Making Life numero 3 - 08_06_WEB
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makinglife | giugno 2021 | <strong>numero</strong> tre<br />
PAZIENTE AL CENTRO<br />
PharmaFuture & Health
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The Best ingredients for a healthy life<br />
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makinglife | giugno 2021<br />
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nell’healthcare<br />
e ne governa il cambiamento
INDICE<br />
Pharma Novel<br />
Commenti<br />
Farmaco e paziente<br />
A misura di paziente<br />
01 02 03<br />
6 Da oggetto passivo a 12<br />
soggetto attivo<br />
Perchè la periferia del<br />
paziente fa parte del<br />
centro<br />
14<br />
Personomica<br />
Medicina personalizzata<br />
e pediatria<br />
La voce dei pazienti rari<br />
18<br />
24<br />
28<br />
Equivalenti, biosimilari<br />
e accesso alle terapie<br />
30<br />
4
Sanità è<br />
condivisione<br />
makinglife | giugno 2021<br />
Ricerca<br />
Sanità<br />
Comunicazione<br />
Pharmatelling<br />
04 05 07<br />
Pazienti attori nello<br />
sviluppo di farmaci<br />
Comitati etici, una<br />
garanzia per i diritti<br />
Misurare l’impatto<br />
dell’engagement<br />
Il valore economico del<br />
coinvolgimento<br />
Il toolbox per una<br />
collaborazione efficace<br />
32<br />
36<br />
38<br />
40<br />
42<br />
Sanità è condivisione<br />
E-Health, le frontiere<br />
dell’assistenza<br />
Centrale e consapevole<br />
44<br />
50<br />
54<br />
<strong>06</strong><br />
La semantica del<br />
paziente<br />
Il baricentro della<br />
comunicazione<br />
56<br />
58<br />
Problemi di forma<br />
Packaging e contenuto<br />
Nasce il foglio<br />
illustrativo elettronico<br />
Che la 4° rivoluzione<br />
industriale abbia inizio<br />
Brand protection e<br />
supply chain visibility<br />
Rispetto per le persone<br />
e il pianeta<br />
64<br />
66<br />
70<br />
72<br />
76<br />
80<br />
5
Secondo<br />
PERSONE<br />
l’ultimo rapporto di<br />
Farmindustria, terapie avanzate,<br />
nanomedicina, medicina rigenerativa,<br />
immunoterapia, terapie combinate, smart pills,<br />
riprogrammazione cellulare sono le innovazioni destinate a<br />
AL<br />
stravolgere completamente il mondo life science, ponendolo<br />
difronte a sfide senza precedenti. È un cambio di paradigma<br />
epocale che, per consentire alle Atmp (Advanced Therapies<br />
Medicinal Products) di affermarsi, comporta la necessità<br />
di risolvere problematiche tecnologiche, organizzative,<br />
CENTRO<br />
manifatturiere, regolatorie, di accesso – ma anche etiche,<br />
sociali e legali – tutt’altro che semplici. Tutto ciò impone una<br />
riflessione sulla sostenibilità stessa del sistema.<br />
Se da un lato le Atmp, eradicando alla base l’espressione<br />
sintomatica della malattia e necessitando il più delle volte<br />
di una somministrazione one-shot, implicano una gestione<br />
completamente differente della malattia, dall’altro la loro<br />
Cristiana Bernini<br />
diffusione impatta pesantemente sull’economia del Sistema<br />
sanitario nazionale. Ciò richiede un ripensamento radicale<br />
dei modelli di governance, con l’applicazione, per esempio,<br />
di una formula di payment by results che, per essere<br />
applicata, deve essere supportata da un sistema di<br />
Real World Evidence che attinge dati dal mondo<br />
reale. Petabyte di dati genomici e clinici che<br />
vengono quotidianamente raccolti e che, se<br />
correttamente analizzati e gestiti, possono<br />
contribuire ad abbattere i silos dentro cui<br />
sono tradizionalmente richiusi gli stakeholder<br />
della sanità – aziende sanitarie, aziende<br />
farmaceutiche, enti regolatori e pazienti – per<br />
costruire un percorso di cura efficace.<br />
La salute di precisione richiede, d’altra<br />
parte, una sanità di precisione, che<br />
traghetti la medicina delle 4P – Partecipativa,<br />
Personalizzata, Preventiva e Predittiva – verso<br />
una medicina delle 6P. Laddove le due nuove P<br />
cui Farmindustria fa riferimento sono la medicina<br />
delle Prove, ovvero una medicina che si basa sulla<br />
misurazione dei risultati clinici, e la medicina dei Percorsi<br />
che pone il patient journey come pilastro imprescindibile<br />
6
makinglife | giugno 2021<br />
della<br />
