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Art&trA Rivista Dic 2020 Gen 2021

Rivista d’arte, cultura e informazione

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2.0

Speciale:

La collezione

Biscozzi/Rambaud

di Silvana Gatti

AccA internAtionAl Srl

Anno 13° - DiceMBre / GennAio 2020/21

90° Bimestrale di Arte & cultura - € 3,50

A l e s s i o D e ’ F i o r i

A l s e c o l o

A l e s s i o

S c h i A v o n

Art&Vip

intervista a Anthony Peth


Antonio Murgia

“TO BE NON POSITIONAL” - CM 120 X 100 (DIPTYCH


www.tornabuoniarte.it

“Frammenti” - 1979-82 - smalto su tela - cm 160x130

Franco Angeli

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 - info@tornabuoniarte.it

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Ufficio pubblicità:

A cura dell’AccA internAtionAl S.r.l.

S o M M A r i o

D i c e M B r e - G e n n A i o 2 0 2 0 / 2 1

la Fondazione BiScoZZi / riMBAUD Pag. 6

a cura di Silvana Gatti

le signore dell’arte. Storie di donne tra ‘500 e ‘600 Pag. 38

a cura di Silvana Gatti

Frida Kahlo. il caos dentro Pag. 44

a cura di Silvana Gatti

Meraviglie archeologiche in Africa Pag 50

di Francesco Buttarelli

“Due minuti di arte” - come gli artisti hanno dipinto l’inverno Pag 58

di Marco lovisco

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ideazione Grafica AccA internAtionAl S.r.l.

Fotocomposizione: a cura della redazione

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Pubblicazioni:

AnnUArio D’Arte MoDernA

“artisti contemporanei”

riviStA: BiMeStrAle Art&trA

registrazione: tribunale di roma

iscrizione camera di commercio di roma

n. 1294817

1ª di copertina: Alessio Schiavon

2ª di copertina: Antonio Murgia

courtesy: Arte investimenti - Milano

3ª di copertina: nicola Morea

4ª di copertina: Giuseppe trentacoste

copyright © 2013 AccA internAtionAl S.r.l.

riproduzione vietata

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rUBriche

Sabrina Barbagallo: Futuro, passato e presente Pag. 14

di Giorgio Barassi

Josip lalić. Pittore cosmopolita. 1867 - 1953 Pag. 18

di Svjetlana lipanović

Alessio De’ Fiori (al secolo Alessio Schiavon) Pag. 22

a cura di Giorgio Barassi

laboratorio AccA Pag. 28

a cura della redazione

rita lombardi. Arte e scienza Pag. 30

di Giorgio Barassi

talenti del XXi secolo (Samantha casella) Pag. 33

a cura di Marilena Spataro

Art&vip - Anthony Peth, il protagonista del mese Pag. 54

a cura della redazione

les fleurs et les raisins. trasversali allegagioni d’arte Pag. 62

a cura di Alberto Gross

i tesori del Borgo - Abano terme Pag. 66

a cura di Stephanie Bertelli

Biografie d’artista (nadia Barresi) Pag. 69

a cura di Marilena Spataro

Art&events Pag. 70

a cura della redazione

Mostre d’arte in italia e fuori confine Pag. 74

a cura di Silvana Gatti

i piccolini di Mario esposito Pag. 81

di Francesca Bogliolo

Patrizia Monzio compagnoni: artista nell’anima Pag. 86

di Francesco Buttarelli


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attività e d è a disposizione di chiunque voglia tenersi

aggiornato sul mon do dell’arte con una moltitu dine di

notizie che verranno continuamente pubblicate.



GIANMARIA

PO

POTENZA

F&M INGEGNERIA

SOSTIENE LA CAMPAGNA

AGNA

DI RACCOLTA A FONDI “INSIEME PER LA PGC”

DELLA COLLEZIONE PEGGY GUGGENHEIM

DI VENEZIA GRAZIE ALLA DONAZIONE DI

GIANMARIA POTENZA.

La Nascita del Sole n.0 - Mosaico di smalto vetroso e legno 44x44 cm

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6

La Fondazione

BISCOZZI | RIMBAUD

Nasce a Lecce un nuovo spazio

espositivo per l’arte contemporanea

Apertura al pubblico da domenica 7 febbraio 2021

a cura di Silvana Gatti

Mario Schifano - Senza titolo (Palma) - 1974-1977 - smalto su tela - cm 200 x 133

Lamore per l’arte, spesso, va di

pari passo con l’amore di una

vita, come nel caso di Dominique

Biscozzi Rimbaud e suo

marito Luigi Biscozzi, una

coppia che ha condiviso la crescita di una

collezione d’arte, che verrà esposta in permanenza

a Lecce nel nuovo spazio espositivo

che aprirà al pubblico da domenica 7

febbraio 2021. Luigi Biscozzi, conosciuto

nel settore della consulenza fiscale e tributaria

in Italia, nato a Salice Salentino nel

1934, iniziò a collezionare opere d’arte nel

1969, ed ha fatto appena in tempo ad approvare

l’ultima bozza del catalogo (ora a lui

dedicato), a scegliere come sede espositiva

la palazzina di piazzetta Baglivi 4 a Lecce,

a confermare nei loro incarichi il curatore

del catalogo e quello della collezione, prima

di passare a miglior vita il 12 settembre

2018, lasciando alla moglie il compito di gestire

la Fondazione Biscozzi Rimbaud. Al

fine di completare la collezione, alcune o-

pere furono aggiunte negli ultimi mesi di

vita di Luigi Biscozzi e per un periodo dopo

la sua scomparsa, assecondando la sua volontà.

Tra le ultime acquisizioni della collezione

Biscozzi Rimbaud sono da annoverare

Martini, de Pisis e Veronesi. Con la moglie

Dominique Rimbaud, conosciuta a Parigi,

Biscozzi ha condiviso per oltre quarant’anni

la passione per l’arte, viaggiando per Biennali

e mostre internazionali, interessandosi

al dibattito tra realismo, figurazione, informale,

astrazione, vivendo l’atmosfera della

Milano degli anni Sessanta: il bar Jamaica a

Brera con i fotografi Mulas, Dondero, Alfa

Castaldi, ma anche Lucio Fontana, Piero

Manzoni, Ettore Sordini, Angelo Verga, Dadamaino

e giornalisti, scrittori, critici d’arte.

Biscozzi, donando alla città le Lecce la sua

collezione, voleva suggellare il suo legame

con il Salento, da Lecce, col suo trionfante


Arturo Martini - “Cacciata di Adamo ed Eva” - 1946 circa Filippo de Pisis - “Dalie” - 1931

barocco, alle piccole chiese con un barocco

più modesto ma sempre affascinante.

Aveva infatti scritto: «Ho un debito

di riconoscenza nei confronti della mia

città di Lecce: mi ha dato la sua bellezza

e una base scolastica che mi ha consentito

di proseguire gli studi a Milano».

Negli anni la collezione è stata ampliata

fino a comprendere oltre duecento opere

di grande qualità tra dipinti, sculture e

grafiche. La collezione annovera opere

importanti di grandi nomi italiani e internazionali

dell’arte del Novecento: Filippo

de Pisis, Arturo Martini, Enrico Prampolini,

Josef Albers, Alberto Magnelli, Luigi

Veronesi, con particolare riferimento agli

anni Cinquanta, Sessanta e Settanta: Fausto

Melotti, Alberto Burri, Piero Dorazio,

Renato Birolli, Tancredi Parmeggiani, E-

milio Scanavino, Pietro Consagra, Kengiro

Azuma, Dadamaino, Agostino Bonalumi,

Angelo Savelli, Mario Schifano e

molti altri.

Nel febbraio del 2018 è stata costituita la

Fondazione Biscozzi | Rimbaud, riconosciuta

di pubblico interesse, con l’obiettivo

di creare a Lecce uno spazio dove

esporre stabilmente al pubblico una selezione

dei migliori pezzi della collezione,

ed impiantare una biblioteca specializzata,

fare attività didattica e allestire mostre

temporanee di arte del XX e XXI

secolo. La direzione tecnico-scientifica

della Fondazione e la curatela della collezione

sono state affidate allo storico

dell’arte Paolo Bolpagni e l’incarico di

progettarne la sede allo studio Arrigoni

Architetti, mentre Dominique Rimbaud

ricopre la carica di presidente.

Questa raccolta di opere è nata casualmente,

con una litografia di Vespignani e

una di Attardi, acquistate nel 1969 da un

venditore di libri porta a porta. Soltanto

in un secondo tempo Biscozzi venne a sapere

che entrambi gli artisti, insieme ad

altri, avevano fondato il gruppo ‘Il pro e

il contro’, quale riferimento di nascenti

esperimenti neo-figurali. Seguendo l’ordine

di allestimento della mostra, nella

prima sala troviamo un’opera di André

Lanskoy , nato a Mosca il 31 marzo 1902,

pittore russo che ha vissuto principalmente

a Parigi, rimanendo influenzato dal

Tachisme, movimento caratterizzato da

composizioni astratte create con colori

forti. Lanskoy si inserì tra gli artisti dell’astrazione

lirica e i pittori della Scuola

di Parigi, partecipando al Salon d’Automne

del 1924, una mostra personale nel

1925 e una retrospettiva delle sue opere

raccolte alla Neue Galerie di Zurigo in

1969. Lanskoy morì a Parigi il 24 agosto

1976. Nella stessa sala un’opera di Alan

Davie, pittore scozzese (Grangemouth,

Scozia, 1920 - Hertfordshire 2014). Al limite

tra astrazione e figurazione, Davie

connota i suoi intensi colori e i suoi segni

di significati simbolici e di implicazioni

ritualistiche legate allo Zen.

Nella seconda sala spicca un capolavoro

di Filippo de Pisis [1896-1956] del 1931,

l’olio su tela Dalie. Lo stile di de Pisis

nasce dall’eredità dell’Impressionismo e

dell’Espressionismo francesi, rivisitati in

chiave personale con una tecnica libera

ed estrosa. Molto bello, di matrice cubista

con timbro africano per via delle scelte

cromatiche e compositive, è l’opera di

Eugène-Nestor de Kermadec [1899- 1976],

Femme accoudée, del 1933. Sempre in

questa sala troviamo una piccola terracotta

risalente all’ultima fase della vita di

Arturo Martini [1889-1947], ossia la Cacciata

di Adamo ed Eva, dall’originale linguaggio

plastico che trasmette l’animo

dei personaggi attraverso una potente forza

evocativa che va oltre l’apparenza,


8

Piero Dorazio - “Composizione reticolo blu” - 1962

spingendosi alle soglie dell’astrazione.

Tra gli artisti della collezione, Enrico

Prampolini celebra quell’arte “polimaterica”

che è un mezzo d’espressione artistica

rudimentale, il cui potere evocativo

è affidato alla plasticità della materia,

come si nota nel polimaterico “Irradiazioni

cosmiche” del 1954, esposto in questa

sezione insieme alle due chine su carta

di Luigi Veronesi [1908-1998], artista che

si pone tra le avanguardie storiche e l’arte

della seconda metà del Novecento. Nelle

sue opere, le forme vivono nello spazio

senza una direzione precisa, generando

una liricità che si traduce in ritmo dinamico

grazie alle relazioni tra le figure lineari

e lo spazio che esse creano sul supporto.

Presenti in questa sala anche opere

di Josef Albers, André Masson, Hans

Hartung, Zoltán Kemény.

Proseguendo nel percorso della mostra,

nella terza sala troviamo un olio su tela

del 1960 di Enzo Brunori, Vento caldo.

Nel clima di un espressionismo astratto

che approda a una lettura più lirica, si

muove la pittura di Renato Birolli [1905-

1959], veronese. Nel suo ciclo di Incendi,

da cui proviene Incendio notturno del

1956, qui esposto, la fusione tra figura e

fondo si affida a quella Rivoluzione del

colore che rende quest’ultimo intenso,

drammatico, totalizzante. Alla ricerca di

un possibile dio (1958) è il titolo nietzschiano/beckettiano

che Emilio Scanavino

[1922-1986] conferisce alla tela qui

esposta. “Il nero è la notte che eguaglia

le cose e riduce tutto ad una parata di

ombre. Io sono il pittore di queste ombre”,

afferma l’artista genovese, mentre

Achille Perilli [1927] nell’opera presente

in collezione, La radice della noia, del

1958, formula la sua indagine di estrazione

formale partendo da un fondo scavato,

segnato, organizzato. Anche nei lavori

di Gianni Bertini [1922-2010] l’arte

pittorica sperimenta diverse tecniche, dall’automatismo

tachiste al grafismo, dall’action

painting, al calligrafismo, dalle

emulsioni al frottage e al polimaterismo,

come è evidente nell’opera in mostra, Les

sandales de Pandore (1956). Con Tancredi

Parmeggiani, [1927-1964], A proposito

di natura (1958), il discorso informale e

quello geometrico si fondono. Il dinamismo

disordinato della pittura giovanile di

Tancredi fa dell’artista il miglior allievo

di Kandinskij e di Klee, ma anche di Balla,

Severini e dei maestri e amici più

prossimi, Emilio Vedova e Lucio Fontana

(la cui influenza sfocia nella comune sottoscrizione

del Manifesto spazialista). Il

malessere esistenziale che porta Tancredi

dalla protezione di Peggy Guggenheim

dal 1951 al suicidio nel Tevere, nel 1964,

sembra preannunciata in ogni tela.

La sala 4 racchiude opere di Pietro Consagra

[1920-2005], in cui l’artista, con la

serie dei Colloqui (dal 1955) da cui Oracolo

di Chelsea Hotel (1960) e Lettera

clochard (1961), giunge alla contemplazione

frontale. La libera interpretazione

della materia tra volumi e spazio si ritrova

anche nell’Ascesa (1965) di Umberto

Milani [1912-1969], che consiste

nello sviluppo di forme ascensionali, diramate

attorno a nuclei in espansione seguendo

una direttrice verticale. Per un

personaggio (1960), di Bepi Romagnoni

[1930-1964] si distacca dal descrittivismo

e dall’astrattismo e formalismo del secondo

dopoguerra, annoverando una pittura

dai toni forti interessata alla ricostruzione

dell’immagine.

Proseguendo la visita nella quinta sala,

l’opera di Alberto Burri [1915-1995] impone

la metamorfosi del quadro alla metà

del Novecento. A partire dal 1948, l’artista

utilizza i materiali più disparati in

sostanza pittorica, giungendo alla sublimazione

dei materiali come nel Cellotex


Osvaldo Licini - “Notturno” - 1957

del 1983, facente parte della collezione.

Anche Alfredo Chighine [1914-1974],

come Bonfanti e Della Torre, giunge all’astrazione

allontanandosi dal paesaggismo.

Nel caso di Arancio e verde (1958)

la riduzione figurativa ad ampie zone di

colore vibrante si esplica con una manualità

decisa, quasi scultorea, tornando a

mostrare la forza generosa della materia,

seppur racchiusa entro zone e contorni.

Angelo Savelli [1911-1995], italiano inserito

nel contesto newyorkese, già a partire

dal Rilievo bianco del 1960 approda

a un codice cromatico, spaziale e organico

che caratterizzerà la futura ricerca.

La sesta sala si apre con Aldo Calò [1910-

1983] che indaga lo spazio attraverso un

brusco taglio ed un vuoto improvviso della

materia. In Senza titolo (1962) lo spazio

si concentra nello spessore della lastra,

ed il diaframma è composto da fogli

sovrapposti e pressati. In Torso nero, opera

del 1959 eseguita in marmo nero di

Carrara da Carlo Sergio Signori [1906-

1988], che si spinge verso la classicità

con forme primarie e sperimentando l’interazione

di queste forme secondo un’allegoria

plastica. Alla fine degli anni quaranta

l’Europa è orientata verso l’arte informale

e materica. Darà un contributo

decisivo, grazie alla sua plasticità pitturale,

Jean Fautrier [1898-1964], in mostra

con una Composizione del 1960.

Nel Cortile di accesso alla terrazza, la

Rosa selvatica (1999), opera di Salvatore

Sava [1966] in ferro su pietra leccese, rimanda

ai materiali tipici del Salento, descrivendo

un’infiorescenza che ricorda

quelle selvatiche della campagna salentina.

Nella Sala 7, Reprise (1944) di Alberto

Magnelli [1898-1971] testimonia il rigore

matissiano della superficie, ancorando la

partitura formale alla qualità pittorica di

Firenze, quella degli sperimentatori arditi

Paolo Uccello e Maso di Banco. Nella figura

di Osvaldo Licini [1894-1958] si

ravvisano le linee italiane – dal carattere

lirico, onirico e cerebrale – dell’Astrattismo

europeo. Nell’opera Notturno (1957)

le superfici geometriche risultano essere

appena sfiorate, mentre il segno della matita

è lontano dall’accademismo e delinea

precisi confini. Nella stessa sala, un’opera

di Bice Lazzari [1900-1981] (Senza titolo,

1951) che influenzata da Capogrossi,

Licini, Melotti lavora muovendosi tra

forma e informe, organico e inorganico,

disegno e materia, ordine e disordine.

Dalla scuola del Bauhaus e dagli insegnamenti

di Albers, Klee e Kandinskij derivano

le geometrie irregolari e le loro

compenetrazioni sfumate nella pittura di

Jean Leppien [1910-1991] (Senza titolo,

1950; Senza titolo, 1970).

Nell’ottava sala, le opere di Arturo Bonfanti

[1905-1978], Composizione 141

(1963), AC Murale 94 (1972) e Q.R.5-

523 (1972) analizzano il rapporto tra i

piani... L’opera di Piero Dorazio, qui presente

con Composizione reticolo bludel

1962, oltrepassa la pittura figurativa del

‘900 italiano emergendo tra gli artisti del

gruppo Forma. Fausto Melotti [1901-1986]

con Senza titolo (circa 1973), abbandona

la fissità grave del fondo per scivolare sul

bianco indistinto. Melotti si muove, sia in

scultura che in pittura, su equilibri minimi,

sospensioni, elementi filiformi che

danzano come i mobiles di Calder o i

segni aerei di Twombly.

La Sala 8 bis accoglie un’opera di Magdalo

Mussio e Sentieri interrotti, opera

del 1998 di Salvatore Sava (Surbo, 1966),

la cui poetica è legata al territorio salentino,

e per l’artista fiori, frutti e sassi divengono

forme per immagini simboliche,

realizzate in ferro pietra locale e impasti

dipinti col giallo fluo.

La sala 9 accoglie le opere di François


10

Renato Birolli - “Incendio notturno” - 1956

Morellet [1926-2016], Sette doppie trame

di bianco su rosso del 1960 a Due trame

di griglia -1°+1° (#10mm) del 1975. La

variazione percettiva, concepita nel primo

lavoro con la ripetizione seriale di

motivi geometrici primari sovrapposti in

composizioni all-over, si trasforma successivamente

con il ricorso alle griglie

metalliche. Nel lavoro di Agostino Bonalumi

[1935-2013], Viola (1965), la superficie

è complice del supporto piegandosi

o allungandosi verso angolature o mensole

che articolano la tela spazialmente

nella realtà dell’ambiente. In questa sala,

esposti anche due lavori di Dadamaino,

pseudonimo di Edoarda Emilia Maino,

un'artista italiana che contribuì ai movimenti

dell'avanguardia artistica milanese

degli anni cinquanta con le sue ricerche

geometrico-percettive. Si passa poi a

Heinz Mack, artista tedesco che con Otto

Piene ha fondato il movimento ZERO nel

1957. Sempre nella nona sala troviamo

opere di Paolo Scheggi e Francesco Lo

Savio.

La rassegna prosegue nella decima sezione,

con Senza titolo (1959) e L’Acropoli

(1970) di Giulio Turcato [1912-1995],

capace di esprimere una sintesi tra le

istanze spaziali e quelle polimateriche, tra

la composizione segnica e l’apertura all’immaginario

Pop, con l’acquisizione

della materia artificiale e sintetica. Le

opere di Walter Leblanc e Giorgio Griffa

sono a confronto dell’arte di Ettore Sordini

[1934-2012] con Isola, (1964), in cui

il grafismo rado e insicuro della linea

s’imbatte nella pienezza di un fondo

compatto, all’apparenza inalterabile, eppure

capace di guadagnare il passo, aprire

un varco seguendo il contorno di una maschera

ritagliata. Per Arturo Vermi [1928-

1988], Diario (1961), l’uscita dai limiti

del quadro è sempre fattibile. Pier Paolo

Calzolari [1943] (Senza titolo, s.d.), accenna

a un proseguimento del discorso

spaziale verso la nuova “ieraticità metafisica”

di uno spazio unificato, aperto, un

filtro bianco che si apre tra opera e spettatore.

Ma anche un filtro mutevole e instabile

come i materiali che adopera, il

sale e il ghiaccio. L’opera Mu-737 (1973)

di Kengiro Azuma [1926-2016] rappresenta

il costante ritorno all’equilibrio tra

le opposizioni. Mu vuol dire vuoto, ogni

opera è l’attimo di questo vuotamento, di

questa metamorfosi, in cui “il vuoto è il

pieno della natura” nel senso che nell’assenza

tutto può succedere. Nell’ambito

del Movimento Arte Concreta guidato da

Max Bill e teorizzato da Gillo Dorfles,

Mario Nigro [1917-1992] opera alla distorsione

dei piani e degli spazi pittorici,

adottando l’allegoria del segno inclinato,

ora disegnando orizzonti distorti, ora reiterando

e alternando l’inclinazione del

tratto (Due rossi opposti, 1970). La relazione

segno-fondo ossessiona la produzione

di Angelo Verga [1933-1999] (Conoto,

1963) che a quel fondo guarda come

epigrafista, archeologo di semiosi disseminate

e pullulanti. Via via che la pittura

si avvicina alla scrittura, il colore ha

il compito di evocare una densità e una

matrice sedimentale dalla cui estrazione

proverranno punti, macchie, tratti intraducibili.

L’undicesima sala si apre con due opere

di Vittorio Matino [1943], artista che subisce

l’influenza di Klee, Licini e Tancredi

ma resta fedele all’inclinazione mediterranea

accogliendo nuove istanze culturali

senza dimenticare la storia antica e

stratificata (Giotto giallo e verderame,

1993). Tra gli artisti interessati all’esplorazione

del colore e al suo dinamismo,

spazio e profondità, Salvatore Esposito

[1937] manifesta il carattere tipicamente

mediterraneo in lavori che rielaborano il

puntinismo italiano come Paesaggio italiano

(1966) e Mare aperto (1968). Gilberto

Zorio, nato nel 1944 ad Adorno

Micca, Biella, vive e lavora a Torino. Pro-


Angelo Savelli - “Danza” - 1956 - olio su tela - cm 56 x 71 - collezione privata

tagonista del movimento Arte Povera,

pone in primo piano metamorfosi e alchimie,

studiando fenomeni naturali di trasformazione

come l’evaporazione o l’ossidazione

e il loro effetto sui materiali.

