Numero di Maggio

ileniaprocopio05

Direttore Responsabile: Marta Calcagno

dal 1985... la voce di Rondinaria e dell'Oltregiogo

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ANNO XXXVI / N. 01 - MAGGIO 2021

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LA MIA VALLE

Storia della Valle

di Gnocchetto

Già al tempo dei Romani

la valle di Gnocchetto

rivestì una certa importanza

per la ricerca dell’oro nel torrente

Stura e nei suoi affluenti.

Di ciò rimane traccia nel

nome della località Valloria

(valle dell’oro) situata a poca

distanza da Gnocchetto.

Nel XVI secolo, in territorio

ovadese venne impiantata la

ferriera di Valloria appartenente

alle famiglie Spinola e

Pallavicino. Invece nella regione

Bresciana di Belforte

si trovavano le due ferriere

“bresciane” o “grimalde”, costruite

da fabbri giunti dalla

zona di Brescia, ed appartenenti

prima ai marchesi Grimaldi

e successivamente ai

Cattaneo Della Volta.

Nel 1670, proprio nella località

Bresciana, venne edificata

la cappella del Crocifisso,

nel luogo in cui sorgeva un

antico pilone su cui era dipinta

l’immagine del “Santo

Criste”, il Santissimo Crocifisso.

All’epoca la zona venne coinvolta

in numerose frequenti

controversie di confine, essendo

suddivisa tra la Repubblica

di Genova, il ducato

del Monferrato, sotto i

duchi di Mantova e poi passato

ai Savoia, ed il ducato di

Milano, sotto il re di Spagna.

Fu il XIX secolo a portare numerose

novità, dall’apertura

della strada del Turchino

alla realizzazione della linea

ferroviaria “Genova-Acqui”,

da ricordare anche per la frana

del 1891, in cui morirono

quattro operai impegnati

Continua a pagina 4

Ponte

Morandi:

ci scrive

rifondazione

comunista

Maurizio Acerbo - pag. 2

Il casello

autostradale

di Predosa

torna di

attualità

La mia valle:

Storia della Valle

del Gnocchetto

Fausto Cavo - pag. 2 Gian Battista Cassulo - pag. 3

Renzo Pastorino - pag. 1 e 4

TARINÈ: il titanio

infiamma la politica

Sotto la cenere cova il fuoco.

E che fuoco! È il fuoco

degli interessi, dei grandi

capitali, delle manovre nascoste

che stentano a venire fuori. Nove

milioni di tonnellate di titanio

fanno gola a tutti, anzi ad un ristretto

numero di potenti che, nel

chiuso dei loro palazzi, tacciono

e non rispondono alle istanze

della gente. E la gente si chiede

se si farà o non si farà questa miniera

che andrebbe a sconvolgere

una delle più belle zone della

Liguria. Ma Toti tace su questa

questione e tacciono anche alcuni

sindaci come nel caso del comune

di Stella, dove i consiglieri

di opposizione hanno presentato

una mozione al sindaco, Marina

Lombardi, per chiedere a che il

comune si esprima contro la creazione

di questa cava. Eppure in

questo senso si sono già espressi

i comuni di Arenzano e Campo

Ligure che già da tempo si sono

associati al ricorso al TAR Liguria

promosso dall’Ente Parco del

Beigua e dai comuni di Urbe e

Sassello. Questo si legge oggi in

un articolo a firma di Luciano

Parodi apparso su Savona onda

ligure news, come ci ha segnalato

l’amico Danilo Bruno. Ma questa

è una guerra infida tra gli interessi

dei pochi e quelli dei molti,

dove, sotto, sotto vi sono legami

trasversali. Una guerra nel corso

della quale si è combattuta in

quel di Urbe una battaglia cruciale

per il risultato finale dove

gli interessi dei molti (la gente

comune) ne sono usciti sconfitti.

