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Art&trA Rivista Feb/Mar_2021

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2.0

Speciale:

De Chirico

e la metafisica

di Silvana Gatti

ACCA INTERNATIONAl Srl

Anno 13° - FEBBRAIO / MARZO 20211

91° Bimestrale di Arte & Cultura - € 3,50

G i u s e p p e

T R E N T A C O S T E

I l g r a n s a c c a i o

A rt&V ip

intervista a Im m a Pirone


Antonio Murgia

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ANNUARIO D’ARTE MODERNA

“artisti contemporanei”

RIVISTA: BIMESTRAlE Art&trA

Registrazione: Tribunale di Roma

Iscrizione Camera di Commercio di Roma

n. 1294817

1ª di copertina: Giuseppe Trentacoste

2ª di copertina: Antonio Murgia

Courtesy: Arte Investimenti - Milano

3ª di copertina: Maurizio Baiocchini

4ª di copertina: Francesco Ponzetti

Copyright © 2013 ACCA INTERNATIONAl S.r.l.

riproduzione vietata

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S O M M A R I O

RUBRICHE

F E B B R A I O - M A R Z O 2 0 2 1

Jackson Pollock. l’inizio e la fine di una rivoluzione Pag. 6

di Rita lombardi

De Chirico e la metafisica Pag. 14

a cura di Silvana Gatti

Grandi mostre: Dante e la visione dell’arte Pag. 38

a cura di Silvana Gatti

Dante a Verona. 1321 - 2021 Pag 44

di Francesco Buttarelli

“Due minuti di arte” - la storia di 10 grandi artiste Pag 58

di Marco lovisco

Successo ed emozioni per Passioni, Arti, Tentazioni Pag. 20

a cura della redazione

Concetta Capotorti e la classicità sostenibile Pag. 22

di Giorgio Barassi

laboratorio AccA. la conferma di un successo Pag. 26

a cura della redazione

Giuseppe Trentacoste, il gran saccaio Pag. 28

a cura di Giorgio Barassi

Talenti del XXI secolo (Giuliana Cunéaz) Pag. 32

a cura di Marilena Spataro

Collezione Politeo Pag. 50

di Svjetlana lipanović

Art&Vip - Protagonista del mese, Imma Pirone Pag. 54

a cura della redazione

Era mio padre Pag. 62

di Ornella Aprile Matasconi

les fleurs et les raisins. Trasversali allegagioni d’arte Pag. 68

a cura di Alberto Gross

I Tesori del Borgo - Centuripe Pag. 72

a cura di Sefora Sanfilippo e Osvaldo Risiglione

Biografie d’artista (Elena Modelli) Pag. 75

a cura di Marilena Spataro

Art&Events Pag. 76

a cura della redazione

Mostre d’arte in Italia e fuori confine Pag. 80

a cura di Silvana Gatti

Domenica luppino - Artista nel cuore Pag. 86

di Francesca Bogliolo

Nerina Toci - Un seme di collina Pag. 90

a cura di Davide Di Maggio


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6

Jackson Pollock:

inizio e fine

di una rivoluzione

di Rita Lombardi

Al festival di Venezia del 2000 viene presentata,

in prima mondiale, la pellicola

“Pollock”. Il film prodotto, diretto e interpretato

da Ed Harris è basato sul libro

“Pollock: an American Saga” di S. Neifeh

e G. W. Smith.

Prima di cominciare a girare, Ed Harris si è documentato

accuratamente visionando i filmati esistenti, come

quello girato dal regista Hans Namuth nel 1951, in cui

Pollock è ripreso mentre lavora utilizzando la famosa

tecnica del “dripping” (letteralmente “sgocciolamento”)

e spargendo poi sabbia sulla tela (Fig. 1).

Ed Harris si è calato perfettamente nella parte, mettendo

a nudo, oltre che l’artista, l’uomo con i suoi

scatti, la sua emotività, il suo carattere instabile, le sue

improvvise crisi, la sua dipendenza dall'alcool e dalle

avventure amorose. E allora possiamo vedere il pittore

che sovrasta il lungo rettangolo di tela steso sul pavimento,

mentre tiene tra le mani un barattolo di vernice

industriale. Prende a girare attorno alla superficie bianca

che si stende i suoi piedi, eseguendo una danza,

come aveva visto fare agli indiani Navajo del Nuovo

Messico, mentre tracciavano con la sabbia rituali disegni

colorati sul terreno (vi aveva assistito anni prima,

da ragazzo, quando accompagnava il padre agrimensore

nei suoi spostamenti). Ogni tanto Pollock oltrepassa

i confini della tela e vi cammina sopra, per sentirsi

dentro il corpo dell’opera che sta eseguendo, sgocciolando

il colore direttamente dal barattolo. Raggiunge

poi il massimo lanciando letteralmente lo smalto e

liberandolo nell’aria con stecche, siringhe o vecchi

pennelli irrigiditi. L’opera di appropria dello spazio,

sembra nascere da sola e venire alla luce in un vortice

fatto di movimenti delle gambe, di gesti delle braccia

e di spruzzi di colore. Pollock dichiara di sentirsi “un

toro al centro dell’arena” perché tra quadro e pittore

ha luogo un vero e proprio combattimento. Alla fine

Jackson Pollock mentre spande sabbia sulla tela Fig. 1


Fig. 2

The Moon - Woman Cuts the Circle - 1943 - olio su tela - cm 109,5x104 - Parigi Centre Georges Pompidou

emerge il risultato: una stratificazione di

strie colorate, insieme casuale e calcolata,

senza centro né periferie.

Pollock è certo debitore della tecnica automatica

dai pittori surrealisti che si sono

rifugiati in America per sottrarsi alle persecuzioni

naziste, ma più di Mirò, Masson

e Max Ernst, porta tale automatismo

ad un limite estremo, impossibile da superare.

Jackson Pollock fa parte con A.

Gorky, W. De Kooning, Ad Reinhardt, M.

Rothko, e altri del gruppo degli espressionisti

astratti. Il termine “Abstract Expressionism”

viene coniato agli inizi degli

anni cinquanta dal critico R. Coats.

Questi pittori sono accomunati dall’astrazione

e dall'esecuzione di quadri di grandissimo

formato nei quali vi è la totale

eliminazione di qualsivoglia rimando narrativo

e l’assenza completa di gerarchizzazione

tra le diverse parti della tela. All’interno

di questo raggruppamento, per

Jackson Pollock, W. De Kooning e Sam

Francis è prevalsa la definizione di “Action

Painting” proposta dal critico H. Rosenberg,

per la messa in rilievo della materia

pittorica ed una certa eroizzazione

dell'artista stesso.

CENNI BIOGRAFICI E STORICI

Jackson Pollock nasce nel 1912 a Cody

nel Wyoming. Nel 1928 inizia a frequentare

la Manual Arts High School a Los

Angeles. Ma nel 1930 si trasferisce a

New York, dove studia per tre anni alla

Arts Students League. Negli anni seguenti

viene coinvolto in un progetto artistico

dell’Amministrazione Federale come assistente

del pittore messicano David Seiqueros.

Tra il 1939 e il 1942 è in cura da uno psicologo

Junghiano per la sua dipendenza

dall’alcool e trascorre le sue serate nei locali

di Manhattan discutendo di pittura

con Rothko e de Kooning.

Nel 1942 la miliardaria americana collezionista

e mecenate Peggy Guggenheim

inaugura a New York la galleria Arts of

this Century. L’anno prima, con l’avanzata

dei nazisti verso Parigi, Peggy Guggenheim,

da molti anni lontana dall’America,

chiude la sua galleria londinese,

completamente dedicata all’arte contemporanea

europea, e ritorna in patria portando

con sé la sua straordinaria collezione

(Picasso, Braque, Dalì, Mondrian,

Lèger, Brancusi, Max Ernst, Mirò) che

esporrà nella nuova galleria newyorkese.

Ed è proprio grazie a questa collezione

che Pollock e i suoi amici possono entrare

in contatto con l’innovazione dell’Avanguardia

europea.

Nel 1943, proprio in questa galleria, vie-


8

Fig. 3

Full fathom five - 1947 - smalto su tela e oggetti vari - cm 129,2x76,5 - New York - The museum of Modern Art

ne allestita la prima personale di Pollock

con tre dipinti dedicati alla donna-luna:

“Mad Moon-Woman” del 1941, “The

Moon-Woman” del 1942 e “The Moon-

Woman cuts the Circle” del 1943 (Fig. 2).

Nella teoria di Jung la luna è la parte femminile,

presente in ambedue i sessi, che

simboleggia l’inconscio, l’emozione e

l’intuizione.

Nel 1944 Pollock sposa la pittrice Lee

Krasner e trasferisce con lei studio e abitazione

a Long Island.

Il 6 agosto 1945 gli Stati Uniti sganciano

la prima bomba atomica su Hiroshima: è

l’inizio dell’era atomica. Se inizialmente

gli U.S.A. detengono il monopolio atomico,

ben presto l’U.R.S.S. supera il gap

tecnologico sviluppando la propria bomba

atomica. è l’inizio della “guerra fredda”

cioè la contrapposizione politica, ideologica

e militare tra le due superpotenze

e gli U.S.A. si danno il compito, una vera

e propria missione, di difendere il mondo

libero dalla “minaccia comunista”. La

tensione risultante, durata mezzo secolo,

non si concretizzerà mai, per fortuna, in

una guerra frontale, dato il pericolo, concreto,

per la sopravvivenza della vita sulla

terra rappresentato da un conflitto nucleare.

Una fase critica e potenzialmente

molto pericolosa si presenta proprio tra

gli anni cinquanta e sessanta. La fine

della “guerra fredda” si fa coincidere con

la caduta del muro di Berlino il 9 novembre

del 1989 e la successiva dissoluzione

dell’U.R.S.S. il 26 dicembre del 1991.

Fin dal 1946 e per tutti gli anni cinquanta,

programmi radiofonici e televisivi diffondono

tra gli americani la consapevolezza

del reale pericolo di una guerra atomica.

Anche i romanzi come “Ultimatum alla

terra”, trasposto in film nel 1951, e l’apocalittico

“L’ultima spiaggia”, divenuto

film nel 1959, contribuiscono all’angoscia

collettiva. Negli anni cinquanta, poi,

la popolazione civile viene costretta ad

esercitazioni contro eventuali raid aerei

ed incoraggiata a costruirsi rifugi antiatomici

personali.

E l’inverno 1946/47 segna una svolta nell’opera

di Pollock, l’artista abbandona il

cavalletto per la tecnica del “dripping”.

In Fig. 3 “Full Fantom Five” del 1947.

Qui l’accumulo di strati di colore cela una

figura dipinta con la vernice al piombo e,

come ha dimostrato una radiografia eseguita

nel 1990, gli oggetti inseriti (chiodi,

bottoni, chaivi, monete, puntine da disegno,

fiammiferi, ecc.) sono posizionati in

relazione alla figura sottostante. Poiché il

titolo allude ad un verso della “Tempesta”

di Shakespeare: “Esattamente cinque piedi

sott’acqua tuo padre giace…” a me

sembra che il quadro sia costruito evidenziando

la distruzione possibile della nostra

civiltà e la conseguente cancellazione

degli esseri umani.

Anche “Black and White: Number 26A”,

del 1948 (Fig. 4), se lo si osserva con attenzione,

rivela, secondo me, un viso di

donna con grandi occhi e bocca spalancata,

in alto, e in basso, un seno, il tutto

coperto da labirintici segni neri. Due anni

dopo, in un’intervista, Pollock sottolineerà:

“Mi sembra che un pittore moderno

non possa esprimere il nostro tempo,

il tempo degli aeroplani, della bomba

atomica, nelle forme antiche del Rinascimento”.

Il 1950 è l’anno più produttivo dell’intera

carriera di Pollock. In quest’anno realizza

oltre cinquanta opere e sono in genere

quadri di grande formato come “Autumn

Rhythm Number 30” (Fig. 5). I dipinti

del 1950 diventano oggetto di una viva

attenzione da parte dei media. Quando

queste tele vengono esposte nella galleria


Fig. 4

Black and White- Number 26A - 1948 - smalto su tela - cm 205x121,7 - Parigi, Centre Georges Pompidou

newyorkese di Betty Parson, il famoso

fotografo Cecil Beaton li utilizza come

sfondo per una serie di fotografie di moda

che sul numero di “Vogue” del marzo

1951 rappresenteranno il “New Soft Look”.

Anche se i dipinti vengono definiti

“tappezzerie apocalittiche” a Pollock fa

piacere essere al centro dell’attenzione

mediatica.

Dopo quest’anno di intenso lavoro e la

mostra appena citata, Pollock va incontro

ad una profonda crisi, dichiara di sentirsi

“sempre a terra” e la sua produzione

cambia. Per qualche tempo si limita all’uso

di grafismi neri, poi torna a motivi

riconoscibili come figurativi fino alla

morte avvenuta nel 1956 in un incidente

automobilistico.

Secondo la moglie Lee Krasner, Jackson

aveva raggiunto il culmine della sua evoluzione

artistica nel 1950 e quindi non si

accontentava di ripetersi.

UNO SGUARDO CRITICO SULL’O-

PERA DI POLLOCK. LA FORTUNA

DI VIVERE E LAVORARE NEL

POSTO GIUSTO E NEL MOMENTO

GIUSTO.

Peggy Guggenheim, oltre ad allestire le

prime personali di Pollock e degli altri

espressionisti astratti, li finanzia acquistando

loro delle opere o vendendo i loro

lavori ad istituzioni prestigiose come il

Museum of Modern Art. Dopo il 1946,

anno in cui la miliardaria chiude la sua

galleria per trasferirsi a Venezia, è l’artista

Betty Parsons ad acquisire molte opere

espressioniste, tra le quali quelle di

Pollock, aprendo, sempre a New York, un

suo spazio espositivo.

Intanto cresce l’attenzione e l’interesse

dei mass-media, dei musei e dei “nuoviricchi”

collezionisti verso l’arte contemporanea

americana e quindi anche verso

questa corrente pittorica. Inoltre, tra gli

anni quaranta e cinquanta e fino agli anni

sessanta, la critica d’arte americana proclama

con forza e in continuazione che

questa corrente artistica sta soppiantando

l’arte europea nella sua funzione di modello

estetico.

Nel 1950, la Biennale di Venezia ospita

un’esposizione di tele di Pollock, Gorky

e de Kooning scelte dal Museum of Modern

Art.

Tra il 1958 e il 1959 due collettive di arte

americane, comprendenti le tele di Pollock,

fanno conoscere questa nuova pittura

in tutta Europa. La prima dal titolo

“The new American painting” è una mostra

itinerante che tocca Basilea, Milano,

Madrid, Berlino, Amsterdam, Bruxelles,

Parigi e Londra; la seconda è allestita in

Germania a Kassel. Queste due collettive

sono promosse e organizzate dal Moma

che negli anni cinquanta dà inizio ad una

offensiva politico-culturale diretta al

resto del mondo libero, e dove il nucleo

centrale è proprio l’espressionismo astratto,

considerato la quintessenza della libertà

di espressione nel mondo occidentale

e, nell’ambito della guerra fredda,

come parte della americanizzazione mondiale

al pari della Coca-Cola e dell'hamburger.

Nel 1974 il critico Alfred Barr nel suo

libro: “New American painting” esporrà

con chiarezza questo concetto, definendo

l'astrazione come l’espressione artistica

del mondo libero e liquidando il realismo

come forma artistica propria dei regimi

totalitari, del Nazionalsocialismo come

del Comunismo. Nel caso di Pollock intrigava,

e intriga ancora, in patria e all’estero,

sapere che avesse realizzato le

sue “sgocciolature” mentre eseguiva danze

rituali Navajo, stabilendo una conti-


10

Autumn Rhythm - Number 30 - 1950 - smalto su tela - cm 266,7x525,8 - New York - The Metropolitan Museum of Art Fig. 5

nuità tra il suo corpo, la sua psiche e il

macrocosmo e che, quindi, i suoi quadri

fossero la manifestazione di una fusione

con il tutto in uno slancio quasi sacro. Un

alone magico ed un’ottima pubblicità! In

realtà le opere di Pollock sono lontane

anni-luce dalle pitture di sabbia Navajo,

“sacri cerchi” legate al’'arte della medicina,

che presentano nuvole, alberi o figure

simboliche con l’indicazione delle

quattro direzioni e realizzate con vivaci

colori, anch’essi simbolici, verde, giallo,

arancio, rosso, rosa e turchese oltre che

bianco e nero. Inoltre le danze che eseguiva

Pollock non possono essere paragonate

a quelle dei Navajo, principalmente

perché lo stile di vita di un newyorkese

dipendente dall’alcool era lontanissimo

dal modo di vivere e di sentire

di un popolo in profonda sintonia con la

terra e i suoi cicli e, pure ammettendo che

il ragazzo Jackson avesse assistito a vere

cerimonie sacre e, non ad una semplice

rappresentazione per turisti, risalivano

pur sempre a più di vent’anni prima!

Alla luce di queste osservazioni non penso

che il macrocosmo con cui Pollock

cercava di fondersi potesse essere l’Universo

o Madre-terra, credo piuttosto che,

tramite le danze, si liberasse della sua angoscia,

fusa con quella dei suoi conterranei,

riversandola sulla tela fino a farla

tracimare come un fiume in piena.

Francesco Bonanni, un autorevole critico

e curatore di arte contemporanea, scrive

di Jackson Pollock nel suo libro “Lo potevo

fare anch’io”: “La tragedia di Pollock

è quella di aver fatto, si, una rivoluzione,

ma di averla anche chiusa senza

lasciarsi via d’uscita, come il sistema circolatorio,

dove il sangue non può fuoriuscire,

a meno che uno non decida di tagliarsi

i polsi. L’alcolismo autodistruttivo

di Pollock era anche il tentativo disperato

di uscire da questo circuito chiuso,

da questa gabbia dorata dove era rimasto

intrappolato con i suoi quadri.

Tuffarsi dentro la tela significava allontanarsi

definitivamente dalla spiaggia

delle idee, dove magari ogni tanto si può

fare un pisolino, ridestandosi con qualche

pensiero nuovo. Laggiù, in mezzo al

mare, fra le onde del suo colore, Pollock

non ha altra scelta: nuotare o affogare.

Affogherà, non prima però di aver provato

a tornare verso la riva delle immagini

e della figurazione, compromettendo

le sue colate di colore, abbozzando volti

mal riusciti. Non ce la farà. La poderosa

energia che ha sprigionato sulla tela è

come un vortice che lo risucchia negli

abissi, una notte di agosto del 1956, correndo

con la sua auto si schianterà contro

un macigno ai bordi di una strada

uccidendo anche una delle due amiche

che stavi accompagnando a casa. Jackson

Pollock muore chiudendo la porta

dietro di sé senza lasciare eredi, inghiottendo

il suo stile, quello stile che un

giorno all’improvviso, aveva sputato per

terra”.

La maggior parte dei “dripping” di Pollock

mi appaiono una serena rappresentazione

di un gigantesco cestino da lavoro

dopo che una tribù di gatti vi ha giocato

per ore disfacendo allegramente tutti i gomitoli.

Però i primi eseguiti (Fig. 3) e

(Fig. 4) mi colpiscono molto, mi sembrano

la potente sintesi espressionista di

“Guernica” di Picasso e de “L’Urlo” di

Munch, dal messaggio ancora attuale,

purtroppo, come è attuale il film “Ultimatum

alla Terra” di cui è stato realizzato un

remake nel 2008.


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14

De Chirico

e la metafisica

Palazzo BLU, Pisa

Fino all’11 luglio 2021

A cura di Silvana Gatti

“L’opera d’arte metafisica è quanto all’aspetto serena; dà però

l’impressione che qualcosa di nuovo debba accadere in quella

stessa serenità e che altri segni, oltre a quelli già palesi, debbano

subentrare sul quadrato della tela.

Tale è il sintomo rivelatore della profondità abitata”.

(Giorgio de chirico, sull’arte metafisica, 1919)

Pisa, nelle sale di Palazzo Blu, ospita

fino all’11 luglio 2021 la mostra

antologica De Chirico e la Metafisica.

Rassegna che non poteva essere

più azzeccata in questo periodo

di pandemia, in cui le famose Piazze d’Italia

del genio dechirichiano sembrano quasi preannunciare

i giorni di chiusura tipici dei nostri

giorni. Piazze vuote, atmosfere sospese, prospettive

architettoniche farcite da manichi- ni

che paiono rappresentare le figure che incontriamo

per strada in questi giorni, anime poco

riconoscibili dietro le mascherine che da imposizione

forzata non riescono a diventare

un’abitudine. Perché gli artisti, a volte, sono

come veggenti, e riescono ad immaginare situazioni

che da improbabili diventano realistiche.

Questo è De Chirico, “Il pensiero dipinto”,

per dirlo con le parole di Magritte.

Giorgio de Chirico, figlio di un ingegnere ferroviario

italiano in Grecia per lavoro, nasce a

Volos nel 1888. Dopo la dipartita del padre si

trasferisce a Milano e quindi a Firenze con la

madre e il fratello, ai quali resterà legato per

tutta la vita. Nel 1910 si trasferisce a Monaco

dove frequenta l’Accademia di Belle Arti, entrando

in contatto con la filosofia di Nietzsche,

Schopenhauer e con la pittura di Arnold

Böcklin. Nel 1911 raggiunge a Parigi il fratello

ed espone al Salon d’Automne e al Salon

des Indépendants. Rientrato in Italia allo scoppio

della Prima Guerra Mondiale, viene richiamato

alle armi e ricoverato all’ospedale

militare di Ferrara dove conosce Carlo Carrà.

Giorgio de Chirico - Composizione metafisica - 1950 – 1960,

olio su tela, 60 x 50 cm - Gallerie degli Uffizi - Galleria d’Arte Moderna,

Palazzo Pitti, Firenze - © Giorgio De Chirico by SIAE 2020


Giorgio de Chirico

Piazza d’Italia con statua

1937 - olio su tela

50 x 40 cm

Galleria Nazionale d’Arte

Moderna e Contemporanea

Roma, Italia

© Giorgio De Chirico by

SIAE 2020

Giorgio de Chirico

Le muse inquietanti

1925 (1947) - olio su tela - 97 x 67 cm

Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

di Roma - © Giorgio De Chirico by SIAE 2020

I due artisti, così, fondano la pittura

metafisica. Nel 1924 torna a Parigi

dove frequenta il gruppo dei surrealisti.

In seguito, dopo un biennio

passato a New York e un passaggio

a Firenze, si ferma a Roma, dove

vive fino alla morte avvenuta nel

1976.

Nel 1918 scriveva: “L’opera d’arte

metafisica è quanto all’aspetto serena;

dà però l’impressione che qualcosa

di nuovo debba accadere in

quella stessa serenità e che altri segni,

oltre a quelli già palesi, debbano

subentrare sul quadrato della tela.

Tale è il sintomo della profondità

abitata. Così la superficie piatta

d’un oceano perfettamente calmo ci

inquieta non tanto per l’idea della

distanza chilometrica che sta tra noi

e il suo fondo quanto per tutto lo

sconosciuto che si cela in quel fondo”.

(Valori Plastici, aprile-maggio

1919).

De Chirico, padre della Metafisica

dal 1910, ha dato vita, in periodi diversi,

alle stagioni della cosiddetta

“seconda Metafisica” e della “Neometafisica”,

rimaste sottovalutate

grazie ad un pregiudizio alimentato

dal poeta André Breton - autore

del Manifesto del Surrealismo

- secondo il quale una precoce senescenza

avrebbe colpito l’artista

dopo le sue prime e geniali opere

metafisiche. Fortunatamente questo

pregiudizio viene meno nei primi

anni Settanta, quando una retrospettiva

di De Chirico a Palazzo

Reale a Milano rivaluta criticamente

la sua opera, allontanandolo dal

ruolo circoscritto di precursore del

Surrealismo.

Fulcro di questa mostra è la collezione

personale dell’artista, dei

“De Chirico di De Chirico”, con

numerose opere provenienti dalla

Galleria Nazionale di Roma – donate

nel 1987 dalla moglie del pittore,

Isabella – e dalla Fondazione

Giorgio e Isa De Chirico.

Grazie, inoltre, al supporto delle

più prestigiose istituzioni nazionali

d'arte moderna, come la Pinacote-


16

Giorgio de Chirico

Autoritratto nudo

1945 - olio su tela - 60.5 x 50 cm

Galleria Nazionale d’Arte Moderna

e Contemporanea di Roma

© Giorgio De Chirico by SIAE 2020

Giorgio de Chirico

Cavaliere con berretto rosso

1939 - olio su tavola - 47 x 36 cm

Galleria Nazionale d’Arte Moderna

e Contemporanea di Roma

© Giorgio De Chirico by SIAE 2020

ca di Brera e il Museo di arte moderna e

contemporanea di Trento e Rovereto

(MART), il progetto presenta a Palazzo

Blu una serie di assoluti capolavori.

Organizzata da Fondazione Pisa insieme

con MondoMostre e curata da Saretto

Cincinelli e Lorenzo Canova, con la collaborazione

della Fondazione Giorgio e

Isa De Chirico e de La Galleria Nazionale

d’Arte Moderna e Contemporanea di

Roma, l’evento espositivo ha il Patrocinio

del Ministero per i beni e le attività

culturali e del turismo, della Regione Toscana

e del Comune di Pisa. Il catalogo

della mostra è edito da Skira Editore.

La rassegna presenta i lavori di tutta la

carriera dell’artista, attraverso un percorso

cronologico che partendo dalle prime

opere di stampo “böckliniano” della

fine del primo decennio del Novecento

va agli anni Dieci della pittura Metafisica;

dai capolavori del periodo “classico”

dei primi anni Venti della “seconda

metafisica” parigina, fino ai Bagni Misteriosi

degli anni Trenta, alle ricerche sulla

pittura dei grandi maestri del passato riscontrabili

nelle nature morte, nei nudi e

negli autoritratti, realizzati tra gli anni

Trenta e gli anni Cinquanta, approdando

all’ultima fase neometafisica.

De Chirico dipinge vedute di città antiche

che si sovrappongono a visioni di città

moderne in cui ha vissuto, prima Volos e

Atene, poi Monaco di Baviera, Milano,

Firenze, Torino, Parigi, Ferrara, New

York, Venezia, Roma. Sono tele in l’uomo

è assente mentre rovine, archi, portici,

strade, muri, edifici, torri, ciminiere,

treni, statue, manichini, sradicati dal loro

abituale contesto, si impongono dando

alle opere un’atmosfera enigmatica.

Contrariamente al dinamismo tipico del

movimento futurista, nella Metafisica si

celebra l’immobilità. Caratteristiche della

pittura metafisica sono le citazioni

classiche che si concretizzano con forme

statuarie. Un esempio potente lo ritroviamo

nel dipinto Le muse inquietanti, dove

De Chirico fissa per sempre una concezione

del mondo e del rapporto tra l’uomo

e la realtà. Il mondo, attraverso la metafora

della città di Ferrara, è un insieme

di elementi dominati da una fatalità illogica,

un mistero che solo l’intuizione poetica

può svelare.

Nonostante il dipinto sia privo di figure

umane, Le Muse inquietanti sono raffigurate

da manichini inanimati e composti,

citazione classica che ricorda le divinità

che proteggevano le arti nel mondo

antico. I manichini sembrano quasi personificare

artisti visionari e profetici. Nella

stessa opera sono accostati il mondo

classico della tradizione architettonica

italiana con quello dell’industria, creando

un ponte tra passato e presente ancora attuale.

