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Antonio Joli - Quaderno 12 - febbraio 2021

Antonio Joli, pittore e scenografo, fu uno dei maggiori protagonisti del Vedutismo settecentesco a livello europeo. Dopo la visita a Paestum al seguito di un giovane Lord inglese, Joli realizzò in atelier numerose vedute delle rovine, basandosi su schizzi eseguiti in loco. Questi dipinti divennero ben presto veri e propri modelli di riferimento per la successiva iconografia dell’antica colonia greca. Con un'armoniosa tavolozza di colori e il suo peculiare sguardo da scenografo, Joli seppe dilatare i confini dello spazio reale, mettendo in scena i monumentali templi in una straordinaria serie di dipinti. Tali opere non solo sono un esempio sublime di estetica vedutista, ma costituiscono anche un'importantissima testimonianza documentaria sullo stato di conservazione e il paesaggio di Paestum nella seconda metà del Settecento.

Antonio Joli, pittore e scenografo, fu uno dei maggiori protagonisti del Vedutismo settecentesco a livello europeo. Dopo la visita a Paestum al seguito di un giovane Lord inglese, Joli realizzò in atelier numerose vedute delle rovine, basandosi su schizzi eseguiti in loco. Questi dipinti divennero ben presto veri e propri modelli di riferimento per la successiva iconografia dell’antica colonia greca.
Con un'armoniosa tavolozza di colori e il suo peculiare sguardo da scenografo, Joli seppe dilatare i confini dello spazio reale, mettendo in scena i monumentali templi in una straordinaria serie di dipinti. Tali opere non solo sono un esempio sublime di estetica vedutista, ma costituiscono anche un'importantissima testimonianza documentaria sullo stato di conservazione e il paesaggio di Paestum nella seconda metà del Settecento.

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Antonio Joli

Le matrici iconografiche

di Paestum

I Quaderni


Antonio Joli. Le matrici iconografiche di Paestum

Costabile Cerone

Nel XVIII secolo, la formazione culturale dei giovani

nobili dell'aristocrazia europea, in particolare quella

britannica, si completava con il Grand Tour, un

viaggio alla scoperta dell'Europa, inteso come esperienza

educativa e formativa per l'assimilazione

degli aspetti artistici, culturali e politici dei diversi

Paesi.

L'ultima tappa di questo viaggio era l'Italia, con il suo

ricco patrimonio di antiche opere greche e romane,

spesso ridotte a pittoreschi ruderi. I viaggiatori inglesi,

in particolare, erano attratti dall'arte classica e

giungevano nella penisola con il desiderio di vedere

questi monumenti e ammirare i paesaggi italiani e i

fenomeni naturali, come le eruzioni del Vesuvio.

A compiere un lungo viaggio durato ben nove anni fu

Lord John Brudenell (fig. 1), un giovane rampollo

della nobiltà inglese che assumerà il titolo di cortesia

di marchese di Monthermer, figlio di George Brudenell,

Duca di Montagu, 4° conte di Cardigan. Nel

1751, all'età di 17 anni, partito da Londra in compagnia

del suo tutor e guida Henry Lyte (fig. 2), dopo un

soggiorno in Francia di tre anni per studiare a Parigi,

trascorse il resto del tempo in giro per l'Italia raggiungendo

luoghi inconsueti. Attesi a Roma

nell'autunno del 1755 vi giunsero solo ad aprile

dell'anno successivo, proseguendo poco dopo per

Napoli, punto base per le numerose esplorazioni dei

luoghi classici che Brudenell compirà in Italia meridionale

e in Sicilia, tra cui Paestum, raggiunto nel

mese di giugno 1756 per osservare da vicino i tre maestosi

templi dorici da poco “scoperti”.

Con una lettera inviata a Londra a Lord Cardigan,

Lyte lo informò di questa visita: “Siamo rientrati ieri

da Pesto, un'antica colonia dei greci dove si possono

ammirare tre templi di ordine dorico ben conservati.

