La Toscana nuova Maggio

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La Toscana nuova - Anno 4 - Numero 5 - Maggio 2021 - Registrazione Tribunale di Firenze n. 6072 del 12-01-2018 - Iscriz. Roc. 30907. Euro 2. Poste Italiane SpA Spedizione in Abbonamento Postale D.L. 353/2003 (conv.in L 27/02/2004 n°46) art.1 comma 1 C1/FI/0074


Emozioni visive

a cura di Marco Gabbuggiani

Molto più di un’emozione visiva…

Testo e foto di Marco Gabbuggiani

Pubblico oggi tre foto di qualcosa che rappresenta la storia

della nostra Repubblica. Non è un caso che decida di

pubblicarle questo mese. Proprio nel mese di maggio di

quarantatré anni fa venne ritrovato il corpo di Aldo Moro

dentro questa Renault 4. Fu proprio in occasione del quarantesimo

anniversario dalla morte dello statista che ebbi

finalmente l’autorizzazione di poter realizzare questo servizio.

Mi venne concessa forse perché tre anni prima fui

colui che fece evitare inconsapevolmente lo scempio della

demolizione che era stata prevista? Penso di sì. E così,

dopo decine di mail e telefonate durate tre anni, ho avuto

l’esclusivo privilegio di vedere da vicino, toccare e fotografare

un pezzo di storia del nostro paese che mi ha davvero

fatto tremare le gambe.

marco.gabbuggiani@gmail.com

Da oltre trent'anni una

realtà per l'auto in Toscana

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MAGGIO 2021

I QUADRI del mese di Loretta Casalvalli

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Il Complesso di San Pietro all’Orto a Massa Marittima

Intervista a Franco Fontana, maestro del colore in fotografia

Giovanni Gastel, l’artista della fotografia di moda

I misteri dell’archeologia: quale destino per i “Sapiens”

Riflessioni sull’arte contemporanea del gallerista Carlo Fritelli

Eventi in Toscana: la “ferita” di JR sulla facciata di Palazzo Strozzi

Intervista a Valeria Vitti, icona del vernacolo fiorentino

Curiosità fiorentine: La Fiorita in ricordo di Savonarola

Michael Henry Farrell, un “Englishmen” a Venezia

Annarita Simini: versi di poesia “come il vento”

La voce dei poeti: le liriche di Angela Patrono

Dimensione salute: il mare, rimedio per la felicità

Psicologia oggi: viaggio nei gironi della depressione

I consigli del nutrizionista: alimentazione e salute in gravidanza

La cultura della prevenzione con Fondazione ANT e Banco Fiorentino

Luca Siri, il mondo in un disegno

I libri del mese: Luca Alinari, l’artista dell’immaginifico

La pittura “fluida” come le emozioni di Gessica Tesi

Thomas Lorenzoni, l’artista del gioiello “fatto a mano”

Firenze capitale della ripartenza con Life Beyond Tourism

ArancioneArt, il prêt-à-porter artistico ed ecosostenibile

L’arte del divenire nelle opere di Daniela Bigagli

The Hateful Eight, il western totale di Quentin Tarantino

Antonella Serratore, pittrice tra verità e utopia dell’immagine

La tutela dell’ingegno: la battaglia legale sul marchio Gallo Nero

L’avvocato risponde: l’addebito nella separazione, motivi e conseguenze

Di-segni astrologici: Toro, amante della natura e della famiglia

Storia delle religioni: quando l’arte incontra la fede

Lorenzo Senzi, cantore in pittura delle bellezze del Casentino

Cinico Angiolini, il direttore d’orchestra “americaneggiante”

Salute e società: Dal vaiolo al Coronavirus, la sfida della vaccinazione

Le intuizioni visive del pittore naturalista Mario Aniello

Il colloquio con il visibile nella pittura di Rita Brucalassi

Percorsi trekking in Toscana: alla scoperta del borgo di Vellano

Il Temporary Export Manager, professionista per la ripartenza

Toscana a tavola: il coniglio, amico dell’uomo e della cucina

La Fiorentina vista con gli occhi del regista Paolo Beldì

B&B Hotels Italia: Welcome Back, la tariffa per tornare a viaggiare

Arte del gusto: i salumi narrati in rima

Benessere della persona: maggio, il mese della rosa

Dante, al Ponte di Cimabue, vede il colle di Vespignano,

luogo natale di Giotto, che immagina essere il Purgatorio

(Purgatorio, canto XI), olio su tela, cm 50x70

In copertina:

Michael Henry Ferrell,

Scuola Grande di San Teodoro - Venezia (2021),

china su carta, cm 21x29,7

Dante incontra Paolo e Francesca (Inferno, canto V),

olio su tela, cm 50x70

loretta.casalvalli@live.it

Periodico di attualità, arte e cultura

La Nuova Toscana Edizioni

di Fabrizio Borghini

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Anno 4 - Numero 5 - Maggio 2021

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Testi:

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Luciano Artusi

Ricciardo Artusi

Francesco Bandini

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Ugo Barlozzetti

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Margherita Blonska Ciardi

Doretta Boretti

Lorenzo Borghini

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Viktorija Carkina

Jacopo Chiostri

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Nicola Crisci

Maria Grazia Dainelli

Aldo Fittante

Giuseppe Fricelli

Marco Gabbuggiani

Stefano Grifoni

Chiara Mariani

Stefano Marucci

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Franco Tozzi

Foto:

Luciano Artusi

Ricciardo Artusi

Francesco Bandini

Gino Carosella

Julia Ciardi

Franco Fontana

Giovanni Gastel

Carlo Midollini

Silvano Silvia

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All’interno di questo numero:

SeSta e ultima puntata

di

“Giuliacarla Cecchi.

Firenze e la moda.

Un affresco del Novecento”.

In omaggio il raccoglitore

per conservare l’intera

appassionante storia



A cura di

Ugo Barlozzetti

Percorsi d’arte

in Toscana

Complesso di San Pietro all’Orto

Un sorprendente scrigno di capolavori a Massa Marittima

di Ugo Barlozzetti

Massa Marittima offre un museo con

un percorso d’arte dai capolavori della

pittura senese del Trecento e del

Quattrocento a un’importante raccolta dei maestri

del Novecento italiano. Il museo si trova nel

Complesso di San Pietro all’Orto. Dal cortile del

convento si accede alla prima sala dedicata a

frammenti lapidei di sculture databili tra XII e XIII

secolo: capitelli, modanature e mensole in gran

parte provenienti dalla cattedrale dedicata a San

Cerbone. Dieci pannelli con bassorilievi in alabastro

grigio, o meglio in anidrite scurita, di incerta

datazione, forse plutei d’altare che hanno dato

luogo a una serie di contributi critici anche per

la loro interpretazione. La seconda sala conserva

opere di scultura gotica pisana e senese del

Duecento e del Trecento, tra cui undici piccole

statue di marmo di santi, apostoli e profeti, forse

provenienti dalla iconostasi della cattedrale.

Otto sculture in marmo sono opera di Crescentino,

padre del ben più celebre Tino. La terza sala

conserva capolavori del Trecento senese tra cui due opere dei

Lorenzetti: una vetrata dalla sagrestia del duomo con il Crocifisso

di Pietro e la monumentale Maestà di Ambrogio, che è la

più importante opera del museo se non dell’intera città di Massa

Marittima: proviene dal Convento di Sant’Agostino ed è datata

1340, quindi risale al periodo maturo del grande maestro.

Nella quarta sala è esposta un’interessante collezione di ceramiche:

una raccolta che va dal Cinquecento agli inizi dell’Ottocento.

Vi è poi una grande sala dedicata al Quattrocento con

opere di importanti maestri senesi come Sano di Pietro e Ste-

La Maestà di Ambrogio Lorenzetti, uno dei capolavori della collezione

fano di Giovanni detto il Sassetta. Nella quinta sala vi sono antichi

arredi liturgici e paramenti sacri provenienti dalle chiese

della diocesi: di particolare interesse è una pianeta della fine

del Quattrocento. Infine si possono ammirare due codici miniati

e una collezione di arredi sacri come calici, reliquiari e poeta

incensi. Da questa sala si accede al Centro espositivo di

arte contemporanea “Angiolino Martini”, raccolta di pittura e

grafica del Novecento italiano, con settecentocinquanta opere

di numerosi artisti tra i quali Renato Guttuso, Mino Maccari,

Bruno Cassinari, Antonio Possenti, Ernesto Treccani e Lorenzo

Viani, Pietro Annigoni, Franz Borghese, Remo

Brindisi, Xavier Bueno, Primo Conti, Emilio

Greco. Inoltre nella collezione non mancano

dipinti e schizzi di fine Ottocento dei pittori

Pietro Aldi, Paride Pascucci e Luigi Mussini e

quadri di postmacchiaioli come Giovanni Bartolena,

Francesco e Luigi Gioli, Guglielmo Micheli

e Angiolo Tommasi.

www.museidimaremma.it

Una sala del museo

COMPLESSO DI SAN PIETRO ALL’ORTO

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I grandi della

Fotografia

A cura di

Maria Grazia Dainelli

Franco Fontana

Intervista al maestro del colore in fotografia

di Maria Grazia Dainelli / foto Franco Fontana

In che anno ha iniziato a fotografare?

Ho iniziato a fotografare nel 1961 per puro caso, collaborando

con il Circolo Fotografico Modenese, senza frequentare

scuole d’arte e stimolato da un mio caro amico che con la

Rolleiflex scattava foto bellissime. Mi interessava immortalare

qualsiasi cosa che catturasse la mia attenzione, solo in

un secondo tempo mi sono dedicato al paesaggio e al colore.

Quando e perché il colore è diventato la sua cifra stilistica?

Il colore è stato sempre una mia profonda esigenza, anche

prima di adottarlo in fotografia. Ero ben consapevole che il rischio

di rendere l’immagine una banale fotocopia della realtà

con il colore fosse maggiore rispetto alla rappresentazione in

bianco e nero. Penso però che la vita sia a colori e che, parafrasando

Baudelaire, i colori siano la vacanza della vita.

La definiscono un paesaggista: le sta stretta questa definizione?

Non si può trovare la vera essenza della fotografia se si è

convinti che un paesaggio sia solo un paesaggio. In questo

caso, la conoscenza si limita alla superficie delle cose, non

ne indaga l’identità profonda. Per rappresentare il sentimento

dell’essere umano si può anche ricorrere alla metafora figurativa

per rappresentare i propri paesaggi interiori.

Che ruolo gioca la realtà nelle sue foto?

Molti mi dicono abbiamo visto i “tuoi” paesaggi, ma perché li

attribuiscono a me? C’erano anche prima che li vedessi io e

ci saranno anche dopo, nessuno però li aveva interpretati cogliendone

la dimensione ideale ed astratta, reinventando la

realtà con forme geometriche e colori che suscitano emozione

nello spettatore. La bellezza catturata dall’immaginazione

ha lo stesso valore di quella ripresa dal vero.

Uno dei suoi motti è “cancellare per eleggere”. Cosa significa?

Vuol dire togliere il superfluo per conservare soltanto il necessario.

Per identificare gli aspetti più significativi di un’immagine

è opportuno eliminare tutto ciò che è secondario

Franco Fontana (ph. Carlo Midollini)

all’interno della fotografia. Una foto che pretende di contenere

tutto finisce per non significare niente, occorre quindi

avere il coraggio di compiere una scelta. A me non interessa

rappresentare le cose per quelle che sono, ma operare una

sintesi che mi permetta di interpretare la realtà.

Cosa ci dice del celebre scatto “Baia delle Zagare” che nel

1978 è stato utilizzato dal ministero della cultura francese?

Era il 1970 quando scattai quella foto. Mi trovavo con degli

amici in Puglia, una delle coste più belle al mondo. Alcuni di

loro fotografavano donne in bikini, altri i faraglioni della costa,

io scattai soltanto quella foto, perché rispecchiava ciò

che provavo in quel momento. Un’immagine che in seguito è

diventata un’icona del mio lavoro. A fare la differenza è il pensiero

sotteso allo scatto, quel qualcosa che va oltre la pura

rappresentazione del soggetto.

Per lei, la fotografia deve “rendere visibile l’invisibile”, ma

è davvero sempre possibile?

Per essere un buon fotografo bisogna dotarsi di uno strumento

fondamentale: l’umiltà. Occorre essere sinceri con se stessi,

andare alla ricerca delle proprie radici. Se scattare è solo

una questione di pensiero, per quanto un’immagine abbia la

luce giusta, il contrasto giusto e i colori corretti e sia quindi

tecnicamente perfetta, rimarrà una foto sterile, qualora l’auto-

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FRANCO FONTANA


re non sia capace di calarsi dentro se stesso, di avere

ben chiaro cosa voglia dire di sé e cosa comunicare.

La fotografia, quindi, è uno strumento per approfondire

la conoscenza di sé e di ciò che ci circonda?

Se fotografia non è quello che si vede ma quello che si è,

allora diventa fondamentale andare al cinema, a teatro,

ai concerti, ai musei, leggere, guardarsi intorno, ascoltare

quanta più gente possibile, essere curiosi e soprattutto

provare meraviglia, un dono prezioso che ci dimentichiamo

di avere man mano che l’infanzia si allontana.

Perché sostiene che la fotografia sia un pretesto?

Dietro uno scatto c’è molto di più di quello che si vede,

ecco perché l’immagine è un pretesto per esprimere

ciò che si ha dentro, ciò che si pensa. Quando fotografi

una bottiglia non è mai soltanto una bottiglia, ma

diventa la testimonianza di un modo di guardare le cose,

di interpretare la realtà. I peperoni di Weston sono

molto di più che semplici ortaggi, sono poesia, scultura,

musica, vita. La fotografia è il fotografo.

New York (1997)

Ha tenuto e tiene ancora oggi corsi di fotografia in

tutto il mondo. Quali sono i principali insegnamenti

delle sue lezioni?

Cerco di fare capire che chiunque può usare una macchina

fotografica, ma che per scattare una buona fotografia

non basta conoscere il tempo di esposizione

di Mario Giacomelli o la complementarietà dei colori

del grande Ernst Hass. Occorre partire anzitutto da

se stessi, capire chi si è veramente, levarsi le maschere

che spesso indossiamo per tutta la vita. È inutile copiare i

grandi fotografi, bisogna prima capire cosa si vuole dire per

esprimersi poi di conseguenza. Le risorse necessarie sono

dentro di noi, dobbiamo solo tirarle fuori, evitando banalità e

déjà vu. Insomma, i miei sono corsi dove potersi esprimere con

profondità d’animo e non con profondità di campo.

Nel suo ultimo libro Fotografia creativa si legge della filosofia

zen applicata alla fotografia. Quanto questa disciplina

ha influenzato il suo percorso?

La creatività con cui l’artista reinventa il mondo, si nutre di

immaginazione e di mistero. Quando si fotografa, occorre

lasciare la mente libera di fluire, senza regole. I principi del

pensiero zen aiutano a superare i propri limiti, a fidarsi di se

stessi, per raggiungere una condizione di libertà interiore.

Solo annullandosi davanti al soggetto è possibile immortalarlo

entrando in simbiosi con lui.

Tra i due progetti Bellezze disarmoniche e Vita nova, in quale

si riconosce di più?

Havana (2017)

Sono legato ad entrambi. Vita nuova è nato perché Maurizio

Boggiano mi ha invitato ad interpretare con il mio lavoro il cimitero

storico di Staglieno a Genova, considerato patrimonio

mondiale dell’umanità dall’Unesco. In occasione della settimana

dei cimiteri storici europei, ho trascorso due giorni a fotografare

tombe e fiori, poi ho notato una serie di corpi femminili

ricoperti di polvere e celati da morbidi drappi. Non li ho notati

per caso, quando ci si esprime in fotografia si trova e si capisce

solo quello che si porta dentro. Il quotidiano la Repubblica

mi dedicò un titolo lusinghiero: L’amore fotografato da Fontana.

Staglieno diventa Spoon River. Per quanto riguarda, invece,

il progetto Bellezze disarmoniche, è nato perché la Fondazione

Istituto di ricerca per la comunicazione della disabilità e del disagio

mi ha proposto di esplorare il nesso tra disabilità e bellezza.

L’appuntamento era al Museo di Palazzo Madama, dove

ho iniziato a scattare senza sosta, alla ricerca di un’identità

su cui lavorare. Ho capito che volevo indagare il rapporto tra

le persone con disabilità e i quadri in esposizione al museo,

esprimendo me stesso attraverso le immagini.

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Spunti di critica

Fotografica

A cura di

Nicola Crisci e Maria Grazia Dainelli

Giovanni Gastel

L’artista della fotografia di moda

di Nicola Crisci / foto Giovanni Gastel

Nato a Milano nel 1955, Giovanni Gastel è morto lo

scorso 13 marzo, a soli 65 anni, a causa del Coronavirus.

Fotografo di successo sin dagli anni

Ottanta, è stato uno dei professionisti più apprezzati nel

mondo della moda anche a livello internazionale. Si è circondato

di bellezza, poesia, cultura e ha introdotto nella

fotografia di moda varie tecniche: old mix, rielaborazioni

pittoriche, still life. Di famiglia ricca e aristocratica, , il

primo a credere in lui è stato lo zio e grande regista Luchino

Visconti. «Le donne – affermava Gastel – sono un

universo psicologico lontanissimo da quello maschile e

con una elevata componente di mistero che mi ha sempre

affascinato. Quando fotografo per la moda, protagonista

è il vestito, non la donna. Quando faccio un ritratto

è un po’ diverso. Dedico del tempo prima di scattare per

capire chi ho davanti e, come dico sempre, non sono uno

specchio, sono un filtro. È la donna che entra nell’obiettivo

e ne viene fuori reinterpretata da me. Le mie donne

emanano luce, non la ricevono». Il suo stile, lontano

dai cliché della moda, è sempre stato fedele alla bellezza

e alla raffinatezza, tra suggestioni dada, visioni surrealiste

e design. Diceva: «La fotografia è un atto di coerenza

e di seduzione. In termini generali, interpreto la fotografia

come un atto teatrale nel senso che quando vedo una

cosa molto interessante per strada non penso di fotografarla

ma di rifarla. Uso quello che ho visto e lo reinterpreto

secondo il mio stile. Dietro ad ogni foto ci sono la mia

vita, i miei dubbi, i miei studi, la nostalgia viscontiana, la

ricerca di quel mondo che era e che non è più. Fotografare

è un atto di seduzione, un attimo in cui varco il muro,

vedo cose e leggo chi ho davanti, sperando di suscitare

le stesse sensazioni anche nello spettatore. Filtro ciò che

vedo, con le mie gioie, dolori,

la mia cultura o non cultura.

Tutte le persone che ho

ritratto mi hanno trasmesso

qualcosa, mi hanno toccato

l’anima». Dal 1996 al 1998

è stato presidente dell’Associazione

Fotografi Italiani

Professionisti. Nel 2002 ha

ricevuto l’Oscar per la fotografia

nell’ambito della manifestazione

La Kore - Oscar

della moda.

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GIOVANNI GASTEL


A cura di

Francesco Bandini

Quando tutto

ebbe inizio…

I misteri dell'archeologia

Siamo noi gli ultimi “sapiens” della nostra specie?

Testo e foto di Francesco Bandini

Parlando della Genesi ci troviamo a riflettere su alcune

“parole” che vi troviamo scritte perché, a volte, sembra di

leggerle come se fossero imbrigliate nella memoria. La

prima domanda che si impone è se i personaggi di cui la Genesi

ci parla sono veramente storici. Anche gli studiosi più tradizionali

non pensano più che l’umanità abbia avuto origine da una singola

coppia umana, da un uomo e una donna, chiamati Adamo

ed Eva. Una prima conclusione potrebbe essere che la narrazione

della Genesi sia quella di rispecchiare non l’origine del genere

umano, bensì il passaggio dalla prima età della pietra all’età

neolitica e il “paradiso terrestre” non può che essere la parabola

dell’età dell’uomo inserito nella natura dove viveva dei frutti

della terra e del nutrimento che gli fornivano gli animali. Insomma,

non era che il simbolo della prima età paleolitica. Poi l’uomo

aveva scelto di mangiare dall’albero della conoscenza del bene e

del male, ossia di evolversi in un essere perfettamente cosciente,

dotato di un’intelligenza complessa e articolata e questo lo

aveva reso consapevole della possibilità del male, della perdita

dell’innocenza primigenia. «Guadagnerete il pane con il sudore

della fronte» questa è stata la condanna: lavorare la terra. Ed ecco

l’età del neolitico, con l’uomo che diventa pastore e agricoltore,

sviluppa il senso della proprietà, forgia i metalli per costruire

gli attrezzi agricoli ma anche le armi. Gli antichi poeti del mondo

pagano già l’avevano adombrata nei miti dell’oro e dell’età

del ferro. L’uomo avrebbe allora avuto anche la possibilità di non

evolversi, di non divenire cosciente del Bene e del Male? O l’evoluzione

non è stata che un passaggio obbligato provocato da una

serie di eventi casuali come i mutamenti climatici e ambientali

e, in ultima analisi, da dover sopportare gli orrori della violenza,

la consapevolezza della decadenza e della morte? L’autore della

Genesi vuole semplicemente tentare di spiegare il mistero della

presenza del male nel mondo. Si tratta quindi di un racconto allusivo

che non può essere preso alla lettera? Simili affermazioni fino

a tre secoli fa avrebbero condotto al rogo chiunque le avesse

pronunciate. Sappiamo che la teoria darwiniana della evoluzione

della specie non è ancora definitivamente accettata né dimostrata,

in particolare per il genere umano e che le stesse teorie

di espansione dell’Universo non sono ancora definite. C’era una

volta l’Homo Sapiens, l’unica specie umana rimasta del genere,

ricordando sommariamente i suoi predecessori: dall’Homo Habilis

all’Erectus ed una dozzina di altre specie fino a circa 50 mila

anni fa per giungere al Neandhertalis poi scomparso intorno ai

Francesco Bandini

40 mila anni ed infine giungere ai giorni nostri. In un futuro non

molto lontano c’è da domandarsi fino a qual punto i “Sapiens”,

che 10-12 mila anni fa smisero di viaggiare alla ricerca del cibo

trasformandosi in allevatori, agricoltori, commercianti, sapranno

ancora sopportare una società anche se evoluta ma che ha ancora

molti punti in comune con il passato? Gli umani del futuro,

i 10 miliardi che popoleranno la terra nel giro dei prossimi 50 anni,

potrebbero forse essere diversi da noi fino nel modo di pensare?