sanità. Precisione, quindi,<br />
per identificare le caratteristiche della<br />
popolazione, mappare i bisogni, dispensare<br />
le terapie, misurare i risultati in tutto il percorso<br />
diagnostico-terapeutico-assistenziale.<br />
Patient centricity, dunque, ma per arrivare a far sì che<br />
un’azienda farmaceutica riesca a spostare veramente il<br />
focus del business dal farmaco alla centralità del paziente<br />
è necessario innanzitutto un cambiamento culturale in<br />
seno all’azienda stessa, che deve iniziare a ragionare<br />
mettendo al centro la persona, sia essa utente finale,<br />
fornitore o personale dell’organizzazione, a qualsiasi<br />
livello, dando più valore alle competenze e adottando un<br />
approccio multidisciplinare.<br />
In Italia, rispetto alla media dell’industria manifatturiera,<br />
le imprese del farmaco risultano particolarmente<br />
attente alla centralità della persona: impiegano<br />
un maggior <strong>numero</strong> di laureati e diplomati (sono<br />
il 90% della forza lavoro), e di donne: la presenza<br />
femminile rappresenta il 43% del totale in tutte le<br />
categorie occupazionali (la media complessiva del<br />
manifatturiero è pari al 29%) ma la differenza più<br />
marcata si riscontra a livello<br />
dirigenziale dove la quota è pari<br />
al 31% (contro il 13% medio). Nel<br />
nostro Paese la farmaceutica si<br />
distingue anche per un approccio<br />
particolarmente innovativo alla<br />
contrattualistica aziendale, con ampio<br />
ricorso alla flessibilità (anche da parte<br />
dell’azienda) e all’erogazione di premi<br />
variabili, spesso convertibili in welfare. Un<br />
caso esemplare è quello di Bayer Italia, che<br />
all’inizio di quest’anno ha firmato un accordo<br />
con i sindacati che introduce l’alternanza «senza<br />
limiti» tra lavoro in presenza e smart working e<br />
cancella in un colpo la timbratura del cartellino. Un<br />
approccio innovativo, che promuove la cultura della<br />
responsabilità e della fiducia e rimette la<br />
persona al centro dell’organizzazione aziendale.<br />
7
PHARMA<br />
NOVEL<br />
Mario Addis<br />
8
makinglife | giugno 2021<br />
9
10
makinglife | giugno 2021<br />
11
DA OGGETTO PASSIVO<br />
A SOGGETTO ATTIVO<br />
Gabriele Costantino<br />
Dipartimento di Scienze degli Alimenti e del Farmaco<br />
Università di Parma<br />
gabriele.costantino@unipr.it<br />
Il consenso informato è il punto<br />
chiave per valutare la centralità<br />
del paziente ma l’accento dovrebbe<br />
essere posto sull’informazione<br />
piuttosto che sul “consenso”<br />
12
makinglife | giugno 2021<br />
L’espressione “centralità del paziente”<br />
sta ai sistemi sanitari come l’espressione<br />
“centralità dello studente” sta ai sistemi<br />
formativi, scolastici e universitari. Se<br />
non viene coniugata all’interno di una<br />
declinazione di obiettivi misurabili e di<br />
strumenti effettivi per raggiungerli, non<br />
rimane che un enunciato di principio,<br />
astratto e sovrastrutturale.<br />
Quando si parla di centralità del paziente<br />
in Italia, si commette dal punto di vista<br />
formale quasi una tautologia. Il nostro<br />
Paese ospita un sistema sanitario<br />
universale fondato sul pagamento<br />
delle tasse dei cittadini, di estrema<br />
strutturazione e di elevata inclusività.<br />
È quasi un’ovvietà dire che le azioni, da<br />
qualsiasi livello vengano prese – dalla<br />
prevenzione alla diagnosi, dall’accesso<br />
alle cure fino al benessere – devono<br />
avere il cittadino-paziente come cuore del<br />
processo decisionale.<br />
Tuttavia, molte e storiche analisi<br />
dimostrano che, proprio nei sistemi<br />
universali, si annidano i rischi più concreti<br />
di diseguaglianza nell’accesso e nella<br />
qualità delle prestazioni. La declinazione<br />
operativa dell’espressione, quindi, deve<br />
essere spostata dalla definizione di<br />
“paziente” quale end-point di una filiera di<br />
prestazioni, alla definizione di “paziente”<br />
come insieme di cittadini-individui –<br />
ciascuno con le sue necessità – che si<br />
pone come soggetto attivo e oggetto<br />
passivo del sistema. Se possiamo dire<br />
che, nel primo caso, la centralità del<br />
paziente è effettivamente implementata<br />
nelle molteplici azioni del sistema<br />
