La Toscana nuova - Febbraio 2021

toscanacultura

La Toscana nuova - Anno 4 - Numero 2 - Febbraio 2021 - Registrazione Tribunale di Firenze n. 6072 del 12-01-2018 - Iscriz. Roc. 30907. Euro 2. Poste Italiane SpA Spedizione in Abbonamento Postale D.L. 353/2003 (conv.in L 27/02/2004 n°46) art.1 comma 1 C1/FI/0074


Emozioni visive

a cura di Marco Gabbuggiani

La Giornata della memoria

In visita ad Auschwitz per non dimenticare

Testo e foto di Marco Gabbuggiani

La recente commemorazione della Giornata della memoria

mi ha spinto a pubblicare queste prime due foto a cui sono

molto legato e che sono state esposte nella mostra fotografica

del 2018 a Villa Arrivabene a Firenze per celebrare

una memoria che l’umanità non può davvero permettersi il

lusso di perdere. L’emozione e l’angoscia che ho provato

visitando Auschwitz sono arrivate all’apice nel padiglione

dove sono conservati i vestiti dei bambini trucidati. Proprio

qui, insieme alla sua famiglia, c’era in visita quello stesso

giorno un bambino di non più di cinque anni, probabilmente

russo: dall’espressione triste degli occhioni spalancati

ho intuito che i genitori gli stavano spiegando il significato

degli oggetti in quella sala. Questa cosa mi ha molto

colpito e mi è sembrato davvero crudele e inutile far vivere

ad un bambino di quell’età le stesse angosce che proviamo

noi adulti visitando Auschwitz e, ancor di più, quel

padiglione. Oltre agli abitini, alcuni anche piccolissimi, c’erano

centinaia e centinaia di scarpine ammassate in un’enorme

vetrina. Piccole scarpe di piccoli uomini che non

sono mai diventati adulti. Il bambino le guardava allibito e

triste con quel visino dolce riflesso nel vetro che lo separava

dagli oggetti e che allo stesso tempo lo univa a tanta

tragedia. Con un nodo in gola, ho inquadrato quel cucciolo

di uomo che, dopo aver osservato a lungo le scarpine, si

è girato verso di me con un fare interlocutorio come se volesse

dirmi: «Ma cosa avete fatto?». E il mio dito ha premuto

due volte il pulsante della Nikon per fermare quegli

attimi tremendi. Credo che quello vissuto quel giorno, con

quel bambino, sia stato davvero l’episodio che mi ha maggiormente

segnato. Tutta la visita ha lasciato un segno indelebile

ma quell’espressione e quella faccina incredula le

ricorderò più di ogni altra cosa ...

marco.gabbuggiani@gmail.com

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FEBBRAIO 2021

I QUADRI del mese

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Leda Giannoni, una vita per l’arte

Intervista a Massimo Vitali, il fotografo delle folle

A spasso per i bassifondi di New York con Arthur Fellig

Silvio Zago: una pittura ai confini del paesaggio

Zaha Hadid, un’architetta al di fuori delle regole

I segreti dell’armonia musicale nel libro di Laura Molteni

Roberto Mosi sulle orme del sommo poeta

Storie e tradizioni toscane: nuovi studi sul luogo dove nacque Dante

Il maestro Pietro Annigoni nel ricordo della moglie Rossella Segreto

Dimensione salute: la strategia degli animali contro i virus

Psicologia oggi: gli effetti del Covid sulla mente

Prevenzione e salute: come evitare la malocclusione nei bambini

I consigli del nutrizionista: strategie contro sovrappeso e obesità

Riscoprire la natura con i gioielli di Francesca Grevi

Samuele Massaro: oltre il volto, la verità del colore

Henry Moore al Museo del Novecento con una mostra sul disegno

L’arte “magica” del trucco teatrale spiegata da Paolo Manciocchi

Maps to the Stars, il film su Hollywood di David Cronenberg

Marcello Brotto: un sogno ad occhi aperti

Galleria Rinaldo Carnielo, testimonianza del Liberty a Firenze

Kùthà, dove l’arte incontra la letteratura

Vince, la ricerca dell’armonia nella materia

Percorsi trekking in Toscana: Collodi Castello, il paese di Geppetto

Il dialogo tra Italia e Cina nella mostra online Pensieri Multipli

Claudia Onisto: la vita “psicorganica” delle forme

Storia delle religioni: commento all’Enciclica di Papa Francesco

La Candelora, una festività cristiana dalle antiche origini pagane

Prevenzione e salute: il benessere degli occhi comincia dall’infanzia

Le visioni tra realtà e immaginazione di Mariagrazia Zanetti

Un ricordo del grande chansonnier francese Léo Ferré

Loretta Casalvalli, pittrice nel segno della passione

La scoperta dell’inconscio nella pittura di Mauro Mari Maris

Il Campionato Toscano di Guerra nel ricordo di Egisto Pandolfini

Il presente della Fiorentina secondo l’ex attaccante Ciccio Baiano

Edmond De Parentela, giovane blogger innamorato della Toscana

Toscana a tavola: le origini marchigiane della trabaccolara viareggina

Arte del vino: la buona tradizione di Fattoria Betti

Di-segni astrologici: Acquario, lo spirito libero dello Zodiaco

La tutela dell’ingegno: il diritto d’autore per i Concept Store

Il lancio sul mercato cinese dell’azienda toscana Emme Gel

Arte del gusto: i corsi ONAS ai tempi del lockdown

Il viaggio dei valori del Movimento Life Beyond Tourism

La struttura di B&B Hotels Italia nel centro storico di Firenze

Benessere della persona: come proteggere la pelle dal freddo

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Periodico di attualità, arte e cultura

La Nuova Toscana Edizioni

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Ricciardo Artusi

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Paolo Bini

Margherita Blonska Ciardi

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Jacopo Chiostri

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Julia Ciardi

Maria Pina Cirillo

Nicola Crisci

Maria Grazia Dainelli

Gherardo Dardanelli

Giacomo De Simonis

Aldo Fittante

Giuseppe Fricelli

Marco Gabbuggiani

Stefano Grifoni

Chiara Mariani

Emanuela Muriana

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Antonio Pieri

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Barbara Santoro

Michele Taccetti

Franco Tozzi

Foto:

Cristina Andolcetti

Paolo Bini

Margherita Blonska Ciardi

Chiara Camera

Stefano Casati

Julia Ciardi

Maria Grazia Dainelli

Arthur Fellig

Marco Gabbuggiani

Simone Lapini (ADV/

photo)

Carlo Midollini

Daniela Parisi

Viola Petri

Roberto Rampone

Silvano Silvia

Massimo Vitali

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All’interno di questo numero:

Terza puntata

di

“Giuliacarla Cecchi.

Firenze e la moda.

Un affresco del Novecento”.


Vincenzo

Gualano

L’arte

dell’irriverenza

vincenzo-gualano.webnode.it

vincenzo.gualano@gmail.com

Vincenzo Gualano Artista

gualanovincenzo

ChocoLike (2020), scatola di cartone, cm 20,5x17,3x4

PsychoLike (2020), boccetta e pillole colorate a mano, h cm 13,5 cm e d cm 22,5

Butterf-like / Farfal-like (2021), acrilico e collage su tela, cm 70x50


Ritratti

d’artista

Leda Giannoni

Una vita per l’arte

di Jacopo Chiostri / foto Viola Petri

Non c’è critico che, parlando della pittura di Leda Giannoni,

non abbia messo in risalto la completa e intima

corrispondenza tra l’artista e le sue opere; il che può

apparire singolare perché un’affermazione come questa presuppone

che si conosca a fondo la persona, ma non è così. La

pittura di Leda Giannoni “impone” all’osservatore tre diversi momenti:

il primo è simile a quella sensazione che proviamo quando

si accede ad un luogo sconosciuto nel quale si avverte però

che ogni oggetto concorre a delineare e a rivelarci con immediatezza

la persona che lo custodisce e della quale si avverte il

soffio vitale. Gli altri due hanno a che fare con le peculiarità della

sua pittura: la forza del colore, il segno, deciso e nello stesso

tempo armonico e duttile, e poi la caratterizzazione psicologica

dei soggetti, siano essi le figlie o la nipotina, oppure personaggi

universalmente conosciuti, oppure ancora scorci della Toscana

dipinti in una distaccata bellezza che ben rappresenta il carattere

della sua gente. L’artista ha fatto della pittura lo specchio della

propria vita, utilizzandone al meglio la potenzialità evocativa:

realizza immagini ricche di una creatività raffinata, nella quale

ciascuno degli elementi presenti è funzionale ad un’elaborazione

del ricordo sottoposta ad una sintesi emozionale significativa

e controllata tramite una figurazione pittorica matura che

Giulia, olio su tela, cm 80x120

Franco Zeffirelli, olio su tela, cm 50x70

attesta una completa padronanza della tecnica. La serie della

danza con le opere dedicate alla Fracci, i ritratti di personaggi

come Riccardo Muti, Nureyev, i paesaggi, i soggetti religiosi, il ritratto

di Giovanni Paolo II ora al Museo Civico Sciortino di Monreale:

è questo l’universo della Giannoni. Nei ritratti di soggetti

adulti, gli sguardi raccontano la loro storia. Sono sguardi fieri,

raffigurazioni moderne, che vanno cioè oltre lo scopo di rappresentare

la persona, ma chiamano in causa l’io interiore della pittrice

e le sue intenzioni artistiche; su tutto, domina la luce, che

irrompe trionfale. Pittura moderatamente classica, immediatamente

familiare, collocabile in una zona intermedia tra la pittura

impressionista e la macchia. Dedita all’arte fin da giovane, ha

avuto due maestri d’eccezione: Tiziano Bonanni per la pittura ed

Amalia Ciardi Duprè per la scultura, la terracotta e la ceramica.

L’intraprendenza artistica l’ha portata a sperimentazioni di vario

genere, ma il nucleo della sua produzione è basato sulle tecniche

miste e sulla classica pittura ad olio. Molte le esposizioni

collettive e personali; in anni recenti, a Firenze, la personale al

Convitto della Calza (2006), al San Giovanni Battista con Volti

e immagini toscane (2008), al Grand Hotel (2009), alla Galleria

Mentana (2009), all’Officina Profumo Santa Maria Novella

(2010); nel 2011 ha esposto a Venezia all’Hotel Amadeus per il

premio biennale Gondola d’oro, nel 2012 a Roma alla galleria Il

Collezionista per il premio Artista internazionale, a Verona con

Arte è amore all’Itaca Gallery, a Parigi per il premio internazionale

Le Louvre, a Bruges per la collettiva Città di Bruges, alla

fiorentina Galleria Frosecchi con la serie di opere sul tema della

danza. Vale infine ricordare la presenza, anni addietro, nella

chiesa della Santissima Annunziata, alla mostra Il sacro nell’arte,

con una delle sue opere più riuscite che raffigura assieme due

santi, Papa Wojtyla e Madre Teresa di Calcutta.

LEDA GIANNONI

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I grandi della

Fotografia

A cura di

Maria Grazia Dainelli

Massimo Vitali

Dalla pittura rinascimentale ai riti di massa: così il fotografo delle

folle racconta la società contemporanea

di Maria Grazia Dainelli / foto Massimo Vitali

Ache età si è innamorato della fotografia?

Il critico d’arte Lamberto Vitali, amico di mio padre,

mi regalò una macchina analogica quando avevo appena dodici

anni. Da quel preciso momento, ho iniziato a dedicarmi

alla fotografia e non l’ho più lasciata.

Nasce come reportagista ed arriva in seguito alla fotografia

artistica. Qual è stato il suo percorso?

Dopo aver studiato al London College of Printing, ho lavorato

come fotoreporter per un lunghissimo periodo scattando foto

che oggi definisco pessime, delle quali mi vergogno e che

sono chiuse accuratamente nei miei archivi con il divieto assoluto

di riesumarle, anche se talvolta i miei assistenti cercano

di riportarle alla luce.

Con l’utilizzo del cavalletto i suoi scatti sono cambiati: perché?

Spinto dall’insoddisfazione che non mi faceva amare più il

mio mestiere, nel 1995 ho iniziato ad utilizzare il cavalletto. È

stata una svolta che mi ha permesso di trovare finalmente la

mia strada, approdando ad una dimensione più artistica della

fotografia e soprattutto ad un’osservazione lenta e meditata

dei luoghi dove mi posiziono con la fotocamera.

Perché è così attratto dalle folle che si muovono in grandi

spazi, discoteche e parchi?

Sono affascinato dalla società, dai luoghi dove le masse si

ritrovano: raduni, spiagge, discoteche. Voglio dare un senso

Massimo Vitali in un ritratto fotografico di Carlo Midollini

diverso alle mie foto, cristallizzare un momento, come fosse

una scena cinematografica con tanti attori a recitare ciascuno

la propria parte. La folla è sempre inserita in contesti di interesse

paesaggistico o architettonico dove cerco con il mio

occhio di captare ogni minimo dettaglio.

L’angolazione che sceglie per le sue foto lascia pensare

che voglia mantenersi distante dalla realtà che sta osservando,

è così?

Solitamente scatto mettendomi in piedi su di un podio alto

quattro o cinque metri. Questo mi consente di stratificare le

immagini riunendo all’interno del frame piani diversi e utilizzando

macchine a pellicola di grande formato per catturare

anche i più minuti dettagli. Metto la macchina in bolla, guardo

e scatto. Solo da tre o quattro anni utilizzo macchine digitali.

Che pensiero c’è dietro i suoi scatti? A chi si ispira?

Mi ispiro ai grandi classici della pittura e a tutti i quadri del

Rinascimento pieni di personaggi ritratti principalmente in

luoghi aperti. Anche nella foto serve riempire gli spazi per

suscitare interesse, consentendo all’osservatore di entrare

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MASSIMO VITALI


nella scena. Oggi siamo continuamente bombardati da immagini

che scorrono velocemente davanti ai nostri occhi; io

voglio dare qualcosa in più al fruitore, voglio farlo riflettere e

indurlo a porsi delle domande. Molti miei collezionisti dopo

vent’anni scoprono ancora nuovi dettagli nelle mie foto.

Quelli che immortala sono soggetti in movimento: quando

capisce che è il momento giusto per scattare?

Per il mio genere fotografico è sempre il momento giusto per

scattare perché sono immagini pensate e programmate in

precedenza. Mi muovo sempre in equipe, con minimo tre o

quattro assistenti, come se fossi all’interno del mio studio.

Il ricorso a sfondi chiari risponde a motivazioni estetiche

oppure ha un preciso significato?

Si tratta di una scelta estetica. Utilizzando la pellicola ho notato

che, specialmente d’estate in spiaggia, le ombre di colore bluastro

provocano una perdita di leggerezza sia del contesto che

della gente e non regalano alcuna emozione. Per togliere le ombre,

ho iniziato quindi a schiarire le immagini, che non sono sovresposte

ma semplicemente stampate più chiare utilizzando

un minimo di postproduzione. Le foto non devono essere belle

ma devono rappresentare quello che succede nella realtà.

Possiamo definire la sua una ricerca socio-antropologica?

Sono affascinato dal comportamento degli individui, delle

masse, anche se non m’interessa comprenderne il significato.

Sono attratto dalle scene di vita quotidiana che si ripetono

in luoghi diversi e sono curioso fino al limite del voyerismo.

Le mie foto sono quasi tutte buone e sono soddisfatto quando

la loro lettura risulta complessa.

La sua fotografia viene accostata ai quadri del grande pittore

Pieter Bruegel, cosa ne pensa?

È un paragone nel quale mi riconosco. La pittura di Bruegel

offre uno splendido spaccato sulla cultura popolare, su tradizioni,

credenze, abitudini di vita. Anche io, come il maestro

fiammingo, rivolgo il mio sguardo a scene affollate di persone

ambientate di frequente in un contesto naturale che diventa

teatro dei riti spesso banali della cultura di massa.

Quali sono le mostre che le hanno dato maggiore visibilità?

Sicuramente la grande mostra al Centro Pecci di Prato e quella

attualmente in corso al Museo Ettore Fico di Torino intitolata

Collezioni umane. Una mostra che vede esposte trenta

foto di grandi dimensioni che documentano venticinque anni

della mia ricerca fotografica

Iniziative future?

Spiagge bianche

Spero di poter portare a termine il progetto di una mostra

all’Opera del Duomo di Firenze da me ideato nel 2019 insieme

ad altri due fotografi per celebrare il secentesimo anniversario

della cupola del Brunelleschi. Purtroppo a causa

dell’emergenza sanitaria abbiamo dovuto rimandarlo, ma mi

auguro di poterlo realizzare presto.

È tra i pochi fotografi italiani ad un avere un mercato. Chi

sono gli acquirenti delle sue fotografie?

Una mia gallerista dice: «Il collezionista migliore è quello

che tiene il portafoglio dalla parte del cuore». In Italia la foto

è penalizzata, ho sempre venduto pochissimo. Non c’è

una tradizione, la fotografia è relegata ai circoli fotografici

dove l’attività principale è compiacersi a vicenda dei propri

lavori. Ho venduto la mia prima foto a 800 mila lire rivolgendomi

al mercato estero e attualmente vendo soprattutto a

New York. Le mie foto sono presenti in numerose collezioni

private e in vari musei sia in Europa, come il Museo Nazionale

d’Arte Moderna di Parigi, che negli Stati Uniti al Guggenheim

di New York.

Riscuote un notevole successo sui social; che rapporto ha

con questi strumenti?

Le mie foto sono quanto di più diverso possa esistere dallo

stile delle immagini proposte dai social, di cui mi servo

solo per ragioni di visibilità. Al momento ho circa ventunomila

follower.

La buona fotografia ha bisogno di tempo, idee e studio.

Quale consiglio darebbe a un giovane

fotografo?

Le foto non nascono per caso. Bisogna

lavorare di pensiero, avere

buone basi culturali, studiare tutta

la storia dell’arte, sia quella classica

che contemporanea, e ovviamente

la storia della fotografia.

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Inaugurazione della nuova

sede di via Vivaldi il giorno

sabato 13 marzo 2021

MASSIMO VITALI

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Spunti di critica

Fotografica

A cura di

Nicola Crisci e Maria Grazia Dainelli

Arthur Fellig

Un viaggio nei bassifondi della Grande Mela con uno dei più

importanti fotoreporter americani

di Nicola Crisci / foto Arthur Fellig

Arthur Fellig, meglio noto

con il nome d’arte

Weegee, nasce in Polonia

il 12 giugno del 1899. Emigrato

con la famiglia negli Stati

Uniti, decide di interrompere il

ciclo di istruzione scolastica

per avvicinarsi alla fotografia

con vari ruoli: aiutante di camera

oscura, assistente di un

fotografo commerciale, fotografo

di passaporti e ritrattista

di strada. Nel 1935 intraprende

la professione come freelance

e affitta uno studio vicino ad

una stazione di polizia per essere

costantemente informato

sui fatti di cronaca nera. Per

questo motivo, installa sulla

sua Chevrolet una radio sintonizzata con quella degli agenti

per intercettare le loro conversazioni ed anticiparne le mosse.

Nel 1941 espone per la prima volta in una mostra intitolata

L’omicidio è il mio lavoro. Qualche anno dopo, nel 1943,

il Museum of Modern Art di New York acquista cinque sue

fotografie che vengono esposte nella sezione permanente

Action Photography. Oltre a pubblicare un numero enorme di

immagini su vari giornali americani, diventa famoso con alcuni

libri come Naked City del 1945 dove si vedono immagini

brutali della vita notturna nella Grande Mela. Dotato di un

innato senso della composizione, Weegee riesce a cogliere

la verità dei fatti nella loro sconcertante semplicità. Le sue

immagini non lasciano spazio all’immaginazione, colpiscono

come un pugno allo stomaco e sembrano talvolta fotogrammi

di un film. Sono fotografie che raccontano le vite ai

Arthur Fellig

Il presidente John F. Kennedy

margini di diseredati, prostitute, alcolizzati, assassini e assassinati,

poliziotti, ladri e lavoratori della notte, tutti ripresi

nella loro reale dimensione, quasi con scientifica precisione.

Dopo la guerra si trasferisce a Hollywood, dove lavora

come consulente per i film d’azione. Collabora anche con

Stanley Kubrick nel celebre film Il dottor Stranamore. Meno

noto è il lavoro a cui dedica gli ultimi vent’anni della sua vita,

la serie detta delle “distorsioni”. Alla fine degli anni Quaranta,

inizia a sperimentare la manipolazione fotografica, usando

vari metodi tra cui la fusione di negativi di copia e l’uso

di un filtro simile ad un caleidoscopio. In camera oscura impiega

lenti di plastica per modificare i paesaggi urbani e i ritratti

delle celebrità, specchi e caleidoscopi per alterare i

negativi. Un genere che lo ha accompagnato fino alla sua

morte avvenuta nel 1968.

Murder

Lower East Side

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ARTHUR FELLIG


A cura di

Daniela Pronestì

Occhio

critico

Silvio Zago

Ai confini del paesaggio

di Daniela Pronestì

Se è vero che il paesaggio nasce quando lo sguardo

dell’uomo incontra la natura, nel caso di Silvio Zago

questo incontro avviene non all’esterno, nel mondo

reale, ma nello spazio bianco della tela. Quelli rappresentati

dall’artista veneto sono paesaggi visti con gli occhi della

mente, frammenti di natura che, filtrati dalla memoria, conservano

dell’aspetto originale soltanto vaghe suggestioni. Tutto

il resto – colori, luci, forme – appartiene all’emozione, al

ricordo di sentieri percorsi mille volte, di cieli plumbei sulle

campagne antiche, alla presenza amica dell’acqua – la laguna

– che accompagna lo scorrere dei giorni. La natura non è

“altro” da noi, non è il panorama osservato dalla finestra. Ma

è un gorgogliare dentro, nel profondo, di sensazioni che non

sappiamo spiegare: nostalgie improvvise, attimi di gioia, silenzi

impenetrabili, parole non dette. La natura è in noi, e noi

le apparteniamo, perché la natura è uno stato d’animo: questo

dicono le opere di Silvio Zago. E lo fanno con la coerenza

di un linguaggio che si ripete di quadro in quadro mantenendo

intatta sempre la stessa atmosfera, lo stesso accordo di colori:

grigio, bianco, marrone. Non c’è spazio per i toni sgargianti

delle mattinate estive, gli azzurri dell’orizzonte sgombro di

nuvole, i verdi della terra rischiarata dal sole. È un mondo fatto

d’acqua e di nebbia, quello narrato da Zago, una camera ottica

al cui interno le immagini vengono ribaltate, confondendo

l’alto e il basso della rappresentazione, la distanza fra cielo e

terra, i contorni delle cose. Per restituire in pittura il tratto autentico

della campagna veneta, il suo antico cuore malinconico,

non si può che raccontarla così, con uno stile scabro,

essenziale, rigoroso: pochi colori a suggerire l’umidità dell’aria,

le foschie interminabili, i riflessi delle barche sull’acqua.

A Zago interessa catturare l’atmosfera generale di un paesaggio,

il sentimento dominante, sottraendo qualunque cosa

Baita lagunare (2020), olio su tela, cm 80x80

possa distrarre l’occhio. È una pittura che diluisce insieme al

colore anche il soggetto del quadro, con stesure che procedono

dal centro verso i lati disperdendosi, in una sempre minore

concentrazione di materia. L’attitudine a disgregare l’immagine

anziché concentrarla in una scena densa di particolari si

traduce in uno stile che, pur non potendo dirsi del tutto astratto,

sfida le regole della rappresentazione oggettiva, sospendendo

lo sguardo a metà fra realtà ed invenzione. È il colore

a generare il paesaggio e non viceversa, in un processo creativo

che non riproduce le cose, ma rende visibili immagini interiori,

un vissuto popolato di luoghi cari, ambienti familiari,

memorie vicine o lontane nel tempo. Una pittura degli “affetti”,

potremmo definirla, nella misura in cui l’artista riconosce

nel paesaggio l’espressione di ciò che più gli è caro e che proprio

per questo merita di essere raffigurato. “Casa mia”, recita

il titolo di un dipinto, nel quale, contrariamente a quanto

ci si aspetterebbe, la casa dell’artista non domina la scena,

ma s’intravede appena, immersa, com’è, in un paesaggio fatto

di poca terra e molti specchi

d’acqua. Un indizio chiaro

quanto basta per capire che è

la natura la “casa” dove albergano

sogni, ricordi, speranze;

quella natura che l’artista si

porta dentro, come un’eredità

da consegnare al mondo attraverso

la pittura.

Colori d'autunno (2020), olio su tela, cm 60x70

Grigio paludoso, olio su tela, cm 115x115

Le opere di Silvio Zago sono

in vendita sul sito della galleria

Artistikamente di Pistoia –

www.artistikamente.net

www.silviozago.com

Silvio Zago

SILVIO ZAGO

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I maestri dell'

architettura

A cura di

Margherita Blonska Ciardi

Zaha Hadid

Esponente della corrente decostruttivista, ha sfidato le regole dell’architettura

trasformando le funzioni matematiche in spazi ”emozionali”

di Margherita Blonska Ciardi

Zaha Hadid, celebre architetta inglese di origine irachena

scomparsa prematuramente nel 2016, è diventata famosa

per il suo singolare stile che deriva dalla corrente

decostruttivista. Nel 1988 al Moma di New York si è tenuta, con

la curatela di Philip Johnson, una mostra sull’architettura decostruttivista

che ha visto tra i suoi esponenti, oltre a Zaha Hadid,

anche Peter Eisenman, Daniel Libeskind, Frank Gehry, Bernard

Tschumi, Coop Himmelbau e Rem Koolhaas, tutti divenuti archistar

mondiali. Questa corrente infrange il tradizionale riferimento

dell’architettura alla geometria euclidea con le sue basi

fondate sul rapporto di linee ortogonali e la standardizzazione

delle volumetrie, portando alla piegatura delle pareti prive di angoli

retti e proponendo come alternativa strutture dalle forme

sorprendenti. Zaha Hadid è nata a Bagdad in una famiglia di alto

livello socio-culturale che ha saputo appoggiarla nella sua

formazione e nella realizzazione professionale. Figlia di un’artista

e di un importante imprenditore e politico di orientamento

democratico, ha ricevuto un’educazione allo stesso tempo tradizionale

e moderna. Dopo essersi laureata in Matematica all’American

University di Beirut, ha realizzato il sogno della sua vita

studiando architettura all’Architectural Association di Londra.

