360 GRADI MAGAZINE - Gennaio/Febbraio 2021

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Il numero di Gennaio/Febbraio di 360GRADI Magazine é online!
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360 GRADI

Magazine

ARTISTA

CHERRY MANGA

Cherry Manga è un’artista molto

conosciuta nel mondo virtuale di SL.

Crea opere che hanno uno straordinario

impatto visivo ed emotivo.

SADYCAT LITTLEPAWS:

LO STILE VERSATILE

DI UNA BLOGGER DI

SUCCESSO

Fotografia

NEUROESTICA: CERVELLO,

EMPATIA ED ESPERIENZA

DEL BELLO

Second Life VALENTINA E.

Perchè le immagini attraggono così

tanto lo spettatore? Una delle principali

attività in SL è il fotografo: ci siamo

mai chiesti cosa ci attira di più nelle

fotografie?

Un negozio di abiti dallo stile

inconfondibile, che si caratterizza

per classe, eleganza e originalità.

Conosciamo Valentina in questa

intervista esclusiva.

360 GRADI

GENNAIO/FEBBRAIO 2021 - N. 3

1


SOMMARIO

18

Perchè

NEUROESTETICA:

CERVELLO, EMPATIA

ED ESPERIENZA DEL

BELLO

le immagini

attraggono così tanto lo

spettatore? Una delle

principali attività in SL è

il fotografo: ci siamo mai

chiesti che cosa ci attira

di più nelle fotografie?

54

Una

HAZELNUT’S

KINGDOM

location

raffinata, dallo stile

mediterraneo e

dalle costruzioni

d’epoca in stile

francese. Sono

tantissime le attività

per intrattenere il

visitatore.

74

Una

SLICE OF

HEAVEN

destinazione

invernale

affascinante che

presto cambierà

nella sua versione

primaverile.

Conosciamola

attraverso gli occhi di

Serena Amato.

92

Cherry

CHERRY

MANGA

Manga è

un’artista molto

conosciuta nel

mondo virtuale

di Sl.. Crea opere

che hanno uno

straordinario impatto

visivo ed emotivo.

126

Una

DORIAN KASH

voce maschile

importante nel

panorama musicale

italiano. Un artista

che rende la

serata musicale un

successo in ogni

occasione.

142

Stile,

VALENTINA E.

classe, originalità

sono solo alcune

delle caratteristiche

di Valentina E., un

marchio che brilla

nello scenario del

mondo della moda

di SL.

160 Fotografa,

SADYCAT

LITTLEPAWS

blogger e

blogger manager di

successo, SadyCat

ha uno stile versatile

che si sa adattare

alle molteplici

esigenze del mondo

della moda.

172

Immagini

SCELTI SU

FLICKR

spettacolari trovate

su Flickr.

Esploriamo nuovi

artisti.

360 GRADI MAGAZINE è la rivista che tratta di Second Life a 360°. Destinazioni, Arte, Musica, Moda, Fotografia, Arredo e Decorazione tutto in

un’unica rivista bimestrale. Puoi leggere la rivista sul web, visitando la nostra pagina YUMPU.

2 360 GRADI


Benvenuti al numero 3 di 360 GRADI MAGAZINE.

92 126 160

CHERRY MANGA

DORIAN KASH

SADYCAT

LITTLEPAWS

Un’artista in grado di

creare opere che hanno

uno straordinario impatto

visivo ed emotivo.

Un artista musicale

importante e di

riferimento nello scenario

musicale italiano.

Fotografa, blogger e

blogger manager di

successo, si caratterizza

per uno stile versatile.

BENVENUTI

Benvenuti al numero 3 della rivista.

In questa terza uscita 360GRADI

introduce Serena Amato, collaboratrice,

per ora, solo occasionale nel settore

“destinazioni” che ci permette di

esplorare Luane’s World attraverso i suoi

occhi.

Faremo la conoscenza di Dorian Kash,

un artista musicale importante nel

panorama italiano.

Esploreremo l’arte di Cherry Manga in

grado di suscitare un grande impatto

emotivo e visivo.

Per il settore relativo alla mente umana,

che riscuote grande interesse, Degoya

ci parlerà di come la mente reagisce al

bello e alle immagini.

Infine conosceremo di persona Valentina

Evangelista, una delle più raffinate

designer in Second Life.

Vi invito a essere parte attiva,

comunicandoci le vostre impressioni e/o

idee/suggerimenti.

Buona lettura!

360 GRADI

3


TEAM

LADMILLA VAN MISOINDITE

SERENA

RESPONSABILE

SETTORE ARTE

RESPONSABILE

SETTORE

MUSICA

RESPONSABILE

SETTORE MODA

COLLABORATRICE

SETTORE

DESTINAZIONI

Artista e Proprietaria

della Galleria THE

EDGE.

Dj , Designer e

Architect Planning.

Modella e

Responsabile di eventi

fashion.

Collaboratrice

occasionale per il

settore destinazioni.

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JARLA

VIOLET

DEGOYA

RESPONSABILE

SETTORE

FOTOGRAFIA

Fotografa.

RESPONSABILE

SETTORE

MARKETING

Esperta di Social

Media Marketing.

RESPONSABILE

SETTORE

CERVELLO, MENTE E

REALTA’ VIRTUALE

Psichiatra.

360 GRADI

5


NOTE DELL’ EDITRICE

Siamo giunti alla terza uscita di 360GRADI Magazine.

La prima novità che

desidero introdurre

è l’ingresso nel team,

seppure in modo

occasionale, di Serena

Domenici. Si tratta di

una collaborazione

interessante in

quanto Serena ama

scrivere e lo fa con

passione. Spero che

decida di essere parte

permanente del team,

dando alla rivita

un valore aggiunto

significativo nel

settore “destinazioni”.

La prima novità che desidero introdurre è l’ingresso nel team,

seppure in modo occasionale, di Serena Domenici. Si tratta di una

collaborazione interessante in quanto Serena ama scrivere e lo fa

con passione. Spero che decida di essere parte permanente del

team, dando alla rivita un valore aggiunto significativo nel settore

“destinazioni”.

La rubrica “cervello, mente e realtà virtuale” sta riscuotendo un

enorme successo, grazie alla professionalità di Degoya Galthie.

Ricevo moltissimi feedback positivi e ne sono lieta.

In questo numero parleremo sul fronte artistico di Cherry Manga,

un’artista molto conosciuta nello scenario di Second Life. La sua

straordinarietà è la capacità di suscitare emozioni e di avere un

forte impatto visivo. In questo numero avremo la possibilità di

conoscerla meglio.

Sul fronte musicale, Dorian Kash è il protagonista di questo

numero. Artista italiano molto conosciuto, ogni sua serata è un

momento di relax per il pubblico e una performance di successo

per Dorian.

Sul fronte della moda, approfondiamo la conoscenza di Valentina

E., un brand apprezzato e conosciuto per la sua originalità

e qualità. Ho avuto il piacere di intervistare personalmente

Valentina Evangelista che ha risposto puntualmente alle domande

dando anche suggerimenti preziosi a tutti coloro che desiderano

intraprendere la carriera di fashion designer.

Sul fronte fotografico, Jarla ha intervistato SadyCat Littlepaws,

fotografa, blogger e blogger manager molto apprezzata. E’

l’occasione per capire di più non solo di fotografia, ma anche di

come funziona il mondo dei blogger e del loro reclutamento.

Nell’augurarti buona lettura, ti invito sempre alla collaborazione:

se riusciamo a migliorare è anche grazie ai suggerimenti dei

lettori.

Arrivederci al prossimo numero.

BENVENUTO

360GRADI è una rivista interattiva

disponibile su YUMPU. Prendi la tua

copia del kiosk in redazione.

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L’ emozione è la prova più evidente

che qualcosa ci ha coinvolto

profondamente. Tutti i talenti di

cui parliamo in questo numero

raggiungono il nostro cuore.

- Oema

360 GRADI

7


ART PROMOTION ON FACEBOOK

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360 GRADI

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VIOLET BOA

Le mie responsabilità comprendono la pianificazione,

l’implementazione e la gestione di strategie di PR, nonché

l’organizzazione e la gestione di varie attività di PR.

Utilizzo diversi canali per ottimizzare la diffusione e il successo di

una campagna, con un’attenzione orientata al cliente e una consegna

sicura che rappresento in modo inequivocabile, e realizzo gli interessi,

i desideri, le esigenze e le aspettative dei miei clienti.

Violet Boa,

Responsabile del Settore

MARKETING

Una parte naturale del mio lavoro consiste nell’organizzare interviste

e coordinarmi, ricercare e raccogliere opportunità di partnership,

stabilire e mantenere rapporti con giornalisti, influencer e blogger,

oltre a supportare i membri del team del mio cliente nella

comunicazione e nella gestione di una campagna.

Attraverso anni di esperienza nella gestione dei social media, che

richiede sempre ottime capacità di comunicazione, presentazione e

leadership, oltre a eccellenti capacità organizzative e di gestione del

tempo, sono diventata autocritica e sono sempre interessata a nuovi

impulsi.

L’apprendimento, sia esso auto-diretto o attraverso la conoscenza di

fonti competenti, fa parte del processo quotidiano.

Le osservazioni e le riflessioni (auto-riflessioni) sulla situazione

esterna ed interna mi danno la possibilità di riconoscere i problemi e

di cambiarli in una direzione positiva.

Sono una pensatrice positiva ma anche critica e risolutrice di problemi

analitici che - con molta empatia - accetta gli interessi contrastanti,

la (in) tolleranza personale e le opinioni degli altri. Sono molto

adattabile e disponibile al compromesso per accettare alternative

positive che rendano tutti felici e portino al successo desiderato.

Nella mia top ten degli interessi ci sono l’arte, la fotografia, il design,

l’arte digitale, la musica, le arti dello spettacolo, la letteratura, la

scienza, la consapevolezza e l’atteggiamento positivo.

Mi sento molto onorata e orgogliosa della fiducia che Oema ha riposto

in me invitandomi nel mio ruolo di PR a promuovere fin dalla prima

pubblicazione 360 GRADI Magazine, una rivista raffinata, di classe, ed

elegante.

Ci aspetta un compito entusiasmante e meraviglioso, e non vedo l’ora

di compierlo!

Violet

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LUNDY ART GALLERY

LA LUNDY ART GALLERY E’ UNA CREAZIONE DI LEE1 OLSEN E OSPITA

PERIODICAMENTE NUOVI ARTISTI.

LA GALLERIA VANTA UNO SPAZIO ESPOSITIVO MOLTO AMPIO, PERMETTENDO

AL VISITATORE DI APPREZZARE NUMEROSE OPERE D’ARTE.

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ARTISTI ESPOSITORI

Moya Patrick

Etamae

Ilyra Chardin

Adwehe

ZackHermann

Sandi Benelli

Jessamine2108

Steele Wilder

Adelina Lawrence

Magda Schmidtzau

Jos (mojosb5c)

TELEPORT TO LUNDY ART GALLERY

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CAMP ITALIA

CAMP ITALIA, EDUCAZIONE E INTRATTENIMENTO IN UN’UNICA

DESTINAZIONE.

VIENI A VISITARCI!

Camp Italia è una sim educational in lingua italiana con vocazione internazionale, dove puoi

trovare una calorosa accoglienza, eventi artistici e musicali, tante lezioni per imparare a usare

Second Life e paesaggi mozzafiato per una meravigliosa esperienza della tua SL.

Visit Camp Italia & Enjoy!

Slurl

https://maps.secondlife.com/secondlife/Camp%20Italia/127/64/23

Official Website

https://campitaliasecondlife.org

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15


DEGOYA GALTHIE

Sin dall’inizio della sua apparizione nel mondo, l’uomo ha cercato

di rappresentare e raccontare la propria esperienza con differenti

strumenti quali il disegno, la fotografia e il cinema; alla base di questa

incessante ricerca è il desiderio di descrivere il proprio mondo interiore

con livelli di fedeltà sempre maggiori. Nella nostra società postmoderna

la frontiera più evoluta di questa ricerca è rappresentata

dalla realtà virtuale: questa tecnologia ci consente di “immergerci” in

un ambiente generato dal computer, dentro cui è possibile muoversi e

interagire come nel reale.

Degoya Galthie,

Responsabile del Settore

CERVELLO, MENTE E

REALTA’ VIRTUALE

La realtà virtuale sta avendo numerose applicazioni che spaziano in

diversi ambiti e rappresenta anche un’interfaccia di comunicazione

avanzata che consente alle persone di interagire in modo naturale

a distanza. Ormai è una tecnologia che ha una crescente diffusione

anche nell’industria dell’intrattenimento, dove trova applicazioni,

oltre nel settore dei videogiochi, nella cinematografia, nei parchi

tematici e nei musei. I social network, l’e-commerce, l’educazione,

lo sport sono solo alcuni dei numerosi ambiti che i mondi virtuali

promettono di rivoluzionare. In campo medico, la realtà virtuale sta

dimostrando un eccellente potenziale con applicazioni nell’ambito

delle neuroscienze e della psicoterapia.

Alla luce di tali premesse, l’obiettivo che mi sono posto in questo

settore della rivista è raccontare la “rivoluzione virtuale” attraverso

una prospettiva che vuole evidenziare l’impatto trasformativo di

questa tecnologia sul cervello e sull’esperienza umana. In particolare,

cercherò di investigare sugli effetti delle esperienze virtuali sul

proprio mondo reale e di mettere in luce le opportunità che le

tecnologie virtuali possono offrire, ma anche di porre in evidenza i

potenziali rischi che esse implicano, attraverso una ricognizione delle

ricerche più avanzate in ambito psicologico e neuroscientifico. Infine,

cercherò di spiegare come le tecnologie simulative stanno cambiando

il modo di comunicare e interagire delle persone, analizzando le

opportunità e le sfide implicate dall’emergere dei mondi virtuali.

Degoya

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NEUROESTE

IL CERVELLO, L’EMPATIA

BELLO

Scritto da DEGOYA GALTHIE.

Immagini di JARLA CAPALINI.

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TICA

E L’ESPERIENZA DEL

Perchè le immagini ci piacciono così tanto?

Che effetti suscitano sulla nostra mente?

Approfondiamo questo tema affascinante.

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NEUROESTETICA

IL CERVELLO, L’EMPATIA E

L’ESPERIENZA DEL BELLO

Se le neuroscienze cognitive studiano la cognizione e la mente umana, che cosa

c’è di così unicamente umano come l’ossessione di creare immagini? Da un

lato l’ossessione di creare immagini e dall’altro il potere che queste immagini

esercitano su chi le guarda.

Le parole che compongono il titolo

di questo articolo: arte, empatia,

esperienza estetica e neuroscienze,

cioè lo studio del cervello, costituiscono

argomenti che nello spazio a

disposizione non riuscirò affrontare in

modo serio ed esauriente. Come prima

cosa cercherò di spiegare il fatto che

un neuroscienziato applichi la propria

metodologia di ricerca ad ambiti che,

tradizionalmente ed apparentemente,

sembrano così lontani; soprattutto negli

ultimi 70 anni il campo della scienza è

stato considerato altro rispetto a quello

dell’estetica e dell’arte. Le scienze

umane e le neuroscienze cognitive,

però, condividono un fondamentale

oggetto d’indagine: capire cosa ci

rende umani. Ovviamente lo fanno

con approcci molto diversi e con

differenti linguaggi di descrizione. Se

le neuroscienze cognitive studiano la

cognizione e la mente umana, che cosa

c’è di così unicamente umano come

l’ossessione di creare immagini? Da un

lato l’ossessione di creare immagini e

dall’altro il potere che queste immagini

esercitano su chi le guarda. All’interno

di questi argomenti che ricorreranno

spesso nel corso della mia esposizione,

ho deciso di partire da un tema che

ritengo centrale per approcciare la

questione dell’esperienza estetica: il

perché ci piacciono le immagini e che

cosa proviamo di fronte a un’immagine,

soprattutto quando questa immagine è

stata creata dall’uomo.

A tal fine, ritengo

fondamentale trattare il

tema dell’empatia; l’empatia

è un concetto terribilmente

complicato con numerosi

sinonimi (identificazione, contagio

emotivo, assunzione di prospettiva,

20 360 GRADI


Perchè le

immagini ci

piacciono così

tanto?

teoria della mente) o

presunti tali. Tali concetti

sono utilizzati da molti

studiosi in modo

intercambiabile

sbagliando quando

confondono l’empatia

con la teoria della mente,

cioè con una modalità

cognitivamente molto

sofisticata di entrare

nella mente dell’altro e

di assumerne la

prospettiva. C’è chi ha

sentito la necessità di

parlare di un’empatia

cognitiva da distinguere

dalla vera empatia e c’è

chi confonde l’empatia

con la simpatia. Un modo

semplicistico che ci aiuta

a liberare il terreno dagli

equivoci potrebbe essere

questa definizione:

empatia significa sentire

con l’altro, mentre

simpatia significa sentire

per l’altro. Quindi è

difficile

essere

simpatetici nei confronti

di qualcuno senza essere

in grado di provare

empatia, ma non è

necessariamente vero il

contrario; noi possiamo

empatizzare con l’altro

senza che ci passi per

l’anticamera del cervello

di compatirlo o addirittura

di aiutarlo. Esiste un lato

oscuro dell’empatia,

anche un torturatore e un

sadico devono essere

empatici se vogliono fare

bene il loro lavoro; se io

sevizio qualcuno, devo

capire dove gli fa più

male. In qualche modo mi

devo mettere nei suoi

360 GRADI

21


panni immaginativamente ed

emotivamente per ottenere l’effetto

peggiore dell’intervento che gli sto

applicando, come spesso accade nelle

confessioni estorte con la tortura.

Nel partire dal termine empatia,

ovviamente non mi riferisco all’empatia

classica dei greci, ma al termine che

è nato e si è sviluppato in Germania

alla fine dell’ottocento all’interno di

un dibattito estetico. La discussione

era su cosa fa la differenza quando mi

metto di fronte a un’opera d’arte: sono

le caratteristiche formali del quadro,

della scultura o dell’affresco che

fanno la differenza oppure è ciò che

quell’oggetto particolare mi fa sentire,

la capacità di quell’oggetto di evocare

qualcosa in me che lo guardo.