La solidità data dalle grosse colonne è sorprendente,

sembrano essere costruiti per l'eternità. Un gentleman

di questi luoghi ha fatto realizzare dei disegni

per essere incisi e saranno presto pubblicati, così che

ve ne possiate fare un'idea migliore rispetto a quanto

io li possa descrivere”.

Il nobiluomo a cui fa riferimento Lyte con ogni probabilità

è stato identificato con il conte Felice Gazzola,

un ufficiale militare che aveva fatto eseguire

alcuni disegni e il rilievo dei templi da un gruppo di

artisti e architetti, ma il cui lavoro non venne subito

1 2

2


pubblicato. Tuttavia la prima serie di incisioni di cui

si ha segnalazione fu quella di Filippo Morghen (fig.

18) pubblicata a Napoli nel 1765 in un volume dal

titolo “Sei tavole che illustrano le antiche fabbriche

dei templi di Pesto” con la riproduzione di cinque

dipinti del pittore modenese Antonio Joli (fig. 19,

20).

Le tele furono realizzate in studio tra il 1758 e il 1759

(come indicato dalle date sul retro di alcuni dipinti),

partendo da un repertorio di disegni che l'artista

aveva eseguito dal vero. Joli era infatti al seguito del

giovane lord inglese, che gli aveva commissionato

una serie di vedute dei luoghi visitati durante il viaggio.

L'incarico impegnò Joli per diversi anni; infatti si contano

circa 40 tele eseguite per Brudenell, in buona

parte nel formato da viaggio 50 x 75 cm, di cui alcune

disperse e altre divise fra i discendenti, conservate

nella collezione di Lord Montagu a Beaulieu e di

Lord Buccleuch a Bowhill, una tra le più importanti

collezioni d'arte del Regno Unito. Dopo la visita di

Paestum e altri luoghi della Campania lo accompagnò

in tour in Sicilia per tornare a Napoli a fine

Novembre, dove il giovane mecenate aveva incontrato

Joli da poco rientrato dall'Accademia di pittura

e scultura di Venezia, la città dove aveva lavorato

come scenografo per dieci anni, dal 1732 al 1742,

dopo un primo ed intenso periodo di formazione trascorso

a Roma nella bottega del pittore e architetto

Giovanni Paolo Pannini, apprendendo lezioni sul paesaggio

urbano e delle rovine (fig. 3). Nell'urbe subì

l'influenza anche dell'olandese Gaspar van Wittel,

conosciuto in Italia come Gaspare Vanvitelli, noto

per le sue nitide e precise vedute urbanistiche, padre

del celebre architetto Luigi. Nel successivo soggiorno

veneziano perfezionerà il suo interesse per le vedute

sugli esempi di Antonio Canal, detto “il Canaletto”,

e suo nipote Bernardo Bellotto, due artisti che

seppero trasformare il “ vedutismo veneziano” in una

corrente d'avanguardia che caratterizzò l'intera Europa

del Settecento.

Dopo l'esperienza veneta, Joli iniziò una brillante carriera

internazionale: operò come scenografo al

King's Theatre di Londra, per poi spostarsi in Spagna,

dove lavorò presso la corte di Ferdinando VI di

Borbone al Teatro del Buen Retiro fino al 1754. Rientrato

in patria, dopo qualche anno si stabilì definitivamente

a Napoli dove ebbe inizio la fortunata attività

al servizio della corte borbonica, con l'ottenimento

nel 1762 della prestigiosa nomina di capo scenografo

e architetto del teatro San Carlo, che conserverà fino

al 1777, anno della sua morte.

Esemplificative del lavoro svolto per il sovrano sono

le due grandi tele del 1759 raffiguranti la partenza di

Fig. 1. Henry Meyer (1780-1847)

Ritratto di John Montagu, Lord Brudenell, XVII sec.