Qui ha lavorato al fianco del suo professore, l’architetto Rem

Koolhaas, e di Elia Zengchelis, divenendo prima socia del loro

gruppo e poi aprendo nel 1980, sempre nella capitale britannica,

lo studio Zaha Hadid Architects. All’inizio della carriera,

essere un architetto donna, in un ambito professionale prevalentemente

maschile, ha rappresentato per lei un impedimento,

tanto che per i primi dieci anni ha faticato a realizzare i suoi

progetti. Zaha tuttavia non si è mai arresa ed ha continuato con

perseveranza la battaglia per far accettare le sue idee, organizzando

numerose conferenze e mostre di disegni, opere d’arte e

oggetti di design ispirati alle sue interpretazioni dello spazio architettonico.

«È stata una battaglia di marketing ferrea e tenace

– ha dichiarato anni dopo, una volta raggiunto il successo –,

mi sono fatta conoscere al mondo anzitutto per le mie idee».

Grazie all’appoggio di un suo estimatore, l’ingegnere Peter Rice,

nel 1993 riesce a far costruire a Rhein la Vitra Fire Station – una

caserma dei Vigili del fuoco – e nel 2002 uno ski jump a Bergisel,

ovvero un trampolino per salti sciistici dalla struttura curva

molto innovativa ed originale che colloca la rampa allo stesso

livello del locale che accoglie gli sportivi consentendo loro

di ammirare dall’alto sia il panorama che le performance degli

sciatori. Queste due opere, unite alla vasta documentazione

dei suoi schizzi e dei progetti più significativi, le consentono di

vincere nel 2004 il Premio Pritzker, considerato il Nobel dell’architettura.

Nonostante fino a quel momento avesse realizzato

pochi progetti – la chiamavano “l’architetto di carta” per via delle

tante idee fissate sul foglio ma mai concretizzate –, questo

premio, per la prima volta assegnato ad una donna, le ha permesso

di essere conosciuta a livello mondiale. Dopo questo

primo riconoscimento ne arrivano altri altrettanto importanti

come il Premio Imperiale (2009) e il Premio Stirling (consegui-

Il MAXXI di Roma

12 ZAHA HADID


Il Centro Heydar Aliev di Baku in Azerbaigian

to ben due volte nel 2010 e nel 2011), e inizia a ricevere commissioni

in varie parti del mondo. Anche il suo studio cresce,

passando dai 267 dipendenti nel 2013 ai 400 nel 2016. L’Italia

vanta la presenza di alcune opere importanti appartenenti al secondo

periodo della sua attività, con uno stile più consapevole

e maturo che sostituisce le linee spigolose con avvolgenti superfici

curvilinee. Zaha Hadid traspone le funzioni matematiche

nella tridimensionalità dell’architettura, richiamando così l’ordine

della natura: sinusoidi, iperboloidi, frattali fanno dialogare

le strutture costruite con quelle delle conchiglie, delle piante e

di altre forme naturali. L’architettura è per lei una forma infinita

che percorre lo spazio esterno ed interno connettendoli entrambi

attraverso i flussi dei visitatori. Questi ultimi vengono

invitati a fruire lo spazio interno attraverso percorsi che li avvolgono

e che vedono i volumi intorno a loro trasformarsi, come

accade nel progetto del Centro Heydar Aliev di Baku in Azerbaigian.

Gli stessi principi ricorrono in una delle sue ultime opere,

Due foto dell'interno del negozio di scarpe Stuart Weitzman in via dei Condotti a Roma (ph. Margherita Blonska Ciardi)

il MAXXI di Roma, museo concepito come un percorso/ponte

coperto che si affaccia con le sue vetrate sulla città. Gli spazi

espositivi interni sono aperti e collegati tra loro da rampe che

ricordano vagamente il Gungenheim di New York dell’architetto

decostruttivista americano Frank Ghery. Sempre a Roma possiamo

ammirare un altro gioiello di Zaha Hadid: il negozio di

scarpe Stuart Weitzman in via dei Condotti. Passeggiando lungo

questa strada, dove sono ubicate le boutique dei più grandi

marchi della moda, è impossibile non essere colpiti dall’insolita

vetrina del negozio e dallo sviluppo curvilineo dello spazio

interno. L’uso del polistirolo armato e rivestito in cemento consente

di ottenere la curvatura delle pareti e del controsoffitto,

dove sono incassati punti luce che ricordano grandi lucernari

naturali. All’interno, ogni particolare porta la firma inconfondibile

di Zaha Hadid: gli espositori modulari per le scarpe e le

sedute per i clienti in fibra di vetro hanno le stesse curvature

delle pareti e la fluidità di uno spazio che sembra non avere né

inizio né fine. Un luogo che richiama

la bellezza ispirata alle funzioni matematiche

oppure alle grotte scavate

dall’acqua. Le architetture di Zaha Hadid

permettono al pubblico di provare

sensazioni che solo la bellezza dello

spazio concepito come un’opera d’arte

tridimensionale può dare. Queste forme,

per metà matematiche e per metà

riferite alla natura, ci portano alla scoperta

di uno spazio concepito come

infinito, fluido e in movimento, facendoci

vivere emozioni profonde che ci

conducono – come ricorda la frase

di Zaha Hadid “more than meets the

eye” divenuta slogan del MAXXI – oltre

ciò che il nostro sguardo è in grado

di catturare.

ZAHA HADID

13



I libri del

Mese

Con armonia

Laura Molteni svela, a principianti e non, i “segreti”

della composizione musicale

di Giacomo De Simonis

Insegnare Teoria, Armonia e Composizione

è una bella gatta da

pelare: regole, eccezioni, complicazioni,

quinte e ottave parallele, armonizzazioni

di bassi, corali, Lieder…

Questo è solo un piccolo esempio della

difficoltà che questa materia comporta,

sia per chi la insegna che per chi

la studia. Quasi quarant’anni fa, ai tempi

del Conservatorio, studiavo, da umile

fagottista, lo stretto necessario per

arrivare all’esame ed essere in grado

di fare una modulazione ai toni vicini.

Già così era difficile se non avevi un insegnante

che ti sapeva spiegare in modo

semplice ciò che semplice non era

affatto. Libri di testo? Poco o niente,

i pochi che c’erano (all’epoca Internet

forse veniva usato solo per le comunicazioni

tra la Casa Bianca ed il Cremlino),

andavano bene per gli “iniziati”

a questa, come la vedevo in quel tempo,

oscura e difficilissima materia ed

erano difficilmente comprensibili per

chi volesse solo prendere il suo diploma

di strumento e cominciare il terno

al lotto di una difficile professione. Purtroppo

questa strada lastricata di false

relazioni, di aree di dominante e di

sensibili, che non ci si ricordava mai se

avessero dovuto salire o scendere, fece

sì che questa disciplina (perché questo

è) fosse sempre più maestosamente

difficile. Col tempo però, diventando diversamente

giovane, ho ripreso a studiare

Armonia con una consapevolezza

diversa ed è lì che mi sono cominciato a chiedere perché

non ci fosse un testo che spiegasse in modo estremamente

concreto e semplice le sue regole; non che le svilisse in

maniera semplicistica ma che desse delle chiare indicazioni

su come orientarsi in questo sconfinato mondo. Questo

è quello che, a mio parere, fa il libro Con armonia di Laura

Molteni. È come un corso di Teoria, Armonia e Composizione

che, rendendo più schematiche le sue regole, ne semplifica

l’apprendimento. Il linguaggio utilizzato è molto diretto

e immediato, con esempi pratici che spiegano chiaramente

come risolvere i vari problemi che si possono presentare,

ad esempio, nella realizzazione di un basso o di un corale.

Tra l’altro, in modo molto intelligente, l’autrice parte dalle

basi dell’Armonia spiegandole con estrema semplicità

e trasformandole così in solide fondamenta su cui costruire

un percorso che si complicherà sempre di più ma che

avrà in Con armonia un’ancora di salvezza sempre a portata

di mano. Un libro adatto sia ai principianti sia a chi principiante

non è più. È come avere a disposizione un Virgilio

che ti fa da guida nell’Inferno delle triadi e che ti ricorda

che nella Settima di Dominante la Sensibile sale sempre…

Per acquistare il libro (pagg. 96, € 12,00, EricksonLive) scrivere

a live@erickson.it

CON ARMONIA

15


I libri del

Mese

Ogni sera Dante ritorna a casa

Il nuovo libro di Roberto Mosi per passeggiare in compagnia del sommo poeta

di Gherardo Dardanelli

Quattro amiche e quattro amici si incontrano per sette

domeniche nel periodo difficile della pandemia, per

celebrare i settecento anni dalla scomparsa di Dante

Alighieri. Arrivano ad ogni appuntamento muniti della

regolare mascherina con il programma della passeggiata discusso

e preparato online nel corso della settimana. La loro

esperienza può ricordare, in un certo modo, quella della brigata

di amici del Decameron di Giovanni Boccaccio, che si riunirono

in una villa sulle colline di Firenze per sfuggire alla peste

del 1348. Proprio nei momenti più bui è importante ricercare

conforto nell’arte, nella musica, nella poesia e condividere le

emozioni con gli altri. Il libro di Roberto Mosi, pubblicato con le

Edizioni Il Foglio (Piombino, 2021), racconta questa esperienza,

le Sette passeggiate all’aria aperta per le strade di Firenze

alla scoperta, dal vivo, dei luoghi che videro Dante crescere come

uomo, affermarsi come politico e poeta, fino alla condanna

all’esilio. Sul percorso delle passeggiate si respira l’aria di altri

tempi, si cammina per strade dall’antico selciato, a fianco di

chiese e campanili monumentali, case torri che si innalzano ancora

nel paesaggio dall’impianto medievale, in luoghi carichi di

memorie e di “poesia”. Per il gruppo di amici sono momenti di

serenità che alleggeriscono l’atmosfera da incubo che pervade

la vita quotidiana. Riscoprono, insieme a pagine meravigliose di

poesia, la città del Medioevo, dell’epoca violenta e straordinariamente

ricca di Dante. Nel libro sono riportati i loro commenti,

le emozioni, vengono descritti i luoghi dove si leggono ad alta

voce passaggi memorabili della Divina Commedia: le voci si alzano

in alto per le strade strette, in alcuni tratti, cupe, seguendo

la musica delle terzine dantesche. Il percorso è scandito da oltre

trenta lapidi con incise nel marmo le parole del viaggio del

poeta nell’Oltretomba. Le lapidi furono poste dal Comune di Firenze,

in varie parti del centro cittadino, agli inizi del Novecento.

Nel libro, quindi, sono descritti luoghi e personaggi, fra questi la

cosiddetta Casa di Dante

e i vicini edifici già di proprietà

degli Alighieri, dove

secondo la tradizione è nato

il poeta e dove oggi c’è

un ristorante rinomato per

le bistecche alla fiorentina,

aperto fin dal Cinquecento;

il vicolo dello Scandalo,

fatto costruire per dividere

le case dei Donati da quelle

dei loro nemici, i Cerchi.

Ed ancora la Badia Fiorentina

e la memoria dell’avo

Cacciaguida, la Torre della

Castagna e il magistero

di Dante, il luogo dell’incontro

con Beatrice, il Canpertina

di Enrico Guerrini. In vendita (€ 12)

Fotografie di Roberto Mosi, disegni in coto

degli Aretini e il ricordo nelle librerie, fra cui Alzaia e Salvemini (Firenze)

e libreria Coop (Piombino)

della sanguinosa battaglia

di Campaldino, le pietre del

selciato di Ponte Vecchio ove fu trucidato Buondelmonte, dopo

la sua sciagurata scelta, la Chiesa di San Salvi davanti alla quale

cadde da cavallo Corso Donati, l’acerrimo nemico dei Bianchi,

colpito alla gola dalla lancia di un mercenario catalano. Il

percorso parte dalla cosiddetta Casa di Dante con i versi “Io fui

nato e cresciuto/ sovra ‘l bel fiume d’Arno alla gran villa” (Inferno

XXIII, 94-95) e termina al “bel San Giovanni” con riferimento

ai primi versi del Canto XXV del Paradiso, alla speranza di Dante,

exul immeritus, di tornare al “bello ovile” per una pubblica incoronazione

a Firenze. E noi a distanza di tanti secoli dalla sua

scomparsa, viviamo di questa speranza e siamo certi che ogni

sera Dante ritorna a casa.

Scrittore, poeta e fotografo fiorentino, Roberto Mosi rivolge

la sua ricerca ai temi del mito, il viaggio, la follia.

Fra i libri, la guida storico-artistica Elisa Baciocchi

e il fratello Napoleone.

Storie francesi da Piombino

a Parigi, Il Foglio;

sul rapporto fra follia

e normalità, Esercizi di

volo (Premio Casentino)

e Non oltrepassare

la linea gialla, Europa

Edizioni; il recente libro

Roberto Mosi presso la lapide con la preghiera Sinfonia per San Salvi, Il

di San Bernardo alla Vergine, Arciconfraternita Foglio. Al tema del mito:

la silloge della Misericordia, piazza del Duomo, Firenze

Navicello

Etrusco (Premio Polverini, Anzio), Il Foglio e il poemetto Orfeo

in Fonte Santa, Ladolfi, (Premio Città di Sarzana). Ha pubblicato

libri di poesia sulla città: Florentia, Gazebo (Premio

Villa Bernocchi, Verbania), Concerto, Gazebo (Premio della

Critica Anterem Abano Terme) e il recente Il profumo dell’iris,

Gazebo (Premio Sarzana). L’antologia Poesie 2009-2016,

Ed. Ladolfi (Premio Alda Merini, Como) raccoglie poesie per

Firenze, su miti antichi e recenti. Ha realizzato mostre di fotografie

al Circolo degli Artisti Casa di Dante, caffè letterari,

sale di esposizione; si veda Firenze foto grafie (www.laRecherche.it).

Collabora con le riviste Testimonianze, L’area di

Broca, Semicerchio. Cura i blog www.robertomosi.it / www.

poesia3002.blogspot.it.

mosi.firenze@gmail.com

16

ROBERTO MOSI


Storie e tradizioni

toscane

Sulle tracce del “divin poeta”

Secondo recenti ricerche storiche Dante sarebbe nato a

Montegemoli, nel comune di Pomarance

di Fabrizio Borghini

Pochi giorni fa la Nazione ha dedicato un

intero inserto ai luoghi di Dante Alighieri

stimolandone la visita in occasione del

settecentesimo della morte del “divin poeta”. Con

grande sorpresa ho notato la mancanza di una località

che, secondo recenti e accreditate ricerche

storiche, dovrebbe avere priorità assoluta su tutte

le altre: si tratta di Montegemoli, nel comune di

Pomarance, dove il fiorentino per eccellenza sarebbe

addirittura nato. Qualche anno fa fui chiamato

per un servizio televisivo da alcuni artisti

tedeschi che avevano realizzato delle installazioni

nel giardino della casa di Bella degli Abati, madre

di Dante, e nel prospiciente antico forno che

per secoli ha dato lustro al pane di quella località

facendone una delle eccellenze della nostra regione.

In quel frangente, mi fu raccontata una storia

che in quei luoghi si tramanda da oltre sette secoli

che avvalorerebbe la tesi che Gabriella degli Abati,

meglio conosciuta come Donna Bella degli Abati,

anziché a Firenze, città da cui il suo casato proveniva

essendo il padre il giudice fiorentino Durante

di Scolaro degli Abati, sarebbe nata nella prima

metà del 1200, proprio nel piccolo borgo dove il

suo cognome era molto diffuso. Gli Alighieri, famiglia

di parte guelfa, erano cambiavalute in Firenze

fin dal 1246, ma dopo la vittoria dei ghibellini nel

1260 a Montaperti, almeno due dei figli di Bellincione

degli Alighieri, Ardengo e Alighiero, ritennero

più prudente lasciare la città e trasferirsi nella

più sicura Volterra ancora guelfa. E guelfi erano

anche gli Aldobrandeschi che dal 1226 avevano

avuto in concessione dalla Santa Sede le terre di

Montegemoli sottoposte a una convenzione che

obbligava gli uomini a versare tributi alla potente

famiglia per la quale lavorava lo zio di Dante, Ardengo,

che curava le esazioni e amministrava i beni.

Aveva sposato Getulia dei Gabbretani, sorella di Giovanni

Tedesco, proprietario di case-torri in Volterra, che era stato

tesoriere di re Enzo di Sardegna, dalla quale ebbe un figlio,

Boccio, che di lì a poco sarebbe diventato cugino del sommo

poeta. Infatti, Alighiero, seguendo l’esempio del fratello

maggiore, mise su famiglia in quei luoghi: nel 1262 sposò

Bella e andarono a vivere a Volterra dove Alighiero lavorava

come esattore per il podestà. Tre anni dopo, fra il 21 maggio

e il 21 giugno, per partorire il primogenito a cui fu imposto

il nome del nonno materno Durante, Bella andò, come allora

si usava fare, a Montegemoli a casa della madre. A cau-

Sandro Botticelli, Ritratto di Dante Alighieri (1495 circa), olio su tela, Fondazione Bodmer, Ginevra

sa delle alterne fortune politiche, nel 1266 i guelfi fuoriusciti

poterono far ritorno a Firenze; fu così che Dante arrivò in città

appena in tempo per essere battezzato il 26 marzo, il giorno

di sabato santo in cui, secondo un’antica consuetudine,

in una cerimonia pubblica con grande partecipazione di popolo,

venivano portati al fonte battesimale del Battistero, il

“Bel San Giovanni” da lui evocato nel Canto XIX dell’Inferno,

tutti i bambini nati nell’ultimo anno. Accurate e approfondite

ricerche d’archivio avvalorerebbero questa tesi che potrebbe

trasformare quella che pareva essere solo una leggenda

in una clamorosa realtà.

DIVIN POETA

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Incontri con

l’arte

A cura di

Viktorija Carkina

Il maestro Pietro Annigoni nell’intervista

alla moglie Rossella Segreto

Dal primo incontro su una nave da crociera alla scelta di trascorrere la vita

insieme uniti dall’amore per l’arte

di Viktorija Carkina

Come vi siete conosciuti con Pietro Annigoni?

Ci siamo conosciuti nel 1966 su una nave da crociera

per andare negli Stati Uniti. Tutti e due ci andavamo per motivi

di lavoro, credo che si chiamasse “Raffaello”. A pranzo, al

mio tavolo, c’era una sedia riservata anche a Pietro, ma all’epoca

vivevo un momento difficile della mia vita, stavo divorziando

da mio marito e perciò non stavo volentieri in compagnia.

Preferivo rimanere nella mia cabina e riposarmi in solitudine.

Però, ovviamente, prima o poi bisogna uscire e allora una sera

andai a cena. Quando il maestro mi vide esclamò: «Ma questa

qui dove l’avevate rinchiusa?». Così cominciammo subito

a ridere e a fare conversazione. Devo ammettere che Pietro ha

dimostrato la sua intelligenza fin da subito, percependo al volo

i miei problemi. Il nostro rapporto ebbe inizio con tanta delicatezza

e tanto tatto da parte sua. Quando gli raccontai come

mai stessi andando a New York – per partecipare alle sfilate,

perché facevo la modella – lui capì subito che l’ambiente della

moda in realtà non mi stava a cuore. Mi ricordo di essere inoltre

stata sorpresa dai suoi modi diplomatici nel fare le domande,

alle quali era impossibile non rispondere. Ciò valeva anche

per i suoi inviti. Una volta arrivati a New York, Pietro mi invitò

a pranzo e andammo in un ristorante italiano. Subito dopo

mi propose di vedere la città ed è stata una proposta che non

avrei potuto non accettare, perché sennò non avrei mai conosciuto

New York. Lavorando non avevo mai tempo per uscire a

fare una passeggiata.

Com’è stata invece la sua prima passeggiata con Pietro?

È stata bellissima. Siamo andati a Central Park e mi piacque

davvero molto. Ma ciò che mi stupii fu il fatto che dopo

la passeggiata Pietro mi propose di andare allo zoo. Adoro

gli animali, ma non ne avevamo mai parlato e rimasi colpita

dal fatto che lui l’avesse percepito senza saperlo. Mi ricordo

come, appena ci siamo seduti su una panchina, numerosi

scoiattoli vennero da noi. Io non avevo portato niente da

mangiare, Pietro invece tirò fuori delle arachidi. Le abbiamo

www.florenceartgallery.com

Annigoni davanti al ritratto della Regina Elisabetta II (1956)

date agli scoiattoli e abbiamo passato tanto tempo a giocarci.

Un altro ricordo è legato sempre alla nave, quando

non andai alla cena organizzata dal capitano. Il giorno dopo

Pietro mi incontrò e mi raccontò che la sera precedente

il capitano donò alcuni gadget ai passeggeri, ma io mi ero

persa il regalino a causa della mia assenza. La sera stessa,

mentre altri passeggeri ballavano in una discoteca organizzata

dalla crociera, con Pietro siamo andati sui ponti della

nave a guardare i pesci volanti. Nonostante il maestro fosse

una persona molto socievole e amasse stare in buona

compagnia, non amava ballare, come me. Sui ponti, Pietro

mise la mano in tasca e mi disse: «Ho trovato il suo regalino».

Pensando che si trattasse del souvenir lasciato dal capitano,

lo ringraziai e lo misi in borsetta senza guardarlo.

Quando lo aprii, vidi che era un gioiello di Bulgari. Allora, appena

mi svegliai, la mattina alle sei, andai in giro per la nave

a cercare il maestro, sapendo che era mattiniero. Quando

lo trovai, provai a restituirgli il regalo, ma mi spiazzò subito

con la sua intelligenza e furbizia, dicendomi: «Peccato,

perché finirò per perderlo. Pensavo che nella sua borsetta

stesse al sicuro, non come nelle mie tasche». Allora lo dovetti

accettare.

18

PIETRO ANNIGONI


1 2 3

1

2

3

Ritratto di signora (1958), tempera su tavola, cm 80x60

Autoritratto, olio su tavola, cm 28x23

Ritratto di Rossella Annigoni (1983), tempera grassa su tavola (particolare)

Lei andava a New York per lavoro, e Pietro invece?

Stava andando a fare gli affreschi nella casa del signor Stielman

che era un parente di Rockefeller. Aveva conosciuto anche

Rockefeller, che venne a Firenze per farsi ritrarre da lui. Aveva

fatto una commissione per un ritratto dal vivo e si presentò nello

studio di Pietro con numerosi accompagnatori. Chiese di fare

un ritratto anche a ciascuno di loro, ma quando Pietro gli comunicò

il prezzo, immediatamente i ritratti richiesti si ridussero ad

uno solo, quello di Rockefeller. Io ritornai in Italia prima di Pietro

ed ero già a Milano quando ci fu l’alluvione di Firenze. Mi chiamò

chiedendomi di dargli notizie riguardo alla sua famiglia. Nonostante

l’evento tragico che motivò la sua telefonata, l’esito fu positivo:

la sua famiglia, l’ex moglie e i figli, stavano bene e io e

Pietro abbiamo avuto un motivo per rimanere in contatto.

Numerosi sono i soggetti religiosi presenti nelle opere del

maestro e altrettanto numerosi i lavori eseguiti per le chiese:

qual è stato il suo rapporto con la religione?

Pietro è sempre stato una persona credente, infatti, è per questo

che ha eseguito molti lavori su commissione per i luoghi

di culto. Quando io non riuscivo a credere nei dogmi, Pietro mi

spiegava che secondo lui si trattava di una questione di studio.

Secondo lui la religione andava appresa. È un lato della vita

e dell’anima di cui uno deve prendere coscienza. Infatti, era

anche molto preparato sui temi religiosi e sui significati biblici.

La sua anima spirituale si rispecchia in ogni sua opera.

Oltre alla spiritualità come fonte d’ispirazione, quali erano,

invece, gli artisti che l’avevano maggiormente attratto?

Erano sicuramente i pilastri della pittura: Michelangelo, Raffaello

e Leonardo. Pietro dedicava molta attenzione allo studio

dei pittori e alle visite dei musei. Devo dire, però, che i

critici lo considerano come un pittore del filone rinascimentale,

ma non è così. Non è un pittore rinascimentale e non

appartiene a nessun genere. È un artista unico con un tratto

distintivo prettamente suo.

Oltre ad essere erroneamente considerato un artista rinascimentale,

esiste un altro mito su Pietro, ovvero che avesse

sempre con sé una pistola. È vero?

È vero ma solo in parte perché era una pistola finta. Faceva

rumore e basta. Contrariamente all’immagine drammatica

che si dà di Pietro, in realtà era una persona molto tranquilla,

serena e dignitosa.

Come sono state, invece, le sue relazioni con altre persone

del mondo della cultura?

Se trovava un critico intelligente e ben preparato gli diventava amico.

Andava molto d’accordo con Filadelfo Simi, con cui erano amici

vicini, e con Ugo Ojetti. Per quel che riguarda invece i rapporti

con altri pittori, lui non aveva mai criticato i pittori contemporanei.

Avere due punti di vista diversi sull’arte per lui non era un motivo

per muovere critiche. Un altro suo caro amico fu Indro Montanelli:

erano molto simili di carattere e si capivano alla perfezione.

Cornici Ristori Firenze

www.francoristori.com

Via F. Gianni, 10-12-5r, 50134 Firenze

PIETRO ANNIGONI

19


Dimensione

Salute

A cura di

Stefano Grifoni

Immunità comportamentale

La strategia degli animali per difendersi dai virus

di Stefano Grifoni

Durante la pandemia Covid-19 il distanziamento sociale

ci è apparso del tutto innaturale. Gli animali

invece contrastano sempre la diffusione di virus,

batteri e parassiti con il distanziamento che gli esperti etologi

chiamano “immunità comportamentale”. Questa per gli

animali è l’unica difesa da agenti infettati non avendo vaccini.

I crostacei che vivono in gruppo, quando un esemplare

viene contagiato dal virus, viene abbandonano in fretta

dagli altri. A dare l’allarme è una sostanza chimica presen-

te nell’urina degli individui infetti. I fringuelli e alcuni pesci

d’acqua dolce evitano gli esemplari visibilmente malati. I

mandrilli riconoscono dall’odore gli esemplari contaminati

da parassiti. Le formiche sviluppano un distanziamento differenziato

in base al ruolo che hanno all’interno del gruppo:

quelle che escono dalla colonia per raccogliere il cibo, se

vengono contaminate, si isolano spontaneamente per non

mettere a rischio la regina. La formica è un esempio di serietà

naturale.