All’interno di questo

confronto, il filosofo Tedesco

Robert Vischer ha pubblicato

un piccolo libro, destinato a

esercitare un’influenza enorme sul

dibattito estetico nei decenni a venire,

dal titolo: Sul Sentimento Ottico della

Forma (Über das optische Formgefühl,

1873). L’autore dà il suo contributo

all’estetica ponendo l’accento sulla

centralità dell’Einfühlung che noi

traduciamo empatia (Einfühlung

significa letteralmente sentire dentro,

immedesimazione); questa è una

citazione dal suo libro: “io mi trasferisco

nell’essenza interiore dell’oggetto che

contemplo (l’oggetto è un’opera d’arte)

e ne esploro le sue caratteristiche formali

per così dire dall’interno”. Questo tipo di

trasposizione può assumere forma

motoria o sensoriale anche nel caso di

forme prive di vita ed immobili, in

pratica quando io mi metto di fronte a

un quadro alcune delle caratteristiche

di quelle immagini sono tali da suscitare

in me una reazione di tipo empatico;

una reazione che il più delle volte è solo

interna e che in certe determinate

situazioni può affiorare alla superficie

del mio corpo con comportamenti e

atteggiamenti che vedremo.

In quest’opera Vischer distingue il

mero processo percettivo del vedere

da quello pragmaticamente attivo del

guardare. Secondo Vischer, la fruizione

estetica delle immagini, in generale,

e dell’opera d’arte, in particolare,

implica un coinvolgimento empatico

che si configurerebbe in tutta una

serie di reazioni fisiche nel corpo

dell’osservatore. Particolari forme

osservate susciterebbero emozioni

reattive, a seconda della loro conformità

al disegno e alla funzione dei muscoli

corporei. Secondo Vischer la forma

simbolica, lungi dall’essere pura in

quanto kantianamente trascendentale,

deriva la sua natura in prima istanza

dal suo contenuto antropomorfo; è

attraverso la proiezione inconsapevole

dell’immagine sul proprio corpo che chi

osserva riesce a stabilire una relazione

estetica tra sé e l’immagine. Alcuni

anni più tardi questa stessa logica

dell’Einfühlung, grazie a Lipps, verrà

trasferita al dominio della psicologia

delle relazioni interpersonali,

esercitando una notevole influenza

anche su Freud. L’opera di Vischer

esercitò una grande influenza, tra gli altri,

anche su due figure importantissime

per la storia dell’arte: lo scultore Adolf

von Hildebrand e lo storico dell’arte

Aby Warburg.

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360 GRADI

23


Il tema dell’empatia

è stato al centro

della tesi di

dottorato di Edith

Stein un’allieva di Edmund Husserl,

filosofo tedesco e fondatore della

Fenomenologia; la Stein all’interno di

questa tesi ha fatto delle affermazioni

che non potrei non sottoscrivere con

entusiasmo. È stata una monaca

cristiana, filosofa e mistica tedesca

dell’Ordine delle Carmelitane Scalze,

vittima della Shoah. Di origine ebraica,

si convertì al cattolicesimo dopo un

periodo di ateismo che durava

dall’adolescenza. Venne arrestata nei

Paesi Bassi dai nazisti e rinchiusa nel

campo di concentramento di Auschwitz-

Birkenau dove, insieme alla sorella Rosa,

nel 1942 venne trucidata. Nel 1998

papa Giovanni Paolo II la proclamò santa

e l’anno successivo la dichiarò patrona

d’Europa. I fenomenologi quando

parlano del corpo umano fanno una

distinzione, o meglio sostengono che

questo corpo ha una duplice natura. Noi

abbiamo un corpo fisico fatto di ossa e

di carne che ha un peso e che occupa

uno spazio; se guardiamo al nostro

corpo da questo punto di vista, i

fenomenologi lo chiamano Körper.

Questo Körper, però, (cervello, fegato,

cuore, muscoli, ossa, articolazioni, tutti

gli organi e la nostra struttura fisica

corporea) è al contempo leib: è corpo

vivo, cioè è la sorgente della nostra

esperienza; tutto ciò che è psichico è

coscienza legata al leib, il corpo vivente.

Le neuroscienze oggi hanno la possibilità

di fare luce sul Leib interrogando il

Körper. Il punto non è quello di appiattire

il Leib sul Körper, ma quello di

comprendere che l’indagine empirica

condotta sul Körper ci può dire cose

nuove sul Leib.

Spesso avrete sentito fare parallelismi

tra la mente umana e il software di un

computer nel modo in cui vengono

descritte le modalità con cui si ritiene,

a torto o a ragione, che avvengano

alcuni processi mentali. Vengono

utilizzate delle parole e un vocabolario

preso dal linguaggio dei computer

e dell’intelligenza artificiale, per cui

molti parlando del cervello dicono

che è una macchina biologica che fa

cose non molto diverse da quelle che

fa un processore: elabora informazioni

ed è possibile riferirsi alle nostre

attività mentali come all’elaborazione

di informazioni. Se fosse solo questo,

secondo me, si lascerebbe fuori

l’aspetto più rilevante che ci descrive

come esseri umani, cioè il dominio

dell’esperienza. Noi conoscendo il

mondo, aprendoci al mondo, entrando

in relazione con il mondo proviamo

qualcosa e facciamo un’esperienza.

Una delle bussole che ha guidato

e continua a guidare la ricerca e i

miei studi è l’ambizione o forse solo

l’illusione di cercare le origini corporee

di questo aspetto così fondamentale

della nostra vita, che è il fare esperienza

di qualcosa. Nel caso specifico fare

esperienza di immagini e, tra le

migliaia di immagini di cui facciamo

quotidianamente esperienza, di quelle

particolari immagini che storicamente

abbiamo iniziato a definire come opere

d’arte.

La Stein ha sostenuto che la nozione

di empatia, quindi il sentire dentro

24 360 GRADI


l’altro, non deve essere limitata alla

mera condivisione di emozioni e di

sentimenti, visione parziale che spesso

domina. La Stein e con lei Husserl hanno

definito l’empatia come un qualche

cosa di ancora più fondamentale di un

meccanismo che mi consente di capire se

la persona che ho di fronte è arrabbiata,

allegra, triste, sorpresa o disgustata.

Facciamo esperienza dell’altro, dice la

Stein, come di un altro essere umano

come noi, grazie alla percezione di una

relazione di similarità. Quindi io non mi

devo reinventare ogni volta la scoperta

che la signora Rossi o il signor Bianchi

che mi stanno di fronte sono esseri

umani come me alla fine di un complicato

percorso di inferenze logiche; l’empatia

è alla base di questa detezione della

similarità nell’alterità, è un altro non

sono io, è un altro essere umano come

me, se così non fosse entreremmo nel

dominio della psicopatologia. Questa

percezione di similarità, questo altro

che mi parla in un linguaggio che

più o meno mi è familiare, che mi è

comprensibile, questa creatura in cui mi

ritrovo, che non è aliena, sempre entro

certi limiti e con un enorme variabilità

interindividuale, è il prodotto di questo

meccanismo di base che mi permette

di rilevare questa somiglianza che,

ripeto, non è solo una somiglianza di

affetti, emozioni e sensazioni ma che

è globale. La Stein ha posto l’accento

specificamente anche sul dominio

dell’azione, paragonando la mano del

fanciullo, la mano della scimmia e la

mano dell’anziano: anche se visivamente

hanno dimensioni, diverse colori, diversi

livelli di irsutezza sicuramente molto

diversi ciò nondimeno per noi sono

tutte mani; questa loro caratteristica di

appartenere a questa stessa categoria

semantica deriva proprio dal comune

dominio del movimento, dell’azione

che riconosciamo indipendentemente

dall’età, dal genere o addirittura dalla

specie.

In Germania il

personaggio che ha

traghettato la nozione di

empatia da un dibattito

totalmente all’interno

dell’estetica alla

psicologia è Theodor Lipps. Theodor

Lipps è un autore che Freud ha letto

avidamente, per il quale ha provato una

grande stima e che ha menzionato in

molti passaggi nei suoi scritti. Per

esempio, in Inibizione Sintomo e

Angoscia, saggio che ha pubblicato nel

1926, sostiene che è solo grazie

all’empatia che conosciamo l’esistenza

di una vita psichica diversa dalla nostra.

Pertanto l’empatia è l’elemento

fondamentale che ci consente di

relazionarci con l’altro, sicuramente

non l’unico ma, probabilmente da un

punto di vista evolutivo, quello molto

più antico e presente anche in specie

animali che non sono ancora approdate

al linguaggio.

Ora vediamo come il tema dell’empatia,

di questa risonanza diretta tra me e

l’altro, diventa un aspetto cruciale

della mia relazione con gli altri;

permette di meglio comprendere

la questione dell’intersoggettività,

la possibilità, relazionandomi con

l’altro, di riconoscere nell’altro una

mente, qualcuno che pensa e che

prova emozioni, qualcuno che se si

ferisce verosimilmente proverà dolore

360 GRADI

25


come me. Esaminiamo perciò come

questi aspetti si legano all’esperienza

estetica; questa parola, la storia delle

parole è sempre molto importante,

viene dal greco aisthesis e si riferisce

alla sensibilità corporea. Quindi questo

termine ha uno stretto legame con

la nostra natura corporea. La prima

ipotesi che voglio discutere è questa:

per espressione creativa intendo la

capacità, sin dalle origini della specie

umana, di realizzare degli oggetti,

delle immagini, delle sculture e delle

pitture che non avevano uno scopo

utilitaristico, per cui i nostri antenati

non costruivano solamente utensili

per ammazzare un mammut o scuoiare

animali solo per ricavarne le pelli per

costruire una tenda. Questi manufatti,

questi oggetti, queste sculture e queste

pitture, che gli archeologi ci dicono

verosimilmente rientravano già nelle

competenze cognitive dei Neanderthal,

ci permettono di retrodatare l’origine

della nostra espressione simbolica e

artistica.

L’ipotesi è che questa espressività

e questa creatività simbolica sono

alcune delle marche caratteristiche

e delle chiavi di lettura fondamentali

che ci fa capire chi siamo e che cosa

vuol dire essere esseri umani; sono

peculiarità strettamente intrecciate

alla performatività del corpo, cioè alla

potenzialità di movimento del nostro

corpo. Questo aspetto performativo

non lo ritroviamo solo nella produzione

delle immagini ma, qui sta la novità, lo

ritroviamo anche nella loro ricezione.

Anticipo quello che andrò a dire fra poco:

quando noi ci poniamo di fronte a un

corpo raffigurato bidimensionalmente

sulla parete di una grotta, sull’affresco di

una cattedrale o sulla tela di un quadro,

nel momento in cui noi ci poniamo di

fronte all’immagine di un corpo che

qualcun altro ha realizzato con pennelli

e colori, c’è una parte della nostra

corporeità che risuona.

Anche quando non ci muoviamo, c’è una

parte sensorimotoria del nostro cervello

che simula quello che stiamo vedendo

sulla tela o sulla parete. Quindi la storia

dell’uomo è una storia in cui natura e

cultura si intrecciano, sono due termini

che abbiamo cercato disperatamente

di tenere distinti; tuttavia quello che ci

dice la biologia ogni giorno di più è come

siano due facce di una stessa medaglia.

Al di là di questo discorso la storia della

natura e della cultura umana è una storia

che procede in un processo progressivo

di allontanamento dal corpo, forse come

strumento per esorcizzare, in qualche

modo, la consapevolezza della nostra

natura finita e la consapevolezza della

morte; perciò il disperato tentativo di

lasciare una traccia che non è l’orma

impressa dall’animale sul terreno, ma

una traccia intenzionale che noi lasciamo

volontariamente, con la speranza che

questo segno poi ci sopravviva e continui

a parlare in qualche modo di noi.

L’arte diventa il frutto maturo del modo

nuovo e diverso con cui l’uomo, a un

certo punto della propria evoluzione, si

è rapportato con la «realtà» del mondo

esterno. Il mondo materiale non è più

considerato esclusivamente come un

dominio da piegare utilitaristicamente

ai propri bisogni. L’oggetto materiale

perde l’esclusiva connotazione di

strumento per divenire simbolo,

pubblica rappresentazione, eidos

capace di evocare la presentificazione

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di qualcosa che, apparentemente, non è

presente se non nella mente dell’artista

e in quella di chi guarda la sua opera.

Questa «sintonizzazione mentale» tra

creatore e fruitore ha radici profonde

nell’esperienza condivisa che tutti

facciamo dell’evidenza naturale

del mondo, verosimilmente anche

se non completamente, grazie ad

alcuni meccanismi neurali. L’arte

distilla e condensa quest’esperienza

universalizzandola e, al tempo stesso,

affermando un nuovo modo possibile

di guardare alla realtà mettendola in

scena. L’oggetto artistico, che non è

mai oggetto in sé stesso, è il polo di

una relazione intersoggettiva, quindi

sociale, che emoziona in quanto evoca

risonanze di natura sensorimotoria e

affettiva in chi vi si mette in relazione.

Pensate a quei templi della creatività

umana che sono ambienti naturali come

le Grotte di Lascaux, un complesso di

caverne che si trova nella Francia sudoccidentale

(Paleolitico Superiore,

approssimativamente 17.500 anni fa) o,

più vicino a noi, la grotta di Chauvet

dove durante il paleolitico un

personaggio a noi ignoto un uomo o una

donna, non sappiamo chi fosse questo

artista, improvvisamente disegna degli

animali così come li vede nell’ambiente

circostante; disegna delle figure che

ancora oggi ci stupiscono per la loro

bellezza e la loro efficacia espressiva. Il

cervello di quell’Homo Sapiens era un

cervello che aveva sentito il profondo

bisogno

di

raffigurare un

qualche cosa che

vedeva col quale era

in rapporto; ciò per

dire come in fondo

una manifestazione artistica sia

espressione di una nostra funzione

cerebrale. Questo processo passa

attraverso le incisioni di blocchetti di

ocra di 70 mila anni fa nella grotta di

Blombos vicino a Città del Capo, le

pitture paleolitiche nel sud della Francia

o della Spagna che oggi retrodatiamo

per alcuni aspetti anch’esse a 70 mila

anni fa (quindi non erano sicuramente

Sapiens non ancora arrivati in Europa,

ma Neanderthal), fino ad arrivare

all’invenzione dell’alfabeto, della

scrittura, della stampa, della fotografia,

del cinema, della televisione e di questo

aggeggio elettronico che mi consente

oggi di navigare nei mondi virtuali.

Nonostante questo processo di

allontanamento dal corpo, il legame con

la nostra natura corporea anche in questi

manufatti esterni al nostro corpo rimane

intatto, questo è quello che la ricerca

neuroscientifica sembra suggerire.

Un famoso storico dell’arte,

Heinrich Wölfflin, nel 1886

ha pubblicato la sua tesi di

dottorato dal titolo:

“Prolegomeni a una psicologia

dell’architettura”; l’autore ha fatto delle

affermazioni ancora oggi

straordinariamente moderne e che sono

ancora più attuali se le rileggiamo alla

luce di quello che, nel frattempo,

abbiamo imparato a proposito del

nostro corpo e del nostro cervello. Le

forme fisiche, Wölfflin qui si riferiva alle

colonne e alla struttura di un tempio

360 GRADI

27


greco, possono risultare caratteristiche

per chi le guarda solo nella misura in cui

noi stessi possediamo un corpo; se noi

fossimo dell’entità puramente ottiche, il

giudizio estetico del mondo fisico ci

sarebbe precluso. È la nostra natura

corporea e il nostro essere soggetti alle

leggi fisiche che, governando la vita in

questo particolare mondo che noi

abitiamo, dettano alcune delle

caratteristiche che contraddistinguono

il modo con cui noi ci relazioniamo con

queste immagini particolari che possono

essere anche immagini architettoniche

(la Cattedrale di Ferrara, il Castello

Estense o qualsivoglia prodotto

dell’ingegno architettonico umano).

Un altro aspetto

essenziale

alla

comprensione

dell’esperienza artistica,

a cui ho anticipato prima,

è che il corpo non è solo

lo strumento di

produzione delle

immagini, è anche lo strumento

fondamentale della loro ricezione;

queste cose sono già state dette, scritte

e ripetute più volte nella storia della

cultura umana. Adolf von Hildebrand è

stato uno scultore tedesco, a mio modo

di vedere non particolarmente eccitante

come scultore e molto più interessante

come teorico dell’arte. Come teorico

dell’estetica ha pubblicato nel 1893 il

libro “The Problem of Form in Figurative

Art” (Il problema della forma nell’arte

figurativa) dove ha sostenuto che la

realtà delle immagini artistiche risiede

nella loro efficacia, sia come la

conseguenza delle azioni dell’artista

che le ha prodotte sia alla luce

dell’impatto che queste immagini

esercitano su chi le guarda. Il valore

estetico delle opere d’arte risiede nel

potere che esse hanno di stabilire legami

tra gli atti intenzionali creativi dell’artista

e la loro ricostruzione da parte di chi si

mette di fronte a queste immagini,

quindi la loro ricostruzione nella mente

di chi le guarda. Hildebrand in questo

libro ha sostenuto che la percezione

della spazialità dell’immagine è il

risultato di un processo costruttivo

sensorimotorio: lo spazio non

costituirebbe un “a priori”

dell’esperienza, come suggerito da Kant,

ma ne sarebbe un prodotto. Ha affermato,

inoltre, che la realtà dell’immagine

artistica risiede nella sua effettualità,

concepita duplicemente sia come

risultato delle cause che l’hanno

prodotta sia come effetto che provoca in

chi l’osserva. Secondo la stessa logica

«costruttivista», il valore di un’opera

d’arte consisterebbe nella capacità di

stabilire un rapporto tra la progettualità

intenzionale dell’artista e la

ricostruzione di tale progettualità da

parte di chi dell’opera fruisce. In questo

modo si viene a stabilire una relazione

diretta tra creazione e fruizione artistica.

Conoscere l’immagine equivale,

secondo Hildebrand, a conoscere il

processo che la realizza.