Superata l’idea di un De Chirico geniale

solo nel breve periodo che va dal 1910 al

1923, la sua carriera viene rielaborata in

un percorso che dagli esordi classico-romantici,

ispirati da Böcklin e Klinger,


Giorgio de Chirico

Ritorno di Ulisse

1968 - olio su tela - 59.9 x 80 cm

Fondazione Giorgio e Isa

De Chirico, Roma

© Giorgio De Chirico by SIAE 2020

Giorgio de Chirico

Natura morta con pesci

1925 - olio su tela - 74 x 100 cm

Galleria Nazionale d’Arte Moderna e

Contemporanea

Roma, Italia

© Giorgio De Chirico by SIAE 2020

conduce alla pittura metafisica, e dal periodo

“neo-barocco” del dopoguerra giunge

alla rivisitazione di se stesso e alle

nuove ispirazioni della Neometafisica.

Il periodo neometafisico dell’artista rappresenta

allo stesso tempo un ritorno e

una ripartenza, una fase di nuova creatività

e un riandare verso il passato, attraversando

nuovi punti di vista e nuove

soluzioni formali e concettuali.

In quest’ottica il periodo metafisico (il

decennio 1968-1978) riveste un significato

più organico rispetto al resto della

carriera e - come sostiene Maurizio Calvesi

- si parla di una “Metafisica continua”.

In tale contesto si colloca l’interesse

che, a partire dagli anni Sessanta,

l’opera di De Chirico ha riscosso nelle

giovani generazioni di artisti, attraverso

gli omaggi di autori del calibro di Giulio

Paolini e Andy Warhol. La mostra documenta

il proliferare della visione metafisica

che, ideata da De Chirico nel 1910,

ha influenzato grandi artisti come Carrà,

Savinio e de Pisis, ma anche di Sironi e

Martini. Questi artisti, presenti in mostra

grazie ad alcuni prestiti, più che formare

una scuola o un movimento, hanno rielaborato

in modo personale l’influenza di

De Chirico che, alla metà degli anni Dieci,

aveva già prodotto dei capolavori

fondamentali per l’arte del Novecento,

come, ad esempio le piazze d’Italia, Il

Canto d’amore (1914) o Il Vaticinatore

(1915).

Per ripercorrere la storia artistica di de

Chirico l’esposizione toscana è articolata

in sette sezioni. La prima sala accoglie gli

Autoritratti. De Chirico ne ha realizzati

più di cento, raffigurandosi abbigliato in

modi differenti. Anche lo stile pittorico

differisce da un ritratto all’altro, a sottolineare

come nel caso di De Chirico si

possano tracciare soltanto a grandi linee

i vari periodi, in quanto varie fasi e vari

stili spesso si sovrappongono e si confondono.

Grande lettore di Nietzsche, de

Chirico sapeva benissimo che “tutto ciò

che è profondo ama la maschera” e che

“ogni fregio nasconde ciò che adornando

copre”. Prologo è il titolo dato alla seconda

sezione, in cui è esposta l’opera Lotta

di Centauri (1909), che rappresenta un

duplice omaggio alla propria terra natale,

la Tessaglia, mitica patria di esseri favolosi,

e ad Arnold Böcklin, evocatore di atmosfere

incantate e spettrali. Il primo De

Chirico subisce infatti l’influenza del romantico

Bocklin, affascinato dal modo in

cui questi tratta i soggetti mitologici e

prende così a modello le sue opere, che

rielabora in chiave personale. Quest’opera

si richiama alla Battaglia di Centauri

del 1873 di Böcklin, interpretata da De

Chirico con colori materici e cupi.

Il percorso prosegue nella sala La metafisica

e i suoi ritorni, in cui è forte la forza

evocativa dell’enigma metafisico, legata

a una sorta di rivelazione nella quale il

mondo ci appare completamente ‘altro’,

pur rimanendo se stesso. Muse inquietanti

(1917) è l’opera che meglio descrive


18

tale concetto. Sullo sfondo a destra della

tela è riconoscibile il profilo del castello

estense di Ferrara, mentre sulla sinistra le

ciminiere non buttano fumo e non danno,

pertanto, segni di vita. Al centro, sul palco,

sono raffigurate delle statue manichino,

e la figura inanimata sul piedistallo

azzurro ha la testa rimossa appoggiata

ai piedi. Il tempo è sospeso, l’unico essere

umano presente nell’opera è il fruitore;

la presenza/assenza di qualcuno che

non si vede ma si intuisce incombe e dissemina

ansia. Come non fare un parallelismo

con i giorni di chiusura che stiamo

vivendo? La sezione successiva, Il classicismo

e l’espansione della Metafisica,

documenta un mutamento artistico in de

Chirico, dovuto al fatto che nel dopoguerra,

in Italia, è piuttosto sentita l’esigenza

della restaurazione, che porta gli

artisti a ispirarsi al patrimonio artistico

nazionale. Mentre a Parigi i quadri di de

Chirico raccolgono il favore dei surrealisti,

in Italia si studiano i maestri rinascimentali,

calando le atmosfere metafisiche

in nuove rivisitazioni. La Seconda Metafisica

risale agli anni della controversia

con i surrealisti, che non accettano l’esito

delle sue nuove ricerche, mentre i critici

evidenziano la rilevanza internazionale di

de Chirico, affiancandolo a Picasso come

protagonista dell’arte del XX secolo.

Con la sala Dal realismo al barocco riscontriamo

come, all’inizio degli Anni

Trenta, che vedono una crisi del mercato

dell’arte in seguito al crollo di Wall Street

del 1929, de Chirico continui a operare

variazioni su temi dei decenni precedenti

e si appassioni sempre di più allo studio

della tradizione pittorica antica e al culto

della “grande pittura di Tiziano, Rubens,

Velasquez. Massimo Bontempelli comincia

a parlare di “barocco”. Grande ammiratore

di Renoir, de Chirico ne riscopre i

valori antichi e dipinge una serie di nudi

femminili, tra cui spicca la bellissima Bagnante

coricata (Il riposo di Alcmena).

Non mancano le nature morte, meglio definite

da de Chirico nature silenti, con pesci

e frutti accostati a templi e statue antiche.

La mostra si conclude nella sala La Neometafisica,

che descrive come la pittura

metafisica giovanile sia rielaborata e contaminata

dall’apparato iconografico delle

sue opere degli Anni Venti e Trenta.

De Chirico rivisita in viaggi immaginari

i suoi quadri giovanili e li reinterpreta. è

del 1968 Il ritorno di Ulisse, che rema nel

mare limitato dalle mura di una stanza arredata

anche con un suo quadro appeso

sulla parete di sinistra, in cui viene raffigurata

una delle sue famose piazze senza

figura umana. In questa fase finale della

sua vita artistica l’uomo avventuroso per

eccellenza, Ulisse, è come prigioniero in

una stanza, prigioniero dei suoi pensieri,

dei suoi sogni, la poltrona sulla sinistra

invita alla sosta, al riposo, in contrasto

con lo spirito dell’Ulisse esploratore che

vorrebbe, ancora una volta, uscire, scappare,

esplorare il mondo fuori. Come non

rispecchiarci in quest’opera così bella e

travolgente, catartica e attuale in questi

nostri giorni di pandemia? Il viaggio intrapreso

finisce con il celebre Autoritratto

nudo (1945), dove un de Chirico privo di

vesti sembra essersi messo a nudo, in atteggiamento

disarmato di fronte al disastro

della guerra, evocando l’Autoritratto

come Uomo del dolore di Dùrer.

Una mostra esaustiva, che non trascura i

bellissimi cavalli dechirichiani e merita

senz’altro una visita, informandosi anticipatamente

sui giorni di apertura visto i

continui cambiamenti imposti dai vari

Dpcm.

Giorgio de Chirico - Lotta di centauri - 1909 circa - olio su tela - 75 x 110 cm

Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma - © Giorgio De Chirico by SIAE 2020


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22 22

MI SONO SEDUTA SUI

CAPITELLI DEI FORI IMPERIALI.

a cura di Giorgio Barassi

Concetta Capotorti

e la classicità sostenibile.

Noi artisti siamo dotati di

una particolare sensibilità

nell'assorbire e nell'esprimere

quello che ci sta attorno,

a volte senza

nemmeno capire dove si

può arrivare.”

(Arnaldo Pomodoro)

Che sia ispirata

dall’amore per

l’Arte, è chiaro.

Si ritiene

fortunata perché

a Roma ha visto e vede

bellezza a cui si avvicina con

avidità e che profondamente

rispetta, come dovrebbe essere

per tutti. Le mancano i

mu- sei meno noti ma estremamente

importanti, come

quello che ha visitato prima

che una scorrettezza

nascosta dai bilanci chiudesse

le porte in nome

di una ristrutturazione

mai finita: il Museo della Civiltà Romana

all’EUR. Lì ed altrove, nella città

che fu centro del mondo, Concetta ha elaborato

il suo pensiero di appassionata e

di artista. “…Volevo portarmi a casa una

statua. Lo so, non si può fare, ma il mio

desiderio era esattamente quello…”. In

quel museo, tra i calchi, i modellini, i plastici

che ricostruiscono quel che fu Roma,

come a spasso ai Fori Imperiali,

l’artista ripercorreva un cammino dell’anima,

una processione ideale di ringraziamento

all’arte che fu ma anche

un percorso costruttivo, necessario

alla sua formazione di performer moderna.

Laurea in giurisprudenza, una ottima carriera

dirigenziale ed una autentica fissazione,

di quelle sane, per la grande arte del

passato. Studio ed applicazione, tanta fatica

per creare, plasmare, ridurre, aumentare

e sperimentare. E tra non molto vedranno

finalmente la luce dei riflettori le

sue lavorazioni in bronzo, omaggio alla

antica arte dell’immagine solida, prova di

grandi capacità, che in lei sono indubbie.

Se nella vita degli artisti esiste una scintilla

che fa nascere i passi di una strada da percorrere,

quel desiderio di portarsi a casa un

pezzo di arte storica diventa stimolo e si fa

operazione artistica. “…Dunque se non

posso avere una di quelle statue in casa, da


artista volevo fare in modo che una scultura

diventasse una ambizione di molti…

Pensavo alla meraviglia dei vessilli delle

legioni Romane, pesantissimi da portare in

giro davanti alle Milizie schierate, simbolo

di supremazia. Come sarebbe stato meglio,

se il loro peso fosse stato meno impegnativo…”.

E allora elabora, con la consapevolezza

e l’ardire di chi sa sfidare, le sue

sculture, i suoi corpi, le sue proprie creazioni

che hanno nella leggerezza la motivazione

maggiore per sceglierla e la ragione

per cui nascono. Rendere leggero il

senso della storia, della stessa arte fondante,

delle nostre radici. Far diventare

possibile il tragitto che unisce più di duemila

anni al futuro. Portare quel respiro

della storia sui comò antichi o sui più arditi

mobili di design, dentro le case di chi vuole

il bello. Punto.

Come? lavorando sui materiali, quelli che

rendono il senso della consistenza e della

leggerezza insieme. Una operazione complessa,

perché è nel senso di sintesi che si

perdono spesso i concetti fondamentali.

Ma la sfida è possibile, perseguibile da una

artista rispettosa del passato, e si concretizza

quando le forme della scultura antica

diventano di resina, di polistirene, di alluminio

o semplicemente di gesso. Tutti materiali

che finiscono per diventare opere

maneggevoli, facilmente trasferibili, insomma

popolari quanto basta per aggiungere

al valore artistico dei lavori della

Capotorti un valore aggiunto, cioè quello

di aver operato con i concetti basilari del

Pop in un ambito di richiami fortemente

classici. E così si entra in contatto quotidiano

con strutture nate dalla osservazione

della scultura storica, profondamente classiche,

trasformate in opere moderne, concretamente

fruibili, colorate, allegre. Non

uno svilimento della autorevolezza del

classico, ma un dolce adeguamento ad una

società che perde sempre più di vista gli

ideali, come quello della bellezza, in nome

di falsi miti e ricerche spesso infruttifere,

destinate ad un oblio, quello sì, irreversibile.

Non va diversamente coi suoi quadri, au-


24

tentico lirismo del colore, che Concetta

Capotorti rende in maniera uniforme con

stesure monocrome attraversate da linee

corpose ed irregolari di carta o altro materiale

che diventano solco e memoria, segno

e traccia ma pur sempre lieve energia,

racconto della forza dei principi creativi

fatto apposta per diventare per tutti. I suoi

rossi, gli azzurri o il pallore delle opere in

bianco hanno una autorevolezza che metterebbe

soggezione, se non fosse che la

dolcezza del comporre li rende fragili all’apparenza

ma fortissimi nel richiamo alla

solidità dei principi creativi. Così Capotorti

vince la sfida, e propone un’arte matura

e interessante, nata per far sì che il suo

sogno diventi per tutti. O meglio per chi,

tra tanti, sa scegliere di stare dalla parte di

ciò che ha significato senza urlare, senza

schiamazzi inutili. Esattamente dello stesso

silenzio delle grandi strutture architettoniche,

delle grandi statue di pietra.

“… Mi piace Roma perché ci sono posti

in cui la bellezza ci tormenta, e sono fortunatamente

tanti…”. E cita le rotondità

possenti dell’Apollo Liceo dello Stadio di

Domiziano. Poi anche la rassegna di 64

corpi scolpiti dello Stadio dei Marmi, giusto

per includere un esempio del gusto per

il classico che non conosce sconfitte, se

non quelle della “damnatio memoriae”, all’epoca

dei Romani pena severa ed oggi ricorrente

malcostume. Non è possibile, per

Concetta Capotorti, che la gente escluda

dal proprio bagaglio la storia che si può

ancora vedere e toccare. Ecco perché lei si

vanta di essersi seduta sui capitelli che qui

e là vivono nell’ eterno dei Fori. Perché è

un gesto simbolico ed insieme di ringraziamento

verso tutta quella sovrabbondante

bellezza di cui non si dovrebbe fare

a meno, passando dallo stupore all’orgoglio

ed alla fierezza di essere nati in un

posto stracolmo di arte. Per una sorta di

osmosi artistica, quel mettersi seduta tra

tanta storia ha avuto una incubazione lunga

e faticosa. Esperimenti, prove, studi.

Poi finalmente il messaggio diramato dai

Busti di Concetta, colorati come la più sfavillante

delle attualità e ricchi, dentro quella

soave leggerezza, di tanta storia. Un approdo

da artista Pop per una studiosa appassionata

della grande Arte.

La più volte citata leggerezza diventa dunque

un monito, un richiamo alla storia e

insieme una natura propria dei lavori di

Concetta Capotorti, artista del presente e

sognatrice per il futuro, ma coi piedi ben

piantati nell’eternità della grande Arte.


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26

lABORATORIO ACCA,

la conferma di un successo

a cura della redazione

Si attesta su posizioni di notevole

audience la rubrica

televisiva che va in onda

tutte le domeniche sui canali

di Arte Investimenti

TV. Lo stile informale della trasmissione

conquista sempre più pub- blico

e sono davvero tanti quelli che scelgono

di sintonizzarsi alle 21.30, tutte

le domeniche, sul 123 DTT o sul canale

Sky 868. Non mancano gli appassionati

del web che seguono in streaming

o la diretta Facebook l’appuntamento

improntato alla maggior diffusione

delle opere di artisti capaci e selezionati,

in grado di appassionare collezionisti

e neofiti.

I collegamenti video con gli studi degli

artisti, una atmosfera intelligentemente

goliardica e la collaborazione

fra i componenti della squadra, continue

novità in arrivo e la componente

qualitativa dell’arte proposta piacciono

a molti, evidentemente. Sono tante

anche le richieste da parte degli artisti

che intendono diffondere meglio il valore

del proprio lavoro. Dunque va ribadito

l’iter necessario per pittori, scultori

e performer che intendono far parte

del progetto di Acca International.

Basta scrivere a:

giorgio.barassi@arteinvestimenti.it o

galleriaesserre@gmail.com dopo aver

consultato le condizioni illustrate sui

siti www.accainarte.it o www.arteinvestimenti.it

alla sezione Laboratorio

Acca.

Il team di Laboratorio Acca, Alessandra

Pizzioli (La Sciùra Alessandra), il

Technical Operation Manager Carmelo

Ferrara, Federico “Imperatore”

Quartiroli e i due presentatori Giorgio

Barassi e Roberto Sparaci, ringraziano

per l’attenzione del pubblico che è

sempre più evidente e rende il percorso

domenicale impegnativo e soddisfacente,

nel quadro della qualità

sempre proposta da Arte Investimenti.

Come tutte le domeniche, Laboratorio

Acca va in onda alle 21.30 dagli studi

di Arte Investimenti TV. Sulle novità

annunciate, nessuno parla. La sorpresa

è chiaramente uno dei fattori che determinano

un certo qual successo.


LABORATORIO ACCA

Tutte le domeniche alle 21.30

Can. 868 Sky e 123 DTT

Arte Investimenti TV

Per rivedere tutte le puntate:

www.accainarte.it o YouTube

canale Laboratorio Acca.

Contatti:

giorgio.barassi@arteinvestimenti.it

oppure galleriaesserre@gmail.com

Tel. 329.4681684 / 347.4590939

La domenica in tv con Laboratorio Acca: una nuova finestra sul mondo dell’Arte.


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GIUSEPPE TRENTACOSTE,

il “Gran Saccàio”

di Giorgio Barassi

Ho sempre interpretato il pugilato come un lavoro da svolgere

al meglio, senza distrazioni, sempre ricordando ciò che mi insegnò

il mio primo maestro: puoi sentirti il re del mondo, ma

basta un decimo di secondo per trovarti col sedere per terra.

(Bruno Arcari)

Per evitare un inizio da incidente

diplomatico, visto che

lui, Giuseppe Trentacoste detto

Beppe, ha le sue preferenze

in fatto di pugili, ed io le mie,

per scrivere del Gran Saccàio

ho scelto una frase di un bravo pugile italiano

che in tanti hanno dimenticato. In

quelle parole di Bruno Arcari trovo il sentimento

fondante delle carriere di Beppe:

quella di pugile e quella di artista.

Non si scandalizzino i benpensanti, né

rabbrividiscano i puristi. Non inneggino

a Beppe i contestatori ad ogni costo né

nicchino stizziti gli sfavillanti artisti alla

moda. Beppe è semplicemente in quelle

parole, perché il sacrificio e le fatiche

della boxe, che lui conosce per diretto dolore

e indiscusse vittorie, sono stati per

lui i fondamentali a cui fa riferimento

anche, e soprattutto quando crea, plasma,

dipinge, contorce, distende, decora e ricuce

i suoi sacchi. Mai lo si vedrà tronfio

per gli apprezzamenti, che pure sono molti,

né abbattuto per le fisiologiche vicende

avverse. Beppe Trentacoste sa che la distrazione

non gli è concessa. La sua arte

e la sua noble art sono trattate con la

stessa meticolosa preparazione. Pensieri

ed idee devono stare dentro gli spazi di

un’opera come un pugile nel quadrato.

Guai a chi va al tappeto. E così, sacco

dopo sacco (e parlo di quelli di juta) idea

dopo idea, convinzione su convinzione,

Giuseppe Trentacoste sta prendendo il

suo vertice nel rutilante mondo dell’arte

contemporanea, oggi più di ieri, con nuove

idee e nuove avventure che riguardano

soprattutto, e ci tiene a sottolinearlo, il

“corpus” della sua opera. Quei sacchi che

hanno viaggiato, che sono stati sulle spalle

di qualcuno, che furono ammassati nella

stiva di una nave cariche di spezie, di

caffè o di cacao e sono arrivate fino a lui,

che ne veste l’aspetto omogeneo con la

saggezza e la sapienza di chi non dimentica

le lezioni dell’arte a lui precedente e

non risparmia il colpo diretto, se c’è da

sfoderare l’ironia o il sarcasmo.

Perché l’educazione artistica di Trentacoste,

nata in una terra straricca di arte ed

arti, la Toscana, è soprattutto rispetto delle

regole. Dalle quali lui pare allontanarsi

solo quando insiste nella sperimentazione,

salvo ricullarcisi quando i temi diventano

popolari, gradevoli, umani, addirittura

romantici e perfino sdolcinati. E così

prendono corpo animali, facce evocative

di antichi dei, sagome facciali distorte, allungate,

da espressioni grottesche o sognanti,

usate per ammonire e raccontare.

Ma quei sacchi servono all’ artista soprattutto

per raccontarsi. Beppe li scova, li distende,

li rispetta lasciando anche la minima

macchia o una traccia di un appunto

a penna scritto da un commerciante o da

un facchino. Talvolta li scuce per ricucirli

insieme. E quelli sono i momenti in cui

la sua anima agitata, da sportivo in trance

agonistica, cerca serenità nelle sue creazioni,

che appaiono invece distese e perfettamente

aderenti al piano della lavorazione

quando è in giornata ed affonda i

colpi con sicurezza, vigore e una creati-


vità sconfinata.

Il materiale plastico modellabile viene ricoperto

dal sacco prescelto, e prende le

fattezze di quel che sarà con un gioco di

adeguata manualità che fa pensare a come

quelle dita, pericolose se racchiuse in

un guantone, siano così delicatamente accorte

e capaci di dar forma ed espressione.

A questa prima fase ne segue una di

indurimento del calco, svuotamento dal

materiale plastico e successivi passaggi

con le resine trasparenti, che rendono e-

terno quel che è fatto e fanno leggera

l’opera. L’anima di un bassorilievo e la

struttura di una operazione artistica moderna.

è continuo, in Trentacoste, il richiamo

alla osservazione del sociale. E così i suoi

camaleonti colorati siamo noi, trasformati

in animali che si adattano, come ci è capitato

nella sventura della pandemia. Nello

stesso modo il grido di un indio dell’Amazonia

è l’urlo stesso di chi vede il

mondo scomparirgli sotto i piedi, e il pugile

a braccia alzate non è certo un vincitore

assoluto, ma colui che, come lo stesso

Trentacoste, si è guadagnato la vita faticando,

riempiendosi di lividi e cicatrici.

Non manca la rappresentazione della imbattibile

favella toscana, quando ironizza

su artisti da record in asta asserendo che

l’arte è umana e raffigurando la faccenda

con una scimmia e la sua banana. Ma appare

anche un mondo di favola, in paesaggi

come una illusione di serenità a cui

tutti ambiscono, le citazioni di Leonardo

in alcune figure, le facce di Dalì o altri

grandi della pittura e i riferimenti allo

spazio, alla vita stessa, al nostro colpevole

rinunciare agli ideali, che in lui sono

invece saldissimi. Da sportivo, ha subito

il colpo, in questi ultimi tristi tempi, della

scomparsa di alcuni grandi atleti. L’omaggio

al suo concittadino Paolo Rossi e

al Pibe de Oro Maradona ne sono sentimentale

prova.

Ultimamente è il sentimentale istinto paterno

ad averlo ispirato. La sua figlia più

piccola, giudice come solo i bimbi sanno

essere, ha apprezzato particolarmente le

opere del papà Saccàio perché decorate

con fantasiosi glitter a sottolineare un

tema caro a Trentacoste: l’amore visto

con gli occhi dei bambini. Avendo visto

la sua piccola giocare con quei palloncini

modellati a forma di animale da mani

esperte e gli altri bimbi in un parco, ha

iniziato a produrre tele piegate ricche di

riferimenti all’amore, ma stavolta quello

che solo i più piccoli sanno esprimere e

vivere in maniera incondizionata. A loro

basta un gioco, un palloncino, il chiasso

allegro. E così Beppe ha capito che l à

stava nascendo una delle tante fonti di

ispirazione peer il suo creare sempre in

movimento, incluso nella misura imposta

di un’opera, ma agile, attivo, mai domo.

Come Mohammed Alì sul ring.

Può far di tutto, coi suoi sacchi. Tanto da

aver meritato per mia nomina l’appellativo

di Gran Saccàio. Può parlarci di vita

e di morte, di epica e di miti, della vita


30

che ci manca, quella del bar e delle

piazze, di sentimenti e passioni e della vita

che deve continuare. Perché per Trentacoste

la sfida non finisce mai, e riemerge

la sua voglia di presentarsi spavaldo

sul ring comparendo fra le corde, ma non

per urlare all’avversario che lo farà a pezzi.

Solo per ricordarci che l’anima stessa

della creatività va salvaguardata sperimentando,

provando, sacrificandosi, sbagliando

per correggere e correggersi. Solo

per darci altre prove della sua totale capacità

di muoversi nel creare le sue opere

come si muoverebbe lui stesso sul quadrato:

senza mai farsi mancare la saldezza.

Da fiero difensore prontissimo all’attacco.

Se solo ci si lascia prendere dal contenuto

del suo gesto creativo, adeguato alle trame

antiche del sacco e presentato in forme

inusuali ma gradite, si può convintamente

affermare che Trentacoste non è

classificabile in una corrente artistica,

perché ha creato un mondo tutto suo, in

cui contano i valori della capacità ed ancor

più quelli del rispetto e della correttezza

nel comporre. Faccenda che, da un

po’, non pare riguardare chiunque creda

di essere in grado di creare, e perciò di

notevole importanza.

Trentacoste sa che la sua faccia da duro

si adegua bene al mondo della boxe. Ma

sa anche che la sua arte, come la sua

anima, è figlia delle dolcezze dei declivi

toscani. è parimenti figlia di origini siciliane,

come quelle di Domenico Trentacoste,

suo antenato, che fu altissimo scultore

e docente alla Accademia delle Belle

arti di Firenze agli inizi del Novecento.

Ed è figlia di un’aria pura, respirata con

orgoglio ad ogni costo.

La presenza delle opere del Gran Saccàio

è costante nelle puntate di Laboratorio

Acca. E noi stessi, in studio, sappiamo

bene che quando ci si avvicina al suo lavoro

per parlarne, non si riesce a dare tutta

la reale percezione di quanto le sue

opere siano piene di entusiasmo, impegno,

vitalità ed emozioni purissime. Ma

il pubblico è scaltro, e gradisce in silenzio

il sapersi assortire che Beppe ha nelle

vene, quella insaziabile voglia di dare

sfogo alla sua tecnica ed alla sua preparazione,

pari sempre alla invenzione, al

gesto inatteso e vincente che nel suo lavoro

si legge grazie ai particolari, alle aggiunte,

ai dettagli che sfuggono al primo

sguardo ma non passano inosservati a chi

sa osservare come si fa con ciò che intimamente

vale.

Giuseppe Trentacoste detto Beppe sa che

il suo cammino sarà lungo e faticoso, e

questo per lui è stimolo e ragione di studio

e di applicazione. Lui va per la sua

via. Delicato coi sentimenti e deciso

quando c’è da combattere. In fondo la

vita è un ring, e guai a chi molla. Beppe,

il Gran Saccàio, può muoversi a suo piacimento

perché sa di avere il colpo giusto

da sferrare. Ed è davvero impossibile prevenire

le sue mosse, intelligenti e sagaci,

di grande creatore. In una foto appare piccolino

di fronte ad una sua installazione

alta sei metri e fatta coi suoi sacchi, le sue

“tele piegate”. Rinuncia al suo apparire

corpulento ed atletico per dare tutto lo

spazio a quelle anime anonime e vaganti

che raccontano il mondo, la storia, la vita.

Altri avrebbero detto con spavalderia “…

ho fatto una installazione enorme…”. Lui

preferisce commentare con un semplice

“… Sai icchè fo’ ? … E ne fo’ una più

grande, vai…”. Perché non ha il minimo

interesse ad accontentarsi. Quando crea i

suoi lavori (splendidi quelli colorati in

pigmento naturale, come avrebbe fatto un

artigiano del medioevo) non conclude per

riposare. Poco, pochissimo tempo, come

accadeva nell’angolo per riprendere fiato,

e via. Ricomincia, raccoglie, plasma, inventa,

racconta. L’arte e la boxe gli hanno

insegnato che solo chi combatte ha diritto

al premio. Ripresa dopo ripresa, sacco

dopo sacco.