Stefano Grifoni è direttore del reparto di Medicina e Chirurgia di Urgenza del pronto soccorso

dell’Ospedale di Careggi e direttore del Centro di riferimento regionale toscano per la diagnosi

e la terapia d’urgenza della malattia tromboembolica venosa. Membro del consiglio nazionale

della Società Italiana di Medicina di Emergenza-Urgenza, è vicepresidente dell’associazione

per il soccorso di bambini con malattie oncologiche cerebrali Tutti per Guglielmo e membro tecnico

dell’associazione Amici del Pronto Soccorso con sede a Firenze.

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IMMUNITÀ COMPORTAMENTALE


A cura di

Emanuela Muriana

Psicologia

oggi

Paura, vergogna e rabbia

Insidie psicologiche più letali del Covid-19

di Emanuela Muriana

Imorti dovuti alle conseguenze

psicologiche della pandemia

superano quelli dovuti

al virus. È quanto sostiene uno

studio svolto dall’Università del

Massachusetts, secondo cui le

conseguenze di tipo psicologico

potrebbero persistere per diversi

anni. Studi svolti su tragedie

come l’attentato alle Torri Gemelle

del 2001 a New York o lo

Tsunami in Giappone del 2011

dimostrano che l’alterazione

dell’omeostasi psicologica, cioè

la capacità di autoregolazione

delle persone coinvolte in eventi

traumatici, può durare anche

6/8 anni dopo l’accaduto. Dati

insufficienti ma indicativamente

allarmanti. Il dato certo, invece, è

che in Italia chi soffre di malattie

croniche ha un rischio più che

doppio di sviluppare il Covid-19,

a cui si aggiunge l’aggravante

del sistema sanitario attualmente

sotto stress anche per i malati

no-Covid. Questo vuol dire difficoltà di accesso ad accertamenti

ed esami per i tempi di attesa più lunghi: una situazione che

ha rilevanti esiti psicologici. I pazienti cronici si sentono abbandonati

dal sistema sanitario nazionale proprio nel momento di

maggiore necessità. La pressione mediatica, l’allontanamento

dalle persone care, l’isolamento, la paura del contagio portano

le persone a sviluppare risposte adattive variabili in base alla

specificità del singolo. Vediamo quali sono le principali insidie

psicologiche. La prima insidia è la paura dell’ignoto, una paura

ipervigilante spesso alla radice delle psicopatologie basate su

questa emozione. Le crisi di ansia sono in forte aumento, con

un 70% in più tra gli adolescenti. La seconda insidia è l’imbarazzo

dettato dalla perdita del lavoro o dall'impossibilità di lavorare:

una condizione che in alcuni individui genera un senso di

impotenza e vergogna per il fallimento, altri invece la vivono come

un dramma senza via di uscita, arrivando persino a tentare il

suicidio. Questa la matrice psicologica che porta all’aumento di

risposte depressive, abuso di alcolici e sostanze tossiche, gioco

d’azzardo online. Il fatto economico è certamente importante

ma non è l’unico: pesano anche lo stigma, il senso di esclusione,

il dolore sociale oltre a quello fisico. Un’altra insidia sono le

malattie invisibili. Le precauzioni per contrastare il pericolo di

essere contagiati dal virus comportano rischi relazionali come

gli attriti familiari in aumento a causa dell’isolamento domestico.

Le emozioni irritanti - frustrazione e rabbia - sono inevitabili

e proliferano con un’insorgenza lenta e fluttuante ma con il rischio

di diventare esplosive nel lungo periodo di restrizioni e isolamento

per il vissuto di una “falsa fine” o di una seconda ondata

di restrizioni. Le emozioni oltre soglia vanno gestite, altrimenti

diventano pericolose per sé e per gli altri.

Emanuela Muriana è responsabile dello Studio di Psicoterapia Breve

Strategica di Firenze, dove svolge attività clinica e di consulenza.

È stata professore alla Facoltà di Medicina e Chirurgia presso

le Università di Siena (2007-2012) e Firenze (2004-2015). Ha pubblicato

tre libri e numerosi articoli consultabili sul sito www.terapiastrategica.fi.it.

È docente alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Breve Strategica.

Studio di Terapia Breve Strategica

Viale Mazzini 16, Firenze

+ 39 055 242642 - 574344

emanuela.muriana@virgilio.it

INSIDIE PSICOLOGICHE

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Prevenzione

e salute

L’importanza della visita odontoiatrica nei bambini

per la prevenzione della malocclusione

di Valentina Rutili

Curare la bocca di un bambino è uno degli aspetti più

importanti da tenere in considerazione per mantenere

in buona salute i suoi denti, la masticazione

e perfino lo sviluppo psicosociale. Un bambino in crescita

può avere molte condizioni che possono danneggiare la

futura dentatura, ma occorre considerare che è più facile

agire in giovane età, durante la crescita, modificando i fattori

responsabili delle malocclusioni (scorrette posizioni

dei denti o delle ossa che determinano un’alterazione della

funzione masticatoria). Una scorretta occlusione dentale

può essere determinata da varie cause. Possono infatti essere

presenti abitudini viziate (bambini abituati a succhiare

il pollice o il ciuccio, deglutizione atipica, respirazione

orale, etc.) che possono modificare la morfologia del palato

e possono ridurre la capacità masticatoria; possono

essere presenti alterazioni delle dimensioni delle ossa mascellari,

anomalie della dentatura come il morso crociato

o anomalie dello sviluppo (denti in posizione errata, denti

in più, ovvero “sovrannumerari”). Se questi aspetti vengono

individuati precocemente, si può ridurre la probabilità

di sviluppare una malocclusione in età più avanzata. Viene

definita “ortodonzia preventiva” quella disciplina odontoiatrica

specifica che previene interferenze nel normale

sviluppo occlusale e viene definita “ortodonzia intercettiva”

quella disciplina che intercetta un problema di sviluppo

o una malocclusione in fase precoce. “Intercettare” significa

proprio saper riconoscere e individuare in anticipo eventuali

malocclusioni e disarmonie nella bocca del bambino.

Infatti, la AAO (American Association of Orthodontics) consiglia

una visita ai bambini entro i 7 anni di età per riconoscere

in tempo eventuali anomalie. La Società Italiana di

Ortodonzia raccomanda, invece, una visita specialistica a

partire dai 5 anni di età. Queste visite possono, oltretutto, ridurre

rischi di traumi (per denti troppo sporgenti), problemi

alla masticazione, problemi nella deglutizione e nella fonazione.

Inoltre può migliorare anche l’aspetto facciale oltre

che il normale funzionamento dei denti e della bocca. Recentemente

è stata evidenziata, in esperimenti animali, una

forte connessione tra l’attività masticatoria e le funzioni cognitive,

la memoria e lo sviluppo intellettuale. Un’alterata

masticazione può determinare modificazioni in questi importanti

distretti dell’organismo. Anche le alterazioni della

respirazione possono influenzare negativamente le capacità

cognitive. Alcuni ricercatori giapponesi hanno evidenziato,

inoltre, che un’alterata masticazione inibisce la crescita

dei muscoli craniofacciali e della mandibola e compromette

la memoria e la funzione di apprendimento. Per questi

motivi si raccomanda ai genitori di sottoporre i propri figli a

visite periodiche dall’ortodontista per evidenziare il più precocemente

possibile eventuali malocclusioni e ripristinare

il normale sviluppo delle ossa mascellari.

Laureata con lode all’Università degli Studi di Firenze

in Odontoiatria e Protesi Dentaria, Valentina Rutili

frequenta la Scuola di specializzazione in Ortognatodonzia

all’Università degli Studi di Firenze. Esercita la libera

professione occupandosi prevalentemente di ortodonzia in

bambini e adulti. Ha partecipato a numerosi corsi e convegni

odontoiatrici a livello nazionale.

Valentina Rutili

22

MALOCCLUSIONE


A cura di

Silvia Ciani

I consigli del

nutrizionista

Dieta, attività fisica, nuovi comportamenti alimentari

La strategia per affrontare sovrappeso e obesità in modo personalizzato

di Silvia Ciani

Il sovrappeso e l’obesità sono indici di sofferenza corporea,

stili di vita errati, predisposizione genetica, contesti

ambientali e comportamentali alterati, disagi emotivi, problemi

psicologici, alterazioni metaboliche e endocrinologiche,

malattie, uso di farmaci… È evidente come la molteplicità dei

fattori coinvolti possa contribuire al perpetuarsi di tale condizione,

aggravandola: concentrarsi su un unico fattore, il peso,

o un unico intervento, la dieta, può non essere risolutivo, anzi

spesso può rivelarsi controproducente, poiché non affrontando

il problema alla base, si possono innescare meccanismi

comportamentali e metabolici di compensazione con la conseguenza

di peggiorare il quadro clinico.

Diventa quindi essenziale affrontare il sovrappeso e l’obesità

tenendo conto di tutti quegli aspetti che ne hanno causato

l’insorgenza ed il mantenimento, cercando di migliorarli, modificarli,

curarli. Ogni intervento deve essere personalizzato: alcune

persone potranno regolarizzare la propria alimentazione

attraverso una dieta, ad altre basteranno semplici indicazioni

nutrizionali, altre ancora avranno bisogno di alcune strategie

comportamentali per modificare radicalmente il proprio stile

di vita. C’è chi ha bisogno di un piano nutrizionale mirato per

la patologia di cui soffre, chi invece necessita di un’educazione

o una integrazione alimentare per migliorare il proprio stato

di salute. Ci sono poi persone cui tutto questo non basta: alcune

hanno necessità di essere sostenute dal punto di vista psicologico

per risolvere ed affrontare il disagio che si manifesta

con un disturbo alimentare (percorso integrato psicologo-nutrizionista),

piuttosto che stabilire un’attività fisica mirata con

il personal trainer o effettuare una valutazione medica per condizioni

cliniche ancora in sospeso.

Per i casi più complessi, presso lo Studio artEnutrizione

di Firenze, il paziente può anche essere valutato dal team

multidisciplinare: endocrinologo, nutrizionista e psicologo

condividono la stessa cartella clinica per effettuare una valutazione

complessiva già alla prima visita, così da concordare

e proporre il percorso terapeutico più opportuno.

Biologa Nutrizionista e specialista in

Scienza dell’alimentazione, si occupa

di prevenzione e cura del sovrappeso

e dell’obesità in adulti e bambini attraverso

l’educazione al corretto comportamento alimentare,

la Dieta Mediterranea, l’attuazione di

percorsi terapeutici in team con psicologo, endocrinologo

e personal trainer.

Studi e contatti:

artEnutrizione - Via Leopoldo Pellas

14 d - Firenze / + 39 339 7183595

Blue Clinic - Via Guglielmo Giusiani 4 -

Bagno a Ripoli (FI) / + 39 055 6510678

Istituto Medico Toscano - Via Eugenio

Barsanti 24 - Prato / + 39 0574 548911

www.nutrizionistafirenze.com

silvia_ciani@hotmail.com

COMPORTAMENTI ALIMENTARI

23


Raffaella

Guarducci

Frammentazioni

cromatiche,

metafora

della vita

raffaguarducci@gmail.com


A cura di

Rosanna Bari

Artigianato artistico

in Toscana

Francesca Grevi

Riscoprire la natura attraverso i gioielli

di Rosanna Bari / foto courtesy Francesca Grevi

«

Puoi costruire qualcosa di bello anche con le pietre

che trovi sul tuo cammino». Con questa frase

dello scrittore tedesco J. W. Goethe si può riassumere

tutta la filosofia di vita e di lavoro dell’artista e designer

fiorentina Francesca Grevi. Fin da piccola frequenta

la bottega artigiana del padre con il quale condivide l’amore

per la creatività, specializzandosi, dopo un’iniziale diversa

esperienza lavorativa, nella creazione di gioielli ispirati

alla natura. Oggi l’attività del suo atelier comprende anche

art workshop e iniziative culturali. Seguendo la sua passione,

nel 2013 fonda il brand fiorentino Spira Mirabilis Gioielli®

e nel 2015 è una vincitrice del concorso internazionale

di design Contemporary Jewellery. Il logo delle sue creazioni

è rappresentato dall’incontro fra due conchiglie di diversa

provenienza. È proprio dall’unione delle diversità, capace

di innescare nuovi processi creativi, che l’artista trae ispirazione

per i suoi oggetti, preziosi perché intrisi di memoria

e tradizione, dove il passato si tramuta nel presente. Francesca

sperimenta così lo stretto legame tra creazione artistica

e mondo naturale, in un equilibrato connubio tra arte,

natura, scienza e musica. L’oggetto è il frutto dell’intermediazione

tra l’uomo e la natura, tra l’artista e il gioiello, con

un esito tutto personale, che ne evidenzia la sua unicità.

I principali materiali utilizzati sono pietre minerali naturali,

conchiglie, argento, rhodoid. La lavorazione, alla ricerca

continua dell’armonia e coadiuvata dalla progettazione 3D,

Francesca Grevi indossa l'anello in argento Libellula

è realizzata a mano con la tecnica della cera persa, dove

anche una piccola imperfezione concorre all’unicità dell’oggetto.

Indossare un suo gioiello è mettersi in contatto con

la natura, è come avere una porta aperta sul mare, sull’universo

dove, anche restando sulla soglia, si ha sempre la

chiave d’accesso per poter comprendere il messaggio per

una “umanità nuova”, che la natura cerca incessantemente

di trasmettere all’uomo. Ispirati ai disegni di Leonardo sulla

natura, i suoi gioielli sono stati esposti al bookshop nella

mostra La Botanica di Leonardo, al Museo di Santa Maria

Novella nel 2019.

Atelier n. 18

Vecchio Conventino, via Giano della Bella, 20

www.spiramirabilisgioielli.com

@spiramirabilisgioielli

@spiramirabilisgioielli

Collana Spira Mirabilis®, argento

Orecchini Quercus, argento

FRANCESCA GREVI

25


Occhio

critico

A cura di

Daniela Pronestì

Samuele Massaro

Oltre il volto, la verità del colore

di Daniela Pronestì

Gioconda scarabocchiata

Dipingere volti umani nell’era dell’immagine, del

trionfo senza precedenti della comunicazione visiva,

è un modo per riportare l’attenzione sul concetto

d’identità in un momento storico che più di altri pare

averne smarrito il significato. Se poi, come avviene nei ritratti

di Samuele Massaro, quelle raffigurate sono icone

della cultura popolare, il risultato è ancora più potente,

perché implica la metamorfosi del volto in uno specchio

che non rimanda più l’immagine del singolo, ma il caleidoscopio

di modelli in cui la collettività si riconosce. La

storia dei personaggi famosi ci interessa nella misura in

cui possiamo identificarci nelle loro vite oppure servircene

per evadere dalla routine quotidiana o peggio ancora

dalla frustrazione di sogni mai realizzati. In tutti questi casi,

si va incontro al rischio di idealizzare queste figure, di

metterle sul piedistallo, con la complicità di un linguaggio,

quello massmediatico, fatto apposta per creare miti irraggiungibili.

Uscire dai meccanismi di una narrazione ingannevole

del reale diventa quindi il primo passo da compiere

per restituire veridicità alle cose. Nell’opera di Massaro, il

colore – e in senso più ampio la pittura – serve proprio

a questo: a cancellare gli effetti di una rappresentazione

stereotipata della celebrità, facendo sì che questi volti, pur

non smettendo di essere ciò che sono e rappresentano –

Dalì, Marilyn, Frida, Joker –, diventino anche “altro” rispetto

al modo in cui vengono solitamente raccontati. Più in

generale, per disinnescare gli automatismi di una visione

conformistica del mondo, e quindi per imparare a vedere

le cose con “occhi nuovi”, dobbiamo cambiare prospettiva,

adottare un linguaggio nuovo, proprio come fa Massaro inventando

un linguaggio che è astratto e figurativo insieme,

senza essere in maniera assoluta né l’uno né l’altro.

Un’ambiguità che gli serve non soltanto a destituire il volto

dal ruolo di soggetto principale riservando uguale importanza

alla vitalità del colore, ma anche a non ingabbiare

il proprio stile in un’etichetta, in una sola ed univoca definizione.

Massaro sceglie, in effetti, di collocarsi nel punto

in cui figurazione ed astrazione diventano tutt’uno, pur

conservando ciascuna la propria specificità. I volti richiamano

la realtà senza nulla togliere alla forza “astrattiva”

del colore, il quale, a sua volta, suggerisce le molteplici

tonalità di un mondo interiore complesso e sfaccettato.

Salvador Dalì

Jack Nicholson

26

SAMUELE MASSARO


Frida Kahlo

A ben guardare, la vera protagonista

di questi dipinti è la pittura, con

la sua capacità di essere non un’immagine

fedele del mondo, un duplicato

più o meno attendibile della

realtà, ma un atto rivoluzionario che

trasforma le cose attribuendo loro

un nuovo significato. Ecco perché

più li osserviamo questi volti, più

ci accorgiamo che la loro funzione

nel quadro non è quella di dominare

la scena, ma di essere invece

il punto di partenza di un racconto

in cui l’artista parla di sé, del proprio

rapporto “amoroso” con il colore

e delle continue difficoltà che

quest’ultimo gli impone di superare,

del non facile equilibrio da raggiungere

tra verosimiglianza del soggetto

e libertà d’interpretazione. Per

quanto stilisticamente riferibili al

genere della Pop Art, queste opere

mirano a raggiungere un obiettivo

diverso da quello di Andy Warhol o

Roy Lichtenstein. Lo scopo, infatti,

non è quello di replicare contenuti

e dinamiche espressive della civiltà

consumistica per metterne in luce

tanto le grandi potenzialità quanto

gli evidenti limiti. Il punto è, invece,

avvalersi della pittura per ridare valore

al contributo creativo dell’essere

umano contro l’impersonalità

dell’elemento tecnologico. In altre

parole, dimostrare che se un volto

vale un altro nel labirinto di stimoli

visivi veicolati costantemente dai

mass media, lo stesso non accade

in pittura, dove ogni volto – così come

ogni colore, forma o scelta compositiva

– racconta la propria storia

e insieme a questa anche la storia

dell’artista. È così che Massaro affronta

la sfida della pittura, con la

voglia di creare qualcosa di unico e

riconoscibile, qualcosa che parli di

lui in maniera autentica e che emozioni

l’osservatore con altrettanta

autenticità.

Le opere di Samuele Massaro sono in

vendita presso la galleria Artistikamente

di Pistoia (www.artistikamente.net)

Joker

www.samuelemassaro.com

Samuele Massaro

samuelemassaroofficial

SAMUELE MASSARO

27


Ascot first cyborg race, metalli nobili sbalzati ed assemblati, cm 56x20x h 47

Rebellion, metalli nobili sbalzati ed assemblati, cm 40x20x h 70

Fabio Vettori

L’anima del metallo

theartist@vettoriart.com

Le vent nous porterà, metalli nobili sbalzati e assemblati, cm 30x20x h 35 Gladiatore, olivo e metalli nobili ossidati, cm 40x25x h 60


Firenze

Mostre

Henry Moore

A quasi cinquant’anni dall’evento espositivo al Forte di Belvedere,

Firenze rende nuovamente omaggio al grande scultore inglese con

una mostra al Museo del Novecento

di Barbara Santoro

Torna a Firenze, a quasi cinquant’anni

dalla grandiosa mostra al Forte di Belvedere

(1972), il maestro della scultura

inglese Henry Moore. Lo scorso 18 gennaio

è stata inaugurata al Museo del Novecento la

mostra Henry Moore / Il disegno dello scultore,

a cura di Sebastiano Barassi, Head of Henry

Moore Collections and Exhibitions, e di Sergio

Risaliti, direttore artistico del museo. L’evento

espositivo, realizzato grazie al contributo della

Banca Monte dei Paschi di Siena, comprende

una corposa selezione di disegni – circa

70 – insieme a grafiche e sculture. Prendendo

spunto da alcuni temi fondamentali nella produzione

di Moore, la mostra propone un approfondimento

sull’importanza del disegno

e sulla sua relazione con la scultura, dando

molto rilievo anche al tema della natura, a proposito

della quale l’artista affermava: «L’osservazione

della natura è decisiva nella vita dell’artista. Grazie a

essa anche lo scultore arricchisce la propria conoscenza della

forma, trova nutrimento per la propria ispirazione e mantiene la

freschezza di visione, evitando di cristallizzarsi nella ripetizione

di formule». Per questo motivo fulcro dell’esposizione sono

anzitutto le forme naturali – come ad esempio tronchi e rocce

–, gli animali, i teschi ma anche il rapporto tra lo scultore e la

materia, raccontata attraverso disegni delle mani dell'artista o

dell'artista al lavoro. Puntare l’attenzione sulla produzione grafica

serve quindi ad indagare una parte del lavoro di Moore meno

conosciuta e a far capire il ruolo che il disegno ha avuto per

lui in quanto strumento di studio e di conoscenza delle forme

e dei fenomeni naturali. «Lo

scopo principale dei miei disegni

– sosteneva – è di aiutarmi

a scolpire. Il disegno

è infatti un mezzo per generare

idee per la scultura, per

estrarre da sé l’idea iniziale,

per organizzare le idee e

per provare a svilupparle…Mi

servo del disegno anche come

metodo di studio e osservazione

della natura». Nel

corso della sua intensa attività

artistica, Moore ha avu-

Grazia Tomberli, Omaggio ad Henry Moore

Uno scorcio della mostra in corso fino al 18 luglio al Museo del Novecento

to modo di confrontarsi non solo con la scultura primitivista

e con le sperimentazioni delle avanguardie storiche ma anche

con la grande arte italiana del passato, in particolare con quella

di maestri attivi a Firenze e in Toscana come Giotto, Masaccio,

Michelangelo, Donatello e Giovanni Pisano. L’incontro

con l’arte fiorentina del Quattrocento, in particolare, ha segnato

una svolta nella sua produzione, tanto da diventare uno dei

suoi principali riferimenti. Anche per questa ragione era importante

che Firenze, con la mostra al Museo del Novecento, rendesse

omaggio ad Henry Moore e al modo in cui egli ha saputo

interpretare la lezione degli artisti del Rinascimento. Un evento

che consolida ulteriormente il legame dell’artista con il capoluogo

toscano già avviato agli inizi degli anni Settanta con

la mostra al Forte di Belvedere. Fu in quell’occasione che l’artista

fiorentina, Grazia Tomberli, conobbe Moore – da me presentatole

– e lo ritrasse nel disegno qui pubblicato insieme ad

una foto della mostra in corso, fino al 18 luglio prossimo, al

Museo del Novecento.

Henry Moore

Il disegno dello scultore

Dal 18 gennaio al 18 luglio 2021

Museo del Novecento

Piazza Santa Maria Novella 10 – Firenze

Per info e prenotazioni:

www.museonovecento.it

HENRY MOORE

29


Dal teatro al

sipario

A cura di

Doretta Boretti

Il trucco teatrale

Un’arte ”magica” raccontata da Paolo Manciocchi

di Doretta Boretti / foto courtesy Paolo Manciocchi

C’è un detto, in Toscana, che mi

torna in mente ancora di più in

questo momento storico: febbraio

febbraietto corto corto e… Ma è

anche il mese del carnevale e come poteva

mancare nella rubrica dedicata al

teatro, in questo mese, il trucco teatrale?

Il make up artist Paolo Manciocchi

ci introdurrà nel magico mondo della

trasformazione di un volto per uno

spettacolo teatrale.

Perchè ha scelto di fare del trucco artistico

una professione per la vita?

È stato un caso. Io sono completamente

autodidatta, ho frequentato dei corsi

di aggiornamento quando ero già un

professionista. A 19 anni mi sono avvicinato

al teatro per goliardia e, dopo un

paio di esperienze, sono entrato a far

parte di una compagnia di cabaret come

attore e cantante. Il “trucco e parrucco”

erano una necessità di scena, per me e

per i miei compagni, dovendomi occupare

un po’ anche di loro. Parallelamente,

oltre all’università, frequentavo il Piccolo

Teatro e il Teatro Petrarca di Arezzo e

avevo cominciato a lavorare per qualche

spettacolo come truccatore e parrucchiere, ma lo consideravo

un divertissement. Negli anni Ottanta il teatro di Arezzo aveva

delle bellissime stagioni teatrali e un Festival degli atti unici

che era una vera e propria kermesse a livello internazionale.

Nel 1984, per la serata di chiusura del festival, era in programma

una sfilata di abiti d’epoca (1913 – 1938) di Annamode 68,

una prestigiosa sartoria teatrale e cinematografica italiana. Mi

proposero di essere il responsabile del trucco e io accettai. Il

direttore artistico di quella sfilata era Alberto Verso, un grande

costumista italiano, allievo di Piero Tosi e di Umberto Tirelli;

per le acconciature c’era lo staff dell’Accademia del Cinema

di Roma, ma io all’epoca non sapevo nemmeno chi fossero,

l’ho scoperto quando ormai ero in ballo. Nel giro di pochi giorni

dovetti fare un reset completo per poter essere all’altezza

della situazione, documentarmi sulle epoche in questione, rivoluzionare

l’attrezzatura, cambiare i prodotti e adottare una

metodologia di lavoro, cosa che non avevo mai fatto fino a quel

momento. È stata un’esperienza bellissima, molto faticosa, ma

mi ha aperto gli occhi rendendomi consapevole del fatto che

quello che facevo era un vero lavoro e doveva essere fatto bene.

Per me quello è stato il vero e proprio punto di partenza.

Paolo Manciocchi (ph. Stefano Casati)

Ci sono scuole che preparano a questa attività?

Certo, in Italia e all’estero ci sono molte scuole che sono in

grado di fornire gli strumenti per cominciare questa professione,

ma sono utili solo per iniziare, a parer mio. Ogni scuola

ti lascia un’impronta, una sorta di marchio, mentre è giusto

che ognuno trovi il proprio stile. Mi è capitato di lavorare con

truccatori che hanno questa peculiarità: quello che gli è stato

insegnato diventa una sorta di dogma. Gli è stato insegnato

che quel lavoro si fa con quegli strumenti, con quei materiali,

con quei prodotti e stop. Il problema è che poi si trovano impreparati

di fronte al minimo intoppo. Spesso sono i docenti

a non avere esperienza di palco o di set e, se ce l’hanno, è

minima, ed è difficile trasmettere esperienza se sei il primo

a non averla. Questo è un mestiere che cambia da un giorno

all’altro, da un palco all’altro, da un set all’altro. Le variabili

sono infinite. Le tecniche e i materiali sono quelli, sono

la base, ma col tempo cambiano, si evolvono e si trasformano

come in tutte le professioni; per non parlare delle volte

che manca questo o quello e devi improvvisare. L’esperienza

è la migliore maestra, ma ho constatato personalmente che

30

TRUCCO TEATRALE


puoi preparare i tuoi allievi facendogli sviluppare

l’attenzione, la curiosità, l’improvvisazione

e, soprattutto, l’immaginazione.

