanese di Tiffany. A seguire: l’abito pensato in

collaborazione con lo stilista Marco de Vincenzo, un frame

dell’animazione video realizzata per Nike Hypervenom 3,

l’installazione autoritratto per Contexto, mostra diffusa nel

centro storico di Edolo (Brescia), un frame del video ideato

per Elle Decor Italia durante la Milano Design Week 2018, la

cover del disco di Myss Keta “Carpaccio ghiacciato”

35


BIG

(DESIGNER)

DATA

Giorgia Lupi, un PhD in Information Design e un’opera

entrata nella collezione permanente del MoMa di New

York. L’interpretazione dei dati ai giorni nostri

di Davide Coppo


“I dati sono

una maniera

per capire e

descrivere la

nostra natura

umana”

GIORGIA LUPI - 37 anni

Partner and Design Director Accurat

Alumnus Polimi Design

Come si disegna una vita? In maniera

ordinata e colorata, direbbe Giorgia Lupi.

Information designer e artista di base

a New York, Giorgia ha nel suo curriculum

accademico un PhD in Information

design al Politecnico. Il video

del suo intervento al TED Talk del marzo

2017 ha ricevuto più di un milione di

visualizzazioni online. Nel talk, Giorgia

ha presentato la sua personale visione

dei big data, o meglio il suo approccio

alla ricerca e rappresentazione di questi:

ciò che ha chiamato «Data Humanism».

Nel talk ha parlato di Dear Data, il

progetto che ha sviluppato con l’amica

e designer Stefanie Posavec, diventato

poi un libro nel 2016 edito da Penguin

Books ed infine esposto al MoMA

di New York. Dear Data è una raccolta

di vere e proprie cartoline su cui Lupi

e Posavec, di settimana in settimana,

hanno annotato, mappato e visualizzato

centinaia di aspetti della propria vita:

i momenti di malumore, i «grazie»

detti a persone vicine e sconosciute,

la musica ascoltata, le porte attraverso

le quali entravano e uscivano in precisi

giorni, ogni aspetto del quotidiano.

Tutto tradotto in infografiche disegnate

a mano su cartoline che per un anno

imbucavano in due caselle postali e si

inviavano; Giorgia da Brooklyn e Stefanie

da Londra. In pratica: l’information

design al servizio dell’indagine umana.

Data Humanism, appunto. “Quel progetto

mi ha aiutato a riportare il focus

sul fatto che i dati sono una maniera

che abbiamo di capire e poi descrivere

la nostra natura umana”, racconta

in collegamento dal suo ufficio a New

York. E a proposito di dati e umanità,

aggiunge: “Prima di iniziare Dear Data

Stefanie e io ci eravamo viste solo un

paio di volte. Ora siamo diventate incredibilmente

amiche, è una delle persone

più vicine a me nella mia vita. Per

un anno abbiamo condiviso i dettagli

più intimi della nostra vita. Sono figlia

unica e non so cosa voglia dire avere

una sorella, ma dev’essere qualcosa di

simile”.

L’originalità dell’approccio di Giorgia

Lupi al design dell’informazione e

all’infografica non è rimasta circoscritta

a Dear Data, ma si manifesta ogni

giorno in Accurat, la società di Information

design che ha fondato con altri

due soci, Simone Quadri e Gabriele

Rossi, nel periodo in cui frequentava il

Politecnico di Milano, il 2011. “L’approccio

che ho usato per Dear Data guida

la nostra filosofia anche in Accurat. Poi

certo, a volte gli output possono sembrare

progetti non necessariamente

guidati da un aspetto umano, perché

lavoriamo con grandi clienti come Google,

Ibm, che hanno problemi da risolvere

che non sono quante volte ti lamenti

durante la settimana, però è im-

37


38


Nella pagina accanto una serie

di cartoline del progetto Dear

Data. Qui sopra l’esposizione

permanente al MoMa di New

York e alcuni fogli di lavoro

del progetto.

“Il DensityDesign

Lab del

Politecnico mi

ha aperto un

mondo. E credo

sia davvero

un’eccellenza a

livello mondiale”

portante per me quello che ci diciamo

sempre con i designer e gli sviluppatori,

con tutte le persone che seguono i

progetti: ogni volta che rappresentiamo

un dato dobbiamo sempre chiederci

in che maniera questo dato ci aiuta

ad arrivare più vicini a un fenomeno, a

qualcosa che rappresenti la nostra vita.

Non dobbiamo mai focalizzarci solo su

costruire l’interfaccia in sé”. Come se

fosse un manifesto? “Come se fosse un

manifesto: come tutti i manifesti o le filosofie,

di volte in volta si applicano e

declinano in maniera diversa”, dice.

Guardando agli inizi “architettonici” di

Giorgia Lupi, questo approccio originale

alla data visualization stimola delle

eco del celebre volume Autoprogettazione?

di Enzo Mari, «un progetto per

la realizzazione di mobili con semplici

assemblaggi di tavole grezze e chiodi

da parte di chi li utilizzerà», secondo

le parole dell’autore, che intende “ac-

cendere” la coscienza del fruitore sugli

oggetti di cui si compone una casa,

così come Lupi intende rimettere

al centro il lato umano del dato, e non

quello meramente numerico. A proposito,

dice: “Sì, è simile. Non focalizzarsi

sull’oggetto in sé, ma spostare il fuoco.

Io dico sempre che per imparare a

lavorare con i dati bisogna dimenticarsi

dei dati e imparare a vederci attraverso,

ed è simile all’approccio di Mari,

ed è anche interessante che lui stesso,

quando arrivava a teorizzare le cose, le

teorizzava dopo aver fatto un sacco di

esperimenti e progetti”.

La formazione di Giorgia è molto legata

a DensityDesign Lab, il research lab

del dipartimento di Design del Politecnico:

“Lavorare con Paolo Ciuccarelli mi

ha davvero aperto un mondo”, ricorda.

“Ho avuto una collaborazione stupenda

con lui e con i ragazzi di DensityDesign,

il laboratorio del Poli che si occupa

di data visualization, e da lì in poi

sono cresciuta molto sia umanamente

che professionalmente, anche perché

mi sono trovata in un ambiente molto

collaborativo. Passavo le mie giornate

lavorando su tantissimi progetti. Penso

sia davvero un’eccellenza a livello

mondiale”.

Il primo progetto ufficiale di Accurat

nasce proprio tramite DensityDesign,

ed è la collaborazione con La Lettura

del Corriere della Sera. “Serena Danna,

giornalista dell’inserto culturale

del quotidiano, aveva ideato la rubrica

Nuovi Linguaggi per raccontare fenomeni

globali attraverso la data visualization.

E la prima collaborazione l’avevano

avviata con Density, che poi ha

passato la palla a noi come Accurat. Ci

abbiamo lavorato per due anni”.

Oggi Accurat ha due sedi – una italiana

e una statunitense – e 35 persone

che ci lavorano, “e stiamo crescendo

sempre di più”. Anche Dear Data è

cresciuto: dopo essere stato esposto

al Museum of Modern Art di New York

è pronto per andare in stampa con un

seguito: si chiama Observe, Collect,

Draw!, sempre realizzato a quattro mani

con Stefanie Posavec. “È una sorta

di journal per chi vuole fare quello che

abbiamo fatto noi per un anno, con Dear

Data”, spiega. Ovvero, in fondo, “quasi

un’analisi terapeutica”, dice ridendo.

“Quando parlo di Dear Data racconto

che mi ha insegnato più su me stessa

di quanto abbia fatto la terapia”.

39


DALLA DAYTONA

ALLA TESTA ROSSA:

TUTTE LE FERRARI

DELL’ING. FIORAVANTI

LEONARDO FIORAVANTI - 80 anni

AD Fioravanti Srl

Alumnus Polimi Ingegneria Meccanica

La Ferrari Dino, la Ferrari Daytona, la Ferrari F40, la Testarossa

e molte altre, sono state disegnate dalla stessa

mano: quella dell’Alumnus Leonardo Fioravanti. Abbiamo

visitato insieme una mostra molto speciale al Museo nazionale

dell’automobile di Torino, quella a lui dedicata

40


Capitolo 1

80 ANNI DA CORSA

Un distinto uomo con una ventiquattr’ore

su cui compare il cavallino della

Ferrari fa il suo ingresso al Museo nazionale

dell’automobile di Torino. Per

entrare alla mostra non ha bisogno del

biglietto perché è lui stesso la mostra.

“Rosso Fioravanti. Le auto di un ingegnere

a mano libera”, questo il titolo

dell’esposizione che raccoglie i disegni,

le coppe delle gare automobilistiche,

il libretto del Politecnico, la tesi di

laurea, le memorie di una vita e, naturalmente,

le auto di una vita di Leonardo

Fioravanti: ottant’anni, cinquanta

di questi trascorsi a fare la storia delle

auto da corsa in Italia e in tutto il

mondo.

“Per me il rosso non è solo il rosso Ferrari

- spiega fermandosi davanti a un

esemplare di Alfa Romeo Vola presentata

al Motor Show di Ginevra nel 2001

- Per me il rosso vuol dire Italia da

corsa”. E la sua corsa comincia a casa

dei nonni paterni a Genova. Proprio lì,

all’età di sei anni, quando rimane affascinato

da un bob a quattro che scende

lungo la curva di un piatto d’argento

dei primi del ‘900. Il soprammobile

d’epoca, oggi, è al centro della prima

sala della mostra. “A impressionarmi

fu l’aria di questo equipaggio rappresentato:

vanno veloci, ma sanno quello

che fanno, sembrano allo stesso tempo

impegnati sino allo spasimo, eppure

sono rilassati. Veloci e in sicurezza.

Per vincere bisogna fare così”. Da questa

folgorazione dell’infanzia nasce la

sua passione per “tutto ciò che si muoveva

per terra, per mare e per cielo”.

A scuola riempie quaderni interi non

con gli appunti delle lezioni ma con disegni

di auto, moto, navi ed elicotteri.

Un muro di fogli di quaderni ingialliti

si staglia lungo una parete del museo.

“Per capire a che anni risalgono - dice

Fioravanti - abbiamo qui un quaderno

con i Savoia in copertina”. Nella prima

pagina una data: lunedì 10 aprile 1945.

“Ho cominciato a disegnare da giovanissimo.

Inoltre in quel periodo, come

tutti i miei fratelli, prendevo lezioni di

pianoforte. Ricordo bene le Scene Infantili

di Schumann. Mi esercitavo con

i tre pedali del piano che per me diventavano

freno, frizione e acceleratore”.

E sul freno di un auto, anni dopo,

poggia rovinosamente i piedi all’ultimo

secondo e si schianta contro un albero

in piazza Leonardo Da Vinci. “Ero

con un mio amico, anche lui studente

del Poli. Uscimmo, raddrizzammo l’auto

e ripartimmo”, dice. “Pensi, mi chiamo

Leonardo, abitavo davanti a Piazza

Leonardo da Vinci e ho fatto il Politecnico”.

Un nome, un destino.

41


Capitolo 2

IN PISTA, AL POLITECNICO

A diciotto anni inizia a correre in pista

e contemporaneamente si iscrive

al Politecnico. Sopra una fila di trofei

esposti in una grande teca illuminata

c’è una foto in bianco e nero. Ci mostra

Fioravanti, sorridente, seduto nella

sua 500. “Ero alla Compiano-Vetto

d’Enza, una corsa in salita attraverso

l’Appenino di Reggio Emilia”. Indica un

punto dell’auto, sotto il sedile, e racconta:

“Qui c’erano stipati i libri e i testi

di un esame che avevo dato al Politecnico

proprio quel giorno”. Durante

le prove di gare i libri saltavano da

tutte le parti, ricorda nel suo libro autobiografico

“Il Cavallino nel cuore”.

“Io vedo una cosa e so immediatamente

le proporzioni”, dice mentre arriviamo

alla sezione dedicata proprio

agli anni trascorsi al Politecnico. Una

teca custodisce cerchiografi, un regolo

e il libretto universitario su cui leggiamo:

“Fioravanti Leonardo, matricola

12.241. È stato iscritto al corso di laurea

in Ingegneria, il giorno 27 novembre

1956”. Nella stessa teca convivono

i due modellini di legno realizzati per

la tesi di laurea. “Il biennio al Politecnico

è stato difficile - dice - arrivavo

dal liceo classico e ricordo sempre la

prima lezione di Analisi Matematica:

aula piena, il professore che parla di

derivata seconda e io che alzo la mano

e chiedo «Scusi, ma la prima?». Poi,

superato il biennio, quando ho iniziato

a studiare la parte di meccanica,

del disegno di costruzioni automobilistiche,

ho iniziato a correre”. La tesi

di laurea è dunque letteralmente un

pezzo da museo, nelle pagine riprodotte

in grande si legge: “Alcuni schizzi

e il disegno definitivo della berlina aerodinamica

scelta come argomento di

tesi. Interessante lo spaccato che mette

in evidenza l’abitabilità ed il motore

inclinato all’indietro, alloggiabile

in un cofano basso e penetrante”. Davanti

ai documenti ufficiali della sua

tesi Fioravanti spiega com’è nata l’idea.