Incisione (46,3 x 72,2 cm)

The British Museum, Londra

Dal dipinto di Anton Raphael Mengs del 1758 (olio su tela,

171,5 x 244 cm), collezione di Richard Scott, X duca di

Buccleuch, Boughton House, Kettering

3

Fig. 2. Anton Raphael Mengs (1728-1779)

Ritratto di Henry Lyte (1729-1791), 1758

Olio su tela (73,6 x 97,8 cm)

National Trust Collections, Inghilterra

Anton Raphael Mengs dipinse ritratti di aristocratici inglesi

durante il loro Grand Tour a Roma in diretta concorrenza con

Pompeo Batoni negli anni '50 del Settecento. Lord Brudenell e

Lyte sedettero entrambi da Mengs durante la seconda visita a

Roma nel 1758. In questo ritratto a mezzo busto, Lyte è mostrato

con in mano un libro per indicare che è uno studioso.

Fig. 3. Antonio Joli (1700-1777)

Sansone abbatte il tempio dei Filistei, 1725-1735 ca.

Olio su tela (92,7 x 130,8 cm)

Collezione privata, Londra

Il grande e imponente capriccio risale probabilmente all'inizio

della carriera dell'artista, quando lavorava tra Modena, suo

paese di origine, e Venezia. Il suo carattere dinamico e teatrale

suggerisce che potrebbe essere stato ispirato dalla scenografia

di uno spettacolo o di un'opera.

3


Carlo III per Madrid (fig. 4), subentrato al trono di

Spagna dopo la morte del fratellastro Ferdinando VI,

e il dipinto che ritrae la solenne cerimonia di abdicazione

svolta nella Sala del Trono del Palazzo Reale

(fig. 5), lasciando il Regno al piccolo Ferdinando,

che a soli otto anni divenne re di Napoli e Sicilia, “Lo

Rre piccerillo” (fig. 6).

Ed è in quello stesso anno che realizzò una veduta di

Paestum per Lord Brudenell (fig. 8), una tela con la

rappresentazione della piana dei templi vista da

levante, parte della collezione di Richard Scott, duca

di Buccleuch (fig. 9).

Di questo dipinto esistono altre due repliche apparse

nel mercato d'arte alla fine degli anni ottanta del

Novecento, dimostrando che i disegni eseguiti sul

posto (finora non rintracciati) furono impiegati da

Joli più volte e in tempi diversi, evidentemente per

soddisfare le molte richieste di questo soggetto figurativo

che gli pervenivano.

L'ipotesi di copie eseguite in momenti diversi troverebbe

conferma nel diario del viaggio in Italia compiuto

tra il 1765 e il 1766 dall'astronomo francese

Joseph-Jérôme de Lalande, che nella descrizione

della sua visita ai resti dell'antica città greca, “a lungo

dimenticati in quanto posti lungo una strada che gli

antiquari ed i curiosi frequentavano poco”, afferma

di aver visto nello studio di Joli vari dipinti su Paestum

insieme ad altre vedute di Napoli (fig. 7), Venezia

e Madrid.

Replicata più volte è anche la più famosa “Veduta

generale degli avanzi di Pesto dalla parte di Ponente”

(fig. 10, 11), come intitolata nelle incisioni di Morghen,

di cui un esemplare datato lo stesso anno è conservato

al Norton Simon Museum di Pasadena.

L'opera rappresenta il primo dipinto con una veduta

d'insieme a volo d'uccello dell'intera area urbana di

Paestum chiusa dalle possenti mura di cinta con i varchi

di Porta Aurea, Giustizia e Sirena, la porta di

levante che dirige verso le alture di Capaccio sullo

sfondo della composizione. I tre templi dominano le

parti laterali del dipinto, il tempio di Atena a nord, e il

tempio di Nettuno con la “Basilica” a sud.