Potremmo essere allora noi gli ultimi “Sapiens” della nostra

specie? I tre grandi periodi successivi al paleolitico e al neolitico

sono indicati con i nomi delle tecniche metallurgiche dominanti:

l’età del rame, del bronzo e del ferro. Nel tardo bronzo e nel ferro

collochiamo la nascita dei primi alfabeti in Mesopotamia e in

Egitto e quindi si può dire che in questo periodo si passa gradualmente

dalla preistoria alla storia, cioè alla disponibilità delle

fonti scritte che ci raccontano dei grandi sconvolgimenti avvenuti,

invasioni, razzie, carestie e con esse la cronaca dei grandi

movimenti e migrazioni di popoli, entrando in tal modo in una fase

dell’umanità che è quella contemporanea. Abbiamo visto come

siamo diventati uomini. Ma cos’è

questa “quintessenza di polvere”, per

dirla con l’Amleto di Shakespeare,

che ci porta a differenziarsi in tal modo

dagli animali? La nostra certezza

è che abbiamo un intelletto “quasi divino”

ma che portiamo per sempre,

Casa della cornice

dentro di noi, lo stampo indelebile

www.casadellacornice.com

delle nostre origini animali.

Francesco Bandini ha studiato in varie università, costruendo un percorso di vita, dalla

casa dell’uomo al suo habitat, dalle radici della propria cultura a quelle della propria

fede. Oggi, dopo molto errare per strade diverse, sta collaborando a varie riviste

per dare vita, attraverso la memoria storica di molteplici esperienze sul campo, al tentativo

di ricostruire l’affascinante avventura dell’uomo, navigatore dell’infinito.

FRANCESCO BANDINI

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Incontri con

l’arte

A cura di

Viktorija Carkina

Una riflessione sull’arte contemporanea

nell’intervista al gallerista Carlo Frittelli

di Viktorija Carkina / foto courtesy Carlo Frittelli

Cosa pensi dell’attuale situazione dell’arte contemporanea

in Toscana?

Risente ancora oggi della posizione assunta dalla stampa nel

secondo dopoguerra quando alcuni giovani artisti, dopo gli anni

bui del ventennio per la chiusura ai temi della contemporaneità

imposti dal regime, cercarono di rivoluzionare il sistema

dell’arte con posizioni avanguardiste rispetto al rosaismo imperante.

Furono drasticamente contrastati dalla critica e non

vennero accettati dalla maggior parte delle gallerie di allora.

Com’è potuta accadere una cosa del genere quando in altre

parti d’Italia si stavano muovendo artisti su posizioni molto

più avanzate, vedi Milano e Roma?

Firenze poteva essere fin da allora all’avanguardia avendo artisti

come Berti, Brunetti, Monnini e Nativi, fondatori del gruppo Arte

d’Oggi che, insieme a personaggi come Berto Lardera, ha organizzato

tre importanti mostre dal 1947 al 1949 ricevendo feroci

critiche dalla stampa locale. Gli stessi artisti, con in più Mario

Nuti, hanno fondato poi il gruppo dell’Astrattismo Classico, ma

come ho accennato prima ci si accanì ferocemente contro di loro,

sbeffeggiandone i lavori, tanto che furono pochi quelli che riuscirono

a capire il valore sia degli artisti che delle loro opere.

Perché è successo questo nella città d’arte per eccellenza?

Si usciva da vent’anni di fascismo che aveva ostacolato, per

motivi di propaganda, il progresso dell’arte moderna a tutto

Carlo Frittelli con Vinicio Berti allo Studio d’arte Il Moro nel 1979

vantaggio di una cultura antiprogressista. Margherita Sarfatti

ed altri chiamarono all’appello anche artisti di grande valore

come Sironi, Viani e Rosai, i quali benché nulla avessero a

che fare con l’ideologia fascista, furono coinvolti per scopi

puramente propagandistici.

Qual è la vera funzione dell’arte?

Non è quella di riempire il vuoto di una parete o di apparire gradevole

per il piacere puramente estetico di chi guarda l’opera.

L’arte ha un alto valore e l’artista quando lavora non pensa

Una panoramica della mostra Vinicio Berti - Guardare in alto nel 2012 presso la galleria Frittelli Arte Contemporanea

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CARLO FRITTELLI


La mostra Paolo Masi - La responsabilità dell'occhio nel 2013

di realizzare un’opera gradevole, ma un’opera che compendi la

sua esperienza, il suo rapporto con la società per mezzo della

quale entra in relazione con il comportamento dell’uomo. Van

Gogh, in risposta ad un articolo che lo riguardava, disse: «L’articolo

d’Aurier mi incoraggerebbe, se io osassi lasciarmi andare,

a rischiare un’evasione dalla realtà e a fare con il colore come

una musica di toni... Ma essa mi è così cara, la verità, il cercare

di fare il vero, che infine io credo di preferire il mestiere di calzolaio

a quello del musicista di colori».

Cos’è per te l’arte?

È un atto di vita, qualcosa che partecipa alla vita dell’uomo

e per questo ha una funzione importante: la ricerca

della verità. Può cambiare l’uomo dandogli messaggi fondamentali

per trasformare le coscienze, creare rapporti sociali

rispettosi, umani, veri. L’arte deve essere guardata e

compresa per il valore della sua autentica partecipazione

alla vita di tutti. L’arte contemporanea è esattamente come

l’arte di tutti tempi: un momento importante nella vita

di ognuno di noi. Non esiste alcuna differenza tra quello

che essa vuole rappresentare oggi e quello che ha rappresentato

nei secoli passati. La differenza sta solo nel come

l’artista rappresenta la realtà e la verità del proprio tempo.

Nel Cinquecento il popolo osservava le opere con occhio

stupito dalla bellezza, dalla magnificenza della tecnica artistica.

Basta guardare, nel Salone dei Cinquecento in Palazzo

Vecchio a Firenze, il grande affresco della Battaglia

di Anghiari per capire quanto drammatica potesse essere

una guerra, e nonostante l’artista sia stato in grado di far

sembrare “piacevole” anche un evento bellico, questo non

è servito a migliorare il pensiero dell’uomo, il quale ha continuato

a comportarsi allo stesso modo. Quelle opere raccontavano

sì un dramma, ma erano belle, composte con

grande conoscenza e preparazione tecnica che servivano

a dare più prestigio al vincitore che a renderne drammatico

il contenuto, che finiva quindi per passare inosservato.

L’odierna ricerca artistica ha il compito di scuotere le coscienze

attraverso segni capaci di entrare nella parte più

sensibile, più nascosta dell’uomo, per renderlo consapevole

di questo assurdo e drammatico comportamento. Non

deve servire a stupire, per questo bastano i media. Soltanto

l’arte può esprimere la verità.

Cornici Ristori Firenze

www.francoristori.com

Via F. Gianni, 10-12-5r

50134 Firenze

www.florenceartgallery.com

Carlo e Simone Frittelli in galleria durante la mostra Mimmo Rotella - Artypo nel 2011

CARLO FRITTELLI

13


Ornella

Balbo

Emozioni in controtempo

Senza titolo, olio su tela, cm 45x55

Senza titolo, olio su tela, cm 50x70

ornella.balbo@virgilio.it


Eventi in

Toscana

La ferita del mondo della cultura nell’installazione

di JR sulla facciata di Palazzo Strozzi

di Barbara Santoro / foto Gino Carosella

Alta 28 metri e larga 33, l’installazione sulla facciata

di Palazzo Strozzi dell’artista JR sottolinea quanto la

cultura sia stata duramente colpita nell’anno del Covid-19.

Frutto dell’ingegno di uno degli artisti contemporanei

più celebri al mondo, quest’opera apre idealmente una frattura

su uno dei palazzi simboli del Rinascimento. La facciata

sembra infatti essere squarciata in due, rivelando, con un abile

gioco tridimensionale e illusionistico, l’interno del palazzo.

Attraverso questa fessura si scorgono diversi ambienti dell’edificio

fiorentino: il colonnato del cortile, un’immaginaria sala

espositiva, una biblioteca, due opere di Botticelli, La Primavera

e La nascita di Venere, e una scultura, Il Ratto delle Sabine,

del Giambologna. Così Palazzo Strozzi diventa palcoscenico

di una ferita, simbolica e dolorosa, che accomuna i luoghi della

cultura italiani: musei, biblioteche, cinema e teatri chiusi in

questo lungo lockdown. L’installazione dell’artista francese rientra

in Future Art, il nuovo programma della Fondazione Palazzo

Strozzi che ha come obiettivo creare una piattaforma

per l’arte del presente, ponendo la promozione della creatività,

il coinvolgimento del pubblico e il sostegno alle nuove generazioni

come valori di riferimento per il rilancio del sistema

culturale attraverso diverse iniziative che vedranno la partecipazione

di artisti contemporanei italiani e internazionali. Venendo

invece all’autore de “La ferita”, si tratta del francese JR

(Jean René), famoso perché coniuga fotografia e arte urbana

installando grandi stampe sui muri delle città per portare la

cultura in mezzo alla gente comune. Un’operazione artistica e

insieme sociale a proposito della quale egli afferma: «Ho la più

grande galleria d’arte immaginabile: i muri del mondo intero.

Così richiamo l’attenzione di quelli che non frequentano abitualmente

i musei». Moltissime le esposizioni, tantissimi i riconoscimenti

internazionali. Dal 2004 al 2006, realizza Portrait

d’une Génération, ritratti di giovani che vivono nella periferia di

Un particolare dell’opera

Vista d’insieme dell’installazione di JR sulla facciata di Palazzo Strozzi

Parigi esposti in formato gigante sui muri del quartiere popolare

Les Bosquets a Montfermeil. Questo progetto, prima illegale,

diventa ufficiale quando il municipio di Parigi espone le foto

di JR sui suoi edifici. Nel settembre 2010, su invito del festival

Images in Svizzera, realizza il progetto Unframed, con il quale,

per la prima volta, non si serve delle proprie immagini ma

prende in prestito quelle di grandi maestri della fotografia

come Robert Capa, Man Ray, Gilles Caron e Helen

Levitt, e le installa sulle facciate di diverse città:

Baden Baden, Marsiglia, Sao Paulo, Grottaglie in Italia

e Washington DC. È rappresentato dal gallerista

Emmanuel Perrotin in Francia (Rue Turenne, Paris), a

Hong Kong e a New York, da Magda Danysz in Cina e

da Simon Studer Art in Svizzera. Lavora normalmente

con un’équipe di circa quindici persone tra Parigi e

New York. Quella realizzata per la facciata di Palazzo

Strozzi a Firenze è un’opera per molti aspetti geniale

che bene racconta l’attesa e la paura che hanno

caratterizzato questo periodo. Un’installazione che

è stata giustamente definita “site and time specific”

perché legata non solo al luogo ma anche e indelebilmente

al periodo da cui è scaturita.

LA FERITA DEL MONDO

15


Dal teatro al

sipario

A cura di

Doretta Boretti

Valeria Vitti

Intervista ad un’icona del vernacolo fiorentino, attrice con

nomi eccellenti del cinema e del teatro

di Doretta Boretti / foto courtesy Valeria Vitti

La celebre attrice Valeria Vitti, icona del vernacolo fiorentino,

attraverso la storia della sua esperienza artistica,

ci rinnova non solo l’interesse per le numerose

compagnie teatrali, i registi, gli attori con i quali ha lavorato,

ma ci ricorda anche scrittori, registi, attori un tempo tanto

amati e qualche volta non abbastanza ricordati.

Quando e perché hai iniziato a recitare?

Avevo 9 anni quando ho iniziato a frequentare una scuola

di teatro per bambini alle Cure. Stavano preparando uno

spettacolo musicale, Cenerentola, e mi scelsero per interpretare

una delle sorellastre. Il mio primo debutto da bambina

fu al Metastasio a Prato. Poi, mia zia, la sorella di mia

madre, che recitava nella Compagnia itinerante di Raffaello

Certini, quando in uno spettacolo c’era bisogno di una

bambina chiamava me. A quel tempo non c’erano teatri

stabili a Firenze, per cui le compagnie giravano anche in

provincia con i loro spettacoli e avevano un vasto repertorio:

il lunedì, ad esempio, recitavano Gallina vecchia in una

città, il martedì L’acqua cheta in un’altra, e così via. Era

molto faticoso ma la passione per quel lavoro non gli man-

cava. Un anno, vollero mettere in scena Il Morino di Bruno

Carbocci: il protagonista era un ragazzo, ma non era facile

trovare dei giovanissimi attori a quel tempo, così lo fecero

fare a me, naturalmente vestita da maschietto, e fu la mia

prima parte da protagonista. Avevo circa 18 anni quando

iniziai ad appassionarmi al rock and roll; era proprio l’anno

d’oro di quel ballo, e io lo imparai così bene che, in coppia

con il mio ballerino, vincemmo i campionati italiani di

quella specialità. Una compagnia di avanspettacolo ci vide

e ci ingaggiò, insieme ad un’altra coppia, come numero

di attrazione dello spettacolo, e per un’intera stagione

girammo in lungo e largo tutta l’Italia. Fu una bella esperienza,

e poi pagavano benissimo, però non poteva durare

perché sentivo nostalgia di Firenze e anche del teatro

che piaceva a me. Così tornai a casa, ripresi subito a reci-

Valeria Vitti

Il debutto a nove anni nel ruolo di Cenerentola

16

VALERIA VITTI


Con Tina Vinci prima di andare in scena

tare e, nonostante i miei ottant’anni superati, non ho ancora

smesso di farlo.

Ci racconti la storia della tua prestigiosa carriera artistica?

In Le Troiane di Tito Zenni

È una lunga storia...Tornata a Firenze, iniziai a recitare

per tutte le compagnie che erano in voga in quegli anni:

Giovanni Nannini, Ghigo Masino, Dory Cei, Wanda Pasquini.

Quest’ultima era un’attrice bravissima, direi unica, una

di quelle persone con cui sono proprio lieta di aver lavorato.

Successivamente entrai nella compagnia di Giovanni

Nannini, amico di una vita, ed è stato il periodo più lungo.

Era un bel momento per il teatro, c’erano tanti piccoli

e grandi teatri che adesso non ci sono più; anche il teatro

dell’Oriolo è stato da poco demolito. Sia in estate che in

inverno, c’erano centinaia e centinaia di persone che andavano

a teatro, gli allestimenti erano semplici ma curati,

e i teatri erano sempre pieni. Un periodo proprio straordinario,

quello. Poi iniziarono a trascurare le scene e anche

il vernacolo, da lingua importante, bella e piacevole,

si trasformò in un vernacolo spinto, solo per strappare la

risata e basta. Non mi piaceva, perché il teatro va curato

e alle persone va offerto un prodotto giusto. Nel corso

degli anni, poi, ho lavorato con Biribò - Toloni portando

in scena Sorelle Materassi, in un loro allestimento, La ragazza

di Bube, il Decameron e dal teatro classico Nozze

di Sangue di Federico Garcia Lorca. Da alcuni anni faccio

parte della compagnia stabile Namastè, nata nel 2006

dopo la scomparsa di Beppe Ghiglioni, che l’aveva forma-

VALERIA VITTI

17


ta per ridare dignità nazionale a quel teatro fiorentino

troppo spesso bistrattato, e nonostante

la mia attuale età recito ancora molto volentieri.

Nel cinema ho lavorato per la regia di Mario

Monicelli nel primo Amici Miei, poi con la regia

di Enrico Oldoini in 13 a tavola, un prodotto di

nicchia, molto apprezzato, tanto che a volte viene

riproposto su Sky Cinema d’Autore; poi con

Leonardo Pieraccioni nel film Il principe e il pirata

e in Ti amo in tutte le lingue del mondo; con

Veronesi in Manuale d’amore tre e adesso interpreto

la parte di Fosca Rimediotti, detta Foschina,

nella serie televisiva I delitti del BarLume,

per Sky Cinema 1, diretta da Roan Jihnson. Interpreto

il ruolo della sorella di Gino Rimediotti,

uno dei quattro pensionati detective clienti

fissi del bar.

Quanto è cambiato, nel corso degli anni, se è

cambiato, il modo di recitare?

In questa e nella foto seguente due momenti dello spettacolo L'Ironia e il Coraggio di Vinicio

Gioli al Teatro Niccolini: qui vediamo Valeria Vitti con Gianna Sammarco (a sinistra) e sotto

con Giovanni Nannini

Intanto diciamo che è molto diverso il cinema dal teatro, per

tanti motivi, anche per la recitazione. Quando reciti nel cinema

senti dire sempre: meno teatrale! A differenza del teatro,

nel cinema la voce non deve essere portata, però neppure

sussurrata come si sente in alcune fiction e non si riesce a

capire niente; una recitazione, diciamo, più naturale, più discorsiva,

ma le parole devono essere scandite non sussurrate.

Nel teatro degli anni Settanta/Ottanta le luci erano fisse,

adesso, invece si gioca molto con i tagli di luce, le scene sono

più moderne, come pure l’allestimento. È naturale che sia

cambiato il prodotto, ma la recitazione non è cambiata. In teatro

ci deve essere affiatamento fra gli attori, perché il teatro

è musica, ed è brutto quando si sentono note discordanti.

18 VALERIA VITTI


Un tuo ricordo personale di Giovanni Nannini, Tito

Zenni, Lina Rovini, Giovanni Rovini e altri se vuoi...

Con Alessandro Benvenuti sul set di 13 a tavola per la regia di Enrico Oldoini

Con Pieraccioni durante le riprese del film Ti amo in tutte le lingue del mondo

Su Giovanni Nannini ho dei ricordi bellissimi; avevo

circa trent’anni quando entrai nella sua compagnia

stabile e nonostante, da alcuni anni, non ne facessi

più parte, abbiamo continuato sempre a frequentarci.

Con la morte della figlia, la compagnia si sciolse,

perché era lei che aveva preso le redini di tutto.

Giovanni crollò, è ovvio. Ricordo che lo andavo a trovare

al bar alle Cure, che lui frequentava, e lo vedevo

distrutto. Così, in uno di quegli incontri, mi venne

in mente di domandargli se avesse avuto piacere di

continuare a recitare. Mi rispose di sì e la sera stessa,

quando mi ritrovai alle prove con la mia compagnia

Namastè, proposi ai miei amici se potevo fare

entrare Giovanni nella nostra compagnia. Tutti acconsentirono

con gioia, la stessa gioia che vidi negli

occhi e nel volto di Nannini quando gli detti la risposta.

È stato con noi fino alla fine dei suoi giorni e ha

recitato con una bravura infinita. Ricordo con piacere

La Veglia sull’Aia, L’Ascensione... In quel periodo

ricevette anche dei premi e con il sindaco Nardella

è stata messa, al suo storico negozio di barbiere

in via Borghini, una bella targa per ricordarlo. Tito

Zenni era una persona molto brava, onesta, di amabile

compagnia, grande appassionato della fiorentina,

come me. A quel tempo recitavamo al Teatro Affrico,

così quando giocava la Fiorentina allo stadio Artemio

Franchi, prima a tifare e poi subito a teatro; uscivamo

dallo stadio ed eravamo in un attimo a teatro,

“uscio e bottega” si dice a Firenze. Tito era un bravissimo

scrittore di testi teatrali, ancora attualissimi, La

prima notte, Abbasso i mariti, I

compromessi sposi, ne scrisse

tanti, tutti in vernacolo fiorentino,

ma un vernacolo bello,

direi anche elegante. Meravigliosa,

brava e simpaticissima

Lina Rovini, aveva una presa

straordinaria sul pubblico, come

si dice in gergo “passava

la ribalta”, se poi sbagliava

una parola, risate a non finire.

Lei poteva dire qualunque cosa

che la gente rideva a crepapelle.

Giovanni Rovini, suo marito,

era regista, attore, eccellente

scenografo e costumista. Ricordo

uno straordinario allestimento,

per la commedia di

Tito Zenni Polverone Colt non

perdona fulmina, al Teatro Affrico

con la Compagnia Nannini-Rovini.

Avevamo dei vestiti

bellissimi e le scene erano veramente

molto curate, con una

VALERIA VITTI

19


ricerca proprio dell’epoca dei saloon alla fine dell’800. A

questi ricordi vorrei aggiungere anche Gianna Sammarco:

un’amicizia, la nostra, che è durata fino al giorno della sua

morte, il 30 giugno 2017, anche se da alcuni anni recitavamo

in due compagnie diverse. Gianna è stata l’ultima attrice

della vecchia guardia a lasciarci.

Con Laura Bozzi in Spirito allegro al Teatro Le Laudi (compagnia Namastè)

Confidando in una prossima riapertura dei teatri, su quale

progetto ti stai impegnando?

Quando hanno chiuso i teatri, l’ultimo spettacolo rappresentato

con la mia compagnia Namastè al Teatro Le Laudi è

stato Sorelle Materassi di Ugo Chiti. Avendo avuto un bel

successo, ci era stato chiesto

di ripartire da quello, per la

stagione successiva, che non

c’è più stata. Ad oggi la situazione,

purtroppo, è veramente

drammatica per tutto il personale

dello spettacolo e della

cultura in genere, nessuno

escluso. Io, come tanti amici

miei, non vediamo proprio

l’ora di ricominciare e quando

riprenderemo, penso con Sorelle

Materassi, sarà proprio

un momento molto speciale.

Allora faremo una grande

festa, non ci mancherà l’entusiasmo

per intrattenere al

meglio il nostro amatissimo

pubblico, ce la metteremo tutta,

perché ce la meritiamo tutti

quanti una totale riapertura

e il passato, finalmente, sarà

veramente passato.

Con Giovanni Nannini al Teatro Le Laudi in Veglia sull’aia (compagnia Namastè)

20 VALERIA VITTI


A cura di

Luciano e Ricciardo Artusi

Curiosità storiche

fiorentine

La Fiorita

Da oltre cinquecento anni ogni 23 maggio la cerimonia per

ricordare Fra’ Girolamo Savonarola

Testo e foto di Luciano e Ricciardo Artusi

Quinto mese dell’anno nel calendario, nome

che forse deriva dalla dea romana Maia, fino

da tempi antichissimi si distingue dagli

altri mesi per il rifiorire intenso della natura

che in questo periodo assume nuova vitalità con

l’esplosione della vegetazione e la profumata fioritura

delle rose (dette “maggesi”) e delle ginestre. Nella

tradizione cattolica questo mese è dedicato, fino

dal XII secolo, alla Beata Vergine Maria ed era uso a

Firenze infiorare ed inghirlandare tutti i tabernacoli. I

colori e i fiori del maggio cittadino sono inoltre i protagonisti

del ricordo, ancora oggi rievocato, di un avvenimento

storico che segnò, forse più di ogni altro,

il passaggio di Firenze dal XV al XVI secolo. Infatti, il

23 maggio di ogni anno ha luogo in Piazza della Signoria la cerimonia

detta “La Fiorita”. Celebrata una messa nella Cappella dei

Priori in Palazzo Vecchio, si forma un corteo di frati domenicani

e cittadini, con alla testa le autorità comunali, civili e religiose:

una processione che scende nella sottostante Piazza della Signoria

dove vengono sparsi petali di rose tra rami di palme posti

sulla lapide circolare situata sul lastrico della piazza, luogo preciso

che segna dove fu impiccato e arso Fra’ Girolamo Savonarola

assieme ai suoi due confratelli Fra’ Domenico Buonvicini da

Pescia e Fra’ Silvestro Maruffi da Firenze. Dopo tale rito, il corteo,

aperto da una rappresentanza del Calcio Storico Fiorentino,

raggiunge Ponte Vecchio, dalle cui centrali spallette vengono

gettati petali di fiori nelle sottostanti acque dell’Arno, a similitudine

delle ceneri dei tre frati così disperse subito dopo l’esecuzione

del loro martirio. Questa antica cerimonia prende origine,

infatti, dalla pietosa e spontanea iniziativa popolare che vide, la

mattina dopo la morte del predicatore, il luogo del supplizio coperto

di fiori. Era l’alba del 23 maggio 1498, vigilia dell’Ascensione,

quando Savonarola e i due confratelli, dopo aver ascoltato la

santa messa nella Cappella dei Priori nel Palazzo della Signoria,

furono condotti sull’arengario del palazzo stesso dove subirono

la degradazione da parte del Tribunale del Vescovo. Nello stes-

Luciano Artusi, a sinistra, con il figlio Ricciardo

La Fiorita sulla lapide circolare che ricorda il luogo del supplizio

so luogo vi erano anche il Tribunale dei Commissari Apostolici

e quello del Gonfaloniere e dei Signori Otto di Guardia e Balìa,

questi ultimi, i soli che potevano decidere sulla condanna. Dopo

la degradazione, i tre frati furono avviati verso il patibolo innalzato

nei pressi della Fontana del Nettuno e collegato all’arengario

del palazzo da una passerella alta quasi due metri da terra.