“Io ero malato di aerodinamica.

Volevo un’autovettura per girare l’Italia

con quelli dello Sgambo, ci chiamavamo

così io e il mio gruppo di amici.

42


Eravamo in tutto sei persone, quindi

volevo una macchina a sei posti e che

consumasse il meno possibile, che di

soldi non ne avevamo. I due modellini

in legno, che vede qui esposti, furono

testati nel tunnel della Breda e convinsero

il professor Fessia, nonostante

la sua avversione all’aerodinamica,

a farmi da relatore”. La storia continua

su uno dei pannelli: “Nel 1962 lo

studente Fioravanti partecipa, col Politecnico

di Milano, ad una visita alla

Pininfarina. Ha portato una cartella di

disegni, riesce a ritagliarsi un momento

di colloquio con Sergio Pininfarina

e Renzo Carlo”. Passando vicino a una

foto in bianco e nero che lo ritrae proprio

con Pininfarina commenta: “Vede

che accarezza l’auto? Imparai da lui

che oltre al vedere, bisogna toccare. I

difetti che a occhio non si notano, si

sentono col tatto”. “Il lampo e il tuono

della mia vita” leggiamo sul pannello.

Il lampo dell’idea e il tuono della realizzazione:

all’età di 26 anni Fioravanti

mette mano alla sua prima Ferrari, la

250 LM in versione stradale.

43


Capitolo 3

TUTTE LE FERRARI DI UNA VITA

Ancora qualche passo e ci ritroviamo

al capitolo Daytona. “La Daytona

non era nei programmi né della Ferrari

ne di Pininfarina. Io cominciai a

disegnarla a dicembre del ’66. Due

mesi prima era stata presentata al

Salone di Parigi la berlinetta Ferrari

275 GTB. Presi a disegnare un modello

con una linea più aerodinamica,

con una visibilità ottima, per tornare

a vincere con il motore anteriore.

In ufficio ci lavoravo poco, perché mi

avrebbero chiesto cosa stessi facendo,

dunque mi ci mettevo più a casa.

Presentai il disegno a Pininfarina

che commenta: «Ingegnere, ma lei è

matto. Abbiamo presentato la Berlinetta

solo due mesi fa» La fecero comunque

vedere al commendator Ferrari,

che commentò a sua volta «Ma

quello è matto». Ad ogni modo diede

mandato al capo dell’ingegneria Angelo

Bellei di fare tutte le prove sulla

meccanica, io da ingegnere l’avevo

già disegnata perfettamente. Così,

senza neanche realizzare il modello

in scala ridotta fu realizzato un modello

a scala 1 a 1”. Davanti alla foto

della Daytona riflette un attimo e

poi ricorda: “Dopo quegli eventi con

il commendatore ci intendevamo alla

perfezione. Avevo meno di trent’anni”.

Snocciola memorie da record e

frasi passate alla storia, come quando

Enzo Ferrari gli chiede “Vorrei una

Ferrari per andare alla Scala con i

miei amici”. E tutto, ancora una volta,

parte dalla matita che si posa sul

foglio, “il primo tratto che delineo è

sempre il muso, perché entra nell’aria”.

Cita Junichiro Hiramatsu, un facoltoso

giapponese che commissiona

una Ferrari solo per sé: nasce così la

Special Project 1. Si attraversa un’esistenza

leggendo i brevetti della Fio-

44


avanti, la società fondata nel 1987

con i suoi tre figli: Autoveicolo con un

sistema di detenzione senza spazzole

per superfici vetrate e simili, Autovettura

- in particolare autovettura da

competizione, Procedimento e sistema

per la rilevazione delle impronte

di appoggio dei pneumatici di un autoveicolo.

“Prima facevo il matto per

gli altri, da quel giorno potevo farlo

per me”, dice. Poi, come un lungo flashback

aggiunge: “Ho avuto la fortuna

di essere un ingegnere che sa disegnare.

E al Politecnico ho imparato

il rigore della logica progettuale. Dal

professor Fessia, ma anche dagli altri

professori e da mio padre, ho imparato

che il progetto è la somma di

varie cose ma è anche una cosa unica.

Non bisogna mai perdere di vista

il progetto nel suo complesso. Non

si può essere il più specializzato nei

cuscinetti a sfera e non tener presente

che esistono anche dei cerchioni,

dei pneumatici e un’automobile. Ed

è una cosa che ho studiato non solo

sulla carta, ma vivendo e seguendo

l’approccio mentale di questi professori.

Era gente innamorata dell’insegnamento,

erano veri progettisti:

ciò che insegnavano lo esprimevano

quotidianamente con le parole e con

gli atti. E io ero quello che si sedeva

sempre in prima fila, ad abbeverarsi

di quel sapere”. Oggi, che è lui l’uomo

del sapere, dice: “Una cosa che a

questa tenera età posso francamente

permettermi di dire ai giovani è questa:

non permettete mai a nessuno di

interferire coi vostri sogni. Secondo:

sceglietene uno solo, perché nella vita,

come disse il poeta, si può fare

bene una sola cosa”.

45


46


Capitolo 4

ALLA FINE, SI RIPARTE

Nell’ultima sala ci sono finalmente loro:

le macchine, in carrozzeria e motore,

in design e aerodinamica. Posizionate

su pedane rotanti si mostrano in

ogni lato. Chiedo a Fioravanti cosa provi

nello stare qui, davanti a tutto ciò

che ha realizzato. Mi risponde con una

sola parola, pronunciata a bassissima

voce come una confessione, nell’orecchio.

Poi, rimane il silenzio delle pedane

che ruotano. Nella testa il suono

immaginato di tutti i motori accesi.

In questa pagina: Lorem ipsum

47


MI RICORDO LA CASA

di Nicola Feninno

foto di Giuseppe Vesce

e Beatrice Mammi

1978/1979

48


A DELLO STUDENTE

GIUSEPPE VESCE

Studio tecnico Vesce

Alumnus Polimi Architettura

49


Sulla pagina Facebook ‘Alumni Politecnico di Milano

abbiamo pubblicato una foto che ritrae la Casa dello

Studente negli anni ’60. Siamo stati sommersi di

commenti, ricordi, racconti. Ne abbiamo selezionati alcuni

ed è nato questo testo, in cui gli Alumni parlano della loro

esperienza e ci portano in un viaggio nella memoria della

storica Casa dello Studente

Mi ricordo sei bellissimi anni vissuti

nella camera 110. (Luca Dorazio)

Mi ricordo che dal ’99 al 2005 ho vissuto

nella camera 435 e poi nella 127.

Indimenticabili, sia gli anni che le camere.

(Carmine Perotta)

Mi ricordo quando dissi a Emma Bonino,

“Tu intrattieni i bambini mentre

noi siamo in manifestazione per il diritto

alla casa in difesa degli sfrattati”.

(Lucio Dorazio)

Mi ricordo una mitica partita di calcio

Italia vs Resto del Mondo al parco

Lambro con i residente della Casa

dello Studente. (Massimo Bernasconi)

Mi ricordo anche la finale di Coppa

del Mondo di calcio del 1982 svoltasi

in Spagna tra Italia e Germania vinta

poi dall’Italia ed il tifo infernale fatto

per l’Italia da parte di quasi tutti

gli studenti della casa. (Omar Hamadneh)

Mi ricordo il bar al primo piano dove

si faceva colazione. (Mario Esposito)

Mi ricordo il piano “- 1” dove si faceva

pranzo, cena, dopocena. (Piero

Tacconi) Mi ricordo pausa pranzo con

“I Simpson” alla tv. (Andrea Piccione).

In queste foto, l’Alumnus Giuseppe

Vesce nella camera che condivideva

con un altro studente nella residenza

di Viale Romagna 92

Mi ricordo il bar matricola con Mara.

(Tina Malamati Gkiaouri)

Mi ricordo il mio ultimo compagno di

camera, amico per sempre. (Pierdomenico

Lugara)

Mi ricordo una folla di ricordi. Mi ricordo

un articolo del Regolamento

che proibiva di far salire donne in camera

senza l’autorizzazione. Mi ricordo

che aggirammo il divieto usando

l’ascensore di servizio che stava nel

cortile interno, prodigiosamente riparata

da alcuni laureandi in Elettrotecnica.

Mi ricordo il ’67, quando convocammo

un’assemblea nel salone e

l’articolo del Regolamento fu abrogato

con una votazione di 9 contro 1.

(Antonio Nastasi)

Mi ricordo mio papà, studente e residente

della casa negli anni ’60. (Francesca

Crisafi)

Mi ricordo il barbiere che c’era all’interno

della casa, esattamente la finestra

a sinistra del pian terreno. (Leonardo

Miolli)

Mi ricordo “O sole mio” cantato dal cinese,

dieci lire a parola. (Paolo Sanzaro)

Mi ricordo che più pagavi e più cantava.

(Mario Gioia)

Mi ricordo il suo nome, Oshina. (Antonio

Nastasi)

Mi ricordo che si diceva fosse venuto

in Italia per studiare canto lirico.

Mi ricordo che in mensa offriva “buoni

senza coda” a poco più di 200 lire.

(Renzo Bovosecchi)

Mi ricordo le feste in Auditorium. (Terry

Noviello)

Mi ricordo che io c’ero. (Tutti)

“Avevamo

due letti, due

scrivanie, due

armadi a muro,

un telefono

citofono,

un lavabo con

lo specchio.

All’ultimo anno

si poteva

chiedere, durante

la stesura della

tesi, la cameretta

singola”

50


Qui albergano

vite e ricordi

“Ci sono ragazzi che entrano alle cinque

del mattino, tornando dalla discoteca. E

ragazzi che a quell’ora escono per andare

a fare dei piccoli lavori nei supermercati

qui vicino, prima di andare a frequentare

le lezioni”. A parlare è Maurizio

Ripamonti, il responsabile della Casa

dello Studente, l’uomo con le chiavi della

residenza. “Non basta imparare a risolvere

le equazioni differenziali e gli integrali

doppi. Uno studente che esce dal

Poli deve aver imparato anche a relazionarsi

con gli altri, a confrontarsi, a convivere”.

Le sua voce riecheggia per il salone

e si arrampica lungo lo scalone doppio

che attraversa tutta la struttura, fino

al quinto piano. “Una volta un ragazzo in

una mail mi ha scritto: «La lavatrice mi

ha rovinato la camicia». Aveva usato la

candeggina per i pavimenti. Cose di questo

tipo accadono ogni settimana; è normale,

sono quasi tutti ragazzi e ragazze

che non hanno mai vissuto da soli fuori

casa, e questa è la loro prima esperienza”.

Risalendo dai sotterranei s’incontra

un’ampia aula studi. L’atmosfera qui, come

in tutta la Casa dello Studente, più

che il ciclo delle stagioni segue il ciclo

delle sessioni d’esame. In uno degli angoli

dell’ampio salone c’è una porta, che

introduce a un piccolo regno del silenzio.

Nessuna eco dei rumori esterni. Dentro

questa casa per 333 abitanti si può studiare

praticamente dappertutto: oltre alla

più ampia sala studio, ce ne sono altre

in tutti piani. “La prima cosa che faccio al

mattino”, racconta Maurizio, “è aprire la

casella mail dove ricevo tutte le richieste

dalle varie residenze. Ricevo una media

di una cinquantina di mail al giorno: in

italiano, in inglese, o in un inglese – diciamo

di difficile comprensione. Io non

ho avuto figli. Ma in questi 10 anni in cui

ho lavorato per la residenze del Politecnico

è stato come averne qualche migliaia.

Anche se a tutti do sempre del lei”.

51


La Casa dello Studente è cresciuta. Oggi le residenze Polimi

a Milano sono 6 ed ospitano oltre 1.400 studenti

DOVE SONO LE RESIDENZE?