L’attenzione rivolta all'elettricità lo porta

a incorporare nei suoi lavori lampade, incandescenze,

fosforescenze; altrove utilizza

stelle e giavellotti, forme archetipiche

evocatrici di energia. Per le sculture

sceglie materiali fragili, da cui nascono

stelle acciaiose o alambicchi in pyrex,

contenenti soluzioni liquide in bilico su

sottili giavellotti d’acciaio: sospendendo

questi elementi in installazioni volutamente

precarie, l’artista parla delle tensioni

e della caducità del mondo fisico e

chimico mentale. Chiudono questa sezione

le opere di Armanda Verdirame e

Mario Schifano.

Anche gli spazi del piano terra raccolgono

alcune opere, tra cui quelle di Bernard

Aubertin, di Mario Deluigi e Mario

Nigro. Attira lo sguardo, nella nicchia che

dà sul cortile, il lavoro di Michele Guido

[1976], in cui la perfezione del disegno

“tecnico”, che talvolta ricorda l’opera di

Escher, risulta essere in armonia con

l’ambiente e con la storia.

Nella sala di lettura al pian terreno, il lavoro

di Ettore Colla [1896-1968], Cerchio

magico, del 1958, conduce la pratica

dell’assemblaggio e del ready made ad

una ben precisa ricerca di rapporti logici

e spaziali, secondo uno schematismo che

da un lato annulla il volume dei corpi metallici,

dall’altro ne genera uno nuovo,

vuoto, aereo, aperto. L’opera Gemelli

(1967) di Piero Dorazio [1927-2005] si

sviluppa attraverso strisce verticali eseguite

a mano libera, con l’intento di ricercare

una continuità tra colore-luce e spazio,

attraverso un susseguirsi di rapporti

timbrici puri che delineano un piacevole

effetto di gioco illusionistico. Le composizioni

Senza titolo (1991, 1993) di Rodolfo

Aricò [1930-2002] sono forme monocrome

in cui il punto di fuga si trova al

di fuori dell’opera, invadendo lo spazio

circostante, mentre il colore stratificato

conferisce alla superficie un certo dinamismo.

In questa sezione è presente anche

un’opera di Dadamaino [Edoarda E-

milia Maino, 1930-2004], La ricerca del

colore del 1966-1968, una tempera su tela

composta da 10 elementi di 20x20 cm cadauno.

Questa artista si muove in modo

equilibrato districandosi con ordine tra i

tanti fenomeni in corso tra gli anni sessanta

e ottanta, ricevendo apprezzamenti

anche da Piero Manzoni. A partire dal

1960, con l’opera Volume a moduli sfasati,

Dadamaino “organizza” lo sfondamento

della superficie assecondando l’intuizione

di Fontana.

Inoltre una parte degli spazi al piano terra

sarà destinata a mostre temporanee: la

prima programmata è dedicata ad Angelo

Savelli, artista di origine calabrese vissuto

a Roma e New York, famoso per le

sue opere bianche. Con questa inizia la

programmazione di mostre temporanee

della Fondazione Biscozzi | Rimbaud a

Lecce. Si tratta di un’attività in stretto

rapporto con l’esposizione permanente

della collezione, con l’obiettivo di ampliare

la conoscenza dell’arte del XX e

XXI secolo promuovendo l’arte moderna

e contemporanea. Come scrive Paolo

Bolpagni, Savelli fu un uomo del Sud,

profondamente legato alle proprie origini,

ma volle e seppe ampliare gli orizzonti

oltre i confini locali, spostandosi prima a

Roma, poi a Parigi e infine a New York.

Savelli insegue una spazialità senza precedenti.

La continua ricerca dello spazio

ha condotto Savelli a una libertà della

forma, liberando il quadro della propria

sagoma. In occasione dell’apertura esce

il catalogo generale della collezione, a

cura di Roberto Lacarbonara, pubblicato

da Silvana Editoriale.


12 22 10

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14

Sabrina Barbagallo:

Futuro, passato e presente

Di questo sono certo.

Se apriamo una lite tra il

presente e il passato,

rischiamo di perdere

il futuro.

(Winston Churchill)

Esattamente come nel titolo:

prima il futuro, seguito a

ruota da un passato a cui attinge

per la sua importanza,

quindi il presente di una

donna fuori dagli schemi, agguerrita nel

difendere le sue scelte artistiche perché

sempre convincenti e mai banali. Per Sabrina

Barbagallo il futuro non va solo sognato,

idealizzato e immortalato come lei

ha fatto nelle sue opere dedicate a città

ideali, piene di luci e di panorami che

sanno di avvenire quasi spaziale. Il futuro

è quasi dietro l’angolo e perciò arrivarci

avendo immaginato il “come saremo”

non diventa vano esercizio di pittura, ma

risuona come un ammonimento, come la

figurazione del rischio che corriamo se ci

lasciamo prendere la mano dalle ansie o

se non ce ne interessiamo.

Fascinose proiezioni della sua immaginazione,

le visioni Urban della sua pittura

lasciano in sospeso le linee dei veicoli

che attraversano crocevia notturni, tracciano

nel cielo della notte scie policrome

ed a volte raccontano luoghi dell’esistente,

silenzi urbani arricchiti da resine che

esaltano parti del quadro come a cristallizzarne

il significato. Per Sabrina il futuro

è importante, ma tenere i piedi a terra

lo è ancora di più. E allora compone le

sue opere tenendo fede a quell’attaccamento

alle visioni di periferia che le hanno

fatto apprezzare il primo Sironi, mescolandole

al sapore di ignoto ed imprevedibile

che il concetto stesso di futuro

tiene in sé. Non mancano le solitudini,

rese dinamiche da una velocità raccontata

col sovrapporsi di linee policrome che

spiegano come stiamo vivendo e quanta

rapidità ci anticipa. O lasciate al loro destino,

come in uno scatto che blocca il

tempo su un attimo infinito. Siano grattacieli

impressionanti o vedute di città reali

ed immaginate, nella sua pittura è viva

l’immaginazione quanto l’osservazione.

La certezza quanto la speranza. Basta la

fermata di un métro, il passaggio di una

auto in galleria a raccontare una attenzione

acuta e realistica, piena però di progetti

e di impegno.

E dall’impegno arriva il lavoro con la ceramica

Raku. Una lavorazione complessa,

dettata dalle regole che già nel quindicesimo

secolo erano in uso in Giappone.

Studio, dunque, e rispetto per le

tecniche del passato. Ma stavolta i soggetti

sono le favole, la fantasia, l’immaginario

tangibile, i racconti fatti ai bimbi

per farli addormentare o le evocazioni di

antichi simboli. Pinocchio, Cenerentola,

Alice, il Principe ranocchio, prendono

fattezze sospese tra favola e passato, si

concretizzano in uno sforzo fatto di attese,

tempi di cottura delle terre plasmate

alla maniera antica e colorate con piglio

deciso. Dunque, il passato, con la sua infrangibile

identità, prende corpo nelle

creazioni della Barbagallo, che pare abbandonare

quelle visioni aeree e futuristiche

per immergersi nella difficoltà di una

operazione artistica certamente non sem-


plice. Era regola, un tempo, misurare

gli artisti guardando alla

loro capacità di esprimersi sulla

tela, sulla carta, con la pietra,

nel disegno e plasmando manualmente

la materia. In questo

Sabrina sembra dirci che, benché

sempre pronta ad affrontare

le visioni di città e luoghi staccati

dal presente, sceglie di o-

maggiare una antica arte e raccontare

vicende antiche, pur rimanendo

ancorata a visioni da

fiaba.

Già, il presente. Non è ultimo

della fila nelle sue attenzioni

perché lei non ci bada, ma lo

vede come una immodificabile

situazione, dalla quale uscire

col sogno del futuro e con le

certezze del passato. Ne tiene

debito conto, lo fronteggia con

coraggio e dedizione ma lo schiva

con altrettanta convinzione.

Per Sabrina Barbagallo conta il

misurarsi sempre con nuove avventure,

e questo sa di futuro.

E conta saper fare, in maniera

metodica e costante, e qua si rilevano

le conoscenze della nobiltà

del passato. Vive fermamente

nel presente la sua storia

di artista e lo provano le mostre

e gli eventi sempre importanti

ai quali ha partecipato. Intervenendo

in collegamento dal suo

studio durante una puntata di

Laboratorio Acca, Sabrina ha

raccontato sé stessa con una

disinvoltura tipica di chi vorrebbe

già essere al giorno dopo.

Non perché detesti il presente,

anzi. Ma perché l’avventura

della sua arte è fatta di

conoscenza ed è premiata, in

gran parte, da collezionisti raffinati

e lei lo sa. E allora pensa

sempre a come poterci sorprendere,

al domani, sospesa

tra la fantasia ricca delle sue

creazioni Urban e lo strapotere

dei racconti immortali del

suo amato Raku.

Giorgio Barassi


16

Lucia Arcelli

Porto turistico di Roma - Loc. 876- Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com


M V alori

emorie

e


18

JoSiP lAliĆ

pittore cosmopolita

1867-1953

di Svjetlana Lipanović

Agave - olio su cartone - cm 25,7x35,5 - 1900 - 1914

La vita movimentata di Josip

Lalić, segnata dai viaggi, iniziò

il 13 settembre 1867 a

Split (Spalato) città dalmata

distesa sulla riva del mare in

Croazia. La prima tappa nel suo lungo

cammino esistenziale fu l’Italia e nella

bella città lagunare della Serenissima

si iscrisse presso l’Accademia di Venezia.

Sotto la guida di Pompeo Molmenti

approfondì gli studi pittorici per

trasferirsi nuovamente in Belgio. Un

incontro fortunato gli fece conoscere

nel 1893 il fratello del re Leopoldo di

Belgio, il conte di Fiandra, da cui ottenne

numerose commissioni. Nel

1896-1897 Lalić soggiornò a Milano

e si dedicò con passione alle illustrazioni.

In seguito si trasferì a Parigi

dove realizzò i magnifici ritratti e poi

si recò a Londra. Il pittore rientrò a

Split nel 1900 e scelse per la sua residenza

Dubrovnik (Ragusa), in cui soggiornò

dal 1902 fino al 1919. Gli anni

trascorsi nell’antica città sono stati

particolarmente fecondi e si può dire

che il pittore raggiunse lì, l’apice della

creatività. Egli realizzò una serie di

stupendi quadri con cui, oltre alle scene

sacrali, immortalò i meravigliosi

paesaggi dalmati e la popolazione nei

propri pittoreschi costumi tradizionali

nell’ambiente cittadino. Il maestro fu

sostenitore della pittura all’aria aperta

molto in voga tra gli artisti. Dipinse le

tele nelle quali la luce è la protagonista

indiscussa che ricordano vagamente

gli impressionisti. Lalić fece parte del

gruppo “Medulić” e partecipò alle numerose

mostre e si dedicò all’insegnamento.

A Dubrovnik lasciò una bellissima

“Allegoria della misericordia”


Canalese - olio su cartone - cm 24x35,5

Il trabaccolo e la nave - olio su cartone - cm 24x36

La vecchia strada dietro la Città - olio su cartone - cm 36x24 Nel parco - olio su cartone - cm 36x23,7

visibile al Palazzo ducale (Knežev

dvor), del 1907, che è solo uno dei capolavori

eseguiti secondo le numerose

commesse ricevute durante la permanenza

nella Città. Alla fine della Grande

guerra riprese i suoi viaggi poiché

dovette espatriare di nuovo per problemi

politici nel 1919. La destinazione

fu l’Italia ed a Roma fece parte

del cenacolo di artisti che si riunivano

a Villa Strohl-Fern dove l’eccentrico

conte alsaziano Alfred Strohl offriva

ospitalità a poeti, pittori, musicisti tra

cui: Ranier Maria Rilke, Francesco

Trombadori , Carlo Levi ed altri. Il pittore,

conosciuto in Italia anche con il

nome tradotto di Giuseppe Lallich,

ebbe una notevole attività espositiva

nelle città italiane e nel mondo. Per la

Galleria d’Arte Moderna a Roma, lo

Stato italiano acquistò vari paesaggi

dalmati tra cui il quadro “La via di Ragusa”.

Altri temi preferiti del pittore

croato furono, oltre già nominati motivi

dalmati - un omaggio costante alla

sua terra d’origine - scene di guerra,

ritratti spesso dedicati alle belle donne

ragusee e della Valle dei Canali (vicino

a Dubrovnik), vestite negli abiti

caratteristici della zona oppure al folclore

del popolo morlacco, marine con

il mare visto nell’alba o nei momenti

crepuscolari del giorno. è una pittura

molto personale, soggettiva in cui l’artista

esplora il mondo reale e delle

emozioni fissando le immagini in

composizioni innovative, illuminate

con le luci delicate proprie della sua

natura sensibile. Attualmente, Lalić,

pittore eccellente, è conosciuto solo da

veri esperti dell’arte mentre il grande

pubblico ignora la bellezza delle sue


20

Il principe Marco - olio su tela - cm 40x59 - 1912

Il cantiere navale a Lapad - acquarello su carta - cm 20x30 - 1910

opere. Con una grande mostra retrospettiva a

Dubrovnik allestita il 6 giugno 2015 nella “Galleria

Dulčić, Masle, Pulitika”, si è cercato con

numerose opere provenienti dal Museum of Modern

Art Dubrovnik (UGD – Umjetnička galerija

Dubrovnik) e da collezioni private di avvicinare

agli appassionati d’arte, il mondo pittorico

affascinante di Lalić. Qualche anno prima,

a Roma era stata inaugurata una mostra dedicata

all’artista dal 29 gennaio al 10 febbraio

2007, al Palazzo degli Uffici di Roma Eur (Sala

Quaroni). L’esposizione presentò circa una cinquantina

d’opere, quasi tutte inedite, dell’artista

ingiustamente dimenticato. Josip Lalić, pittore

cosmopolita ha vissuto nella Città Eterna fino

alla sua scomparsa avvenuta nel 1953. La sua

eredità pittorica aspetta di essere riscoperta e valorizzata;

nel tempo a venire, tutto ciò sicuramente

si realizzerà, perché le sue opere hanno

un valore indiscusso ed eterno.

La proprietà delle opere di Josip Lalić è del Museum

of Modern Art Dubrovnik (UGD – Umjetnička

galerija Dubrovnik) che ha fornito le foto

dell’Archivio “UGD-foto documentazioni”.


Maurizio Baiocchini

“Via dei condotti” - olio su tavola e resina - cm 86x78

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22 22

AleSSio De’ Fiori

(al secolo Alessio Schiavon)

a cura di Giorgio Barassi

Potranno tagliare

tutti i fiori ma non

fermeranno mai la

primavera.

(Pablo Neruda)

Senza titolo - 2020 - olio su tela

Non è dato sapere esattamente

come mai abbia rivolto la

sua attenzione al mondo dei

fiori, ma lo si può supporre

argomentando su basi verosimili.

Dialogare con Alessio Schiavon è

un piacere, levigato dalle sue intonazioni

venete, da quei termini, delicati o grevi,

che non dimentichi perché hanno provocato

la giusta risata o il gustoso apprezzamento.

A condizione che si parli di qualunque

cosa fuorché della ragione esatta

che ha scatenato quel suo esprimersi con

le corolle dall’aspetto squillante o a volte

pallido, fiori che attirano lo sguardo e portano

a tentare di capire quale spunto sia

stato il vero, reale innesco di un racconto

dalle mille sfumature.

Non parla volentieri dei fatti suoi, Alessio.

Perché la riservatezza è in lui pari alla simpatia.

Eppure è facile intuire che da storie

di intime sofferenze nascono tele fiammeggianti

di rosso o accese di azzurri potenti.

In questo, Schiavon è pittore che

preferisce esprimersi con la pittura e dentro

la pittura, senza scoprirsi o illustrare a

parole. In questo è rispettabilmente all’antica.

La vicenda che lo lega alla pittura è la consapevolezza

del non avere la grinta dell’arrivista,

è l’abitudine a lavorare sin da ragazzino

con la sola forza di cui dispone.

Mai un lamento, mai una polemica. Di

questi tempi di lagne e tormenti è davvero

roba rara.

Schiavon ha la fortuna di abitare in una

parte del Veneto ben vicina alla dotta Padova,

ma sistemata tra i campi che regalano

silenzi notturni impareggiabili, punteggiati

da piccoli abitati in cui tutti si conoscono,

costruiti con pazienza e sapienza,

da cui svettano, poderosi ed improvvisi, i

campanili che sembrano tentare di bucare

il cielo nei giorni di nebbia e sembrano far

parte da sempre di un paesaggio miniurbano,

delicato e silenzioso quando le macchine

e i mezzi agricoli lasciano in pace le

orecchie. Questo conta molto per la sua


Senza titolo - 2020 - olio su tela

creatività, che esprime nel luminoso atelier

di Mestrino, un luogo che per lui è uguale

alla stanza dei giochi per un bimbo.

Sperimenta, prova, riprova ed elabora con

una pazienza che gli permette di spaziare,

oggi, sui dati raccolti dalla sua prima pittura,

fatta di improvvisazioni informali e

getto di colori che, in fondo, sono le urla

che non ha mai emesso, per discrezione e

decenza. Ora che la sua espressione è matura,

i fiori rimangono protagonisti, ma

vengono via via sottoposti a intrecci, spartizione

di spazi sulla tela, sfumature e colorazioni

nuove. Se nel recente passato ha

lavorato alla estensione ed alla riduzione

dello spazio occupato dalle sue ghirlande,

oggi indugia sul presentarle in verticale, in

diagonale, su misure mai sperimentate in

precedenza e con delle giustapposizioni

nuove, segno del possesso reale del tema

floreale, che gli è valso, dalle domeniche

televisive di Laboratorio Acca, il soprannome

di Alessio de’ Fiori, attinto dalla storia

della pittura barocca e da quel Mario

Nuzzi che divenne Mario de’ Fiori per le

corti e la nobiltà romana.

Nuzzi era nipote del pittore caravaggesco

Tommaso Salini, e suo padre era un accorto

floricultore. Dalla osservazione dei

fiori della serra paterna, Mario de’ Fiori

iniziò le sue sperimentazioni per diventare

poi l’artista dei quadri ambiti dai Barberini,

dai Chigi e dai Colonna. Ad Alessio è

riservato tutt’altro tragitto, ma il parallelo

non è fuorviante, se si pensa che i suoi

quadri, specialmente di grandi dimensioni,

sono già da tempo in case di amici, collezionisti

ed estimatori che lo seguono e ne

apprezzano le variazioni non tanto nello

stile quanto nel modo di porre la pittura.

Ultimamente sono comparsi degli ovali,

evocativi proprio di epoche lontane, aggiunte

di uccelli in volo sui prati punteggiati

dai fiori, presenze animalesche che

sbucano da cespugli infiorati alla sua maniera.

In fondo lo si può giudicare classico e figurativo,

ma avvicinandosi alle sue tele


24

non sfuggono citazioni di costruzione moderna

del dipingere, accenni al dripping ed

alle mescole ardite di cromìe, squadrature

della scena del dipinto che rispondono a

criteri assolutamente contemporanei ed

addirittura cornici invase dalla pittura. è

così che Alessio evoca ed omaggia il talento

di un artista da lui sempre apprezzato:

nientemeno che Mario Schifano, vale

a dire l’esatto contrario della discrezione,

pittorica e non, il genio sregolato che ha

fatto della sua arte una pietra miliare per

dividere davvero in due il secolo ventesimo.

Di Schifano, Alessio apprezza tutto.

Si lascia trasportare dalla facilità esecutiva

con cui il Puma (così lo chiamò chi ne

aveva intuito la geniale ferinità dagli scatti

improvvisi) gettava il colore, dai suoi temi,

dalla sua storia. è l’eterna vicenda del dualismo

compensativo. Schifano, sfrontato,

geniale e senza paure convenzionali, attrae

Schiavon, silenzioso e garbato pittore ispirato

dalla natura ma narratore di vicende

umane, le sue, sulle quali sa sorridere a-

vendole accettate con fierezza e consapevolezza.

Alessio è lo scolaretto garbato che

guarda con ammirazione allo sfrontato

compagno di banco, quello che dice quel

che pensa senza timori, e trova da lui la carica

giusta per distendere i suoi temi più

amati.

Da questa sua autentica passione per l’artista

Pop, nacque l’idea di una mostra nella

città di Padova, rinviata due volte per le

note vicende legate allo stramaledetto

virus. Ma conoscendolo, questa difficoltà

lo rinforza e lo renderà ancor più determinato

per presentarsi alla sua gente con una

rilettura proprio di questi ultimi tempi,

sfortunati e minacciosi, ricco di nuove elaborazioni.

A rivedere i suoi quadri degli

anni Novanta, quella furia costruttrice che

poi divenne serena costruzione floreale è

un grido, una stoccata visibile e netta che

ci presentava uno Schiavon battagliero e

ricco di energie. Oggi le energie non gli

mancano e il battagliero soldato è diventato

arguto Generale, pronto a disporre i

suoi fiori come in un campo di battaglia,

alla sola ricerca della serenità, che arriva

all’occhio con evidenza.

Alessio Schiavon non racconta dunque solo

la osservazione della natura, ma proprio

nella elaborazione dei suoi nuovi dipinti si

legge una matura consapevolezza di sé e

delle molte combinazioni adeguate a raccontare

un inguaribile e silenzioso romantico

dall’animo gentile.

Giorgio Barassi



26

Concetta Capotorti

“Labbra” - 2016 - alluminio - cm 45x10x21

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Arte moderna e contemporanea

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28

lABorAtorio AccA,

la conferma del cammino di

un progetto innovativo

Dopo aver festeggiato un anno di trasmissioni,

arrivano le novità

a cura della redazione

Un anno è passato, e non è

stato un anno facile. Ma

Laboratorio Acca ha tenuto

alla grande ed ha

portato alla ribalta dei

canali televisivi di Arte Investimenti

un gruppo di artisti pronti alle sfide

difficili e solidali nell’impegno a produrre

sempre meglio.

Laboratorio Acca è la vetrina privilegiata

per gli artisti che intendono far

conoscere meglio il loro lavoro, con

una diffusione ampia e ormai riconosciuta

come punto di riferimento nel

settore.

Due progetti tv, illustrati sui siti

www.accainarte.it e www.arteinvestimenti.it

alla sezione Laboratorio Acca,

indicano le condizioni di partecipazione

per essere tra quelli che oggi

hanno ottenuto una riconoscibilità ed

una presenza più forte sul mercato.

Sono in fase di avvio le novità 2021,

delle quali non si sa per ora nulla, ma

c’è da aspettarsi comunque delle soluzioni

dinamiche, innovative e concrete

per dare spazio agli artisti che lo meritano,

nello stile tracciato sin dagli

inizi della avventura televisiva e online.

La squadra della domenica sera, con

Giorgio Barassi, Roberto Sparaci, la

“Sciùra Alessandra”, Carmelo Ferrara

e Federico“Imperatore”Quartiroli promette

altre performances nello stile di

Laboratorio Acca: qualità, costanza,

impegno ed un pizzico di leggerezza

che nel mondo ingessato della tv non

guasta.