Sulla forca si ergeva una catasta di legna e scope cosparse di

olio, pece e polvere da sparo per bombarde perché “meglio ardesse”.

Fra le urla della folla fu appiccato fuoco a quella catasta

che in breve fiammeggiò violentemente, bruciando i corpi oramai

senza vita degli impiccati. Le ceneri dei tre frati, del palco e

di ogni cosa bruciata con loro furono portate via con sollecitudine

a mezzo di carrette e gettate in Arno dal Ponte Vecchio per

evitare che venissero raccolte e fatte oggetto di reliquie da parte

dei molti seguaci del Savonarola mescolati tra la folla. La mattina

dopo, il luogo dove si era verificata l’esecuzione apparve tutto

coperto di fiori, foglie di palma e petali di rose. Nottetempo, mani

pietose avevano voluto rendere omaggio alla memoria dell’ascetico

predicatore, iniziando così la tradizione che dura ancora

adesso. Nel punto esatto dove all’epoca avvenne il martirio vi

era un tassello di marmo che si toglieva per collocare il travicello

quale perno di sostegno al “Saracino” quando si correva tale

giostra. Al posto dell’antico

tassello disposto per questo

gioco equestre, attualmente

c’è la lapide circolare che ricorda

il punto preciso dove

terminò tragicamente i suoi

Cornici Ristori Firenze

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Via F. Gianni, 10-12-5r

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giorni frate Hieronimo. La lapide

in granito rosso porta

questa iscrizione in caratteri

bronzei: Dopo quattro secoli

fu collocata questa memoria.

LA FIORITA

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Nuove proposte dell’arte

contemporanea

A cura di

Margherita Blonska Ciardi

An Englishman in Venice

La mostra personale dell’artista inglese Michael Henry Ferrell posticipata al

prossimo anno a causa della pandemia

di Margherita Blonska Ciardi

La mostra An Englishman in Venice, personale dell’artista

inglese Michael Henry Ferrell a Venezia, è stata

posticipata a maggio del prossimo anno a causa della

pandemia. Alcuni suoi lavori continueranno ad essere esposti

nella mostra virtuale interattiva Artidotum 3D, che collega

artisti di varie parti del mondo inserendo alcune loro opere nel

circuito delle aste internazionali. Le suggestive tele di Michael

Ferrell rappresentano vedute delle città d’arte, piazze e strade

dove potersi ritrovare con altre persone. Sono opere che ci

ricordano quanto eravamo felici prima della pandemia, quando

potevamo ancora stare tutti insieme negli spazi urbani. La mostra

di Ferrell a Venezia tratterà del magico rapporto tra la città

e la laguna, un tema che caratterizza AqvArt, evento espositivo

internazionale a cadenza annuale che ha stretto un forte legame

con la Serenissima. La serie di Ferrell ispirata alla città

lagunare è stata realizzata proprio a Venezia nel 2020, durante

Are they lost or just sightseeing

22

AN ENGLISHMAN IN VENICE


St Marks detail 3

il soggiorno dell’artista in occasione della mostra AqvArt tenutasi

fra il primo e il secondo lockdown, quando si pensava che

il peggio fosse passato. Le sue opere trasmettono l’ottimismo

necessario per continuare a lottare, per tornare al più presto ai

momenti di condivisione e di socializzazione urbana, che secondo

l’artista sono fonte di energia positiva e felicità. Visto

il grande successo che le sue opere hanno riscosso nell’edizione

2020 di Aqvart, si è pensato di proporre un’esposizione

personale di quest’artista inglese che vive e lavora in Andalusia.

Rimasto affascinato dalla bellezza di Venezia, ha realizzato

un centinaio di opere dedicate alla vita della città prima

della pandemia. I suoi quadri, oltre ad immortalare scorci di

Venezia, rappresentano anche gli abitanti, con armoniose scene

di vita collettiva intorno a bar, ristoranti, piazze e mercatini.

La mostra, curata dallo Studio Artemisia, aprirà in sicurezza a

maggio 2022, aggiungendo altri nuovi lavori e con l’intervista

a Ferrell in presenza della stampa. Uno spettacolo di apertura

dedicato alle sue opere sarà trasmesso da diverse emittenti televisive

tra cui Televenezia. Prima di dedicarsi esclusivamente

alla pittura, Michael Henry Ferrell ha lavorato per anni come

scenografo teatrale in Inghilterra, nelle città di Devon, Exeter,

Twerton, Crediton, Teigmouth, Ezmouth Wellingstone e Somerset.

Recentemente le sue opere sono state esposte alla Fondazione

Zeffirelli di Firenze, dove è stato presentato dalla rete

televisiva Toscana TV nell’ambito del programma Incontri con

l’arte e sul canale YouTube dello Studio Artemisia. Il prossimo

settembre prenderà parte ad Aqvart 2021; parteciperà inoltre

alla Biennale d’arte contemporanea di Firenze.

St Marks detail 4

AN ENGLISHMAN IN VENICE

23


La voce

dei poeti

Annarita Simini

Versi di poesia “come il vento”

di Erika Bresci

Il vento che passa tra i versi di Annarita Simini ha ora

l’impeto furioso della tempesta, più spesso è quello ridente

dell’armonia e della quiete ritrovata, altre volte

quello umido e sommesso del lamento. Scorrendo le pagine,

soffermandosi sulle cesure imposte dai versi brevi

(poche volte si sconfina oltre l’ottonario), non può, ad un

certo punto, non tornare alla mente, quella confessione

accorata, lasciata da Ungaretti nel suo Ragioni d’una poesia:

«… la memoria a me pareva un’àncora di salvezza: io

rileggevo umilmente i poeti, i poeti che cantano». E infatti

risuonano nel canto di Annarita Simini lacerti di poesie

e poeti conosciuti sui banchi di scuola, riletti per passione,

ripresi magari in momenti particolari della vita. Così,

l’eco rintocca lemmi leopardiani (torre antica, rimembri, intimo

colloquio), onomatopee e poetica pascoliane (in Laureto:

«frinio di cicale / è l’unico suono che sale / nel caldo

meriggio d’estate / recando con sé, dolcemente, / ricordi

d’infanzia alla mente» e il «chioccola il merlo» de Il merlo),

lessico dannunziano frammisto a una vaga ma altrimenti

risolta tensione panica (aulenti giorni estivi, meriggio,

etc.). Ed è naturale che così sia. Perché il canto dei poeti

è esso stesso memoria che soffia e si alimenta dell’esperienza

personale di quanti succedono per diventare “altro”.

Perciò, pur partendo da un consonare ovvio con i maggiori,

la lirica di Annarita Simini è e resta originale, la voce è

propria, il canto anche. Se infatti di Leopardi ella condivide

l’idea che privilegio umano è il «cullarsi in un’illusione

/ sapendo che lo è», dal pessimismo cosmico del poeta

recanatese l’allontana quel suo contrario proiettarsi verso

l’infinito, l’eternità, quel sentirsi parte di un tutto che

però ha un fine, una meta – oscura al cantore della Ginestra

– che è quella di essere «come strali: / lanciati / dalla

Mente di Dio / verso l’Eternità». Natura e Uomo sono stretti

da una «antica alleanza», che li fa amici, uniti «nell’unico

respiro vitale». E questa ecologia dell’Essere rassicura,

consola, fa volare verso un punto preciso, creduto, compreso.

Se poi la memoria, il tempo trascorso racconta anche

di dolore e perdita, questo non impedisce a Annarita

Simini di guardare al domani con chiaro – nel senso di luminoso,

perché «la Luce verrà» – ottimismo, perché canta,

sicura, «il prato verde, / rorido di brina, / foriero è ancor

di Vita, / testimonianza avita / del rifiorire eterno / che attende

ciascun / dopo ogni inverno». Non si regredisce né

si fugge grazie alla poesia, come suggerito da Pascoli, da

una realtà che fa male, casomai si molciscono le amarezze

facendo convivere realtà e sogno, incardinando il senso

del vivere in quei “luoghi dell’anima” «in cui il tempo / è

sospeso / in cui l’adesso è l’infinito». E infine D’Annunzio.

Mi piace immaginare che Annarita Simini risponda in modo

proprio all’invito pressante del Vate rivolto nella Pioggia

nel pineto – Ascolta. Ascolta… –, semplicemente col

ribadire quel suo sentirsi parte del creato ma non dissolta

in esso: l’Uomo può essere come il vento, come un gabbiano,

come un deserto, può sentire e vedere la somiglianza

del salice, farsi onda, ma è e resta Uomo. Perché il suo destino

è altrove. La sua essenza è eterna. Egli è sostanza

acronica. Ed è forse questa consapevolezza che le fa dire

«Io le conosco / quelle mattine splendide», «conosco /

quell’aria frizzantina», «conosco / quel tepor lieve / ch’accresce

poco a poco / più presso è il mezzodì», che la separa

inevitabilmente dall’esperienza panica dannunziana

e le offre una prospettiva adamica, la riporta in quel giardino

delle delizie creato da Dio per l’Uomo. L’«umana sapienza»,

nelle sue varie forme, è così trascesa. Resta quella

voce del vento a farle compagnia. Insieme alla memoria,

al silenzio, a una solitudine fertile, alla speranza del varco

capace di comunicare l’adesso e l’infinito.

24

ANNARITA SIMINI


La voce

dei poeti

Le liriche di Angela Patrono

Estate

Travolta

da un’onda anomala

di serenità

riposo lieve

a pelo d’acqua.

Come delfino

esploro

audace

i fondali

dell’anima.

Un respiro

e sono pronta a riemergere

iridata di Spazio infinito.

Sull’Amore

L’amore

non è un’emozione:

vola più in alto della gioia,

estende le radici oltre il dolore.

L’amore è essenza divina

che siede sul trono dell’anima

e ci guida verso la missione

che ognuno ha già scelto

da tempo immemore,

prima di nascere.

Sorella d’anima

Attraversa l’ombra

sorella d’anima

e risorgi.

In questo loggiato

dai pilastri fragili

anche le statue

sembrano gemere

d’occasioni perdute.

Trappole dorate

s’insinuano

a ghermirti

lo spirito,

ma tu sfodera

ali segrete

che loro non sanno.

Assapora il potere creativo

che ti germoglia nelle vene

e libera sarai,

come aquila reale

dopo lunga prigionia

spiccherai il volo

oltre le vette più elevate

per inebriarti

dei colori del cielo.

Nata a Bari ma fiorentina d’adozione, Angela Patrono è giornalista

pubblicista. Ha conseguito una Laurea in Lingue e

Culture per il Turismo e una Laurea magistrale in Traduzione

artistico-letteraria. Appassionata del Rinascimento fiorentino, attualmente

è studentessa del corso di Laurea Magistrale in Storia

dell’Arte presso l’Università degli Studi di Firenze. Socia dell’Unione

Fiorentina Museo Casa di Dante, pone al centro delle sue ricerche

le trasposizioni artistiche dell’universo dantesco. Tiene conferenze

presso enti pubblici, musei e università. È promotrice di un progetto,

presentato presso il Comune di Firenze, relativo all’affissione di una

targa commemorativa dedicata a Sandro Botticelli. È curatrice di

mostre d’arte contemporanea per il Nuovo Rinascimento, movimento

culturale fondato da Davide Foschi e Rosella Maspero. È redattrice

di articoli culturali e turistici per numerose testate. Ha pubblicato

due sillogi poetiche, ottenendo diversi riconoscimenti per le sue liriche,

ed è stata giurata in vari concorsi artistici e letterari. Oltre alla

poesia, la sua grande passione è il disegno.

angela.patrono@gmail.com

Angela Patrono

ANGELA PATRONO

25


Dimensione

Salute

A cura di

Stefano Grifoni

Mare, mare… il rimedio per la felicità

di Stefano Grifoni / foto Carlo Midollini

Siamo tutti alla ricerca della felicità che possiamo

definire come uno stato d’animo positivo di chi ritiene

soddisfatti i propri desideri. Se è vero che, come

diceva Aristotele, “la felicità dipende da noi stessi”, forse

la vicinanza con il mare la rende possibile. Il mare migliora

il benessere fisico, mentale e quindi la qualità della vita

delle persone. Infatti chi abita a poca distanza dal mare

dichiara di essere in buona salute rispetto a chi vive in città.

Tutto questo forse dipende dal fatto che la presenza

di una spiaggia stimola maggiormente a fare sport, lunghe

passeggiate ed esercizio fisico all’aria aperta. Anche

i suoi colori hanno la capacità di rilassare la mente: il celeste,

l’azzurro, il blu scuro, il verde riducono i livelli di

pressione arteriosa e la frequenza cardiaca. I suoi profumi

hanno ricadute positive sul nostro umore e possono perfino

migliorare la capacità di concentrazione. I grigi paesaggi

urbani sollecitano sensazioni opposte e invitano

all’esodo verso il mare.

Stefano Grifoni è direttore del reparto di Medicina e Chirurgia di Urgenza del pronto soccorso

dell’Ospedale di Careggi e direttore del Centro di riferimento regionale toscano per la diagnosi

e la terapia d’urgenza della malattia tromboembolica venosa. Membro del consiglio nazionale

della Società Italiana di Medicina di Emergenza-Urgenza, è vicepresidente dell’associazione

per il soccorso di bambini con malattie oncologiche cerebrali Tutti per Guglielmo e membro tecnico

dell’associazione Amici del Pronto Soccorso con sede a Firenze.

26

MARE


A cura di

Emanuela Muriana

Psicologia

oggi

Viaggio nei gironi del “male oscuro”

di Emanuela Muriana / foto Carlo Midollini

Buongiorno dottore, sa … io sono depresso… ». Frequentemente

questo è il biglietto da visita che un

nuovo paziente ci porge, sedendosi per la prima

«volta nel nostro studio. Un cassonetto per la raccolta indifferenziata.

E parrebbe essere questa la situazione che va oggi

sotto il nome di “depressione”. Spesso però il biglietto da visita

del paziente è confezionato da altri che ci hanno preceduti,

in quella che per molti è una peregrinazione da uno specialista

all’altro. Altre volte è il frutto di un’autodiagnosi fatta

seguendo le istruzioni dettagliate fornite da giornali, riviste,

trasmissioni radio o TV sulla salute. In senso lessicale, la depressione

è un avvallamento del terreno o una diminuzione

della pressione atmosferica, qualcosa che va verso il basso

a partire da uno stato precedente più o meno equilibrato. Riferito

al sistema umano, “depressione” indica la rottura di un

equilibrio e una conseguente caduta verso il basso dello stato

d’animo, un “avvallamento” percepito come avvilimento. È

un’esperienza che accompagna gli esseri umani fin dall’origine

della loro storia: la depressione ha gli anni dell’umanità in

quanto collegata all’umana sofferenza. E da sempre l’uomo

si è confrontato con l’umore abbattuto, la mancanza di voglia

di fare, la perdita di interesse, l’incapacità di tornare ad essere

ciò che si era stati. Per diventare depressi c’è un modo

infallibile: bisogna rinunciare, non arrendersi per opportunità.

Rinunciare per impotenza. Bisogna credere fermamente

di essere svantaggiati

biologicamente ed essersi

comportati di conseguenza,

considerando la propria

mente come un handicap fisico

che impedisce di correre

la vita. Oppure la persona

è passata attraverso la prova

della propria incapacità.

Ha ben impresso in memoria

il ricordo dell’episodio

che le ha confermato definitivamente

di non aver le qualità,

le capacità, le risorse,

il coraggio per… L’episodio

può essere stato uno stress

acuto o imprevisto, gravi

perdite (lutti), una malattia

(anche temporanea), oppure una nascita, o più semplicemente

l’aver perso un’occasione ritenuta indispensabile e, forse,

irripetibile: «Ho dimostrato oppure ho scoperto di non essere

come pensavo di essere». La convinzione dell’illuso deluso

di sé. Deludersi degli altri è, prima o poi, un’esperienza con

cui tutti ci confrontiamo e che dovrebbe insegnarci ad essere

un po’ più disillusi per essere meno delusi. Questa esperienza,

tuttavia, non è tesoro per quelle persone che virano in

una patologia tanto subdola quanto invadente e persistente.

Costoro vivono la condizione e la convinzione di sentirsi tradite

rabbiosamente e passivamente fino a diventarne vittime.

Vivono con diffidenza le relazioni con gli altri, trovandosi poi

inevitabilmente soli. Non hanno mai pensato, invece, che la

posizione di tradito è sì ovviamente dolorosa, ma se ribaltata

in un ruolo attivo può diventare una posizione di potere. Noi

psicoterapeuti, come moderni Virgilio, guidiamo il lettore o il

paziente attraverso l’Inferno della depressione, nei suoi dannati

gironi, per poi farli ascendere al Purgatorio con le diverse

forme di intervento e portarli fino alla luce del Paradiso,

rappresentato dalla liberazione del cosiddetto “male oscuro”.

Letture consigliate:

E. Muriana, T. Verbitz, L. Pettenò, I volti della depressione (2006)

E. Muriana, T. Verbitz, Psicopatologia della vita amorosa (2010)

E. Muriana, T. Verbitz, Se sei paranoico non sei mai solo (2017)

Emanuela Muriana è responsabile dello Studio di Psicoterapia Breve

Strategica di Firenze, dove svolge attività clinica e di consulenza.

È stata professore alla Facoltà di Medicina e Chirurgia presso

le Università di Siena (2007-2012) e Firenze (2004-2015). Ha pubblicato

tre libri e numerosi articoli consultabili sul sito www.terapiastrategica.fi.it.

È docente alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Breve Strategica.

Studio di Terapia Breve Strategica

Viale Mazzini 16, Firenze

+ 39 055 242642 - 574344

emanuela.muriana@virgilio.it

MALE OSCURO

27


I consigli del

nutrizionista

A cura di

Silvia Ciani

Gravidanza

Dall’alimentazione al corpo che cambia: come tutelare la salute della

mamma e del bambino

di Silvia Ciani

Durante la gravidanza avvengono molteplici cambiamenti,

molti dei quali strettamente correlati allo stato

nutrizionale e all’aumento del peso, ma, a differenza di

antiche credenze, non occorre mangiare per due, piuttosto due

volte meglio. Se la donna è sana ed in buona salute, le regole sono

semplici: l’aumento di peso deve aggirarsi intorno ai 9-12 kg;

l’alimentazione deve essere varia, semplice ed equilibrata come

insegna la Dieta Mediterranea, ma adeguata al fabbisogno in

energia e nutrienti che cresce lentamente ma progressivamente

(in particolare proteine, calcio, ferro, acido folico, acidi grassi

essenziali e vitamine); eseguire gli esami previsti dal protocollo

sanitario per prevenire eventuali patologie; mantenersi correttamente

idratate; astenersi da comportamenti scorretti (quali fumo

e alcool); fare ancor più attenzione all’igiene alimentare per

il rischio di tossinfezioni; mantenere uno stile di vita attivo facendo

una moderata attività fisica. È bene informare subito il

proprio medico quando i cambiamenti, talmente repentini, sono

difficili da gestire soprattutto

se fastidiosi (come la nausea,

la stipsi e il reflusso) o patologici

(come il diabete): strategie

nutrizionali personalizzate

e adeguate norme comportamentali

diventano allora necessarie.

Presso lo studio

artEnutrizione di Firenze, per

le donne in dolce attesa, oltre

che sotto il profilo nutrizionale,

vi è l’opportunità di essere

guidate a prendere coscienza Micol Alari, osteopata presso lo

dei segnali provenienti dal corpo

che cambia dall’osteopata

studio artEnutrizione di Firenze

Micol Alari (www.alariosteopata.it). Il cambiamento fisico non

necessariamente genera sintomi e scomodità, tuttavia è frequente

osservare che dolori come pubalgia, sciatalgia, dolore

costale, mal di schiena, tunnel carpale e in alcuni casi anche

persistenza di disturbi gastrointestinali, possono presentarsi

durante l’arco della gravidanza rendendola più faticosa ed influenzare

così il parto naturale. Ecco allora che le cure osteopatiche

hanno la funzione di alleviare tali sintomi, riducendo le

tensioni, liberando le restrizioni e correggendo i riflessi nervosi

attraverso apposite tecniche ed esercizi per il rilassamento

del pavimento pelvico e per la mobilità delle anche. L’attenzione

al cambiamento corporeo non riguarda esclusivamente il bacino,

ma anche il diaframma, spesso eccessivamente compresso

dalla tensione addominale, e l’intera colonna. Nel primo trimestre

il corpo si modifica creando spazio verticale e dal secondo

trimestre si prepara a crescere sul piano orizzontale, con conseguente

aumento delle curve della schiena. L’osteopata può facilitare

l’adattamento del corpo a tali cambiamenti, promuovendo

la correzione articolare ma anche, attraverso il drenaggio vasculo-linfatico,

il miglioramento del nutrimento ai tessuti e quindi

dell’azione nervosa ormonale e immunitaria. Dal momento

che la madre è la prima donatrice di salute del figlio, è essenziale

che riceva la giusta cura ed attenzione.

Biologa Nutrizionista e specialista in

Scienza dell’alimentazione, si occupa

di prevenzione e cura del sovrappeso

e dell’obesità in adulti e bambini attraverso

l’educazione al corretto comportamento alimentare,

la Dieta Mediterranea, l’attuazione di

percorsi terapeutici in team con psicologo, endocrinologo

e personal trainer.