Al 1759 si datano anche gli altri dipinti della notevole

“ Serie dei Templi di Paestum”, le più remote rappresentazioni

pittoriche della città che insieme alle

precedenti vedute rappresenteranno dei modelli di

riferimento per la successiva produzione di immagini

ed incisioni sui monumenti dell'antica colonia greca.

Erano gli anni in cui prima di lavorare a tempo pieno

come scenografo al San Carlo, Joli si dedicò a dipingere

per i colti e agiati viaggiatori, soprattutto inglesi,

che facendo tappa a Napoli durante il viaggio in

Italia, vedevano nelle sue opere il miglior souvenir

4

4


da riportare in patria. Tra queste committenze, oltre il

giovane Lord, figurano Sir James Gray (fig. 14),

ambasciatore britannico nel Regno di Napoli fino al

1763, e il suo successore Sir William Hamilton (fig.

21), un appassionato di archeologia, studioso delle

attività vulcaniche del Vesuvio e collezionista di

opere d'arte che acquistò diversi quadri dal pittore

per arredare la sua residenza napoletana a Palazzo

Sessa, sede ufficiale dell'Ambasciata inglese in

epoca borbonica. Tra i dipinti della collezione si elencano

quattro quadri di Joli, tra cui due “pictures of the

ruins of the Paestum”.

Per Sir Gray realizzò ben due dipinti entrambi riprodotti

nelle tavole incise da Filippo Morghen e da Thomas

Major nel volume “ The Ruins of Paestum” pubblicato

a Londra nel 1768.

Una scena ripresa da sud, con i due templi di Hera,

Nettuno e la “Basilica”, in primo piano e in lontananza

il tempio di Atena (o Cerere), dove combina la

fedeltà topografica con un punto di vista teatrale

della scena (fig. 12), ed una veduta ripresa “Stando al

di sotto della porta della città di Pesto”, datata 1758,

presumibilmente il primo dei dipinti della serie (fig.

13), il cui punto di vista è stato identificato da qualcuno

con la Torre Laura (Torre 27) posta sul lato meridionale

della cinta muraria.

L'arco di Porta Sirena in primo piano appare come

una grande finestra aperta sul paesaggio dei templi.

Joli utilizza un espediente geniale: un'immaginaria

bucatura nella muratura permette di intravedere il

Tempio di Atena, altrimenti nascosto alla vista, catalizzando

così l'attenzione dell'osservatore. Le annotazioni

che accompagnano le incisioni di Major indicano

che l'artista ha realizzato il dipinto (o il disegno

preparatorio) in presenza dell'ambasciatore. Difatti,

in basso a sinistra, seduto su di un masso sotto il grande

arco appare un uomo intento a disegnare con

accanto un gentiluomo, presumibilmente gli stessi

Gray e Joli.

Di notevole impatto scenico sono senz'altro i due

dipinti degli interni del tempio di Poseidone ripresi in

particolare condizione di luce per esaltare il caldo

colore del travertino. Una prospettiva centrale presa

Fig. 4. Antonio Joli (1700-1777)

Partenza di Carlo III per la Spagna (vista da terra), 1759

Olio su tela (208 x 128 cm)

Museo del Prado, Madrid (Opera non esposta)

Fig. 5. Antonio Joli (1700-1777)

Abdicazione di Carlo III, 1759

Olio su tela (125,7 x 76,5 cm)

Museo del Prado, Madrid (Opera non esposta)

5

5


dalla cella del tempio guardando verso ovest (fig.

15), dove sullo sfondo, tra le grandi colonne si intravede

il mare del “ Golfo di Poseidonia” animato dalle

barche dei pescatori, dove fino a quel secolo si potevano

ancora osservare i “ rottami dell'antico porto”;

l'altezza del punto di vista è basso e i personaggi che

abitano la scena sono ridotti di scala, così da enfatizzare

la grandezza delle rovine architettoniche.