Appuntamento per

collezionisti e non:

TUTTE LE DOMENICHE ALLE

21.30 SUI CANALI DI

ARTE INVESTIMENTI TV,

868 Sky e 123 d.t.

Per rivedere tutte le puntate:

YouTube canale

Laboratorio Acca.

Gli artisti interessati

possono scrivere a:

giorgio.barassi@arteinvestimenti.it

oppure

galleriaesserre@gmail.com

La domenica in tv con Laboratorio Acca: una nuova finestra sul mondo dell’Arte.


30

rita lombardi:

Arte e scienza.

di Giorgio Barassi

i più grandi scienziati

sono anche degli

artisti.

(Albert einstein)

Sembrerebbe tutto chiaro, come

è nel pensiero del genio.

Spiegare non tanto le differenze

quanto le intime connessioni

tra i due termini Arte e

Scienza prevederebbe lungaggini

che sfociano nel noioso, irrimediabilmente.

Per dire di Rita Lombardi non si deve

neppure scomodare una eventuale gara

fra l’uno e l’altro vocabolo e i loro contatti,

perché le sue opere, tutte, non hanno

ascoltato solo la voce della ispirazione e

della attenta costruzione, ma prevalentemente

dipanano la loro forza da una ferrea

conoscenza di regole scientifiche, ed

è come se l’una cosa completi l’altra e viceversa.

Pensi alle opere dedicate al suo ciclo dell’Impossibile

e ti viene in mente che il

documento che le illustra parla di quanto

sia stato limitante, per l’uomo che osserva

e non guarda solamente, pronunciarsi

circa l’impossibilità o la impensabilità di

certe vicende, poi regolarmente accadute.

La scienza ci ha portati sulla luna, ci permette

di scrivere, telefonare, scattare foto

e consultare internet da un unico dispositivo

e riserva conquiste ritenute a priori

impossibili. Dunque Rita afferma che

“Impossibile è solo un modo di pensare”

e che i limiti al pensiero-che-costruisce

sono davvero inutili. Da questo nascono

opere dalle figure geometriche (il suo, per

mera classificazione, è astrattismo geometrico)

basate su fantasiosi allacci tra

cubi ed altri cubi, arditi parallelepipedi

policromi affacciati su altre figure, curvilinee

sagome incastonate in un campo

prevalentemente bianco. E non basta. La

conoscenza ha un valore enorme per la

Lombardi. I titoli di certe sue opere, come

“Ostia antica”, ad esempio, evocano fatti

ed osservazioni note al tempo dei Romani,

quando il cubo inserito in un particolare

sfondo dai tratti rigorosamente

geometrici non dava maniera di individuare

visivamente un solo cubo, ma due

immagini dello stesso. Tridimensionalità

nota nei secoli.

Potremmo proseguire all’infinito, perché

le forme geometriche (chiamarle ancora

figure, per quanto corretto, sa di manuale

di geometria) solide o spesso piane diventano

altro, si vedono affiancate, accoppiate

e schierate addirittura. è un continuo

allargarsi ed espandersi di concetti

chiari all’artista, che pian piano danno

vita alla curiosità di chi osserva, destano

interesse proprio perché sottratte congenitamente

ad una classificazione spicciola.

D’altronde Rita Lombardi inizia le sue

opere da scelte di tele particolari, costruite

e intelaiate con un lavoro artigianale

figlio di calcoli ed esperienza. Ed


anche i colori, mai esagerati, sempre pieni

di un garbo che li rende silenziosi e fattivi

protagonisti di opere uniche perché

convintamente pensate sulla base di un

convinto amore per l’Arte, sono figli di

scelte precise, mirate, accortissime. Questo

dovrebbe essere regola per chiunque

pratichi l’arte del dipingere, ma il disordine

creativo ha dettato altre norme non

scritte, e con la Lombardi si torna ad una

descrizione organizzata, senza rantoli

creativi.

…Compongo un quadro attentamente

partendo dalla griglia basata sugli assi ortogonali

e sulle diagonali, determinando

il perno dell’opera: è questa la struttura

geometrica sottesa alle opere dei pittori

fin dal 1400 e consigliata da Leon Battista

Alberti che, tra l’altro, propose di applicare

alle arti plastiche i rapporti musicali

1/2, 2/3, 3/4, giudicati armoniosi da

Platone nel Timeo…

Lo scrive lei stessa, e testimonia l’avamposto

scientifico nell’atto creativo, ma

questo non toglie nulla al senso ed al significato

stesso del suo fare pittura.

…Sono convinta, però, che soltanto un’umanità

che scelga di seguire la razionalità,

ami la vita e non sia preda di emozioni

violente e quindi sia impegnata in

una evoluzione spirituale, possa correttamente

usare l’enorme potere che la scienza

e la tecnologia offrono...

E lo scrive ancora lei, confermando l’intrecciarsi

del pensiero e delle regole, che

non si sottraggono, così combinate, all’umana

emozione.

…L’uomo può evolvere solo tramite continue

rinascite e devono essere vite di tenace

impegno dedicate al raggiungimento

di questa meta, il Divino che è in noi e

fuori di noi …

è ancora lei stessa a chiudere il cerchio

di una combinazione mai ingiustificata,

piena di sano illuminismo che non crea

veli alla potenza creatrice di un artista.

I colori sono scelti con cura, debbono

avere tonalità luminose, come a spiegare

che ogni tratto ed ogni parte dell’area

delle sue forme deve avere una ragion

d’essere lì, esattamente per le ragioni che

ne hanno determinato la scelta.

…Dipingo col desiderio che i miei quadri

portino vitalità e vivacità in animi anestetizzati

da rumore e stress…

E così possiamo dire che il “freddo calcolo”

assume calore, si fa pittura e dialogo,

racconto e sintesi. L’astrattismo di

Rita Lombardi, ad onta del termine “astratto”,

è concretamente saldo su un terreno

di scienze e galleggia beato tra le nuvole

della creazione ispirata di un dipinto.

Giorgio Barassi


32

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Nel segno della Musa

Le interviste di Marilena Spataro

marilena.spataro@gmail.com

“ritratti d’artista”

talenti del XXi secolo

SAMAnthA cASellA

è la regista e sceneggiatrice di i AM BAnSKY. Affermatasi sulla scena

mondiale con questo suo film su Bansky, il misterioso writer inglese

diventato ormai una star dell'arte contemporanea. e sul cui successo

la cineasta romagnola immagina una storia diversa da quella ufficiale.

ne viene fuori una vicenda intrigante, dai risvolti torbidi. Un possibile

bluff mediatico di portata internazionale.

Ama il suo lavoro, Samantha

Casella. Lo ama con semplicità

e senza troppa smania di

sucesso. Detesta i compromessi.

Si interessa di arte,

fotografia, immagine, fin da ragazza. Al

cinema e alla regia si dedica con professionalità

e passione dopo un lungo percorso

di studi. Seppure non cercato a tutti

i costi, come spesso accade nella contemporaneità,

il successo per questa regista

faentina, appena quarantenne, arriva, eccome

se arriva. Ed è internazionale! Lei

stessa ne è tuttora sorpresa. I suoi ultimi

due cortometraggi I AM BANKSY, uscito

nel 2019, e il recentissimo TO A GOD

UNKNOWN, hanno ottenuto una cascata

di premi; in totale ben 79 tra il marzo

2019 e il dicembre 2020.

Se li aspettava, Samantha, così tanti riconoscimenti

e premi?

«Assolutamente no. Da diversi anni avevo

abbandonato la regia ed avevo tanti

dubbi e incertezze su come sarebbe stato

accolto “I Am Banksy”».

Quali tra i 79 premi ottenuti è di maggiore

prestigio e quale quello che le ha

dato più gioia?

«Ad oggi I AM BANKSY ha vinto in tutto

15 premi. In questo caso i premi più importanti

sono stati di sicuro Best International

Short al GOLDEN STATE FILM

FESTIVAL (si svolse la premiere al Chinese

Theatre, una sala meravigliosa sulla

Hollywood Boulevard). Altrettanto importante

fu Best International Short al

LOS ANGELES THEATRICAL RELEA-

SE COMPETITION & AWARD.

Diciamo che I Am Banksy ha vinto quasi

tutto a Los Angeles, dove tra l'altro è

stato proiettato per un mese in una sala

di un cinema a North Hollywood.

TO A GOD UNKNOWN ha finora vinto

64 premi. Qui diciamo che è stata cambiata

la strategia, oltre agli Stati Uniti è

stato presentato molto bene anche in altri

Paesi ed i premi si distribuiscono tra

USA, India, Brasile, Gran Bretagna, Spagna,

Slovacchia, Repubblica Ceca, Francia,

Turchia, Israele, Giappone, Germania

e pure Italia. I premi più importanti

in questo caso sono BEST EXPERIMEN-

TAL SHORT al METROPOLITAN FILM

FESTIVAL di New York, al TORONTO


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SHORT FILM FESTIVAL Best International

Short e due premi come BEST

FILM SHORT e BEST WOMEN DIREC-

TOR all’Accolade Global Film Competition

a Los Angeles (che nella sua storia

ha vincitori poi premiati con Oscar e

Golden Globe). Chiedo scusa se mi dilungo

riguardo ai premi di To a God Unknown

perché pure in India dove ho vinto

molti premi alla regia e sempre come miglior

corto d’avanguardia (diciamo che

Experimental loro lo intendono così), nonostante

il Covid, hanno organizzato manifestazioni

incredibili in quanto a bellezza.

Lo stesso in Brasile. Ad ogni modo

in questo caso a Los Angeles non ci sono

state proiezioni al cinema, ma è stato distribuito

su Amazon Video nella sezione

Stati Uniti e UK. Per quanto riguarda, invece,

il riconoscimento che mi ha resa più

felice, sicuramente per I Am Banksy è

quello al Golden State Film Festival; è

stato talmente inaspettato e si è tenuto in

uno scenario talmente fantastico che mi

ha emozionata molto. Ogni volta che vincevo

a Los Angeles ho provato, comunque,

un tuffo al cuore, perché questa città

è diventata un po’ la mia “seconda casa”,

ma la “prima casa cinematograficamente”

parlando, perché non mi sono

mai sentita tanto amata, coccolata come

nei festival a Los Angeles. Questa sensazione

di calore a Los Angeles è continuata

anche per To A God Unknown anche

se in questo caso la gioia più grande

è stata vincere al Metropolitan, forse

ancor più che all’Accolade Global Film

Competition. Devo ammettere che, seppure

i premi non siano così importanti ed

io dia veramente a tutto il peso che merita,

ossia molto poco, è innegabile che

cambino la percezione che gli altri hanno

di te, soprattutto negli Stati Uniti».

Cosa ha determinato questo straordinario

successo e tutti questi riconoscimenti?

«È sempre difficile capire i motivi che

spingono un’opera, fosse pure un cortometraggio,

verso tanti riconoscimenti. Riguardandomi

indietro, a novembre 2018,

quando ho girato “I Am Banksy”, diciamo

che erano cambiate molte cose, soprattutto

ero cambiata io. Presumo sia

una questione di esperienze di vita, di

persone con cui mi sono confrontata. Sicuramente

l’accoglienza che ho avuto

negli Stati Uniti ha innescato questo meccanismo».

Che idea si è fatta della personalità di

Bansky girando il suo corto. E sul mistero

della sua identità cosa ci può dire?

«Banksy non è certo il mio modello di artista,

o meglio, amo un altro genere di

arte. L’idea che mi sono fatta è che sia

uno straordinario caso mediatico, un

uomo intelligente che parla un linguaggio

comprensibile, che si sofferma su problematiche

alla portata di tutti, e che il

mistero legato alla sua identità sia la sua

forza principale».

Come e quando è nato il suo interesse per

la cinepresa e per la regia o forse, come

per molti cineasti, è meglio parlare di

vera e propria passione?

«Da bambina rimasi colpita da un dialogo

su Dio tra un prete e una donna: era

un film di Ingmar Bergman, “Luci d’inverno”,

così come sempre in giovane età

fui catturata da “Taxi Driver” di Martin

Scorsese e dalle atmosfere oniriche di

David Lynch. La passione, passione per

il cinema, per l’arte, per la mitologia, per

la fotografia, credo che tutto si sia mescolato

insieme e mi abbia spinta in questa

direzione. Mi ha sempre affascinato il


lato oscuro che abita il cuore e la mente

delle persone e poter fissare sullo schermo

certe emozioni indefinibili per me è

una sfida senza prezzo».

Perché ad oggi la scelta del cortometraggio?

«I cortometraggi fanno parte di quello

che considero il mio percorso. Non li ritengo

solo gavetta o l’anticamera di un

film vero e proprio. Ogni cortometraggio

per me è stata come una tappa per conoscermi

meglio, per capire qual era la mia

direzione come regista, giusta o sbagliata

che fosse».

C’è nei suoi progetti il cinema, per intenderci

quello del lungometraggio proiettato

nelle sale tradizionali?

«Emergenza Covid permettendo, a gennaio

dovrei terminare le riprese del mio

primo film, “Fall Of Time”. Non so a che

circuito sarà destinato, ma diciamo che

sì, la magia di una distribuzione seppur

minima nelle sale, mi farebbe molto piacere».

In passato, ha spesso ha realizzato la

regia di bellissimi documentari d’artista,

che, a loro volta, finivano per essere testimonianze

artistica a sé; scelta difficile

quella di seguire il filone artistico in ambito

cinematografico. Quanto quelle esperienze

le hanno giovato nella realizzazione

dei suoi piu' recenti filmati su artisti

o a tema artistico?

«Penso che le esperienze di video e documentari

sull’arte, come aver seguito la

realizzazione della Via Crucis installata

al Pantheon, o la possibilità di conoscere

e lavorare su progetti che riguardavano

artisti come Federico Severino, Giovanni

Scardovi, Sergio Monari e Gianni Bubani,

mi abbiano arricchita tantissimo.

Queste persone sono state delle guide,

dei maestri».

Quali le sue qualità, umane e artistiche

che le hanno consentito, nonostante la

sua nota allergia a qualsiasi compromesso,

di emergere e ad arrivare al successo

in un mondo, che come si sa, è

oltremodo complesso e con dinamiche

abbastanza oscure, come quello del cinema

oggi?

«Ho un carattere molto difficile e sono

consapevole di aver scelto una strada

complicata perché emergere nel mondo

del cinema è un’incognita piena di variabili.

Non escludo che potrei non arrivare

mai al vero successo e che la mia potrebbe

essere una parabola destinata ad

esaurirsi. La sola cosa che posso dire è

che cerco di pormi in modo onesto e professionale

e che nonostante non sia mai

scesa a compromessi cerco di ascoltare

le persone che ho intorno».

A suo avviso il cinema deve essere arte

e/o anche mercato?

«Penso che il cinema sia una forma di

comunicazione, più che una forma d’arte.

Il fatto che io adori Malick o Kubrick non

mi impedisce di apprezzare anche commedie

frivole o saghe di supereroi. Nel cinema

ogni genere ha il diritto di esistere».

Quale il futuro e quale il ruolo che potranno

giocare il cinema e le arti visive

in generale, in un tempo di grandi mutamenti

epocali, come questo che stiamo vivendo?

«Credo che quanto stiamo vivendo ci

cambierà irrimediabilmente e che siamo

tuttora in un momento storico in cui è impossibile

anche solo ipotizzare cosa potrà

accadere tra un mese. È strano: questa

pandemia ha come amplificato tanti a-

spetti sociali che partono da lontano.

Basta pensare come i cellulari e i social


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network abbiano già da anni distanziato

le persone, spesso mettendole le une contro

le altre. È come se la solitudine fosse

da tempo una conquista ambita da molti:

cenare in una saletta riservata, garantirsi

un volo privato, arredarsi una sala cinema

in casa e guardare un film attraverso

una piattaforma televisiva anziché

andare al cinema. Temo questa direzione».

Dopo I Am Bansky, la sua recentissima

fatica, To A God Unknown - Al Dio Sconosciuto,

sta riscuotendo, come per il

precedente lavoro, tantissimo successo e

prestigiosi riconoscimenti ufficiali. Pure

il tema di questo suo corto non è certo di

facile comprensione, in qualche modo

enigmatico, legato com’è a una visione

del sacro che guarda al ritorno alle origini,

agli elementi primordiali. Una visione

e sensibilità elitarie molto lontane

dall’attuale cultura di massa. Come si

spiega allora questo interesse che circonda

la sua nuova opera. Non sarà davvero

che l’arte anticipa nei suoi artisti

più ispirati e visionari il mondo che

verrà, suscitandone la percezione a livello

di inconscio collettivo?

«Quello che sta accadendo intorno a “To

A God Unknown” è incredibile. Abbiamo

superato i 60 premi in tutto il mondo e da

quasi un anno ricevo messaggi da persone

che mi scrivono cosa ha suscitato in

loro la visione del cortometraggio. Spesso

si tratta di confidenze talmente private

che mi lasciano senza parole. È il mio lavoro

più intimo e personale, eppure al

tempo stesso è quello più universale. Ringrazio

immensamente per queste sue considerazioni,

la sola cosa che posso dire è

che se mi pongo la domanda: cosa vuoi

che susciti nello spettatore “To A God

Unknown” non mi dico “vorrei che fosse

capito”, ma “vorrei che la gente capisse

sé stessa tramite alcuni passaggi del corto».

A questo punto, mi sembra d’obbligo

chiedere: quali i sogni e i desideri di Samantha

Casella per il futuro, e quale il

suo augurio all'umanità?

«Può sembrare strano ma non ho sogni

che riguardano il cinema. Sogno una

casa sulle colline vicino a un bosco con

tanti animali, insieme alla persona che

amo. Sogno di avere i miei genitori vicini.

All’umanità auguro di essere sempre in

pace con la propria coscienza, perché

penso che ognuno di noi sappia sempre

cosa è bene e cosa non lo è».

*Mentre andavamo in stampa To A God

Unknown ha vinto il suo 71° premio


www.tornabuoniarte.it

“Vaso con gladioli e conchiglia” - 1930 - olio su tela - cm 92x64,5

Filippo De Pisis

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Nell’Italia del Seicento, sotto la morsa

della dominazione spagnola e della riforma

romana, il clima politico e sociale

arretrò di un passo rispetto al periodo rinascimentale

più aperto e tollerante. Fu in

questo clima particolare che l’alba della

pittura “al femminile” modificò con audacia

seppur a piccoli passi la società. Pittrici

quali Artemisia Gentileschi, Sofonisba

Anguissola, Virginia da Vezzo, Lavinia

Fontana, accomunate dagli stessi ideali,

ruppero con la tradizione patriarcale della

bottega d’artista facendo della pittura il

loro mestiere. Una scelta che condusse alcune

di loro a far parte delle Accademie

del tempo: Artemisia Gentileschi fu ammessa

all’Accademia del disegno di Firenze

nel 1616; della prestigiosa Accademia

di San Luca a Roma fecero parte

Giovanna Garzoni, Anna Maria Vaiani,

Virginia Vezzi, Maddalena Corvina, Plautilla

Bricci, Elisabetta Sirani, Diana Sculle

Signore dell’Arte.

Storie di donne tra ‘500 e ‘600

Dal 5 febbraio al 6 giugno 2021

a Palazzo reale di Milano

a cura di Silvana Gatti

Elisabetta Sirani - “Porzia che si ferisce alla coscia” - 1664 - Olio su tela - cm 101x138

Collezioni d’arte e di storia della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna

IIl 2021 milanese si apre, normative

anti-covid permettendo, con una importante

mostra a Palazzo Reale,

“Le signore dell’arte”, dal 5 febbraio

al 6 giugno 2021. Una rassegna “in

rosa” del tutto originale, dedicata

alle più grandi artiste italiane vissute tra

‘500 e ‘600: Artemisia Gentileschi, Sofonisba

Anguissola, Lavinia Fontana, Elisabetta

Sirani, Fede Galizia, Giovanna Garzoni

e molte altre, con opere esposte per

la prima volta in questa occasione.

La mostra è promossa dal Comune di Milano-Cultura

e realizzata da Palazzo Reale

e Arthemisia e aderisce al palinsesto “I talenti

delle donne”, promosso dall’Assessorato

alla Cultura del Comune di Milano

e dedicato all’universo femminile, focalizzando

l’attenzione sulle loro opere, le loro

priorità e le loro capacità.

Oltre 150 opere raccontano vicissitudini e

creatività di donne di talento e sorprendentemente

moderne, offrendo una panoramica

inedita su un’epoca in cui essere artiste

era una scommessa sia professionale

che sociale. Un percorso espositivo volto

a conoscere donne che, oltre ad adempiere

al loro ruolo sociale di figlie, mogli, sorelle

di pittori, o a volte donne religiose,

hanno coltivato la passione per l’arte pittorica

avendo il dono di una notevole abilità

compositiva. Attraverso il racconto

delle loro storie personali, questa mostra

documenta il loro ruolo nella società del

tempo, il successo raggiunto da alcune di

esse presso le grandi corti internazionali e

la loro capacità nelle pubbliche relazioni

sino ad affermarsi come vere e proprie imprenditrici.

Artiste che si inserirono in un

ambito prevalentemente maschile, adottandone

le regole compositive e iconografiche

riuscendo però ad apportare personali

ed originali variazioni nel linguaggio

espressivo.


Elisabetta Sirani - “L’amorino trionfante” - 1661

Olio su tela - cm 89x70 - Bologna, collezione privata

Elisabetta Sirani - “Cleopatra” - 1664

Olio su tela - cm 110x91 - Collezione Privata

tori.

Artiste che dipingevano ad ampio spettro,

con uno stile reso non solo attraverso il ritratto

ma anche tramite la produzione religiosa,

mitologica e di genere. Che siano

ritratti o nature morte, i soggetti raffigurati

hanno un’incredibile libertà espressiva, riflettendo

l’eroismo intimo femminile e

raggiungendo una teatralità del tutto originale

pur all’interno di una società prettamente

maschilista. In un periodo in cui la

fede cattolica era la conditio sine qua non

per potersi esprimere, queste pittrici riuscirono

a trasmettere “fra le righe” il loro

messaggio del tutto inedito, in cui la presenza

della donna nella società cominciava

a farsi notare. A legittimare la figura della

donna artista nella storiografia è il Vasari

che nelle due edizioni delle Vite (1550 e

1568) descrive le vicissitudini della scultrice

bolognese Properzia de’ Rossi. Figlia

di un notaio, si formò nello studio dell'incisore

bolognese Marcantonio Raimondi

ed eseguì dei lavori per la basilica di San

Petronio. Il Vasari, affascinato dalla personalità

della “femmina scultora”, le riservò

un elogio: “Properzia de’ Rossi da Bologna,

giovane virtuosa, non solamente nelle

cose di casa, come l’altre, ma in infinite

scienzie, che non che le donne, ma tutti gli

uomini l’ebbero invidia.”