Se poi, oltre ad una bella mano, gli allievi

hanno già innati questi aspetti del carattere

è meglio. Un’altra carenza nelle scuole

per truccatori e/o parrucchieri è la poca

attenzione che si dà all’aspetto storico e

stilistico, allo studio della moda e del costume.

All’estero un po’ meno, ma in Italia

è più trascurato. Molte scuole puntano

a una formazione mirata al mondo della

moda, che va benissimo ma che, alla resa

dei conti, risulta limitata e anche un po’

arida.

Immagino che lei abbia al suo attivo molte

esperienze teatrali e non solo...

Paolo Manciocchi al lavoro: il trucco

Ph. Chiara Camera

Come ho già detto, sono figlio del teatro,

ma negli anni ho spaziato in altri settori,

un po’ per curiosità e un po’ per necessità.

Negli anni Ottanta era molto più facile

passare da un ambito all’altro, soprattutto

perché c’era meno concorrenza. Avevo

appena iniziato a destreggiarmi in teatro

e trovai lavoro nelle discoteche, in televisione

e per le sfilate di moda, imparando

a cambiare tecniche e materiali. Poi ho capito cosa mi piaceva

di più di questo lavoro, anche grazie alle persone che ho

conosciuto. Mi sono specializzato come truccatore teatrale

e, in seguito, sono diventato anche parrucchiere teatrale, che

è una cosa ben diversa dal parrucchiere che tutti conoscono.

Io mi occupo di acconciatura partendo dal materiale umano

ma lavoro anche parrucche, posticci e toupet, sia in capello

naturale che in filato sintetico. L’avere due qualifiche mi ha facilitato

in alcuni ambienti. Nella moda e nella pubblicità è più

comodo avere una sola persona che si occupa delle modelle

o degli attori, sia in termini ergonomici che in termini economici.

Ho vinto il concorso alla Scala di Milano nel 1999 come

truccatore e parrucchiere e al Teatro Comunale di Firenze

ho vinto il concorso come truccatore nel 2000 e nel 2005 come

parrucchiere. I contratti sono sempre stati a tempo determinato,

quindi era scontato che continuassi a lavorare in altri

ambiti, ma ho trovato comunque delle aperture in cui il mio

bagaglio teatrale risultava utile, come le ricostruzioni storiche,

le installazioni multimediali, i documentari storici e così

via. Poi sono arrivato al cinema, grazie anche alla nascita in

Italia di realtà cinematografiche nuove, giovani, serie. Il teatro

mi ha dato la possibilità di lavorare con persone come Beni

Montresor, Franco Zeffirelli, Lindsay Kemp, Pier Luigi Pizzi,

Eimuntas Nekrošius, Ferzan Özpetek, Bob Wilson e altri registi

che considero dei veri e propri maestri, o con Igor Mitoraj,

di cui ho un ricordo bellissimo, e quello che ho imparato

da loro mi serve tuttora. È grazie al teatro se sono arrivato al

BAM (Brooklyn Academy of Music di New York ) nel 1998 e

alla Biennale di Venezia nel 2002. Ora passo indifferentemente

dal teatrale al beauty, dal cinematografico al correttivo, dal

TRUCCO TEATRALE

31


televisivo al trucco da sposa, cambiando ogni volta attrezzatura

e prodotti, ma ci sono arrivato dopo anni di esperienza e

sempre attingendo al mio piccolo patrimonio teatrale.

È sempre necessario truccare un artista? E se sì, perché?

Assolutamente sì, anche solo per sottolineare la sua fisionomia

– quello che noi chiamiamo trucco base –, quando non

va trasformato in un personaggio specifico. In primis perché

la distanza che separa l’attore o il cantante o il ballerino e lo

spettatore è tale che il viso risulterebbe inespressivo. Rendiamo

il carnato più omogeneo, sottolineiamo le sopracciglia,

allunghiamo gli occhi, evidenziamo gli zigomi, rendiamo

più carnose le labbra, con il solo scopo di dare più risalto ai

suoi lineamenti e alle sue espressioni, rendendo la sua maschera

più visibile, più comprensibile. E poi ci sono le luci,

grandi alleate in molti casi, ma nemiche in tanti altri. Una luce

può essere molto efficace ai fini scenici ma deleteria per l’attore,

perché magari ingiallisce o ingrigisce la sua carnagione;

in altri casi può dipendere dalla posizione stessa della luce,

poiché essa può schiacciare o allungare. Io sono dell’opinione

che, dopo le prime prove, il trucco vada sempre verificato

in scena, sedendosi in platea, e poi tarato, confrontandosi

con il regista, fino a raggiungere l’effetto voluto.

Può raccontarci quante possibilità ci sono di trasformare

un volto umano e cosa occorre per farlo?

Le possibilità sono infinite, ma la prima cosa da fare è conoscere

il personaggio che l’attore deve interpretare, perché attore

e personaggio sono strettamente legati, legati ma distinti.

E il personaggio bisogna immaginarlo già leggendo il copione,

come se fosse una persona reale; bisogna sapere com’è, cosa

fa, come si muove, come parla. Bisogna conoscere la sua sto-

32 TRUCCO TEATRALE


Il momento dell'acconciatura

ria perché ogni dettaglio di questa si tradurrà in una caratteristica

del suo viso: un’ombra sullo sguardo, una ruga, un rossetto

sfacciato, una cicatrice, una ciocca di capelli, un sopracciglio

cattivo e così via. Questo processo però non deve farti dimenticare

dell’attore, che ha la sua fisionomia e i suoi colori, quello

che noi chiamiamo “il materiale umano”, che in alcuni casi aiuta

e in altri no, ma è comunque il punto di partenza. Poi, a seconda

dei casi, si interviene con la tecnica e con i materiali che si

ritengono opportuni. Non ci dimentichiamo che in teatro il trucco

è prevalentemente pittorico, non è raro l’utilizzo di calotte o

di protesi in lattice, ma è pittorico, quindi privo di tridimensionalità.

La prima cosa da sapere per invecchiare o ringiovanire è

di quanto bisogna farlo, perché c’è un limite oltre il quale si corre

il rischio di cadere nel ridicolo, in quanto è fondamentale che

il trucco sia credibile. In questi casi la prima cosa che faccio è

parlare con la/il costumista, perché il costume e gli accessori

giocano un ruolo fondamentale. E poi i capelli o l’acconciatura,

che possono essere risolutivi, ma questa è una cosa che sanno

tutti. Quanti di noi cambiano taglio di capelli perché quello nuovo

ci fa sembrare più giovani? Per farvi diventare più brutti non

è un problema, credetemi; è per farvi diventare più belli che in

alcuni casi ho delle difficoltà! Scherzo ovviamente, l’essere più

belli è l’articolo più gettonato, da sempre.

Qual è il trucco del personaggio da lei creato che le è rimasto

di più nella memoria?

Bella domanda. In realtà io mi affeziono un po’ a tutti i personaggi

che creo. Ogni Violetta è una Violetta diversa, una volta

più triste, romantica e melanconica e quella dopo più sfacciata,

arrogante e sensuale. E lo stesso potrei dire per le Turandot

o i Calaf o le Regine della notte e così via. Devo dire

TRUCCO TEATRALE

33


però che alcuni di questi ti restano impressi più di altri, non

saprei dire il perché. Il primo che mi viene in mente è il lavoro

che feci su Paata Burchuladze, che interpretava il grande

inquisitore nel Don Carlo di Luchino Visconti per il Teatro Comunale

di Firenze. Era un trucco molto complesso: calotta in

Glatzan, parrucca e posticci, barba e baffi finti e due veli di

garza e lattice sulle orbite perché nell’opera il personaggio è

senza occhi. Impiegavo quasi due ore per prepararlo, facilitato

dal fatto che Burchuladze, da gran professionista, si prestava

pazientemente al mio lavoro. Un altro lavoro è stato il

trucco che ho fatto per la principessa nella Turandot di Zhang

Yimou, interpretata da Alessandra Marc. Un trucco pittorico

molto grafico e cromatico, quasi una maschera del teatro Kabuki.

E poi una Liù a Taormina, che in realtà aveva un trucco

semplicissimo, ma che cantò una delle più belle arie del melodramma

ottocentesco in una maniera così straziante che

venne giù il teatro, tanto che mi è rimasta impressa. Ricordo

anche una Regina della notte a San Galgano, che aveva un’impalcatura

in testa di quasi un metro, e un Falstaff a New York,

al quale dovetti dipingere i baffi perché i suoi finti erano andati

perduti e nessuno si accorse della differenza. Certo è che

questi lavori non mi sono rimasti impressi solo per la bellezza

o la complessità, ma anche per la persona cui li facevo e

la situazione in cui mi trovavo.

Un tempo, nei teatri, la sua professione era ricoperta da

personale stabile e ben retribuito, ma con la crisi ormai più

che decennale, molti professionisti del trucco teatrale si

sono dovuti specializzare anche in altri ambiti per poter vivere.

Qual è la sua opinione?

Particolare e vista d'insieme (foto in basso) del trucco realizzato da Manciocchi

per l'opera L'elisir d'amore al Teatro Goldoni di Firenze (ph. Cristina Andolcetti)

Questa cosa è verissima, un tempo nei teatri c’erano dei responsabili

del “reparto trucco e parrucco”, dei capireparto che erano

delle figure di riferimento nei teatri e tra i teatri. Il problema

è che in un’ottica di risparmio, i primi a farne le spese sono stati

proprio i reparti trucco, esternalizzati e affidati alle cooperative.

Questo ha abbassato la qualità del servizio, perché i truccatori e

i parrucchieri vengono chiamati all’ultimo momento, con le conseguenze

del caso, e vengono proposti contratti a prestazione

al limite della legalità. In questa situazione, molte cooperative

si sono preoccupate più del guadagno che della professionalità,

mandando nei teatri persone non proprio preparate per questo

lavoro e questo ha squalificato molto la categoria. È ovvio

che molti miei colleghi facciano altro

e che molti lo facciano egregiamente,

perché con la pubblicità, la moda o

il cinema si guadagna molto di più ed

è riconosciuta maggiormente la professionalità.

Io sono deluso dell’attuale situazione

dei teatri in Italia e non è un

caso che ci lavori molto di meno. Lavoro

in teatro quando mi chiamano per la

mia professionalità e per le mie competenze,

mi chiama il regista o il direttore

di allestimento scenico o il costumista

e, soprattutto, quando ricevo un compenso

adeguato alle mie capacità e alla

mia esperienza. Devo moltissimo al teatro,

sia come truccatore/parrucchiere

che come persona, e mi manca, perché

il teatro è un innamoramento continuo,

una malattia, una dipendenza, ti entra

dentro e lì resta.

34 TRUCCO TEATRALE


A cura di

Lorenzo Borghini

Il cinema

a casa

Maps to the Stars

Il lato oscuro di Hollywood secondo David Cronenberg

di Lorenzo Borghini

Maps to the Stars, ultimo film del maestro

canadese David Cronenberg,

ruota attorno alla famiglia Weiss,

una famiglia atipica, ma perfetta per l’attenta

analisi che ci propone il regista. Il campo d’indagine

è il mondo dello spettacolo, degli eccessi,

dei soldi a palate e quindi del lato oscuro

degli studios hollywoodiani. Il giovane Benjie

Weiss è il classico enfant prodige che si muove

alla perfezione dietro ad una macchina da

presa ma che fatica a muoversi nella vita di

tutti i giorni, complici le forti pressioni psicologiche,

complice l’insano atteggiamento dei

genitori – soprattutto la madre – che tutelano

la loro gemma come veri e propri imprenditori.

Il padre (un perfetto John Cusack) è un

essere squallido, un terapista televisivo che si

ciba dei problemi della gente famosa illudendola

con pratiche poco ortodosse di superare

grossi problemi e contrasti interiori. In questo

enorme valzer di maschere di cera e fantasmi

c’è anche Havana Segrand (una magnifica Julianne

Moore), figlia d’arte e attrice inespressa

con un pesante fardello da portarsi appresso.

Ad un certo punto della storia entra in scena

Agatha (Mia Wasikowska), assunta come assistente

personale da Havana Segrand che gira

in limousine percorrendo il viale di tutte le

grandi stelle di Hollywood, accompagnata da

Jerome (Robert Pattinson) uno chaffeur col

sogno di diventare attore, ma anche sceneggiatore.

Con l’arrivo di Agatha il mondo degli

studios – già incrinato dalla prima inquadratura

– va a pezzi e insieme le vite di tutti i componenti

della famiglia Weiss e delle figure che

ne gravitano intorno. Cronenberg si dimostra

regista cinico e sapiente nel calibrare un dramma moderno

con qualche venatura ironica ad allentare la tensione drammatica.

La crisi è evidente, l’attesa della fine ci tiene incollati

davanti allo schermo, come ipnotizzati da tanta atrocità. Il

mondo dello spettacolo messo in scena dal regista è qualcosa

di peccaminoso, di corrotto, così tanto da far male solo a

guardarlo. Sbirciando da quella fessura che Cronenberg apre

e scava per quasi due ore ci rendiamo conto di come normali

esseri umani possano cambiare, inaridire, mentire per restare

al centro della scena, perché “the show must go on”. Molti

hanno attaccato il regista canadese, o meglio hanno attaccato

gli ultimi dieci anni della sua carriera, solo perché, a parer

loro, negli ultimi film si è perso lo smalto di un tempo, si è persa

la violenza fisica e mentale insita nei suoi primi film, quelli

più cerebrali, a dir loro. Ma come si può rimanere indifferenti

a History of Violence? A tutta quella martoriazione della carne

che è anche sangue versato da una nazione, da quell’America

folle mai rappresentata così lucidamente dal regista. E

come non notare la potenza delle immagini ne La promessa

dell’assassino? La scena del bagno turco è quanto di più crudo

ci abbia mostrato Cronenberg in tutti questi anni, è un groviglio

umano, carne lacerata, spasimi di dolore, contrazioni; e

lotta, lotta per sopravvivere. Quindi, sorvolando i pochi commenti

negativi, possiamo dire con grande calma e sicurezza

che sì, Cronenberg è cambiato nettamente rispetto a venti

anni fa, ma lo vediamo più come un pregio, un riuscire a rimpastare

tutta la sua arte, tutta la sua poetica per dire cose

nuove in modi sempre più sorprendenti.

MAPS TO THE STARS

35


Occhio

critico

A cura di

Daniela Pronestì

Marcello Brotto

Un sogno ad occhi aperti

di Daniela Pronestì

Case, trattori, insegne, barili, orologi, bottiglie: attori

ed attrici di un teatro che mette in scena la

vita delle cose, il modo in cui queste sopravvivono

al passaggio del tempo, il destino che le vedrà durare

più a lungo del nostro oblio. Noi ce ne andiamo, mentre le

cose restano, cristallizzate in un tempo che sa di eternità.

Anche di questo parlano le opere di Marcello Brotto, di

una dimensione temporale che non appartiene all’uomo,

ma che riguarda il mondo intorno a lui. Un mondo popolato

di piccole e grandi cose che ci accompagnano nella

vita di ogni giorno. Testimoni silenziosi di una quotidianità

che attraversiamo spesso senza accorgercene, senza

avere contezza del tempo che passa. I soggetti ritratti da

Brotto misurano questo tempo, lo rendono immobile, come

solo in un sogno può accadere. In effetti, ad osservarli

bene, questi paesaggi non hanno nulla di reale: parlano

di una vita ferma, di un respiro trattenuto, di una luce che

non è luce, ma indizio di un mistero. L’uomo non c’è più, ha

abbandonato questi luoghi. Eppure, la sua presenza si fa

sentire nelle tracce che dietro di sé ha lasciato. Ha costruito

case, arato la terra, asfaltato le strade; ha sparso qua e

là segnali ad indicare la via, a tracciare percorsi. Ha vissuto,

ha lavorato, ha amato, e poi se n’è andato, lasciando il

mondo intorno attonito, stupito, in attesa. E quello che prima

era inanimato adesso diventa vivo, come vive sono, in

questi dipinti, le case, gli oggetti, la natura. Sembra quasi

che parlino tra di loro, domandandosi che fine abbia fatto

l’uomo, se al cartello “chiuso” debba aggiungersi la parola

“per sempre”. Le lancette degli orologi si bloccano, i panni

stesi ad asciugare si pietrificano, la luce si stampa sulle

strade, le ombre si solidificano. Tutto ciò che è incorporeo

diventa concreto, tutto ciò che è effimero diventa duraturo.

Finanche il ritmo delle stagioni si arresta in questi paesaggi

che non indicano né un tempo preciso né un’ora del

giorno o della notte, ma appaiono sospesi in un’atmosfera

surreale, un sogno ad occhi aperti. E nel sogno qualunque

cosa può succedere, anche che gli oggetti parlino e che il

tempo smetta di scorrere. Certo, si tratta solo di un inganno

notturno, di un’illusione destinata a cadere; per questo

l’artista ha deciso di dipingerli, questi sogni, di trasformarli

nell’unica finzione credibile e capace di durare, quella

della pittura. Finzione perché le immagini rappresentate

sono soltanto un calco delle cose, un doppio della realtà,

e più che indicare la presenza concreta dell’oggetto ne

indicano invece il significato nascosto. È a questa ambiguità

dell’immagine pittorica che Brotto intende appellarsi

quando dipinge una realtà certamente vera proprio perché

falsa, fittizia, frutto d’invenzione. L’artista ha operato una

scelta, ha imbastito il racconto, ha disposto gli attori sulla

scena, ha reso credibile l’inverosimile incorniciandolo in

un quadro. Ma soprattutto ci ha messo di fronte al grande

enigma della pittura, al suo essere una finestra spalancata

sull’invisibile, sul senso profondo delle cose che sempre

ci sfugge. Ecco perché questi quadri ci parlano, e ciò che

dicono riguarda noi: riguarda l’eterna lotta con il tempo

che siamo destinati a perdere, l’ancoraggio della memoria

e la deriva dell’oblio; riguarda, soprattutto, il rapporto che

intratteniamo con le cose, con il mondo intorno a noi, con

i segni che lasciamo come briciole del nostro passaggio.

Tutto ciò che vediamo o sembriamo è solo un sogno in un

sogno, diceva Edgar Allan Poe. E se dipingere è un modo

di sognare, il solo modo possibile di rendere un sogno

1

36

MARCELLO BROTTO


2

3

“vero”, le opere di Brotto invitano a credere in questa illusione,

a superare la soglia del tempo portando lo sguardo

entro i confini del quadro.

Le opere di Marcello Brotto sono in vendita presso la galleria

Artistikamente di Pistoia – www.artistikamente.net

marcellobrotto

1 • Oggi chiuso, olio su tela, cm 70x50

2 • Torre con orologio, olio su tela, cm 100x70

3 • Manca titolo, olio su tela, cm 90x100

4 • Caterpillar con bidoni, olio su tela, cm 120x80

5 • Natura morta con numero 7, olio su tela, cm 70x50

4 5

MARCELLO BROTTO

37


Percorsi d'arte

in Toscana

A cura di

Ugo Barlozzetti

Galleria Rinaldo Carnielo

Un’importante testimonianza del Liberty a Firenze

di Ugo Barlozzetti

La Galleria di Rinaldo Carnielo è un museo di Firenze

che si trova in piazza Savonarola 3, angolo via Benivieni.

Si trova all’interno di un palazzo che è un importante

esempio del gusto Liberty a Firenze ed è al momento chiuso per

restauri. Rinaldo Carnielo (Biadene, 11 febbraio 1853 – Firenze,

17 agosto 1910) è stato uno scultore italiano. Vissuto a Firenze

fin dall’adolescenza, si diplomò all’Accademia di Belle Arti

della stessa città e fu legato sia alle avanguardie toscane (era

frequentatore del caffè Savonarola) che francesi, partecipando

a più riprese alle attività degli ambienti artistici parigini: con la

scultura in marmo Mozart morente fu presente all’Esposizione

Universale di Parigi del 1878 e il governo francese acquistò l’opera

che ora è conservata a Bordeaux. Carnielo lavorò anche per

due statue, L’Angelico e San Simone, per la facciata del Duomo

di Firenze e fu anche un importante collezionista di opere dei

macchiaioli. È sepolto nel cimitero di Settignano nella cappella

di famiglia che fece edificare. Disegnò la facciata Liberty della

sede della galleria e degli studi di numerosi artisti in quell’edificio

ospitati. Carlo Cresti così la descrisse: «La costruzione risale

al 1885 e la facciata è stata realizzata

nel 1911-12. L’edificio nacque quale

studio-abitazione dello scultore Rinaldo

Carnielo e soltanto successivamente

venne dotato della facciata (...). Il

formalismo del prospetto, di derivazione

secessionista, si evidenzia nei forti

mensoloni inginocchiati che delimitano

Casa della cornice

il frontone di coronamento, nella centinatura

del finestrone tripartito

www.casadellacornice.com

dell’ultimo

piano, nelle ghirlande

che decorano le balaustre

e nei frequenti cartigli

(quello centrale è

inserito in una edicola

timpanata) sui quali, con

il gusto tipico del tempo,

sono stampigliate alcune

“massime” di repertorio

classico». L’interno della

Galleria Carnielo si articola

in tre grandi vani,

chiusi da un soffitto piano

e separati tra loro da L'ingresso della Galleria Rinaldo Carnielo

arcate. Vi si conserva la

collezione di bronzi e bozzetti modellati da Carnielo. Le opere

rispecchiano le suggestioni che l’arte fiorentina esercitò sull’artista

veneto: i numerosi bassorilievi evocano la purezza delle

forme rinascimentali, mentre i grandi gessi preparatori per monumenti

commemorativi, come il Mozart morente e l’Angelo della

morte, sono di stile più spiccatamente verista. Negli oggetti

d’arredamento, come porta-molle da fuoco e vasi, predomina invece

il gusto per forme capricciose di ricordo manierista. L’artista

appare alla ricerca di nuove forme e nuovi contenuti sorretti

da un concetto del vero in arte che non è soltanto resa analitica

di modelli. La sua tecnica evita raffinatezze puramente materiche

e ne indica l’originalità degli intenti. Fu apprezzato e aiutato

agli inizi della carriera da Dupré che gli ottenne uno studio all’Accademia

delle Belle Arti di Firenze.

Alcuni modelli in gesso all'interno della galleria (ph. courtesy www.fondoambiente.it)

38

GALLERIA RINALDO CARNIELO


Arte e

Libri

Kùthà: dove l’arte incontra la letteratura

Testo e foto di Daniela Parisi e Roberto Rampone

Kùthà, ibridazione di arte e libri, è un’idea nata

nella primavera del 2020 da Roberto, classe

’91 laureato in Filosofia e laureando in Biblioteconomia,

e Daniela, classe ’94 laureanda in Filosofia

presso l’Università degli Studi di Firenze. Il

progetto nasce dalla profonda esigenza di non doversi

più adattare nella vita a fare ciò che capita, ma

di fare ciò che più si desidera, ovvero, realizzare i sogni

da tempo rinchiusi in un cassetto. Meditare se

fosse bene o male aprire un’attività nel bel mezzo di

una pandemia dilagante è stato frutto di diversi mesi

di riflessione, e alla fine abbiamo optato per l’apertura

in autunno. Molte persone che sono venute a scoprire

il nostro negozio, oltre ai complimenti da noi

ben accolti, ci hanno detto di essere stati dei “folli”

ad aprire in un periodo simile, altri, al contrario, di essere

stati “coraggiosi”. In realtà, bisogna ammetterlo,

in questa situazione, per fare un passo del genere,

bisogna essere un po’ gli uni e un po’ gli altri, ed effettivamente

ci sentiamo così, ed è ciò che ci permette di andare avanti

e di avere ogni giorno nuovi progetti che col tempo vedremo

certamente realizzati. Ciò che ci preme di più, in quest’epoca

digitale, è di avere e di mantenere vivo, sempre e comunque,

l’imprescindibile contatto diretto con il cliente. La nascita di

questo intreccio di arte e letteratura è, sostanzialmente, la

messa in atto di ciò che sono le nostre passioni più profonde:

la lettura, la scrittura e l’arte. Infatti, ogni giorno che entriamo

nel nostro negozio è come sentirsi a casa con tanti amici che

vengono a trovarci per avere consigli su quale libro scegliere,

per loro stessi o da regalare, o su quali possano essere i

materiali più adatti per realizzare le loro opere. Ecco perché

offriamo un’accurata selezione di libri, per bambini, ragazzi

e adulti, e di articoli per belle arti, per principianti ed esperti;

scelte che sovente conducono a casi di serendipità. Ma non

è tutto! Il nostro ampio locale offre anche la possibilità di fare

meritevoli presentazioni di libri e di fare esporre e vendere

ad artisti e artigiani le proprie opere d’arte e creazioni. Siamo

sempre qui a vostra disposizione, vi aspettiamo!

Kùthà – Arte & Libri

Via Celso 12r, Firenze

a due minuti dalla fermata del tram “Poggetto”

+39 388 3783416

info@kutha-artelibri.com

www.kutha-artelibri.com

Kùthà Arte & Libri

kutha_artelibri

Kùthà Arte & Libri

KÙTHÀ

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ROS

Rosita Comparini

Comp


ITA

Opere interamente realizzate a mano con la tecnica

dell'arte fluida adoperando la tempera acrilica

arini










Il nuovo calendario 2021 realizzato da

Giovanni Cecchini per Toscana Energia

Il calendario realizzato da Giovanni Cecchini con il patronage

di Toscana Energia permette di far conoscere l’arte

contemporanea del nostro territorio ed è tradizionalmente

distribuito al personale e a tutti i comuni gestiti dal servizio

della società. Oltre al classico calendario, ne è stata realizzata

una versione dedicata ai più piccoli, a coloro che più di

chiunque altro hanno la capacità di esprimersi attraverso i

colori. Il mondo di Cecchini infatti è un universo affollato di

emozioni da cui scaturiscono linee sinuose che si accavallano

e si intersecano conferendo ai quadri vitalità e ritmo

come in un “crescendo” musicale. Nell’immaginario dell’artista

realtà e sogno convivono nel nostro mondo interiore

come il Bene e il Male coesistono nelle zone più recondite

della psiche. I paesaggi luminosi, ricchi di colore, ispirano

ottimismo, ma ci sono particolari che mettono in guardia

contro l’apparente, calma felicità rappresentata: l’aereo

che precipita, l’orologio che segna il tempo che passa inesorabile,

Achille disteso in riva al mare, conscio del suo imminente

destino. Tutte queste opere sono accomunate da

un marcato simbolismo che ricorre nelle vestigia di civiltà

antiche, accompagnate dai ricordi personali legati all’amore

del pittore per la musica, per la natura, per il mare.