L'altro dipinto, intitolato “Interno del tempio grande

nella città di Pesto”, è caratterizzato da una prospettiva

più accentuata con il punto di vista decentrato

che guarda verso nord-est. Lasciando intravedere in

lontananza porta Sirena a destra e il tempio di Atena a

sinistra, appare una vera e propria intuizione delle

successive invenzioni di Piranesi (fig. 16). Custodito

alla Reggia di Caserta dove sono conservati diversi

dipinti di Joli provenienti dalle vecchie collezioni

borboniche, quasi sicuramente fu commissionato

dalla corte napoletana. Tra questi è presente anche i

“ Ruderi di Tempio dorico”, un olio su tela che si inserisce

nella produzione del vedutismo di fantasia,

ovvero di un capriccio architettonico, dove diversi

elementi compongono un immaginario edificio dorico

in rovina.

L'interno del grande tempio di Poseidone (Nettuno),

riprodotto all'acquaforte dall'incisore reale Filippo

Morghen, è stato duplicato con qualche piccola

variazione dal pittore Pietro Fabris, collaboratore di

Joli, in un dipinto conservato alla Compton Verney

Art Gallery in Inghilterra (fig. 22).

L'ultimo dipinto della Serie dei Templi di Paestum,

anch'esso riprodotto all'incisione, è una veduta del

tempo di Atena (o Cerere) visto da ovest (fig. 17),

dove alla destra dell'imponente monumento, aumentato

di scala per accentuare la nuova scoperta archeologica,

si scorge la restaurata chiesa della SS. Annunziata

in stile barocco, con il pavimento sopraelevato

allo stesso piano dell'adiacente edificio costruito per

volere del Vescovo Antonio Raimondi proprio in quegli

anni.

In secondo piano è rappresentata la cinta muraria

dell'antica città e sullo sfondo i versanti occidentali

dei monti di Capaccio con il centro abitato a mezza

costa e la chiesa di Santa Maria Maggiore sul Calpazio

(Santuario della Madonna del Granato). È dunque

evidente la meticolosa attenzione ai dettagli topografici,

tipici di Joli, per la rappresentazione di paesaggi

e vedute urbane, sebbene qualche polemica di

certi eruditi sulla non corretta rappresentazione di

alcuni particolari, tra cui la stessa cinta muraria, o perfino

di alcune minuzie come il tipo di pietra, la grandezza

dei blocchi e la tipologia delle connessioni.

Ma è chiaro che l'approccio alla raffigurazione dei

monumenti è del tipo pittorico, comunque per soddi-

6

6


sfare il particolare gusto antiquario delle sue committenze,

e non scientifico come può essere un rilievo

eseguito da un architetto per un progetto di restauro.

Inoltre l'artista realizzò i dipinti in studio a distanza

di tempo dagli schizzi e dalle annotazioni presi sul

luogo, facendo poi affidamento esclusivamente sulla

memoria del momento.

Anche in questo dipinto l'artista, con parrucca a codino

legato alla nuca da un fiocco, si rappresenta seduto

su di un grande masso mentre disegna le architetture

del tempio con la supervisione di un uomo vestito in

giamberga rossa, una giaccia lunga a falde, panciotto

blu, camicia bianca, stivaloni scuri, il consueto tricorno

in feltro nero con bordature chiare ed armato di

spada. Una tipica uniforme degli ufficiali

dell'esercito borbonico, probabilmente lo stesso

conte Felice Gazzola o un suo inferiore addetto alla

supervisione delle operazioni di rilievo (fig. 23, 24).

La veduta come sempre è animata dalla presenza di

numerose figure, caratteristica propria del gusto narrativo

di Joli, uomini in divisa, visitatori stranieri, persone

a cavallo, architetti indaffarati nel rilievo delle

strutture e la gente del luogo impegnata nelle loro attività

quotidiane, come i contadini e i pastori con il proprio

gregge.

Fig. 6. Anton Raphael Mengs (1728-1779)

Ritratto di Ferdinando IV di Borbone fanciullo, 1759-

1760 ca.