La battaglia dove il comune di

Urbe non è riuscito, nonostante

la buona volontà del suo sindaco

Fabrizio Antoci, a fare includere

tutto il suo territorio sotto l’ala

protettrice del Parco del Beigua,

lasciandone una fatta fuori. Ed è

proprio da quella fetta, il “tallone

d’Achille” degli ambientalisti, che

sembra la Regione Liguria abbia

dato il suo beneplacito alle prime

indagini geologiche per individuare

i filoni del titanio.

Anche Castelletto d’Orba

a difesa del Parco del Beigua

Il Consiglio comunale di Castelletto d’Orba (Al) ha espresso

pieno sostegno ai comuni di Urbe e Sassello, in ordine alla

ventilata (ma più che mai possibile) miniera di Titanio che

dovrebbe essere coltivata tra i monti Tarinè e Antenna dove, alle

falde del Faiallo sgorga l’Orba. Se malauguratamente partisse

quella miniera, non solo per la gente del Beigua ma anche per tutta

la Valle dell’Orba sarebbe un disastro perché nell’Orba si disperderebbero

le fibre d’amianto di cui è ricco il rutilio all’interno del

quale è racchiuso il titanio. Ora occorre che tutti i sindaci della

Valle dell’Orba facciano quadrato attorno a questo comitato e alle

amministrazioni comunali di Urbe e Sassello, perché ne va della

salute di un’intera vallata e se la gente e le amministrazioni locali

non si mobilitano in questo senso vuol dire che l’Acna di Cengio

non ha insegnato nulla.

Gian Battista Cassulo

Quando le

ragioni ideali

cozzano

contro gli

interessi

Luca Serlenga

Il percorso

dell'Orba

Monte Argentea

1082

Passo

del Faiallo

Capriata d’Orba

Tiglieto

LIGURIA

Silvano d’Orba

Castelletto d’Orba

Monte Rama

1148

Vara

PIEMONTE

Albedosa

Acquabianca

Stura

Piota

Lemme

Orbarina

Laghi di

Ortiglieto

Amione

Molare

OVADA

Rocca Grimalda

Predosa

Retorto

Monte Ermetta

1267

Urbe

Olbicella

Meri

Portanuova

L'Arca di Noè

di Davide Ferreri

Priorità

Casal Cermelli

CASTELLAZZO

Bormida

Un dubbio rapido, ma forse

non del tutto campato

in aria. Stiamo ancora vivendo

un’emergenza epocale destinata

ad entrare nei libri di storia,

però, se sembra che il mondo

si sia fermato a causa del Covid

e se tutte le priorità di prima

sono sfiorite, allora significa

che non erano così prioritarie,

ecco il punto. Dove sono finite

le emergenze di prima, l’immigrazione

incontrollata, il terrorismo,

la corruzione devastante,

la burocrazia elefantiaca, il

riscaldamento globale, il populismo,

la nuova Guerra Fredda

e tutto il resto? Forse il virus ci

ha insegnato che nessuna priorità

è per sempre.

Davide Ferreri

L’editoriale

di Marta

Calcagno

questo il nostro terzo appuntamento

con questa È

edizione ridotta de “l’inchiostro

fresco” online, ma presto

torneremo, a pandemia terminata,

ad una fogliazione

normale, sia pur continuando

a rimanere solo in rete,

anche se il nostro cuore resta

legato al mondo della carta

stampata.

Tempi passati? Non sappiamo,

sappiamo solo che a volte

nel mare magnum del web

le cose si perdono, mentre i

libri, le copie dei giornali, i

documenti raccolti in faldoni

resistono al tempo, muti

ma vivi testimoni di epoche

passate.

Io credo che l’antico adagio,

“Verba volant, scripta manent”,

sia tutt’ora valido, ma

certo è che, oggi come oggi,

il mondo sta correndo velocemente

e noi stiamo facendo

fatica a stargli dietro. Per

non perdere la corsa siamo

anche noi così saliti sul treno

del web, ma cerchiamo

di affrontare questo viaggio,

senza tradire noi stessi e dimenticare

il nostro passato.