Ancora più in linea con la mia prospettiva

è l’idea di Hildebrand che l’esperienza

estetica sia fondamentalmente

connotata in termini motori. Ha

sostenuto Andrea Pinotti nella

presentazione all’edizione italiana

dell’opera di Hildebrand, da lui curata

con Fabrizio Scrivano: «Per Hildebrand

tutto comincia con i movimenti delle

mani e degli occhi; cioè quando il corpo

si protende verso la costruzione dello

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spazio. [...] Il movimento è ciò che

permette l’articolazione del senso, è ciò

che permette di connettere gli elementi

disponibili nello spazio, è ciò che permette

di formare l’oggetto, è ciò che permette la

rappresentazione e la raffigurazione. [...]

Per questo l’opera d’arte contiene sempre

le indicazioni della mobilità, perché essa

stessa è un suo prodotto e nello stesso

tempo chiede al fruitore di mettere in

movimento la propria attività percettiva

che gli consente di scomporre/ricomporre

l’immagine». In estrema sintesi, per

Hildebrand il corpo è l’insieme delle

strutture che rendono possibile

l’esperienza sensibile e la significatività

dell’immagine. Nel VI capitolo, intitolato

“La forma come espressione funzionale”,

Hildebrand ha scritto: «In stato di quiete

totale una mano tendinosa e dalle dita

lunghe ricorda così tanto l’immagine

della mano che si tende per afferrare da

esprimere la tendenza dell’afferramento e

la sensazione corporea che vi si connette.

Essa reca per così dire l’impronta

di un’attività allo stato latente.

Mascelle fortemente sviluppate danno

l’impressione di forza ed energia [...]. In

tal modo determinate forme, anche se

non sono pensate affatto in movimento,

giungono ad esprimere processi interiori,

perché ricordano forme in movimento.

Sulla scorta di questa modalità di

trasposizione, l’artista giunge a fissare e

a configurare tipi formali che hanno una

determinata espressione e che suscitano

nell’osservatore determinate sensazioni

corporee e psichiche».

In Neuroscienze quando parliamo di arte,

creatività, facoltà simbolica, estetica,

empatia è come vedere il mondo

guardando dal buco di una serratura,

cioè limitando al massimo le variabili

in un ambiente del tutto artificiale che

è quello del laboratorio, prendendo un

elemento alla volta perché altrimenti

non riusciremmo a dominare queste

variabili tutte in una volta. Sulla base

dei risultati che otteniamo, con ogni

piccolo mattoncino costruiamo qualcosa

in modo incrementale; i risultati di

ogni esperimento danno risposte

parziali, suscitano nuove domande che

ci stimolano a fare nuovi esperimenti,

che ci danno altre risposte parziali le

quali suscitano altre domande e nel

farlo, vi assicuro, la paga è poca, ma il

divertimento è massimo ed è un lavoro

bellissimo.

Per quanto detto in precedenza,

l’esperienza estetica delle immagini la

possiamo vedere come una forma

mediata di intersoggettività; ogni volta

che mi pongo di fronte a un quadro, a

una scultura o a un affresco non mi

relaziono esclusivamente con un

oggetto del mondo fisico provvisto di

alcune caratteristiche formali come

colore, forma, fattezze, massa e volume,

mi relaziono ogni volta anche con un

altro essere umano, colui o colei che ha

realizzato quelle immagini. L’opera

d’arte diventa il mediatore di una

relazione interpersonale tra me e quello

che oggi, dal Rinascimento in poi,

abbiamo imparato a chiamare come

artista. Questa distinzione tra arte e

artigianato è storicamente determinata;

sono tanti gli aneddoti che lo

testimoniano, Leonardo,

per esempio, quando

consegnò la prima versione

della Vergine delle Rocce,

quella esposta al Louvre, si

arrabbiò moltissimo

scoprendo che i frati di

360 GRADI

29


Milano lo pagarono poco di più di quanto

diedero a colui che oggi chiameremmo

l’artigiano a cui avevano commissionato

la cornice che doveva racchiudere il suo

dipinto. “Io sono chi ha creato l’opera”,

probabilmente non avrà detto artista,

però è qui che nasce l’idea che non tutte

le attività manuali sono uguali e quindi

anche questi termini (bellezza, artista,

genio creativo o creatore) sono tutti

termini che si sono venuti a determinare

storicamente. Al di sotto di questa

determinatezza storica c’è la carne, c’è

questa nostra intima natura corporea

che pur storicamente modulata,

determinata e culturalmente educata, in

un modo o in un altro, conserva delle

radici comuni che sono quelle che ci

interessa indagare.

Per studiare i meccanismi sottesi

all’esperienza estetica, rivolgiamo la

nostra attenzione a questo oggetto che

è appunto il cervello; però il cervello lo

dobbiamo inquadrare legato al corpo, il

cervello non si capisce se lo approcciamo

come un computer realizzato su un

substrato biologico. Il cervello fa le

cose fantastiche che fa e ci permette di

esistere, di fare esperienza del mondo

solo nella misura in cui è interfacciato

con il mondo attraverso il corpo. Non

tutti condividono questa visione,

quando molti miei colleghi decidono di

occuparsi da neuroscienziati di arte e

di estetica lo fanno da una prospettiva

che, prendendo a prestito un termine

della storia dell’arte, potremmo definire

puro-visibilista; tra il serio e il faceto

affermo che dobbiamo combattere

l’imperialismo visivo. Voglio dire, più

o meno esplicitamente, che molti

miei colleghi affermano che quando

ci mettiamo di fronte a un quadro

stiamo osservando un’immagine,

conseguentemente se volessimo capire

che cosa succede nel nostro cervello

quando guardiamo un’immagine,

dovremmo studiare la parte del cervello

cosiddetta visiva che è in gran parte

collocata nella parte posteriore del

cervello.

Io sostengo e non lo affermo solo io,

lo dicono ormai 30 anni di risultati

ottenuti in tutte le salse e in tutto il

mondo, questa è una visione errata del

funzionamento del cervello. Osservare il

mondo e quindi gli oggetti che troviamo

nel mondo, in particolare quegli oggetti

caratteristici che abbiamo imparato a

riconoscere come manufatti artistici e

opere d’arte, innesca processi molto più

complessi della semplice attivazione

della parte visiva del cervello.

Osservare il mondo non attiva solo la

parte visiva del cervello, attiva anche

la parte emozionale, la parte tattile e

la parte motoria; pertanto siamo tutti

sinestesici quando ci mettiamo di fronte

a un qualsivoglia oggetto. Mettendoci

di fronte a un oggetto e guardandolo,

non esercitiamo solo un unico canale

sensoriale che è quello della visione;

come vedremo si attivano le aree che

mappano le sensazioni tattili, le parti del

cervello che ci permettono di provare

emozioni e le parti del cervello che ci

permettono di muovere il nostro corpo,

ovvero la parte motoria del cervello.

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In questi ultimi 30 anni,

nonostante ne sappiamo

ancora molto poco,

qualche passo in avanti nella nostra

conoscenza di come funziona il cervello

l’abbiamo fatta; una delle cose che

abbiamo capito è che il sistema motorio

non è solo una macchina destinata a

mandare gli impulsi ai muscoli per fare

muovere le diverse parti del nostro

corpo. Gli stessi neuroni che guidano la

mia mano ad afferrare un bicchiere si

attivano anche quando io sto fermo e mi

limito a guardare quel bicchiere. Essi

trasformano le caratteristiche

tridimensionali dell’oggetto nello

schema motorio che io normalmente

impiego per interagire con quell’oggetto,

ad esempio, se lo voglio afferrare per

bere; questo lo fanno ogni volta che io

guardo questo bicchiere anche quando

non ho alcuna intenzione di prenderlo.

Altri neuroni motori (ad esempio, quelli

che comandano il mio movimento di

raggiungimento col braccio che devo

allungare per prendere degli oggetti

che non sono direttamente a portata di

mano) reagiscono a stimoli tattili portati

sul mio braccio, rispondono a stimoli

visivi che si muovono solo se si muovono

attorno al mio braccio e a stimoli sonori

che avvengono nella prossimità del mio

braccio. Pertanto questi stimoli tattili,

visivi e uditivi sono mappati da neuroni

motori che li organizzano, in qualche

modo, fornendo un collante. L’orizzonte

del mio mondo, non dico unicamente, è

anche costituito dalle potenzialità

motorie che il mio corpo mi mette a

disposizione; una modalità di conoscere

il mondo che è quella che Merleau Ponty

ha definito “practognosia”, cioè una

conoscenza che deriva dalle potenzialità

motorie del mio corpo.

Tra questi neuroni

motori, che non si

accontentano di

produrre movimenti e

che rispondono anche a stimoli

sensoriali, ci sono i neuroni specchio.

Essi sono una classe di neuroni motori

che si attiva involontariamente sia

quando un individuo esegue un’azione

finalizzata, sia quando lo stesso

individuo osserva la medesima azione

finalizzata compiuta da un altro soggetto

qualunque. Sono stati scoperti nel 1992

da un gruppo di ricercatori dell’Università

di Parma (team coordinato da Giacomo

Rizzolatti e composto da Luciano Fadiga,

Leonardo Fogassi e Vittorio Gallese). Se

dovessi condensare in una espressione

quello che questo processo ci permette

di fare, per usare una metafora cara a

Vittorio Gallese, il meccanismo che

questi neuroni realizzano non è molto

dissimile da quello che Dante, nel

Paradiso, attribuisce a un’anima beata.

Nel rivolgersi a Folco da Marsiglia, siamo

in Paradiso, pertanto egli è un’entità

disincarnata, Dante gli dice: io sono una

creatura terrena di passaggio, se io fossi

un’anima beata come te e non gravato

da questa corporeità terrena non avrei

bisogno di aspettare che tu mi

domandassi qualcosa per intuarmi come

tu ti immii, “S’io mi intuassi come tu ti

immii” (Cfr Paradiso IX,81). La creatività

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linguistica di Dante trasforma il tu e il

me in due verbi. Intuarsi in un altro è

empatizzare con l’altro, è in qualche

modo avere contezza, entro certi limiti,

di quello che sta passando per la mente

di un altro e che l’altro sta sentendo.

Il termine neuroni

specchio

è

semplicemente una

metafora: noi non

abbiamo specchi nella

testa, non c’è nessuna superficie

riflettente in questi neuroni. Lo stesso

neurone che mi consente di eseguire

un’azione si attiva anche quando

quell’azione la vedo eseguire da qualcun

altro; in qualche modo stabilisce

implicitamente una interazione senza

che io debba concentrarmi o fare

pensieri complicati, mi fa riconoscere in

quel movimento qualcosa con cui

risuono: è un prendere o mettere, è uno

spostare, un tenere, un rompere,

eccetera. Scoperto per la prima volta

nelle scimmie, nell’uomo questo

meccanismo di rispecchiamento è

ancora più vasto; non è limitato ad azioni

dotate di uno scopo e lo possiamo

vedere attivarsi quando noi eseguiamo

azioni su oggetti, azioni comunicative,

ma anche movimenti apparentemente

privi di qualsiasi

scopo. Se adesso voi

vedeste me alzare il

braccio, mentre io

alzo il braccio, nel

vostro cervello

motorio ci sono

migliaia di neuroni che nello stesso

momento si stanno attivando anche se

il vostro braccio è fermo; voi state

simulando o meglio i vostri neuroni si

stanno comportando come quando il

braccio lo alzate voi. Un dato ancora più

interessante è che questo si realizza

anche quando noi immaginiamo di

eseguire un’azione pur rimanendo

fermi; se voi immaginate di portare due

cartoni, da sei bottiglie l’uno, di acqua

minerale al settimo piano di un palazzo,

salendo gradino per gradino, alla fine di

questa attività immaginativa se vi

misuro la pressione e la frequenza

cardiaca avrete un aumento dei valori

pressori e della frequenza cardiaca; ciò

accade in modo simile a quando vediamo

dei film particolarmente coinvolgenti.

Di seguito, possiamo avere una

dimostrazione del potere straordinario

che hanno le immagini, non solo quando

sono in movimento, ma anche quando

sono immagini statiche. Osservando i

dettagli incredibilmente espressivi

tratti del Compianto sul Cristo Morto di

Niccolò dell’Arca o del Ricordo di un

dolore o Ritratto di Santina Negri di

Giuseppe Pellizza da Volpedo, pur

essendo immagini statiche chiunque

guardi questo gesto, questa mano, il

modo con cui questa mano afferra il

bracciolo della sedia, non è

semplicemente la registrazione di un

oggetto tridimensionale con un certo

colore, è un’immagine che ci trasmette

senso di movimento; questo senso di

movimento, a sua volta, ci trasmette

delle emozioni e ci affeziona.

Daniel Stern, purtroppo

scomparso da qualche

anno, è stato un famoso

psichiatra americano,

una di quelle persone

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che hanno rivoluzionato il

modo di guardare ai

bambini e un protagonista

importante dell’Infant

Research. Uno dei suoi

libri più noti è “Il Mondo

Interpersonale del

Bambino”, pubblicato nel

1985. “Le forme vitali.

L’esperienza dinamica in psicologia,

nell’arte, in psicoterapia e nello sviluppo”

è il titolo dell’ultimo libro che ha scritto

poco prima di morire ed è un libro che

lui dedica a un concetto di cui parla già

nel 1985, in quel suo primo

fortunatissimo libro, che è il concetto di

forma vitale. La forma vitale è il contorno

emozionale di ogni movimento. Se mia

moglie torna a casa e chiude la porta in

un certo modo e lancia le chiavi sul

comò nell’ingresso in un certo modo, io

so già cosa mi aspetta; traggo queste

conclusioni dal fatto che quel modo di

muovere una parte del suo corpo, quel

modo di camminare in corridoio, quella

prosodia con cui mi chiede se sono in

casa, mi comunica qualcosa della sua

affettività e della sua emozionalità; mi

dice qualcosa che non è traducibile

forse con le parole, in quanto le parole

vanno sempre strette in alcune

situazioni. Stern ha sostenuto che c’è

un contorno temporale o un profilo

temporale del movimento che ne marca

l’inizio, il suo fluire e la conclusione.

Questo profilo temporale è stato

magistralmente realizzato con la cera

da Medardo Rosso, noi vediamo

l’istantanea della risata che illumina il

volto di questa bambina; se giriamo la

testa quasi abbiamo l’impressione e

siamo curiosi di vedere se ritroviamo

quel sorriso in quel volto perché la

dinamica della mimica facciale è tale

per cui quel sorriso può apparire e

scomparire. Ci giriamo ed è ancora lì, la

sua staticità trasmette una ricchezza di

contenuti affettivi; l’ipotesi è che gran

parte di questi contenuti affettivi passi

attraverso questa prosodia emozionale

del movimento.

Alcuni ricercatori

hanno condotto un esperimento

in risonanza magnetica funzionale

realizzando dei filmati in cui i soggetti

vedevano azioni comunicative senza

sonoro, quindi gesti gentili, irritati o

arrabbiati; la consegna data ai soggetti

era semplicemente di osservare tali atti

e in due condizioni diverse dire quale

era lo scopo dell’azione oppure quale

era la tonalità affettiva dell’azione.

Quindi il cosa: che cos’è quel gesto lì?

Verso il come: come quel gesto è stato

realizzato, in modo gentile, in modo

scontroso o in modo arrabbiato. Quello

che è emerso è che si attiva una porzione

di una struttura anatomica che sta nella

profondità del nostro cervello che si

chiama l’Insula di Reil. Essa ha preso

il nome da un medico prussiano che è

passato agli annali della storia della

medicina per aver curato per i calcoli

renali Goethe e che è morto di tifo nella

battaglia di Lipsia (16-19 ottobre 1813),

conosciuta anche come la battaglia delle

nazioni. Reil era il sovrintendente degli

ospedali da campo prussiani e ha dato

il suo nome a questa struttura profonda

per averla descritta per primo. L’insula

che ha una struttura a ventaglio, molto

bella anatomicamente da vedere, è una

cerniera tra il nostro mondo interno e il

mondo che sta fuori di noi; ossia tra il

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nostro sentirci dentro il battito cardiaco,

il respiro, la motilità intestinale e

tutto quello che si muove dentro di

noi e il fuori di noi quando succedono

alcune cose piuttosto che altre. Una

parte specifica di questa struttura si

attiva quando mettiamo a fattore il

come dell’azione e questa stessa area

si attiva indipendentemente che il

come dell’azione lo osserviamo o lo

eseguiamo; si attiva, inoltre, non solo se

siamo noi a fare il gesto gentile o il gesto

brusco, ma anche quando immaginiamo

di eseguire quel gesto in modo gentile

o brusco. Vedete come di nuovo questi

meccanismi tengono assieme il fare, il

veder fare, e l’immaginare di fare.

Fin qui abbiamo parlato solo di azioni,

però ciò rappresenta solo la punta, ce ne

siamo accorti negli anni, di un iceberg

molto più esteso: in parole povere questi

stessi meccanismi di rispecchiamento li

troviamo simili anche nel dominio delle

emozioni e nel dominio delle sensazioni.

Cercando di mettere insieme le tessere

di questo mosaico, Vittorio Gallese ha

proposto il modello della “Simulazione

Incarnata” che è un modello di

percezione e di immaginazione; parte

dei nostri meccanismi cerebrali che

adoperiamo normalmente per eseguire

delle azioni o per provare delle emozioni

e delle sensazioni, li riutilizziamo anche

per mappare le azioni, le emozioni e

le sensazioni altrui. La simulazione

incarnata rappresenta un formato di

rappresentazione: i neuroni in realtà non

rappresentano nulla sono tutte metafore,

i neuroni sparano solamente potenziali

d’azione, i neuroni non sentono, non

amano, non s’arrabbiano, non provano

invidia o gelosia, non hanno il senso del

bello, tutte queste sono caratteristiche

che appartengono olisticamente al

possessore di quei neuroni. Ci sono

vari modi per rappresentare il mondo,

tra questi uno è il linguaggio, ma non

è il solo; il linguaggio verosimilmente

è l’ultimo modo che ci siamo inventati

per rappresentarci le cose. Se volete

spiegare a qualcuno come andare

dalla vostra casa alla fermata della

metropolitana, questo è il contenuto,

lo potete comunicare in vari modi; lo

potete spiegare a gesti: “quando esci

di qua gira a sinistra poi gira ancora a

sinistra e quando arrivi al semaforo vai

sempre dritto e troverai la fermata alla

tua destra”. Oppure gli potete mandare

una mappa di Google con un sms o lo

potete spiegare al telefono impiegando

solo parole senza fare gesti. Il contenuto

è sempre lo stesso, il formato con cui

avete rappresentato quel particolare

contenuto, come andare da casa vostra

alla fermata della metro, è variabile. La

nostra mente ha una varietà di formati

di rappresentazione, per molti esiste

solo il linguaggio, per molti altri, me

incluso, non è così. Ci sono formati di

rappresentazione molto più antichi che

sono i primi che si sviluppano quando

siamo piccoli e sui quali, poi, il linguaggio

esercita il suo potere di dominio e di

condizionamento. Noi riutilizziamo i

nostri stati o processi mentali in formato

corporeo anche per attribuirli agli altri:

agli altri in carne e ossa o alle immagini

statiche.