Andrea Bassani

“Dinamica spaziale:11 tele gialle” - Acrilico su tele sagomate - cm 40x40

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galleriaesserre@gmail.com


32

Nel segno della Musa

Le interviste diM arilena Spataro

marilena.spataro@gmail.com

“Ritratti d’artista”

Talenti del XXI secolo

Giuliana Cunéaz

Un percorso artistico che inizia con la scultura e con la pittura per

approdare ben presto all'installazione, video arte e infine new media

art. linguaggio quest'ultimo cui l'artista aostana imprime un segno

personale e originalissimo. E che la porta a essere oggi un nome di

riferimento, conosciuto e stimato in Italia e all'estero.

Quali i passaggi salienti di

questo suo percorso?

«Il percorso dedicato alla

sola pittura e alla scultura

è durato poco. Già durante

il periodo di frequentazione dell’Accademia

Belle Arti di Torino capii che non volevo

rimanere intrappolata dalla tela o

confinata in un oggetto statico, ma il mio

desiderio era soprattutto quello di lavorare

sullo spazio con l’installazione e il

video. La prima grande installazione ambientale

dal titolo Archéopteryx l’ho realizzata

ad Aosta nel Teatro Romano a metà

anni ottanta. Era un lavoro ambientale

e interattivo che nasceva dalla volontà di

catturare l’impronta delle stelle in relazione

alla rotazione terrestre. Tutto questo

avveniva all’interno di tre coni specchianti

e “abitabili” con al vertice un foro

stenopeico. Questi elementi funzionavano

come veri e propri apparecchi fotografici.

Ho iniziato così a lavorare sull’ambiente

e nel 1990 ho realizzato Il Silenzio

delle Fate, una grande opera installativa

composta da 24 leggii collocati in diverse

località della Valle d’Aosta che avevano

in comune l’apparizione leggendaria di

una Fata. E’ stata una svolta importante:

ero attratta dal mondo misterioso dell’immaginario

e dalla sua relazione con la natura.

Successivamente, ho iniziato a lavorare

con il video, ma senza rinunciare all’aspetto

installativo come dimostra l’importante

mostra In Corporea Mente curata

da Gillo Dorfles. Il lavoro si svolgeva

intorno all’idea del corpo immaginato.

In seguito, suggestionata dalle scoperta

delle teorie di Edgar Morin ho iniziato

ad interessarmi al tema della complessità

creando lavori che avevano lo

scopo di mettere in discussione lo sviluppo

unitario dell’opera d’arte in base ad

una ricerca che aveva lo scopo d’interrogarsi

sui processi formativi della creazione.

Mi sono, poi, dedicata alle trance

e agli stati di coscienza cercando così di

analizzare la natura misteriosa e metamorfica

della coscienza. Questa ricerca

mi ha condotta a frequentare sciamani,

medium, ipnotisti, psichiatri ed è stato

davvero molto interessante. Successivamente,

ho iniziato a lavorare sulle dinamiche

di gruppo e proprio in occasione


del progetto Zona Franca del 2003 ho

scoperto l’animazione 3D che poi ha accompagnato

tutti i miei lavori successivi

fino ad oggi facendomi così sbarcare tra

gli artisti della new media art».

Cosa si intende oggi per new media art e

quali gli aspetti espressivi che maggiormente

la coinvolgono di questo linguaggio

artistico?

«Si inizia a parlare di new media art intorno

al 2000, anche se fino a quattro o

cinque anni fa i musei si disinteressavano

completamente a questo genere artistico.

Solo ora stanno nascendo centri specializzati

e i lavori iniziano a circolare. I

campi di interesse della new media art si

sono estesi a forme sempre più innovative

e complesse. In sostanza è un’arte

creata mediante le nuove tecnologie, attraverso

l’utilizzo di software; è un’arte

immateriale che si può concretizzare attraverso

lavori installativi e interattivi,

stampe fotografiche, videoproiezioni ma

anche attraverso sculture o creazioni robotiche

la cui sorgente è però quasi sempre

l’opera virtuale. Il computer è il punto

di partenza e in una prima fase sostituisce

le tecniche tradizionali di pittura o scultura.

Io ho scelto di lavorare con il 3D le

cui potenzialità sono infinite. Per quanto

mi riguarda, è stata una scoperta che mi

ha permesso dal 2003 di dare una svolta

al mio lavoro. La tecnica contiene in sé

tutte le principali discipline del mondo

dell’arte: la modellazione, la pittura, l’animazione,

la fotografia, l’architettura, il

video. è un universo straordinario dov’è

possibile sintetizzare ogni forma di linguaggio

artistico senza procedere a scissioni

artificiali. L’animazione 3D rappresenta

per me un potenziale mezzo di sintesi

delle arti. Spesso, cerco di far dialogare

l’elemento virtuale con quello tradizionale,

l’immateriale con l’argilla o la

pittura».

Chi e quali i maestri e i modelli cui si

ispira e che più hanno influenzato la sua

arte?

«Giorgio de Chirico è stato una mia grande

passione adolescenziale. Ho incontrato

poi opere di molti artisti che mi hanno

conquistata da Giotto a De Dominicis

così come da Piero della Francesca a

Matthew Barney, o per citare artisti delle


34

ultime generazioni penso a Tomás Saraceno

o Roberto Cuoghi. Sinceramente,

però, l’aspetto che più ha influenzato la

mia arte è stata la scienza e in particolare

il mondo delle nanotecnologie e le peculiarità

dell’universo quantico. Nel nanomondo

si possono osservare forme straordinarie

e imprevedibili come simmetrie

cristalline, delicati orditi, strutture geometriche

o immagini naturalistiche. Sono

state per me lo spunto per creare i mondi

nei quali immergermi totalmente e consentire

allo spettatore di fare altrettanto.

Come scriveva il grande fisico americano

Richard Feynman «C’è l'impeto delle onde/

montagne di molecole /ognuna stupidamente

immersa/ negli affari suoi/ lontane

milioni di miliardi/ ma spumeggiano

all'unisono». Il senso è chiarissimo: nel

nanomondo – come d’altronde nell’universo

– c’è spazio per tutto. Anche per

l’arte e la poesia. Il mio, ovviamente, è

sempre stato un approccio artistico: in

fondo, credo che lo scienziato o l'artista

si interroghino sulle stesse questioni. Sia

l’uno sia l’altro, quando guardano un polimero

al microscopio elettronico o una

volta stellata al telescopio, ricercano il

piacere della scoperta. Ognuno dei due,

poi, traduce la visione con i mezzi che gli

sono propri. Io ho da sempre il grande desiderio

di rendere visibile ciò che non lo

è, almeno ad occhio nudo. Mi interessa il

sensibile campo immaginifico che si crea

intorno all’invisibile. Sono fondamentalmente

un’esploratrice e lavoro sulla materia,

come un archeologo nel sottosuolo.

E' come avvicinarsi al cuore più segreto

della vita e constatare le qualità e i limiti

della nostra potenzialità percettiva e creativa.

Mi piace pensare che in ogni microgrammo

di materia sia contenuta tutta la

complessità dell’universo e immedesimarmi

nell’improbabile sogno di un atomo».

C’è nei suoi progetti il cinema, quello più

tradizionale che vede protagonista la

macchina da presa. Se sì quali i soggetti

e il genere che vorrà realizzare?

«Anche nel mio film I Cercatori di Luce

che uscirà prima dell’autunno la tecnologia

è molto presente, in quanto tutti i paesaggi

sono realizzati in 3D, mentre i personaggi

sono reali ripresi su green screen

e poi, in fase di post produzione inseriti

negli ambienti virtuali. La realizzazione

è stata particolarmente complessa sebbene

di notevole interesse in quanto mi

ha consentito di rendere possibile il dialogo

tra le arti (danza, teatro, cinema, musica,

moda). Il lavoro coinvolge attori di

fama internazionale (una fra tutti, Angela

Molina), stilisti, grandi stelle della danza,

performer, top model e il musicista e compositore

Paolo Tofani che ha fatto parte

degli Area, tra i più sperimentali gruppi

degli anni settanta. I Cercatori di Luce è

una videoinstallazione su tre schermi dove

il paesaggio nanomolecolare, di sofisticata

bellezza, diventa lo scenario nell’ambito

del quale i protagonisti compiono

azioni tese a modificare il contesto.


Rappresenta lo strumento per interrogarsi

sul nostro stare al mondo di fronte ad un

sistema dove la sostenibilità ambientale

è stata messa in grave pericolo. Si crea,

così, un grande affresco sul potere rigenerativo

della natura attraverso il lento

percorso che conduce dalle tenebre alla

luce. I Cercatori di Luce, portatore di un

messaggio di carattere sociale ed ecologico,

rappresenta una ricerca all’avanguardia

nella sperimentazione tecnica dove

tutte le energie sono concentrate sulla

ricerca della luce, intesa come materia

connaturata alla terra feconda e “mente

del mondo”. L’opera ha lo scopo evidenziare

l’unione primigenia tra l’io e la natura:

la luce si espande e diventa luogo di

condivisione e di conoscenza».

In questi ultimi anni il suo lavoro ha ricevuto

molti riconoscimenti collocandola

tra i talenti della video art in ambito internazionale,

quali, a suo avviso, i motivi

di questo successo?

«Direi la tenacia, la costanza di proseguire

nella mia ricerca nonostante le difficoltà

incontrate, la fiducia nel mio lavoro,

inoltre la capacità di far fronte alla

solitudine e allo scetticismo di molti e di

non cedere a tentazioni legate al mercato

o al facile successo».

Delle opere fino ad oggi realizzate quali

sono quelle cui è più affezionata e che

sente maggiormente rappresentative del

suo universo artistico ed esistenziale?

«Ogni periodo ha le sue opere portanti.

Ma volendo citarne solo alcune direi Il

Silenzio delle Fate in quanto è ancora un

lavoro molto attuale.

C’è, poi, un’opera del 1995 intitolata

Biancaneve con cui ho una storia “affettiva”

particolare. Birth Tree, un lavoro del

2008 e Waterproof del 2011 perchè celano

strane coincidenze o premonizioni.

I Cercatori di Luce, infine, è una tappa

per me fondamentale. Scherzando lo chiamo

“la mia Cappella Sistina.” Riassume

tutti i miei interessi; è un po’ la summa

dei miei precedenti lavori e di tutte le mie

potenzialità».

Qual è, a suo parere, il ruolo della video

art e delle arti visive legate alle tecnologie

digitali in un tempo di grandi mutamenti

epocali, come questo che stiamo

vivendo. Cosa ne sarà delle arti plastiche

tradizionali?

«Più che al presente, mi rivolgerei al futuro

prossimo. Credo sarà inevitabile per

il mondo dell’arte confrontarsi con le tecnologie

e questo sovvertirà il gusto del

nostro tempo e il mercato dell’arte. Le

tecnologie sono già presenti da tempo

nelle opere di molti artisti ma c’è stata

sempre una certa resistenza da parte del

sistema ad accogliere i lavori che non

fossero “fatti a mano” e che non fossero

pezzi unici cioè non riproducibili. Anche

se in questo Andy Warhol ci ha dimostrato

che la serialità non è necessariamente

un limite. Ma la società si sta sviluppando

intorno alle tecnologie digitali

e soprattutto i giovani lo dimostrano. La

pandemia poi, ha rappresentato in tal sen-


36

so una straordinaria accelerazione. Credo,

tuttavia, che la pittura, così come la scultura

continueranno ad esistere, probabilmente

ne usciranno valorizzate. Le tecnologie

e le arti tradizionali possono coesistere

e in certi casi integrarsi».

Come vede il futuro dell’umanità e quanto

a suo avviso l’Arte, specialmente quella

degli artisti più visionari e ispirati, è

capace di anticipare e cogliere il mondo

che verrà?

«“Lo scopriremo solo vivendo”. Spero

che l’umanità riuscirà a darsi un futuro

iniziando sin d’ora attraverso una maggiore

coscienza ecologica. Gli artisti sicuramente

sapranno interpretare e rendere

più piacevole il difficile compito dello

“stare al mondo”».

Oggi cos’è l’Arte. Si può immaginare un

mondo senza?

«No. L’arte fa parte della nostra natura di

esseri umani. L’arte di oggi non credo sia

tanto diversa dall’arte di sempre. Cambiano

gli strumenti, le tecniche, gli stili, i

gusti, il modo di proporla. Ma in fondo i

motivi e le emozioni che ci spingono a

creare o quelli che ci arricchiscono nell’incontrarla

sono sempre gli stessi».

Quale il rapporto che intercorre tra le

arti tradizionali e la new media art.

Come si configura questo rapporto nel

suo lavoro?

«Personalmente le utilizzo entrambe. Anzi

mi piace molto la relazione che si crea

tra l’immagine impalpabile del virtuale e

quella concreta e densa della materia. Il

mio rapporto è ottimo! Lo dimostrano i

miei screen painting che coniugano la pittura

su schermo TV alle immagini digitali

in 3D con un effetto di immediato impatto

visivo. Creare il primo screen painting

è stato come abbattere un tabù. Intervenire

con un pennello intinto nel colore

direttamente sulla pelle dello schermo

in modo da far dialogare l’immagine

virtuale con quella pittorica, è stata una

bella emozione. Oppure le wunderkammer

che affiancano immagini digitali dalle

forme nanotecnologiche con le sculture

dalle stesse forme realizzate con argilla

cruda».

Quale la welthansauung, il terreno emotivo

e culturale da cui nasce il suo lavoro?

«Sono un’artista visionaria che non ha

mai rinunciato all’aspetto poetico ed emozionale

dell’opera. Sono in molti a dirmi

che le mie opere, nonostante le tecnologie,

conservano un fascino arcaico. L’artista

riesce ad umanizzare la tecnologia,

a trasferire in essa un po’ della sua anima».

Un sogno nel cassetto di Giuliana Cunéaz?

«Quello di vedere svettare le grandi torri

monumentali di waterproof nel mare di

Fukushima. Ho realizzato quel lavoro video

appena prima che succedesse il disastro,

in seguito a una vera e propria premonizione.

La scena era ispirata a due

antiche tavole giapponesi».


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38

Grandi Mostre

“Dante. la visione dell’arte”

Musei San Domenico di Forlì

Dall' 1 Aprile all'11 luglio 2021

di Marilena Spataro

Nicola Monti - “Francesca all’inferno”

Dante. La visione dell’arte si

annuncia uno degli even- ti

espositivi più importanti di

questo 2021, anno delle celebrazioni

per il 700esimo

della morte di Dante Alighieri.

La mostra, che si terrà ai Musei San Domenico

di Forlì, dall'1 Aprile all’11 Luglio,

è organizzata in partnership dalla

Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì

e dalla Galleria degli Uffizi di Firenze,

nell'ambito delle iniziative dantesche

promosse dal Mibcact, e nasce da un'idea

di Gianfranco Brunelli, direttore

delle grandi mostre della Fondazione

Cassa dei Risparmi di Forlì e di Eike

Schmidt, direttore della Galleria degli

Uffizi. L’esposizione, che vede come

curatori Antonio Paolucci e Fernando

Mazzocca, coadiuvati da un prestigioso

comitato scientifico, racconta a 360 gradi

la figura del Sommo poeta presentandosi

come un viaggio esclusivo nella

storia dell’arte tra Medioevo ed età contemporanea,

con circa trecento capolavori

selezionati dal Duecento al Novecento.

Si andrà, così, da Giotto, a Filippino

Lippi, da Lorenzo Lotto a Michelangelo

e Tintoretto, fino ad arrivare a

Boccioni, Casorati e tanti altri maestri

del secolo scorso. La scelta di Forlì

come scenario dell’esposizione fa parte

di una strategia volta a valorizzazione

un luogo e un territorio che sono un

ponte naturale tra Toscana ed Emilia-

Romagna, ma anche, e soprattutto, perchè

Forlì è città dantesca. Qui Dante

trovò rifugio, lasciata Arezzo, nell’autunno

del 1302, presso gli Ordelaffi, signori

ghibellini della città. E qui fece

ritorno, seppure occasionalmente, in seguito.

La mostra indaga per la prima volta, nel

periodo che va dal ‘200 al ‘900, l’intimo

rapporto tra Dante e l’arte, che viene interamente

analizzato e ricostruito, presentando

gli artisti che si sono cimentati

nella grande sfida di rendere in immagini

la potenza visionaria di Dante, delle

sue opere ed in particolare della Divina

Commedia, o che hanno trattato tematiche

simili a quelle dantesche, o ancora

che hanno tratto da lui episodi o perso-


Gaetano Previati - “Il sogno”

Dante Gabriel Rossetti - “Beatrice”

Domenico Tintoretto - “Paradiso”

naggi singoli, sganciandoli dall’intera

vicenda e facendoli vivere di vita propria.

Sono circa cinquanta, tra dipinti, sculture

e disegni, le opere che le Gallerie

degli Uffizi, coorganizzatrici del grande

evento espositivo, hanno messo a disposizione

di “Dante. La visione dell’arte”.

Tra queste, un corpus di disegni a tema

di Michelangelo e di Zuccari. I celebri

ritratti del Poeta di Andrea del Castagno

e di Cristofano dell’Altissimo. E poi

l’Ottocento con Nicola Monti, Pio Fedi,

Giuseppe Sabatelli, Raffaello Sorbi e il

capolavoro di Vogel von Volgestein,

Episodi della Divina Commedia.

Non solo gli Uffizi, però, hanno aperto

i loro ‘scrigni danteschi’ per la mostra,

prestiti arrivano dall’Ermitage di San

Pietroburgo, dalla Walker Art Gallery di

Liverpool, dalla National Gallery di

Sofia, dalla Staatliche Kunstsammlungen

di Dresda, dal Museum of Art di

Toledo, Musée des Beaux-Art di Nancy,

di Tours, di Anger; e poi dalla Galleria

Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

di Roma, dalla Galleria Borghese,

dai Musei Vaticani, dal Museo di

Capodimonte e da innumerevoli musei

italiani e stranieri.

Con questa esposizione il visitatore sarà

magistralmente condotto alla scoperta

della crescente leggenda di Dante attraverso

i secoli. La prima fortuna critica

del Poeta sarà mostrata attraverso le

prime edizioni della Commedia e alcuni

dei più importanti Codici miniati del

XIV e XV secolo. Apposite sezioni saranno

dedicate alla sua fama nella stagione

rinascimentale, alla riscoperta

neoclassica e preromantica del suo genio,

alle interpretazioni romantiche e

Novecentesche della sua opera ed eredità;

capitoli a parte verranno dedicati

all’ampia e fortunata ritrattistica dedicata

all’Alighieri nella storia dell’arte,

al tema del rapporto tra Dante e la cultura

classica, alla figura di Beatrice, che

il Poeta eleva ad emblema del rinnovamento

dell’arte e delle sue stesse positive

passioni.

Protagonisti della mostra saranno anche

le molteplici raffigurazioni che alcuni

tra i più grandi artisti hanno offerto nel

corso della storia della narrazione dantesca

del Giudizio universale, dell’Inferno,

del Purgatorio e del Paradiso. Il

percorso si concluderà con capolavori

ispirati, nella loro composizione, al

XXXIII canto del Paradiso.

Altro aspetto da sottolineare di questa

ricca esposizione è che con essa, in un

momento tanto difficile per l’ intera u-

manità come quello che stiamo vivendo,

si desidera proporre un simbolo di riscatto

e di rinascita, ciò non solo per il

nostro Paese, ma per il mondo intero; un

aspetto simbolico con cui valorizzare lo

spirito di cultura e di civiltà, oltre che


40

Lorenzo Lotto - “Trasfigurazione”

Andrea Del Castagno- “Dante”

Beato Angelico - “Giudizio finale”

artistico, e che sono elementi fondanti

della mostra stessa.

Sottolinea al riguardo il direttore delle

Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt:

“In questo periodo, è importante ritrovare

in Dante non solo un simbolo

di unità nazionale, ma anche un conforto

spirituale e un riferimen- to culturale

comune. La mostra sarà un’occasione

per ripensare al padre della

lingua italiana e offrirà materia per riflettere

sull’importanza che l’opera

dantesca – i suoi versi, i personaggi e

gli eventi da lui narrati – riveste ancora

nei nostri tempi”.

Per il direttore delle Grandi mostre

della Fondazione Cassa dei Risparmi

di Forlì, Gianfranco Brunelli é possibile

affermare che “se c’è un’esposizione

davvero completa e davvero nazionale,

nell’anno centenario di Dante,

quella forlivese si iscrive ad esserlo.

Non solo la Commedia viene

ricondotta lungo i rispecchiamenti

che l’arte ne ha tratto, ma tutto Dante.

Un viaggio dell’arte e un viaggio nell’arte

che ci consente di rivedere Dante,

il suo tempo e il nostro”.

Dante. La visione dell’arte

dal 12 marzo all'11 luglio 2021

Musei San Domenico di Forlì

Piazza Guido da Montefeltro 12,

Forlì

http://www.cultura.comune.forli.fc.it/


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42

Piero Masia

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LAviniA sALvAtori

MostrA DAL 7 AL 20 ApriLe 2021

“Un’astrazione sospesa in un perfetto equilibrio”

Senza titolo - 2021 - Tem pera e tecnica m ista su tela - cm 70x100

“L’artista Lavinia Salvatori raggiunge con il suo iter pittorico una totale libertà di espressione riuscendo sempre ad arrivare

al fruitore con una definizione stilistica fortemente innovativa tanto da rendere ogni sua opera un’immagine simbolica e

un’astrazione indipendente. I suoi soggetti, che rappresentano un linguaggio armonioso, si elevano nell’opera con un movimento

di ritmi curvilinei e di larghe campiture in cui, il dinamismo gestuale e la sinfonia del colore, hanno un ruolo importante

all’interno della sua creazione ed evidenziano un’ esecuzione originale che ha il potere di comunicare una costante chiave

di lettura. Attraverso una continuità di volumi, di cerchi intersecati e di segni Lavinia Salvatori crea uno spazio di importante

sintesi e di ricerca strutturale, dando sempre vigore alle opere con un risultato ricco di sensazioni immediate. L’essenza

cromatica e la linearità del tratto si immettono in una sfera sognante che si allinea con un preciso impianto formale ed una

capacità compositiva e di una tecnica evidente. Il segno grafico, deciso e incisivo, si nutre di validi apporti formali altamente

suggestivi in cui le velate sovrapposizioni di colori, di suprema armonia, danno energia all’opera tanto da riuscire a cogliere

il senso materico e psicologico di ogni elemento. Nell’ultima serie dell’artista Salvatori prende vita il colore rosso, che sospeso

su una ampia base di bianco, domina ed evidenzia un accordo cromatico di spettacolare visione, individuando così una comunicativa

incisiva. Elementi simbolici, piani di luce e contrasti chiaro scurali si rincorrono sulla tela originando una notevole

scansione dello spazio e segnando un’ evolutiva unica. Attraversano l’astrazione della Salvatori, linee rette, simboli di verticalismo

e ritmi curvilinei che si susseguono in una dimensione temporale magica e in una forza gestuale del tratto intrisa

di autonomia interpretativa.”

Monia Malinpensa (Art Director- Giornalista)

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44

Dante a Verona

1321-2021

Appuntamenti con l’arte

Lo primo tuo refugio e 'l

primo ostello

sarà la cortesia del gran

Lombardo

che 'n su la scala porta il

santo uccello;

ch'in te avrà sí benigno

riguardo

che del fare e del chieder,

tra voi due,

fia primo quel che,

tra li altri, è più tardo.

Dante, Paradiso, XVII

Nel programma Dante a Verona

1321-2021 trova ampio

spazio l’arte, con una

nutrita serie di appuntamenti

che celebrano la figura

del Sommo Poeta e il suo rapporto

con Verona, con proposte pensate per un

pubblico ampio, di tutte le età.

Cuore dei progetti di ambito artistico –

che vedono coinvolti il Comune di Verona,

i Musei Civici, l’Università di Verona

e le altre istituzioni aderenti al Protocollo

di intesa dantesco – è un’inedita

mostra diffusa appositamente ideata per

le celebrazioni del centenario del 2021.

L’anno dantesco, infatti, prevede il duplice

omaggio al Poeta, quale letterato e

intellettuale di insuperabile fama attraverso

il tempo, e alla città di Verona, che

gli diede “lo primo tuo refugio e ’l primo

ostello” (Paradiso, XVII, 70): il poeta vi

giunse una prima volta tra il 1303 e il

1304, ospite di Bartolomeo della Scala e

una seconda volta alla corte di Cangrande,

in un periodo che è difficile determinare

con sicurezza, ma compreso tra il

1312 e il 1320. Il legame con la città e

con gli Scaligeri fu quindi forte e duraturo:

e di questo è la città stessa di Verona

che costituisce la prima e più importante

testimonianza. è Verona infatti – nel suo

tessuto urbano, nelle sue emergenze architettoniche

civili e religiose, nelle sue

preziose testimonianze artistiche e documentarie,

seppur stratificate nel corso dei

secoli – che parla ancora dell’epoca di

Dante, consentendo di percorrere le stesse

strade, entrare nei palazzi e nelle chiese,

vedere le immagini dipinte e scolpite

che, oltre settecento anni fa, il Poeta esiliato

ammirò nel corso del suo soggiorno,

durante il quale prese forma e fu scritta

una buona parte della Commedia.

La città, quindi, non solo fa da sfondo

alla vicenda dantesca, ma ne diventa essa

stessa protagonista: proprio per cogliere

e valorizzare questa specificità, che distingue

e caratterizza Verona rispetto alle

altre città dell’esilio, il progetto Dante a

Verona 1231-2021 si costituisce come

mostra diffusa, scegliendo di puntare sulla

riscoperta dei luoghi della presenza e

della tradizione dantesca, mediante la

predisposizione di un itinerario cittadino.

Il percorso e le tappe della mostra diffusa

sono contenuti in un’agile mappa cartacea,

distribuita gratuitamente alla cittadinanza,

preziosa guida che conduce i visitatori

attraverso una trama di itinerari

alla scoperta dei luoghi direttamente legati

alla presenza del Poeta in città; a

quella dei suoi figli e degli eredi, che ancora

oggi risiedono a Gargagnago in Valpolicella;

alla tradizione dantesca, che nei

secoli continuò ad alimentarsi e a crescere,

fino a diventare, nell’Ottocento, un

imprescindibile punto di riferimento per

l’identità civica e nazionale. Sono parte

dell'itinerario i principali monumenti civili

e religiosi di Verona e alcune emergenze

del territorio, che il visitatore è invitato

a rileggere alla luce dello “sguardo

di Dante”, al fine di cogliere, nella

piacevolezza di una passeggiata, quanto

della città al tempo del Poeta rimanga ancora

oggi e quanto sia stato invece radicalmente

trasformato e modificato nel

corso dei secoli. Ogni luogo dantesco

della mappa verrà segnalato in situ con

un apposito totem; qui, tramite un semplice

tocco sul proprio cellulare tramite

QRcode, il visitatore potrà comodamente

accedere a un’espansione digitale dei

contenuti della mappa, a ulteriore appro-


fondimento del proprio itinerario in compagnia

del Poeta. La mostra diffusa trova

un’articolata selezione di sviluppi tematici

a carattere storico-artistico nelle e-

sposizioni in programma alla Galleria di

Arte Moderna “Achille Forti” di Palazzo

della Ragione e al Museo di Castelvecchio.