Studi e contatti:

artEnutrizione - Via Leopoldo Pellas

14 d - Firenze / + 39 339 7183595

Blue Clinic - Via Guglielmo Giusiani 4 -

Bagno a Ripoli (FI) / + 39 055 6510678

Istituto Medico Toscano - Via Eugenio

Barsanti 24 - Prato / + 39 0574 548911

www.nutrizionistafirenze.com

silvia_ciani@hotmail.com

28

GRAVIDANZA


Salute e

società

Fondazione ANT e Banco Fiorentino insieme a Villa Donatello

per promuovere la cultura della prevenzione

di Jacopo Chiostri / foto Gino Carosella

La sede di Villa Donatello a Sesto Fiorentino

Continua la collaborazione fra Fondazione ANT (Associazione

Nazionale Tumori), Banco Fiorentino e Villa Donatello

per la promozione di progetti gratuiti di prevenzione

oncologica secondaria. La partnership ha oggi un valore in più

perché riporta l’attenzione sulla prevenzione oncologica, gravemente

trascurata a causa dell’emergenza Covid-19. Secondo una

stima dell’Osservatorio Nazionale Screening, nel primo semestre

2020 sono mancati oltre un milione di esami di screening per un

potenziale incremento delle diagnosi di cancro prossimo a cinquemila

unità. In questo primo semestre 2021 gli sforzi che gli

specialisti ANT conducono a Villa Donatello e nel Mugello, grazie

al sostegno di Banco Fiorentino, si concentrano sul “Progetto

Ginecologia”, realizzato anche grazie alla collaborazione gratuita

di Synlab Italia, e sul “Progetto Melanoma”. Il primo prevede nove

sessioni di visite gratuite, di cui beneficiano cinquantaquattro

pazienti, e l’HPV Test (ricerca del Papilloma Virus) in un gruppo

di donne selezionato per età che non l’abbiano eseguito negli ultimi

cinque anni. Il “Progetto Melanoma” prevede, invece, sei sessioni

di visite gratuite per un totale di novantasei pazienti, sempre

nelle due sedi di Villa Donatello, e due sessioni per i residenti nei

comuni del Mugello che si terranno a Borgo San Lorenzo. Nel secondo

semestre ripartirà anche il “Progetto Mammella” dedicato

a donne sotto i 45 anni (date e modalità nel mese di settembre).

«L’attenzione alla prevenzione è uno dei pilastri su cui Villa Donatello

ha costruito la propria storia – ha dichiarato Alberto Rimoldi,

amministratore delegato di Villa Donatello – ed è importante

avere come testimonial Toscana Aeroporti I Medicei e gli atleti

del Bisonte Volley che rappresentano un modello positivo per

far crescere presso i giovani la consapevolezza dell’importanza

della prevenzione». Simone Martini, delegato ANT di Firenze,

ha aggiunto: «Il 2021 si presenta come un anno anche più difficile

del 2020. Fondazione ANT è impegnata per diffondere la

cultura della prevenzione oncologica. Tutto questo non sarebbe

possibile senza il contributo di grandi aziende e privati cittadini.

I fondi che raccolgono i nostri volontari sostengono progetti

di prevenzione oncologica – più di ventimila visite e controlli

gratuiti annui in tutta Italia – oltre a sostenere la storica attività

di assistenza domiciliare gratuita per i malati oncologici della

Toscana». «Abbiamo sostenuto anche quest’anno l’iniziativa

di ANT – ha dichiarato Paolo Raffini, presidente di Banco Fiorentino

– perché la prevenzione, sempre importante, trova oggi

ancora maggiore ragion d’essere. Iniziative come questa vanno

davvero a beneficio della comunità e dei nostri soci e sono la

conferma della presenza e sensibilità verso i propri territori di

una banca locale come la nostra». Infine il ringraziamento del

presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani: «Ringrazio Villa

Donatello, ANT e Banco Fiorentino per questo progetto. In un

periodo come quello che stiamo vivendo, il suo valore è evidente,

perché mai dobbiamo dimenticare quanto è importante essere

pronti, vigili e sviluppare le attività su quella che è la patologia

comune».

Visitando la sezione prevenzione del sito www.ant.it / Toscana

è possibile trovare date e modalità di prenotazione delle sessioni

organizzate a Villa Donatello. La

struttura sanitaria di ANT Toscana

è composta da nove medici, un nutrizionista,

sette infermieri e quattro

psicologhe. Per le richieste di

assistenza domiciliare contattare

la sede ANT di Firenze al numero

+ 39 055 5000210.

CULTURA DELLA PREVENZIONE

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L’artista americana d’origine inglese Stephanie Holznecht, laureata in Arte, Grafica e Design alla

Fine Art University del Wisconsin, ha sviluppato una personale ricerca nel campo dell’astrattismo,

passando, attraverso una vera e propria trasformazione, dal minuzioso realismo degli inizi al pathos

emotivo dell’espressionismo astratto. Pur sperimentando diverse tecniche e materiali, si nota

nelle sue opere un uso costante dei colori acrilici. Il dinamismo del colore caratterizza tutta la sua

produzione come risultato di una action painting creata dal gesto e sostituendo la realtà con uno

stile minimalista.

Le sue opere colpiscono per l’eleganza e l’essenzialità del segno, spaziando dal mondo bidimensionale

a quello tridimensionale e spingendosi anche oltre, come Escher, alla ricerca della quarta

dimensione. Lo spazio racchiuso dalle curve sempre più dinamiche si confonde con il tempo. Gli

ultimi lavori “vibrano” al ritmo di linee che tracciano, con velocità, infinite profondità coloristiche e

sembrano bucare lo spazio dipinto per uscire dalla tela. Tutto questo fa riferimento alla teoria della

relatività di Einstein: obiettivo della Holznecht, infatti, è sfidare la bidimensionalità del supporto

per creare misteriosi spazi-tempo coloristici che alludono all’essenza del mondo e all’emotività

dell’artista.

Stephanie Holznecht è stata inserita nell’Atlante d’Arte De Agostini come artista emergente e recentemente

i suoi lavori sono entrati nel circuito mondiale delle aste di arte contemporanea.

margherita blonska ciardi


Occhio

critico

A cura di

Daniela Pronestì

Luca Siri

Il mondo in un disegno

di Daniela Pronestì

Da Leonardo in poi, il disegno è il principale strumento

artistico per conoscere la realtà unendo osservazione

della natura e capacità d’invenzione. Esiste però anche

un’altra dimensione del disegno, più “introspettiva”, verrebbe

da dire, perché non collegata direttamente al mondo esterno

ma elaborata interiormente dal pensiero e dall’immaginazione,

coniugando metodo ed istinto. I disegni a penna bic di Luca Siri

richiamano questa dimensione puramente immaginativa con

figure di donne immerse in un’ambientazione che spazia dal romanzo

gotico all’onirismo di matrice romantica. Un’immagine del

femminile tutt’altro che consueta e rassicurante, a cominciare

dalla pin-up in chiave fetish che punta dritto lo sguardo verso l’osservatore

lasciando intuire la sua “voglia di divertirsi”. Ma non vi

è nulla di divertente in questo invito al gioco o per lo meno nulla

di divertente per il mal capitato che questo gioco dovesse subire.

Il piacere in questo caso nasce dal gusto sadico della tortura

che la bella Salomè sembra pronta ad infliggere a chi abbia il coraggio

– per non dire la vocazione autolesionista – di stare al suo

gioco, assaporando la “carezza” tagliente dell’inquietante oggetto

nella sua mano o diventando un mirino sulla ruota del lanciatore

di coltelli. Tutto lascia pensare che qualcosa di terribile si sia

già consumato sotto lo sguardo vigile dei tanti avvoltoi che affollano

la scena con aria minacciosa. È un’atmosfera da luna park

di periferia, un covo di creature ambigue e loschi figuri che agiscono

indisturbati nello squallore metropolitano. Oppure, meglio

ancora, ci troviamo all’interno di un circo degli orrori, sotto il cui

tendone si nasconde un mondo popolato di nani malefici, acrobati

vampiri e clown dall’aspetto spaventoso. Un mondo dove ironia

e crudeltà vanno di pari passo, in un binomio che descrive l’altra

faccia dell’umanità, quella che agisce nell’ombra, indossando

maschere dietro cui celare ogni genere di meschinità e sotterfugi.

Più che un invito a divertirsi, quella della giovane donna è un’incitazione

alla sfida, a rischiare il tutto per tutto, a giocarsi la vita come

si fa con un gioco d’azzardo. Una scommessa che premia il

baro e fa pagare il conto allo sconfitto, incatenando entrambi alla

ruota sulla quale da sempre nella storia del mondo si alternano

vincitori e vinti, vittime e carnefici. D’intonazione più onirica il

disegno intitolato Le ore, in cui quella che a prima vista si direbbe

un’avvenente figura femminile si rivela, ad osservarla meglio,

una specie di Medusa con diverse braccia al posto di serpenti. A

differenza del mito classico, in questo caso è lo scorrere del tempo

a provocare un’incredibile metamorfosi, un divenire continuo e

ininterrotto di una forma nell’altra. A ben guardare, è l’enigma del

tempo ad essere raffigurato, la sua duplice natura di movimento

ciclico, qui evocato dalla presenza della luna, e di movimento lineare

come quello del fiume in cui la protagonista appare immersa.

A queste temporalità se ne aggiunge un’altra, quella soggettiva e

non quantificabile della coscienza, in cui anziché vivere nel tempo,

ci si identifica con esso, come fa la fanciulla dal cui ombelico

fuoriescono le lancette di un orologio. In questa dimensione, gli

Que d'admurese (Voglia di divertirsi), penna a bic

Le ore, penna bic

32

LUCA SIRI


istanti non si separano gli uni dagli altri, ma ciascun nuovo istante

contiene anche quello che l’ha preceduto: il tempo diventa un

gomitolo che si riavvolge su stesso. Così la treccia di capelli contiene

anche la mano che l’ha intrecciata, l’acqua che sgorga dalla

mano-cornucopia contiene anche il principio femminile che l’ha

generata. Non c’è più né un prima né un poi, né un tempo passato

né uno futuro; la freccia degli eventi s’inverte sul dorso dell’orologio-chiocciola:

quello che è stato permane ancora, e sempre

continuerà ad essere, in un’eterna durata interiore. Nessuna occasione

migliore del sogno per fare esperienza di questo tempo ribaltato,

per immergersi in un mondo parallelo governato da forze

inconsce. “Addormentarsi è scivolare dentro se stessi”, recita il titolo

del disegno in cui una donna vola leggera nel cielo notturno.

Insieme a lei, come appendice del suo corpo, una creatura informe,

qualcosa di simile ad un’onda che, raschiando i fondali, porta

alla luce ciò che in profondità giace nascosto. E come una barca

in balia delle onde, così la bella addormentata si lascia portare

dai flutti in questo naufragio negli abissi dell’inconscio: un viaggio

pericoloso e affascinante nei recessi più inaccessibili della

mente. È qui che l’umano e il ferino, il controllo razionale e l’istinto

convivono insieme, come le due figure che nel disegno compongono

un solo corpo: l’una appartiene alla veglia, l’altra abita

il sogno. Sempre di viaggio si parla, ma questa volta all’inferno,

nell’omaggio di Siri a Dante Alighieri, impareggiabile cantore

dell’immaginifico e dello scavo psicologico. Rifacendosi all’importanza

dello sguardo nella Divina Commedia, l’artista immagina

Dante e Virgilio al centro della scena entrambi con gli occhi

chiusi come se stessero sognando. Negare la vista fuori evoca

il guardare dentro, nel mondo

di tenebra che riempie lo

spazio intorno con un groviglio

di presenze diaboliche e

un’imponente figura di donna

tentatrice. In questo “mirare”

interiore, il sommo poeta rivela

insieme alle sue qualità

anche le debolezze più pienamente

umane, quelle che

lo vedono nutrire un’ingorda

curiosità per il male, un

sottile compiacimento nella

descrizione dell’orrore. Se

non ci fosse Virgilio a ricondurlo

sulla “diritta via”, Dante guidarti nel ventre buio del megatheron,

Solo chi conosce i segreti della natura può

finirebbe certamente per perdersi

nei meandri della selva

penna a bic

oscura. Ma il poeta latino interviene in suo soccorso: lo vediamo

alle spalle del pellegrino, ha l’aspetto di un giovane imberbe

dall’aria dolce e dai tratti femminei. Virgilio è l’antidoto alle fantasie

orrorifiche e tenebrose dell’immaginario dantesco, il lumen

naturale della ragione che attinge alla verità. E con questa visione

luminosa guiderà Dante verso la conoscenza, la sola che permette

all’uomo di elevarsi sulla crudeltà e sulla violenza del mondo.

Luca Siri

+ 39 371 1343962

Addormentarsi è scivolare dentro se stessi, penna a bic

LUCA SIRI

33


Contemplazione, olio su tela Sguardo, olio su tela

Claudio

Lastrucci

Dalla natura alla figura umana

per amore del colore

Appassionato d’arte in ogni sua manifestazione,

Claudio Lastrucci è un artista autodidatta. Dopo

le prime esperienze con i pigmenti per la ceramica

a fianco della madre, decoratrice di porcellane, ha

poi appreso le basi del disegno e della pittura nel

corso degli studi scolastici e successivamente attraverso

testi e riviste di settore. Fin da ragazzo dipinge

per il piacere di esprimere, tramite il colore,

le sensazioni e le emozioni del momento. Artista

prevalentemente figurativo, i suoi soggetti emergono

dalla memoria come immagini ancestrali legate

ai ricordi e alle esperienze personali. Paesaggi

agresti, marine e nature morte sono i temi ai quali

si è dedicato più a lungo. Le opere più recenti

prediligono invece la figura umana, colta in atteggiamenti

distaccati dalla realtà circostante, in ambientazioni

oniriche e minimaliste.

lastracla@alice.it


I libri del

Mese

Luca Alinari

Vita, passioni ed enigmi dell’artista dell’immaginifico nella

monografia di Viktorija Carkina

di Erika Bresci

«

Luca Alinari… uno dei più enigmatici pittori del

Novecento italiano». Partiamo dalle conclusioni

di questo appassionato e rigoroso studio sul

pittore per comprendere il senso di una vita, personale e artistica,

interamente votata alla ricerca, alla sperimentazione.

Luca Alinari, uomo e artista (non solo pittore) enigmatico

perché non circoscrivibile in alcun conosciuto e rassicurante

perimetro. Perché «di fatto dimorante in un altrove immaginifico»,

mutuando la calzante affermazione di Giovanni Faccenda,

autore dell’introduzione al volume. Ne è convinta, e

lo si vede bene dall’impegno profuso a dimostrarlo, Viktorija

Carkina. Una certezza che le proviene certo dall’aver indagato

con precisione le infinite sfaccettature, i mille rivoli,

le ricorrenze e le cesure della creatività inesauribile, acronica

del “creatore di immagini”, ma anche dall’aver implicitamente

accettato e condiviso il gioco serio del concedersi

alla corrente, immergendosi insieme a lui in quella sua idea

di arte universale, vissuta e sperimentata per tutta l’esistenza

(soprattutto attraverso le tre declinazioni di pittura, letteratura,

cinema). Così, oltre al suo essere una «monografia

ben strutturata», d’accordo con quanto sostiene Cristina

Acidini nella sua prefazione, il saggio sembra interessante

soprattutto per quel suo consuonare con le corde più intime

dell’artista. Con le sue intenzioni, con il suo “fare arte”.

Se, infatti, «i personaggi di Alinari», come con gran chiarezza

Viktorija Carkina racconta nel capitolo 5 del volume La

rappresentazione delle figure umane, sono «impegnati a cogliere

un sentimento interiore non certo intenti a raccontare

una storia esplicita», lo stesso fa l’autrice del saggio con

il suo soggetto, anche nel ripercorrere le tappe biografiche e

artistiche, offrendo al lettore – sia esso addetto ai lavori o

semplice appassionato d’arte – una rievocazione non necessariamente

cronologica, piuttosto per temi, argomenti, afflati,

folgorazioni, intuizioni, casualità – dal ricordo della “prima

volta”, a quattro anni, con l’arte del dipingere, all’incontro con

i grandi della pittura da autodidatta attraverso la collana Maestri

del colore di Fabbri, al dialogo sempre presente con la

letteratura (e in particolare con Montale, Saramago, Eco), alle

amicizie anch’esse creative (come quella con Pino Pini e

la realizzazione dei cortometraggi), alle case vissute e poi lasciate,

alle diverse correnti pittoriche avvicinate (ad esempio

Futurismo e Pop Art ma anche Manierismo italiano e Rinascimento

fiammingo), ai materiali usati. Come un attento Pollicino

e tenendo bene a mente le parole del maestro, Viktorija

ricerca – e rintraccia – le briciole di quella «semiologia del

quotidiano» che è fonte ispiratrice unica di Alinari, cui l’artista,

pur nella diversità di espressione, si manterrà sempre fedele.

In questo modo viene semplice, direi naturale, scivolare

nei capitoli finali a indagare da dentro i soggetti e le tecniche

sperimentate, cercando di scovare l’uomo attraverso la lettura

analitica della sua poliedrica pittura e del suo linguaggio,

espressione profonda di «un’anima sensibile e di una mente

da poeta» capace di portarci su un’altalena vertiginosa di

«contenuti inquietanti» e «giocosa innocenza», fino a dipingere

in un’originale sintesi tutto il mondo di Alinari, intangibile,

riflesso in specchi orientati su galassie immaginarie, e

insieme concretissimo, arpionato a un senso di angoscia, di

solitudine, di incomprensione e disaccordo con i valori della

società contemporanea, che troverà in parte quiete nella

coltivazione di un percorso spirituale concessosi nella maturità.

Un libro, questo di Viktorija Carkina, che travalica le intenzioni

monografiche e, attraverso le citazioni e i confronti

con uomini d’arte e di pensiero cari ad Alinari, apre a riflessioni

attente e personali sul senso e i modi dell’arte e della

(possibile?) comunicazione.

LUCA ALINARI

35


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A cura di

Laura Belli

Speciale

Pistoia

Gessica Tesi

Una pittura “fluida” come le emozioni

di Laura Belli

La vena artistica di Gessica Tesi si è manifestata nella

sua prima gioventù quando, con entusiasmo e grande

abilità manuale, ha iniziato a dedicarsi al découpage.

Per un lungo periodo ha poi trascurato le innate attitudini artistiche,

fino al momento in cui ha scoperto la Fluid Art. Questa

nuova tecnica pittorica le ha suscitato forti emozioni, rivitalizzando

le sue doti sopite e risvegliando l’innata creatività.

«Quando circa cinque anni fa ho visto i primi quadri di Fluid Art

– afferma l’artista – ho sentito come una gioiosa spinta interiore

a sperimentare questo genere di pittura, che mi ha dato

grande piacere e mi ha incoraggiata a riprendere. Mi sono talmente

appassionata che ora non riesco a resistere a lungo lontana

dalla mia “stanzina” e dai miei colori». A questo piacere si

aggiunge il desiderio di trasmettere emozioni a chi osserva le

sue opere, coinvolgendolo in modo che possa a sua volta emozionarsi

e dare libero sfogo alla propria immaginazione. La Fluid

Art è una nuova corrente artistica contemporanea che, nata

in America in tempi abbastanza recenti, si sta diffondendo anche

in Italia. Appartiene alla ormai vasta e prolifica categoria

dell’arte informale sviluppatasi verso la fine degli anni Quaranta

e in particolare viene ricollegata al dripping di Pollock per

l’importanza attribuita alla casualità nella produzione dell’opera.

Questa tecnica utilizza perlopiù vernice acrilica per creare

forme libere e astratte con colori ricchi e vivaci, ottenendo

stupefacenti striature multicolori arricchite da rotondeggianti

frantumazioni cromatiche dette “celle” che generano effetti

molto decorativi. È una tecnica che richiede una lunga sperimentazione

e una veloce e sicura manualità per padroneggiare

la distribuzione del colore, che deve avere una precisa fluidità,

Fluid Art appunto. I colori, scelti e preparati adeguatamente

mischiandoli con acqua, colla e silicone liquido, vengono versati

in strati successivi in un unico contenitore e, una volta rovesciati

simultaneamente sulla tela, devono essere distribuiti

con sapienti inclinazioni del supporto per raggiungere gli effetti

e le striature desiderati. Occorre velocità, bisogna essere

tempestivi nel dare sfogo alla fantasia seguendo l’ispirazione

che i colori suggeriscono mentre fluiscono sulla tela. L’artista

può poi ulteriormente intervenire per personalizzare l’opera

con tocchi di spatola o di pennello, oppure soffiando sul colore

ancora fluido per espanderlo o aggrumarlo, oppure ancora

inserendo frammenti materici per intensificare l’effetto. In questa

fase di personalizzazione Gessica Tesi è particolarmente

originale. Le sue opere sono state esposte a Pistoia in via della

Crocetta, nella grande sala di attesa degli Studi medici della

Libera Professione. Ha inoltre donato un suo quadro intitolato

Pandemia alla Croce d’Oro di Prato.

jessica.tesi@virgilio.it

Jessica Tesi

tesijessicacreazioni

GESSICA TESI

37



A cura di

Rosanna Bari

Artigianato artistico

in Toscana

Thomas Lorenzoni

L’arte del gioiello “fatto a mano”

di Rosanna Bari / foto courtesy

Thomas Lorenzoni

Thomas Lorenzoni impegnato in una fusione

Dai suoi studi sulla natura, musica, storia e letteratura

uniti all’abilità manuale, Thomas Lorenzoni

fa emergere la passione per l’oreficeria. Si iscrive

al corso di specializzazione presso una scuola orafa

in Oltrarno, antico centro per l’arte e l’artigianato fiorentino,

dove apprende le tecniche dell’oreficeria, dell’incisione

e dell’incassatura. La sua passione però subisce, nel

2008, una battuta d’arresto a causa dello scenario di crisi

del momento, così riprende gli studi interrotti dopo il liceo

e si laurea in Storia. Ma la svolta decisiva, che dà inizio alla

professione, avviene con l’inaugurazione del suo laboratorio

alla Casa Artigiana dell’Orafo, nei pressi di Ponte

Vecchio, storica vetrina dell’arte orafa a Firenze sin dalla

fine del Cinquecento. Sotto l’impulso del ritrovato vigore,

consegue l’attestato in “Modellazione 3D”, software

che permette la progettazione computerizzata del gioiello.

Secondo Thomas però, creare con l’uso della moderna

tecnologia non è paragonabile al fascino di un gioiello

interamente “fatto a mano”, tecnica che lui considera l’essenza

della sua arte. L’artista, infatti, seguendo l’impulso

creativo, innesca un processo unico e ineguagliabile, dove

l’oggetto viene toccato e plasmato unicamente dal suo

ideatore, con l’adozione di antiche tecniche che, se non utilizzate

e tramandate, andranno via via scomparendo. Per

questo motivo le sue creazioni, realizzate in oro e in argento,

sono tradizionalmente fatte a mano, seguendone con

cura tutti i passaggi, dalla fusione nel crogiolo al gioiello

finito. Altre tecniche da lui utilizzate sono: la modellazione

in cera, la laminazione, la trafilatura, la forgiatura e la saldatura.