Il dialogo fra scienze umane

e neuroscienze non è

nuovo; senza andare troppo

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lontano nel tempo, nel periodo tra la

fine del XIX secolo e l’inizio del XX, molti

studiosi di quelle che oggi chiamiamo

scienze umane hanno tratto spunti

rilevanti per i loro studi e per le loro

riflessioni confrontandosi con il

contemporaneo pensiero scientifico, in

particolare con la fisiologia e la biologia.

Guillaume-Benjamin-

Amand Duchenne de

Boulogne è stato un

neurologo francese che,

attraverso la stimolazione

elettrica del volto con

degli elettrodi, costruì un

atlante delle emozioni

(1855), atlante che

influenzò l’opera di Darwin. Il vero best

seller di Darwin è stato “l’Espressione

delle Emozioni nell’Uomo e negli Animali”

che lui pubblicò nel 1872 dove tra l’altro

ha scritto: “le espressioni facciali sono

una componente essenziale del

comportamento umano sociale ed

emotivo”. È bene ricordare che l’idea

che il volto sia lo specchio dell’anima è

un concetto che si afferma storicamente

solo a partire dal dall’umanesimo.

Questo dialogo è

risultato particolarmente

importante in ambito

estetico: sotto questo

profilo la figura di Aby

Warburg è paradigmatica.

Aby Warburg, fondatore

come diceva lui stesso di

una scienza senza nome, da bravo

tedesco per imparare la Storia dell’Arte

andò a Firenze dove incontrò il libro di

Darwin; dopo la lettura del libro

“l’Espressione delle Emozioni nell’Uomo

e negli Animali”, nel suo diario annotò:

“finalmente un libro che mi aiuta”. In

questo libro di Darwin, Warburg, che

scrisse il celebre saggio sugli affreschi

di Palazzo Schifanoia, vide la possibilità

di ampliare gli orizzonti della Storia

dell’Arte includendovi la trasmissione

delle emozioni e il potere delle immagini

vero e proprio. Secondo Warburg una

teoria degli stili artistici deve essere

concepita come una scienza pragmatica

dell’espressione; l’etimologia stessa

della parola stile è abbastanza

significativa, stile deriva da stilus, cioè

quel bastoncino di legno con cui si

scriveva sulle tavolette rivestite di cera.

Vedete come anche in un termine di cui

si è dimenticata la sua origine

performativa, questa performatività è

sempre lì, basta andarla a cercare.

L’empatia è una potenza formatrice di

stile e quindi questi aspetti in Warburg

sono pienamente connessi, talmente

connessi da portarlo alla formulazione

dell’idea delle formule del pathos

(Pathosformeln), questo basso continuo,

questi atteggiamenti posturali che

riaffiorano più volte nella storia dell’arte,

dall’arte classica a quella rinascimentale

(per esempio, negli affreschi del

Ghirlandaio a Santa Maria Novella).

Queste formule del pathos sono una

varietà di posture corporee, gesti e

azioni che incarnano in modo esemplare

il lato estetico della Einfühlung,

dell’empatia come una delle più creative

fonti dello stile artistico. Nel libro di

Darwin trovò il ruolo del sistema nervoso

centrale nel dirigere l’esecuzione

inconsapevole di gesti corporei

esprimenti una data emozione. Vi trovò

anche il ruolo delle pratiche abituali

nell’associare una data espressione

corporea ad un dato stato emozionale,

sottolineando l’utilità biologica di tale

associazione. Infine, grazie a Darwin,

360 GRADI

35


Warburg scoperse la necessità evolutiva

dell’espressione corporea delle

emozioni, trasmessa sotto forma di

memoria non conscia. La nozione

d’impronta (Prägung) venne usata da

Warburg per caratterizzare la

sopravvivenza nella storia dell’arte di

particolari gesti e posture corporee. I

panneggi, i movimenti corporei, le

chiome mosse dal vento che

caratterizzano le figure di Botticelli non

sono solo ed esclusivamente il risultato

della consapevole riproduzione

mimetica dei modelli classici, essi sono

più significativamente l’evidenza della

sopravvivenza delle umane impronte

dell’espressione (Ausdrucksprägungen).

Infatti Warburg, che non aveva paura di

oltrepassare gli steccati che separano

discipline diverse, concepiva la storia

dell’arte come un mezzo per fare luce

sul tipicamente umano potere di

espressione. Così facendo, estese in

modo del tutto nuovo le frontiere

metodologiche dello studio dell’arte,

aprendola ai contributi della scienza.

Anche sotto questo profilo il contributo

di Warburg andrebbe oggi attentamente

rivalutato. Aby Warburg fu anche un

acuto estimatore di Hildebrand, un

lettore onnivoro quindi che ha spaziato

da Darwin ai fisiologi suoi contemporanei

come Helmoltz, Hering, e Semon,

indifferente alle barriere disciplinari

che, purtroppo ancora oggi, spesso

impediscono un dialogo tra scienze

della vita e scienze umane. Warburg ha

concepito la storia dell’arte come uno

strumento per chiarire la psicologia

storica dell’espressione umana; secondo

lui, bisogna estendere le frontiere

metodologiche dello studio dell’arte

così da mettere la storia dell’arte stessa

al servizio «di una psicologia

dell’espressione umana che è ancora da

scrivere». La sua nozione di «forma

patemica

dell’espressione»

(Pathosformel) mostra straordinarie

assonanze con i tipi formali descritti da

Hildebrand. Per Warburg, certi

atteggiamenti corporei, gesti, azioni e

posture riaffiorano più volte nel corso

della storia dell’arte proprio perché

incarnano in modo esemplare l’atto

estetico dell’empatia come potenza

creatrice di stile. Sulla scia di Hildebrand,

Warburg ha elaborato una teoria dello

stile come «scienza pragmatica

dell’espressione» (pragmatische

Ausdruckskunde).

L’empatia gioca su due tavoli, sul

tavolo dell’espressione della creazione

dell’oggetto artistico e su quello della

sua ricezione. Quando noi guardiamo

un volto esprimere gioia, tristezza o

paura se registriamo quello che succede

sulla superficie del nostro volto, in

particolare se andiamo a registrare con

l’elettromiografia l’attività dei nostri

muscoli, vediamo come tutti, chi più chi

meno, rispondiamo inconsapevolmente

in modo congruente; se vedo qualcuno

ridere si contrae un po’ lo zigomatico, se

vedo qualcuno esprimere un’emozione

negativa si contrae un po’ il muscolo

corrugatore delle sopracciglia. Più

risulto empatico maggiore è l’entità

di questo meccanismo e, rigirando il

tutto, potremmo sostenere che tanto

più forte è questo meccanismo tanto

più io risulto empatico, applicando le

scale di valutazione delle competenze

empatiche delle persone.

Negli ultimi decenni la ricerca

neuroscientifica ha manifestato un

crescente interesse nei confronti

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dell’arte e dell’estetica. Il punto

cruciale non è usare l’arte per studiare

il funzionamento del cervello, consiste

nello studiare il sistema cervellocorpo

per comprendere cosa ci rende

umani e in che modo. Più che di

neuroestetica si dovrebbe parlare di

estetica sperimentale, dove la nozione

di “estetica” è declinata secondo la sua

originale etimologia: Aisthesis, cioè

percezione multimodale del mondo

attraverso il corpo. Grazie ai contributi

delle neuroscienze cognitive abbiamo

appreso che l’intelligenza umana anche

al livello sub-personale di descrizione,

cioè al livello di descrizione che

attiene ai neuroni e alle aree cerebrali,

è strettamente legata alla corporeità

situata nel mondo degli individui.

Tale corporeità non è esclusivamente

riducibile ad un oggetto fisico dotato

di estensione e si realizza pienamente

nella sfera dell’esperienza. Il corpo è

sempre un corpo vivo (Leib) che agisce

e fa esperienza di un mondo che gli

resiste. I concetti di essere, sentire, agire

e conoscere descrivono modalità diverse

delle nostre relazioni con il mondo.

Queste modalità condividono tutte una

radice corporea costitutiva, a sua volta

mappata in distinte e specifiche modalità

di funzionamento dei circuiti cerebrali

e dei meccanismi neurali. A livello

del sistema cervello-corpo, azione,

percezione e cognizione condividono

la stessa radice carnale, sebbene siano

differentemente organizzate e connesse

a livello funzionale. Queste recenti

acquisizioni consentono di affrontare

i temi dell’arte e dell’estetica da una

prospettiva nuova, quella, appunto, di

un’estetica sperimentale che indaghi

insieme le risposte del cervello e del

corpo.

Le neuroscienze

cognitive hanno

e s t e s o

progressivamente il

proprio campo d’indagine al dominio

della creazione artistica, sia sul versante

della musica che su quello delle arti

figurative. Per motivi di spazio, mi

concentrerò qui solo su queste ultime. Il

termine utilizzato per definire questo

approccio è «neuroestetica». Tale

termine è stato originariamente coniato

dal neuroscienziato Semir Zeki, facendo

riferimento allo studio delle basi neurali

della capacità di apprezzare il bello e

l’arte. Zeki ha focalizzato sinora tale

approccio esclusivamente sul rapporto

tra estetica e visione. In ogni esperienza

estetica, secondo Zeki, il cervello, così

come l’artista, deve eliminare ogni

informazione inessenziale dal mondo

visivo per potere rappresentare il

carattere reale di un oggetto. Sarebbe in

virtù di questa capacità che gli artisti,

secondo Zeki, possono essere definiti

come «scienziati naturali», capaci di

evocare nel cervello creativo una

risposta estetica. Nel 1994, il

neuroscienziato britannico ha

pubblicato un libro dal titolo “The

neurology of kinetic art”, scritto in

collaborazione con Matthew Lamb,

dando il via ad una serie di studi

finalizzati alla comprensione delle basi

biologiche dell’esperienza estetica, che

hanno di fatto gettato le basi della

Neuroestetica. Gli studiosi di discipline

umanistiche, da parte loro, hanno

mostrato e, in gran parte, continuano a

mostrare grande diffidenza, valutando

la neuroestetica come un’indebita

ingerenza o, nella migliore delle ipotesi,

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come un approccio dallo scarso o nullo

valore euristico. Credo che questa

reazione sia prematura e

fondamentalmente errata, derivando da

un lato da una scarsa conoscenza delle

potenzialità e dei limiti dell’approccio

neuroscientifico, talvolta unita a una

difesa corporativa dei propri ambiti

disciplinari. D’altro canto, l’eccessivo

neurodeterminismo spesso mostrato

dall’approccio neuroscientifico

all’estetica e all’arte, pronto ad appiattire

e ridurre i concetti di bello o di piacere

estetico esclusivamente alla funzionalità

dei neuroni contenuti in specifiche

regioni cerebrali, non ha aiutato il

dialogo. Tra molti cultori delle scienze

umane purtroppo rimane, come una

sorta di riflesso condizionato, la

tendenza a connettere tutto ciò che ha a

che vedere con la naturalizzazione a una

prospettiva meccanicistica e innatistica.

Le cose non stanno così. L’epigenetica

mostra non solo come l’ambiente sia in

grado di condizionare l’espressione dei

geni, ma anche come questa modificata

espressione genica possa essere

trasmessa alla progenie. Ciò dimostra

come le varie costruzioni sociali siano

comunque riconducibili a prospettive

biologiche di naturalizzazione.

Dovremmo uscire da questa prospettiva

dicotomica e accettare finalmente l’idea

già sostenuta in passato, ad esempio da

Helmuth Plessner, che l’uomo è al

contempo naturalmente artificiale e

artificialmente naturale.

La Neuroestetica viene studiata

soprattutto attraverso le tecniche

di brain imaging, prevalentemente

attraverso la Risonanza Magnetica

Funzionale (fMRI, Functional Magnetic

Resonance Imaging), per comprendere

come il cervello risponde alla bellezza.

Si possono applicare delle sequenze

sensoriali particolari attraverso le

quali è possibile vedere quali aree del

cervello sono particolarmente sotto

sforzo mentre si sottopone il soggetto

ad una stimolazione (si presentano degli

stimoli tattili, visivi e acustici oppure lo

si sottopone a un compito specifico).

Quando la persona esegue questi

compiti il suo cervello utilizza in modo

particolare alcune aree e noi, attraverso

il consumo metabolico che richiede un

aumento di ossigeno, riusciamo a vedere

quali sono queste aree. La risonanza

è una tecnica impiegata di frequente

perché permette di osservare il cervello

e le sue funzioni in vivo; non è invasiva,

tanto è vero che viene utilizzata

abitualmente anche nella clinica. In un

tipico setting sperimentale, il soggetto

viene posizionato sul lettino della

risonanza, gli vengono fatte indossare

delle cuffie per isolarlo dal rumore

della risonanza e per trasmettergli degli

stimoli acustici e gli viene fatto indossare

un visore per inviargli, attraverso dei

cavi in fibra ottica, delle immagini con

tempistiche specifiche. Nella maggior

parte dei casi, il soggetto è dotato di

una pulsantiera che gli permette di

esprimere un giudizio o di svolgere

un compito, quando è all’interno della

risonanza magnetica. Il soggetto, una

volta preparato, viene inserito all’interno

del tubo, dove vi è un campo magnetico.

Prospiciente alla stanza della risonanza

vi è una sala consolle, dove sono attivi

diversi computer; in alcuni di essi viene

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egistrata l’attività cerebrale da altri,

invece, viene inviata la stimolazione (per

esempio, gli stimoli visivi, registrando

contemporaneamente i tempi di invio

degli stimoli). Ciò perché, conoscendo

quando è stato stimolato il cervello,

siamo in grado di allineare l’attività

cerebrale con il tipo di stimolazione

e quindi di isolare quegli effetti che ci

interessano.

Con questa metodologia sperimentale,

il gruppo del prof. Rizzolatti ha condotto

uno studio nel quale si è voluta generare

una genuina esperienza di disgusto in

soggetti, messi in risonanza magnetica,

facendo loro inalare degli odoranti

disgustosi attraverso una mascherina;

successivamente sono state mostrate

loro delle immagini video in cui, tra le

varie cose, vedevano un signore che

dopo aver inalato il contenuto di un

bicchiere, faceva la tipica espressione

del disgusto. In entrambe le situazioni

si attivava la stessa parte dell’insula

anteriore, si attivava per il mio disgusto

e si attivava anche quando vedevo il

disgusto altrui. Questo ha in qualche

modo consolidato l’idea che l’emozione

sia un qualche cosa che avviene come

un motore a due tempi: prima c’è il

sentimento interiore, quello che io

provo che, poi, trova una traduzione

corporea che si esternalizza. Quando

nell’Umanesimo si affermò l’idea della

soggettività, Petrarca fuggiva la folla

perché non voleva che i suoi sentimenti

interiori trasparissero, essendo visto

dagli altri: “… Altro schermo non trovo

che mi scampi, dal manifesto accorger

de le genti, perché negli atti d’alegrezza

spenti, di fuor si legge com’io dentro

avampi …”.

Recentemente,

all’Ospedale Niguarda di

Milano, a pazienti epilettici

in attesa di subire un

intervento chirurgico

finalizzato all’ablazione

della parte malata del

cervello che non è curabile coi farmaci

sono stati impiantati degli elettrodi;

stimolando con questi elettrodi una

particolare regione del cervello si

produce riso e allegrezza e, registrando

dagli stessi elettrodi, questa stessa

regione si attiva anche quando queste

stesse persone vedono qualcuno ridere.

Questa è una

dimostrazione

empirica di quello

che

molti

teoricamente

avevano già intuito.

Max Scheler, filosofo

della corrente della fenomenologia, già

all’inizio del 900 sosteneva che gli stati

affettivi ed emozionali non sono

semplici qualità dell’esperienza

soggettiva, qualcosa che avviene

esclusivamente nella mia interiorità, ma

sono dati nei fenomeni espressivi cioè

sono espressi in gesti e azioni corporee

e in ragione di ciò divengono visibili agli

altri. Nella seconda parte dell’Uomo

senza Qualità di Robert Musil, potete

leggere delle pagine che io trovo di una

modernità straordinaria su che cosa

siano le emozioni. Questo è il motivo

per cui noi riconosciamo genuinamente

l’emozione solo dopo che è stata

plasmata dal mondo, non sappiamo ciò

che proviamo prima che le nostre azioni

abbiano preso una decisione. Questo ci

porta anche a dire che i due aspetti

verosimilmente sono due facce della

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39


stessa medaglia, le stesse strutture del

cervello che si attivano quando io

esprimo l’emozione sono anche quelle

che si attivano quando io quell’emozione

la provo o la vedo provare a qualcun

altro.