Ma è con Chiara Varotari ed Elisabetta Sirani,

che si arriva all’apertura rispettivamente

a Venezia e a Bologna delle prime

scuole d’arte per sole donne. Sul finire del

Cinquecento Giorgio Vasari descriveva

“la donnesca mano”, alludendo agli autoritratti

di Sofonisba Anguissola e Lavinia

Fontana, e rintracciabile anche in quelli di

Artemisia Gentileschi ed Elisabetta Sirani.

Autoritratti caratterizzati dall’espressività

eroica, che evocano il plasticismo dell’ultimo

Tiziano, figure ingentilite dai drappeggi

dei raffinati tessuti che lasciano trasparire

la sensualità dei corpi.

Lavinia Fontana è considerata la prima pittrice

ad aver ritratto un nudo femminile.

Bolognese e figlia del pittore manierista

Prospero Fontana, a 25 anni sposò il pittore

imolese Giovan Paolo Zappi alla sola

condizione di poter continuare a dipingere,

facendo così del marito il proprio assistente.

L’artista è in mostra con 14 opere,

tra cui Venere riceve l’omaggio di due

amorini. Osservando le sue opere si può

notare come la stessa artista sia stata in

grado di dipingere scene prettamente religiose

quali San Francesco riceve le stimmate

e Sacra Famiglia con Santa Caterina

d’Alessandria, in cui le figure indossano

abiti accollati, accanto ad altre opere in cui

il nudo o il lusso sono resi esplicitamente.

E’ il caso di opere quali Galatea e amorini

cavalcano le onde della tempesta su un

mostro marino, in cui i personaggi sono ritratti

senza veli, e Giuditta e Oloferne, in


40

Fede Galizia - “Giuditta con la testa di Oloferne” - 1601 - Olio su tela - cm 141x108

Ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo - Galleria Borghese

cui la figura femminile, oltre a mostrare la

sua fierezza, esibisce un abito lussuoso arricchito

da perle e pietre multicolori.

Allo stesso modo, le varie Giuditta e Timoclea

di volta in volta dipinte dalla da

Vezzo, dalla Gentileschi e dalla Sirani rispecchiano

il desiderio di giustizia contro

le prevaricazioni maschili. Tra le eroine in

mostra a Palazzo Reale domina per celebrità

la figura di Artemisia Gentileschi,

donna dal grande talento artistico, caparbia

e coraggiosa al punto da denunciare alle

autorità lo stupro subito, appena diciottenne,

per mano del pittore Agostino Tassi,

affrontando un lungo e doloroso processo.

Figlia di Orazio, icona di consapevolezza

e rivolta, artista e imprenditrice, la sua arte

rivaleggiava con quella degli stessi pittori

uomini del suo tempo.

La mostra milanese annovera opere di artiste

conosciute ma anche di altre meno

note al grande pubblico, come la nobile romana

Claudia del Bufalo. Ci sono opere

esposte per la prima volta come la Pala

della Madonna dell’Itria realizzata a Paternò,

in Sicilia, nel 1578, da Sofonisba

Anguissola. L’artista cremonese visse per

oltre dieci anni alla corte di Filippo II a

Madrid, per poi trasferirsi in Sicilia quando

sposò il nobile Fabrizio Moncada e a

Genova dopo il secondo matrimonio con

Orazio Lomellini, facendo poi ritorno in

Sicilia, dove ricevette la visita di Antoon

van Dyck nel 1624. Di Sofonisba Anguissola

sono esposti capolavori assoluti come

la Partita a scacchi (del 1555 e proveniente

dal Muzeum Narodowe di Poznan, Polonia),

e la Pala della Madonna dell’Itria

(1578), che è stata oggetto di un importante

restauro realizzato grazie alla collaborazione

con il Museo civico Ala Ponzone

di Cremona.

Lascia per la prima volta Palermo la pala

di Rosalia Novelli Madonna Immacolata

e san Francesco Borgia, unica opera certa

dell’artista, del 1663, della Chiesa del Gesù

di Casa Professa; e la tela Matrimonio

mistico di Santa Caterina di Lucrezia Quistelli

del 1576, della parrocchiale di Silvano

Pietra presso Pavia. Esposte opere

sacre come la Madonna Immacolata e san

Francesco Borgia che Rosalia Novelli realizzò

nel 1663 e custodita nella Chiesa del

Gesù di Casa Professa a Palermo. Tra le

altre opere in mostra, Giovane donna in

vesti orientali (seconda metà del XVII) di

Ginevra Cantofoli.

E poi ancora Elisabetta Sirani, una pittrice

nella Bologna del Seicento tra il 1635 e il

1665, figlia di Giovanni Andrea, pittore allievo

di Guido Reni e mercante d’arte, che

iniziò realizzando dipinti di piccole dimensioni

commissionati da privati, e riscosse

successo per le sue rappresentazioni

di temi sacri (soprattutto come pittrice

di Madonne) e allegorici, nonché per i ritratti

di eroine. La sua tecnica era insolita

per il tempo: realizzava i soggetti con

schizzi veloci, quindi li perfezionava in seguito

con l’acquerello. Morì a soli 27 anni,

con quasi 200 opere all’attivo, a causa di

una ulcera perforata. La dura agonia che

dovette sopportare alimentò forti sospetti

di avvelenamento. Fu sepolta, accanto a

Guido Reni, nella cappella Guidotti della

Basilica di San Domenico in Bologna. In

questa mostra sono esposte sue tele raffiguranti

il coraggio femminile e la ribellione

di fronte alla violenza maschile, come

in Porzia che si ferisce alla coscia

(1664), che rappresenta la riscoperta seicentesca

della Porzia plutarchiana, offrendone

una notevole testimonianza in ambito

iconografico. In questo quadro della Sirani


Orsola Maddalena Caccia - “Sibilla Tiburtina” - quinto decennio del XVII sec.

Olio su tela - cm 110x76,5 - Collezione Fondazione Cassa di risparmio di Asti

sono raffigurati ben due passi della Vita di

Bruto, nella contrapposizione tra il primo

piano (individuale) e il secondo (collettivo)

del quadro; lo spettatore viene subito

colpito dalla contrapposizione tra il gesto

egocentrico e abnorme di Porzia in primo

piano e l’azione, collettiva, tradizionale,

conformista dei personaggi intenti a cucire

nella seconda stanza dove si distinguono

fuso, rocca, tomboli, una cesta di lavoro.

Sempre della Sirani, spicca su tutti per la

dolcezza il suo Amorino nel Mare, che con

una mano tiene la vela avvolgendola all’arco,

mentre con la destra regge una conchiglia

di madreperla con dentro molte

perle; in lontananza un delfino è cavalcato

da un altro amoretto, che con sferza di radice

di corallo lo sollecita al cammino. Fu

gettonata anche oltre l’Appennino, affascinando

la clientela fiorentina, soprattutto i

Medici che le commissionarono alcune

opere.

In mostra anche opere di Fede Galizia con

l’iconica Giuditta con la testa di Oloferne

(1596); Giovanna Garzoni, che visse tra

Venezia, Napoli, Parigi e Roma, in mostra

con rare e preziose pergamene.

Tante sono le storie raccontate: donne vissute

fra le mura dei conventi, come la fiorentina

Plautilla Nelli, la piemontese Orsola

Maddalena Caccia, la romana Lucrina

Fetti; storie di raffinate ricamatrici lombarde

come Caterina Cantoni e Antonia

Pellegrini; le ricercate fioriste come Margherita

Caffi, Francesca e Giovanna Vincenzina,

Anna Stanchi; artiste di grande

garbo come la ravennate Barbara Longhi

e la bolognese Ginevra Cantofoli; pittrici

venete di grande fama anche se note per

rare opere come Marietta Robusti (figlia

di Tintoretto) e Chiara Varotari (sorella del

Padovanino), la viterbese Virginia Vezzi,

moglie e compagna artistica di Simon Vouet,

la celebre “architettora” romana Plautilla

Bricci, la siciliana Rosalia Novelli; le

famose “incisore” Diana Ghisi e Anna

Maria Vaiani; e artiste che, allo stato attuale

degli studi, sono ancora poco più che

dei nomi come Maddalena Corvina e

Maddalena Natali.

Sotto la curatela di Anna Maria Bava,

Gioia Mori e Alain Tapié, le opere selezionate

per la mostra provengono da 67 prestatori

diversi, tra cui - a livello nazionale -

le gallerie degli Uffizi, il Museo di Capodimonte,

la Pinacoteca di Brera, Castello

Sforzesco, Galleria nazionale dell’Umbria,

la Galleria Borghese, i Musei Reali di Torino

e la Pinacoteca nazionale di Bologna

e - dall’estero - dal Musée des Beaux Arts

di Marsiglia e il Muzeum Narodowe di

Poznan (Polonia).

Main sponsor della mostra Fondazione

Bracco. La Fondazione è nata con l¹intento

di diffondere la cultura, l’arte e la scienza

quali mezzi per migliorare la qualità della

vita e la coesione sociale. Particolare attenzione

viene riservata all’universo femminile.

Con entusiasmo ha aderito al progetto

della mostra, inserito nel palinsesto

I Talenti delle donne ideato dal Comune di

Milano e dedicato a figure esemplari del

passato ed alle testimoni di oggi nel mondo

dell’arte, della cultura, dell’imprenditoria,

dello sport, della scienza. La mostra

presenta artiste celeberrime accanto ad altre

meno note, che meritano di essere studiate

e valorizzate. Special partner Ricola.

L’evento è consigliato da Sky Arte. Il catalogo

è edito da Skira.


44

Conte (Luigi Colombi)

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Frida Kahlo

Il caos dentro

A cura di Silvana Gatti

Leo Matiz

Frida Kahlo

Coyoacàn, Città

del Messico, 1944

Fotografia a colori

© Fondazione

Leo Matiz

Dal momento che i miei soggetti

sono stati sempre le mie

sensazioni, i miei stati mentali

e le reazioni profonde che la

vita è andata producendo in

me, ho di frequente oggettivato

tutto questo in immagini

di me stessa, che erano la

cosa più sincera che io potessi

fare per esprimere ciò

che sentivo dentro e fuori di

me

(Frida Kahlo)

Su disposizione del Presidente

del Consiglio dei Ministri del

DPCM del 03 Dicembre 2020,

la fabbrica del Vapore di Milano

ha temporaneamente sospeso

la mostra Frida Kahlo “Il caos

dentro”. Inizialmente programmata sino

al 28 marzo 2021, riaprirà appena

possibile.

La rassegna milanese vuole essere un

percorso volto a far conoscere al pubblico

la vita della grande artista messicana,

esplorandone la dimensione artistica

e psicologica. Prodotta da Navigare

con il Comune di Milano, con la

collaborazione del Consolato del Messico

di Milano, della

Camera di Commercio

Italiana in

Messico, della Fondazione

Leo Matiz,

del Banco del Messico,

della Galleria

messicana Oscar Roman,

del Detroit Institute

of Arts e del Museo Estudio

Diego Rivera y Frida Khalo, la mostra

è curata da Antonio Arévalo, Alejandra

Matiz, Milagros Ancheita e Maria Rosso

e rappresenta una occasione unica per

entrare virtualmente negli ambienti dove

la pittrice visse per comprendere, attraverso

i suoi scritti e la riproduzione

delle sue opere, la sua poetica e il tormentato

rapporto con Diego Rivera, per

conoscere tramite i suoi abiti e i suoi oggetti

il suo stile di vita e la cultura popolare

da cui l’artista traeva ispirazione.

Frida Khalo rappresenta una figura centrale

dell’arte messicana e indubbiamente

la più celebre pittrice latinoamericana

del XX secolo. Con il marito

Diego Rivera, tra i più importanti muralisti

del Messico, formano una delle

coppie più emblematiche della storia

dell’arte mondiale. Nata nel 1907 a sud

di Città del Messico, eredita e fa suoi i

valori della Rivoluzione messicana, tra

cui l’amore per la cultura popolare. “Le

canzoni, gli abiti indigeni, gli oggetti

d'artigianato e i giocattoli tradizionali,

insieme all'influsso religioso della madre

e alle nozioni tecniche sulla fotografia

acquisite dal padre - afferma Arévalo

- creano un legame profondo tra la sua

produzione artistica - e dunque la sua

esistenza - e la storia del Messico”.

La vita di Frida fu piuttosto tormentata,

dapprima per via della poliomielite, in

seguito a causa di un incidente che le

provocò fratture multiple alla colonna

vertebrale, alle vertebre lombari e all'osso

pelvico, oltre a una ferita penetrante

all'addome. I postumi dell’incidente

le provocarono diversi aborti e fu

sottoposta ad oltre trenta interventi. Fu


Frida Kahlo “Autoritratto con collana di spine e colibrì”, 1940 -Olio su lamina metallica 63,5 x 49,5 cm

Harry Ranson Center, USA Riproduzione formato Modlight © Banco de México Diego Rivera & Frida

Kahlo Museums Trust, México D.F.

proprio durante la lunga convalescenza

che Frida scoprì la pittura, ed i suoi dipinti

catartici esprimono pienamente la

sofferenza, le tribolazioni e il dolore esistenziale.

Nonostante i numerosi interventi

chirurgici, gli aborti, l’amputazione

della gamba, le ricadute che ne

rendevano cagionevole lo stato di salute

e i tradimenti di Diego, Frida espose le

sue opere a Città del Messico, New

York, Parigi e Londra. Conobbe personaggi

di alto livello, basti ricordare Pablo

Picasso, Salvador Dalí, Henry

Ford, León Trotsky, André Breton,

Vasili Kandinsky, Marcel Duchamp.

La mostra si apre con una spettacolare

sezione multimediale, attraverso immagini

animate e una cronistoria che illustra

le principali vicende personali e

artistiche della pittrice, con sue frasi e

citazioni alternate a fotografie celebri, e

prosegue con la fedele riproduzione dei

tre ambienti di Casa Azul. Nella tradizione

messicana la casa rappresenta la

colonna portante della famiglia, ed i

suoi componenti sono uno dei capisaldi

della società messicana, guidata da un

forte senso di comunità e di appartenenza.

Quando il padre di Frida, Guillermo

Kahlo, decise di trasferirsi lontano dal

centro, nel nuovo quartiere di Coyoacan,

non acquistò un fabbricato preesistente,

ma nel 1904 iniziò la costruzione

di un nuovo edificio dipinto interamente

di azzurro, al fine di infondere serenità

sugli abitanti della casa, da cui il nome

“Casa Azul”. Frida nacque il 6 luglio

1907 nella dimora di famiglia, trascorrendo

le calde giornate messicane all’ombra

di un giardino lussureggiante.

A soli sette anni però la poliomelite la

costrinse a rimanere a letto. Sperando di

consolarla, i genitori le regalarono una

tela e dei colori per evadere dalla condizione

che le impediva di muovere il

busto, costringendola a rimanere totalmente

sdraiata a letto. Impossibilitata a

dipingere a cavalletto, i genitori montarono

uno specchio sul baldacchino in

modo che la figlia potesse dipingere osservando

il riflesso della tela sul soffitto.

In questa mostra è ricostruita l’intera

stanza, dove morì il 13 luglio del 1954,

con il grande letto a baldacchino e lo

specchio che utilizzava per potersi ritrarre;

la camera è arredata con oggetti

tipici della cultura messicana, tra cui

sculture di pietra e pupazzi di cartapesta,

con quadri e fotografie, libri, mobili e le

stampelle personali. Lo studio riproduce

lo scrittoio e la scrivania con tutte le

boccette dei colori ed i pennelli, il diario

di Frida, la sedia rossa impagliata, la

sedia a rotelle e il grande cavalletto. Nel

giardino ci si immerge nell’area ricca di

vegetazione che Frida curava e nel quale

abitavano vari animali come scimmie

e pappagalli. Segue la sezione “I colori

dell’anima”, curata da Alejandra Matiz,

direttrice della Fondazione Leo Matiz di

Bogotà, con i magnifici ritratti fotografici

di Frida realizzati dal celebre fotografo

colombiano Leonet Matiz Espinoza

(1917- 1988). Le immagini di Matiz

sono colte con la Rolleiflex in una

prospettiva esclusiva e ravvicinata, al

fine di catturare le sfumature espressive

dell’amica Frida. Immortalata in questi

ritratti fotografici, Frida era ormai più

che trentenne, colta in un momento della

sua vita in cui aveva maturato piena fiducia

in sé stessa. è il periodo in cui la

Kahlo, oltre ad aver raggiunto la fama

in qualità di pittrice, aveva ottenuto l’indipendenza

sia dal punto di vista economico

che da quello sentimentale dal marito

Diego Rivera.

Frida amava indossare abiti particolari,

ed ornarsi con accessori estrosi e ricercatissimi.

In maniera eccentrica amava

inoltre acconciarsi i capelli con fiori o

nastri, in fogge sempre diverse, ornandosi

con accessori estrosi e ricercati che

talvolta riceveva in dono dallo stesso

Matiz, come nel caso di alcune riproduzioni

di gioielli di artigianato precolombiano.

Frida indossò abiti tipici di diverse

regioni del Messico, come simbolo

di vicinanza ed empatia col popolo.

Prediligeva tra tutti l’abito tehuana di

Oaxaca, lo stato di cui era originaria la


46

Frida Kahlo “Piden Aeroplanos Y Les Dan Alas De Petate” , 1938 Olio su

cartone 59 × 84 cm Collezione privata © Galerìa de Arte David Bardìa

madre e alla cui cultura Frida era particolarmente

legata, in quanto quella Tehuana

era l’unica cultura matriarcale del

Messico, in cui le donne erano lavoratrici

ed autonome.

Al piano superiore la mostra prosegue

con una sezione dedicata a Diego Rivera.

Rivera aveva 36 anni e Frida solo

15, quando si incontrarono per la prima

volta, mentre lui lavorava nell’anfiteatro

Bolivar. Solo alcuni anni più tardi ed in

seguito al secondo divorzio di Diego

con Guadalupe Marín, “l’elefante e la

colomba” si unirono in matrimonio

(1929). La loro storia d’amore fu ricca

di passione, nonostante fu alimentata da

gelosie e tradimenti. Nel 1939, in seguito

al tradimento di Diego con la sorella

di Frida, Cristina, ma anche con

l’attrice Paulette Godard, giunsero al

divorzio. “Ho subito due gravi incidenti

nella mia vita… il primo è stato quando

un tram mi ha travolto e il secondo è

stato Diego Rivera”. Così scriveva Frida

di questo amore travagliato ma profondo

al tempo stesso, al punto che,

dopo appena un anno di separazione, i

due artisti si sposarono

una seconda

volta stabilendo, però,

di vivere una relazione

aperta.

Qui troviamo proiettate

le lettere più evocative

che Frida scrisse

al marito, accompagnate

dal sonoro in

lingua originale di

forte impatto emozionale.

Esposta una

lettera che Rivera

scrisse all’amante

Maria Felix, un’altra

lettera impreziosita

dai disegni dei rospi

di Rivera accanto ad

altre lettere e cartoline

che Frida inviò

al Dr. Eloesser, suo

amante e medico di

fiducia. Una stanza è

dedicata alla cultura

e all’arte popolare in

Messico, che hanno

influenzato l’arte di

Frida. In questa sezione

trovano posto alcuni degli abiti

della tradizione messicana che hanno

ispirato ed influenzato i modelli usati

dalla Kahlo. Gonne ampie e variopinte,

scialli e camicette, copricapo e collane,

ogni capo esposto richiama la tradizione

messicana. Spazio anche alla musica

con alcune tra le più celebri canzoni tradizionali,

che si potranno anche ascoltare.

Esposti alcuni esempi di collane,

orecchini, anelli e accessori tipici della

tradizione che hanno arricchito lo stile

di Frida. L’artista è stata fonte di ispirazione

per stilisti e case di moda internazionali,

quali Gaultier, Dior, Vuitton,

Givenchy, Kenzo, Ferragamo, Cavalli,

Moschino, Missoni, Dolce &

Gabbana, Valentino, Vans, Nike e

Zara.

Il focus sulla tradizione messicana procede

con la sezione dedicata ad alcuni

murales realizzati da Diego Rivera in

varie parti del mondo. L’arte murale divenne,

nella prima metà del Novecento,

un modo per insegnare alla popolazione,

in buona parte analfabeta, la storia

del Messico e l’esaltazione degli

ideali politici. I tre grandi muralisti furono

David Alfaro Siqueiros, Diego Rivera

e José Clemente Orozco, che dipingevano

sovvenzionati dal Dipartimento

della Pubblica Istruzione. Rivera

raffigurava nei suoi murales gli eventi

politici del suo tempo: l’avvento del capitalismo

e della tecnologia, persone dei

ceti inferiori e l’avvento del comunismo

come speranza di un avvenire migliore.

Un’ala della mostra annovera sette busti

in gesso che altrettanti artisti contemporanei

hanno realizzato ispirandosi ai

corsetti utilizzati e dipinti da Frida nel

corso della sua vita. Interessante quello

che riproduce il celebre busto con il motivo

della falce e martello ed il bambino

in grembo, e altri nati dalla creatività

degli artisti, come quello in cui i volti di

Frida e Diego diventano due teste di

moro. Frida, nella sua feconda attività

artistica, ha dipinto molti autoritratti, al

fine di esprimere la sua vita interiore ed

il suo modo di vedere il mondo, quasi

un diario delle sue vicissitudini. Nella

sezione FRIDA E IL SUO DOPPIO

sono esposte le riproduzioni in formato

modlight di quindici tra i più conosciuti

autoritratti, tra cui Autoritratto con collana

(1933), Autoritratto con treccia

(1941), Autoritratto con scimmie

(1945), La colonna spezzata (1944), Il

cervo ferito (1946), Diego ed io (1949).

Il modlight è una particolare forma di

retroilluminazione omogenea, in cui

ogni dipinto, precedentemente digitalizzato,

viene riprodotto su uno speciale

film mantenendo inalterate le dimensioni

originali. Attraverso questo metodo,

si possono apprezzare tutte le

caratteristiche principali delle tele dipinte

da Frida nell’arco della sua esistenza.

A completare la sezione, uno dei

capolavori di Frida - Autoritratto con

Bonito (1941) - interamente animato.

Con uno sguardo diretto, penetrante, a

volte sensibile ed ironico, Frida è la

prima donna ispanica la cui immagine è

stata ritratta su un francobollo degli

Stati Uniti d’America. L’emissione, il

21 giugno 2001, è stata un omaggio ad

una delle artiste più importanti del Novecento,

celebrata per l’universalità della

sua arte. A conferma della grande

fama globale di cui la pittrice messicana


gode, la mostra prosegue con una straordinaria

collezione di prodotti filatelici.

Per la sua varietà la raccolta è

davvero unica ed annovera le più importanti

emissioni che diversi stati –

oltre al Messico, Niger, Togo, Sierra

Leone, Ciad, Mozambico, Serbia, Maldive,

Repubblica Centrafricana - hanno

tributato in omaggio alla Kahlo in concomitanza

di alcune ricorrenze. Un momento

di relax si può trovare nella sala

proiezioni guardando uno speciale documentario

sulla vita di Frida: “Artists

in Love: Frida Kahlo & Diego Rivera”.