Cultore della storia del gioiello, per l’Associazione Italiana

Studi Tolkieniani è il curatore della rubrica “Tolkien’s

Jewels”, dove pubblica articoli di approfondimento sui magici

gioielli che animano i romanzi high fantasy di J.R.R.

Tolkien, l’autore de Il Signore degli Anelli. La clientela di

Thomas può così vantare oggetti

artigianali intrisi del fascino dell’unicità,

e perché no, anche di un leggero

tocco di magia.

Coppia di fedi piatte martellate

Casa Artigiana dell’Orafo

stanza 6/7, Vicolo Marzio, 2 – Firenze

creazioni orafe finor di thomas

lorenzoni

creazioni.orafe.finor

Anello Aspis, aspidis, argento

Bracciale Foglie di alloro, oro giallo

THOMAS LORENZONI

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Movimento

Life Beyond Tourism

Travel To Dialogue

“Florence in the World, the World in the Florence”,

programma quinquennale di promozione del territorio

fiorentino e toscano nel mondo

Firenze capitale di ripartenza con i progetti del Movimento Life Beyond Tourism

Travel to Dialogue

Un programma quinquennale di attività internazionali

pensate per promuovere la creatività e l’imprenditorialità

di Firenze e della Toscana nel mondo con l’obiettivo

di renderle mete per la ripartenza del viaggio in ottica

Life Beyond Tourism. A questo punta il Movimento Life Beyond

Tourism Travel to Dialogue con la serie di progetti legati a Florence

in the World, the World in Florence. Si tratta, nello specifico,

di un “contenitore” di progetti per riportare la città del

giglio al centro del mondo e renderla fautrice della ripartenza

economica e sociale attraverso la filosofia Life Beyond Tourism

e i servizi del Movimento: pensare al viaggio come momento

essenziale di dialogo tra culture, definendo un’offerta

commerciale per i viaggiatori improntata alla valorizzazione

del territorio con le sue espressioni culturali e identitarie. Valorizzare

le identità dei territori è infatti alla base delle politiche

di gestione del marketing territoriale che il Movimento

LBT-TTD, società benefit srl, porta avanti con un mirato servizio

di consulenze e una serie di strumenti personalizzati a

beneficio di enti locali e aziende, per costruire servizi/prodotti

che attraggano un turismo di qualità tenendo conto del ricco

patrimonio, materiale e immateriale, da far conoscere ai

viaggiatori. La mostra e il programma quinquennale del festival

rientrano nell’ambito di un progetto circolare che parte da

Firenze e la racconta attraverso le peculiarità del suo territorio

portandola in giro per il mondo. Al contempo offre un modello

di narrazione del luogo in chiave Life Beyond Tourism ponendo

le basi di un nuovo tipo di marketing territoriale. Un giro

del mondo che porterà il mondo stesso a novembre a Firenze,

quando le varie narrazioni dei luoghi del globo daranno vita al I

Festival Internazionale dei Territori.

Fulcro del progetto è la mostra interattiva internazionale Florence

in the World, the World in Florence che, in questa fase

in cui la città è deserta, si propone di portare Firenze nel mondo.

Promossa dalla Fondazione Romualdo Del Bianco e organizzata

dal Movimento Life Beyond Tourism Travel to Dialogue,

la mostra, attraverso gli scatti di Corinna Del Bianco, vuole far

scoprire ai visitatori internazionali una città autentica e vista

dagli occhi dei residenti. L’esposizione si compone di 14 trittici

fotografici che fissano in un istante la bellezza di Firenze e

dei suoi dintorni, con i suoi paesaggi, i particolari architettonici

le espressioni culturali. La mostra sta viaggiando per il mondo

e ad oggi è esposta presso le istituzioni che fanno parte

del network in Azerbaijan, Georgia, Giappone, Gran Bretagna,

Kyrgyzstan, Lettonia, Lituania, Marocco, Polonia, Russia. Nei

prossimi mesi arriverà anche in Mozambico, Congo, Cina, USA,

Spagna, Kazakistan, Slovacchia, Portogallo, Ecuador, Taiwan.

Per amplificare la capacità comunicativa dell’evento, si è fatto

ricorso alla tecnologia NFC (Near Field Communication),

sviluppata grazie al partner tecnologico Europromo. I visitatori

della mostra possono usufruire di contenuti extra semplicemente

avvicinando il proprio smartphone ai pannelli espositivi,

consultando così 14 pagine dedicate ad arricchire la propria

conoscenza su Firenze e il suo patrimonio culturale. Tanti i suggerimenti

su cosa vedere e sui piatti tipici ma anche informazio-

40

MOVIMENTO LIFE BEYOND TOURISM TRAVEL TO DIALOGUE


ni su personaggi, cenni storici e modi di dire. Inoltre, ogni utente

avrà la possibilità di entrare a far parte attivamente della narrazione

dei territori in ottica Life Beyond Tourism, condividendo

sul portale i propri scatti e contribuendo così ad aumentare

la descrizione del territorio. Il progetto della mostra si inserisce

nella cornice dell’evento internazionale Building Peace through

Heritage - World Forum to Change through Dialogue 13-15 marzo

2020 che ha ricevuto oltre 100 patrocini da tutto il mondo.

Come afferma Carlotta Del Bianco, presidente del Movimento

Life Beyond Tourism Travel to Dialogue: «Il Movimento LBT-TTD

è una società Benefit fautrice di una nuova offerta commerciale

basata sull’etica dei valori. Riteniamo infatti che le espressioni

culturali dei territori siano la base dell’economia circolare

dei territori stessi, per realizzare un modello economico sostenibile

che evidenzi l’importanza del patrimonio locale, tangibile

e intangibile, da trasmettere ai viaggiatori attraverso prodotti

e servizi mirati definiti assieme agli enti locali e alle aziende

stesse. Con il Movimento LBT-TTD aiutiamo i territori a valorizzarsi

e a farsi percepire come tali agli occhi dei visitatori

esterni, rendendoli residenti temporanei dei luoghi. Il progetto

della mostra e il programma quinquennale del Festival vanno

proprio in questa direzione di valorizzazione e ripartenza dai

territori per la loro rinascita economica e sociale».

Complementare al progetto mostra è Back to Life Revitalisation

of Places post Covid-19, iniziativa che nasce con lo scopo

di coinvolgere gruppi di giovani di tutto il mondo nella promozione,

interpretazione, presentazione e valorizzazione delle espressioni

culturali locali del patrimonio, materiale e immateriale, del

territorio in cui vivono (in tempo di pandemia), attuando la metodologia

Life Beyond Tourism. Un esercizio di narrazione dei territori

in cui sono coinvolti gli studenti delle università e gli istituti

di istruzione superiore per infondere nelle giovani generazioni la

curiosità di scoprire e tutelare le identità dei propri territori, attivando

così un circuito di condivisione e conoscenza dei territori

in ottica Life Beyond Tourism grazie ai contributi fotografici

che arriveranno a Firenze da tutto il mondo. È un modo per offrire

anche l’occasione di visitare virtualmente il mondo attraverso

gli occhi dei residenti, acquisendo uno sguardo privilegiato sul

patrimonio, materiale e immateriale, dei diversi territori.

Il materiale raccolto confluirà nel I Festival internazionale dei

Territori che si terrà a Firenze nel prossimo novembre, portando

così “The World in Florence”. Ci saranno momenti di confronto

con gli autori degli scatti fotografici che potranno raccontare

i loro territori, la loro cultura, le loro identità, le loro espressioni

culturali, i punti di interesse. Ma anche approfondimenti tematici

legati alla ripartenza dei territori alla luce delle crescenti

esigenze di mercato. I territori potranno presentarsi in maniera

pratica grazie al coinvolgimento delle varie espressioni culturali

che vi sono al loro interno, con la possibilità di instaurare collaborazioni.

L’iniziativa è il primo di molti appuntamenti che si

ripeteranno nel corso del prossimo quinquennio (2020-2025)

in varie città del mondo. Un invito a ripensare al viaggio partendo

da Firenze, attraverso un’iniziativa a livello globale nel nome

della consapevolezza identitaria, della reciproca conoscenza,

del rispetto e del viaggio come fautore di dialogo interculturale.

Temi fondanti della filosofia Life Beyond Tourism.

Il Movimento Life Beyond Tourism Travel to Dialogue srl è una società

benefit. Nasce e si sviluppa seguendo i princìpi di Life Beyond Tourism®,

ideati dalla Fondazione Romualdo Del Bianco al fine di promuovere

e comunicare il patrimonio naturale e culturale dei vari territori

insieme alle espressioni culturali, il loro saper fare e le conoscenze tradizionali

che custodiscono. Offre proposte di consulenza per lo sviluppo di

progetti di marketing territoriale e turistico, formazione, eventi, comunicazione,

relazioni internazionali.

Per info:

+ 39 055 290730

info@lifebeyondtourism.org

www.lifebeyondtourism.org

MOVIMENTO LIFE BEYOND TOURISM TRAVEL TO DIALOGUE

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Gregorio

Codagnone

Un dialogo infinito con il colore

Gregorio Codagnone (1996) è nato e vive a Firenze dove frequenta

la facoltà di Architettura. Da sempre appassionato di

arte in tutte le sue forme, di architettura e dei materiali che

compongono le cose, recentemente lavora anche il ferro dando

vita a sculture originali e affascinati che si compongono e

decompongono con il tempo: la natura che ritorna alla natura.

Inizia a dipingere nell’estate del 2016: una scintilla di colore

che illumina un periodo buio, un elemento che si traduce

in una particella che genera la sua forma autonoma di espressione

ben evidente fin dalle sue prime opere, ricche di cromatismi

vitali che danno energia e forza ai dipinti. Queste opere

rappresentano per l’autore la capacità di raggiungere e integrare

sensazioni ed emozioni che legano aree interne distanti

fra loro e frammentate, venendo a formare un filo che le lega

fino a condurre ad una rappresentazione. L’opera che ne deriva

costituisce la fonte di creatività della persona che l’ha concepita

e consente all’altro, l’osservatore, di proiettare, a sua

volta, la propria immaginazione in un dialogo infinito. La poliedrica

creatività dell’autore viene arricchita da lunghi viaggi,

dalle sue passioni e dalla conoscenza dei materiali via via sperimentati

per dare vita all’opera finita. In tal modo oltre ai dipinti

e alla scultura, Codagnone si avvicina anche agli oggetti e

al design. Autodidatta nell’uso dei colori, dei materiali e delle

tecniche, trae insegnamento dall’osservazione di quello che lo

circonda, andando a scovare fonti di vita e vitalità in ogni dove,

fra la gente e nella natura, provando interesse per le cose e

le persone, coltivando e accrescendo in questo modo, la particella

iniziale che ha ispirato la sua creatività.

www.gregoriocodagnone.it

Gregoriocodagnonearte

gregoriocodagnonearte


Arte &

Mestieri

ArancioneArt

Nasce a Firenze un prêt-à-porter artistico ed ecosostenibile

di Elisabetta Mereu / foto courtesy ArancioneArt

Livia Matt è un’artista che non usa pennelli

e tele per le sue creazioni, ma ago e filo

con cui ricama su tessuti naturali derivanti

da coltivazioni biologiche certificate, basate sul

rispetto dell’ambiente e delle condizioni dei lavoratori

che fanno parte di una filiera produttiva mondiale.

Così, punto dopo punto, è nata la sua idea di

creare una linea di abbigliamento prêt-à-porter ecosostenibile

che ha chiamato ArancioneArt, un progetto

imprenditoriale elaborato lo scorso anno in

piena pandemia che ha visto la luce appena un mese

fa. Da sempre attenta alle tematiche ambientali

e amante dell’arte, questa eclettica signora milanese,

stanca della stressante routine professionale

come graphic designer nella sua città, dieci anni

fa si trasferisce a Firenze. Qui riscopre la passione

per attività lente e meditative, iniziando a fare

lavori all’uncinetto, fino ad approdare all’antica arte

del ricamo, elaborato in una chiave decisamente

moderna. «Il mio intento – afferma – è quello di

proporre un’arte da indossare, cioè capi pratici e

di uso quotidiano per tutti, che però escano dall’anonimato,

dando anche un messaggio etico. Ogni

nostra maglietta o felpa di cotone organico (per la

cui coltivazione viene usata una bassissima percentuale

d’acqua rispetto a quella intensiva ndr.),

in quindici diverse sfumature di colori, è un pezzo unico,

perché tutti i disegni derivano da illustrazioni originali create

da me o da alcuni giovani collaboratori, artisti e fumettisti,

fra cui i miei due figli che studiano all’Accademia di

Belle Arti e all’Accademia

Nemo. Attraverso

il nostro sito e le pagine

social voglio far

conoscere soprattutto

il lavoro di questi giovani

creatori e il messaggio

etico universale

che con esso trasmettiamo

alle future generazioni.

E cosa c’è di

meglio di t-shirt e felpe

per portare in giro

In queste due foto le classiche t-shirt bianche caratterizzate da un disegno artistico

Knight della Camelot Collection under 14

per il mondo i loro disegni? Inoltre – continua l’art director

ed amministratrice del neonato brand – la singolarità dei

nostri capi sta nel fatto che i ricami sono tutti realizzati a

mano con filo di altissima qualità e quindi, pur con lo stesso

soggetto ispiratore, risultano leggermente diversi l’uno

dall’altro». Poliedricità e peculiarità sono due caratteristiche

base di questa nuova realtà imprenditoriale e rispecchiano

in pieno la personalità di Livia Matt, la cui fervida

mente creativa sta già studiando ulteriori progetti come la

produzione di quadretti ricamati a mano, stampe d’arte su

carta e tessuto, oltre a libri illustrati per i più piccoli e una

collezione di abbigliamento “baby” e “kids”, sempre rigorosamente

all’insegna del biosostenibile.

www.arancioneart.com

ArancioneArt

arancioneart

Una t-shirt in lavorazione

Livia Matt ricama sul cotone il disegno creato

al computer

ARANCIONEART

43


Occhio

critico

A cura di

Daniela Pronestì

Daniela Bigagli

L’arte del divenire attraverso il colore

di Daniela Pronestì

Il concetto di “recupero” applicato al linguaggio artistico indica,

fin dalle avanguardie del secolo scorso, un approccio

volto a servirsi di materiali prelevati dal quotidiano per

chiamare la realtà concreta delle cose ad essere protagonista

dell’opera anziché limitarsi a rappresentarla con l’illusione di un

mondo racchiuso nello spazio dipinto. A questo aspetto di per

sé già sufficiente a motivare la sperimentazione di nuove soluzioni

tecniche e formali, si aggiunge, nella ricerca di Daniela Bigagli,

il bisogno di recuperare oggetti d’uso comune per sottrarli

all’abbandono cui sono inevitabilmente destinati una volta dismessa

la funzione originaria. Se è vero che le cose non sono

soltanto materia inerte ma conservano le tracce, e quindi anche

la memoria, di chi le ha utilizzate, è altrettanto vero che l’atto di

recuperarle come materiali artistici implica che venga salvato

anche il vissuto che le cose sottendono come un’anima segreta

spesso dimenticata. Si tratta, in altre parole, di riconoscere

quest’anima, capirne il valore e preservarla dall’oblio fissandola

sul supporto, facendola diventare forma, colore, presenza viva

nel cuore dell’opera. È quello che fa Daniela Bigagli, attribuendo

all’idea di recupero un significato che trasforma l’oggetto in

un simbolo di tutto ciò che nella vita di ogni giorno viene ingiustamente

tralasciato perché non se ne comprende fino in fondo

l’importanza. Potremmo definire la sua una risposta artistica

alle dinamiche “usa e getta” di una società che consuma troppo

velocemente ogni cose, rapporti umani inclusi, per lanciarsi

nella continua e spasmodica ricerca del nuovo, con l’illusione

Autoritratto, tecnica mista, acrilici e materiali di recupero, cm 60x100

che sia questa l’unica strada per raggiungere la felicità. Servirsi

di materiali che altri hanno scartato diventa allora un modo

per ridare il giusto valore alle cose, imparando a guardarle da

1 2 3

44 DANIELA BIGAGLI


una diversa prospettiva, quella, appunto, del recupero artistico.

Un’operazione poetica compiuta dalla Bigagli avendo come scenario

di fondo gli opposti complementari che regolano il ciclo

della vita, il continuo divenire degli eventi, tra morte e rinascita,

fallimenti e ripartenze, abbandoni e ricongiungimenti. Tutto

muta e passa da uno stato all’altro e il perpetuo fluire delle cose

è il carattere distintivo dell’esistenza. Per lo stesso principio,

grazie all’intervento artistico, semplici materiali di scarto vivono

una seconda vita, diventano altro rispetto a ciò che sono stati,

in un processo creativo che richiama, nel tratto istintivo del colore

schizzato sulla tela, il ritmo incessante di una realtà in perenne

trasformazione. Una realtà dalle tinte forti, quella evocata

dalle composizioni polimateriche della Bigagli, nelle quali i colori

confliggono tra di loro, tracciano ciascuno un percorso diverso

dall’altro, e allo stesso tempo però convivono in un’armonia

resa possibile proprio dalla dissonanza tra note cromatiche opposte.

Opere che insieme compongono un canto unico, una sola

acuta riflessione sulla necessità del cambiamento quale fattore

intrinseco all’esistenza, sull’importanza di abbandonare false

certezze, stereotipi e pregiudizi per accogliere la complessità

del mondo. Bisognerebbe imparare dalla natura, sembra dire

l’artista, apprendere la lezione che viene dall’impermanenza

dell’acqua, dalla potenza rinnovatrice del fuoco, dalla ciclicità

delle stagioni. Bisognerebbe, soprattutto, assecondare questo

flusso instancabile di forze, sintonizzarsi con le energie universali

per sentirsi parte di un tutto più grande. A questo serve l’atto

creativo per Daniela Bigagli: ad esplorare una dimensione in

Particolare di un'opera

cui le tensioni si sciolgono, le emozioni fluiscono, il tempo perde

di significato. Le cose acquistano senso nel “qui ed ora” del gesto

artistico, nell’unione con tutto ciò che vibra, cambia, respira.

E non si prova altro che gioia a questo punto, una gioia sconosciuta

e profonda, come quella che all’artista fa esclamare, con

sincera convinzione, “viva la vida”.

Le opere di Daniela Bigagli sono visibili sul sito della galleria

Artistikamente di Pistoia

www.artistikamente.net

1 • Tutto scorre (2019), tecnica mista, acrilici e materiali di recupero, cm 70x100

2 • Silver butterfly origami (2019), tecnica mista, acrilici e materiali di recupero, cm 54x74

3 • Romantici cannibali (2020), acrilici e collage, cm 50x60

4 • Crhomo 2 (2015), tecnica mista, acrilici e materiali di recupero, cm 80x100

5 • Pantarei (2019), tecnica mista, acrilici e materiali di recupero, cm 74x54

4 5

DANIELA BIGAGLI

45


Honey

Il brano dance di KristiPo

Artista eclettica, pittrice, scultrice, poetessa, cantante, attrice e regista, Kristina Poplitskaya,

in arte KristiPo, è nata a Mosca e risiede attualmente a Montecatini Terme. La

sua formazione è iniziata frequentando la scuola di cinema e drammaturgia Sverdlovsk

Film Studio a Ekaterinburg. Ha seguito il corso accademico di arte e lingua italiana

al Michelangelo Institute e nel 2017 si è diplomata all’Accademia di Belle Arti di San

Pietroburgo. Amante della natura ed animalista convinta, si dedica con eguale passione

alla pittura e alla poesia cimentandosi soprattutto nel genere letterario giapponese

dell’haiku. Ha iniziato a scrivere poesie quando aveva solo quattro anni. Dipinge anche

quadri legandoli alla poesia. Nel 2019 ha ricevuto il Premio Prosa del 4 Maggio (VIII

edizione), in collaborazione con la rete tv locale Italia 7. Attualmente studia al Liceo Artistico

di Lucca e all’Accademia d’Arte di Firenze. Dal 26 febbraio è disponibile su tutte

le piattaforme digitali Honey, il primo singolo di KristiPo. Prodotto da M&M – D&G, è un

brano dance dalle sonorità anni Ottanta in cui l’artista si riconosce totalmente. Scritto

e composto dalla stessa KristiPo e arrangiato da Simone Del Freo per M&M – D&G,

è un inno alla spensieratezza e all’ottimismo sulle note di una musica coinvolgente.


A cura di

Lorenzo Borghini

Il cinema

a casa

The Hateful Eight

Il western totale di Quentin Tarantino

di Lorenzo Borghini

Un cristo intagliato nel legno, innevato

nel bianco Wyoming. Poi, lentamente,

arriva una diligenza nera, a

rompere tutto quel bianco, quella perfezione

visiva. È il male: direzione Red Rock. Il tutto

è accompagnato da sette minuti di musica

spaventosi per intensità e colore. Sembra

una lunga marcia funebre che ci proietta in

un inferno di ghiaccio. Musica, neve e silenzio.

L’incipit di The Hateful Eight si contrappone

a quello, altrettanto straordinario, del film

Le iene. Uno muto e l’altro completamente

parlato. Probabilmente i due migliori di tutto

il repertorio tarantiniano. Dentro la diligenza

troviamo John Ruth (Kurt Russell), cacciatore

di taglie soprannominato Il Boia, perché gode

nel vedere le sue prede giustiziate sulla forca,

e, ammanettata al suo braccio sinistro, la

canaglia Daisy Domergue. Fuori un forte vento

preannuncia tempesta. La diligenza viene

fermata dal maggiore Marquis Warren (uno

straordinario Samuel L. Jackson), cacciatore

di taglie nero in cerca di un passaggio. Il

viaggio continua, fino a quando non viene interrotto

di nuovo a causa della malalingua di

Daisy. Durante la sosta appare Chris Mannix,

sudista rinnegato, novello sceriffo di Red

Rock. Scetticismo e perplessità aleggiano

nell’aria, ma, nonostante tutto, riesce a salire

a bordo. I quattro trovano rifugio nell’emporio

di Minnie e ad attenderli ci sono quattro

sconosciuti ed un pessimo caffè. Uno di loro

non è chi dice di essere, o forse tutti … Otto

personaggi, reietti senza possibilità di salvezza

e un emporio. Il pretesto è lo stesso di

Ombre rosse: chiudere dei personaggi dentro

quattro mura per svelarne la psicologia e i caratteri.

John Ford era il maestro della caratterizzazione

dei personaggi, ma Tarantino non è da meno. Il

western di Ford era basato su valori essenzialmente “buoni”,

e la violenza era velata, come all’epoca si usava. Quentin,

invece, si fa portavoce della ultraviolenza, non la nasconde,

anzi, va al di là della violenza stessa. Violenza di puntare

una pistola dritta in faccia, come abuso di potere che

genera tensione per tutta la durata del film. Questo lo avvicina

a Peckinpah – altro maestro del western – come anche

la tendenza dei protagonisti all’autodistruzione. Personaggi

moralmente ambigui, segnati dal proprio passato, perdenti e

lupi solitari, pronti a seguire l’istinto animale, come il protagonista

di Cane di paglia, per conquistarsi la sopravvivenza.