sanitario, nel secondo scenario possiamo<br />
dire altrettanto?<br />
La risposta non è certo banale, e in<br />
questo <strong>numero</strong> di <strong>Making</strong><strong>Life</strong> molti<br />
contributi affronteranno il problema<br />
da diversi punti di vista. Ne voglio qui<br />
proporre uno, per la riflessione del lettore<br />
eventualmente interessato, che credo<br />
rivesta una particolare attualità in questo<br />
periodo di pandemia. Mentre gli aspetti<br />
di equità di accesso alle prestazioni, al<br />
farmaco e alla qualità delle prestazioni<br />
stesse sono ampiamente dibattute in<br />
termini di farmacoeconomia e politica<br />
sanitaria, c’è un aspetto che è spesso<br />
lasciato alla interpretazione deontologica<br />
del medico, ma che invece potrebbe<br />
essere oggetto di più ampio intervento.<br />
Mi riferisco in particolare all’informazione<br />
del paziente (e all’acquisizione del suo<br />
consenso) su trattamento, farmaci,<br />
possibili opzioni e alternative.<br />
Il cosiddetto “consenso informato”, che<br />
in alcuni casi può esser visto come<br />
un adempimento quasi formale e<br />
deresponsabilizzante la struttura che<br />
eroga il servizio, è invece il punto chiave<br />
in cui si valuta la centralità del paziente.<br />
Tutta la complessa filiera della sanità,<br />
che va dalla ricerca di base sui farmaci<br />
e sulle malattie, fino all’erogazione<br />
dei più comuni servizi assistenziali,<br />
è finalizzata alla preservazione e al<br />
raggiungimento dello stato di salute<br />
dell’individuo. E lo stato di salute è tra<br />
i fattori più disponibili all’individuo. Ma<br />
quanto il cittadino-paziente è realmente<br />
consapevole e, soprattutto, coinvolto nelle<br />
strategie e nelle scelte che porteranno a<br />
conseguenze per la sua salute?<br />
Attenzione. Certamente consapevolezza<br />
e coinvolgimento non significano<br />
derogare dalla responsabilità e dalla<br />
competenza dei professionisti della<br />
sanità. Vuol dire, in un processo che non<br />
può esser immediato ma che ha bisogno<br />
di sedimentazione e coltivazione, una<br />
coscienza diffusa sulle conseguenze o sui<br />
motivi che seguono o procedono qualsiasi<br />
atto sanitario.<br />
Anche nelle definizioni, ad esempio, della<br />
Commissione europea, ritorna spesso il<br />
termine “empowerment” del cittadinopaziente,<br />
che viene reso in Italiano con<br />
l’espressione “consapevolezza di sé<br />
e del controllo delle proprie decisioni,<br />
specialmente nella sfera sociale”.<br />
Ma la consapevolezza è un processo<br />
lungo e deve esser costruita attraverso<br />
l’informazione e la formazione.<br />
Nell’espressione “consenso informato” si<br />
tende generalmente a porre l’accento sul<br />
termine “consenso”, quale espressione<br />
di volontà condivisa, ma è ovvio che<br />
l’aspetto qualificante è l’informazione.<br />
Questo non riguarda solamente<br />
l’adesione a un particolare trattamento<br />
o particolare intervento, ma dovrebbe<br />
idealmente coprire il quadro totale delle<br />
prestazioni. Ad esempio, in un sistema<br />
universale i cittadini sono consapevoli<br />
del processo che porta alla formazione<br />
del prezzo del farmaco? Sono informati<br />
sui diversi livelli di validazione di efficacia<br />
(o di sicurezza) dei farmaci? Sono noti<br />
il meccanismo e gli attori coinvolti nel<br />
processo di monitoraggio post-marketing<br />
(farmacista, medico di medicina generale<br />
ecc.) e l’importanza che un reporting<br />
corretto e tempestivo ha per la salute<br />
pubblica? E possiamo andare avanti per<br />
molto.<br />
L’empowerment del cittadino-paziente è<br />
una necessità che da diversi anni viene<br />
riconosciuta ad alto livello. Possiamo<br />
ricordare, uno fra i tanti, un progetto<br />
finanziato dallo schema IMI (Innovative<br />
medicine initiatives) di EU/Efpia,<br />
denominato Eupati che ha avuto come<br />
obiettivo proprio quello di coinvolgere<br />
e “pesare” il contributo del paziente in<br />
tutta la fase dello sviluppo e di utilizzo<br />
dei farmaci. Su questa linea, oramai da<br />
diversi anni esistono protocolli d’intesa,<br />
accordi, anche dispositivi di legge che<br />
vanno in questa direzione.<br />
Tuttavia, forse occorre riflettere se<br />