Al termine della visione uno spazio riservato

ospita 2Piden Aeroplanos y les

dan Alas de Petate - Chiedono aeroplani

e gli danno ali di paglia - opera originale

di Frida del 1938. Qui l’artista combina

la memoria di una delusione infantile

con il ricordo della ridotta libertà di movimento,

che condizionò la sua vita fin

dalla tenera età. Così la descrive: “Un

giorno, da bambina, desiderai un piccolo

modello d’aeroplano. Mi ritrovai

con un costume d’angelo, non so per

quale sorta d’incantesimo (fu sicuramente

un'idea di mia madre… risulta,

infatti, più cattolico trasformare un aeroplano

in un angelo). Indossai l’ampia

veste bianca, probabilmente cucita alla

meno peggio dalla mamma e piena di

stelline d'oro. Sul retro, grandi ali di paglia

intrecciata, simile a quella con cui

in Messico e in tutti i Paesi poveri venivano

fabbricati tanti giocattoli e oggetti

utili. Che felicità! Finalmente avrei potuto

volare!”. Il dipinto è ripreso dall’originale

“Niña con Aeroplano”, olio

su supporto metallico, andato perduto.

Ne rimane una fotografia in bianco e

nero di Lola Álvarez Bravo. Affascinata

dal mondo dei bambini e dai giocattoli,

Frida ammirava bambole, burattini di

legno e animali in ceramica. In questo

spazio sono inoltre esposte sei litografie

acquerellate originali di Diego Rivera,

provenienti da collezioni private, che

rappresentano scene di vita quotidiana.

Lo spazio finale è riservato alla parte ludica

e divertente dell’esposizione: la

sala multimediale 10D conclude infatti

il percorso espositivo. Con la sua combinazione

di video ad altissima risoluzione,

suoni ed effetti speciali, è una

esperienza sensoriale di realtà aumentata

molto emozionante, adatta a grandi

e piccoli. Rappresenta un momento u-

nico di “immersione” visiva in movimento

dentro il mondo artistico e

umano di Frida Kahlo. Ogni immagine

tridimensionale è connessa ad un effetto

speciale. Il movimento della piattaforma,

su cui sono poste delle comode

poltrone, perfettamente sincronizzato

con la visione, dà la sensazione di muoversi

in prima persona, enfatizzando

ogni spostamento ed in tutte le direzioni.

Altro punto di forza dell’esposizione

è un laboratorio dedicato ai bambini

e alle visite scolastiche. Tornando

al pianterreno, si accede all’area bookshop,

allestita in pieno stile messicano,

dove è possibile acquistare articoli

esclusivi dedicati a Frida Kahlo provenienti

da tutto il mondo: borse, magliette,

calamite, scarpe, matite, libri,

gioielli, portapenne, cerchietti e molto

altro. Un tuffo emozionante, questa mostra,

nel mondo di Frida e nella cultura

messicana. In attesa della riapertura del

museo, è possibile vedere su You Tube

un’anteprima della mostra di sicuro effetto.

Mostra Frida Kahlo - Il Caos Dentro Particolare dello Studio di Frida (tavolo scrittoio con Diario e colori)

Casa Azul, 1946 Coyoacàn, Città del Messico © NAVIGARE Srl


48

Fausto Minestrini

“Pensiero d'amore” - tecnica mista su tavola - cm 55x45

Porto turistico di Roma - Loc. 876- Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com


DADA c

MostrA DAL 26 GennAio AL 6 FebbrAio 2021

“La materia si trasforma in leggerezza lirica”

“Violet” - 2020 - Tecnica Mista su tela, colori acrilici - cm 80x80

“L'artista Dada c, con una continua evoluzione e con una propria resa stilistica, modella magistralmente la materia del

tessuto che fluttua leggera all'interno della sua rappresentazione con una unicità di stesura senza confini e con un costrutto

compositivo intriso di immaginazione, riflessione e sensazione. L'avvolgente fusione del tessuto con il significativo linguaggio

del colore si trasforma in un' emozionante leggerezza lirica che si concretizza attraverso un assoluto rapporto di prospettiva

e di forma, evidenziando costanti valori sia estetici che contenutistici. L'artista Dada c elabora una personale e sicura dialettica

dove il felice connubio tra materia e colore dimostra una padronanza nell'uso della tecnica mista su tela evidente. La

sua è una pitto-scultura complessa realizzata con attenzione, professionalità dei mezzi e abilità di ideazione in cui l'elaborazione

si alimenta di una chiara vocazione concettuale volta ad indagare sul dinamismo materico. Incantarsi dinanzi alle

opere dell'artista Dada c è ricorrente, i soggetti emergono incisivi e danno ampio spazio ad un'interpretativa capace di coinvolgere

il fruitore in un turbinio di emozioni e contenuti. L'essenza della materia, simbolo di luce e di energia nell'opera, diventa

animata e viva di una luminosità straordinaria dove l'impianto formale e la resa cromatica della superficie svelano

un'espressiva simbolica e spirituale importante. L'avvolgente fusione dei materiali conferisce all'opera una forza e una vitalità

che dialoga continuamente con la luce e con un processo creativo originale e suggestivo. Intimamente legata ai materiali,

l'artista Dada c crea, tra le pieghe della stoffa, morbide e seducenti curvilinee, che in costante movimento, acquistano una

spazialità essenziale ed una dialettica in cui è possibile notare infinite prospettive segniche.”

Monia Malinpensa (Art Director- Giornalista)

MostrA A curA Di MoniA MALinpensA

reFerenZe e QuotAZioni presso LA MALinpensA GALLeriA D’Arte by LA teLAcciA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

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ORARIO GALLERIA: DAL MARTEDI AL SABATO DALLE 10,30 ALLE 12,30 - 16,00 ALLE 19,00


50

Meraviglie archeologiche

in Africa

che non ha eguali al mondo. Un altro

luogo mistico e misterioso è rappresentato

dalle piramidi Nubiane della città di

Meroe in Sudan. Una leggenda ebraica

racconta che Mosè giovane principe egizio,

guidò una spedizione militare nella

città di Meroe, al tempo chiamata Saba.

L’insediamento urbano sorgeva vicino alla

confluenza di due grandi fiumi ed era

circondato da un formidabile muro e governato

da un re rinnegato. Al fine di proteggere

i suoi uomini, Mosè ideò uno stratagemma;

ogni soldato avrebbe portato

un cesto contenente un Ibis per far uccidere

i serpenti dal morso velenoso che si

trovavano in quei luoghi. Il piano ideato

non servì, poiché la città cadde a causa

del tradimento della figlia del re che acdi

Francesco Buttarelli

Le grandi civiltà africane ci

hanno tramandato, nel corso

di millenni affascinanti testimonianze.

Alcuni luoghi risultano

ampiamente documentati,

altri sono stati in parte trascurati pur

essendo siti storici magnifici. Un luo- go

magico, non sempre approfondito in maniera

adeguata è rappresentato dalla città

di Lalibela, antico insediamento nel nord

dell’Etiopia. Città considerata Sacra e

meta di pellegrinaggi, seconda soltanto

ad Axum. Lalibela conta una popolazione

completamente cristiano-ortodossa. L’ insediamento

risale al XII secolo ad opera

del re Lalibela che regnò tra il 1181 e il

1221. Secondo gli storici la città venne

edificata nel corso dei secoli (come testimoniano

i diversi stili delle chiese rupestri

esistenti); tuttavia esiste una leggenda

tramandata dai fedeli che racconta che la

città fu costruita in ventitre anni, di giorno

vi lavoravano gli uomini, mentre di

notte davano loro il cambio gli angeli.

L’intento del re era quello di ricreare una

Gerusalemme europea, poiché in sogno

gli era apparso Dio che gli aveva comandato

di erigere un luogo sacro ove i pellegrini

etiopi avrebbero potuto pregare

evitando il lungo viaggio a Gerusalemme,

(un percorso che spesso causava vittime

ed enormi disagi). Difficile descrivere

Lalibela, sono le immagini a parlare

di una città fuori dal tempo. Le undici

chiese rupestri cambiano aspetto a seconda

del volgere del sole, uno spettacolo


cettò di consegnare la città a Mosè, a

patto di convolare a nozze con lui. Le piramidi

Nubiane sono circa 220 e furono

costruite e utilizzate come tombe. La proporzione

fisica delle piramidi Nubiane

differisce molto dalle piramidi egizie: le

prime sono costruite a gradoni e sono alte

dai sei ai trenta metri con basi raramente

più larghe di otto metri. Tutte le tombe

delle piramidi Nubiane furono saccheggiate

in tempi antichi, ma le sculture esistenti

sulle mura delle tombe ci fanno

comprendere che i loro occupanti erano

mummificati, coperti di gioielli e deposti

in sarcofagi di legno. Durante gli scavi

archeologici del XIX e XX secolo vennero

rinvenuti resti di archi, faretre, frecce,

attrezzature per cavalli, vetri colorati

e stoviglie. Un’altra meraviglia africana

è rappresentata dall’area archeologica di

Leptis Magna, una vera e propria capitale

nel deserto con le sue enormi ricchezze :

l’ avorio, le gemme preziose, l’olio delle

sue campagne, il tutto arricchito da monumenti

stupendi. Il luogo si presenta agli

occhi del visitatore come un miraggio tra

le dune, e così doveva apparire Leptis ai

marinai che giungevano in vista della costa

libica, una striscia di sabbia disabitata

affacciata sul Mediterraneo. Il periodo

più florido della città fu quello della prima

età imperiale, lo testimonia l’immagine

dello splendido teatro, in origine contornato

di statue, ed il grande mercato,

uno dei più belli dell’ antichità. Un’altra

opera spettacolare è rappresentata dall’anfiteatro

che invece di ergersi dal suolo

sprofonda nella terra. Grandiose risultano

le terme costruite dall’imperatore Adriano.

Fu tuttavia l’imperatore Settimio Severo

a costruire gli edifici più belli della

città, l’arco che magnificava la dinastia

imperiale, la via colonnata ed il complesso

del foro. Il tempo purtroppo ha ricoperto

per lunghi periodi questi magnifici

edifici con la sabbia tanto che il luogo

venne chiamato: “La città delle ombre bianche”,

poiché i ruderi che affioravano dalle

dune davano l’idea di fantasmi nel deserto.


52

Silvana Gatti

“Vicolo Mediterraneo” - 2020 - Olio su tela - cm 40 x 30

“Barca all’ormeggio” - 2020 - Olio su Tela - cm 50 x 40

Un viaggio nel Salento,

è stato per l’artista fonte

di ispirazione per alcuni

dipinti. Perché il

viaggio è fonte di arricchimento

e di continua

scoperta delle bellezze

storiche e naturali del

nostro paese. Un’opera

di Silvana Gatti accoglie

il turista nella hall

del B&B Casa Destradis

di Oria, che ha ospitato

l’artista.

B&b casa Destradis

Via Francesco Milizia, 39, 72024 Oria BR•

329 834 0836


“Paesaggio del Salento” - 2020 - Olio su tela cm 40 x 50

L’artista partecipa con alcune opere al

contest I’m Hero, evento promosso dal

Museo Villa Bassi di Abano Terme.

A sinistra,

L’albero dell’amore

“Gli occhi parlano d'amore, hanno sete

d'amore, di quell'amore che non conosce

frontiere ma parla il linguaggio

dell’arcobaleno”

Silvana Gatti

per il Contest I’M Hero

S I LVA N A G AT T I - P I T T R I C E F I G U R AT I VA & S I M B O L I S TA

h t t p : / / d i g i l a n d e r. l i b e r o.i t / s i l v a n a g a t t i

e m a i l : s i l v a n a m a c @ l i b e r o. i t

Galleria Ess rrE

Arte moderna e contemporanea

galleriaesserre@gmail.com - cell. 329 4681684


54

Art&Vip

AnthonY Peth

il protagonista del mese

a cura della redazione

Bello e tenebroso, il bel conduttore

televisivo Anthony

Peth, classe 85’, di origini

sarde, conosciuto al grande

pubblico per la conduzione

di programmi di successo come Gustibus

su La7 e quest’anno Trend per le

reti Mediaset. Da sempre legato al Made

in Italy colleziona successi televisivi

e riconoscimenti importanti. Dopo

il successo di “Chef in campo” il

programma della prima serata del Lunedì

di Sportitalia, che ha visto come

ospiti personaggi legati al mondo dello

sport, il condutture Anthony Peth, si

prepara per un Natale diverso dal solito.

Un anno difficile questo, afferma

Anthony, un anno duro dal punto di

vista lavorativo ma soprattutto psicologico.

Non voglio essere forte con queste

affermazioni, ma la mente per tutti

noi è stata devastata e la nostra forza è

stata messa a dura prova. Dal punto di

vista lavorativo per mia fortuna, non

mi so- no mai fermato, prima con la

conduzione di Trend su La5 e poi al timone

di “Chef in campo”, ma avendo

condotto per tanti anni programmi di

cucina, in questi mesi ho sentito tanti

amici presi da ansie e tensioni alle stelle.

Imprenditori e ristoratori tutt’oggi

continuano a lottare e ad andare avanti.

Questo periodo lungo un anno ha segnato

tutti noi e chi ci sta vicino, dobbiamo

partire da questa prova che ci

insegna al vero valore del lavoro e della

nostra tradizione che, per come ci insegna

la storia, noi italiani riusciamo

sempre a rialzarci e così sarà anche

questa volta. Il peggio è passato e presto

torneremo a riappropriarci della nostra

totale libertà, voglio essere ottimista

ma soprattutto inizio a vedere una

luce intorno al tunnel.

Sicuramente il Natale è una ricorrenza


Anthony Peth con uno dei suoi dipinti

Special thanks:

Ph Riccardo Scrocca

Hair stylist Manuel Ernesti Black Rose Barber Shop

Make up Emilia Clementi

Outfit Retropolitan

che ci permetterà di stare più sereni,

per alcuni vicini ai propri

cari e per molti altri lontani purtroppo,

ma il buon cibo sarà un

elemento fondamentale che terrà

lo scettro detentore del buon

umore. Siamo un Paese conosciuto

e amato in tutto il mondo proprio

per il nostro Made in Italy,

culla della nostra cultura, è da li

che dobbiamo partire, dalla nostra

cucina e rendere omaggio

anche se, in pochi, a riunirci alle

grandi ricette tradizionali che

rendono unico il Natale.

Così il conduttore Anthony Peth,

nel periodo di queste festività si

dedicherà alla cucina sana e di

tradizione, impegnatissimo su più

fronti, a Gennaio il grande ritorno

in Rai e al timone di “Chef

in campo” che tornerà con una

nuova edizione, la seconda, dopo

il successo della prima.

Questa è una rivista d’arte e sono

felice di essere il volto della

copertina di questo numero che

chiuderà un anno difficile e ne

aprirà uno nuovo, mi auguro con

nuove prospettive e speranze per

distruggere questo mostro invisibile.

Non mi dedicherò soltanto alla

cucina, ma anche alla pittura,

ebbene si, oltre allo sport la pittura

è una tra le mie più grandi

passioni. Abbiamo tanto tempo

da trascorrere a casa dedichiamoci

alle attività che si possono

fare senza perderci d’animo. Mi

piacciono tanto i colori caldi e

se dovessi scegliere un artista

che stimo e a cui mi sono sempre

ispirato direi De Chirico e

la sua opera “Gioco e gioia” rappresenta

un po’ la vita di tutti

noi perché credo che proprio la

vita va presa come un gioco, soprattutto

per noi artisti folli.

Saluto i lettori di Art&trA e ricordate

“Italia solidale, Italia

piu’bella!”


56

MODULO DI

ABBONAMENTO 2020/21

regalati un abbonamento

alla rivista Art&trA

6 numeri € 15,00

12 numeri € 25,00

Desidero ricevere le copie della rivista al seguente indirizzo:

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dell’Annuario d’Arte moderna 2021

il pagamento potrà avvenire mediante

bonifico bancario

Iban: IT 10 K 05387 03200 000002169513

intestato a Acca International Srl


pAoLA MAriA coLoMbo

MostrA DAL 26 GennAio AL 6 FebbrAio 2021

“Antiche e oniriche evocazioni”

“Latido” - 2013 - Fotografia artistica elaborata digitalmente - cm 60x70

“Quella dell’artista Paola Maria Colombo è un’arte che racconta una ricerca ininterrotta sul legame donna-serpente dalla

quale si sprigiona una profonda energia spirituale e dove lo spazio formale si anima di un dominante gioco cromatico e di

un notevole senso volumetrico, ricco di magistrale esecuzione. L’artista trasforma il suo linguaggio in un vero e proprio lessico,

sia di forma espressiva sia di libertà creativa, sempre pulsante di notevoli effetti visivi che esaltano l’immagine tanto

da raggiungere un’evidente sintesi interpretativa. Attraverso la rappresentazione della donna, che vive all’interno dell’opera

in un perfetto connubio con il serpente quasi a diventare un unico corpo, si liberano costanti riferimenti alla mitologia greca,

in cui si racconta una simbologia ricca di antiche e oniriche evocazioni, intese come origine della vita e della mutazione. La

sua è una ricerca dinamica, di grande respiro, molto coerente e fortemente interiorizzata che si sviluppa in una direzione

concettuale in cui il pensiero e l’azione rendono il soggetto vivo di stati d’animo e di emozioni. Il serpente, che si muove in

una dimensione dall’intenso aspetto religioso, divino e spirituale, si materializza in un percorso di lavoro impegnativo che

dà origine a pensieri, impulsi interiori e a espliciti riferimenti mitologici. Come Il rettile che muta e libera continuamente la

sua pelle, lasciando un segno di rinascita su questa terra, anche la donna, in forma analoga, esprime un’evidente espressione

di mutazione che è quella della rinascita con la trasformazione del suo corpo dona una nuova vita.”

Monia Malinpensa (Art Director- Giornalista)

MostrA A curA Di MoniA MALinpensA

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58

“due minuti di arte”

in DUe MinUti vi rAcconto coMe Gli

ArtiSti hAnno DiPinto l’inverno

di Marco Lovisco

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Monet

Dame rinascimentali che giocano

a palle di neve sotto

le mura di un castello, cacciatori

che tornano al villaggio

procedendo lenti nella

neve, un vecchio con un sacco sulle

spalle che vola sui tetti imbiancati di

una città silenziosa… le tenui sfumature

della neve da sempre hanno ispirato

artisti ad ogni latitudine. Ognuno ha

raccontato a suo modo l’inverno, evidenziandone

aspetti diversi, a volte insoliti.

Così ho deciso di fare una selezione

di opere d’arte a tema invernale,

per raccontare come, attraverso i secoli,

gli artisti si sono confrontati con i colori

della stagione più fredda. è un viaggio

a ritroso nel tempo, che parte dalle

modelle Art Deco di Tamara de Lempicka

e torna indietro nei secoli, per

fermarsi di fronte alle mura merlate del

castello del Buonconsiglio, nel cuore di

Trento.

Ve lo racconto in due minuti (di arte):

1. Tamara de Lempicka, St. Moritz,

1929, collezione privata

Eleganza, stile e algida bellezza: ecco

come Tamara de Kempicka, regina

dell’Art Deco, racconta l’inverno. Come

in molte delle sue opere, anche in

questa c’è un’attenzione estrema agli

abiti e all’acconciatura della modella,

perfettamente affini alla moda dell’epoca.

Si tratta di un dettaglio che traspare

in molti altri dipinti di questa

talentuosa artista polacca, famosa per la

sua vita mondana, e per la profonda

malinconia che l’affliggeva, e che rivive

negli occhi color miele della sua bellissima

sciatrice.

2. Marc Chagall, Sopra Vitebsk, 1914,

Art Gallery of Ontario, Toronto.

Non poteva che sorprendere il soggetto

scelto da Marc Chagall per rappresentare

l’inverno. Un vecchio signore

che vola sui tetti di una città addormentata,

con un bastone e un sacco

dietro la schiena. Si tratta dell’Ebreo

errante, figura ricorrente della tradizione

ebraica, professata dall’artista bielorusso.

Come in molte delle sue opere,

anche in questa Chagall racconta le sue

radici, legate alla religione, raccontata

in modo semplice e con grande delicatezza,

e alla sua patria, la piccola città

di Vitebsk.

3. Giovanni Segantini, Ritorno dal

bosco, 1890, Collezione privata

Tra tutte le opere ho scelto questo dipinto

di un importante artista trentino,

tra i massimi esponenti del divisionismo,

corrente artistica nata in Italia alla

fine dell’Ottocento. è un’opera che racconta

bene le dure condizione dei contadini

che vivevano nelle Alpi più di un

secolo fa. Pregevole il modo in cui l’ar-


meraviglioso dipinto di Monet si ha

l’impressione di sentire il suono della

neve che scricchiola sotto i nostri piedi

e il profumo dell’aria frizzante di un

mattino invernale. Come in altri dipinti

di Monet, anche in questo sono evidenti

due caratteristiche che rendono le sue

opere riconoscibili: la pittura en plein

air, che accomuna tanti altri artisti impressionisti,

e l’attenzione nel catturare

gli effetti della luce e le sue sfumature

che si riverberano sul bianco della neve.

7. Gustave Courbet, Volpe nella neve,

1860, Dallas Museum of Art

Osservando questo dipinto si ha l’impressione

di guardare una fotografia,

capace di catturare un atto dinamico e

fermarlo per sempre in un capolavoro

che verrà ammirato per secoli. Non

poteva essere diversamente, visto che

siamo di fronte ad un’opera di Gustave

Courbet, padre del realismo. Un redeLempicka

tista riesce a evidenziare le diverse sfumature

della neve, che raccontano tre

spazi diversi: la strada su cui si trascina

faticosamente la slitta, le montagne che

si stagliano sullo sfondo e il cielo candido,

che preannuncia l’imminente nevicata.

4. Vincent van Gogh, Minatori nella

neve, 1882, Van Gogh Museum, Amsterdam

Dal duro lavoro dei contadini delle Alpi,

a quello estenuante dei minatori del

Belgio. Nel 1879 infatti Van Gogh si

recò nelle regioni minerarie del Belgio

per prendersi cura dei malati e predicare

la Bibbia ai minatori. Per comprenderne

meglio le condizioni, decise di vivere

come loro, dormendo in una baracca e

dividendo con gli altri i pasti frugali

attorno alla flebile luce delle lampade.

Questo eccesso di fervore tuttavia spaventò

i responsabili della Scuola di E-

vangelizzazione di Bruxelles, che decisero

di non rinnovargli l’incarico di predicatore.

Di quell’esperienza sopravvivono

molti toccanti dipinti.

5. Alfred Sisley, Neve a Louveciennes,

1878, Musée d'Orsay, Parigi

Silenzioso, solitario e riservato: l’inverno

di Sisley rispecchia la personalità di

questo pittore impressionista, che a

Louveciennes, paesino nei dintorni di

Parigi, visse dal 1872 al 1874. A differenza

del suo collega Renoir, che adorava

i paesaggi assolati e mediterranei,

Sisley preferiva le tinte candide della

neve, che ritrae in una serie di bellissimi

dipinti con le sue pennellate leggere dai

toni delicati.