PERIFERIA

NUOVO

DAL 2018

NEWTON

Via Mario Borsa, 25

PARETO

Via Maggianico, 6

258

ristrutturato nel 2015

232

CENTRO

GALILEI

Via Filippo Corridoni, 22

294

ristrutturato nel 2007

CASA DELLO STUDENTE

Viale Romagna, 62

333

ristrutturazione IN CORSO

NUOVO

DAL 2018

EINSTEIN

Via Albert Einstein, 6

214

DATEO

Piazzale Dateo, 5

90

ristrutturato nel 2006

POLI TERRITORALI DI COMO E LECCO

COMO

165

ristrutturato nel 2016

LECCO

165

ristrutturato nel 2015

52


La nuova residenza Vilfredo Pareto

Sono sei le residenze che fanno parte della

rete di alloggi per studenti – aperte anche

a dottorandi e visiting professor – del

Politecnico di Milano. Oggi ospitano circa

1400 persone; il 58% sono stranieri, un dato

che dà il polso della forza internazionale

dell’Ateneo. L’ultimo complesso residenziale

ad essere inaugurato, lo scorso maggio,

è stato intitolato a Vilfredo Pareto, un

ingegnere che fu una delle mente più brillanti

ed eclettiche di tutto l’Ottocento e il

Novecento. “Il Politecnico crede fortemente

nell’importanza delle residenze. E ha deciso

di investirci molte risorse”. Ha dichiarato

il prorettore Emilio Faroldi durante la

cerimonia di inaugurazione. “C’è un nesso

fortissimo tra qualità della vita degli studenti

e qualità dello studio e della ricerca.

Il Politecnico accoglie e forma persone,

non solo ingegneri, architetti o designer”.

CHI VIVE NELLE CASE POLITECNICHE?

35,4% donne 64,6% uomini

ETÀ MEDIA

24 ANNI

SERVIZI INCLUSI

wifi palestra reception 24h

utenze

uso cucina

pulizie

spazi studio

DA DOVE VENGONO?

COSA STUDIANO?

42,1% italiani 57,9% stranieri

34,8% Lombardia

15,8% Nord

17,0% Centro

32,4% Sud e Isole

72,6% Ing 18,1% Arch 9,3% Des

31,9% Laurea Triennale 7,5% Altro

56,8% Laurea Magistrale 3,8% Dottorato

53


di Nicola Feninno

Foto di Cosimo Nesca

LA NUOVA

BIBLIOTECA

STORICA

DEL POLITECNICO

Nella Sala Ciliegio del Campus Leonardo

ha da poco aperto un piccolo scrigno che

raccoglie una grande storia: tutta quella

contenuta in un patrimonio di volumi antichi

54


“Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno

a due nuove scienze attenenti alla

Meccanica & ai movimenti locali, del Signor

Galileo Galilei”, si legge, in elegante

carattere, sul frontespizio di un grande

volume adagiato su uno dei tavoli della

neonata Biblioteca Storica del Politecnico

di Milano. Un patrimonio di ventimila libri,

di cui seimila esposti e la restante parte

conservata nel deposito dei Fondi Storici,

ma con possibilità di consultazione.

“Abbiamo anche i volumi acquisiti nel 1863

dal Regio Istituto Tecnico Superiore - racconta

Marinella Trenta, responsabile della

biblioteca - Laggiù c’è un’edizione del

1521 del “De architectura” di Vitruvio. Al

piano superiore alcuni studi sul piano regolatore

di Milano, del 1885. Volumi sulle

ferrovie, sui ponti, sui serramenti. Reperire

questo materiale è stata un’esperienza

incredibile”. Una vera e propria immersione

che ha riportato a noi scritti e documenti

preziosi, “Si scopre - continua a

raccontare Marinella Trenta - che i primi

laureati del Politecnico sono quelli che

hanno fatto la storia dell’industria italiana

a partire da metà dell’800. i Pirelli, i

Colombini, i Salmoiraghi”. Barbara Montoli,

bibliotecaria del Politecnico da ben 31

anni, ricorda l’emozione provata nel trovare

la seconda edizione del ‘Manuale di

architettura’ di Luca Beltrami. Le coste dei

libri sono una geografia di saperi: “Berzelius,

Traite de chimie”, “Vocabolario marino

e militare”, “Ferrini La luminosità elettrica”,

“James Gekie, The Great Ice Age”.

Estraendo a caso volumi dagli scaffali si

aprono storie da altri mondi ed epoche:

la prefazione di un piccolo tomo dedicato

al volo degli uccelli, edito nel 1890, ci racconta

che “Il volo degli uccelli ha sempre

svegliato la curiosità dei ricercatori”

Così queste parole e questi titoli risvegliano

ancora oggi la curiosità. Formano un

piccolo scrigno di libri stretti l’uno contro

l’altro, sull’attenti, in perfetto ordine

su prestigiose scaffalature di legno. Dalle

finestre entra una luce gentile. Pare perfetta

per concentrarsi, per ampliare il silenzio.

Quasi sottovoce, il Rettore Ferruccio

Resta qui in visita commenta: “Questa

è una metafora perfetta dello spirito del

Politecnico: guardare al futuro, senza dimenticare

il passato. Se si vuole fare innovazione,

non si può dimenticare la storia,

la tradizione”. E il lavoro, alla scoperta

della tradizione, continua in cerca di prime

edizioni e rarità da far riemergere.

FEDERICO BUCCI - 58 anni

Delegato del Rettore

per le Politiche culturali

Alumnus Polimi Architettura

“Penso che la Biblioteca Storica del Politecnico

di Milano non sia un semplice

deposito di memorie di carta, ma custodisca

lo spirito originale del nostro

Ateneo, che illumina anche tutti i nostri

nuovi progetti. Dai libri acquistati o donati

dall’anno della fondazione, il 1863,

fino ai primi del Novecento, si può leggere

infatti il ruolo che il Politecnico ha

avuto nello sviluppo di Milano e del nostro

Paese, i suoi legami internazionali,

ma soprattutto, l’inarrestabile desiderio

di conoscenza nel campo della cultura

tecnico-scientifica”

55


“La Biblioteca Storica

è una metafora

perfetta dello spirito

del Politecnico:

guardare al futuro,

senza dimenticare il

passato. Se si vuole

fare innovazione, non

si può dimenticare la

storia, la tradizione”

La nuova Biblioteca Storica del Politecnico si trova

al Campus Leonardo, Edificio 9, ingresso B, 1°

piano. Aperta a studenti, docenti ed esterni, dal

lunedì al venerdì per la consultazione. Il catalogo

è consultabile nel catalogo di Ateneo: www.biblio.

polimi.it

56


57


OLTRE

1200 MAGLIETTE

ACQUISTATE

IN UN MESE

#ProudlyPolitecnico

58


Intervista esclusiva all’Alumnus più anziano della Polimirun 2018

MAP AUTUNNO 2018 LA GAZZETTA DEL POLI

La Gazzetta del Poli

Tutto il Poli

della vita

L’università

dove si suda

davvero

Si suda nelle aule ma si suda

anche in campo: al Politecnico

lo sport è materia che unisce le

persone. Studenti e Alumni, dipendenti

e professori diventano

una comunità che condivide valori

ed esperienze. Dalla Polimirun

al Torneo delle Residenze, dai

campionati studenteschi di calcio,

volley e basket, passando per

i campi sportivi dove trascorrere

ogni giorno le pause tra una lezione

e l’altra: atletica, ping-pong,

basket, calcio, volley. In queste

pagine vi racconteremo un’università

dove l’impegno, il lavoro e

la fatica passano anche dal correre,

fare sport e cercare di arrivare

primi, insieme.

CON 12.500 RUNNER

LA POLIMIRUN TAGLIA UN

NUOVO TRAGUARDO

è la prima corsa universitaria d’Italia!

TUTTI I CAMPI DEI CAMPUS!

CAMPIONATI POLIMI

Doppietta per gli

ingegneri gestionali

59


FERRUCCIO RESTA,

Rettore e professore ordinario

di Meccanica Applicata alle Macchine

“L’adidas Runners Polimirun, alla sua terza

edizione, è diventata un appuntamento ricorrente

con la città. Milano ha accolto molto

positivamente un evento sportivo che, di

anno in anno, raccoglie al nastro di partenza

un numero crescente di studenti, docenti e

amici del Politecnico di Milano. Una manifestazione

che si inserisce in una politica chiara

della nostra università, che riconosce nello

sport uno strumento efficace di aggregazione

e di condivisione e, allo stesso tempo,

una leva attrattiva per il nostro Ateneo”

Polimirun Winter Edition

11 novembre 2018

Partenza Campus Lecco

Una corsa trail in un percorso fuori

strada, tra le montagne lecchesi

Scopri di più su polimirun.it

POLIMIRU

Da 10 km a 100mila euro raccolti per

finanziare le borse di studio

12.500 persone sono partite dal Campus

Bovisa La Masa e sono arrivate al

traguardo in piazza Leonardo Da Vinci.

Una folla colorata ha animato quella

che in sole tre edizioni è ufficialmente

diventata la più più importante manifestazione

podistica universitaria in

campo nazionale. Tra i partecipanti, gli

studenti del Politecnico erano circa il

43% degli iscritti, i laureati il 17%, i dipendenti

il 4%, mentre il restante 36%

cittadini, milanesi e amici del Politecnico

amanti della corsa. Tra gli iscritti,

anche l’ex nuotatore Massimiliano Rosolino

che ha dichiarato: “Direi che è andata

abbastanza bene. Sono partito con

una grande regolarità e non ho mai sorpassato

nessuno”. Francesco Calvetti, delegato

per le attività sportive del Politecnico,

ha commentato, senza nascondere

l’emozione, “Ho avuto la fortuna di assistere

alla crescita della Polimirun da una

posizione privilegiata. Sono e siamo fieri

di ciò che siamo riusciti a fare in 3 anni,

del gruppo di persone competenti che

l’hanno reso possibile e della community

politecnica che si dimostra sempre più

unita e partecipe”.

I fondi raccolti grazie alle iscrizioni della Polimirun servono a finanziare borse di

studio per gli studenti del Politecnico di Milano.

100mila euro raccolti nell’edizione 2018

100mila euro raccolti tra il 2016 e il 2017


Sono state già assegnate 24 borse di studio per meriti sportivi, con l’obiettivo di

valorizzare l’impegno, il talento e i risultati che, anche al di fuori del contesto puramente

accademico, sono portavoce dei valori dell’Ateneo.

60


N 2018

L’Alumnus Giuseppe Stancanelli

IL MARATONETA DEL ‘46

L’Alumnus Giuseppe Stancanelli, 72

anni, laureato in Ingegneria Meccanica

nel 1971 è il runner più anziano della

terza edizione della Polimirun

“La mia prima maratona è stata

quella di Berlino nel 2013.

Ho fatto un risultato di quattro

ore e sei minuti, io sono del ’46,

quindi è stato un inizio perfetto”.

Si racconta con queste parole

il maratoneta più anziano

della Polimirun 2018, numero

7360. “Mi sono laureato il 23

marzo 1971 in Ingegneria Meccanica

e ho fatto l’ingegnere

da allora fino ai giorni nostri.

Da giovane non ero sportivissimo,

poi un giorno ho corso

con il mio genero che ha fatto

la maratona di New York e mi

sono reso conto che andavo più

forte di lui. Mi sono detto, proviamoci!”.

Non tornava da tempo

nei luoghi dei suoi anni di

studio, così attraversandoli per

la Polimirun, da Bovisa a piazza

Leonardo da Vinci commenta,

“Oggi questo sembra il paese

del Politecnico, è una vera e

propria città”.

Dopo la laurea era pronto a tutto,

ad andare all’estero, poi è rimasto

in Italia per amore. Uno

dei traguardi della sua vita, dice,

“era piacere alla mia famiglia”.

A chi ha qualche anno in

meno di lui consiglia “di studiare

per sé”. Di studiare non per

superare gli esami, ma per superare

se stessi, innamorandosi

di ciò che si studia. E dei suoi

anni da studente ricorda: “Ho

fatto quasi tutti gli esami indossando

lo stesso vestito e la

stessa cravatta”. Al Politecnico

ci è tornato in maglia a maniche

corte e pantaloncini, per far

parte di quello che definisce “un

fiume di gioia, di sapere, e nel

mio caso di memoria”.

61


Per chi fa il Politecnico - anche - per sport

PLAYGROUND

I campi sportivi degli studenti, nel cuore del Politecnico di Milano

Oltre ai libri, puoi

portarti un pallone

I campo sportivi del Politecnico di Milano

sono dislocati tra i campus Bovisa

e Leonardo. Sono presenti campi di

calcio a 5, volley, basket e ping pong.

L’accesso agli studenti è libero, compatibilmente

con le pause tra una lezione

e l’altra. Il Centro Sportivo Giurati offre

anche una pista di atletica e una palestra;

all’interno della struttura si svolgono

anche le attività organizzate dal

Poli, come i campionati studenteschi e

gli allenamenti di gruppo con i trainer

specializzati per la corsa.