Il disegno botticelliano, Dante e

Beatrice. Paradiso II (Kupferstichkabinett,

Berlino) - opera in mostra alla Galleria

d’Arte Moderna “Achille Forti” - è

stato scelto come immagine coordinata

della mostra diffusa, infatti, sviluppando

graficamente il tema dell’itinerario

dantesco nel Paradiso lo traduce nel cammino

del Poeta, guidato da Beatrice, lungo

le strade di Verona, alla scoperta dei

luoghi legati alla sua memoria.

Dante negli archivi. L’Inferno di Mazur

Museo di Castelvecchio, Sala Boggian,

8 marzo - 3 ottobre 2021.

Mostra a cura di Francesca Rossi, Daniela

Brunelli, Donatella Boni.

La prima mostra in programma costituisce

un tributo alla Commedia attraverso

la lente privilegiata di un libro d’artista

contemporaneo. Sala Boggian al Museo

di Castelvecchio ospita quarantuno acqueforti

e acquetinte che l’artista americano

Michael Mazur (1935-2009) produsse

ispirandosi alla prima cantica della

Divina Commedia per comporre il libro

d’artista Michael Mazur. Etchings. L’Inferno.

Dante, stampato in tiratura limitata

di 50 copie in collaborazione con il maestro

tipografo Robert Townsend. L’opera

grafica è accompagnata dai corrispettivi

brani del testo originale di Dante Alighieri

con, a fronte, la fortunata traduzione in

inglese dell’Inferno realizzata dal poeta

Robert Pinsky. L’esemplare del portfolio

contrassegnato come “Artist’s proof set

for Castelvecchio” - in esposizione - è

stato infatti donato dall’autore al Gabinetto

Disegni e Stampe del Museo, a seguito

di una prima mostra tenutasi nell’anno

2000, sempre in sala Boggian. Fu

lo stesso Mazur a dichiarare, in una lettera

custodita nell’archivio del Museo,

che tale esposizione rappresentava per lui

“un sogno che veniva a compimento”,

evidentemente consapevole della centralità

di Verona nell’immaginario legato a

Dante. All’interno delle splendide teche

disegnate da Carlo Scarpa (1906-1978),

il pubblico può ammirare l’interpretazione

decisamente originale e intimamente

sentita del viaggio di Dante, frutto della

lunga meditazione di Mazur sui significati

del poema e sul rapporto tra testo e

immagine. Alle possibilità espressive delle

tecniche utilizzate è affidata una vera

e propria “traduzione visiva” del testo, in

parallelo a quella letteraria.

Dall’archivio che le custodisce, le acqueforti

e acquetinte contenute nel libro d’artista

sono esposte per testimoniare il confronto

tra un interprete contemporaneo e

l’immaginario medievale, tra segno grafico

e linguaggio poetico.

Tra Dante e Shakespeare:

il mito di Verona

Galleria d’Arte Moderna “Achille Forti”,

7 maggio-3 ottobre 2021.

Mostra a cura di Francesca Rossi, Tiziana

Franco, Fausta Piccoli.

Realizzata con il patrocinio e il contributo

del Comitato Nazionale per la celebrazione

dei 700 anni dalla morte di Dante

Alighieri, la mostra costituisce un o-

maggio all’esilio veronese di Dante e al

legame tra Verona e il Poeta che, nel

corso dei secoli, continuò ad alimentarsi

dando origine a una ricca produzione

artistica. Il progetto espositivo

prevede una selezione di oltre 100 opere

tra dipinti, sculture, opere su carta, tessuti

e testimonianze materiali dell’epoca scaligera,

codici manoscritti, incunaboli e

volumi a stampa in originale e in formato

digitale provenienti dalle collezioni civiche,

dalle biblioteche cittadine, da biblioteche

e musei italiani ed esteri. La mostra

copre un arco cronologico compreso tra

Trecento e Ottocento e si articola in 6 sezioni,

che sviluppano due nuclei tematici

principali.

Il primo intende ricostruire il rapporto

tra Dante, Verona e il territorio ve-


46

neto nel primo Trecento. La rievocazione

del leggendario, presunto incontro

tra Giotto e Dante a Padova consente di

ripercorrere la cultura artistica sca- ligera

nel grande snodo della rivoluzione giottesca

(sezione 1); il profondo vincolo che

unì Dante e Cangrande della Scala si

concentra su testimonianze legate alla figura

dello Scaligero, allargandosi a cogliere

il contesto storico-culturale in cui

il Poeta visse negli anni dell’esilio e della

creazione del suo Poema (sezione 2).

Una pregevole selezione di testi decorati

della Commedia, manoscritti e a stampa,

traghetta i visitatori dall’epoca di Dante

alla fine del Settecento, attestando la costante

e qualificata attenzione che in particolare

Verona e il Veneto rivolsero al

Poeta e alla sua Opera (sezione 3).

Il secondo nucleo tematico si concentra

sul revival ottocentesco di un medioevo

ideale tra Verona e il Veneto,

destinato in particolare a mutare il volto

e la percezione della città scaligera fino

ad oggi. Protagonista di tale revival fu

l’esaltante riscoperta del mito di Dante

nella stagione del Romanticismo, incarnazione

sia dei nascenti ideali risorgimentali

sia del tormento creativo dell’intellettuale

esiliato. Per illustrare questo

snodo, la mostra si sofferma sulla

fortuna iconografica del poeta esiliato

cantore della Commedia (sezione 4) e su

quella dei suoi personaggi, a partire da

Beatrice e Gaddo. Una particolare attenzione

viene riservata alle immagini femminili

e alle tragiche vicende, legate al

tema dell’amore e degli amanti

sfortunati, di Pia de’ Tolomei e Paolo

e Francesca (sezione 5), che testimoniano

anche una fitta circolazione

di opere e temi iconografici,

con particolare attenzione all’ambito

veneto e lombardo.

Ciò consente di introdurre il mito di

Giulietta e Romeo(sezione 6), cantata

da Luigi da Porto nel Cinquecento,

resa celebre da William Shakespeare

e fondamentale per cogliere

il costituirsi dell’identità della

Verona ottocentesca, che si nutrì

in parallelo della presenza storicamente

fondata di Dante alla corte di

Cangrande e di quella immaginaria

dei due sfortunati amanti, creati

nella cornice di un Trecento cortese.

Alla duplice presenza di un

medioevo ideale dantesco e shakespeariano,

nutrito dalla memoria reale

del medioevo scaligero, si lega- no

ancor oggi la fisionomia urbana e culturale

di Verona: in tal modo, la mostra si

lega intimamente al percorso di visita

nella “mostra diffusa” che è la città

stessa, nei monumenti e nelle testimonianze

urbanistiche e architettoniche legate

alla memoria di Dante e di Ro- meo

e Giulietta.

Le sezioni della mostra

Sezione 1 – Dante e Giotto. La mostra

offre una raffinata e rappresentativa selezione

di manoscritti, pitture e sculture

che documentano la grande stagione del

primo Trecento veronese, che si confrontò

precocemente e in modo originale

con il nuovo, rivoluzionario paradigma

giottesco. Sono presenti alcuni preziosi

codici che nelle loro miniature testimoniano

del passaggio, proprio negli anni

danteschi, dalla cultura duecentesca alle

novità giottesche: la Leggenda dei Santi

Giorgio e Margherita (Verona, Biblioteca

Civica, Ms. 1835), l’Historia imperialis

di Giovanni Mansionario (Verona,

Biblioteca Capitolare, Ms. CCIV), gli

Statuti del Comune di Verona (Verona,

Biblioteca Civica, Ms. 3036), le Costituzioni

del Capitolo Canonicale (Verona,

Biblioteca Capitolare, Ms. DCCLXV). A

testimonianza della prima stagione giottesca,

sono presenti due opere del cosiddetto

maestro del Coro degli Scrovegni,

pittore della più stretta cerchia del maestro

fiorentino: la lunetta della tomba di

Giuseppe della Scala, dall’abazia di San

Zeno, raffigurante la Madonna con Bambino

tra i santi Benedetto e Zeno e i

frammenti della Crocifissione (Padova,

Veneranda Arca di Sant’Antonio), cui si

aggiunge lo Sposalizio mistico di Santa

Caterina del cosiddetto Maestro del Redentore,

il pittore di più stretto seguito

giottesco a Verona (Museo di Castelvecchio).

In mostra saranno anche due pregevoli

opere di scultura, la Madonna con

Bambino del cosiddetto Maestro di Santa

Anastasia (Museo di Castelvecchio) e

una Madonna con Bambino dello stesso

scultore del noto San Zen che ride (Barbarano

Vicentino, parrocchiale).

Sezione 2 – Dante e Cangrande. Il racconto

dell’accoglienza veronese all’esule

Dante è evocato da una presenza quasi

‘fisica’ di Cangrande, raccontata attraverso

le stoffe del suo corredo funerario,

la spada, il calco del gisant del suo sepolcro

monumentale presso le Arche

Scaligere e una selezione di incisioni e

pitture che, tra Settecento e primo Novecento,

attestano la secolare fortuna

iconografica dell’“amicizia” tra lo Scaligero

e il Poeta. Tra le opere della sezione,

si segnalano l’incisione con Cangrande

accoglie Dante Alighieri in esilio

di Carlo Canella (Museo di Castelvecchio)

e la tela Dante legge la Divina

Commedia alla corte degli Scaligeri di

Luigi Melche (Padova, Musei degli Eremitani).

Sezione 3 – La Commedia tra Tre e

Settecento: immagine e fortuna in

ambito veneto. Una rappresentativa selezione

di preziosi codici miniati, in originale

e in formato digitale, illustra la

fortuna della Commedia in ambito veneto

tra il XIV e l’inizio del XV secolo:

la Commedia Egerton (Londra, British

Libra- ry, Ms. 934, in digitale), la Commedia

della Biblioteca Comunale di Treviso

(Ms. 337, in originale e digitale); la

Commedia della Biblioteca Nazionale

Marciana di Venezia (Ms. It. IX, 276

(=6902), in originale e digitale); la Commedia

della Biblioteca Civica di Verona

del 1409 (Ms. 2896, in originale); la

Commedia del 1431 della Biblioteca del

Seminario di Verona (Ms. 334, in originale),

riscoperta in occasione della presente

mostra e finora sconosciuta alla

critica storico-artistica. Segue una selezioni

di incunaboli e cinquecentine riccamente

illustrate, che introducono alle

prime versioni a stampa della Comme-


dia, mentre, per il Settecento, una Commedia

trascritta a mano dai veronesi Giuseppe

Torelli e Gian Giacomo Dionisi

attesta la precoce attenzione filologica

dedicata dalla città scaligera al Poeta

(Verona, Biblioteca Capitolare, Ms.

DCCCXIII, originale).

Sezione 4 – Il mito di Dante e della

Commedia dell’Ottocento. La figura di

Dante, exul immeritus e padre del risorgimento

italiano, è documentata attraverso

una selezione di dipinti, incisioni,

monete, busti e bozzetti di sculture. Tra

le opere di pittura, si segnalano: Ecco colui

che andò all’Inferno e ritornò, di

Francesco Saverio Altamura (Pescara,

collezione privata) e Dante di fronte alla

chiesa di Sant’Anastasia di Verona di

Giuseppe Pianeta (Firenze, GAM); tra le

sculture, il bozzetto della statua di Dante

di Ugo Zannoni (Verona, Società Letteraria)

e il busto di Dante di Luigi Ferrari

(Vicenza, Biblioteca Civica Bertoliana).

Una gustosa e rappresentativa selezione

di miniature in stile neomedievale del veronese

Pietro Nanin, conservate presso i

Musei Civici di Verona, introduce alla

fortuna veronese di alcuni episodi dell’Inferno.

Ancora sul tema dell’Inferno,

viene presentata per la prima volta una

serie inedita di acquerelli di Viscardo

Carton (Milano, collezione privata).

Sezione 5 – Beatrice, Pia de’ Tolomei,

Gaddo, Paolo e Francesca: immagine

e fortuna dei personaggi danteschi. La

straordinaria presenza di tre disegni botticelliani

della Commedia (Paradiso, II,

IV, XVII; Berlino, Kupferstichkabinet)

introduce ed esalta la fortuna e la vitalità

dell’immaginario dell’opera del Poeta tra

Cinque e Ottocento, che viene documentata

in mostra da una pregevole sezione

di opere che approfondiscono, in particolare,

le figure di Pia de’ Tolomei, Gaddo,

Ugolino, Paolo e Francesca. Tra le

sculture saranno esposte Beatrice, un inedito

gesso di Ugo Zannoni, Gaddo e Il

conte Ugolino e i figli, capolavori di Torquato

della Torre (Verona, GAM). Tra le

pitture, Pia de’ Tolomei condotta in Maremma

di Pompeo Molmenti e Pia de’

Tolomei di Lorenzo Rizzi (Verona, GAM),

Il bacio di Paolo e Francesca di Giuseppe

Luigi Poli (Bergamo, Accademia Carrara),

Paolo e Francesca sorpresi da Gianciotto

(Savona, Pinacoteca Civica) e Paolo

e Francesca nel vortice infernale (Savona,

Pinacoteca Civica), entrambi di

Giuseppe Fraschieri, Paolo e Francesca

di Gaetano Previati (Bergamo, Accademia

Carrara).

Sezione 6 – Shakespeare e il mito di

Romeo e Giulietta a Verona e in Italia.

Una selezione di opere a stampa, incisioni

e dipinti presenta la fortuna della

novella di Romeo e Giulietta, ambientata

a Verona da Luigi da Porto a partire dal

passo dantesco di Purgatorio, VI, 106

(“vieni a veder Montecchi e Cappelletti”),

e resa celebre da Shakespeare in

tutto il mondo. Le cinquecentine della

Historia di Da Porto e della Historia di

Verona di Girolamo dalla Corte, prime

fonti della novella, sono accompagnate

dalle incantevoli miniature di Gian Battista

Gigola, eseguite all’inizio del XIX

secolo per Gian Giacomo Trivulzio e il

nipote Giuseppe Poldi Pezzoli (Milano,

Biblioteca Trivulziana, Rari Triv. G 20,

Rari Triv. E 22, in originale e digitale),

cui si affiancano una selezione di stampe

e di dipinti che sintetizzano la grande fortuna

iconografica di Romeo e Giulietta:

Giulietta nel prendere il sonnifero di Domenico

Scattola (Fondazione Cariverona);

due raffinati dipinti di Pietro Roi,

Giulietta (Verona, Casa di Giulietta) e

Giulietta e Romeo (Vicenza, Musei Civici);

i Funerali di Giulietta di Scipione

Vannutelli (Roma, GAM); una visita alla

tomba di Giulietta di Tranquillo Cremona

(Milano, GAM).

La mano che crea. La galleria pubblica

di Ugo Zannoni

Galleria d’Arte Moderna “Achille Forti”,

in corso - fino al 5 ottobre 2021.

Mostra a cura di Francesca Rossi.

Già in corso, la mostra si lega intimamente

al percorso della mostra diffusa,

con particolare riferimento alla statua di

Dante in Piazza dei Signori, eseguita nel

1865 da Ugo Zannoni (1836-1919) e restaurata

in occasione dell’anno dantesco.

Scultore, collezionista e mecenate, Zannoni

fu uno dei maggiori scultori dell’Ottocento

veronese, che visse una lunga

carriera all’insegna di relazioni artistiche

tra Verona, Milano e Venezia, animata

dall’impegno civile a favore della cultura

e dei musei cittadini. Tra il 1905 e il

1918, Zannoni donò ai musei civici veronesi

la sua cospicua collezione di opere

d’arte, che contava circa 200 opere, contribuendo

così a gettare le basi per la costituzione

di una Galleria d’Arte Moderna

a Verona.

La fama dell’artista è legata soprattutto

alla realizzazione di un monumento simbolo,

la celebre statua di Dante Alighieri,

che, nel centro di piazza dei Signori, rivolge

lo sguardo ai palazzi Scaligeri deve

il Poeta, fu accolto nel corso del suo

esilio. Zannoni eseguì quest’opera nel

1865: non ancora trentenne, si aggiudicò

la vittoria di un importante concorso promosso

per la ricorrenza del VI centenario

della nascita del Poeta.

Dante a Verona 1321-2021. Il mito della

città tra presenza dantesca e tradizione

shakespeariana.

catalogo della mostra diffusa, a cura di

Francesca Rossi, Tiziana Franco, Fausta

Piccoli.

Con una nuova formula editoriale, il catalogo

scientifico accoglie interventi relativi

a tutta la mostra diffusa, comprensiva

di contributi di ricerca relativi alle

mostre Tra Dante e Shakespeare: il mito

di Verona presso la Galleria d’Arte Moderna

“Achille Forti” e Dante negli archivi.

L’Inferno di Mazur presso il Museo

di Castelvecchio, e di schede di approfondimento

sui luoghi danteschi presentati

nella mappa.


48

S i l v a n a G a t t i

“Il ragazzo dagli occhi blu” – 2021 - Olio su tela – cm 40 x 30

Silvana Gatti – Pittrice figurativa e simbolista – Viale Carrù 2 – 10098 Rivoli – Torino

http://digilander.libero.it/silvanagatti

silvanamac@libero.it


Elena Di Felice

Tecnica mista e collage su tela - cm 50 x 50

Porto turistico di Roma - Loc. 876- Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com


50

Collezione Politeo

la mostra “Color is Joy”

14 gennaio – 7 febbraio 2021

di Svjetlana Lipanović

Palazzo di Petar Hektorovic, sede della Collezione Politeo

AZagabria nella città capitale

della Croazia è stata allestita

la prima mostra dell’anno

in corso intitolata

“Color is Joy” (“Il colore è

gioia”) presso lo Studio della Galleria

Moderna – “Josip Račić” (Moderna

galerija - Studio “Josip Račić”), nella

quale sono state presentate al pubblico

varie opere dell’arte contemporanea

provenienti dalla grande Collezione

Politeo. A causa della situazione epidemiologica

causata dalla pandemia

non si è tenuto un vernissage, ma in

seguito all’inaugurazione, i visitatori

hanno potuto ammirare le magnifiche

creazioni degli artisti croati e di varie

nazionalità dal 14 gennaio al 7 febbraio

2021. Il titolo dell’esposizione

annuncia una vera esplosione di colori,

delle forme inusuali e sorprendenti

che creano una atmosfera allegra

e nello stesso tempo raffinata. Le

ampie sale dello Studio sito nel centro

della città nel palazzo Vranyczany del

XIX sec., sono una perfetta cornice

alle opere di: Yakov Agam, Arman,

Philippe Berry, Corneille Beverlo, Boris

Bućan, Christo, Salvador Dalì, Gudmundur

Errò, Jean-Michele Folon, Gilberto

George, Keith Haring, Shen Jindong,

Peter Klasen, Manabu Kochi,

Jannis Kounellis, Kriki, Fernard Léger,

Helge Leiberg, Karl Erik Landstrom,

Andras Markos, Patrick Moya,

Mimmo Palladino, Michelangelo

Pistoletto, Bernard Rancillac, Fukao

Rikizo, James Rosenquist, Daisuke Samejima,

Roger Selden, Antonio Segni,

Jesus Rafael Soto, Haruhiko Sunagawa,

Richard Texier, Victor Vasarely,

Zlatan Vrkljan, Andy Warhol.

La Collezione Politeo comprende oltre

400 opere tra quadri, grafiche, oggetti

che il proprietario Toni Politeo ha raccolto

con passione durante gli anni in

cui ha lavorato a stretto contatto con

gli artisti in patria e nel mondo. Seguendo

solo il suo istinto infallibile,

da vero creativo e intenditore d’arte, è

riuscito a costruire un mondo fantastico

che ora ha offerto - anche se parzialmente

- all’ammirazione del pubblico

zagabrese. La sua esistenza è stata


Roger Seldes, Andreas Markos, Peter Klasen,

James Rosenquist, Gilbert& George, aereo

Shen Jingdong, Boris Bucan, Arman

Jesus Rafael Soto

Shen Jingdong

sempre legata all’arte, cominciando

dalla Scuola d’arte applicata a Zagabria,

presso la quale si specializzò in

grafica pubblicitaria, e proseguendo

con l’Accademia Pedagogica d’arte,

dove conseguì la laurea nel 1974. In

seguito, è diventato membro dell’Associazione

degli artisti croati d’arte

applicata (ULUPUH). Gli anni a venire

sarebbero stati stracolmi di esperienze

straordinarie. Politeo si è dedicato

al design grafico, il suo primo

grande amore, creando i progetti di

vario tipo per la ditta “Interpublic,” e

presso la Galleria Forum ha organizzato

un’asta delle opere artistiche che

fu un prototipo per tutte le aste successive

in Croazia. Nell’incantevole palazzo

rinascimentale di Petar Hektorović,

poeta croato, e ora di sua proprietà

a Stari Grad (Città Vecchia) sull’isola

di Hvar (Lesina), ha aperto nel 1978 la

prima galleria privata nell’ex-Jugoslavia.

Per gli anni a venire la Galleria ha

ospitato diverse mostre per trasformarsi

dal 1996 nella Collezione Politeo.

Un'altra tappa importante fu la mostra

“Naiva Art” a Sarajevo durante “Le

Olimpiadi invernali” nel 1984 quando

selezionò le opere da esporre. La divertente

mostra “Air Exhibition”, organizzata

nel 2003 per ricordare il

centenario del primo volo di fratelli

Wright, fu allestita negli spazi dell’aeroporto

di Zagabria e fu l’occasione

per presentare 230 modellini di aeroplani

dipinti con le fantasie più svariate

dagli artisti. La sua incessante attività

si è estesa alle mostre nel mondo;

ha partecipato da gallerista a: Art

expo, New York, 1981, Westfalenhalle,

Dortmund, 1984, SAGA 89, Grand

Palais, Parigi, The 1st TIAS Tokyo International

Art Show, Tokyo, 1991,

ARS-ANTIQUITAS-FLORA, Lubiana

in Slovenia, 1991, ARCO, Madrid,

1993, Okinawa, Prefectural Museum

of Art, Giappone, 2008, Shenzen, Cina,

2018, ed altre… Attualmente si dedica

alla creazione di una nuova mappa

grafica in omaggio a Bertold Brecht,

che è l’ultima della serie creata

negli anni precedenti. L’interessante


52

Bernard Rancillac

Jean Michele Folon, Michelangelo Pistoletto, Corneille Beverlo

attività caratterizzata dalla produzione

di varie mappe grafiche e

nello stesso tempo bibliografiche

comprende: “Omaggio a Petar Hektorović

- 500 anni dalla nascita”,

1907, “Mare Nostrum - Zlatko Prica”,

1988, “Omaggio a Parigi”,

1989, “Boris Bućan – 30 manifesti

più belli”, 1990, “ Il papa a Zagabria”,

1994 e 1998, “La porta d’oro

di Spalato- Walter Valentini”, 1995,

“1700 anni di Spalato”, 1995, “Jakov

Bratanić – Le chiesette dell’isola

di Hvar”, 1997, “Omaggio a

Ferderico Garcia Lorca”, con la collaborazione

di 50 artisti, 2004 ed

altre. Tornando all’esposizione, è significativo

riportare le parole del curatore

della mostra Branko Franceschi

che “la collezione perfettamente

rispecchia il suo proprietario

dato che è stata raccolta durante i

viaggi e gli incontri con gli artisti,

non seguendo le mode del momento

e le valutazioni fissate dagli esperti

ma solo una propria visione estetica

- il risultato del percorso esistenziale

nel variopinto mondo dell’arte contemporanea”.

La capacità di riconoscere

la bellezza e il valore nascosto

nelle creazioni artistiche di Toni Politeo

unita al senso pratico sono stati

un binomio vincente per creare la

sua collezione, un caleidoscopio sorprendente

che ci comunica gioia tramite

i colori scintillanti e le forme di

grande impatto visivo.


RAFFAELLA BELLAN I

“Innesto” -2021

tecnica m ista su tela gallery -cm 100x80

SEREN A REN ATA M A G G I

MOSTRA: “IN SCENA LA DONNA”

DAL 23 AL 30 APRILE 2021

RAFFAELLA BELLAN I-PAO LO CIVERA

SEREN A REN ATA M AG G I-RABARAM A

TesticriticidiM onia M alinpensa

(A rt D irector -G iornalista)

“è una pittura, quella dell'artista

Raffaella Bellani, di evidente

impegno compositivo,

dove la scansione spaziale

della prospettiva e il fascino

penetrante del soggetto aumentano

l'attrazione dell'immagine.

L'impiego dei colori,

a volte monocromatici, il gioco

delle luci e delle ombre e

il movimento delle trasparenze

apportano all'opera una

notevole rilevanza e costituiscono

il suo stile. L'artista si

serve di diversi materiali quali

stucco, garze, foglie e acrilici

che, stesi mirabilmente su tela,

si trasformano in un tessuto

narrativo unico di notevole

e di personale effetto visivo-tecnico.”

“Il mondo pittorico dell'artista

Serena Renata Maggi, che si libera

in un'espressiva notevole e

suggestiva, è sempre rivolto alla figura

femminile con valore cromatico

e con ritmo equilibrato, tanto

da dare consistenza all'opera e di

trasformare il volto della donna in

pura e lirica emozione. Spazio, luce,

materia e segno grafico si muovono

in un processo tecnico di sicura

stesura e di evidente spirito

creativo che danno maggiore vigore

alle sue creazioni. Il gioco dei

colori si impreziosisce di un'esecuzione

ma- terica di non facile stesura

che evoca un lavoro costante

e uno studio approfondito.”

“Ilvolto nascosto della Luna”

2019 -tecnica m ista su tela

cm 100x70

“Nel suo indagare sull'aspetto interiore

della figura umana, l'artista

Paolo Civera, realizza opere di notevole

scansione formale-espressiva in

cui evidenzia, in maniera del tutto autonoma,

un linguaggio fortemente intimistico

e significativo. Il tessuto cromatico,

la solida struttura segnica e la

vibrante poesia del soggetto vivono

in un rapporto equilibrato di personale

riflessione e di simbolica interpretazione.

L'artista Paolo Civera raggiunge

una libertà interpretativa di particolare

intensità descrittiva in cui egli

evidenzia il sentimento e l'emozione,

sempre con rispetto e con attenta lettura

ben percepibile dal fruitore.”

“Sovrapensiero” -2020

olio su tela -cm 60x80

“L’arte di Rabarama, ricca

di un’energia instancabile

e di un lessico formale

decisamente personale,

è capace di trasmettere

all’osservatore

una tematica di forte valenza

simbolica, sociale

e psicologica altamente

rappresentativa. Ogni personaggio

vive attraverso

una dinamicità spaziale

di originale interpretazione

che va oltre

l’aspetto estetico. è un

linguaggio di straordinaria

energia vitale che si

evolve costantemente

impreziosito da una profonda

interiorità che ci

conquista anche dal di

“Viaggio” -2005

dentro perché da esso si bronzo dipinto -cm 37x40x34

libera un incredibile senso della vita umana.”

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54

Art&Vip

Protagonista del mese Art&Art

IMMA PIRONE

a cura della redazione

Come e quando nasce la

tua passione per la recitazione?

Potrei dire che questa

passione è nata con me,

perché fin da bambina quando guardavo

la TV ho sempre sentito in

me una voglia matta di essere al

posto dei protagonisti di ciò che

stavo guardando..!!E così subito

dopo essermi diplomata in danza

classica, moderno e contemporaneo

mi sono dedicata allo studio

della recitazione..!!