Noi abitiamo in un mondo popolato di

immagini fatte da noi, verosimilmente

dal tempo in cui il pianeta era calcato non

ancora dai Sapiens, ma dai Neanderthal;

per di più, oggi viviamo in un’epoca in

cui siamo bombardati quotidianamente

e massivamente da immagini. C’è chi

parla di feticismo delle immagini e

non è un caso che Freud ha parlato

di scopofilia (da scopeo che significa

guardare), lui parla di Schaulust, quindi

voglia di guardare con curiosità, che lui

ha attribuito a una perversione sessuale

(Tre saggi sulla teoria sessuale, 1905)

quando questa curiosità morbosa dello

sguardo è prevalentemente concentrata

sul corpo e in particolare su una parte

del corpo, quella genitale. Sempre Freud

ha sostenuto che la nostra curiosità di

guardare altri oggetti, come le opere

d’arte, è una sublimazione di questo

istinto. Non solo e lui ha aggiunto:

fino a un certo punto, il toccare è

indispensabile per il raggiungimento

dello scopo sessuale, la stessa cosa

risulta vera per il vedere. Un’attività il

vedere, in ultima analisi, che è derivata

dal toccare, quindi vedete come già in

Freud è radicata questa idea sinestesica

di una visione tattile, di un occhio

prensile; il linguaggio lo testimonia

quotidianamente quando noi diciamo:

“ho posato il mio sguardo su …”,

attribuiamo all’occhio delle proprietà

che non sono quelle dell’occhio, cioè

di uno strumento ottico ma sono quelle

della mano.

Andiamo ai musei, facciamo la fila

sotto il sole e paghiamo il biglietto

per contemplare, come in questa foto

di un artista tedesco contemporaneo

Thomas Struth, oggetti artistici. La

simulazione in qualche modo si libera

dai freni inibitori e diventa imitazione

di quello che l’immagine ci trasmette;

oggi sempre più spesso nei musei

vediamo scene come questa, qui siamo

al Rijksmuseum di Amsterdam, questa

è la Ronda di Notte e, sperabilmente,

i visitatori si stanno documentando

sull’opera prima, forse, di osservarla.

Immaginate, però, cosa potrebbe capire

un uomo dell’ottocento di un’immagine

come questa in cui l’oggetto della

Schaulust, della voglia, della curiosità

e della bramosia non solo di guardare

ma di catturare l’immagine è realizzata

voltandogli le spalle; perché in realtà

ognuna di queste signore non vuole

un’immagine di Hillary Clinton ma

vuole un’immagine di se stessa assieme

a Hillary Clinton e, perciò, per fare il

selfie le voltano le spalle.

Nel 2007 Vittorio

Gallese e David

Freedberg, storico

dell’arte della

Columbia University, hanno pubblicato

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un saggio che ha dettato l’agenda degli

studi che poi gli autori hanno sviluppato

negli anni successivi (Motion, Emotion

and Empathy in Aesthetic Experience;

Movimento, emozione ed empatia

nell’esperienza estetica). Si tratta di un

discorso che riguarda la ricerca

scientifica relativa al rapporto tra sfera

delle funzioni cerebrali e fruizione

dell’opera d’arte. Gli autori affermano

che la ricerca sui neuroni specchio ha

dimostrato che persino l’osservazione

di immagini statiche di azioni stimola

l’atto di simulazione nel cervello

dell’osservatore. Questa interessante

affermazione sposta la nostra attenzione

verso un’altra questione. Anche di fronte

a un’immagine statica (per esempio una

fotografia o una qualunque opera

d’arte), si innesca il processo di cui ho

appena parlato producendo

nell’osservatore una reazione di tipo

empatico. Come dicono Freedberg e

Gallese riferendosi all’opera di Goya

“Disastri della Guerra” (è il titolo di una

serie di 82 incisioni): “(…) le reazioni

fisiche degli osservatori sembrano

localizzarsi precisamente nelle parti del

corpo minacciate, oppresse, bloccate o

destabilizzate nella raffigurazione.

Inoltre, l’empatia fisica si tramuta

facilmente in sentimento di empatia

emotiva per i modi in cui il corpo viene

danneggiato o mutilato (…)”. Il fruitore

dell’immagine (attraverso i neuroni

specchio e la simulazione incarnata)

quando, per esempio, è posto davanti a

una immagine cruenta avrà una reazione

empatica anche di tipo fisico che

produrrà una reazione emotiva

(emozione, dal latino emovēre, cioè

portar fuori, smuovere). Alla luce delle

ricerche di questi ultimi anni, le

conseguenze percettive nell’ambito

della fruizione delle opere d’arte e delle

immagini sarebbero racchiuse tutte in

questo sistema del cervello e

causerebbero esiti sostanzialmente di

tipo empatico ed emotivo (cioè

dall’interiore all’esteriore). In tal senso,

la percezione dell’immagine sarebbe

legata a un meccanismo che potremmo

considerare pre-linguistico, preculturale

e, di fatto, totalmente

automatico. La nostra esperienza

estetica sarebbe il risultato di un preciso

dispositivo fisiologico e biologico

autonomo e, in parte, involontario.

Sebbene ovviamente modulati socioculturalmente

questi meccanismi sono

universali. Un elemento cruciale della

nostra esperienza estetica, pertanto, è

l’attivazione di meccanismi embodied

(incarnati) che comprendono la

simulazione dei gesti, delle emozioni,

delle sensazioni somatiche trasmesse

dall’immagine e che costituiscono il

contenuto dell’immagine.

Un altro aspetto

interessante e relativo alle

immagini è stato osservato

da von Hildebrand alla fine

dell’ottocento. Tale

aspetto, più legato allo

stile dell’immagine e alla

sua qualità artistica ossia

all’inconsapevole simulazione nel

fruitore, rappresenta la risonanza

nell’osservatore del gesto artistico

impiegato per realizzare l’opera d’arte.

Uno studio, sempre di risonanza

magnetica, ha dimostrato che la

simulazione del movimento io la ottengo

non solo quando mi fate vedere il filmato

di una mano che afferra una bottiglia,

360 GRADI

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ma anche quando io vedo una fotografia

che staticamente mi mostra la

conseguenza finale

dell’azione. In un

altro lavoro di Mado

Proverbio di Bicocca

a Milano, è stato

dimostrato che

quanto più dinamica

è l’immagine statica che descrive

l’azione, maggiore è l’attivazione nel

cervello motorio dell’osservatore; più

dinamica è l’azione ripresa in

un’immagine statica, più forte è la

sollecitazione della simulazione motoria

in chi la guarda.

Gallese e Freedberg hanno

ipotizzato che, anche

quando l’opera d’arte non

ha alcun contenuto

direttamente

e

analogicamente

mappabile in termini di

azioni, emozioni o sensazioni, in quanto

priva di un riconoscibile contenuto

formale (pensiamo a un’opera di Lucio

Fontana o di Jackson Pollock), i gesti

dell’artista nella produzione dell’opera

d’arte inducono il coinvolgimento

empatico dell’osservatore, attivando in

modalità di simulazione il programma

motorio che corrisponde al gesto

evocato nel tratto o segno artistico. I

segni sul dipinto o sulla scultura sono le

tracce visibili, le conseguenze degli atti

motori attuati dall’artista nella creazione

dell’opera. Ed è in virtù di questo motivo

che essi sono in grado di attivare le

relative rappresentazioni motorie nel

cervello dell’osservatore. Come ho

affermato

precedentemente,

l’esperienza estetica è una forma

mediata di intersoggettività. Il gruppo

di Gallese ha condotto un interessante

studio utilizzando il famoso servizio di

Ugo Mulas che riprende

Lucio Fontana nel

suo atelier. Viene

pertanto studiato il

gesto e la

conseguenza del

gesto, ossia il

concetto spaziale

di uno dei suoi famosi tagli. Sono state

mostrate le immagini delle opere di

Fontana alternate a immagini in cui

sono state ridotte le componenti

dinamiche, sostituendo il taglio con

una linea della stessa lunghezza e

spessore, ma cancellando l’ombra che

dà il senso della profondità. La

registrazione dell’attività motoria del

cervello dei partecipanti

all’esperimento è stata effettuata con

un elettroencefalografo ad alta densità

a 128 canali. Solo quando erano visti i

tagli di Fontana ma non quando erano

mostrati gli stimoli

di controllo, si

attivava la parte

motoria del loro

cervello. Questo è

stato visto in tutti i

soggetti, sia in

coloro che è

risultato conoscessero Lucio Fontana e

sapessero che quelle erano opere

d’arte, sia in coloro che non lo avevano

mai sentito nominare e che, spesso,

prendevano lo stimolo di controllo per

l’opera d’arte originale e l’opera d’arte

originale per lo stimolo di controllo.

Quindi un meccanismo di risonanza e

di simulazione motoria è stato

riscontrato in tutti al netto di quanto

più o meno sapessero sulla qualità

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artistica delle immagini.

Gli stessi ricercatori hanno replicato i

medesimi risultati utilizzando i lavori di

un esponente dell’espressionismo

astratto, Franz Kline; in queste opere la

dinamicità è data dalla matericità della

pennellata, dalla colatura del colore, dal

dripping, dalla traccia lasciata dal

pennello. I lavori di Kline venivano

mostrati alternati a stimoli di controllo

in cui erano state

rimosse tutte queste

c a t e g o r i e

d i n a m i c h e ,

mantenendo però la

complessità

gestaltica dello

stimolo. Anche qui è stata rilevata la

simulazione del gesto, ovviamente

questo non è tutto in quanto quello che

c’è nell’esperienza che noi proviamo di

fronte a queste opere è un elemento

comune che non possiamo fare finta che

non esista se vogliamo parlare in modo

olistico di che cos’è un’esperienza

estetica di fronte a un’immagine.

Concludo presentando uno studio,

sempre del gruppo di Gallese, dove

è stato messo a fattore, questa volta,

l’espressione del volto che esprime

dolore; sono state selezionate sei

opere tra Rinascimento e Barocco

che esprimevano dolore alternate, in

sequenza casuale, con volti invece con

un’espressione neutra. Ovviamente

le vere opere d’arte non sono queste

ma sono semplicemente il volto

scontornato; quindi io non pretendo

di sostenere che questi esperimenti

spieghino completamente perché ci

piace Caravaggio, in quanto il Caravaggio

è l’opera intera. Come ho affermato

precedentemente sembra letteralmente

che guardiamo dal buco della serratura,

qui noi ci concentriamo su un aspetto

particolare dell’opera: il volto, la parte

che comunica un’emozione, il dolore.

Sono tutti volti di martiri alternati a un

volto che non mostra alcuna emozione.

Si è arrivati a questi 12 stimoli partendo

da 100, fatti vedere a un campione

numerosissimo di persone e sono stati

scelti quelli che tutti riconoscevano o

come esprimenti dolore o come non

esprimere alcuna emozione: quindi

dolore verso uno stimolo neutro.

Mi interessa fare un passo in più rispetto

a quello di cui vi ho parlato fino ad ora;

fin qui ho descritto un meccanismo

automatico probabilmente modulato

da molti fattori culturali della mia

storia personale che si attiva quando

io mi metto di fronte a un’immagine,

nel caso specifico che si attiva quando

quell’immagine è un’immagine appesa

alle pareti di un museo. Mi sono fatto

un’altra domanda, quando dopo avere

visto ed enfatizzato con quell’immagine

qualcuno mi chiede di dare un’esplicita

valutazione estetica; per esempio,

la domanda può essere: quanto

artisticamente bella mi sembra questa

immagine e devo dare una valutazione

su una scala da 0 a 10.

Nel momento in cui io esprimo un

giudizio estetico, secondo molti a

partire da Kant, io devo in qualche modo

silenziare tutti questi meccanismi di

coinvolgimento emotivo ed empatico;

questo perché non ho più a che

vedere con quello che quell’immagine

smuove nel mio corpo ma devo dare

esclusivamente un giudizio estetico.

Pertanto, per fare questo mi devo astrarre

dalla dimensione corporea, utilizzando

360 GRADI

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uno strumento molto più freddo da

un punto di vista cognitivo e molto

più astratto. Quando io do un giudizio

astratto in termini di bellezza artistica

di quell’immagine, questi meccanismi

corporei giocano un ruolo oppure no?

Per verificarlo, i ricercatori del gruppo

di Vittorio Gallese hanno presentato

queste immagini in modo alternato e i

soggetti le vedevano in due condizioni

sperimentali diverse: in un blocco le

vedevano tenendo i muscoli del volto

rilassati e in un altro blocco contraendo

attivamente il muscolo corrugatore,

quindi assumendo una postura facciale

simile a quella raffigurata nel volto che

esprime dolore. I risultati ottenuti hanno

mostrato che la valutazione estetica dei

volti osservati era significativamente

più alta quando veniva data mentre i

soggetti contraevano attivamente il

muscolo corrugatore, ma questo valeva

solo per i volti che esprimevano dolore

e non per i volti neutri. Quando, invece,

i soggetti hanno dato un giudizio

estetico a volto rilassato, vedevano

ugualmente artisticamente belli i volti

che esprimevano dolore e i volti che

non esprimevano alcuna emozione.

Ovviamente sarebbe eccessivo sostenere

che Kant ha sbagliato, ma questi dati

suggeriscono che il giudizio estetico non

è così distaccato come sembra, anche se

dobbiamo contestualizzare il risultato a

questa particolare categoria di stimoli.

L’esperienza estetica è avvenuta in

un laboratorio e non in un museo,

soprattutto non è stata mostrata l’opera

per intero ma solo il volto; fatte tutte

queste debite precisazioni, il dato a me

sembra però molto interessante. Ci dice

come, anche quando siamo chiamati a

deliberare un giudizio estetico esplicito,

quel gioco della libera immaginazione

di cui peraltro Kant parla nella Critica

non è assente; dal momento che

l’immaginazione è uno dei prodotti

dell’attività di simulazione, queste

due dimensioni della mia esperienza

di fronte all’opera d’arte non sono

così separate come la gran parte delle

persone ancora oggi ritiene. Riprodurre

l’espressione di dolore raffigurato

nel volto dipinto osservato influenza

in modo significativo la valutazione

estetica esplicita dello stesso volto;

in più è stata trovata una correlazione

altrettanto interessante con l’ampiezza

di questa correlazione. Le persone che

davano un giudizio estetico più alto ai

volti che esprimevano dolore quando

contraevano i muscoli, erano quelle

che avevano una maggiore familiarità

con l’arte e avevano i tratti empatici

maggiori. Qui lascio alla vostra fantasia di

determinare se vedere l’arte e andare ai

musei ci rende più empatici o se, quando

siamo più empatici, siamo più portati

ad avere una maggiore frequentazione

dei musei. Quasi mai nella scienza è

possibile stabilire un rapporto di causa

effetto, ci riteniamo estremamente

fortunati quando riusciamo stabilire

una correlazione significativa come in

questo caso.

Conclusioni

Spero di aver spiegato in modo

comprensibile, ma la complessità del

tema delle immagini, dell’estetica, dei

sentimenti suscitati dalle immagini e

del potere delle immagini richiede un

approccio assai complesso certamente

non riducibile a una semplicistica

traduzione neuronale dei concetti in

gioco; l’opera d’arte media la risonanza

44 360 GRADI


motoria ed affettiva che scaturisce

tra l’artista e il fruitore, ne diventa

il mediatore privilegiato. Gli aspetti

sensorimotori dell’elaborazione

dello stimolo artistico da parte

dell’osservatore rappresentano il

livello più diretto ed automatico di

processazione che consente al fruitore

di sentire l’opera in modo corporeo ed

incarnato; ovviamente stiamo parlando

di una delle molteplici dimensioni che

raccogliamo sotto questa etichetta

linguistica di esperienza estetica.

Quello di cui ho scritto in questo articolo

è solo un aspetto ovviamente ma è un

aspetto ineludibile; il coinvolgimento

sensorimotorio e affettivo

dell’osservatore sembra influenzare

anche il giudizio estetico esplicito.

Pertanto la simulazione incarnata, in

quanto modello della percezione e

della immaginazione, genera secondo

me questa caratteristica qualità del

vedere “come se” che gioca un ruolo

importante nella nostra esperienza

estetica dell’immagine, in particolare

delle immagini che oggi cataloghiamo

come opere d’arte. Come tale è un

importante ingrediente della nostra

facoltà di apprezzare le immagini.

Spero, inoltre, di avervi convinto

dell’importanza di un altro punto: se

a tutti gli angoli prospettici da cui

affrontiamo il problema di cos’è l’arte,

di cosa sono le immagini artistiche, del

perché le guardiamo e del perché ci

piacciono aggiungiamo anche l’angolo

prospettico, il punto di vista, il buco

della serratura del guardare queste

tematiche dalla prospettiva del cervello,

ciò ci può aiutare a riscoprire il ruolo

del corpo in quella forma immediata

di intersoggettività che è l’espressione

creativa artistica.

Al di là della specificità delle differenti

forme estetiche, tuttavia, penso che la

fruizione di tutte le forme di finzione

condividano aspetti comuni che

possono essere utilmente indagati

facendo domande direttamente al

sistema cervello-corpo. Il sentimento

di coinvolgimento corporeo suscitato

da dipinti, da sculture, da forme

architettoniche, dalle finzioni narrative

letterarie, dalle arti cinematiche o,

anche, dalla frequentazione di mondi

virtuali incrementa le nostre risposte

emozionali a quei stessi media. Una

forma di conoscenza emotiva costituisce

un ingrediente fondamentale della

nostra esperienza estetica. La teoria

della Simulazione Incarnata mira

appunto a cogliere questi aspetti ed

è rilevante per definire l’esperienza

estetica almeno in due modi:

• Il primo, grazie ai sentimenti

corporei suscitati dalle opere

d’arte con cui ci relazioniamo

per mezzo dei meccanismi

di rispecchiamento che esse

evocano. In questo modo la

simulazione incarnata genera quel

particolare vedere “come-se” che

svolge un ruolo fondamentale

nell’esperienza estetica.

• Il secondo, in virtù delle memorie

incarnate e delle associazioni

immaginative che le opere d’arte

risvegliano in chi le contempla.

Vi è poi un ulteriore aspetto che

caratterizza la simulazione incarnata

quando è attivata dalla nostra

immersione con il mondo di finzione

dell’arte, rispetto a quando è suscitata da

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situazioni della vita quotidiana. Mentre,

infatti, contempliamo un’opera d’arte

o ci immergiamo in un mondo virtuale

sospendiamo temporaneamente il

nostro rapporto col mondo, liberando

energie che, paradossalmente,

possono essere vissute in modo più

vivido rispetto alla più prosaica realtà

quotidiana. Secondo questa prospettiva,

l’esperienza estetica delle opere d’arte e

l’esperienza dei mondi virtuali possono

essere interpretate non solo o non tanto

nei termini originalmente proposti da

Coleridge di una cognitiva sospensione

d’incredulità, ma come forma di

“simulazione incarnata liberata”.