Ecco perché ci ostiniamo,

anche sul web, a fare apparire

“l’inchiostro fresco” in formato

tabloid, quasi come se

potessimo ancora sfogliarlo

tranquillamente, magari al

bar davanti ad un buon caffè.

Marta Calcagno


2

l’inchiostro fresco

1 - Maggio 2021

Il casello autostradale di

Predosa torna di attualità

Ponte Morandi: ci scrive

rifondazione comunista

Mercoledì 28 aprile si è

svolta una conferenza

stampa online per fare

il punto della situazione riguardante

la possibilità di realizzare

un nuovo casello autostradale

a Predosa e creare i presupposti

per raccordare in modo opportuno

tale infrastruttura ai territori

piemontesi e ligure.

Quest’opera è da sempre molto

attesa nella Valle dell’Orba

perché rappresenterebbe la vera

porta d’ingresso dei traffici

commerciali del Nord Ovest

nell’ovadese e nel contempo

toglierebbe dal suo attuale isolamento

Acqui Terme e tutto

l’acquese. Ma anche Novi Ligure

ne trarrebbe vantaggio in quanto

aggiungerebbe alla sua già felice

posizione già servita dalla A/7 e

dalla A/26 un’ulteriore opportunità

in più di sfogo.

La realizzazione di questo casello

andrebbe praticamente

a sanare l’errore che fu fatto al

momento della realizzazione

della A/26, quando, nel 1977,

l’originario casello autostradale,

previsto nella piana di Silvano

d’Orba, venne invece realizzato,

in seguito alle forti richieste

degli ovadesi, in quel di Belforte

Monferrato. Scelta che si verificò

molto infelice tanto è vero

che praticamente subito si sentì

l’esigenza nella Valle dell’Orba

di avere un altro sbocco autostradale,

soprattutto in seguito

ad insediamenti di pregio come

quelli della Saiwa a Capriata

d’Orba (1985), in località Pedaggera,

o delle attività produttive

d’élite nella piana di Predosa,

quali ad esempio la Termignoni

e la Riccoboni, per non parlare

di tutte le attività artigianali del

polo basaluzzese, i cui flussi di

traffico oggi si scaricano su Novi

Ligure.

Il casello di Predosa viene considerato

dagli amministratori

locali e dall’imprenditoria della

zona come un progetto fondamentale

per il rilancio, non solo

industriale, ma anche commerciale

e, soprattutto, turistico in

tempi come questi dove vi è una

forte riscoperta dell’ambiente.

Già da tempo a Predosa, e più in

generale in tutta la Valle dell’Orba,

ci si prepara a questo evento

che oggi sembra più vicino, con

interventi sulla viabilità ordinaria.

Nel 2008, di concerto con le

Ferrovie dello Stato, che hanno

potenziato per il traffico merci

la linea “Ovada – Alessandria”,

sono stati soppressi ben tre passaggio

a livello e sostituiti cavalcavia

o sottovia e nel 2017 è

stata inaugurata la tanto attesa

circonvallazione di Predosa e in

ultimo nel 2020 si è ritornati a

parlare del vecchio progetto del

raccordo autostradale “Carcare

– Predosa” che rappresenterebbe,

per il novese e l’ovadese ma

anche per l’acquese, un prezioso

sbocco al mare nel ponente ligure

e nel savonese.

In pratica il casello di Predosa,

Il tacciato della PREDOSA - ALBENGA

ma l’insieme di queste opere

potrebbero intercettare nuovi

investimenti sulle nostre aree,

nonché migliorare il traffico veicolare

sulle strade provinciali.

Fausto Cavo

Dal Segretario nazionale

di Rifondazione comunista,

Maurizo Acerbo,

riceviamo e pubblichiamo

questo comunicato in

merito alla tragedia del

“Ponte Morandi”.