62


MAP AUTUNNO 2018 LA GAZZETTA DEL POLI

Il futuro è un campo aperto: è infatti in

corso un progetto di riqualificazione di

tutto l’impianto del Centro Sportivo Giuriati,

che prevede fra le altre cose la realizzazione

di una tecnostruttura polivalente

con nuovi campi di Volley e basket,

e il rifacimento della pista di atletica

Centro Sportivo Giuriati

I Playground all’aperto,

nei luoghi dell’università

Campus Leonardo

63


MAP AUTUNNO 2018 LA GAZZETTA DEL POLI

Il 6 giugno in Piazza Leonardo da Vinci,

con il Politecnico a far da splendida cornice,

si sono disputate le finali dei Campionati

Polimi; sono i campionati dedicati

agli studenti del nostro Ateneo, dove

i corsi di studio si incontrano e si sfidano

in campo sportivo. Giunti alla sesta

edizione, nella stagione 2017/2018 hanno

partecipato 1500 studenti con più di

100 squadre di calcio a 5, volley e basket.

Le finali dello scorso 6 giugno hanno visto

trionfare il corso di studi di Ingegneria

Gestionale nei campionati di calcio a

5 e volley e di Ingegneria Aerospaziale

nel basket. Ingegneria Biomedica domina

nell’albo d’oro dei Campionati Polimi,

guardando tutti dall’alto con ben 6 titoli

vinti nel corso delle varie edizioni. Ad

inseguire, staccato di 3 titoli troviamo il

corso di Ingegneria Gestionale. La stagione

2018/2019 inizia in autunno, fai il tifo

per il tuo corso di laurea su facebook alla

pagina Polimi sport.

INGEGNERI

DA PODIO

La finale dei campionati Polimi


Per l’ Accenture Volley Cup vincono il

trofeo gli Ingegneri Gestionali di Atletico

Ma Non Troppo

Per la Techedge Football Cup vincono


ancora una volta gli ingegneri Gestionali

di Hellas Maltese, che mantiene

il suo primato dallo scorso anno


Infine per l’UMANA Basket Cup si portano

a casa il titolo gli ingegneri Aerospaziali

di Space In My Veins!

64


PORTIAMO

IL POLI NEL CUORE,

OVUNQUE ANDIAMO

Yasser Imàm, studente del politecnico

DA San Pietroburgo

Cristina, studentessa delle superiori

al politecnico di milano

enrico zio, presidente

alumnipolimi association

da trondheim

Graziano Salvalai e Marta Sesana, Alumni

INGEGNERIA EDILE ARCHITETTURA 2006

da Philadelphia

compra sullo store

POLITECNICO DI MILANO su

#ProudlyPolitecnico

o al CAMPUS LEONARDO

65


ALUMNI

DA TROFEO

LA SALA DEI TROFEI DEL MILAN

FABIO NOVEMBRE - 51 anni

Studio Novembre

Alumnus Polimi Architettura

Nel 2014 l’Alumnus Fabio Novembre,

architetto e designer, ha firmato il

progetto del nuovo headquarter della

sede rossonera: Casa Milan.

In zona San Siro, novemila metri

quadrati ospitano in quattro piani

gli uffici per la dirigenza, i reparti

marketing e comunicazione ma anche

la sala stampa, un ristorante,

uno store e il primo museo ufficiale

del Club AC Milan.

“Come negli edifici del passato in cui le

figure dei santi, o dei potenti segnavano

il profilo dei palazzi, così qui degli

atleti in movimento campeggiano sulla

facciata inclinata. Attimi congelati di

una corsa in salita verso l’obiettivo. Un

pallone calciato verso il cielo che con

esso porta tutta l’energia e la forza del

gesto, un impatto che si trasforma immediatamente

in propagazione. Il messaggio

che passa è che il calcio rappresenta

una disciplina sportiva, ma allo

stesso tempo anche uno strumento

educativo, un simbolo di aggregazione

e di crescita. E per sottolineare la forza

della divulgazione del messaggio, la

facciata stessa decorata con fasce concentriche

colorate di rosso e di nero, si

fa portatrice dell’onda d’urto positiva

che idealmente invaderà tutta la città”.

Fabio Novembre

66


67


ALUMNI

DA TROFEO

LA SALA DEI TROFEI DELL’INTER

STEFANO BOERI - 61 anni

Stefano Boeri Architetti

Alumnus Polimi Architettura

Nel 2010, l’anno del Triplete, l’Alumnus

Stefano Boeri, architetto, con il Boeri

Studio si è occupato del progetto di

ristrutturazione degli spogliatoi della

squadra FC Internazionale. Spazio e

arredi sono stati disegnati con particolare

attenzione per cercare soluzioni

originali e innovative, focalizzandosi

sugli aspetti funzionali; studiando ad

esempio i movimenti e i comportamenti

dei giocatori all’interno dello spogliatoio

è stata elaborata una panca

rispondente alle loro esigenze. Anche

la Sala delle Coppe è stata realizzata

da Stefano Boeri e dal suo Studio.

La Sala delle Coppe racchiude tutti i

trofei vinti dalla FC Internazionale nel

corso della sua storia. Le coppe sono

ordinate in ordine cronologico e posizionate

in pieno risalto su strutture illuminate

alle pareti. Il soffitto è totalmente

intonacato di nero con inseriti

dei micro LED di luce bianca, il pavimento

invece è blu: insieme formano

i colori della società. Al centro della

stanza è stato posizionato un tavolo

multi-touch, progettato appositamente

per la squadra, e il visitatore può navigare

attraverso la sala dei trofei. Quando

qualcuno entra nella stanza, sul tavolo

la grafica mostra le vittorie storiche

della squadra. Sull’interfaccia è

possibile selezionare un trofeo e visualizzare

le relative informazioni mentre

la coppa si illumina sul suo supporto.

68


69


powered by

HUAWEI,

DAI LABORATORI

DI RICERCA ALLE

SPERIMENTAZIONI

SUL CAMPO: COME

FARE RETE, 5G

Sul numero 2 di MAP - Autunno 2017, abbiamo parlato

delle ricerche avviate da Huawei in collaborazione con

il Politecnico di Milano, sulla rete 5G. L’Alumnus Renato

Lombardi ci racconta gli sviluppi del progetto

“Huawei è leader nel settore delle

telecomunicazioni e, per sviluppare

le ultime tecnologie, investe molto

in Ricerca e Sviluppo - spiega Renato

Lombardi - nel 2017 l’azienda ha investito

ben 13,8 miliardi di dollari, il 14,9%

del proprio fatturato globale. Dal 2017

le nostre ricerche sono state supportate

ancora di più dall’organizzazione

aziendale nella valorizzazione dei

giovani talenti attraverso varie collaborazioni,

come quella con il Politecnico

di Milano, principalmente nell’ambito

degli algoritmi per le telecomunicazioni,

delle architetture di antenna

e dei circuiti integrati a radiofrequenze

(RFIC)”. Le applicazioni della rete 5G

prevedono la Realtà Aumentata, e una

realtà in cui elettrodomestici come il

frigo, ad esempio, si occupano di fare

la spesa al posto nostro. Quali sono le

nuove scoperte e nuovi modi di utilizzo

della rete 5G? “Con le prestazioni

della rete 5G si sta pensando a nuove

applicazioni quali la guida autonoma

delle vetture, ma anche di navi

merci o velivoli, vi saranno poi nuovi

sistemi di video sorveglianza che potranno

riconoscere istantaneamente

situazioni anomale e confrontare in

tempo reale oggetti e persone, applicazioni

olografiche e di realtà virtuale

e molte altre che sono ancora in fase

di definizione”. La tecnologia 5G è già

uscita dai laboratori Huawei per una

prima fase di sperimentazione. “A Matera

è stato mostrato il primo scenario

d’uso reale end-to-end, sviluppato dal

Consorzio Bari-Matera 5G, composto

da TIM, Fastweb e Huawei. Il progetto

è finalizzato al supporto del turismo

digitale per la valorizzazione del

patrimonio culturale e artistico della

capitale europea della cultura 2019 attraverso

la soluzione di Virtual Reality,

che consente di visitare da remoto

con un visore alcuni dei luoghi di

principale interesse turistico. A Bari

invece è stata presentata la tecnologia

di realtà aumentata per la manutenzione

dei propulsori delle navi Isotta

Fraschini che, grazie all’utilizzo di uno

Smart Helmet e alle performance di

alto livello della rete, offre assistenza

70


RENATO LOMBARDI, 53 anni

Direttore del Centro Ricerca Huawei Italia

Alumnus Polimi Ingegneria Elettronica

remota agli operai impegnati nelle attività

di montaggio e smontaggio del

motore di una nave attraverso l’assistenza

e la ricezione di indicazioni tridimensionali.

La tecnologia 5G di Bari

e Matera rappresenta una delle prime

implementazioni in Europa e nel mondo;

questi test sul campo proseguiranno

per tutto il 2018 e anche nel 2019 e

ci permetteranno di capire nel tempo

come questa tecnologia sia in grado di

offrire prestazioni sempre più avanzate

e aprire la strada a nuovi scenari

applicativi”.

Le collaborazioni tra Huawei e il Politecnico

di Milano sono in numero

sempre crescente. Il centro di Milano

è molto attivo nella promozione

delle eccellenze presenti al Politecnico

di Milano e si fa promotore verso i

dipartimenti in Cina per attivare sempre

nuove attività di ricerca. “Oltre alle

attività già avviate per lo studio di

sistemi Wireless e Ottici - continua a

raccontare Renato Lombardi - altri dipartimenti

sono stati contattati in ambito

automotive, di machine learning

e product design. Il settore automotive

con il 5G sta vivendo un’evoluzione

che sta portando le macchine verso

una guida autonoma. Diverse tecnologie

hardware e software vengono

sviluppate per poter rendere possibile

in pochi anni questo obiettivo. Huawei

sta conducendo alcune ricerche

con il Politecnico di Milano in questo

ambito, in particolare con il Professor

Savaresi su Sistemi di Stabilità in

veicoli elettrici”. E il messaggio di Renato

Lombardi per gli Alumni, ma anche

per gli studenti di oggi, è questo:

“Il Politecnico di Milano è riconosciuta

da Huawei come una delle dieci migliori

università in Europa e molti dei

talenti che studiano in questo Ateneo

entrano a far parte della nostra azienda.

Le competenze che gli Alumni acquisiscono

durante il loro corso di

studio, li rende competitivi in ambito

globale nel settore delle telecomunicazioni”.

Ed è il caso di dire che gli

Alumni fanno, letteralmente, rete.

71


MATTEO LAI - 35 anni

Co-founder Empatica

Alumnus Polimi Architettura

L’ARCHITETTO

SALVAVITA

di Ivan Carozzi

L’Alumnus Matteo Lai è tra gli ideatori di Embrace,

un braccialetto per prevenire l’epilessia: il primo

dispositivo smartwatch al mondo ad essere approvato

dalla Food and Drug Administration americana

72


Lo smartwatch Embrace è in grado di

monitorare convulsioni e parametri

fisiologici di chi lo indossa

Se nelle fiabe è un anello magico a

imprimere una svolta alla trama, in

questa storia, invece, è un braccialetto

a segnare un prima e un dopo.

“Adesso riesco a dormire bene, per

tutta la notte, senza la paura di morire

nel sonno”, scrive su Facebook una

ragazza inglese di nome Megan. Il problema

di Megan è l’epilessia, malattia

neurologica che solo in Italia colpisce

circa 500.000 persone. Tuttavia

da una settimana Megan indossa al

polso un braccialetto. Si chiama E3 e

conosce tutto di lei. Il braccialetto, infatti,

ascolta, è intelligente, sensibile,

è sempre presente. In una parola:

empatico. Quando Megan viene colpita

da una crisi epilettica, il braccialetto

invia una notifica al caregiver, che

così è nelle condizioni d’intervenire

tempestivamente e prestare soccorso.

Ecco perché chi soffre di epilessia, oggi,

può addormentarsi con un po’ più

di tranquillità. “La nostra intenzione

originaria era creare un software per

esaminare ciò che succede, giorno per

giorno, nel corpo di una persona”, mi

racconta l’Alumnus Matteo Lai. E prosegue:

“poi ci siamo resi conto che

non potevamo non passare attraverso

il progetto del bracciale. L’idea è nata

come esito di un percorso, più che

come un’illuminazione. Per capire, per

esempio, gli effetti dello stress su un

individuo, prima occorreva andare in

ospedale, collegarsi a delle macchine

e sottoporsi a una lunga serie di esami.

Il braccialetto, invece, consente di

concentrare tutto in uno strumento

piccolo, leggero e indossabile. Così è

nato un dispositivo salvavita che si è

rivelato molto importante per il quotidiano

di chi è affetto da epilessia”.

L’azienda che produce gli E3, di cui oggi

Matteo è CEO, non poteva che chiamarsi

“Empatica”. “Empatica” nasce da

una Start Up e da un fortunato crowdfunding

lanciato nel 2015 insieme a

Simone Tognetti e Maurizio Garbarino.