Tarantino si differenzia da Peckinpah ostentando tempi lunghissimi,

dilatati fino allo sfinimento come nei film di Sergio

Leone, conditi da dialoghi lucidi e ad alto tasso di genialità,

per questo sintetizza la lezione dei tre maestri del western

confezionandone uno totale, un oltre-western. Il suo. Django

è stato un esperimento malriuscito, inevitabile per arrivare

alla potenza di The Hateful Eight, che ritrae un pezzo di storia

americana, spesso dimenticata, che oscilla tra violenza e

morale. I primi cento minuti sono vera e propria antologia tarantiniana

– forse ciò che di più bello ci ha regalato –, mentre

nell’ultima parte scoppiano teste, ma che ci vuoi fare: è

Tarantino prendere o lasciare.

THE HATEFUL EIGHT

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Antonella

Serratore

Il racconto della realtà

Antonella Serratore si è formata all’Istituto statale d’Arte di

Catania. Dopo il diploma, ha intrapreso la carriera dell’insegnamento.

Apprezzata dai critici per il suo linguaggio pittorico

caratterizzato da un’originale libertà espressiva, ha

portato avanti un percorso artistico autonomo, passando

con disinvoltura da un approccio figurativo tradizionale ad

un figurativo più moderno, dal quale è scaturita una ricerca

che mostra interesse anche per l’astrattismo. Ha partecipato

a numerose rassegne d’arte contemporanea ed è presente

in diversi dizionari d’arte. Nel 2021 è stata inserita nel Catalogo

Sartori - Artisti Italiani 2021; è presente anche in Orizzonte

Italia - Collezione arte contemporanea “Artisti d’Italia”.

Dal giorno alla notte (2019), trittico, olio su tela, cm 90x90

Notte (2019), tecnica mista su carta, cm 48x33

Incontro in galleria (2011), olio su cartone telato, cm 70x50

www.antonellaserratore.com

antonellaserratore@libero.it


Artista del

mese

Antonella Serratore

Percorsi pittorici tra verità e utopia

di Jacopo Chiostri

Woman’s face (2017), olio su tela, cm 30x30

Se fosse musica potrebbe essere un brano di Wagner

o forse jazz nella sua declinazione be pop.

Se fosse letteratura un canto del Purgatorio. Se

fosse un filosofo Schopenhauer con la sua doppia verità

sul sogno. Invece, in pittura semplicemente non è

assimilabile a de Chirico oppure a Turner o Böcklin, come

qualcuno potrebbe azzardare. Antonella Serratore,

pittrice siciliana, realizza immagini fortemente evocative

– che provocano un tourbillon di suggestioni sull’osservatore

– frutto solo e soltanto della sua sensibilità e

della sua interpretazione della realtà. Nata a Lentini, in

provincia di Siracusa, formatasi all’Istituto statale d’Arte

di Catania, insegnante di professione, la Serratore racconta

il mondo oggettivo con un ricco linguaggio personale

e insolito capace di rendere coerenti in un’unica

sintassi l’asprezza di un’opera come Tutto finirà con la

melodia che si sprigiona da Immagini in verde o dal suo

doppio Immagini in blu. Ovunque in queste tele si è guidati

nel racconto da una simbologia ora evidente ora su-

bliminale, ma sempre tale, che compone – indifferentemente in

figurativo o in astratto – esiti di compostezza classica che ricordano

schemi antichi. La produzione di questa artista è ricca, non

sterminata ma copiosa; gli influssi che vi si rintracciano sono

molteplici, nessuno è più evidente di altri perché vi è un’elaborazione

colta e una loro appropriazione istintuale che li personalizza

e li utilizza per dare forma a un’idea, una visione filtrata da

un criterio razionale lasciato però a briglia larga. In questo c’è

un approccio sì gnoseologico, ma ancor più un contributo intellettuale,

col quale l’artista assolve il “debito” nei confronti di chi

entra in contatto con la sua opera. L’estetica della Serratore non

è mai disgiunta da una sensibilità etica che viene proposta non

sotto forma di strepito, bensì di obiezione. Dal punto di vista coloristico,

troviamo un controllo che denota assoluta padronanza

tecnica, la ricerca è quella di animare le qualità luministiche dei

colori dotandole degli stessi bagliori che percepisce, e in un certo

senso quindi produce, l’occhio umano. Il mondo della Serratore

è un mondo possibile? Difficile rispondere, occorre sempre

tenere a mente che stiamo parlando di arte e quindi che entra

in gioco la libertà creativa. Il rapporto intimo dell’artista con i

suoi lavori risente di una dialettica che, nel contrasto, quel contrasto

che è dannazione e appagamento, esprime le soluzioni

di un lavoro d’introspezione. Ne scaturisce un linguaggio libero

ma anche controllato, affettuoso ma anche intransigente, protettivo

ed anche spregiudicato. Non ci sono mezze

misure, compromessi in questi dipinti. Se compaiono

abitati, questi sono o i grattacieli (probabilmente

newyorkesi) alteri e alienanti, oppure le case dei pescatori

di Aci Trezza di una borgata di campagna, o

case su di una collina, simili e raccolte tra loro, forse

per farsi scrigno delle memorie che custodiscono,

magari per dirci che nel mondo c’è un grande bisogno

di uguaglianza. L’umano non vi appare, è dentro,

dietro le mura. È complesso, quindi, anche stimolante,

parlare dell’arte di Antonella Serratore, lo spazio tiranno

non consente di andare oltre. L’artista ha un bel

sito dove oltre alla visione delle opere, ordinate per

anno di produzione, è possibile leggere testi critici, la

biografia e la sua storia ricca di esposizioni tenute in

molti luoghi e di riconoscimenti ricevuti.

Riflessi sull’acqua (2012), olio su cartone telato, cm 50x70

www.antonellaserratore.com

ANTONELLA SERRATORE

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La tutela

dell’ingegno

A cura di

Aldo Fittante

Giù le mani dal marchio Gallo Nero

Il Tribunale dell’Unione Europea conferma la piena tutela giuridica dell’immagine

simbolo del marchio del Chianti Classico

di Aldo Fittante

Èappena di qualche giorno fa – precisamente del 14

aprile – la decisione del Tribunale dell’Unione Europea

che ha confermato la piena tutela giuridica del

marchio del Gallo Nero, indiscutibile eccellenza del nostro

territorio. L’origine dell’immagine simbolo del vino toscano

DOCG Chianti Classico affonda le proprie radici in una curiosa

leggenda. Si narra che all’epoca delle annose battaglie

medievali tra Firenze e Siena le due città – stremate da decenni

di sanguinose lotte – abbiano deciso che la spettanza

del preziosissimo angolo di Toscana tanto conteso ed agognato

da entrambe si doveva affidare all’esito di una sfida del

tutto singolare. Il confine tra Firenze e Siena si sarebbe fissato

nel punto esatto ove due cavalieri – ciascuno vestito dei

rispettivi colori ed in rappresentanza della propria città – si

fossero incontrati partendo all’alba dalla propria città, precisamente

al momento del canto del gallo. Pare che i senesi

abbiano scelto un gallo bianco e lo abbiano rimpinzato a crepapelle,

nella convinzione che questo all’alba avrebbe cantato

più forte; al contrario i Fiorentini scelsero un gallo nero e

lo lasciarono a digiuno. La sorte volle che il giorno della prova

mentre il gallo nero fiorentino – nella morsa della fame –

prese a cantare ancor prima dell’alba, il gallo bianco senese

a sole ormai sorto dormiva ancora beato e ben sazio. Fu così

che il cavaliere di Firenze partì al galoppo ancor prima della

levata del sole, mentre il collega senese dovette aspettare

la pigra sveglia del gallo satollo: i due cavalieri si incontrarono

a soli 12 km dalle mura di Siena e la Repubblica Fiorentina

poté annettersi tutto il Chianti. Lasciando la suggestiva

leggenda legata alle relative origini e tornando alla tutela giuridica

del gallo nero immagine simbolo del Chianti Classico,

la recentissima decisione del Tribunale dell’Unione Europea

ha ribadito quanto aveva già statuito in prima battuta la Commissione

dei Ricorsi dell’EUIPO (l’ufficio europeo competente

per la registrazione dei marchi comunitari). La vicenda

trae origine dal tentativo di un’azienda romana di registrare

– sempre nella classe merceologica n. 33 della Classificazione

Internazionale di Nizza, cioè per vini – l’immagine a colori

di un gallo. Il Consorzio Chianti Classico ha immediatamente

presentato un’opposizione all’ufficio europeo, contrastando

con decisione il tentativo di usurpazione dell’immagine di un

gallo nero che ormai da molti decenni costituisce il simbolo

del vino toscano DOCG Chianti Classico, un segno distintivo

noto in tutto il mondo e dotato di grande distintività. Ne è seguita

nel 2020 la decisione di accoglimento dell’opposizione

presentata dal Consorzio da parte dell’EUIPO: l’ufficio europeo

ha respinto la domanda di registrazione interferente ritenendo

in particolare che – stante l’immagine di eccellenza e

di prestigio associata al marchio preesistente del Gallo Nero

Chianti – l’accoglimento della registrazione di un nuovo marchio

avente ad oggetto un gallo colorato avrebbe comportato

un ingiusto vantaggio concorrenziale dell’azienda capitolina.

Quest’ultima non si è data tuttavia per vinta ed ha presentato

un ricorso al Tribunale dell’Unione Europea chiedendo la revisione

della decisione assunta in prima battuta dall’ufficio

europeo. Anche il tribunale ha sancito la non registrabilità

del marchio dell’impresa romana, confermando la protezione

dell’immagine simbolo del vino che rappresenta senza

dubbio una tra le più importanti eccellenze della regione Toscana.

Il Tribunale dell’Unione Europea è giunto alle stesse

conclusioni cui era pervenuto l’EUIPO, sia ribadendo la confondibilità

tra i due segni globalmente considerati sul piano

concettuale e visivo, sia confermando la fondatezza dell’interesse

del Consorzio ad evitare fenomeni di parassitismo

derivanti dall’indebito vantaggio che l’impresa della capitale

avrebbe tratto dalla possibile associazione da parte del pubblico

tra l’immagine del gallo nero simbolo dei vini del Chianti

e l’immagine del gallo colorato oggetto della richiesta di registrazione

successiva. La recentissima pronuncia dell’Unione

Europea conferma la grande distintività del marchio Gallo

Nero del Consorzio Chianti Classico, un’immagine simbolo di

un’eccellenza che ha indubbiamente contribuito in maniera

decisiva a far conoscere la Toscana in ogni parte del mondo.

50

GALLO NERO


A cura di

Alessandra Cirri

L’avvocato

Risponde

L’addebito nella separazione: motivi

e conseguenze

di Alessandra Cirri

Al momento della separazione dei coniugi

può capitare che uno attribuisca

all’altro la colpa della rottura del

matrimonio, ovvero che gli “addebiti” la separazione.

In tal caso, il coniuge deve rivolgersi

al giudice per chiedere la pronuncia di

addebito, che può essere richiesta soltanto

in una separazione giudiziale e non in una

separazione consensuale. L’addebito ha natura

sanzionatoria e viene pronunciato in tutti

quei casi in cui vi sia stata la violazione

degli obblighi coniugali, laddove tale condotta

sia stata la causa della crisi matrimoniale.

Inoltre, se tale violazione è così grave

da violare principi costituzionalmente protetti,

il coniuge può chiedere anche il risarcimento

del danno da illecito endofamiliare.

Le conseguenze dell’addebito sono la perdita

al diritto di ricevere un assegno di mante-

nimento, solo in caso di bisogno può essere determinato un

assegno alimentare, la perdita dei diritti successori e la perdita

al diritto della pensione di reversibilità. Tuttavia, non è

semplice fornire la dimostrazione che la condotta in violazione

degli obblighi coniugali sia stata il vero motivo della

rottura del legame matrimoniale. La giurisprudenza più volte

ha ribadito la necessità di dimostrale il “nesso causale”

tra la violazione e la conseguente crisi matrimoniale, quindi

il coniuge che richieda l’addebito dovrà allegare le prove

a fondamento della propria domanda. Le cause più frequenti

di tali violazioni sono: l’infedeltà (il tradimento è la violazione

più tipica), l’obbligo all’assistenza morale e materiale

(ad esempio, l’abbandono di un coniuge malato), l’obbligo alla

collaborazione nell’interesse della famiglia (ad esempio il

disinteresse del coniuge verso l’altro), l’obbligo alla coabitazione

(l’abbandono della casa coniugale). Il tradimento è il

motivo più ricorrente per la richiesta dell’addebito, tuttavia,

non si applica automaticamente, dato che per la pronuncia

di addebito è necessario dimostrare il nesso causale. Quindi

l’addebito consegue all’infedeltà coniugale soltanto se, sotto

l’aspetto eziologico, è connesso alla crisi coniugale. In altre

parole, occorre dimostrare che, senza l’infedeltà, il matrimo-

ph. www.freepik.com

nio non si sarebbe sciolto. La giurisprudenza ha ammesso

tra le cause di addebito anche alcuni comportamenti considerati

lesivi della dignità del consorte, benché non adulterini.

Un caso emblematico è rappresentato dall’infedeltà apparente.

Infatti, l’obbligo di fedeltà non consiste soltanto nell’astenersi

da relazioni extraconiugali, ma anche nel non tradire la

fiducia reciproca. Per citare una breve casistica, vale il caso

in cui la moglie finga il tradimento con dichiarato scopo di ferire

il marito. La mera apparenza non è meno grave di quella

effettiva, stante la lesione della dignità del coniuge. Un altro

caso classico è quello consistente nell’avere un atteggiamento

in pubblico tale da far pensare al tradimento (effusioni

esplicite in un locale pubblico). Un’ipotesi ricorrente consiste

nella ricerca di relazioni sui siti web di appuntamenti, una simile

condotta compromette la fiducia tra i coniugi. Un caso

recentemente balzato alle cronache è quello del marito che

sullo stato di Facebook si era dichiarato “single” pur essendo

sposato. Il giudice ha addebitato la separazione attribuendo

particolare rilevanza a tale aspetto. Può costituire fonte

di addebito la presenza di messaggi d’amore sul cellulare del

coniuge, quando la violazione dell’obbligo di fedeltà sia stata

causa della crisi coniugale.

Laureata nel 1979 in Giurisprudenza presso l’Università

di Firenze, Alessandra Cirri svolge la professione

di avvocato da trent’anni. È specializzata in diritto

di famiglia e minori, con competenze in diritto civile. Cassazionista

dal 2006.

Studio legale Alessandra Cirri

Via Masaccio, 19 / 50136 Firenze

+ 39 055 0164466

avvalecirri@gmail.com

alessandra.cirri@firenze.pecavvocati.it

SEPARAZIONE

51


Giusi Bartolini

Grandi classici riletti con ironia

La Nascita di...Venere... (ovvero quando ti aspetti di veder

spuntare la Venere ma ti ritrovi davanti un coccodrillo…),

tecnica mista su tela, cm 100x150 Giusi Bartolini © 2021

giusi.bartolini@yahoo.it

Atelier Giusi Bartolini

Giusi Bartolini


A cura di

Manuela Ambrosini

Di-segni

astrologici

Toro

Concreto, premuroso e amante della natura

di Manuela Ambrosini

Amico del Toro tu vieni sulla terra per manifestare le sicurezze

concrete. La tua opera è rivolta a conquistare con

determinazione e costanza un patrimonio certo. Sia esso

il patrimonio biologico, finanziario o socio-culturale, le tue energie

sono concentrate verso una lenta ma continua costruzione ordinata.

Non ha importanza accumulare in modo seriale. Quello che

ti piace è avere un orticello all’interno del quale sentire che c’è casa.

Prevale dentro di te il piacere della bellezza, ma è centrale che

all’interno di questa proprietà, sia essa piccola o grande, tu senta

di essere al sicuro. Nessuno più del Toro (in concorrenza col Cancro)

ama prendersi cura dei suoi cari: cibo, amore, gesti concreti

di presenza e disponibilità ti appartengono. Stare insieme a te è

un piacere per gli occhi, per il gusto e per il cuore. Sei naturalmente

portato a edificare sia nella materia che nello spirito, secondo

le tue aspirazioni individuali. Certamente non tutti i Toro elevano

torri d’avorio, ognuno, secondo la disposizione degli altri pianeti

nella Carta del Cielo o tema natale, rivolge le preferenze verso il

settore che più gli aggrada, in comune c’è il bisogno di realizzare

tangibilmente. Niente chiacchiere inutili con te. Collegato in modo

primordiale alla Madre Terra, sei un rappresentante dell’amore

verso la natura e del benessere che viene dalle erbe, dal buon

cibo, da tutto ciò che è biologico e alimenta la salute. L’ambiente

della fattoria è propizio per te. Il contatto con animali che ami

o pratiche di coltivazione biodinamica, ma anche semplicemente

qualche vaso di piante officinali sul balcone, possono darti molto

nutrimento interiore, sono come meditazioni per te. Può darsi

che tu senta il piacere di conquistare terreni più ampi e che ti sia

dato all’imprenditoria. In questo caso è importante che ti concentri

bene sull’obiettivo, valutando tutti i pro e i contro ogni volta che

agisci: per te dover tornare sui tuoi passi è qualcosa di detestabile.

Meglio aver pensato un po’ di più in fase di progettazione che

sprecare tempo e risorse dopo. In amore hai bisogno di una creatura

che integri dentro di sé bellezza, armonia ed equilibrio. Sentirti

spostare continuamente, dal tuo centro, a causa di esagerazioni

emotive o esplosioni sentimentali di un altro o di un’altra non è

nelle tue corde. Va benissimo il calore del contatto fisico, ma le

smancerie possono essere lasciate fuori dalle relazioni, per quanto

ti riguarda. Per incantarti bisogna saper attendere e fare qualcosa

di speciale che abbia anche un risvolto tangibile. I tuoi regali

preferiti? Vacanze benessere e cene al lume di candela in ristoranti

di classe. Un’opera d’arte, o più, da tenere in casa, per estasiare

lo sguardo e riempirsi di meraviglia è il massimo, conceditela!

Salvatore Sardisco, Toro (2020), linearismo continuo, biro su carta, cm 33x24

www.salvatoresardisco.art / + 39 335.5394664

Donatella Nannipieri, Paesaggio all’alba (2007), ceramica raku, cm 48x70

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Via del Battistero 54 - 55100 Lucca

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Astrologa, professional counselor, facilitatrice in costellazioni

familiari, è fondatrice del metodo di crescita personale Oasi di

Luce e insegnante di Hatha Yoga. Vive e lavora a Monsummano

Terme, effettua incontri individuali di lettura del tema natale astrologico

e di counseling ed è insegnante del corso online di astrologia

umanistica Eroi di Luce.

+ 39 3493328159

www.solisjoy.com

manuela.ambrosini@gmail.com

Solisjoy

Manuela coccole per l’anima

TORO

53


Storia delle

Religioni

A cura di

Stefano Marucci

Quanto l’arte incontra la fede

di Stefano Marucci

Con questo numero de La Toscana Nuova inizia la collaborazione

con la pittrice Maria Lorena Pinzauti Zalaffi,

autrice di vari dipinti che raccontano o si rifanno a temi

religiosi mettendone in risalto aspetti che possono sfuggire

ad una lettura non attenta. Il quadro di cui ci occupiamo in

questo primo articolo s’intitola Il canto del gallo (Giov. 18: 15-

18, 25-27) e si riferisce al celebre episodio del Vangelo in cui

dopo che Gesù venne catturato e condotto al sinedrio, molta

gente accorse stupita per sapere cosa fosse successo nel

buio della notte. Tra questa folla si erano mescolati anche i

Maria Lorena Pinzauti Zalaffi, Il canto del gallo

discepoli di Cristo, addolorati e sconvolti ma soprattutto timorosi

di essere riconosciuti e arrestati con il Maestro. Pietro,

come loro, temeva la cattura: aveva già risposto per ben

due volte di non essere assolutamente uno dei discepoli. Poi,

infastidito dall’insistenza di una donna che lo indicava come

uno di loro, ripeté per la terza volta di non conoscere Gesù. La

donna continuò dicendo: «Non sei anche tu uno dei discepoli

di quest’uomo?». Pietro, per quanto amasse Gesù, non ebbe

il coraggio di ammettere che era un suo discepolo perché

voleva scampare il pericolo. In quell’istante “un gallo cantò”

e fece ricordare a Pietro quello che

Gesù gli aveva detto prima di essere

catturato: «Darai la tua vita per

me? In verità, in verità io ti dico: non

canterà il gallo prima che tu non

m’abbia rinnegato tre volte». Questo

è quanto il quadro rappresenta,

un tema che attraverso l’arte raggiunge

il cuore delle persone. Maria

Lorena Pinzauti Zalaffi spiega come

il soggetto sia stato da lei prima interiorizzato

e poi trasposto in pittura

con grande coinvolgimento: «Con

questo quadro ho voluto rappresentare

un importante e noto episodio

del Vangelo e siccome non è stato

facile, è utile che io spieghi alcune

cose. La folla raffigurata è eterogenea

in quanto immagine dell’umanità

che in ogni tempo ha sentito

l’esigenza di cercare il Signore. Pietro,

l’apostolo per antonomasia, deve

scegliere tra rimanere coerente

e seguire il Signore oppure preferire

l’utile personale e salvarsi la

vita. Una condizione nella quale

anche noi quotidianamente ci troviamo,

perennemente combattuti,

come siamo, tra opposte possibilità.

Il quadro è volutamente poco

luminoso per richiamare l’oscurità

della notte in cui Gesù fu tradito;

l’unico bagliore nella scena sta a significare

che il Signore stesso, con

la sua resurrezione, riporta la luce

nel mondo. Le persone intorno simboleggiano

l’umanità che, attonita,

aspetta qualcosa di grande, mentre

il gallo, con la sua voce, è un avvertimento

di quanto predetto da Gesù

a Pietro».

54

L’ARTE INCONTRA LA FEDE


Artista del

mese

Lorenzo Senzi

Dalla natura al simbolo nella bellezza

antica del Casentino

di Jacopo Chiostri

Lorenzo Senzi è anzitutto un figlio della terra dove è nato,

dove vive e lavora e dove fin da giovanissimo si è dedicato

alla pittura; questa terra è il Casentino, una regione

di straordinaria bellezza mantenutasi incorrotta (nei limiti imposti

dalla modernità) che è il soggetto sempre presente nelle sue

opere. Il Casentino di Senzi è quello dei paesaggi spesso malinconici

e nostalgici, della storia della sua gente, ma è anche, e

soprattutto, quello della spiritualità che si avverte accompagnare

ogni singola pennellata. Nato a Bibbiena, dottore tributarista

e consulente del lavoro di professione, si è accostato alla pittura

fin dai tempi delle elementari; decisivi per la sua formazione e

per incoraggiarlo in questa vocazione sono stati all’epoca i consigli

del maestro della scuola elementare e pittore Gesualdo Baldini,

e successivamente, al tempo della scuola media, quelli del

professor Enzo Catapano, anche lui pittore e casentinese di adozione.