In questo comunicato, il

Segretario di Rifondazione

comunista, coglie l’occasione

per fare una riflessione

sulla stagione delle

“privatizzazioni”

Anche noi su questi due

temi, il “Morandi”, e le

“privatizzazioni” abbiamo

a più riprese pubblicato

le nostre considerazioni.

Ma ecco qui di seguito il

comunicato di Rifondazione

comunista.

Videoconferenza

sul casello

Alla video conferenza sul

Casello di Predosa hanno

preso parte Lorenzo

Lucchini, Sindaco di Acqui Terme,

Paolo Lantero, Sindaco di

Ovada, Maura Pastorino, Sindaco

di Predosa, Nicola Bassi,

Coordinatore della Commissione

"Logistica delle merci" della

Fondazione Slala e Angelo Marinoni,

Coordinatore della costituenda

Commissione "Interventi

strategici" della Fondazione

Slala. Nel corso della video

conferenza è stato presentato

il modello di delibera per supportare

tutte le azioni utili alla

realizzazione di un casello sulla

A26 nel Comune di Predosa e

una bretella di collegamento a

Strevi. Il documento è già stato

approvato all’unanimità dal

Spett.le Redazione

Con la chiusura delle indagini

sulla strage del Ponte Morandi

emerge la miseria e l'indecenza

della politica italiana. Centrosi-

Consiglio comunale di Acqui

Terme e sarà alla base di una serie

di deliberazioni nei Consigli

Comunali nel territorio acquese

e ovadese e punta a mettere al

centro del dibattito politico la

realizzazione di infrastrutture

fondamentali per lo sviluppo

del sistema economico dei territori

dell’Alto Monferrato.

(G.B.)

Mario Trucco: ex sindaco di

Predosa e "padre" storico

della circonvallazione Lorenzo Lucchini

Maura Pastorino Paolo Lantero

Maurizio Acerbo

nistra e centrodestra sono ambedue

corresponsabili della privatizzazione

delle autostrade, di

regole confezionate a favore dei

concessionari, dei mancati controlli.

Persino dopo 43 morti le

forze politiche di governo, dalla

Lega al Pd, non hanno voluto

togliere la concessione ai privati,

responsabili del disastro.

Bisognerebbe processare - alla

Pasolini - tutti coloro che hanno

votato per la privatizzazione. È

un'offesa alle vittime e all'intero

popolo italiano che i governi

Conte 1 e 2 e lo stesso governo

Draghi abbiano lasciato a Atlantia

la concessione, pensando a

tutelare gli azionisti e non il diritto

dei cittadini alla sicurezza.

La privatizzazione è stata un fallimento

e un furto ai danni degli

italiani.

Il governo ha il dovere di togliere

la concessione ai privati e di ripubblicizzare

autostrade. Noi di

Rifondazione Comunista rivendichiamo

di essere stati gli unici

a opporsi alla truffa della privatizzazione.

Maurizio Acerbo,

segretario nazionale

di Rifondazione

Comunista

Vicolo del Teatro, 7/14 - 15067 Novi Ligure (AL)

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Ilenia Procopio, Lorenzo Muscarà


l’inchiostro fresco

1 - Maggio 2021

3

Le privatizzazioni sono un furto,

questo ci verrebbe da dire oggi parafrasando Marx

L’editore di questo foglio

d’informazione locale è il

“Club Fratelli Rosselli” e

già dal nome si capisce come l’orientamento

del giornale sia ispirato

a quei valori di “Giustizia e

Libertà” interpretati dai fratelli

Rosselli in tempi quando, solo a

parlarne, era pericoloso.

