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GdB marzo

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Giornale dei Biologi

Marzo 2021

Anno IV - N. 3

Edizione mensile di AgONB, Agenzia di stampa dell’Ordine Nazionale dei Biologi. Registrazione n. 52/2016 al Tribunale di Roma. Direttore responsabile: Claudia Tancioni. ISSN 2704-9132

ITALIA IN FILA

PER IL VACCINO

Figliuolo: biologi tra i somministratori

Da metà aprile un’arma in più con l’arrivo

in Italia delle dosi della Johnson & Johnson

www.onb.it


DELEGAZIONE REGIONALE CAMPANIA E MOLISE

“Acquisizione e gestione dei campioni

biologici e delle attività preanalitiche

per finalità diagnostiche”

Corso di abilitazione al prelievo venoso e capillare ai sensi della direttiva del Ministero della Salute

DIRP/III/BIQU/OU10014/2002 del 8/7/2002, e della D.G.R. della Regione Campania n.2125 del 20/06/2003

Parte teorica in modalità FAD dal 07/04/2021 al 14/04/2021

Tirocinio in presenza presso presidio ospedaliero “San Giuseppe Moscati”, ASL Caserta

in Viale Antonio Gramsci Aversa (Caserta)

Corso BLSD in presenza presso la Delegazione Campania-Molise ONB in Via Toledo 156 Napoli

http://campania.ordinebiologi.it

1/3


Sommario

Sommario

EDITORIALE

3

Biologi, niente altro che Biologi

di Vincenzo D’Anna

PRIMO PIANO

52

6

8

11

Covid-19. Vaccini su quota 10 mln e prime luci

di Emilia Monti

Etichettatura e linguaggio, una… buona guida

a tavola: il ruolo dei biologi

di Stefania Papa

Figliuolo: anche i Biologi tra i vaccinatori

20

21

La coesina, un bersaglio molecolare contro

il tumore

di Pasquale Santilio

Tumore del pancreas. Scoperta

sui linfociti killer

di Emilia Monti

22

Nuovi meccanismi della farmaco-resistenza

di Domenico Esposito

23

Scoperta molecola Rna che ferma le metastasi

di Domenico Esposito

24

Neurodante alle radici del bello

di Elisabetta Gramolini

26

Come e quando il cervello si sorprende

di Pasquale Santilio

30

27

Malattie genetiche: un software per la diagnosi

di Pasquale Santilio

INTERVISTE

28

Autismo: perché non si riconoscono i volti

di Carmen Paradiso

12

14

16

Piante per produrre ormoni, anticorpi e,

perché no, vaccini

di Chiara Di Martino

Carcinoma mammario triplo negativo, spiraglio

per diagnosi e cure

di Chiara Di Martino

Terapie antitumorali. Italia, Australia

e Nuova Zelanda unite nella ricerca

di Chiara Di Martino

29

30

32

34

La farmacologia durante l’età imperiale

di Barbara Ciardullo

Una proteina può bloccare l’obesità

di Domenico Esposito

Ambiente e rischio obesità

di Sara Lorusso

Radicchio e carciofo

di Emanuele Rondina

18

SALUTE

Tumori, in 10 anni +37% pazienti vivi

dopo diagnosi

di Emilia Monti

38

40

Alghe e radicali liberi

di Carla Cimmino

Natura e bellezza per cute e capelli

di Biancamaria Mancini


Sommario

BENI CULTURALI

63

64

L’IA per la ricerca dei siti archeologici nascosti

di Pietro Sapia

Egnazia tra Messapi e Romani

di Rino Dazzo

SPORT

42

44

46

48

AMBIENTE

Nessi tra microplastiche e salute nell’uomo

di Giacomo Talignani

Vaccini anche per gli animali

di Giacomo Talignani

La resistenza del fico d’India

di Giacomo Talignani

64

In Europa, due miliardi di lampadine riciclate

di Gianpaolo Palazzo

66

68

70

71

72

74

Dalia Kaddari. La nuova stella dell’atletica

italiana

di Antonino Palumbo

Classiche e grandi giri in “fuga” dal Covid

di Antonino Palumbo

Messi-Ronaldo. Gli eredi scalpitano

di Antonino Palumbo

Luna Rossa piena a metà. Sfuma la Coppa America

di Antonino Palumbo

BREVI

LAVORO

Concorsi pubblici per Biologi

50

Attese tra le rotaie

di Gianpaolo Palazzo

SCIENZE

52

A marzo la giornata mondiale

della fauna selvatica

di Gianpaolo Palazzo

76

L’esercizio fisico genera cellule immunitarie

nelle ossa

di Valentina Arcovio

54

55

56

L’uragano spaziale sopra il Polo Nord

di Michelangelo Ottaviano

L’Amoc sta scomparendo per il global warming

di Michelangelo Ottaviano

Il progetto #arrestalereste

INNOVAZIONE

80

84

88

I grassi fanno da scudo al cancro

di Valentina Arcovio

L’impatto sulla mortalità dell’esame clinico

al seno

di Sara Lorusso

Anticorpi anti-spike in soggetti, con e senza

pregressa infezione da Sars-CoV-2...

di Ciro Esposito et al.

58

Tessuti performanti ed ecologici

di Marco Modugno

92

Invecchiamento: rischio sarcopenia e stile di vita

Teresa Pandolfi e Giovanni Misasi

60

61

Alterazioni genomiche nei pazienti oncologici

di Felicia Frisi

Enea punta sulla prima hydrogen valley italiana

di Felicia Frisi

98

ECM

Focus sulla citologia urinaria:

il Paris System

di Antonella Pellegrini


Editoriale

Biologi, niente altro che Biologi

di Vincenzo D’Anna

Presidente dell’Ordine Nazionale dei Biologi

È

più facile rompere un atomo che vincere

un pregiudizio. Questa espressione

Albert Einstein soleva ripeterla

per condannare ogni sorta di discriminazione

razziale, che, come tale, era sempre basata sui

pregiudizi, oppure su opinioni

supinamente formatesi per

“sentito dire”. Un pregiudizio

radicato lo troviamo anche

nella categoria dei Biologi

ed è quello che vede molti di

noi aspirare a svolgere funzioni

“paramediche”, a volersi, cioè, cimentare

in ambiti che sono, invece, ad appannaggio e

competenza di altre professioni.

Una vocazione antica soprattutto per coloro

i quali svolgono attività sanitarie, siano esse nel

campo della medicina di laboratorio, oppure

della microbiologia e virologia, della genetica

Un pregiudizio radicato

lo troviamo anche

nella categoria dei

Biologi ed è quello

che vede molti di noi

aspirare a svolgere

funzioni “paramediche”

medica, della citoistologia, dell’ematologia, siano

esse dell’igiene e della scienza dell’alimentazione.

Una sorta di gara ad equipararsi ai

colleghi Medici (con i quali spesso si lavora a

stretto contatto) per un’antica rivalsa nei loro

confronti, memori, forse, delle

discriminazioni e degli ostacoli

da essi opposti agli albori

della nostra attività professionale.

Lotte combattute in

aperta polemica sia fuori che

dentro i tribunali, ma che col

tempo hanno finito per dare ai Biologi lo spazio

e l’autonomia che a stessi spettava.

Un riconoscimento sia giuridico che politico

nell’ambito di un esercizio professionale, il

nostro, scaturente dalle numerose, specifiche

competenze derivanti dalla legge istitutiva della

categoria. Tuttavia, qualcosa tuttora rimane di

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

3


Editoriale

quei sentimenti di belligeranza e di emulazione

al tempo stesso, soprattutto in quelle attività

ove più forte è il dato della concorrenza tra le

due diverse categorie. Mi pare di poter individuare

nella disciplina di laboratorio ed in quella

della scienza della alimentazione, gli ambiti

professionali più concorrenziali. Questo è visto

ogni qual volta un provvedimento legislativo ha

indicato nei Medici i depositari di agevolazioni

e riconoscimenti professionali

e così per gli Infermieri. Sono

insorte a decine le richieste e

le lamentele per una presunta

mancanza di adeguata rappresentatività

e di tutela della

categoria. In genere si tratta

di costruzioni fantasiose senza

alcun aggancio con le reali possibilità e competenze

riconosciute ai Biologi, di mere rivendicazioni

riconducibili all’abitudine a lamentarsi

ogni qual volta il mondo non gira in asse attorno

alle teste dei protestatari e delle loro deduzioni.

Rivendicazioni che, peraltro, non tengono

conto dell’enorme divario di rappresentanza

tra Medici e Biologi sia per numero di iscritti

che per antica tradizione di presenza capillare

sui territori. Una categoria come la nostra, che

4 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

Una categoria come

la nostra, che può

intraprendere oltre

venti diverse attività,

non dovrebbe avere

nostalgia di ulteriori

riconoscimenti

può intraprendere oltre venti diverse attività,

che a loro volta gemmano ottanta diverse sub

specie, non dovrebbe avere nostalgia di ulteriori

riconoscimenti e praticabilità professionali

oltre quelli già pacificamente svolti dai Biologi.

Ma spesso non basta, soprattutto agli occhi

di quanti sono lontani da una puntuale e corretta

informazione, assunta attraverso i canali

ufficiali dell’ONB (il sito istituzionale, l’Area riservata,

il webmagazine). Si ricorre,

allora, all’estemporaneo

utilizzo di siti e pagine social

risalenti all’ente di Previdenza

(ENPAB) oppure a sedicenti

associazioni rappresentative di

questa o di quell’attività professionale

per “documentarsi”

o sfogarsi. Un ginepraio di soggetti autoreferenziali

che stiamo tentando di identificare, di

conoscere ed a volte di contrastare, in quanto

causa delle disarmonie e delle più svariate ed infondate

richieste. È in questa “zona grigia” che

migliaia di Biologi si accomodano pensando di

poter trovare un surrogato del proprio Ordine

oppure non riconoscersi nella loro “categoria”,

ma in una sorta di sub specie costituita da un

aggregato costituitosi per similitudine di inte-


Editoriale

ressi ed attività svolte. All’ONB questi colleghi

ricorrono di rado e quasi sempre per esprimere

giudizi negativi, basati sul presupposto della

mancata informazione. In queste “enclavi”, tanti

Biologi credono di poter migliorare il proprio

bagaglio di conoscenze e di tutele. Il respirare la

stessa aria, discutere tra simili per attività professionale,

ignorare ogni altro aggiornamento,

crea, purtroppo, dibattiti tanto surreali quanto

approssimativi. Sono queste le

basi sulle quali si costruiscono

le contrapposizioni e spesso le

presunte giuste pretese di volersi

parificare ad altre professioni.

Viene a mente la vicenda

dei vaccini anti Covid ove

quelli lontani dalle informazioni

fornite dal sito ufficiale dell’ONB sono rimasti

praticamente fuori dalle prenotazioni, salvo

poi avere anche l’ardire di protestare nonostante

la colpa fosse esclusivamente la loro.

Così come anche per i tamponi in farmacia,

nonostante l’ONB avesse già da tempo

stipulato intese con Federfarma ed impiegato

centinaia di biologi ad eseguire quell’attività.

Infine, per rimanere in tema di “farmacie”,

ecco il recente caso della possibilità di poter

Molti sono lontani

da una puntuale

e corretta informazione

assunta attraverso i

canali ufficiali dell’ONB

(sito, Area riservata

e webmagazine)

somministrare i vaccini anche in quegli spazi.

Ebbene, molti hanno fantasticato (i Biologi

nutrizionisti, innanzitutto) circa l’eventuale

parificazione dei loro studi professionali con

le pratiche di attività vaccinali! Una valanga

di messaggi è giunta all’ONB per evidenziare

una presunta disparità di trattamento: perché

ai farmacisti sì e a noi no. Insomma: la solita

lamentela sulla scarsa tutela. Anche in questo

caso la maggioranza dei protestanti

era disinformata sulle

circostanze che la pratica vaccinale

potesse avvenire solo

ed esclusivamente in strutture

autorizzate all’esercizio oppure

accreditate all’interno di

spazi dedicati realizzati a spese

del soggetto richiedente. Abbiamo richiesto

al Ministro di includere anche i Biologi operanti

in strutture autorizzate accreditate e idoneamente

attrezzate tra questi. La proposta,

accolta, dovrebbe essere partorita dal Governo.

Vedremo quanti saranno i volontari che si

attrezzeranno. Alla fine pochi, come sempre

accade. In fondo sarebbe bello che ci convincessimo

tutti di essere solo e soltanto Biologi.

E tanto dovrebbe bastare.


Primo piano

COVID-19

VACCINI SU

QUOTA 10 MLN

E PRIME LUCI

La Provincia Autonoma di Bolzano e il Molise

le regioni che hanno somministrato percentualmente

più dosi rispetto a quelle che hanno ricevuto

di Emilia Monti

N

el pieno della terza ondata si intravedono

i primi segnali di miglioramento:

dopo quattro settimane consecutive

si inverte finalmente il trend

dei nuovi casi settimanali e si riduce

l’incremento percentuale dei nuovi contagi.

Comincia a procedere speditamente la campagna

vaccinale, ormai verso quota 10 milioni.

Al 28 marzo sono 9.315.069 i vaccini anti-Covid

somministrati nel nostro paese, l’85 per cento

delle dosi finora consegnate, pari a 10.968.780

(7.668.180 Pfizer/BioNTech, 826.600 di Moderna

e 2.474.000 di AstraZeneca), mentre ammonta

a 2.946.751 il totale delle persone vaccinate

a cui sono state somministrate la prima e la

seconda dose di vaccino. Inoltre, dal 16 aprile

arriverà in Italia il vaccino monodose Johnson

& Johnson, al momento l’unico per il quale è prevista

una sola somministrazione, senza richiamo.

Finora, la somministrazione ha riguardato

5.581.519 donne e 3.733.550 uomini. Nel dettaglio,

le dosi sono state somministrate a 2.968.515

operatori sanitari, 481.672 unità di personale non

sanitario, 540.969 ospiti di strutture residenziali,

2.971.107 over 80, 221.479 personale Forze armate,

940.796 personale scolastico e 1.190.531 altro.

Per quanto riguarda la suddivisione territoriale, in

testa in termini percentuali, la Provincia Autonomia

di Bolzano con 100.588 dosi somministrate

(il 94,1 per cento di quelle consegnate) e il Molise

con 58.794 (89,8 per cento). La Lombardia è la

Regione che finora ha somministrato più vaccini

(1.483.295 dosi), seguita da Lazio (950.141dosi) e

l’Emilia-Romagna (798.680 dosi).

In vista della scadenza del 7 aprile del Dpcm

«andrà fatto un nuovo provvedimento a seguire.

Verosimilmente, spiega il sottosegretario alla

Salute Pierpaolo Sileri, visto che dovremmo aver

superato il picco della terza ondata, la strada è in

discesa, andrà avanti così grazie alla vaccinazione,

vedo un aprile che continuerà con i 21 parametri

che governano le regioni, con delle regioni

6 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Primo piano

© Rido/shutterstock.com

A partire dal 16 aprile

arriverà in Italia il

vaccino monodose

Johnson & Johnson, al

momento l’unico per il

quale è prevista una sola

somministrazione, senza

richiamo.

© oasisamuel/shutterstock.com

che torneranno al giallo, magari anche al bianco,

qualcuna forse rimarrà in rosso, ma poi oltre alla

vaccinazione, la primavera e l’estate ci consentiranno

di abbassare ulteriormente la curva. Vedo

scuole aperte e progressivamente il ritorno alla

normalità, anche con la riapertura dei ristoranti la

sera, magari non subito dopo Pasqua, ma bisogna

iniziare a pensarci».

Nella settimana tra il 17 e il 23 marzo il monitoraggio

indipendente della fondazione Gimbe

rileva un lieve decremento dei nuovi casi di

Covid-19 rispetto ai precedenti 7 giorni: 150.033

contro 157.677, pari a -4,8%, seppur con notevoli

differenze regionali. Il monitoraggio segnala anche

una lieve diminuzione dei decessi: 2.327 contro

2.522 (-7,7%). Continuano invece ad aumentare i

casi attualmente positivi: (560.654 contro 536.115,

+24.539, pari a +4,6%), le persone in isolamento

domiciliare (528.680 contro 506.761, +21.919, pari

a +4,3%), i ricoveri con sintomi (28.428 contro

26.098, +2.330, pari a +8,9%)e le terapie intensive

(3.546 contro 3.256, +290, pari a +8,9%). In

percentuale, la saturazione delle terapie intensive è

inferiore al 30% in 12 regioni e nei reparti di area

medica è superiore al 40% in 10 regioni. In tema

di vaccini, a 7 giorni dalla fine del trimestre non risulta

consegnato oltre un terzo delle dosi previste.

Le Regioni hanno infatti ricevuto 9.911.100 dosi,

pari al 63,1%. Sul fronte somministrazioni, al 24

marzo hanno completato il ciclo vaccinale con la

seconda dose 2.624.201 milioni di persone (pari

al 4,4% della popolazione), con marcate differenze

regionali: dal 3,4% di Sardegna e Calabria al

5,7% del Friuli-Venezia Giulia. Rispetto alle fasce

più a rischio, si conferma il notevole ritardo nella

vaccinazione degli oltre 4,4 milioni di over 80: solo

846.007 (19,1%) hanno completato il ciclo vaccinale

e 1.210.236 (27,4%) hanno ricevuto solo la

prima dose di vaccino.

Nelle strutture residenziali si iniziano a vedere

i primi effetti delle vaccinazioni anti Covid-19,

con un calo sia dell’incidenza della malattia fra i

residenti e gli operatori, sia nel numero di residenti

isolati, sia, anche se in misura ancora minore,

nei decessi. Lo dimostra la seconda edizione

del report di sorveglianza sulle strutture realizzato

dall’Iss in collaborazione con il ministero della

Salute, il Garante nazionale dei diritti delle persone

private della libertà personale e l’Ars Toscana.

Sono 833 le strutture residenziali Rsa che hanno

partecipato alla sorveglianza, per un totale di

30.617 posti letto disponibili dal 5 ottobre 2020

al 14 marzo 2021. Di queste, 345 erano strutture

residenziali per anziani non autosufficienti, per un

totale di 15.398 posti letto. Secondo l’indagine,

l’incidenza settimanale di Covid-19 nelle strutture

residenziali è aumentata marcatamente nei mesi di

ottobre e novembre, in corrispondenza della seconda

ondata epidemica, e nel mese di novembre

2020 ha raggiunto un picco del 3,2% nelle strutture

residenziali per anziani e del 3,1% in tutte le

strutture residenziali, in linea con quanto osservato

nella popolazione generale. L’incidenza si riduce

invece dopo l’inizio della campagna vaccinale:

nell’ultima settimana di febbraio e nelle prime

settimane di marzo si raggiungono valori sovrapponibili

o inferiori a quelli registrati nella prima

settimana di ottobre (0,6% nelle strutture residenziali

per anziani e del 0,5% in tutte le strutture residenziali

nella settimana dall’8 marzo al 14 marzo

2021). Questo dato è in controtendenza rispetto

all’andamento dell’epidemia nella popolazione

generale che ha mostrato una recrudescenza nelle

ultime settimane di febbraio e inizio marzo.

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

7


Primo piano

ETICHETTATURA

E LINGUAGGIO, UNA…

BUONA GUIDA A TAVOLA:

IL RUOLO DEI BIOLOGI

L’OMS ritiene che l’adozione di un sistema di informazione nutrizionale basato sulle etichette

possa “aiutare i consumatori ad adottare comportamenti alimentari più sani”

di Stefania Papa*

*Consigliere dell’Ordine Nazionale dei Biologi,

delegata alla Sicurezza Alimentare e

delegata per le regioni Toscana e Umbria

S

apere cosa mettiamo a tavola,

conoscere la qualità dei cibi che

mangiamo, tracciarne (anche) la

loro provenienza, non ha prezzo in

termini di salvaguardia e tutela del

consumatore. Da anni, non solo in Italia, scienziati,

esperti di salute pubblica, epidemiologia,

alimentazione e farmacologia, sono impegnati

in un dibattito che mira alla corretta “conoscenza”

degli alimenti. Com’è noto, l’adozione

di un sistema di informazione nutrizionale

basato sulle etichette, è raccomandata un po’

da tutti i comitati di esperti nazionali ed internazionali,

in particolare dall’Organizzazione

Mondiale della Sanità (OMS) che ritiene tale

misura “efficace” anche per “aiutare i consumatori

ad adottare comportamenti alimentari

più sani”. Tuttavia, non ci sono solo i “valori

nutrizionali” da considerare.

Il mondo degli alimenti, si sa, ruota, infatti,

attorno a regole e leggi che tengono impegnati

più attori della vasta e variegata filiera dell’Agroalimentare.

Pensiamo, ad esempio, a quanto

proposto dai carabinieri per la Tutela Agroalimentare

in occasione della Giornata nazionale

del Consumatore: una vivace ed accattivante

rappresentazione grafica del quadro normativo

vigente in materia di “sicurezza alimentare”, il

disegno di un soleggiato giardino (denominato

il “giardino dei diritti”), in cui tutti gli elementi

raffigurati hanno assunto un valore simbolico,

e i diritti stessi sono diventati dei fiori paffuti

8 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Primo piano

dallo stile vagamente naif. L’obiettivo, come ci

ha tenuto a precisare il comando dell’Arma, è

stato quello di spiegare, in modo semplice, la

normativa per il consumatore, con “una mappa

concettuale quanto più confacente all’immediato

utilizzo da parte di operatori e consumatori,

guardando altresì al momento della formazione

di studenti ed appassionati” della materia.

Non per ultimo, ancora, in materia di agroalimentare,

proprio tale argomento è stato oggetto,

lo scorso 3 marzo, in Senato, di un’interrogazione

parlamentare (la numero 3-02312)

rivolta al Ministero delle Politiche Agricole e

Forestali, completamente incentrata sulla tutela

e sulla promozione del “made in Italy”.

Un’interrogazione, si badi bene, posta, sì, a

salvaguardia della filiera e delle eccellenze tricolori,

ma anche e soprattutto di chi, poi, quei

prodotti, alla fine, è destinato a consumarli.

© Gorodenkoff/shutterstock.com

Senato, Palazzo Madama.

Lo scorso 3 marzo, in

Senato, c’è stata un’interrogazione

parlamentare

(la numero 3-02312)

rivolta al Ministero

delle Politiche Agricole e

Forestali, completamente

incentrata sulla tutela

e sulla promozione del

“made in Italy”.

In particolare nel testo presentato a palazzo

Madama, si è posto l’accento sul fatto che, nel

settore dell’export, oggi più di due prodotti di

tipo italiano su tre siano falsi: si tratta dell’Italian

sounding, un fenomeno considerato “grave

minaccia al made in Italy agroalimentare”

e, come tale, da contrastare. Gli interroganti

hanno inoltre denunciato come il mercato del

falso valga oggi più del doppio del fatturato regolare,

determinando, in tal modo, una grave

perdita di ricchezza per i nostri territori, anche

in termini occupazionali.

Proprio in questo contesto vanno dunque

ad inserirsi le linee programmatiche fissate,

recentemente, dal ministero delle Politiche

Agricole Alimentari e Forestali. In particolare,

il Mipaaf ha rimarcato la necessità che le scelte

di politica agricola, alimentare e forestale, siano

integrate tra loro, per interpretare in chiave

innovativa, ecologica e inclusiva le principali

necessità di sostegno che la transizione ecologica

richiede.

Il Ministero si è soffermato, in particolare,

sulla trasparenza legata all’indicazione dell’origine

in etichetta intesa come un diritto da garantire

ai cittadini. A livello nazionale, è stato

spiegato, è necessario proseguire con quanto

già introdotto in via sperimentale rinnovando

i decreti attualmente in essere riguardanti latte,

formaggi, pasta, riso, carni suine trasformate e

derivati del pomodoro.

Per quanto concerne le carni, si ricorda

come, con il decreto del 6 agosto 2020, i produttori

abbiano “ricevuto” l’obbligo di indicare,

sulle etichette, le informazioni relative

ai paese di nascita, allevamento e macellazione

mentre, per quanto concerne l’indicazione

dell’origine del grano per la pasta di semola di

grano duro, dell’origine del riso e del pomodoro

nei prodotti trasformati, tale obbligo è stato

prorogato al 31 dicembre 2021.

Fermo e deciso è apparso, al momento, il

rifiuto del Nutriscore, il modello di etichettatura

a “semaforo”, messo a punto dai ricercatori

dell’università di Parigi e dell’Inserm,

concepito per segnalare i cibi che contengono

un’alta percentuale di grassi e sale. Un sistema

basato su un formato che indica i singoli valori

nutrizionali con una scala di cinque colori (dal

rosso al verde), a cui corrispondono le prime

cinque lettere dell’alfabeto (a-b-c-d-e). Non è

ammissibile, secondo il Mipaaf, per dirla con

altre parole, che una bibita gassata senza zuc-

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

9


Primo piano

chero abbia il bollino verde e invece prodotti

che sono dei capisaldi della dieta mediterranea

come olio d’oliva o parmigiano reggiano vengano

penalizzati! A tal proposito, il Belpaese

sarebbe propenso ad adottare un modello alternativo

con il cosiddetto “schema a batteria”,

nella convinzione che possa rivelarsi più utile

al consumatore. Resta comunque il fatto che

l’indicazione di massima, almeno nel nostro

Paese, rimane quella che tali schemi debbano

rimanere volontari e non obbligatori, e che

vadano comunque esentate da una eventuale

applicazione obbligatoria le produzioni a indicazioni

geografica.

Ora, in quanto Biologi, rappresentanti,

cioè, a pieno titolo, di una categoria attiva anche

e soprattutto nel campo della Sicurezza

Alimentare, non possiamo non rimarcare come

sia triste, a tutt’oggi, dover rilevare come su un

argomento del genere ci sia ancora bisogno di

fare chiarezza.

La domanda di fondo resta la stessa: che sia

il Nutriscore o un altro modello quello adottato,

alla fine, cosa capirà il consumatore? Cosa

comprenderà l’acquirente di turno, quando,

una volta comprato un prodotto al supermarket

vedrà sovraimpressi, sulla confezione, un

10 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

“In quanto Biologi, rappresentanti,

cioè, a pieno

titolo, di una categoria

attiva anche e soprattutto

nel campo della Sicurezza

Alimentare, non possiamo

non rimarcare come

sia triste, a tutt’oggi,

dover rilevare come su un

argomento del genere ci

sia ancora bisogno di fare

chiarezza”.

© wavebreakmedia/shutterstock.com

serie di lettere e di simboli colorati? Riuscirà a

districarvisi o avrà bisogno di un… interprete?

Detto in altre parole: quanto, di una pur corretta

posizione scientifica di partenza, risulterà

poi anche immediatamente comprensibile da

parte dell’utente finale?

Fuor di metafora: più che di “modelli innovativi”

e complicati, è di un linguaggio semplice

ed immediato che si avverte fortemente la

necessità. Spesso, infatti, siamo portati a credere

che semplificare le cose ne renda, poi, anche

più facile la comprensione. Purtroppo non

sempre questo accade. Ed è qui, nel “guado”

che sovente separa ricerca e sviluppo, che si

nasconde la vera insidia, la vera difficoltà. Lo

ribadiamo: più che discutere sulla natura ideale

del sistema di etichettatura “perfetto”, la

domanda che in casi del genere tutti quanti noi

dovremmo porci è la seguente: sarò in grado di

far arrivare, nella maniera più corretta, giusta

ed efficace, le informazioni che contano a chi

poi si accinge ad acquistare e consumare un

determinato alimento? Sarò realmente in grado

di varare una guida valida, facile da consultare

e che possa fungere da supporto concreto

rispetto a quanto essa stessa dice e contiene,

senza lasciare spazio a fraintendimenti ed incomprensioni?

In soldoni: che sia il Nutriscore o il modello

all’italiana, ciò che conta è che chi legge un’etichetta

poi ne capisca appieno anche il significato,

senza bisogno di... cifrari! Ed è qui che

entra in gioco la professionalità del Biologo,

con le sue speciali competenze, la sua poliedricità,

la sua capacità di interfacciarsi con la multidisciplinarietà

e quella naturale propensione

al gioco di squadra che ne fa il partner perfetto

in ogni occasione: chi se non lui potrebbe

dare una mano a stilare questa “guida per il

consumatore”? Tuttavia, per far sì che questo

accada, occorre lavorare sodo per rafforzare

l’intesa tra i Biologi e le istituzioni preposte

(pensiamo al Mipaaf, al Mise, agli istituti Zooprofilattici,

al Cnr, al Crea, alle associazione dei

consumatori ed a quelle di categoria) con un

discorso ampio che veda impegnata e coinvolta

la nostra categoria in tutti i settori della filiera

dell’agro-alimentare: dalla produzione, all’imballaggio,

fino, appunto, all’etichettatura, alla

distribuzione ed infine all’acquisto del prodotto.

A prescindere dai supporti, solo rendendo

più chiare e comprensibili le cose da capire potremo

raggiungere il nostro obiettivo!


Primo piano

A sinistra Roberto Speranza, ministro della Salute

A destra Francesco Paolo Figliuolo,

commissario straordinario per l’emergenza Covid

I

l Commissario straordinario all’emergenza

Covid, Francesco Paolo

Figliuolo, intende estendere la

platea dei vaccinatori includendo

anche i biologi. Lo ha riferito alle

commissioni riunite Affari sociali di Camera

e Senato, dove ha esposto alcune

misure “pragmatiche” a cui sta lavorando

di concerto con il ministro della Salute,

Roberto Speranza.

Il presidente dell’Ordine Nazionale

dei Biologi, Vincenzo D’Anna, esprime

soddisfazione per l’apertura del

Governo «in questa fase storica in cui

è opportuno perfezionare l’offerta del

Sistema Sanitario Nazionale ricorrendo

alle competenze scientifiche e pratiche

di categorie professionali che operano

nella sanità. Da questo punto di vista,

la figura del biologo è certamente quella

più indicata a erogare il servizio di somministrazione

vaccinale».

In tale prospettiva, appare del tutto

ragionevole che i biologi possano praticare

questo tipo di iniezioni, considerato

che già conseguono l’idoneità a praticare

prelievi venosi, a seguito di opportuno

addestramento. Solo una settimana prima

della dichiarazione di Figliuolo, il

presidente D’Anna aveva scritto al Governo

e al Comitato tecnico scientifico

chiedendo di «coinvolgere anche la rete

dei laboratori di analisi e dei centri poliambulatoriali

pubblici e privati accreditati

con il Servizio Sanitario Nazionale

nella campagna di somministrazione dei

vaccini anti Covid».

Già il cosiddetto Decreto Sostegni

aveva introdotto la possibilità, in via sperimentale,

di consentire la somministrazione

dei vaccini anche da parte dei farmacisti,

opportunamente formati attraverso

appositi corsi organizzati dall’Istituto superiore

di sanità. «Accanto a questa iniziativa

– ha scritto D’Anna – sarebbe possibile

usufruire anche della ramificata rete dei

laboratori di analisi accreditati, pubblici e

privati, che, peraltro, insieme alle farmacie,

sono gli unici presidi territoriali che

non hanno mai interrotto le loro attività

a causa della pandemia». D’altronde, ha

argomentato il presidente dell’Ordine

dei Biologi, la «ratio della norma è, molto

FIGLIUOLO: ANCHE I BIOLOGI

TRA I VACCINATORI

Il Commissario per l’emergenza Covid lo ha riferito alle commissioni Affari sociali

di Camera e Senato. D’Anna: «Soddisfazione per questa apertura del Governo»

© Halfpoint/shutterstock.com

chiaramente, quella di accelerare la campagna

allargando il più possibile i punti di

accesso e le categorie professionali abilitate

all’inoculazione dei sieri». Ora anche

«le strutture accreditate, al cui interno,

lo ricordiamo, operano biologi abilitati e

medici, sono inserite nel sistema Tessera

Sanitaria, il che agevolerebbe non poco le

esigenze informative connesse alla somministrazione

dei vaccini». Naturalmente,

ha rimarcato il presidente dell’Onb «a

seconda dell’anamnesi del cittadino, potrebbero

privilegiarsi alcune categorie rispetto

ad altre ma sta di fatto che si tratterebbe

di un contributo, quello offerto dai

laboratori e dai centri poliambulatoriali,

che, crediamo, potrebbe rivelarsi molto

importante. Dal canto suo, nell’ottica della

più ampia e fattiva collaborazione istituzionale,

l’Ordine Nazionale dei Biologi

è disponibile a farsi carico di qualunque

adempimento dovesse ritenersi necessario

per contribuire al successo della campagna

vaccinale».

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

11


Intervista


PIANTE PER PRODURRE

ORMONI, ANTICORPI E,

PERCHÉ NO, VACCINI

Si fa sempre più promettente la frontiera del Molecular farming

come alternativa alla produzione tradizionale di farmaci

O

rmoni, anticorpi e, perché no, vaccini

prodotti a partire da… piante.

Fantascienza? No, una realtà

che potrebbe essere non troppo

lontana, almeno stando allo studio

pubblicato da un team di ricerca italiano

– composto da scienziati di ENEA, Università

di Verona e Università della Tuscia di Viterbo,

CNR e ISS – pubblicato sulla rivista Frontiers in

Plant Science. La tecnologia alla base di questa

nuova prospettiva – chiamata “Plant molecular

farming” – non è poi così recente, è nata circa

30 anni fa e fin dai suoi albori ENEA, l’Agenzia

nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo

sviluppo economico sostenibile, le ha dedicato

tempo ed energie fino ad arrivare, oggi, all’acquisizione

di un know-how in grado di portare a

una (non troppo lontana) implementazione pratica

delle sue potenzialità. Quali? «L’obiettivo

è utilizzare le piante come “biofabbriche” per

produrre biofarmaci – spiega Selene Baschieri,

ricercatore senior del Laboratorio di Biotecnologie

dell’ENEA – bypassando le difficoltà classiche

dell’industria farmaceutica, a partire dalle

tempistiche che, con questa tecnologia, si riducono

in modo significativo. Un biofarmaco è

una molecola strutturalmente complessa a struttura

proteica; più semplicemente: una proteina

prodotta da cellule; gli anticorpi, per esempio,

vengono prodotti dai linfociti B, gli ormoni invece

dalle ghiandole».

Proprio nelle ultime settimane si è parlato

a lungo delle difficoltà, soprattutto temporali

e logistiche, che le aziende farmaceutiche italiane

incontrerebbero qualora fosse consentita

la produzione in loco dei vaccini contro il

Covid-19: difficoltà che scaturiscono dalla carenza

di bioreattori (apparecchiature in grado

di fornire un ambiente adeguato alla crescita

di organismi biologici, tradizionalmente batteri,

lieviti e cellule di insetto o di mammifero),

dove in condizioni ottimali vengono incubate

e fatte proliferare le cellule necessarie

a produrre i biofarmaci, e dal lungo tempo

necessario alle singole fasi, che vanno anche

sottoposte a rigorosi controlli da parte delle

autorità regolatorie. «Con le biofabbriche,

invece, si sfrutterebbero non singole cellule,

ma l’intero organismo pianta – precisa Marcello

Donini, ricercatore presso il laboratorio

di Biotecnologie Centro Ricerche Casaccia

dell’ENEA – a partire, nel nostro studio, da

un batterio del suolo: Agrobacterium tumefaciens.

Come, concretamente? Si trasferisce

l’informazione all’interno di ciascuna cellula

della pianta immergendola in una soluzione

a base di questo batterio. Una volta integrata

quell’informazione, basta far crescere la pianta

in una serra per circa 5-7 giorni. Le foglie

vengono raccolte e processate per purificare

la molecola di interesse, che sia un anticorpo

o un vaccino».

12 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Intervista

© LuckyStep/shutterstock.com

nici sono in fase III. Ancora, in Israele, c’è un

farmaco prodotto in cellule di carota già approvato

dalla Food and Drug Administration

statunitense e commercializzato, destinato alla

cura della malattia di Gaucher, una patologia

ereditaria autosomica recessiva». E in Italia?

«Siamo ancora fermi alla ricerca di laboratorio»,

chiosa Donini.

Ma se un’azienda farmaceutica volesse rivolgere

il proprio sguardo alla Molecular farming

cosa dovrebbe fare in concreto? «Tutti

i gruppi coinvolti nello studio sono a disposizione

con il proprio know-how e i propri brevetti

in materia – asserisce Selene Baschieri

-: ciò che serve è una struttura, che si tratti

di una serra tradizionale o di un impianto di

vertical farming, più, chiaramente, i laboratori

convenzionali per lavorare sul batterio.

Certo, rispetto ai bioreattori – per i quali comunque

ci vorrà qualche mese – in questo

caso si parte da zero e l’investimento non è

da poco: va detto, però, che avrebbe dei grossi

vantaggi, potendo diversificare facilmente

prodotto all’interno della stessa struttura e in

tempi molto rapidi. Basti pensare che per soddisfare

l’intera domanda italiana di vaccini o

reagenti per i test diagnostici per il Covid-19

basterebbe una serra di 12.500 metri quadri

o un impianto di agricoltura verticale di soli

2.000 metri quadri. Insomma, sarebbe un’alternativa

davvero valida». (C. D. M.)

Il principio alla base di tutto questo, spiega

Donini, è la trasformazione transiente: in sostanza,

ci tiene a precisarlo non si sta parlando

di piante transgeniche o geneticamente modificate.

Un processo estremamente rapido e a

costi contenuti, che in alcuni paesi del mondo

ha già percorso molta strada. «In Canada, per

esempio – va avanti Donini -, dove la società

Medicago è già in grado di produrre con questa

tecnologia un vaccino per l’influenza stagionale

che, come sappiamo, deve essere “aggiornato”

ogni anno, e quindi necessita di tempi rapidi.

Il loro metodo – basato su particelle simil-virali

(VLP, “virus-like particles”, particelle che

mimano il virus ma innocue perché prive di capacità

infettive) - ha già superato tutti gli studi

clinici e a breve potrebbe raggiungere la commercializzazione.

La stessa società canadese sta

anche lavorando, con la stessa metodica, a un

vaccino anti-Covid, e attualmente gli studi cli-

Cellule vegetali al microscopio.

La tecnologia “Plant

molecular farming” è

nata circa 30 anni fa e

fin dai suoi albori ENEA

le ha dedicato tempo ed

energie fino ad arrivare,

oggi, all’acquisizione di

un know-how in grado

di portare a una (non

troppo lontana) implementazione

pratica delle

sue potenzialità.

© Barbol/shutterstock.com

Donini e Baschieri, scienziati

ENEA a capo dello studio

Lo studio pubblicato su eLife porta la

firma di un team composito di studiosi.

Tra questi: Marcello Donini, dal

2006 ricercatore presso il laboratorio di

Biotecnologie Centro Ricerche Casaccia

dell’ENEA. Ha conseguito un Dottorato di

ricerca in Biotecnologie vegetali presso

l’Università della Tuscia di Viterbo e ha

partecipato a numerosi progetti di ricerca

nazionali ed europei, specializzandosi in

produzione di biofarmaci nelle piante; e

Selene Baschieri, ricercatore senior del

Laboratorio di Biotecnologie dell’ENEA,

che vanta più di trent’anni di esperienza

in campo immunologico e biotecnologico,

con particolare expertise in Molecular

Farming.

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

13


Intervista


CARCINOMA MAMMARIO

TRIPLO NEGATIVO, SPIRAGLIO

PER DIAGNOSI E CURE

Una ricerca del CEINGE-Biotecnologie Avanzate ha individuato una molecola che è in grado

di ridurre le metastasi. Allo studio anche un kit diagnostico. Intervista a Massimo Zollo

di Chiara Di Martino

È

un tumore al seno che fa il suo esordio

in giovane età e si caratterizza per

la comparsa di metastasi in siti distanti

da quello originario, frequentemente il

polmone e il cervello. Oggi, un nuovo

studio dei ricercatori del CEINGE-Biotecnologie

Avanzate, pubblicato su iSCIENCE (gruppo

CELL PRESS), svolto in collaborazione con il

Dipartimento di Medicina Molecolare e Biotecnologie

Mediche (Università di Napoli Federico

II) e l’Unità di Patologia dell’Istituto Nazionale

dei Tumori IRCS Fondazione Pascale, apre la

strada alla diagnosi precoce e a nuove possibili

terapie mirate a ridurre il processo metastatico

del tumore al seno più aggressivo, il carcinoma

mammario triplo negativo (TNBC).

Una patologia che rappresenta il 20% dei tumori

al seno ed è anche il sottotipo più “prepotente”:

tre le tipologie principali definite a seconda

del tipo di recettori espressi dalle cellule tumorali,

da cui si fa discendere anche l’approccio terapeutico.

Un primo tipo esprime i recettori per gli

estrogeni o il progesterone; un secondo presenta

recettori per un fattore di crescita (la proteina

HER2) che ne accresce la proliferazione.

I tumori tripli negativi, invece, non presentano

recettori (né per estrogeni, né per progesterone,

né per HER2), in sostanza non hanno un bersaglio

da colpire. Ecco perché le pazienti con il

triplo negativo metastatico hanno prognosi peggiori

rispetto a quelli diagnosticati con altri sottotipi

di cancro alla mammella metastatico: non ci

sono, in pratica, bersagli molecolari riconosciuti

per la terapia e si procede generalmente con chemioterapia.

Ma una speranza arriva dalla ricerca

su un particolare meccanismo molecolare all’origine

delle metastasi: del corposo team – circa 15

scienziati - che ha aperto uno spiraglio su diagnosi

e cure per questa grave patologia fa parte Veronica

Ferrucci, laureata in Biotecnologie mediche

alla Federico II di Napoli, con un dottorato in

Medicina dei Sistemi presso il SEMM (Scuola europea

di medicina molecolare), oggi ricercatrice

di Genetica presso l’Ateneo partenopeo. È lei -

che ha lavorato in tandem con la collega Fatemeh

Asadzadeh, dottoranda SEMM, e sotto la guida

del genetista Massimo Zollo - a spiegarci in cosa

consiste quello “spiraglio”.