L’azienda ha sede legale negli USA e il

braccialetto è in commercio dal 2016,

dopo essere stato testato su 135 pazienti

per 272 giorni, dimostrandosi in

grado di rilevare crisi epilettiche nel

100% dei casi. “Al momento l’attacco

epilettico è segnalato quando è in

corso”, racconta Matteo, “ma stiamo

“Per capire

gli effetti

dello stress

su un individuo

prima occorreva

andare in

ospedale.

Il braccialetto

consente di

concentrare tutto

in uno strumento

piccolo, leggero e

indossabile”

73


Embrace rileva diversi tipi di parametri,

dall’attività del sistema nervoso alla

temperatura corporea, ed elabora i dati

ottenuti grazie all’intelligenza artificiale.

Qualora si verifichi una crisi, il braccialetto

è in grado di inviare l’allarme su un device

del soccorritore. Inoltre, acquisisce quotidianamente

dati fisiologici monitorando il

sonno, lo stress e l’attività fisica

“Ho scelto

il Politecnico

perché era il

luogo migliore

in Italia per

quello che

avevo in mente

di fare”

studiando per perfezionare il bracciale

e capire come l’attacco possa essere

previsto. Stiamo inoltre lavorando

in nuove direzioni. C’interessa scoprire,

per esempio, se questo tipo di tecnologia

possa dirci in futuro, con una

certa affidabilità, se un soggetto si

trova in uno stato depressivo o meno”.

Il percorso passa per gli studi in Architettura

e incrocia presto l’Affective

Computing, branca di studi della Computer

Science nata con la robotica.

“L’Affective Computing riguarda lo studio

nell’uomo delle risposte emotive,

a partire dall’analisi dei segnali fisologici.

Per esempio le impressioni facciali.

Lo scopo è ottimizzare l’interazione

uomo-macchina e insegnare ai

robot come reagiscono gli umani. Con

Simone Tognetti e Maurizio Garbarino

ho cominciato a lavorare sui sensori,

per capire che cosa accadeva alle

persone nella vita quotidiana. Si è

trattato per me di passare dallo studio

dei sensori sulla scala della città,

all’epoca in cui lavoravo nel laboratorio

di Carlo Ratti, allo studio dei sensori

sulla scala dell’uomo. L’Affective

Computing può produrre risultati in

ambito medico-scientifico, come nel

caso di Empatica, o può essere impiegato

in pubblicità, per esempio, analizzando

le reazioni di uno spettatore

di fronte a uno spot”. Empatica è

per 3\4 italiana, mentre americana è

l’altra fondatrice, Rosalind Picard, direttrice

del “Affective Computing Research

Group” del MIT di Boston, che

da subito ha creduto nel progetto. Dal

febbraio 2018, inoltre, Empatica ha ottenuto

la certificazione della Food and

Drug Administration, ente americano

che regola i prodotti alimentari e farmaceutici.

Il braccialetto E3, definito dagli esperti

“una pietra miliare nella cura dei

pazienti con epilessia”, non è soltanto

uno strumento che si è rivelato indispensabile

nella vita di molte persone,

ma vanta un design d’indubbio

rigore e raffinatezza. È un aspetto al

quale Lai attribuisce una certa impor-

74


tanza: “In medicina si tende a trascurare

la qualità estetica di un prodotto,

considerandola un dettaglio secondario.

Come se le persone che soffrono

di una malattia cronica fossero clienti

di serie B. Invece se l’oggetto è bello

ed elegante, ci si sente più a proprio

agio e fieri d’indossarlo”.

Nella biografia pubblicata sul suo profilo

Twitter Matteo si definisce un “Techlover”.

“Mi è sempre piaciuto costruire

cose. Da piccolo avevo l’abitudine

di disegnare prima il progetto su

un foglio di carta, dopodiché con i Lego

realizzavo l’oggetto disegnato. Ho

sempre amato costruire, sia oggetti fisici

che oggetti digitali, così come crescendo,

al liceo, ho imparato ad amare

la lettura. Una delle mie sfide è riuscire

a leggere almeno un libro alla

settimana, alternando il saggio al romanzo”.

L’amore per la progettazione,

quindi, se risale ai mattoncini Lego,

nasce davvero da molto lontano, come

un gioco, e diventa poi un lavoro,

ricerca e una filosofia. “Progettare significa

creare prodotti che incontrano

i bisogni delle persone. Che sia una

casa, un’automobile, un’applicazione

per cellulare, si tratta sempre della

stessa cosa: soddisfare dei bisogni”.

Una passione che non si è mai perduta,

fino all’incontro col Politecnico

che Lai riteneva, da ragazzo, il luogo

migliore per intraprendere gli studi e

dare sostanza alle proprie ambizioni.

“I problemi che oggi si pongono a chi

progetta sono complessi e sfaccettati.

È necessario avere più competenze

ed essere in grado di comunicare con

professionalità diverse. Senz’altro la

mentalità da progettista, la vera e propria

forma mentis, che nel mio caso

significa guardare le cose da più punti

di vista, è il vero dono che ho ereditato

dai miei studi al Politecnico e ho

portato con me nel corso della vita”.

“La mentalità

da progettista,

imparare a

guardare le cose

da più punti

di vista:

questo

il vero dono

ereditato dal

Politecnico

75


L’UOMO CHE

SENTE TUTTO

DELL’AMERICA

Fluidmesh è un’azienda che si basa sulla tecnologia

wireless per creare trasmettitori radio. Un orgoglio Made

in Italy, e made in Polimi, utilizzato oggi dai principali

dipartimenti di sicurezza d’America. Ne abbiamo parlato

con uno dei fondatori, l’Alumnus Andrea Orioli

di Nicola Feninno

76


ANDREA ORIOLI - 38 anni

VP Operations Fluidmesh Networks

Alumnus Polimi Ingegneria Informatica

"Camminavo

per i corridoi

del Politecnico

con un’idea

in testa.

Poi quell’idea

divenne un

business plan"

“You are your only limit”, recita un cartello

appeso al muro nella sede milanese

della Fluidmesh. Andrea Orioli

racconta di quando, ancora studente al

Politecnico, provò a sfidare i suoi limiti

con un’idea. “Era il 2004, l’ultimo anno

di università. Lessi un articolo che raccontava

la dura vita del fotogiornalista

sportivo. Te ne stai lì appostato per tutti

i novanta minuti di una partita di calcio,

dietro i cartelloni pubblicitari, con

la tua macchina fotografica. Una sera

sei fortunato: cogli l’attimo, il momento

in cui l’attaccante segna il gol decisivo

e la rete si gonfia. Hai la foto perfetta.

Ma anche il tuo collega, quello lì

a fianco, è stato bravo, ha colto l’attimo

e ha la foto perfetta salvata nella

sua fotocamera. Riesce a connettersi

alla rete prima di te e a inviare la foto

in redazione battendoti sul tempo. Il

tuo scatto perfetto, a quel punto, non

interessa più nessuno. Così mi è venuta

l’idea: dare una connettività performante

tramite wifi, durante i grandi

eventi sportivi, per tutti i cameraman,

fotografi, giornalisti”. Siamo nel 2005, e

ai tempi non esisteva né le rete 4G, né

quella 3G. Non era ancora uscito il primo

iPhone. “Con questa idea in testa

camminavo per i corridoi del Politecnico.

Ho notato una locandina della Start

Cup, la competizione che premia le migliori

idee per nuove startup. Lo prendo

quasi come un segno. Così chiamo

due amici. Ci iscriviamo, stiliamo il

business plan, arriva l’estate e andiamo

in vacanza. A settembre i risultati:

ci classifichiamo secondi. Tradotto: il

Politecnico ci mette a disposizione un

piccolo budget di partenza, e la possibilità

di entrare nell’incubatore in piazza

Leonardo. Decido di contattare Torquato

Bertani, un amico che come me

frequentava il Poli. Torquato, a sua volta,

coinvolge Umberto e Cosimo Malesci,

due fratelli che studiano al MIT di

Boston e che stanno lavorando su una

tecnologia simile. Così – con quattro

soci fondatori, due nazioni e l’Atlantico

in mezzo – nasce Fluidmesh”.

77


Nelle due foto: un tratto della linea Ferrovie del Gargano,

una delle principali linee ferroviarie del Sud Italia, e la

metropolitana di San Pietroburgo. In entrambi i casi, il

sistema WiFi viaggia grazie a Fluidmesh.

Era il 15 gennaio 2005. L’incubazione al

Politecnico dura più di tre anni. “Sono

stati fondamentali. Avevamo a disposizione

degli spazi di lavoro e un servizio

di segreteria. Ma, soprattutto, lì dentro

abbiamo capito come trasformare

la nostra idea in un business concreto”.

Poi il primo ufficio in via Farini.

Oggi l’headquarter è all’81 di Prospect

Street, a Brooklyn, New York. La parte

di ricerca e sviluppo è rimasta in Italia.

E anche l’idea, in fondo, è rimasta

quella iniziale: dare connettività nelle

situazioni più difficili. Sono le situazioni

che sono cambiate. Non più il fotogiornalista

sportivo in gara allo stadio

con il collega. Ma – giusto per fare

un esempio – l’intera città di Charlotte,

nel 2008, durante la campagna elettorale

di Obama: Fluidmesh si è occupata

di tenere costantemente connesse tra

loro tutte le telecamere, per garantire

la sicurezza dell’evento. La stessa cosa

è accaduta durante la maratona di

Boston del 2014, l’edizione successiva a

quella funestata dall’attentato. Oppure,

ancora, in una miniera d’oro in Messico,

500 metri sotto il livello del suolo,

dove macchinari grandi come palazzi si

muovono coordinando i loro spostamenti

tramite le reti installate da Fluidmesh.

”Abbiamo pensato a una tecnologia

disegnata in maniera speciale,

che permette di non perdere mai la capacità

della rete”.

Dal 2005 ad oggi ha stabilito più di

30mila miglia di connessioni wifi. Poco

più della circonferenza dell’intero pianeta

Terra. “La nostra tecnologia è perfetta

per dare un’ottima connessione

anche ai treni, senza cadute di segnale.

Ma anche per permettere a mezzi senza

conducente – metropolitane, treni,

in futuro anche le auto – di circolare

in sicurezza: a Lione abbiamo fatto un

progetto di questo tipo. Siamo presenti

anche nel settore dell’entertainment,

collaborando con Disney e Universal

Studio, per i parchi di divertimento. Ad

esempio le attrazioni su rotaia, che si

muovono attraverso scenari magici,

egizi, pirateschi, ora grazie a noi non

hanno più le rotaie”.

Passando dal divertimento a qualcosa di

più concreto, Orioli consiglia sempre di

“guardare le cose per capire come funzionano,

e non solo per usarle. Capire

perché sono state pensate e disegnate in

quella determinata maniera. Questa forma

mentis la devo al Politecnico”.

"La città di

Charlotte

durante la

campagna

di Obama. La

maratona di

Boston. Una

miniera d’oro

in Messico.

Fluidmesh c’era

sempre"

78


PREMIUM TABLEWARE PER IL TUO

EVENTO CORPORATE COOL E CREATIVO.

La perfezione delle forme e l’armonia dei colori! La linea dedicata alla tavola di

Goldplast è la soluzione più ricercata dai migliori professionisti dell’hotellerie,

della ristorazione, del catering a livello internazionale, ma anche dalle location

per eventi ed eventi corporate, dai bar e disco clubs, dagli sport & country club,

dalle pasticcerie e caffetterie fino agli spa & wellness centres.

EVENTI CORPORATE

Visita goldplast.com, trova il punto vendita più vicino a te grazie al nostro nuovo servizio di

STORE LOCATOR e unisciti a noi anche sui social: #thisisgoldplast

79


MILANO-LONDRA,

PASSANDO

PER LA NUOVA

ZELANDA

L’Alumnus Giuseppe

Bono ci racconta

di traguardi e orizzonti

internazionali,

e dell’importanza

di non dimenticare

le proprie radici:

i punti di partenza

di Nicola Feninno

GIUSEPPE BONO, 32 anni

Chapman Taylor Architects

Alumnus Polimi Architettura

80


“Girare il mondo

non significa

solo conoscere

nuove culture

ma soprattutto

comprendere

meglio la

propria”

Una carriera internazionale che parte

dal Politecnico, passa attraverso l’altra

parte del mondo, in Australia e Nuova

Zelanda, e giunge – per ora – a Londra,

negli studi di Chapman Taylor, dove

lavorano oltre 400 tra architetti e

designer nelle 18 sedi dislocate in giro

per il mondo. Giuseppe Bono in questo

momento sta lavorando alla progettazione

del Brent Cross Shopping Centre,

a Londra: circa un milione di metri

quadrati tra negozi, ristoranti, hotel,

infrastrutture e spazi pubblici. Negli ultimi

anni ha seguito la progettazione

architettonica di edifici su varie scale,

partendo dal design di interni sino

a giungere al masterplanning di centri

multifunzionali (aree urbane dove

si mescolano strutture commerciali,

residenze, infrastrutture, hotel e spazi

pubblici) in diverse parti del mondo.