6. Claude Monet, La Gazza, 1868-1869,

Musée d’Orsay, Parigi

Un paesaggio candido, interrotto solo

da una piccola macchia scura, adagiata

su una staccionata. Guardando questo


60

Courbet

Segantini

alismo che puntava a catturare i dettagli

della realtà con una maniacale attenzione

al dettaglio, e con una tecnica pittorica

originale che gli permise di ottenere effetti

cromatici di notevole dinamismo ed

energia.

8. Pieter Bruegel il Vecchio, Cacciatori

nella neve, 1565, Kunsthistorisches Museum,

Vienna

Siamo di fronte all’opera di uno dei più

importanti pittori di paesaggi del XVI

secolo, capace di cogliere con ricchezza

di particolari e sensibilità la quotidianità

della vita contadina nei Paesi Bassi. In

quest’opera pare di avvertire la stanchezza

dei cacciatori che tornano lenti al

villaggio dopo una giornata nei boschi a

cercare selvaggina. Interessante la divisione

dell’opera in due scenari: da un lato

la fatica dei cacciatori, dall’altro la serenità

del villaggio, dove c’è anche spazio

per pattinare sul ghiaccio e trascorrere

una giornata spensierata.

9. Giuseppe Arcimboldo, Quattro stagioni

– Inverno, 1563, Museo del Louvre,

Parigi

Questo interessante dipinto è una delle

“teste composte” del pittore italiano. Si

tratta di rappresentazioni di volti umani

che nascono dalla composizione di vari

elementi inanimati: frutta, verdura, ortaggi,

oggetti di uso quotidiano. La scelta

degli oggetti che compone il volto assume

un valore simbolico, come in quest’opera

dove l’inverno ha il volto arcigno

di un vecchio albero ormai secco.

10. Maestro Venceslao (attribuito), Ciclo

dei mesi – Gennaio, XV secolo, Castello

del Buonconsiglio, Trento

Un capolavoro dell’arte gotica, tra le

mura di un imponente castello nel cuore

delle montagne. Il ciclo dei mesi che puoi

ammirare nella “Torre dell’Aquila” nella

cinta perimetrale del castello del Buonconsiglio

di Trento, è un gruppo di undici

affreschi che raccontano la vita quotidiana

nel medioevo, mese dopo mese. In

particolare è molto interessante l’affresco

che racconta il mese di gennaio, dove si

vede un gruppo di nobili che gioca a palla

di neve, proprio a ridosso delle mura del

castello, mentre sullo sfondo i cacciatori

perlustrano il bosco in cerca di prede.


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“Disegno siamese” - 2016 - matita su tavola - cm 80x80

Omar Galliani

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62

Les fleurs et les raisins

Trasversali allegagioni d’arte

NOUVEAU... A L’ART

Innumerevoli, nel campo delle creazioni

umane, sono i prodigi scoperti

quasi per caso, errori di prassi

e valutazione trasformati in formidabili

intuizioni dalla brillante

versatilità del genio individuale. Così avvenne

anche per il Beaujolais Nouveau,

allorché un gruppo di ricercatori di Narbonne,

volendo trovare un modo per conservare

le uve appena raccolte, le posizionarono

sotto una cortina di anidride

carbonica per diverse settimane. Dopo essersi

accorti della loro fermentazione in

un liquido ancora in parte gassoso, decisero

di procedere alla vinificazione: era

nata la tecnica della “macerazione carbonica”

con la quale tutt'oggi, a distanza di

circa un secolo, si produce questa particolare

tipologia di vino. In sostanza i

grappoli ancora interi vengono posti in

una cisterna saturata con anidride carbonica

e chiusa ermeticamente: il gas che

verrà a formarsi riempirà l'intero contenitore

determinando una fermentazione

intracellulare. La massa così ottenuta viene

pigiata, svinata e collocata in un tino

per completare la fermentazione. Dopo

pochi giorni dall'imbottigliamento il vino

può essere venduto.

Se può esserci un re del Beaujolais Nouveau,

che ha contribuito a crearne un'immagine

affascinante sia in Francia che nel

resto del mondo, questi è sicuramente

Georges Duboeuf, sincero e appassionato

sostenitore della sua terra e di quel vitigno,

il Gamay noir a jus blanc, protagonista

di tanti cru del Beaujolais.

Uscendo sul mercato il terzo giovedì di

novembre, l’attesa del Nouveau è particolarmente

sentita all'interno del calendario

degli appuntamenti enologici, e proprio

Duboeuf fu grande promotore de

“Les Sarmentelles de Beaujeu”, festival

che celebra il deblocage del vino. A poco

più di un anno dalla scomparsa di Georges,

l’attività è ora gestita dal figlio

Franck e il nome Duboeuf è ambasciatore

dell’intera regione e di circa trecento vi-


ticoltori che lavorano in stretta sinergia.

Il Nouveau 2020 presenta i caratteristici

sentori vinosi, profumi di fragola, di sottobosco,

accenni di giuggiola e uvaspina

con una sferzata evidente di arancia sanguinella.

Al palato è meno rustico di

quanto ci si potrebbe attendere, il poco

tannnino è ricompensato da una buona

acidità e da quel sospetto di carbonica

non ancora risolta che conduce al sorso

successivo. Un vino allegro, brioso e conviviale,

da bere spensieratamente seduti

a un tavolo tra Gnafron e Guignol, in uno

dei numerosi bouchon lionesi.

La musica insegue le curve e le capitolazioni

vocali di Trenet, gli occhi addolciti

dalla “Joie de vivre” di un Picasso rasserenato

dalle coste di Antibes che ci accompagna

nelle evoluzioni danzanti della

sua donna-fiore: il suono mellifluo del

flauto del centauro e del diaulo del fauno

che si confonde e si perde tra le digradanti

variazioni “carta da zucchero” del

mare e del cielo.

Un sorso di vita scovato al cuore di un

Eden senza tempo.

Alberto Gross


9

abiennALe D’Arte

internAZionALe

A MontecArLo

12-13 GiuGno 2021

pitturA, scuLturA, MosAico, cerAMicA, bAssoriLieVi, incisioni, GrAFicA,

AcQuereLLo, FotoGrAFiA e opere reALiZZAte AL coMputer.

La Galleria d’Arte Malinpensa by La Telaccia organizza la 9° Biennale d’Arte internazionale a Montecarlo 2021, affiancata da

una giuria composta da critici d’arte, collezionisti, giornalisti, editori, fotografi, artisti e galleristi, vengono selezionati con scrupolosità,

impegno e professionalità, artisti nel vasto panorama artistico a livello internazionale. è una manifestazione d’arte di

grande risonanza e di importante livello artistico culturale grazie anche alla vasta pubblicità che viene fatta su diverse riviste internazionali

specializzate nel settore. si può partecipare o per il tema libero o per quello fisso. Dieci artisti per il Tema fisso verranno

premiati, durante il vernissage, con un trofeo realizzato appositamente per l’occasione. La Biennale è patrocinata

dall’Ambasciata Italiana nel Principato di Monaco. L’esposizione delle opere selezionate, una per ogni artista, si terrà a Montecarlo

il 12 e 13 Giugno 2021 nelle sale Theatre dell’Hotel Metropole.

teMA Libero e teMA Fisso:

“L’Arte in ViAGGio ALLA scopertA DeLL’AMbiente”

Il cambiamento climatico, il riscaldamento globale, le alluvioni in aumento, la siccità e il mare, con più plastica che pesci, sono i

disastri ambientali che purtroppo stiamo vivendo e subendo con tutte le serie conseguenze che ne derivano. Il rischio di estinzione

per alcune specie animali, i carboni, i petroli, i gas, i mari che stanno diventando più caldi e più acidi, i ghiacciai che

stiamo perdendo e la plastica da eliminare, tutto questo è una vera e propria minaccia. Il nostro pianeta sta bruciando e neanche

così lentamente come pensiamo. si è realisti e non catastrofisti è questo il messaggio del tema fisso, il rapporto tra uomo e

ambiente con le sue varie problematiche ma anche con la sua immensa bellezza. Da parte degli artisti, con il loro viaggio nella

natura e soprattutto con la loro sensibilità, vedremo lo sforzo, l’ideazione e la voglia di migliorare e cambiare le condizioni ambientali

per ritornare a sperare. Le opere, intrise di unicità ed originalità, si fonderanno in profondi stati d’animo emozionali e

suggestive sensazioni, indice di un fare arte sincero, Impegno e libertà creativa si esprimeranno in merito per sprigionare l’essenza

dell’uomo-artista.

con iL pAtrocinio DeLL’AMbAsciAtA itALiAnA neL principAto Di MonAco

Madrina d’onore alla 9° Biennale d’arte l’artista RaBaRaMa.

Trofeo reALIzzATo DAL MAesTro

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66

i tesori del Borgo

Abano terme

e il suo scrigno prezioso:

villa Bassi rathgeb

A cura di Stephanie Bertelli

Splendida Villa Veneta del 500,

luogo di svago e di armonia,

due guerrieri accoglievano l’ospite

allora e il visitatore oggi;

l’uno è Marte e l’altro Bellona

che indicano a chi entra nel prezioso Museo,

che, qualsiasi cosa accada, sarà protetto

dagli Dei più potenti dell’Olimpo:

da tutto e tutti a garanzia di pace e prosperità.

La Loggia che accoglie oggi il visitatore

offre agli occhi uno spettacolo

quasi magico e inatteso: un orientale rivolge

uno strumento verso un piedistallo

ai piedi del quale si colloca un guerriero;

un popolano e un cavaliere entrano

in scena rapidamente e su un piedistallo

una splendida fanciulla ignuda regge un

giogo ad una figura alata e raggiata che

porta in mano una cornucopia seduta su

un trono a baldacchino: al di sopra di tutto

un Genio suona la tromba della Fama.

Altre due figure allegoriche completano

il ciclo; una figura femminile con indosso

un elmo getta monete ed un’altra reca in

mano un ramoscello di olivo e una melagrana.

Il visitatore viene accolto da Dei, Geni e

Fama, Gloria Fortuna e Virtù. Le Virtus

raffigurate a Villa Bassi attraverso le Arti

e le Scienze vincono la parte bestiale dell’uomo

e lo proteggono da qualsiasi pericolo.

Musicisti, buffoni e valletti, una

scimmia e un gatto completano l’accoglienza

del visitatore che ne rimarrà incantato

e completamente sedotto in una

aura di pace e armonia che oggi si fa sempre

più agognata e ambita. Bacco dal soffitto

inneggia alla vita agreste e alla natura

quasi un monito per l’uomo a non

perdere di vista i valori veri dell’esistenza.

Il salone del piano nobile è un’esaltazione

dell’amore, dell’amore che rende

immortali ed eterni anche dopo la vita

terrena così come accadde ad Alcione e

Ceice: la forza del loro amore convinse

gli Dei a trasformarli in uccelli. Da allora

gli alcioni sono considerati simbolo dell’amore

coniugale. Gli affreschi narrano

una storia potente ed incantata narrata da

Ovidio nella Metamorfosi. E poi Sansone

e Dalila, Cefalo e Procri… storie di amori

umani consacrati all’eterno. E ancora

Mercurio, Argo, Apollo e Dafne, storie

conturbanti e preziose accompagneranno

il visitatore in tutto il percorso.

Alberto Rathgeb raccolse una prestigiosa

wunder kammer che include opere di pittura

e scultura che vanno dal 1400 al

1700 che fu poi donata dal figlio adottivo

Roberto Rathgeb al Comune di Abano

Terme, ben 450 pezzi tra dipinti, arredi,

sculture, reperti archeologici e armi. Gran-


di i nomi della Collezione Bassi che si

mettono in dialogo con quelli della Collezione

Merlini nella Mostra “seicento

novecento da Magnasco a Fontana”: Moretto,

Palma il Giovane, Moroni, Fra Galgario,

Baschenis, Magnasco insieme a

Fontana, Morandi, Guttuso, De Chirico,

Parmeggiani, Wildt e questi solo alcuni

dei grandi nomi in mostra. Alla chiusura

della Mostra dovuta al decreto governativo,

il Museo ha lanciato un messaggio

agli Artisti di tutta Italia: “Veniamo

noi da Voi aspettando di ripartire con

forza ed eroismo”. Museo Villa Bassi

Rathgeb anche in situazione di lockdown

non resta immobile e si lancia in una vera

e propria mostra virtuale online coinvolgendo

gli Artisti di ogni parte d’Italia e

lanciando l’innovativo Contest dal nome

energico e risoluto I’M HERO, contest

dal nome forte e potente che premia l’energia,

l’arte e le virtù in questo periodo

che ci mette a dura prova. Un Contest solidale

che vedrà premiati ben 54 artisti in

Mostra al termine dell’emergenza sanitaria.

Al Museo Villa Bassi Rathgeb

arriva il primo personaggio artistico

che raggiunge il pubblico a casa propria

tramite i social: Sir Albert Bassi Rathgeb

ispirato al collezionista e mecenate che

donò la sua intera collezione al Comune

di Abano. Una sorta di Mascotte intellettuale

e colta che presenta i capolavori

spettacolari di questa magica location.

Durante il Contest denominato “I’M

HERO” Sir Albert Bassi Rathgeb stimola

via social gli artisti di tutta Italia

ad esternare talento e creatività: presentando

i grandi capolavori induce alla

riflessione e alla creazione di dipinti,

disegni, frasi letterarie che poi saranno

sottoposte al giudizio di un giuria di

prestigio che comprenderà curatore

della mostra, importanti giornalisti del

settore arte cultura e importanti protagonisti

della scena culturale.“Il Comune

di Abano Terme, Ente Promotore in

principalità - afferma l’Assessore alla

Cultura Cristina Pollazzi - da sempre

ricerca e supporta la creatività e ora vuole

invitare tutti gli artisti italiani ad unirsi e

a comunicare la loro visione artistica o

letteraria attraverso i social del Museo

Villa Bassi Rathgeb e la figura del grande

collezionista Sir Albert Bassi Rathgeb.

Abbiamo dedicato tanto a questo Museo,

fino a renderlo polo culturale per l’intera

regione e ora abbiamo progetti per portarlo

ad avere un respiro nazionale ed internazionale.

Abbiamo dotato Abano di

un Museo – prosegue l’Assessore - che

dialoga con la città, che ha un ruolo sociale

molto importante: contribuisce alla


68

Cristina Pollazzi, Assessore alla Cultura del Comune di Abano Terme e Giulia Vazzoler, pianista internazionale

trasmissione del sapere indentificandosi

con il nostro territorio e con la

sua storia, non solo garantendo la salvaguardia

della collezione ma promuovendo

attività che possano coinvolgere

tutti i nostri cittadini. Il Contest

I’m Hero è un contest solidale

in un momento in cui l’arte e la cultura

hanno avuto un blocco totale: il

premio principale sarà una vera e

propria Mostra “fatta” dalle persone,

composta dalle loro creazioni

grafiche, pittoriche e letterarie perché

per noi la persona sta sempre al

centro!” Il Contest si concluderà il 20

febbraio 2021. Il giudizio insindacabile

della giuria decreterà i vincitori a

fine febbraio 2021.

La Mostra si terrà nei mesi di luglio e

agosto 2021: Giulia Vazzoler delle Piano

Girl, pianista internazionale, si è

unita al Museo e agli artisti in questo

progetto di solidarietà e ha composto

una colonna sonora e un video clip interamente

dedicata all’Evento.

La classifica sarà pubblicata su social e

sito Museo Villa Bassi.

www.museovillabassiabano.it

Hanno voluto omaggiare Sir Albert

Bassi Rathgeb e il suo Contest I’m

Hero moltissimi Maestri, presenti

sulla scena artistica italiana e straniera

fin dalla metà del 900. Per la

scultura ne citiamo solo alcuni, per

non svelare troppi particolari in anticipo:

Gianni Guidi di Ferrara, i

romagnoli Sergio Monari, Giovanni

Scardovi e Mario Zanoni. Per la pittura

i Maestri toscani, Riccardo Ghiribelli

di Firenze e Carlo Lanini di

Poppi, per la fotografia Alberto Muro

Pelliconi, imolese di nascita, romano

d’adozione. A questi artisti di

lungo corso e maestri del 900, si aggiungeranno

altri nomi di giovani

maestri annoverabili tra i talenti e-

mergenti del 21esimo secolo. Tra essi:

il pittore bolognese, Luca Boatta,

lo scultore e pittore romagnolo, Paolo

Buzzi, lo scenografo e scultore iraniano,

ferrarese di adozione, Amir

Sharifpour.

Ma questi sono solo alcuni dei

grandi Artisti del Contest I’m Hero…

la strepitosa Mostra si terrà

nei mesi di luglio e agosto a Museo

Villa Bassi Rathgeb e solo allora si

potranno ammirare le favolose creazioni

di un periodo così intenso e

difficile mai vissuto prima di oggi.


Biografie d’Artista

a cura di Marilena Spataro

Nadia Barresi

Nadia Barresi nasce in Sicilia nel 1963, trascorre

la sua infanzia in Lombardia, sulle rive

del lago Maggiore e, a ventitrè anni si trasferisce

in Romagna, dove tuttora vive e lavora.

L’artista si definisce un’autodidatta, tutto

quello che dipinge è una sperimentazione continua

e diretta sulla tela, che affonda le radici fin nella sua

primissima età: a quattordici anni incomincia a creare le

sue prime opere su tela partendo da un approccio Naif, influenzato

dalla guida e conoscenza diretta di Nicola Pankoff,

celebre ed eclettico pittore. Poi, a causa suo lavoro di

insegnante e la contemporanea nascita dei suoi due figli, per

un periodo smette di dipingere. Continua tuttavia a disegnare,

trasferendo progetti di nuove tecniche su blocchi di

fogli bianchi, per fermare e registrare le sue idee certa di

poterle in futuro rielaborare con colori e pennelli.

Nel 1998 ricomincia a dipingere, sperimentando un nuovo

personale uso del colore mescolandolo all'utilizzo di materiali

quali sabbia e cera, che la portano, nel 2007 alla realizzazione

di una sua Personale “TERRA” alla Galleria

ArteIncontro a Conselice. Le quindici opere esposte rappresentano

un percorso di maturazione in cui l’artista si misura

con una nuova rappresentazione della realtà attraverso

segni grafici forti e, a volte, primitivi.

L’anno successivo realizza circa settanta tavole ad acquerello

che illustreranno il libro “Essenze floreali Australiane

- conoscere ed utilizzare le essenze floreali australiane” del

Naturopata G. Lucherini Ed. Verde Libri 2008.

Nel 2009 a Casa Rossini di Lugo presenta una nuova mostra

delle sue opere, con “LUCI E OMBRE”. Qui Nadia Barresi,

attraverso l’astrattismo affronta il tema dell’esplorazione

umana e dell'introspezione in cui il soggetto viene appena

accennato: impronte, tratti,visioni e colori materici permeati

di luce e ombra che si trasformano in emozioni. Nell’ultimo

decennio l’artista ha continuato a lavorare nel suo

studio ricercando e sperimentando nuove tecniche, nuovi

utilizzi del colore, nuovi supporti e strumenti: dipingere è

una gioia, un bisogno che asseconda con passione ed energia,

arrivando così alla realizzazione di nuove opere, venti

delle quali, protagoniste della sua ultima mostra personale

“FRAMMENTI” nel dicembre 2019 a Palazzo Marini di Alfonsine.

“I miei Frammenti”, dice l’autrice “lasciano intravedere

sensazioni, emozioni, ricordi, viaggi e il mio impegno

per la tutela dell’ambiente che si fondono o svelano attraverso

la concretezza della tela”.

Critica:

“Una spazialità dal segno onirico, un colore intenso, pastoso,

fuso alla materialità della terra.

Sensazioni e segni manifesti che rimangono impressi sulla

tela come nell’occhio di chi guarda, un barlume di luce che

a volte diventa lampo. è questo un linguaggio poetico che

segna tutto il percorso artistico di Nadia Barresi: una rappresentazione

che non vuole aggrapparsi ad alcuna visione

semplicistica del reale e che esulando dall’oggettività narrativa

ci porta altrove, con leggerezza. Uno sguardo mai superficiale

che affonda, mirato, in una dimensione condivisa:

il colore, sempre protagonista indiscusso, ci fa da guida; a

volte snudandosi per concederci di percepire la sola forza

del segno, altre per suggerire (come in “Frammenti”) la rapidità

della luce che rimane impressa nei vuoti. L’immediata

rappresentazione di un pensiero complesso che scompone

un’identità artistica in un’alterità decostruita, possibile a

tutti, condivisa attraverso le tele, come in un dono.

Giulia Montanari

“Attesa” - 2019 - olio, acrilico, sabbia su tela - cm 100x70


70

Art&Events

Roberta Morise regina di successi

Amano a mano”,

disponibile in

radio e su tutte

le piattaforme

digitali, è il singolo di Roberta

Morise feat. Pierdavide

Carone (etichetta

Work Entertainment/distribuzione

Artist First). L’omaggio

dei due artisti nei

70 anni dalla nascita di

Rino Gaetano, che ha reso

celebre il brano originale

di Riccardo Cocciante, è

prodotto da Francesco Tosoni

negli studi di Noise

Symphony. Roberta Morise,

nota al pubblico soprattutto grazie alla televisione, porta parallelamente

avanti la sua grande passione per il canto e la musica italiana che

l’accompagnano fin da bambina; passione che l’ha portata a duettare

anche con Lucio Dalla. Ed è proprio la condivisione del palco con l’artista

bolognese ad unire la Morise, in questo nuovo progetto artistico, al cantautore

Pierdavide Carone che, proprio con Dalla ha presentato il brano

“Nanì” in gara al Festival di Sanremo 2012. Morise & Carone trovano

oggi, ancora una volta, il loro terreno d’incontro nella canzone italiana

omaggiando un altro grande cantautore a 70 anni dalla sua nascita: Rino

Gaetano, l’artista che ha reso celebre proprio “A mano a mano” scritta e

pubblicata da Riccardo Cocciante per la prima volta nel 1978.

Giulia Cima - Star del web

Questo numero dal mondo del Web prevale in assoluto

un’eccellenza dello sport, Giulia Cima, detentrice di Due

importanti titoli mondiali, definita donna coraggio, divenuta

in breve tempo un personaggio di riferimento per

campioni e appassionati. Ormai si sa in questo periodo

particolare che stiamo vivendo per fronteggiare l’emergenza Covid

19, fra restrizioni e divieti assoluti, lo sanno bene diverse attività, come

le palestre che resteranno chiuse ancora per un po. Fra i maggiori personal

prevale proprio lei, la campionessa Giulia Cima che, a differenza

di molti, non svolge lezioni online, “le attività fisiche vanno affrontate

di persona e nelle giuste sedi sportive” afferma, ma non per questo non

si è data da fare, divenendo in questo periodo soprattutto, una vera star

del web. Tanti i suoi seguaci e tanti i like che vedono protagonista la

Cima con i suoi post ironici e spesso pungenti, batezzata dal grande

pubblico l' istruttrice del sorriso. In attesa di tornare tutti in forma con

le attività funzionali e sportive non resta che svagarsi attraverso il Web,

ormai divenuta una moda che vede le grabdi Star protagoniste.