Simonetta Ostinelli

Arca dell'aviatore

Il faro di Achille

Autunno

Il giardino delle conchiglie


A cura di

Laura Belli

Speciale

Pistoia

Vince

La ricerca dell’armonia nella materia

di Laura Belli / foto courtesy dell'artista

Visitare lo studio di un artista è sempre un’esperienza

unica e stimolante e anche lo studio di Vincenzo Di

Piazza (in arte Vince) offre piacevoli sorprese. Vince lo

ha chiamato Post Industrial Atelier, è piccolo ma pieno di fascino

e di opere interessanti. È stato voluto con il preciso intento di

incontrarvi e ospitarvi altri artisti, anche stranieri, per discutere

ed operare insieme. Raccoglie molte opere di Vince ma anche

opere d’arte contemporanea che l’artista colleziona da tempo e

che espone mescolate alle proprie opere. Vince si è avvicinato

all’arte come collezionista e, frequentando mostre e gallerie, è

riuscito a capire e convogliare in una sua propria produzione artistica

quelle sensazioni, quei richiami e quelle suggestioni che

suscitava in lui il materiale di scarto che si trovava a manipolare

nel suo lavoro edìle. È stata proprio l’esperienza di collezionista

che lo ha condotto a sperimentare in prima persona la creazione

dell’opera d’arte e ad individuare nella materia quei suggerimenti

che essa stessa fornisce all’artista per valorizzare i suoi

contenuti artistici più nascosti. La piccola galleria/studio ha anche

un affascinante retrobottega che in un apparente disordine

raccoglie installazioni dell’artista e alcune delle sue acquisizioni

più ingombranti. Ho detto “apparente disordine” perché ogni

opera è facilmente godibile dal visitatore sempre più coinvolto

in questo susseguirsi di scoperte. Vince si ispira all’Arte Povera,

movimento artistico sorto in Italia nella seconda metà degli

Senza titolo (2019), juta smaltata e ferro, cm 205x60x40

Vince riflesso in una sua opera dal titolo Green radiography

anni Sessanta del Novecento in ambito torinese. Il movimento

nasce in aperta polemica con l’arte tradizionale, ricorrendo appunto,

a materiali poveri come cartone, terra, legno, ferro, stracci,

plastica, scarti industriali, con l’intento di evocare le strutture

originarie, ma dando loro connotazioni e significati profondamente

diversi e servendosi dell’installazione come luogo della

relazione tra opera e ambiente. L’artista descrive così l’opera

in juta e ferro qui pubblicata: «Quello che cerco di fare è trovare

l’armonia nelle cose lavorando con i materiali più disparati,

sempre però materiali di recupero. L’idea per questa

installazione è nata dall’asta e dal piedistallo:

ho creato un sostegno con del ferro vecchio, ho immerso

un sacco di juta nella cementite e poi l’ho

appesa al sostegno. La forma l’ha data la forza di

gravità, l’oggetto stesso si è formato, si è plasmato

da sé, creando un equilibrio perfetto, basta un soffio

e la struttura si muove per ritrovare un’armonia.

La materia s’impone, tu non puoi fare diversamente

da quello che la materia propone spontaneamente.

L’artista deve individuare e assecondare l’armonia

che è già presente, insita nel materiale stesso con

le sue patine, le sue ossidazioni date dal tempo.

Quei momenti sono intensamente creativi, si prova

una sorta di “estasi” che ci avvolge e non si può

fare che quello. Le mie opere non sono particolarmente

laboriose, le creo in poco tempo, sono fugaci

momenti creativi piuttosto rapidi, quasi istintivi,

e i lavori più istintivi sono quelli che mi rappresentano

di più». Di Piazza conclude il nostro incontro

interrogandosi: «È arte, non è arte, non so, sarà la

storia a deciderlo; io so che è come un gioco e che

mi dà piacere».

vinceart60@gmail.com

VINCE

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Percorsi trekking

in Toscana

A cura di

Julia Ciardi

Collodi Castello

Alla scoperta del paese di Geppetto

Testo e foto Julia Ciardi

Villa Garzoni e dietro il borgo di Collodi Castello

Dopo avervi fatto conoscere,

sullo scorso

numero della rivista,

Via della Fiaba, riprendiamo

il nostro percorso dal punto

in cui ci eravamo fermati, lungo

le mura del giardino di Villa

Garzoni, un posto magico che

tanto ha ispirato la fantasia di

Carlo Lorenzini. Proprio le vicissitudini

di Pinocchio ambientate

in questo territorio ci

portano a scoprire itinerari incantevoli

come il borgo medievale

di Collodi Castello, dove

secondo il racconto abitava il

vecchio falegname Geppetto.

Non è facile trovare la strada

che conduce al paese, il quale

ci appare in lontananza alzando

lo sguardo sopra Villa

Garzoni, che come una regina

domina con il suo splendore il

paesaggio circostante. Probabilmente è questa posizione nascosta

dietro l’imponente villa a conferire un aspetto surreale

all’antico borgo, la stessa atmosfera che domina la fiaba del

celebre burattino. Collodi Castello, nato da un insediamento

storico del XIII secolo, è situato a circa 244 metri di altezza,

su una propaggine del Monte Verruca. Le origini del nome sono

incerte ma sembrano derivare dal Forum Clodii che fa pensare

ad un’origine romana. Il percorso inizia con il giardino di

Villa Garzoni sulla destra; da qui saliamo lungo un muretto

che delimita una scarpata e prendiamo l’indicazione per Via

Collodi Castello, una strada medievale in pietra. Dopo averla

imboccata, notiamo, alla nostra destra, un muro di mattoni

con delle fessure, guardando attraverso le quali è possibile

scorgere un giardino abitato da un coloratissimo pavone reale

che sfoggia le sue piume. Si prosegue in altezza fino ad

arrivare ad una villa che maestosamente domina la cosiddetta

“Svizzera Pesciatina” con la sua facciata color giallo chiaro

luminosa come il sole. Il nostro cammino è accompagnato

da un piacevole e rilassante gorgoglio d’acqua: è la parte alta

del torrente Pescia Minore che scorre scendendo dalla collina.

Superando la villa, a sinistra, la salita si fa più ripida ed è

costeggiata da una fila di casette in pietre di fiume, materiale

facilmente reperibile in questa zona vista la vicinanza del

corso d’acqua, che ha favorito lo sviluppo dei mulini d’acqua e

grazie a questi la lavorazione della carta per la quale Pescia è

ancora oggi famosa. Salendo si percepisce sempre più forte il

rumore del torrente, si avverte la carica esponenziale dell’acqua,

la forza di questo elemento dal quale l’essere umano ha

saputo fin dall’antichità trarre benefici trasformandolo in energia.

Proseguendo la nostra scalata, notiamo lungo le abitazioni

degli elementi decorativi davvero buffi che raccontano

44

COLLODI CASTELLO


In questa e nelle altre foto stradine e scorci di Collodi Castello e del paesaggio intorno

episodi del libro di Collodi. Continuando ancora arriviamo in

una piazzetta dove fermarsi a sorseggiare l’acqua fresca che

sgorga da una vecchia fontana, con accanto un lavatoio in

cui le donne un tempo facevano il bucato e si intrattenevano

a chiacchierare. Il paese di Collodi Castello si sviluppa notevolmente

in pendenza tanto da non permettere l’accesso alle

macchine, cosa che invita ancora di più a passeggiare per le

sue strade scoprendo la storia del borgo e le bellezze del paesaggio

intorno. Salendo lungo una strada ripida arriviamo alla

chiesa di San Bartolomeo, sede del santo patrono di Collodi

scelto a protezione dei macellai, dei conciatori e dei rilegatori.

Prima dell’IX secolo, la produzione di supporti per la scrittura

consisteva in pergamene ottenute dalla pelle degli agnelli che

venivano conciate per trattenere meglio l’inchiostro; toccava

poi ai rilegatori decorare e assemblare in un unico codice le

diverse confezioni. Ecco perché, ancor prima dell’arrivo della

carta, in questo territorio i mestieri più ricorrenti erano macellaio,

conciatore e rilegatore. La chiesa di San Bartolomeo è

un classico esempio di stile romanico e presenta, in direzione

della navata centrale, un affresco del santo patrono con le sue

insegne, cioè coltello, pelle e libro. Da questo punto del paese

è possibile vedere tutte le colline di Pescia e Lucca. Vicino

alla torre di avvistamento del Castello si possono ammirare i

giardini interni dai quali spuntano aranceti dai colori sgargianti

che contrastano con la tinta grigia dei muri in pietra. Al ritorno,

imbocchiamo una stradina parallela a quella percorsa

all’andata che permette di scoprire altri scorci panoramici del

giardino di Villa Garzoni e del campanile barocco che si erge

sopra la torretta centrale della facciata della storica residenza.

Sempre da qui riusciamo a vedere il famoso Parco di Pinocchio

fondato nel 1954 dal sindaco di Pescia ed arricchito

dai lavori di architetti e di artisti italiani di spicco come Giovanni

Michelucci, Piero Porcinai, Giacomo Manzù, Emilio Greco,

Venturino Venturini ed altri.

COLLODI CASTELLO

45


Ritratti

d’artista

Pensieri Multipli

La mostra online di Mario Carchini Cobàs, Clara Mallegni e Monica

Michelotti per costruire con l’arte un ponte tra Italia e Cina

di Maria Pina Cirillo

In occasione del 50° anniversario dell’istituzione delle relazioni

diplomatiche tra Cina e Italia, nonché dell’anno culturale

e turistico sino-italiano, al fine di promuovere gli

scambi culturali tra i due paesi, il Centro sino-italiano di design

gestito dal Dobe Group ha organizzato una serie di mostre

da tenere online a causa dell’emergenza Covid. Lo scorso 18

dicembre è stata inaugurata la quarta di queste mostre con il

titolo Pensieri Multipli, la curatela di Vittorio Guidi, direttore del

Museo Ugo Guidi di Forte dei Marmi (LU), e il coinvolgimento

dei tre artisti apuani Mario Carchini Cobàs, Clara Mallegni e

Monica Michelotti. Promossa in collaborazione con Comune

di Firenze, Quartiere 4 (Comune di Firenze), Shanghai Florence

Sino Italian Design Exchange Center, DoBe for Creative, Museo

Ugo Guidi, Shanghai International Culture Association e Shanghai

Promotion Center for City Design, la mostra sarà visibile

online fino al 17 gennaio 2021. Lavorando prevalentemente su

una ricerca pittorica, fotografica e video al centro della quale

ci sono problemi di frammentazione e rielaborazione dell’immagine,

l’artista Mario Carchini Cobàs ha analizzato il rappor-

to tra uomo e uomo e tra uomo e natura, alla ricerca di quel

delicato equilibrio tra il sé e l’altro da sé che solo può garantire

armonia e bellezza. Nel suo interessante percorso artistico ha

privilegiato il momento della progettazione delle opere stesse

per cui queste si presentano come lavori intellettualmente

complessi, lontani da ogni improvvisazione, pensieri che si

fanno racconto e che, in un riproporsi creativo e contemporaneamente

discreto, rivelano un approccio estetico coinvolgente.

Le sue opere rappresentano l’estrinsecazione di un sogno,

di un immaginario che supera la realtà conosciuta per introdurci,

attraverso la mediazione della “window”, in uno spazio/

tempo infinito dove ognuno può entrare e ritrovarsi o perdersi

definitivamente. Diversa, ma mossa dallo stesso pathos è

Clara Mallegni, che ha al suo attivo una vasta ed interessante

produzione sia di sculture monumentali totemiche, capaci

di trasmettere un messaggio rasserenante che esula dallo

spazio-tempo, sia di opere dalle dimensioni più varie che culminano

nell’oggettistica legata ai gioielli. Per lei l’arte è fondamentalmente

ragione di vita, straordinaria passione, aria da

respirare per colorare l’esistenza. Nelle sue opere ama utilizzare

vari materiali come acciaio, terracotta, carta, plastica e,

naturalmente, marmo di Carrara, con tecniche che vanno dalla

pittura ad olio all’acrilico, dal collage alla tecnica mista, senza

disdegnare l’incisione sulla preziosa carta Magnani. Dal punto

di vista tematico affronta sia argomenti più squisitamente

storici che attuali, purché siano espressione del suo sentire

più autentico, dell’ascolto delle emozioni che ne nutrono l’animo.

Ancora diverso l’approccio di Monica Michelotti, scultrice,

pittrice, artista grafica e mail artist oltre che docente presso

l’Accademia di Belle Arti di Carrara. Nelle sue opere si sente

quasi il profumo dell’arte che entra nel fruitore e lo coinvolge

totalmente, fino a toccare le corde più intime del suo sentire.

Ogni creazione artistica, dalle tele, ai disegni, alle sculture

in plexiglass, diventa, così, una scala per risalire la china, per

combattere e sconfiggere la sofferenza e il dolore, per apprezzare

le piccole ma intense gioie di ogni giorno. Plasticamente

armoniose, visivamente leggere ma pregne di significati, le

sue creazioni accarezzano l’anima, sono un inno alla capacità

dell’uomo di trasformare la cultura in autentico atto creativo,

capace di instaurare una corretta interazione tra interiorità

ed esteriorità. Rappresentano quasi magici strumenti che costruiscono

fragili e delicate armonie, sintomatiche di un mondo

in cui i veri valori sono la delicatezza, l’attenzione verso

l’altro, l’umiltà, ben più forti e fecondi della superbia e della

prevaricazione.

Per visualizzare la mostra:

Pensieri Multipli - Mostra online

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PENSIERI MULTIPLI


A cura di

Daniela Pronestì

Occhio

critico

Claudia Onisto

La vita “psicorganica” delle forme

di Daniela Pronestì

Domandarsi che colore avrebbero pensieri ed emozioni

se potessimo vederli mentre nascono nella nostra

mente può sembrare un esercizio puramente immaginativo.

In realtà, l’ambizione dell’arte, in special modo della

pittura non figurativa, è anche quella di manifestare all’esterno

le forze che muovono interiormente l’individuo, affidandosi

all’istintività del gesto e all’immediatezza comunicativa del

colore. Nelle opere di Claudia Onisto da lei definite “psicorganiche”

sembra proprio che l’intento sia quello di dare forma a

queste forze, attribuendo loro anche diverse colorazioni. S’intuisce

che ad averle originate non è stata un’operazione eseguita

dall’artista in maniera cosciente, ma si è trattato piuttosto di un

trasferimento sulla tela di stimoli dettati dall’istinto. Compito

della mano, in questo caso, è quello di essere uno strumento al

servizio del subconscio, un ponte mediante il quale collegare il

mondo interno con la realtà fuori. I surrealisti definivano questo

processo “disegno automatico”, intendendo la totale – o quasi

– liberazione della mano, e quindi anche dell’atto creativo, dai

legacci della razionalità per fissare sul foglio immagini, pulsioni

ed emozioni emerse dalle profondità della psiche. Il risultato

– lo vediamo chiaramente nei dipinti della Onisto – sono figure

prive di un significato logico, pure astrazioni che ricordano,

nella sviluppo globulare o labirintico del segno, le connessioni

neuronali o le strutture di una cellula. È anche questa somiglianza

con le forme organiche all’origine della vita a farcele

sembrare familiari, a rammentarci, con il loro pulsare, muoversi

ed espandersi nello spazio dipinto, i micromondi invisibili che

abitano il corpo umano. Se anche ci sforzassimo di dare un nome

a queste “creature”, di definirle in termini oggettivi, non ci riusciremmo.

Proprio perché affiorano dai recessi dell’inconscio,

queste immagini recano infatti un segreto che non possiamo

sciogliere. Neanche l’artista può farlo, anzi è lei la prima spettatrice

di questi misteriosi dipinti, e come noi anche lei s’interroga

sul loro significato. È un dono che la pittura ci fa ogni volta

che, ponendoci di fronte a qualcosa che disorienta le nostre

PSICORGANICO NEON I

aspettative, ci spinge a farci delle domande, a rivedere abitudini

visive talmente radicate da renderci ciechi alla novità. Un’esperienza

che spetta anche all’artista quando comprende che

l’opera non appartiene a chi l’ha creata, ma è un “corpo” che vive

di vita propria, e come un corpo respira e comunica con la realtà

intorno. Lasciar fluire liberamente l’energia creativa e consegnarla

alle forme e ai colori del dipinto affinché continui a vivere

attraverso gli occhi di chi l’osserva: è così che l’arte diventa un

atto d’amore, quello che Claudia Onisto compie da sempre, verso

se stessa e verso il mondo.

Le opere di Claudia Onisto sono in vendita sul sito della galleria

Artistikamente di Pistoia – www.artistikamente.net

info@claudiaonisto.it

Claudia Onisto Artist

claudia_onist_art

PSICORGANICO VIII

CLAUDIA ONISTO

47


Storia delle

Religioni

A cura di

Stefano Marucci

Commento all’Enciclica di Papa Francesco sulla fraternità e

l’amicizia sociale in occasione della Giornata Mondiale dei Poveri

In collaborazione con la Parrocchia Santa Maria al Giglio di Montevarchi

1^ parte

La sapienza antica ha posto queste parole come un codice

sacro da seguire nella vita. Esse risuonano oggi

con tutta la loro carica di significato per aiutare anche

noi a concentrare lo sguardo sull’essenziale e superare le barriere

dell’indifferenza. La povertà assume sempre volti diversi, che

richiedono attenzione ad ogni condizione particolare: in ognuna

di queste possiamo incontrare il Signore Gesù, che ha rivelato di

essere presente nei suoi fratelli più deboli (cfr. Mt 25,40). Prendiamo

tra le mani il Siracide, uno dei libri dell’Antico Testamento.

Qui troviamo le parole di un maestro di saggezza vissuto circa

duecento anni prima di Cristo. Egli andava in cerca della sapienza

che rende gli uomini migliori e capaci di scrutare a fondo le

vicende della vita. Lo faceva in un momento di dura prova per il

popolo d’Israele, un tempo di dolore, lutto e miseria a causa del

dominio di potenze straniere. Essendo un uomo di grande fede,

radicato nelle tradizioni dei padri, il suo primo pensiero fu di rivolgersi

a Dio per chiedere a Lui il dono della sapienza. E il Signore

non gli fece mancare il suo aiuto. Fin dalle prime pagine

del libro, il Siracide espone i suoi consigli su molte concrete situazioni

di vita, e la povertà è una di queste. Egli insiste sul fatto

che nel disagio bisogna avere fiducia in Dio: «Non ti smarrire

nel tempo della prova. Stai unito a lui senza separartene, perché

tu sia esaltato nei tuoi ultimi giorni. Accetta quanto ti capita

e sii paziente nelle vicende dolorose, perché l’oro si prova con

il fuoco e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore. Nelle

malattie e nella povertà confida in lui. Affidati a lui ed egli ti aiuterà,

raddrizza le tue vie e spera in lui. Voi che temete il Signore,

aspettate la sua misericordia e non deviate, per non cadere».

Pagina dopo pagina, scopriamo

un prezioso compendio

di suggerimenti

sul modo di agire alla luce

di un’intima relazione

con Dio, creatore e

amante del creato, giusto

e provvidente verso tutti

i suoi figli. Il costante riferimento

a Dio, tuttavia,

non distoglie dal guardare

all’uomo concreto,

al contrario, le due cose

sono strettamente connesse.

Lo dimostra chiaramente

il brano da cui

è tratto il titolo di questo

Messaggio (cfr. 7,29-36).

La preghiera a Dio e la solidarietà

con i poveri e i

sofferenti sono inseparabili. Per celebrare un culto che sia gradito

al Signore, è necessario riconoscere che ogni persona, anche

quella più indigente e disprezzata, porta impressa in sé l’immagine

di Dio. Da tale attenzione deriva il dono della benedizione

divina, attirata dalla generosità praticata nei confronti del povero.

Pertanto, il tempo da dedicare alla preghiera non può mai diventare

un alibi per trascurare il prossimo in difficoltà. È vero il

contrario: la benedizione del Signore scende su di noi e la preghiera

raggiunge il suo scopo quando sono accompagnate dal

servizio ai poveri. Quanto è attuale questo antico insegnamento

anche per noi! Infatti la Parola di Dio oltrepassa lo spazio, il

tempo, le religioni e le culture. La generosità che sostiene il debole,

consola l’afflitto, lenisce le sofferenze, restituisce dignità a

chi ne è privato, è condizione di una vita pienamente umana. La

scelta di dedicare attenzione ai poveri, ai loro tanti e diversi bisogni,

non può essere condizionata dal tempo a disposizione o

da interessi privati, né da progetti pastorali o sociali disincarnati.

Non si può soffocare la forza della grazia di Dio per la tendenza

narcisistica di mettere sempre se stessi al primo posto. Tenere

lo sguardo rivolto al povero è difficile, ma quanto mai necessario

per imprimere alla nostra vita personale e sociale la giusta direzione.

Non si tratta di spendere tante parole, ma piuttosto di

impegnare concretamente la vita, mossi dalla carità divina. Ogni

anno, con la Giornata Mondiale dei Poveri, ritorno su questa realtà

fondamentale per la vita della Chiesa, perché i poveri sono

e saranno sempre con noi per aiutarci ad accogliere la compagnia

di Cristo nell’esistenza quotidiana. Sempre l’incontro con

una persona in condizione di povertà ci provoca e ci interroga.

Come possiamo contribuire ad eliminare o almeno alleviare la

sua emarginazione e la sua sofferenza? Come possiamo aiutarla

nella sua povertà spirituale? La comunità cristiana è chiamata

a coinvolgersi in questa esperienza di condivisione, nella consapevolezza

che non le è lecito delegarla ad altri. E per essere di

sostegno ai poveri è fondamentale vivere la povertà evangelica

in prima persona. Non possiamo sentirci “a posto” quando un

membro della famiglia umana è relegato nelle retrovie e diventa

un’ombra. Il grido silenzioso dei tanti poveri deve trovare il popolo

di Dio in prima linea, sempre e dovunque, per dare loro voce,

per difenderli e solidarizzare con essi davanti a tanta ipocrisia

e tante promesse disattese e per invitarli a partecipare alla vita

della comunità. È vero, la Chiesa non ha soluzioni complessive

da proporre, ma offre, con la grazia di Cristo, la sua testimonianza

e gesti di condivisione. Essa, inoltre, si sente in dovere di presentare

le istanze di quanti non hanno il necessario per vivere.

Ricordare a tutti il grande valore del bene comune è per il popolo

cristiano un impegno di vita, che si attua nel tentativo di non

dimenticare nessuno di coloro la cui umanità è violata nei bisogni

fondamentali.

48 ENCICLICA DI PAPA FRANCESCO


A cura di

Luciano e Ricciardo Artusi

Curiosità storiche

fiorentine

La Candelora

Una festività cristiana dalle antiche origini pagane

di Luciano e Ricciardo Artusi

Luciano Artusi, a sinistra, con il figlio Ricciardo

Giotto, La Presentazione di Gesù Cristo al Tempio, detta “La Candelora”, affresco, Cappella degli

Scrovegni, Padova

Con la festa della Purificazione di Maria

Vergine, in cui è tradizione benedire

le candele prima di accenderle, si ricorda

l’obbedienza di Maria alle leggi dell’Antico Testamento

che ordinavano alle madri, dopo aver

partorito, di mettersi “in Santo”, cioè di recarsi

quaranta giorni dopo il parto al Tempio di Gerusalemme

per la purificazione, la presentazione

del figlio e la rituale offerta. Il rito è continuato

col nome della Candelora che deriva proprio

dalle candele che, una volta benedette, venivano

portate dai fedeli nelle proprie case per essere

accese in segno di devozione o per implorare

grazie. La festa cristiana nacque alla fine del V

secolo dopo Cristo e le candele rappresentavano

simbolicamente il Cristo quale “luce per illuminare

le genti”. La celebrazione della Chiesa

cattolica del 2 febbraio, in sostanza, sostituì i

festeggiamenti dei “Lupercali”, celebrazione pagana

che si svolgeva a Roma e si collegava alle

origini leggendarie della sua fondazione. Infatti, i

Lupercali avevano inizio da un anfratto nella roccia

del Colle Palatino dove, secondo la leggenda,

furono allattati dalla lupa (divinizzata poi col

nome di “dea luperca”) i gemelli Romolo e Remo.

I sacerdoti, detti “luperci”, uscivano dall’anfratto

e processionalmente, con fiaccole rituali, percor-

revano il perimetro della primitiva città, rendendola purificata

e protetta. Durante il rituale cammino, i sacerdoti, con

strisce di pelle degli animali prima sacrificati, colpivano le

spose presenti in segno augurale di fecondità. Papa Gelasio

I (492-496), di grandissima cultura, ottenne dal Senato

l’abolizione dei Lupercali, che furono sostituiti dalla festa

cristiana della Candelora. Quando la cristianità si era ormai

affermata, le parrocchie e le confraternite laico-religiose, il

2 febbraio, usavano dare ai propri fedeli candele o piccoli

ceri devozionali col significato di portare nelle loro dimore

la luce del Cristo. Nei giorni antecedenti la festa, tutte le

botteghe fiorentine che vendevano la cera divenivano, come

per incanto, vere e proprie piccole fabbriche nelle quali

si lavorava a ritmo serrato: dalla cera grezza, depurata e

imbiancata, prendevano forma candele di ogni misura e peso

che venivano vendute in grande quantità. La lavorazione

della cera era eseguita dai ceraioli immatricolati nell’Arte

Maggiore dei Medici e Speziali, il cui rigido statuto stabiliva

precise norme circa la purezza e la qualità della cera da impiegare,

nonché la forma e la grossezza dei ceri, dei torchi

e della bambagia che formava il lucignolo. Severe pene erano

previste per i trasgressori. Questo perché la cera era un

bene di prima necessità, infatti oltre a essere usata a scopo

votivo era largamente impiegata per l’illuminazione a cui

tutti avevano diritto. Alla festa della Candelora, che si trova

a metà strada tra l’inverno e la primavera, si allacciano detti

e proverbi meteorologici dallo schietto spirito popolare, tuttora

in uso come: Per santa Candelora l’è un freddo che s’abbaia!