Quali secondo te sono i ruoli che

riesci ad interpretare meglio?

Non c’è un ruolo che mi riesce

meglio dell’altro, anche perché

ogni ruolo che interpreto ha il suo

perché... Però ti posso dire che mi

piacciono tanto i ruoli drammatici

e quelli forti..!!

Cinema o fiction?

Diciamo che sto facendo Fiction

aspettando il Cinema..!! è proprio

li spero che un giorno anch’io mi

possa affermare.

Questa è una rivista di arte, se dovessi

racchiudere la tua vita in un

opera quale sarebbe secondo te?

e Perchè?

I Giocatori di carte di “Paul Cézanne”.

Perché la mia vita l’ho sempre paragonata

ad una partita tra me è

quello che un giorno avrei voluto

diventare,e sembra che per ora mi

sia capitato una mano fortunata.!

Qual è il tuo artista preferito?

Restando in tema arte, mi piacciono

tanto le opere di Vincent

van Gogh e Leonardo Da Vinci.

Quindi sono loro due i miei preferiti.

Progetti futuri?


C’è tanto che bolle in pentola, bisogna

solo valutare e decidere

bene..!! Per il momento oltre Un

Posto al Sole sto in attesa di alcune

conferme, che spero arrivino presto.!!

Un messaggio per i nostri lettori..

Oltre che salutare con affetto a tutti

i lettori di Art&Art..!! Consiglio e

invito a tutti voi appassionati di arte

(se non l’avete ancora fatto) di venire

a fare visita la mia misteriosa

e magica terra che è Napoli.!!

Un saluto ed un abbraccio forte a

tutti.!


56

MODULO DI

ABBONAMENTO 2020/21

Regalati un abbonamento

alla rivista Art&trA

6 numeri € 15,00

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dell’Annuario d’Arte moderna 2021

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cinZiA GheLArDini

MostrA DAL 4 AL 15 MAGGio 2021

“Geometrie astratte si trasformano in paesaggi”

“Spirito V ichingo” - 2020 - collage su legno - cm 70x108

“L’autenticità dell’immagine, che si rinnova nelle opere dell’artista Cinzia Ghelardini in un incanto quasi favolistico, comunica

al fruitore una figurazione simbolica della natura assolutamente unica intrisa di una poetica affascinante che si traduce in

rispetto e in amore. La purezza del colore, le strutture geometriche e le linee incisive sono frutto di uno studio progettuale

costante e di un’analisi complessa della stesura. L’artista, servendosi della tecnica a collage su legno o su forex, riesce a

dare all’opera un’esaltazione della materia di estrema personalità e di una sensibilità non comune. Il connubio tra natura e

sogno entra a far parte mirabilmente nella sua interpretativa in cui effetti cromatici e forme particolari si sviluppano in un'astrazione

di evidente processo creativo. Il metodo narrativo diventa per l’artista Cinzia Ghelardini di costante potenza evocativa

all’insegna di una realtà vissuta con fantasia e originale esecutiva. La serie “Le porte della trascendenza” muove nuove armonie

e ci conduce in un’intima suggestione che si accentua di poetica e di forte valenza simbolica. Pittura di pura fantasia,

quella dell’artista Cinzia Ghelardini, in cui la tematica del paesaggio, che gioca un ruolo da protagonista nel suo iter, vive di

un’atmosfera rarefatta del colore e di un equilibrio perfettamente calibrato e rigoroso della composizione materica. Dall’immaginazione

e da una libertà creativa emergono colline, golfi e rocce che sollecitano l’animo di chi le osserva, l’atmosfera

magica delle trasparenze, la luce magistrale di forte incisività espressiva e la sensibilità di contrasto del colore nero conferiscono

al soggetto un notevole impatto visivo e tecnico. Sono opere che ci portano in una dimensione onirica, come un

sogno ad occhi aperti, che vivono in perfetta simbiosi con una ricerca di chiaro effetto contenutistico.”

MostrA A cUrA Di MoniA MALinpensA

reFerenZe e QUotAZioni presso LA MALinpensA GALLeriA D’Arte by LA teLAcciA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

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Monia Malinpensa (Art Director- Giornalista)

O RA RIO G A LLERIA :D A L M A RTED I A L SA BATO D A LLE 10,30 A LLE 12,30 -16,00 A LLE 19,00


58

“due minuti di arte”

IN DUE MINUTI VI RACCONTO lA

STORIA DI 10 GRANDI ARTISTE

di Marco Lovisco

www.dueminutidiarte.com

www.facebook.com/dueminutidiarte

Artemisia

Perché ci sono così poche artiste

donne nella storia dell’arte?

è una domanda che, chi

si avvicina al mondo dell’arte,

spesso si pone. La risposta più

scontata è: “Perché fino a un secolo fa

non era pensabile che una donna potesse

fare l’artista, sia perché non ne avrebbe

avuto il tempo, sia perché quello dell’arte

era un campo riservato agli uomini”. In

realtà questa risposta è corretta ma non

del tutto perché, a guardare bene, di artiste

donne ce ne sono state, solo che le

conosciamo poco. Ed è un peccato, perché

le loro storie sono affascinanti. O-

gnuna, a suo modo, ha dovuto affrontare

una sfida e superare un ostacolo.

Artemisia subì una violenza sessuale,

Frida fu vittima di un terribile incidente,

De Lempicka ha fatto i conti con la depressione.

Eppure tutte sono riuscite a

lasciare un segno nella storia dell’arte.

Senza dimenticare tutte quelle donne,

che non creano arte, ma sono fondamentali

per divulgarla e farla crescere,

soprattutto oggi: collezioniste, curatrici

di mostre, divulgatrici, giornaliste, scrittrici,

ma sarebbe una lista sempre incompleta.

Nella mia selezionate mi sono

limitato a raccontare la storia di 10 artiste,

dal XVII secolo ad oggi, consapevole

che ci sono tante altre da raccontare.

Ve lo racconto in due minuti (di arte):

1. Artemisia Gentileschi (1593 – 1653)

Figlia d’arte, Artemisia è stata tra gli

artisti che meglio hanno saputo acquisire

la lezione di Caravaggio, realizzando o-

pere cariche di pathos, capaci di emozionare

e coinvolgere lo spettatore. Uno

dei suoi dipinti più celebri, Susanna e i

vecchioni, ritrae una giovane donna insidiata

da due uomini molto più vecchi

di lei. è un’opera che assume un significato

particolare, se letta facendo riferimento

alla biografia dell’artista. Artemisia

infatti in giovane età fu vittima di

violenza sessuale. In un’epoca in cui

queste vicende si preferiva tacerle, lei


Frida

volle denunciare il suo aggressore, affrontando

un processo umiliante che le

diede ragione ma la vide sconfitta, costringendola

a lasciare la città di Roma.

Su di lei hanno fatto un bel film-documentario:

“Artemisia – Passione estrema”.

2. Fede Galizia (1568 – 1630)

Contemporanea di Artemisia Gentileschi,

Fede Galizia è stata una pittrice

barocca che ha operato soprattutto a Milano.

è famosa per le sue nature morte,

in cui emerge una spiccata attenzione al

realismo e alla cura dei dettagli. Quest’ultima

è resa evidente soprattutto nei

suoi ritratti in cui colpisce la resa minuziosa

degli abiti dei soggetti, o piccoli

particolari come il riflesso delle finestre

sulle lenti degli occhiali dello storico Paolo

Morigia, in un dipinto oggi conservato

alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano.

Fede Galizia morì nel 1630, nell’epidemia

di peste raccontata dal Manzoni

nei suoi Promessi Sposi.

3. Élisabeth Vigée Le Brun (1755 – 1842)

Ambiziosa, testarda, bella. Tanto che a

corte si malignava che non fosse lei a

realizzare le sue opere ma un uomo, e

che lei si limitasse a firmarle. Perché non

ritenevano possibile che un tale talento

potesse convivere con la sua delicata

bellezza. Quel che sappiamo oggi è che

Élisabeth Vigée Le Brun è stata una delle

più grandi ritrattiste del XVIII secolo, ed

una delle poche donne ad essere ammessa

all’Accademia Reale di pittura e

scultura. Fu la pittrice preferita dalla regina

Maria Antonietta, che la portò a

frequentare gli ambienti della corte. Anche

lì la vita non fu facile. All’inizio la

accusarono, senza alcun fondamento, di

condurre una vita dissoluta, tra orge e

relazioni adulterine poi, con lo scoppio

della rivoluzione, le cose peggiorarono e

lei fu costretta a fuggire in Italia e poi in

Inghilterra, Austria e Russia. Quando fece

ritorno in Francia nel 1802 trovò una

società profondamente mutata, che non

le riconosceva il ruolo di un tempo. Interessanti

le sue parole sull’Ancient Régime:

“Allora regnavano le donne. La rivoluzione

le ha detronizzate”.

4. Berthe Morisot (1841 – 1895)

Sono stato indeciso fino all’ultimo se

parlare di Berthe Morisot o Mary Cassatt,

entrambe grandi artiste impressioniste.

Alla fine ho optato per la prima, per

la delicatezza del tratto che rende le sue

opere fuggevoli come sogni. Probabilmente

l’avrete vista ritratta tante opere di

Édouard Manet, suo collega, amico nonché

fratello di suo marito Eugène Manet.

Pittrice dal talento naturale, non poté frequentare

l’Accademia in quanto donna.

Ciò nonostante, continuò a coltivare la

sua passione, sotto la guida di artisti come

Joseph Guichard tanto da riuscire, al

suo primo tentativo, a far accettare le sue

opere al Salon del 1864. Nonostante questo

successo, decise di discostarsi dal- la

pittura “ufficiale” per eseguire i suoi a-

mici impressionisti, partecipando a ben

sette mostre delle otto che organizzarono.

Punto di riferimento per il gruppo, la sua

casa era luogo di incontro di pittori e

scrittori. Una polmonite se la portò via a

soli 54 anni. Sulla lapide scrissero “Berthe

Morisot, vedova di Eugène Manet”.

Probabilmente non erano ancora pronti a

riconoscere ad una donna il ruolo di

artista, oltre che di moglie.

5. Natal’ja Sergeevna Gončarova (1881

– 1962)

Dalla Francia ci spostiamo in Russia, per

raccontare la storia di questa pittrice, fondatrice

con il consorte Mikhail Larionov

del Raggismo, movimento d’avanguardia

ispirato al futurismo. Pittrice,

scenografa, intellettuale: la Gončarova è

stata un’artista curiosa ed eclettica. Ha

cominciato da giovane come scultrice,

per poi passare alla pittura, più coerente

col suo modo di trasmettere i sentimenti

evocati dalla natura. Si è lasciata ispirare

da correnti artistiche molto diverse tra

loro, espressionismo, fauvismo, cubismo,


60

Le Brun

De Lempicka

futurismo, a cui lei riusciva a dare un tocco

personale, legato all’immaginario della

tradizione russa. Poi si innamorò del- la

danza, e disegnò i costumi e le coreo- grafie

per i Balletti Russi. Che dire? Un’artista

a tuttotondo, orgogliosamente legata

alle proprie radici.

6. Georgia O’Keefe (1887 – 1986)

Se dovessi pensare agli artisti che meglio

di tutti sono riusciti a ritrarre la bellezza

dei fiori, con uno stile assolutamente personale,

allora non posso che pensare a

Claude Monet e a Georgia O’Keefe. Icona

dell’arte americana del Novecento, quest’artista

è celebre per i suoi dipinti che

ritraggono a distanza ravvicinata degli

splendidi fiori, per enfatizzarne forma e

colore. Attualmente è suo il dipinto più

quotato, realizzato da un’artista donna. Si

tratta di “Jimson Weed/White Flower No

1” (1936) venduto nel 1914 per la cifra di

39,5 milioni di dollari.

7. Peggy Guggenheim (1898 – 1979)

All’inizio in questo articolo dovevo parlare

esclusivamente di artiste donna, ma

per la Guggenheim sono stato costretto a

fare un’eccezione. Pur non realizzando o-

pere d’arte, Peggy Guggenheim è stata una

delle figure più influenti dell’arte mondiale

del Novecento. Senza di lei probabilmente,

molte Avanguardie sarebbero morte prima

ancora di nascere. Kandinskij, Picasso,

Ernst, Braque, Boccioni, Brancusi, Duchamp,

Dalì, Mondrian… sono solo alcuni

degli artisti che ha scelto per le sue collezioni,

come quella bellissima al Palazzo

Venier dei Leoni di Venezia che vi consiglio

di visitare.

8. Frida Kahlo (1907 – 1954)

Coraggiosa, orgogliosa, visionaria: non si

può parlare di artiste donne senza citare la

pittrice messicana Frida Kahlo. Famosa

per i suoi autoritratti che sono un’emozionante

testimonianza della sua storia, legata

ad un tragico incidente stradale che la

tenne a letto chiusa in una stanza per mesi

durante i quali la giovane Frida dipinse ciò

che conosceva meglio: sé stesso. Basterebbe

questo per poter raccontare la sua

vita come si fa con un romanzo, ma c’è

molto di più. Dal matrimonio con il pittore

Diego Rivera alla sua militanza nel partito

comunista, dalla sua complicata vita sentimentale

ai dipinti, definiti espressionisti

o impressionisti, ma che in realtà non appartengono

a nessuna corrente, perché non

è facile definire con una sola parola un’artista

come Frida Kahlo.

9. Tamara de Lempicka (1898 – 1980)

Considerata una delle esponenti più iconiche

dell’Art Deco, la pittrice polacca

Tamara de Lempicka è la madre di donne

bellissime, fredde, apparentemente irraggiungibili,

perse in sguardi malinconici

che sembrano guardare lontano. Donne

che sembrano somigliare a lei. Affascinante,

talentuosa, corteggiata dagli uomini

più influenti d’Europa. Sembrava avesse

tutto, eppure tutto era offuscato da un’acuta

forma di depressione, che la spingeva

a dipingere di notte, per combattere l’insonnia.

10. Marina Abramovic (1946)

Una delle artiste più influenti dell’arte contemporanea,

considerata la “nonna del- la

performance art”, come si è lei stessa definita.

Non è stata lei a inventare questo

modo di fare arte sfruttando il corpo e lo

spazio, ma di certo è quella che lo ha fatto

nel modo più efficace, visto che le sue o-

pere difficilmente sono passate inosservate.

Attualmente è una delle artiste più

influenti, capace di trasformare ogni mostra

in evento, come è successo per la mostra

di Palazzo Strozzi nel 2018.


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“Tigri” - 2013 - tecnica mista su canapa - cm 210x210

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62

Era mio padre

di Ornella Aprile Matasconi

Giovanni Battista Aprile nasce

a Roma il 12 luglio del

1939. Artista autodidatta e-

clettico e geniale, è pittore,

scultore, cesellatore e restauratore,

ma sperimenta numerose altre forme

di espressione artistica, dalla poesia

alla musica e al canto.

Talento puro, marito di Vittoria, papà di

Ornella, il suo più grande capolavoro è la

sua famiglia. Piena di amore e di calore,

come la sua numerosa famiglia di origine

(otto fratelli), sarà per lui sempre un valore

assoluto al di sopra di tutto e fonte di

ispirazione artistica.

Umile e gentile, e al tempo stesso imponente

e carismatico, sembra uscire da una

bottega d’arte rinascimentale, Giovanni

Aprile. Cimentatosi fin da giovanissimo

nell’arte del disegno a china colorata, da

lui stesso prodotta con una struttura segreta,

nelle sue opere esplora le molteplici

possibilità consentite dalla tecnica (acquerello,

carboncino, matita, tempera, olio,

acrilico) con un’attenzione particolare all’arte

applicata, realizzando in materiali

diversi opere a tutto tondo (applique, lampadari,

gioielli). La passione per la china

colorata – racconta - nasce sui banchi di

scuola, dove c’era solo il calamaio con

l’inchiostro nero, quasi un “insulto” alla

sua fantasia e alla sua libertà. Così inizia

a fare semplici scarabocchi, poi i primi

paesaggi a colori che il maestro apprezza,

tanto da strappargli via le pagine dal quaderno

per conservarli e il piccolo Giovanni

è costretto a subire anche i rimproveri severi

di sua madre quando, arrivato a casa,

vede quei fogli mancanti. Nelle sue passeggiate

per le campagne romane poi, raccoglie

bacche ed altri frutti per studiare la

miscela di inchiostri colorati con cui non

solo scrive, ma compone anche bozzetti di

disegni paesaggistici e caricature.

Musica e Poesia

Ereditata dal padre una voce tenorile di

gran pregio, sin da ragazzo si fa notare per

le sue doti canore. Viene selezionato dal

maestro Loris Solinghi, artista e regista di

fama internazionale, come “la voce più

bella d'Italia”, ottenendo dal maestro stesso

in premio lezioni di canto. Anche altri

maestri ed esperti sono concordi nel ritenere

la sua una voce da tenore spinto, sia

per imposto che per bellezza, “una voce

dal colore antico”. Dopo aver tenuto alcune

esibizioni musicali, Aprile si dedica

La nostra vita

Come il vento strappa la foglia ingiallita,

così con il passar degli anni

il lento cammino della vecchiaia

strappa la mia vita...

O vento che accarezzi

le alte vette bianche, che

sembrano tante testoline

invecchiate dal tempo,

pare che ogni tanto

aspettino il tuo ritorno,

ferme,

immobili,

sembrano dominare tutto e tutti,

esse hanno pazienza e aspettano,

ma la vita non ha pazienza,

tutti cercano di arrivare,

chissà dove...

e come il ruscello, che scende lentamente,

saluta nel passar quelle alte vette,

così è colui che nella vita si mette...

quando vede passar la sua gioventù

e come il ruscello

non potrà mai più tornar su...

e si avvia lentamente

lentamente verso una meta

ignota,

come la foglia inerte che si è spenta

alla vita...


alla scrittura di alcune canzoni. Numerose

le poesie da lui scritte in tutti i periodi

della sua esistenza; una lirica giovanile,

“la nostra vita” vinse il microfono

d’argento nel 1965, venendo premiata alla

RAI da Silvio Gigli. Ha composto

anche ballate satiriche ed una poesia dedicata

al suo paese d’adozione Sacrofano.

Arte

Raffigura i soggetti più vari con la sua

tecnica originale, che dona a tutti particolari

effetti di trasparenze e movimenti,

e di trame riprese dalla maglia ai ferri,

dal velluto, dagli arazzi. La linea predominante

è la curva, i colori più usati sono

il rosa, il viola e il blu nelle loro quasi

infinite tonalità. In tutte le sue creazioni

domina la natura: le farfalle, la laguna, la

conchiglia, i fiori, la foca, la lumaca, presente

in quasi tutti i suoi quadri, anche

nell’amatissima tela “Città futura”.

L’arte astratta (unita a quella figurativa)

rimane però la sua forma di espressione

favorita, e quella che più ha contribuito

alla sua fama, in tutte le sue forme, sia

nella lavorazione degli oggetti in ferro e

dei monili in metallo prezioso, sia nelle

sculture in ferro, sia nei dipinti, realizzati

con colori a olio, a tempera, ad acquarello

e soprattutto a china, come abbiamo

ricordato, campo nel quale ha ideato una

particolarissima tecnica esecutiva. Forse

la caratteristica più straordinaria del talento

di Aprile risiede nella formazione

completamente autodidatta; pur conoscendo

di fama i grandi pittori del passato,

egli non ebbe che molto tardi la

possibilità di vedere le loro opere, giungendo

invece, per via completamente

personale, alla messa a punto di tecniche

pittoriche e scultoree, nonché di un linguaggio

stilistico peculiare. L’armonia

policroma con la quale veste le sue invenzioni,

l’amore per la conoscenza, la

sintonia con la natura, la disponibilità e

l’amore mentale, fanno dell’artista Giovanni

Aprile un catalizzatore di pensieri

ed immagini che riesce a trasmetterci

nella suggestione dell’insieme e del particolare.

Talento e tecnica, ingegno e perseveranza

sono gli strumenti costruttivi

di questo personaggio eclettico, valido

rappresentante della continuità dell’arte

nell’attualità dei nostri giorni.

Nella sua vocazione artistica occupa

grande rilievo la lavorazione del ferro.

“Tutti dicono che sia un materiale freddo,

ma non è così, è un materiale nobile”,

spiega Aprile. Quest’arte non ha per lui

alcun mistero, anche per il suo lungo lavoro

come restauratore di monumenti di

Roma antica dal 1975 al 1990. La sua

tecnica di invecchiamento del ferro (arte

in cui ormai eccellono pochissimi artisti)

ha riscosso l’ammi- razione di esperti del

settore non solo italiani, ma anche tedeschi

e giapponesi. I luoghi più suggestivi

dell'antichità han- no visto il suo

lavoro attento: Teatro Marcello, Colle

Oppio, Casa di Nerone, Casa di Romolo,

Mausoleo di Cesare, Mercati Traianei,

largo argentina, Circo Massimo, dove ha

effettuato il restauro di rivestimenti

esterni originali (strutture, grate, cancellate,

etc.), o la creazione di nuovi per

l’abbellimento delle aree perimetrali

(particolarmente belli e impegnativi i gigli

fiorentini a forgia). Oltre all’opera di

restauro, Aprile ha realizzato preziosi

lavori artistici in ferro, oro, ed argento;

sculture cesellate, forgiate e battute, sia

naturalistiche che stilizzate (la cui produzione

si è sviluppata soprattutto negli

anni Ottanta), e monili in cui ri- corre la

figura della rosa, simbolo per lui di bellezza

della vita quando bambino, negli


64

anni della seconda guerra mondiale, si

fermò estasiato a contemplare un roseto

odoroso, che faceva aspro contrasto con

il conflitto e i bombardamenti in corso.

Negli anni Settanta comincia a dare grande

impulso al suo lavoro e studio pittorico,

utilizzando tutte le tecniche, dai

colori a olio agli acrilici, dalla tempera

alla china, che rimane la sua prediletta,

anche per la estrema difficoltà che questa

tecnica comporta, quando la si vuole rendere

così duttile nel realizzare capolavori

assoluti, come quelli di Aprile. Dopo

aver lavorato in completo isolamento

Aprile viene “scoperto” e in breve le sue

opere lo portano a esporre in importanti

manifestazioni nel nostro paese e la sua

fama si estende. Finalmente nel 1999

riesce a esporre nel cuore della sua amata

Roma grazie all’Assessore Gianni Borgna

e alla sua giunta che gli concede l’uso

della ex Chiesa di Santa Rita nei pressi

del teatro Marcello. Roma la sua città

tanto amata, dove tanto ha lavorato.

Raffaella De Rosa

Giovanni Battista Aprile, mio papà, che

da figlia mi permetto di definire, unico,

meraviglioso, generoso, buono, ha amato

moltissimo la sua città, Roma, gli ha dedicato

cura ed attenzione come ad una

madre, restaurandone le parti metalliche,

dedicandole una canzone, “Villa Borghese”,

dove ripete che Roma “gli ha dato

una gran cosa: la vita, con la gioia e

l’amor”. Anche se occuparsi della sua

città gli ha portato poi il suo grave

handicap, lavorava il ferro con il piombo,

e il piombo se lo è mangiato. Come famiglia

ci siamo amati molto, siamo stati

uniti. Io ho sempre sostenuto che mettendoci

a tre lati dell’universo se ci a-

vessero fatto una domanda, avremmo

dato tutti e tre la stessa risposta.Ora che

non ci sei più papà, amo immaginarti come

da bambino, “libero”, come quando

correvi nei prati sopra la tua casa a ridosso

di Montecucco, cercando le bacche

da trasformare in inchiostri colorati

per i tuoi disegni. Libero seppur legato

ai tuoi amori. Papà ha vissuto gli anni

della guerra e del dopoguerra insieme ai

suoi sette fratelli, in un quartiere popolare,

un comprensorio edificato da Mussolini

che ancora oggi ospita migliaia di

persone. All’epoca i rapporti di vicinato

erano diversi rispetto ad oggi, i ragazzini

giocavano in strada, tiravano calci ad un

pallone rimediato, correvano nei prati, si

buttavano nelle marane per fare il bagno

in estate, un po’ come si vede nei film di

quegli anni che ben rappresentano la vita

romana. Ma nel tempo libero oltre a

giocare, i giovani delle famiglie facevano

gavetta, presso meccanici, fruttivendoli,

panettieri. E mio padre aveva lavorato da

un tappezziere, nei banchi al mercato e

in un panificio, dove a quattordici anni

aveva conosciuto quella che poi sarebbe

diventata sua moglie, mia madre: Vittoria,

di un anno più piccola di lui. Me

ne parlava spesso. Mamma Vittoria, bimba

di tredici anni con lunghe trecce e un

vestitino rosa, si era presentata al panificio

per comprare del pane, era in vacanza

da una zia, lei veniva dal paese, da

Sacrofano, in quegli anni, era un viaggio

giungere da Sacrofano a Roma. E lui se

ne innamorò all’istante, tanto da invitarla

al cinema, e mamma timidamente accettò

e per poterlo fare fece tutti i lavori di

casa per ricevere il benestare della zia.

Papà rideva raccontando quel loro primo

appuntamento, ha sempre raccontato che

le mani di mamma odoravano di candeggina,

avendo lavato il pavimento come

compromesso per uscire. Da allora di anni

ne sono passati quasi settanta, settanta

anni d'amore, di unione, di complicità, di

dolori, di gioie... una vita vissuta in ar-


monia e collaborazione. Una vita a tre,

con me, nata dopo un anno dal loro matrimonio

celebrato nel 1963. La mia vita

è stata piena e intensa, ho vissuto intensamente

i miei splendidi genitori, ho

ricordi bellissimi, tanti episodi preziosi

custoditi nel cuore e nella mente. Io che

mi ammalai seriamente e papà e mamma

a curarmi con amore immenso. E poi gli

anni della scoperta del mondo dell’arte.

Papà che dall’età di sette anni disegnava

con colori da lui stesso prodotti, ricavati

da bacche che cercava nei boschi, vicino

la sua casa, con una lente di ingrandimento

che ancora oggi abbiamo, anche

se piena di fil di ferro a tenerla, perché

ormai consumata e rotta. Decine di anni

a dipingere sul frigorifero della cucina

nella minuscola casa di Roma, mentre

mamma cucinava, oppure la notte, e le

sculture che si divertiva a realizzare dopo

il lavoro e che portava a casa. Dipinti e

sculture tenuti per noi, nascosti in uno

sgabuzzino, senza mai pensare ad un

progetto di arte, perché per lui non era

quella la necessità, ma solo la gioia di

produrre segni e oggetti a rappresentare

un mondo perfetto. Nemmeno vincere

alla Rai un premio per una poesia scritta*

all’età di dieci anni ci aveva fatto capire

l’ecletticità di papà, nemmeno quando

negli anni ‘60 aveva vinto un concorso

come più bella voce tenorile italiana,

nemmeno allora ci si rese conto delle

molteplici qualità artistiche di mio padre.

Fin quando non ci trasferimmo a Sacrofano,

nella casa da noi edificata con

tanto sacrificio, le pareti bianche e grandi

da riempire con i suoi quadri e gli spazi

da colmare con le grandi sculture in ferro.

E poi un giorno qualsiasi, in cui un

uomo, un critico d’arte, venne a chiedere

un lavoro a mio padre, ricordo esattamente

quel giorno; mio padre faceva

strada in casa per offrirgli un caffè e il

critico d’arte si impietrì nel vedere quei

quadri e quelle sculture riempire la nostra

casa, esclamando a voce alta: dove

avete preso queste cose? E mio padre,

con quella sua umiltà e semplicità rispose:

le ho fatte io, ti piacciono? Da lì iniziammo

ad andare per mostre, per vedere

di capire, e ad ogni mostra io e mamma

guardavamo papà e capivamo che lui era

un artista, un artista che non aveva avuto

contatti con nessun altro artista e per questo

unico e non contaminato nel tratto.