Il libro per ragazzi diventa un cult

Lantimafia è un esercizio

quotidiano, fatto di scelte,

di memoria, di impegno.

Un esercizio che implica

anche la narrazione, perché

è importante ricordare sempre

che ci sono state e ci sono persone

che hanno avuto e hanno la forza di

sacrificare le proprie vite in nome

della giustizia, della legalità e del fresco

profumo di libertà. Li chiamano

eroi dell’antimafia: uomini e donne

che hanno fatto il proprio dovere e

che noi, ogni giorno, dobbiamo ricordare

e onorare attraverso le nostre

scelte e le nostre azioni. Anche raccontando

ai più piccoli chi erano,

cosa hanno fatto, come hanno tentato

quotidianamente di rendere più pulita

la Terra sulla quale viviamo. Come

farlo con i bambini se non attraverso le favole?

Nel libro “Gli Eroi di Leucolizia” (Perrone Editore) sono sette le storie narrate,

storie nelle quali si intrecciano altre storie, altri eroi, nell’intento di lasciare

a chi legge o ascolta un patrimonio di valori e soprattutto di amore

verso l’altro. Ad aprire la raccolta la storia di Gaetano Saffioti che, testimone

vivo del nostro tempo, diventa poi la voce narrante delle favole successive

in cui si raccontano Padre Pino Puglisi, Annalisa Durante,

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Giancarlo Siani, Peppino Impastato,

Don Peppe Diana.

La giornalista Angela Iantosca, dopo aver scritto numerosi saggi inchiesta

sulla ‘ndrangheta e sul tema della tossicodipendenza, decide, così di rivolgersi

ai giovanissimi, ma continuando a parlare agli adulti che dietro le

stelle, gli asini, i sogni, le toghe magiche troveranno le storie che hanno attraversato

le loro vite e un invito a recuperare l’ingrediente segreto…

Le verità di Claretta Petacci

Un libro atipico, come

lo definisce l’autrice,

su una eroina romantica.

“Il giallo di una

vita spezzata”, di Maria Pia Paravia,

Graus Edizioni, presentato

nella sala Nassirya del Senato in

maniera distanziata, è un ricostruire

i sentimenti di una donna

raccontati da un’altra donna.

L’unica interpretazione possibile,

quindi, del rapporto della giovane

Claretta Petacci con Benito Mussolini,

è quella fatta da una donna,

l’autrice, che in questo testo

tratteggia, dopo una lunga ricerca

storiografica, le emozioni di Clara.

Nel testo sono riportati anche importanti

documenti sui diari della

Petacci: svelato il mistero sulla

loro fine. Gli scritti sono infatti giunti a Roma tramite il capitano dei Carabinieri

Vincenzo Ceglia.

“Mi sono dedicata a questo studio per due anni e mezzo – dice l’autrice

– con grande difficoltà e anche pericolo personale. E questo per riabilitare

una delle donne più offese d’Italia. Perché credo che le donne debbano

essere solidali. Nel libro non c’è risentimento.

Tra i presenti dell’evento, moderato da Mariella Anziano con il supporto

di Giulia Cerasoli, anche le attrici Eliana Miglio, che ha letto alcuni brani

del testo in presentazione, Martina Menichini, attrice e doppiatrice, Valentina

Ghetti, il conduttore Anthony Peth, il senatore e vice presidente

del Senato Ignazio La Russa e l’editore Pietro Graus.


Storie di donne successo per la sesta edizione

Coco Chanel:

unica e insostituibile di Roberta Damiata

Grande successo per la kermesse Storie di Donne ospitata

quest’anno a Roma e dedicata nel 2020 alle Donne di

Scienza, con i riconoscimenti consegnati che sono stati firmati

dall’Artista dei Led Francesca Guidi.

Le premiate di questa VI edizione organizzata dalla giornalista

Lisa Bernardini Presidente dell’Associazione culturale Occhio

dell’Arte APS, quest’anno in collaborazione con l’Associazione ASTRI

: Scienziati e Tecnologi per l’interesse nazionale capeggiati dal fisico nucleare

Sergio Bartalucci, sono state: la Neuropsichiatra Emilia Costa,

l’Ingegnere Nucleare Alessandra Di Pietro, l’Astrofisica internazionale

Sandra Savaglio, la virologa Maria Rita Gismondo. Menzione speciale

per il Pianeta Scuola andata alla studentessa Diletta Picardo, in rappresentanza

del Liceo Scientifico delle Scienze Applicate.

In collegamento via zoom, oltre la Gismondo, era presente Fratel Andrea

Biondi (direttore istituto Piio IX Aventino in Roma), Maria Elisa Lucchetta

(Presidente Rotary Castelli Romani). Nel pomeriggio si è unito virtualmente

al prestigioso parterre il virologo Giulio Tarro, mentre in

presenza si sono aggiunti il giornalista greco George Labrinopolous,

l’economista Antonino Galloni, la blogger virale ed imprenditrice Emilia

Clementi, il Presidente Sindacato Nazionale Antiusura e Riabilitazione

Protestati Avv. Francesco Petrino.

Festeggiamenti a pranzo in un tipico locale romano adiacente, brindando

con l'ottimo vino offerto generosamente ai presenti dalla Casata Mergè.

Dalla penna della giornalista Roberta Damiata arriva una

inedita biografia della stilista Coco Chanel. Il libro racconta

la vita di Chanel partendo dai nonni e concludendosi

sul letto di morte, indagando il suo percorso di

stilista, ma approfondendo soprattutto quello di donna rivoluzionaria.

Un racconto che somiglia ad un romanzo attraverso un'epoca a cavallo

tra le due guerre mondiali. I suoi grandi amori, le sue passioni

e la devozione incondizionata per il suo lavoro. Dalle mura dell'orfanotrofio

fino ai fasti delle dimore più prestigiose la storia di una

donna unica e sicuramente insostituibile.

A Fiumicino l’eccellenza sfida il Covid

Af Project festeggia sei anni

Sapori intensi, gastronomia di alta qualità e dolci di eccellenza,

la storia appena iniziata di Blue Rose Cafè, della famiglia

Carpino, una avventura in tempi di Covid.

Una location accogliente e ricca di specialità enogastronomiche,

curata nei minimi dettagli con un bancone a vetri per poter scegliere

i prodotti a vista. Sono queste le caratteristiche che rendono unico il Blue

Rose Cafè II, a pochi passi dall’aeroporto Leonardo da Vinci di Fiumicino,

di recente apertura, il locale in epoca di Covid. Mai come adesso

gli imprenditori cercano di valorizzare le proprie attività, nonostante settimanalmente

si avvicendino nuove restrizioni che lo Stato invita a seguire,

soprattutto in questo periodo di Feste natalizie. Ed è proprio la

passione per il lavoro che prevale e porta avanti ideali e spirito di inventiva

della famiglia Carpino, da sempre dedita al lavoro e all’impeccabile

accoglienza per i propri clienti. Un polo gourmet già presente nel quartiere

Eur Mezzocammino di Roma, che attraverso la lunga esperienza

prosegue con l’apertura di un secondo punto a pochi passi dall’Aeroporto.

La produttrice Francesca Aiello e il regista Mario Maellaro

festeggiano sei anni di attività della produzione Af Project.

Una realtà televisiva che vanta numerose produzioni con le

piux grandi reti nazionali come la Rai, Mediaset, La7, Discovery

e SportItalia.Un successo dopo l’altro che ha visto in questo

anno particolare produzioni di successo non solo su format televisivi

ma anche documentari di successo. Un brindisi della coppia all'insegna

degli ascolti record delle loro trasmissioni.


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www.tornabuoniarte.it

“Paesaggio” - 1923 - olio su tela - cm 86,5x106

Renè Paresce

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 - info@tornabuoniarte.it

Milano 20121 - Via Fatebenefratelli, 34/36 - Tel. +39 02 6554841 - milano@tornabuoniarte.it

Forte dei Marmi 55042 - Piazza Marconi, 2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeimarmi@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055 2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


MAriA petroVA

(1940-2016)

DAL 20 AL 30 ApriLe 2021

“il ritmo narrativo si traduce in puro sentimento”

“Ciliege” - Acquerello su carta - cm 59 x 67

“Artista dotata di grande acutezza Maria Petrova concede all'opera pittorica una vitalità non comune che si traduce in emozioni

vere e in una meditata prospettiva sempre fedele alla realtà. Le sue visioni naturalistiche, paesaggistiche e ritrattistiche

esprimono un'evidente maestria sia nell'uso dell'acquerello che nella operosità gestuale, esse, intrise di una manualità precisa

del disegno e di una validità tecnica, si traducono in puro sentimento. Arte colloquiale che nasce dalla memoria, dai ricordi

e dall'animo e che viene realizzata con incisività della resa formale e con una palpitante stesura cromatica. Marine,

nevicate, figure e nature morte sono intrise di una forza evocativa unica in cui le vibrazioni tonali, gli effetti chiaroscurali e

l'eleganza compositiva raccontano una tessitura armoniosa costante di sensazioni e di interpretazioni molto personali. Maria

Petrova rappresenta l'esistenza umana con un processo simbolico pieno di energia e lo fa con assoluto rispetto. I suoi

soggetti, ricchi di analisi psicologica, dimostrano sicurezza del tratto e abilità di contenuti. si respira, attraverso il suo iter

artistico, scene di vissuto e di vicende quotidiane dove i valori spirituali e umani sono protagonisti nella sua opera. Maria

Petrova rivela una magistrale interpretativa e una raffinatezza formale altamente suggestiva composta di un ritmo narrativo

intenso e dove ogni elemento vive di socialità, di dialettica e di profonda meditazione. ogni dettaglio cromatico è ben armonizzato

con sensibilità e con palpabile immediatezza contenutistica. La superficie dell'opera, densa di poetiche pennellate,

segna un costante significato all'insegna di una dimensione altamente emozionale in grado di stabilire con il fruitore un coinvolgente

senso umano e spirituale.”

Monia Malinpensa (Art Director- Giornalista)

MostrA A curA Di MoniA MALinpensA

reFerenZe e QuotAZioni presso LA MALinpensA GALLeriA D’Arte by LA teLAcciA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

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ORARIO GALLERIA: DAL MARTEDI AL SABATO DALLE 10,30 ALLE 12,30 - 16,00 ALLE 19,00


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MOSTRE D’A R T E In I T

a cura di Silvana Gatti

ABAnO TERME (PD)

MuSEO VIllA BASSI RATHGEB

DAl: 17 A PRIlE 2021

fInO Al: 20 GIuGnO 2021

lA GIuSTA DISTAnZA. Il VEnETO

DEl cInEMA. fOTOGRAfIE DI

ScEnA DAl 2000 Al 2019

Questa mostra, a cura di Marco Segato e

Massimo Calabria Matarweh, propone una

novantina di foto di scena di film, documentari,

cortometraggi e dirette televisive,

girati in Veneto: immagini e storie che focalizzano

il paesaggio fisico, culturale e

umano che ha caratterizzato il racconto di

questo territorio nell’ultimo ventennio. Molti

i registi che hanno ambientato le loro storie

nel territorio tra le Dolomiti e il Delta

del Po. Dai maestri come Liliana Cavani ed

Ermanno Olmi, agli autori più giovani come

Silvio Soldini , Matteo Garrone , Paolo

Sorrentino fino ai registi veneti quali Carlo

Mazzacurati , Andrea Segre , Marco Segato

e Alessandro Rossetto. Molti i fotografi

presenti in mostra come Chicco De Luigi,

Sergio Variale, Fabrizio Di Giulio, Monica

Bulaj, Philippe Antonello e i padovani Giovanni

Umicini, collaboratore di Carlo Mazzacurati,

Massimo Calabria Matarweh e

Simone Falso, entrambi attivi con Jolefilm.

Tre le sezioni della mostra: Paesaggi con figure,

che accoglie le foto dei lungometraggi

di fiction, Il cinema del reale, sezione dedicata

al cinema documentario e Gli album

della Jole, un omaggio per i vent’anni della

Jolefilm. La mostra è un progetto dell’associazione

Cinerama, ed è stata realizzata

e coordinata dal Comune di Abano Terme

Assessorato alla cultura e da CoopCulture.

fIREnZE

MuSEO nOVEcEnTO

fInO Al: 18 luGlIO 2021

HEnRY MOORE.

Il DISEGnO DEllO SculTORE

Questa mostra, a cura di Sergio Risaliti e

Sebastiano Barassi, in collaborazione con la

Henry Moore Foundation, documenta la

produzione grafica di Henry Moore, protagonista

della scultura contemporanea, che

nel corso della sua attività ha avuto modo di

confrontarsi non solo con la scultura primitivista

ed extraeuropea e con le sperimentazioni

formali e linguistiche delle avanguardie

storiche – su tutte, le esperienze di Brancusi

e Picasso –, ma anche con la tradizione

dell’arte italiana dei secoli precedenti, in

particolare con quella dei maestri attivi a Firenze

e in Toscana, artefici dell’umanesimo

in arte. La mostra rinsalda il legame di Moore

con il territorio, che ospita opere monumentali

dell’artista e che ha accolto, oltre all’importante

esposizione del 1972, una mostra

nella Sala d’Arme di Palazzo Vecchio

nel 1987. Firenze ha rappresentato un momento

importante nella formazione di Moore,

giunto in città per la prima volta nel

1925, durante il suo primo viaggio di studio

in Italia, realizzato grazie ad una borsa di

studio messa a disposizione dalla Royal College

of Art. Fu quella l’occasione per ammirare

e osservare le creazioni dei grandi

maestri del passato, tra cui Giotto, Donatello,

Masaccio e Michelangelo. “Lo scopo

principale dei miei disegni è di aiutarmi a

scolpire. Il disegno è infatti un mezzo per

generare idee per la scultura, per estrarre da

sé l’idea iniziale, per organizzare le idee e

per provare a svilupparle…Mi servo del disegno

anche come metodo di studio e osservazione

della natura (studi di nudo, di conchiglie,

di ossi e altro). Mi accade anche, a

volte, di disegnare per il puro piacere di farlo”,

ha dichiarato Moore. Soffermarsi sull’opera

grafica dell’artista e sui suoi soggetti

prediletti permette di entrare nel vivo della

sua arte. Il disegno è visto sia come esercizio

preparatorio della scultura, che come

pratica autonoma, e indica quali siano state

fin dalla giovinezza le fonti d’ispirazione

naturali per il grande artista.

GAllARATE (VA)

MuSEO MA*GA

DAl: 12 MARZO 2021

fInO Al: 5 SETTEMBRE 2021

IMPRESSIOnISTI. AllE ORIGInI

DEllA MODERnITà

Al Museo MA*GA è in programma una

grande mostra con oltre 180 opere dei maggiori

esponenti della pittura francese e italiana

del Secondo Ottocento, da Gericault a

Courbet, da Manet a Renoir, da Monet a Cézanne

a Gauguin, a Boldini e De Nittis, provenienti

da collezioni pubbliche e private

italiane e francesi. La rassegna è curata da

un comitato scientifico internazionale, composto

da Gilles Chazal, già direttore del Petit

Palais di Parigi, Fiorella Minervino, Virginia

Hill, Alessandro Castiglioni, Vittoria Broggini,

Vincenzo Sanfo, sotto la direzione di

Emma Zanella e Sandrina Bandera, direttrice

e presidente del museo. La rassegna documenta

la rivoluzione stilistica messa in

atto dal movimento nato in Francia alla fine

del XIX secolo, in un percorso che parte

dalle origini dei linguaggi e delle questioni

estetiche che caratterizzano la cultura visiva

contemporanea. L’esposizione è suddivisa

in sezioni tematiche che rispondono ad alcune

questioni centrali dell’Impressionismo:

la dialettica ‘accademia–realismo’, la rinnovata

attenzione alla natura, le prime immagini

della vita moderna, fino all’allontanamento

dalla lezione impressionista verso un

linguaggio simbolista. La mostra è realizzata

con il sostegno del Comune di Gallarate, Ricola,

Lamberti SpA, Ciaccio Art Broker, Castaldi

Lighting, MMG Srl.

Immagine: Firmin-Girard, Prairie et villas,

1880 ca, olio su tela.


A l I A E fuORI cOnfInE

MIlAnO

GAllERIA BOTTEGAnTIcA

DAl: 5 MARZO 2021

fInO Al: 5 MA GGIO 2021

Il GIOVAnE BOccIOnI

Questa mostra, a cura di Virginia Baradel,

è dedicata alla formazione di Boccioni,

con opere del periodo tra il 1901 e il

1909, in cui il pittore si forma tra Roma,

Padova, Venezia e Milano, Parigi e la

Russia. L’influenza delle correnti figurative

europee e della tradizione classica e

rinascimentale, affiora nelle opere attraverso

la produzione grafica che Boccioni

sviluppa in parallelo alla pittura. La mostra

documenta il lavoro su carta, con disegni

del periodo formativo. Al primo nucleo

di opere, del periodo in cui fu allievo

di Giacomo Balla e frequentò le scuole di

disegno pittorico e di nudo a Roma, si affianca

quello degli anni successivi, in cui

il tratto più sicuro offre visioni architettoniche,

ritratti, caricature e figure. Esposte

le tempere commerciali dipinte in questi

anni. A Venezia l’artista, allievo di Alessandro

Zezzos, sperimenta la tecnica incisoria.

La mostra termina con il trasferimento

di Boccioni a Milano, nel settembre

del 1907. L’interesse per Giovanni Segantini,

Carlo Fornara e di Gaetano Previati,

orientano il giovane verso uno stile

che fonde la modernità positivista con

l’illustrazione e la cartellonistica. Boccioni

dipinge piccole vedute di paesaggi lombardi

che superano la trama impressionista

del periodo veneziano. In mostra Paesaggio

lombardo e La madre malata del

1908. Altre opere documentano la parentesi

simbolista del 1908-1910, tra cui Il

lutto. Interessanti sono i bozzetti per il

manifesto dell’Esposizione di pittura e

scultura promossa dalla Famiglia Artistica

a Brunate (maggio-giugno 1909): sintesi

perfetta delle diverse cifre stilistiche,

dal divisionismo, alla pennellata larga e

sintetica di matrice postimpressionista,

agli echi del modernismo.

nAPOlI

MAnn

DAll’8 MARZO 2021

I GlADIATORI

https://www.museoarcheologiconapoli.it/it/2

021/01/i-gladiatori-la-grande-mostra-inuna-simbolica-anteprima-social-sui-canalidel-mann/

L’esposizione, nata in collaborazione con l’Antikenmuseum

di Basilea e realizzata in sinergia con

il Parco Archeologico del Colosseo, raccoglie circa

centosessanta opere nel Salone della Meridiana. Il

percorso è suddiviso in sei le sezioni: dal funerale

degli eroi al duello per i defunti; i gladiatori e le loro

armi; dalla caccia mitica alle venationes; vita da

Gladiatore; gli anfiteatri della Campania; i Gladiatori

in casa e sui muri. Visti i tempi in cui viviamo,

inizialmente la mostra è virtuale: i primi post sono

dedicati al funerale degli eroi ed al vaso in terracotta

con le esequie di Patroclo ( proviene da Canosa e

risale al 340-320 a.C.). Fulcro della mostra è la sezione

sulle armi dei Gladiatori: quasi cinquanta pezzi,

appartenenti alla collezioni del MANN, a confronto

con rilievi e stele funerarie da Roma, Avenches,

Augusta Raurica, Basilea. Tra le opere esposte,

la spada con fodero del I sec. d.C., ritrovata nel

Portico dei Teatri di Pompei nel gennaio del 1768;

da non perdere gli scatti dedicati all’elmo di mirmillone

con personificazione di Roma, Barbari, prigionieri,

trofei e vittorie (seconda metà del I sec.

d.C.). Nella sezione sulla caccia con animali, gli

utenti di Facebook ed Instagram possono ammirare

il rilievo in marmo (II sec. d.C.) dall’Anfiteatro

Campano di Santa Maria Capua Vetere: nella raffigurazione,

Pluteo e la caccia di Meleagro ed Atalanta.

Tra i reperti online, il coperchio della cassetta

medicale in bronzo ed argento ageminato (I sec.

d.C.), proveniente da Ercolano e custodito al MANN.

In occasione dell’esposizione, sarà ricostruita e riprodotta

digitalmente, da Altair 4 Multimedia, la

sequenza delle pitture perdute dell’Anfiteatro di

Pompei; alcuni video riproporranno le armature

delle diverse “classi” di gladiatori. Per l’anteprima

online, presentati alcuni frame della ricostruzione

dell’Anfiteatro. Capolavoro in esposizione è il Mosaico

Pavimentale di Augusta Raurica; il reperto,

inserito nella sezione “I Gladiatori in casa e sui

muri”, è esposto per la prima volta al di fuori del

territorio elvetico dopo il restauro integrale: l’opera,

che risale alla fine del II sec. d.C. e proviene dall’insula

30 del sito romano di Augusta Raurica, rappresenta

scene di combattimento su una superficie

di eccezionale estensione.

PARMA

DI cOlORnO

DAl: 13 MARZO 2021

fInO Al: 6 GIuGnO 2021

lE PORcEllAnE DEI DucHI DI PARMA.

cAPOlAVORI DEllE GRAnDI MAnIfATTuRE

DEl ‘700 EuROPEO

Dal Palazzo del Quirinale, tornano per questa

mostra alla Reggia di Colorno le porcellane

di Luisa Elisabetta di Francia e il consorte

Filippo di Borbone. Mostra a cura di

Giovanni Godi e Antonella Balestrazzi. Altre

porcellane delle manifatture di Meissen,

Sèvres, Vincennes, Chantilly, Doccia e Capodimonte,

appartenenti al patrimonio ducale,

tornano “a casa” dalle Gallerie degli Uffizi,

dal Museo della Villa Medicea di Poggio

di Caiano, dai Musei Reali di Torino. Tesori

riuniti per la prima volta dopo la dispersione

dei tesori d’arte delle regge parmensi

che iniziò nel 1859, quando il Ducato di

Pama e Piacenza fu inglobato nel 1860 nel

nuovo Regno d’Italia ed il suo patrimonio

andò a Casa Savoia. Luisa Elisabetta –“Babette”,

come la chiamava il padre, Luigi XV,

sovrano di Francia – era sedotta da questi

oggetti, e nei viaggi a Versailles ne acquistava

a spese del padre. Nelle loro residenze

erano presenti oggetti in porcellana: servizi

da tavola, da caffè, statuine, tazze da gelato

e oggetti firmati Meissen, Sèvres, Vincennes,

Chantilly, Doccia e Capodimonte. Accanto

alle porcellane sono esposti ritratti,

lettere e documenti relativi agli acquisti della

Duchessa e del Primo Ministro François

Guillaume Leon Du Tillot, disegni di mobili

e arredi progettati da Ennemond Alexandre

Petitot, piante del palazzo ducale di Colorno,

libri ed incisioni di feste e nozze dei duchi

di Parma, ma anche i ricettari in uso alle

cucine del settecento.