Oppure: Per la santa Candelora se nevica o se plora,

dall’inverno siamo fora; se è sole o solicello, siamo a mezzo

dell’inverno. Se il 2 febbraio è giorno di maltempo, vuol dire

che l’inverno è già finito, ma se un pallido sole rende la temperatura

più mite, è segno che siamo ancora nell’inverno.

LA CANDELORA

49


Prevenzione

e salute

La salute degli occhi comincia dall’infanzia

Ne parliamo con il medico oculista Silvia Brogelli

di Doretta Boretti / foto courtesy Silvia Brogelli

Ènoto quanto sia importante effettuare un controllo

oculistico per la prevenzione di una serie di patologie

che insorgono con l’invecchiamento. Ma è bene

chiedersi se anche prima di una certa età non sia opportuno

recarsi da un oculista. Lo chiediamo alla dottoressa Silvia

Brogelli, medico chirurgo oculista, che ha al suo attivo anni di

esperienza nel settore.

A che età è utile effettuare una visita oculistica?

Alla nascita occorre annotare la presenza e l’integrità di entrambi

i bulbi oculari e saggiare i movimenti oculari e le reazioni

delle pupille alla luce. Abitualmente il primo controllo

non è affidato a uno specialista oculista ma al neonatologo o

al pediatra, che sono formati per questo e solo se questi medici

notano un segno allarmante, il bambino viene visto dal

medico oculista, talora preparando l’occhio con gocce che dilatano

la pupilla e talvolta in anestesia generale. È opportuno

accertarsi che questo iter non sia trascurato, perché scoprire

alla nascita le patologie oculari è importante. Alcuni esempi:

una cataratta congenita di gravità chirurgica scoperta nei

primi giorni di vita consente l’intervento precoce che evita

l’ambliopia; un tumore oculare congenito come il retinoblastoma

può essere rimosso salvando la vita di un bambino;

di fronte a una ptosi congenita, che è un abbassamento palpebrale,

occorre fare dei controlli sull’oculomotricità e sulla

percezione visiva che richiedono la sensibilità e l’allenamento

tipici dell’oculista ed è bene consultarlo fin dai primi giorni

della vita del bambino. Ci sono poi le malattie retiniche ereditarie:

per alcune forme rare esistono oggi cure innovative

molto costose un tempo inimmaginabili. Per inserire un bam-

bino in uno di questi protocolli

di trattamento occorre

fare tante indagini e il tempo

è prezioso. Se neonatologi

e pediatri attenti non

segnalano ai genitori anomalie

oculari e il bambino

cresce armoniosamente, i

genitori possono programmare

la prima visita oculistica

intorno ai due anni di età.

Il bambino comincia a parlare

e diventa possibile l’uso La dottoressa Silvia Brogelli

delle tavole ottotipiche, quei

bei tabelloni con disegni e segni di dimensioni calibrate, che

permettono all’oculista di fare una vera e propria misurazione

della vista. In questo modo soggettivo-interattivo e poi in modo

obiettivo, mediante l’uso di strumenti ottici ed elettronici,

si possono individuare a due anni i primi difetti di refrazione

e si può cominciare ad assegnare l’opportuna correzione ottica

sotto forma di occhiali e lenti a contatto nei casi in cui sia

utile. È bene che lo sviluppo psicosomatico del bambino sia

poi seguito con visite oculistiche periodiche programmabili

ogni due o tre anni al massimo per avere regolarmente un bilancio

della salute visiva.

Come può il genitore accorgersi dei problemi visivi del proprio

figlio?

I genitori portano il bambino alla nostra attenzione segnalando

che “strizza gli occhi” o va a sedersi vicino al televi-

Studio fotografico di uno strabismo intermittente in una bambina

50

SALUTE DEGLI OCCHI


Il microscopio operatorio

sore o lamenta mal di testa dopo aver letto o tiene la testa

inclinata da un lato o butta un occhio verso l’esterno o verso

l’interno o verso l’alto. Questi segni e sintomi ci indirizzano

verso la diagnosi di alterazioni del sistema visivo, i

difetti di refrazione e lo strabismo (mancanza di allineamento

fra i due occhi). Se si sottovalutano queste situazioni

in età evolutiva si fa un grave errore perché si permette al

sistema visivo di sviluppare l’ambliopia del bambino. L’ambliopia

è una condizione fisiopatologica di bassa acuità visiva

non migliorabile con il ripristino della trasparenza dei

mezzi diottrici né con la correzione dei difetti di refrazione

ed è oggetto di campagne di prevenzione primaria in tutti i

paesi del mondo. Può essere completamente evitata se si

prendono opportuni provvedimenti prima che cominci, lavorando

sui fattori di rischio. La deprivazione sensoriale di

un occhio si verifica quando un difetto di refrazione non è

corretto o quando un occhio storto non viene richiamato in

posizione adeguata a far cadere l’immagine a fuoco sul normale

punto della retina adatto a dare acuità visiva elevata

(fovea centrale della retina). La deprivazione sensoriale in

un adulto non ha conseguenze: una volta ripristinato il percorso

dei raggi luminosi e riformata l’immagine dell’oggetto

osservato nella fovea (per esempio operando la cataratta)

l’occhio dell’adulto ricomincia a vedere bene. La deprivazione

sensoriale nel bambino di età inferiore a sette anni

blocca lo sviluppo della visione dell’occhio deprivato. Supponiamo

che un bambino di due anni abbia gli occhi sani

ma con difetti di refrazione diversi fra loro, per esempio una

ipermetropia di due diottrie nell’occhio destro e una ipermetropia

di 6 diottrie nell’occhio sinistro. Il cervello sceglierà

di sviluppare le vie nervose visive dell’occhio che gli manda

una bella immagine nitida, l’occhio destro, che ha un difetto

piccolissimo e chiuderà l’accesso al cervello delle immagini

sfocate e brutte che gli arrivano dall’occhio sinistro. Se l’oculista

si rende conto a due anni di questa situazione applicherà

una lente di 6 diottrie all’occhio sinistro e prescriverà

alcuni brevi periodi di occlusione dell’occhio destro. In questo

modo il cervello sarà stimolato ad acquisire immagini

anche dall’occhio sinistro e aprirà i collegamenti, svilupperà

le vie visive che porteranno alla corteccia cerebrale visiva

SALUTE DEGLI OCCHI

51


le immagini provenienti da entrambi gli occhi e le fonderanno

armoniosamente con possibilità di vedere molto bene e

in modo tridimensionale.

È vero che guardare a lungo smartphone, tablet e computer

incide negativamente sulla vista?

Ottotipi per bambini

È vero, ma non è necessario vietarli, occorre far capire ai

bambini e ai giovani che devono rispettare alcuni limiti di

tempo e di distanziamento e che non devono rifiutarsi di portare

gli occhiali durante l’uso dei mezzi audiovisivi se l’oculista

ritiene opportuno assegnarli. Le case produttrici di

tablet, telefonini e schermi del computer cambiano spesso

tecnologia e si impegnano per migliorare il potere di risoluzione

delle immagini con l’alta definizione; hanno eliminato

quasi completamente il fastidioso sfarfallio degli schermi

basati sui tubi a raggi catodici che induceva sforzo visivo

ma non hanno ancora eliminato certe lunghezze d’onda

emesse, in particolare fra il blu e il violetto, che possono

danneggiare i fotorecettori retinici se assorbiti in dosi elevate.

Si parla a ragione di fototossicità della luce emessa

dagli schermi. Ma non occorre allarmarsi. I danni fototossici

si possono ottenere solo come effetto della somma di

esposizioni prolungate nel corso di diversi decenni. Si rientra

pertanto nella prevenzione della degenerazione maculare

senile. L’osservazione da vicino di smartphone, tablet e

computer può però favorire la comparsa e l’incremento della

miopia. Ampi studi epidemiologici eseguiti in popolazioni

orientali in cui la frequenza della miopia nei bambini è in pre-

Gli occhiali correggono l'ipermetropia e lo strabismo ed evitano l'ambliopia dell'occhio sinistro

52 SALUTE DEGLI OCCHI


Esame delle curvature corneali di una bambina

occupante aumento hanno dimostrato in modo ormai inconfutabile

che la vita all’aria aperta e l’esercizio fisico limitano

l’aggravamento della miopia dei soggetti in età evolutiva. L’opinione

più diffusa fra i clinici è che concentrare lo sguardo

su oggetti vicini faccia lavorare troppo il meccanismo fisiologico

dell’accomodazione e che questo faccia incrementare

la miopia. È opportuno dunque dire al bambino di alzare lo

sguardo spesso e guardare lontano, all’infinito, per qualche

secondo, prima di ricominciare a osservare il proprio smartphone

o tablet o PC. Inoltre la posizione anomala del capo

(PAC) può causare sintomi da sforzo visivo come bruciore

agli occhi e mal di testa. Gli insegnanti che usano la didattica

a distanza dovrebbero tenerne conto.

Qual è la sua esperienza professionale e dove e come lavora

in questi difficili tempi di pandemia?

Il 24 luglio 1984 mi sono specializzata in Oculistica presso

la clinica oculistica dell’Università di Firenze. Sono stata impegnata

in numerosi progetti di ricerca del mio ateneo e in

studi multicentrici come quello che portò alla registrazione

presso il Food and Drug Administration della tossina botulinica

purificata per strabismo e blefarospasmo (1990). Sempre

in ambito universitario, ho preso parte a numerose commissioni

di esame come cultrice della materia di Oftamologia

Pediatrica, Neuroftalmologia e Clinica Oculistica e ho conseguito

il diploma di corso di perfezionamento in Oftalmologia

Pediatrica nel 2002. Negli stessi anni ho svolto assistenza

nei poliambulatori pubblici del territorio nella branca di oculistica

aprendo orari di consultazione riservati ai bambini in

più sedi. Ricordo con tanto affetto gli ambulatori pomeridiani

che avevamo istituito a Pontassieve per accogliere i bambini

all’uscita dalla scuola negli anni Novanta. Sono stata attiva

nelle società scientifiche internazionali di oftalmologia

pediatrica, neuroftalmologia e strabologia fino a quando si

sono potuti fare i congressi in presenza e partecipo oggi ad

alcuni “webinar” che trattano questi temi in modo virtuale.

Ho cercato di mettere sempre a disposizione dei pazienti le

competenze che possono giovare al loro benessere visivo e,

anche durante la pandemia, mi sono imposta di svolgere la

professione in strutture dotate di ampi spazi e di grandi attrezzature

che si sommino ai requisiti minimi ambulatoriali

autorizzativi e che offrano un servizio di pulizia e di sanificazione

importante. Visito a Firenze nelle due sedi della Casa

di Cura Villa Donatello, nello Studio Puccini e nel Florence

Medical Center, dove opero anche, e a Pisa nella Casa di Cura

San Rossore.

Cosa possiamo fare per proteggere i nostri occhi?

Lenti di prova per la misurazione della vista

Indossare gli occhiali che filtrano la luce escludendo i raggi

nocivi (ultravioletti e blu) è una buona abitudine per tutti e

occorre educare i bambini al loro uso, in particolare se l’oculista

trova un difetto di refrazione. Inoltre per adulti, giovani e

bambini: alternare all’applicazione a smartphone, tablet e PC

molte ore di movimento fisico, evitare l’obesità e non fumare.

SALUTE DEGLI OCCHI

53


Nuove proposte dell’arte

contemporanea

A cura di

Margherita Blonska Ciardi

Mariagrazia Zanetti

Visioni astratte fra realtà e immaginazione

Nei prossimi mesi sarà tra i protagonisti della mostra virtuale internazionale

3D – Artidotum

di Margherita Blonska Ciardi

Selva magica (2019), tecnica mista, cm 80x80

Stargate (2018), acrilico su tela, cm 60x80

Mondo nascosto (2019), tecnica mista, cm 80x80x45

Mariagrazia Zanetti è un’artista

piemontese che ha seguito

il suo innato istinto creativo.

La sua formazione pittorica è avvenuta

sull’onda del forte impulso da sempre

nascosto nella sua anima ma che solo

il vuoto causato dalla perdita di una

persona cara ha fatto emergere. La pittura

è diventata così una risorsa alla quale

attingere per poter continuare a vivere.

All’inizio della sua attività, la Zanetti ha

guardato alle opere di Paul Klee e di Vasilij

Kandinskij: lo notiamo nei lavori che

si riferiscono al periodo amalfitano, dove

il paesaggio marino e le sensazioni

dell’artista vengono codificate sulla tela

attraverso geometrie in giallo, rosso e

blu. Artista che non si accontenta mai, è spinta dalla curiosità

a far evolvere il suo stile. Fondamentale per lei è stato

lo studio dei lavori di Gherard Richter, artista che trasforma

la realtà catturata dall’obiettivo fotografico con il processo

creativo della pittura astratta. Affascinata da questo modo

di procedere, Mariagrazia Zanetti ha dato una vera svolta al

suo stile, che è diventato sempre più personale e riconoscibile

per l’immediatezza del gesto. Traspare da queste opere

la freschezza delle visioni del mondo reale trasferite sulla tela

attraverso una fantasia cromatica che filtra tutto ciò che

lo sguardo cattura. La tavolozza si è fatta nel tempo più materica

e ha ripreso i colori della terra e dei quattro elementi.

Spesso nelle sue tele si vedono texture che ricordano quelle

della natura: le venature dei ghiacciai e delle rocce, la stratificazione

della terra, le onde del mare. Guardando questi

quadri l’osservatore si riconnette inconsciamente con la natura

e con il cosmo, temi cari all’artista. Sempre più spesso

nelle sue ultime tele appaiono immagini vagamente figurative

come nell’opera Mondo nascosto, che lega una visione

astratta ad un volto femminile, concentrando l’attenzione sugli

occhi quale allusione simbolica alla vastità dell’universo.

L’artista ha partecipato a diverse importanti mostre in Italia

e all’estero, compresi alcuni eventi curati da Vittorio Sgarbi.

Nel 2019 ha esposto a Parigi, Novara, Genova, Torino (Museo

MIT), Miami (Artebox project) e Palermo (Museo Monreale),

ricevendo numerosi riconoscimenti come il Premio Città

di Parigi organizzato dalla rivista Art Now e il Premio Modigliani

(Spoleto Arte). A gennaio 2021 ha preso parte al calendario

internazionale d’arte ideato dallo Studio Artemisia, che

verrà divulgato presso le più rinomate case d’aste a livello internazionale.

Nei prossimi mesi parteciperà, inoltre, alla mostra

virtuale 3D – Artidotum che raccoglie le opere di artisti

internazionali emergenti per promuoverli a livello globale. La

mostra si terrà poi anche a Roma, appena l’emergenza pandemica

lo permetterà.

54

MARIAGRAZIA ZANETTI


A cura di

Giuseppe Fricelli

Concerto in

salotto

Léo Ferré

Un ricordo del grande chansonnier francese

di Giuseppe Fricelli

Incontrai questo sensibile artista

durante un viaggio in treno

da Milano a Firenze. Molte sono

le sue canzoni significative. Fu

proprio Léo Ferré, nello scompartimento

in cui sedevamo, a rivolgermi

la parola. Così cominciammo a

dialogare con simpatia. Era molto

colto ed io ne approfittai per sapere

alcune curiosità su artisti come

Gilbert Bécaud, Yves Montand,

Charles Trenet, Edith Piaf. Gli chiesi

anche del Moulin Rouge, l’Olympia

di Parigi, in cui anche lui si era

più volte esibito. Rimasi colpito

dalla sua preparazione musicale

in campo classico ed operistico.

Fu per me un viaggio molto piacevole.

Ci salutammo cordialmente,

scambiandoci gli indirizzi.

Léo Ferré

Nato nel 1948, Giuseppe Fricelli si è formato al Conservatorio “Luigi Cherubini” di Firenze diplomandosi

in Pianoforte con il massimo dei voti. Ha tenuto 2000 concerti come solista e

camerista in Italia, Europa, Giappone, Australia, Africa e Medio Oriente. Ha composto musiche

di scena per varie commedie e recital di prosa.È stato docente di pianoforte per 44 anni presso

i conservatori di Bolzano, Verona, Bologna e Firenze.

LÉO FERRÉ

55


Ritratti

d’artista

Loretta Casalvalli

Una pittura nel segno della passione

di Jacopo Chiostri

«

Si è riacceso il fuoco rimasto sotto la cenere» è

così che l’artista Loretta Casalvalli racconta come

e sulla base di quale spinta, nel 2016 dopo il

pensionamento, è tornata a dedicarsi alla pittura. Il distacco

era stata una parentesi decisamente lunga se si pensa che la

sua carriera lavorativa è durata 40 anni e i momenti che avevano

segnato in maniera significativa quella artistica vanno

collocati a cavallo degli anni Settanta e Ottanta, con alcune

collettive a Prato, città dove ha iniziato a lavorare, e il riconoscimento

al suo Tramonto sul mare al Concorso Italia-Francia

nel 1981 a Viareggio. Nel frattempo, per non perdere la

mano, ha dipinto, quando le era possibile, nei giorni liberi dagli

impegni familiari e lavorativi «per lo più opere realizzate

per farne dono agli amici» come lei stessa racconta. Pittrice

autodidatta, la Casalvalli è nata a Vicchio, in località Ve-

spignano, a poche centinaia di metri dalla Casa di Giotto. Ha

iniziato a dipingere giovanissima, conseguendo riconoscimenti

in ambito scolastico; diplomatasi, si è poi laureata in

Legge, conseguendo anche l’abilitazione al notariato. Negli

anni dell’università ha incontrato Giorgio La Pira che è stato

suo docente; da lui, anche da lui, ha mutuato una visione

artistica a tutto tondo, rivolta in primis alle bellezze del capoluogo,

ma poi aperta verso tutte le latitudini e le culture.

Dopo la laurea, a 23 anni ha iniziato a lavorare nell’Amministrazione

delle Dogane del Ministero delle Finanze. In questo

ambito ha realizzato un’appassionante carriera svolta in

settori in genere poco conosciuti in quanto riservati ai soli

addetti ai lavori, settori dove è richiesta una professionalità

tecnica e giuridica non comune e decisamente specialistica.

Ha avuto anche un ruolo di docente, gestendo corsi di for-

Tramonto nella campagna mugellana, olio su tavola, cm 60x50

56 LORETTA CASALVALLI


Diosperi e melagrana, olio su tavola, cm 50x40

mazione per enti, istituti e facoltà, il tutto accompagnato da

spostamenti e incarichi dirigenziali nel territorio interregionale

di Toscana, Sardegna e Umbria. Infine, certo non ultimi,

gli impegni della famiglia:

sposatasi, non a caso nella

chiesa della natia Vespignano,

la Casalvalli ha avuto

due figli. Tornata a frequentare,

sempre a Vespignano e

dopo il pensionamento, l’ambiente

artistico che ruota attorno

all’associazione Dalle

Terre di Giotto e dell’Angelico,

ha ripreso a dipingere

intensamente, frequentando

anche i corsi di pittura

ad olio alla Bottega di Giotto

del maestro Giuliano Paladini.

Pittrice con un taglio

decisamente figurativo assimilabile,

in linea di massima,

alla “macchia”, la Casalvalli

propone immagini ricche

di pathos, con ambientazioni

in genere bucoliche nelle

quali, fatta eccezione per

qualche figura sacra, non

compare l’elemento umano.

In queste opere racconta la

vita: non si può dire altrimenti. La sua pittura è frutto di percezioni

emotive che sono immediatamente familiari all’osservatore

e che si trovano ovunque per chi sa “vedere”: un

Porcellana da caffè, olio su tavola, cm 40x50

Il gallo, olio su tavola, cm 50x70

LORETTA CASALVALLI

57


Fresca allegria, olio su tela, cm 50x60

Glicini alla Casa di Giotto, olio su tavola, cm 40x50

angolo con dei bei vasi pieni di fiori, un fiumiciattolo dove,

presso un ponte, si muovono, tranquilli, due cigni, una marina

al tramonto dove compare sullo sfondo una barca a vela

diretta forse verso l’infinito. L’atmosfera di questi attimi visivi,

fissati in eterno sulla tela, è affidata alla forza del colore.

Usa quasi esclusivamente l’olio - «ho provato qualche volta

l’acrilico, ma non mi assicura i risultati che voglio» dice - e

la modulazione del colore, l’accostamento tra colori, vicini o

del tutto dissimili, conferisce al dipinto una precisa identità,

quella peculiarità che si fa largo tra le infinite modulazioni

del nostro sentire e che si accende davanti allo spettacolo

della natura e dei richiami ad immagini cui volentieri facciamo

ritorno. Immagini che, se derubricate dall’ovvio, possono

assurgere, nel bene e nel male, nel buono e nel cattivo,

ad icone della nostra spiritualità. Così è per i fiori, che sono -

non sappiamo se il più amato - il suo più ricorrente soggetto.

Nelle orchidee, nelle cascate di mimosa, nei girasoli, nelle

margherite e in tutti gli altri fiori si parla dell’esistenza, della

gioia, del dolore: nel loro aspetto, nel modo in cui formano

un unicum, nell’ordine in cui ce li propone la natura, la pittrice

ha ritratto la vita nel suo fluire, nella luce e nelle ombre.

Col colore ha dato forma ad una rappresentazione scenografica

attenta, ma allo stesso tempo scabra, più consapevole

che impertinente. Si avverte in tutta la pittura della Casalvalli

un “espressionismo” contenuto, ma ciò non è dovuto a ritrosie

o insicurezza, anzi, la composizione, a tratti austera,

rivela grande autorevolezza. I soggetti sono quelli che si è

detto, non manca però anche un sorprendente scorcio marino

con gatti, figure femminili, un gufo e dei gabbiani - opera

di taglio naif -, e non mancano altre opere, tra cui un suggestivo

notturno, dove oltre ad essere sospeso, lo sguardo

è miniaturizzato. Dopo il 2017 ha preso parte alle frequenti

collettive: alla Casa di Giotto, al laboratorio di Vicchio, alla

Vecchia Propositura di Scarperia e a manifestazioni come

la Fiera dell’Agricoltura a Montichiari, la Fiera del Cavallo a

Forlì, le mostre della CNA a Villa Pecori a Borgo San Lorenzo,

il Festival “Foglia Tonda” a Razzuolo, Mercoledì nel Borgo

a Borgo San Lorenzo, il Festival di Spoleto, la Rassegna dei

Presepi a Cerreto Guidi, la mostra di Natale a Villa Strozzi a

Firenze, ancora alla Casa di Giotto con l’esposizione 8 marzo

2019 – Festa della Donna, una collettiva di arte contemporanea

al Comune di Fiesole, una mostra itinerante omaggio

a Fellini e la collettiva alla Galleria il Quadrivio di Grosseto.

Infine, nel luglio 2019, la prima personale dal titolo Per passione,

con tutte le sue opere, anche quelle giovanili; sia la

mostra che il catalogo sono stati oggetto di interviste e di riprese

televisive con eco sulla stampa locale e specialistica.

Di recente, alla Casa di Giotto, la Casalvalli si è impegnata

in tecniche artistiche per lei inedite: il mosaico, la scultura e

l’acquerello, e in occasione della Festa della donna nel 2019

ha condotto un laboratorio di intaglio su lino, illustrando tecnica

e pratica del disegno e del ricamo. Nel gennaio 2020 le

è stato assegnato un prestigioso attestato da parte di Toscana

TV, che va a fare compagnia ad altri riconoscimenti

conseguiti questi, invece, sul lavoro: l’encomio dell’Organizzazione

Mondiale delle Dogane ed il titolo di Cavaliere della

Repubblica, nell’anno 2010, nel corso di una cerimonia a Palazzo

Vecchio, Salone dei Cinquecento.

loretta.casalvalli@live.it

58 LORETTA CASALVALLI


Ritratti

d’artista

Mauro Mari Maris

La scoperta dell’inconscio attraverso la pittura

di Laura Belli

Nella sua lunga carriera Mauro Mari, in arte Maris, pittore

astratto fiorentino nato nel 1940, è sempre stato fedele

all’astrazione, ad eccezione degli esordi verso la fine

degli anni Sessanta, quando iniziò a dipingere in stile figurativo.

L’incontro e la duratura amicizia con Mario Schifano lo indussero

ad avvicinarsi all’Informale, corrente nata a seguito delle

enormi devastazioni e sofferenze della seconda guerra mondiale.

Non si tratta di un vero e proprio movimento ma piuttosto di

un’atmosfera che venne a crearsi in quel momento storico e che

fu caratterizzata da una forte critica verso tutto ciò che, in arte,

poteva essere ricondotto a una forma facilmente riconoscibile.

Ciò condusse poi, con decisione, verso l’astrattismo che, dopo

varie esperienze artistiche e di vita, divenne il punto di approdo

di Mauro Mari. Questo movimento era nato alla fine del XIX secolo

influenzato da numerose scoperte e innovazioni fra le quali

l’affermarsi della fotografia e il diffondersi del pensiero freudiano

con la scoperta dell’inconscio. La prima indusse gli

artisti ad esaltare, per contrasto, le peculiarità dell’arte

inaccessibili alla meccanicità, insistendo su un’interpretazione

soggettiva del reale che vede l’artista

esaltare i propri sentimenti attraverso forme, linee e colori

assemblati in immagini non figurative o profondamente

deformate dall’immaginazione e dalle emozioni.

Ecco quindi la necessità di operare una profonda introspezione,

una presa di coscienza dei propri pensieri,

sentimenti, desideri, pulsioni, angosce, e Freud, con le

sue teorie, fornisce un orizzonte nuovo tutto da esplorare.

Nei quadri di Maris permangono accenni riferibili

al reale che introducono l’osservatore in mondi fantastici

fatti di colori luminosi e contrastanti ma sempre

armoniosamente accostati con pennellate sicure, corpose,

talvolta graffianti, dove predomina il gesto curvo,

indice di fiducia, arricchimento e generosità dell’io. Creazioni

dove l’artista esprime il suo sentire più profondo

e di fronte alle quali ogni individuo rivede un po’ se

stesso. Le opere di Maris vengono spesso accostate

a quelle di Pollock ma le loro tecniche sono profondamente

diverse; certamente la creatività di entrambi ha

origine nell’Informale ma ciascuno ha preso la propria

strada, a seguito anche di vite profondamente diverse.