Quei quadri a china colorata sono perfezione,

inno alla vita. Il suo soggetto più

amato “Vaso di cristallo”, rappresenta la

vita, il DNA. Da quel momento vivemmo

un crescendo di emozioni, tenemmo

mostre in tutta Italia, insieme a galleristi,

nelle fiere, in manifestazioni prestigiose.

L’impatto delle persone di fronte ai suoi

quadri ci fece effetto, con un tipo di pittura

così unica e originale, rimanevano

spiazzati. Ecco, iniziò così il percorso

nell’arte che avrebbe poi fatto di me la

sua organizzatrice. Il dolore arrivò quando

negli anni papà fu costretto a vivere

su una sedia a rotelle a motore, con le

mani ormai impossibilitate a dipingere.

Di papà dicevano che era ribelle e irrequieto,

ma era solo un tipo geniale,

difficile da capire, perché avanti, oltre.

Ha inventato molte cose, ideato attrezzature

che hanno rivoluzionato la vita di

molte persone. Ma non se ne è preso mai

il merito. Aveva un forte senso di giustizia

anche se non conosceva cattiverie,

ha combattuto per i suoi ideali che con il

tempo abbiamo scoperto avere a che

vedere con il suo animo poetico e artistico.

Nessuno ha mai dipinto la china come te,

papà! La perfezione dei colori e l’abilità

acquisita negli anni, la mano sicura che

non ha mai sbagliato.

Ornella Aprile Matasconi


66

Alberto Gallingani

“AGN NR65” - 2012 - tecnica mista su tela - cm 50 x 50

Porto turistico di Roma - Loc. 876- Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com


MAriA virseDA

MostrA DAL 4 AL 15 MAGGio 2021

“elementi naturali vibrano tra la realtà e la fantasia”

“Prospettiva introversa I.M aternità” – 2021 – Scultura in argilla patinata di m uschio – cm 52x50x40

“L’artista Maria Virseda, con impegno costante, porta avanti un discorso scultoreo pregno di significato e di un risultato assoluto

che unisce originalità e stile. Attraverso un coinvolgente gioco di materiali quali resina, argilla, metallo ed elementi naturali,

l’artista realizza opere con un’intensa interiorità e con una grande incisività di struttura e di forme. La personale visione del

soggetto, rappresentata dalla Virseda, impone all’osservatore un’attenta lettura intrisa di contenuti e di spiritualità. La manualità

notevole, la struttura armonica e l’ideazione continua si organizzano mirabilmente in un ricorrente simbolismo metaforico che

indaga nella progettualità e nella introspezione psicologica. Le sue opere, di magistrale tecnica e di affascinante narrazione,

segnano un’abile ricerca di particolare esecuzione e di esigenza interiore che riesce a stimolare il fruitore. L’esistenza umana

e l’essenza della natura sono i temi prediletti dall’artista Maria Virseda dove, con autentico lirismo, con studio costante della

materia e con armonia formale tra spazio e volume, è in grado di dare corpo e vita alle sue creazioni. In questa dimensione si

identifica la sua arte ricca di materia che vibra tra la fantasia e la realtà. è un modellato che si traduce in un’energica vitalità

espressiva e in una rappresentazione dei soggetti che evoca con vigore e con sicurezza dei mezzi una valenza espressiva costante.

La costruzione della forma, riconducibile al reale, si racconta con una propria visione stilistica dove la materia si fonde

con lo spirito e si traduce in una contemporaneità dinamica e riflessiva”.

Monia Malinpensa (Art Director- Giornalista)

MostrA A cUrA Di MoniA MALinpensA

reFerenZe e QUotAZioni presso LA MALinpensA GALLeriA D’Arte by LA teLAcciA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

w w w . l a t e l a c c i a . i t - i n f o @ l a t e l a c c i a . i t

O RA RIO G A LLERIA :D A L M A RTED I A L SA BATO D A LLE 10,30 A LLE 12,30 -16,00 A LLE 19,00


68

Les fleurs et les raisins

Trasversali allegagioni d’arte

L'Albana di un nuovo giorno

di Alberto Gross

Leggenda narra che nell’anno

435 d.C. Galla Placidia, figlia

dell’imperatore Teodosio,

allontanandosi dall’allora

capitale imperiale Ravenna

per sfuggire alla malaria, trovò riparo

tra le dolci colline di Romagna: durante

la sosta in un paese noto con il nome di

Monte dell’Uccellaccio gli abitanti del

posto offrirono alla principessa una comune

brocca di terracotta ricolma del locale

vino bianco. L’entusiasmo all’assaggio

fu tale da fare esclamare alla sovrana:

“Non di così rozzo calice tu sei degno,

bensì di berti in oro!”.

Da allora la località mutò nome divenendo

conosciuta come Bertinoro. Si era di

fatto creato quello che ancora oggi è considerato

il cru del vino bianco simbolo

della Romagna tutta - l’Albana - che mutua

il proprio nome dal latino “albus”

(bianco), a costituire una sorta di identità

ed esclusiva reciprocità tra denominazione

dell’uva e del vino. Uno speciale

tipo di metonimia che sottolinea una contiguità

culturale e territoriale per un'assoluta

eccellenza autoctona.

Dopo molti secoli dall'episodio di Galla

Placidia ed infinite, differenti interpretazioni

del vitigno, si può oggi ritenere

l’Albana uno dei bianchi più maturi e rappresentativi

del panorama nazionale, con

la sicurezza e la personalità di una nobildonna

che seduce della propria, eterna

eleganza, piuttosto che con una sfuggente,

effimera bellezza. Una delle versioni

più intriganti e convincenti è sicuramente

quella di Tenuta La Viola, azienda che

dalle colline di Bertinoro declina al meglio

le speciali condizioni di territorio e

microclima in cui si inserisce. La particolare

roccia arenaria calcarea impastata


con sedimenti e depositi marini dona

quella peculiare sapidità e percezione minerale

divenute caratteristiche distintive

ed identitarie del vino. Tra le etichette più

rappresentative dell’azienda il “Frangipane”

- nome che rende omaggio alla

contessa di Bertinoro del XII secolo Aldruda

Frangipane - viene vinificato senza

bucce a temperatura controllata prima di

evolvere sulle fecce fini per circa sei mesi;

segue un ulteriore affinamento in bottiglia

per almeno un mese. Il 2018 spicca

dal calice del suo incipiente dorato brillante,

al naso sono le note di frutta gialla

a ritmare il respiro, su tutte pesca e albicocca,

prima che sospetti di frutta secca

vadano ad arricchire uno spettro olfattivo

non troppo sfaccettato, ma preciso e coerente;

il sorso è pieno, polposo e succoso

senza risultare opulento, tannino accennato

e niente affatto sgarbato a condurre

una beva verticale, sapida e dal piacevole

finale di nocciola e mandorla amara.

Nobile, si lascia baciare da sole labbra regali

l’Albana, ma soltanto dopo opportune,

convenienti lusinghe, adeguato corteggiamento.


70

www.tornabuoniarte.it

“Case al Poggio” - 1962 circa - olio su cartone - cm 49,5x35,3

Ardengo Soffici

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 - info@tornabuoniarte.it

Milano 20121 - Via Fatebenefratelli, 34/36 - Tel. +39 02 6554841 - milano@tornabuoniarte.it

Forte dei Marmi 55042 - Piazza Marconi, 2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeimarmi@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055 2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


MOSTRA: “IN SCENA LA NATURA”

DAL 18 AL 29 MAGGIO 2021

PAO LA ARRIG O N I-VIN CEN ZO BU O N AG U RO

EN ZO FO RG IO N E -FED ERICO M O N TESAN O

PAO LA ARRIG O N I

V IN C EN ZO BU O N A G U RO

“M agnifica ossessione”

A crilico e utilizzo dicarta oleata e sassi-cm 50x70

EN ZO FO RG IO N E

“Rosa per te” -2020

Fotografia ritagliata -cm 70x50

FED ERIC O M O N TESA N O

“Esistere” -2020

A crilico e carta su tela -cm 70x100

“M ystic W aters” -2018

cm 55x75 -olio su lino

MostrA A cUrA Di MoniA MALinpensA

reFerenZe e QUotAZioni presso LA MALinpensA GALLeriA D’Arte by LA teLAcciA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

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72

I Tesori del Borgo

Centuripe:

Un tesoro da riscoprire

Di Sefora Sanfilippo

Osvaldo Risiglione

Centuripe è uno splendido

paesino dell’entroterra ennese.

Situato su un promontorio

alto circo 700 metri s.l.m.,

domina l’intera vallata del fiume Simeto

e la piana di Catania, offrendo panorami

stupendi ed una visione unica dell’Etna.

Oltre alle bellezze paesaggistiche, questo

piccolo borgo, è famoso per i suoi

trascorsi storici; Centuripe, abitato sin

dal periodo preistorico, è stato un centro

florido durante la dominazione sicula,

greca e romana. Queste civiltà hanno lasciato

su tutto il territorio una quantità

di testimonianze davvero significativa.

Alcuni dei reperti rinvenuti nel corso

degli anni sono ospitati nei più importanti

musei del mondo, come il Mu- seo

Archeologico Paolo Orsi di Siracusa, i

Musei Vaticani, Il Louvre, il British Museum

e il Metropolitan Museum. Ma la

collezione più corposa, è oggi custodita

presso il Museo Archeologico Regionale

di Centuripe.

Inaugurato nel 2000, l’edificio articola

l’esposizione su tre piani: al piano terra

si trovano in ordine topografico e cronologico,

gli oggetti provenienti dal territorio

e dall’abitato; al primo piano materiali

che illustrano la vita economica,

artigianale ed i rapporti commerciali

dell’antica città; al piano superiore i corredi

delle necropoli arcaiche ed ellenistiche.

Ciò che rende unico questo Museo è il

fatto che espone e custodisce esclusivamente

materiali rinvenuti nel territorio

centuripino.

Tra i pezzi più importanti spicca sicuramente

una delle prime rappresentazioni

fisionomiche in Sicilia orientale. Un


volto umano schematizzato, parte di un

grande vaso in terracotta risalente al V

millennio a.C.

Durante l’età ellenistica, Centuripe raggiunge

l’apice del suo splendore economico

e culturale, quest’ultimo testimoniato

dalla produzione di ceramica fittile

che ritrae principalmente figure femminili

chiamate “Tanagrine”. Spiccano i-

noltre manufatti come “Il ratto di Europa”

e il “Soldato”, e le numerose maschere

teatrali che richiamano espressioni

comiche e tragiche tipiche della

letteratura greca.

Dello stesso periodo sono i famosissimi

vasi, una tipologia vascolare creata proprio

a Centuripe, Unici in tutto il mondo

antico, sono caratterizzati da una vivace

policromia che si suppone sia stata inventata

dagli stessi artigiani locali, e da

sontuosi fregi in rilievo con motivi floreali

ed antropomorfici.

Di enorme rilevanza è il complesso statuario

in marmo che ritrae alcuni membri

della famiglia Pompeii Falcones che,

durante il periodo imperiale, commissionarono

la ricostruzione degli Augustales,

in onore dell’Imperatore Augusto.

Tra questi reperti è stata rinvenuta anche

“La testa di Augusto”, che portata solo

temporaneamente nel Museo Archeologico

Paolo Orsi di Siracusa non è mai

più stata restituita. Riteniamo invece che

dovrebbe rientrare nella sua naturale

collocazione. Tralasciando il fatto che il

pezzo non sia neanche esposto, ma tenuto

in magazzino, pensiamo sia necessario

portarlo a Centuripe, e rendere fruibile

la sua bellezza e la sua unicità ai visitatori.


9 biennALe D’Arte

a

internAZionALe

A MontecArLo

12-13 GiUGno 2021

in MostrA ALL’hoteL MetropoLe Di MontecArLo

Artisti seLeZionAti

pAoLA AbbonDi

sAnDrA AnDreettA

AnGeLo FrAnco

sAverio ArtioLi

pAoLA ArriGoni

rAFFAeLLA beLLAni

berArte' X

GiUseppe bertoLetti

DAviDe bertoLA

vincenZo bUonAGUro

siLviA bosio

GiUseppe cAcciAtore

pAtriZiA cAFFArAtti

GiAncArLo cerri

LUDovicA chAMois

rossAnA chiAppori

pAoLo civerA

DADA c

vincenZo D'Arro'

GiAnni DepAoLi

rAFFAeLLA De sAntis

LUciA Fiore

GiovAnni FirrincieLi

FULviA GAMenArA

eUGenio GiAccone

MAssiMiLiAno Gissi

cinZiA Gorini

cLAUDio GUADAGnA

beyer horst

DAnieLe LAUDADio- eLLeDi'

vincenZo LAGALLA

AnnA MAriA

MAciechoWsKA

serenA renAtA MAGGi

LAUrA MAreLLo

GiovAnni MAnGiA

vALentinA MiAni- vALensiA

nADiA MonAi

FrAncesco Montoneri

FeDerico MontesAno

FAUsto nAZer

eLenA orteLLi

MArco pALMA

MAriA FAUstA pAnserA

cArLo pAZZAGLiA

FrAnZ peLiZZA

MAriA petrovA

MAssiMo peri

GiUseppe porteLLA

chiArA QUAGLiA

DAnieLA rebUZZi

siMonA reGineLLA

vALerio rossi

DAnieLA rosso-prin

roLAnDo rovAti

Antonio sALinAri

biAncA sALLUstio

eMAnUeLe scAnDALiAto

scAnD-Art

DeborAh scArpAto

FrAncesco sciAccA

sèLine

MAriA GrAZiA sessA

eMMeGi'

si.Mon

eLvirA sirio

FULviA steArDo FerMi

AntoneLLA steLLini

virGiniA stoppA

AnnA MAriA terrAcini

evA trentin

DAviDe tornieLLi

GennAro treMAterrA

ines tropeAni

steFAniA vichi

FLoreAnne v.

AnDreA ZAnAttA

eMMAnUeLA ZAvAttAro

AnnA ZennAro

con iL pAtrocinio DeLL’AMbAsciAtA itALiAnA neL principAto Di MonAco

MADrinA D’onore ALLA 9à biennALe L’ArtistA rAbArAMA

TROfEO REALIzzATO DAL MAESTRO

UGo nespoLo PER 10 ARTISTI

PREMIATI DEL TEMA fISSO

a Torino dal 1972

Ambasciata d’Italia

Principato di Monaco

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Biografie d’Artista

di Marilena Spataro

Elena Modelli

e il suo “Bestiario” fantastico

Un bestiario fantastico che si nutre di un immaginario

gioioso e giocoso, quasi bambino. Autrice

di questo mondo che lambisce i sogni e

rasserena lo sguardo, laddove, invece, la contemporaneità,

nella vita come nell’arte, troppo

spesso ci riserva tristezza, malessere sociale ed esistenziale,

angosce e, non di rado, incubi, è Elena Modelli, scultrice

e ceramista di Imola, con una lunga storia di educatrice

d’infanzia.

Un ruolo, quello di insegnante elementare, svolto con lo

stesso entusiasmo che poi la vedrà impegnata come artista,

e che le ha consentito di esplorare gli aspetti più genuini

dell’animo umano che caratterizzano l’infanzia. È da lì che

bisogna partire se si desidera cogliere fino in fondo la poetica

e l’estetica nel lavoro di questa scultrice. Il suo universo

artistico, specie in questi ultimi anni, è in continuo

fermento, in un serrato susseguirsi di creature che prepotentemente

reclamano un loro palcoscenico, un loro posto

al sole. Nascono così variopinti e scintillanti cavallette, coccodrilli,

scimmie ed elefanti: ironico e simpatico bestiario

di grottesche creature dalla espressività possente quanto,

non di rado, dal piglio affatto rassicurante, che vanno ad

aggiungersi a un universo idilliaco fatto di prati fioriti, coloratissimi

insetti, simpatici ibridi, figure mitologiche, della

più tranquilla produzione degli anni passati. In questa

festa di colori e di immagini sarebbe quanto mai riduttivo

guardare all’opera di Elena Modelli soffermandosi alla

sola apparenza, così immaginando l’artista mentre plasma

con mani sapienti terrecotte destinate a compiacere soltanto

lo sguardo. C’è molto di più e c’è ben altro a sottendere

il fantasioso lavoro di questa brava scultrice, in specie

nel suo più recente bestiario. Sono molte le citazioni e le

affinità, non saprei quanto consapevoli o meno, che si possono

individuare nel lavoro di Elena Modelli che rimandano

ai grandi innovatori dell’arte di fine ottocento e del

primo novecento, a partire da Paul Klee e dalle immagini

favolistiche di certi suoi dipinti, soprattutto nelle costruzioni

più semplici, nelle più elementari e a soggetto animale

o legate alla natura, dove l’immagine si caratterizza per

una voluta arcaica primitività. Figure che nella loro semplicità

esecutiva si rivelano di grande fascino inducendo

ammirazione e sollecitando sensazioni di piacevolezza allo

sguardo dello spettatore, mentre al contempo ne scaldano

il cuore. Una magia questa che non nasce a caso, né in Klee

e nemmeno nella Modelli, ma che scaturisce da una sensibilità

artistica capace di penetrare i segreti più nascosti

della natura.

Sono, peraltro, molte le testimonianze dei critici che danno

conferma della originalità e della forza espressiva delle

opere dell’artista imolese e della loro vicinanza al lavoro

di maestri dell’arte di ieri e di oggi, nonché di un lavoro

che trova il proprio referente in linguaggi artistici ed estetici

di civiltà e culture antiche. Scrive al riguardo il poeta

e scultore Giovanni Scardovi “Quella di Elena Modelli è

una scultura di combinazione cromatica forte e smagliante

in cui l’animale viene descritto in chiave primitiva e trasfigurato

con echi maya e atzechi che accompagnano queste

figure plastiche grottesche ed eleganti. Magicamente

espressive e crudeli queste immagini scultoree uniscono

nella loro semplicità una regressione primitiva ad una visione

panica che evoca il gioco infantile allegorizzando la

paura”. Mentre il critico d’arte Alberto Gross scorge nelle

opere della Modelli “un’ipotesi di elevata leggerezza visiva

che riconduce alla lezione di grandi nomi del fumetto nostrano

come Altan e Jacovitti, passando – obbligatoriamente

– attraverso lo specchio di Carroll”. Certo è, che

osservando le terrecotte di Elena Modelli, è difficile rimanere

senza sentirsi coinvolti emotivamente, senza provare

quello stupore e meraviglia come solo nelle fiabe, nei sogni

più belli, può accadere. Sogni che evocano percezioni di

luoghi lontani, ancestrali, sconosciuti, insondabili, misteriosi.

Luoghi d’incanto cui solo al cuore è concesso di entrare

in un viaggio verso l’infinito, oltre il tempo.


76

Art&Events

un compleanno indimenticabile

Sono arrivate le

69 primavere

per Claudio Simonetti.

Compositore

e musicista internazionale,

figlio di Enrico

Simonetti, Claudio è

conosciuto al grande

pubblico soprattutto per

aver composto molte

colonne sonore di pellicole

italiane e americane, tra cui gli indimenticabili successi per i film

di Dario Argento. Nel 1973 fondò il gruppo progressive rock dei Goblin,

e da allora ha preso il via una carriera vissuta tutta in ascesa. Una produzione

davvero internazionale, quella di Claudio: per Dario Argento ha

musicato film come Profondo Rosso, Suspiria, Tenebre, Phenomena,

Opera, Non ho sonno, Il cartaio, La terza madre, Dracula 3D; nel suo

carnet professionale anche titoli come Zombi e Wampyr diretti da George

A. Romero. La sua attuale band: i Claudio Simonetti’s Goblin (nella

foto).

Manuel Ernesti il guru degli Hair stylist

DDopo un anno difficile,

tante attività si adattano

al periodo storico e alle

normative dello Stato in continuo

cambiamento. Gli hair stylist, una

categoria fra le più colpite non si

arrende e lotta per andare avanti,

portando lo stile alla ribalta e mantenendo

gusto e tradizione attraverso

novità di tendenza. Fra i più

amati professionisti della Capitale,

noi di Art&Art abbiamo partecipato

con grande piacere ad una

delle iniziative promosse dal maestro

Manuel Ernesti, general manager e noto hair stylist dei vip dei

saloni Black Rose Barber Shop. L’iniziativa da lui promossa ha visto

protagonisti i clienti, per incentivare l’app di appuntamento per il proprio

taglio e per rispettatare le normative di distanziamento e meno affluenza

nei saloni, suddivisa nel corso della giornata, si è sviluppato il

progetto Black Rose Selfie Show. Un vero e proprio storytelling che

vede protagonisti i clienti, attraverso la loro partecipazione e i consigli

utili di Manuel Ernesti si sono potute apprezzare via web le migliori

tecniche dei tagli di tendenza. L’obbiettivo prima di tutto il divertimento

coniugato dal lavoro di veri professionisti e l’utilizzo delle app

di prenotzaione.

U

Riscoprire gli abbracci e l’amore

n giorno sì un altro no” (Giraldi

Editore) il primo romanzo

di Isa Grassano, giornalista

e autrice di guide.

«Siamo appesi a un filo, legati

a un’emozione». L’emozione

che solo gli incontri sanno regalare. «E

quando le persone ci regalano un’emozione

vanno protette». Così la pensa Arabella, la

protagonista del primo romanzo di Isa

Grassano, giornalista, blogger e autrice di

guide (tra cui Forse non tutti sanno che in

Italia... Newton Compton).

S’intitola “Un giorno sì un altro no” (Giraldi

Editore) e racconta le peripezie di Arabella,

quarantenne, con un lavoro precario

(scrive necrologi), una sognatrice un po’

goffa - una sorta di Bridget Jones dei tempi

nostri - che non legge gli oroscopi ma finisce

per crederci nel momento in cui le previsioni

astrali le promettono “Incontri fortunati, all’insegna della passione

fulminante”. E quell’incontro avviene a un vernissage di una mostra fotografica.

La donna conosce Ludo, un uomo affascinante e subito ne è attratta.

Ma Ludo se da un lato è capace di regalarle momenti di intensa passione,

dall'altro si chiude a riccio, con destabilizzanti silenzi, interrogativi senza

risposte e allontanamenti misteriosi. Un comportamento incomprensibile

di una presenza/assenza - da qui il titolo - che trova spiegazione solo nel

finale inatteso, proprio mentre Arabella è pronta a una svolta professionale

e, soprattutto amorosa con un altro uomo. L’autrice ha costruito un romanzo

toccante e poetico che racconta con delicata sensibilità, ma anche con un

pizzico di ironia, la forza dei sentimenti, la necessità di abbandonarsi nuovamente

al sogno, il bisogno di ritrovare il calore di un abbraccio, ma affronta

anche temi più importanti come la morte, i ricordi del passato e anche

il disagio psicologico. Tutto ambientato a Roma, con pillole legate all’arte

delle chiese, dei momumenti, ma anche con excursus in Basilicata e a New

York.

53^ edizione della Mascherina D’argento

ULa 53 esima edizione

della Masherina

d’Argento,

storica kermesse

carnevalesca sulmonese,

quest’anno tenutasi in

versione digitale, è andata a

Jordan L. di nove anni, che

ha gareggiato da Termoli, con la rivisitazione di Publio Ovidio Nasone.

L’edizione su piattaforma della kermesse di Carnevale, non ha tradito

le attese. Cinquanta bimbi da 3 a 10 anni, da tutta Italia, hanno dato

libero sfogo al proprio estro e alla creatività. A condurre l’evento, con

verve e simpatia, il volto noto di Uno Mattina Luca Di Nicola, mentre

sulla piattaforma, insieme ai veri protagonisti, i bambini, si sono alternati

personaggi televisivi capitanati dal noto conduttore di Rai Uno Beppe

Convertini nelle vesti di testimonial, la show girl Francesca Cipriani

nelle vesti di madrina, lo storico anchorman del programma di La 7 “Gustibus”

Antony Peth testimonial morale di Aisos. In questa 53ª edizione,

gli organizzatori della Venus Entertainement di Ivan Giampietro, hanno

deciso di dedicare la storica kermesse, ad un’Associazione benefica, in

particolare all’AISOS ONLUS (Associazione Italiana Studio Osteosarcoma)

che da 16 anni si impegna attivamente nella lotta all’osteosarcoma,

una forma di tumore osseo ad alto grado di malignità, che

generalmente colpisce pazienti molto giovani. Una targa virtuale è stata

consegnata dall’imprenditore Pasquale Di Toro, delegato per l’occasione

dall’Associazione Culturale Internazionale, al Presidente e fondatore

dell’Aisos la Dott.ssa Francesca Maddalena Terracciano con la

dedica: Non c’è lockdown per i sogni dei bambini… A ciascuno dei 50

bambini che hanno partecipare gratuitamente, è stato spedito un pacco

premio perché tutti vincitori, mentre per i primi sette, è arrivata la menzione

speciale.


sanremo 2021: l’arte della bellezza

svelata da ProfumeriaWeb

Pillole video con Enzo Miccio, Silvana Giacobini, Alex Belli,

Rosaria Renna e tanti altri beauty expert. In occasione

della settimana sanremese ProfumeriaWeb, l’eCommerce

pure player del beauty numero uno in Italia, ha puntato i riflettori

sul Teatro Ariston lanciando “Sanremo Beauty Styles” un originale

format video in cinque puntate concepito per esaltare l’arte

della bellezza e commentare i beauty look sanremesi, pubblicato online

tutti i giorni – dal 3 al 7 marzo 2021 – che ha già ricevuto oltre 500.000

visualizzazioni complessive sul canale YouTube, sui social e sul sito

di ProfumeriaWeb.

Condotto da Anthony Peth, presentatore TV (La7, Mediaset), il programma

ha visto la partecipazione di esperti del look tra cui l’ambasciatore

dello stile Enzo Miccio, l’attore Alex Belli, la nota giornalista

e scrittrice Silvana Giacobini, la speaker radiofonica Rosaria Renna

e la neo coppia di Uomini&Donne Jessica e Davide.

La gelateria di piazza crepax si rinnova

In trincea per amore

DLa giornalista e scrittrice

Angela Iantosca

racconta il dramma della

tossicodipendenza vissuto

dalle famiglie che

si trovano ad avere a che fare con

figli, padri, fratelli caduti nell’inferno

delle droghe.

Cosa significa avere un figlio tossicodipendente?

Come si vive quando

un padre fa uso di sostanze stupefacenti?

Come si affrontano la paura,

l’incertezza, il dolore e la speranza

che tutto in qualche modo abbia una

fine? A chi si può chiedere aiuto?

Come si dovrebbe fronteggiare quel

nemico chiamato droga? Da queste

domande prende le mosse “In Trincea

per Amore – Storie di Famiglie

nell’Inferno delle droghe” (Paoline, 2020), saggio-inchiesta di Angela

Iantosca che, nell’affrontare il tema della tossicodipendenza (al quale

si dedica dal 2015), ha deciso di capovolgere lo sguardo, di far luce

sulle famiglie che si trovano ad affrontare un dramma così grande. Il

libro è una raccolta di storie che attraversano l’Italia, di mamme, di

fratelli e sorelle, di papà, di figli, di nonni, zii, di famiglie, appunto,

che un giorno hanno scoperto di dover fare i conti con qualcosa che

mai avrebbero immaginato e che non hanno potuto ridimensionare

l’uso ad una fase adolescenziale o di passaggio. “In questo nuovo

cammino – spiega la Iantosca - ho incontrato storie di sconfitta, di

paura, di errori, di incomprensioni, di silenzi, ma anche di liberazione

e di padri e madri che quella ferita inferta loro dai figli hanno avuto

la forza di trasformarla in un giardino nel quale far crescere speranza.