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MOSTRE D’A R T E In I T

PISA

PAlAZZO Blu

fInO Al: 9 MAGGIO 2021

DE cHIRIcO E lA METAfISIcA

Fondazione Pisa riprende l’attività e accoglie

i visitatori nelle sale di Palazzo Blu con

una straordinaria mostra sul padre della metafisica.

Il fulcro della rassegna è rappresentato

dalla collezione personale dell'artista,

dei “de Chirico di de Chirico”, provenienti

da La Galleria Nazionale di Roma – donate

nel 1987 dalla moglie del pittore, Isabella –

e dalla Fondazione Giorgio e Isa de Chirico.Grazie,

inoltre, al supporto delle più prestigiose

istituzioni nazionali d'arte moderna,

come la Pinacoteca di Brera e il Museo di arte

moderna e contemporanea di Trento e Rovereto

(MART), il progetto presenta a Palazzo

Blu una serie di assoluti capolavori.

Organizzata da Fondazione Pisa insieme con

MondoMostre e curata da Saretto Cincinelli

e Lorenzo Canova, con la collaborazione della

Fondazione Giorgio e Isa de Chirico e de

La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

di Roma, l'evento ha il Patrocinio

del Ministero per i beni e le attività culturali

e del turismo, della Regione Toscana

e del Comune di Pisa. Il catalogo della mostra

è edito da Skira Editore. Sono esposte le

opere di tutta la prestigiosa carriera dell'artista,

secondo un percorso cronologico che

attraversa il lavoro di de Chirico in tutte le

sue fasi e nodi tematici. Il percorso delle opere

esposte inizia dalle prime opere di stampo

“böckliniano” della fine del primo decennio

del Novecento agli anni Dieci della pittura

Metafisica; dai capolavori del periodo “classico”

dei primi anni Venti della “seconda metafisica”

parigina, fino ai Bagni Misteriosi degli

anni Trenta, alle straordinarie ricerche

sulla pittura dei grandi maestri del passato

riscontrabili nelle nature morte, nei nudi e

negli autoritratti, realizzati tra gli anni Trenta

e gli anni Cinquanta, giungendo all'ultima,

luminosa fase neometafisica che recentemente

ha riscosso un grande interesse internazionale.

Illustrazione: Giorgio de Chirico

- Visione Metafisica di New York, 1975, olio

su tela, 105 x 80 cm,

Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, Roma

© Giorgio De Chirico by SIAE 2020

RAVEnnA

cHIESA DI SAn ROMuAlD0

DAl: 6 MARZO 2021

fInO Al: 4 luGlIO 2021

Dante. Gli occhi e la mente

lE ARTI Al TEMPO DEll’ESIlIO

Questa mostra rientra nel ciclo “Dante. Gli

occhi e la mente”, promosso dal Comune di

Ravenna - Assessorato alla Cultura e dal

MAR, a cura di Massimo Medica, per il

Settimo Centenario della morte di Dante in

collaborazione con i Musei degli Uffizi. Sono

documentate le tappe dell’esilio dantesco.

Il percorso inizia con la scultura raffigurante

Bonifacio VIII, che condannò il Poeta all’esilio.

L’ambiente di Firenze è documentato

da opere di Cimabue e di Giotto, ed i mesi

romani dalle effigi di San Pietro e il San

Paolo di Jacopo Torriti. A Forlì Dante fu accolto

dagli Ordelaffi e a Verona fu protetto

dagli Scaligeri. Tessuti, oreficerie, tavole dipinte

e sculture documentano la sosta del

poeta alla corte veneta. Nel 1304 fu a Padova

mentre Giotto ultimava la cappella de- gli

Scrovegni. In mostra, un capolavoro dell’arte

della miniatura, amata da Dante, la

Bibbia Istoriata appartenuta a Carlo V, concessa

dalla Biblioteca del Monastero dell’Escorial.

Dopo i soggiorni nella Marca Trevigiana

e nella Lunigiana dei Malaspina,

Dante si trasferì nel Casentino, poi a Lucca,

dove ammirò le opere di Nicola Pisano. Le

opere di Nicola e Giovanni Pisano sono qui

a confronto con quelle di Arnolfo di Cambio

a conferma dell’importanza per Dante dell’arte

plastica, citata spesso nella Commedia.

Dante giunge a Ravenna intorno al 1319,

mentre in città operavano Giovanni e Giuliano

da Rimini e Pietro da Rimini. Ai capolavori

di questi due artisti la mostra dedica

l’ultima sezione, intervallandoli a testimonianze

legate alla cultura figurativa veneziana,

a documentare l’ultima impresa diplomatica

svolta nella Serenissima dal Poeta.

ROMA

MuSEI cAPITOlInI -

VIllA cAffAREllI

fInO Al: 29 GIuGnO 2021

I MARMI TORlOnIA.

cOllEZIOnARE cAPOlAVORI

Oltre 90 le opere selezionate tra i 620 marmi

catalogati e appartenenti alla collezione Torlonia,

la più prestigiosa collezione privata di

sculture antiche. La mostra è il risultato di

un’intesa del Ministero per i beni e le attività

culturali e per il turismo con la Fondazione

Torlonia; e nello specifico, per il Ministero,

della Direzione Generale Archeologia, Belle

Arti e Paesaggio con la Soprintendenza Speciale

di Roma. Il progetto di studio e valorizzazione

della collezione è di Salvatore Settis,

curatore della mostra con Carlo Gasparri. E-

lecta, editore del catalogo, cura l’organizzazione

e la promozione dell’esposizione. Il progetto

di allestimento è di David Chipperfield

Architects Milano, nei rinnovati ambienti del

nuovo spazio dei Musei Capitolini a Villa Caffarelli,

tornati alla vita grazie all’impegno e al

progetto della Sovrintendenza di Roma Capitale.

La Fondazione Torlonia ha restaurato i

marmi selezionati con il contributo di Bvlgari

che è anche main sponsor della mostra. L’esposizione

si articola in cinque sezioni che documentano

la storia del collezionismo dei

marmi antichi, romani e greci, in un percorso

che inizia con l’evocazione del Museo Torlonia,

fondato nel 1875 dal principe Alessandro

Torlonia, e rimasto aperto fino agli anni Quaranta

del Novecento. La sezione successiva

riunisce i rinvenimenti ottocenteschi di antichità

nelle proprietà Torlonia. La terza sezione

rappresenta le forme del collezionismo del

Settecento, con sculture provenienti dalle acquisizioni

di Villa Albani e della collezione

dello scultore e restauratore Bartolomeo Cavaceppi.

A seguire, una selezione dei marmi

di Vincenzo Giustiniani, collezionista romano

del Seicento, e per finire pezzi da collezioni di

famiglie aristocratiche del Quattro e Cinquecento.

La mostra termina con un affaccio sull’esedra

dei Musei Capitolini dove sono riuniti

la statua equestre del Marco Aurelio, la lupa

romana e i bronzi del Laterano che Sisto IV

nel 1471 donò alla città...


A l I A E fuORI cOnfInE

ROVIGO

PAlAZZO ROVEREllA

DAl: 1 APRIlE 2021

fInO Al: 4 luGlIO 2021

ARTE E MuSIcA DAl SIMBOlISMO

AllE AVAnGuARDIE

Questa mostra, a cura di Paolo Bolpagni,è

dedicata al legame tra la musica e le arti.

Alla fine del XIX secolo, si assiste all’affermarsi

in Europa di un filone artistico

che si ispira alle opere e alle teorie estetiche

di Richard Wagner. A inizio ‘900, il fascino

della purezza dei contrappunti di Johann

Sebastian Bach sostituisce il modello

wagneriano. L’astrattismo porterà la pittura

a descrivere le fughe di Bach, con le o-

pere di Vasilij Kandinskij, Paul Klee, František

Kupka, Félix Del Marle, Augusto

Giacometti e molti altri. La Secessione

viennese conobbe un momento importante

nella mostra del 1902 dedicata a Ludwig

van Beethoven, che aveva come fulcro il

Fregio di Gustav Klimt ispirato all’Inno

alla gioia della Nona sinfonia. Nel Cubismo

i pittori raffigurano gli strumenti musicali.

Nel Futurismo è importante la componente

sonora: Luigi Russolo, oltre che

artista visivo, fu compositore e inventò gli

“intonarumori”. è con Kandinskij e Klee

la pittura sperimenta la traduzione grafica

di ritmi e melodie in linee, punti e cerchi.

Anche nel Neoplasticismo troviamo la presenza

della musica, in opere di Piet Mondrian

e Theo van Doesburg, ai ritmi della

danza moderna. La stagione delle avanguardie

storiche è chiusa dal Dadaismo e

dal Surrealismo, dove la musica si manifesta

in vari modi: con Kurt Schwitters nella

Ursonate, con Francis Picabia nel capolavoro

La musica è come la pittura, mentre

Salvador Dalí ci offrirà esempio di riferimento

al pianoforte in funzione di un automatismo

psichico esercitato in assenza

del controllo della ragione, per svelare

l’autentico funzionamento del pensiero.

TREVISO

MuSEO nAZIOnAlE cOllEZIOnE SAlcE,

cHIESA DI SAnTA MARGHERITA,

cOMPlESSO DI SAn GAETAnO, MuSEI

cIVIcI DI SAnTA cATERInA

DAl: 28 MARZO 2021

fInO A SETTEMBRE 2021

REnATO cASARO.

l’ultimo cartellonista del cinema.

Treviso, Roma, Hollywood

A Treviso, con una grande mostra in tre diverse

sedi cittadine – al nuovo Museo Nazionale

Collezione Salce, che per l’occasione

apre nella ritrovata Chiesa di Santa Margherita,

al Complesso di San Gaetano, l’altra

sede del Museo, e ai Musei Civici di Santa

Caterina – il Mibact tramite la Direzione Regionale

Musei Veneto, il Comune di Treviso

e la Regione del Veneto, rendono omaggio a

Renato Casaro (Treviso, 1935) considerato

l’ultimo dei grandi cartellonisti di cinema.

L’artista ha saputo riassumere l’essenza di

molti film in manifesti, mentre erano ancora

in lavorazione, contando spesso solo su qualche

fotografia di scena. Renato Casaro è il

simbolo di quella scuola italiana di cartellonisti

del cinema, dove perizia tecnica, creatività,

genio e istinto garantivano il successo

di innumerevoli film nazionali e internazionali.

Casaro ci lascia in eredità una galleria

di manifesti, testimonianza fondamentale per

la storia del cinema. A curare la mostra sono

Roberto Festi e Eugenio Manzato, con la collaborazione

di Maurizio Baroni, che hanno

analizzato l’archivio di Casaro selezionando

testimonianze di un percorso artistico durato

cinquant’anni. La mostra documenta 170 film

e lo fa partendo dal “prodotto finito”, ovvero

dai manifesti a due e quattro fogli, destinati

alle sale cinematografiche o all’affissione. Sono

oltre un centinaio i pezzi selezionati e restaurati

per l’occasione, alcuni dei quali acquisiti

per questa esposizione. Gli oltre trecento

pezzi presentati nelle tre esposizioni

sono pubblicati nel volume realizzato da Grafiche

Antiga e curato da Roberto Festi che riporta

– oltre a tutte le opere presenti in mostra

– testi critici e di approfondimento,

immagini d’epoca, fotografie di scena e un

primo analitico repertorio delle sue opere.

VEROnA

GAllERIA D’ARTE MODERnA A.

fORTI, MuSEO DI cASTElVEccHIO,

AlTRE SEDI

DAl: 23 APRIlE 2021

fInO Al: 3 OTTOBRE 2021

Tra Dante e Shakespeare.

Il MITO DI VEROnA

Questa mostra, a cura di Francesca Rossi,

Tiziana Franco e Fausta Piccoli, è il nucleo

centrale dell’ampia mostra diffusa

Dante a Verona che si dipana nel centro

della città. Qui il Poeta giunse nel 1303,

grazie alla «cortesia del gran Lombardo»,

Bartolomeo della Scala e vi tornò

altre due volte, ospite di Cangrande, a cui

Dante dedicò la terza cantica della Commedia.

La selezione di opere d’arte e documentazioni

approfondisce due fulcri

tematici. Il primo è il rapporto tra Dante

e la Verona di Cangrande e il successivo

revival ottocentesco di un medioevo ideale;

il secondo è il mito di Giulietta e Romeo.

Il rapporto tra Dante, Verona e il

territorio veneto nel primo Trecento ripercorre

la cultura figurativa scaligera

durante la rivoluzione giottesca; il vincolo

che unì Dante e Cangrande si concentra

su testimonianze legate alla figura

dello Scaligero. Una selezione di testi decorati

della Commedia porta i visitatori

dall’epoca di Dante alla fine del ‘700. La

riscoperta del mito di Dante durante il

Romanticismo apre il secondo nucleo della

mostra, con le testimonianze della fortuna

iconografica di Dante e l’attenzione

alle vicende di Paolo e Francesca, di Pia

dei Tolomei e del conte Ugolino e dei

suoi figli. Un altro amore fu quello di Giulietta

e Romeo, cantato da Luigi da Porto

nel ‘500 e reso celebre da William Shakespeare.

La mostra si lega al percorso di

visita nella “mostra diffusa” che è la città

stessa, nei monumenti e nelle testimonianze

urbanistiche e architettoniche legate

alla memoria di Dante e di Romeo e Giulietta.

Tappa conclusiva il Museo di Castelvecchio,

custode della statua equestre di Cangrande.


78

MOSTRE D’A R T E In

ITAlIA E fuORI cOnfInE

VEROnA

MuSEO DI cASTElVEccHIO

DAl: 6 MARZO 2021

fInO Al: 3 OTTOBRE 2021

MIcHEl MAZuR All’InfERnO

Vent’anni fa, lo statunitense Michael Mazur,

incisore del recente Novecento, espose la

sua interpretazione dell’Inferno dantesco

nella sale di Castelvecchio. Oggi, nel Settimo

Centenario della morte del Poeta, viene

mostrato il nucleo delle opere in questa mostra.

Esposte le 42 stampe che l’artista donò

al Gabinetto Disegni e Stampe del Museo di

Castelvecchio. In questa sequenza di opere,

Mazur illustra il viaggio di Dante con forza.

La sua è una interpretazione decisamente

originale e sentita. Anziché usare la consueta

raffigurazione del poeta e della sua guida,

Emerge da questa rassegna un audace confronto

tra un grande interprete contemporaneo

e l’immaginario medievale. Alle sue opere,

nella mostra scaligera, sono affiancati

brani della celebratissima traduzione inglese

del testo di Dante realizzata dal “poeta laureato”

Robert Pinsky. Mazur ha realizzato le

sue incisioni ricorrendo alla tecnica del monotipo

(stampa unica) e dell’acquaforte. La

tematica infernale non era nuova a Mazur:

egli ne era infatti fortemente affascinato. A-

veva iniziato a confrontarsi con l’Inferno già

agli inizi degli anni Novanta del Novecento,

quando realizzò una prima serie di monotipi

per illustrare la nuova traduzione inglese del

testo dantesco ad opera di Robert Pinsky.

Un’elaborazione che lo ha poi condotto ad

approfondire l’intera Cantica, completandone

l’interpretazione attraverso le opere esposte.

Mostra a cura di Francesca Rossi, Daniela

Brunelli, Donatella Bon.

VIllESSE (GO)

EMOTIOnHAll

lOcAlITà MARAnuZ 2

fInO Al: 31 DIcEMBRE 2021

VAn GOGH. Il SOGnO.

IMMERSIVE ART EXPERIEncE

A Villesse, importante centro commerciale

in provincia di Gorizia, “VAN GOGH. IL

SOGNO” IMMERSIVE ART EXPERIEN-

CE è un’esperienza d’arte multimediale dedicata

all’artista olandese e ideata da Stefano

Fake, artista contemporaneo e video maker

italiano affermato a livello internazionale, e

da Nicola Bustreo, curatore museale di eventi

artistici e culturali, Direttore Artistico di

EmotionHall. Grazie ad un moderno sistema

di proiezioni e di amplificazione sonora, i visitatori

possono scoprire van Gogh immergendosi

nelle emozioni che i colori, la luce

e i soggetti dipinti dall’artista olandese sanno

suscitare, in una dimensione che va oltre

la tela. Un racconto coinvolgente, digitale e

reale, della durata di circa 50 minuti, articolato

attraverso multiproiezioni a 360° di immagini

ad altissima definizione di 75 capolavori

di Van Gogh, accompagnati dalla voce

di Maurizio Lombardi che interpreta le

parole scritte dal pittore nelle sue lettere al

fratello Theo, accompagnato da una colonna

sonora appositamente studiata. è inoltre garantita

la sicurezza e il pieno rispetto delle

normative governative e regionali anti Covid.

A completare l’esperienza multimediale

un’area didattica dove approfondire le vicende

umane e artistiche di Van Gogh, e la

sala degli specchi, posta all’interno della sala

immersiva, in cui lo spettatore entra all’interno

delle opere. Un progetto innovativo

che inaugura EmotionHall, nuovo polo immersivo

permanente, modulare e interattivo,

dedicato alla cultura e all’intrattenimento,

con spazi allestibili per mostre, eventi musicali,

corsi e stage di danza e recitazione,

eventi enogastronomici, che trova spazio all’interno

del Meeting Place Tiare Shopping

di Villesse (GO). Uno spazio in grado di offrire

esperienze coinvolgenti per il pubblico.

Tel. per informazioni: +39 0481-099480

fRAncIA - PARIGI

MuSEO JAcQuEMART-AnDRé

DAl: 5 MARZO 2021

fInO Al: 19 luGlIO 2021

SIGnAc, ARMOnIE cOlORATE

Paul Signac (1863-1935), maestro del paesaggio

e teorico del neoimpressionismo, attraverso

quasi 70 opere della più bella collezione

di opere neoimpressioniste in mani

private. Accanto a 25 suoi dipinti e una ventina

di acquerelli, esposte opere di Georges

Seurat, Camille Pissarro, Maximilen Luce,

Théo Van Rysselberghe, Henri-Edmond

Cross, Louis Hayet, Achille Laugé, Georges

Lacombe e Georges Lemmen. La mostra

segue un percorso cronologico, dai primi

dipinti impressionisti di Signac sotto l’influenza

di Claude Monet alle opere prodotte

nel XX secolo, compreso il suo incontro

con Georges Seurat nel 1884. La

mostra, che ripercorre la vita di Signac, documenta

la storia del neoimpressionismo.

L'incontro con Georges Seurat è documentato

da due disegni a matita, mentre i protagonisti

del movimento - Camille Pissarro,

Henri-Edmond Cross, Maximilien Luce e

Théo Van Rysselberghe - sono presenti con

dei ritratti. Il Béchet(1885) ricorda gli inizi

impressionisti di Signac e il visitatore può

vedere l’evoluzione tecnica dell'artista con

Fécamp. Soleil(1886), Avant du Tub (1888)

e Saint-Briac. Les Balises (1890), i suoi primi

capolavori neoimpressionisti. In una sezione,

i primi dipinti neoimpressionisti di

Signac. La mostra documenta L’evoluzione

stilistica del pittore che si libera dalle teorie

di Seurat verso un'espressione pittorica più

colorata. Signac è stato molto attivo nel

promuovere il movimento, e i dipinti dei

suoi compagni sono al centro della mostra.

Le opere dei più famosi di loro - Pissarro,

Van Rysselberghe, Cross o Luce – sono vicine

a quelle di Louis Hayet, Georges Lemmen,

Georges Lacombe e Achille Laugé.

Documentati i vari aspetti del neoimpressionismo,

interpretato da personalità artistiche

molto diverse. Nelle ultime tre sale,

il museo presenta il lavoro di Signac nel

XX sec.


Elena Modelli

“Coccodrillo” - ceramica smaltata - 150 x 60 x 30

Porto turistico di Roma - Loc. 876- Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com


“Vere Emozioni” in mostra

Contest

I ’ M H E R O

Italian Museum Hero

Luglio - Agosto 2021

Museo Villa Bassi Rathgeb

Con Sir Albert,

l’eroe sei tu!

Via Appia Monterosso, 52 35031 Abano Terme (PD) - Tel. 041 8627167



82



84


Francesco Ponzetti

“Permette?” - 2020 - acrilico, sabbia e ottone su tela - cm. 70x50

Porto turistico di Roma - Loc. 876- Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com


86

Patrizia Monzio Compagnoni:

Artista nell’anima

soluta ci suggerisce che la sua patria

è il mondo. Nei volti e nel cromatismo

ritroviamo i sentimenti

del tempo e i nostri cuori battono

più veloci per vincere il dramma

che ogni giorno si consuma in uno

splendido continente troppo spesso

defraudato ed umiliato. Le opere di

Patrizia Monzio Compagnoni creano

una magica simbiosi tra il quadi

Francesco Buttarelli

Una personalità vera, viva, forte e

suggestiva quella di Patrizia Monzio

Compagnoni un’artista affermata,

diversa, nata a Treviglio culla

di gente laboriosa, ove l’arte è

considerata qualcosa da esplorare.

Nel cuore di Patrizia è presente tra

le tante idealità l’Africa, la madre

della terra, il luogo che ha dato origine

all’umanità. L’artista possiede

il senso di appartenenza al mondo

che si evidenzia quando ritrae le

stelle, la luna, i volti e i colori; non

vi sono confini tracciati dai grandi

della terra, ma solo armonia, ricerca

e soprattutto amore. I suoi

quadri sono un’unità strutturale di

poesia e pittura attraverso un linguaggio

universale. Anime che si

cercano. Il suo spirito di libertà as-


dro e l’osservatore, così sentimento

ed ispirazione si traducono

in mistero creativo , evocativo di

mondi più belli e più giusti. Attraverso

i suoi viaggi nel mondo,

l’artista dipinge realtà che sanno

di assoluto; ma soprattutto le sue

tele ispirano alla pace, all’amore,

al- l’esplosiva gioia di vita, alla

giustizia. Patrizia riesce a riannodare,

come un pellegrino nomade,

le strade dell’arte. I colori rosso e

blu molto usati dalla pittrice sembrano

parlare del corpo umano.

Gli sguardi ed i sorrisi dei volti

ritratti (in un’armonica compostezza)

ci fanno pensare ad un veliero

fantasma che viaggia tra gli

oceani e raccoglie naufraghi ai

quali restituisce vita, luce e dignità.

L’artista ridisegna il cielo

attraverso una ricerca sofferta, sostenuta

da una grande voglia

d’amore, l’unico sentimento capace

di rendere il mondo bello e

libero; ogni tocco di pennello

batte il tempo della vita ed invita

le passioni a sbocciare con il nuovo

sole del domani.



Nicola Morea

Tecnica mista su tela - cm 40 x 40

Porto turistico di Roma - Loc. 876- Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com


Giuseppe Trentacoste

2020 - Tela di yuta piegata

Porto turistico di Roma - Loc. 876- Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com

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