La dimestichezza con i colori e col dipingere l’ha poi avuta

a portata di mano con i fratelli e i nipoti di sua madre, artigiani

decoratori di mestiere e discendenti per parentela di quell’eccellente

macchiaiolo che fu Lorenzo Gelati. Pittore espressionista,

misurato sebbene a tratti dirompente nel rappresentare l’armonia

delle cose della natura, Senzi utilizza una colorazione sobria,

per cui, all’atto di usare colori più decisi, si creano degli interessanti

contrasti, che in genere sono motivati da richiami simbolici

che vanno evidenziati nel racconto. I suoi soggetti sono i sentieri,

con una predilezione per quelli poco battuti, gli scorci studiati

per la loro unicità prospettica, e non mancano, e non potrebbe

essere diversamente, i riferimenti a quei due “monumenti” di religiosità

e di vita spirituale simboli del Casentino che sono il monastero

di Camaldoli e il santuario francescano La Verna. Senzi

dipinge talvolta en plein air, altre volte, invece, elaborando immagini

fissate su fotografie o semplicemente nella memoria; il linguaggio

è d’immediata comprensione, gli elementi, ciascuno al

suo posto, compongono un racconto moderno nella sintassi e

Il crepuscolo, acrilico e pastelli su tela, cm 70x80

arcaico nell’ispirazione. La natura, definita quanto basta, appare

frastagliata, nervosa, ed è questo a trasmettere un senso di vitalità;

è una natura viva, che non accetta un ruolo di comparsa, ma

si fa protagonista, più altera che rasserenante. Dicevamo delle

simbologie presenti in molte delle opere; ne citiamo due in particolare:

I segreti della foresta e Il crepuscolo. Nella prima si vede

una figura di donna che si fa albero per poi riprendere le sue fattezze

di persona: una rappresentazione del ciclo della vita con il

ruolo della donna generatrice. L’altra, eseguita con acrilico e pastello,

mostra due figure di schiena, un adulto e un bambino, che

si avviano sul sentiero: rappresenta il passaggio delle consegne

tra generazioni, tra nonno e nipote. L’uomo ha una valigia in mano

ed è lì che conserva i ricordi e le esperienze che ora affiderà al

ragazzo; sullo sfondo compare l’abitato di Bibbiena. Il dipinto è

stato utilizzato per la copertina dell’autobiografia del fratello del

pittore. Altra opera di struggente significato è Un arrivederci, un

addio, nella quale si fondono la figura di un migrante e di un anziano

sulla soglia finale della sua esistenza, entrambi sul punto

di abbandonare il paese, quello che appare sullo sfondo. Lorenzo

Senzi vanta un lungo curriculum di mostre, esposizioni e premi di

pittura e tanti riconoscimenti da parte del pubblico e della critica.

info@studiosenzilorenzo.it

Immergersi nel verde e nella pace del parco, acrilico su tela, cm 70x80

Il monte sacro della Verna, olio su tela, cm 60x80

LORENZO SENZI

55


Dentro ed oltre il visibile

Preludio, olio su tela, cm 100x80

Stefania, olio su tela, cm 150x90

Vertigini, olio su tela, cm 80x100

www.gualtierorisito.it


A cura di

Giuseppe Fricelli

Concerto in

salotto

Cinico Angelini

La musica “americaneggiante” di un celebre direttore d’orchestra

di Giuseppe Fricelli

Conobbi il maestro Cinico Angelini negli anni Sessanta.

Nel 1964 interromperà la sua attività artistica.

Ero a Torino con mio padre. Trovammo Angelini in

un ristorante in cui eravamo andati per mangiare ma soprattutto

per ripararsi da un terribile temporale. Il maestro era

lì da solo. Mio padre lo riconobbe e gli si avvicinò per com-

plimentarsi della prestigiosa attività concertistica. Cinico

Angelini si era diplomato in violino al Conservatorio di musica

di Torino ed aveva poi intrapreso una trionfale carriera

come direttore d’orchestra. La musica che eseguiva era

“americaneggiante”: melodie eleganti e dolci. Il maestro

cercava, attraverso le note di vari compositori, pagine capaci

di dare calore, piacere

e benessere al

cuore. Famosa la sigla

di apertura delle

sue trasmissioni radiofoniche

e televisive

dal titolo “C’è una

chiesetta…”.

Casa della cornice

www.casadellacornice.com

Angelini (il quinto da destra) con la sua orchestra e i cantanti Achille Togliani, Carla Boni e Gino Latilla negli studi di Radio Rai (1955)

L'orchestra Angelini al Festival di Sanremo nel 1960

Cinico Angelini

Nato nel 1948, Giuseppe Fricelli si è formato al Conservatorio “Luigi Cherubini” di Firenze diplomandosi

in Pianoforte con il massimo dei voti. Ha tenuto 2000 concerti come solista e

camerista in Italia, Europa, Giappone, Australia, Africa e Medio Oriente. Ha composto musiche

di scena per varie commedie e recital di prosa.È stato docente di pianoforte per 44 anni presso

i conservatori di Bolzano, Verona, Bologna e Firenze.

CINICO ANGELINI

57


Salute e

società

Dal vaiolo al

Coronavirus

Due sfide della scienza nel

segno della vaccinazione

di Doretta Boretti

Tra traguardi inaspettati e dubbi conclamati,

tra statistiche pubblicate e

incertezze conseguite, in questo anno

di pandemia da Covid-19, gli esperti si contendono

la leadership, le case farmaceutiche

la produzione, corrono soldi a non finire e la

vita di molti, a volte, sembra sospesa nell’attesa

di un vaccino che scarseggia ad arrivare

o in certi casi arriva troppo tardi. Inoltre, tante

polemiche nascono, altre si acquietano, mentre

la nascita dei nuovi vaccini da un lato ci

dovrebbe rinnovare il ricordo lontano del coraggio

che hanno avuto i primi impavidi ricercatori

e dall’altro ci dovrebbe fare apprezzare

di più i grandi passi fatti dalla scienza, soprattutto

negli ultimi anni, proprio nel campo della

ricerca sui nuovi vaccini. Era il 1753 quando a

Parigi morivano di vaiolo circa 20.000 persone;

a Napoli, nel 1768, ne morivano 60.000, e

nello stesso anno l’Inghilterra

ne contava 40.000.

Si sostiene che nel corso

del XVIII secolo, in Europa,

morissero ogni anno

400.000 persone, di cui il

20/40% adulti e il 60/80%

bambini. Il vaiolo non si

fermava con niente, la

gente continuava ad ammalarsi

gravemente e i

più morivano. Nel 1796,

il medico inglese Eduard

Jenner osservò che alcuni

suoi pazienti, contadini

da lui curati, venivano

contagiati dal vaiolo bovino

e, superata la malattia,

non si ammalavano della

variante umana, di gran

lunga più grave di quella

animale. Allora cosa fece?

Prelevò, da una pustola

di una sua paziente

contagiata da una mucca

La vaccinazione antivaiolo negli anni Cinquanta

Edward Jenner, il medico inglese padre della vaccinazione (opera di James Northcote)

58

DAL VAIOLO AL CORONAVIRUS


infetta, del materiale e lo iniettò nel braccio di un bambino

di otto anni. Mossa molto azzardata o addirittura folle, verrebbe

da pensare. Ma, dopo alcuni mesi, mossa ancora più

folle, al ragazzo guarito fu inoculato del pus di vaiolo umano.

Però, come aveva previsto il dottor Jenner, il virus iniettato

non produsse nel ragazzo la malattia di vaiolo umano,

quella mortale. Tre anni dopo, era il 1799, Luigi Sacco, primario

dell’ospedale Maggiore di Milano (a lui è dedicato l’omonimo

ospedale di Milano che oggi ha un bacino di utenza

di 345.000 persone), osò ancora di più, vaccinando se stesso

e cinque bambini con il pus raccolto da due vacche infette.

Dopo un po’ di tempo iniettò a se stesso e ai bambini il

vaiolo umano e nessuno di loro si ammalò della forma grave,

quella a contagio diretto da uomo a uomo. Vaccinò più

di 130.000 persone e, in breve tempo, i vaccinati nel Regno

d’Italia furono circa 1 milione e mezzo. A unità d’Italia raggiunta,

si pensò a rendere obbligatoria la vaccinazione, e

nel 1888 la vaccinazione contro il vaiolo divenne obbligatoria

per i nuovi nati in tutto il Regno d’Italia. Dopo duecento

anni dalla prima vaccinazione del professor Sacco, correva

l’anno 1979 quando l’OMS decretò l’eradicazione del vaiolo

su tutta la terra. In questi giorni quello che si chiedono

maggiormente le persone è quanta sicurezza ci sia nei nuovi

vaccini contro il Coronavirus. Al pensiero di quanta strada

sia stata fatta, soprattutto in questi ultimi anni, non secoli,

nell’ambito della ricerca scientifica, c’è veramente da affermare

che per rispetto di noi stessi, delle persone che amiamo

e dei milioni di creature che hanno perso la vita prima

dell’arrivo di questi vaccini, abbiamo il dovere di vaccinarci

senza se e senza ma.

DAL VAIOLO AL CORONAVIRUS

59


Mirella Biondi

• Volti senza tempo


mirellabiondi38@gmail.com


Artista del

mese

Mario Aniello

Le intuizioni visive di un pittore naturalista

di Federico Napoli

Mario Aniello, da molti anni realtà artistica dell’area

fiorentina, è un pittore che viene da vicino

(Prato), ma affonda le sue radici lontano (è nato

in un piccolo centro del casertano). Questa duplice matrice

si assomma nella realizzazione dei suoi quadri, sempre

precisi, ordinati, frutto di un’attenta riflessione, come

se lui stesso si fosse riservato il compito di essere un osservatore

esterno del mondo circostante. Le sue opere

più indietro nel tempo rivelano una spazialità più scarna a

vantaggio di un’attenzione maggiormente concentrata sul

soggetto pittorico; successivamente, lo spazio si è aperto

prospetticamente, ma la sensibilità dell’autore nel cogliere

i particolari di quanto ritratto è rimasta, così ha avuto

la possibilità di farsi interprete a volte di una pittura

prioritariamente fatta di forme e cromia, talaltra di frequentare

un’attenta composizione sintetizzata. Ecco le

due anime di Aniello, espresse ora da nature morte precise

nella descrizione, sorrette da un avvertibile gusto per

la corposità dei frutti o dei fiori ritratti; ora da una ritrattistica

dove non vale tanto la rassomiglianza (che è da immaginare

ci sia) quanto dall’articolazione del corpo nello

spazio attorno; ora, infine, da paesaggi scanditi con piani

successivi, suggestivamente degradanti verso un lontano

orizzonte. Conoscitore della materia trattata e dell’uso

della tecnica, Aniello

padroneggia la prospettiva

negli ampi panorami

come nei limitari di boschi

montani, sempre fedele

al soggetto ritratto,

ma capace di carpirne

l’atmosfera, colta direttamente

grazie alla sua

sensibilità personale, assecondata

dal gioco delle

luci e delle ombre. Talvolta

è un piccolo bozzetto,

talaltra un’ariosa visione

aperta verso il degradare

di colli successivi; ancora,

può essere un fiore,

un frutto, oppure la figura

stessa, il paesaggio o un

cielo nuvoloso: tutto provoca

in lui sensazioni che

riesce a trasformare in

pacate intuizioni visive,

con un’adesione convinta

alla realtà circostante.

In altre composizioni,

questo moto di affetto

che si estrinseca nella

scelta dei soggetti, porta

Aniello a ritrarre un agglomerato

di paese: case

fra loro accostate come a

sorreggersi o a integrarsi

fra sé, arroccate sul fianco

di un monte. Qui, nella

forma e nella composizione,

l’autore più che in

62

MARIO ANIELLO


altri casi arriva a una sorta di sintesi, aggiungendo

quanto è espressione del proprio carattere:

le case hanno tutte le finestre chiuse,

ma non danno la sensazione di trovarci di

fronte ad un luogo abbandonato, perché ogni

abitazione è precisamente delineata e ben tenuta,

però introduce come un senso di rispetto

per le altrui individualità. Nell’accostare le

case fra loro si avverte il senso della comunità,

così diventano loro le protagoniste al

posto della figura umana, che esse stesse difendono

al proprio interno. In tali composizioni,

la linea dell’orizzonte è abolita in modo da

focalizzare l’attenzione solo sulle unità abitative,

nuclei di affetti, focolari familiari. È questo

il senso geloso e positivo della comunità,

favorito forse dalla nascita del pittore in un

piccolo centro e non intaccato dalla grande

industriosa città nella quale vive da tanti anni:

stare insieme nel rispetto altrui. Dunque,

accanto a una pittura che suscita un senso

di misurato piacere, Mario Aniello offre anche

una personale chiave di lettura della vita.

Mario Aniello

+ 39 334 1833358

MARIO ANIELLO

63


Mauro Mari Maris

La forza “selvaggia” del colore

www.mauromaris.it

mauromaris@yahoo.it

+ 39 320 1750001


Artista del

mese

Rita Brucalassi

Un colloquio discreto ed

equilibrato con il visibile

di Jacopo Chiostri

C’è, nella pittura di Rita Brucalassi, un colloquio, discreto

ed equilibrato, ma non per questo meno evidente,

tra una dimensione astratta del sentire e la sua trasposizione

in immagini – figure, paesaggi, nature morte – che la

decodificano e la rendono visibile. In questo senso potremmo

azzardare che l’artista maremmana realizza un’ardita sintesi

tra la dimensione musicale tipica dell’arte kandiskiana – non

per nulla pittore da lei particolarmente amato – e i “dogmi”

elaborati da Paul Klee: che la realizzazione si traduca in immagini

lontane visivamente anni luce dai due è, se ci pensiamo

un attimo, definitivamente irrilevante. Nata a Castelnuovo

di Val di Cecina e ora residente a Follonica, si può considerare

una pittrice di lungo corso: leggendo le sue note, infatti,

è segnata una data precisa, il 1974, come inizio della sua

vita artistica, ma la passione per la pittura è stata sua compagna

fin all’infanzia, e la Brucalassi ricorda, non a caso, la

gioia per il primo cavalletto ricevuto in regalo all’età di dieci

anni assieme a delle tavolette. All’epoca, racconta, il suo passatempo

preferito era osservare e disegnare, e con dei gessetti,

prima del prezioso dono, la giovane pittrice disegnava

sulle pietre lisce delle viuzze del paese natale. Poi, si sa, la vita

pone e dispone e, lavorativamente parlando, la Brucalassi

ha conseguito il diploma di Ragioneria, e quella è stata la

sua occupazione fin dall’età di diciannove anni. La sua è pittura

solida, si capisce che è assolutamente padrona del mezzo,

ma la sua presenza è contenuta, non si deve avvertire, ed è

questo a far sì che i dipinti appaiano così naturali e senza inciampi,

ottici o sintattici. È pittura matura e sapiente che usa i

presupposti canonici per

quello che devono essere:

un tramite. Ma è anche

pittura che niente

lascia al caso – si guardi

lo sfondo azzurrognolo

dell’opera Estate in

Maremma, e chi ha qualche

volta visto la pittura

rinascimentale non avrà

difficoltà a capire a cosa

ci riferiamo –, che diventa,

a volte, simbolica

(L’attesa e la paura e La

metamorfosi), finanche

garbatamente sensuale

(La gabbia). Il segno

è autorevole, spigliato

ma contenuto, com’è

La metamorfosi, olio su tela, cm 80x80

La trappola (spiaggia del Parco della Maremma), olio su tela, cm 110x60

contenuta tutta la produzione, indipendentemente dal soggetto,

e l’impressione è sempre quella di un attimo cristallizzato,

insomma di un racconto che lascia l’osservatore con la

domanda, che non avrà risposta ed è affidata volontariamente

al suo sentire, su cosa accadrà successivamente. L’artista

ha partecipato a rassegne e tenuto personali in Italia e all’estero

conseguendo premi e riconoscimenti. Ha opere presenti

in collezioni private e pubbliche; nel 1997, con altri pittori

della sua città, ha costituito l’associazione artistica Golfo del

Sole. Lunghissimo l’elenco delle gallerie, delle fiere e dei luoghi

pubblici e privati dove ha esposto, da Firenze a Udine, da

Agrigento a Porto Cervo, Milano, Reggio Emilia, Padova, Tivoli,

Noale, nella sua Follonica, a Massa Marittima, Tirrenia, Pisa,

Pescille, Volterra, poi il Premio Fiorino d’oro alle Giubbe Rosse,

alla galleria vaticana La Pigna a Roma, a Saint Etienne e

all’Ojay Art Center in California. I suoi progetti prossimi sono

presto detti: «Amo la pittura contemporanea – dichiara –, non

mi sento artisticamente in pace e mi auguro di aver tempo per

dare forma a nuove idee e sperimentazioni».

Via Bicocchin 1, 58022 – Follonica (GR)

+ 39 056654554

+ 39 3331612980

Rita Brucalassi

Incontri con l’Arte – Rita Brucalassi

L'attesa e la paura, olio su tela, cm 40x50

RITA BRUCALASSI

65


Percorsi trekking

in Toscana

A cura di

Julia Ciardi

Vellano

Alla scoperta di un antico borgo nel cuore della Svizzera Pesciatina

Testo e foto di Julia Ciardi

Cari lettori, scaldate gambe,

mani e cuore per un’intensa

giornata da trascorrere nel capoluogo

della Valleriana. Questa volta,

però, non si tratta di un percorso

di trekking, ma della visita ad una località

che merita di essere conosciuta

per le sue bellezze naturalistiche.

Stiamo parlando del borgo di Vellano,

in provincia di Pistoia, raggiungibile

prendendo le uscite autostradali di

Montecatini Terme o Chiesina Uzzanese

e andando poi verso Pescia, lungo

la via della carta. Si tratta di una

zona densa di storia, tradizione e arte

amorevolmente salvaguardata dai residenti

per mantenere salde le radici

e la memoria di questo posto. Vellano

è una delle cosiddette “Dieci Castella”

della Svizzera Pesciatina; fino

agli anni Settanta è stata capoluogo

di queste città di pietra che, sebbene

diverse l’una dall’altra, raccontano

storie accomunate dalla fatica e dal

sudore degli abitanti impegnati in duri lavori. Questo paesino,

che si erge a 600 metri sul livello del mare, risale all’età

romanica come si può notare dalla pieve dei Santi Martino

e Sisto e dalla chiesa di San Michele, entrambe visitabili. Il

suo nome deriva da Corylus avellana, cioè il nome scientifico

degli alberi di nocciolo che si vedono anche nello stemma

della città e dei cui frutti gli abitanti si nutrivano per

sostenersi dai turni massacranti del mestiere di cavatore.

Oggi giorno ne sono rimasti pochi esemplari di questa specie

di alberi, per questo l’economia locale si è concentrata

maggiormente sul commercio della pietra serena. Questa

Uno scorcio di Vellano con le caratteristiche facciate in pietra serena

zona è stata soprannominata “Svizzera” da uno storico di

Ginevra che nel Settecento, soggiornando in questi luoghi

durante la sagra del fagiolo di Sorana, si accorse che il paesaggio

e i piccoli villaggi gli ricordavano il suo paese. Gli

abitanti del luogo però storcono il naso quando viene usato

l’aggettivo “svizzere” per definire le loro montagne. A puntualizzare

questo aspetto è Publio, proprietario del Museo

etnografico “La miniera di Publio”, da lui interamente allestito

raccogliendo in giro per il mondo strumenti e utensili

usati da minatori e cavatori in ogni epoca, dalla preistoria

ai tempi moderni. Vi si trovano, inoltre, una vasta collezione

di minerali e cristalli ed una biblioteca di

scienze naturali con circa 4000 volumi liberamente

consultabili. Il museo è aperto gratuitamente

alle visite e Publio fa da guida ai

suoi ospiti illustrando la collezione e raccontando

la storia del suo paese, patria di scalpellini,

e di suo padre, Lino Biagini, uno dei

tanti abili maestri che in questi luoghi scavavano

nelle cave per estrarre blocchi di pietra

serena che venivano poi sbozzati e modellati

in loco e quindi destinati all’edilizia. In

quest’area si contavano oltre sessanta cave,

i lavori venivano svolti per la maggior parte

d’estate, coinvolgendo anche donne e bambini

che apprendevano questo mestiere dai

66

VELLANO


cavatori esperti. Durante l’inverno, caratterizzato da freddo

rigido e consistenti nevicate, gli abitanti si cimentavano

in altri mestieri per sopravvivere: c’era chi faceva il calzolaio,

chi il contadino, chi il pastore o il corbellaio (l’arte di intrecciare

le ceste). Ad oggi, in tutta la provincia di Pistoia,

rimane ancora attiva la Cava Nardini, l’ultima cava di pietra

serena che si trova proprio ad un paio di tornanti dopo Vellano;

l’ingresso è contrassegnato da due lastre di pietra serena

scolpite in bassorilievo e dipinte. Il proprietario Marco

Nardini, che ha appreso l’arte di lavorare la pietra dal padre

Germano, è l’ultimo rappresentante delle generazioni

di scalpellini vissuti su queste montagne. È lui a guidarci

in un’affascinante visita alla cava offrendoci spiegazioni

sulle caratteristiche di questa pietra. Resistente e poco

friabile, ha delle gradazioni variegate di grigio e una grana

compatta che la rende più resistente rispetto a quella di

Firenzuola. Il percorso di visita prevede anche la possibilità

di toccare la pietra e, per chi lo desidera, di partecipare

ad un workshop di scultura con materiali e attrezzature

reperibili in loco. Sempre all'interno della cava si possono

apprezzare le sculture eseguite da alcuni artisti in occasione

di Pistoia – Capitale della Cultura (2017) e quelle del

simposio internazionale che ogni anno, tra fine luglio e inizi

agosto, richiama in questa località scultori da ogni parte

del mondo. Vellano, quindi, merita di essere conosciuta

non solo per la tradizionale Sagra delle frugiate (le castagne

carpinesi) che ogni anno si tiene solitamente nel mese

di ottobre. Durante il weekend, questo piccolo borgo si

anima e le persone del luogo sono sempre pronte ad accogliere

e a condividere le loro tradizioni e memorie con chi

si reca in visita.