Tuttavia questa frase di Pollock si adatta perfettamente

anche alla pittura di Maris: «L’inconscio è un elemento

molto importante dell’arte moderna e penso che le

pulsioni dell’inconscio abbiano grande significato per

chi guarda un quadro». Per questo dovremmo sostare

a lungo davanti ad un quadro astratto, sostare e riflettere

su noi stessi in una sorta di intima meditazione.

Amore infinito, smalto su tavola, cm 40x40

www.mauromaris.it

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MAURO MARI MARIS

59


Col viola nel

cuore

A cura di

Fabrizio Borghini

Il Campionato Toscano di Guerra

nel ricordo di Egisto Pandolfini

di Fabrizio Borghini

La strepitosa vittoria della Fiorentina a Torino per 3

a 0 sulla Juventus ha dimostrato come una squadra

scesa in campo con poche possibilità di non

essere sonoramente sconfitta, sia capace di compiere un

miracolo giocando con orgoglio e col cuore. Quest’impresa

ne ha fatta tornare alla mente una analoga di tanti anni

fa quando, alla fine della stagione 42-43, i campionati

di calcio erano stati sospesi a causa degli eventi bellici.

A Firenze, dopo il passaggio del fronte nell’agosto 1944,

c’erano un’infinità di cose a cui ridar vita e fra queste le

manifestazioni sportive e allora il Comune di Firenze decise

di istituire una Commissione Comunale per la riorganizzazione

dello sport presieduta dall’avvocato Arrigo

Paganelli, nuovo presidente della Fiorentina, e fu deciso

di promuovere il Campionato Toscano di Guerra diviso in

nove gironi, sei “dell’interno” e tre “del mare” composti

da squadre di categorie diverse. Il girone B comprendeva

quelle di Firenze: Assi, Marzocco, Movimento Giovanile

Comunista e Fiorentina, ricompattata per quella competizione

dal direttore sportivo Ottavio Baccani e da Giuseppe

Galluzzi che negli ultimi tre campionati ne era stato

allenatore. Chiamarono a raccolta Egisto Pandolfini e Ivo

Buzzegoli da Lastra a Signa, Aldo Biagiotti da Sesto Fiorentino,

Giovacchino Magherini da Rufina, i fiorentini Ugo

Innocenti, Carlino Piccardi, Menotti Avanzolini, Galliano

Parigi, Roberto Pucci, Muzio Milani, Luciano Cantini che

insieme agli ormai fiorentinizzati Ferruccio Valcareggi

triestino, Pasquale Morisco barese, Romano Penzo chioggiotto,

Cinzio Scagliotti alessandrino, con orgoglio decisero

di indossare la maglia viola senza alcuna garanzia

dando dimostrazione di attaccamento alla città. Il torneo,

che si svolse dal 2 aprile al 29 luglio 1945 con la Linea

Gotica a pochi chilometri di distanza, fu equilibrato perché

i valori tecnici spesso vennero sovvertiti dalla combattività

e dall’ardore profusi in campo come dimostrò la

sconfitta dei titolati viola da parte del MGC nella partita

d’esordio. Alla lunga le differenti carature emersero e

consentirono ai viola di accedere ai quarti dove riuscirono

a superare l'agguerrita Sangiovannese ma solo grazie

al sorteggio. Esentata dal partecipare alle semifinali, la

Fiorentina fu ammessa alla finale dove affrontò l’Empoli

che aveva eliminato, nel girone D, San Miniato, Certaldo,

Castelfiorentino e Granaiolo, e poi nei quarti il Santa

Croce e in semifinale il Quarrata. La doppia sfida si giocò

Egisto Pandolfini

il 17 e il 29 giugno sul campo di Empoli, perché la stadio

del Campo di Marte era stato requisito dagli Alleati, e alla

fine i cugini furono superati per 1 a 0 all'andata e 3 a 2

al ritorno. Ma per l’assegnazione della Coppa Toscana era

prevista una finalissima regionale che si sarebbe disputata

il 29 luglio sul campo neutro di Santa Croce sull’Arno

dove avrebbero dovuto affrontarsi Fiorentina e Pro Livorno.

I ragazzi guidati da Galluzzi si batterono per conquistare

il secondo importante titolo della storia viola dopo

la Coppa Italia vinta cinque anni prima contro il Genova,

e vinsero per 3 a 1 rientrando a Firenze senza tifosi ad

aspettarli né grandi ricompense economiche ma con l’orgoglio

di aver giocato e lottato per una comune fede calcistica

e soprattutto per la città che rappresentavano in

campo. Egisto Pandolfini ha raccontato quell’avventuroso

campionato del quale pochi libri di storia del calcio si

sono ricordati: «Nel 1944 militavo nella squadra del Dopo-

60

EGISTO PANDOLFINI


lavoro Baccani che giocava al campo Padovani dove fui

notato e venni tesserato dalla Fiorentina. Cominciai ad allenarmi

con Meo Menti e Valcareggi ed era come andare a

scuola di calcio; la serie A era ormai ferma da due stagioni

quando fu organizzata la Coppa Toscana. Nelle squadre

avversarie c’erano molti fiorentini nel giro della serie

A: nel Marzocco Tre Re, che sarebbe passato alla Roma,

e Bruno Ricci che con i giallorossi aveva già esordito nella

massima serie nel 28-29, nell’ASSI gli ex viola Terzani,

Giordano Sinibaldi e Manlio Pacini mentre nei quarti

incontrammo la Sangiovannese che schierava il terzino

viola Zeffiro Furiassi. Il 29 luglio, dopo un viaggio su un

camion lungo strade disastrate e insicure, raggiungemmo

Santa Croce sull’Arno per la finalissima contro la Pro Livorno

che superammo per 3 a 1 con due gol miei davanti

a 8000 spettatori. Solo l’amore per la maglia viola ci fece

affrontare quella rischiosa trasferta e ci si dette coraggio

l’un l’altro perché eravamo anche amici fra noi. In

porta avevamo Innocenti e Cantini, riserve in prima squadra,

e in difesa i terzini titolari, il mio concittadino Buzzegoli

e Piccardi con il centromediano Avanzolini, mentre a

centrocampo c’erano Valcareggi, Scagliotti, che dopo l’esperienza

in viola aveva indossato le maglie della Juventus

e del Milan ma la nostalgia l’aveva riportato a Firenze,

Parigi e Milani, fra i migliori prodotti del vivaio viola, affiancati

da Pucci, fiorentino classe ʼ21 che aveva giocato

in serie C nell’Arezzo e dal 1947 avrebbe giocato in B nel

Piacenza. All’attacco, con me, Morisco, Magherini, il Pecca

Biagiotti e Penzo...».

Ferruccio Valcareggi in maglia viola

Menotti Avanzolini

La formazione della Fiorentina che affrontò la stagione 1945-46 dopo la vittoria del Campionato Toscano di Guerra. Da sinistra in piedi: Eliani,

Piccardi, Buzzegoli, Griffanti, l’allenatore Bigogno, Menti II, Caciagli, Della Rosa, Magli; da sinistra accosciati: Micheli, Rallo, Gei, Biagiotti, Gritti.

EGISTO PANDOLFINI

61


Il super tifoso

Viola

A cura di

Lucia Petraroli

Ciccio Baiano

Il presente della Fiorentina nell’intervista all’ex attaccante viola

di Lucia Petraroli

È

Ciccio Baiano il super tifoso viola di questo mese. Tutti

ricordano la coppia Batistuta-Baiano che, a suon di

gol, ha portato più volte la Fiorentina degli anni Novanta

ai primi posti della classifica e nella bacheca viola coppe

importanti come la Coppa Italia 1995/96 e la Supercoppa Italiana.

Merito di una squadra ricca di campioni come Oliveira e

Rui Costa che hanno scritto pagine indelebili della storia viola.

I cinque anni vissuti in maglia gigliata dall’ex attaccante Ciccio

Baiano hanno creato un legame ed un’appartenenza profondi

nei confronti di Firenze e della sua squadra, tuttora molto forte.

Come giudichi il momento in casa Fiorentina?

È un momento delicato, la classifica preoccupa. Si è passati

dai fasti della partita contro la Juventus a quella bruttissima

contro il Napoli. Bisogna guardarsi negli occhi, parlarne

in modo anche duro per uscire da una situazione che va avanti

ormai da troppo tempo.

Da dove nascono i problemi?

Sono problemi che ci portiamo avanti da tempo, l’attaccante

e il playmaker mancano dall’anno scorso: vedremo poi il

mercato come si concluderà. Abbiamo due giocatori molto

importanti in scadenza di contratto come il capitano Pezzalla

e Milenkovic e alla base c’è una programmazione societaria

sbagliata, non ci si può permettere di portare a scadenza

due giocatori così. Il direttore sportivo ha le sue colpe nella

costruzione di questa squadra. Abbiamo scaricato un allenatore

come Iachini additandolo come un incapace ma sono i

giocatori che fanno vincere le partite, non gli allenatori.

L’attacco è sotto la

lente di ingrandimento?

L’attacco viola deve

avere caratteristiche di giocatori alla Ibrahimovic. Se hai un

attaccante che non tira mai una palla verso la porta avversaria

e un centrocampista che sta a 25 metri dalla porta è

impossibile segnare. Vlaovich deve giocare accanto ad una

seconda punta.

Prandelli è il tecnico giusto per questa Fiorentina?

È ciò che fai quello che conta non quello che hai fatto. Capisco

l’importanza per Firenze di vincere una partita contro la

Juventus, ma non basta. Preferivo perdere quella partita ma

vincere tutte le altre, oggi avremmo punti in più. Ci sono problemi

che non puoi nascondere.

Come giudichi la gestione Commisso?

Il calcio è cambiato. Prima le cose erano più facili. Se oggi

non crei risorse non puoi spendere. Aveva molte ambizioni

Commisso quando è arrivato ma credo gli abbiano già fatto

passare la voglia. Senza stadio nuovo e centro sportivo non

puoi creare introiti. Abbiamo uno sponsor che è della società

stessa per immettere ancora più soldi nella Fiorentina. Se fai

un fatturato di 100 euro, oggi ne puoi spendere 70.

D’accordo con Commisso sulla questione stadio?

Sono d’accordo con Commisso, per

me è follia pura. Se sono Commisso

e metto i soldi per rifare lo stadio

non è possibile poi che siano gli altri

a decidere come farlo. Farà bene

ad andare a realizzarlo dove meglio

crede. Una persona con tanto entusiasmo

non può essere demolita cosi

nelle sue idee.

Il ricordo più bello che hai in maglia

viola?

Ciccio Baiano (ph. courtesy www.tuttocalciogiovanile.it) In maglia viola nel ruolo di attaccante nella stagione 92-93

La Coppa Italia sicuramente. Io ero infortunato

nella finale, ma fino alla semifinale

ho accompagnato la mia

squadra. Una Fiorentina che ha portato

un traguardo importante in bacheca.

62 CICCIO BAIANO


Le professioni

del XXI secolo

Edmond De Parentela

Vent’anni, blogger ed influencer

È l’identikit del giovane ”inventore” di T.O.D., il blog per scoprire in maniera nuova

e coinvolgente i tesori della Toscana

di Jacopo Chiostri

La scomparsa di tanti mestieri tradizionali, i nuovi saperi

e le enormi potenzialità del mondo digitale ormai da

tempo tengono a battesimo professioni intraprese, in

genere, da giovani che riescono a trasformare quello che magari

inizia come un hobby in un’occupazione a tutti gli effetti.

È il caso di Edmond De Parentela, ventenne influencer e blogger

che vive a Pisa e che ha creato un blog dedicato ai viaggi

e al turismo con un taglio inedito ed accattivante. Team Ocean

Discovery (T.O.D.) si chiama il blog dove, oltre ad un trailer

e ad una presentazione personale di Edmond, si possono

visualizzare i video finora realizzati e dedicati alla vita di Galileo

Galilei, alla chiesa di San Michele degli Scalzi e alla Cittadella

Nuova entrambe a Pisa. Ai video e al blog si accede

da YouTube, Facebook, Instagram e Twitter e ovviamente lo

si raggiunge da qualunque parte del mondo, perché questa è

Il giovane Edmond De Parentela in un frame tratto da uno dei suoi video

la forza di un progetto che

gira in “rete”, la possibilità

cioè di fruirne da ogni latitudine

e in qualsivoglia orario.

Tutto ciò è decisivo per

un progetto come questo,

in quanto l’utente ultimo è il

turista di tutto il mondo che

vuole informarsi e scegliere

cosa visitare prima di organizzare

il proprio viaggio: T.O.D. si propone di informarlo anche

sugli itinerari e sul patrimonio artistico meno conosciuti.

La prima impressione che si ricava parlando col giovanissimo

blogger, è che la carta vincente di questo tipo di comunicazione

sia la semplicità e l’immediatezza del messaggio, composto,

quest’ultimo, da un mix di immagini e di parlato. A fare la

differenza, insomma, non è l’originalità a tutti i costi, né certe

astrusità che in definitiva, dopo il primo impatto, lasciano il

tempo che trovano, ma la qualità – di taglio giornalistico – del

prodotto offerto all’utente del blog. La stessa scelta di occuparsi,

per ora, della Toscana va in questa direzione. «La Toscana

– spiega De Parentela – offre un numero sconfinato di

luoghi da raccontare, spesso dimenticati dai circuiti cui attingono

i turisti e i viaggiatori, e poi è un buon “rodaggio” perché

dà la possibilità di maturare esperienza sul campo, con il vantaggio

di muoversi su di un territorio familiare». Ma come si

realizza un video come quelli pubblicati sul blog T.O.D.? «I passaggi

sono quattro – spiega il giovane blogger -, il primo è uno

studio a carattere storico della location scelta come soggetto,

il secondo un sopralluogo del sito, il terzo le riprese, il quarto,

ma non ultimo in ordine di importanza, il montaggio del filmato».

Come si vede, niente di segreto, e ovviamente si torna a

quanto dicevamo: la qualità è l’unica variabile che differenzia

la comunicazione. A rendere più accattivante lo scorrere delle

immagini, contribuisce, in questi video, l’accompagnamento

di letture di poesie di autori conosciuti e importanti che getta

un ponte tra suggestioni diverse ed esalta il collegamento col

genius loci. In ultimo, la ricetta con cui De Parentela intende

percorre la propria strada nel mondo certo non scarso di concorrenza

di questi strumenti di comunicazione: «La vera arma

vincente sarà la capacità di emozionare e coinvolgere il pubblico,

riuscire a farlo con stile sarà poi il vero valore aggiunto».

teamoceandiscovery.blogsot.com

Team Ocean Discovery

@teamoceandiscovery

EDMOND DE PARENTELA

63


Toscana

a tavola

A cura di

Franco Tozzi

Trabaccolara viareggina

Un primo piatto marchigiano “trapiantato” in Toscana

di Franco Tozzi

La ricetta di cui parliamo questo mese è la trabaccolara

viareggina, un primo piatto con una storia che

merita di essere raccontata. Alla fine della prima

guerra mondiale il Mar Adriatico era infestato dalle mine

lasciate in mare dalle varie nazioni. Inoltre, le coste erano

diventate talmente poco profonde da rendere difficile la pesca

di cabotaggio fatta con i “trabaccoli”, piccole imbarcazioni

tipiche dell’Adriatico. I pescatori di San Benedetto del

Tronto non si scoraggiarono: moltissimi di loro caricarono

navi e famiglie e si trasferirono a Viareggio, che all’epoca

era una zona di marinai ma non di pescatori, e qui fondarono

una grossa colonia marchigiana. È stato un fatto molto

particolare ed ancor più particolare è stata la perfetta unione

tra le due comunità. Ma come nasce la trabaccolara?

Questo nome fu dato al piatto dai viareggini ispirandosi al

nome delle barche,

i trabaccoli, ormeggiate

in darsena.

La trabaccolara è

un sugo tipico delle

mense dei pescatori

marchigiani

che veniva preparato

con il pesce non

Accademia del Coccio

Lungarno Buozzi, 53

Ponte a Signa

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www.accademiadelcoccio.it

info@accademiadelcoccio.it

vendibile perché

troppo piccolo o sciupato (“la muccigna” in viareggino) e

l’aggiunta di un po’ di pomodoro fresco (anzi preferibilmente

ancora acerbo). Sarebbe quindi una specie di cacciucco

usato però per condire la pasta di vari formati, anche se

l’abbinamento migliore è con gli spaghetti.

La ricetta: trabaccolara viareggina

Ingredienti:

800 gr. di filetti di triglia, gallinella, scorfano, pesce ragno,

acciughe, sardine (consigliata la scelta di pesce povero)

350 gr. di spaghetti

3 pomodori non troppo maturi

300 gr. di brodo di pesce

1 bicchiere di vino rosso

2 spicchi d’aglio sgusciati e schiacciati

1 cipolla

1 ciuffo di prezzemolo

peperoncino in polvere

olio d’oliva q.b.

sale

Sfilettare i pesci, e preparare il brodo di pesce con teste,

lische e altri scarti. In una padella fare un soffritto con

prezzemolo, aglio, cipolla e peperoncino. Aggiungere i pomodori

spellati e senza semi al soffritto; appena l’acqua

dei pomodori è evaporata, versare lentamente il vino. Una

volta assorbito, aggiungere il pesce sfilettato, salare e lasciare

cuocere a fuoco vivo. Quando il pesce è schiarito,

schiacciarlo con la forchetta. Far cuocere intanto la pasta

e versarla ancora al dente nella padella con il sugo,

aggiungendo lentamente il brodo di pesce e portando a fine

cottura. Il piatto va servito con l’aggiunta del restante

trito di prezzemolo.

Ph. courtesy www.larepubblica.it

64

TRABACCOLARA VIAREGGINA


A cura di

Paolo Bini

Arte del

Vino

Fattoria Betti: un angolo di buona tradizione

Testo e foto di Paolo Bini

Ogni angolo di Toscana riserva

memorie, natura e tesori

da scoprire. Quando si parla

di vino è bene essere chiari sul concetto

che, qualsiasi itinerario scegliereste,

nella nostra regione trovereste

ovunque un’esperienza da vivere, una

testimonianza del passato e una collina

di vigneti dove crescono uve che

danno vino buono. Sapevate che, nel

comune di Quarrata, esiste ancora

una cantina in stile Liberty del 1903,

nata all’epoca appositamente per la

vinificazione e che probabilmente è

l’unica struttura del genere rimasta

in Europa? Il “cantinone” è oggi il centro

del lavoro di Fattoria Betti dove i

fratelli Guido e Gherardo da inizio anni

2000 hanno deciso di produrre vino I vini di Fattoria Betti

di alta qualità nell’area del Montalbano.

Poco distante da Artimino e dai tradizionali luoghi vinicoli

di Carmignano, in questo angolo di natura a pochi chilometri

da Pistoia, i fratelli Betti ne hanno compreso il grande potenziale

affiancando alla produzione olearia quella vinicola. Per fare

qualità servono però lavoro, ricerca e investimenti. Ecco che, attorno

alla suggestiva cantina “Liberty”, sono state così impiantate

in 26 ettari le viti di sangiovese, trebbiano e canaiolo ma

anche quelle di cabernet sauvignon, merlot e chardonnay. Oggi

le 60.000 bottiglie prodotte sono consumate nel canale ho.re.

ca. nazionale o esportate all’estero, a dimostrazione di una piacevolezza

condivisa a casa e oltre confine. Fattoria Betti ha in

progetto di concentrarsi sempre più sull’attività vinicola, culturale

e ricettiva: il luogo è suggestivo e si presta bene anche per

simposi conviviali; i loro vini sono già molto apprezzati perché

ben calibrati dopo un’estrema cura dell’uva in vigna e cantina.

Nel calice si contraddistinguono per vivacità e bevibilità bilan-

Finestra sulle vigne del Montalbano di Fattoria Betti

ciata fin da subito, puntando più a un consumo nel breve e medio

periodo piuttosto che dopo il lungo invecchiamento.

Intrigante il Toscana Bianco IGT Creto de’ Betti che unisce gli aromi

dello chardonnay alla solidità del trebbiano: ne esce un succo

pimpante, fresco che sa di mela, agrumi, erbe e noce e che sposa

benissimo antipasti e bocconcini di entrata. Il Chianti Montalbano

DOCG è un rosso equilibrato, territoriale, dalle sensazioni

di viola, mora e ribes in confettura con l’alcol percettibile ma ben

integrato in tannini setosi e gusto lunghissimo con uno strepitoso

rapporto qualità/prezzo. Nel Rosso di Toscana IGT Prunideo,

l’aggiunta di cabernet sauvignon al sangiovese dona un’espressività

regale con maggior corposità e le note di mora, amarena,

liquirizia che si intersecano perfettamente con secondi piatti

strutturati della nostra cucina. Il bello e il buono sono ovunque,

a voi saperli scovare anche con i nostri spunti.

La cantina in stile Liberty

FATTORIA BETTI 65


Matteo

Pierozzi

Cesellando il mito

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A cura di

Manuela Ambrosini

Di-segni

astrologici

Acquario

Anticonformista e ottimo comunicatore, è

il segno più indipendente dello Zodiaco

di Manuela Ambrosini

Amico dell’Acquario, le note della tua canzone preferita

devono essere originali e brillanti perché tu sei l’anticonformista

per eccellenza! Anche se la tua mentalità

dovesse essere di tipo tradizionale, a causa del vissuto socio-familiare,

certamente avrai modellato la tua vita con un tema

affine allo straordinario: tu non puoi essere banale, mai. Di

sicuro è piacevole starti a fianco in amicizia, hai una notevole

abilità nel creare e mantenere le basi di un gruppo, sia esso

di amici, colleghi o parenti. Possiedi la qualità di rendere

la comunicazione fluida e sai tenere insieme le persone, senza

far sentire nessuno obbligato ad esserci. Nelle riunioni di

gruppo vietata la pesantezza. Il terreno su cui puoi sentirti incerto

è quello emotivo: quando l’atmosfera si fa troppo ricca

Salvatore Sardisco, Acquario - Linearismo continuo (2020), biro su carta, cm 33x24

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di sentimenti, tu fai fatica a restare. La strategia del dileguarti

silenziosamente, non visto, è una delle abilità che ti conferisce

l’aria, elemento del tuo segno. Puoi volare letteralmente via

dalle zone sovraccariche di emozioni, a meno che tu non abbia

una Luna in Cancro, Scorpione o Pesci nella tua Carta del cielo

di nascita. Pensare di poterti tenere al laccio è, per chiunque e

per quanto tu possa amarlo/la, un’utopia. Tu hai bisogno di “briglie

lunghe”, anzi non le sopporti affatto, devi poterti muovere

in completa libertà: allora potresti anche decidere di rimanere

insieme a quella persona per sempre, custodire la sensazione

che sia una tua scelta momento per momento è fondamentale

per te. Sei il maestro del cuore che dice: «In questo momento,

ti amerò per sempre». Grandi insegnamenti possono venire da

te per quelli che soffrono di dipendenze; c’è da prestare attenzione,

comunque, da parte tua, a quel calore che potrebbe mancarti

all’interno se non hai qualche pianeta personale in segni di

fuoco. Quando la mente è così brillante, si possono raggiungere

ampi traguardi in campo scientifico e intellettuale, si rischia,

però, di diventare così distaccati da mancare il bersaglio quando

si tratta di condivisione nella vita di coppia. Per te la verità

è una grande goccia lucente attraverso la quale osservi il mondo

e ti rilassi nel progettare e fantasticare sul futuro che verrà...

Astrologa, professional counselor, facilitatrice in costellazioni

familiari, è fondatrice del metodo di crescita personale Oasi di

Luce e insegnante di Hatha Yoga. Vive e lavora a Monsummano

Terme, effettua incontri individuali di lettura del tema natale astrologico

e di counseling ed è insegnante del corso online di astrologia

umanistica Eroi di Luce.

+ 39 3493328159

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Solis

Manuela coccole per l’anima

ACQUARIO

67


Gabriele

Bigi

I tanti volti della scultura

1

gabriele.bigi1@libero.it

2

4

1 Bimbo assonnato, legno di bosso, h cm 25

2 Il satiro, terracotta, h cm 30

3 Indiana anziana, terracotta bronzata, h cm 35

3

4 Il bacio, legno di ciliegio, h cm 50


A cura di

Aldo Fittante

La tutela

dell'ingegno

Concept Store

Per la Cassazione sono opere d’arte e godono del diritto d’autore

di Aldo Fittante

Arredamento, design, luci, musica, profumi ed altri elementi,

combinati tra di loro secondo le più moderne

tecniche di marketing sensoriale, conferiscono nel loro

insieme ai punti vendita delle più note catene commerciali

un’atmosfera unica e inconfondibile, in grado di creare per il

cliente una sensazione di esplorazione e di scoperta. Si tratta

del “concept store”: una formula ormai adottata da tutti i

più blasonati brand del commercio al dettaglio, i cui store monomarca

sono contraddistinti da precisi ed inconfondibili connotati

distintivi, adesso riconosciuti come tali anche dalla

giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione. Una recente

sentenza della Cassazione ha infatti risolto positivamente

la questione dell’applicabilità ai concept store della protezione

prevista dal diritto d’autore. Si tratta della sentenza della

Suprema Corte n. 8433 del 30 aprile 2020 che – pronunciata

a chiusura di una controversia che ha visto la nota catena

di commercio al dettaglio di cosmetici Kiko contrapposta ad

un’altrettanto nota concorrente del settore (Wycon) – si segnala

per aver riconosciuto al particolare layout/arredamento

Kiko la protezione come progetto di architettura, riscontrando

in esso la creatività necessaria per accedere alla tutela prevista

dall’art. 2 n. 5 della Legge sul Diritto d’Autore (L. n. 633

del 1941). Nel caso di specie la tutelabilità tramite la protezione

per diritto d’autore è stata confermata dal Giudice di legittimità,

dopo che sia il Tribunale di Milano (nel 2015) sia la

Corte d’Appello meneghina (nel 2018) avevano riconosciuto

l’operatività di tale tipologia di protezione. La Cassazione ha

ratificato in particolare l’accertamento che avevano compiuto

i giudici di merito milanesi, ribadendo che per assurgere al li-

vello di creatività necessaria affinché allo stesso possa essere

accordata la protezione autorale, il concept store deve sostanziarsi

come: «Organizzazione dello spazio risultante dalla precisa

combinazione d’insieme di elementi che, pur comuni ove

singolarmente esaminati, risulti nell’insieme originale, in quanto

dotata di quel minimo di apporto creativo idoneo alla sua

promozione per l’accesso alla tutela autorale e in quanto frutto

non di scelte di carattere funzionale e banali». Quanto sopra in

riferimento al “format” dell’arredamento dei negozi Kiko, ritenuto

caratterizzante dai giudici milanesi, che ne hanno in particolare

valorizzato le materiali caratteristiche rappresentate da:

«Ingresso open space, con ai lati due grandi grafiche retroilluminate,

all’interno espositori laterali consistenti in strutture

continue ed inclinate lungo le pareti, isole a bordo curvilineo

posizionate al centro del negozio, presenza di numerosi schermi

TV incassati negli espositori inclinati, utilizzazione di combinazioni

di medesimi colori, bianco, nero, rosa/viola, e punti

di illuminazione che diffondono luci fredde». La sentenza della

Suprema Corte – che ha ritenuto altresì sussistente l’illecito di

concorrenza parassitaria da parte di Wycon per avere quest’ultima

adottato un layout “impressionantemente” simile a quello

di Kiko – rappresenta sul piano giuridico un’importante novità

nel panorama delle opere suscettibili di essere protette sulla

base della tutela riservata alle opere dell’ingegno. Mentre in

precedenza la protezione del layout/arredamento era ottenibile

soltanto tramite la tutela per disegno o modello, la Suprema

Corte ha aperto la strada ad una protezione, quella autorale,

svincolata da formalità burocratiche e con una durata ben più

estesa nel tempo.