Ho incontrato gli esperti, gli psicoterapeuti, gli psichiatri, i referenti

nazionali e locali, gente che da anni lavora nel campo, attraverso le

cui testimonianze sono riuscita a entrare ancora più in profondità in

questo mondo che è necessario far conoscere affinché chi si imbatte

in questo problema possa sapere a chi rivolgersi”. Il saggio le è valso

la Menzione Speciale Aurora Premio Giuditta 2020, premio che

nella sua giuria annovera, tra le altre, la giornalista Tiziana Ferrario.

Il 19 febbraio per il libro pubblicato ad ottobre 2020, “Gli Eroi di

Leucolizia” (Perrone) ha vinto il premio nazionale per la stampa Annalisa

Durante.

VipExtension & Beauty acaDEMY,

Il successo della bellezza...

La Gelateria artigianale e Bakery americana di Manuela

Romiti, si rinnova e prende forma attraverso i sentieri del

gusto. Dall’unione dell’esperienza italiana dei gelatieri con

l’amore per cucina americana l’Officina Gelato & Bakery

è una realtà aperta a grandi e piccoli dove vivere in relax ogni momento

della giornata. Selezionata fra le migliori gelaterie italiane il

suo restyling si impone nel quartiere Eur Mezzocammino con una possibilità

di rilassarsi nel green tutta nuova e un' area al coperto per feste

e angoli per lo smart working.

Nato a Roma nell’ottobre 2020 il centro esclusivo per extension

ciglia e capelli è diventato da subito un riferimento

per clienti che amano la bellezza a 360°.

Un team di donne professioniste, dalla Direttrice Tecnica

Maria Antonietta Daloia a Wanda Cera, titolare ed esperta, vengono

inoltre eseguiti una serie di trattamenti altamente professionali

per la cura del viso e del corpo dal Microneedling al Lipolaser. Sane

abitudini ed un aiuto anche dall'esterno per ritrovare il nostro benessere

psicofisico grazie anche ad una serie di massaggi olistici. Situato

a Casal Palocco, il centro offre inoltre Corsi per appassionati e principianti,

una vera e propria Accademia. Frequentato da numerosi personaggi

del mondo dello spettacolo, il luogo di eccellenza nei suoi

trattamenti, viene scelto come Top Esclusive in questo numero di

Art&Art.


78

www.tornabuoniarte.it

“Tiro a segno (Il poligono)” - 1932 - olio su tavola - cm 60x85

Lorenzo Viani

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 - info@tornabuoniarte.it

Milano 20121 - Via Fatebenefratelli, 34/36 - Tel. +39 02 6554841 - milano@tornabuoniarte.it

Forte dei Marmi 55042 - Piazza Marconi, 2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeimarmi@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055 2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


MAriA petrovA

(1940-2016)

DAL 18 AL 30 GiUGno 2021

“il ritmo narrativo si traduce in puro sentimento”

“Luce nel sottobosco” - A cquerello su carta - cm 20 x 32

“Artista dotata di grande acutezza Maria Petrova concede all'opera pittorica una vitalità non comune che si traduce in emozioni

vere e in una meditata prospettiva sempre fedele alla realtà. Le sue visioni naturalistiche, paesaggistiche e ritrattistiche

esprimono un'evidente maestria sia nell'uso dell'acquerello che nella operosità gestuale, esse, intrise di una manualità precisa

del disegno e di una validità tecnica, si traducono in puro sentimento. Arte colloquiale che nasce dalla memoria, dai ricordi

e dall'animo e che viene realizzata con incisività della resa formale e con una palpitante stesura cromatica. Marine,

nevicate, figure e nature morte sono intrise di una forza evocativa unica in cui le vibrazioni tonali, gli effetti chiaroscurali e

l'eleganza compositiva raccontano una tessitura armoniosa costante di sensazioni e di interpretazioni molto personali. Maria

Petrova rappresenta l'esistenza umana con un processo simbolico pieno di energia e lo fa con assoluto rispetto. I suoi soggetti,

ricchi di analisi psicologica, dimostrano sicurezza del tratto e abilità di contenuti. Si respira, attraverso il suo iter artistico,

scene di vissuto e di vicende quotidiane dove i valori spirituali e umani sono protagonisti nella sua opera. Maria Petrova

rivela una magistrale interpretativa e una raffinatezza formale altamente suggestiva composta di un ritmo narrativo intenso

e dove ogni elemento vive di socialità, di dialettica e di profonda meditazione. Ogni dettaglio cromatico è ben armonizzato

con sensibilità e con palpabile immediatezza contenutistica. La superficie dell'opera, densa di poetiche pennellate, segna

un costante significato all'insegna di una dimensione altamente emozionale in grado di stabilire con il fruitore un coinvolgente

senso umano e spirituale.”

Monia Malinpensa (Art Director- Giornalista)

MostrA A cUrA Di MoniA MALinpensA

reFerenZe e QUotAZioni presso LA MALinpensA GALLeriA D’Arte by LA teLAcciA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

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80

MOSTRE D’A R T E In I T

a cura di Silvana Gatti

BARD (AOSTA)

fORTE DI BARD

fInO Al: 5 GIuGnO 2021

I MAccHIAIOI. unA RIVOluZIOnE

En PlEIn AIR

Al Forte di Bard questa esposizione dedicata

ai Macchiaioli, movimento artistico attivo

soprattutto in Toscana che ha rivoluzionato

la pittura italiana dell’Ottocento.

Curata da Simona Bartolena, prodotta e realizzata

da ViDi - Visit Different in collaborazione

con il Forte di Bard, la mostra

presenta 80 opere. Nella seconda metà dell’Ottocento,

Firenze era punto di riferimento

per intellettuali provenienti da tutta

Italia. Al Caffè Michelangelo si riuniva un

gruppo di giovani artisti accomunati dallo

spirito di ribellione verso il sistema accademico

e dalla volontà di dipingere il senso

del vero. Nacquero i Macchiaioli, il cui nome,

usato per la prima volta in senso dispregiativo

dalla critica, fu poi adottato dal

gruppo stesso in quanto aderiva alla filosofia

delle loro opere. «Questa mostra offre

molti spunti per rileggere la storia risorgimentale

e quegli anni complessi – spiega il

Direttore del Forte di Bard, Maria Cristina

Ronc -. Anni rivoluzionari, costellati di

nomi e personaggi da riscoprire e da rileggere

nella prospettiva del tempo che è intercorso.

Il Forte di Bard non è “solo” un

luogo espositivo ma prima ancora è un edificio

storico e come tale in questa occasione,

più che in altre, amplia e dialoga con

l’esposizione dei Macchiaioli e con le vite

e le opere di questi pittori soldati. Ci piace

ricordarne uno. Nino Costa, arruolato nel

reggimento dei Cavalleggieri d’Aosta a Pinerolo

che dopo varie peregrinazioni si

sposta a Firenze e frequenta il Caffè Michelangelo.

Lì conosce Giovanni Fattori, certamente

il nome più noto tra i Macchiaioli,

e che lo stesso Costa rammenterà come

colui che “gli aprì la mente e lo incoraggiò”».

BOlOGnA

PAlAZZO PAllAVIcInI

fInO Al: 27 GIuGnO 2021

VITTORIO cORcOS.

RITRATTI E SOGnI

Questa mostra, a cura del Prof. Carlo Sisi

è organizzata da Pallavicini s.r.l. di Chiara

Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens

Fogacci. Oltre 40 opere, distribuite in sei

sezioni, documentano la presenza del pittore

Vittorio Matteo Corcos (Livorno,

1859 – Firenze, 1933) nel contesto culturale

figurativo dalla seconda metà dell’Ottocento

al primo trentennio del secolo seguente.

Allievo di Domenico Morelli e

amico di De Nittis del cui salotto parigino

fu assiduo frequentatore, Corcos è uno degli

interpreti più apprezzati dei sentimenti

e dei costumi della Belle époque. Le belle

donne sono le protagoniste indiscusse dei

suoi ritratti, caratterizzati dalla delicatezza

del tratto, dalla minuzia fotografica nella

raffigurazione degli oggetti e dei tessuti

lussuosi e dalla profondità psicologica degli

sguardi. Per questa ragione le donne dipinte

da Corcos furono definite creature

che hanno in sé qualche cosa del fantasma

e del fiore. L’universo della femminilità

aristocratica e alto borghese è ben rappresentato

nel ritratto dedicato a Lina Cavalieri

- che Gabriele D’Annunzio considerava

“massima testimonianza di Venere in

terra” - presente tra le opere in mostra. Le

opere di Corcos raffigurano anche paesaggi

della costa livornese che svelano la

sua vicinanza alle poetiche del naturalismo

e alla pittura di genere, ma la sua fama

è legata al quadro intitolato Sogni che

a seguito dell’attenzione del pubblico e

della critica fu acquisito dalla Galleria Nazionale

d’Arte Moderna e Contemporanea

di Roma. Le opere selezionate provengono

dalla musei pubblici e collezioni private.

fIREnZE

PAlAZZO STROZZI

DAl: 15 A PRIlE 2021

fInO Al: 22 AGOSTO 2021

DA AnDY WARHOl

A KARA WAlKER

Palazzo Strozzi presenta American Art

1961-2001, una rassegna che racconta l’arte

moderna negli Stati Uniti tra l’inizio della

Guerra del Vietnam e l’attacco dell’11

settembre 2001, attraverso una eccezionale

selezione di opere di celebri artisti come

Andy Warhol, Mark Rothko, Louise Nevelson,

Roy Lichtenstein, Claes Oldenburg,

Bruce Nauman, Barbara Kruger, Robert

Mapplethorpe, Cindy Sherman, Matthew

Barney e Kara Walker. A cura di Vincenzo

de Bellis (Curator and Associate Director

of Programs, Visual Arts, Walker Art

Center) e Arturo Galansino (Direttore Generale,

Fondazione Palazzo Strozzi)- L’esposizione

celebra la grande arte americana

in quarant’anni di storia dagli anni

Sessanta agli anni Duemila attraverso più

di 80 opere di 55 artisti americani tra pittura,

fotografia, video, scultura e installazioni

in prestito dal Walker Art Center di

Minneapolis, uno dei più importanti musei

di arte contemporanea del mondo. Concepita

per Palazzo Strozzi come unica sede,

l’esposizione racconta la ricca e poliedrica

produzione artistica americana, investigando

il suo rapporto con le trasformazioni

della società contemporanea e contribuendo

a definire la ricca e complessa identità

americana nel secondo Novecento. Le diverse

generazioni di artisti americani sperimentano

linguaggi che aprono alla ridefinizione

dei confini dell’arte, unendo insieme

tecniche e media diversi, e usano il

potere dell’arte anche come strumento per

affrontare temi come il consumismo e la

produzione di massa, il femminismo e l’identità

di genere, le questioni razziali e la

lotta per i diritti civili.


A l I A E fuORI cOnfInE

MIlAnO

GAllERIE D’ITAlIA

DI PIAZZA ScAlA

fInO Al: 2 MA GGIO 2021

TIEPOlO

La mostra propone un viaggio all’interno

della produzione di Tiepolo, un percorso

punteggiato da capolavori (che dialogano

con le opere dei più importanti artisti attivi

negli stessi anni a Venezia), a partire

dagli anni formativi veneziani, passando

per i soggiorni milanesi, fino agli anni

presso le principali corti europee. La retrospettiva

presenta per la prima volta tre

capolavori degli anni milanesi appena restaurati:

i due affreschi staccati della basilica

di Sant’Ambrogio (raffiguranti il

Martirio di San Vittore e il Naufragio di

San Satiro) e quello eseguito per Palazzo

Gallarati Scotti (raffigurante il Trionfo

della Nobiltà e della Virtù). Interessante

anche la sezione dedicata agli affreschi

perduti di Palazzo Archinto (realizzati da

Tiepolo tra il 1730 e il 1731), che ricostruisce

grazie a fotografie d’epoca, incisioni,

bozzetti e disegni gli affreschi perduti

per i bombardamenti della guerra. Infine,

tre proiezioni che permettono di ammirare

gli affreschi della Residenz di

Würzburg e di (ri)scoprire le opere di Tiepolo

conservate a Milano e in Lombardia,

dai soffitti affrescati di Palazzo Dugnani

e di Palazzo Clerici, a Bergamo con gli

affreschi della Cappella Colleoni e le pale

per l’Abside della cattedrale, alle opere

della maturità realizzate per le chiese di

Desenzano, Folzano e Verolanuova. Ogni

mercoledì alle 18.00 è pubblicato online

un episodio della mini-serie: Sotto un unico

cielo. Alla scoperta dei territori del

Tiepolo: un progetto che offre un’ulteriore

chiave di lettura della produzione del

Tiepolo, portando gli spettatori a scoprire

i luoghi per cui Tiepolo pensò le sue opere.

A cura di Fernando Mazzocca e Alessandro

Morandotti con il coordinamento

generale di Gianfranco Brunelli. Catalogo:

Skira.

MIlAnO

MuSEO DEl nOVEcEnTO

fInO Al: 27 GIuGnO 2021

cARlA AccARDI - cOnTESTI

A Milano la prima mostra monografica dedicata

da un’Istituzione pubblica a Carla Accardi

(1924-2014), a sei anni dalla sua scomparsa.

Il progetto, prodotto da Comune di Milano|Cultura,

Museo del Novecento ed Electa,

fa parte del palinsesto “I talenti delle donne”,

promosso e coordinato dall’Assessorato

alla Cultura. Curata da Maria Grazia Messina

e Anna Maria Montaldo con Giorgia Gastaldon.

“Carla Accardi. Contesti” presenta il percorso

dell’artista trapanese proponendone

una lettura nuova, che si differenzia da quella

tematica delle più recenti monografiche, centrate

sul suo repertorio di pittura segnico-cromatica.

La mostra, attraverso 70 opere circa

e insieme a fotografie e documenti dell’Archivio

Accardi Sanfilippo, riporta al centro

dell’indagine espositiva il panorama e il contesto

storico, sociale e politico con cui l’artista

si è rapportata, ne rivela il vivace orizzonte

visivo costellato di confronti linguistici,

intrecciati anche con artisti più giovani,

restituendo il ritratto di una donna che, in un

momento in cui le istanze della pittura erano

di competenza pressoché maschile, è diventata

la prima astrattista italiana riconosciuta

internazionalmente. Il percorso della mostra

si snoda attraverso una selezione di opere -

dipinti, plastiche (sicofoil) e installazioni - individuate

non solo per la qualità estetica, ma

anche in quanto testimonianza della partecipazione

dell’artista a importanti occasioni

espositive. All’interno della scansione storica,

il percorso si articola in sezioni tematiche.

Catalogo Electa

MAMIAnO DI TRAVERSETOlO (PARMA)

fOnDAZIOnE MAGnAnI-ROccA

DAl: 13 MARZO 2021

fInO Al: 6 GIuGnO 2021

MODIGlIAnI..

Opere dal museo di Grenoble

La Fondazione Magnani-Rocca, grazie alla

collaborazione con il Museo di Grenoble, presenta

in questa mostra sei opere di Modigliani,

permettendo di analizzare il rapporto fra disegno

e pittura al fine di cogliere i più interessanti

riferimenti culturali del lavoro di ritrattista del

maestro. A Parma sono infatti esposti il dipinto

Donna dal collo bianco, olio su tela del 1917,

raffigurante Lunia Czechowska, moglie dell’amico

d’infanzia di Léopold Zborowski, mercante

d’arte e mecenate di Modigliani, e ben

cinque ritratti a matita di personaggi noti nella

Parigi degli anni Dieci, periodo in cui l’artista

era al centro della scena artistica, nel periodo

dell’avanguardia nazionale. Chi si faceva ritrarre

da lui sosteneva che era come mettersi a

nudo, in quanto l’artista era capace di cogliere

l’aspetto psicologico del modello. Affascinato

dall’essenzialità stilistica della tradizione trecentesca

e quattrocentesca senese, per la plasticità

della scultura e per il tratto grafico stilizzato,

Modigliani approda ad uno stile del

tutto personale del ritratto, influenzato anche

da Paul Cézanne e dalle maschere africane. Al

fine di evidenziare queste influenze, sono accostati

in mostra, accanto ai lavori di Modigliani,

esempi della pittura senese e cezanniana

oltre ad una maschera africana. Diversi capolavori

dell’arte francese, risalenti al periodo in

cui Modigliani operò, appartenenti alla collezione

della Fondazione Magnani Rocca, tra cui

Cézanne, Renoir, Monet, Matisse e Braque, insieme

all’italiano Severini, in quel periodo a

Parigi, sono esposti in questa mostra offrendo

ai visitatori una visione ad ampio spettro della

scena artistica dell’epoca. Utilizzando uno stile

moderno, Modigliani trae spunto dalla tradizione

italiana, in quanto l’ideale femminile col

collo lungo era stato dipinto anche dal Parmigianino,

con la Madonna dal collo lungo dipinta

a Parma tra il 1534 e il 1540.


82

MOSTRE D’A R T E In I T

MOnTEVARcHI

PAlAZZO DEl PODESTà

fInO Al: 6 GIuGnO 2021

OTTOnE ROSAI

è stata prorogata fino al 6 giugno questa

mostra d’eccezione su Rosai. In essa, per

la prima volta, compare in pubblico la decina

di capolavori assoluti di Rosai degli

anni Venti e Trenta, provenienti da una

raccolta privata romana, già presenti alla

mostra di Palazzo Ferroni, a Firenze, nel

1932, e documentati nel primo volume del

Catalogo Generale. Accanto ad essi, le eccellenze

più note di un periodo – quello

fra le due guerre (1918-1939) – che rappresenta

l’aristocrazia della pittura e del

disegno di Rosai. Ottone Rosai (Firenze

1895 – Ivrea 1957), fu artista che lesse le

novità del suo tempo alla luce della grande

arte del Tre-Quattrocento toscano. La

mostra annovera cinquanta opere di Rosai,

riconducibili al periodo tra il 1919 e

il 1932, il ventennio tra le due Grandi

Guerre. “Una delle maggiori peculiarità di

questa esposizione pubblica – anticipa il

professor Faccenda – deriva dalla riscoperta

di una decina di capolavori assoluti

di Rosai degli anni Venti e Trenta, tutti

provenienti da una raccolta privata romana,

presenti alla mostra di Palazzo Ferroni,

a Firenze, nel 1932, e documentati nel

primo volume del Catalogo Generale Ragionato

delle Opere di Ottone Rosai (Editoriale

Giorgio Mondadori, Milano, 2018),

da me curato. Accanto ad essi, le eccellenze

più note di un periodo – quello fra

le due guerre (1918-1939) – che rappresenta

l’aristocrazia della pittura e del disegno

di Rosai.”

MuRAnO (VEnEZIA)

MuSEO DEl VETRO

fInO Al: 30 GIuGnO 2021

lIVIO SEGuSO

In principio era la goccia

AMurano una mostra su Livio Seguso, a cura

di Chiara Squarcina con la direzione scientifica

di Gabriella Belli. Un grande omaggio al

maestro muranese, le cui opere sono riconoscibili

per l’originalità. Artista di fama internazionale,

Seguso è stato un pioniere fin dagli

anni settanta nell’uso del vetro come mezzo

espressivo. Nato nel 1930 a Murano, dove ancora

oggi vive e lavora, inizia molto presto a

lavorare con il vetro. Nel 1972 partecipa alla

36ª Biennale di Venezia, ma la sua maturazione

artistica culmina verso la fine del decennio,

con l’abbandono di ogni retaggio della

tradizione muranese per dare spazio solo al

cristallo puro, cangiante e ambiguo nella sua

trasparenza. Le sue opere possono così manifestarsi

in forme di assoluta purezza, diventando

“immagini di luce” che sembrano adattarsi

al pensiero, per poi scomparire in una

serie di forme oniriche. In seguito la sua ricerca

oltrepassa il materiale usato e si allarga

ad altri, quali l’acciaio, la pietra, marmi e graniti,

e infine il legno. Centocinquanta le esposizioni

in Italia e nel mondo fra personali e

collettive fino ad ora, tra cui la 42ª Biennale

d’Arte di Venezia del 1986 e nel 1995 Arte Laguna,

con il patrocinio della Biennale di Venezia.

Fra le personali più importanti quella a

Ca’ Pesaro – Galleria internazionale d’arte

moderna nel 1980, a Palazzo Ducale di Mantova

nel 1981, al Castello Sforzesco di Milano

nel 1982, alla Galleria Nazionale di Praga nel

1984, alla Casa dei Carraresi, Treviso nel

2007, alla National Museum of History, Taipei,

Taiwan nel 2008, fino alla grande mostra

del 2014 all’Ukai Museum di Hakone, Tokyo,

dove ha presentato sculture inedite, pitture e

disegni. Nel 2015 Livio Seguso ha ricevuto il

Premio “Glass in Venice” alla carriera.

PARMA

MuSEI cAPITOlInI -

VIllA cAffAREllI

fInO Al: 30 MAGGIO 2021

l’OTTOcEnTO

E Il MITO DI cORREGGIO

La mostra ruota intorno ai quattro capolavori

di Correggio - La Madonna con la

scodella e la Madonna di San Girolamo

più due tele provenienti dalla Cappella

del Bono – che con il Secondo Trattato

di Parigi nel 1815 vennero restituiti a

Parma dal Louvre, la mostra presenta anche

il meglio della produzione ottocentesca

del Ducato, nell’epoca in cui questo

Correggio – “secolarizzato” diventa

l’eroe della pittura nazionale parmigiana

negli antichi saloni dell’Accademia. Qui,

grazie all’azione di Paolo Toschi e alla

volontà di Maria Luigia, una generazione

di artisti si confronta, vis a vis con

Correggio, ricavandone suggestioni. Toschi

volle che le due pale e le due tele

fossero strumento di esercizio per gli allievi

della sua Accademia. Toschi, col

progetto di riprodurre ad acquerello, e

divulgare attraverso incisioni, i freschi

di Correggio, contribuì a diffondere la

fama del maestro in tutta Europa.


A l I A E fuORI cOnfInE

PORDEnOnE

MuSEO cIVIO D’ARTE

DAll’8 MAGGIO 2021

fInO Al: 25 luGlIO 2021

OMAGGIO A MIcHElAnGElO

GRIGOlETTI (1801-1870)

L’ 11 febbraio del 1870, moriva a Venezia,

Michelangelo Grigoletti (1801-1870),

artista nato a Pordenone il 29 agosto del

1801. Nell’anniversario della sua scomparsa,

il Comune di Pordenone gli rende

omaggio con questa mostra a cura di

Vania Gransinigh. Michelangelo Grigoletti,

pordenonese di Roraigrande, è stato

un grande ritrattista della nuova “Accademia

di Venezia”, interprete di un

periodo in cui a trionfare furono le poetiche

neoclassiche sostituite ben presto

da quelle romantiche, con un’apertura

finale sul realismo di fine Ottocento. Il

percorso espositivo si articola in tre sezioni:

la prima dedicata alla pittura di

soggetti di ambito storico-romantico con

una focalizzazione sul dipinto raffigurante

Tancredi visita la salma di Clorinda,

recentemente ricomparso in una collezione

privata; la seconda ai dipinti di

soggetto sacro e religioso con un approfondimento

dedicato alle commissioni

portate a compimento per le città ungheresi

di Eger ed Esztergom, la terza si incentra

sulla produzione ritrattistica che

ricostruisce la ricezione novecentesca

del lavoro di Grigoletti. è l’occasione

anche per riproporre sotto nuova luce il

Ritratto della famiglia Petich (1845),

capolavoro della maturità dell’artista

appartenente al museo pordenonese e da

poco restaurato grazie ad un importante

contributo di CoopAlleanza3.0 .

ROMA

WARMHuB DEl WARM HOTEl

Via Giuseppe Prezzolini, 5

fInO Al 30 SETTEMBRE 2021

SHE(ART), fEDERIcA MOlfESE

WarmtHub, spazio culturale all’interno del

Warmthotel di Roma, presenta un’esposizione

di tele e sculture di Federica Anna

Molfese. La mostra racconta la donna in

connessione con sé stessa, con la natura e

con il mondo, evidenziando le caratteristiche

femminili, dalle più palesi a quelle meno

note, generando spunti di riflessione. La

forza di volontà, la capacità di superare sfide,

la consapevolezza di conoscersi e riconoscere

i propri limiti e le proprie necessità,

la libertà di definire e ridefinire sé stessa aldilà

di “archetipi”. L’artista ha tradotto tutto

questo in arte attraverso una visione legata

alla natura femminile, ai sentimenti, alle

emozioni e alla scoperta e manifestazione

interiore come strada verso la felicità. Federica

dice: “La mia è una pittura di sentimenti

ed emozioni alla scoperta di sé stessi.

La realtà intorno a noi può fare la differenza

nel vivere il proprio essere perché circondarsi

di persone che rispettano le nostre

scelte e ci sostengono per come siamo ci

rende più forti. In questo progetto ho messo

in luce tutte le sfumature della figura femminile

analizzando anche il rapporto amoroso

tra donne che ho ricollegato alla natura

rappresentandolo con fiori e colori accesi

espressione di dinamicità e passionalità che

sono tratti caratteristici delle relazioni”.

L’esposizione si sviluppa in due sezioni. La

prima sezione è incentrata sull’essere della

donna: i suoi mille volti, le sue scelte, le sue

esperienze, il suo rapporto con il corpo e

con l’amore, con l’opera “L’Albero del Cuore”

che rappresenta la capacità di superare

le sfide con consapevolezza. La seconda si

basa sull’espressione di sé: il coming out,

la decisione di dichiarare il proprio essere

al mondo superando i conflitti interiori.

ROMA

GAllERIA RESTEllIARTcO

Via Vittoria colonna, 9

WITH OR WITHOuT YOu. Il SAn

VAlEnTInO POP DEllA GAllE-

RIA RESTEllIARTcO

Questa mostra racconta la seduzione,

la passione, la tenerezza o l’incapacità

di aprirsi tipica di questi tempi, ma lo

fa in chiave pop. Nella sua “I can live”,

Marcello Maugeri usa i segni come e-

spressioni per favorire l’interscambio.

Il ritorno al materico continua con

“Unchained Heart”: i cuori dell’artista

Irem Incedayi, in gesso alabastrino e

dipinti con la tecnica dell’affresco, si

ispirano agli oggetti donati ad una divinità

a seguito di una promessa fatta

o per una grazia ricevuta. Ogni cuore è

impreziosito da un animale, amuleto

simbolico. I “Love Cube” di Fabio Ferrone

Viola simboleggiano la forza, la

struttura, l’essenza. Presente una installazione

dell’artista, un maxi Cubo

dalle facce tutte colorate, eccetto una

sulla quale i visitatori potranno scrivere

il nome della persona amata. Preziosi

anche i “Pop Regrets” di Cristiana

Pedersoli, “Raccoglitori di Sogni”,

la cui forma evoca il grembo materno.

Il Fotografo Umberto Stefanelli espone

la sua “Luce in bianco”, una coppia seduta

davanti ad un ciliegio fiorito, scattata

a Tokyo nel 2019 presso lo Shinjuku

Gyoen Garden, scatto che è metafora

di potere, bellezza e rinascita. Tra i Maestri

storici della Galleria, esposte le

opere dello streeartist “Norman Gekko”,

esclusiva Restelliartco. Perfetto interprete

della sensualità, il Divano Bocca

di Gufram, del quale Restelliartco.