Per informazioni su percorsi di trekking in Toscana:

ciardijulia@gmail.com

@dearmoon.ju

Alcuni pezzi della collezione del Museo etnografico “La miniera di Publio”

Un bassorilievo con i simboli di Vellano

VELLANO

67


Marco Da Campo

Sinfonia di paesaggi

marcodacampo@gmail.com

+ 39 348 2831584


A cura di

Michele Taccetti

Eccellenze toscane

in Cina

Temporary Export Manager

Una professionalità strategica per la ripartenza post Covid

di Michele Taccetti

C’è una grande opportunità per le imprese che guardano

all’internazionalizzazione e sono alla ricerca di

nuovi mercati ed è quella rappresentata dagli strumenti

messi a disposizione dalla finanza agevolata. Fra questi,

quelli più importanti sono legati alla Legge 394/81 che da

quarant’anni supporta le imprese italiane soprattutto nell’approccio

ai mercati extraeuropei. Per molti anni il fondo rotatorio

è stato gestito dal Mediocredito Centrale ma da più di

vent’anni i fondi sono gestiti da Sace Simest, società che fa

capo a Cassa Depositi e Prestiti e che da tempo supporta le

imprese italiane per attività all’estero. In passato questo tipo

di finanziamento era utilizzato esclusivamente da grandi

imprese e legato solo a importanti progetti verso l’estero,

ma da qualche anno sono nati nuovi strumenti accessibili

anche per le piccole e medie imprese che possono affrontare

i mercati esteri, soprattutto quelli emergenti, notoriamente

più difficili e lontani. La prerogativa di questi strumenti di

finanza agevolata legati alla Legge 394/81 è che il finanziamento

erogato all’azienda copre al 100% le spese preventivate:

il 50% viene concesso a fondo perduto e per il restante

50% viene applicato un tasso agevolato (che ad oggi si aggi-

ra intorno allo 0,50%). I tempi di rimborso

variano (da 4 a 6 anni) a seconda del

tipo di servizio richiesto (nei primi due

anni si rimborsano solo gli interessi). Sono

quindi grandissime le opportunità che

questo supporto finanziario offre, soprattutto

in questo momento storico in cui è

necessario programmare bene la ripartenza

post Covid che dovrà, più di prima,

basarsi su una attenta scelta dei mercati

strategici, delle risorse umane qualificate

e delle coperture finanziarie adeguate.

Le attività finanziate in forma agevolata

ed a fondo perduto che fanno riferimento

alla Legge 394 sono sostanzialmente

sette: la patrimonializzazione, la partecipazione

a fiere e missioni all’estero,

l’inserimento nei mercati esteri, l’e-commerce,

gli studi di fattibilità, i programmi

di assistenza tecnica e il Temporary

Export Manager (TEM). Quest’ultima mi-

sura, in particolare, risulta molto interessante vista l’importanza

che negli ultimi anni sta assumendo l’omonima figura

professionale, esperta di mercati difficili, lontani, emergenti

per i quali serve una conoscenza profonda della cultura e

delle dinamiche burocratiche e commerciali del relativo mercato,

prima ancora di una conoscenza specifica e tecnica

del prodotto o del servizio da vendere. I TEM permettono alle

aziende di essere guidate da alte professionalità che, pur

affiancando e formando il personale interno, non hanno la

necessità di essere assunti. Se a questo beneficio si aggiunge

che l’investimento può essere finanziato in parte a fondo

perduto ed in parte a tasso agevolato, si evince che i TEM

non possono che rappresentare una delle formule per la futura

ripresa economica. Dai primi di giugno sarà nuovamente

disponibile la copertura finanziaria a sostegno della Legge

394/81 per la finanza agevolata ed a fondo perduto, ma è

facile prevedere che, vista la situazione economica globale,

questi fondi possano esaurirsi nel giro di poche settimane:

le aziende interessate possono quindi iniziare a contattare i

TEM accreditati, fra cui china2000@china2000.it (accreditamento

Sace Simest).

Amministratore unico di China 2000 SRL e consulente per il

Ministero dello Sviluppo Economico, esperto di scambi economici

Italia-Cina, svolge attività di formazione in materia di

marketing ed internazionalizzazione.

michele.taccetti@china2000.it

China 2000 srl

@Michele Taccetti

taccetti_dr_michele

Michele Taccetti

TEMPORARY EXPORT MANAGER

69


I LAVORI DEL CELEBRE ARTISTA CINESE ( VINCITORE DEL PREMIO FIORINO D'ORO 2017),

RICHIESTE IN ASTA DOPO GRANDE SUCESSO PRESSO IL PUBBLICO DELLA MOSTRA

DOPO RICHIESTE IL GRANDE IN ASTA SUCCESSO DOPO GRANDE DI PUBBLICO SUCESSO NELLA PRESSO MOSTRA IL PUBBLICO VIRTUALE DELLA MOSTRA ARTIDOTUM

VIRTUALE.

3D, LE OPERE DEL CELEBRE ARTISTA CINESE HE SI’EN PROTAGONISTE DELLA

Hanno riscosso il il grande interesse tra PROSSIMA i visitatori della ASTA mostra virtuale DI WONDIKE

ARTIDOTUM 3D i lavori dell'artista ,

professore e rettore dell'Università di Chengdu, He Si'en (vincitore di Premio Fiorino d'Oro 20179.

Le Hanno sue riscosso litografie grande digitali interesse “Stone tra landscapes”stampate i visitatori della mostra su carta virtuale di riso Artidotum e seta, si 3D sono i lavori distinte dell’artista per la He elegante Si’en, profes-

rappresentazione sore e rettore dell’Università minimalista di di Chengdu scorci dedicati e vincitore ai particolari del Premio pittoreschi Fiorino d’oro del nel mondo 2017. Le che sue ci circonda. litografie digitali, intitolate

Sorprendenti Stone landscapes sono e le stampate sue composizioni su carta di che riso rivelano e seta, la si bellezza sono distinte che possiamo per l’elegante trovare rappresentazione in ogni impensabile di scorci angolo e parti-

nascosto colari pittoreschi della natura. del mondo Altri interessanti che ci circonda. lavori Sorprendenti del maestro le He sue Si'en,, composizioni illustrano che invece rivelano le problematiche

la bellezza nascosta negli

dell'ambiente angoli più impensabili sempre più della invaso natura. dal Altri massiccio interessanti uso della lavori plastica riguardano dove i le problemi città sono dell’ambiente affollate a sempre causa della più invaso crescita dal

demografica massiccio uso fuori della controllo. plastica dovuto a città affollate e crescita demografica fuori controllo. Alcune delle opere in mostra

Alcune saranno opere prossimamente presentate in esposte mostra anche saranno sulla in piattaforma breve esposte di beni sulla di piattaforma lusso Wondike beni e battute di lusso ad un’asta WONDIKE di arte e contem-

messi

all'asta poranea. di L’esposizione arte contemporanea. proseguirà La in mostra forma proseguirà virtuale finché forma la situazione virtuale sanitaria finchè la non situazione normalizzerà, sanitaria per non poi si tenersi in

normalizzerà presenza con per una poi mostra prendere / meeting forma internazionale reale con una in mostra una prestigiosa / meeting location internazionale di Roma.

d'arte presso una prestigiosa

loccation di Roma., che sarà comunicata al momento.

Le Le litografie “Stone Landscapes” landscapes di dell’artista He Si'en che He sono Si’en state scelte per la prossima asta asta di WONDIKE di Wondike

Le opere di He Si'en esposte presso mostra ARTIDOTUM 3D

Le opere dell’artista cinese nella mostra virtuale Artidotum 3D


A cura di

Franco Tozzi

Toscana

a tavola

Coniglio

Amico dell’uomo e… della cucina

di Franco Tozzi

Il coniglio, prolifico animale da cortile, sta sempre di più diventando

anche da noi un animale da compagnia, dimenticandosi

di quante virtù salutari sia portatore e di quanto sia

gustosa la sua carne. Il nome deriva dal latino ed è dato dal fatto

di scavare cunicoli (cuniculus). Originario dell’Africa settentrionale,

arrivò in Spagna e, al tempo di Augusto, intervenne l’esercito

romano per farne strage e salvare le coltivazioni. Curioso

il metodo di caccia medioevale: venivano messe le reti davanti

alle tane e venivano introdotti i furetti (con la museruola perché

sono ghiotti della carne di coniglio) che costringevano i conigli a

scappare e a finire nelle reti. La cucina italiana tradizionale non

ha molte ricette rispetto invece alla cucina

francese e soprattutto inglese, assai

ricca. Negli antichi ricettari viene consigliato

di farlo lesso in modo da ottenere

un delicato ma gustoso brodo e di insaporire

la carne con salse e spezie o mostarde.

Col termine “coniglio” si indicano

tante specie di animali destinate all’allevamento

(per pelliccia o per alimentazione

umana); il coniglio europeo presenta

tre varietà: nano, medio e gigante. Per

l’uomo, il coniglio è una fonte di carne bianca e magra, e quindi

adatta alla maggior parte delle esigenze nutrizionali. Purtroppo

dobbiamo rilevare che il coniglio è spesso oggetto di allevamenti

intensivi e viene sottoposto a sovralimentazione con l’aggiunta

di antibiotici. Per questo motivo è più opportuno scegliere

carne di coniglio da allevamento tradizionale o, meglio ancora,

carne ottenuta mediante il rispetto del disciplinare biologico. La

carne di coniglio è da molti considerata (come quella di vitello o

di trota) un alimento ipoallergenico, ecco perché le sue proteine

non sono quasi mai causa di allergie ed è assai spesso utilizzata

come base per gli omogeneizzati.

Accademia del Coccio

Lungarno Buozzi, 53

Ponte a Signa

50055 Lastra a Signa (FI)

+ 39 334 380 22 29

www.accademiadelcoccio.it

info@accademiadelcoccio.it

La ricetta: coniglio alla Vernaccia

Ingredienti per 4 persone:

Giovanni Stradano, Paesaggio con caccia al coniglio, acquaforte

- un coniglio di circa 1,300 kg.

- due rametti di ramerino

- tre o quattro foglie di alloro

- un pizzico di bacche di ginepro

- 350 gr. di pomodori freschi

- un bicchiere di vernaccia

- olio q.b.

- ½ chilo di patate

- sale e pepe q.b.

Lavate il ramerino, l’alloro e metteteli in un tegame con

l’olio; quando l’olio comincia a fumare, aggiungete i pezzi

di coniglio e fateli rosolare bene da tutte le parti, salate

e pepate. Aggiungete la vernaccia (lentamente per non

far perdere il calore) e le bacche di ginepro, fate ritirare

il sugo. Coprite e fate cuocere a fuoco lento per almeno

15 minuti (nella vecchia ricetta è indicato il tempo di “10

Ave Maria”). Intanto lavate, sbucciate le patate e tagliatele

a tocchetti; alla fine delle “Ave Maria”, unitele al coniglio

e, sempre a fuoco lento, fate cuocere per almeno un’altra

mezz’ora, aggiungendo, se serve, qualche cucchiaio di

acqua calda; assaggiate e, se necessario, aggiungete un

pizzico di sale, poi spegnete, lasciate raffreddare e servite

appena tiepido.

CONIGLIO

71



A cura di

Lucia Petraroli

Il super tifoso

Viola

Paolo Beldì

La Fiorentina vista con gli occhi di un celebre regista

della televisione italiana

di Lucia Petraroli

Come giudica questa Fiorentina?

All’inizio dell’anno siamo partiti

con la speranza di raggiungere i primi

posti in classifica, oggi invece lottiamo

per la salvezza. Una stagione amara.

Come giudica l’operato di Commisso?

Ho accolto molto bene l’entusiasmo

di Commisso, spero che non vada

mano a mano scemando. Sta avendo

delusioni sia con la squadra che con

le infrastrutture. E questo può portarlo

a stancarsi.

Commisso è chiamato a fare delle

scelte importanti per la nuova stagione

con la panchina e il direttore sportivo

nel mirino, cosa si aspetta?

Mi aspetto innanzitutto di arrivare alla

salvezza, poi il resto verrà. Sicuramente

dovremo migliorare su tante questioni.

Quanto è cambiato il valore della maglia?

Il calcio è molto cambiato, va fatta tabula

rasa di quello che vediamo oggi.

Purtroppo l’attaccamento alla maglia

non è così importante ai giorni nostri.

Non sono più i tempi della Champions

League quando c’era Prandelli in panchina. Quei tempi sì che

mi danno molta nostalgia.

Il ricordo più bello come tifoso della Fiorentina?

Paolo Beldì (ph. courtesy www.lopinionistanews.it)

Nel 1969 quando vincemmo lo scudetto, nella penultima giornata

la partita in cui battemmo la Juventus sul campo di Torino.

Avevo 15 anni ed ero già un grandissimo tifoso.

Ha mai pensato di fare un film sulla Fiorentina?

Ho già scritto due libri sulla Fiorentina, oggi se dovessi fare

un film farei una tragedia. Spero che l’anno prossimo sarà

una commedia brillante.

Il suo idolo viola?

Kurt Hamrin su tutti. Sono stato talmente tanto condizionato da

questo campione che negli anni Cinquanta giocavo sempre in

cortile e imitavo le sue giocate. Guardando la sua figurina negli

album leggevo la sua altezza e mi sono talmente immedesimato

che ho fatto in modo di essere alto quanto lui: 1,69 (ride).

PAOLO BELDÌ

73


B&B Hotels

Italia

Welcome Back

La tariffa per tornare a viaggiare lungo la penisola in totale sicurezza

di Chiara Mariani

La bella stagione è iniziata portando con sé una

rinnovata voglia di viaggiare e una prospettiva

del futuro più luminosa. In questo scenario,

B&B Hotels, catena internazionale con oltre 550 hotel

in Europa e Brasile e 43 in Italia, continua ad accogliere

i suoi ospiti, per soggiorni in totale sicurezza e flessibilità

grazie alla tariffa Welcome Back, compatibile con

il Bonus Vacanze 2020, per tutti coloro che lo hanno richiesto,

ma non hanno ancora avuto modo di usufruirne.

Tutti pronti per un indimenticabile viaggio in Italia?

Al via un racconto puntellato di storie e luoghi suggestivi

che fanno grande il nostro patrimonio culturale e naturale.“Godi,

Fiorenza, poi che se’ sì grande, che per mare e

per terra batti l’ali, e per lo ‘nferno tuo nome si spande!”

(Inferno, canto XXVI). A settecento anni dalla morte di

Dante Alighieri, tra le mete italiane da visitare in questi

mesi non poteva mancare Firenze, capoluogo toscano

dove il Sommo Poeta visse dalla nascita (1265) all’esilio

(1302). Un’occasione unica per vivere la città dantesca,

che ricorre molto spesso nella Divina Commedia come

luogo di amore e dolore. Quest’anno più di trenta istituzioni

fiorentine celebrano il settecentenario di Dante Alighieri

raccontando la sua storia, simbolo della cultura

italiana, attraverso un programma denso e di grande interesse.

Tra i gioielli fiorentini dove regalarsi un momento

da favola un posto d’onore è riservato allo splendido

Hotel Laurus al Duomo, immerso nel centro storico cittadino

e circondato dai più famosi simboli della città, con

una terrazza panoramica che offre una vista esclusiva

sulla cattedrale di Santa Maria del Fiore. Tra le possibilità

offerte dal gruppo B&B Hotels anche il suggestivo Hotel Pitti

Palace al Ponte Vecchio, situato nella duecentesca Torre Rossi,

a solo 5 metri dal Ponte Vecchio, punto di partenza ideale per visitare

Firenze e scoprire il suo patrimonio artistico e culturale. Il

B&B Hotel Firenze Nuovo Palazzo di Giustizia si trova, invece, tra

le stazioni ferroviarie di Firenze Santa Maria Novella e Rifredi e

l’aeroporto di Firenze-Peretola, con stanze a partire da 37 euro.

Hotel Verona

Dopo Firenze, andiamo in Liguria, a Genova, antica Repubblica

Marinara e patria di Cristoforo Colombo. Un gioiello del genovese

è senza dubbio la Passeggiata Anita Garibaldi, meglio conosciuta

come la Passeggiata di Nervi. Due chilometri circa di

camminata a picco sul mare che, oltre alla stupenda vista sul Golfo

di Genova, regala anche tanto verde: il più grande parco urbano

sul mare di tutto il Mediterraneo, un complesso botanico di

oltre 90.000 metri quadrati formato da un insieme di ville, oggi

sede di musei e altre iniziative storico-culturali. Un parco bellissimo,

soprattutto in questo periodo, quando molte delle cento e

più specie botaniche presenti sono nel periodo di massima fioritura.

E per questa gita squisitamente genovese il B&B Hotel Ge-

Hotel Affi Lago di Garda

nova offre stanze a partire da 44 euro, garantendo ogni servizio

smart e una posizione strategica rispetto ai principali punti di interesse

della città.

Visto il successo dei viaggi su due ruote, proseguiamo il racconto

segnalando la nascita di un nuovo tratto della Ciclovia del Sole

che collega Bologna a Verona. Lungo quarantasei chilometri, corre

su di un ex tracciato ferroviario oggi riqualificato, permettendo

di allargare la grande arteria cicloturistica paneuropea Eurovelo

7. Un lungo viaggio nel sole capace di rubare il cuore anche ai

meno sportivi, tra paesaggi mozzafiato e nuove visioni. Un’esperienza

da non perdere anche grazie al soggiorno presso il B&B

Hotel Verona, che offre camere a partire da 39 euro. Per chi desidera

invece passare qualche giorno tra natura e svago, il B&B Hotel

Affi Lago di Garda è l’ideale, con stanze a partire da 43 euro,

situato a soli 10 km dal Lago di Garda e circondato da tantissime

attrazioni turistiche che lo rendono perfetto anche per le famiglie:

Parco Natura Viva, le Grotte di Catullo, la Pieve di Sant Giorgio di

Valpolicella, il sentiero panoramico Busatte-Tempesta, il Jungle

Adventure Park, la Funivia Monte Baldo.

74

B&B HOTEL


B&B Hotels Group:

Dal design moderno e funzionale,

con bagno spazioso privato e soffione

XL, le camere B&B Hotels dispongono

di Wi-Fi in fibra fino a

200Mb/s, Smart TV 43” con canali

Sky e satellitari di sport, cinema e

informazione gratuiti, nonché Chromecast

integrata per condividere in

streaming contenuti audio e video

proprio come a casa. Per un risveglio

al 100% della forma, B&B Hotels

propone una ricca colazione

con prodotti dolci e salati per tutti

i gusti. B&B Hotels Italia assicura a

tutti gli ospiti soggiorni in massima

sicurezza, grazie ad un protocollo

operativo di sanificazione dedicato,

certificato dal Safety Label High

Quality Anti Covid-19, attuato in

tutte le sue strutture a tutela degli

ospiti e dello staff in hotel. A supporto,

sono state individuate 8 Golden

Rules “Help us Helping You” per

assicurare il più alto livello di protezione

per tutti.

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su hotelbb.com

Hotel Laurus al Duomo

Hotel Genova

Hotel Firenze Nuovo Palazzo di Giustizia

B&B HOTEL

75


Arte del

gusto

A cura di

Elena Maria Petrini

L’arte di mettere i salumi in rima

di Elena Maria Petrini

Un modo un po’ trasversale ed inconsueto di fare degustazione è

quello di assaggiare in rima, sempre con l’Artista toscano del sonetto.

Vi proponiamo una gustosa lettura partendo da uno dei principali

salumi toscani, il Lardo di Colonnata IGP, per arrivare a tutti gli

altri salumi italiani, con un’inebriante carrellata che attraversa tutte

le altre regioni.

76

SALUMI IN RIMA


SALUMI IN RIMA

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Benessere e cura

della persona

A cura di

Antonio Pieri

Maggio: il mese della rosa

di Antonio Pieri

Da sempre maggio è considerato il mese della rinascita,

dell’amore e della fioritura. A questa simbologia

da sempre è stata associata la rosa. Per questo motivo

maggio viene chiamato anche il “mese della rosa”.

Le proprietà

La rosa possiede importanti proprietà antinfiammatorie e immunostimolanti

aiuta inoltre a combattere lo stress ed eliminare

le tossine. In cosmetica ne viene fatto largo uso come

estratto o come olio essenziale. Si dimostra estremamente efficace,

delicata e utile per la pelle in quanto ne lenisce le infiammazioni,

ha capacità idratanti e la mantiene morbida a

lungo stimolandone l’elasticità. Inoltre combatte efficacemente

le rughe, ha proprietà antiossidanti contrastando quindi l’invecchiamento

cutaneo. Le specie più utilizzate sono: rosa canina,

rosa mosqueta, rosa centifolia, rosa damascena e rosa gallica.

La linea Prima Fioritura di Idea Toscana

Grazie a tutte le sue fantastiche proprietà è stata creata la

linea Prima Fioritura con oli essenziali di rosa damascena

e centifolia ed estratti biologici di rosa canina. La linea è

formata da prodotti che principalmente sono studiati per tre

parti del corpo: labbra, viso e mani.

Labbra

I prodotti realizzati per la cura delle labbra sono Burro Labbra,

Scrub Labbra e Maschera Labbra. La pelle delle nostre

labbra si screpola molto facilmente sia per gli agenti atmosferici

esterni (come il caldo o il freddo) sia in questo particolare

momento per l’utilizzo della mascherina. Il Burro Labbra e

la Maschera Labbra sono prodotti molto nutrienti e piacevolissimi

da usare, in quanto hanno una profumazione di rosa eccezionale.

Lo Scrub Labbra, al contrario di quanto si pensa,

andrebbe utilizzato molto spesso per eliminare le cellule morte

che si formano sulle labbra e successivamente applicare il

burro labbra o la maschera per un’idratazione più profonda.

Viso

Per il viso sono stati formulati Burro Viso e Acqua Micellare. Il

Burro Viso è un prodotto perfetto per tutti i tipi di pelle. Nutre in

profondità, dona elasticità e tono alla pelle illuminando il viso.

Grazie all’acido ialuronico è un prezioso alleato per contrastare

l’avanzare del tempo. L’Acqua Micellare è ottima per chi ha poco

tempo e in unico gesto vuole detergere e tonificare la pelle.

È inoltre un ottimo struccante che può non essere risciacquato

grazie alle sue componenti totalmente naturali. Deterge in profondità

eliminando ogni traccia di trucco, rinfresca e illumina la

pelle lasciando una piacevole sensazione di benessere.

Mani

Per le mani sono stati prodotti il Burro Mani e la Maschera Unghie

e Cuticole. Il Burro Mani protegge e nutre la pelle delle

mani esposte ad agenti esterni quali il freddo o lo smog.

Non unge, ma allo stesso tempo idrata in profondità con un

effetto benefico immediato. La Maschera Unghie e Cuticole

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Antonio Pieri è amministratore delegato dell’azienda il Forte srl

e cofondatore di Idea Toscana, azienda produttrice di cosmetici

naturali all’olio extravergine di oliva toscano IGP biologico.

Svolge consulenze di marketing per primarie aziende del settore,

ed è sommelier ufficale FISAR e assaggiatore di olio professionista.

antoniopieri@primaspremitura.it

Antonio Pieri

78 IL MESE DELLA ROSA


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