Nel guardare un quadro, nel leggere

un romanzo, nell’assistere ad uno

spettacolo teatrale o a un film, oppure

nell’immergerci un mondo virtuale la

simulazione incarnata è sgravata dal

fardello di modellare la nostra attuale

presenza nel mondo “reale”. Guardiamo

alle forme di espressione simbolicoartistiche

da una distanza di sicurezza

in virtù della quale la nostra apertura al

mondo ne risulta amplificata. Quando

dirigiamo la nostra attenzione al mondo

dell’arte o ai mondi virtuali possiamo

impiegare totalmente le nostre risorse

simulative, disinnescando le nostre

difese. Il nostro piacere per l’arte è,

quindi, verosimilmente anche guidato

dal senso di sicura intimità esperito

durante la relazione empatica col mondo

dell’arte.

Creatività, esperienza estetica

ed esperienza virtuale possono

rappresentare il momento di

sospensione, lo scarto tra attualità e

potenzialità che innesca la possibilità

di divenire ciò che si è e consente di

concepire il mondo come un’infinita

serie di possibilità che rinviano ad

altre possibilità. Vedere l’invisibile,

caratteristica che accomuna arte e

scienza, significa riempire un vuoto,

tendere a ciò che non è ma può essere,

ciò che, in una parola, è desiderio.

Questo suggerisce, come per altre vie ha

intuito anche Girard, che l’arte affonda

le proprie radici nella ritualità legata

al senso del sacro, nell’insopprimibile

tendenza umana a riempire quel

vuoto che al contempo ci atterrisce e

costituisce lo sfondo e l’obiettivo dei

nostri slanci e delle nostre proiezioni.

Attraverso lo scarto tra attualità e

potenzialità prodotto dalla creazione

artistica, sia quando si fa cosmogonica,

producendo nuovi mondi riassortendo

gli elementi che caratterizzano il

«visibile», sia quando, grazie alla

finzione narrativa o alla fruizione di

mondi virtuali, crea degli apparenti

doppioni del reale, l’uomo è costretto

a sospendere la sua presa sul mondo,

liberando energie fino a quel momento

indisponibili, mettendole al servizio di

una nuova ontologia che finalmente,

forse, può rivelargli chi è. Più che una

sospensione di incredulità, l’esperienza

estetica suscitata dalla produzione

artistica può essere letta come una

«simulazione liberata». Perché un

film, un romanzo o il mondo virtuale ci

emozionano potenzialmente più di una

scena della vita reale di cui possiamo

analogamente essere spettatori?

Forse anche perché nella «finzione»

artistica e virtuale la nostra inerenza

all’azione narrata è totalmente libera da

coinvolgimenti personali diretti. Siamo

liberi di amare, odiare, provare terrore,

facendolo da una distanza di sicurezza.

Questa distanza di sicurezza che rende

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la mimesi «catartica» può mettere in

gioco in modo più totalizzante la nostra

naturale apertura al mondo. Un ulteriore

fattore di amplificazione di questa

simulazione liberata è costituito in certe

forme di espressione artistica, come il

teatro, la danza, la musica, il cinema e

i mondi virtuali, dalla condivisione con

altri individui che come noi si liberano

dagli obblighi di vigilare sull’intrusività

potenzialmente esiziale del mondo

esterno, abbandonandosi totalmente a

una piena e incondizionata esperienza

di aisthesis. Fruire dell’arte, in fondo,

significa liberarsi del mondo per

ritrovarlo più pienamente.

Grazie all’espressione della creatività

artistica, l’essere umano acquisisce la

capacità di plasmare oggetti materiali

conferendo loro un significato che non

avrebbero in natura di per sé. Questo

significato è il frutto dell’azione con

cui l’artista stende colori su una tela

o trasforma un blocco di marmo in un

«David» o nel «Ratto di Proserpina».

Oggi le neuroscienze hanno la

potenzialità di illuminare, seppure da

un diverso angolo prospettico, la natura

estetica della condizione umana e la sua

naturale propensione creatrice, prima

ancora di affrontare il tema specifico

dell’arte e divenire neuroestetica.

Abbiamo così la possibilità di arricchire la

nostra nozione della creatività artistica

e della sua fruizione, moltiplicandone i

livelli di descrizione, cercando di capire

come gli oggetti artistici, più che essere

un dono degli dei, sono effettivamente

l’espressione paradigmatica della

nostra natura umana.

Da un certo punto di vista, l’arte è

superiore alla scienza. Con strumenti

meno onerosi da un punto di vista

economico e con una capacità di sintesi

probabilmente inarrivabile da parte

della scienza, le intuizioni artistiche ci

fanno comprendere molto della natura

umana, spesso molto di più rispetto

all’orientamento oggettivante tipico

dell’approccio scientifico. Essere umani

significa divenire capaci di interrogarsi

su chi siamo. Da sempre la creatività

artistica ha espresso nella forma più

elevata questa capacità. Taluni temono

che affrontare queste tematiche con

l’armamentario prosaico della scienza

possa in qualche modo sminuire, se

non addirittura distruggere la magia

che ci invade quando contempliamo

un’opera d’arte. Se condividessi questa

preoccupazione dedicherei il mio

tempo ad altro. Al contrario, è proprio

il convincimento che la prospettiva

neuroscientifica consenta un’ulteriore

valorizzazione della

dimensione distintiva e straordinaria

dell’arte e dell’esperienza estetica che

mi convince che ci stiamo muovendo in

una direzione potenzialmente gravida

di risultati interessanti per chiunque

sia interessato a meglio comprendere

chi siamo. Concludo con una citazione

di Georg Christoph Lichtenberg che

scriveva queste parole che a me

suonano ogni giorno sempre più

profetiche, attuali e familiari: “il nostro

corpo sta a metà tra la nostra anima e il

mondo esterno rispecchiando gli effetti

di entrambi”.

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HAZELNUT

KINGDOM

Una location di nuovissima apertura, dallo stile

mediterraneo. Elegante ritrovo con moltissime

occasioni di socializzazione.

Scritto da OEMA.

Immagini di JARLA CAPALINI.

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’S

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HAZELNUT’S

KINGDOM

Hazelnut’s Kingdom non é ancora in Second Life Destinations

dal momento che vi sono alcune parti che devono essere

ultimate. Tuttavia è un incanto già così.

Si tratta di una

destinazione

articolata, realizzata

con cura e meticolosità

da un professionista

indiscusso nel settore

“landscaping”: Andy

Warhol.

Come spesso accade, vedendo le

splendide fotografie che i viaggiatori

virtuali di Second Life pubblicano su

Flickr, mi sono imbattuta in una in

particolare che ha catturato la mia

attenzione.

Si trattava di uno splendido paesaggio

mediterraneo arroccato su una altura.

Da italiana sono naturalmente attratta

da questo tipo di vegetazione e stile

architettonico, quindi non ho perso

l’occasione per visitare la destinazione

in questione.

Uno splendido paesaggio mediterraneo arrocato

su una altura che offre molteplici occasioni di

intrattenimento e divertimento.

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Si può visitare

a piedi, il

volo non è

consentito.

Hazelnut’s Kingdom

occupa 3 regioni, di

cui una navigabile di

acqua. Si tratta di una

destinazione articolata,

realizzata con cura

e meticolosità da un

professionista indiscusso

nel settore “landscaping”:

andy Warhlol (terry.

fotherington). Chi non

conosce Frogmore, ad

esempio? andy Warhlol

ha una grande esperienza

nella realizzazione

di destinazioni che

sono diventate poi un

importante punto di

riferimento nello scenario

delle regioni fotografiche

più belle in Second Life.

La particolarità di

Hazelnut’s Kingdom

è che, oltre a essere

una destinazione

incantevole, offre anche

diverse occasioni di

intrattenimento per tutti

coloro che amano questo

tipo di paesaggio.

Va precisato che il

creatore di Hazelnut’s

non è anche il

proprietario. Infatti,

si tratta di un lavoro

fatto su commissione

di Noubeil (noubeil.

alpha). La gestione

della destinazione è,

quindi, di competenza di

quest’ultimo a cui occorre

fare riferimento in caso di

necessità.

Hazelnut’s Kingdom ha

un suo gruppo inworld, la

cui adesione costa 1000

L$. In descrizione del

gruppo possiamo trovare

preziose informazioni

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Consiglio di accettare le impostazioni di luce della

regione per una esperienza ottimale.

In diversi punti della regioni possiamo

trovare cartelli che ci indicano le principali

attrazioni.

sullo scopo della destinazione e

le attività proposte:

“Welcome to Hazelnut’s Kingdom!

a place of pleasure and nature.

That’s why we thank you for your

trust and we will do everything to

satisfy your stay.

Hazelnut’s Kingdom is an area

located on the Noubeillane estate,

which means in Occitan “the

house of hazelnuts”. Occitan is still

spoken in the south of France and

our domain is inspired by the spirit

of a mountainous region in the

Ariegean Pyrenees.”

L’aspetto che mi affascina

maggiormente è che non si

tratta di una destinazione

pianeggiante: apprezzo molto i

dislivelli, le montagne alternate

a zone pianeggianti che rendono

il paesaggio vario e più credibile.

Inoltre il modo in cui gli oggetti

decorativi sono stati posizionati

denota comprensione delle

regole di buon senso che

permettono di conferire realismo

a una destinazione.

Il volo non è consentito, il che

potrebbe essere un bene perché

induce il visitatore a esplorare a

piedi esattamente come farebbe

nella realtà. Inoltre alcune case

sono affittate, quindi il volo

limitato trova la sua ragion

d’essere anche nell’esigenza di

non disturbare gli affittuari.

Parlando con il proprietario, ho

appreso che alcune zone devono

ancora essere create, quindi

avremo modo di apprezzare

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anche nuovi angoli paesaggistici

nei prossimi mesi.

Hazelnut’s Kingdom non si

trova (ancora) in Second Life

Destinations, quindi è uno scoop

che riserviamo ai nostri lettori.

Riferimenti

Teleport

Flickr Group

Inworld Group

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MEDITERRANEO-OC

TELEPORT

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SLICE OF H

Un’ incantevole destinazione invernale

che si rinnoverà a breve nella sua versione

primaverile.

IN S

Scritto da SERENA DOMENICI.

Immagini di JARLA CAPALINI.

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EAVEN

ECOND LIFE

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La creatrice è Luane (luane.meo) che ha dato vita a

un’ambientazione invernale affascinante e curata nello

stile naturalistico.

SLICE OF HEAVEN

IN SECOND LIFE

Winter

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LA STAGIONALITA’

SLICE OF HEAVEN chiuderà in pochi giorni. Consigliamo al

lettore di affrettarsi e godere ancora per un po’ del clima invernale

che Luane ha voluto regalarci. Lo stile invernale verrà presto

sostituito da quello primaverile.

Luane Meo regala ai visitatori ormai da

anni splendide località perfette per la

fotografia e l’intrattenimento in genere.

L’aspetto di Second

Life che ho sempre

trovato meraviglioso

è la possibilità di

viaggiare e di visitare

luoghi mutuati

dal mondo reale e

virtualmente riprodotti

in piccoli capolavori,

capaci di coniugare

magistralmente

il concreto con

l’immaginario: una

stupefacente forma

d’arte - questa - che

meriterebbe di essere

conosciuta da una

platea più vasta dei

fruitori del virtuale.

Mancavo da tre anni

da Second Life e devo

dire che ho trovato

intatta questa bellezza,

questa costante

ricerca di perfezione

da parte di gente

che dedica il proprio

tempo per creare degli

spazi davvero molto

suggestivi.

Il mio interesse verterà

su questo aspetto che

da questo punto di

vista non smetterà

mai di stupirmi

piacevolmente, e

parlerò solo di ciò che

riuscirà a catturare

la mia curiosità

suscitandomi emozioni

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e appagando il mio senso

estetico; sarà proprio

questo che mi piacerà

condividere con voi

lettori.

Il mio viaggio è

cominciato in questa

località da film: Slice of

Heaven.

Ci sono capitata per caso,

ammesso possa esistere il

caso, e ammesso che abbia

senso parlare di caso in

Second Life, dove tutto

è random ma allo stesso

tempo tutto è pilotato da

un feroce determinismo.

Mi sono ritrovata in

un bianco paesaggio

invernale, con tanta

neve che cadeva

copiosa e un piacevole

sottofondo musicale che

ne faceva da cornice.

Non immaginatevi un

posto carico di oggetti,

e così via: era un luogo

apparentemente scarno,

solitario, ammantato

di mistero, a suo modo

desolato, e forse era

proprio questo a renderlo

particolare.

Un lungo tragitto

costeggiato da alberi

carichi di neve, per

via della stagione,

case, ma anche negozi,

ristori e in cima ad

una collinetta una

piccola Chiesa

dove raccogliersi in

preghiera o, cercare

un po’ di pace…

Anche un belvedere

ghiacciato dove poter

pattinare ammirando

il paesaggio illuminato

da tante piccole lucine

che creavano una calda

atmosfera, nonostante

lo scenario fosse

imbiancato dalla neve.

Tutto qui?

No, perché più che

un luogo questo è un

sentire, un luogo dove

possono incrociarsi

destini o solitudini.

Il percorso che

conduce alle casette,

può essere vissuto

come un luogo di vita

o di “morte”: quante

trame vi si potrebbero

scrivere, quante storie

narrare, come fa lo

scrittore su un foglio

bianco come la neve!

Amori appaganti,

amori mai sbocciati,

amori finiti, amanti

che si incontrano

di nascosto, parole

dette, sussurrate o

solo immaginate, sogni,

silenzi, suoni ovattati come

la neve che scende muta

sul villaggio e sui cuori...

Ma potrebbe anche essere

il luogo di una famiglia che

ama condividere il proprio

spazio con gli amici.

Ed anch’io, trasportata

dal vento della fantasia,

mi sono ritrovata ad

immaginarmi in una

dimensione onirica,

“vedendomi” raggiunta in

quel luogo solitario da un

mio antico amante, venuto

a riscaldarmi le mani e il

cuore. Ed a sussurrarmi

che il tempo - almeno qui

- si può anche fermare,

riavvolgendo il film della

vita per recuperare gli

attimi perduti, sublimandoli

in un presente immutabile

ed eterno come

l’inverno tutto intorno,

perennemente in attesa

di essere sconfitto dalla

fiamma dell’amore.

La proprietaria nonché

creatrice di questo

meraviglioso luogo è:

LuaneMeo

Riferimenti

Teleportati a Slice of

Heaven

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LADMILLA MEDIER

Ladmilla Medier,

Responsabile del Settore

ARTE

“L’Arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende

visibile ciò che non sempre lo è.”

(Paul Klee)

Non ritengo che esista una definizione assoluta di

Arte ma questa breve, famosa citazione, rappresenta il

percorso che proporrò in questa sezione dedicata

all’ Arte: insieme conosceremo gli artisti attivi in Second

Life e le loro opere, scopriremo lo studio, l’elaborazione

concettuale e la tecnica artistica che hanno dato origine

alle creazioni; ognuno di noi potrà ascoltare le storie

che sussurrano, risvegliare ricordi sopiti e dare la propria

personale interpretazione, trovare l’essenza che va oltre

il visibile.

Sono certa che sarà un cammino affascinante!

Ladmilla

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CHERRY M

Artista molto conosciuta i cui lavori si

caratterizzano per un forte impatto visivo ed

emotivo.

A

Scritto da LADMILLA MEDIER

Immagini di LADMILLA MEDIER

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ANGA

RTISTA

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CHERRY MANGA

SENSIBILITA’, TORMENTO, OSCURI

PERFEZIONISMO

“Ho una v

un po’ s

Cherry Manga è un’artista

ben nota che opera in

Second Life da lungo

tempo. Ha sempre creato

e ancora crea straordinarie

installazioni che hanno

un forte impatto visivo

e hanno il potere di

colpire emotivamente

l’osservatore.

L’amore per la natura e

per la cultura giapponese

hanno determinato la

scelta del suo grazioso

nome virtuale:

Quando mi iscrissi a Second

Life era la stagione delle

ciliegie, dato che io amo

questi frutti e ne stavo

mangiando mentre mi

registravo, scelsi il

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TA’ E

ita semplice, sono una persona

elvaggia che ama più la natura

che il genere umano”

nome Cherry; il cognome

doveva essere scelto da

una lista, così decisi per

Manga e pensai che Cherry

Manga potesse essere un

nome adatto per chi ama

la cultura giapponese.

L’artista è un’anima

sensibile, tormentata,

tenebrosa e perfezionista,

come lei stessa ama

definirsi, e le sue opere

mostrano chiaramente il

suo temperamento.

Cherry ha avuto artistiche

esperienze ed esibizioni

anche nella vita reale,

nonostante la timidezza

del suo carattere che le

fa preferire situazioni

dove non deve incontrare

personalmente il pubblico:

Ho una vita semplice,

sono una persona un po’

selvaggia che ama più la

Natura che il genere umano,

questa è la ragione per cui

è più facile per me creare

nei mondi virtuali dove non

devo incontrare fisicamente

il pubblico… tuttavia ho

lavorato in teatro, ho

prodotto varie creazioni

nella vita reale, ho fatto

LANDING POINT

un’esibizione dal vivo nel

2017 con “FrancoGrid”

per “Le Hublot” in “Nice”

ma tutto ciò non è stato

molto confortevole per

una persona timida come

me.

Cherry ha avuto

abbastanza esperienze

artistiche, sia nella vita

reale che in Second

Life, così da poter avere

una chiara idea delle

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eventuali differenze

che possono esistere

nel creare in questi due

mondi; ciò che pensa è

molto interessante ed

io sono completamente

d’accordo con lei:

Non c’è alcuna differenza,

il computer è il mezzo, lo

strumento: il cinema o la

musica sono arti anche

virtuali, non possiamo

percepirle con il tatto,

non dobbiamo porle in

categorie, l’Arte è arte,

dovunque essa sia.