E i fratelli Rosselli, in primo

luogo Carlo, erano sostenitori di

un’idea politica, quella del socialismo

liberale, dove la protezione

sociale dell’individuo si coniugava

con la libertà del mercato. Una

teoria questa, che, se nella prima

metà del Novecento a molti suonava

come un’eresia, oggi inizia a

farsi strada nella mentalità comune,

soprattutto dopo aver visto i

risultati della politica delle privatizzazioni

inaugurata dai governi

Prodi, D’Alema e Amato sul

finire degli anni Novanta. Il fatto

curioso è che tale politica che ha

posto beni pubblici in mani private,

sia stata portata avanti da

esponenti di uno schieramento

partitico da sempre avverso al

capitalismo, i quali, si potrebbe

dire, abbiano “scavalcato a destra”

i liberali!

Infatti un liberista puro quale

Luigi Einaudi, in una sua pubblicazione

del 1944 titolata: “Lineamenti

di una politica economica

liberale”, sosteneva che certi beni

pubblici NON potevano essere

privatizzati, pena il declino dello

Stato. E Luigi Einaudi portava

l’esempio dell’industria idroelettrica,

la quale essendo alimentata

dall’acqua bene pubblico per eccellenza,

non poteva essere privatizzata

ma doveva essere nazionalizzata.

Cosa che avvenne nel

1962 con il IV governo Fanfani

(quello definito da Aldo Moro

delle “convergenze parallele”) per

opera di Ugo La Malfa, all’epoca

ministro del Bilancio.

Oggi, ripensando alla stagione

delle privatizzazioni, ci viene da

rabbrividire perché essa fu voluta

e gestita da uomini politici

Romani Prodi Massimo d'Alema Giuliano Amato

del Centrosinistra ed ebbe il suo

punto di svolta nel 1999 (privatizzazione

IRI), ed in particolare,

per restare nel tema del ponte

Morandi, con la revisione della

concessione delle autostrade

(2006) avvenuta sotto il governo

Prodi e con ministro delle infrastrutture,

Antonio Di Pietro

(quello del Pool Mani Pulite di

Milano. Per la cronaca ecco una

breve cronologia di quella stagione,

la cui data di nascita potremmo

inscriverla nel 1992 l’anno

della stagione del “Pool Mani

Pulite di Milano”. Le sue radici

però affondano nella privatizzazione

dell’IRI iniziata con Romano

Prodi sin già dal 1982 e

conclusa con Beniamino Andreatta

(accordo Andreatta – Van

Miert) nel 1993. Ma vediamo qui

di seguito un breve riepilogo delle

privatizzazioni più importanti.

Quando le ragioni ideali cozzano

contro gli interessi economici

Caso Regeni e caso

Zaki: si accusa uno

Stato, l’Egitto di non

rispettare i diritti umani, ma

nello stesso tempo con questo

Stato si fanno affari vendendogli

armamenti. Dov’è

la coerenza? Demagogia e

pragmatismo stanno dunque

andando a braccetto?

Ho qui davanti a me due

giornali, “Il Secolo XIX” del

14 aprile 2021 e “Il Secolo

XIX” del 15 aprile 2021. Sul

primo giornale si legge a

pag.11 che l’Italia ha venduto

all’Egitto una nave militare,

l’ex fregata “Emilio Bianchi”,

dopo un restyling di Fincantieri su

commissione della marina egiziana,

mentre sull’altro giornale a pag. 8 si

legge che il Senato ha votato una

mozione per chiedere al Governo

Draghi di concedere la cittadinanza

italiana a Patrick Zaki, lo studente

egiziano iscritto all’Università

di Bologna da 432 giorni detenuto

con l’accusa di cospirazione contro

lo Stato, in una prigione a sud del

Cairo e sempre nella stessa pagina

viene riportato un pezzo su Regeni

e sulla sua tragica fine, non ancora

del tutto chiarita e sulla quale pesano

gravi ombre.

In ambedue gli articoli viene rimarcata

la necessità di sostenere il

principio dell’inviolabilità dei diritti

umani riconosciuti, accusando

l’Egitto, sia nel caso Regeni sia nel

caso Zaki, di calpestarli.