è partner e rivenditore ufficiale. E poi,

la serigrafia Love del 1996 di Robert

Indiana, oltre ai tappeti Love Swedish,

Love Estonian, e in versione Black &

White. Si prosegue quindi con le Marylin

“This is not by me” di Andy Warhol,

e le Litografie tratte dal libro d’artista

“Keith Haring – Lucio D’Amelio”

del 1983.


84

MOSTRE D’A R T E In I T

ROVIGO

PAlAZZO ROVEREllA

DAl: 1 APRIlE 2021

fInO Al: 4 luGlIO 2021

VEDERE lA MuSIcA.

l’arte dal Simbolismo alle avanguardie

La mostra è organizzata in collaborazione

con la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova

e Rovigo, l’Accademia dei Concordi e

il Comune di Rovigo. Paolo Bolpagni, curatore

della mostra, ricorda come, alla fine del

XIX secolo, si assista all’affermarsi in Europa

di un filone artistico che si ispira alle

opere e alle teorie estetiche di Richard Wagner.

Dal primo decennio del ‘900, la riscoperta

di Johann Sebastian Bach sostituisce il

modello wagneriano. La strada verso l’astrattismo

trova riscontro nell’aspirazione della

pittura a raggiungere l’immaterialità delle

fughe di Bach, alluse nei titoli delle opere di

Vasilij Kandinskij, Paul Klee, František Kupka,

Félix Del Marle, Augusto Giacomettiri.

La Secessione viennese conobbe un momento

fondamentale nella mostra del 1902 dedicata

a L. van Beethoven, che aveva come fulcro

il Fregio di Gustav Klimt ispirato all’Inno

alla gioia della Nona sinfonia. Nel Cubismo

i pittori dipingono gli strumenti musicali.

Nel Futurismo è importante la componente

sonora: Luigi Russolo, oltre che artista visivo,

fu compositore e inventò gli “intonarumori”.

Con V. Kandinskij e P. Klee la musica

diventa centrale, con la pittura che si libera

dal vincolo rappresentativo. Anche nel

Neoplasticismo è presente la musica, come

richiamo nelle opere di Piet Mondrian e

Theo van Doesburg, ai ritmi della danza moderna.

La stagione delle avanguardie storiche

è chiusa dal Dadaismo e dal Surrealismo,

dove la componente sonora si manifesta

in vari modi: con Kurt Schwitters nella

Ursonate, con Francis Picabia nel capolavoro

La musica è come la pittura, mentre Dalí

ci offre esempio di riferimento al pianoforte

in virtù di un automatismo psichico esercitato

in assenza del controllo della ragione,

per svelare il funzionamento del pensiero.

Ad essere evidenziata nella mostra è la lunga

storia di relazioni, intrecci e corrispondenze.

TORInO

GAllERIA SABAuDA

fInO Al: 30 MAGGIO 2021

cARAVAGGIO AI MuSEI REAlI. DA

ROMA un cAPOlAVORO DAllE GAllE-

RIE nAZIOnAlI DI ARTE AnTIcA

A Torino il S. Giovanni Battista di Caravaggio,

esposto nelle sale dedicate ai pittori caravaggeschi

della Galleria Sabauda. Realizzata

tra il 1604 e il 1606, proviene dalle Gallerie

Nazionali di Arte Antica di Roma. Caravaggio,

uno dei pittori più celebrati e amati

di ogni tempo, sperimenta nei primi anni del

1600 nuove composizioni di soggetto sacro

e profano, con personaggi raffigurati nella

loro umanità e arricchite da elementi di natura

morta. Tra queste il S. Giovanni che raffigura

“il Battista”, asceta spesso considerato

come l’ultimo dei Profeti. Caravaggio lo

dipinge adolescente, in un momento di riposo

nel deserto. La figura, avvolta in un mantello

rosso, emerge dall’oscurità, il volto in

penombra e le mani indurite dal sole, lo

sguardo schivo e malinconico rivolto al buio,

come sorpreso da una misteriosa presenza.

Accanto, la croce di canne e la ciotola per

i battesimi. La mostra documenta il legame

che intercorre con le opere di pittori italiani

e stranieri influenzati dalla sua pittura. Alcuni,

come Giovanni Baglione, coetaneo del

Merisi e suo nemico, interpretano solo esteriormente

i modelli del maestro; altri come

Valentin, Vignon, Ribera e Serodine ripropongono

con rigore l’umiltà dei santi a partire

da invenzioni caravaggesche. Altri, come Antiveduto

Gramatica e Orazio Riminaldi, guardano

al naturalismo e alle tematiche del Merisi,

mentre l’olandese Matthias Stomer lavora

sui contrasti tra luci e ombre. Caravaggio

affascina i collezionisti del tempo e i

Savoia: come mostrano le opere esposte, la

casa reale piemontese si aggiorna sulla moderna

pittura di realtà, documentata negli inventari

degli anni Trenta del Seicento. Sarà

Orazio Gentileschi a donare al duca sabaudo

Carlo Emanuele I, nel 1623, la pala con l’Annunciazione.

VEnEZIA

GAllERIE DEll’AccADEMIA

fInO All’ 11 APRIlE 2021

lOREnZO lOTTO

Alle Gallerie dell’Accademia di Venezia è

possibile ammirare “La sacra conversazione

con i Santi Caterina e Tommaso”, capolavoro

di Lorenzo Lotto, arrivato dal

Kunsthistorisches Museum di Vienna il 16

ottobre del 2020. Nonostante sia scaduta la

data del prestito, l’opera rimarrà ‘ospite’

della sede espositiva veneziana fino all’11

aprile.

Le Gallerie, continueranno inoltre a proporre

approfondimenti e visite gudate, che

finora hanno riscontrato sempre il tutto

esaurito, lanciando anche l'iniziativa “Giovedì

in museo!”. I personaggi dell’opera di

Lorenzo Lotto sono raffigurati nello svolgimento

di un dialogo fatto di gesti che racconta

lo scambio intenso di preoccupazioni

e premonizioni sul destino di Gesú. L’angelo

sulla sinistra predomina la scena con

il suo tocco divino, con le braccia tese verso

l’alto della chioma dell’albero in atteggiamento

di rassegnazione. Lotto adopera

colori raffinati che vanno dall’azzurro al

verde dei personaggi inseriti in un paesaggio

in cui anche la vegetazione sembra accondiscendere

al dialogo tra i personaggi

raffigurati nella scena.


A l I A E fuORI cOnfInE

SVIZERA - cHIASSO

M.A.X. MuSEO

fInO Al: 12 SETTEMBRE 2021

lA REInTERPRETAZIOnE DEl clAS-

SIcO: DAl RIlIEVO AllA VEDuTA RO-

MAnTIcA nEllA GRAfIcA STORIcA

La mostra presenta la produzione incisoria

dell’Antico ripercorrendo il fenomeno storico

della reinterpretazione e della fortuna

critica del classico. Esposte quasi duecento

incisioni all’acquaforte, a bulino e puntasecca

di rara bellezza, stampe acquerellate,

litografie e cromolitografie. In mostra è possibile

ammirare, fra le altre, le incisioni volute

da Johan Joachim Winckelmann per

rappresentare l’Antico, le acqueforti di Giovanni

Battista e Francesco Piranesi, le incisioni

di Luigi Rossini e molte vedute fra cui

quelle di Nicolas-Marie-Joseph Chapuy e di

Johann Jakob Wetzel, paesaggi delle città

europee mete del Grand Tour, affiancati da

reperti archeologici (monete, medaglie e

marmi). Correda la mostra il catalogo, con

saggi di Massimo Lolli, Susanne Bieri, Angela

Windholz, Pierluigi Panza, Mauro Reali,

Raffaella Bosso e Nicoletta Ossanna Cavadini

e un ricco apparato iconografico. Proposto

anche un “mini-catalogo” 15,5 x 15,5

(pp. 120, edizioni m.a.x. museo) con testi

pannelli mostra e una selezione di immagini.

SVIZZERA - RAncATE

PInAcOTEcA GIOVAnnI ZuST

fInO Al: 24 MAGGIO 2021

DEnTRO I PAlAZZI. unO GuARDO Sul

cOllEZIOnISMO PRIVATO nEllA lu-

GAnO DEl SETTE E OTTOcEnTO: lE

QuADRIERE RIVA

La mostra offre l’occasione di ammirare dipinti

e oggetti di solito celati al pubblico, ma

anche di entrare nella storia del territorio ticinese.

Esposti 70 dipinti, provenienti dalle

stanze dei palazzi appartenuti alla famiglia

Riva, nella Lugano dell’epoca dei balivi (o

landfogti) – “governatori” confederati che,

dall’inizio del ‘500 fino a fine ‘700, gestivano

l’amministrazione giudiziaria, finanziaria,

fiscale e militare. La rassegna permette

di “entrare” nei palazzi e di scoprire

le quadrerie (ritratti, paesaggi, scene religiose,

storiche e di genere) appartenenti ai

tre rami della famiglia (conti, marchesi e nobili)

e un tempo custodite nelle dimore luganesi

e nelle residenze di campagna, con la

presentazione della città tra Sette e Ottocento.

Esposti anche ritratti dei landfogti provenienti

dai Cantoni d’Oltralpe che governavano

la prefettura di Lugano e una selezione

di pezzi provenienti da collezioni di altri casati

e con cui i Riva avevano legami. Tra gli

autori in mostra, per il Settecento da segnalare

Marco e Giuseppe Antonio Petrini – di

cui la famiglia Riva è stata il massimo committente

–, Carlo Francesco e Pietro Rusca,

Giovanni Battista Innocenzo Colomba, Carlo

Innocenzo Carloni, Giuseppe Antonio O-

relli, Giovanni Battista Ronchelli, Giovanni

Battista Bagutti, Francesco Capobianco,

Gian Francesco Cipper detto “Il Todeschini”,

Antonio Maria Marini. Per l’Ottocento

esposte opere di Giovanni Migliara, Giuseppe

Reina, Francesco Hayez, Pietro Bagatti

Valsecchi e dei Bisi.

REPuBBlIcA DI SAn MARInO

DAl: 15 MAGGIO 2021

fInO Al: 31 OTTOBRE 2021

MEDITERRAnEA

A San Marino MEDITERRANEA 19, la

Biennale dei Giovani artisti dell’Europa

e del Mediterraneo, promossa e organizzata

da BJCEM – Biennale des Jeunes

Créateurs de l’Europe et de la Méditerranée,

Associazione Internazionale con

47 membri e partner da 16 paesi dell’Europa

e del Mediterraneo, in collaborazione

con la Segreteria di Stato alla Cultura

della Repubblica di San Marino, gli

Istituti Culturali e l’Università degli Studi

della Repubblica di San Marino. La

storia della Biennale ha avuto inizio nel

1985 a Barcellona e nel corso di diciotto

edizioni è stata accolta da città quali

Marsiglia, Valencia, Lisbona, Sarajevo e

Atene. “Mediterranea 19 – dice Andrea

Belluzzi – mette in rapporto fra loro i

due maggiori orizzonti ideali di costruzione

del nostro futuro politico: il progetto

europeista e la sua evoluzione nel

Mar Mediterraneo. E lo fa con il linguaggio

universale dell’arte”. L’evento si svilupperà

in diversi spazi del centro storico

di San Marino, tra cui la Galleria

Nazionale e altre location. La Biennale

presenterà opere, istallazioni site specific,

film, video, performance di oltre 70

artisti provenienti dall’area mediterranea,

con l’obiettivo di partire dal patrimonio

comune delle acque per superare

i nazionalismi e riscoprire il Mediterraneo

come piattaforma complessa di forme

di vita e processi di conoscenza.


86

Domenica LUPPINO:

Artista nel cuore

di Francesco Buttarelli

Uomenica Luppino, Mimma

per gli amici, un’artista

contemporanea e-

stroversa, poliedrica. I

suoi dipinti, olio su tela, tempere,

acquerelli, grafiche, bianco e nero,

evidenziano un procedimento pittorico

innovativo e originale, basato

sulla sintetica composizione degli

elementi del paesaggio; macchie

di colore accostate secondo un

sottile equilibrio di accordi tonali.

Domenica si è formata ed è cresciuta

come autodidatta, ha frequentato

gli studi di importanti artisti

ricevendo riconoscimenti e

premi a carattere nazionale ed internazionale.

Fondatrice e presidente

dell’associazione culturale

“Il Ventaglio” è riuscita a catalizzare

l’attenzione di giornalisti, scrittori,

poeti, musicisti e pittori, conseguendo

il risultato di fondere

l’arte attraverso diverse espressioni

creative. I dipinti di Mimma spaziano

dal paesaggio al figurativo,

sino a giungere all’astratto attraverso

un percorso di studio capace

di rivelare il suo animo in ogni immagine

delle tele. Donna colta, raffinata

anche anticonformista, non

pone limiti alla propria sete di ricerca

; per lei dipingere rappresenta


un continuo “divenire”, così nelle

ombre di un suo paesaggio possiamo

scorgere presenze, mentre in

un nudo si intravede l’umanità che

vi ruota intorno.

Il suo linguaggio pittorico si fonda

su di una combinazione di modelli

figurativi; colori e chiaroscuro che

fanno emergere l’emotività ed il

mondo interiore di Mimma. Con

estrema facilità , frutto di studio ed

esperimenti, l’artista si rivolge verso

l’affascinante mondo dell’astratto.

Un’arte che contiene prove

della realtà non sempre visibili:

Mimma ne ricava concretezza, un

astrattismo ove il cosmo, nella sua

interezza pone radici nel mondo del

reale.

Una personalità forte, quasi bruciante

quella di Domenica Luppino;

le sue tele, qualsiasi sia il soggetto,

sembrano pervase da una

“febbre segreta”, da un’alta tensione

spirituale ed emotiva. Nelle

sue opere traspare un sentimento

soggettivo ed i suoi colori spesso

indulgono alla dolcezza e ad un velato

romanticismo, simile ad un

canto della memoria che vaga fuori

del tempo nel tempio segreto dell’anima.



Speciale Art & Charity

Associazione Italiana Studio OSteosarcoma

AISOS ONLUS (Associazione Italiana

Studio OSteosarcoma) da diversi

anni si impegna attivamente

nella lotta all’osteosarcoma, una forma

di tumore osseo ad alto grado di malignità,

che generalmente colpisce pazienti molto giovani.

L’obiettivo principale che muove il lavoro quotidiano

delle numerose persone e dei vari istituti

pubblici e privati coinvolti in questa battaglia è

rappresentato dal sostegno ai sogrtgetti colpiti

dalla malattia ed alle loro famiglie, seguendoli

prima, durante e dopo l'intervento ed offrendo

loro un’indispensabile aiuto psicologico. Essere

accanto al paziente ed ai suoi cari nel difficile

percorso diagnostico-terapeutico, infatti, è ciò

che sta realmente a cuore ad AISOS ONLUS,

sensibile da sempre ai disagi ed alle problematiche

che l’osteosarcoma è in grado di creare ai

malati ed alle persone che sono loro vicine. Grazie

alla collaborazione tra professionisti e generosi

volontari, che dedicano, senza alcun vincolo

contrattuale, il loro tempo alla lotta all’osteosarcoma,

l’associazione ha portato avanti numerosi

progetti di ricerca, contribuendo all’ottenimento

di grandi risultati.

Dai una mano anche tu ad AISOS ONLUS, supporta

questa importante causa e aiutaci a vincere

la difficile battaglia contro l’osteosarcoma.

MISSIONE E FINALITÀ DI AISOS ONLUS

L’Associazione Italiana per lo Studio dell’Osteosarcoma

“AISOS ONLUS” è nata con l’obiettivo

di operare, in stretta collaborazione con il

Dipartimento di Scienze e Biotecnologie Medico

Chirurgiche della “Sapienza Università di

Roma”, con l’Istituto di Neuropsichiatria Infantile

della “Sapienza Università di Roma” e con

altre Istituzioni pubbliche e private che mostrino

interesse per la prevenzione e la diagnosi di questa

particolare forma di tumore osseo che colpisce

pazienti generalmente giovani.

L’Osteosarcoma, sebbene in termini generali sia

una neoplasia rara, rappresenta il tumore maligno

primitivo dell’osso che si riscontra con maggior

frequenza; è spesso ad alto grado di malignità

ed è composto di cellule mesenchimali che

producono osteoide e osso immaturo. èla causa

di oltre il 10% dei tumori maligni negli adolescenti

e al momento della diagnosi va considerato

ai fini terapeutici come malattia sistemica

essendo alta la percentuale in cui il soggetto presenta

già metastasi.

L’Associazione ha come compito principale

quello dell’aggregazione e della comunicazione

fra i diversi settori della medicina e fra questa e

le altre figure professionali del Comparto Sanità

per la tutela dei soggetti colpiti da Osteosarcoma

e per l’assistenza dei loro familiari.

AISOS Onlus:

1. accoglie i pazienti ed i loro familiari creando

un percorso strutturato con l’ausilio di uno sportello

informatico utile anche a costituire un ponte

tra le sedi ospedaliere ed i medici referenti;

2. offre l’attività di consulenza e orientamento;

3.organizza eventi di divulgazione ed aggiornamento;

4. promuove attività di ricerca;

5. ospita un centro di psicoanalisi e psicoterapia

che segue i pazienti e le loro famiglie prima, durante

e dopo l’intervento.

I protocolli chemioterapici pre e post-operatori,

insieme alla resezione chirurgica del tumore primario,

hanno aumentato la sopravvivenza a 5

anni fino al 60-80% dei soggetti colpiti. Prima

dell’avvento della chemioterapia, i trattamenti

prevedevano l’amputazione e il tasso di sopravvivenza

era circa del 20%, percentuale corrispondente

ai pazienti che verosimilmente non

presentavano metastasi al momento della diagnosi.

La terapia richiede un approccio multidisciplinare

nel quale si snoda il percorso diagnostico-terapeutico

dell’assistito. Esso prevede l’intervento

delle diverse competenze sia contemporaneo

che in successione e necessita pertanto

di un forte coordinamento non sempre utilmente

offerto dalle strutture di riferimento, sia per problemi

di risorse che di distribuzione sul territorio.

In questo senso l’adesione ai protocolli molto

giova ad un orientamento e ad un supporto anche

di tipo psicologico fin dal momento della comunicazione

della diagnosi.

Grazie ai proventi delle proprie attività istituzionali

l’AISOS ONLUS ha potuto promuovere,

avviare e sostenere i seguenti progetti di ricerca:

a) “Sostegno psicologico all’invalidità, alla disabilità

acquisita, e al rischio psicopatologico nei

pazienti in età evolutiva”.

b)“Studio preclinico del trattamento a bersaglio

molecolare dell’Osteosarcoma metastatico

c) “Il ruolo dell’ezrina nella progressione neoplastica

degli osteosarcomi”.

d) “Progetto finalizzato alla diagnosi emotiva e

psicopatologica e alla terapia di sostegno di bambini

e adolescenti colpiti da Osteosarcoma”, elaborato

dal Dipartimento di Scienze Neurologiche

Psichiatriche e Riabilitative dell’età evolutiva

“Giovanni Bollea”, U.O.C.A Neuropsichiatria

Infantile.

e) “Proposta di Intervento di assessment e psicoterapia

breve di sostegno per pazienti in età

pediatrica (0-15 anni) affetti da Osteosarcoma“.

Il progetto si articola in percorsi di psicoterapia

breve effettuati presso la U.O.C.A del Dipartimentto

di Pediatria e Neuropsichiatria Infantile

di Via dei Sabelli.

Al perseguimento delle finalità istituzionali di

AISOS Onlus concorrono tanto una struttura

professionale, che una struttura volontaria. La

struttura professionale è affiancata da una rete di

volontari che collaborano tanto in gruppi locali

che nelle sedi dell’Associazione. I gruppi locali

sono nati con lo scopo di divulgare il mandato

di AISOS Onlus in ambito locale attraverso specifiche

iniziative, con l’eventuale coinvolgimento

delle Istituzioni, del mondo accademico e di

altre Associazioni e ONG. Essi svolgono inoltre

attività di sensibilizzazione e di supporto alla raccolta

fondi. Dei gruppi fanno parte i volontari

che condividono i principi dell’Associazione e

decidono di dedicare, senza alcun vincolo contrattuale,

parte del proprio tempo libero.


90

Nerina Toci:

Un seme di collina

A cura di Davide Di Maggio

Un tempo il mio sguardo veniva condizionato dai sogni, dalla superficie

emotiva, dove il punto focale era l'indagine sulla mia identità e su ciò che

rappresentava il reale per me. Ad oggi il mio tentativo secondo è di catturare

la struttura dell'identità universale attraverso l'esperienza sensibile.

Mi pongo una domanda: che cosa è il reale?

Nerina toci

Un seme di collina è il nuovo

libro fotografico di Nerina

Toci.

Curato da Davide di Maggio

ed edito da Fondazione

Mudima, è un progetto work in progress

che comprende una selezione di

fotografie realizzate tra il 2017 e il 2020

in Sicilia, principalmente tra i versanti

asimmetrici dei monti Nebrodi, e che

nasce da un ben precisa esigenza di definizione

del reale.

All’inizio del suo percorso di ricerca artistica,

lo sguardo di Toci era condizionato

dai sogni e dall’emotività; il punto

focale della sua indagine era la sua identità

e ciò che per lei rappresentava il reale.

Questo volume raccoglie un intenso

lavoro, che esemplifica l’evoluzione artistica

della fotografa: dopo aver gradualmente

eliminato la propria figura

dagli scatti, Toci cerca di catturare l’identità

universale attraverso l’esperienza

del sensibile.

L’interesse antropologico – con la costante

riflessione sulla figura femminile,

sul senso del luogo e del confine – e

l’interrogazione sul reale spostano la

funzione della fotografia da quella estetica

a quella reale: la vera risposta sta

non nel catturare e possedere la realtà,

ma nell'accettazione della sua esistenza.

La giovane fotografa albanese, originaria

di Tirana, che per molti anni ha vissuto

in Sicilia, si occupa di fotografia

dal 2015 e riserva da sempre, nel suo lavoro,

un ruolo centrale alla sua terra di

adozione.

Nei sui lavori sensuali e misteriosi – dei

quali anche Letizia Battaglia ha sottolineato

l’inquietudine e la grazia – riesce

a rappresentare la sua realtà, la sua immaginazione

sconfinata, che varca i confini

della fotografia e ci porta in un

mondo incantato dove la mente è libera

di viaggiare. La chiave per capire il suo

lavoro va cercata nel fatto che, applicando

leggi proprie, supera la visione

monoculare che la fotografia impone. Il

lavoro di Nerina Toci parte dalla fotografia

ma prende subito altre rotte, diventando

opera d’arte. La macchina fotografica

è semplicemente un mezzo che

le consente di esprimere quello che per


un fotografo è impossibile: uscire dalla

realtà che ci circonda per addentrarsi in

una sorta di Wunderkammer – una realtà

personale che diventa universale – nella

quale entriamo insieme a lei.

Davide di Maggio, curatore del volume,

dice di lei: «Il fotografo blocca un i-

stante in eterno, lei apre quell’istante

all’infinito. Le sue fotografie non hanno

a che fare con l’effimero della nostra società,

ma hanno piuttosto quella “perennità”

delle opere che si tramandano nel

tempo. Il tempo non è un limite ma diventa

suo alleato. La realtà che la circonda

non le interessa, la sua è un instancabile

ricerca di un mondo che non

trova, ma che è ben chiaro nella sua lucidissima

immaginazione e che riesce a

esprimere nelle sue fotografie anche

grazie ad un grandissimo talento. Questa

è la forza di Nerina Toci, il suo fascino,

il suo magnetismo. E questo è il sogno

dell’arte che grazie a lei si avvera e che

questo nuovo libro ci restituisce in tutte

le sue parti mettendo in luce il ruolo

centrale da lei assunto tanto come testimone

del mondo dell'arte e della realtà

sociale in profondo mutamento che la

circonda, quanto come protagonista di

nuovi percorsi di ricerca e di espressione

artistica».

Il libro è acquistabile sul sito di Fondazione

Mudima: www.mudima.net (sezione

Shop) e in libreria.

Alcuni degli scatti di Nerina Toci possono

essere ammirati dal pubblico nella

mostra collettiva La Face autre de l'autre

Face, alla Fondazione Mudima fino al

12 marzo 2021.

L’esposizione, curata da Davide di Maggio,

arriva a Milano dopo essere stata

ospitata al Muc - Musée Urbain Cabrol

di Villefranche de Rouergue e raccoglie

opere di 21 artisti, principalmente italiani,

attivi in diversi campi dell’arte, da

quella visiva, alla fotografia, ai video e

alle installazioni. Oltre a Nerina Toci,

sono: Daniela Alfarano; Gabriele Basilico;

Renata Boero; Loris Cecchini; Pierpaolo

Curti; Diamante Faraldo; Claudio

Gobbi; Francesco Jodice; Christiane Löhr;

Uliano Lucas; Giovanni Manfredini; Sa-


92

brina Mezzaqui; Ugo Mulas; Federico

Pietrella; Alfredo Pirri; Andrea Salvino;

Nicola Samorì; Andrea Santarlasci; A-

lessandro Verdi; Nicola Verlato.

L’esposizione sarà visitabile in assoluta

sicurezza, con accessi contingentati nella

quantità e nella frequenza.

Informazioni e prenotazioni: www.mudima.net

Nerina Toci nasce a Tirana il 21 gennaio

del 1988. Vive e lavora tra Palermo e

Milano. Nel 2015 inizia a fotografare,

prediligendo il bianco e nero. Ha esposto

in Italia, Albania e in Cile. Nel 2015

prende parte alle mostre collettive Interior

intimo meo al Castello Gallego di

Sant’Agata di Militello e a Kermesse

d’Arte” presso la Biblioteca Comunale

di Mistretta. Nel 2016 le prime mostre

personali in Italia: La fotografia media

i conflitti, alla Casa delle Culture a Palermo,

Nuk bëhet allo Spazio Loc a

Capo d’Orlando; quindi la collettiva Cupiditas

presso l’Archivio Storico Comunale

di Palermo. Nel 2016 realizza anche

la prima personale all’estero: Imazhi

është e vetmja kujtesë që unë kam, al

Concord Center Galeri di Tirana. Ancora,

nello stesso anno vince il premio

“Guido Orlando - Premio fotografico

Peppino Impastato.” Dal 2017 inizia il

ciclo di mostre personali in Cile, Buscandome,

all’Istituto Italiano di Cultura

a Santiago e a La Sebastiana Museo Pablo

Neruda di Valparaiso. Il ciclo di mostre

in Cile continua nel 2018 con le mostre

al Museo Gabriela Mistral Vicuña e

al Museo Histórico Gabriel González

Videla La Serena. Nello stesso anno partecipa

alle collettive Baus°Art al Castello

di Bauso di Villafranca Tirrena e

Segreto al Centro Internazionale di Fotografia

di Palermo.

Nel 2017 esce il suo primo libro, L’immagine

è l’unico ricordo che ho, edito

da Navarra, con la prefazione di Letizia

Battaglia. Inoltre collabora con la rivista

indipendente di poesia e cultura Niederngasse.

Le collettive continuano nel 2019,

con la mostra Visionari al Centro Internazionale

di fotografia di Palermo. Sempre

nel 2019 cura con Davide Di Maggio

la mostra Il corpo è un livido a Palazzo

Ducale di Massa.

Ufficio stampa:

Delos | delos@delosrp.it | www.delosrp.it


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