Olio su tela (126 x 180 cm)

Museo nazionale di Capodimonte, Appartamento Reale,

Napoli

Fig. 7. Antonio Joli (1700-1777)

Riviera di Chiaia, Napoli, 1759-1760

Olio su tela (75 x 125 cm)

Collezione privata, Londra

7

7


8

Fig. 8. Pompeo Batoni (1708-1787)

Ritratto di John Montagu, Lord Brudenell, 1758

Olio su tela (71,1 x 96,5 cm)

Metropolitan Museum of Art, New York

8

Batoni, negli anni all'apice della sua fama di ritrattista,

ritrae il giovane Lord con un liuto ed uno spartito tra le

mani che i critici hanno identificato essere testualmente

una sonata del compositore e violinista Arcangelo Corelli.

Il una lettera dell'8 marzo 1758 inviata al padre a Londra,

Lyte riferiva di questo ritratto insieme a quello eseguito

da Mengs: “Essi avevano promesso di finire presto

ed erano entrambi dei buoni dipinti … per di più vi è grande

emulazione fra questi due celebri pittori”.


9

Fig. 9. Antonio Joli (1700-1777)

Veduta di Paestum vista da levante, 1759

Olio su tela (139 x 91 cm)

Collezione di Richard Scott, Duca di Buccleuch e

Queensberry, Edimburgo

Dipinto eseguito per John Montagu, Lord Brudenell,

marchese di Monthermer

9


Fig. 10. Antonio Joli (1700-1777)

“Veduta generale dell'avanzi di Pesto dalla parte di

ponente”, 1759

Olio su tela (120,7 x 76,8 cm)

Norton Simon Museum, Pasadena, Stati Uniti

Veduta incisa da Filippo Morghen nel 1766 e da

Thomas Major nel 1768 per il volume “The Ruins of

Paestum” (Tavola I)

10


11

10


Fig. 11. Antonio Joli (1700-1777)

“Veduta generale dell'avanzi di Pesto dalla parte di

ponente”, 1759 (2° versione)

Olio su tela (125 x 75 cm)

Collezione privata, Londra

12


13

11


Fig. 12. Antonio Joli (1700-1777)

Veduta dei tre Templi nella città di Paestum, 1759

Olio su tela (101 x 75,5 cm)

Commissionato da Sir James Gray, ambasciatore britannico

a Napoli dal 1753 al 1763

Collezione privata, Londra

Opera esposta nel maggio del 1986 alla Certosa di S.

Lorenzo a Padula per la mostra “La fortuna di Paestum e

la memoria moderna del dorico, 1750-1830” e nel 2015 al

TEFAF (The European Fine Art Foundation) presso il

MECC, Centro Congressi di Maastricht.

Veduta incisa da Filippo Morghen nel 1766 e da Thomas

Major nel 1768 per il volume “The Ruins of Paestum” (Tavola

II)

14


15

12


13

16


Fig. 13. Antonio Joli (1700-1777)

“Stando sotto la porta della città di Pesto”, 1758

Olio su tela (103,5 x 131 cm)

Commissionato da Sir James Gray, ambasciatore

britannico a Napoli dal 1753 al 1763.

Collezione privata, Londra (Sotheby's)

Veduta incisa da Thomas Major nel 1768 per il volume

“The Ruins of Paestum” (Tavola III), con la nota:

"Questo punto di vista è stato preso anche in presenza

di Sua Eccellenza Sir James Gray, e inciso da un bel

dipinto nella sua collezione".

Il dipinto “Vista dei tre templi nella città di Paestum” era

parte della collezione del Generale George Gray, un ufficiale

dell'esercito britannico con la passione per

l'architettura, il fratello minore dell'ambasciatore Sir

James Gray.