E allora io mi chiedo: se il nostro

La SIP diventa Telecom (1994), le

Poste si trasformano in Poste Italiane

(1998), le Ferrovie cambiano

il nome in Trenitalia (2000),

nel 1999 i Benetton comprano

tramite la "Schemaventotto" il

30% della Autostrade e così via.

governo è così attento, come

lo deve essere, al rispetto dei

diritti umani perché vende

armamenti ad un Paese che

non li rispetta?

Delle due, una: o mettiamo

sull’altare i diritti oppure

portiamo in banca i soldi,

perché non si può da un lato

fare le belle anime e poi, sotto,

sotto, incassare moneta

da chi accusiamo di barbarie.

D’accordo che “pecunia non

olet”, ma in questo caso, se è

vero quello che ha detto in

aula Liliana Segre, dove in

ballo c’è la libertà di un innocente

detenuto ingiustamente, allora la

pecunia “olet” e “olet” molto!

Chi scioglierà questo nodo? Demagogia

e pragmatismo nel nostro

Paese stanno andando a braccetto?

Gian Battista Cassulo

E poi, con il secondo governo

Prodi, sono venuti i decreti attuativi

sulle liberalizzazioni firmati

dal Ministro dello Sviluppo Economico,

Pier Luigi Bersani, ed

emanati il 4 luglio 2006 dal Presidente

della Repubblica Giorgio

Napolitano. Decreti questi ampliati

con legge 2 aprile 2007.

Ma la madre di tutte le nostre

sventure potremmo dire sia stata

l’infausta legge costituzionale n. 3

del 18 ottobre 2001, varata in seguito

al referendum costituzionale

del 7 ottobre 2001 e concepita

sotto i governi D’Alema e Amato,

che, riformando il Titolo V della

Costituzione, di fatto ha frantumato

l’Italia in 20 piccoli stati,

creando una miriade di contenziosi

tra centro e periferia. Una

stagione infausta, questa che sta

distruggendo il nostro Paese dove

poche grandi famiglie si stanno

arricchendo a dismisura usando

in termini privati beni pubblici. E

l’amarezza che abbiamo in bocca

è stato il vedere che questo processo

si è consumato sotto il tallone

di esponenti della sinistra che

sono giunti al potere grazie ai voti

della povera gente.

Se noi ripensiamo alla politica

del tandem Massimo D'Alema

e Giuliano Amato e a quella ancor

precedente di Romano Prodi,

passando per quella più recente

di Mario Monti e ora di Mario

Draghi (ricordiamo che questi

ultimi tre avevano ricoperto ruoli

di grande rilievo nella Goldman

Sachs, la banca d’affari statunitense

che nel 2010 fu sottoposta

a procedimento per frode finanziaria),

ci rendiamo conto che,

sotto le insegne del P.d.S. prima,

D.S poi e ora del PD, c'è stato

un unico disegno che ha portato

con le riforme costituzionali allo

smantellamento dello Stato e con

la politica delle privatizzazioni

alla svendita del nostro Paese nelle

mani di pochi ricchi e, quel che

è peggio, in mani straniere.

Gian Battista Cassulo


4

l’inchiostro fresco

1 - Maggio 2021

Storia & Memoria

SEGUE DALLA PRIMA PAGINA

La mia valle:

storia della Valle di Gnocchetto

nella costruzione della galleria

di Panicata.

Invece nel 1855, nei pressi della

cascina Sguardia, venne installato

uno stabilimento metallurgico

per il trattamento del minerale

aurifero rinvenuto nello

Stura. L’iniziativa venne presa

dall’ingegnere francese Edoardo

Primard, fondatore della “Società

Franco-Sarda per le Miniere

d’oro d’Ovada”, che ottenne due

concessioni minerarie, denominate

“Belforte” e “Ovada”. Le ricerche

evidenziarono la presenza

di oro e argento nelle rocce e

nelle sabbie del torrente. Nonostante

ciò, i contrasti tra Primard

ed i soci francesi portarono allo

scioglimento della società.