Cosa avete scoperto?

«Abbiamo dimostrato che la proteina Prune-1

è iper-espressa in circa il 50% dei pazienti con

carcinoma mammario triplo negativo ed è correlata

alla progressione del tumore, alle metastasi

a distanza (polmonari) ed anche alla presenza di

14 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Intervista

Chi è

Un traguardo importante raggiunto

da un team guidato

da Massimo Zollo, genetista,

professore dell’Università

degli Studi di Napoli Federico

II e Principal Investigator del

CEINGE. Il kit in via di sviluppo

sembra piuttosto promettente, ma come

ci si muoverà? «Il primo trial di validazione

– spiega Zollo - partirà all’Istituto Nazionale

dei Tumori IRCS Fondazione Pascale per poi

estendersi a livello nazionale, anche all’I-

FOM – Fondazione Istituto FIRC di Oncologia

molecolare di Milano. Poi coinvolgeremo

un’azienda interessata allo sviluppo del kit per

procedere successivamente alla sua validazione

per determinare in quanti soggetti si

verifica il risultato atteso». Ma il gruppo è al

lavoro anche sullo sviluppo di una seconda

molecola ancora più sensibile, per la quale si

hanno già dati rilevanti. «Dovranno seguire

tutte le fasi tradizionali – prosegue il genetista

-, fino alla fase 1».

© Gorodenkoff/shutterstock.com

macrofagi M2 (presenti nel microambiente tumorale

del carcinoma mammario triplo negativo e

correlati ad un rischio più elevato di sviluppare

metastasi). Ma abbiamo fatto di più: abbiamo

identificato una piccola molecola non tossica, che

è in grado di inibire la conversione dei macrofagi

verso il fenotipo M2 e di ridurre il processo metastatico

al polmone. Attraverso l’utilizzo di banche

dati di carcinoma mammario invasivo abbiamo

avuto la conferma che quando questi geni sono

iper-espressi, si verificano prognosi peggiori».

Quali possono essere gli sviluppi concreti?

«Oltre all’individuazione della molecola in

grado di inibire la conversione dei macrofagi

verso il fenotipo M2 e, quindi, di ridurre il processo

metastatico al polmone, è ora allo studio

lo sviluppo di una seconda molecola più sensibile

alla quale dovrà fare seguito la sperimentazione.

È stato inoltre sviluppato un kit in grado

di identificare all’esordio quali carcinomi hanno

maggiore probabilità di sviluppare metastasi con

sede polmonare e/o in siti distanti. In sintesi, potrebbe

identificare le potenziali mutazioni già in

fase iniziale».

Un kit diagnostico, dunque. Verosimilmente

quando potrebbe essere pronto?

«È difficile dirlo con certezza, ma il nostro

“È stato inoltre sviluppato

un kit in grado di

identificare all’esordio

quali carcinomi hanno

maggiore probabilità di

sviluppare metastasi con

sede polmonare e/o in

siti distanti. In sintesi,

potrebbe identificare le

potenziali mutazioni già

in fase iniziale”.

© Mongkolchon Akesin/shutterstock.com

auspicio è che nel giro di un paio di anni possa

diventare una realtà. Questo kit utilizza gli studi

genomici qui presentati e può aiutare l’oncologo

nel determinare una terapia eventualmente più

aggressiva sin dall’esordio. Occorreranno circa

1-2 anni di validazione, affinché sia possibile dimostrare

la sua efficacia nella diagnosi clinica».

Il team che ha lavorato alla ricerca è piuttosto

corposo. Chi ha guidato lo studio?

«Lo studio è stato coordinato dal prof. Massimo

Zollo (Università di Napoli Federico II e

CEINGE) in collaborazione con il prof. Kris

Gevaert (Responsabile del Centro di Proteomica

di Biotecnologie Mediche VIB-UGent, Belgio),

la prof. Natascia Marino (Associate Professor,

Indiana University, Indianapolis, USA), il prof.

Maurizio Di Bonito (Unità di Patologia dell’Istituto

Nazionale dei Tumori IRCS Fondazione

Pascale), il prof. Giovanni Paolella (Università di

Napoli Federico II e CEINGE) ed il prof. Francesco

D’Andrea (Dipartimento di Sanità pubblica

AOU Federico II). La ricerca è stata pubblicata

sulla rivista scientifica internazionale iSCIENCE

ed è stata finanziata dall’Unione Europea Progetto

“PRIME-XS” e Tumic FP7, dall’AIRC Associazione

per la Ricerca Sul Cancro, PON SATIN

e dalla Fondazione Celeghin».

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

15


Intervista


TERAPIE ANTITUMORALI

ITALIA, AUSTRALIA

E NUOVA ZELANDA

UNITE NELLA RICERCA

Antonio Musio, biologo dell’Istituto di Ricerca Genetica e Biomedica

del Cnr, racconta come la coesina e la via Wnt potrebbero rappresentare

un bersaglio molecolare per impedire il processo neoplastico

È

uno studio che va avanti da anni e oggi

sembra essere a un punto di svolta,

almeno potenziale, per fornire nuovi

approcci terapeutici per la cura dei

tumori. Il lavoro, pubblicato sulla rivista

eLife e sostenuto da Fondazione AIRC per la

ricerca sul cancro, porta la firma dei ricercatori

dell’Istituto di ricerca genetica e biomedica del

Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irgb) che

da tempo collaborano con colleghi della University

of Otago in Nuova Zelanda e dell’Australian

National University, e si basa sul complesso proteico

della coesina. Cosa hanno scoperto? Che

componenti della via biochimica controllata da

Wnt, una famiglia di glicoproteine, potrebbero

essere un bersaglio terapeutico di composti anti-tumorali.

Secondo i dati dell’Associazione italiana registri

tumori raccolti in collaborazione con l’Associazione

italiana di oncologia medica, si stima che

in Italia, nel 2020, siano stati diagnosticati ogni

giorno circa 1.030 nuovi casi di tumore e che il

numero totale proiettato sull’intero anno sia di

oltre 376.000. Numeri importanti, che rendono

sempre più pressante l’esigenza di trovare nuove

strategie di approccio. Quella che ci descrive

Antonio Musio, biologo in servizio dal 2002

all’Istituto di Ricerca Genetica e Biomedica del

Cnr, potrebbe costituire una speranza concreta

per tutti i tumori in cui si registrano mutazioni

nei geni che codificano per il complesso proteico

noto come coesina. Ma andiamo con ordine.

Dottor Musio, qual è stato il punto di partenza?

«Lavoriamo da anni su questo complesso

proteico della coesina che regola molte attività

del DNA: trascrizione, replicazione, riparazione.

Quando non funziona correttamente, la

cellula si destabilizza, cresce in maniera incontrollata

e si trasforma in tumorale. Tuttavia, i

molteplici ruoli del complesso proteico offrono

anche l’opportunità di inibire la crescita delle

cellule tumorali interferendo con le vie biochimiche

che dipendono dalla funzione della

coesina stessa. Con i colleghi neozelandesi e

australiani ci conosciamo da molto tempo perché

il nostro gruppo organizza ogni 2 anni un

congresso mondiale sulla coesina. Naturalmente,

quello previsto per il 2020 è stato annullato

per i motivi che tutti conosciamo e posticipato

al 2022. In particolare, è molto vicina al nostro

lavoro la prof.ssa Julia Horsfield».

16 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Intervista

Chi è

Antonio Musio, pugliese

di origine, si è laureato

in Scienze Biologiche a

Pisa e ha conseguito il dottorato

di ricerca in Scienze

Genetiche e la specializzazione

in Citogenetica Umana.

Dal 2002 lavora all’Istituto di Ricerca

Genetica e Biomedica del Cnr (coinvolto

nello studio insieme a University of Otago

e Australian National University). La sua

ricerca si concentra sul ruolo del complesso

proteico noto come coesina nello

sviluppo di malattie rare e nei processi

di tumorigenesi. In questi ambiti ha

dimostrato che mutazioni nei geni della

coesina sono responsabili della sindrome

di Cornelia de Lange, una rara patologia

dello sviluppo, e ha contribuito a svelare

i meccanismi molecolari che portano una

cellula normale a trasformarsi e diventare

tumorale.

© Gorodenkoff/shutterstock.com

Come è stato diviso il lavoro tra gli istituti

coinvolti?

«Ognuno, chiaramente, ha fatto la sua parte, e

così continuerà ad essere anche dopo questo step

appena concluso. I colleghi della Nuova Zelanda

e dell’Australia si sono in particolare occupati

dell’analisi di circa 3.000 composti chimici – famaci,

in sostanza -, di cui 2.399 approvati dalla

Food and Drug Administration, efficaci nell’inibire

la crescita delle cellule tumorali con mutazioni

a carico della coesina. Dallo screening sono

stati selezionati 206 composti e particolarmente

interessante si è rivelato il composto LY2090314».

Perché?

«Inibendo – in modo inaspettato peraltro - il

gene GSK3, tale composto attiva la via biochimica

di Wnt, una famiglia di glicoproteine, determinando

un’efficace riduzione della crescita cellulare.

All’Istituto di Ricerca Genetica e Biomedica

del Cnr abbiamo dimostrato il processo su cellule

tumorali umane (cellule di tumore al colon, nello

specifico). I nostri risultati suggeriscono che le

mutazioni della coesina potrebbero contribuire

allo sviluppo tumorale e che il targeting della via

Wnt potrebbe rappresentare una nuova strategia

terapeutica per i tumori mutanti della coesina. Il

Il lavoro, pubblicato sulla

rivista eLife e sostenuto

da Fondazione AIRC per

la ricerca sul cancro, porta

la firma dei ricercatori

dell’Istituto di ricerca

genetica e biomedica del

Consiglio nazionale delle

ricerche (Cnr-Irgb) che da

tempo collaborano con

colleghi della University

of Otago in Nuova

Zelanda e dell’Australian

National University.

fine di tali studi è aprire la strada allo sviluppo di

terapie: la coesina e la via Wnt potrebbero rappresentare

un bersaglio molecolare per impedire

il processo neoplastico».

In cosa consisterebbe l’approccio terapeutico?

«Il farmaco c’è già, è quel composto

LY2090314 individuato dai colleghi, che attiva

la via biochimica di Wnt, provocando a cascata

l’apoptosi, la morte cellulare (delle cellule tumorali,

naturalmente). Per spiegarlo con altre parole

parto dal titolo dello studio, che è “Cohesin

mutations are synthetic lethal with stimulation of

WNT signaling”. Quella espressione “Synthetic

lethal” vuole significare questo: la mutazione della

coesina da sola non fa niente, l’attivazione della

via Wnt neanche; ma se si verificano insieme queste

due condizioni, si ha la morte cellulare».

È una scoperta che potrebbe avere risvolti

utili in tutti i tumori?

«Certamente in tutti quelli che presentano

quel tipo di mutazione. È proprio quello su cui

stiamo lavorando adesso, oltre a voler comprendere

cosa c’è tra l’attivazione della via Wtn e l’apoptosi.

Una volta aggiunto questo ulteriore tassello,

si può puntare a un approccio terapeutico

vero e proprio». (C. D. M.)

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

17


Salute

TUMORI, IN 10

ANNI +37%

PAZIENTI VIVI

DOPO DIAGNOSI

La pandemia sta però frenando gli esami

con 2 milioni di screening in meno nel 2020

L

a pandemia da Covid-19 ha messo

purtroppo il freno alla prevenzione

oncologica in Italia, con effetti pesantissimi:

nel 2020 si sono infatti

effettuati 2 milioni di screening in

meno contro i tumori e questo potrebbe causare

un aumento della mortalità. Al contempo,

però, si registra un aumento della sopravvivenza

del 37% nell’arco di 10 anni, frutto delle

cure e della ricerca oncologica, e in Italia sono

oggi 3,6 milioni i cittadini vivi dopo la diagnosi

di cancro. L’associazione italiana di oncologia

medica (Aiom) presenta la fotografia dello stato

dell’oncologia in Italia, sottolineando come

negli ultimi anni i passi avanti fatti sul fronte

delle cure siano stati notevoli. L’arrivo della

pandemia nel 2020, però, ha rallentato esami e

terapie e questo avrà conseguenze pesanti nel

medio termine.

Nei primi nove mesi del 2020 sono stati

eseguiti oltre due milioni (2.118.973) esami di

screening in meno rispetto allo stesso periodo

del 2019. Ritardi che si stanno accumulando

e che si traducono in una netta riduzione non

solo delle nuove diagnosi di tumore della mammella

(2.793 in meno) e del colon-retto (1.168

in meno), ma anche delle lesioni che possono

essere una spia di quest’ultima neoplasia (oltre

6.600 adenomi avanzati del colon-retto non

individuati) o del cancro della cervice uterina

(2.383 lesioni CIN 2 o più gravi non diagnosticate).

«Se la situazione si prolunga, diventa concreto

il rischio di un maggior numero di diagnosi

di cancro in fase avanzata, con conseguente

peggioramento della prognosi, aumento della

mortalità e delle spese per le cure», è l’allarme

di Giordano Beretta, presidente nazionale

Aiom (Associazione italiana di oncologia medica)

e responsabile oncologia medica Humanitas

Gavazzeni di Bergamo.

«Il ritardo diagnostico accumulato si sta

allungando ed è pari a 4,7 mesi per le lesioni

colorettali, a 4,4 mesi per quelle della cervice

uterina e a 3,9 mesi per carcinomi mammari

- afferma Beretta -. Sono le conseguenze indi-

18 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Salute

rette della pandemia. Queste latenze e le relative

lesioni non individuate dipendono sia dal

minore numero di persone invitate che dalla

minore adesione da parte della popolazione

durante la pandemia, per timore del contagio».

Nel 2020, nel mondo, sono stati stimati

quasi 20 milioni (19,3) di nuovi casi di tumore.

Circa un terzo può essere prevenuto, basti pensare

che il 22% è causato dal fumo di sigaretta

e il 5% dell’abuso di alcol. Nel 2020, in Italia,

ne sono stati diagnosticati 377.000, circa 6.000

casi in più rispetto al 2019. «Il ‘Libro Bianco

2020’ di Aiom rispecchia lo stato dell’oncologia

nel nostro paese, fornendo un censimento del

sistema assistenziale e definendo una costante e

intensa collaborazione con le Istituzioni nazionali

e regionali - sottolinea Massimo Di Maio,

segretario Aiom e direttore Oncologia dell’Ospedale

Mauriziano, Università degli Studi di

Torino -. In Italia, sono attive 369 Oncologie,

© Image Supply/shutterstock.com

“Se la situazione si prolunga,

diventa concreto

il rischio di un maggior

numero di diagnosi di

cancro in fase avanzata,

con conseguente peggioramento

della prognosi,

aumento della mortalità

e delle spese per le cure”.

© Chinnapong/shutterstock.com

l’83% ha un servizio di supporto psicologico

e sono significativi i passi in avanti realizzati

nella definizione dei percorsi diagnostico-terapeutici

e assistenziali (Pdta), essenziali per

garantire un’assistenza multidisciplinare: sono

stati deliberati dal 93% delle strutture, per un

totale di 1.250 documenti, la maggior parte

(1.045), come atteso, coprono i tumori della

mammella, colon-retto, polmone e prostata,

ma sono stati censiti anche 205 documenti sulle

altre patologie».

«L’Italia è tra i primi paesi in Europa nella

cura delle malattie tumorali, se ci si ammala

di cancro si ha un’aspettativa di vita più alta

della media degli altri paesi europei» spiega il

ministro della Salute, Roberto Speranza. «Lo

dobbiamo - aggiunge - alle attività di prevenzione

e ai progressi della scienza oltre che alla

qualità del nostro personale sanitario. Oggi

più che mai è evidente che prendersi cura del

nostro paese vuole dire continuare a investire

sul Servizio sanitario nazionale e sulla ricerca

scientifica».

«La pandemia ha reso il percorso di chi lotta

contro il cancro ancora più difficile. Non dimentichiamoci

dei pazienti oncologici. Ricerca,

prevenzione e accesso alle cure siano priorità,

anche nell’emergenza» sottolinea la presidente

del Senato, Elisabetta Casellati.

In Europa, la pandemia sta avendo un impatto

“catastrofico” sulle cure per i tumori.

L’allarme lanciato dall’ufficio europeo dell’Organizzazione

mondiale della sanità (Oms) in

occasione della Giornata mondiale contro il

cancro. Nel Vecchio Continente, i servizi destinati

ai malati di tumore sono stati interrotti

o ridotti in un terzo dei paesi. «L’impatto della

pandemia sui malati di tumore in Europa è

semplicemente catastrofico», afferma il direttore

Oms Europa, Hans Kluge, aggiungendo

che «alcuni Paesi hanno avuto carenze di medicinali

antitumorali e molti hanno registrato

un calo significativo delle nuove diagnosi di

tumore, compresi i paesi più ricchi». Kluge

cita l’esempio dei Paesi Bassi e del Belgio, dove

durante il primo lockdown il numero di tumori

diagnosticati è precipitato del 30-40 per cento.

Nel Regno Unito, invece, si prevede che il

ritardo nelle diagnosi e nelle cure comporterà

un incremento dei decessi per tumori del colon-retto

del 15 per cento e del 9 per cento per

quanto riguarda i tumori della mammella nei

prossimi 5 anni. (E. M.)

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

19


Salute

LA COESINA, UN BERSAGLIO

MOLECOLARE CONTRO IL TUMORE

Il ruolo dei complessi proteci nelle patologie oncologiche. Lo studio del Cnr è stato

sostenuto dalla Fondazione AIRC e i risultati sono stati pubblicati sulla rivista eLife

di Pasquale Santilio

A

lcuni ricercatori dell’Istituto

di ricerca genetica e

biomedica del Consiglio

nazionale delle ricerche

in collaborazione con la

University of Otago e l’Australian

National University, hanno scoperto

che componenti della via biochimica

controllata da Wnt, una famiglia di

glicoproteine, potrebbero rappresentare

un bersaglio terapeutico di composti

anti-tumorali.

Sulla base dei dati dell’Associazione

italiana registri tumori (Airtum)

in collaborazione con l’Associazione

italiana di oncologia medica (Aiom),

© Design_Cells/shutterstock.com

è stato stimato che in Italia nel 2020

siano stati diagnosticati circa 1030

nuovi casi di tumore al giorno e che il

numero complessivo, generato dalla

proiezione sull’intero anno, sia di oltre

376mila. In alcuni tumori è possibile

rinvenire mutazioni nei geni che

codificano per il complesso proteico

noto come coesina. Antonio Musio,

ricercatore dell’Istituto di ricerca

genetica e biomedica del Consiglio

nazionale delle ricerche, che ha realizzato

lo studio in collaborazione

con i colleghi neozelandesi dell’University

of Otago e quelli australiani

dell’Australian National University,

ha spiegato: «La coesina contribuisce

a una corretta divisione cellulare,

all’organizzazione tridimensionale

del nucleo e alla regolazione dell’espressione

genica».

Quando la coesina non funziona

in modo corretto, la cellula si destabilizza,

cresce in maniera incontrollata

e si trasforma in cellula tumorale.

Tuttavia, i molteplici ruoli del complesso

proteico offrono anche l’opportunità

di inibire la crescita delle

cellule tumorali interferendo con

le vie biochimiche che dipendono

dalla funzione della coesina stessa.

Prosegue Antonio Musio: «Nella ricerca

abbiamo studiato l’efficacia di

3009 composti chimici, di cui 2399

approvati dalla Food and Drug Administration,

nell’inibire la crescita

delle cellule tumorali con mutazioni

a carico della coesina. Dallo screening

sono stati selezionati 206 composti

e, particolarmente interessante,

si è rivelato il composto LY2090314.

Inibendo il gene GSK3, tale composto

attiva la via biochimica di Wnt,

una famiglia di glicoproteine, determinando

una efficace riduzione della

crescita cellulare».

Tale processo è stato dimostrato

sia in cellule tumorali umane in coltura

che in un animale di laboratorio, lo

zebrafish, suggerendo che la sensibilità

all’attivazione di Wnt nell’ambito

di un contesto genetico in cui la coesina

è mutata, sia espressione di un

fenomeno conservato nel corso dell’evoluzione.

Così ha concluso il ricercatore

del Cnr- Irgb: «Siamo impegnati

da anni a comprendere il ruolo della

coesina nello sviluppo tumorale e i risultati

della ricerca aprono nuove prospettive

per la cura delle neoplasie. Il

fine di questi studi è aprire la strada

allo sviluppo di terapie. In tale ambito

la coesina potrebbe rappresentare

un bersaglio molecolare per impedire

il processo neoplastico». Ricordiamo

che lo studio è stato sostenuto dalla

Fondazione AIRC per la ricerca sul

cancro e i relativi risultati sono stati

pubblicati sulla rivista eLife.

20 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Salute

TUMORE DEL PANCREAS

SCOPERTA SUI LINFOCITI KILLER

Ricerca del Centro di medicina sperimentale della Città della Salute di Torino

e del Dipartimento di Biotecnologie molecolari e Scienze per la salute di UniTo

L

o chiamano il “killer silenzioso”

perché il tumore

del pancreas non presenta

sintomi specifici e quando

questi compaiono spesso

sono associati ad uno stadio molto

avanzato della malattia. La causa

potrebbe derivare dal fatto che, fin

dalla sua origine questo tipo di tumore

è caratterizzato da un intricato

insieme di cellule di diversa natura

che lo circonda e forma il cosiddetto

“microambiente tumorale”. Nel microambiente

vengono accesi numerosi

programmi genetici e metabolici

che forniscono un enorme vantaggio

alla crescita del tumore e nello stesso

tempo impediscono ai linfociti T

killer antitumore di “infiltrarsi” nel

tessuto tumorale, confinandoli all’esterno

ed impedendo loro di riconoscerlo

ed eliminarlo. Ora i ricercatori

del Centro di medicina sperimentale

(Cerms) della Città della Salute di

Torino e del Dipartimento di Biotecnologie

molecolari e Scienze per la

salute dell’Università di Torino hanno

scoperto il modo di permettere ai

linfociti killer anticancro di infiltrarsi

all’interno del tessuto tumorale per

eliminarlo.

Coordinati dai professori Paola

Cappello e Francesco Novelli, i ricercatori

impegnati in questo studio

hanno dimostrato che bloccando

l’interleuchina 17A, un importante

messaggero della comunicazione tra

le cellule del sistema immunitario e

tra queste e le cellule circostanti, si

modifica “il microambiente” tumorale

ed in particolare il comportamento

di un tipo di cellule, i fibroblasti.

Queste cellule sono particolarmente

abbondanti nel tumore del pancreas

e sono responsabili della deposizione

di un complesso e compatto reticolato

di fibre, la cosiddetta “matrice”,

che rappresenta il più grosso ostacolo

all’ingresso dei linfociti killer antitumore

così come la diffusione dei

farmaci utilizzati per il trattamento.

Gianluca Mucciolo dell’Università

di Torino e primo autore di questo

studio, utilizzando un modello

animale predestinato a sviluppare

il tumore del pancreas e privo della

capacità di produrre l’interleuchina

17A, ha osservato che, nonostante la

presenza di molti fibroblasti, il microambiente

tumorale era molto più

“invaso” da linfociti killer antitumore.

Grazie ad una collaborazione con

un gruppo di ricerca della Czech Academy

of Sciences di Praga, diretto dal

professor Luca Vannucci, il gruppo

torinese ha dimostrato che in assenza

dell’interleuchina 17A, la matrice

depositata dai fibroblasti era, diversamente

dal solito, molto più soffice

© mi_viri/shutterstock.com

e lassa, e presentava un’architettura

che aveva poco in comune con le vere

e proprie “autostrade” che favoriscono

l’invasione delle cellule tumorali

dei tessuti circostanti.

La professoressa Cappello, mediante

l’utilizzo di sofisticate tecnologie

per lo studio dell’espressione

genica a livello di una singola cellula,

ha dimostrato come in assenza

dell’interleuchina 17A i fibroblasti

del tumore del pancreas modificano

il loro programma genico per promuovere

sia l’accumulo di linfociti T

antitumore che l’aumento della loro

attività killer. (E. M.)

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

21


Salute

NUOVI MECCANISMI DELLA

FARMACO-RESISTENZA

Arrivano studi scientifici che spiegano come la forma più letale

del cancro alla pelle si difende dalle terapie cercando di proliferare

U

no studio realizzato da

un gruppo di ricercatori

dell’ISS, in collaborazione

con i colleghi dell’Idi-Irccs

e del Campus Biomedico,

ha individuato nuovi meccanismi che

spiegano, almeno parzialmente, la resistenza

ai farmaci del melanoma, la forma

più letale del cancro alla pelle. La

ricerca, pubblicata su Biomedicines, è

importante a maggior ragione considerando

che il tasso di incidenza di questa

forma di tumore è in rapido aumento e

il successo terapeutico degli inibitori

BRAF (BRAFi) e degli inibitori MEK

(MEKi) nel melanoma BRAFmutante

sta incontrando dei limiti dovuti proprio

alla resistenza ai farmaci.

Su Biomedicines gli autori dello

studio spiegano come siano sempre di

più le evidenze a suggerire che i cambiamenti

nel microambiente tumorale

possono giocare un ruolo fondamentale

nei meccanismi di resistenza acquisita.

Il dottor Francesco Facchiano, che

ha coordinato la ricerca, ha spiegato

come «nonostante i recenti progressi

delle nuove opzioni terapeutiche ne

abbiano significativamente modificato

l’esito clinico», siano sempre «molto

frequenti i melanomi cutanei resistenti

agli inibitori della proteina BRAF

(BRAFi), una chinasi che risulta mutata

in circa il 50% del totale dei casi di

melanoma».

I ricercatori sono partiti da dati

ottenuti in vitro con cellule tumorali

e confermati su campioni biologici

per poi concentrare la loro attenzione

sull’insieme delle proteine secrete (il

cosiddetto secretoma) dalle cellule del

melanoma resistenti al vemurafenib,

un farmaco antitumorale noto inibitore

della proteina BRAF, che è coinvolta

nei segnali che regolano il ciclo

e la crescita cellulare e se mutata può

aumentare la proliferazione tumorale.

«I nostri dati confermano che le

cellule resistenti al BRAFi mostrano

un comportamento più aggressivo, con

un’aumentata produzione di interferone-γ,

interleuchina-8 e del VEGF

(fattore di crescita dei vasi sanguigni) -

ha spiegato Claudio

Tabolacci, primo

autore dell’articolo

e ricercatore sostenuto

dalla Fondazione

Umberto

Veronesi -. Inoltre,

abbiamo dimostrato

che le cellule del melanoma

resistenti al

vemurafenib possono

influenzare l’attività

delle cellule dendritiche,

modulando la loro

attivazione e la produzione

di citochine che possono facilitare

la crescita del melanoma».

«La comprensione di questi meccanismi»,

spiegano i ricercatori citati sul

portale dell’Istituto Superiore di Sanità,

«è di grande importanza per mettere

a punto nuove opzioni terapeutiche

in grado di superare la resistenza ai

farmaci antitumorali». I nuovi casi di

melanoma in Italia sono in aumento:

in un anno sono passati dai 12.300 del

2019 ai 14.900 del 2020. Un aumento

del 20% che non può non essere fonte

di preoccupazione, sebbene sia mitigato

dal dato inerente la sopravvivenza

a cinque anni dalla diagnosi, pari

all’87% (89% donne e 85% uomini).

La speranza è che studi come quello

appena illustrato, concentrandosi sui

meccanismi che impediscono l’efficacia

delle terapie, riescano ad aumentare

ulteriormente questa percentuale.

(D. E.).

22 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Salute

T

incr: si chiama così la molecola

di Rna scoperta da

un team di ricercatori del

Dipartimento di Oncologia

Sperimentale dell’Istituto

Europeo di Oncologia in grado di limitare

la capacità precoce delle cellule di

melanoma di formare metastasi e sviluppare

resistenza ai farmaci. Guidati

da Luisa Lanfrancone e Pier Giuseppe

Pelicci, i ricercatori hanno analizzato il

ruolo di questa molecola lunga di Rna

(long non-coding Rna) nella disseminazione

metastatica del melanoma.

Come spiegato da Marine Melixetian,

prima autrice dello studio

pubblicato su Embo Reports, «i long

non-coding Rna sono delle molecole

di oltre duecento nucleotidi che

hanno un ruolo in diversi processi

fisiologici della cellula. Noi

abbiamo scoperto che,

nel melanoma in stadio

precoce, lo

SCOPERTA MOLECOLA RNA

CHE FERMA LE METASTASI

“Tincr” limita la capacità delle cellule tumorale di invadere tessuti lontani

e di sviluppare la resistenza ai trattamenti con i farmaci

stato proliferativo delle cellule, cioè

quello in cui esse si riproducono ma

non formano metastasi, è mantenuto

da un particolare long non-coding

Rna, denominato Tincr. Quando Tincr

è presente in alta concentrazione,

come nei melanomi in stadio iniziale,

le cellule proliferano ma il tumore

non metastatizza; viceversa, quando

la concentrazione di Tincr è bassa, le

cellule diventano invasive e il melanoma

metastatizza».

Le cellule del melanoma esistono in

due forme: cellule proliferanti

e cellule invasive.

Questi due tipi cellulari

non sono determinati

dalle alterazioni genetiche

del melanoma, bensì

dai segnali che provengono

dall’ambiente

esterno, il micro-ambiente

tumorale. La stessa

cellula può passare da

uno stato proliferativo

ad uno invasivo e viceversa.

Nei melanomi in

fase iniziale sono prevalenti le cellule

proliferanti. Nel corso della crescita del

melanoma, alcune cellule proliferanti

finiscono per diventare invasive, staccandosi

dal tumore e migrando verso

tessuti lontani, rientrando in uno stato

proliferativo caratterizzato dalla crescita

di metastasi.

La storia del melanoma è dunque

quella di un continuo cambiamento

delle proprietà delle sue cellule, per

descriverlo si usa il termine plasticità:

da proliferative, nel melanoma iniziale,

ad invasive, in quello più avanzato che

rilascia le prime cellule metastatiche,

a nuovamente proliferative, nella metastasi

che cresce. Obiettivo degli studiosi,

come dichiarato dalla dottoressa

Lanfrancone, controllarla. Il dottor Pelicci

ha spiegato: «Abbiamo dimostrato

che alzando i livelli di Tincr nelle cellule

del melanoma metastatico si riduce

la loro capacità di invadere i tessuti circostanti,

limitando così la formazione

di metastasi. Non solo, ma la perdita

dello stato invasivo restituisce al melanoma

sensibilità ai farmaci molecolari,

come gli inibitori di Braf e Mek».

Il lavoro prosegue ora in due

direzioni: «Vogliamo innanzitutto

capire se i livelli di Tincr nel tumore

sono predittivi della probabilità

del paziente di sviluppare metastasi,

e in caso usare queste informazioni

per indirizzarlo a terapie preventive.

Inoltre vogliamo identificare i geni

controllati da Tincr che possano essere

colpiti da farmaci mirati, al fine di

individuare o sviluppare nuove terapie

di prevenzione delle metastasi nel

melanoma». (D. E.).

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

23


Salute

NEURODANTE

ALLE RADICI

DEL BELLO

Uno studio multidisciplinare dell’Università

Sapienza di Roma ha osservato gli effetti

della lettura della Divina Commedia sul cervello

di Elisabetta Gramolini

I

l bello piace. A tutti. E non occorre essere

un esperto dantista per apprezzare

l’opera più celebre del Sommo. A dirlo

è un nuovo studio, pubblicato sulla rivista

Brain Sciences, che ha analizzato,

attraverso specifiche modalità di indagine, l’attività

cerebrale durante l’ascolto di passi della

Divina Commedia. Il lavoro è frutto della collaborazione

scientifica tra i gruppi di ricerca dei

dipartimenti di Medicina Molecolare edi Studi

Europei, Americani ed Interculturali della Sapienza

Università di Roma, guidati da Fabio

Babiloni e da Paolo Canettieri, in sinergia con

la start-up BrainSigns dello stesso Ateneo. La

ricerca, denominata Neurodante, si inserisce

nell’ambito di indagine della neuroestetica

che osserva i correlati biologici all’esperienza

estetica. Dal 2010 questa disciplina trova la sua

applicazione anche alla letteratura dopo le arti

figurative. I ricercatori hanno sottoposto l’ascolto

di vari canti di Inferno, Purgatorio e Paradiso

a un campione di 47 persone, suddiviso

in due gruppi: il primo, formato da 23 studenti

di lettere e corsi umanistici, il secondo da 24

studenti di facoltà scientifiche.

I risultati sono stati sorprendenti. «Sia gli

esperti sia i non esperti reagiscono approcciandosi

ai versi in egual modo», spiega la neurobiologa

Giulia Cartocci, fra gli autori della

ricerca. Questo «Significa che ogni persona

possiede la capacità di apprezzare il bello nonostante

cresciamo spesso con etichette che ci

portano ad essere giudicati come «portati per

le materie letterarie» oppure «totalmente negati».

«C’è una tendenza innata ad

apprezzare il bello – sottolinea

-. Uno degli indici

usati nell’articolo si basa

su due meccanismi,

uno inibitorio e l’altro

di attivazione.

Se l’emisfero sinistro

(in particolare

nella zona

frontale) risponde

maggiormente rispetto

al destro

a uno stimolo

c’è la tendenza

all’approccio,

mentre se

viene attivata

maggiormente

la parte

destra c’è

una tendenza

al rifiuto. Questo

indice è stato

applicato in

molti ambiti. Lo

abbiamo usato

come indice di

approccio cerebrale,

differenziato

da un secondo

indice che sonda una reazione

emozionale più viscerale».

La ricerca partiva dalle

precedenti evidenze

relative all’arte figurativa

che

suggeri-

24 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Salute

vano come negli esperti si verifichi sia una attenuazione

nella risposta emozionale, confermata

anche dal presente studio che l’ha estesa

a stimoli letterari e ipotizzandola specifica per

competenza, evidenziando inoltre un aumento

dell’elaborazione cognitiva in risposta agli stimoli

da parte degli stessi esperti.

La scelta del capolavoro del poeta fiorentino

è stata quasi obbligata. «Abbiamo pensato

a Dante – continua la ricercatrice - perché ci

forniva la possibilità di comparare argomenti

diversi con una struttura uguale. Inizialmente

pensavamo di trovare una diversa fruizione

fra i due gruppi, cosa che

invece non c’è stata. Avevamo

ipotizzato che i non esperti

avrebbero elaborato di

più la parafrasi, perché

di più pronta comprensione.

Ma non è

stato così. Va detto

che la Divina Commedia

è molto

conosciuta dagli

italiani – osserva

-, anche da

chi non ha fatto

studi classici al

liceo. Un minimo

di conoscenza

quindi

c’è». I brani

erano ascoltati

da partecipanti

di sesso

femminile

o maschile:

«Non abbiamo

registrato differenze

nei risultati

a seconda

del genere», ag-

© robodread/shutterstock.com

Divina Commedia, illustrazione

di Gustave Doré.

La ricerca, si inserisce

nell’ambito di indagine

della neuroestetica

che osserva i correlati

biologici all’esperienza

estetica. Dal 2010 questa

disciplina trova la sua

applicazione anche alla

letteratura dopo le arti

figurative.

Un anno dedicato al Sommo

Il 5 settembre scorso, il presidente della

Repubblica ha inaugurato le celebrazioni

nazionali dell’anniversario della morte di Dante

Alighieri, avvenuta 700 anni fa a Ravenna.

Per l’importante appuntamento, numerose

istituzioni, fra le quali l’Accademia della

Crusca o la Società Dante Alighieri, hanno

programmato una serie di eventi lungo tutto il

2021. Il Comitato nazionale di celebrazioni per

il VII centenario della morte di Dante Alighieri

istituito presso il ministero dei Beni culturali ha

valutato i vari progetti per i quali ha concesso

il patrocinio.

giunge Cartocci. Un risultato ha inoltre colpito

gli autori: i non esperti risultano più emozionati

di quelli considerati maggiormente «addetti

ai lavori». «Nel nostro studio abbiamo

ipotizzato che ci possa essere una attenuazione

emozionale dovuta al background dei soggetti

che probabilmente può essere estesa pure in

altri campi». Anche i brani dell’opera più celebri,

come quello che narra la vicenda di Paolo

e Francesca, conquistano le emozioni degli

esperti. «In risposta a quel canto – commenta

- c’era una reazione emozionale totalizzante da

parte degli esperti, c’era in particolare una correlazione

fra i due indici, quindi la tendenza

all’approccio cerebrale e l’indice emozionale.

Era come se sia di pancia sia di testa gli esperti

rispondessero con un pieno coinvolgimento

emozionale a quel particolare canto in cui si

parla di passione e romanticismo».

Quali sviluppi potrebbe avere questa osservazione

condotta sui versi della Divina Commedia?

«La prima applicazione – risponde

- che si potrebbe ipotizzare è nella neuroriabilitazione.

L’arte e la letteratura influiscono sul

cervello». Un’altra ipotesi da non tralasciare è

lo studio della fruizione delle opere culturali

dal pubblico. «Abbiamo ipotizzato a seconda

dello stato d’animo che ci potrebbe essere uno

stimolo letterario o artistico più adeguato». Il

progetto, la cui realizzazione è durata diversi

anni, ha previsto che i gruppi di ricerca svolgessero

un periodo di attività presso la Biblioteca

dell’Accademia dei Lincei. In questa occasione

i risultati preliminari dello studio sono

stati presentanti al presidente della Repubblica,

Sergio Mattarella, e all’allora presidentessa

della Camera, Laura Boldrini.

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

25


Salute

© GaudiLab/shutterstock.com

COME E QUANDO

IL CERVELLO SI SORPRENDE

Uno studio di ricercatori del Cnr di Pisa rivela i meccanismi cerebrali

tra aspettativa, illusione e sorpresa. Lo studio è stato pubblicato su Current Biology

U

n pool di ricercatori

dell’Istituto di neuroscienze

del Consiglio nazionale

delle ricerche di

Pisa e delle Università di

Firenze e Pisa ha analizzato i processi

cerebrali che sottendono i meccanismi

collegati tra aspettativa, illusione

e sorpresa. Lo studio, intitolato “Perceptual

history propagates down to

early levels of sensory analysis” è stato

pubblicato sulla rivista scientifica

Current Biology/ Cell- press.

Guido Marco Cicchini del Cnr,

Alessandro Benedetto dell’Università

di Pisa e David Burr dell’Università di

Firenze hanno indagato sulle modalità

attraverso cui il cervello genera le

aspettative sul mondo che ci circonda.

Lo studio parte da un fenomeno

noto come dipendenza seriale in cui,

per esempio quando il prestigiatore

esegue un numero di illusionismo, gli

osservatori tendono a confondere le

proprietà degli oggetti che hanno difronte

(come il colore, l’orientamento,

etc.) con quelle di oggetti simili

visti poco prima.

Ha osservato David Burr: «Questo

fenomeno, da noi scoperto qualche

anno fa, evidenzia che il cervello

cerca costantemente di prevedere

quello che accadrà attingendo dall’informazione

più affidabile del futuro,

ossia il passato prossimo delle nostre

esperienze sensoriali». I ricercatori

hanno generato una serie di stimoli

visivi ordinari, inframezzati da stimoli

illusori, ossia sollecitazioni che

appaiono percettivamente diverse da

come sono fisicamente. Prosegue lo

studioso: «Analizzando il comportamento

dei soggetti in prossimità di

questi stimoli illusori, abbiamo visto

che il cervello per formare le sue previsioni

utilizza uno scambio continuo

e reciproco, in entrata ed uscita, di

segnali neurali di livello più alto (cioè

elaborati) con segnali più grezzi che

sono recepiti dalle aree neuronali più

prossime alla retina». Guido Marco

Cicchini spiega: «Ci aspettavamo

di osservare meccanismi locali, circoscritti

alle aree prime sensoriali,

quelle della vista, oppure ad aree di

alto livello, dedicate all’elaborazione

della memoria. Invece, i dati hanno

mostrato che il fenomeno della dipendenza

seriale nasce da un dialogo

delle seconde con le prime, probabilmente

utilizzando dei percorsi neurali

di feedback».

Alessandro Benedetto ha spiegato:

«Il cervello è un’intricata rete di

neuroni interconnessi in cui si distinguono

due grandi categorie. Le

connessioni feedforward, che portano

informazioni dalle prime aree

sensoriali ai centri di elaborazioni

più alti e le connessioni rientranti

(feedback) che fanno il percorso inverso.

Il ruolo delle connessioni feedforward

è chiaro, quello delle connessioni

rientranti è stato oggetto di

molte speculazioni».

Così ha concluso Cicchini: «Questo

studio spiega che le previsioni

sono un aspetto fondamentale del

funzionamento cerebrale. Quando

non si avverano emergono sensazioni

di apprensione, spavento, sorpresa

o meraviglia. Nei bambini spesso

la sorpresa sfocia in allegria, ma in

generale per l’adulto, che ha imparato

le regolarità del mondo circostante,

gli eventi imprevedibili sono

pochi». (P. S.).

26 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Salute

È

stato denominato VINYL

(Variant prloritizatioN bY

survival anaLysis) il nuovo

software sviluppato grazie

ad una preziosa quanto

fattiva collaborazione da un team di

ricercatori dell’Istituto di biomembrane,

bioenergetica e biotecnologie

molecolari del Consiglio nazionale

delle ricerche (Cnr-Ibiom) di Bari,

dell’Università “Aldo Moro” del capoluogo

pugliese e dell’Università

Statale di Milano. Lo studio è stato

pubblicato su Bioinformatics. Questo

strumento riproduce e ottimizza

i principali criteri che vengono utilizzati

in diagnostica molecolare al fine

di individuare mutazioni nel nostro

genoma potenzialmente collegate

con l’insorgenza di patologie genetiche,

facilitando così le applicazioni

della genomica, deputata a comprendere

i meccanismi di funzionamento

del nostro patrimonio genetico attraverso

il confronto delle sequenze dei

genomi.