rimpiazzare il sistema a “hub” (AIFA-<br />
Eupati; ministero-Regioni ecc.) con un<br />
sistema “point to point” (farmacistacittadino,<br />
medico di medicina generalepaziente,<br />
specialista-medico di medicina<br />
generale) non sia il vero modo di<br />
concretizzare l’espressione “centralità del<br />
paziente” e, allo stesso modo, introdurre<br />
compiutamente il concetto della<br />
competenza e del ruolo del professionista<br />
non solo nella gestione del singolo<br />
individuo ma nel miglioramento del<br />
sistema nazionale e della salute pubblica.<br />
13
Perché<br />
la periferia<br />
del paziente<br />
fa parte<br />
del centro<br />
Antonio Maturo<br />
Docente di Sociologia della salute<br />
presso l’Università di Bologna e<br />
la Brown University, e direttore<br />
del Centro di studi avanzati su<br />
umanizzazione delle cure e salute<br />
sociale (Università di Bologna).<br />
Da tempo, e da più parti, in sanità, si insiste sulla necessità di<br />
riorganizzare le cure ponendo il paziente al “centro”. Si tratta<br />
di un orientamento nobile, giusto ed efficace. La svolta nasce<br />
per scardinare due tendenze saldamente impiantate nel sistema<br />
delle cure: il paternalismo medico e la burocrazia sanitaria.<br />
Il paternalismo medico – molto forte in passato – si caratterizza<br />
per considerare il paziente come un essere passivo, incompetente<br />
e disorientato. Il medico è in questo caso colui (nel<br />
passato i medici erano per lo più uomini) che dice al paziente<br />
cosa fare, lo tratta con benevolenza e non perde troppo tempo<br />
a discutere della malattia. Del resto sa tutto lui, il medico.<br />
Il rapporto è quindi gerarchico, asimmetrico e il paziente è in<br />
soggezione e quindi non fa neppure domande.<br />
L’altra tendenza, o meglio l’altra degenerazione dell’assistenza<br />
medica, è la burocrazia sanitaria. Si tratta delle peripezie<br />
richieste ai pazienti, soprattutto in anni passati, per districarsi<br />
nei meandri delle richieste di cura, nelle liste di attesa, nella<br />
compilazione dei moduli. Il vecchio film “Il medico della mutua”<br />
è in tal senso un documentario molto realistico, anche<br />
rispetto al paternalismo medico. (E in effetti le due caratterizzazioni<br />
proposte, protagonismo medico e spersonalizzazione<br />
burocratica, sono due facce della stessa medaglia).<br />
Riportare, anzi, portare per la prima volta, il paziente al centro<br />
appare dunque più che sensato. Essendo tuttavia, questo,<br />
poco più che uno slogan, bisogna specificare il “come” e anche<br />
in questo caso vi sono molteplici diramazioni. Certamente c’è<br />
un aspetto organizzativo importante ed è quello riassumibile<br />
con l’altro slogan: “far girare la medicina e non il paziente”.<br />
Ciò significa, ad esempio, centralizzare tutta la documentazione<br />
sanitaria nel fascicolo sanitario elettronico. Ma c’è anche<br />
un’altra accezione: mettere il paziente al centro aumentando<br />
la sua autonomia. Infatti, al contrario del passato, lo scenario<br />
epidemiologico è oggi dominato dalle malattie croniche, quindi<br />
si presume che il paziente possa divenire in grado di “auto-curarsi”,<br />
almeno parzialmente.<br />
Non è paradossale rilevare la centralità delle malattie croniche<br />
durante una pandemia, perché pure il Covid produce le<br />
conseguenze maggiormente letali su persone anziane con<br />
malattie croniche. Per questo molti parlano di sindemia: una<br />
combinazione tra virus e malattia cronica (spesso legata a<br />
condizioni sociali e stili di vita precari).<br />
Secondo la prospettiva dell’autonomia, il paziente si riporta<br />
al centro facendolo diventare un esperto. In sintesi, con la<br />
cronicità viviamo più con le nostre malattie che con moglie o<br />
14
makinglife | giugno 2021<br />
marito, in termini di anni di vita. Dunque, si diventa specialisti<br />
della propria condizione. In più, maggiore alfabetizzazione<br />
e possibilità istantanea di trovare informazioni online facilitano<br />
l’autocura. La prospettiva del paziente esperto si fonda<br />
su concetti come empowerment, health literacy, engagement,<br />
co-production (sempre rigorosamente scritti in inglese). In<br />
termini grossolani, per empowerment si può intendere la crescita<br />