In quel periodo, visse a Gnocchetto

mons. Giovanni Battista

Marenco che fu collaboratore

di san Giovanni Bosco e rivestì

importanti cariche nella congregazione

salesiana. Fu vescovo di

Massa Carrara, arcivescovo di

Edessa e nunzio apostolico in

Centro America. Trascorse lunghi

periodi a Gnocchetto, nella

casa di località Mattine, in cui

soggiornò anche lo stesso don

Bosco.

Negli anni 1883-1884, gli imprenditori

genovesi Antonio

Sciaccaluga e Francesco Giacinto

Oliva costruirono il cotonificio

di Gnocchetto e l’intera borgata,

che venne appunto denominata

“Gnocchetto” dal nome

dell’omonima cascina. Dopo la

morte dei fondatori, il cotonificio

venne gestito da Cesare

Oliva. Suo fratello Michelangelo

fu sindaco di Ovada negli anni

1917-1918, mentre Gianni Oliva,

figlio di Cesare, fu podestà

di Rossiglione e Campo Ligure

negli anni Trenta.

A Gnocchetto, gli Oliva fecero

edificare due ville padronali e

vari edifici dove trovarono posto

le abitazioni per gli operai e per

il direttore dello stabilimento, il

refettorio aziendale, il dormitorio

per le operaie ed alcuni esercizi

commerciali.

Vennero aperte le scuole, gestite

dalle Madri Pie, e nel 1913

iniziò a funzionare l’ufficio postale.

Nel 1915 la frazione, con

le limitrofe località dei comuni

di Ovada, Belforte, Rossiglione

e Tagliolo, contava 800 abitanti.

Alla fine della Prima Guerra

Mondiale, si diffuse a Gnocchetto

un clima fortemente patriottico

grazie alla presenza dell’Associazione

Combattenti guidata

da Giovanni Alloisio, originario

della cascina Carobon.

Negli anni Venti, si ebbero manifestazioni

imponenti in onore

dei caduti e dei reduci di guerra,

con la partecipazione della banda

musicale di Gnocchetto. Ben

presto si giunse allo scontro tra

gli ex combattenti ed il partito

fascista, guidato da Giacomo

Spotorno direttore del cotonificio.

I contrasti tra Alloisio e

Spotorno portarono allo scioglimento

dell’associazione combattenti

ed alla sua rinascita sotto la

guida fascista.

Giunse poi la Seconda Guerra

Mondiale con tristi episodi come

l’arresto, da parte dei tedeschi,

del cappellano di Gnocchetto,

don Fiorenzo Bongiovanni, ed

il deragliamento ferroviario del

27 febbraio 1945, con diciotto

vittime. In quegli anni bui, fu

proprio l’imprenditore Giovanni

Alloisio, aderente al Partito

d’Azione ed alle brigate partigiane

di Giustizia e Libertà, a far

giungere nella cascina Coppa,

non lontano da Gnocchetto, ingenti

aiuti alimentari destinati ai

partigiani rifugiati sulle montagne.

Nel 1944 venne istituita la parrocchia

del S.S. Crocifisso, con

un territorio esteso su tre comuni,

che andava dalla cima del

monte Colma al monte Ciazze

ed alla zona del Ponte di Ferro.

Con la fine della guerra, si ebbe

anche in questa zona la forte

affermazione del partito comunista.