Come possiamo notare

nelle creazioni di ogni

vero artista, anche le

sue opere sono libere

da condizionamenti e

standard, Cherry mette

se stessa nei suoi lavori,

la sua anima e le sue

esperienze:

Quasi tutto ciò che creo

è autobiografico, talvolta

questo aspetto è più o

meno evidente, a volte è

nascosto; nelle due mie

passate installazioni

ciò è molto evidente in

quanto “Endometriosis”

è un problema di cui

soffro, “Monsters” è

un’installazione che

riguarda i “mostri” che

ho incontrato nella mia

vita, partendo dalle paure

della mia infanzia fino

ad arrivare alla pressione

sociale che ancora

sperimento ogni giorno.

Anche il tema della

condizione umana ha

molta importanza nella

maggior parte delle mie

creazioni; per quanto

riguarda l’attuale

pandemia penso che sia

una naturale risposta alla

sovrappopolazione, non

sono spaventata dalla

possibilità di morire o

perdere i miei parenti più

stretti, sono spaventata

dalla politica, dai potenti

gruppi di pressione che

ci stanno ingabbiando in

una condizione distopica,

il futuro sarà più nero di

una pandemia. Per quanto

riguarda la condizione

delle donne in particolare,

abbiamo molto lavoro

da fare per cambiare il

sistema patriarcale, ma

devo ammettere che

questa non è la mia lotta

più importante ed io non

ne parlo molto nelle mie

creazioni.

MONSTERS

“Monsters” è

un’interattiva

installazione che Cherry

ha realizzato in modo

straordinario e molto

interessante; quando

siete al punto di arrivo del

teleport non trascurate

di attivare Advanced

lightning model, di aprire

l’ascolto dei suoni, di

chiudere lo streaming e

di accettare l’esperienza

che vi verrà proposta

con un pop-up, tutto

ciò permetterà ai vostri

avatar di animarsi e a voi

di avere un’immersiva

esperienza che non

descriverò qui, così sarete

sorpresi e apprezzerete

al meglio; siate curiosi,

toccate e cliccate ciò che

avete intorno, leggete

la chat locale, ascoltate

i suoni e camminate,

esplorate.

Cosa sono questi mostri?

Ognuno di noi può

trovare il proprio che può

vivere dentro di noi o

tormentarci dall’esterno,

possiamo scegliere se

nutrirlo o lottare per

fuggire;

Cherry ci fornisce la

migliore spiegazione a

riguardo con le sue stesse

parole:

Sono i mostri che ho

incontrato nella mia vita,

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c’è la paura primitiva: “il lupo

nel bosco”, ci sono i fantasmi

e le strane cose che abbiamo

potuto sperimentare da

bambini, ma anche i mostri

che possiamo incontrare

da adulti: stupro, suicidio,

pressione sociale, violenza

domestica… Perché questi

mostri ci intrappolano?

Perché occorre tempo per

capire le nostre paure,

la nostra debolezza, e

trasformarle in forza;

possiamo sperimentare le

stesse cose molte volte prima

di riconoscere gli schemi e

sapere come migliorare noi

stessi.

Lasciatevi coinvolgere

in questa esperienza:

incontrate i mostri,

affrontate le loro spinose

o gigantesche forme,

camminate su stretti ponti

sospesi sul vuoto, correte

nelle gallerie, entrate in

stanze misteriose, perdetevi

in acque turbolente e

ammirate i giochi di luci ed

ombre… rimarrete colpiti e

affascinati, ma non occorre

che io dica altro, basta

andare e sperimentare.

LA GALLERIA

Cherry ha una fantastica

Galleria in ADreNalin, una

MONSTERS

regione di Second

Life; è un luogo

molto suggestivo

costruito con linee e

cubi in movimento,

principalmente in

bianco e nero con

alcuni delicatissimi

toni di colore, questa

interessante architettura

si adatta perfettamente

all’Arte di Cherry: le

sue creazioni mesh

ed animesh, infatti,

appaiono molto vivide e

vitali.

È possibile acquistare

lì le sue opere, alcune

bellissime creazioni

sono perfino gratis

o vendute a un solo

Linden, ciò dimostra la

grande generosità di

quest’artista.

Lo stile di Cherry è

in evoluzione, ama

sperimentare sempre

360 GRADI

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qualcosa di nuovo pur

rimanendo focalizzata sui

temi che preferisce e che

caratterizzano la sua arte:

Sto evolvendo e

sperimentando, ma

continuando a creare scenari

quasi sempre cupi e/o poetici.

Al momento sto lavorando

con tecniche miste e modelli

da stampa 3D per realizzare

sculture a cupola di vetro.

Non vediamo l’ora di

apprezzare le sue future,

nuove creazioni.

Grazie Cherry per la tua Arte!

Riferimenti

Monsters

Galleria

ADreNalin

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MONSTERS

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MONSTERS

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MONSTERS

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MONSTERS

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MONSTERS

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MONSTERS

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ADRENALIN - LANDING

POINT

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GALLERY - GLUED

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GALLERY - THE PLANT

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GALLERY - SISTERS

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GALLERY - ENDOMETRIOSIS

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GALLERY - VR WOMAN NO

ESCAPE FROM THE GRID MAN

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GALLERY - AVOIR LA MAIN

VERTE A FLEUR DE PEAU -

PAPILLON...

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VAN LOOPEN

Van Loopen,

Responsabile del Settore

MUSICA

Se nella vita non fossi un architetto, probabilmente sarei

un musicista.

Penso in musica.

Vivo i miei sogni ad occhi aperti in musica.

Vedo la mia vita in termini di musica.

Dal 2009 in Second Life cerco di condividere questa

emozione con gli altri.

In veste di redattore e di consulente musicale per 360

GRADI vorrei far luce su un mondo che spesso viene

sottovalutato, ma che rappresenta invece una delle

principali attività nella “seconda vita” .

Infatti, il messaggio in musica arriva più facilmente a

destinazione, toccando le corde più intime e personali,

senza bisogno di altri intermediari nella comunicazione.

Nel variegato mondo musicale di Second Life mi

occuperò di artisti emergenti, ma anche di quelli ormai

consolidati che spesso non si conoscono abbastanza.

Approfitto di questo spazio per dare qualche punto

di riferimento nel panorama musicale di Second Life,

perchè “la gente consuma la musica come se fosse un

fazzoletto per il naso”.

(Zucchero)

Van

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DORIAN KA

CAN

Dorian è un cantante

italiano conosciuto e

apprezzato da anni.

Scritto da VAN LOOPEN.

Immagini di JARLA CAPALINI

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SH

TANTE LIVE

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DORIAN KASH

CANTANTE

Dorian Kash fa parte di quegli

interpreti/cantanti che dove lo

metti riesce ad essere una garanzia

di successo con molta naturalezza,

con un repertorio molto vasto.

Cari amici di 360GRADI, in

questo numero della rivista

parlerò di un artista italiano. È

venuto il momento e non posso

più rimandare, perchè anche il

bel paese offre il suo importante

contributo, alla comunità

esselliana, di interpreti e cantanti

live sia maschili che femminili.

La prima caratteristica che ho

sempre notato è che però pochi

rimangono attivi nel tempo nella

fisiologica alternanza di voci

nuove e quelle storiche, nuovi

interpreti che però dopo un po’

scompaiono dalla scena.

Ed è un vero peccato.

Forse ciò è dovuto all’uso che noi

italiani abitualmente facciamo

di SL. Nel senso che anche nel

settore musicale (escludendo i

DJ che sono molto più costanti

e presenti), ci prodighiamo

non come vero lavoro ma

come puro passatempo,

tralasciando ovviamente

l’aspetto dell’impegno e

dell’appuntamento.

Tra i cantanti uomini italiani, che

hanno una presenza abbastanza

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Tecnicamente ha una

voce dal tono deciso e

caldo, con una intonazione

innata, e nello stesso

tempo riesce a creare

intima introspezione in

chi lo ascolta.

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costante, parlerò oggi di

Dorian Kash.

Ho scelto di inziare

con lui perchè, dopo

un periodo di fermo

attività (il primo per lui),

è ritornato da poco a

calcare i palchi delle land

di SL, più motivato di

prima.

Ed il suo ritorno è un

valore aggiunto per tutti,

italiani o non.

Ciascun artista ha

prerogative precise e ben

definite. Alcuni scelgono

di esibirsi esclusivamente

in land italiane, altri

escono anche dai propri

confini, ma tutti hanno

delle caratteristiche

molto differenti tra loro

che li distingue.

Dorian Kash fa parte di

quegli interpreti/cantanti

che dove lo metti riesce

ad essere una garanzia

di successo con molta

naturalezza, con un

repertorio molto vasto.

Tecnicamente ha voce dal

tono deciso e caldo, con

una intonazione innata,

e nello stesso tempo

riesce a creare intima

introspezione in chi lo

ascolta.

Il canto per lui è un

hobby, e come per tutti

gli altri hobby che ha in

RL, mette attenzione nei

particolari e impegno

nella preparazione.

Questo parla della sua

personalità e della sua

sensibilità. Ma del resto

da uno che ama stare tra

le nuvole, pilotando aerei

da turismo e praticando

paracadutismo, cosa ci

si può aspettare se non

attenta preparazione

nelle cose per gestire

anche quel pizzico di

follia?

La sua impostazione

vocale gli indica il

suo repertorio e le

sue preferenze musicali,

in modo naturale:

introspezione musicale delle

canzoni d’autore italiane,

interpretazioni di canzoni

internazionli tra jazz e i

spumeggianti musicals

americani.

Ogni sua serata è un viaggio

musicale attraverso le più

belle canzoni internazionali

conosciute e, spesso, di

nicchia italiane.

Si diverte e fa divertire, non

c’è che dire.

Dalla intervista che ci ha

concesso, apprendiamo

cose interessanti sulla sua

personalità.

A voi scoprirle.

Van: Dorian, come nostra

prassi, chiediamo all’artista

una descrizione di se stesso

per farlo conoscere meglio

anche nei suoi aspetti privati.

Parlaci della tua origine

anagrafica, dove vivi, hobby,

lavoro...

Dorian: Dunque, io sono di

origini liguri vengo da Lerici

un paesino incantevole

sul mare inserito tra le

insenature del golfo di La

Spezia. Di fronte, Portovenere

porta di accesso delle Cinque

Terre: insomma uomo di

mare, un retaggio al quale

tengo molto. Come spesso

accade però, per i vari casi

della vita, mi sono ritrovato

132 360 GRADI


a vivere ormai da anni

a Trento, tra montagne

e neve, Circondato non

più questa volta da

salsedine e acciughe,

ma da Dolomiti e stinco,

altra mia passione! Rido!

Neve quindi ora e tanto

sci, quando si poteva,

uno dei miei sport

preferiti insieme alle arti

marziali, il paracadutismo

e il pilotaggio di aerei

da turismo. Per quanto

riguarda il mio lavoro,

dopo aver smesso di fare

il musicista, dopo venti

anni, tra terzetti, duetti,

gruppi e lavoro in sala e

in studio, ora lavoro in

un ufficio doganale di

un’azienda del territorio,

un lavoro interessante

che mi lascia tempo per

suonare la musica che

da bimbo è entrata nella

mia vita sottoforma di un

pianoforte e non se n’è

più andata.

Van: Ricordi la prima volta

che hai cantato in SL e

come è successo?

Dorian: Sì, certamente,

è un ricordo molto bello.

Feci la mia prima serata

in una frequentatissima

land italiana “Zero

Moda” da Miss Erya: fu

davvero particolare ed

emozionante, anche se

dopo tanti concerti e

serate in RL non avrei mai

pensato di emozionarmi

cantando davanti ad uno

schermo. Devo dire che

l’emozione ci fu eccome,

ed anche ora è sempre

presente in tutti i miei

set. Non smetterò mai

di mettermi in gioco e

di ricercare l’emozione

di un pubblico anche su

SL. Accadde che conobbi

una persona che mi

portò in un karaoke,

non avrei mai pensato

esistesse un karaoke

su SL. Fui spronato a

cantare e così, dopo aver

cercato di capire quali

fossero le necessità

tecniche, cominciai a

frequentare quella land.

Avevo scoperto come

divertirmi ancora con il

canto. Fui poi convinto

a fare la prima serata di

cui raccontavo prima, da

una ragazza, Stupenda

Flux, che mise anima

e corpo pur di farmi

intraprendere la carriera

di cantante in SL. Così

lei si mise d’accordo con

Erya e tutto nacque!

Van: Nel panorama

dei cantanti italiani in

SL occupi uno spazio

importante da molto

tempo. Questo successo

è per te un obiettivo,

uno stimolo o non ti

interessa ottenere il

consenso?

Dorian: Parliamoci

chiaramente, ricevere

consenso è bellissimo,

gli applausi e i “bravo”

sono lo stimolo e il

nutrimento di quella

parte fondamentale di

un artista che è il suo

narcisismo. La voglia

di donarsi ed essere

ascoltati dal pubblico

è una droga più forte

di qualunque altra MA,

il consenso, quando è

vero, non ha nulla a che

fare con la sua affannosa

ricerca. Più lo insegui

più si allontana. L’unico

modo di arrivare a essere

accolto dalle persone, è

essere me stesso, vero:

certamente con la voglia

di stupire, ma alla fine

donandomi senza MAI

cercare di compiacere,

bensì aprendo l’anima e

cercando di interpretare

col cuore in mano, nudo.

Allora ciò che provo

cantando mi accorgo

che arriva! E lì si crea la

magia, che il pubblico sia

fatto da 100 persone o

3. Tutto questo vale per

me, posso parlare solo a

nome mio senza pensare

di esprimere chissà quale

verità se non la mia.

Van: SL è un gioco per

te, un’opportunità per

esprimere il tuo talento o

qualcos’altro?

Dorian: SL per me è

stato ed è un mondo

davvero emotivamente

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periglioso. Non riesco a

vederlo come un gioco,

ma come un’occasione,

per chi si vuole

esprimere. Cantare in SL

mi ha dato la possibilità

di eseguire brani che ho

sempre amato e che per

una cosa o per l’altra in

RL non ho mai potuto

eseguire. Forse sì, da

questo punto di vista è

un’opportunità.

Van: Quale messaggio

vuoi trasmettere agli

altri attraverso le tue

interpretazioni?

Dorian: Nessuno!! no,

non ho la presunzione di

lanciare un messaggio.

Nulla di più di una

piacevole oretta in

compagnia. Unica

eccezione quando canto

per beneficienza in

occasione della raccolta

fondi in favore di IKSDP

Harambee Project Gwassi

Kenya di Lorella e Lotrec

e per la ricerca contro la

Sla dell’evento Harvey

di Electra: questo credo

sia davvero un modo

non solo per mandare un

messaggio di fratellanza

e amore, di accoglienza

e partecipazione ma

riuscire, insieme ad

altri svariati artisti, a

modificare la vita reale

di persone partendo da

un progetto realizzato

all’interno di un mondo

virtuale è qualcosa che

riempie il cuore che ti

permette di realizzare

qualcosa di veramente

concreto e appagante.

Van: Ti conosco da molti

anni in SL e, per quanto io

abbia potuto constatare,

la tua interpretazione

preferita, grazie alla

tua voce calda, sempre

intonata e decisa,

sembra essere il genere

dei Musicals americani,

con riferimenti di Ella

Fitzgerald e Frank Sinatra,

anche se passi dalla

Jazz music alla canzone

d’autore italiana con

estrema facilità. Quindi

ti chiedo, quale è la tua

influenza e conoscenza

musicale in RL? Hai fatto

studi specifici o hai

iniziato per hobby?

Dorian: Hai davvero

colpito nel segno! il jazz

e lo swing sono i miei

amori musicalmente

parlando. La musica

americana dagli anni

20 in poi mi ha sempre

affascinato ancor prima

il blues e lo spirituals.

Cantare Sinatra è per me

meraviglioso anche se

inarrivabile, ma giocare

con gli anticipi i rientri

le sincopi e gli accenti

dello swing con la voce è

divertentissimo. Qui devo

aprire una parentesi: i

miei studi classici della

musica, grazie allo studio

del pianoforte, mi hanno

fatto conoscere la grande

musica dalla quale tutto

deriva!! Lì c’è tutto! La

melodia pucciniana la

ritroviamo nella grande

musica napoletana fino

ad arrivare agli stili

tradizionali della musica

italiana, soprattutto

cantautorale. Abbiamo

dei capolavori nella

musica così detta leggera

incredibili, delle poesie

meravigliose, penso a

testi di cantautori come

Fossati, Dalla, De Andrè,

De Gregori, Venditti,

quanti ce ne sarebbero da

menzionare. Non ultimo

il filone Jazz Italiano da

Rossana Casale a Nicola

Arigliano, passando

da Sergio Cammarere

e Fabio Concato dei

geni assoluti che amo

incondizionatamente.

Van: Ti piacerebbe

cantare insieme ad altri

cantanti affermati in SL?

Se sì, con chi?

Dorian: Sì, mi piacerebbe

moltissimo con chiunque

ne avesse voglia! Mi

piacerebbe anche un

progetto tipo USA FOR

AFRICA: sarebbe davvero

bello e interessante. Così

come portare in giro dei

repertori di tre o quattro

cantanti: so che esiste

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la possibilità di cantare

insieme, ma sinceramente

non ho mai capito

come (tecnicamente in

streaming intendo).

Van: Quale è la tua

canzone preferita e

perché?

Dorian: O Mamma mia,

questa è la domanda

del secolo! ci sono

tantissimi capolavori

della musica italiana

che meriterebbero una

menzione, ma se mi devo

guardare dentro posso

dirti che la canzone che

avrei voluto scrivere è

“quando sarò capace

di amare” di Giorgio

Gaber: il perché sta nella

meravigliosa semplicità

e capacità di sintesi di un

testo che fa innamorare

da subito! Come ha

saputo spiegare l’amore

in questa canzone è una

perla rara.

Van: Come già detto, ti

esibisci prevalentemente

nella comunità italiana.

Hai mai pensato di

farti conoscere ancora

meglio anche dalle altre

comunità di SL? Quale

palcoscenico preferiresti?

Dorian: Sì, mi attira

cantare in altre comunità

e per qualche tempo

l’ho fatto sia in land

americane che australiane

e argentine, dove

peraltro avevo costruito

un repertorio di tango,

un altro genere che mi

affascina e che ancora

mi accompagna nelle

mie serate. Purtroppo

il cantante italiano

all’estero è legato a

doppio filo a dei cliché

che ne condizionano

il repertorio, quindi mi

ritrovavo ancora una volta

a cantare pezzi che non

sentivo miei e quindi

a compiacere anziché

emozionare e questo non

fa per me. Mai comunque

dire mai.