del proprio senso di “auto-efficacia” nella gestione della<br />
propria malattia (mi arrendo: self-efficacy). La health literacy<br />
è la competenza sanitaria, ovvero la consapevolezza rispetto<br />
ai fattori che incidono sulla nostra salute e la forza per modificare<br />
in senso positivo i nostri stili di vita. L’engagement è<br />
il processo attraverso cui un paziente dal totale disorientamento<br />
operato dalla diagnosi giunge alla consapevolezza della<br />
malattia, fino a elaborare un proprio progetto di benessere.<br />
La co-produzione, invece, enfatizza l’importanza del paziente<br />
esperto per la creazione di piani di assistenza, elaborazione di<br />
strategie di cura e partecipazione nella valutazione delle cure.<br />
Accanto a questi aspetti centrali, si possono evidenziare, però,<br />
alcune componenti periferiche, ma non di minor importanza.<br />
Ad esempio, alla “periferia” del paziente troviamo i caregiver.<br />
Sappiamo quanto peso abbiano i famigliari (spesso le donne)<br />
nel sostenere i pazienti psicologicamente e praticamente, anche<br />
solo per l’aderenza alle cure. Andrebbe fatta una lunga<br />
riflessione anche sulla soffusa discriminazione di genere che<br />
viene causata dall’irrompere della malattia cronica in una famiglia<br />
e nella ripartizione dei ruoli di “caregiving”.<br />
Va tenuto in considerazione, inoltre, il più ampio strato delle<br />
reti sociali, ovvero i network e il capitale sociale: dai vicini e<br />
gli amici alla parrocchia alle associazioni di volontariato. Ma<br />
sono fondamentali anche componenti come reddito e istruzione:<br />
in tutte le fasi della gestione della malattia hanno un<br />
peso cruciale. Non è un caso che la maggior parte delle ricerche<br />
su diseguaglianza e salute si basino appunto sul SES:<br />
socio-economic status. Anzi, reddito e istruzione sono definite<br />
“determinanti sociali di salute”. (Su questo aspetto ho scritto e<br />
curato con Serena Barello e Marta Gibin un volume intitolato:<br />
La tripla elica: etica, engagement, equità. Il paziente tra autonomia<br />
e giustizia sociale).<br />
Ci sembra, quindi, che la centralità del paziente possa essere<br />
affermata solo se riconosciamo la sua forte dipendenza da<br />
aspetti meno “centrali” ma altrettanto condizionanti come il<br />
contesto famigliare, sociale, economico e il grado di reddito e<br />
istruzione. Insomma, nessun paziente è un’isola.<br />
15
“<br />
Quotes<br />
& Data<br />
“<br />
Percentuale di intervistati<br />
I PARAMETRI PIÙ EFFICACI PER MISURARE UN’INIZIATIVA PATIENT-CENTERED (PCI)<br />
100 % 83 % 82 % 82 % 80 %<br />
78 %<br />
27 % 30 %<br />
20 % 17 % 80 %<br />
91 % 91 % 67 % 44 %<br />
Tempo di<br />
sviluppo<br />
complessivo<br />
% di intervistati che hanno valutato la metrica molto preziosa per la performance della PCI<br />
% intervistati che hanno valutato la metrica molto facile da misurare<br />
0 %<br />
Numero di<br />
pazienti volontari<br />
raggiunti<br />
Le metriche più utili a pag. 24<br />
Soddisfazione<br />
complessiva<br />
dei pazienti<br />
Costo della PCI<br />
PCI utilizzata<br />
nel protocollo<br />
Numero di<br />
abbandoni non<br />
dovuti a SAE<br />
o AE<br />
Numero di<br />
modifiche al<br />
protocollo<br />
dovute a un<br />
emendamento<br />
Durata<br />
dello studio<br />
dal primo<br />
all’ultimo<br />
paziente<br />
Un ridotto<br />
coinvolgimento del<br />
paziente nel processo di<br />
cura decuplica il rischio<br />
di incorrere in ricadute e<br />
aggravamenti e aumenta<br />
l’incidenza di sintomi<br />
ansioso-depressivi e la<br />
spesa out-of-pocket.<br />
Monica Torriani<br />
a pag. 44<br />
Il coinvolgimento dei<br />
pazienti può portare<br />
risparmi 500 volte<br />
superiori rispetto<br />
all’investimento.<br />
Simone Montonati<br />
a pag. 40<br />
UN SONDAGGIO HA RIVELATO CHE<br />
UN ONCOLOGO SU CINQUE<br />
CONSIDERA LA PRESENZA DEI<br />
PAZIENTI NEI COMITATI ETICI SOLO<br />
UNA FORMALITÀ. L’82% DEI<br />
PAZIENTI AFFERMA CHE IL LORO<br />
RUOLO SI LIMITA AL CONSENSO<br />
INFORMATO.<br />
Paola Arosio<br />
a pag. 36<br />
Il concetto di medicina<br />
di precisione manca<br />
ancora di alcuni aspetti<br />
fondamentali della<br />
risposta individuale alla<br />
malattia: quelli sociali,<br />
psicologici, culturali,<br />