Fig. 14. Anton Raphael Mengs (1728-1779)

Ritratto di Sir James Gray, 2° Bt., 1761

Olio su tela (62,5 x 76,2 cm)

Yale Center for British Art, Yale University, Stati Uniti

14

“Gran sorte ha avuta quivi in questo secolo Antonio

Joli modenese, che fondato nelle teorie

dell'architettura passò in Roma, e nella scuola del

Pannini si formò un de' più celebri pittori di

architettura e di ornato, che vivessero nell'età

nostra. Acclamato per tale ne' teatri di Spagna,

d'Inghilterra, di Germania, dove aveva dipinto,

divenne in Napoli pittore di Carlo III e del re suo

figlio”

Con queste parole di elogio si esprimeva l'abate

Luigi Lanzi a proposito di Joli all'interno della sua

vasta ricognizione sulla Storia pittorica d'Italia

pubblicata nel 1789.

17


15

Fig. 15. Antonio Joli (1700-1777)

Interno del Tempio di Poseidone a Paestum, 1759 ca.

Olio su tela (101,5 x 76 cm)

Collezione privata, Londra

Veduta incisa da Filippo Morghen nel 1766

18


19


Fig. 16. Antonio Joli (1700-1777)

Interno del Tempio di Poseidone a Paestum, 1759

Olio su tela (103 x 76,5 cm)

Collezione Palazzo Reale di Caserta

Iscrizione sul retro della tela: “Interno del tempio

grande nella città di Pesto Ant. nio Jolli 1759”

20


21

16


17

22


Fig. 17. Antonio Joli (1700-1777)

Veduta del Tempio di Atena o Cerere a Paestum, 1759

ca.

Olio su tela (101,5 x 74 cm)

Collezione privata, Londra

Veduta incisa da Filippo Morghen nel 1766

Dipinto esposto a Londra nel 2006 nella mostra

“Antonio Joli, Travels Around Europe”

23


Le incisioni di Filippo Morghen

Nel 1765 l'incisore e mercante di stampe Filippo Morghen

pubblicò a Napoli “Sei vedute delle rovine di

Pesto”, una raccolta di sei acqueforti con le rappresentazioni

dei monumenti dell'antica colonia greca. La prima

tavola raffigura due vedute di Porta Sirena, la porta

orientale erroneamente indicata a settentrione, mentre le

successive cinque sono tratte dai disegni di Antonio Joli.

L'opera, dedicata allo stravagante aristocratico inglese

Frederick Calvert, ultimo discendente dei baroni di Baltimore,

proprietario della provincia di Maryland ed Avalon

in America, è introdotta dalla “Spiegazione delle VI

tavole”. Il testo descrittivo della città e delle sue opere

architettoniche è tratto dal volume “La Lucania” di Giuseppe

Antonini, pubblicato a Napoli nel 1745, confermando

come i primi studi su Paestum circolassero anche

attraverso le pubblicazioni di vedute.

Morghen, nato a Firenze nel 1730, dopo aver lavorato a

Roma per qualche anno, nel 1752 si trasferì a Napoli,

dove trascorse il resto della vita eseguendo numerosi

lavori. Tra questi, realizzò alcune tavole delle “Antichità

di Ercolano” per la Stamperia Reale e curò la pubblicazione

nel 1769 delle 40 tavole incise in rame delle “Antichità

di Pozzuoli, Baja e Cuma”. Quest'ultimo volume è

dedicato alla “Reale Società per l'incoraggiamento delle

Arti, Manifatture e Commercio”, meglio nota come

Royal Society of Arts, di cui fecero parte molti nobili britannici

tra cui l'ambasciatore Sir William Hamilton. In

una successiva edizione del volume, presentato in apertura

con il ritratto di Ferdinando IV di Borbone, Re di

Napoli e di Sicilia, Morghen aggiunse ulteriori tavole,

tra cui le sei vedute di Paestum.