«È stato stimato che, mediamente,

il genoma di un individuo contenga

milioni di piccole differenze, denominate

varianti genetiche che, nel loro

insieme, contribuiscono a delineare e

definire i tratti somatici tipici di ciascun

soggetto. Un numero alquanto

ristretto di queste varianti può anche

rappresentare la causa di malattie o

di condizioni patologiche. La capacità

di conoscere e identificare i tratti

genetici di una malattia può, ovviamente,

facilitarne la diagnosi e, di

conseguenza, la cura. È proprio per

questo motivo che, negli ultimi anni,

l’analisi del genoma di soggetti malati

viene sempre più utilizzata in genetica

clinica» ha argomentato Graziano

Pesole del Cnr-Ibiom.

I ricercatori hanno dimostrato

che VINYL è in grado di effettuare

le analisi dei dati genomici molto

più rapidamente. Prosegue Pesole:

«Il software rende automatica e veloce

la codifica degli eventuali effetti

funzionali delle varianti genetiche,

facilitando l’identificazione di quelle

MALATTIE GENETICHE: UN

SOFTWARE PER LA DIAGNOSI

Il suo nome è VINYL ed è un strumento in grado di facilitare

la scoperta di nuove mutazioni nel genoma

© CI Photos/shutterstock.com

di possibile rilevanza clinica. Lo strumento

realizzato è in grado di confrontare

i profili genetici di miglia di

persone affette da una patologia con

quelli di persone sane e identificare

le caratteristiche salienti delle varianti

associate alla malattia».

Inoltre, lo strumento è capace di

individuare nuove varianti genetiche

di potenziale interesse clinico che

non erano state identificate dalla curatela

manuale dei dati.

«La medicina di precisione è un

nuovo approccio che punta a utilizzare

i profili genetici per sviluppare

terapie mirate ed efficaci e costituisce

una delle maggiori sfide per il futuro

delle discipline biomediche. Per

questo, lo sviluppo di metodi e strumenti

informatici come VINYL sarà

sempre più necessario e, ci auguriamo,

utile per interpretare in maniera

sempre più accurata le informazioni

derivate dalla sequenza del nostro genoma»

ha concluso il ricercatore del

Cnr-Ibiom.

Lo studio è stato realizzato con il

supporto della piattaforma Bioinformatica

messa a disposizione dal nodo

italiano dell’infrastruttura di ricerca

europea Elixir per le Scienze della

vita, coordinata dal Cnr con la responsabilità

dello studioso Graziano

Pesole. (P. S.).

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

27


Salute

AUTISMO: PERCHÉ NON SI

RICONOSCO I VOLTI

La scarsa capacità di riconoscimento dipenderebbe da una scarsa attività dell’amigdala.

Lo rivela uno studio pubblicato su Journal of Child Psychology and Psychiatry

di Carmen Paradiso

L

a scarsa attività dell’amigdala

sarebbe la causa del non

riconoscimento dei volti nei

soggetti autistici. A rivelarlo

lo studio dal titolo “Brain

activity during facial processing in autism

spectrum disorder: an activation likelihood

estimation (ALE) meta-analysis of

neuroimaging studies”, pubblicato sul

Journal of Child Psychology and Psychiatry,

una delle riviste più prestigiose di

psicologia evolutiva, del team del Professor

Claudio Gentili del Dipartimento

di Psicologia Generale dell’Università’

degli Studi di Padova. Si è giunti a questa

conclusione grazie agli studi effettuati

sulla risonanza magnetica funzionale, che

consente di visualizzare l’attività cerebrale

in tempo reale.

«Da quando le metodiche di esplorazione

funzionale in vivo del cervello, hanno

permesso di valutare in tempo reale

l’attività cerebrale - spiega Claudio Gentili,

docente di psicologia clinica del Dipartimento

di Psicologia Generale dell’Università

degli Studi di Padova e autore della

ricerca - la nostra capacità di comprendere

funzioni e disfunzioni cerebrali si è arricchita

enormemente e gli studi di ogni tipo

sulla percezione dei volti umani anche in

soggetti con disturbo dello spettro autistico

sono aumentati enormemente. Il rischio

è di avere tanti, forse troppi, studi scientifici,

tutti simili, ma con risultati non sempre

sovrapponibili. Abbiamo deciso di provare

a mettere un po’ di ordine conducendo

una ricerca sistematica di tutti gli studi che

hanno utilizzato volti umani per studiare

l’attività’ cerebrale in individui con disturbo

dello spettro autistico». Nello studio è

emerso che l’amigdala, responsabile della

maggior parte sia delle elaborazioni delle

emozioni che delle reazioni, nei soggetti

autistici presenta una minore attività.

«La disfunzione dell’amigdala - spiega

Claudio Gentili - da quel che è emerso, è

risultata essere un’alterazione abbastanza

coerente e riproducibile nella maggior

parte degli studi presi in considerazione».

Ciò significa che l’alterazione dei centri

di elaborazione emozionale in questi individui

possa essere centrale, apparentemente

più di quella dei centri cerebrali

deputati alla percezione del volto come,

ad esempio, il giro fusiforme responsabile

dell’identificazione percettiva del volto,

ovvero, per dirla come Oliver Sacks, quella

regione cerebrale che non “confonde

la propria moglie per un cappello”. Dallo

studio è emerso, inoltre, che la disfunzione

è presente nei soggetti adulti, mentre

nei bambini o adolescenti la situazione

appare differente; un risultato utile anche

sia per eventuali sviluppi terapeutici che

riabilitativi.

«Infatti - aggiunge Claudio Gentili

- in letteratura molti studi mostrano

differenze significative tra adolescenti e

bambini autistici da un lato e corrispondenti

con sviluppo tipico dall’altro e le alterazioni

della percezione dei volti sono

clinicamente documentabili. Quando

invece si raggruppano per un confronto

diversi studi, come abbiamo fatto nella

nostra pubblicazione, nessuna differenza

di attività’ cerebrale risulta significativa.

Dal nostro lavoro emerge che potrebbe

essere utile concentrare i prossimi studi

su questo aspetto non secondario».

© EvgeniiAnd/shutterstock.com

28 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Salute

D

urante l’età Imperiale si

affermò la tendenza di

raccogliere in un’opera

esaustiva l’insieme di

conoscenze possedute in

una determinata disciplina, come è

stato il trattato dal titolo “Sulla materia

medica” del medico militare Pedanio

Discoride. Discoride era nato

ad Anazarbo, in Cilicia, ed esercitò

la sua professione durante i regni di

Claudio e Nerone: la sua opera è, infatti,

dedicata al medico Ario, amico

di Licinio Basso, che fu console nel

64 d. C.

Discoride viene considerato quello

che introdusse le basi della farmacologia

e nella sua opera descrive con

dovizia, puntualità e conoscenze circa

un migliaio di rimedi contro le malattie,

soprattutto di origine vegetale,

ma anche di natura animale e minerale.

Nel suo trattato Discoride fornisce

anche notizie su procedimenti

chimici, come la cristallizzazione, la

sublimazione, la distillazione e la preparazione

del mercurio. Il suo trattato

“Sulla materia medica”, che alcuni

studiosi considerano anche una

trattazione esauriente di botanica

descrittiva dell’antichità, forse corredata

pure di illustrazioni, ebbe grande

fama nel periodo tardo-antico ed

il suo recupero in Occidente durante

l’età umanistica fu di enorme interesse;

infatti, attraverso le numerose traduzioni

latine e volgari, questo trattato

influenzò in modo considerevole

la Botanica del Rinascimento.

Discoride nell’introduzione della

sua opera propone indicazioni generali

per conoscere e raccogliere le

piante medicinali. Egli esalta il modo

empirico del lavoro dell’erborista,

ma anche la necessità di una grande

esperienza. Riguardo alle proprietà

terapeutiche, Discoride nel suo trattato

non corre dietro alle credenze

superstiziose o magiche; talvolta, pur

dando notizie di questo genere, mostra

di non prestare fede a tali informazioni.

Per lui le virtù medicinali

delle piante dipendono dalle quattro

LA FARMACOLOGIA

DURANTE L’ETÀ IMPERIALE

“Sulla materia medica”, un trattato ricco di rimedi contro le malattie realizzato dal

medico militare Pedanio Discoride, considerato il padre della farmacologia

di Barbara Ciardullo

qualità fondamentali: caldo, freddo,

umido e secco. Discoride descrive in

modo puntuale circa 600 piante, che

raggruppa alcune in base a caratteristiche

comuni, altre in base ad analogia

delle proprietà medicamentose.

Di ogni pianta egli descrive le caratteristiche,

le qualità curative ed i

rimedi che se ne possono trarre. Ad

esempio, parlando della cicerbita Discoride

ne delinea una descrizione

© Bazalieiev Ievgen/shutterstock.com

accurata, dicendo che vi sono due

specie: una selvatica e spinosa, l’altra

tenera e, quindi, commestibile. Tutte

e due le specie, però, hanno proprietà

astringenti ed il loro succo, una volta

bevuto, cura l’infiammazione e i dolori

dello stomaco, mentre applicandolo

sulla lana allieva le infiammazioni anali

e uterine. La parte erbosa e la radice

sono abbastanza efficaci contro i morsi

degli scorpioni.

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

29


Salute

UNA PROTEINA PUÒ

BLOCCARE L’OBESITÀ

EIF4E può ridurre l’accumulo dei chili di troppo,

anche all’interno di un’alimentazione ricca di grassi

I

l suo nome scientifico è eIF4E. Si tratta

di una proteina che sembra avere tutte le

carte in regola per bloccare l’obesità ed essere

al centro dei futuri programmi medici

per la perdita di peso. A scoprirla Davide

Ruggero, ricercatore italiano dell’Università della

California a San Francisco, coordinatore del team

che in uno studio ha dimostrato come basti ridurre

l’attività di questa proteina, a livello genetico o

farmacologico, per vedere diminuire l’accumulo

di chili di troppo, pur in presenza di un’alimentazione

ricca di grassi. Più precisamente, come ha

spiegato lo stesso dottor Ruggero, «i topi erano

fondamentalmente protetti dall’aumento di

peso». Gli autori dello studio hanno evidenziato

come una dieta con molti grassi faccia

sì che questi si accumulino in diversi

organi, in quelle che vengono chiamate

goccioline lipidiche. Si tratta di un fenomeno

molto pericoloso: si pensi ad esempio a quanto

avviene al livello del fegato, dove un eccesso di

grassi può sfociare in malattie come la steatosi

epatica non alcolica, nota anche come fegato grasso.

Gli esperimenti condotti in laboratorio hanno

evidenziato come proprio l’attività di eIF4E sia

responsabile della formazione delle suddette goccioline

lipidiche. Una sua regolazione è in grado

di modificare l’andamento di una condizione di

cui gli scienziati stanno cercando di ottenere una

migliore comprensione su base

molecolare. Davide

Ruggero, profes-

30 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Salute

La proteina eIF4E

svolge un ruolo cruciale

nell’avviare la sintesi proteica

e si trova in tutte le

cellule del corpo. Durante

il processo chiamato

traduzione, i filamenti di

RNA messaggero (mRNA)

portano le istruzioni per

la produzione di proteine

dai geni ai ribosomi,

dove cui vengono

prodotte le proteine.

© CI Photos

/shutterstock.com

sore presso l’Helen Diller Family Comprehensive

Cancer Center nei Dipartimenti di Urologia e Farmacologia

Cellulare e Molecolare, ha spiegato che i

topi depurati dalla presenza di goccioline lipidiche

non solo presentavano un fegato sano ma, al netto

di un’alimentazione ricca di grassi, erano anche più

energicamente attivi. Alma Burlingame, professore

di chimica farmaceutica presso la UCSF, ha utilizzato

la spettrometria di massa per tracciare il

profilo delle proteine sia nei topi normali che in

quelli modificati. Da questi dati, i ricercatori hanno

scoperto che molte delle proteine presenti nei topi

modificati da eIF4E non solo riducevano l’accumulo

di lipidi nel fegato, ma aumentavano anche

il metabolismo dei lipidi: di fatto i topi potevano

mangiare di più e anche bruciare più grassi. «Se

metti ogni tipo di topo sul tapis roulant o gli fai

correre una maratona, i topi eIF4E-modificati vincono

sempre - possono andare avanti perché possono

bruciare i lipidi», ha spiegato Ruggero.

La proteina eIF4E svolge un ruolo cruciale

nell’avviare la sintesi proteica e si trova in tutte le

cellule del corpo. Durante il processo chiamato traduzione,

i filamenti di RNA messaggero (mRNA)

portano le istruzioni per la produzione di proteine

dai geni ai ribosomi, le macchine cellulari in cui

vengono prodotte le proteine. In organismi che

vanno dal lievito ai mammiferi, eIF4E forma una

parte chiave di un complesso che si lega ad un cappuccio

alla fine di ogni filamento di mRNA e guida

l’mRNA ai ribosomi. Dunque

eIF4E è ritenuto essenziale

per la

produzione

di tutte le proteine. Proprio a causa della

sua importanza, fino a poco tempo fa, un complemento

completo di eIF4E era considerato essenziale

per la vita. Ma nel 2015 il gruppo di ricerca

di Ruggero ha fatto la sorprendente scoperta che

i topi geneticamente modificati per portare solo

una copia del gene per eIF4E - e quindi solo la

metà della quantità di proteina eIF4E che si trova

nei topi normali - erano ancora in grado di sintetizzare

proteine e svilupparsi normalmente.

Nel corso di esperimenti guidati dall’ex ricercatore

post-dottorato dell’ateneo californiano

Crystal S. Conn, PhD, ora professore assistente

presso l’Università della Pennsylvania Perelman

School of Medicine, e l’attuale postdoc del laboratorio

Ruggero, Haojun Yang, PhD, il team ha

alimentato entrambi i topi normali e modificati da

eIF4E con una dieta ricca di grassi nell’arco di cinque

mesi. Da quanto si legge su Nature Metabolism,

al termine degli esperimenti gli studiosi hanno

osservato che i topi modificati hanno guadagnato

solo la metà del peso delle loro controparti, suggerendo

che l’attività di eIF4E è coinvolta nell’accumulo

di grassi. Il dottor Yang, co-autore dello

studio, al riguardo ha dichiarato: «Puntare sulla

traduzione dell’mRNA può diventare un nuovo

modo per curare l’obesità».

Ruggero ha chiosato sottolineando come l’obesità

sia un fattore di rischio per il cancro: non a

caso in passato il suo team aveva già lavorato allo

sviluppo di un farmaco attualmente in fase sperimentale,

rivolto a pazienti affetti da diverse forme

di tumore. Al riguardo, gli studiosi hanno anche

dimostrato che questo farmaco è in grado di diminuire

i livelli di obesità, quelli legati all’accumulo

di grasso e anche di steatosi epatica nei topi sottoposti

ad una dieta ricca di grassi. I nuovi risultati

che coinvolgono eIF4E forniscono una nuova

prospettiva intrigante su questo legame. Per questo

l’augurio del dottor Ruggero è che i ricercatori

approfondiscano il ruolo di questo fattore di traduzione

nell’obesità, nel cancro e nella relazione

tra i due. (D. E.).

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

31


Salute

© Antipina/shutterstock.com

N

essun posto come casa: in altre parole,

i fattori ambientali influenzano

anche il modo in cui si affrontano

alcuni problemi di salute. È

la traiettoria di una serie di ricerche

sui fattori di rischio metabolico correlati

all’obesità e causati dall’ambiente, coordinate

da Rebecca E. Hasson, professoressa presso

l’Università del Michigan e direttrice del

“Childhood Disparities Research Laboratory e

Active Schools & Communities Initiative”, che

da oltre un decennio si occupa delle cause e

delle conseguenze dell’obesità pediatrica.

Studiare come fattori comportamentali

possano incidere, per esempio, sul rischio di

diabete di tipo 2, sulla resistenza all’insulina e

sulle infiammazioni, o come stili di vita poco

corretti siano determinati, o anche solo incentivati,

dal contesto, significa poter progettare

trattamenti più personalizzati.

La questione assume un’importanza maggiore

in un periodo in cui, a causa della pandemia

da Covid-19, le condizioni dell’abitare

sono, sia per gli adulti sia per i più piccoli, profondamente

cambiate. Le misure di sicurezza

hanno limitato le possibilità che ciascun individuo

ha a disposizione per affrontare e superare

lo stress. È venuto meno anche il sostegno

sociale, che soprattutto per i più giovani è una

delle risorse principali per il superamento dello

stress.

E se è vero che ogni individuo ha sperimentato

almeno una volta nella vita situazioni di

stress, quando questo diventa un’esperienza

cronica, il problema rischia di assumere dimensioni

importanti. «Il corpo - spiega Hasson

- semplicemente non è stato progettato per

gestire ripetutamente lo stress».

In caso di situazioni anomale, il corpo tende

ad adattarsi: l’alterazione della produzione di

cortisolo influisce sulla salute metabolica. Se

questa condizione diventa costante può generarsi

un ciclo pericoloso.

Gli studi di Hasson sono stati sviluppati

soprattutto in contesti geografici dove esistono

comunità o gruppi in maggiore situazione

di disagio socio-economico. Durante la pandemia

gli adolescenti in queste realtà sono stati

particolarmente sottoposti allo stress: costretti

dal lockdown in abitazioni quasi mai spaziose,

senza supporto nello studio, con i genitori preoccupati

dal non riuscire a pagare per servizi

basilari come il riscaldamento o dal non riuscire

a procurarsi il cibo. Anche la violenza nel

quartiere in cui si vive può rivelarsi, soprattutto

per i bambini, un fattore di stress.

«Il problema tende ad aggravarsi non solo

quando l’individuo affronta uno stress cronico,

ma anche quando ad affrontarlo sono le

persone attorno - aggiunge Hasson - Oggi osserviamo

il fattore di stress globale al vertice

e ulteriori fattori di stress individuali e della

comunità negli altri livelli. Non è una tempesta

perfetta, è uno tsunami».

Ma se gli adulti possono attingere alle personali

capacità di superamento del disagio,

32 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Salute

AMBIENTE

E RISCHIO OBESITÀ

La pandemia ha limitato i più piccoli nell’attività fisica:

così la risposta allo stress rischia di impattare

sulle abitudini e il benessere

di Sara Lorusso

non è detto che i bambini e i ragazzi riescano a

trovare analoghe soluzioni. E il modo in cui i

genitori rispondono a simili situazioni può influire

sul loro sviluppo: il peso corporeo è spesso

un importante indicatore.

In un recente articolo pubblicato sulla rivista

“Psychoneuroendocrinology”, il gruppo

scientifico guidato da Hasson ha identificato

un’associazione trasversale tra la violenza

dell’ambiente di comunità in cui si vive e la disregolazione

dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene

negli adolescenti in sovrappeso o addirittura

obesi.

«Un bambino di pochi anni non può andare

a correre - aggiunge la studiosa - L’unico strumento

di riduzione dello stress a disposizione è

generalmente cibo ricco di zuccheri. Sappiamo

che lo zucchero attiva il sistema di ricompensa

del cervello e certamente i bambini tendono a

stare meglio dopo aver mangiato qualcosa di

dolce. Ma questo significa allenarli fin dalla

più tenera età a indirizzare sul cibo la relazione

con lo stress». Un pattern analogo, secondo

gli studiosi, a quanto accade con socialmedia e

videogiochi: un uso prolungato attiva i meccanismi

della ricompensa, ma si tratta di attività

sedentarie, a cui sempre più bambini si sono

rivolti soprattutto con lo scoppio della pandemia,

in assenza di molte possibilità di esercizio

fisico. «La scuola è chiusa, la palestra è chiusa,

il parco è chiuso. E se non vivi in un quartiere

sicuro, non ti muovi certo all’aperto».

Per un ragazzo che attraversa la pubertà - il

Studiare come fattori

comportamentali possano

incidere sul rischio di

diabete di tipo 2, sulla

resistenza all’insulina e

sulle infiammazioni, o

come stili di vita poco

corretti siano determinati

dal contesto, significa poter

progettare trattamenti

più personalizzati.

© Yuriy Golub

/shutterstock.com

periodo biologico cruciale in cui i più giovani

diventano più resistenti all’insulina - bassi livelli

di attività fisica e scorretto consumo di cibo

sono fattori di rischio metabolico molto gravi.

«Ma concentrarsi su abitudini alimentari malsane

- prosegue Hassen - ci consegna solo metà

del quadro, metà della storia, e prestando attenzione

ad altri fattori un endocrinologo può

spostare la valutazione nella giusta direzione

per la prevenzione e il trattamento».

Anche sulla scorta di queste riflessioni è

nata l’esperienza del programma televisivo

“Impact at Home”, in onda nella città di Detroit

sul canale Michigan Learning Channel,

una piattaforma audiovisiva con accesso gratuito

e trasmessa in tv (quasi un terzo dei bambini

nel Michigan non ha accesso a Internet). Il

progetto, nato dalla collaborazione tra Hassen

e altri specialisti, prevedeva originariamente

un programma educativo da sperimentare nelle

scuole, per educare i più piccoli all’attività

fisica. Ma con l’arrivo della pandemia e gli studenti

costretti a casa, il progetto è stato rielaborato

per fornire così alle famiglie un aiuto

pratico nell’affrontare lo stress dei propri figli.

Il programma accompagna il pubblico giovane

nell’attività fisica, suggerendo anche ai genitori

di fare attività con i più piccoli.

«Molti genitori - conclude la studiosa - vedono

che i loro figli sono stressati, ma non sanno

davvero cosa fare al riguardo. Un suggerimento

è proprio fare del movimento insieme,

stare con loro».

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

33


Salute

RADICCHIO

E CARCIOFO

Le caratteristiche alimentari e storiche

di due prodotti tipici della cucina italiana

di Emanuele Rondina

34 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Salute

Il Radicchio. La Storia

L

e leggende popolari su questo gustoso

ortaggio sono molte, perché il radicchio

o meglio noto come cicora dei campi è

stato per secoli il cibo povero delle campagne

venete. Infatti, mentre i Dogi consumavano

sontuose e ricercate pietanze, i contadini

infatti cuocevano le verdure amarognole delle

loro campagne inventando piatti che oggi sono

tipici della cucina veneta. In realtà l’utilizzo della

specie spontanea del radicchio è conosciuta fin dai

ai tempi di Plinio il Vecchio (29 – 79 A.C.) che nel

‘Naturalis Historia’ cita la cicoria attribuendole

proprietà depurative. Ne parlò ampiamente anche

Galeno (129, – 199 C.) nei suoi trattati e anche

Dioscoride (40 – 90 D.C.) la raccomandava contro

i disturbi di stomaco e per favorire la digestione.

Però questo ortaggio relegato ai piatti poveri

e popolari per un lungo periodo viene snobbato

tanto che non viene neppure citato dai cronisti antichi,

quando descrivono il veneto e le sue specialità

gastronomiche, cosi come non se ne parla nei testi

di divulgazione agronomica pubblicati nel’700

a Venezia. Bisognerà aspettare fino alla seconda

metà dell’800 per ritrovare la citazione del radicchio

in un libricino dedicato alle operazioni necessarie

per la cura dell’orto, nei vari mesi dell’anno.

Da questo momento le notizie si sono susseguite

numerose fino alla consacrazione ufficiale del radicchio

rosso come pregiato ortaggio invernale

grazie all’opera di Giuseppe Benzi, un agronomo

di origine lombarda trasferitosi nel 1876 a Treviso

come insegnante e che, divenuto responsabile

dell’Associazione Agraria Trevigiana, darà vita, nel

dicembre del 1900, alla prima mostre dedicate alla

«rossa cicoria».

© zarzamora/shutterstock.com

Al mercato

La cicoria selvatica Genere Cichorium, Specie

intybus ha dato origine a molte varietà coltivate,

appartenente a molte varietà, anche parecchio

differenti per forma e provenienza tra cui: Radicchio

Rosso di Treviso, Catalogna, Rosa di Chioggia

e tante altre. Tra i radicchi più noti che possiamo

acquistare al mercato ricordiamo:

• Radicchio rosso di Treviso, precoce e tardivo

(forma allungata, con foglie strette e cespo

semi-chiuso)

• Radicchio Rosso di Chioggia (forma sferica

e cespo chiuso)

• Radicchio rosso di Verona (forma allungata,

con foglie larghe e cespo chiuso).

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

35


Salute

• Radicchio variegato (color

verde-giallognolo puntinato

in rosso-violaceo avente il cespo

aperto)

• Radicchio verde pan di

zucchero (forma allungata, con

foglie larghe e cespo chiuso)

• Radicchio verde selvatico

o di campo (ce ne sono

varietà differenti, alcune con foglia

frastagliata, altre con foglia

regolare; non formano un fitto

cespo e rimangono di dimensioni

più contenute).

Nelle varietà rosso di Treviso,

variegato di Castelfranco,

rosso di Verona e radicchio rosa

di Chioggia li accomuna il trattamento di coltivazione

chiamato imbianchimento. Questa pratica,

attuata a fine estate, consiste nello stimolare la

pianta a produrre molti germogli privi di clorofilla.

Successivamente, con le prime brine i radicchi

vengono raccolti a mazzi e si lasciano a riposare

coperti nei campi, per evitare la luce e le piogge.

Si ottengono così i radicchi rossi di Verona e di

Chioggia, caratterizzati da cespi piccoli e rotondi.

© barmalini/shutterstock.com

Il Carciofo. La storia

Molto probabilmente il capostipite selvatico

del carciofo, è di origine greca perché a questo

ortaggio è collegato un mito della ninfa Cynara.

Questa ninfa, chiamata così per i suoi capelli color

cenere, fu sedotta da Zeus il potente re degli Dei,

che però non vedendo corrisposto il suo amore,

la trasformò in carciofo, verde e spinoso come il

carattere dell’amata. Forse proprio da questo episodio

mitologico nasce la parola carciofo e anche

la sua fama di alimento afrodisiaco, che mantiene

fin dall’antichità. Questo legame con la mitologia

non è casuale, la pianta infatti risulta originaria

del bacino del Mediterraneo orientale, comprese

le isole Egee, Cipro, l’Africa settentrionale e l’Etiopia,

dove tuttora si trovano varie qualità di carciofi

cresciuti spontaneamente. Proprio ai Greci è

attribuita anche l’importazione dell’ortaggio nel

nostro paese e in particolare nell’Italia meridionale,

probabilmente in Sicilia, durante il periodo

dell’occupazione nel I secolo a.C.

Pero solo a partire dal Cinquecento, il carciofo

comincia a comparire sempre di più anche

nei trattati di cucina, trovando però riscontri

di diversa natura. In questo periodo questa

pianta è ancora piuttosto rara e considerata un

bene di lusso destinato solo alle persone più

abbienti. Il consenso per questo alimento aumenta

quindi, con la crescente accessibilità da

parte di fasce sempre più ampie di popolazione.

Da qui parte anche un’improvvisa fortuna

figurativa, che va da metà Cinquecento a metà

del Seicento, che farà comparire il carciofo nei

famosi dipinti di natura morta, accanto a fiori

rari e frutti ricercati.

Al mercato

L’Italia è il principale produttore mondiale di

carciofo (cynara scolymus) e le varietà che si coltivano

in Italia sono più di 90.

Le più conosciute sono:

• lo spinoso sardo (forma vagamente conica,

le foglie serrate e gli aculei molto aguzzi) - Ottobre

a Maggio

• lo spinoso di Palermo (forma ovale e

oblunga) - Primavera

• il romanesco (forma sferica e grande) -

Estate

• il violetto di Toscana (forma a tronco di

cono) - Primavera

• il precoce di Chioggia (forma cupolino

bombato e dal colore viola) - Primavera

• il violetto di Catania (forma cilindrica e

sfumature violette) – Primavera

Carciofo e radicchio. ControindicazioniSono ortaggi

sconsigliati a chi ha problemi di calcoli e coleocististe.

Da evitare se si soffre di ulcera gastroduodenale.

Il radicchio può avere effetti stimolanti sull’utero

e quindi andrebbe consumato solo dietro consulto

medico durante la gravidanza.

Il fegato viene protetto

L’attività epatoprotettiva del carciofo e della

cicoria sono note oramai da tempo. Questa proprietà

è data dalle molecole dal gusto amaro, contenute

in questi ortaggi. Tali molecole stimolano la

bile che aiutano a digerire i grassi.

Il Carciofo e il Radicchio esercitano infatti una

valida azione coleretica (aumento della produzione

di bile), favorendo la funzionalità epatocellulare

e della secrezione biliare. Le molecole come l’acido

clorogenico e la cinarina hanno la funzione di

incrementano la secrezione biliare e l’effetto si ha

sia sulla coleresi (produzione di bile) che sulla produzione

di acidi biliari.

36 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Salute

L’aumento della secrezione avviene perché

queste molecole stimolano la produzione di Secretina

da parte del duodeno che a sua volta stimola la

produzione di bile da parte delle cellule del fegato,

mentre il passaggio del cibo stimola la produzione

nel duodeno di colecistochinina (CCK) causa il

rilascio di bile accumulata nella cistifellea.

Mentre le molecole responsabili dell’attività

protettiva antiossidante sono: l’acido caffeico, l’acido

clorogenico, la luteolina. Questi principi attivi

sono in grado di stimolare la rigenerazione epatocitaria

ed incrementare la sintesi proteica a livello

intraepatocitario legata ad un aumento dei livelli di

RNA ribosomiale.

Il colesterolo viene abbassato

Oltre ad aumentare la produzione bilare e purificare

le cellule del fegato i carciofi aiutano ad abbassare

il colesterolo nel sangue.

La base biochimica del perché di questa prerogativa,

viene spiegata in due indagini condotte dal

Physiologisch-chemisches Institut dell’Università

di Tubinga, sulla biosintesi intraepatica del colesterolo14.

Questa ricerca ha dimostrato che un estratto

di foglie di carciofo (Cynara scolymus), a basse

concentrazioni (


Salute

ALGHE

E RADICALI LIBERI

Le proprietà antiossidanti della Spirogyra porticalis

trans-himalayana (Muell.) Cleve

di Carla Cimmino

Traduzione dell’articolo

Chemical Composition

and Biological Activities of

Trans-.

Jatinder Kumar, Priyanka

Dhar, Amol B. Tayade, Damodar

Gupta, Om P. Chaurasia,

Dalip K. Upreti, Kiran Toppo,

Rajesh Arora, M. R. S seela,

Ravi B. Srivastava.

L

e alghe sono il centro della ricerca, poiché

attraverso numerosi studi, si è evidenziato,

che possiedono una significativa

attività antiossidante e proprietà di

eliminazione dei radicali liberi.

Si parla infatti di: 1) un gruppo di piante geneticamente

diversificato, che possiede un’ampia

gamma di caratteristiche fisiologiche e biochimiche;

2) una promettente fonte di nuovi composti

biochimicamente attivi come acidi grassi, steroidi,

carotenoidi, polisaccaridi, lectine, vitamine e

fico-proteine, aminoacidi, minerali alimentari,

composti alogenati, polichetidi, tossine e diversi

antiossidanti.

Si ritiene infatti, che le piante che crescono in

ambienti di alta quota come la regione del deserto

freddo trans-himalayano indiano Ladakh , producano

sostanze bioattive naturali, che le aiutino

a sopravvivere in condizioni di stress. Quindi si è

valutato, che quelle specie di piante potrebbero

avere ricche proprietà medicinali, e potrebbero

essere utilizzate come agente profilattico e terapeutico

per disturbi indotti da stress.

L’alga verde d’acqua dolce filamentosa Spirogyra

spp. (famiglia Zygnemataceae), è una

preziosa fonte di composti bioattivi naturali

ampiamente sfruttati per attività (antibiotiche,

antivirali, antiossidanti, antinfiammatorie, citotossiche

ecc.). Mediante metodi chemiometrici,

con saggi in vitro e in vivo, si è potuto valutare le

proprietà farmaceutiche, terapeutiche, fornendo

un valido strumento, per il controllo di qualità,

sicurezza e bio-efficacia dei prodotti naturali destinati

all’uomo.

Sono stati sviluppati una serie di prodotti a

base di erbe dalle piante d’alta quota della regione

trans-himalayana del Kashmir e del Ladakh,

condotti vari studi sul potenziale medicinale,

nutrizionale e antiossidante di questi, approfondito

lo studio delle capacità antiossidanti, il contenuto

fenolico, il profilo chemiometrico con

la tecnica GC / MS (scelta per la caratterizzazione

dei composti volatili presenti nei prodotti

naturali), l’effetto citotossico e il potenziale anti-ipossico

dell’alga trans-himalayana Spirogyra

porticalis (Muell.) Cleve. L’attività citotossica, è

stata valutata su cellule di carcinoma epato-cellulare

umano HepG2 e carcinoma del colon

RKO. Infine, l’effetto anti-ipossico dell’estratto

di S. porticalis è stato testato su un sistema animale

in vivo (ratti).

Per i processi antiossidanti, sono stati utilizzati

solventi con polarità varia, per capire le proprietà

antiossidanti, monitorando il contenuto totale di

estratti fitochimici (proantocianidine, polifenoli,

flavonoidi) presenti nei diversi estratti, per determinare

la relazione del contenuto fenolico con le

capacità antiossidanti.

I risultati di questo studio in accordo con precedenti

studi , hanno evidenziato che gli estratti

di S.porticalis hanno attività antiossidante, antimicrobica,

antiemolitica, anti-iperglicemiche e

anti-iperlipidemiche ed effetto reno-protettivo,

grazie a diversi gruppi di sostanze fitochimiche

bioattive. Il fingerprinting chemiometrico GC /

MS dell’estratto di metanolo di S. porticalis, ha

mostrato tredici chemiotipi bioattivi aventi una

presunta importanza fito-farmaceutica.

38 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Salute

Spirogyra spp.

© Cheng Wei/shutterstock.com

Dai test di citotossicità su due linee cellulari

prese in esame, è emerso che GI50 dell’estratto

di metanolo di S. porticalis era 86 μg / ml per le

cellule HepG2, che era ben al di sotto di 100 μg

/ ml e secondo l’NCI (National Cancer Institute

), questo estratto potrebbe agire come un potente

farmaco antitumorale per queste cellule. Per la linea

cellulare RKO, il valore GI50 è stato misurato

come 154 μg / ml, che era superiore a 100 μg /

ml, ma a una concentrazione di 333,33 e 205 μg /

ml è stato riscontrato, che l’estratto si avvicinava a

LC100 e LC50. In contrasto con questo risultato,

l’estratto di metanolo non si è mai avvicinato alla

LC50 fino al livello di concentrazione 333,33 μg

/ ml nelle cellule HepG2. Quindi, è chiaro che

questo estratto ha agito come un agente antitumorale

sia per le cellule HepG2, che per le cellule

RKO in questo studio. Dopo aver confermato gli

effetti citotossici e anticancerogeni dell’estratto

di metanolo di S. porticalis nelle linee cellulari

HepG2 e RKO, è stato ulteriormente condotto

lo studio in vivo, per valutare l’attività biologica

dell’estratto algale sui ratti. Qui, l’estratto di metanolo

di S. porticalis ha fornito protezione dallo

stress ossidativo indotto dall’ipossia e dai danni ai

agli organi. È stato anche riscontrato, che accelera

l’insorgenza di cambiamenti adattativi nei ratti

a seguito di esposizione ipossica, quindi prodotti

fitochimici bioattivi dell’estratto avrebbero potuto

agire sinergicamente, per produrre un effetto

protettivo ottimale sotto stress ipossico. I risultati

di questo studio confermano anche studi precedenti,

dove è stato osservato un forte aumento

dei livelli di radicali liberi e il conseguente declino

L’alga verde d’acqua

dolce filamentosa

Spirogyra spp. (famiglia

Zygnemataceae), è una

preziosa fonte di composti

bioattivi naturali

ampiamente sfruttati

per attività (antibiotiche,

antivirali, antiossidanti,

antinfiammatorie, citotossiche

ecc.).

© SciePro/shutterstock.com

dello stato antiossidante endogeno negli animali,

a seguito di esposizione a ipossia ipobarica per

7 giorni. La somministrazione dell’estratto di

metanolo di S. porticalis, durante l’esposizione

all’ipossia ipobarica, ha ridotto i livelli di radicali

liberi e la concentrazione di glutatione ossidato

(GSSG), e ha anche aumentato la concentrazione

di glutatione ridotto endogeno (GSH) e il

rapporto GSH / GSSG. L’azione antiossidante

dell’estratto di alghe, potrebbe essere attribuita

al ricco contenuto di polifenoli, flavonoidi, proantocianidine,

esteri di acidi grassi, steroli, alcoli

insaturi e altri componenti bioattivi che ha indotto

l’aumento del livello di GSH antiossidante endogeno

e del rapporto GSH / GSSG nel sangue.

Quindi dimostra l’efficacia dei componenti bioattivi

nel modulare la biosintesi del glutatione e

la stabilizzazione in condizioni ipossiche, ma ciò

necessita di indagini ulteriori.

Questo studio ha rivelato elevate capacità antiossidanti

e una notevole quantità di composti

fenolici totali negli estratti di S. porticalis, che

potrebbero essere utilizzati come un’efficiente

fonte naturale di antiossidanti. E’ stato riscontrato

che l’estratto di metanolo, possiede la più alta

capacità antiossidante e composti fenolici, e questo

è stato ulteriormente studiato per il profilo

chemiometrico GC / MS, l’azione citotossica su

linee cellulari di carcinoma umano e l’azione biologica

in vivo su modello animale. S. porticalis è

un serbatoio di nuovi composti e potrebbe essere

utilizzata come ricchezza, per la scoperta di nuovi

farmaci contro una varietà di disturbi umani,

come lo stress ossidativo.

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

39


di Biancamar

Salute

D

a secoli la cura della persona ha avuto

un’importanza significativa a livello

culturale, sanitario e sociale; ancora

oggi il benessere di capelli e cute ricopre

un ruolo fondamentale.

I capelli sono l’emblema della nostra bellezza,

del nostro star bene; sono importanti quando ci

guardiamo allo specchio, quando usciamo in mezzo

alla gente e perché no, anche quando lavoriamo.

Un aspetto curato, inutile negarlo, ci agevola

in tanti campi della nostra vita e aumenta la nostra

autostima. La bellezza estetica dei capelli non può

essere estrapolata dallo studio della loro biologia

e fisiologia. Mentre i fusti dei capelli, costituiti per

lo più da cellule morte possono essere a lungo manipolati

e risultare utili nel proteggerci da agenti

esterni come sole e freddo, tutt’altro discorso va

fatto per la cute. La pelle è un organo molto complesso

ed esteso, è un confine tra il mondo esterno

e quello interno, tra l’ambiente e il proprio sé. Biologicamente,

lo strato di protezione determinato

dalla pelle non finisce con lo strato corneo ma si

completa con il film idrolipidico e con l’insieme

dei microrganismi che compone il microbioma

cutaneo, Cute, film e microbioma costituiscono

un equilibrio unico come nel caso del cuoio capelluto.

Ma cosa succede se questo equilibrio viene a

mancare? In una situazione di squilibrio possono

insorgere alterazioni più o meno gravi; ad esempio

un eccesso di sebo, o un cambiamento della sua

composizione, rendono il cuoio capelluto un terreno

poco adatto, se non nocivo, per la crescita dei

capelli con lo sviluppo anche di desquamazione.

Variando il pH, vengono favoriti alcuni microrganismi

patogeni a discapito dei commensali creando

infiammazioni locali e sintomatologia pruriginosa

associata. Tali cambiamenti non sono da sottovalutare,

infatti se non risolti subito diventano

cronici, andando a influenzare negativamente

il turnover cellulare

cutaneo e la fisiologia

dei

follicoli

stessi, con conseguenze sullo svolgimento del

ciclo vitale dei nostri capelli.

Viene quindi da chiederci: c’è un modo per

poter contrastare, se non risolvere, queste problematiche?

Approfondiamo questo aspetto grazie

al contributo della dott.ssa Debora Martinelli,

biologa esperta da anni in tricologia, che ci spiega

come la ricerca scientifica in questo campo abbia

individuato alcune piante i cui estratti sono in

grado di fornirci aiuti importanti per i nostri problemi

tricologici. Una delle piante più conosciute

come alleata della pelle è il Rosmarinus Officinalis

(RO), una pianta sempreverde che è stata spesso

usata, fin dai tempi antichi, come ingrediente di

prodotti cosmetici. I suoi estratti contengono il

carnosolo e l’acido rosmarinico, 2 principi attivi in

grado di purificare e sebonormalizzare il distretto

cutaneo. Il carnosolo inoltre, è in grado di

agire direttamente sull’enzima superossido

dismutasi, che degrada

i radicali liberi, liberandoci dal

danno ossidativo che provoca

l’invecchiamento precoce.

Altra azione importante

di carnosolo e acido

rosmarinico, è quella

antinfiammatoria,

in quanto queste

sostanze vanno

ad interagire

con il rilascio

di

spe-

Dalle piante numerosi rimedi per mantene

NATURA E BELLEZZA

40 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Salute

ia Mancini

cifici mediatori infiammatori, riducendo notevolmente

i sintomi quali prurito e rossore. Come se

non bastasse, il RO è in grado di svolgere anche

un’azione antibatterica, soprattutto contro mycobacterium

tubercolosis, e antifungina, in particolare

contro candida albicans e tinea.

Un’altra pianta dalle grandi proprietà correttive

in campo tricologico è l’Eucaliptus Globulus

(EG), pianta sempreverde che cresce soprattutto

in zone con clima temperato. Alcuni studi hanno

dimostrato come EG possa avere un grande impiego

nel trattamento della sintomatologia pruriginosa.