comportamentali ed<br />
economici.<br />
Caterina Lucchini<br />
a pag. 18<br />
16
makinglife | giugno 2021<br />
Per arrivare<br />
a una<br />
descrizione<br />
completa della<br />
malattia è<br />
necessario<br />
andare oltre<br />
il mero elenco<br />
dei sintomi,<br />
per includere<br />
l’insieme<br />
di idee,<br />
sentimenti,<br />
aspettative e<br />
il contesto che<br />
accompagnano<br />
il paziente.<br />
Monica Torriani<br />
a pag. 58<br />
I principi di usabilità, sicurezza,<br />
tracciabilità del farmaco assumeranno<br />
forme sempre nuove con la digitalizzazione<br />
e lo smart packaging.<br />
Paolo Egasti<br />
a pag. 66<br />
72.000-169.000 Stima dei<br />
bambini che muoiono ogni<br />
anno di polmonite a causa di<br />
farmaci contraffatti<br />
Luca De Toro<br />
a pag 76<br />
Un paziente consapevole non è solo un paziente informato.<br />
È una persona che sale sul palco della salute conoscendo il<br />
copione, ma recitandolo con il colore dei propri valori, dei<br />
propri bisogni e dei propri confini.<br />
Caterina Lazzarini e Ilenia La Leggia<br />
a pag. 54<br />
«Per le persone con malattie<br />
rare o rarissime la chiave di<br />
volta risiede in primo luogo<br />
nell’associarsi, ma ancora<br />
di più nella collaborazione<br />
tra associazioni con<br />
interessi simili, anche se con<br />
patologie differenti».<br />
Ilaria Ciancaleoni Bartoli<br />
direttrice di Omar-Osservatorio malattie rare<br />
a pag. 28<br />
IN UN’EPOCA<br />
CONTRADDISTINTA DALLA<br />
CRESCENTE AFFERMAZIONE<br />
DELLA MEDICINA DI PRECISIONE<br />
E DI QUELLA PERSONALIZZATA,<br />
COME SODDISFARE LE ESIGENZE<br />
DEI PICCOLI PAZIENTI?<br />
Valentina Guidi<br />
a pag. 24<br />
17
PERSONOMICA<br />
Il ponte dalla medicina di precisione alla medicina personalizzata<br />
Caterina Lucchini<br />
18
makinglife | giugno 2021<br />
Negli ultimi anni la medicina basata<br />
sulla conoscenza e sul trattamento<br />
dei pazienti, riconosciuti come<br />
individui con caratteristiche uniche,<br />
si è concentrata principalmente<br />
sulla caratterizzazione delle loro<br />
“unicità” biologiche, definite dai<br />
cosiddetti dati –omici. Genomica,<br />
metabolomica, epigenomica,<br />
proteomica, farmacogenomica,<br />
trascrittomica, microbiomica e una<br />
serie di altre -omiche definiscono<br />
ciascuna una parte della nostra<br />
identità biologica che può essere<br />
utilizzata per diverse applicazioni<br />
mediche: dall’identificazione di<br />
nuovi geni e biomarcatori coinvolti<br />
in diverse patologie, alla possibilità<br />
di prevedere la progressione di una<br />
malattia e consentire lo sviluppo<br />
di nuove terapie mirate su bersagli<br />
molecolari e cellulari precisi, come<br />
la target therapy, l’immunoterapia, o<br />
la terapia genica. Questo approccio,<br />
noto come medicina di precisione, è<br />
stato oggetto di un famoso discorso di<br />
Barack Obama nel 2015. La medicina<br />
di precisione rappresenta, in sostanza,<br />
l’adattamento del trattamento<br />
medico alle caratteristiche individuali<br />
di ogni paziente con l’obiettivo di<br />
rendere il processo di cura mirato a<br />
una determinata persona, al fine di<br />
aumentarne l’efficacia e diminuire<br />
le complicanze, gli insuccessi e gli<br />
sprechi economici.<br />
“<br />
La personomica<br />
dà importanza alle<br />
preferenze personali<br />
dell’individuo,<br />
ai suoi valori e<br />
obiettivi, e al<br />
supporto che il<br />
paziente riceve<br />
dagli affetti<br />
salute umana, il concetto di medicina<br />
di precisione tipicamente non prende<br />
in considerazione aspetti di variabilità<br />
individuale legati alle esperienze di<br />
vita della persona stessa (vedi box). È<br />
qui che entra in gioco la personomica,<br />
termine coniato sempre nel 2015 e<br />
proposto alla comunità scientifica da<br />
Roy Ziegelstein della Johns Hopkins<br />
University School of medicine tramite le<br />
colonne di Jama International Medicine.<br />
La personomica determina come la<br />
malattia si rivela fenotipicamente e il<br />
modo in cui la patologia e l’individuo<br />
affetto rispondono al trattamento.<br />
In sostanza, tiene conto degli<br />
aspetti sociali, psicologici, culturali,<br />
comportamentali, dei fattori economici<br />