Ha solo 32 anni.

Iniziamo dal primo passo: come sei arrivato

da Milano alla Nuova Zelanda?

Facendo un corso d’inglese ad Oxford,

appena dopo la laurea, nel 2012. E poi

interrompendo un dottorato in composizione

architettonica. Mi sono guardato

in giro: a Auckland ho trovato l’opportunità;

e ho fatto le valigie. Sono arrivato

in un ufficio piccolo, molto più

piccolo di quello in cui sono ora. Lo

studio funzionava in maniera binaria,

ovvero da un lato come un tradizionale

studio di progettazione e dall’altro

come una società che si occupava

dell’importazione di prodotti e tecniche

costruttive europee. In Oceania gli

edifici residenziali sono per la maggior

parte costruiti in legno oppure in blocchi

di cemento. Non ci sono i laterizi

forati che si usano da noi.

E sono piaciuti, i nostri forati, in

Oceania?

Sì, li abbiamo utilizzati principalmente

per la costruzione di ville singole e

complessi residenziali. Le finiture, poi,

venivano realizzate con altri prodotti,

sempre di importazione europea: marmi,

intonaci, mattoni, ceramiche. L’obbiettivo

era quello di offrire alle persone

una qualità diversa dell’abitare

e del vivere, una soluzione concreta

ai problemi costruttivi tipici in quelle

aree del pianeta.

Insomma hai tenuto ben presente da

dove arrivavi...

Già. Sembra un paradosso, ma girare

il mondo non significa solo conoscere

nuove culture ma soprattutto comprendere

meglio la propria. In Italia

tornerei, ma solo con un progetto serio

e concreto. Abbiamo una grande storia,

una grande cultura; ma dovremmo imparare

ad avere una visione dinamica

di questo patrimonio.

C’è qualche momento degli anni del

Politecnico che ritieni prezioso, fondamentale

per le tue scelte di oggi?

La prima cosa che mi viene in mente

sono le lezioni di composizione architettonica

del mercoledì mattina. Quelle

coordinate dal professor Guido Canella.

Erano opportunità imperdibili per

conoscere grandi figure del panorama

architettonico nazionale ed internazionale

e per nutrire in maniera onnivora

la propria conoscenza. Erano giri intorno

al mondo, seduti dietro i banchi

di scuola. In generale, mi ritengo molto

fortunato ad aver frequentato gli ultimi

anni dei corsi di Architettura in Bovisa:

in quei luoghi ho imparato la misura

umanistica dell’architettura italiana,

la visione dell’architetto come figura

intellettuale ancor prima che tecnica,

l’inestimabile importanza del libro

come deposito infinito di idee. Ho letto

tantissimo, in quegli anni; praticamente

tutto ciò che contenesse almeno

un punto e una virgola: dalla critica

di Longhi a quella letteraria di Contini,

dagli Scritti corsari di Pasolini a quelli

di critica operativa di Argan.

Un approccio umanistico e intellettuale,

che sembra diametralmente opposto

a quello del mondo anglosassone;

il mondo in cui lavori ora.

Sì, sia in Inghilterra che in Nuova Zelanda

si respira pragmatismo anglosassone

e devo ammettere che questo

mi piace molto. Sono sempre stato curioso

e attratto da ciò che non conosco.

Ecco, questa attitudine la devo in parte

anche a quegli anni in Bovisa e a quelle

lezioni del mercoledì mattina in cui

apprendevo i rudimenti di un’intellettualità

onnivora.

Se avessi di fronte un ragazzo che sta

per iscriversi ad Architettura, cosa gli

consiglieresti?

Di consigli veri e propri non ne do perché

sono superflui; ognuno vive la vita

alla propria maniera e secondo la

propria sensibilità. Mi limito a suggerire

solo una cosa: bisogna avere ben

chiaro da dove si parte altrimenti non

si arriva da nessuna parte. Le radici sono

importanti.

81


Stevenson House, Waikato (New Zealand)

“Al Politecnico ricordo giri

intorno al mondo, seduti

dietro i banchi”

Westgate Oxford Shopping Centre,

Oxford (United Kingdom)

82


83


GIULIO CESAREO - 62 anni

Presidente e AD Directa Plus

Alumnus Polimi Ingegneria Meccanica

L’INGEGNERE

CHE PULISCE

GLI OCEANI

di Valerio Millefoglie

Il grafene, un nuovo materiale con enormi

capacità di assorbimento, e un Alumnus

che immagina di utilizzarlo come una

spugna per ripulire le acque contaminate

da sostanze tossiche. Storia di una

startup diventata la più grande azienda

produttrice in Europa di fogli di grafene

84


La sede di Ad Directa Plus si trova

nel parco scientifico tecnologico di

ComoNExT, a Lomazzo (Co)

Un imprenditore, uno scienziato, un

top manager e un esperto di vendite si

ritrovano attorno al tavolo di un pub

di Cleveland, nell’Ohio. Non parlano

di sport ma di nanotecnologie. “Era il

2004 e ci chiedevamo come arrivare a

particelle molto piccole, che potessero

poi essere usate come super-additivo”,

ricorda oggi Giulio Cesareo, presidente

e Ad di Directa Plus, uno dei

più grandi produttori e fornitori, a livello

europeo, di prodotti a base grafene.

Nel 2010, pochi anni dopo quelle

“chiacchiere da bar”, sono i primi a firmare

il brevetto rilasciato dal Patent

Office Americano per la produzione

industriale e l’applicazione del grafene.

Il materiale viene lavorato attraverso

un procedimento originale che

permette a Directa Plus di realizzare

un prodotto naturale, chemical-free

e sostenibile, per applicazioni commerciali

in svariati settori; dal tessile

ai pneumatici, dai materiali compositi

sino alle soluzioni per la pulizia

dell’ambiente. “Il grafene può assorbire

fino a cento volte il suo peso - spiega

Giulio Cesareo - i sistemi utilizzati

finora assorbono una sola volta il proprio

peso. Immagini delle enormi spugne

che, immerse nelle acque contaminate,

riescono ad assorbire tonnellate

di quantitativi di olio. Il prodotto

presenta caratteristiche sostenibili,

perché può essere spremuto più volte

e alle fine del processo, una volta

ridotto a volumi limitatissimi, potrebbe

andare a finire negli additivi per gli

asfalti, rendendo la vita delle strade

più lunghe”. E proprio nel 2018 Directa

Plus stringe un accordo con Sartec

per sviluppare un sistema industriale

per il trattamento delle acque di processo

contaminate da petrolio, destinato

alla filiera dell’Oil&Gas e basato

sull’utilizzo di Grafysorber®, prodotto

da fogli di grafene.

Tornando indietro ai tempi da pionieri,

Giulio Cesareo racconta: “Come in

una storia americana, ci siamo chiusi

in garage a fare esperimenti strani. Ho

quest’immagine di me che giravo con

una saldatrice ad arco. Nessuno prima

di allora aveva pensato di espandere

il grafene a diecimila gradi centigradi,

una temperatura molto vicina a quella

del sole. In questo modo il materiale

esplode in modo violento, facendo sì

che i singoli piani di grafene si stacchino,

creando così dei fogli di grafite.

Ci siamo accorti che stava realmente

accadendo qualcosa di unico, abbiamo

scoperto che riuscivamo a non

danneggiare la natura cristallina del

carbonio, a non cambiargli le caratteristiche,

ritrovandoci così un materiale

in 2D, sensibile, trasparente e multidisciplinare.

E, cosa fondamentale,

senza utilizzare sostanze chimiche”.

La grafite è stata scoperta nel 1947 dal

fisico Philip Wallace, convinto però di

non poterla isolare. Cinquant’anni dopo

ci riescono i russi Andre Geim e

Konstantin Novoselov, utilizzando un

semplice nastro adesivo. Pochissimo

tempo dopo Giulio Cesareo apre Directa

Plus. “Siamo una società piccola

- spiega - ma che ha deciso di giocare

subito la partita globale. Volevo

trovare soluzioni applicabili nella realtà

industriale del presente, non del

“Abbiamo

scoperto

qualcosa di unico,

che può avere

applicazione

dal campo

farmaceutico

sino a quello

tessile e

ambientale”

85


“Con il grafene

volevo trovare

soluzioni

applicabili

nella realtà

industriale del

presente. Non

del futuro”

futuro. Sono un ingegnere meccanico

del Politecnico ma ho anche tanta

esperienza nel settore della strategia

aziendale, così ho detto: Andiamo nei

mercati esistenti, andando a validare

il nostro brevetto competendo con il

carbon black”.

Un ingegnere meccanico del Politecnico

che, in una vecchia foto presente

sul suo sito, regge un cartello in mano

ai bordi di una strada. “Ero in Inghilterra

e facevo l’autostop, partecipavo

a un percorso ecologico con un

gruppo internazionale per ripulire un

fiume. Eravamo diretti a Capo Nord

e credo che su quel cartello ci fosse

scritta una località in cui nemmeno

arrivava la strada. Immaginavo un

mondo tutto da scoprire e ancora credo

ci sia tanto da scoprire. Il mio patto

con la vita è questo: l’innovazione

ha senso se ci permette di vivere in un

mondo migliore. L’innovazione che ti

porta in un mondo diverso, peggiore,

o che ti fa usare materiali difficili da

recuperare, deve essere una visione

passata. E i nanomateriali sono sostenibili,

e aumentano in maniera stratosferica

le loro proprietà”.

Dopo quel viaggio in Inghilterra, Cesareo

prende la strada del Politecnico,

anche grazie al padre. “Era un ingegnere

e dirigeva le acciaierie Falk.

Mi aveva affascinato portandomi sul

suo posto di lavoro. All’epoca c’era

poca automazione, parliamo degli anni

’70. Era un mondo di persone toste,

di gente che faceva qualcosa anche di

pericoloso e con grande coraggio e fatica.

Ho fatto la mia tesi sperimentale

proprio sul forno elettrico della Falq.

E devo dire che trovo delle similitudini

con il Poli. Al Politecnico si impara

non solo l’ingegneria ma anche a fare

fatica. S’impara prima di tutto a impegnarsi,

a concentrarsi e ad avere un

pensiero profondo. Tanti si concentrano

in periodi brevi, ma se si vuole

arrivare alla comprensione ultima e

portare avanti un’attività bisogna sapersi

concentrare a fondo. E questa è

una caratteristica che ritrovo anche

in tanti giovani che lavorano da noi in

Directa e che provengono dal Politec-

In queste foto granuli di grafene

e una dimostrazione del procedimento

di Grafysorber®

86


nico. Sono tutti ragazzi che potrebbero

andare a lavorare in Silicon Valley

ma rimangono qui perché hanno un

sogno. E hanno la capacità di arrivare

per vie diverse a soluzioni sempre interessanti,

non sempre corrette. Ma il

grande dono di questa scuola è il saper

farti trovare il tuo percorso. Chi

viene fuori da questa scuola ha tante

carte per realizzare ciò che desidera”.

All’ingresso delle Officine del Grafene,

sede di Directa Plus, nel polo tecnologico

di ComoNExT, c’è questa frase

scritta sul muro: “Senza coraggio non

si inizia un viaggio”. Cesareo la spiega

così: “Quando abbiamo inaugurato

le Officine nel 2014 mi è stato chiesto

come volessi condensare i miei

ultimi dieci anni di vita da imprenditore.

Il coraggio per me è stato lasciare

una grande multinazionale nella quale

lavoravo, la Union Carbide, e partire

da zero, senza salario, cercando di

costruire qualcosa. Il viaggio è stato

mettermi in cammino, mostrando

ad altri imprenditori solo la mia faccia

e un pezzo di carta con sopra un’idea.

E, infine, devo dire che il viaggio

è stato proprio quello nel grafene,

un’esperienza che parte dal macro

per poi arrivare al micro, ma anche

un viaggio personale, fatto di incontri

umani”. Oggi Directa Plus è stata

quotata all’AIM di Londra, capitalizzando

più di 52 milioni di sterline, e

conta 30 dipendenti nella sede di Lomazzo,

in provincia di Como. E ancora

una volta, il Poli ha fatto la sua parte.

“Una volta avviata la startup cercavamo

un luogo dove installarci, eravamo

indecisi se Germania o Italia. Poi sono

andato a visitare il parco tecnologico

di ComoNExT su invito di Roman

Sordan, un insegnante del Poli che in

uno scantinato aveva realizzato il primo

chip al grafene. Con lui lavoravano

studenti brillanti e mi sono detto

che quella era la mia patria. La fonte

da cui attingere. Pensi che ComoNExT

è stato costruito dove prima c’era una

vecchia stazione ferroviaria. Chi viene

dall’estero commenta: «Solo gli italiani

possono fare alta tecnologia in una

stazione di fine ‘800»”.