Intanto il cotonificio

dava i primi segnali di crisi. Fu

il giovane parroco, don Giannino

Minetti, ad intuire quello che

sarebbe stato l’infelice destino

della frazione. Egli fece costruire

dei locali destinati alla gioventù,

in cui venne collocato anche il

cinema-teatro parrocchiale. Si

impegnò, senza successo, per

la costruzione del ponte sullo

Stura e del cimitero, opere a cui

avrebbero dovuto provvedere

i comuni di Ovada, Belforte e

Tagliolo. Per evitare lo spopolamento

della vallata, don Minetti

avviò pratiche per collegare alla

linea elettrica i cascinali situati

nelle zone più decentrate e chiese,

al ministro dei Trasporti Bernardo

Mattarella, l’istituzione

di una fermata del treno per i

numerosi operai che si recavano

a lavorare a Genova. Purtroppo

tutte le sue iniziative non ebbero

successo. Negli anni Cinquanta

a Gnocchetto erano presenti

numerose attività: cinematografo

e teatro, cotonificio Valle

Stura con 250 operai, ufficio

postale telegrafico, distributore

carburante, circolo ricreativo

con bocciofila con tre campi da

bocce, commestibili e tabaccaio,

forno, trattoria con commestibili

e raccolta del latte, refettorio

aziendale per gli operai del cotonificio,

dormitorio per le operaie,

scuole elementari. Nei primi

anni del secolo scorso, nella frazione

c’erano anche un barbiere,

un’osteria ed un macello.

Nel 1957 gli abitanti della parrocchia

di Gnocchetto erano

508 (circa 280 nel comune di

Ovada, 150 sotto Belforte, 70

sotto Tagliolo). La frazione era

sede di due seggi elettorali, uno

per Gnocchetto d’Ovada e l’altro

per il Santo Criste, frazione di

Belforte. Erano pure attive una

sezione del Partito Comunista

ed una della Democrazia Cristiana.

In quel periodo venne

istituita anche la fiera annuale

della Santa Croce. Durante l’anno

vi erano ben quattro feste patronali:

le due feste della Croce,

la festa di San Francesco d’Assisi

e quella di Sant’Antonio Abate.

La chiesa doveva essere elevata

al rango di santuario e gli abitanti

di Belforte vi si recavano in

processione due volte all’anno,

in maggio ed in settembre.

A quei tempi, i parroci si scandalizzavano

perché a Gnocchetto

si ballava troppo. La frazione

appariva ancora attiva e vivace,

ma ben presto molti abitanti della

zona iniziarono ad emigrare

verso Ovada, Rossiglione e Genova.

Nel 1970 la popolazione della

parrocchia scese a 177 abitanti,

con un calo di 331 residenti in

soli 13 anni. Ciò causò la chiusura

delle scuole e di tutti gli esercizi

commerciali. Rimasero solo le

Poste e nel 1967 venne costituita

la località postale di Gnocchetto,

dotata di codice di avviamento

postale 15070, e comprendente

anche le strade Pian del Merlo e

Termo, parte della strada Santa

Lucia, la strada Ciutti e numerose

località della strada Voltri.

Nel 1978, dopo la devastante alluvione

dell’anno precedente, la

famiglia Costa di Genova, proprietaria

del cotonificio, decise la

chiusura dello stabilimento. Ormai

contava solamente una cinquantina

di operai. Fu trasformato

in una centrale idroelettrica

ancora oggi appartenente

ai Costa. Anche la costruzione

dell’autostrada fu per Gnocchetto

una disgrazia, con il conseguente

abbattimento di edifici, la

distruzione della grande piana

di Mattine ed un’ulteriore riduzione

dei residenti. Nell’agosto

del 2004, venne chiuso l’ufficio

postale di Gnocchetto, mentre

l’anno prima era stato necessario

interdire al traffico il ponte

sullo Stura, costruito negli anni

Settanta. Le fotografie del ponte

ci mostrano una struttura priva

dell’adeguata manutenzione. Per

dieci anni, esso venne abbandonato,

senza che nessuno se ne

curasse, ed infatti subì un crollò

nel gennaio del 2013. Furono

vani i tentativi di costruire un

ponticello pedonale sostitutivo;

eppure una passerella sul torrente

esisteva già nell’anno 1590.

Lorenzo Pastorino

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