che influenzano le convinzioni sulla<br />
salute del paziente e delle sue<br />
interazioni con gli operatori sanitari.<br />
Con la personomica si dà importanza<br />
alle preferenze personali dell’individuo,<br />
ai suoi valori e obiettivi e al supporto<br />
che il paziente riceve dagli affetti.<br />
Medicina personalizzata vs medicina di precisione<br />
La medicina di precisione caratterizza gli individui<br />
sulla base di aspetti biologici e molecolari che possano<br />
targettizzare il processo di cura. Parte da grandi set di dati,<br />
derivati dalle scienze -omiche e dalle tecnologie a supporto,<br />
per ottenere diagnosi e terapie su misura.<br />
PERSONOMICA<br />
Sebbene l’utilizzo delle informazioni<br />
fornite dai dati -omici nella diagnosi<br />
e nella cura dei pazienti abbia un<br />
enorme potenziale per migliorare la<br />
La medicina personalizzata considera il profilo biologico<br />
del paziente, il suo stile di vita e l’influenza dei fattori<br />
ambientali, senza necessariamente basarsi su grandi set di<br />
dati per ridefinire la malattia.<br />
19
DIAGNOSTICA DI<br />
PRECISIONE<br />
Come detto, con l’avvento delle<br />
scienze -omiche è diventato possibile<br />
raccogliere dati sul DNA, sull’mRNA,<br />
sulle proteine, sul metabolismo e<br />
sulla risposta ai farmaci. Gli attuali<br />
tool tecnologici e lo sviluppo di test a<br />
livello cellulare, come saggi genetici<br />
rapidi (vedi box a pag. 35) e sensori<br />
da indossare, permettono inoltre<br />
di integrare i dati -omici con altre<br />
informazioni cliniche sullo stile di<br />
vita e sull’aderenza ai trattamenti.<br />
Il processo di conoscenza e<br />
applicazione dei risultati appare<br />
dunque circolare: i grandi set di<br />
dati biologici e quelli ottenuti dalla<br />
digital health si integrano in una<br />
rete di conoscenze che alimenta sia<br />
le informazioni utili per l’evoluzione<br />
della scienza sia le informazioni<br />
utili per la gestione e il trattamento<br />
del singolo individuo. La medicina<br />
genomica ha un impatto importante<br />
in tutte quelle condizioni in cui la<br />
presenza di mutazioni ha un ruolo<br />
causale. In campo oncologico,<br />
per fare un esempio, la ricerca di<br />
oncogeni driver della malattia è<br />
sempre più usuale per costruire un<br />
processo di cura mirato e “aggiustare<br />
il tiro” in corso d’opera. I metodi di<br />
analisi sono diversi e possono essere<br />
applicati su un campione biologico<br />
ottenuto da una biopsia del tessuto<br />
indagato, oppure dalla più innovativa<br />
biopsia liquida, ovvero sul sangue.<br />
Quest’ultima ha il vantaggio di non<br />
essere invasiva e altamente ripetibile,<br />
permettendo di monitorare nel tempo<br />
le evoluzioni della malattia. In questi<br />
casi si va a ricercare il DNA tumorale<br />
rilasciato nel torrente ematico dai<br />
tumori primari e dalle metastasi.<br />
Attualmente sono anche in studio<br />
altri approcci non invasivi su fluidi<br />
biologici diversi dal sangue per<br />
rintracciare, oltre al DNA tumorale<br />
circolante, anche cellule tumorali<br />
circolanti o exosomi.<br />
IL CONTRIBUTO<br />
DEI BIG DATA<br />
Negli ultimi anni abbiamo assistito<br />
a una vera e propria esplosione<br />
di volume, velocità e varietà delle<br />
informazioni disponibili in campo<br />
medico: i cosiddetti big data, una<br />
collezione di dati biologici, biometrici<br />
ed elettronici di milioni di individui<br />
la cui interpretazione può fornire<br />
importanti basi per l’interpretazione<br />
dei risultati ottenuti, la previsione<br />
dei processi futuri e l’individuazione<br />
di terapie ad hoc. L’intelligenza<br />
artificiale (AI) e il machine learning<br />
sono entrambi applicabili alla<br />
medicina di precisione con l’obiettivo<br />
di andare oltre all’attuale capacità<br />
informativa dei big data e trovare il<br />
modo di comprendere i dati anche al<br />
fine di ottenere un valore pragmatico<br />
per la pratica clinica (vedi box a pag.<br />
35).<br />
Quando si parla di tecnologie e<br />
medicina va ricordato che gli sforzi<br />
non sono esclusivamente di convalida<br />
dei processi, ma l’attenzione è anche<br />
puntata sulle questioni di sicurezza,<br />
etiche e di privacy.<br />
UNA NUOVA ERA<br />
PER LA RICERCA<br />