“Al Politecnico

si impara non

solo l’ingegneria

ma anche a fare

fatica. Ad avere

un pensiero

profondo”

87


Nella foto, da sinistra:

Alberto Lucchini, Giulia Realmonte,

il prof. Enrico Zio, Alessio Durante e

Serena Farina

I RAGAZZI

DEL CIRCLE

Ogni anno il Politecnico sceglie 2 studenti da premiare, su criteri di

merito accaddemico, con “super” borse di studio da 20 mila euro,

accompagnate da un percorso di mentoring con Alumni d’eccellenza.

Ecco chi sono e cosa vogliono fare da grandi i 4 studenti che hanno vinto

la borsa Circle del 2016

88


ALESSIO DURANTE

24 anni - Teramo

“Quella dei Circle è un’opportunità

unica in Italia. Nessun’altra

università valorizza

in questo modo i propri studenti

migliori.”

Laureato a luglio 2018 in Ingegneria Elettrica (magistrale) con 110 E LODE!

“Sono davvero onorato di essere entrato nei Circles. Sto imparando a dare sempre

il massimo, raccogliendo tutte le sfide che si presentano. E sto apprezzando

il valore delle soft skills, talvolta anche più importanti delle technical skills,

ed in genere difficili da apprendere dai corsi universitari di Ingegneria. Penso sia

un’opportunità unica in Italia. Nessun’altra università valorizza in questo modo

i propri studenti migliori. Al termine del mio percorso di studi mi piacerebbe

avere un ruolo attivo nella trasformazione del sistema elettrico, sempre più influenzato

dalle rinnovabili, dalla digitalizzazione e dalla crescente diffusione di

veicoli elettrici”.

Secondo anno magistrale di Ingegneria Elettronica

“Sono contenta di essere entrata a far parte di Circles, in un certo senso rappresenta

la ricompensa per gli sforzi di questi anni. Ho sempre cercato di essere protagonista

attiva nello studio e di non vivere da semplice spettatore un momento di formazione

e di crescita personale. Credo sia importante cercare di capire come quello che ci

viene fatto studiare si colleghi con la realtà. Circle è un primo passo che permette a

noi studenti di avere una relazione significativa con mentor di alto livello e confrontarsi

con le loro esperienze. In futuro mi piacerebbe avvicinarmi al mondo della ricerca,

sono particolarmente affascinata dalla grande sinergia fra i problemi dell’ambito

biomedico e le tecnologie messe a disposizione dall’Elettronica, ma sarei curiosa di

conoscere qualcosa in più sul Machine Learning e l’Artificial Intelligence”.

SERENA FARINA

23 anni - Milano

“Circle è un primo passo che

permette a noi studenti di

avere una relazione significativa

con mentor di alto livello

e confrontarsi con le loro

esperienze”

ALBERTO LUCCHINI

23 anni - Sedriano

“Il Politecnico è pieno di

studenti brillanti e con molti

interessi e perciò è davvero

un motivo d’orgoglio

aver ottenuto questa borsa

di studio”

Secondo anno magistrale di Ingegneria Automazione

“Il Politecnico è pieno di studenti brillanti e con molti interessi e perciò è davvero

un motivo di orgoglio aver ottenuto questa borsa di studio. Nello studio cerco di

essere molto preciso e di non trascurare nessun dettaglio. Credo che l’insegnamento

più importante del Politecnico sia quello di non accontentarsi facilmente

e di non fermarsi di fronte alla prima difficoltà. L’impegno e l’entusiasmo sono

un fattore decisivo per raggiungere i propri obiettivi. Inoltre la grande ricchezza

dei Circles risiede nell’esperienza di tutte le persone che ne fanno parte, compresi

gli studenti. L’ambiente universitario mi piace molto e dopo la laurea vorrei

ottenere un Ph.D., magari all’estero. Inoltre mi piacerebbe lavorare nel settore

dell’automazione industriale, in particolare della robotica.”

Laureanda magistrale in Ingegneria Energetica

“È molto bello sentirsi parte di questa community di Alumni con un paio d’anni

d’anticipo, mi sto rendendo conto di quanto deva all’impostazione politecnica il

modo di affrontare tutti i problemi e le sfide che incontro. Mi piace ascoltare le storie

dei donatori e ricevere consigli da chi ha accumulato esperienza tramite le scelte

e gli errori fatti in passato. Parlando con loro ci si sente tutti quasi sullo stesso

piano, in quanto accomunati dall’aver condiviso gli stessi banchi, e direi anche le

stesse sofferenze. I Circles mi danno la possibilità di capire cosa ci sarà un domani,

fuori dai confini dell’università e delle aule. Vorrei trovare un lavoro legato al tema

dell’energia, perché penso che la transizione energetica che stiamo vivendo a livello

globale sia una sfida affascinante e stimolante”.

GIULIA REALMONTE

24 anni - Milano

“È molto bello sentirsi parte

di questa community di Alumni

con un paio d’anni di anticipo

e ricevere consigli da

chi ha accumulato esperienza

tramite le scelte e gli errori

fatti in passato”

Circle of Donors è un progetto del Politecnico di Milano per supportare i migliori studenti con borse di studio abbinate ad

un supporto personale di Mentoring. Gli studenti selezionati ricevono 10.000 euro all’anno per i due anni della laurea magistrale.

Le borse di studio sono volute e finanziate dagli Alumni: ciascun donatore si impegna a donare 2.000 euro all’anno

per 5 anni e a incontrare gli studenti selezionati almeno due volte all’anno, condividendo esperienze e consigli per il loro

futuro professionale. il progetto è stato lanciato nel 2016 e da allora sono stati scelti 4 studenti; i prossimi due verranno

“adottati” da Circle a partire da ottobre 2018. Per sostenere il progetto contatta alumni@polimi.it

SCOPRI I DONATORI

89


GLI ALUMNI

DONATORI

Il progetto, lanciato nel 2016, coinvolge ad oggi

23 Alumni Polimi e amici del Poli che hanno

donato oltre 100.000 € in borse di studio.

ROBERTO

BELTRAME

AD MICROELETTRICA SCIENTIFICA

ALUMNUS INGEGNERIA MECCANICA 1988

ALESSANDRO

CATTANI

CEO ESPRINET

ALUMNUS INGEGNERIA ELETTRONICA 1990

PAOLO

CEDERLE

VICE PRESIDENTE EVERIS ITALIA SPA

ALUMNUS INGEGNERIA MECCANICA 1987

PAOLO ENRICO

COLOMBO

EXECUTIVE VICE PRESIDENT TXT E-SOLUTIONS

ALUMNUS INGEGNERIA ELETTRONICA 1980

GIAN PAOLO

DALLARA

FONDATORE E PRESIDENTE DALLARA AUTOMOBILI

ALUMNUS INGEGNERIA AERONAUTICA 1957

ENRICO

DELUCHI

FONDATORE E AMMINISTRATORE DELEGATO

ATANDIA SRL - IMPACT INVESTING INITIATIVES

ALUMNUS INGEGNERIA ELETTRONICA 1987

LUIGI

FERRARI

CEO LIMA CORPORATE

ALUMNUS INGEGNERIA GESTIONALE 1992

GUGLIELMO

FIOCCHI

CEO E FOUNDER GF4BIZ

ALUMNUS INGEGNERIA AERONAUTICA 1986

ANGELO FUMAGALLI

ROMARIO

PRESIDENTE E AD SOL

ALUMNUS INGEGNERIA CHIMICA 1982

MARIO

GAIA

FOUNDER & HONORARY CHAIRMAN TURBODEN

ALUMNUS INGEGNERIA MECCANICA 1968

NICOLA

GAVAZZI

MANAGING DIRECTOR E COUNTRY MANAGER RUSSELL

REYNOLDS ITALIA

ALUMNUS INGEGNERIA CHIMICA 1979

LUCIANO

GOBBI

SENIOR ADVISOR LANDMARK GROUP

ALUMNUS INGEGNERIA NUCLEARE 1977

ARCHITETTURA 1982

ALBERTO

IPERTI

PRESIDENTE TERNA RETE ITALIA

ALUMNUS INGEGNERIA ELETTRONICA 1989

ANDREA

LOVATO

CEO TENOVA

ALUMNUS INGEGNERIA GESTIONALE 1989

MASSIMO

LUCCHINA

EXECUTIVE DIRECTOR SAMSUNG ELECTRONICS

ALUMNUS INGEGNERIA ELETTRONICA 1990

ANDREA

MANFREDI

INTERNAL AUDITOR INTESA SAN PAOLO

ALUMNUS INGEGNERIA ELETTRICA 1978

MARCO

MILANI

PRESIDENTE VALLESPLUGA

ALUMNUS INGEGNERIA CHIMICA 1967

RICCARDO

MONTI

PRESIDENTE BCG - THE BOSTON

CONSULTING GROUP

ALUMNUS INGEGNERIA CIVILE 1984

ALBERTO

ROSANIA

CONSULENTE INDUSTRIALE FINANZIARIO

ALUMNUS INGEGNERIA ELETTROTECNICA 1964

90

STEFANO

SALTERI

FORMER CEO WINCOR NIXDORF

ALUMNUS INGEGNERIA ELETTRONICA 1979

FRANCESCO

STARACE

AD ENEL

ALUMNUS INGEGNERIA NUCLEARE 1980

ENRICO

ZAMPEDRI

AD METRA

ALUMNUS INGEGNERIA GESTIONALE 1992

ENRICO

ZIO

PRESIDENTE ALUMNIPOLIMI ASSOCIATION

ALUMNUS INGEGNERIA NUCLEARE 1991


NOI E LORO:

PROFESSORI VS STUDENTI

Fenomenologia semiseria di una lotta eterna

LAMBERTO DUÒ

56 ANNI

ALUMNUS POLIMI

INGEGNERIA ELETTRONICA

VS

Io credo che l’unica differenza fra professore e studente sia

anagrafica. Sono stato studente, e non ero meno intelligente

di quanto lo possa essere oggi. Ero più giovane, più spensierato,

ma ero sempre io. Infatti agli studenti do del “tu”. Alcuni

colleghi mi dicono che non va bene, ma per me è proprio

un modo per non rimarcare, al di là dei ruoli, la differenza.

Quello che posso dire, rispetto al passato, è che gli studenti

di oggi mi sembrano più educati, più disciplinati, ma anche

più silenti. E il che non è una cosa esclusivamente positiva. Ho

la sensazione che se entrassi in aula e annunciassi con grande

serietà e convinzione: “Ragazzi, oggi facciamo ginnastica

sotto il sole”, mi seguirebbero tutti. Quando io ero studente

non sarebbe successo. Ricordo che eravamo una generazione

più appassionata, accesa nelle discussioni, intraprendente,

che provava a buttare il cuore oltre l’ostacolo. Forse adesso i

ragazzi hanno un pochino meno quella cosa che definirei “fame”.

Durante la lezione fatico a ricevere feedback, a capire se

stanno capendo e, soprattutto, se a loro interessa di capire.

A volte questo approccio poco consapevole lo ritrovo all’ultimo

esame, quando chiedo allo studente “Cosa intendi fare

dopo la laurea?” e mi risponde spiazzato “Come cosa intendo

fare dopo?”. Non c’è un “dopo vedrò”, è oggi che devi

decidere cosa fare della tua vita. Capire cosa vuoi fare, ti fa

capire chi sei e anche chi non sei. Un’altra cosa che mi fa arrabbiare

è quando piangono durante gli esami. Lo trovo ingiusto.

Mi verrebbe da dire: “Siamo qui, non ti sto torturando,

tieni duro e andiamo avanti”. Pretendo, in sede d’esame,

che vadano al di là della pagina letta e studiata, che mi facciano

un collegamento, che mostrino insomma di aver costruito

una loro impalcatura di pensiero. Detto questo, a me

lo studente piace. Fa le sue cose, nel bene e nel male. E una

cosa che dico spesso a lezione è di mantenere un approccio

problematico allo studio, ovvero quella capacità di reggere il

dolore interiore per l’impossibilità di comprendere tutto. Le

cose sono difficili, non si capiscono, ci sono tante domande

a cui non sappiamo rispondere.

92


Uno è professore di Fisica Sperimentale al Politecnico di

Milano dal 1999, l’altro è studente di Ingegneria dal 2014.

In comune hanno l’aula, che condividono prendendo

posto uno di fronte all’altro. Li abbiamo fatti incontrare

e fatti sedere accanto, per dirsi tutto

S

MICKEY MARTINI

23 ANNI

STUDENTE DI

INGEGNERIA FISICA

Illustrazione di Alessandro Baronciani

Ho avuto Lamberto Duò come professore. Non penso sia severo.