Nello studio di Takagi si è testata una lozione

topica a base di EG su persone con dermatite

atopica, dermatite seborroica e con pitiriasi. I risultati

hanno mostrato un notevole miglioramento

della secchezza della pelle, della desquamazione

e anche degli eritemi presenti nei soggetti

con forme più gravi. Si conclude che gli

estratti EG sono fortemente indicati

per tutte le condizioni cutanee

che presentano condizioni

desquamative con sintomatologia

pruriginosa.

Una pianta invece

meno conosciuta, ma

molto promettente in

campo tricologico, è

il Cardiospermum

Halicacabum, definito

addirittura un

cortisone naturale,

tale

è la

Biologicamente, lo strato

di protezione determinato

dalla pelle non finisce

con lo strato corneo

ma si completa con il film

idrolipidico e con

l’insieme dei microrganismi

che compone il

microbioma cutaneo

© Space Vector/shutterstock.com

Bibliografia

• Zgonc Škulj A et al. “Herbal preparations for the treatment of hair

loss.” Archives Of Dermatological Research 2019 Nov 03.

• Takagi Y et al. “The efficacy of a pseudo-ceramide and eucalyptus

extract containing lotion on dry scalp skin.” Clinical, Cosmetic And

Investigational Dermatology 2018 Apr 06; Vol. 11, pp. 141-148.

• CARLONI D., “Cardiospermum halicacabum for the treatment of

dermatitis. Cardiospermum halicacabum - Sapindaceae family: a

plant with a cortison-like action as a valid alternative to traditional

dermatological applications”, H adn PC Vol. 7(4) October/December

2012, 32-37

• Folashade O. Oyedeji and Olufunsho Samuel Bankole-Ojo2 “Quantitative

evaluation of the antipsoriatic activity of sausage tree (Kigelia

africana).” African Journal of

Pure and Applied Chemistry 18 October, 2012.

sua capacità antinfiammatoria. Gli studi condotti

a tal proposito evidenziano l’inibizione della

liberazione di TNF-a e di ossido nitrico da parte

dei macrofagi, evitando il manifestarsi di sintomi

fastidiosi come prurito e arrossamento. L’effetto,

come detto, è simile a quello cortisonico, ma senza

i potenziali effetti collaterali del farmaco.

Citiamo in ultimo la Kigelia Africana, una

pianta originaria dell’Africa spesso utilizzata dalle

popolazioni indigene per il trattamento di diverse

problematiche cutanee: dall’infezione micotica,

agli eczemi fino alla cicatrizzazione delle ferite.

L’aspetto più interessante legato all’azione dell’estratto

è tuttavia l’effetto benefico che sembra

avere sulla psoriasi, patologia con insorgenza autoimmune,

per la quale è molto difficile trovare

un rimedio. I risultati di molti studi sulla pianta

in ambito tricologico sono davvero sorprendenti:

l’estratto derivato dalla corteccia della pianta ha ridotto

notevolmente i sintomi di psoriasi, secchezza

e desquamazione, tanto da aprire la strada a studi

che potrebbero individuare un percorso specifico

per rendere la vita più serena a tutte quelle persone

che ne soffrono. In conclusione, possiamo

affermare che la natura ci fornisce diverse armi

per poter contrastare alcune delle alterazioni più

comuni che intaccano la bellezza della nostra

chioma; sfruttiamole, così da poter continuare

a sfoggiare il nostro aspetto

migliore.

re in salute il derma e il follicolo pilifero

PER CUTE E CAPELLI

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

41


Intervista


NESSI TRA

MICROPLASTICHE

E SALUTE

NELL’UOMO

Un brevetto sviluppato all’Università di Catania riesce

a rilevare frammenti con dimensioni inferiori ai 10 µm

Intervista alla docente Margherita Ferrante

I

n futuro, grazie al loro metodo innovativo,

sperano di riuscire a rilevare la presenza

di microplastiche persino nell’uomo e

comprendere possibili effetti sulla salute.

Il brevetto “Metodo per l’estrazione e la

determinazione di microplastiche in campioni a

matrici organiche e inorganiche” è italiano, unico

al mondo, ed è in grado, a differenza di altri sistemi

che si basano sul filtraggio, di determinare

anche le microplastiche con dimensione inferiore

ai 10 µm aiutando così a chiarire la relazione tra

microplastiche ambientali e salute.

È stato sviluppato dall’Università di Catania e

realizzato dai docenti Margherita Ferrante, Gea

Oliveri Conti, rispettivamente ordinario e ricercatore

di Igiene generale e applicata nel dipartimento

di Scienze mediche, chirurgiche e tecnologie

avanzate “Gian Filippo Ingrassia” e dal

dottore di ricerca Pietro Zuccarello, nell’ambito

delle attività del Laboratorio di Igiene ambientale

e degli Alimenti dell’Ateneo catanese. Mentre da

Catania stanno depositando in tutto il mondo il

brevetto, il metodo elaborato in Sicilia sarà una

delle dieci tecnologie italiane presentate al prossimo

salone internazionale BioVaria 2021, uno

degli eventi più importanti a livello europeo nel

campo delle Life Sciences, dove vengono presentate

e promosse ad aziende europee le innovazioni

tecnologiche più interessanti e promettenti per

il futuro. Abbiamo chiesto alla dottoressa Margherita

Ferrante di raccontarci di più sull’importanza

di questo metodo.

Siete orgogliosi che il brevetto selezionato

rappresenterà l’Università di Catania e l’Italia a

BioVaria2021?

«Sì, molto orgogliosi. È molto bello che ci abbiano

selezionato, ci ha stupito, non perché non

avessimo consapevolezza del valore del nostro

brevetto, ma perché è un brevetto che va a toccare

interessi molto forti e quindi abbiamo avuto in

passato qualche ostacolo. Diciamo che non tutti

sono contenti che abbiamo messo a punto questo

brevetto».

In che senso?

42 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Intervista

© Kriengsak tarasri/shutterstock.com

Università di Catania.

Il brevetto

Il metodo sviluppato

dall’Università di Catania

è un procedimento che

consente di determinare

e quantificare le

microplastiche inferiori

a 10 micrometri con una

elevata sensibilità. La differenza

rispetto ai metodi

di prima per l’estrazione

di microplastiche è che il

nuovo brevetto non usa

un processo di filtrazione

e riesce ad osservare

anche le nanoplastiche.

Prima di questa invenzione

tutte le metodologie

internazionali prevedevano

un processo di

filtrazione per la raccolta

delle microparticelle che

però non consentiva di

riconoscere le particelle

con diametro inferiore al

poro del filtro utilizzato e

si verificava una perdita

irrimediabile delle micro

e nanoplastiche. Invece il

nuovo brevetto, unico al

mondo, può determinare

anche le microplastiche

con dimensione inferiore

ai 10 µm. Con l’utilizzo di

questo sistema sono già

in attivo varie collaborazioni

fra l’ateneo di

Catania e centri di ricerca

in tutto il Pianeta, dalla

Tunisia all’Austria sino

agli Stati Uniti.

«Nel senso che quando indaghi i rapporti fra

particelle e microparticelle nei substrati, l’avversione

rispetto alle plastiche e le relazioni con la

salute umana, credo sia normale che un brevetto

di questo tipo che aiuta a svelare meglio queste

relazioni non faccia piacere a chi basa tutto, per

esempio, sul commercio delle plastiche, un materiale

ancora diffusissimo. Diciamo così».

State facendo studi anche sull’uomo e possibili

danni da microplastiche?

«Sì, stiamo facendo studi sull’uomo per capire

se ci sono effetti negativi per la salute. In alcuni

studi abbiamo già trovato microplastiche nelle

urine, nel sangue, in diversi liquidi biologici. Ma

trovarle non basta, non è che siano necessariamente

dannose, bisogna vedere gli effetti a livello

di salute. Al momento stiamo facendo queste

indagini attraverso studi di controllo su popolazioni

umane e quindi studieremo vari effetti delle

microplastiche su organi e apparati per capire se

c’è un nesso causa-effetto con danni specifici sul

nostro organismo».

Il problema sono le sostanze presenti nelle

microplastiche?

«Sì, diciamo che è tipico delle plastiche avere

plasticizzanti, metalli, composti che sono interferenti

endocrini. Ma c’è da capire se esiste una

diretta connessione con problemi infiammatori

nell’uomo, malattie dismetaboliche piuttosto che

tumori e quant’altro».

Rispetto ad altri metodi il vostro in cosa si

differenzia?

«La differenza con altri metodi è semplice:

tutti i metodi per separare plastiche da campioni

che sono indagati usano dei metodi di filtrazione.

Quindi filtrando si è legati e vincolati al diametro

dei pori, ovvero passano plastiche in relazione al

diametro dei pori. Noi invece non usiamo filtrazione

quindi estraiamo tutte le plastiche presenti,

per questo vediamo nanoplastiche finora poco

indagate nei vari studi».

E nel dettaglio come funziona?

«Diciamo che il sistema è semplice, ma c’

sempre un brevetto e cerchiamo di non renderne

tutti i segreti troppo noti finché non lo avremo

finito di depositare in tutti i Paesi. Al momento

abbiamo chiesto il deposito in Paesi come Cina,

Stati Uniti, Canada, Europa ed è stato già accettato

ma devono ancora darci il codice di validazione.

Solo dopo potremmo essere più precisi

e fornire dettagli, ma posso dire che usiamo un

principio semplice: semplicemente nessuno ci

aveva pensato prima».

Quanto è importante studiare e comprendere

oggi i problemi ambientali relazionati alla salute?

«I problemi ambientali rispetto alla salute non

possono mai essere visti separatamente. Io faccio

parte della task force del ministero salute ambiente

e le posso dire in 40 anni di esperienza che nulla

di ciò che accade a livello ambientale può essere

visto separato dal resto perché, per esempio, anche

il Covid è risultato di politiche perdenti da

punto di vista ambientale. Uguale per plastiche e

microplastiche, perché al di là che possiamo dimostrare

o meno i loro danni per la salute umana,

sono dei costituenti molto abbondanti all’interno

del particolato atmosferico, un enorme problema

di contaminazione ambientale, a sua volta collegato

con cambiamenti climatici e con Covid. Tutto

è connesso e per risolvere i problemi dovremmo

guardare di più le cose a 360 gradi». (G. T.)

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

43


Ambiente

VACCINI ANCHE

PER GLI ANIMALI

Dai primati sino a visoni e gatti. Si apre

la frontiera dell’immunizzazione per diverse

specie nel tentativo di salvare noi e loro

N

on solo gli umani. Mentre in tutto

il mondo è corsa contro il tempo

per vaccinare più persone possibili

e tentare di arginare l’avanzata

della pandemia, in alcuni zoo e

laboratori americani (e non solo) stanno iniziando

le prime vaccinazioni contro Sars-Cov2

sugli animali. Nell’ultimo anno di pandemia

da Covid-19 l’attenzione planetaria si è concentrata

giustamente sull’emergenza sanitaria

e poco si è tornati a parlare di come tutto è,

molto probabilmente, cominciato: la zoonosi.

Il salto di specie, ancora non chiaro, avvenuto

si stima probabilmente da un pipistrello a

un altro animale che lo avrebbe poi trasmesso

all’uomo. Tra indagini, anche dell’Oms, centinaia

di studi e report di scienziati, ancora non

si hanno le idee chiarissime su come sia iniziato

il contagio: quel che è certo è che in questa

pandemia le incessanti azioni dell’uomo, come

l’invasione di habitat e la conseguente perdita

di biodiversità, hanno probabilmente agevolato

fenomeni di zoonosi che hanno innescato

l’epidemia che oggi conosciamo.

Adesso giustamente la scienza sta ponendo

una maggiore attenzione al ruolo degli animali

in questo complesso e storico contesto e sta

spendendo più risorse non solo per studiarli e

conoscerne i segreti del contagio, ma anche per

proteggerli. Nello zoo di San Diego sono iniziate

per esempio alcune vaccinazioni su oranghi,

bonobo e gorilla, nel tentativo di proteggerli

da contagi già avvenuti. Recentemente alcuni

visoni sono stati invece vaccinati all’interno di

laboratori americani ed europei. Ora, nuove

ricerche, spingono per la futura immunizzazione

anche di gatti e cani domestici. Lo sostiene

per esempio un team di virologi sulla

rivista Virulence specificando la necessità di

vaccinare gli animali. Gli esperti di malattie

infettive e genomica dell’Università dell’East

Anglia, l’Earlham Institute e l’Università

del Minnesota, in uno studio sostengono

che la continua evoluzione del virus negli

ospiti animali, come per gatti e visoni, seguita

dalla possibile trasmissione in altri

ospiti, rappresenti un rischio significativo a

lungo termine per la salute pubblica. Non

è impensabile dunque «che la vaccinazione

di alcune specie animali domestiche possa

essere necessaria anche per frenare la diffusione

dell’infezione» scrivono i ricercatori.

Per ora intanto per la prima volta è stato

vaccinato un gruppo di primati non umani contro

il Covid-19. Si tratta in totale nove grandi

scimmie dello zoo di San Diego, quattro oranghi

e cinque bonobo, che hanno ricevuto dosi

del vaccino Zoetis, marchio legato alla Pfizer. Al

momento si tratta di un vaccino sperimentale e

non ancora approvato ufficialmente, ma pensato

per gli animali in ambito veterinario.

L’idea di vaccinarli è nata, anche in questo

caso, dopo una ingerenza umana. Un custode

dello zoo infatti nei mesi scorsi è risultato positivo

e si crede che abbia contagiato alcuni gorilla

presenti nella struttura. Essendo pochissime

44 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Ambiente

centinaia

i primati

presenti in cattività

negli zoo di

tutto il mondo, i veterinari

dello zoo di San Diego

si sono così trovati davanti alla scelta se

tentare di vaccinare, anche se con un vaccino

sperimentale, gli animali presenti, oppure correre

il rischio di nuovi contagi. Dopo una lunga

diatriba si è scelto di vaccinarli e, dopo le

prime iniezioni su oranghi e bonobo, a breve i

membri dello zoo prevedono di vaccinare anche

altri tre bonobo e un gorilla.

«Era una situazione che ci ha fatto capire

che le nostre altre scimmie erano a rischio» ha

spiegato al San Diego Union Tribune Nadine

Lamberski la responsabile della conservazione

del San Diego Zoo Wildlife Alliance. «Il nostro

scopo è fare del nostro meglio per proteggerli

da questo virus perché non sappiamo davvero

che impatto avrà su di loro». Per prassi, tutti i

veterinari e diversi membri dello staff sono stati

vaccinati contro il coronavirus e successivamente

i responsabili hanno optato per l’uso del vaccino

sperimentale di Zoetis in grado di stimolare l’immunità

contro il coronavirus negli animali, un

vaccino che poco prima in alcuni laboratori era

stato testato già su visoni, cani e gatti.

Un po’ come avvenuto per gli esseri umani,

anche per i vaccini animali si è aperto il dibattito

su possibili effetti collaterali del vaccino sperimentale.

Da quanto riferito dai membri dello

zoo di San Diego, i primati vaccinati hanno

mostrato pochi sintomi collaterali, in generale

“prurito nel punto dell’iniezione e alcuni si

sono massaggiati ripetutamente la testa”, probabilmente

a causa di un dolore poi svanito.

L’iter seguito dallo zoo di San Diego potrebbe

presto ripetersi anche in altre strutture

e riserve del mondo. Le vaccinazioni sperimentali,

oltre allo scopo di permettere

l’immunità agli animali, servono infatti

agli scienziati anche per esaminare

reazioni, campioni di sangue

e comprendere meglio i livelli di

anticorpi nella speranza che i dati

raccolti aiutino a fornire una opportunità

preziosa per comprendere

meglio l’efficacia del vaccino sugli

animali. Al momento, Zoetis prevede

nuove scorte di vaccino dedicate agli

animali e si è in attesa dell’approvazione

ufficiale negli Stati Uniti, anche se c’è già

una trattativa in corso con il Dipartimento

dell’Agricoltura degli Stati Uniti per l’approvazione,

per esempio, nel vaccino per visoni.

Secondo diversi esperti, la nuova frontiera dei

vaccini sugli animali, che siano esemplari in cattività

o animali domestici, potrà essere utile sia

per proteggere gli animali stessi sia per evitare

futuri sviluppi e varianti del virus che potrebbero

colpire la salute umana. (G. T.).

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

45


Ambiente

LA RESISTENZA

DEL FICO D’INDIA

Ecco perché potrebbe essere il cibo

(e non solo) del futuro

di Giacomo Talignani

P

arola d’ordine “resistenza”. È

quello che gli scienziati di tutto il

mondo cercano nei cibi del futuro:

resistenza alle alte temperature, ad

ondate di calore, ma anche a siccità,

inondazioni ed eventi meteo che a causa del

surriscaldamento saranno sempre più intensi.

La dieta del futuro, si sa, dovrà includere sempre

meno agricoltura e allevamenti intensivi,

con meno carne e più verdure, frutta, cereali

e legumi sul piatto. Ma soprattutto, dovrà trovare

nuovi cibi e fonti energetiche (anche per

i biocarburanti) che siano in grado di sopravvivere

negli scenari del domani, quelli di un

Pianeta più caldo e arido. Da diversi anni uno

di questi super cibi dall’altissima resistenza è

stato individuato nel fico d’india, pianta succulenta

appartenente alla famiglia delle cactacee,

che ha incredibili proprietà e caratteristiche.

Nel 2017 la Fao lo aveva già promosso come

una delle piante più resistenti al caldo e climi

aridi, capace di assorbire alte quantità di CO2

e ottima sia per l’alimentazione umana che per

la produzione di mangimi. Ora una nuova ricerca

sottolinea nuovamente queste proprietà,

specificando perché il fico d’India potrebbe

essere in futuro una risorsa ancor più di note

coltivazioni come soia e mais, che soffrono per

il surriscaldamento, un cibo che potrebbe sfamare

milioni di persone nelle aree più aride del

mondo e al tempo stesso una pianta utilizzabile

come biocarburante.

La sua funzione di cibo altamente sostenibile

è stata recentemente sottolineata in

una ricerca pubblicata su

GCB-Bioenergy da un

team di esperti dell’Università

del Nevada, Reno,

fra cui John Cushman,

professore di biochimica

e biologia molecolare

del College of Agriculture,

Biotechnology & Natural

Resources dell’Università

del Nevada. Da anni biologi e

biochimici del Nevada stanno

lavorando proprio su quelle che

nel sud Italia chiamiamo “pale”, i

fichi d’India presenti sia nel Centro

America, in diverse zone aride del mondo

e anche nel sud del Mediterraneo, con grandi

quantità per esempio in Puglia, Calabria e

Sicilia. Come noto, i pochi decenni andremo

incontro a temperature sempre più elevate,

estati più lunghe e mancanza di risorse idriche,

ecco il perchè dell’interesse specifico per una

pianta capace di resistere alle alte temperature

e che necessita di pochissima acqua. Una coltura

che, sostengono i ricercatori, potrebbe diventare

in futuro anche più importante di soia,

mais o addirittura riso.

«Le aree aride diventeranno più asciutte

a causa dei cambiamenti climatici - sostiene

John Cushman nel raccontare la sua ricerca - e

alla fine in futuro vedremo sempre di più questi

problemi di siccità che interessano colture

come mais e soia». È dunque necessario ricercare

colture e soluzioni “più sostenibili”, come

46 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


© Daria Ustiugova/shutterstock.com

Ambiente

appunto l’opuntia ficus indica. Dopo diversi

test effettuati in cinque anni all’interno del

Southern Nevada Field Lab della Experiment

Station a Logandale in Nevada gli esperti indicano

che il fico d’india ha una ottima chance di

diventare sia materia bioenergetica per sostituire

le fonti fossili, sia che come pianta che ha

la più alta produzione di frutti utilizzando fino

all’80% in meno di acqua rispetto ad altre colture

tradizionali. «Il mais e la canna da zucchero

sono le principali colture bioenergetiche in

Pianta succulenta della

famiglia delle cactacee,

ha incredibili proprietà e

caratteristiche

© Marco Ossini/shutterstock.com

questo momento, ma usano

da tre a sei volte più acqua

del fico d’India» sostiene

Cushman.

«Questo studio dimostra

che la produttività

del fico d’India è alla

pari con queste importanti

colture bioenergetiche,

ma utilizza meno

acqua e ha una maggiore

tolleranza al calore, il

che rende questa coltura

molto più resistente al

clima».

L’ottima capacità di

immagazzinare CO2 in

modo sostenibile e il fatto

che cresca in zone siccitose

permette al fico d’india

di avere dunque nuove

opportunità: “Con circa il

42% della superficie terrestre

in tutto il mondo classificata

come semi-arida o arida c’è un

enorme potenziale per piantare

tanti fichi d’india per il sequestro

del carbonio. Possiamo iniziare a

coltivare colture in aree abbandonate

che sono marginali e potrebbero non

essere adatte ad altre colture, espandendo

così l’area utilizzata per la produzione

di bioenergia” sostiene ancora Cushman.

A questo va aggiunto il fatto che offrendo un

raccolto perenne il fico d’india potrebbe essere

utilizzato per il foraggio come mangime per animali,

oltre naturalmente, come alimento per gli

esseri umani, che già lo consumano sotto varie

forme, dalle marmellate alle gelatine e diversi altri

piatti. Infine gli esperti sostengono che molti

dei segreti del fico d’India siano nei suoi geni che

potrebbero essere, se studiati e utilizzati, in grado

di migliorare l’efficienza nell’uso d’acqua di altre

piante. L’opuntia ha infatti la straordinaria capacità

di trattenere l’acqua chiudendo i suoi pori

durante il caldo del giorno per prevenire l’evaporazione

e aprirli di notte per respirare: scoprendo

i segreti dei suoi geni e con esperimenti specifici

su DNA e RNA, gli scienziati sperano dunque

di aiutare altre piante ad aumentare la tolleranza

alla siccità e ad avere più “resistenza”, quella caratteristica

che candida il fico d’India a preziosissima

risorsa per il domani.

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

47


Ambiente

IN EUROPA,

DUE MILIARDI

DI LAMPADINE

RICICLATE

L’Italia ha contribuito, dal 2008, con la raccolta

di circa 170 milioni di sorgenti luminose

di Gianpaolo Palazzo

L

uci nell’anno più buio, quello della

pandemia. Si potrebbero sintetizzare

con un titolo ad effetto la raccolta e il

riciclo, da parte dei diciannove membri

di “EucoLight”, che hanno raggiunto i

due miliardi di lampadine in oltre quindici anni.

L’associazione europea delle organizzazioni di

raccolta e riciclaggio per lampade e illuminazione

ha presentato, durante un seminario on-line, i

propri risultati vantando oltre duecentocinquantamila

tonnellate di lampadine smaltite correttamente,

che equivalgono in peso a 140 volte il

London Eye, mentre messe in fila potrebbero

accompagnarci per cinque volte attorno alla

Terra. Tra i tanti vantaggi, si possono aggiunger

quelli derivanti dalla riduzione dell’estrazione di

materie prime in natura, riutilizzando migliaia

di tonnellate per il vetro, i metalli e la plastica,

un deciso passo in avanti verso un’economia di

tipo circolare.

Come ricordato in apertura dell’evento

dal presidente di “EucoLight”, nonché vicedirettore

della francese “Ecosystem”, Hervè

Grimauld, il percorso è iniziato nei primi

anni 2000, quando l’Unione Europea ha introdotto

il principio di Responsabilità Estesa

del Produttore (EPR) per i RAEE (Rifiuti di apparecchiature

elettriche ed elettroniche). Allora i

produttori di luci hanno capito l’importanza di

quell’obbligo, sviluppando una rete europea di

organizzazioni di responsabilità del produttore

(ORP) e fissando, sin da subito, un fine chiaro:

raccogliere e riciclare più lampadine possibili in

modo rispettoso per l’ambiente.

Il contributo del nostro Paese, attraverso

“Ecolamp”, il consorzio per il recupero dei

RAEE, ci ha portati, dal 2008 ad oggi, a riciclare

circa 170 milioni di sorgenti luminose, pari ad

oltre ventimila tonnellate, una quantità idonea a

coprire 44 volte la superficie di Piazza San Pietro

a Roma. “Ecolamp” sin dalle origini, oltre a gestire

la raccolta nelle isole ecologiche comunali, ha

incrementato i propri servizi specifici per installatori

e professionisti. Sono state organizzate oltre

diecimila missioni all’anno aiutando cinquemila

clienti professionali. Ora si possono contare più

di 1.630 punti di raccolta serviti, con una gestione

annuale che si aggira intorno alle 3.500 tonnellate

di RAEE. Lo scorso anno, difatti, delle 3.446 tonnellate

di RAEE smaltite correttamente il 47%

proveniva da luci esauste (R5) mentre il 53%,

1.835 tonnellate, appartiene alla categoria dei

piccoli elettrodomestici, elettronica di consumo

e apparecchi di illuminazione giunti

a fine vita (R4). Il tasso di recupero

tra materia ed energia supera il 95%.

Negli impianti di trattamento

specializzati sono confluite

1.611 tonnellate di lampadine.

Tra queste,

il 41% è stato

conferito da

installatori

e

48 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Ambiente

manutentori, con i servizi volontari di raccolta,

uno dei punti di maggior interesse del canale

professionale. Il 59% arriva, al contrario, dai

centri comunali e dagli spazi di raggruppamento

della distribuzione destinati ai cittadini.

Fabrizio D’Amico, Direttore Generale del

consorzio, nel suo intervento durante il webinar

celebrativo ha ricordato che: «Dall’inizio

dell’operatività, nel 2008, “Ecolamp” ha raccolto

e avviato a riciclo oltre ventimila tonnellate di

sorgenti luminose esauste, dando un importante

contributo alla cosiddetta economia circolare.

Quello raggiunto è un grande traguardo, ma non

è ancora sufficiente. Vogliamo puntare a nuovi

obiettivi e conquistare quanto prima i target stabiliti

dalla Direttiva Europea. Questo è il grande

impegno a cui intendiamo dedicarci nei prossimi

anni. La flessione, registrata nei primi mesi del

2020, a causa

della

In Italia si possono

contare più di 1.630 punti

di raccolta serviti, con

una gestione annuale

che si aggira intorno alle

3.500 tonnellate di RAEE.

© JasminkaM/shutterstock.com

© Gualberto Becerra/shutterstock.com

I dati nelle Regioni

Sono cinque le regioni italiane che

supportano il 65% della raccolta di

lampadine, per un totale di 1.042 tonnellate

gestite da “Ecolamp”. Prima della

classe si conferma, anche per il 2020, la

Lombardia con 372 tonnellate. È seguita

da Veneto (206), Lazio (172), Emilia

Romagna (164), Piemonte (128), Toscana

(115), Campania (66), Puglia (61), Marche

(57) e Sicilia (51). Per quanto riguarda

le province, il podio più alto va a Milano

con 99 tonnellate. Seguono Roma (93) e

Bergamo (71). Queste prime tre province

totalizzano il 16% nella raccolta complessiva

di lampadine. Dati positivi per Latina,

che è entrata tra le prime dieci con 69

tonnellate, Torino (57), Bologna (50) e per

Napoli (30), città che si conferma prima

nel Sud Italia.

pandemia non ha influito significativamente sulla

raccolta complessiva. La forte ripresa avuta già

prima dell’estate, infatti, ci ha consentito di chiudere

in linea con i numeri del 2019». Per Maria

Banti, funzionario della Direzione generale ambiente

presso la Commissione europea, «i rifiuti

prodotti dall’elettronica sono il flusso in più

rapida crescita in tutto il mondo e il ruolo delle

organizzazioni di responsabilità del produttore

è vitale per l’attuazione della direttiva RAEE».

Simona Bonafè, membro del Parlamento europeo

e relatrice del pacchetto sull’economia

circolare dell’UE, inserendo simbolicamente

la duemiliardesima lampadina nel contenitore

“EucoLight”, ha affermato: «Il traguardo celebrato

dal settore dell’illuminazione è uno straordinario

esempio di potenziale dell’economia

circolare, quando tutti gli stakeholder coinvolti

cooperano positivamente». Secondo i risultati

dell’ultimo studio “EucoLight”, realizzato

all’inizio del 2020 e commissionato a “GfK Italia”

sulle percezioni e sui comportamenti dei

cittadini riguardo al trattamento dei rifiuti di

illuminazione e di altri elettrodomestici, una

percentuale tra il 62% e l’88% ha correttamente

individuato il luogo giusto per smaltire i

rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche.

Tuttavia, proprio guardando alle cifre,

c’è ancora un margine di miglioramento per far

crescere tra gli Europei la loro consapevolezza

ambientale e incrementare, in tal modo, il benessere

comune.

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

49


Ambiente

«F

orse domani correrò / dietro il

suo treno...» Claudio Baglioni

nel suo singolo “Amore bello”,

maggio del 1973, descrive l’ultima

serata insieme di due amanti,

prima della partenza di lei su un vagone che

raggiungerà una delle tante stazioni sparse sui

19.353 km di linee ferroviarie. Allora sarà stato

un “viaggio sentimentale” faticoso, ma lo sarebbe

anche adesso, poiché la maggior parte della

rete italiana è a binario unico (il 56,3%), come si

può intuire dalla lettura del rapporto Pendolaria

2021 di “Legambiente”. Il Sud spicca per i suoi

svantaggi con esempi quali la Calabria, 686 km

a binario unico su 965 (il 69,6%), la Basilicata,

solo 18 km di binario doppio e il 96,1% a binario

singolo, la Sardegna (549 km a binario semplice

su 599) e la Sicilia (1.267 km a binario singolo su

1.490 km totali di rete, l’85%).

Fino all’8 marzo 2020, data d’inizio della chiusura

quasi totale per il Covid-19, i segnali erano

positivi, con cifre in crescita partendo dalle metropolitane

fino all’alta velocità. Dopo la successiva

riduzione degli spostamenti e le limitazioni

al riempimento massimo per garantire il distanziamento

sociale, sono arrivate nuove scomodità

per i pendolari. Vengono citate le linee Cumana,

Circumflegrea e Circumvesuviana di Napoli, la

Roma Nord, dove la situazione già prima della

pandemia era difficile, con treni vecchi, lenti e in

ritardo, la Roma Porta San Paolo - Lido di Ostia,

che «ha perso il 45% dei passeggeri dal 2014» o

«la difficile situazione della Lombardia a seguito

della sostituzione di 139 corse con autobus, su

alcune linee».

Negli ultimi dieci anni, però, il numero di

coloro che ha scelto il treno è cresciuto, sia sui

regionali sia su quelli nazionali, sfortunatamente

con dati molto diversi tra le diverse aree. I passeggeri

dell’alta velocità di Trenitalia sono saliti dai

6,5 milioni del 2008 ai 40 nel 2019: un aumento

esponenziale (+515%), connesso al raddoppio

della flotta in viaggio. Sempre nello stesso anno,

il numero di persone che quotidianamente si

spostavano su collegamenti nazionali era di circa

50mila sugli Intercity e di 170mila sull’alta velocità

tra le Frecce di Trenitalia e Italo. Fuori da

quel recinto celere, tuttavia, l’offerta dei convogli

a lunga percorrenza, finanziati con il contributo

pubblico, in termini di treni per chilometri è scesa

dal 2010 al 2019 del 16,7% e simmetricamente

sono calati i viaggiatori del 45,9%. La leggera

ripresa (+0,8%) di due anni fa non ha inciso più

di tanto.

Passeggeri in forte ascesa, all’opposto, sui treni

regionali e metropolitani, sorpassando i sei milioni

ogni giorno con un incremento del 7,4% tra

2018 e 2019. I pendolari sui regionali sono lievi-

Ferrovie: Legambiente, in Italia su 19.353 km di linee ferroviarie

è a binario unico il 56,3%” soprattutto al Sud

ATTESE TRA LE ROTAIE

50 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Ambiente

tati di circa 19mila unità nel 2019 (+0,6% rispetto

al 2018), approdando a 2 milioni e 938mila, mentre

le linee metropolitane hanno avuto 270mila

viaggi in più al giorno nel 2019 (+9,7% in confronto

al 2018), per un totale di oltre tre milioni

di spostamenti quotidiani nelle sette città in cui la

metro è presente, soprattutto a Milano, Catania e

Brescia e Roma, grazie al collegamento tra metro

A e C.

«È stata fotografata - spiega Edoardo Zanchini,

vicepresidente di “Legambiente” - la situazione

del trasporto ferroviario ai tempi del Covid-19,

ma vogliamo focalizzare l’attenzione sulle opportunità

irripetibili offerte dal Next Generation

EU che, insieme ai fondi strutturali europei e

agli investimenti nazionali, può rappresentare la

svolta per la mobilità nel nostro Paese al 2030.

Il Recovery Plan, proposto dal Governo Conte,

deve essere modificato: oggi è una lista d’interventi,

mentre il Paese ha bisogno di una visione

del cambiamento che si vuole mettere in campo,

per affrontare i problemi e migliorare l’accessibilità

su ferro in ogni parte d’Italia, in modo da raggiungere

gli obiettivi di riduzione delle emissioni

di CO2 fissati dall’Unione Europea al 2030 e al

2050. Emissioni alle quali il settore dei trasporti

contribuisce per il 26% e che dal 1990 a oggi non

hanno visto alcun calo. In tal senso, riteniamo

un’ottima scelta la nomina di Enrico Giovannini

alla guida del Dicastero delle Infrastrutture e dei

Trasporti e siamo pronti a dare il nostro contributo

per uno sviluppo sostenibile che guardi alle

priorità del Paese».

Al centro del Recovery Plan, per “Legambiente”,

occorrono scelte lungimiranti, idonee ad

accelerare la decarbonizzazione e migliorare la

facilità di utilizzo nel trasporto su rotaia. Un ruolo

da protagonisti devono giocarselo innanzitutto

le aree urbane, in cui ci sono oltre i due terzi degli

spostamenti. La meta sarà incrementare il numero

di viaggi al giorno su regionali e le metropolitane,

arrivando a dieci milioni entro il decennio.

«Tutti i dati pre-pandemia confermano la voglia

degli Italiani di prendere treni, metro e tram, lasciando

a casa l’auto. Con il Recovery Plan - sottolinea

Zanchini - dobbiamo accelerare questa

prospettiva attraverso investimenti e riforme non

più rinviabili, dal recupero dei ritardi infrastrutturali

nelle aree metropolitane all’elettrificazione

delle linee ferroviarie al Sud, al potenziamento

delle linee nazionali secondarie. Un cambiamento

è possibile, come confermano le esperienze e i

numeri positivi raccontati in questi anni e osservati

ovunque si offra un’alternativa competitiva ai

milioni di pendolari che si muovono ogni giorno

nelle città, oggi principalmente in auto, aiutando

così sia l’economia sia il turismo». (G. P.).

Il progetto

“P

endolaria 2021”

propone trentotto

storie e tante altre,

consultabili sul sito

dedicato al rapporto,

con esempi positivi,

da Nord a Sud, nella

mobilità sostenibile.

Molte riguardano la

trasformazione degli

spostamenti grazie

alle linee tramviarie

presenti, per esempio,

a Padova, Firenze

o Palermo. Altre

raccontano le metrotranvie,

come in

Sardegna, a Sassari

e a Cagliari, il progetto

di una metropolitana

di superficie

a Ragusa, le nuove

velostazioni, grazie

alle quali gli spazi in

città sono rigenerati

e i pendolari possono

raggiungere i

luoghi di partenza in

bicicletta, piuttosto

che in auto, come

a Rimini, Cesano

Maderno, Busto

Arsizio e Como

Borghi. Regaleranno

soddisfazioni,

infine, le future linee

turistiche in diciotto

aree di particolare

pregio naturalistico

e/o archeologico.

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

51


Ambiente

A MARZO

LA GIORNATA

MONDIALE DELLA

FAUNA SELVATICA

Nonostante l’Italia ospiti circa la metà delle specie vegetali

e circa un terzo di tutte le specie animali attualmente presenti

in Europa, la sua biodiversità sta diminuendo a causa

della perdita di habitat, della crisi climatica, dell’inquinamento

diffuso e dell’eccessivo sfruttamento delle riscorse

Q

uella che a causa dell’emergenza sanitaria

alcuni studiosi hanno chiamato

antropopausa, un periodo durante il

quale si è alleggerita la pressione umana

sulla Natura, ha portato anche dei

vantaggi sul territorio italiano. Nel report “Fauna

selvatica a rischio” curato da “Legambiente”

scopriamo che dopo oltre cinquant’anni di assenza,

la foca monaca è ricomparsa stabilmente nel

Mediterraneo. Comune in tutto il Mare Nostrum

e lungo le coste nordoccidentali dell’Africa, fino

alle Isole Canarie e Madeira, la Monachus monachus

ha rischiato l’estinzione, perché era cacciata

per la pelle, l’olio, la carne e ha subito la degradazione

dell’habitat costiero, oltre al turismo non

sempre rispettoso nei suoi confronti. Ci sono poi

le buone notizie sul camoscio appenninico e il

lupo. Grazie al programma LIFE e all’impegno

delle aree protette, abbiamo circa tremila esemplari

di camoscio nei Parchi dell’Appennino centrale

contro i trenta esemplari agli inizi del ‘900.

Anche il lupo, specie protetta dalle leggi nazionali

e internazionali, ha riconquistato luoghi da cui

era scomparso, con dati che oscillano tra i 1.800 e

i 2.400 individui, su cui è attivo un monitoraggio

da parte di Ispra (Istituto superiore per la protezione

e la ricerca) per avere cifre più complete.

Nonostante ciò, la nostra biodiversità sta diminuendo

per la crisi climatica, l’inquinamento,

l’eccessivo sfruttamento delle risorse, l’attività

umana e l’introduzione di fauna “aliena” invasiva.

Quella “tricolore” è stimata in oltre 58.000

specie, di cui circa 55.000 di invertebrati (95%),

1.812 di protozoi (3%) e 1.265 di vertebrati

(2%). «Alcuni gruppi, come alcune famiglie di

invertebrati, - si legge nel rapporto - sono presenti

in misura doppia o tripla, se non ancora maggiore,

rispetto ad altri Paesi europei». Sono dodici,

ciò nonostante, a rischiare la propria esistenza:

il grifone, con un numero stimato di circa 600

individui, la trota mediterranea, il tritone crestato

italiano, la lontra, l’orso bruno marsicano, il lupo

e il camoscio appenninico, le farfalle e gli impollinatori,

per poi passare a squali, delfini e alla

tartaruga Caretta caretta. Per cercare d’invertire

la rotta, entro il 2030, è essenziale, quindi, reintegrare

le foreste, i suoli e le zone umide, creando

spazi verdi, in primo luogo nelle città.

Secondo l’associazione ambientalista il capitale

naturale andrebbe incrementato con le aree

52 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Ambiente

© Michal Ninger/shutterstock.com

protette e le zone di tutela integrale, coordinando

meglio la biodiversità, rafforzandone la conoscenza

e il monitoraggio. Occorrerebbe, inoltre,

potenziare la gestione della Rete Natura 2000 e

sistemare i Piani d’azione per le specie faunistiche

in difficoltà ultimando, ad esempio, il Piano di

conservazione e gestione nazionale del lupo, consolidando

le tecniche per la tutela dell’orso bruno

(PACOBACE e PATOM) e aggiornando il Piano

d’azione del camoscio appenninico.

«Il declino della biodiversità - spiega Antonio

Nicoletti, responsabile nazionale aree protette e

biodiversità di “Legambiente” - è uno dei maggiori

problemi ambientali che l’umanità si trova

ad affrontare. Malgrado ciò, la portata e la gravità

delle conseguenze di questo declino non sono

ancora percepiti dal grande pubblico e dalla gran

parte dei decisori politici. Nel nostro Paese manca

ancora la capacità di pianificare le priorità e

le scelte per mettere in sicurezza il nostro capitale

naturale. Mancano gli strumenti, sia i Piani

d’azione delle specie a rischio che le risorse per

continuare a operare in questo campo, e manca la

capacità di concertare e decidere in maniera appropriata

anche questioni spinose come nel caso

L’avvoltoio grifone è tra i

più grandi uccelli presenti

nel nostro Paese. Può

raggiungere un’apertura

alare di 280 cm e un

peso che va dai 6,5 ai 12

kg. È ad alto rischio di

scomparsa.

© LeAndr/shutterstock.com

dell’incomprensibile ritardo nell’approvazione

del Piano di gestione e conservazione del lupo.

Per questo è importante adottare un approccio

integrato alla risoluzione dei problemi e mitigare

la perdita di biodiversità, ridurre l’impatto della

crisi climatica aumenta e prevenire le zoonosi rispettando

anche gli obiettivi contenuti nella Strategia

dell’UE sulla biodiversità per il 2030».

Tra le altre proposte, messe nero su bianco

nel report, ci sono i Piani di adattamento e mitigazione

al cambiamento climatico per la fauna

a rischio; la strategia marina per rafforzare

la tutela della fauna e gli ecosistemi costieri e

marittimi. La nascita di una rete italiana sui boschi

vetusti e le aree rifugio per la fauna selvatica

oppure la destinazione di risorse per la tutela,

il monitoraggio e la gestione dell’ambiente, favorendo

soluzioni che prendano spunto dalla

natura (Nature Based Solution - NSB), gioverebbero

alla ricostituzione delle aree degradate.

Altro problema da non sottovalutare deriva dalle

specie invasive, che possono essere arginate

applicando in modo rigoroso i regolamenti, le

norme nazionali ed europee per custodire gli

ambienti naturali salvandoli dagli effetti negativi

di questa minaccia, particolarmente nelle zone

più esposte come le isole, i corsi d’acqua oppure

le aree cittadine. Il rewilding (rinselvatichimento)

del territorio e gli investimenti nei centri per

il recupero della fauna selvatica completerebbero

il percorso, arricchendolo e spalancandoci

davanti agli occhi un inaspettato “nuovo” mondo

pieno di meravigliose sorprese. (G. P.).