Fig. 18. Raffaello Morghen (1758-1833)

Filippo Morghen, 1790

Particolare di in un ritratto insieme al figlio Raffaele

Incisione (24,8 x 19,7 cm)

The British Museum, Londra

Fig. 19. Filippo Morghen (1730-1807 ca.)

Tavola n.1 - Veduta esterna ed interna della porta di

levante, 1766-1769 ca.

Acquaforte (38,3 x 25 cm)

The British Museum, Londra

Fig. 20. Filippo Morghen (1730-1807 ca.)

Tavola n.6 - Veduta del tempio esastilo periptero dalla

parte di ponente, 1775 ca.

Acquaforte (38,8 x 27,9 cm)

Veduta tratta da un dipinto di Antonio Joli

The British Museum, Londra

Fig. 21. William Thomas Fry (1789-1843)

Ritratto di Sir William Hamilton

Incisione, pubblicata il 27 marzo 1817 (31,5 x 35,7 cm)

National Portrait Gallery, Londra

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20

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22

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Fig. 22. Pietro Fabris

Il tempio di Hera a Paestum, fine del 1770

Olio su tela (56,6 x 90,5 cm)

Collezione Napoli, Galleria di Compton Verney,

Warwickshire, Inghilterra

Pietro Fabris, “English painter” come amava definirsi,

fu un artista attivo a Napoli dal 1756 dove seguì Sir William

Hamilton nella sua avventura partenopea, il quale,

da appassionato collezionista d'arte, ne diviene il mecenate

facendolo conoscere a Londra tramite due esposizioni

personali, nel 1768 e nel 1772. Lo stesso Hamilton arriverà

a possedere numerose opere di Fabris. L'artista

passò un periodo a Venezia iniziando a collaborare con

Antonio Joli presente a Napoli proprio dal 1756, anno in

cui anche Fabris opera nella città partenopea.

26

Fig. 23-24. Antonio Joli (1700-1777)

L’artista mentre disegna

Particolare della Veduta del Tempio di Atena o Cerere a

Paestum (fig. 17) e Interno del Tempio di Poseidone

(fig. 16)


24

Riferimenti bibliografici:

Filippo Morghen, Sei vedute delle rovine di Pesto, Napoli, 1765

Joseph-Jérôme de Lalande, Voyage d'un François en Italie fait

dans les années 1765 et 1766, Parigi, 1769

Depuis ce temps-là plusieurs peintres ont été sur les lieux pour

les peindre sous différens aspects. J'en ai vu différens tableaux

chez Don Antoine Joly, peintre & décorateur du théâtre de S.

Carlo, parmi d'autres vues de Naples, de Venise, de Madrid, &

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Antonio Joli, pittore e scenografo, fu uno dei

maggiori protagonisti del Vedutismo settecentesco a

livello europeo. Dopo la visita a Paestum al seguito

di un giovane Lord inglese, Joli realizzò in atelier

numerose vedute delle rovine, basandosi su schizzi

eseguiti in loco. Questi dipinti divennero ben presto

veri e propri modelli di riferimento per la successiva

iconografia dell'antica colonia greca.

Con un'armoniosa tavolozza di colori e il suo

peculiare sguardo da scenografo, Joli seppe dilatare

i confini dello spazio reale, mettendo in scena i

monumentali templi in una straordinaria serie di

dipinti. Tali opere non solo sono un esempio sublime

di estetica vedutista, ma costituiscono anche

un'importantissima testimonianza documentaria

sullo stato di conservazione e il paesaggio di

Paestum nella seconda metà del Settecento.

Immagine di copertina

Antonio Joli (1700-1777)

Interno del Tempio di Poseidone a Paestum, 1759

Olio su tela (103 x 76,5 cm)

Collezione Palazzo Reale di Caserta

collana

I Quaderni dell’Arte

a cura di Costabile Cerone

Quaderno 12 - febbraio 2021

Antonio Joli

Le matrici iconografiche di Paestum

Copyright: © 2021 PAESTUMinARTE

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Licenza 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0 IT)

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