Più che altro se a un esame uno studente sbaglia, è

giusto che lo sia. Poi c’è una severità giusta e una fine a se

stessa. Comunque la difficoltà dell’esame dovrebbe essere

tale da spronare e invogliare lo studente a studiare parecchio

e a ragionare. Non so se oggi, rispetto al passato, siamo

più menefreghisti. Non c’ero, non so come fosse prima.

Nel mio caso specifico, quando ho una domanda, il professore

è l’ultima spiaggia a cui porla. Non lo trovo utile. Se

ho un dubbio e gli chiedo subito delucidazioni, mi perdo la

possibilità di trovare da solo la risposta. Di arrivare alla soluzione

senza aiuto. E poi , certo, c’è anche la paura di mettersi

in gioco, quel misto di timore e insicurezza che ti scoraggiano,

che ti fan pensare che la tua domanda sia di poco

conto, non così intelligente o acuta. Nei miei compagni

di studio però vedo molta forza di volontà. Tutti studiano lo

stesso quantitativo di ore. Rimangono fino a tardi in aula

studio, fino alla chiusura. Poi tornano a casa e continuano

a studiare. Magari è meno visibile quell’approccio quasi “fisico”

di discussione che poteva esserci una volta, però per

parlare di ostinazione e di “fame”, vorrei portare un esempio

personale. Al secondo anno ho dato tre volte l’esame di Tecnologie

Meccaniche, materia che confesso non era fra i miei

primi interessi e che mi dava solo 5 crediti, per cui avrei potuto

accettare anche un voto basso. Alla prima sessione rifiutai

25 all’orale. La seconda volta mi propose 24, ma c’era

una domanda dello scritto che secondo me era stata valutata

troppo bassa. Il professore mi propose di alzare il voto di

+0,5, per arrotondare a 25, e così rifiutai. Tutto questo a fine

luglio, per cui tornai a settembre. Durante l’esame mi chiese

“Secondo lei come sta andando?”. Voleva propormi 25, poi mi

fece altre due domande e mi diede 27. Riguardo al cosa fare

dopo, so che vorrei fare il PhD. Poi, per fortuna, ho tante domande

ancora senza risposta.

93


94

1968 – 2018

Cinquant'anni

nella nostra piazza


Da cinquant’anni piazza Leonardo da

Vinci è teatro di vita. Come in questo

scatto, realizzato dall’allora studente

di Architettura Walter Barbero.

Si sarebbe laureato l’anno successivo,

per poi diventare, come ce lo

descrive l’Alumnus Stefano Levi Della

Torre: “un sommozzatore, un architetto,

uno scrittore, un antropologo, un

navigatore su gozzi dall’arcaica velatura

triangolare, un fotografo scientifico

e poetico, un collezionista di meraviglie,

un designer, un restauratore

di città. La persona più cubista che io

abbia conosciuto”. Barbero è venuto a

mancare nel 2010. I suoi punti di vista,

rimangono. Così come rimane Piazza

Leonardo, ancora teatro di vita e di

giornate. Di momenti indimenticabili.

Per la concessione della fotografia si ringrazia l’Archivio Walter Barbero

95


Lettere alla redazione

POLIMI E DUOMO DI MILANO:

UNA LUNGHISSIMA STORIA

D’AMORE, AVANGUARDIA

E TRADIZIONE

Sono un vecchio ingegnere, un vecchio Alumno, un vecchio professore del Politecnico. Sono anche un vecchio

milanese. Infine, sono anche un vecchio figlio di un altro professore del Politecnico, Piero Locatelli, docente e

Direttore dell’Istituto di Scienza delle Costruzioni per moltissimi anni.

Ho letto con interesse l’articolo contenuto nel terzo numero di MAP, che tratta della collaborazione tra

Politecnico e Veneranda Fabbrica del Duomo. La collaborazione tra il Poli e la Veneranda non è nuova. Già

negli anni ’60 del secolo scorso, mio padre fu nominato Presidente della commissione prefettizia incaricata di

sovrintendere i lavori di ripristino del Duomo allorché si palesarono rimarchevoli lesioni nei pilastri del tiburio,

ci si accorse che le catene delle arcate a sostegno della cupola si erano rotte e dovevano essere sostituite,

ci si avvide che alcuni pilastri erano “fuori piombo”. La situazione apparve allora così compromessa che si

ventilò persino d’inibire totalmente l’accesso alla Cattedrale. Alla Commissione, tra l’altro, fu affidato la grande

responsabilità di decidere in merito al problema di lasciare il Duomo aperto, almeno in parte, ai visitatori.

Fu studiato, dalla Commissione, un piano di intervento, si misero in opera nuove catene, si progettò un sistema

rivoluzionario di riparazione dei pilastri ammalorati del tiburio, fu organizzato un rilievo delle lesioni visibili dei

pilastri, blocco per blocco, dalle basi ai capitelli. Fu costruito un modello di uno dei quattro pilastri del tiburio

(non a caso, il Poli ha fatto scuola in tutto il mondo nell’arte della modellazione delle strutture). Il modello

di pilastro fu caricato, portato a rottura parziale per simulare le lesioni osservate, riparato, seguendo la

metodologia di cui ci si voleva avvalere, e infine caricato di nuovo per cogliere il funzionamento della struttura

dopo l’intervento di restauro.

Accanto: il prof Piero Locatelli

e un’immagine del Duomo di Milano

durante il suo piano d’intervento.

Nella pagina a destra: appunti delle lezioni,

il prof. Locatelli con l’allievo Leo Finzi

e le fasi di rinforzo del restauro

dei piloni del tiburio del Duomo

96


Gli esiti soddisfacenti dei test consentirono di intraprendere i lavori, al vero, in Duomo. Un formidabile impianto

di rilievo dati fu installato, con trasmissione di segnali a distanza, utilizzo di rilevatori elettrici di componenti

di spostamento, monitoraggio di stati tensionali con estensimetri elettici, eccetera. C’era anche un pendolo

installato ai piedi della Madonnina che rivelò come la guglia, come ovvio, rispondesse con ritardo alle

variazioni termiche, trasmettendo i dati rilevati negli uffici della Veneranda Fabbrica. Ci fu un terribile danno

quando un fulmine colpì il Duomo danneggiando gran parte della strumentazione elettrica installata. Ricordo

anche che l’Istituto di Topografia del Poli collaborò alla vicenda del restauro e dei necessari controlli mettendo

a punto una nuova metodologia di rilievi ottici particolarmente complessi.

Regista, mente progettuale di tutto questo rivoluzionario procedimento, che all’epoca fece scalpore tra i cultori

della materia, fu la Commissione Prefettizia di cui facevano parte, oltre a Piero Locatelli, Leo Finzi e Guido

Mangano, che in moltri, tra i miei colleghi Alumni, ricorderanno per aver seguito le loro lezioni.

Anche questi miei ricordi rappresentano solo una piccola parte della storia politecnica e delle eccellenze

tecnologiche di cui tutti noi siamo stati e siamo partecipi. Dobbiamo essere orgogliosi della nostra grande

tradizione e non dimenticarla, nemmeno oggi che tanto si parla di futuro e innovazione.

Marco Locatelli

Alumnus ing. Aeronautica 1956

Membro di una famiglia politecnica da 4 generazioni

RISPONDE IL PROF. DELLA TORRE

Direttore Dipartimento di Architettura,

Ingegneria delle Costruzioni e Ambiente Costruito

"Mi fa molto piacere che Marco Locatelli abbia

voluto riaprire il tema della memoria storica

dei rapporti del Politecnico con la Fabbrica del

Duomo. L'intervento di consolidamento dei

pilastri del tiburio avvenne mentre ero studente,

ne ho un ricordo fortissimo, e mi capita spesso

di illustrarne l'esemplarità: da ultimo, ci siamo

ispirati a quell'intervento per la riparazione dei

pilastri delle navate della Basilica di Collemaggio

a L'Aquila. Il fine dell'intervista a cui mi sono

prestato era quello di informare sulle attività in

corso, non certo quello di rendere giustizia a una

storia secolare, di cui ci sentiamo fortunati eredi."

97


Vuoi ricevere a casa

tua i prossimi due

numeri di MAP?

Il magazine che stai sfogliando esiste grazie al sostegno economico degli Alumni Polimi.

MAP

Magazine Alumni Polimi

La rivista degli architetti, designer e ingegneri del Politecnico di Milano

MAP

Magazine Alumni Polimi

La rivista degli architetti, designer e ingegneri del Politecnico di Milano

Numero 1 - Primavera 2017

Numero 3 _ Primavera 2018

Ferruccio Resta e il Politecnico di domani • Dossier: i numeri del Poli • La nuova piazza Leonardo • Renzo Piano: 100

alberi tra le aule • Gian Paolo Dallara e DynamiΣ: la squadra corse del Poli • PoliSocial: il 5x1000 del Politecnico di

Milano • Gioco di squadra: tutto lo sport del Politecnico • Guido Canali, l’architettura

tra luce e materia • Paola Antonelli, dal Poli al MoMA di New York • Zehus Bike+ e

Volata Cycles, le bici del futuro • Paolo Favole e la passerella sopra Galleria Vittorio Emanuele • Marco Mascetti:

ripensare la Nutella • I mondi migliori di Amalia Ercoli Finzi e Andrea Accomazzo • Nel cielo con Skyward e Airbus

Cari Alumni, vi racconto il Poli di domani: lettera aperta del rettore Ferruccio Resta • La community Alumni raccontata da Enrico Zio • Atlante

geografico degli Alumni • Il Poli che verrà, raccontato dal prorettore delegato Emilio Faroldi • Vita da studente di fine ‘800 • Come si aggiusta

il Duomo di Milano • L’ingegnere del superponte • Una designer per astronauti • La chitarra di Lou Reed, firmata Polimi • Architettura

italiana in Australia • VenTo: la pista ciclabile che parte dal Poli • Fubles, gli ingegneri del calcetto • Il parco termale più grande d’Europa

• Gli ingegneri del tram storico di Milano • Polisocial Award: un premio all’impegno sociale • Nuovo Cinema Anteo • Caro Poli ti scrivo

1 MAP Magazine Alumni Polimi

N°0 - AUTUNNO 2016

N°1 - PRIMAVERA 2017 N°2 - AUTUNNO 2017 N°3 - PRIMAVERA 2018

MAP

Magazine Alumni Polimi

La rivista degli architetti, designer e ingegneri del Politecnico di Milano

PROSSIMO NUMERO

N°5 - PRIMAVERA 2019

Unisciti ai 1950 Alumni che rendono possibile la

redazione, la stampa e la distribuzione di MAP.

Contributi annuali possibili

Numero 4 _ Autunno 2018

70€ 120€ 250€ 500€

Standard

Senior

Silver

Gold

Quando ero studente al Poli • Dottori di ricerca alle frontiere della conoscenza • Dove si costruisce il futuro del mondo • Poli da Olimpo • Mi

ricordo la Casa dello Studente • La Nuova Biblioteca Storica • Il telescopio che guarda indietro nel tempo • Speciale Forbes: Lorenzo Ferrario,

Gio Pastori • Big (Designer) Data • L’architetto, e il suo bracciale, salvavita • L’ingegnere che pulisce gli oceani • Il nuovo Cantiere Bonardi di

Renzo Piano • L’uomo che sente tutto dell’America • La Gazzetta del PolitecnicoAlumni da Podio: Fabio Novembre, Stefano Boeri • Tutte

le Ferrari dell’ing. Fioravanti • I ragazzi del Circles • PoliHub, l’incubatore di talenti • 1968-2018 in Piazza Leonardo • Lettere alla redazione

N°4 - AUTUNNO 2018

Modalità di pagamento:

-> On line: sul portale www.alumni.polimi.it

-> Bollettino postale: AlumniPolimi Association – c/c postale: n.46077202 -

Piazza Leonardo da Vinci 32, 20133 Milano

-> Bonifico bancario: Banca popolare di Sondrio Agenzia 21 – Milano

IBAN: IT90S0569601620000010002X32 - BIC/SWIFT: POSOIT2108Y

-> Bonifico presso il nostro ufficio: Politecnico di Milano,

piazza Leonardo da Vinci, 32. Edificio 2, piano 1°

Da lunedì a venerdì dalle 9:30 alle 12:30 e dalle 14:00 alle 16:00

98


99

MAP Magazine Alumni Polimi

99


Politecnico di Milano

P.zza Leonardo Da Vinci, 32

20133 Milano

T. +39.02 2399 3941

Alumni@polimi.it | www.alumni.polimi.it

Alumni - Politecnico di Milano

Alumni Politecnico di Milano

100

100

MAP Magazine Alumni Polimi

Hooray! Your file is uploaded and ready to be published.

Saved successfully!

Ooh no, something went wrong!