L’avvoltoio grifone

Il Gyps fulvus, tra i più grandi uccelli presenti

nel nostro Paese, può raggiungere

un’apertura alare di 280 cm e un peso che va

dai 6,5 ai 12 kg. È ad alto rischio di scomparsa

per: l’uso irresponsabile di bocconi

avvelenati, il calo del tasso di mortalità del

bestiame, con conseguente minore disponibilità

di risorse, per i disturbi antropici diretti

e indiretti. Si aggiungono pure l’elettrocuzione,

la collisione con impianti di energia elettrica,

l’intossicazione da sostanze chimiche

e da piombo usato nella caccia, le malattie,

mancanza, frammentazione e trasformazione

degli habitat. Negli ultimi vent’anni si sono

succeduti parecchi progetti a sua tutela in

Sardegna e d’introduzione o re-introduzione

con casi di successo in Friuli - Venezia

Giulia (Alpi Orientali), in Abruzzo (Appennino

abruzzese) e in Sicilia.

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

53


Ambiente

L’URAGANO SPAZIALE

SOPRA IL POLO NORD

I ricercatori dell’Università inglese di Reading hanno scoperto come plasma

e campi magnetici nell’atmosfera possano esistere in tutto l’universo

di MIchelangelo Ottaviano

G

li uragani (dal caraibico

huracan, nome indigeno

del Dio del vento), o per

usare un termine meteorologicamente

più preciso i

“cicloni”, sono delle zone atmosferiche

di bassa pressione, ovvero aree in

cui la pressione atmosferica è minore

di quella delle regioni circostanti alla

stessa altitudine.

Esse sono caratterizzate da un

vortice atmosferico a cui associamo

il cattivo tempo meteorologico (temporali,

pioggia e vento), e infatti i cicloni,

che prendono il nome di uragani

se sono tropicali, corrispondono

a quelle che banalmente chiamiamo

© viktorov.pro/shutterstock.com

perturbazioni atmosferiche. Sono

fenomeni di grandi dimensioni che

si manifestano nella parte più bassa

dell’atmosfera terrestre, la troposfera,

dove ha origine anche la maggioranza

degli altri eventi atmosferici.

Tuttavia, disturbi simili agli uragani

non erano mai stati rilevati nell’atmosfera

superiore della Terra.

A cancellare quel “mai” ci hanno

pensato i ricercatori dell’Università

di Reading che, attraverso le informazioni

trasmesse dai satelliti, hanno

potuto aggiungere questa novità

all’inventario delle scoperte. Gli

scienziati inglesi hanno capito che

non si trattava di un normale vortice

d’aria, ma di una massa di gas ionizzato

e plasma concentratasi proprio

sopra il Polo Nord. La frazione

dell’atmosfera terrestre in cui questa

massa si è costituita è la cosiddetta

ionosfera, una zona nella quale le radiazioni

del Sole, e in misura molto

minore i raggi cosmici provenienti

dallo spazio, provocano la ionizzazione

dei gas componenti. Estesa

fra i 60 e i 1000 km di altitudine, e

quindi appartenente sia alla mesosfera

sia alla termosfera, può essere

ulteriormente divisa in strati che

ne evidenziano le diverse proprietà

elettriche, dovute alle variazioni di

composizione e dell’intensità di radiazione

solare ricevuta.

A supportare la tesi del team di

Reading ha contribuito una serie di

dati raccolti nel 2014 dall’Università

cinese di Shandong. Inoltre, grazie

alle ricostruzioni virtuali, sono state

effettuate delle misurazioni precise

e definite le particolarità di questo

sensazionale fenomeno. Secondo

quanto osservato dagli scienziati, da

una massa di 600 miglia di larghezza

(circa 965 km) stavano piovendo elettroni

al posto della normale acqua di

un uragano terrestre, con la perturbazione

che è durata quasi otto ore

prima di rompersi. Fino ad ora non

era certo che esistessero anche uragani

di plasma spaziale, e questo fa supporre

che plasma e campi magnetici

nell’atmosfera dei pianeti possano

esistere in tutto l’universo e che non

siano fenomeni poi così rari.

Infine, si è scoperto che l’uragano

spaziale, verificatosi durante un

periodo di bassa attività geomagnetica,

condivide molte caratteristiche

con quelli terrestri: una zona centrale

tranquilla, cesoie, bracci a spirale

e una circolazione diffusa. Secondo

gli scienziati è probabile che questo

tipo di uragani porti a effetti meteorologici

spaziali come disturbi nelle

comunicazioni radio ad alta frequenza,

o maggiori interferenze nella navigazione

satellitare e nei sistemi di

comunicazione.

54 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Ambiente

L’AMOC STA SCOMPARENDO

PER IL GLOBAL WARMING

Danni enormi a uno dei principali sistemi di circolazione oceanica della Terra

che ridistribuisce il calore sul nostro pianeta e ha un impatto importante sul clima

© Peter Hermes Furian/shutterstock.com

C

he la Terra stia vivendo

uno dei momenti climatici

più difficili non è una

notizia nuova, ma la sensibilizzazione

delle coscienze

e l’attenzione a questo tema

probabilmente non saranno mai abbastanza.

Il surriscaldamento globale

ha rotto gli equilibri di gran parte

delle biodiversità sul nostro pianeta,

sta modificando le nostre abitudini

alimentari e la nostra quotidianità,

e renderà le economie sempre più

instabili se la corsa forsennata del

sistema capitalistico non verrà indirizzata

sui binari della sostenibilità.

Tutto sta cambiando drasticamente,

e alcuni di questi cambiamenti sono

punti di non ritorno.

L’allarme dal mondo scientifico

arriva da un gruppo di ricercatori

irlandesi, tedeschi e inglesi che sulla

rivista Nature geoscience hanno pubblicato

uno studio sull’indebolimento

della corrente AMOC. L’acronimo

sta per Atlantic Meridional Overturning

Circulation, ed è uno dei principali

sistemi di circolazione oceanica

della Terra che ridistribuisce il calore

sul nostro pianeta e ha un impatto

importante sul clima. Essa è un sistema

di correnti che provvedono a un

doppio flusso: uno superficiale di acqua

salata e calda, che va in direzione

dell’emisfero Nord, ed uno profondo

di acqua fredda a bassa concentrazione

salina, che verso Sud.

L’AMOC muove circa 20 milioni

di metri cubi di acqua al secondo, regolando

il clima dell’intero emisfero

Boreale e parte di quello Australe. La

più nota corrente di questo sistema

è quella del Golfo, il grande nastro

trasportatore che porta il calore dei

tropici fino all’Atlantico Settentrionale,

temperando le aree del Nord

Europa. Gli scienziati, attraverso lo

studio di sedimenti oceanici e campioni

di ghiaccio, hanno ricostruito il

flusso della corrente fino a 1600 anni

fa, ricavando dati ricavati a dir poco

spaventosi: negli ultimi mille anni,

l’AMOC non era mai stata così debole

come nei decenni precedenti. La

convezione, assicurata dalla salinità e

dalla differenza della temperatura,

viene però disturbata dai fenomeni

relativi al riscaldamento globale.

L’aumentare delle temperature

medie del globo ha infatti provocato

assieme all’incremento delle

piogge, lo scioglimento delle masse

di ghiaccio. L’acqua dolce che finisce

in mare riduce inevitabilmente la

salinità, andando ad interferire con

il meccanismo termoalino che regola

la Corrente del golfo, inibendo

lo sprofondamento e il conseguente

richiamo di acqua calda. Questo rallentamento

della corrente potrebbe

far accumulare molta acqua lungo il

continente americano, con aumento

del livello del mare. In Europa, invece,

si assisterebbe ad una serie di

inverni rigidi, ed estati in cui si ridurrebbero

le piogge in favore delle

ondate di calore.

La velocità con cui la Terra si sta

riscaldando rompe vertiginosamente

con i modelli climatici sviluppati. La

circolazione dell’AMOC potrebbe

cessare da un momento all’altro, e la

sua morte porterebbe ad una rottura

senza precedenti degli equilibri planetari.

(M. O.).

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

55


Ambiente

IL PROGETTO

#ARRESTALERESTE

Presentato venerdì 26 marzo 2021 un convegno in modalità online

sul Coordinamento e la Tutela Mare

P

romosso dall’Area Marina Protetta

Parco Sommerso di Gaiola, ad

oggi racchiude 18 associazioni impegnate

in attività di salvaguardia

dell’ambiente marino costiero, un

modo innovativo di fare squadra quello proposto

in Campania, il Coordinamento Tutela

Mare CTM “Chi Tene Ò Mare”, rimanda volutamente

alla nota canzone di Pino Daniele e

fin dalle prime riunioni, dichiara il Direttore

Maurizio Simeone, si è palesata la necessità di

formare un gruppo unito e avere la possibilità

di portare alla luce tematiche emergenti o

affrontare questioni ataviche che compromettono

la salute dell’ecosistema marino e la sua

biodiversità in una città complessa come quella

di Napoli e del suo vasto golfo. Profonda la

convinzione che oggi più che mai il ruolo di

un’Area Protetta sia essa marina o terrestre

non sia statico ma debba essere quello di guardare

oltre i propri confini e farsi portavoce delle

diverse istanze che riguardano non solo la

tutela ma miri ad attività di cooperazione tra

associazioni di tutela ed usi un linguaggio comune

di facile comprensione per portare alla

luce tematiche ambientali.

Il Coordinamento Tutela Mare ha lo scopo di:

- creare un tavolo di confronto attivo sulle

tematiche inerenti la salvaguardia dell’ambiente

marino costiero tra le Associazioni ambientaliste

operanti sul territorio Comunale e Regionale;

- stimolare Enti ed Amministrazioni locali e

nazionali, su specifiche problematiche dell’ambiente

marino-costiero proponendo possibili

soluzioni;

- realizzare eventi ed iniziative congiunte

per sensibilizzare e coinvolgere l’opinione

pubblica, con particolare attenzione alle giovani

generazioni, sulle problematiche relative

all’ambiente marino, l’uso corretto delle sue

risorse e la salvaguardia della biodiversità;

- denunciare agli organi competenti abusi

e attività illegali che minano la salvaguardia di

specie o habitat marino-costieri;

- mettere a disposizione, ove possibile, all’interno

del coordinamento, le risorse tecnico-professionali

proprie di ciascuna associazione.

Con l’ottica del dialogo è stato proposto il

primo progetto comune, denominato #arrestalereste,

un gioco di parole accattivante per

presentare la crescente problematica legata alla

dispersione in mare delle reste, i retini tubolari,

utilizzati in mitilicoltura detti anche calze,

all’interno dei quali vengono inseriti i “semi”

dei molluschi, ovvero i piccoli mitili o cozze

(Mytilus galloprovincialis) costituenti il materiale

di partenza dell’allevamento, le reste hanno

lunghezza compresa tra i 2 e i 5 metri (sistema

long-line di allevamento) e sono realizzate

in polipropilene (PP) il polimero termoplastico

rigido e resistente, caratteristiche che lo rendono

una volta disperso in mare una componente

crescente del marine litter nei diversi comparti

dell’ambiente marino (fondali, superficie del

mare, colonna d’acqua, linea di costa).

in Italia si stima un consumo annuale di

80mila tonnellate di cozze, alle quali corri-

56 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Ambiente

© Boiarkina Marina/shutterstock.com

Il Coordinamento ha lo

scopo di creare un tavolo

di confronto attivo sulle

tematiche inerenti la

salvaguardia dell’ambiente

marino costiero tra le

Associazioni ambientaliste

operanti sul territorio

Comunale e Regionale,

oltre che di realizzare

eventi ed iniziative congiunte

per sensibilizzare

e coinvolgere l’opinione

pubblica, con particolare

attenzione alle

giovani generazioni, sulle

problematiche relative

all’ambiente marino.

sponde l’utilizzo di 2000 tonnellate di retini

con potenziali danni trasversali all’ambiente

bentonico in particolare l’habitat del coralligeno,

all’ambiente pelagico e all’avifauna marino

costiera, tra i relatori che hanno messo a

disposizione le loro conoscenze Prof. Giovanni

Fulvio Russo (Presidente Società Italiana Biologia

Marina, Docente Ecologia marina Univ.

Parthenope di Napoli) e Marcello Bruschini

per ASOIM (Associazione Studi Ornitologici

Italia Meridionale).

Diverse ipotesi di soluzione al problema

sono state messe in campo, modificare l’attuale

CER (Codice Europeo del Rifiuto) che

al momento non assegna alle reste carattere

di rifiuto speciale elevando i costi di smaltimento,

lo studio di materiali biodegradabili

con tempi tali tali da permettere il corretto

sviluppo del mitile all’interno della resta ma

non il suo perdurare nell’ambiente, ed infine

una normativa sposti la fase della lavorazione

della sgranatura delle cozze dal mare alla

terra ferma evitando il rischio dispersione e

velocizzando processi virtuosi di economia

circolare.

L’intento del convegno di presentazione e

del progetto è stato quello di trovare soluzioni

ecosostenibili, affiancando i mitilicoltori

in quanto produttori di una eccellenza

alimentare, versatile e largamente apprezzata,

aprendo un confronto con istituzioni locali,

aziende di riciclo del materiale plastico

per iniziare percorso di economia circolare e

coinvolgendo i cittadini con una attività di citizen

science, una mappatura interattiva che

coinvolga e stimoli a segnalare la presenza di

reste abbandonate su spiagge o fondali (cittadini,

professionisti, studenti, centri diving,

associazioni impegnate in attività di cleanup

le periodiche pulizie di spiagge o fondali ,

cooperative di pesca, appassionati subacquei)

raccogliendo quante più informazioni

possibili sulla distribuzione di questa tipologia

di rifiuto marino nel Golfo di Napoli,

al fine di avere una base più capillare di informazioni

scientifiche sulla problematica e

proporre soluzioni adeguate.

In sintesi Il progetto si articolerà in 3 fasi,

sensibilizzazione, raccolta dati e proposte di

possibili soluzioni, la presentazione del coordinamento

tutela mare è stata accolta con

entusiasmo, ha dichiarato Alessia D’Angelo,

responsabile nazionale del programma educativo

Ecofoodforlife che collabora con l’A.M.P.

Gaiola per i laboratori di ecologia marina e terrestre

e ha visto partecipazione e curiosità di

studenti universitari e neo laureati in Scienze

Biologiche collegati grazie alla diretta social.

Le 18 Associazioni che hanno aderito agli

scopi del CTM sono: CSI Gaiola Onlus, Greenpeace

Gruppo Locale Napoli, Marevivo Onlus,

FAI - Fondo Ambiente Italiano, WWF Napoli,

Associazione Vivara Onlus, FIPSAS, ASOIM,

Let’s do it Italy, Fondalicampania, Oceanomare

Delphis Onlus, ONESEA alliance, Arci Pesca

FISA, C.R. Federcanoa Campania, Associazione

Nemo, Legambiente Campi Flegrei, N’ Sea

Yet, Cleanap.

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

57


Innovazione

TESSUTI

PERFORMANTI

ED ECOLOGICI

La ricerca è dei ricercatori del Politecnico di Torino

e del Massachusetts Institute of Technology (MIT). Al centro

del progetto la possibilità di utilizzare nuovi materiali,

processi di fabbricazione e la modellazione computazionale

di Marco Modugno

S

ono stati pubblicati sulla rivista

“Nature Sustainability” i risultati

di una ricerca che ha visto

coinvolti in una sinergia, i ricercatori

del Politecnico di Torino

e del Massachusetts Institute of Technology

(MIT). Al centro del progetto la possibilità

di utilizzare nuovi materiali, processi di fabbricazione

e la modellazione computazionale

delle microfibre, così da rendere i tessuti tecnici

più performanti e, al tempo stesso, più

sostenibili rispetto a quelli naturali.

Si è visto che la produzione di tessuti

colorati comporta un processo molto inquinante,

dove si stima che vengano utilizzati

oltre 98mila miliardi di litri d’acqua annui,

e che da questo processo, vengano prodotti

scarti fluidi ad alta concentrazione di inquinanti,

senza contare che a ciò bisogna

aggiungere un costo abbastanza importante

per un loro smaltimento sicuro. Come

spiegano Matteo Fasano, ricercatore del

Multi-Scale ModeLing Laboratory del Dipartimento

Energia al Politecnico di Torino

e Pietro Asinari, docente del Dipartimento

Energia e direttore all’Istituto Nazionale di

ricerca Metrologica, supervisori accademici

del progetto, “l’impatto ambientale dei tessuti

in fibre naturali è anche notevole durante

il loro lavaggio, a causa della scarsa

controllabilità delle caratteristiche chimiche

e geometriche di queste fibre che porta

a una richiesta energetica significativa sia in

fase di lavaggio che di asciugatura”.

Si è visto che la struttura micro e nano-porosa

delle fibre naturali permette all’acqua o

al sudore di penetrare al loro interno, rendendo

così molto più difficile la diffusione

dell’acqua, aumentando notevolmente i tempi

di asciugatura. Per avere un idea più chiara

di quanto detto, basti confrontare il tempo

che s’impiega ad asciugare una maglietta

di cotone rispetto ad una tecnico sportivo in

Nylon. Confrontando i due tessuti durante

l’attiva sportiva, dove negli ultimi anni i

prodotti tecnici stanno facendo da padrone,

e facilmente riscontrabile che un tessuto in

fibre naturali non sia in grado di trasportare

in maniera efficacie il sudore lontano dalla

pelle, l’evaporazione inadeguata, provoca

58 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Innovazione

© nevodka/shutterstock.com

nel soggetto che la indossa una sensazione di

scarso comfort dovuto proprio dal contatto

tra la pelle ed il tessuto bagnato. Altra caratteristica

da non sottovalutare è quella relativa

allo smaltimento, infatti i tessuti naturali

colorati sono molto difficili da riciclare, nella

maggior parte delle volte vengono accumulati

nelle discariche o addirittura bruciati, con

un grande spreco di risorse.

Questa ricerca ha quindi individuato nei

tessuti in polietilene una validissima alternativa,

si tratta infatti di un materiale plastico

che vanta i più alti volumi di produzione

al mondo (oltre 149 milioni di tonnellate

all’anno) si possono facilmente trovare in

oggetti di uso comune, come gli imballaggi

o contenitori alimentari, è spessissimo

hanno la caratteristica di essere monouso.

“Tacciato di essere nocivo per l’ambiente”

- spiega Svetlana Boriskina, coordinatrice

della ricerca presso il MIT – “a conti fatti

la produzione di tessuti colorati in polietilene

ha un impatto ambientale inferiore del

60% rispetto a quelli in cotone. Le fibre in

polietilene hanno inoltre basso costo e sono

La produzione di tessuti

colorati comporta un

processo molto

inquinante, dove

si stima che vengano

utilizzati oltre 98mila

miliardi di litri d’acqua

annui, e che da questo

processo, vengano

prodotti scarti fluidi

ad alta concentrazione

di inquinanti.

© Vedmed85/

shutterstock.com

ultraleggere, la loro struttura può essere

ottimizzata con precisione per modificarne

le caratteristiche meccaniche, termiche

e ottiche, ottenendo così elevata resistenza

a rottura e abrasione e ottima dissipazione

del calore. In aggiunta, i pigmenti colorati

tipici dello “sporco” aderiscono con difficoltà

alla superficie delle fibre in polietilene

grazie alla loro semplice struttura molecolare,

risultando in proprietà antimacchia

che ne semplificano il lavaggio a basse temperature.

Tuttavia, questo fa anche sì che

la colorazione del tessuto, debba avvenire

con un processo innovativo: i pigmenti, naturali

o sintetici, vengono direttamente incapsulati

all’interno delle fibre durante la

loro forgiatura, evitandone così il rilascio

durante il lavaggio”.

Il Polietilene per molto tempo non è mai

stato preso in considerazione dall’industria

tessile, per quanto concerne il campo del vestiario,

soprattutto a causa della sua scarsa

traspirabilità e bagnabilità delle fibre che

rendono questo tessuto poco confortevole.

I ricercatori del Politecnico, grazie a questa

ricerca, hanno potuto lavorare direttamente

all’interno del polo tecnologico di Boston,

nell’ambito del progetto MITOR, finalizzato

a promuovere la collaborazioni tra le

due istituzioni. Proprio per rispondere alle

accuse mosse a questo tessuto e migliorarlo

sotto l’aspetto del comfort e della vestibilità,

la ricerca si è concentrata sull’ingegnerizzazione

delle proprietà di trasporto dell’acqua

nel tessuto, caratterizzando l’effetto di diversi

intrecci e ottimizzando la geometria delle

fibre di polietilene.

“Agendo sul processo di fabbricazione” -

spiega Matteo Alberghini, dottorando presso

il Dipartimento Energia e il CleanWaterCenter

– “è così possibile modificare le caratteristiche

chimiche superficiali e la forma delle

fibre, controllando sia la bagnabilità che le

proprietà capillari finali del tessuto, ossia

la sua capacità di assorbire e trasportare un

fluido al suo interno. Le ottime prestazioni

raggiunte dal nuovo tessuto studiato sono

dovute alla capacità delle fibre di polietilene

di trascinare l’acqua sulla loro superficie pur

rimanendo impermeabili, quindi impedendo

al fluido di insinuarsi all’interno delle fibre

stesse - cosa che invece accade di norma con

quelle naturali”.

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

59


Innovazione

ALTERAZIONI GENOMICHE

NEI PAZIENTI ONCOLOGICI

Pubblicata su Molecular Cancer una nuova metodica di monitoraggio messa a punto

da Istituto di fisiologia clinica del Cnr, Ispro, Università di Pisa e di Firenze e Aoup

di Felicia Frisi

I

nizia con il prelievo del sangue

un nuovo sistema per il monitoraggio

delle patologie oncologiche

nei pazienti. Mentre l’evoluzione

generale della malattia

oncologica può essere prevista in base

alle statistiche, il suo sviluppo nel singolo

paziente deriva da fattori genetici ed

eventi casuali specifici che ne definiscono

la prognosi e le opzioni terapeutiche.

Nella ricerca di biomarker-marcatori

che ne possano predire più

precocemente il decorso, l’analisi del

genoma del tumore (la sede di tutta

l’informazione che ne definisce le caratteristiche

fisiologiche) finora si è

dimostrata problematica a causa della

© Elizaveta Galitckaia/shutterstock.com

difficoltà di ottenere tessuto tumorale

per le analisi.

Grazie alla collaborazione tra l’Istituto

di fisiologia clinica del Consiglio

nazionale delle ricerche (Cnr-Ifc), l’Istituto

per lo studio, la prevenzione e

la rete oncologica (Ispro), l’Università

di Pisa (Unipi), l’Università di Firenze

(Unifi) e l’Azienda ospedaliero universitaria

pisana (Aoup) è stato messo

a punto un innovativo metodo per il

monitoraggio di pazienti oncologici

mediante sequenziamento di terza generazione.

Lo studio è stato pubblicato

sulla rivista Molecular Cancer.

«L’approccio adottato si basa sulla

biopsia liquida: si parte da un prelievo

di sangue per isolare il DNA circolante,

un DNA molto danneggiato, caratterizzato

da frammenti piccoli, derivante

per lo più dalla morte delle cellule sane

ma, nei pazienti oncologici, anche dalla

morte delle cellule tumorali», dice Silvo

Conticello del Cnr-Ifc e dell’Ispro,

coordinatore dello studio. «La frazione

di quest’ultima componente – spiega –

è molto variabile e dipende dallo stato

del tumore: limitata nei tumori primari

e dopo la terapia, aumenta esponenzialmente

in seguito allo sviluppo di

metastasi. Nella nuova metodica, dopo

aver purificato il DNA circolante dal

plasma dei pazienti, si procede a sequenziarlo

direttamente mediante tecnologia

Nanopore».

Nel sequenziamento Nanopore i

frammenti di DNA vengono spinti

attraverso dei nano-pori su una membrana:

il passaggio delle basi che compongono

il DNA (Adenina, Citosina,

Guanina, Timina) attraverso il poro

induce un’alterazione del segnale

elettrico che viene poi decodificato

per ottenere la sequenza dei diversi

frammenti. La sequenza dei frammenti

permette di localizzarli sul genoma,

l’insieme di tutta l’informazione genetica,

e contarne il numero in ogni singolo

punto.

«Calcolando il loro eccesso o difetto

rispetto alla media, possiamo identificare

le regioni del genoma dove

sono presenti alterazioni nel numero

di copie. Queste alterazioni sono associate

allo sviluppo e alla progressione

tumorale. L’essere in grado di profilare

il tumore può dare indicazioni per

il singolo paziente, in un’ottica di medicina

personalizzata, per un’accurata

classificazione dei tumori, poter scegliere

la strategia terapeutica più adatta

e per seguire il decorso della malattia

nel tempo», prosegue Conticello.

«Il nostro approccio – conclude –

può rappresentare una soluzione a diversi

problemi, grazie alla facilità della

metodica, perché consente di ottenere

risultati in poche ore e di ridurre

i costi necessari per poter avviare un

sequenziamento».

60 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Innovazione

I

l primo incubatore tecnologico

italiano sorgerà al Centro Ricerche

ENEA Casaccia, a pochi

chilometri da Roma, con un investimento

di 14 milioni di euro.

In questa Hydrogen Valley si potrà lavorare

alla produzione, al trasporto,

all’accumulo e all’utilizzo di idrogeno,

puntando su ricerca, tecnologie, infrastrutture

e servizi innovativi, con l’obiettivo

di favorire la transizione energetica

e la decarbonizzazione.

«Si tratta di una piattaforma polifunzionale,

inclusiva, in cui ci occuperemo

di idrogeno a 360 gradi, per accelerare

ricerca e innovazione e mettere a disposizione

dell’industria infrastrutture

hi-tech per arrivare a colmare il gap fra

scala di laboratorio e industriale», spiega

Giorgio Graditi, Direttore del Dipartimento

Tecnologie Energetiche e Fonti

Rinnovabili dell’ENEA e rappresentante

ENEA all’interno della European

Clean Hydrogen Alliance.

Oggi l’idrogeno verde può essere ottenuto

da diverse fonti di energia rinnovabile

come il fotovoltaico e l’eolico. La

piattaforma di ricerca ENEA consentirà

anche la sperimentazione di nuove tecnologie

per la produzione di idrogeno,

ad esempio, attraverso l’utilizzo dei rifiuti

(biomasse residuali) e l’impiego del

calore rinnovabile a media-alta temperatura

prodotto da impianti solari.

All’interno dell’incubatore potrà essere

utilizzato idrogeno puro e in miscela

con gas naturale per la produzione di

energia elettrica. Verranno, infatti, messe

a punto miscele idrogeno-metano da

immettere nella rete interna di distribuzione

del gas e sarà realizzato un “idrogenodotto”

locale dedicato al trasporto

di idrogeno puro in pressione, da utilizzare

in modo capillare a seconda della

domanda delle utenze. È prevista anche

la realizzazione di una stazione di rifornimento

per veicoli a idrogeno, come i

mezzi per la movimentazione delle merci,

bus e automobili, in uso all’interno

del Centro Ricerche ENEA, con l’obiettivo

di dimostrare il contributo di questo

combustibile alla decarbonizzazione

del settore mobilità.

ENEA PUNTA SULLA PRIMA

HYDROGEN VALLEY ITALIANA

Investimento di 14 milioni di euro per realizzare un centro di ricerca alle porte

di Roma per favorire la transizione energetica e la decarbonizzazione

© Alexander Kirch/shutterstock.com

Tra le applicazioni di maggiore interesse

che verranno studiate all’interno

dell’Hydrogen Valley, c’è anche il

power-to-gas, un processo che, attraverso

l’elettrolisi, consente di produrre

idrogeno dall’energia elettrica generata

da fonti rinnovabili. L’idrogeno così

prodotto può essere convertito in metano,

o essere immesso nella rete interna

del gas naturale.

In questo modo è possibile accumulare

l’energia prodotta da fonte

rinnovabile, svolgere anche una funzione

di “stabilizzazione” della rete

elettrica e agire come elemento di

congiunzione con la rete gas, in previsione

del forte incremento di produzione

da rinnovabili.

La strategia ENEA sull’idrogeno

prevede inoltre la realizzazione di progetti

per la decarbonizzazione dell’industria,

in particolare quella ad alta intensità

energetica, ma anche dei trasporti

pesanti su gomma e ferroviari alimentati

ancora a diesel.

Per le sue caratteristiche, l’idrogeno

verde potrebbe ricoprire un ruolo di

primo piano per il raggiungimento della

neutralità climatica al 2050, come prevede

la Hydrogen Strategy for a climate-neutral

Europe, lanciata dalla Commissione

europea nel 2020. (F. F.)

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

61


DELEGAZIONE REGIONALE LOMBARDIA

Ciclo di conferenze

NUTRIZIONE SPORTIVA:

APPROCCIO INTEGRATO

Cinque appuntamenti, dal 16 marzo al 13 aprile 2021

Diretta Facebook sulla pagina

@ordinedeibiologi

ONB TV su YouTube


Beni culturali

I

ricercatori del Centre of Cultural

Heritage Technology

dell’Istituto Italiano di Tecnologia

(Iit) e quelli dell’Agenzia

Spaziale Europea (Esa)

hanno dato vita al progetto biennale

“Cultural Landscapes Scanner”, che

ha lo scopo di utilizzare gli strumenti

messi a disposizione dall’intelligenza

artificiale per rintracciare siti

archeologici sconosciuti.

L’equipe analizzerà le immagini

satellitari dei territori e, con l’ausilio

di tecnologie avanzate, identificherà

anomalie e alterazioni di superficie

terrestre e vegetazione che

potrebbero indicare la presenza nel

sottosuolo di resti antichi ancora da

scoprire.

Come ha spiegato Arianna Travaglia,

coordinatrice del gruppo di studio

dell’IIT, finora la ricerca dei siti

del patrimonio culturale sotterraneo

si è avvalsa dei dati provenienti dal

telerilevamento, una metodologia

che consente il recupero di opere

sepolte attraverso l’uso di immagini

provenienti da terreni spogli, campi

coltivati o vegetazione. Una tecnica

valida, ma con dei limiti oggettivi,

poiché in grado di indentificare automaticamente

solo depositi archeologici

molto specifici.

Tra le piattaforme web contenenti

dati di telerilevamento, quella

maggiormente utilizzata nel campo

dei beni culturali è Copernicus, coordinata

dall’Esa, ma che si basa

su un metodo soggettivo di analisi

dei dati, legato cioè alla capacità di

osservazione delle persone. L’obiettivo

del progetto “Cultural Landscapes

Scanner” è quello di aggiungere

al metodo tradizionale quello

dell’apprendimento automatico e

della visione artificiale computerizzata,

affinché l’attività di ricerca

possa essere più semplice, più

*

Consigliere tesoriere dell’Onb, delegato

nazionale per le regioni Emilia Romagna

e Marche.

L’IA PER LA RICERCA DEI SITI

ARCHEOLOGICI NASCOSTI

Dalla collaborazione tra Iit ed Esa arriva il progetto che punta a recuperare

i resti antichi contenuti nel sottosuolo grazie all’utilizzo l’intelligenza artificiale

di Pietro Sapia *

precisa e coprire aree sempre più

ampie. Per ottenere questo, l’equipe

studierà degli algoritmi in grado

di indentificare automaticamente e

con accuratezza le zone archeologiche

e i reperti nascosti. L’intelligenza

artificiale consentirà agli esperti

di osservare oggetti e anomalie non

visibili all’occhio umano, fornendo

accurate immagini di irregolarità

© rigsbyphoto/shutterstock.com

nella vegetazione estremamente fitta,

terreni aridi o avvallamenti del

suolo. Non solo. Nel settore della

biotutela del patrimonio culturale,

l’IA permetterà l’identificazione

rapida dei siti in corso di depredazione

o a rischio di deturpazione,

fornendo una risposta veloce ed

efficace alle minacce esterne delle

opere d’arte.

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

63


Beni culturali

EGNAZIA

TRA MESSAPI

E ROMANI

Le due antiche civiltà coesistono nelle testimonianze

archeologiche che si estendono su quindici ettari a metà

strada tra Bari e Brindisi e a pochi passi dal mare

di Rino Dazzo

I

l

sito archeologico di Egnazia ti sorprende

all’improvviso tra ulivi secolari, in

prossimità di un litorale che offre spiagge

da sogno. Siamo a Fasano, tra Bari e

Brindisi, dove su quindici ettari di parco

si estendono scavi iniziati nel

1912 e ripresi più volte nei

decenni successivi, restituendo

testimonianze

eccezionali dell’età romana e tardo-antica ma

ancor prima della civiltà dei Messapi, popolo di

origine illirica che si insediò nella Puglia meridionale

nell’ottavo secolo prima di Cristo, fiero

nemico di Taranto e dei coloni della Magna

Grecia.

Attraversata dalla Via Traiana, una delle “superstrade”

dell’Impero Romano, e protetta da

poderose mura alte sette metri, Egnazia – anticamente

Gnathia – ha analogie con quanto accaduto

a Pompei. Anche qui, infatti, il tempo

sembra essersi fermato. Non per un’improvvisa

eruzione vulcanica, ma forse a causa del passaggio

dei Goti di Totila, che nel VI secolo d.C.

coprirono di cenere una cittadina i cui primi

insediamenti risalgono addirittura all’età del

bronzo, spingendo i sopravvissuti ad arroccarsi

sulla vicina acropoli.

Porto privilegiato per l’Egeo e il Mar Nero,

città di transito e dai vivaci commerci, Egnazia

ha vissuto il massimo splendore tra il quarto e

il terzo secolo a.C. sotto i Messapi, per poi prosperare

anche in età romana. Nel bellissimo

parco archeologico, il più esteso della Puglia,

si possono ammirare i resti di imponenti edifici

pubblici sorti lungo la Via Traiana, sul cui tracciato

si scorgono ancora i segni del passaggio

dei carri. Al periodo messapico risalgono le alte

mura perimetrali. Propri dell’età romana sono il

Foro, l’Anfiteatro, la Fornace e il Criptoportico.

Alle prime fasi del periodo cristiano sono invece

riconducibili la Basilica e il Battistero. La necropoli

che sorge fuori le mura, scoperta nel 1971

durante la costruzione del Museo Archeologico

Nazionale dove sono esposti i reperti sfuggiti

ad anni e anni di razzie e scavi clandestini, è

invece databile all’ultima fase del dominio

messapico. È qui che sorgono

64 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Beni culturali

tombe decorate con meravigliosi affreschi e corredate

da eccezionali arredi funerari. Caratteristica

di Egnazia è la Ceramica Egnatina, un tipo

di ceramica ricoperta da vernice nera e sovradipinta

in bianco, giallo e rosso.

Tre le tipologie di tombe familiari scavate

nella pietra locale, il carparo, un tipo di tufo

non particolarmente duro: a fossa, a camera e

a semi-camera. Gli ultimi due tipi di sepoltura,

a loro volta distinguibili in tombe a dromos con

corridoio coperto da lastroni, e a scalinata con

tanto di vestibolo e camera chiusa, sono i più

caratteristici e significativi, testimoni della nascita

di una classe sociale aristocratica dall’elevato

tenore di vita. Gli splendidi affreschi alle pareti

e sul soffitto della Tomba del Pilastro, delle Melagrane,

del Banchetto o della Fiaccola sono tesori

da ammirare e da preservare con attenzione,

perché le insidie che minacciano la loro conservazione

sono tante. «In ambienti come questi il

rischio principale è legato agli attinomiceti, batteri

simili ai funghi che attaccano gli ambienti

umidi come quelli ipogei» spiega Matteo Montanari,

membro della Commissione Permanente

“Tutela dei Beni Culturali” dell’Ordine Nazionale

dei Biologi e docente di Elementi di Biologia

applicata al restauro all’Accademia delle

Belle Arti di Bologna. «Altro rischio è legato alle

infiltrazioni d’acqua. Gli attinomiceti sfruttano

proprio la presenza di acqua per svilupparsi su

pitture, pigmenti e leganti organiche».

Il fango di secoli, in effetti, ha rovinato molti

degli affreschi di diverse sepolture. Lo stesso ingresso

alle tombe, anche prima della pandemia

da Covid, era stato contingentato. Le difficoltà

legate alla gestione di un sito così grande e

ricco di tesori sono tante, ma la dottoressa Angela

Ciancio, direttore del Parco Archeologico

“In ambienti come questi

il rischio principale è

legato agli attinomiceti,

batteri simili ai funghi

che attaccano gli ambienti

umidi come quelli

ipogei” spiega il biologo

Matteo Montanari.

Gli affreschi delle tombe

sono i tesori più delicati

da proteggere e l’opera

dei biologi potrebbe

essere preziosissima in

tal senso.

di Egnazia e, dallo scorso febbraio, dell’intero

Polo Museale della Puglia, ha le idee chiare su

come affrontarle: è lei che ha curato il progetto e

la direzione scientifica dell’ultimo intervento da

cinque milioni di euro finanziato con fondi Pon

Fesr 2014-2020, partito nel 2016 e completato

lo scorso settembre.

«Abbiamo riaperto il museo “Andreassi”

con una veste rinnovata, ampliando l’esposizione

museale con nuovi reperti al piano interrato

tra cui un’iscrizione dell’età di Traiano di recente

acquisizione. L’obiettivo - dice la dottoressa

Ciancio - è stato quello di dare al visitatore

un’offerta articolata, capace di abbinare un parco

attrezzato al contatto concreto con la storia

e i con monumenti, così come la possibilità di

leggere in ogni momento qualcosa in più su ciò

che si sta ammirando».

Gli affreschi delle tombe sono i tesori più

delicati da proteggere e l’opera dei biologi potrebbe

essere preziosissima in tal senso: «Tutta

la gestione del sito comporta problemi non

indifferenti. La fortuna di Egnazia è quella di

poter legare un museo all’aperto, il Parco archeologico

vero e proprio, con il museo al coperto,

che si estende su 1200 metri quadrati e dove si

possono osservare più di tremila reperti. Il tutto

- conclude Angela Ciancio - nel cuore di un territorio

che nello spazio di pochi chilometri offre

tante altre attrazioni». E tra le innovazioni più

apprezzate degli ultimi anni c’è anche la possibilità

di ammirare dal vivo le ricostruzioni di

monumenti, edifici e affreschi dell’antica Egnazia,

un piccolo grande capolavoro di realtà aumentata

chiamato Drawing Egnazia, nato dalla

collaborazione tra il Parco Archeologico, il Polo

museale pugliese e il Cetma, Centro di Ricerche

Europeo di Tecnologie Design e Materiali.

© Ba_peuceta/shutterstock.com

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

65


Sport

DALIA KADDARI

LA NUOVA STELLA

DELL’ATLETICA

ITALIANA

Dai trascorsi nel basket alla passione per il sushi, la campionessa

dei 200 metri racconta sogni e ambizioni. Con Tokyo 2021 nel mirino

di Antonino Palumbo

F

ra le

passerelle e

le piste, ha scelto

queste ultime. La cagliaritana

“figlia del vento” Dalia

Kaddari fa incetta di record, ottenuti con la

naturalezza della sua corsa e la leggerezza dei

suoi vent’anni. Iniziato con l’incubo globale

della pandemia, il 2020 le ha regalato il titolo

italiano

assoluto (il

30 agosto a

Padova) e poi

il record italiano

juniores in 23”23 a

Bellinzona, due centesimi

meglio di quanto

aveva fatto diciotto anni

prima Vincenzina Calì.

Quanto basta, insomma, per

trasformarlo nel suo anno migliore malgrado

tutte le paure e le difficoltà del caso: «Si,

66 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Sport

le prestazioni e i risultati ottenuti negli ultimi

mesi hanno reso speciale il mio 2020. Adesso

però ho già voltato pagina e penso già al prossimo

obiettivo: le Olimpiadi».

Già, perché il sogno di ogni atleta è per

Dalia un traguardo che si potrebbe concretizzare

in tempi brevi, senza necessariamente

aspettare Parigi 2024: «Non sarebbe male

entrare fra le atlete della staffetta 4x100

per i Giochi in Giappone. Se chiudo

gli occhi e mi immagino su una pista

delle Olimpiadi, è decisamente quella

di Tokyo!».

E pensare che fino a sei anni fa Dalia

correva, si, ma su un campo di basket. Giocava

da ala e anche piuttosto bene. Citando

Ligabue, era la Oriali della situazione: nessuno,

infatti, era brava come lei a recuperar palloni

(soprattutto a rimbalzo) e a far ripartire

l’azione della sua squadra. Poi, però, qualcuno

che sapeva vederci lungo l’ha individuata

per i giochi sportivi studenteschi e lì ha scoperto

che la sua rapidità nella corsa poteva

essere sfruttata di per se stessa su una pista

d’atletica. Una vittoria ha tirato l’altra, un traguardo

ha inseguito l’altro e pian piano Dalia

– madre sarda, papà marocchino – ha deciso

di puntarci in maniera decisa, senza trascurare

le lezioni al liceo linguistico B.R. Motzo a

Quartu Sant’Elena.

«Ho sempre praticato questa disciplina

fissandomi degli obiettivi, sin da quando

l’ho preferita al basket. Mi era chiaro, sin

dalle fasi provinciale e regionale, che ogni

gara andava bene e volta per volta miglioravo,

e ho messo sempre più impegno e dedizione,

negli allenamenti e nelle competizioni.

La pallacanestro mi piaceva ma

sono certa di aver fatto la scelta giusta».

Un po’ come quella di dire «no,

grazie» alla moda – è stata eletta

anche Miss Quartu qualche anno

fa - per concentrarsi sul presente

e il futuro da sportiva. «Avrei

potuto anche cimentarmi con

quel settore, ma non si possono

fare diecimila cose, se vuoi

farle bene. Sia lo sport sia la

moda richiedono tempo e

impegno che non si possono

conciliare. Resterà una passione

legata alla mia adolescenza»,

spiega.

Medaglia d’argento

alle Olimpiadi giovanili

di Buenos Aires nel 2018.