Van: Dorian, nel

ringraziarti per la tua

disponibilità, adesso

apro un piccolo siparietto

personale. Ammiro

molto il tuo eclettismo

di interessi personali,

tra cui pilotare in RL

aerei da turismo e il

paracadutismo. Sono

curioso di sapere, quando

sei al comando del

tuo aereo canti felice

nell’abitacolo, come io

canterei sotto la doccia?

Dorian: Assolutamente sì,

quando sono solo però

perché se porto qualcuno

per diporto faccio il pilota

serio e professionale… ma

da solo…mi scateno!! e

atterro senza voce!

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ASCOLTA DORIAN KASH

MENTRE CANTA

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MISOINDITE ROMANO

Misoindite Romano,

Responsabile del Settore

MODA

Una breve presentazione senza voler annoiare nessuno.

Ringrazio Oema e Van per avermi dato questo spazio sul

loro Magazine.

Misoindite Romano, Miso per tutti (o quasi), modella

credo da sempre, non ho mai fatto altro se non la

modella e fashion show.

In molti sorridono di questo lavoro in SL, inconsapevoli

che gira un mondo di persone e di linden su questa

attività. Stilisti e agenzie di varie nazionalità non

esisterebbero se non ci fossero modelle o blogger.

Ho alle spalle 12 anni di Second life, tanta passione, e un

accurato lavoro sulla mia personalità e sul mio avatar,

che cerco di rappresentare nel migliore dei modi.

Fatta questa premessa, il mio compito sarà quello di

tenervi informati, facendovi magari venire la voglia di

accompagnarmi nel campo della moda in SL.

Miso

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VALENTINA E

DESIG

Scritto da OEMA.

Immagini di JARLA CAPALINI.

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.

NER

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VALENTINA

E.

Valentina E, è un brand molto noto

nello scenario della moda di Second

Life. Il negozio è frequentato, tra le

altre, dalla comunità italiana.

Ho scoperto il negozio di

Valentina E. solo qualche mese

fa in occasione di un evento

in cui i brand che aderivano

mettevano in vendita un capo

per il prezzo di 60 L$. Ricordo

anche il capo che comprai

e la sensazione di inusuale

familiarità quando sono

atterrata per la prima volta

al negozio di Valentina. Sarà

perché il nome è italiano, sarà

perché lo stile del negozio e

degli abiti proposti “veste come

un guanto” le mie esigenze di

classe e originalità, il negozio

di Valentina Evangelista è

sicuramente tra quelli che visito

maggiormente.

Ho pensato così di intervistarla

in occasione dell’uscita di

questo numero di 360GRADI

e conoscerla meglio. Tra l’altro

Valentina Evangelista è molto

apprezzata anche da Jarla

Capalini, la fotografa della

rivista e responsabile del

settore fotografia.

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Valentina E. è un brand

originale, che sa presentare

un suo stile unico.

360 GRADI

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Ho notato che il negozio

è molto conosciuto

e apprezzato dalla

comunità italiana, forse

a causa del nome del

brand. Tuttavia Valentina

non è italiana, quindi se

volete comunicare con

lei, l’inglese è la lingua da

preferire.

Vediamo ora di fare la sua

conoscenza.

Oema: Da quanto tempo

crei vestiti per Second

Life, e come hai iniziato?

(conoscevi già il software

che usi per creare?)

Valentina Evangelista:

Creo vestiti mesh in

Second Life da circa

dieci anni. Avevo alcuni

amici che lavoravano

a tempo pieno come

creatori di contenuti in SL

e l’idea sembrava molto

attraente. Ho trascorso la

maggior parte della mia

vita lavorativa nel campo

della presentazione

visiva, quindi il design

non mi era nuovo. Tuttavia

il mio set di abilità non

includeva nessuno dei

programmi richiesti per

modellare, texturizzare e

animare le mesh. Con un

po’ di indicazioni da parte

dei miei amici designer

di cui sopra, ho iniziato

a imparare da sola come

creare abiti per Second

Life. Questo è stato un

processo dolorosamente

lento e pieno di tentativi

ed errori. Le mie prime

creazioni sono piuttosto

divertenti da guardare,

ma sono orgogliosa di me

stessa per aver continuato

e per essere arrivata

al punto che ora amo

indossare i miei progetti.

Detto questo,non si

finisce mai di impararei

con la creazione di

contenuti. Ci sono sempre

modi per migliorare e

c’è ancora così tanto che

voglio fare e imparare.

Second Life è una

piattaforma meravigliosa

per il design. Se sei

disposto a metterci il

tempo e lo sforzo, le

opportunità sono infinite.

È una delle ragioni per cui

molti di noi amano SL.

Oema: Il tuo stile è unico,

e come dicono diverse

persone del tuo marchio,

sei originale, e non

copi da nessuno. Trovi

ispirazione nelle riviste di

RL o in altro?

Valentina Evangelista: Ho

cercato di trovare un po’

di nicchia nel mercato di

SL e, soprattutto, di fare

cose che voglio indossare.

Sono sicuramente ispirata

dagli stilisti della vita

reale, dalla cultura pop,

ecc, ma anche dai buchi

nel mio guardaroba di SL.

Se non riesci a trovare

quello che vuoi indossare

devi solo crearlo!

Tutta la moda e l’arte è

derivata e collaborativa

in qualche modo, ma

fai sempre qualcosa di

tuo quando passi da

un’idea nella tua testa al

prodotto finale. A volte

mi sorprendo quando

inizio a fare una cosa e

finisco con qualcosa di

completamente diverso!

Oema: Fai vestiti da sola o

c’è qualcun altro che vuoi

menzionare riguardo al

tuo marchio?

Valentina Evangelista:

Valentina E. è gestito da

me e questo è il motivo

per cui non sono sempre

in grado di offrire tutte

le taglie e le opzioni

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che vorrei. Faccio tutto

io, dall’ideazione del

design, alla modellazione,

al texturing, al rigging,

al packaging, alla

promozione e al servizio

clienti. Sono molto

fortunata ad avere una

persona che aiuta il mio

marchio in un modo

molto importante. Lori

Matthews sta scattando le

mie pubblicità da un po’

di tempo e fa un lavoro

meraviglioso nel mostrare

i miei disegni. È una

fotografa di talento e ha

un incredibile senso dello

stile. Posso mandarle

qualsiasi cosa da

fotografare e lei la porterà

al livello successivo.

Oema: Che suggerimenti

daresti a qualcuno che

vuole iniziare a fare

vestiti in SL? Suggeriresti

di iscriversi a qualche

corso specifico, di

imparare seguendo i

video tutorial di YouTube,

o altro?

Valentina Evangelista:

Se si è disposti a mettere

il tempo e il lavoro si

può imparare a creare

contenuti di alta qualità

per Second Life. Non è

qualcosa che si può fare

da un giorno all’altro,

ma tutto è là fuori se è

qualcosa che si vuole

perseguire.

Ci sono molti fantastici

corsi a pagamento che

vi insegneranno la

creazione di personaggi,

la modellazione di

mesh, ecc. Pagare

per un’istruzione

probabilmente

aumenterà la velocità

di apprendimento, ma

non è l’unica via. Io sono

abbastanza autodidatta

tramite YouTube e vari

altri tutorial online

gratuiti. Ci sono anche

molti gruppi di creatori

inworld e forum di

discussione sul sito di

Second Life che sono

molto utili.

Per quanto riguarda

i programmi, puoi

spendere migliaia di

dollari comprando

programmi incredibili

per tutti gli aspetti della

creazione di mesh, ma

non ne hai bisogno.

Blender è un programma

gratuito che coprirà

gran parte di ciò che è

necessario fare e ci sono

molti tutorial disponibili.

Questo dovrebbe essere

il punto di partenza per

la maggior parte delle

persone.

Se decidi di tuffarti nella

creazione di contenuti

per Second Life, ti auguro

il miglior successo nei

tuoi sforzi. È un sacco di

lavoro, ma è anche molto

divertente. Il mondo

è ai tuoi piedi e la tua

immaginazione può

portarti ovunque.

Riferimenti

Valentina E. Store

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JARLA CAPALINI

Jarla Capalini,

Responsabile del Settore

FOTOGRAFIA

Scrittura con la luce, dal greco φῶς, φωτός, “luce” e γραϕία,

“scrittura”, questo è la “fotografia”.

Ora so che parlare di fotografia in Second Life farà

sicuramente arricciare il naso ai puristi o sorridere i

professionisti ed appassionati più benevoli; ma una

volta c’erano pellicola ed esposimetro, poi sono arrivati

macchine digitali e files, oggi usiamo anche i telefoni per

fotografare e grazie (forse) a questi la fotografia è ormai

alla portata di tutti.

Ecco quindi che un “viewer”, con tutte le sue peculiarità

tecniche, può diventare un mezzo perfetto per “scrivere”

con la “luce” virtuale l’incontro tra soggetto e l’occhio del

fotografo, da cui nasce una nuova possibile visione

immaginifica della realtà, seppur virtuale.

Questo faremo nel nostro viaggio tra i fotografi di Second

Life: parleremo di tecnica, composizione, ispirazione e

passione, sperando di convincere gli scettici che le nostre

immagini, per quanto raffiguranti un mondo di pixels,

possono essere considerate a buon diritto “fotografia”.

Jarla

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SADYCAT

LITTLEPAW

SadyCat è blogger, blogger manager e fotografa di

successo.

Scritto da JARLA CAPALINI.

Immagini di SADYCAT.

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BLOGGER

SADYCAT

SadyCat Littlepaws lavora da diversi

anni nell’industria della moda di

Second Life ed è una delle blogger più

accreditate del mondo virtuale.

SadyCat Littlepaws lavora da

diversi anni nell’industria della

moda di Second Life ed è una

delle blogger più accreditate del

mondo virtuale. La fotografia per

la moda è il suo pane quotidiano

e noi vogliamo provare a

strapparle qualche segreto.

Ovviamente lei è molto più di

questo, quindi incontriamola e

facciamo due chiacchiere.

Jarla: Come è stato il tuo inizio in

Second Life?

Sady: Un’amica in RL mi ha

tormentato ogni giorno per

2 settimane fino a quando

una notte in cui non riuscivo

a dormire, ho provato. Era il

novembre 2006 e da allora sono

qui. Lei non è durata sei mesi.

(Ridacchia)

Jarla: Quando ti sei appassionata

alla fotografia e cosa ti ha

attratto.

Sady: Credo che il mio amore

per la fotografia venga dalla vita

reale. Scattavo tantissime foto

in RL, persino servizi fotografici

con i miei amici e questo molto

prima dei giorni di Instagram e

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In qualità di blogger manager ha

il difficile compito di selezionare i

bloggers migliori.

360 GRADI

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degli altri social media.

Jarla: Ti sei occupata

sul blog sia di

arredamento che di moda,

tecnicamente hanno

punti in comune o sono

due cose completamente

diverse?

Sady: Si, mi sono occupata

sia di arredamento che

di moda sul blog. Mi era

stato detto che avrei

dovuto concentrarmi su

un unico genere per più

tempo e invece io volevo

dimostrare che potevo

fare entrambe le cose.

E le ho fatte, ma ad un

certo punto non riuscivo a

tenere il passo. Occuparsi

di arredamento nel blog

è molto diverso dalla

moda e, secondo me, può

essere più stimolante. Ci

vuole molto più tempo,

questo è certo.

Jarla: Che cosa ti ha fatto

scegliere di dedicarti solo

alla moda... a parte la

passione che ogni donna

ha per gli abiti?

Sady: Semplicemente

non avevo più il tempo

di preparare le scene

per il decor. Mi piace

ancora arredare e creerò

sempre i set per le mie

foto di moda, ma per

dare all’arredamento

l’attenzione che merita

... beh, non ho proprio

tempo. Inoltre, odio

abbassare il livello

“ Mi sono

occupata sia di

arredamento che

di moda”

SadyCat

qualitativo delle mie

scene. (sorride)

Jarla: Sembra che il modo

di fare il fashion blogger

sia cambiato negli ultimi

anni, ora è tutto più

incentrato sulla fotografia,

e non sullo scritto. Tu che

ne pensi?

Sady: Penso che la

moda sia sempre stata

più un’industria visiva.

Quando i blogger

scrivono, alcuni parlano

della loro vita... altri

parlano degli oggetti

fotografati. Ad essere

onesti, penso che parlare

degli articoli e della

moda sia davvero la

strada da percorrere,

ma faccio fatica a farlo.

Onestamente non so se

più che una manciata

di persone legga

effettivamente il mio

blog.

Jarla: Quando c’è una

nuova release, come

organizzi tutto il lavoro

per arrivare allo scatto?

Sady: Ogni scatto è

diverso. Mi vengono delle

idee quando vedo le

nuove cose, ma a volte

uno scatto assume una

vita propria. Tendo ad

annotare le idee che mi

vengono sui post-it e ho

tante bandierine fucsia

che incorniciano il mio

monitor. A volte rimugino

su un’idea anche per

mesi.

Jarla: Dopo aver salvato

lo scatto quanto lavori

sulle tue foto?

Sady: Dipende da cosa

voglio fare, ma di solito

mi piace giocare con le

luci e avere un’immagine

chiara di ciò che sto

cercando di mostrare.

Jarla: Sei sempre

soddisfatta del risultato

che ottieni?

Sady: Vorrei dire che non

pubblico mai una foto di

cui non sono soddisfatto,

ma ci sono volte in cui

il tempo è essenziale e

ho bisogno di pubblicare

“qualcosa”. Mi piace la

maggior parte delle mie

foto, ma ogni tanto ne

faccio una e sono tipo ...

ugh, la odio. Certo, sono

quelle foto che invece

sembrano piacere a tutti.

(ridacchia)

Jarla: E’ importante un

avatar ben fatto per la

riuscita di una foto?

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Sady: A mio parere, è

imperativo. Non sono una

editor di foto abbastanza

brava da rendere

fantastico un avatar di

sistema con Photoshop.

Io non disegno niente.

Il massimo che faccio è

migliorare lo scatto per

mettere in maggiore

evidenza le cose. Non

sono una maga.

Jarla: Una foto di moda

deve ovviamente mettere

in luce la creazione per la

quale viene realizzata, ma

secondo te qual è la cosa

o le cose che catturano

l’attenzione del pubblico?

Sady: Le scelte di

illuminazione e colore

fanno un’enorme

differenza, poi la posa.

Non puoi mostrare un

top se le tue braccia sono

piene di fiori e cibo. Non

puoi mostrare una skin se

sei coperto di tatuaggi e

trucco pesante. Non puoi

mostrare correttamente

una gonna se sei seduta.

Jarla: Quanto conta la

componente artistica in

una foto di moda?

Sady: Migliore è la foto

e più persone vorranno

guardarla. Allo stesso

tempo, penso che sia

importante per i brand

avere diversi tipi di

blogger. Ad esempio,

un brand come Vinyl o

Blueberry... creano abiti

che stanno benissimo su

tutti, ma lo stile di ognuno

darà suggerimenti agli

spettatori. Quindi, è

utile avere alcuni artisti

dark/gotici nei team dei

blogger per mostrare

come le creazioni

possono essere versatili.

Hai le ragazze gattine,

le tue ragazze urbane

e le ragazze classiche

(preciso che questo non

è un insulto). Più versatile

è la tua squadra, più

versatilità viene messa in

mostra e più si amplia il

tipo di pubblico a cui ci si

rivolge.

Jarla: A proposito di

brand… Oltre a essere un

blogger, sei una blogger

manager per importanti

marchi in SL, immagino

tu partecipi anche alla

selezione dei blogger:

quali sono i requisiti

che devono avere come

fotografi?

Sady: La prima cosa che

cerco è la visibilità. Le

persone si arrabbiano

360 GRADI

165


tantissimo per questo,

ma la verità è che... il

punto centrale di avere

blogger è mostrare i

prodotti a quante più

persone possibile. Il blog

è pubblicità. Quindi,

ovviamente, cerco sì dei

fotografi raffinati ma

con la massima visibilità

possibile. Piaccia o no,

il blog è un gioco di

numeri. Non distribuiamo

solo prodotti gratis.

Accettiamo di darti i

nostri articoli se accetti

di promuoverli nel modo

migliore. È così semplice.

Jarla: Vorresti condividere

con noi un tuo “segreto”

riguardo alla fotografia su

SL? Puoi dire anche no se

preferisci

Sady: Non so se ho un

segreto. Mi ispiro agli altri

e sperimento molto. Se

guardi il mio stream su

Flickr, vedrai che c’è una

grande varietà di stili.

Jarla: Il tuo “miglior”

difetto?

Sady: Uhm ... ne ho così

tanti. Non saprei quale sia

il “migliore”. Immagino di

poter dire la mia voglia

di sperimentare, che mi

ha tenuto lontana da

molti team, perché manco

di uno stile coerente.

Tuttavia, non smetterò

mai di provare cose

nuove. Non so se questo

sia davvero un difetto.

“Non so se ho un

segreto. Mi ispiro agli

altri e sperimento

molto”

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Un grazie speciale a

Un ringraziamento speciale ai nostri

affezionati lettori che hanno messo il

kiosk della rivista sulla loro land:

Lee Olsen

LUNDY ART GALLERY

Tia Rungray

STRUKTURO

-Ñïéü- (nieuwenhove)

NOIR’WEN CITY

Dixmix source

DixMix Art Gallery

Anelie Abeyante

La Maison d’Aneli

Ilyra Chardin (ilyra.chardin)

Emergent Gallery

LIV (ragingbellls)

Raging Graphix Gallery

Michiel Bechir

Michiel Bechir Gallery at Embrace

Michiel Art Cafe

Hermes Kondor

Viktor Savior de Grataine (viktorsavior)

SHINY (narayanraja)

Bohemio Love

Jaz (Jessamine2108)

Art Promotion

Camp Italia

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“inside me ”

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Mina Arcana

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Grazie per la lettura.

Speriamo che tu

abbia gradito questo

numero.

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