L'interno di uno degli store di Kiko in Italia

CONCEPT STORE

69


Eccellenze toscane

in Cina

A cura di

Michele Taccetti

Emme Gel

Dal 1974 l’eccellenza dell’ittico surgelato a Firenze

Grazie all’accordo con China 2000, nei prossimi mesi l’azienda si aprirà

al mercato cinese

di Michele Taccetti

Se nove italiani su dieci consumano abitualmente alimenti

surgelati più di un motivo ci sarà: pratici, sicuri,

di qualità e dall’elevata “shelf life”, questi cibi rispondono

perfettamente alle tendenze che imperano nel settore

alimentare e il Covid non ha fatto altro che metterne in risalto

i punti di forza, affibbiando alla categoria un ruolo da protagonista

durante il 2020. L’ittico surgelato, in particolare, rappresenta

uno dei segmenti più rilevanti del “frozen” ed è in

continua ascesa: nell’autunno scorso si registrava oltre 1 miliardo

di euro di giro d’affari (fonte: Nielsen, tot. Italia). «Con

la chiusura dei canali del fuoricasa, i consumi dei surgelati

si sono riversati nella grande distribuzione», afferma Marco

Martelli, amministratore unico di Emme Gel, azienda fiorentina

fondata nel 1974. «I trend di mercato – prosegue Martelli

– vedono un’accelerazione costante di tutti i segmenti del

comparto, in particolar modo dell’ittico, il nostro “core business”,

con buone performance e crescite fino al 30%. Il nostro

assortimento si compone principalmente di referenze di

pesce, sia al naturale sia ricettato, con piatti pronti da riattivare

nelle tre modalità: microonde, forno tradizionale, padella.

Negli ultimi anni abbiamo ampliato la nostra visione della

gamma producendo anche piatti pronti che nascono da ri-

Da sinistra, Marco Martelli con Michele Taccetti, amministratore unico di China 2000

cette casalinghe riportate

nella produzione industriale.

La nostra lista ingredienti

non prevede nessun

conservante, colorante, addensante

o aroma artificiale

in genere, solo ingredienti

assolutamente naturali. In

questa tipicità si inseriscono

delle ricette tradizionali

quali: baccalà alla livornese,

cacciucco, baccalà alla

vicentina e tutta la linea

dei Veloci e Gustosi. Piatti Marco Martelli, amministratore unico

pronti che abbinano la genuinità

e l’alta qualità al ser-

di Emme Gel

vizio del consumatore moderno, che non ha molto tempo a

disposizione per mettersi ai fornelli ad elaborare ricette di

per sé complicate. Le ultime novità che abbiamo lanciato non

riguardano tipologie di prodotto, bensì tipologie di “packaging”:

stiamo abbracciando la sostenibilità ambientale, siamo

stati i primi in Italia a produrre filetti di pesce in busta di

carta completamente riciclabile, inoltre,

stiamo mettendo a punto nuove

ricette di piatti pronti in collaborazione

con grandi chef nazionali. L’azienda

commercializza i suoi prodotti con

il marchio Meno30 ed è un partner di

riferimento per le più importanti insegne

della Gdo. Abbiamo iniziato alcuni

anni fa a produrre “private label” ed

attualmente collaboriamo con Coop

Italia, Esselunga, Despar, Crai, MD discount,

Penny Market, Eurospin, Aldi,

Todis, etc.. L’incidenza della “private

label” sul nostro fatturato è del 35% a

valore, i punti di forza della produzione

a marchio privato sono la grande fidelizzazione

della clientela e la quota

di mercato costantemente in crescita

per questo tipo di prodotti. Una volta

stabiliti i capitolati, siamo in grado

di fornire un servizio sempre costante

e adeguato agli standard richiesti

dalla grande distribuzione, soprattut-

70

EMME GEL


to in termini di qualità, precisione e servizio. Nel 2019 abbiamo

strutturato ulteriormente il gruppo istituendo la Martelli

Group Spa, una holding a capo delle due operative Emme Gel

e Frigo Gel, e abbiamo conseguito la certificazione di qualità

IFS Broker vers.2 con il punteggio High Level 95,94%, un riconoscimento

al metodo di lavoro che il team del nostro Ufficio

Qualità mette ogni giorno a disposizione dei nostri clienti e

che concede sempre più garanzie su quanto offriamo ai consumatori.

Nel 2020 il nostro giro d’affari ha raggiunto i 35 milioni

di euro (+32 %) nella grande distribuzione. Siamo molto

soddisfatti di questo risultato

perché arriva in un anno pieno

di incertezze e difficoltà a

causa del Covid: l’essere riusciti

a mantenere fede agli impegni

presi con i nostri clienti

è il nostro più grande successo».

Anche per il futuro prossimo

Emme Gel ha già impostato

la sua rotta di navigazione: «Le

sfide per lo sviluppo dei prodotti

negli anni a venire – sottolinea

Martelli – andranno

nelle direzioni della sostenibilità,

degli investimenti tecnologici

per abbattere l’impatto

ambientale del nostro comparto

e delle energie alternative

per la produzione e il mantenimento

del freddo dei prodotti.

Con l’inizio di questo anno abbiamo

iniziato una collaborazione con la società China 2000

per l’apertura al mercato cinese: il programma a medio termine

si pone l’obiettivo di sviluppare vendite e collaborazioni

al fine di stabilire e consolidare una presenza commerciale

stabile e duratura in uno dei mercati più importanti a livello

mondiale per il consumo di pesce. Con la nostra linea di piatti

pronti tipici della nostra regione vogliamo esportare in Cina,

tra l’altro, i piatti tipici toscani, certi che il consumatore cinese

apprezzerà la nostra qualità e i sapori della nostra regione,

famosa nel mondo anche per le proprie tradizioni culinarie».

Amministratore unico di China 2000 SRL e consulente per il

Ministero dello Sviluppo Economico, esperto di scambi economici

Italia-Cina, svolge attività di formazione in materia di

marketing ed internazionalizzazione.

michele.taccetti@china2000.it

China 2000 srl

@Michele Taccetti

taccetti_dr_michele

Michele Taccetti

EMME GEL

71


Arte del

gusto

A cura di

Elena Maria Petrini

Tecnici e maestri assaggiatori

ONAS ai tempi del lockdown

Testo e foto di Elena Maria Petrini

Si è concluso lo scorso 31 gennaio

il corso online per “maestro assaggiatore”

realizzato dall’Organizzazione

Nazione Assaggiatori di Salumi

(ONAS). Si è trattato dell’ultimo di una serie

di corsi che ha portato alla formazione

dei primi diplomati “Maestri assaggiatori”,

esperti in analisi sensoriale pronti a

divulgare, in maniera “etica”, la cultura

dell’assaggio dei salumi partendo dalla

storia e dalle tradizioni e collegandoli, infine,

al territorio di provenienza. Molto importante

il valore etico visto che il titolo

ottenuto non potrà essere utilizzato per fini

economici o per scopi commerciali o di

lucro. Sin dai primi mesi del lockdown, la

presidente nazionale ONAS, Bianca Piovano,

ha creduto fortemente nella didattica

a distanza, tanto da favorire la creazione,

con il supporto dello studio informa-

Bianca Piovano, presidente nazionale ONAS

Natura morta con prosciutto, pane, cardi e salumi (inizio secolo XVIII), Villa Medicea di Poggio a Caiano

72

TECNICI E MAESTRI


Giorgio de Chirico, Natura morta con salame (1919), olio su tela, GAM

tico dell’ingegner Romano Bertinetto, di una piattaforma su

misura per lo svolgimento di ben 16 corsi, con degustazioni

ed esami da remoto, iniziati a maggio scorso e terminati dopo

nove mesi. Questa iniziativa ha portato alla formazione di

243 Tecnici assaggiatori di salumi e 52 Maestri assaggiatori

provenienti da tutta Italia ma anche Lituania, Romania, Australia

e Stati Uniti. Il percorso formativo ha previsto lo studio

di elementi di fisiologia degli organi di senso per la costituzione

di panel di analisi sensoriale e la conoscenza dei prodotti

di salumeria crudi, cotti, spalmabili, come DOP, IGP ed

altre specialità italiane. Tra i temi affrontati a lezione le neuroscienze

applicate, con tecniche comunicative per tradurre

le sensazioni dell’esperienza linguistica ad alto impatto emotivo,

e lo studio di alcuni salumi italiani come quelli di Lombardia,

Sardegna, Tuscia, Calabria, Toscana e del Piacentino.

Ospiti i consorzi e le associazioni di tutela: per la Lombardia

è intervenuto Fabio Bergonzi, presidente del Consorzio

di tutela del salame di Varzi DOP, per la Toscana Emore Magni,

direttore del Consorzio di tutela prosciutto toscano DOP

e la consigliera Alessandra Gerini, Carlo Conti dell’Associazione

di tutela della mortadella di Prato IGP e la consigliera

Sue Ellen Mannori, Francesca Grillo responsabile della Confartigianato

Imprese Prato, la vicepresidente Antonella Gerini

del Consorzio di tutela finocchiona IGP ed il direttore Francesco

Seghi, e infine Fausto Guadagni presidente dell’Associazione

di tutela del lardo di Colonnata IGP e la consigliera

Federica Menconi. Tra i salumi in assaggio, recapitati sottovuoto

a casa dei corsisti per le degustazioni avvenute con la

regia del vicepresidente nazionale ONAS Roberto Pisano, del

segretario generale Chiara Cravero e degli altri relatori ONAS,

ricordiamo: salame cotto all’Aleatico (presidio Slow Food),

salame alla birra, salame di Montisola, prosciutto crudo bergamasco

il Botto, salame di Varzi DOP, coppa piacentina DOP,

lardo, soppressata e salsiccia del suino nero di Calabria, prosciutto

toscano DOP, finocchiona IGP, mortadella di Prato IGP

e lardo di Colonnata IGP.

TECNICI E MAESTRI

73


Movimento

Life Beyond Tourism

Travel To Dialogue

Dall’interazione virtuale ai viaggi reali:

come ci muoveremo nel 2021?

Pianificare il proprio viaggio dei valori Life Beyond Tourism

Florence in the World, the World in

Florence: una mostra interattiva

per viaggiare virtualmente

Firenze oggi, come tanti centri di cultura,

attende di riprendere ad accogliere visitatori

da tutto il mondo amanti delle sue

bellezze e stile di vita. Si apre l’11 febbraio

la tappa fiorentina della mostra internazionale

Florence in the World, the

World in Florence all’Auditorium al Duomo

di Firenze (via de’ Cerretani 54/r),

promossa dalla Fondazione Romualdo

Del Bianco, organizzata dal Movimento

Life Beyond Tourism Travel to Dialogue, in collaborazione

con il partner Europromo. La mostra, composta da 14 pannelli

interattivi con fotografie a cura di Corinna Del Bianco,

racconta Firenze con gli scorci paesaggistici ed i particolari

architettonici colti dall’occhio di chi è cresciuto in questi

luoghi.

Al valore narrativo e artistico aggiungiamo in questo progetto

l’innovazione della tecnologia NFC: il visitatore avrà

accesso a contenuti di approfondimento avvicinando il

proprio smartphone al pannello dove potrà visualizzare le

informazioni tecniche sulle fotografie, cenni storici, suggerimenti

su cosa vedere nei dintorni, modi di dire e i piatti tipici

del patrimonio culturale della città.

Infine il visitatore potrà diventare protagonista della mostra

inviando una foto per descrivere a suo modo il suo territorio

e contribuire quindi alla sua descrizione.

Microsguardi® da… per vivere altri luoghi del mondo

Come funziona la mostra

Florence in the World, the World in Florence: uno dei trittici fotografici della mostra

Attualmente la mostra è in esposizione presso la Ivanovo

State Univesity (Russia), la Riga Technical University (Lettonia),

la European Humanities University a Vilnius (Lituania),

la Durham University (Regno Unito) e altre istituzioni sono

pronte ad allestirla nelle prossime settimane: la UCLGA-United

Cities and Local Governments of Africa (Marocco), la

Tambov State University (Russia), l’Azerbaijan Architecture

and Construction University di Baku e l’Azerbaijan Tourism

Management University (Azerbaijan), la Maputo University

(Mozambico), la State Higher Vocational School (College of

Professional Studies) a Racibórz (Polonia). Il progetto della

mostra è nato nel 2019 allo scopo di custodire e – soprattutto

– alimentare un legame di affetto, ammirazione e attrazione

messo a dura prova in questi lunghi mesi di isolamento, e

generare un rinnovato stimolo a rivivere quelle emozioni che

soltanto la nostra città sa suscitare. Si crea così un circuito

di condivisione e conoscenza dei territori secondo l'ottica di

Life Beyond Tourism, che darà vita a una versione dell’esposizione

che sarà allestita con tutti i contributi provenienti dalle

varie sedi che la ospiteranno nel tempo con i Microsguardi®

da… come occasione per visitare virtualmente il mondo

attraverso gli occhi dei residenti e acquisire uno sguardo

privilegiato. Da Firenze quindi parte un’iniziativa globale

nel nome della consapevolezza identitaria, della reciproca

conoscenza, del rispetto e del

viaggio come fautore di dialogo

interculturale divenendo

così Life Beyond Tourism

- le Città del Dialogo©. Per conoscere

i dettagli del progetto

e avere le informazioni per

poterla visitare vi invitiamo a

consultare il sito: https://www.

lifebeyondtourism.org/it/florence-in-the-world-the-world-in-florence-a-firenze-a-febbraio/

74

MOVIMENTO LIFE BEYOND TOURISM TRAVEL TO DIALOGUE


Come sarà riprendere a viaggiare alla luce degli

ultimi avvenimenti scientifici per contrastare la

pandemia che ha fermato le attività quotidiane e

ha segnato profondamente le nostre vite?

Life Beyond Tourism presenta l’artista

del mese: Daniela Cappellini

Daniela Cappellini è un’artista

eclettica. Dipinge su

tela e su moltissimi altri

materiali tra i quali pelle,

tessuto, eco pelle, legno

e ceramica. Onorevole

Senatrice dell’Accademia

Medicea e presidente

dell’associazione culturale

Tusco Artis, Daniela

ha ricevuto molti riconoscimenti

tra cui il premio

Cultura Donna dell’associazione

Toscana Cultura,

il premio del “Torrino”

di Firenze nel 2016 ed è

stata vincitrice della selezione

premio “Pitturiamo

città di New York”.

https://www.lifebeyondtourism.org/it/ourartists/daniela-cappellini/

L’approvazione e distribuzione del vaccino contro il Covid-19

rappresenta un passo importante a livello scientifico

e una speranza per il futuro.

Torneremo a viaggiare? Sicuramente sì.

Sarà tutto come prima? Certamente no.

E allora come possiamo pensare di ripartire dove ci siamo

fermati? A noi piace pensare che ci sarà un nuovo inizio.

Il 2020 ci ha aiutato a riflettere su cosa fosse giusto e

cosa fosse sbagliato, su cosa fosse necessario e cosa superfluo.

Con questa consapevolezza riprenderemo a vivere

nuove vite e anche a viaggiare. Ecco che il “viaggio

del valori” del Movimento Life Beyond Tourism Travel to

Dialogue alla scoperta dell’autenticità dei territori, nel rispetto

delle culture tradizionali, rappresenta una chiave di

lettura importante per i viaggiatori.

Ma cosa significa concretamente? Come possiamo creare

il nostro viaggio dei valori?

Ci sono 5 caratteristiche principali del “viaggio dei valori”

Life Beyond Tourism che i viaggiatori possono cogliere

per un’esperienza unica e autentica:

1. ricercare l’arte e l’artigianato locale

2. scoprire i musei del territorio: dai più famosi a quelli

meno conosciuti e naturali

3. instaurare un dialogo con gli abitanti del luogo

4. immergersi nella cucina tradizionale

5. rispettare l’ambiente

Questi elementi combinati tra loro portano il viaggiatore a

sostenere l’economia del territorio e a promuovere attività

virtuose in altri potenziali viaggiatori. Essere curiosi

e conoscere tutto questo consente al viaggiatore di scoprire

un patrimonio umano e culturale davvero eccezionale

utile per poter cogliere l’essenza del luogo. Il “viaggio

dei valori” tiene conto anche del rispetto per la Terra preservandola

il più possibile, promuovendo e adottando atteggiamenti

a basso impatto ambientale. Bastano dei

semplici gesti quotidiani: seguire le regole della raccolta

differenziata, non abbandonare mai i rifiuti, utilizzare materiali

riciclabili, prediligere l’utilizzo dei mezzi pubblici,

muoversi a piedi o in bici. Tutti atteggiamenti virtuosi che

un viaggiatore Life Beyond Tourism conosce e promuove.

In attesa di partire verso mete alternative e inusuali per il

nostro 2021, non ci resta che iniziare a pensare a ciò che

ci piacerebbe vedere e conoscere. E allora perché non lasciarci

ispirare dai percorsi del blog del Movimento Life

Beyond Tourism Travel to Dialogue?

Per scoprire gli itinerari suggeriti scansionate il codice QR

di seguito:

SCAN ME

SCAN ME

Il Movimento Life Beyond Tourism Travel to Dialogue srl è una società

benefit. Nasce e si sviluppa seguendo i princìpi di Life Beyond Tourism®,

ideati dalla Fondazione Romualdo Del Bianco al fine di promuovere

e comunicare il patrimonio naturale e culturale dei vari territori

insieme alle espressioni culturali, il loro saper fare e le conoscenze tradizionali

che custodiscono. Offre proposte di consulenza per lo sviluppo di

progetti di marketing territoriale e turistico, formazione, eventi, comunicazione,

relazioni internazionali.

Per info:

+ 39 055 290730

info@lifebeyondtourism.org

www.lifebeyondtourism.org

MOVIMENTO LIFE BEYOND TOURISM TRAVEL TO DIALOGUE

75


B&B Hotels

Italia

Hotel Laurus al Duomo

Una struttura esclusiva nel cuore storico di Firenze

di Chiara Mariani

In Toscana, nel cuore pulsante del suo capoluogo, si trova

l’Hotel Laurus al Duomo, parte della catena internazionale

B&B Hotels con più di 530 hotel in Europa e 42 in Italia.

Una struttura esclusiva i cui valori sono l’autenticità, la ricerca

nei dettagli e la discrezione. L’hotel, oltre allo stretto legame

con il territorio locale e l’innovazione, offre un’esperienza

unica, intima e memorabile per un soggiorno sempre più immersivo

e connesso.

Dotato di ogni comfort, l’hotel dispone di camere eleganti e

spaziose con una selezione di cuscini, tè e caffè, bagno pri-

vato con ricco kit di cortesia, Wi-Fi superveloce gratuito, TV

a schermo piatto con canali Sky e satellitari e minibar. Un’ospitalità

esclusiva volta a soddisfare ogni tipo di esigenza e

declinata in totale sicurezza grazie al protocollo di sanificazione

dedicato garantito dal Safety Label High Quality Anti

Covid-19, a tutela della salute di tutti. Goditi dei momenti di

relax sulla terrazza panoramica al 6° piano! Avrai una vista

unica sulla cattedrale di Santa Maria del Fiore e sui palazzi

storici della città. Inoltre, al piano terra potrai trovare il Caffè

Astra al Duomo, con la sua prelibata selezione di pasticceria,

gustosi panini e piatti della gastronomia toscana.

Vista panoramica dalla terrazza al sesto piano dell'hotel

76

HOTEL LAURUS AL DUOMO


La posizione strategica, a soli 100 metri dal Duomo di Firenze

e a 10 minuti a piedi da Piazza della Signoria, dagli Uffizi

e da Ponte Vecchio, lo rende la scelta ideale per godere

delle bellezze locali e ricaricare le energie. Firenze, città d’arte

e città dell’artigianato, è la meta ideale per un soggiorno

autentico: sono diversi i percorsi, tra cui l’iniziativa Vo’ per

Botteghe, che permettono di scoprire la bellezza delle creazioni

degli artigiani andando a conoscere un patrimonio inedito

della città. L’iniziativa, che prevede un percorso che si

snoda tra antichi palazzi, chiese, piazze e botteghe, è offerta

agli ospiti dell’Hotel Laurus al Duomo. Approfitta anche della

riapertura di ristoranti e bar, così come quella dei musei. Durante

i giorni feriali, gli Uffizi, Palazzo Pitti e altri dei più importanti

musei di Firenze sono aperti e pronti ad accoglierti.

Programma la tua visita in totale sicurezza e non perderti la

possibilità di visitare Firenze come non hai mai fatto prima.

Prenota al miglior prezzo garantito solo su hotelbb.com

In questa e nell'altra foto due stanze dell'Hotel Laurus al Duomo

HOTEL LAURUS AL DUOMO

77


Benessere e cura

della persona

A cura di

Antonio Pieri

Febbraio: proteggi la tua pelle dal

freddo con i cosmetici naturali

di Antonio Pieri

«

Febbraio umido, buona annata» dice un vecchio detto.

Noi speriamo, con tutto il cuore, che sia una

buona annata, ma allo stesso tempo pensiamo a

proteggere la nostra pelle dall’umidità e dal freddo di questo

periodo.

Utilizziamo prodotti naturali e biologici

Sicuramente le zone più esposte ai danni provocati dalle basse

temperature invernali sono: viso, mani e labbra. Prendersene

cura in maniera adeguata e soprattutto utilizzare prodotti

naturali e biologici senza SLS,SLES o parabeni, può migliorare

non di poco la bellezza ma soprattutto la salute della nostra

pelle. Come abbiamo detto più volte, un alleato essenziale per

contrastare gli effetti del freddo sulla nostra pelle è l’olio extravergine

di oliva toscano IGP biologico che, grazie a sostanze

come lo squalane e i polifenoli, idrata e protegge la pelle.

Viso

Per quanto possiamo coprirci e utilizzare sciarpe o foulard, la

pelle del viso è la più esposta alle basse temperature e questo

provoca spesso rossore e screpolatura della pelle. La linea

Prima Spremitura BIO di Idea Toscana, certificata Organic Cosmetics

da Natrue, è stata studiata appositamente per la cura

del viso in maniera naturale e biologica ed ha come principio

attivo principale l’olio extravergine di oliva toscano IGP biologico.

La crema viso idratante presente all’interno di questa linea

rende la pelle setosa e idratata senza ungerla e la protegge

dal freddo e dagli stress ambientali esterni come lo smog, il

fumo e l’inquinamento atmosferico. Inoltre è un’ottima alleata

per evitare fastidiose irritazioni dovute allo sfregamento sul

volto delle mascherine.

Mani

prattutto in questo periodo sono frequenti fenomeni di arrossamento

e screpolatura che, se non curati, possono

provocare danni più seri. Di creme mani in commercio ce ne

sono tantissime, come sempre il consiglio principale è quello

di guardare l’INCI e scegliere una crema naturale o biologica

senza SLS,SLES o parabeni, arricchita possibilmente con

olio extravergine di oliva toscano IGP biologico o con estratti

biologici di rosa. Infatti principi attivi come gli oli essenziali

naturali di rosa damascena e centifolia hanno un potere

idratante e rinfrescante e aiutano a contrastare e prevenire

la secchezza della pelle. Le linee Prima Spremitura e Prima

Fioritura di Idea Toscana contengono i suddetti principi attivi

e sono state studiate appositamente per idratare la pelle

in modo naturale.

Labbra

Per quanto riguarda le labbra è ancora più importante utilizzare

un burro labbra naturale o biologico perché, passandolo

sulle labbra, è molto facile ingerirne piccole quantità.

Per rendere le labbra idratate e protette dal freddo un burro

labbra che contiene principi attivi come l’olio extravergine

di oliva toscano IGP biologico o estratti naturali di rosa, è

il prodotto perfetto. Questi principi attivi sono in grado sia

di prevenire la secchezza delle labbra, sia di curare le labbra

già screpolate dal freddo, in quanto l’olio possiede una capacità

altamente idratante, mentre gli estratti di rosa possiedono

proprietà lenitive e tonificanti.

Ti aspettiamo nel nostro punto vendita in Borgo

Ognissanti 2 a Firenze o sul sito www.ideatoscana.it

per prenderti cura della tua pelle in maniera naturale

e biologica.

Anche le nostre mani sono sempre esposte al freddo e so-

Antonio Pieri è amministratore delegato dell’azienda il Forte srl

e cofondatore di Idea Toscana, azienda produttrice di cosmetici

naturali all’olio extravergine di oliva toscano IGP biologico.

Svolge consulenze di marketing per primarie aziende del settore,

ed è sommelier ufficale FISAR e assaggiatore di olio professionista.

antoniopieri@primaspremitura.it

Antonio Pieri

78 PROTEGGI LA PELLE


Cosmetici Naturali e Biologici per il Benessere

Protect your skin from the cold

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