“Non sarebbe male

entrare fra le atlete

della staffetta 4x100 per

i Giochi in Giappone. Se

chiudo gli occhi e mi immagino

su una pista delle

Olimpiadi, è decisamente

quella di Tokyo!”.

Dopo il primato italiano allieve, nel 2018

Dalia si è laureata campionessa italiana di categoria,

ha sfiorato il podio europeo e soprattutto

è stata medaglia d’argento alle Olimpiadi

giovanili di Buenos Aires. «Un’esperienza

indimenticabile, che capita una volta nella

vita. Non pensavo di andare a medaglia, anche

perché abbiamo gareggiato a ottobre e in

quel periodo la nostra stagione è finita. Mi

sono allenata bene ma senza grandi illusioni:

evidentemente gli allenamenti hanno dato

ottimi frutti. Il tutto in un contesto molto

bello, che mi ha arricchita». Il 23”45 di Buenos

Aires le ha inoltre “restituito” la miglior

prestazione nazionale U18 dopo l’interregno

dell’amica-rivale Chiara Gherardi. Con

quest’ultima, la Kaddari ha costruito negli

anni un rapporto speciale: «Abbiamo vissuto

tante trasferte assieme ed è nata una bella

amicizia. Si, può sembrare strano ma per me

è assolutamente naturale: siamo rivali in pista,

ma amiche nella vita».

Due anni fa Dalia è entrata nelle Fiamme

Oro, costruendosi l’opportunità di fare atletica

ad alti livelli «con gli strumenti e la stabilità

della quale un atleta ha bisogno». Tra i

suoi idoli ci sono Pietro Mennea ma anche la

giamaicana Elaine Thompson, campionessa

olimpica dei 100 e 200 metri piani a Rio de

Janeiro 2016, e la statunitense Allyson Felix,

la donna più medagliata (9) e più volte d’oro

(6) nell’atletica leggera ai Giochi, oltre che

l’atleta più vincente in assoluto ai campionati

mondiali.

Più abitudinaria che scaramantica prima

delle gare («mi piace ripetere una serie di

rituali che mi aiutano a rendere meglio»,

spiega), Dalia si carica col reggaeton ma

sa abbandonarsi a note più introspettive,

quando fanno pendant col suo umore. Introspettive

come le serie TV, che sceglie per

rilassarsi. Tra i suoi hobby c’è ancora oggi

la fotografia, ma a differenza della pista ama

più posare che scattare («ultimamente ho

fatto una bella esperienza con il mio sponsor

Adidas»).

Poi c’è la cucina. E su questo fronte,

più che la velocista, le tocca fare l’acrobata:

«devo seguire un’alimentazione equilibrata,

anche se adoro mangiare di tutto. Per fortuna

non tendo a ingrassare. Il mio piatto preferito?

Il sushi». A giudicare da quanto corre,

dev’essere ottimo.

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

67


Sport

CLASSICHE E

GRANDI GIRI

IN “FUGA”

DAL COVID

Il Giro, il Tour e la Vuelta al loro “posto” in calendario

con vecchi e nuovi protagonisti dei pedali

N

on sarà “normalità” senza la muraglia

di tifosi sulle salite, i quartiertappa

affollati alla ricerca

di un autografo, le premiazioni

“classiche” e senza paura. Eppure

la bella stagione del ciclismo, con le classiche a

salutare la primavera e i Grandi Giri al loro posto,

vive pedalate cariche di speranza. E prova

ad auspicare una vera e propria “rinascita”, con

le imprese di giovani e giovanissimi campioni a

catturare gli occhi degli appassionati alla TV:

Pogačar, Evenepoel, Bernal, Van der Poel, Van

Aert, ma anche gli italiani Ganna e Ballerini.

Senza dimenticare, ovviamente, affamati over

30 come Roglic e Sagan, sempreverdi campioni

come Nibali e Froome, talenti purissimi come

il 28enne campione del mondo Alaphilippe.

Dopo la rivoluzione delle date, imposta

dall’emergenza Covid lo scorso anno,

quest’anno il Giro d’Italia tornerà ad aprire

il calendario dei Grand Tours, con partenza

da Torino l’8 maggio e festa finale a Milano il

30. Fra i pretendenti alla maglia rosa c’è Vincenzo

Nibali della Trek-Segafredo, vincitore

del Giro nel 2013 e nel 2016 e sul podio finale

in altre quattro edizioni. Sarà affiancato

da validissime “spalle” come Bauke Mollema

e Giulio Ciccone e proverà a dar filo da

torcere a rivali giovani e agguerriti. Su tutti

Egan Bernal del team Ineos Grenadiers, classe

1997, capace di vincere il Tour de France

a 22 anni, e Remco Evenepoel, 21enne della

Deceuninck-QuickStep, reduce da una lunga

convalescenza dopo lo spaventoso incidente

al Giro di Lombardia 2020. Ci sarà il buon

“vecchio” Thibaut Pinot (Groupama-FDJ)

che ha preferito il Giro dopo aver visto il percorso

del Tour, al pari di Emanuel Buchmann

(Bora-Hansgrohe). Tra Zoncolan, Passo Pordoi

e Sega di Ala, c’è terreno anche per un

altro bravo scalatore come George Bennett

(Jumbo-Visma), senza dimenticare il lucano

Domenico Pozzovivo della Qhubeka Assos, il

veneto Davide Formolo della UAE Team Emirates

e i vari Landa, Yates, Soler, McNulty e

Vlasov, in cerca di un posto al sole in classifica

68 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Sport

generale. Per gli sprint, sfida gomito a gomito

fra le veloci ruote di Caleb Ewan, Arnaud

Démare, Fernando Gaviria ed Elia Viviani.

Mantiene il suo gran fascino il Tour de

France, anche se l’arrivo sugli Champs Élysées

a Parigi (18 luglio) precede di pochissimi giorni

la gara in linea delle Olimpiadi di Tokyo. Nella

“Grande Boucle” che prenderà il via il 26

giugno da Brest i riflettori sono puntati sulla

rivincita fra sloveni: il campione uscente Tadej

Pogačar, già vincitore di UAE Tour e Tirreno-Adriatico

quest’anno, e il suo connazionale

Primoz Roglic, che nel 2020 fu scavalcato nella

penultima tappa, una cronometro con arrivo in

salita a La Planche des Belles Filles. Ma il Tour

de France rappresenta anche l’ennesima sfida

del tetra-campione Chris Froome, passato alla

Israel Start-Up Nation, per eguagliare leggende

come Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard

Hinault e Miguel Indurain. Tra i possibili

progagonisti anche Wilco Kelderman, David

Gaudu, Guillaume Martin, Tao Geoghegan

Hart e i “soliti” Mollema, Landa e Nibali. Per

© Radu Razvan/shutterstock.com

Vincenzo Nibali, vincitore

del Giro d’Italia 2013 e 2016.

Fra i pretendenti alla

maglia rosa c’è Vincenzo

Nibali della Trek-Segafredo,

vincitore del Giro

nel 2013 e nel 2016 e

sul podio finale in altre

quattro edizioni.

© William Perugini/shutterstock.com

gli sprint ci saranno anche Pascal Ackermann,

Mads Pedersen, Peter Sagan e Alexander Kristoff,

mentre i “fenomeni” Alaphilippe e Van

Aert e il 22enne svizzero Marci Hirschi garantiscono

spettacolo e imprevedibilità.

Ci sarà da divertirsi anche alla Vuelta a

Espana, dal 14 agosto al 5 settembre. Ci sarà

tempo per definire la startlist, ma di sicuro vedremo

in prima fila Pogačar e l’italiano Ciccone,

libero dai compiti di gregario di Nibali. E

poi gli spagnoli, da Eric Mas e Mighel Angel

Lopez (già al Tour) a Marc Soler, passando per

Alejandro Valverde. L’Italia del pedale tiferà

anche per le volate di Matteo Trentin, nella

corsa a tappe che in tanti scelgono per prepararsi

al Mondiale.

Intanto ha preso il via con la Milano-Sanremo

la stagione delle classiche Monumento.

Ed è iniziata con una sorpresa, il successo

del 28enne fiammingo Jasper Stuyven, che

nel finale ha sorpreso tutti i favoriti, dal connazionale

Matheiu Van der Poel al francese

campione del mondo Julien Alaphilippe, fino

all’eclettico Wout Van Aert, terzo al traguardo.

Tre grandi corridori che pochi giorni prima

avevano reso unica e indimenticabile l’edizione

numero 56 della Tirreno-Adriatico,

corsa a tappe di una settimana sulle strade

del centro Italia. E c’è da attenderli lì davanti,

combattivi come sempre, anche al Giro delle

Fiandre, in programma il 4 aprile a “porte

chiuse”. Le strade della Ronde non saranno le

stesse, senza l’allegra e colorata folla che popola

i suoi “muri”, ma la speranza è che dal

prossimo anno non siano più necessarie restrizioni

dovute alla pandemia. Intanto, però,

causa Covid potrebbe saltare o perlomeno

slittare, la terza delle classiche Monumento

ovvero la Parigi-Roubaix dell’11 aprile. Lo ha

affermato il Prefetto dell’Alta Francia, Michel

Lalande, rispondendo a una domanda nel

corso di un’intervista radiofonica. Il 25 aprile

si correrà, coronavirus permettendo, la Liegi-Bastogne-Liegi,

quarta delle “Monuments”

e la terza classica delle Ardenne dopo l’Amstel

Gold Race (domenica 18) e la Freccia Vallone

(mercoledì 21).

Non solo battaglie di un giorno: dal 19

al 23 aprile torna il Tour of the Alps, ultimo

banco di prova prima del Giro d’Italia, con

campioni come Vincenzo Nibali, Simon Yates

e Thibaut Pinot all’ultima rifinitura prima

dell’avventura rosa. (A. P.)

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

69


Sport

Lionel Messi.

MESSI-RONALDO

GLI EREDI SCALPITANO

Dopo 15 anni, nessuno dei due giocherà i quarti del massimo campionato

continentale. I ventenni Mbappé e Haaland pronti a prendersi il palcoscenico

L’

evento “epocale” delle ultime

settimane, sul pianeta Pallone,

è l’assenza di Lionel Messi e

Cristiano Ronaldo dai quarti

di finale della UEFA Champions

League, dopo 15 anni di presenza

ininterrotta. I due supercampioni

sono condizionati anche dal momento

di difficoltà dei relativi club, Barcellona

e Juventus. L’argentino e il portoghese

non sono riusciti a incidere

sull’esito degli ottavi di finale, rispettivamente

contro Paris Saint-Germain

e Porto. Fino allo scorso anno, almeno

uno dei due era sempre arrivato in

semifinale e in sei occasione ci sono

arrivati insieme.

Sedici anni fa, Champions League

2004-2005, Cristiano Ronaldo era al

secondo anno col Manchester United,

eliminato agli ottavi dal Milan

poi finalista. Leo Messi aveva esordito,

a 17 anni, con il Barcellona che

venne spedito a casa dal Chelsea,

nonostante lo stupendo gol di punta

di Ronaldinho. Il capocannoniere di

quell’edizione du Ruud Van Nistelrooy

del Manchester United, con 8 gol.

Né CR7, né la Pulce avevano ancora

segnato in Champions League. Dal

2005 in poi hanno realizzato rispettivamente

134 gol (Cristiano) e 120 gol

(Messi) in Champions League, con il

portoghese trasformatosi da imprevedibile

ala a implacabile uomo-gol

e l’argentino diventato geniale faro

del Barcellona che ha cambiato la

filosofia e le gerarchie del calcio nel

XXI secolo. E se Lionel ha giurato

amore eterno ai catalani, con tanto di

record di reti per un solo club nell’ex

Coppa dei Campioni (120), CR7 ha

abbracciato nuove sfide, diventando

prima signore di Madrid e poi la

grande illusione dei tifosi della Juventus,

incapace di mettere a frutto i

gol e il senso del lavoro e del sacrifico

del 36enne asso di Funchal. L’impero

di Cristiano e Lionel è stato del

resto fotografato anche dalle classifiche

del Pallone d’oro, nel periodo

2007-2019: 6 successi per Messi, 5

per Ronaldo, entrambi sul podio in

12 occasioni su 13. Lo scorso anno il

riconoscimento di miglior giocatore

del pianeta avrebbe preso altre strade,

probabilmente quella di Robert

Lewandowski, Calciatore dell’anno

sia per la UEFA sia per la FIFA, autore

di 15 reti nella Champions League

vinta dal Bayern Monaco.

Nell’attesa di un possibile canto

del cigno – CR7 è orgoglioso e maniacale,

Messi calcisticamente divino – i

due campioni hanno già i loro eredi:

il 22enne Kylian Mbappé e il 20enne

Erling Haaland. Nato in Francia, origini

camerunensi e algerine, Mbappé è

un esterno offensivo veloce e dal dribbling

micidiale, campione del mondo

con la Francia nel 2018 e quarto nella

classifica del Pallone d’oro lo stesso

anno. La sua tripletta al Camp Nou

di Barcellona, nel 4-1 che ha esaltato

il Paris Saint-Gemain, è stata un virtuale

passaggio di consegne di fronte

a Re Messi. Norvegese nato a Leeds,

Haaland abbina ai 194 centimetri di

potenza buone doti tecniche, velocità

e fiuto del gol: ne ha segnati 20

in 14 partite di Champions League

disputate, fra Salisburgo e Borussia

Dortmund. Non sarà facile emulare le

pagine di calcio scritte da Messi e Ronaldo,

ma Mbappé e Haaland hanno

tutte le carte in regola per raccoglierne

l’eredità. (A. P.)

70 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


È

tramontato alla decima regata

il sogno di Luna Rossa

di vincere la Coppa America

di vela. Si è infranto contro

la velocità di un’avversaria,

Team New Zealand, che prova

dopo prova ha perfezionato il feeling

interno e sfruttato al meglio la bravura

dei suoi uomini e l’avanguardia dei

suoi mezzi. È finita 7-3 per Te Rehutai,

il nome Maori della barca neozelandese

legato alla schiuma del mare:

per la Nuova Zelanda si tratta del

quarto successo in sette finali disputate

negli ultimi 26 anni. Per l’Italia

della vela la Coppa delle 100 Ghinee

resta ancora tabù: nel 1992 era stato Il

Moro di Venezia a soccombere (4-1)

con “America cubed”, otto anni dopo

Team New Zealand tenne a zero Luna

Rossa imponendosi in cinque regate.

“Se non fosse così difficile vincere,

non saremmo qui a provarci. Non siamo

contentissimi, ma non è stato semplice

arrivare fin qua” ha commentato

lo skipper italiano Max Sirena, dopo

l’ultima regata, mercoledì 17 marzo.

E pensare che, a metà strada della

serie finale, il Team Prada Pirelli si trovava

in vantaggio per 3-2 sui defender

neozelandesi. Dopo aver perso la prima

regata, infatti, Luna Rossa aveva immediatamente

pareggiato, festeggiando il

record assoluto di successi in Coppa

America del timoniere Jimmy Spithill.

Poi, grazie a partenze esemplari e alla

massima attenzione e reattività in gara,

aveva pareggiato e allungato, con qualche

rammarico per un errore in gara-4.

Importante sliding door della finale è

stata però la sesta regata, nella quale

Luna Rossa – fino a quel momento perfetta

nel terzo giorno di competizione

– per un buco di vento ha concesso

subito un vantaggio considerevole alla

velocissima Te Rehutai, permettendole

di navigare senza pressione verso il comodo

3-3, davanti a decine di migliaia

di tifosi entusiasti.

Se nelle prime sei regate è stata decisiva

la partenza, la settima e l’ottava

hanno smentito questa consuetudine:

dietro allo start, Team New Zealand

© Steve Todd/shutterstock.com

Da sinistra, le imbarcazioni di Team News Zealand e Luna Rossa.

LUNA ROSSA PIENA A METÀ

SFUMA LA COPPA AMERICA

La barca italiana vola sul 3-2 nella finale di Auckland, poi Team New Zealand

Delusione delle centinaia di milgiaia di italiani incollati allo schermo a notte fonda

Sport

si è presa entrambe le manche volando

sul 5-3. Clamoroso l’evolversi

dell’ottava regata. Arrivata ad avere

4’ di vantaggio, dopo che Te Rehutai

è finita in acqua dopo una strambata,

Luna Rossa è andata incontro allo

stesso destino, stentando a decollare

per troppi minuti. I buoni propositi di

Luna Rossa hanno subito il colpo definitivo

nella memorabile nona regata,

definita dallo skipper Sirena come “la

più bella degli ultimi quindici anni”.

Un duello colpo su colpo fino al quinto

gate, con gli italiani sempre avanti,

deciso però da una corrente di vento

più forte che ha reso imprendibili i

neozelandesi nel fortunato rush finale.

E così quella che Vasco Vascotto,

afterguard di Luna Rossa, ha definito

“una lezione di match race, non solo

nelle partenze, ma anche sul campo

di regata” si è beffardamente tradotta

nel match point per i campioni in carica.

Un match point sfruttato da Team

New Zealand nel decimo duello: velocissima

(fino a 41 nodi di velocità

massima in poppa), la barca di casa

ha rimediato alla buona partenza italiana

passando in testa alla prima boa

e incrementando il vantaggio su ogni

lato. Con buona pace delle centinaia

di migliaia di appassionati italiani che

hanno tifato e sperato davanti alla TV

a notte fonda. (A. P.)

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

71


Brevi

LA BIOLOGIA IN BREVE

Novità e anticipazioni dal mondo scientifico

a cura di Rino Dazzo

ALIMENTAZIONE

La genetica dei peperoni non ha più segreti

In arrivo peperoncini e peperoni più resistenti e produttivi. I

ricercatori del World Vegetable Center di Taiwan, infatti, hanno

studiato a fondo la genetica di queste piante scoprendo una

serie di ibridi che possono essere coltivati incrociando le varietà

domestiche, più grandi ma più fragili, e quelle selvatiche, di dimensioni

più piccole ma notevolmente più resistenti. In particolare

gli studiosi asiatici, che hanno pubblicato la loro ricerca

sulla rivista Plos One, hanno analizzato le correlazioni genetiche

tra 35 specie della famiglia Capsicum, che comprende peperoni

comuni, jalapenos, peperoncini del New Mexico e di Caienna, e

15 specie selvatiche e domestiche provenienti da tutti il mondo.

La possibilità di ibridazione si è rivelata molto alta, indipendentemente

dalla vicinanza genetica delle specie, con la possibilità di

dar vita a nuove varietà ibride, resistenti e coltivabili tutto l’anno.

© AlexeiLogvinovich/www.shutterstock.com

RICERCA

Il conservante che danneggia le cellule immunitarie

© Yurchanka Siarhei/www.shutterstock.com

La Food and Drug Administration l’ha approvato diversi anni

fa, ora però uno studio ne ha messo in evidenza la tossicità. Il

TBHQ, o terz-butil-idrochinone, è un composto organico aromatico

utilizzato come conservante che potrebbe danneggiare il

sistema immunitario dei consumatori. Lo sostengono i ricercatori

dell’Ewg, l’Envitomental Working Group, che in un articolo

pubblicato sull’International Journal of Environmental Research

and Public Health hanno descritto come questa sostanza, utilizzata

per decenni allo scopo di aumentare la durata di conservazione

di vari prodotti alimentari, possa migrare verso il cibo dai

materiali di imballaggio e dalle apparecchiature di lavorazione,

influenzando le proteine delle cellule immunitarie e provocando

danni all’organismo. Gli autori dello studio raccomandano

di prestare attenzione alle etichette degli imballaggi in plastica.

72 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Brevi

NEUROLOGIA

Pfas si integrano a neuroni, possono sviluppare Parkinson

è un possibile legame tra Pfas e malattie del sistema nervoso

C’ come il Parkinson. Lo segnala l’Università di Padova, che ha

evidenziato segni di accumulo di queste sostanze in aree come l’ipotalamo,

costituite da neuroni dopaminergici. I dati preliminari

della ricerca suggeriscono un coinvolgimento delle cellule implicate

nel processo degenerativo del Parkinson: Pfas e membrane

neuronali possono integrarsi, modificando struttura e stabilità

delle cellule nervose. Saranno necessarie ulteriori ricerche.

© Chinnapong/www.shutterstock.com

INNOVAZIONE

Ipertensione addio con un semplice intervento

© crystal light/www.shutterstock.com

una delle più classiche forme di ipertensione resistente e, grazie

a uno studio coordinato dal professor Gian Paolo Rossi

È

di Unipd, oggi non ha più segreti. Si tratta dell’aldosteronismo

primario, una forma di ipertensione arteriosa provocata dall’eccessiva

produzione di aldosterone da parte delle ghiandole surrenaliche.

Lo studio ha coinvolto oltre 1600 pazienti di 19 centri

di eccellenza dislocati in ben quattro continenti e ha evidenziato

come la semplice rimozione del surrene malato basti a risolvere

tutti i problemi, curando in via definitiva l’ipertensione resistente

ai farmaci regolatori. Necessari, dunque, per i responsabili della

ricerca, la diagnosi e il trattamento precoce dell’aldosteronismo

primario presso centri specializzati: il riconoscimento repentino

della malattia e il suo trattamento possono restituire ai pazienti

una vita normale in brevissimo tempo.

SALUTE

L’esercizio aiuta gli anziani a conservare la memoria

Un regolare esercizio fisico può aiutare a migliorare le capacità

di cognizione e di memoria negli anziani sani e in quelli che

mostrano lievi segnali di deterioramento cognitivo. Lo certifica

uno studio dell’Università del Texas a Southwestern, che ha coinvolto

70 uomini e donne di età compresa tra i 55 e gli 80 anni.

A tutti era stato diagnosticato un lieve deterioramento cognitivo

e in quelli che hanno seguito un programma di attività fisica

mirata, con camminate veloci e leggere sessioni di allenamento

settimanali, si sono notati miglioramenti evidenti provocati dalla

diminuzione della rigidità dei vasi sanguigni del collo e un aumento

del flusso sanguigno al cervello. Nello studio si sottolinea

come alcune persone potrebbero trarre maggiori benefici dall’esercizio

aerobico rispetto ad altre, ma il maggior afflusso di sangue

al cervello in età avanzata è senz’altro un beneficio per tutti.

© Anna50/www.shutterstock.com

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

73


Lavoro

CONCORSI PUBBLICI

PER BIOLOGI

CONSIGLIO NAZIONALE

DELLE RICERCHE - ISTI-

TUTO DI BIOLOGIA E BIO-

TECNOLOGIA AGRARIA DI

MILANO

Scadenza, 4 aprile 2021

Conferimento, per titoli ed

eventuale colloquio, di una borsa

di studio per laureati, da usufruirsi

presso la sede di Pisa. Gazzetta

Ufficiale n. 18 del 05-03-2021.

CONSIGLIO NAZIONALE

DELLE RICERCHE - ISTITU-

TO PER L’ENDOCRINOLO-

GIA E L’ONCOLOGIA “GAE-

TANO SALVATORE”

Scadenza, 5 aprile 2021

È indetta una pubblica selezione

per titoli, eventualmente

integrata da colloquio, per il

conferimento di n 1 borsa di studio

per laureati, per ricerche inerenti

l’Area scientifica “Scienze

Biomediche” da usufruirsi presso

l’Istituto per l’Endocrinologia

e l’Oncologia Sperimentale del

CNR di Napoli, nell’ambito del

Progetto finanziato dal KAUST

Impact Acceleration Funding

2019, dal titolo “Computational

Identification of drugs inhibiting

breast cancer stem cells by

inducing differentiation”. Informazioni

sul sito internet www.

cnr.it, sezione concorsi.

74 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

CONSIGLIO NAZIONALE

DELLE RICERCHE - ISTITU-

TO DI BIOLOGIA E BIOTEC-

NOLOGIA AGRARIA DI PISA

Scadenza, 5 aprile 2021

È indetta una pubblica selezione

per titoli, eventualmente

integrata da colloquio, per il conferimento

di una borsa di studio

per laureati, per ricerche inerenti

all’Area scientifica “Scienze Biologiche

/ Agrarie e Veterinarie”

da usufruirsi presso l’Istituto di

Biologia e Biotecnologia Agraria

del CNR di Pisa, nell’ambito del

Progetto di Ricerca “AGRENO:

Gruppo per ritrovare economie

e nuove opportunità”. Informazioni

sul sito internet www.cnr.

it, sezione concorsi.

AZIENDA SANITARIA LOCA-

LE DI MATERA

Scadenza, 11 aprile 2021

Concorso pubblico, per titoli

ed esami, per la copertura di due

posti di dirigente biologo, disciplina

di microbiologia e virologia,

a tempo indeterminato, per

l’area della medicina diagnostica

e dei servizi. Gazzetta Ufficiale

n.20 del 12-03-2021.

CONSIGLIO NAZIONALE

DELLE RICERCHE - ISTITU-

TO DI NEUROSCIENZE DI

PISA

Scadenza, 12 aprile 2021

È indetta una pubblica selezione

per titoli e colloquio, per

il conferimento di n. 1 borsa di

studio per laureati, per ricerche

inerenti l’Area scientifica “Neuroscienze”

da usufruirsi presso

l’Istituto di Neuroscienze del

CNR di Pisa nell’ambito del Progetto

di Ricerca “Inter-neuronal

transfer of clostridial neurotoxins

and tau: cell specificity and relevance

for brain disorders”. Informazioni

sul sito internet www.

cnr.it, sezione concorsi.

CONSIGLIO PER LA RICER-

CA IN AGRICOLTURA E

L’ANALISI DELL’ECONOMIA

AGRARIA

Scadenza, 14 aprile 2021

Conferimento, per titoli ed

esame-colloquio, di un assegno

di ricerca per laureati della durata

di dodici mesi, da svolgersi

presso il Centro di ricerca viticoltura

ed enologia di Conegliano

e presso la ditta Microbion di

San Giovanni Lupatoto. Gazzetta

Ufficiale n. 24 del 26-03-2021.

ISTITUTO ZOOPROFILATTI-

CO SPERIMENTALE DELLA

PUGLIA E DELLA BASILICA-

TA DI FOGGIA

Scadenza, 15 aprile 2021

Concorso pubblico, per titoli

ed esame-colloquio, per la copertura

di due posti di dirigente

biologo, a tempo pieno e determinato,

per il Centro di referenza

nazionale per l’antrace di

Foggia. Gazzetta Ufficiale n. 21

del 16-03-2021.

UNIVERSITÀ “LA SAPIEN-

ZA” DI ROMA

Scadenza, 15 aprile 2021

Procedura di selezione per

la copertura di un posto di ricercatore

a tempo determinato,

settore concorsuale 05/E1, per il

Dipartimento di scienze biomediche.

Gazzetta Ufficiale n. 21

del 16-03-2021.


Lavoro

UNIVERSITÀ “LA SAPIEN-

ZA” DI ROMA

Scadenza, 15 aprile 2021

Procedura comparativa, per

titoli e colloquio, per la copertura

di un posto di ricercatore a

tempo determinato della durata

di tre anni eventualmente prorogabili

per ulteriori due e pieno,

settore concorsuale 06/A3

- Microbiologia e microbiologia

clinica, per il Dipartimento di

Sanità pubblica e malattie infettive.

Gazzetta Ufficiale n. 21 del

16-03-2021.

ISTITUTO NAZIONALE PER

LA PROMOZIONE DELLA

SALUTE DELLE POPOLA-

ZIONI MIGRANTI E PER IL

CONTRASTO DELLE MA-

LATTIE DELLA POVERTÀ

Scadenza, 15 aprile 2021

Conferimento, per titoli e colloquio,

di una borsa di studio

della durata di dodici mesi, per

laureati in Scienze biologiche o

titoli equiparati/equipollenti.

Gazzetta Ufficiale n. 21 del 16-

03-2021.

CONSIGLIO NAZIONALE

DELLE RICERCHE - ISTITU-

TO PER LE RISORSE BIOLO-

GICHE E LE BIOTECNOLO-

GIE MARINE DI MESSINA

Scadenza, 18 aprile 2021

Conferimento di una borsa di

studio per laureati, da usufruirsi

presso la sede di Ancona. Gazzetta

Ufficiale n. 22 del 19-03-2021.

CONSIGLIO NAZIONALE

DELLE RICERCHE - ISTITU-

TO PER LE RISORSE BIOLO-

GICHE E LE BIOTECNOLO-

GIE MARINE DI ANCONA

Scadenza, 19 aprile 2021

È indetta una pubblica selezione

per titoli, eventualmente

integrata da colloquio, per il

conferimento di n. 1 borsa di

studio per laureati, per ricerche

inerenti l’Area scientifica Scienze

del Sistema Terra e Tecnologie

per l’Ambiente da usufruirsi

presso l’Istituto per le Risorse

Biologiche e le Biotecnologie

Marine del CNR – sede di Ancona

nell’ambito del programma

di ricerca: “Innovazione, sviluppo

e sostenibilità nel settore della

pesca e dell’acquacoltura per

la Regione Campania (ISSPA)”.

Informazioni sul sito internet

www.cnr.it, sezione concorsi.

BANDI

&

CONCORSI

www.onb.it

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

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Scienze

L’esercizio fisico genera

cellule immunitarie nelle ossa

È stato identificato nel midollo osseo un tipo specializzato di progenitore delle cellule ossee,

che ha dimostrato di supportare la generazione di cellule immunitarie, chiamate linfociti in risposta al movimento

senchimali e le cellule progenitrici, che danno origine alle

ossa, al tessuto scheletrico e alle cellule adipose, sono una

parte essenziale della nicchia stromale per le cellule staminali

ematopoietiche e progenitrici (HSPC). Le HSPC,

a loro volta, sono responsabili della produzione di tutti i

lignaggi delle cellule del sangue, comprese quindi anche le

cellule immunitarie [8]. Nei topi, alcuni progenitori mesenchimali

producono una proteina di segnalazione, chiamata

fattore di cellule staminali (SCF), cruciale per supportare

le HSPC. Queste cellule esprimono anche una proteina

della superficie cellulare chiamata recettore della leptina

[9] [(LepR). Le cellule che esprimono LepR (LepR+) risiedono

in posizioni molto diverse nel midollo osseo, inclusi

due tipi di vasi sanguigni, arteriole e sinusoidi. Tuttavia, la

popolazione LepR + è una combinazione di tipi di cellule

progenitrici mesenchimali [10]. Shen e gli altri autori dello

studio hanno deciso di concentrarsi sul sottoinsieme di

cellule LepR+ , che sono coinvolte nel mantenimento della

nicchia delle HSPC.

Per riuscire nel loro intento, gli autori dello studio hanno

eseguito un’analisi dell’espressione genica delle cellule

LepR +, la quale ha rivelato che c’è una sottopopolazione

di cellule che esprime anche un’altra proteina marker,

l’osteolectina [11] [12] (Oln). L’osteolectina ha un ruolo

molto importante e cioè promuove il mantenimento [13]

dello scheletro adulto inducendo LepR + a formare nuove

cellule ossee.

Il gruppo di ricerca è poi passato dai test in vitro a

test su modelli animali. Gli studiosi hanno così applicato

le tecniche di ingegneria genetica per generare topi [14]

in cui le cellule Oln+ sono state fatte diventare fluorescenti

[15] [16]. In questo modo hanno scoperto che le

cellule stromali Oln+ risiedono intorno alle arteriole ma

non intorno ai sinusoidi [17]. I ricercatori hanno poi dimostrato

che le cellule sono progenitori osteogenici, che

danno origine alle cellule che formano l’osso, chiamate

osteoblasti [18], che a loro volta hanno un ruolo cruciadi

Valentina Arcovio

I

l midollo osseo è un luogo piuttosto affollato. Al

suo interno, infatti, coesistono fianco a fianco [1]

[2] molti tipi di cellule staminali e progenitrici,

compresi i progenitori delle cellule immunitarie,

che sono supportate da cellule vicine che generano

ambienti protettivi specializzati per le cellule staminali,

chiamate nicchie [3] [4] [5]. Tuttavia, sappiamo ancora

molto poco dell’interazione che c’è tra le cellule della

nicchia, note anche come cellule stromali, e i progenitori

delle cellule immunitarie nel midollo osseo. Ma si tratta di

un punto centrale che potrebbe avere implicazioni cliniche

importanti. La comprensione dei meccanismi e della coordinazione

di questa interazione, infatti, potrebbe aiutarci

a capire meglio come vengono generati i progenitori delle

cellule immunitarie. In uno studio recentemente pubblicato

sulla rivista Nature [6], un gruppo di scienziati coordinati

dal Children’s Medical Center Research Institute dell’UT

Southwestern - Bo Shen, Alpaslan Tasdogan ,Jessalyn M.

Ubellacker ,Jingzhu Zhang, Elena D. Nosyreva, Liming

Du, Malea M. Murphy, Shuiqing Hu, Yating Yi, Nergis

Kara, Xin Liu, Shay Guela, Yuemeng Jia,Vijayashree Ramesh,

Claire Embree, Evann C. Mitchell,Yunduo C. Zhao,

Fodera A. Ju ,Zhao Hu, Genevieve M. Crane, Zhiyu Zhao,

Ruhma Syeda e Sean J. Morrison - ha risolto parte di questo

intricato puzzle, identificando il ruolo giocato dal movimento

nello stimolare la comunicazione tra un tipo di

cellula stromale e i progenitori immunitari nei topi. In altre

parole, gli studiosi americani hanno scoperto che sarebbe

il movimento a innescare e guidare l’interazione tra la moltitudine

di cellule che risiedono nel nostro midollo osseo.

Le intuizioni emerse da questo studio hanno portato anche

a individuare una nuova strategia che, testata su un gruppo

di topi in laboratorio dai ricercatori americani, ha permesso

di aiutare gli animali a combattere le infezioni.

I vari tipi di cellule staminali e cellule progenitrici nel

midollo osseo [7] sono altamente interconnessi fra loro, sia

fisicamente che funzionalmente. Ad esempio, le cellule me-

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le nella rigenerazione ossea.

Shen e i colleghi hanno quindi creato, tramite tecniche

di ingegneria genetica, topi mutanti privi del gene che codifica

per SCF nelle cellule Oln+. La conseguente mancanza

di SCF nelle cellule Oln+ non ha influenzato le cellule

staminali ematopoietiche o la maggior parte degli altri tipi

di cellule progenitrici ematopoietiche nel midollo osseo.

Tuttavia, ha portato a una significativa riduzione del numero

di un tipo speciale di progenitore ematopoietico, il

progenitore linfoide comune (CLP), che dà origine alle cellule

immunitarie chiamate linfociti. A sostegno dell’ipotesi

che le cellule Oln+ aiutino a generare e mantenere i CLP,

gli autori hanno dimostrato che le cellule Oln+ e i CLP

sono posizionati vicini nel midollo osseo. Successivamente

i ricercatori hanno infettato i topi mutanti con un batterio

patogeno, chiamato Listeria monocytogenes, che di solito

viene eliminato dall’organismo proprio grazie ai linfociti

[19]. Gli animali mutanti, ovvero i topi privati del gene che

codifica SCF nelle cellule Oln+, hanno eliminato il patogeno

in maniera molto meno efficace rispetto ai controlli. Gli

animali ingegnerizzati in laboratorio semplicemente non

hanno prodotto abbastanza linfociti in grado di svolgere il

loro lavoro, a causa del numero ridotto di CLP.

È noto che la stimolazione meccanica delle ossa, che si

verifica durante l’esercizio, promuove la formazione ossea

[20]. In un set finale di esperimenti, Shen e i colleghi

hanno messo i topi in gabbie con ruote da corsa e hanno

scoperto che il movimento che gli animali hanno eseguito

è stato in grado di stimolare un numero maggiore di cellule

Oln + e CLP all’interno del midollo osseo. Il gruppo

di ricercatori americani ha scoperto che le cellule Oln +

esprimono la proteina del canale ionico meccanosensibile

Piezo1 e ha dimostrato che il numero di CLP è anormalmente

basso nei topi ingnegnerizzati. Pertanto, gli autori

dello studio hanno scoperto un percorso precedentemente

sconosciuto attraverso il quale l’esercizio, rilevato attraverso

la proteina meccanosensibile Piezo1 [21] [22] [23], innesca

l’espressione di SCF nei progenitori osteogenici per

aiutare a mantenere i CLP, controllando così parte della

funzione del sistema immunitario.

La scoperta che i progenitori osteogenici meccanosensibili

potrebbe avere un ruolo importante nella lotta

alle infezioni batteriche. Per questa gli stessi ricercatori

del Children’s Medical Center Research Institute dell’UT

Southwestern hanno definito i risultati del loro studio

come “eccitanti”. Se infatti sapevamo già che il movimento

può stimolare il sistema immunitario [24], il nuovo studio

condotto dai ricercatori americani è stato in grado di fornire

una motivazione valida del perché è così. Se le stesse

conclusioni venissero dimostrate in un successivo studio

sugli esseri umani, il lavoro dei ricercatori potrebbe avere

applicazioni cliniche dirette. Ad esempio, il percorso

scoperto nel nuovo studio potrebbe essere sfruttato per

sviluppare trattamenti e terapie migliori in grado di rafforzare

la produzione di cellule immunitarie innescata dal

movimento. Si tratterebbe di una via nuova che consentire

di potenziare le difese naturali degli esseri umani.

Il passo logico successivo a questo studio, secondo

i ricercatori, sarà quello di verificare se correre volontariamente

può effettivamente migliorare la clearance

batterica nei topi. Si potrebbe ad esempio ipotizzare la

messa a punto di specifici programmi che prevedono

esercizio fisico che possano rinforzare specificatamente

il sistema immunitaria

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Un’altra questione chiave aperta dallo studio americano

è quella di capire se l’aumento del numero di cellule Oln+

e di CLP nel midollo osseo può aiutare a fornire protezione

contro altri batteri patogeni, o persino virus. Non solo. I risultati

dello studio inducono anche a chiedersi se l’aumento

delle cellule Oln+ e CLP possa anche avere un impatto

significativo sulle vaccinazioni, aumentando ad esempio la

risposta anticorpale.

Gli autori hanno anche scoperto che il numero di nicchie

Oln + e il numero di CLP erano inferiori nel midollo osseo

dei topi con 18 mesi di vita rispetto alle loro controparti

con soli 2 mesi di vita. I ricercatori hanno spiegato che,

con l’avanzare dell’età, l’ambiente del nostro midollo osseo

subisce dei cambiamenti e le cellule responsabili del mantenimento

della massa ossea e della funzione immunitaria

iniziano man mano a esaurirsi. Da qui il numero più basso

di di nicchie Oln + e di CLP. Tuttavia, sappiamo ancora

molto poco su come l’ambiente del midollo osseo cambia

e perché queste cellule diminuiscono con il passare degli

anni e con l’avanzare dell’età. Prima che gli autori pubblicassero

quest’ultimo studio sapevamo soltanto che l’esercizio

fisico può essere in grado di migliorare la forza ossea e

la funzione immunitaria. Ora però, grazie ai ricercatori, si

è fatto luce su un nuovo meccanismo attraverso il quale ciò

si verifica. Quindi, fattori diversi dalla riduzione del movimento,

potrebbero contribuire a questo declino correlato

all’invecchiamento negli animali

anziani [25]. In pratica i ricercatori

hanno scoperto che il numero di

cellule positive all’osteolectina e di

progenitori linfoidi diminuisce con

l’età. Tuttavia, i test condotti sui

topi messi in gabbie dotate di ruote

per correre hanno permesso di dimostrare

che le ossa di questi topi

sono diventate più forti con l’esercizio

e nel frattempo il numero

di cellule positive all’osteolectina

e progenitori linfoidi intorno alle

arteriole è aumentato. Questa è la

prima indicazione che dimostra che

la stimolazione meccanica regola

una nicchia nel midollo osseo. Per

questo, i ricercatori del Children’s

Medical Center Research Institute

dell’UT Southwestern sono ora

convinti che interventi terapeutici

mirati ad espandere il numero di

cellule positive all’osteolectina potrebbero

aumentare la formazione

ossea e le risposte immunitarie, in

particolare negli anziani.

Inoltre, secondo i ricercatori

americani, sarebbe interessante anche indagare il modo

in cui le nicchie Oln + percepiscono i cambiamenti nel

tempo della stimolazione meccanica, o se i cambiamenti

epigenetici (modifiche al DNA che possono alterare l’espressione

genica senza cambiare la sequenza del DNA

sottostante) nelle cellule Oln + vecchie le rendono meno

efficaci nel generare molecole di segnalazione come SCF.

I risultati dello studio suggeriscono ulteriori vie da

indagare. Sappiamo che la meccanosensibilità svolge

un ruolo nella fisiologia ossea, ma un ruolo cruciale per

la meccanosegnalazione è stato descritto anche per altri

tipi di cellule, ad esempio le cellule progenitrici del

pancreas, le cellule staminali intestinali e le cellule endoteliali

che rivestono i vasi sanguigni. Sebbene si sappia

meno sulle nicchie che supportano le cellule staminali

al di fuori del midollo osseo, il sistema vascolare, e

quindi le cellule endoteliali, sono i principali candidati

per la formazione di tali nicchie. È quindi possibile che

la meccanosensibilità nelle cellule endoteliali che formano

le nicchie possa contribuire al mantenimento di

altri tipi di cellule staminali e progenitrici. In tal caso,

il lavoro dei ricercatori del Children’s Medical Center

Research Institute dell’UT Southwestern potrebbe avere

implicazioni di ampio respiro per la biologia delle

cellule staminali con una potenziale moltitudine di implicazioni

cliniche.

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Scienze

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Scienze

I grassi fanno da scudo

al cancro

Il cancro può eludere l’attacco da parte del sistema immunitario, grazie all’aiuto delle cellule T regolatorie immunosoppressive,

che dipendono da un percorso di produzione di lipidi nell’ambiente tumorale. Averlo individuato apre la

strada alla messa a punto di nuovi trattamenti mirati a rompere questa alleanza

L

e cellule immunitarie chiamate cellule T regolatorie

(cellule T reg) sono un sottoinsieme di

cellule T che hanno la funzione di attenuare selettivamente

le risposte immunitarie [1]. Questo

loro compito viene effettuato sopprimendo l’attivazione

delle cellule T che promuovono invece l’infiammazione

e che secernano fattori antinfiammatori [2]. Tale

attenuazione delle risposte immunitarie [3] è molto preziosa

perché impedisce al sistema immunitario di scatenare

una forte reazione infiammatoria nell’organismo di una

persona. Evenienza, quest’ultima, che può essere considerata

come un tipo di malfunzionamento che si verifica nelle

malattie autoimmuni. Quella delle cellule T reg è quindi

una funzione fondamentale che consente quindi di prevenire

reazioni infiammatorie eccessive, che possono rivelarsi

anche letali. Tuttavia, ci sono casi in cui le cellule T reg

possono invece rivelarsi un “nemico”, lasciando esposto il

nostro organismo a minacce importanti, come quella legata

a un tumore. Le cellule T reg, infatti, possono essere di

grande aiuto per i tumori che, proprio grazie a esse, possono

proliferare e diffondersi indisturbatamente in altre parti

dell’organismo rispetto al sito di origine. Le cellule T reg,

infatti, possono sopprimere le cellule immunitarie deputate

ad attaccare le cellule cancerose, come le cellule T CD8

(note anche come cellule T killer). In un nuovo studio pubblicato

sulla rivista Nature [4], un gruppo di ricercatori

del St Jude Children’s Research Hospital, Memphis (Usa)

- Seon Ah Lim, Jun Wei, Thanh-Long M. Nguyen, Hao

Shi, Wei Su, Gustavo Palacios, Yogesh Dhungana, Nicole

M. Chapman, Lingyun Long, Jordy Saravia, Peter Vogel &

Hongbo Chi - hanno identificato una dipendenza metabolica

delle cellule T reg nel microambiente tumorale. Si tratta

di una scoperta che rivela in che modo le cellule operano

nel e attorno al sito del tumore.

La conoscenza del meccanismo attraverso cui le cellule

T reg “aiutano” il tumore a sfuggire all’attacco delle cellule

T killer del sistema immunitario, ha dato una grande

spinta allo sviluppo dell’immunoncologia. Oggi, infatti,

l’immunoterapia viene utilizzata in clinica per contrastare

il meccanismo di evasione da parte di un tumore dall’attacco

dei linfociti T killer. Questo approccio può includere,

infatti, trattamenti che prevedono la somministrazione di

anticorpi mirati alle cellule T reg [5]. Sebbene tale terapia

aumenti le risposte immunitarie contro il tumore, può

però avere un effetto negativo sulle cellule T reg in altre

parti dell’organismo dove svolgono l’importante funzione

di mantenimento del sistema immunitario in equilibrio. Di

conseguenza, le persone che ricevono tali trattamenti spesso

sviluppano una malattia autoimmune [6]. Bloccando

infatti l’azione delle cellule T reg che consente al tumore

di eludere l’attacco dei “soldati” del sistema immunitario,

si blocca anche l’azione antinfiammatoria fondamentale di

queste cellule in altre parti dell’organismo.

Un grande bisogno insoddisfatto è quello quindi di disporre

di un tipo di immunoterapia che ha come target da

bersagliare solo le cellule T reg “cattive” che si trovano

nelle vicinanze del tumore, lasciando intatte e operative le

cellule T reg “buone” che si trovano in altre parti dell’organismo

e il cui lavoro è appunto essenziale.

Per trovare un modo per individuare le cellule T reg

indesiderate, Lim e i colleghi hanno utilizzato topi che avevano

un tipo di tumore chiamato melanoma. Gli studiosi

hanno confrontato i profili di espressione genica delle cellule

T reg prelevate in un’area vicina al tumore dei topi con

quelli prelevati da altre parti dell’organismo dell’animale.

Solo le cellule T reg associate al tumore esprimono geni

la cui espressione è controllata da un gruppo di fattori di

trascrizione chiamati Steroli regolamentazione proteine

elemento legante (SREBPs). Queste proteine guidano l’espressione

di geni che codificano per enzimi che producono

lipidi [7], come acidi grassi e colesterolo [8], necessari

per processi che includono la segnalazione cellulare e la

costruzione delle membrane cellulari.

Per verificare se questa firma trascrizionale che produ-

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Scienze

ce lipidi è funzionalmente importante, Lim e il suo team

di ricerca hanno utilizzato topi geneticamente modificati

in cui il percorso di espressione genica mediato da SREBP

[9] è stato disattivato specificamente nelle cellule T reg.

Gli autori dello studio hanno monitorato la crescita delle

cellule tumorali - melanoma e anche adenocarcinoma del

colon - trapiantate sotto la pelle degli animali e hanno scoperto

che questa interruzione di SREBP ha portato a risposte

immunitarie antitumorali molto più efficaci nelle due

forme di cancro rispetto a quelle che si sono verificate negli

animali che avevano SREBP funzionanti. La buona notizia

è che i topi che non hanno ricevuto trapianti di tumore,

ma che sono stati privati lo stesso dell’espressione genica

mediata da SREBP, non hanno mostrato segni di malattia

autoimmune. Ciò indica che le cellule T reg esterne all’ambiente

tumorale funzionavano normalmente senza quindi

aver bisogno dell’espressione genica mediata da SREBP.

Anche quando questi animali sono stati manipolati per sviluppare

una malattia del cervello autoimmune, simile alla

sclerosi multipla umana, avevano lo stesso livello di gravità

della malattia così come i topi con cellule T reg normali. Si

tratta di un’ulteriore conferma di quanto l’approccio mirato

a SREBP possa essere promettente per contrastare il

tumore senza causare effetti indesiderati. Il risultato dello

studio americano, infatti, dimostra che l’espressione genica

mediata da SREBP è necessaria per le cellule T reg nell’ambiente

tumorale, ma può essere superflua per altre cellule

T reg. Il blocco del percorso SREBP ha anche scatenato

una potente risposta

antitumorale nei topi con melanoma trattati con un

tipo di immunoterapia chiamata anti-PD-1. In questi casi

il trattamento anti-PD-1 da solo sarebbe stato altrimenti

inefficace negli animali. Le ricadute cliniche di questa scoperta

potrebbero essere importantissime. La terapia anti-PD-1

attualmente funziona solo in circa il 20 per cento

dei malati di cancro. Nei casi in cui funziona, la risposta è

molto importante e soprattutto durevole nel tempo. Ma ci

sono molti altri casi, ad esempio tumori pediatrici, che non

rispondono al trattamento anti-PD-1. Ora però gli esperimenti

condotti nello studio americano hanno dimostrato

che il blocco di una specifica via lipidica ha avuto un effetto

notevole nel sensibilizzare i topi alla terapia. Secondo gli

studiosi, anche se si ha davanti ancora un lungo percorso di

ricerca, i loro risultati suggeriscono che se è possibile sviluppare

farmaci per controllare questo specifico percorso

delle cellule T regolatorie “cattive” nei pazienti affetti da

cancro, allora è possibile renderli ancora più reattivi alle

terapie anti-PD-1.

Nel corso dello studio i ricercatori americani si sono

anche chiesti perché la produzione di lipidi mediata da

SREBP è necessaria per le cellule T reg associate al cancro.

Secondo gli autori dello studio, i tumori estraggono i lipidi

dall’ambiente circostante e usano queste molecole per

poter disporre dell’energia necessaria e per alimentare la

loro crescita [10] . In teoria, la scarsità di lipidi intorno ai

tumori potrebbe significare che le cellule T reg associate al

tumore devono produrre i propri lipidi. Ma secondo i ricercatori

del St Jude Children’s Research Hospital c’è

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di più della sola necessità per gli SREBP di favorire la proliferazione

cellulare e il fabbisogno energetico delle cellule

T reg. Lim e e il suo team di ricerca hanno identificato due

ruoli chiave di SREBP. In primo luogo, gli studiosi hanno

mostrato che le cellule T reg del tumore hanno bisogno

di SREBP per generare l’acido grasso sintasi, un enzima

coinvolto nella sintesi di acidi grassi. Se questo enzima non

è presente, le cellule T reg del tumore non diventano completamente

mature e perdono in questo modo d’efficacia.

Inoltre, con SREPB non funzionante le cellule mostrano

una ridotta capacità di attenuare la risposta immunitaria

rispetto alle cellule T reg che hanno questo enzima.

In secondo luogo, Lim e i suoi colleghi hanno dimostrato

che, affinché le cellule T reg svolgano il loro solito ruolo

antinfiammatorio nell’ambiente tumorale, esse devono fare

affidamento su quella che viene chiamata via del mevalonato.

Questo percorso dipendente da SREBP produce colesterolo,

così come altre molecole, tra cui geranilgeranil

pirofosfato (GGPP). GGPP si lega alle proteineattraverso

un processo chiamato prenilazione [11]. L’aggiunta di

GGPP modifica le proprietà chimiche della proteina bersaglio,

più o meno allo stesso modo in cui altri tipi di modifica

delle proteine, come la fosforilazione e l’acetilazione,

alterano la proteina modificata.

I ricercatori del St Jude Children’s Research Hospital

hanno anche fornito evidenze che collegano la produzione

di GGPP attraverso il percorso del mevalonato all’espressione

di un gene che codifica per una proteina immunosoppressiva

chiamata PD-1. La proteina prenilata presumibilmente

richiesta per l’espressione di PD-1 è sconosciuta;

tuttavia, gli autori dimostrano che, senza GGPP, le cellule

T reg del tumore non sovraregolano il gene codificante

PD-1. Essi mostrano che PD-1 è necessaria per “stabilizzare”

le cellule T reg del tumore: il trattamento dei topi con

tumore con un anticorpo che blocca la funzione di PD-1

conduce all’espressione di geni normalmente non associati

alle cellule T reg, come un gene che codifica per la proteina

pro-infiammatoria interferone-γ [12]. Le cellule T reg

che producono interferone-γ non possono proteggere un

tumore dall’attacco del sistema immunitario [13].

Il fatto che una popolazione di cellule T reg trovata nel

contesto del cancro

sia metabolicamente

vulnerabile è una rivelazione

che ha implicazioni

molto profonde.

Potrebbe indicare,

ad esempio, la strada

verso lo sviluppo di

immunoterapie meno

tossiche in grado di

bersagliare selettivamente

le cellule T reg

“danneggiate”, risparmiando

quindi quelle necessarie per i buon funzionamento

dell’organismo. Con centinaia di studi clinici attualmente

in corso che stanno esaminando come si potrebbero potenziare

le risposte immunitarie contro il tumore, i tentativi

di destabilizzare le cellule T reg del tumore attraverso i

pathway evidenziati da Lim e i suoi colleghi saranno senza

dubbio di interesse.

Attualmente farmaci che inibiscono specificamente la

via del mevalonato sono già in uso clinico per combattere

una serie di disturbi cardiovascolari. Ad esempio, le statine

sono una classe di farmaci in grado di abbassare il colesterolo

che viene utilizzata da milioni di persone già dagli anni

‘80. Non a caso ci sono dati che indicano che la mortalità

è inferiore nelle persone con tumori che assumono statine.

Questo dato è stato osservato in molte forme di neoplasie,

tra cui il mieloma multiplo [14], il cancro esofageo [15] e il

cancro del pancreas [16]. L’idea di interrompere la via del

mevalonato come modo di trattare il cancro sta ottenendo

sempre più consensi perché è stato osservato che, rispetto

alle cellule normali, alcune cellule tumorali hanno una

maggior bisogno di molecole generate a valle di questa via

[17]. Secondo i ricercatori americani, è affascinante ipotizzare

che le cellule T reg cellule potrebbero aver contribuito

a queste prime osservazioni cliniche. Forse gli inibitori

della via del mevalonato o gli inibitori della prenilazione

mediata da GGPP giocheranno un ruolo nelle future terapie

antitumorali.

Il ruolo chiave dell’acido grasso sintasi nella funzione

delle cellule T reg del tumore è una scoperta interessante,

secondo gli autori dello studio, dato che altre ricerche

[18] indicano che l’inibizione dell’enzima acetil-CoA carbossilasi

1 (che funziona a monte dell’acido grasso sintasi

nella stessa pathway) aumenta la formazione e la funzione

delle cellule T reg nello stesso modello murino di malattia

cerebrale autoimmune utilizzato da Lim e dal suo team di

ricerca. Questi risultati suggeriscono che gli effetti dell’inibizione

della funzione delle cellule T reg, attraverso l’interruzione

dell’acido grasso sintasi dipendente da SREBP, dipendono

dal contesto. Al di fuori dell’ambiente tumorale,

l’interruzione dell’acido grasso sintasi non ha avuto alcun

82 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Scienze

effetto, mentre l’inibizione dell’acetil-CoA carbossilasi 1

ha effettivamente conferito benefici alle cellule T reg [18].

Lo studio di Lim e colleghi ha implicazioni che vanno

ben oltre il trattamento del cancro. Una rara malattia

autoinfiammatoria chiamata deficit di mevalonato chinasi

(MKD) è causata da una mutazione nel gene, appunto

MKD, che codifica per l’enzima mevalonato chinasi, che

agisce nella via del mevalonato. Nei pazienti, entrambe

le copie del gene MVK sono danneggiate, comportando

un’insufficienza dell’attività dell’enzima mevalonato chinasi.

Ciò causa un accumulo di acido mevalonico che compare

nelle urine durante gli attacchi di febbre. Da un punto

di vista clinico, il risultato è febbre ricorrente. Peggiore è

la mutazione del gene MK, più grave, tende a essere la malattia.

Le persone gravemente colpite possono quindi sviluppare

attacchi di febbre anche molto gravi, ritardo nello

sviluppo, riduzione della vista e danni ai reni. In molte persone

colpite, un componente del sangue, l’immunoglobulina

D (IgD), è elevato, dando origine al nome alternativo di

“sindrome da iper IgD e febbre periodica”. Si ritiene che

la malattia sia causata da una prenilazione proteica difettosa,

ma la mancanza di una chiara comprensione meccanicistica

della causa sottostante a essa ha ostacolato gli sforzi

per sviluppare un trattamento efficace [19]. Le scoperte di

Lim e del suo team di ricerca sollevano anche la questione

se PD-1 o le cellule T reg possano essere collegate a questa

malattia. Questa possibilità giustifica, secondo gli autori

dello studio, ulteriori indagini.

La ricerca di Lim e dei suoi colleghi, inoltre, rafforza la

necessità di comprendere la relazione tra i pathway metabolici

e la regolazione della funzione del sistema immunitario.

Come mostra questo lavoro, tali intuizioni potrebbero

essere fondamentali negli attuali sforzi per curare il cancro.

(V. A.).

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Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

83


Scienze

L’impatto sulla mortalità

dell’esame clinico al seno

Uno studio su migliaia di donne indiane pesa il ruolo dell’analisi effettuata da specialisti

sulle pratiche di prevenzione del tumore alla mammella

U

n recente studio prospettico, randomizzato e

controllato, basato su alcuni cluster di popolazione

indiana osservati nella città di Mumbai,

ha valutato gli effetti dello screening tramite

esame clinico sull’incidenza e sulla mortalità

del cancro al seno, con un follow-up di venti anni.

La ricerca, coordinata da un team di ricercatori del Tata

Memorial Centre e dell’Homi Bhabha National Institute

di Mumbai, di cui fa parte il professore emerito Indraneel

Mittra, è stata pubblicata a fine febbraio sulla rivista

“BMJ” [1].

L’obiettivo primario dello studio era testare l’efficacia

dello screening mediante esame clinico della mammella -

l’osservazione e la palpazione accurata di entrambe le mammelle

effettuate da specialisti - rispetto sia alla possibilità di

fronteggiare il carcinoma mammario in dimensioni ridotte

fin dalle fasi di diagnosi, sia nell’impatto sulla mortalità per

malattia, soprattutto rispetto a gruppi di pazienti con patologia

analoga ma in assenza dello screening specifico.

Lo studio di Indraneel Mittra e colleghi si è basato su

20 cluster geograficamente distinti, situati tutti nella popolosa

città di Mumbai, in India, e che sono stati assegnati

in modo casuale alle attività di screening (10 cluster) e di

controllo (10 cluster). La ricerca ha tenuto conto dei dati

raccolti in un periodo di osservazione di 20 anni, relativi a

una popolazione di oltre 151.000 donne (nello specifico,

151.538 donne di età compresa tra 35 e 64 anni che al basale

non avessero già una storia di cancro al seno).

Le donne osservate nel gruppo di screening sono state

sottoposte a quattro cicli di esame clinico della mammella

condotti da operatori sanitari di base qualificati ogni due

anni, con annesse le informazioni utili a una maggiore consapevolezza

sul tumore. Questi primi interventi sono stati

seguiti da cinque cicli di sorveglianza attiva ogni due anni.

Le donne osservate nel gruppo di controllo hanno, invece,

ricevuto un primo ciclo di informazioni per la consapevolezza

sul tumore, seguito da otto cicli di sorveglianza attiva

ogni due anni.

L’aderenza media della popolazione allo screening dopo

quattro cicli è stata del 67,07% e l’adesione media al rinvio

in ospedale per l’eventuale conferma della diagnosi è stata

del 76,21%. L’aderenza media ai cicli (dal quinto al nono)

della sorveglianza attiva dopo lo screening con esame clinico

è stata del 77,57%, un valore simile a quello rilevato

nel gruppo di controllo. Dei 641 tumori rilevati complessivamente

nel gruppo di screening, 199 (pari al 31%) sono

stati rilevati durante i quattro cicli di esame e 442 (pari al

69%) sono stati rilevati durante la successiva sorveglianza

attiva. L’aderenza nel gruppo di controllo al primo e unico

intervento informativo per la consapevolezza è stata del

90,88%; l’aderenza media ai successivi otto cicli di sorveglianza

attiva è stata del 78,14%. Al termine dell’attività di

sorveglianza, in questo secondo gruppo sono stati registrati

655 casi di cancro al seno.

La costanza nella partecipazione alle attività di screening

si è rivelata un fattore fondamentale: i ricercatori

spiegano, infatti, di aver riscontrato una riduzione della

mortalità del 34% tra le donne al di sotto dei 50 anni che

avevano partecipato a tutti i cicli di screening.

Uno dei punti di forza dello studio segnalati dagli stessi

autori sta nella progettazione della ricerca: si tratta, spiegano,

di uno “studio autoctono”, progettato e implementato

da un team di studiosi con base operativa a Mumbai e

che, dunque, avevano una piena comprensione delle realtà

sociali, geopolitiche e geografiche del contesto, indicatori

che sempre influenzano la conduzione di un’analisi collegata

alla salute pubblica, in particolar modo nelle aree disagiate.

Lo studio è stato condotto in zone estremamente

povere, abitate soprattutto da donne in condizione di difficoltà

economica: sono stati i medici e gli assistenti sociali a

raggiungerle per effettuare gli screening programmati.

Il risultato principale ha confermato che l’esame clinico

del seno condotto ogni due anni dagli operatori sanitari

può ridurre del 15% - una misura ritenuta tuttavia non

significativa - la mortalità per cancro al seno. La riduzione

assume, invece, valori decisamente più importanti, pari

84 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Scienze

Il grafico sulla mortalità per cancro al seno durante i 20 anni di studio, dalla ricerca di Mittra

I, Mishra GA, Dikshit RP, Gupta S, Kulkarni VY, Shaikh HKA et al.

al 30%, quando l’osservazione si focalizza sulle donne ultracinquantenni.

Ancora come dato generale, il gruppo di

ricercatori spiega di non aver osservato alcuna riduzione

significativa della mortalità nelle donne di età inferiore ai

50 anni. Il cancro al seno è stato rilevato in fase precoce

ad un’età media di 55,18 anni nel gruppo di screening rispetto

al gruppo di controllo (dove l’età media di rilevazione

è stata a 56,50). Questa differenza, spiegano gli autori,

segnalava che lo screening aveva anticipato la diagnosi di

cancro al seno di 16 mesi, così come che il cancro al seno

è stato diagnosticato prevalentemente nelle donne anziane

o nelle donne più giovani dopo aver raggiunto i 50 anni.

Come previsto dagli autori della ricerca, dunque, è stata

osservata una maggiore incidenza di cancro al seno nel

gruppo di screening rispetto al gruppo di controllo, ma

questa differenza si è poi ridotta gradualmente a partire

dal periodo che coincideva con l’avvio della sorveglianza,

per scomparire completamente al termine del tempo di

osservazione. Al momento del reclutamento nella ricerca

di Indraneel Mittra e colleghi, oltre il 70% delle donne

sia nel braccio di screening che in quello di controllo aveva

meno di 50 anni, mentre al momento della diagnosi di

cancro al seno questa proporzione era invertita con quasi

il 75% delle donne di età pari o superiore a 50 anni in

entrambi i bracci.

Una parte dell’osservazione ha inoltre permesso agli autori

di fare alcune riflessioni sul contesto in cui l’indagine

è stata sviluppata, per tirare così alcune conclusioni di portata

più squisitamente sociale. È nei Paesi a basso medio

reddito che, segnalano gli studiosi, l’esame clinico del seno

dovrebbe essere preso in considerazione per le campagne

di screening e le politiche attive di prevenzione.

L’incidenza del cancro al seno, del resto, è in aumento

in tutti i Paesi del mondo, ma in particolare in quelli a basso

e medio reddito [2].

Tra le donne, il cancro è la seconda causa di morte nel

mondo, così come nelle Americhe, in Europa e nelle regioni

del Pacifico occidentale. È la terza causa di morte

nel Mediterraneo orientale, la quarta nel sud-est asiatico

e la sesta in Africa [3]. Nel 2012, per esempio, sono stati

registrati 6,7 milioni di nuovi casi di cancro e 3,5 milioni di

decessi tra le donne in tutto il mondo: di questi, il 56% dei

casi e il 64% dei decessi si sono verificati nei Paesi meno

sviluppati. Le previsioni parlano di un aumento dei casi nel

mondo a 9,9 milioni, con 5,5 milioni di decessi ogni anno

entro il 2030. Dati, questi ultimi, collegati anche alle stime

di crescita e invecchiamento della popolazione.

In India, territorio di riferimento della ricerca, il tasso

di incidenza standardizzato per età del cancro al seno è aumentato

del 40,7% tra il 1990 e il 2016. In quella regione,

questo tipo di tumore è la principale causa di morte per

cancro nelle donne nella maggior parte degli stati [4].

C’è un tema fondamentale legato allo sviluppo della

malattia ed è quello della diagnosi precoce. In generale,

il carico del cancro tra le donne potrebbe essere sostanzialmente

ridotto sia nei Paesi ad alto reddito che in quelli

a reddito medio-basso attraverso l’implementazione di

diversi interventi efficaci, tra cui il controllo dell’uso del

tabacco, la vaccinazione HPV e HBV e, naturalmente, lo

screening [5].

I tumori al seno nei Paesi a basso e medio reddito sono

frequentemente rilevati in fasi avanzate e, di conseguenza,

più della metà delle morti globali per cancro al seno si verifica

in aree meno sviluppate. La mammografia è ormai

uno strumento di screening riconosciuto e consolidato nella

pratica in tutti i Paesi sviluppati. Ma in aeree del mondo

meno ricche e con sistemi sanitari meno solidi, non è facile

individuare la modalità di screening standard su cui fare

affidamento.

L’autopalpazione può essere una pratica importante da

sostenere ai fini della prevenzione diffusa, ma non è detto

che le donne la eseguano sempre in modo corretto [6]. Ad

oggi la maggior parte degli studi sull’efficacia dell’autopalpazione

della mammella è stata di tipo osservativo: que-

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

85


Scienze

© LightField Studios/shutterstock.com

ste ricerche hanno suggerito che le donne che la praticano

hanno maggiori probabilità di scoprire il tumore al seno, e

che il tumore tende ad essere più piccolo e che per queste

donne si profila una maggiore sopravvivenza [7].

Di contro, la mammografia, esame ampiamente utilizzato

nei Paesi occidentali, potrebbe non essere un approccio

appropriato nei Paesi a basso e medio reddito a causa

del suo costo e della sua complessità. Senza contare che la

maggior parte delle donne residenti nelle zone del Pianeta

meno sviluppate ha meno di 50 anni e la mammografia è

meno efficace in questa fascia di età.

Per comprendere gli effetti delle attività di prevenzione,

la letteratura fornisce alcuni dati indicativi. Negli Stati Uniti

la mortalità per cancro al seno è diminuita del 24% sostanzialmente

in un periodo breve, tra il 1990 e il 2000. Nel

2005 una stima del Cancer Intervention and Surveillance

and Modeling Network (CISNET), supportata dal National

Cancer Institute statunitense, aveva evidenziato come

circa il 46% della diminuzione osservata potesse essere attribuita

allo screening. Uno studio norvegese del 2010 [8],

invece, aveva indicato nel 10% il contributo della mammografia

alla diminuzione della mortalità in Norvegia, con

una quota del 28% attribuita a un effetto del tempo, come

risultato dell’azione complementare di consapevolezza, miglioramento

della terapia e uso di strumenti diagnostici più

sensibili, fattori che stavano agendo contemporaneamente

all’implementazione dello screening mammografico [9].

Nell’Africa Sub Sahariana, la prevenzione e il controllo del

cancro al seno sono un problema di salute pubblica sempre

più critico. Il cancro al seno è il tumore femminile più frequente

in quell’area del Pianeta e i tassi di mortalità sono i

più alti a livello globale. Ma è altrettanto vero che a lungo

il cancro al seno è stato considerato una malattia dei Paesi

ricchi ed è in questi contesti che sono stati sviluppati e implementati

programmi per la diagnosi precoce. Nell’Africa

Sub Sahariana, i programmi di screening per il cancro al

seno sono stati meno efficaci, probabilmente proprio per il

contesto profondamente diverso in cui sono stati applicati

i programmi, a partire dall’età della popolazione, decisamente

più giovane in Africa. Il contesto socio-economico

generale, inoltre, non permette un’azione tempestiva dopo

la diagnosi: molte donne presentano uno stadio avanzato

della malattia, e poiché le opzioni di trattamento sono limitate,

hanno prognosi sfavorevoli. [10].

Nel 1997 uno studio valutò l’efficacia dello screening

del cancro al seno avviato a New York nel dicembre 1963 su

donne di età compresa tra 40 e 64 anni. All’epoca la mammografia

era nelle sue prime fasi di sviluppo e un numero

elevato di tumori al seno fu rilevato dalla pratica dell’esame

clinico della mammella. A circa 18 anni dal reclutamento,

tra le donne di età compresa tra i 40 e i 49 anni e tra i 50 e i

59 anni nel gruppo di studio a cui erano state fornite sia la

mammografia sia l’esame clinico fu registrata una mortalità

per cancro al seno inferiore di circa il 25% [11].

Per valutare il contributo della mammografia e dell’esame

clinico alla riduzione della mortalità per cancro al seno,

all’inizio degli anni ’80 fu avviato il Canadian National Breast

Screening Study. Le donne osservate, tutte di età compresa

tra i 50 e i 59 anni, furono assegnate in modo casuale

a due gruppi di studio: per il primo era stato previsto un

esame clinico alla mammella ogni anno, al secondo era stata

assegnata anche la mammografia. L’obiettivo dell’indagine

era determinare se la mammografia fornisse un vantaggio

aggiuntivo in termini di riduzione della mortalità: dopo 13

86 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Scienze

anni di follow-up e cinque cicli di screening, i

decessi per cancro al seno nei due gruppi risultarono

quasi identici.

L’effetto vantaggioso dello screening mammario

sulla mortalità per cancro al seno, dice

uno studio svedese del 2002, persiste dopo un

follow-up a lungo termine. La riduzione è stata

registrata come maggiore nelle donne di età

compresa tra i 60 e i 69 anni all’ingresso nell’indagine;

mentre restringendo le fasce di età a

cinque anni, effetti statisticamente significativi

sono stati registrati nei gruppi di età 55-59, 60-

64 e 65-69 anni [12].

Alcuni di questi studi sono stati presi in considerazione

del gruppo di Mittra per avviare la

progettazione della ricerca e definire meglio gli

obiettivi dell’indagine. Al termine del percorso

è stato possibile affermare che l’esame clinico

alla mammella ha portato a una significativa riduzione

dello stadio del cancro al seno individuato

in tutte le donne.

Alla fine dello screening, i ricercatori hanno individuato

198 donne con cancro al seno nel braccio dello screening e

151 nel braccio di controllo. Ma dopo un follow-up mediano

di 18 anni, i bracci di screening e di controllo presentavano

rispettivamente 640 e 655 casi di cancro al seno. Sono

invece stati registrati 213 decessi per cancro al seno nel

braccio di screening e 251 decessi nel braccio di controllo:

il dato ha permesso di valutare come “non significativa” la

riduzione della mortalità del 15% quando sono state considerate

donne di tutte le età. Tra le donne di età inferiore

ai 50 anni, 149 decessi per cancro al seno sono stati registrati

nel braccio di screening e 158 decessi nel braccio di

controllo; tra le donne di età pari o superiore a 50 anni, 64

decessi per cancro al seno sono stati registrati nel braccio

di screening e 93 decessi nel braccio di controllo.

Quando i dati sulla mortalità per cancro al seno sono

stati analizzati sulla base della partecipazione al numero

di cicli di screening clinici, il team ha scoperto che anche

le donne di età inferiore ai 50 anni che hanno partecipato

a tutti i cicli di controllo ne hanno beneficiato in modo significativo

in termini di riduzione della mortalità, ma questo

vantaggio non esisteva se le donne partecipavano solo

a tre turni di esame. Le donne di età pari o superiore a 50

anni, invece, hanno ottenuto benefici sia con tre cicli sia

con quattro cicli di screening.

In generale, tra i risultati più significativi segnalati dagli

autori vi è proprio la constatazione che l’esame clinico

biennale alla mammella eseguito da operatori sanitari qualificati

ha anticipato in modo significativo la diagnosi di

cancro al seno e ha anche abbassato la portata della malattia

con un minor numero di tumori di stadio III o IV nelle

donne sottoposte a screening.

Quasi sempre nella vicenda clinica delle donne con una

storia di tumore al seno un trattamento tempestivo può

contribuire a migliorare la qualità della vita, prevenendo

la malattia in stadio avanzato e finanche la recidiva locale.

(S. L.).

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pmid:11918907

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

87


Scienze

Anticorpi anti-spike in soggetti, con e senza pregressa

infezione da Sars-CoV-2, sottoposti al vaccino a mRNA (Pfizer-Biontech)

Un dosaggio immunologico chemiluminescente a cattura di micro particelle è stato utilizzato per rilevare

gli anticorpi di classe IgG diretti contro la proteina nucleocapside (N) e contro la proteina spike del SARS-CoV-2

di Ciro Esposito * , Matilde Bile * , Annalisa Esposito * , Roberta Brugnone * , Concetta Esposito * ,

Antonella Mazzotti * , Luciano Minieri * , Stefania Fasano ** , Marco Varelli ** , Antonio Monti ** ,

Martina Cipollaro ** , Emanuele De Vita **

7

3 soggetti (47 senza pregressa infezione

da SARS-CoV-2 ovvero sieronegativi);

(26 con pregressa infezione

da SARS-CoV2 ovvero sieropositivi),

afferenti da diversi settori lavorativi

(personale sanitario, fattorini, personale amministrativo),

sono stati sottoposti a vaccinazione Pfizer.

Un dosaggio immunologico chemiluminescente

a cattura di micro particelle, è stato utilizzato per

rilevare gli anticorpi di classe IgG diretti contro

la proteina nucleocapside (N) e contro la proteina

spike del SARS-CoV-2 nel siero a distanza di 7-10

gg dalla somministrazione sia della I che della II

dose del vaccino.

Nei soggetti esposti al virus prima della vaccinazione,

si è osservato un elevato titolo di anticorpi

anti-spike già a una settimana dalla I dose del vaccino

(media 27174,54), titolo rimasto, praticamente,

invariato al controllo dopo una settimana dalla

II dose (media 30941,50). Viceversa, nei soggetti

non esposti al virus nativo, a una settimana dalla I

dose di vaccino (media 1014,21), si è osservato un

basso titolo anticorpale che solo dopo la II dose di

vaccino (media 25074,11), è diventato sovrapponibile

a quello dei soggetti esposti al virus.

Questi risultati suggeriscono che una singola

dose di vaccino a mRNA (Pfizer) induce risposte

immunitarie molto rapide in soggetti sieropositivi,

* Patologia Clinica CTO – Azienda Ospedaliera dei Colli - Napoli.

** Istituto Diagnostico Varelli

con titoli anticorpali post-vaccino paragonabili o

superiori a quelli trovati in soggetti sieronegativi

che hanno ricevuto due dosi di vaccino.

Introduzione

A causa dell’inarrestabile diffusione della pandemia

da SARS-CoV-2 (severe acute respiratory

syndrome coronavirus-2) e alla luce di un futuro

plausibilmente caratterizzato da diffusione endemica

di SARS-CoV-2 (1), la vaccinazione contro

questo nuovo coronavirus è oggi considerata la

strategia più efficace per moderare le drammatiche

conseguenze sanitarie, sociali ed economiche

di COVID-19 (2).

Terminata la prima fase della campagna vaccinale,

è importante valutare il grado di protezione ottenuto

dagli operatori sanitari in seguito alla vaccinazione,

attraverso il dosaggio degli anticorpi

IgG anti-SARS-CoV-2 e in particolare gli anticorpi

neutralizzanti.

Il vaccino, infatti, induce il nostro organismo ad

attivare un meccanismo di protezione consistente

nella produzione di anticorpi specifici (anticorpi

neutralizzanti), capaci di evitare l’ingresso nelle

nostre cellule del virus responsabile di Covid-19 e

di prevenire quindi l’insorgere della malattia.

La valutazione diretta dell’attività di neutralizzazione

virale richiede infrastrutture, attrezzature

specifiche e personale addestrato non sempre

reperibili presso la maggior parte dei laboratori

diagnostici. Tuttavia, la presenza di anticorpi neutralizzanti

è stata messa in correlazione con la presenza

nel siero di anticorpi delle immunoglobuline

di classe G (IgG), diretti contro il dominio legante

il recettore (RDB) della proteina spike del

88 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Scienze

Tabella 1. Suddivisione dei campioni per sesso-

SARS-CoV-2.

Scopo di questo studio è quello di valutare la

risposta immunitaria umorale anti SARS-CoV-2 in

soggetti vaccinati, esposti e non al virus.

Materiali e Metodi

73 soggetti (47 senza pregressa

infezione da SARS-

CoV-2 ovvero sieronegativi;

26 con pregressa infezione

da SARS-CoV2 ovvero sieropositivi),

afferenti da diversi

settori lavorativi (personale

sanitario, fattorini,

personale amministrativo), sono stati sottoposti a

vaccinazione Pfizer. Di questi, sono stati raccolti i

dati anagrafici e anamnestici riguardanti la eventuale

esposizione al virus nativo (tabella 1). Per

Tabella 2. Anticorpi anti-spike in campioni di operatori sieropositivi che hanno ricevuto

il vaccino Pfizer.

Tabella 3. Anticorpi anti-spike in campioni di operatori sieronegativi che hanno ricevuto il vaccino

Pfizer

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

89


Scienze

di 7-10 gg. dalla somministrazione sia della

I che della II dose di vaccino.

Fig. 1. IgG anti-spike in soggetti vaccinati, con pregressa infezione da SARS-CoV-2.

Fig. 2. IgG anti-spike in soggetti vaccinati, senza pregressa infezione da SARS-CoV-2.

Risultati

A conferma delle osservazioni in letteratura

(3), anche il nostro studio ha evidenziato

una differente risposta anticorpale

al vaccino tra soggetti esposti e non

al SARS-CoV-2 (tabella 2 e 3). Infatti, in

quelli esposti al virus prima della vaccinazione,

si è osservato un elevato titolo

di anticorpi anti-spike già a una settimana

dalla I dose del vaccino (media 27174,54),

rimasto praticamente invariato al controllo

dopo una settimana dalla II dose (media

30941,50) (fig. 1). Viceversa, nei soggetti

non esposti al virus nativo, a una

settimana dalla I dose di vaccino (media

1014,21), si è osservato un basso titolo

anticorpale che solo dopo la II dose di

vaccino (media 25074,11), è diventato

sovrapponibile a quello dei soggetti esposti

al virus (fig. 2).

Conclusioni

Questo studio evidenzia che una singola

dose di vaccino a mRNA (Pfizer) determina

una risposta immunitaria molto

rapida in soggetti sieropositivi, elicitando

un titolo anticorpale post-vaccino paragonabile

o superiore a quello ottenuto nei

soggetti sieronegativi solo dopo la II dose

di vaccino. Pertanto, nei pazienti con

diagnosi molecolare di infezione recente

SARS-CoV-2, come risulta da studi accreditati,

si evince che possa essere sufficiente

la somministrazione di una sola dose

di vaccino o quantomeno posticipare la

somministrazione della II dose.

rilevare gli anticorpi di classe IgG nel siero, diretti

contro la proteina nucleocapside (N) e contro la

proteina spike del SARS-CoV-2, è stato utilizzato

un dosaggio immunologico basato sulla tecnologia

in chemiluminescenza a cattura di micro particelle

(CMIA). Questo dosaggio è in grado di rilevare, in

maniera qualitativa e quantitativa, la presenza di

anticorpi anti SARS-CoV-2 IgG (compresi gli anticorpi

neutralizzanti), diretti contro la proteina N

e verso il dominio legante il recettore RDB della

proteina spike del SARS-CoV-2.

I prelievi di sangue sono stati raccolti a distanza

Bibliografia

1. Shaman J, Galanti M. Will SARS-CoV-2 become endemic?

Science 2020;370:527-9.

2. Rubin EJ, Longo DL. SARS-CoV-2 Vaccination - An

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3. Florian Krammer, Komal Srivastava, the PARIS team, and Viviana

Simon - Robust spike antibody responses and increased

reactogenicity in seropositive individuals after a single dose of

SARS-CoV-2 mRNA vaccine.

90 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


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Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

91


Scienze

Invecchiamento:

rischio sarcopenia e stile di vita

Studio su un campione di 150 soggetti

di età compresa tra 60 e 88 anni

di Teresa Pandolfi e Giovanni Misasi *

L’

invecchiamento è legato, molto spesso,

a disturbi fisici e/o psichici e molto frequentemente

a comorbilità. La sarcopenia,

in particolare, è un fenomeno fisiologico

che generalmente inizia attorno

ai 50 anni. L’European Working Group on Sarcopenia

in Older People (EWGSOP) (Cruz-Jentoft et al.,

2010) ha definito la sarcopenia come una sindrome

caratterizzata dalla perdita progressiva e generalizzata

di massa associata ad un calo della forza muscolare

e/o della funzionalità motoria. Abellan van Kan GJ,

(2009) ha indagato la prevalenza della sarcopenia nella

popolazione tra i 60 -70 anni che si aggira intorno al

5–13%, ma aumenta fino al 11–50% nei soggetti con

un età superiore agli 80. La sarcopenia comporta un

peggioramento della qualità della vita con una relativa

riduzione dell’aspettativa di vita.

La sarcopenia può essere accentuata in presenza

di malattie croniche, malnutrizione ed inattività fisica

oltre ad essere associata ad eventi negativi per lo stato

di salute, come il rischio di cadute e fratture. Un fattore

che aggrava il processo sarcopenico è l’obesità.

L’obesità sarcopenica è una condizione di ridotta massa

magra del corpo e un eccesso di adiposità, si riscontra

soprattutto negli anziani, poiché sia il rischio che

la prevalenza aumentano con l’età. Nell’obesità sarcopenica,

la fisiopatologia della sarcopenia e quella

dell’obesità sono fortemente interconnesse. L’attività

fisica e un’alimentazione corretta e bilanciata prevengono

l’insorgenza dell’obesità.

Per mantenere la massa muscolare nel corso degli

anni, è importante costruire il muscolo da giovani,

*

Comitato tecnico-scientifico della Associazione Scientifica Biologi

Senza Frontiere (ASBSF), Cosenza, presidenza@asbsf.it.

mantenerlo nell’età adulta, e cercare di perderne il

meno possibile da anziani.

L’Associazione Scientifica Biologi Senza Frontiere

di Cosenza (ASBSF), che si occupa di ricerca scientifica

finalizzata al miglioramento della qualità della

vita a tutte le età, ha effettuato uno studio sullo stato

di salute, su un campione di età compresa tra 60 e

88 anni, per valutare le abitudini alimentari, lo stile

di vita, l’apporto idrico correlati a patologie croniche

e al rischio di sarcopenia con l’avanzare dell’età, al

fine di promuovere le corrette abitudini migliorare e

mantenere un buono stato di salute durante l’ invecchiamento

e soprattutto per prevenire la sarcopenia,

come processo fisiologico legato all’età.

Materiali e metodi

Il campione esaminato è costituito da 150 soggetti

(68 M, 82 F) di età compresa tra 60-88 anni (età

media 70 anni). Lo studio ha l’obiettivo di valutare

lo stile di vita e il rischio di sarcopenia correlato allo

stato nutrizionale, all’idratazione e alle abitudini alimentari

del campione in esame. Sono state rilevate le

misurazioni antropometriche, è stata eseguita la bioimpenziometria

per la valutazione della composizione

corporea e sono stati inoltre intervistati per conoscere

le loro abitudini alimentari, eventuali patologie ed altre

informazioni utili allo studio. E’ stato eseguito il

test del cammino su 4 metri per misurare la velocità

del passo. E’ stato utilizzato l’handgrip dynamometer

per la misura della forza prensile, con cut-off per la

diagnosi di 30 kg per i maschi e 20 kg per le femmine.

Il peso corporeo è stato misurato senza scarpe, con

abbigliamento minimo utilizzando bilancia digitale

con una precisione di 0,1 kg. L’altezza è stata misurata

senza scarpe usando lo stadiometro con una precisione

di 0,1 cm. La misurazione della circonferenze (vita,

polpaccio, coscia, torace) è stata effettuata utilizzando

92 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Scienze

un nastro non elastico con una precisione di 0,5 cm.

L’indice di massa corporea, definito come peso diviso

per il quadrato di altezza (kg/m2), è il metodo

più diffuso per la valutazione della massa corporea.

Secondo l’OMS si considera: sottopeso (IMC30).

La circonferenza della vita è una misura dell’adiposità

addominale utile per identificare chi è a maggior

rischio di malattie legate all’obesità (Maffeis et al.,

2001a, b; McCarthy, 2006). Valori superiori a 94 cm

nell’uomo e a 80 cm nella donna sono indice di obesità

viscerale associate ad un rischio moderato (International

Diabetes Federation (I.D.F. 2004), valori superiori

a 102 cm nell’uomo e a 88 cm nella donna sono

associati ad un rischio alto. Il rapporto vita-altezza è

un indice di distribuzione del grasso addominale con

un fattore predittivo per la sindrome metabolica e il

rischio di malattie cardiovascolari, (cut-off 0.5 (Mc-

Carthy, Ashwell, 2006; Maffeis et al., 2008).

Risultati

Valutazione delle misurazioni antropometriche e bioimpenziometriche

La valutazione dello status del peso è stata effettuata

secondo la seguente legenda – IMC: 40 obesità classe

III (grave).

Sul campione totale il 17% risulta essere normopeso,

il 44% sovrappeso, il 28% stato di obesità di I°, il

9% stato di obesità di II°, 2% stato di obesità di III°

(fig. 1). Dei maschi il 5% risulta essere normopeso, il

51% sovrappeso, il 32% stato di obesità di I°, il 10%

stato di obesità di II°, il 2% stato di obesità di III°,

(fig. 2). Delle femmine il 16% risulta essere normopeso,

il 36% sovrappeso, il 19% stato di obesità di I°,

il 13% stato di obesità di II°, il 6% stato di obesità

di III° (fig. 3). A confronto maschi e femmine si evince

che i maschi sono, in percentuale, più in stato di

Fig. 4.

Fig. 5.

sovrappeso e di obesità rispetto alle femmine (fig. 4)

Circonferenza vita

La valutazione della circonferenza vita del totale

del campione, intesa come misura dell’adiposità addominale

utile per identificare chi è a maggior rischio

di malattie legate all’obesità, è risultata molto più pronunciata

nelle femmine con rischio molto alto (>110)

per il 10,71% e con rischio alto per 63,5% (100-109),

nei maschi risulta un rischio molto alto (>102) per il

3,92% e un rischio alto (100-120) per il 45,09% (fig.

5).

La circonferenza vita (CV) è anche un parametro

di valutazione del rischio cardiovascolare soprattutto

quando supera il limite massimo di 102 per i maschi

e 88 per le femmine. Nelle fig. 6 e 7 la circonferenza

vita correlata alle patologie in atto, riferite dal campione

in esame. Nei maschi con CV>102 (fig. 6) sono

state riscontrate patologie croniche come affanno e

apnea notturna nel 7%, e molto più frequenti ipertensione

nel 39% e nel 47% diabete, frattura femore,

omocisteina alta, artrosi, ipercolesterolemia. Nelle

femmine con CV>82 (fig. 7) sono state riscontrate

Fig. 1, 2 e 3.

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

93


Scienze

Fig. 6 e 7.

Fig. 8.

patologie croniche come ipercolesterolemia nel 22%,

ipertensione nel 45%, diabete nell’11% e problemi

tiroidei nel 22% dei soggetti.

Rapporto vita/altezza (WHtR)

Il rapporto vita altezza (WHtR) inteso come fattore

predittivo per la sindrome metabolica e il rischio di

malattie cardiovascolari, è risultato del 43,13% > 0,5

nei maschi di cui il 31,37% ad alto rischio con valori

compresi tra 0,7–0,9 e del 78,57% nelle femmine di

cui il 39,28% ad alto rischio con valori compresi tra

0,7–0,9 (fig.8).

Risultati bioimpedenziometrici

La bioimpedenziometria è una metodica utilizzata

per la determinazione della composizione corporea, si

basa sulla misura dell’ impedenza del corpo (“bioimpedenza”

o “bioresistenza”) al passaggio di una corrente

elettrica a bassa potenza e alta frequenza (50

kHz).

L’ impedenza consta di due diverse componenti:

la resistenza (determinata dalla conduzione della

corrente attraverso i fluidi intra ed extracellulari ) e

la reattanza (determinata dalla resistenza delle membrane

cellulari). L’angolo di fase, espresso in gradi, è

rappresentato dal rapporto tra reattanza e resistenza,

ovvero tra volumi intra ed extracellulari. Può essere

considerato un buon indicatore dell’integrità cellulare

e dello stato nutrizionale giacché lo stato di malnutrizione

causa alterazioni sia nell’integrità della membrana

cellulare che nell’equilibrio idrico.

Condizioni di sarcopenia, infiammazione, malnutrizione,

perdita di massa cellulare (BCM) sono associate

ad una riduzione del valore dell’

angolo di fase, pertanto rappresenta un

importante indice prognostico per monitorare

la presenza e l’evoluzione dei

processi infiammatori cronici. Valori

di normalità sono per i maschi PA>di 6

gradi; per le femmine PA > di 5 gradi.

Nel nostro campione il 72,54% dei

maschi risulta con un PA< 6, di cui il

31,37% presenta problemi di salute tra

cui ipertensione, oltre infarto e frattura

del femore (fig. 9). Il 28,57% delle

femmine risulta con un PA


Scienze

sete. Nel nostro campione in esame il 76,63% delle

persone intervistate dichiara, infatti, di non sentire lo

stimolo della sete e bevono un quantitativo di acqua

giornaliero ≤ ad 1 lt. Dallo studio si evince inoltre che

i soggetti che hanno un angolo di fase maggiore dei limiti

soglia, sia maschi che femmine, si idratano di più

arrivando anche ai 2lt giornalieri (fig. 15 e 16).

Figura 13. (Cruz-JentoftA J et al. Age Ageing 2010; 39:412-423).

Percezione stato di salute

Abbiamo chiesto a ciascuno come considerano il

loro stato di salute. Come si evince dal grafico (fig.

17) il 58% definisce il suo stato di salute buono, il 9%

molto buona, il 4% ottima ed il 29% cattiva.

Conclusioni

Dall’analisi del presente studio si deduce l’evidenza

di promuovere uno stile di vita corretto e adeguato

nelle fasce della popolazione over 60, per prevenire

processi infiammatori e patologie croniche non trasmissibili

legati all’ invecchiamento, ma anche per

ridurre processi già in atto rendendo la qualità della

vita migliore. Dall’indagine si deduce che alcuni

alimenti, come il pesce e la frutta secca sono poco

presenti o addirittura assenti nell’alimentazione, l’ap-

Figura 14.

Abitudini alimentari

Sono state valutate le abitudini alimentari del nostro

campione e relazionate con l’angolo di fase (PA)

come indicatore di processo infiammatorio (Fig. 15).

Dall’analisi dei dati si evince che i maschi con PA6 consuma più pesce, più

carne bianca e meno formaggi. Le femmine con PA>5

consumano abitualmente pesce, carne bianca e carne

rossa, bevono almeno 1 lt di acqua al giorno (fig. 16).

Idratazione

L’idratazione è un parametro importante da valutare

in ogni fase della vita. Con l’avanzare dell’età

il contenuto totale di acqua nell’organismo tende a

diminuire, ma questo non vuol dire che bisogna idratarsi

di meno. Gli anziani sono più a rischio di disidratazione

sia per problemi fisiologici legati all’invecchiamento

e sia perché sentono meno lo stimolo della

Figura 15 e 16.

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

95


Scienze

Figura 17.

porto idrico è ridotto perché quasi assente lo stimolo

della sete, come dichiarato da molti soggetti del

campione in esame, la maggior parte svolge una vita

molto sedentaria. Dall’esame bioimpedenziometrico

si denota che l’angolo di fase, inteso come monitoraggio

per i processi infiammatori, tende a diminuire

con l’avanzare dell’età, al contrario delle comorbilità

che tendono invece ad aumentare, abbinato alla riduzione

della massa muscolare, oltre che all’aumento

dell’acqua extracellulare, aumenta il rischio di sarcopenia.

Si denota inoltre che chi è più attento all’alimentazione,

all’idratazione e all’attività fisica, intesa

in questo caso come vita attiva, svolta in movimento,

camminando molto e contrastando più possibile la sedentarietà,

si può invecchiare meglio, anche perché

spesso la malnutrizione negli anziani è molto frequente

e spesso associata a sarcopenia. Alla domanda sulla

percezione del proprio stato di salute, la maggior parte

dei soggetti ha risposto che la ritiene buona nonostante

i disturbi fisici e/o malesseri, perché ritengono

che questi facciano parte dell’età.

L’obiettivo del presente studio è quello di prevenire

e/o migliorare lo stato di sarcopenia individuando

preventivamente i soggetti a rischio, in quanto essendo

un processo fisiologico, che compare già a circa 50

anni di età, può diventare con il tempo invalidante,

peggiorando la qualità della vita e aumentando il rischio

di mortalità. Individuare per tempo i soggetti

a rischio, permette di intervenire immediatamente al

fine di correggere le abitudini errate del proprio stile

di vita per evitare complicanze. Una dieta equilibrata

con il giusto apporto di nutrienti, il giusto apporto

idrico ed una vita attiva possono non solo aiutare nella

prevenzione, ma migliorare le condizioni di salute

rallentandone il processo.

I nostri studi e le nostre attività di ricerca hanno l’obiettivo

del miglioramento e del mantenimento di un buono stato

di salute della popolazione e sono rivolte al concetto di longevità,

intesa come lunga vita in buona salute. Informazione,

prevenzione e correzione di abitudini errate possono ridurre

in maniera considerevole le patologie croniche non trasmissibili

derivanti da uno stile di vita non corretto, con un conseguente

risparmio delle spese sanitarie. La nostra mission è

migliorare la qualità della vita partendo dal benessere individuale

per arrivare a quello collettivo, con stili di vita corretti

e sostenibili in un ambiente sano.

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020-00789-x

96 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


U.O.C. MICROBIOLOGIA E VIROLOGIA

comitato di studio

per la parassitologia

CORSO DI AGGIORNAMENTO PROFESSIONALE

LA DIAGNOSI DELLE PRINCIPALI

MALATTIE PARASSITARIE

DI INTERESSE UMANO

3-4-10-11

maggio 2021

ECM

Direttore scientifico

Dott.ssa Maria Grazia Coppola

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

97


Ecm

Questo articolo dà la possibilità agli iscritti

all’Ordine di acquisire 6 crediti ECM FAD attraverso

l’area riservata del sito internet www.onb.it.

Focus sulla citologia urinaria:

il Paris System

La neoplasia uroteliale vescicale:

fattori di rischio e strategie cliniche

di transizione o alla sottomucosa) dalle neoplasie muscolo

invasive (dove c’è invasione o superamento della tonaca

muscolare).

Il grading istologico tiene conto invece del grado di

atipia cellulare: la classificazione istologica WHO/ISUP

2004, poi WHO 2016, distingue le neoplasie uroteliali

non invasive in basso grado e alto grado, nel tentativo di

migliorarne la riproducibilità diagnostica e di stratificarle

in categorie di significato prognostico (Tab.1).

Nonostante abbia ottenuto un buon livello di accettazione,

neppure questa classificazione è riuscita ad eliminare

del tutto la variabilità esistente tra patologi rispetto

al grading.

Le Linee Guida AIOM del 2019 sui tumori dell’urotelio

raccomandano di utilizzare la classificazione WHO

2004-2016, riportando eventualmente nel referto istologico

anche il grading della precedente classificazione

WHO 1973.

Ormai da molti anni si ritiene che la trasformazione

neoplastica dell’urotelio segua due distinte vie: una

via “iperplastica” e una via “displastica”,

come schematicamente semplificato e

rappresentato nella Figura 1.

La via “iperplastica” è più comune

(circa l’80% dei casi): inizia appunto

con l’iperplasia dell’urotelio, progredisce

a carcinoma uroteliale di basso grado

(LGUC), è geneticamente stabile. Questi

tumori hanno un elevato rischio di recidiva,

ma un comportamento non aggressivo,

con un basso rischio di progressione.

La via “displastica” è meno frequente

e responsabile del 20% circa dei carcinomi

uroteliali. Inizia con la displasia

dell’urotelio e progredisce verso carcinomi

papillari di alto grado oppure, in

una minore percentuale, verso carcinomi uroteliali piatti,

ovvero il carcinoma in situ, che è comunque per definidi

Antonella Pellegrini *

I

n Italia il tumore della vescica è il quarto tumore

per frequenza nei maschi, con valori di incidenza

più elevati al centro e al sud. Nelle donne la neoplasia

è meno frequente, con valori di incidenza

inferiori sia al centro che al sud, ed è responsabile

del 1% di tutti i tumori femminili.

Nella popolazione generale il più importante fattore di

rischio per i carcinomi della vescica e delle alte vie escretrici

è il fumo di sigaretta. Il secondo fattore di rischio è

l’esposizione occupazionale alle amine aromatiche. Numerosi

studi hanno inoltre confermato l’associazione tra

fattori occupazionali e tumore sia della vescica che delle

alte vie escretrici, in particolare negli uomini per la lavorazione

di tabacco, produzione di gomma, uso di coloranti

e vernici.

L’ematuria è il principale, e spesso unico, segno iniziale

di malattia osservabile nei pazienti con neoplasia

uroteliale vescicale. La stadiazione clinica (classificazione

TNM) delle neoplasie vescicali distingue le neoplasie non

muscolo invasive (dove la malattia è confinata all’epitelio

Tabella 1.

*

Presidente Società Italiana di Citologia (SICi).

98 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Ecm

zione di alto grado.

Questa via è geneticamente instabile ed è associata ad

un alto numero di mutazioni addizionali.

Anche i carcinomi di alto grado (HGUC) hanno un

rischio elevato di recidiva, ma soprattutto un alto rischio

di progressione a muscolo invasivi.

Di grande importanza è che le anormalità molecolari

caratteristiche dei carcinomi di alto grado si escludono

reciprocamente con le anormalità molecolari che caratterizzano

la via del basso grado “iperplastica”.

Questo indicherebbe che le due vie sono completamente

separate e, se venisse confermato, avrebbe un rilevante

significato clinico, in quanto il carcinoma di basso

grado e il carcinoma di alto grado corrisponderebbero a

due malattie completamente diverse.

Esistono già alcune opinioni che il carcinoma di basso

grado originato dalla via iperplastica non dovrebbe neppure

essere chiamato carcinoma, in quanto nessun altro

tumore nel corpo umano (tranne il carcinoma in situ) viene

refertato da un patologo come “carcinoma”, in assenza

di invasione.

Al di là di queste considerazioni patogenetiche,

le neoplasie uroteliali di reale

significato clinico sono quelle che hanno

la potenzialità di invadere il muscolo,

cioè i carcinomi di alto grado. Nel caso

di sospetto clinico di neoplasia uroteliale,

l’inquadramento diagnostico si basa

sull’uso complementare della diagnostica

per immagini e/o cistoscopica e della

citologia urinaria.

Della citologia urinaria si può dire

tutto e il contrario di tutto: è un esame

molto richiesto dai clinici (sia urologi

che MMG) e rappresenta pertanto una

percentuale significativa della quotidiana

attività di citodiagnostica per molti

laboratori; svolge un ruolo importante

Fig. 2. Cancer Cytopathology-January 2013. Owens et al.

nella valutazione clinica dei pazienti a

rischio di carcinoma uroteliale e nel monitoraggio

di quelli con carcinoma uroteliale,

ma spesso il referto citologico è

equivoco e induce i clinici a sottovalutarlo,

lasciandoli inoltre dubbiosi rispetto

alla gestione del paziente.

La causa di questa percezione di insufficiente

attendibilità va ricercata nellasua

scarsa sensibilità per le neoplasie

di basso grado e nella mancanza di una

terminologia comune tra citopatologi,

spesso associata ad una consistente percentuale

di referti equivoci e/o atipici.

La sensibilità della citologia urinaria

per i tumori di basso grado varia tra 21 e 53%. L’impatto

clinico di questo limite non è però essenziale, dal momento

che questi tumori sono facilmente individuabili con la

cistoscopia dagli urologi esperti. Di contro, i citopatologi

esperti possono individuare i carcinomi di alto grado, nei

campioni adeguati, con un VPP >85 %.

La rilevazione di queste ultime lesioni è di particolare

beneficio per quei pazienti la cui vescica può apparire

endoscopicamente normale o diffusamente alterata in seguito

a terapia intravescicale.

Pertanto, a dispetto delle apparenti contraddizioni, la

citologia urinaria resta il gold standard per la rilevazione

del carcinoma uroteliale, in quanto facilmente fruibile,

non invasiva, altamente sensibile (tra 50 e 80%) e specifica

(tra 26 e 88%) per il carcinoma uroteliale di alto grado.

Per quanto riguarda la terminologia, in passato sono

state proposte numerose classificazioni per la citologia

urinaria; queste però non hanno mai definito specifici criteri

morfologici e non hanno mai espresso consenso sulla

categoria “atipico” (Fig.2).

Comparison of Classification Schemes for Urine Cytology and Histologic Classification of Papillary Urothelial Tumors.

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021

99


Ecm

Fig. 3. Algoritmo dell’adeguatezza dei campioni urinari

Il Paris System per la refertazione della citologia urinaria-Cap.2

M.T. Olson et al.

L’idea di elaborare un sistema di refertazione anche

per la citologia urinaria è scaturita durante il Congresso

dell’Accademia Internazionale di Citologia, a Parigi nel

maggio 2013.

Il termine “sistema di refertazione” non è casuale, in

quanto si basa sui presupposti del Sistema Bethesda per

la Refertazione della Citologia Cervicale (prima edizione

1994, edizioni successive 1991, 2001, 2014), che sono

stati successivamente applicati anche alla citopatologia di

altri organi.

L’impegno del Gruppo di lavoro del Paris System, basato

sul consenso internazionale, si è concluso nel 2016

con la pubblicazione del libro “The Paris System for

Reporting Urinary Cytology” e con il successo di questo

cambiamento paradigmatico, enfatizzato nella stessa prefazione

con la frase At Last We Have Standardized Terminology

for Urinary Cytology!

Trattandosi di un “sistema” di refertazione, il Paris

System ha cercato di colmare le lacune delle precedenti

classificazioni, con lo scopo di definire rigorosi criteri

morfologici e standardizzare la terminologia, affrontare il

tema dell’adeguatezza del campione, ri-definire i criteri

di “atipia”, raggruppare le entità biologicamente assimilabili,

migliorare la riproducibilità inter-osservatore e favorire

la comunicazione con i clinici.

Pertanto è questo il filo conduttore del Paris System e

il principio ispiratore delle categorie diagnostiche:

• Negativo per Carcinoma Uroteliale di Alto Grado

(NHGUC)

• Cellule uroteliali atipiche (AUC)

• Sospetto per carcinoma uroteliale di alto grado (SH-

GUC)

• Carcinoma uroteliale di alto grado (HGUC)

• Neoplasia uroteliale di basso grado (LGUN)

Il Paris System, proprio perché sistema di refertazione,

fa precedere un giudizio sull’adeguatezza del campione

alla valutazione citologica e alla relativa classificazione

diagnostica.

Il termine “adeguatezza” è inteso esattamente come

nel Sistema Bethesda, cioè l’utilità del campione in esame

ai fini dell’obiettivo diagnostico: nel caso della citologia

urinaria l’obiettivo è individuare il carcinoma di alto grado

o le alterazioni citologiche che lo fanno sospettare.

È evidente quindi che un campione urinario raccolto

in una condizione batterica acuta, costituito solo da cellule

infiammatorie, è inadeguato per il suddetto obiettivo,

mentre non lo è per rispondere ad un quesito clinico non

oncologico.

L’adeguatezza è influenzata dalla combinazione di più

elementi: il tipo di campione (urine spontanee o strumentali),

la cellularità, il volume, e i reperti citomorfologici.

Partendo da questi ultimi, il reperto di una qualsiasi

atipia rende il campione comunque adeguato, a prescindere

dagli altri elementi, proprio come nel Sistema Bethesda.

L’esiguità dei dati in letteratura non ha consentito di

formulare un consenso rispetto al tipo di campione, cellularità

e volume: pertanto il Gruppo di lavoro del Paris

System ha proposto delle raccomandazioni, fondate su un

algoritmo di adeguatezza (Fig.3).Lo scopo dell’algoritmo

è sostanzialmente “educativo”: trasmettere il messaggio

della relazione esistente nel Paris System tra tipo di campione,

cellularità e volume; indurre i laboratori a validare

propri cut-off per ciascun ramo dell’algoritmo; delineare

gli studi futuri necessari per avere una chiara base di evidenza

che possa fornire cut-off di consenso riguardo al

volume e alla cellularità per ciascun tipo di campione.

L’algoritmo non tiene intenzionalmente conto della

metodica utilizzata per processare il campione (citocentrifugazione,

strato sottile): il Gruppo di lavoro si aspetta

infatti che vengano elaborati cut-off dipendenti dal tipo

di processazione, come è avvenuto per i criteri di adeguatezza

della citologia cervicale.

Anche per l’adeguatezza viene segnalata, nel capitolo

conclusivo, l’esigenza di definirne meglio i parametri,

basandosi sui dati che verranno raccolti ed elaborati in

seguito all’auspicabile applicazione della terminologia

standardizzata.

È importante ricordare l’obiettivo enfatizzato dal

100 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Ecm

Paris System: individuare il carcinoma di alto grado ed

evidenziare quei casi che rappresentano per il paziente

un rischio significativo di malignità. Pertanto, anche in

analogia con il Bethesda System, vengono incluse nella

categoria negativo tutte quelle entità che non pongono alcun

rischio significativo, sulla base degli studi disponibili.

La categoria Negativo per Carcinoma Uroteliale di

Alto Grado (NHGUC) include tutte le alterazioni morfologiche

riconducibili ad una specifica causa, non associata

a malignità (es: alterazioni reattive, alterazioni da terapia,

calcoli ecc.), e anche quei casi che possono presentare caratteri

citologici suggestivi di neoplasia di basso grado,

ma che sono negativi per carcinoma di alto grado.

L’esperienza e la conoscenza approfondita, sia della

variabilità morfologica della popolazione uroteliale normale

che dei reperti morfologici non neoplastici che presentano

alterazioni benigne, sono fondamentali affinché

il citologo possa applicare correttamente questo criterio.

Il riconoscimento di tali alterazioni è spesso impegnativo

e potrebbe essere in parte facilitato da adeguate

notizie cliniche, che purtroppo però sono molto spesso

insufficienti.

Vediamo brevemente alcune condizioni che, presentando

apprezzabili alterazioni cellulari, possono destare

dubbi nel citologo, ma che non costituiscono un allarme

ai fini del rischio di neoplasia per il paziente.

Le cellule uroteliali superficiali (cellule a ombrello),

presentano spesso multinucleazione e cromocentri/nucleoli

evidenti; mantengono però un basso N/C, in virtù

dell’abbondante citoplasma, e devono pertanto essere

considerate benigne/reattive.

Le cellule uroteliali degli strati più profondi, intermedie

e basali, hanno meno citoplasma delle cellule superficiali,

ma nuclei sostanzialmente delle stesse dimensioni, il

che conferisce loro un più alto N/C: tuttavia la regolarità

della membrana nucleare e la distribuzione uniforme della

cromatina supportano la loro totale benignità.

Anche la presenza di frammenti di tessuto uroteliale

benigno, sia nelle urine spontanee che in quelle strumentali,

rende spesso ardua la valutazione del campione.

Nel primo caso la loro presenza può avere cause molteplici

(palpazione addominale, manipolazione prostatica,

esplorazione rettale, jogging antecedenti la raccolta

del campione, litiasi) o essere in relazione a un processo

infiammatorio, mentre nel secondo caso può essere causata

da litiasi o essere semplicemente conseguenza della

strumentazione stessa. Saranno i dettagli nucleari, qualora

rispondenti ai criteri di benignità, a collocare tali campioni

citologici nella categoria NHGUC.

In questo breve elenco dei quadri morfologici con

maggiore difficoltà interpretativa devono essere inclusi

anche i processi infettivi, che possono causare alterazioni

reattive nell’urotelio. Meritano sicuramente di essere

menzionate le famigerate “decoy cells”, cellule uroteliali

infettate dal virus Polyoma, rese famose da Leopold Koss

nella seconda edizione del suo testo sacro “Diagnostic

Cytology and Its Histopathologic Bases”, assimilandole

ai richiami per la caccia alle anatre.

L’infezione virale determina infatti, in queste cellule,

marcate alterazioni che possono essere misinterpretate

come maligne e pongono una questione di diagnosi differenziale

con il carcinoma di alto grado.

Ultime ma non meno importanti, le alterazioni da terapia

(radioterapia, immunoterapia, chemioterapia), che

producono nell’urotelio modificazioni rilevanti, ma non

sempre facilmente riconducibili alla causa che le ha determinate,

soprattutto in assenza di notizie cliniche al riguardo.

La valutazione citologica sarà NHGUC, qualora ovviamente

non siano presenti altri elementi di atipia o malignità,

in quanto i caratteri citologici che definiremmo

“anormali” in un soggetto non in terapia sono invece

“normali” nel soggetto in terapia.

L’introduzione delle categorie Cellule Uroteliali Atipiche

e Sospetto per Carcinoma Uroteliale di Alto Grado

è basata sulla ragionevole ammissione di quanto è normale

che avvenga in morfologia, e cioè che in alcuni casi

non può essere formulata una valutazione citologica nettamente

definita.

La categoria “atipico” è frequentemente criticata,

e non solo in citologia urinaria, in quanto mancante di

specificità e di riproducibilità; lascia inoltre i clinici più

titubanti rispetto al tipo di azione da intraprendere con il

paziente.

Essa riflette però le reali possibilità e i limiti della diagnostica

citologica.

Talvolta l’uso della categoria “atipico” viene interpretato

come incompetenza del citologo, che non riesce

a prendere una decisione definitiva, ma in realtà questo

termine corrisponde ad una reale necessità di riempire

l’intervallo tra ciò che può essere riconosciuto come chiaramente

normale e ciò che può essere riconosciuto come

chiaramente anormale, con la conseguente collocazione

in categorie nettamente definite.

La categoria Cellule Uroteliali Atipiche (AUC) viene

proposta dal Paris System come categoria citodiagnostica

standardizzata, cioè con una chiara definizione, immagini

di riferimento concordate e chiaro significato clinico

(possibilità di malignità sottostante).

La definizione morfologica di AUC è rigida: cellule

uroteliali non superficiali e non degenerate con alterazioni

cellulari che soddisfino il criterio maggiore richiesto e

un criterio minore.

Più dettagliatamente:

• Criterio maggiore richiesto: N/C aumentato (>0.5)

• Criteri minori (dei quali è richiesto solo uno)

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021 101


Ecm

• Ipercromasia nucleare

• Membrana nucleare irregolare

• Cromatina irregolare, grossolana

È utile ricordare che i termini ipercromasia nucleare e

membrana nucleare irregolare si riferiscono al confronto

con le cellule uroteliali superficiali normali.

Questa categoria deve essere quindi applicata a campioni

che contengono cellule uroteliali con atipia citologica

(non architetturale) da lieve a moderata: in altri termini,

le alterazioni citologiche devono essere inferiori a

quelle richieste per la categoria SHGUC.

Sebbene la definizione morfologica si riferisca a cellule

non degenerate, la categoria AUC include anche i campioni

nei quali, a causa della scarsa preservazione, non sia

possibile valutare con certezza il grado di atipia.

Di contro, si enfatizza particolarmente che la sola degenerazione

cellulare non giustifica un giudizio di AUC,

dal momento che la scarsa conservazione cellulare è un

riscontro previsto in un campione di urina.

Come già detto, le modificazioni reattive associate a

calcoli, infezioni, infiammazione, terapia non devono essere

valutate come AUC ma rientrano nella definizione di

NHGUC.

Per dirlo in parole povere, il termine atipia non dovrebbe

essere utilizzato semplicemente perché le cellule

“non ci piacciono”, in quanto nella maggior parte dei

casi, applicando adeguatamente i criteri diagnostici, le

alterazioni da noi osservate si adattano senza dubbio meglio

alla categoria NHGUC.

Quanto più rigidi sono i criteri per la categoria AUC

e meno frequentemente essa verrà usata e tanto maggiori

saranno il significato clinico e l’utilità per il paziente.

C’è da dire però che, per quanto rigorosamente si applichino

i criteri suggeriti, questa categoria è a rischio di

essere troppo utilizzata e di essere scarsamente riproducibile,

come avviene d’altronde per tutte le categorie che

esprimono un dubbio, anche se ragionevole.

Gli autori del Paris System ne sono consapevoli, ovviamente,

e auspicano nel prologo che il monitoraggio tra

laboratori non solo ne riduca l’uso, ma possa anche contribuire

a perfezionarne i criteri e il significato.

La categoria Sospetto per Carcinoma Uroteliale di

Alto Grado (SHGUC) è intesa come presenza di cellule

uroteliali con atipia severa, ovvero maggiore di AUC,

quantitativamente insufficienti per una diagnosi di

HGUC.

La definizione morfologica di SHGUC è rigida: cellule

uroteliali non superficiali e non degenerate con alterazioni

cellulari che soddisfino due criteri maggiori e almeno

un criterio minore.

Più dettagliatamente:

• 2 Criteri maggiori richiesti:

• N/C aumentato (da 0.5 a 0.7)

• Ipercromasia nucleare da moderata a severa

• Criteri minori (dei quali è richiesto almeno uno)

• Cromatina irregolare, azzollata

• Membrana nucleare marcatamente irregolare

Applicando le suddette peculiarità, la decisione di assegnare

il caso alla categoria SHGUC o HGUC diventa

solo una questione quantitativa.

Al momento della pubblicazione del Paris System, la

mancanza di dati provenienti da studi rivolti al problema

numerico impedisce di stabilire una soglia precisa al di sopra

della quale si possa passare con sicurezza dal sospetto

al positivo. È raccomandato però un cut-off compreso tra

5 e 10 cellule, sulla base del grado di atipie osservate e al

livello di esperienza del citologo.

Anche il tipo di campione e l’eventuale precedente

storia clinica di HGUC possono essere di supporto.

Per esempio, nei campioni di urine spontanee (per

loro natura meno cellulari di quelli da strumentazione)

di pazienti con precedente storia di HGUC, il reperto di

un numero di cellule marcatamente atipiche inferiore a 5

può essere sufficiente, anche se raro, per una diagnosi di

HGUC.

Il punto debole di questa categoria è insito nella sua

definizione: infatti la necessità di studi e dati ulteriori,

espressa dagli stessi Autori nel prologo, riguarda proprio

la migliore collocazione del “sospetto”, per valutare se

esso debba restare una categoria a sé stante o essere incluso

nella categoria HGUC.

Anche per la categoria Carcinoma Uroteliale di Alto

Grado (HGUC) il consensus del Paris System ha definito

i criteri morfologici:

• Cellularità: almeno 5-10 cellule anormali

• N/C: 0.7 o maggiore

• Ipercromasia nucleare: da moderata a severa

• Membrana nucleare: marcatamente irregolare

• Cromatina: grossolana, azzollata

Altri caratteri citomorfologici rilevanti che possono essere

riscontrati sono pleomorfismo e marcata variabilità

anche delle dimensioni cellulari, nucleoli evidenti, mitosi,

fondo infiammatorio, detriti necrotici.

Per quanto riguarda la cellularità, si può fare un discorso

analogo a quanto già detto per la

categoria SHGUC: il tipo di campione e il livello di

dimestichezza del citologo possono agevolare l’assegnazione

alla categoria diagnostica.

Nel caso di un campione citologico proveniente da

strumentazione sarà necessario individuare almeno 10

cellule con le atipie diagnostiche per HGUC, mentre in

un campione di urina spontanea (fisiologicamente meno

cellulare) potrà essere sufficiente un numero minore di

cellule, purché rispondenti ai criteri diagnostici.

Una citologia urinaria positiva è clinicamente significativa,

pur non potendo distinguere il carcinoma urotelia-

102 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Ecm

le di alto grado invasivo da quello non invasivo o dal CIS.

Sebbene la stesura del Paris System non perda mai

di vista il suo leitmotiv, è stata comunque introdotta una

categoria a sé stante per definire le condizioni in cui i caratteri

citologici sono tali da poter formulare una diagnosi

di Neoplasia Uroteliale di Basso Grado (LGUN).

Il Paris System include nella categoria LGUN tutte le

neoplasie uroteliali papillari di basso grado. Questa posizione

è basata sul consenso generale esistente riguardo

all’inopportunità e all’impossibilità di differenziare in citologia

i vari tipi di neoplasie uroteliali di basso grado

(classificazione WHO/ISUP 2004): resta invece cruciale

separare queste entità dal carcinoma di alto grado.

La distinzione citologica tra le lesioni di basso grado e

l’urotelio normale è estremamente

difficile, dal momento che non ci sono apprezzabili

atipie citologiche.

Pertanto la diagnosi di LGUN per il Paris System

deve rispettare i seguenti rigidi criteri morfologici:

presenza di aggregati papillari tridimensionali (cioè

aggregati di cellule con sovrapposizione nucleare, che

formano “papille”), con un asse fibrovascolare comprendente

i capillari. Questo criterio deve essere applicato a

prescindere dal tipo di campione, cioè sia urine spontanee

che strumentali.

Qualora i caratteri citologici siano fortemente suggestivi

di una neoplasia papillare di basso grado (aggregati

tridimensionali e aumentato numero di cellule singole,

non superficiali, omogenee), ma non sia palesemente apprezzabile

un asse fibrovascolare, la diagnosi citologica

dovrebbe essere NHGUC, con un commento suggestivo

di LGUN.

Quando disponibili, le notizie cliniche riguardanti il

reperto cistoscopico e/o istologico dovrebbero essere

correlate dal citologo al reperto microscopico, essendo di

possibile sostegno alla sua valutazione. In tal caso, sarebbe

opportuno esplicitarlo nel referto con una nota.

Gli autori del Paris System riconfermano nel prologo

che lo scopo principale del loro impegno è stato standardizzare

la terminologia per la refertazione della citologia

urinaria e che lo scopo finale di quest’ultima è individuare

il carcinoma di alto grado.

Indicano inoltre i principali temi che dovranno essere

ulteriormente studiati e approfonditi, una volta trascorso

un significativo periodo di utilizzazione appropriata dei

criteri diagnostici.

Un tema particolarmente importante è la riproducibilità

interosservatore, su cui gli studi sono ancora pochi.

Nel 2018 è stato pubblicato lo studio PIRST (Paris Inter-observer

Reproducibility Study), che esamina il modo

in cui la comunità di laboratorio ha risposto a un sistema

di refertazione relativamente nuovo.

I partecipanti allo studio hanno mostrato massimo accordo

sulla categoria “negativo” e sulla categoria “lesioni

di alto grado”. Come previsto, la riproducibilità interosservatore

delle categorie AUC e SHGUC è stata peggiore,

dimostrando ancora una volta che l’applicazione dei criteri

morfologici, per quanto dettagliati e rigorosi, risente

comunque della inevitabile soggettività.

Tenuto conto che il criterio diagnostico principale di

queste due categorie è la quantificazione del N/C, è evidente

che questo sarà un punto da affrontare nella seconda

edizione del Paris System.

Come è stato dimostrato in precedenza dagli studi

sulla riproducibilità delle categorie del Sistema Bethesda

per la citologia cervicale, i sistemi diagnostici migliorano

se vengono utilizzati su larga scala, con il training, l’esperienza

e il tempo.

Per quanto riguarda la nostra pratica quotidiana di

refertazione della citologia urinaria, riterrei già molto

soddisfacente se il Paris System ci avesse fatto capire che

i clinici, e i pazienti, non hanno bisogno delle nostre descrizioni

morfologiche, seppur erudite, bensì di categorie

diagnostiche delle quali conoscono il rischio e le opzioni

di management.

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Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021 103


Giornale dei Biologi

Anno IV - N. 3 marzo 2021

Edizione mensile di AgONB (Agenzia di stampa dell’Ordine Nazionale dei Biologi)

Testata registrata al n. 52/2016 del Tribunale di Roma

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Redazione: Ufficio stampa dell’Onb

Edizione mensile di AgONB, Agenzia di stampa dell’Ordine Nazionale dei Biologi. Registrazione n. 52/2016 al Tribunale di Roma. Direttore responsabile: Claudia Tancioni. ISSN 2704-9132

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Figliuolo: biologi tra i somministratori

Da metà aprile un’arma in più con l’arrivo

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Anno IV - N. 3

Hanno collaborato: Valentina Arcovio, Matilde Bile,

Roberta Brugnone, Barbara Ciardullo, Carla Cimmino,

Martina Cipollaro, Rino Dazzo, Emanuela De Vita,

Chiara Di Martino, Annalisa Esposito, Ciro Esposito,

Concetta Esposito, Domenico Esposito, Stefania Fasano,

Felicia Frisi, Elisabetta Gramolini, Sara Lorusso,

Biancamaria Mancini, Antonella Mazzotti, Luciano Minieri,

Giovanni Misasi, Marco Modugno, Antonio Monti,

Emilia Monti, Michelangelo Ottaviano, Gianpaolo Palazzo,

Antonino Palumbo, Teresa Pandolfi, Stefania Papa,

Carmen Paradiso, Antonella Pellegrini, Emanuele Rondina,

Pasquale Santilio, Pietro Sapia, Giacomo Talignani,

Marco Varelli.

Progetto grafico e impaginazione:

Ufficio stampa dell’ONB.

Questo magazine digitale è scaricabile

on-line dal sito internet www.onb.it

edito dall’Ordine Nazionale dei Biologi.

Questo numero de “Il Giornale dei Biologi” è stato chiuso

in redazione lunedì 30 marzo 2021.

Contatti: +39 0657090205, +39 0657090225,

ufficiostampa@onb.it.

Per la pubblicità, scrivere all’indirizzo

protocollo@peconb.it.

Gli articoli e le note firmate esprimono solo l’opinione

dell’autore e non impegnano l’Ordine né la redazione.

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104 Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021


Contatti

Informazioni per gli iscritti

Si informano gli iscritti che gli uffici dell’Ordine Nazionale

dei Biologi forniranno informazioni telefoniche di

carattere generale nei seguenti orari: dal lunedì al venerdì

dalle ore 9:00 alle ore 13:00.

Tutte le comunicazioni dovranno pervenire tramite

posta (presso Ordine Nazionale dei Biologi, via Icilio 7,

00153 Roma) o all’indirizzo protocollo@peconb.it, indicando

nell’oggetto l’ufficio a cui la comunicazione è destinata.

In applicazione delle disposizioni in materia di contenimento

e gestione dell’emergenza epidemiologica da

Covid-19 è possibile recarsi presso le sedi dell’Ordine

Nazionale dei Biologi previo appuntamento e soltanto

qualora non sia possibile ricevere assistenza telematica.

L’appuntamento va concordato con l’ufficio interessato

tramite mail o telefono.

CONSIGLIO DELL’ORDINE NAZIONALE DEI BIOLOGI

Vincenzo D’Anna – Presidente

E-mail: presidenza@peconb.it

Pietro Miraglia – Vicepresidente

E-mail: analisidelta@gmail.com

Pietro Sapia – Consigliere Tesoriere

E-mail: p.sapia@onb.it

Duilio Lamberti – Consigliere Segretario

E-mail: d.lamberti@onb.it

Gennaro Breglia

E-mail: g.breglia@onb.it

Claudia Dello Iacovo

E-mail: c.delloiacovo@onb.it

Stefania Papa

E-mail: s.papa@onb.it

UFFICIO

TELEFONO

Centralino 06 57090 200

Anagrafe e area riservata 06 57090 237 - 06 57090 241

Ufficio ragioneria 06 57090 220 - 06 57090 222

Iscrizioni e passaggi 06 57090 210 - 06 57090 223

Ufficio competenze 06 57090 202

ed assistenza 06 57090 214

Quote e cancellazioni 06 57090 216 - 06 57090 217

Ufficio formazione 06 57090 207 - 06 57090 239

Ufficio stampa 06 57090 205 - 06 57090 225

Ufficio abusivismo 06 57090 288

Ufficio legale

protocollo@peconb.it

Consulenza fiscale consulenzafiscale@onb.it

Consulenza privacy consulenzaprivacy@onb.it

Consulenza lavoro consulenzalavoro@onb.it

Ufficio CED 06 57090 230 - 06 57090 231

Presidenza e Segreteria 06 57090 227

Organi collegiali 06 57090 229

Franco Scicchitano

E-mail: f.scicchitano@onb.it

Alberto Spanò

E-mail: a.spano@onb.it

CONSIGLIO NAZIONALE DEI BIOLOGI

Maurizio Durini – Presidente

Andrea Iuliano – Vicepresidente

Luigi Grillo – Consigliere Tesoriere

Stefania Inguscio – Consigliere Segretario

Raffaele Aiello

Sara Botti

Laurie Lynn Carelli

Vincenzo Cosimato

Giuseppe Crescente

Paolo Francesco Davassi

Immacolata Di Biase

Federico Li Causi

Andrea Morello

Marco Rufolo

Erminio Torresani

Il Giornale dei Biologi | Marzo 2021 105


In collaborazione con

DELEGAZIONE REGIONALE CAMPANIA E MOLISE

NELLE TERRE DEI FUOCHI

APPROCCIO MULTIDISCIPLINARE

PER IL RISANAMENTO AMBIENTALE

E LA PREVENZIONE DELLA SALUTE

10 aprile 2021

Dalle ore 9:00 alle 14:00

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