CLINICA<br />
L’attuale modello di disegno e<br />
sviluppo di uno studio clinico<br />
rischia di non essere più adeguato<br />
al momento storico. Se infatti<br />
è vero che, grazie alla ricerca<br />
e all’individuazione di sempre<br />
più marcatori biologici, si può<br />
Visita<br />
medica<br />
Analisi<br />
genomica<br />
Decisione<br />
clinica<br />
Rivalutazione<br />
clinica<br />
20<br />
Campionamento<br />
Interpretazione<br />
clinico-biologica<br />
Follow-up<br />
nel tempo
makinglife | giugno 2021<br />
individualizzare il processo di cura,<br />
è altrettanto vero che un disegno<br />
di uno studio clinico che non tiene<br />
conto di questa caratterizzazione<br />
della malattia rischia di non arrivare<br />
all’obiettivo: quello della cura “su<br />
misura”. In pratica, attraverso una<br />
progressiva segmentazione, anche<br />
tumori frequenti sono trattati oggi<br />
come malattie rare e ciò rende poco<br />
applicabile il classico trial clinico<br />
randomizzato. Per questo sono stati<br />
proposti nuovi disegni, i cosiddetti<br />
master protocol, che includono i<br />
basket trial, gli umbrella trial e i<br />
platform trial e hanno l’obiettivo di<br />
trovare il trial giusto per il singolo<br />
paziente (vedi infografica). Per farlo<br />
integrano nel trial anche realtà<br />
emergenti come il machine learning,<br />
il comprehensive molecular profiling<br />
e i dati di real world. L’enfasi sul<br />
ruolo dei biomarcatori in questi<br />
protocolli richiede un processo di<br />
screening sicuro e accurato. Negli<br />
umbrella trial applicati al campo<br />
oncologico, i pazienti con un tipo<br />
di tumore (in altre parole con lo<br />
stesso organo d’origine), sono<br />
esaminati per la presenza di una<br />
serie di biomarcatori e su questa<br />
base allocati ai bracci di trattamento<br />
con i farmaci corrispondenti, in<br />
cui ciascun farmaco è accoppiato<br />
allo specifico biomarcatore. Sono<br />
indicati in particolare nei casi<br />
in cui esistono diverse opzioni<br />
terapeutiche. Lo studio “ad ombrello”<br />
valuta anche l’efficacia del farmaci<br />
sul tipo di tumore individuale.<br />
La genotipizzazione del tumore<br />
suddivide i pazienti sulla base<br />
delle mutazioni per valutare le<br />
terapie target appropriate. I farmaci<br />
sperimentali possono essere<br />
valutati per diversi tipi di tumore<br />
con la stessa mutazione all’interno<br />
dello stesso studio o in un trial<br />
separato. Nei basket trial applicati<br />
al campo oncologico, invece, i<br />
pazienti sono reclutati solo sulla<br />
base delle caratteristiche molecolari,<br />
indipendentemente dall’origine del<br />
Tecnologie a supporto<br />
Immunoistochimica: l’antigene di interesse è ricercato in una<br />
porzione di tessuto sulla base di reazioni antigene-anticorpo<br />
Ibridazione fluorescente in situ: specifiche sequenze di<br />
DNA sono individuate a partire da campioni biologici diversi<br />
tramite sonde nucleotidiche marcate<br />
Next generation sequencing: milioni di frammenti di<br />
acidi nucleici sono sequenziati in parallelo in tempi ridotti.<br />
Rappresenta la tecnica con maggiore potenziale e si applica<br />
anche alla biopsia liquida<br />
Applicazioni cliniche dell’AI e del machine learning<br />
Intelligenza artficiale<br />
Raccolta, archiviazione, normalizzazione e<br />
tracciamento dei dati<br />
Monitoraggio continuo della terapia farmacologica<br />
Aderenza terapeutica<br />
Machine learning<br />
Individuazione di una linea di condotta senza<br />
richiedere istruzioni dirette<br />
Gestione delle combinazioni farmacologiche<br />
Sviluppo di biomateriali<br />
Monitoraggio dinamico e continuo della patologia<br />
Aderenza terapeutica<br />
21
tumore che non diventa quindi un<br />
criterio selettivo. Questa tipologia<br />
di studio risulta ideale per la<br />
valutazione mirata di terapie con<br />
target a bassa prevalenza. Il basket<br />
trial è indipendente dalla valutazione<br />
istologica e i bracci di trattamento si<br />
basano sulle mutazioni “condivise”<br />
dai pazienti. Le coorti di trattamento<br />
possono dunque essere più inclusive<br />
di mutazioni rare. Le risposte<br />
possono essere valutate per l’intera<br />
coorte o per le caratteristiche<br />
individuali. In tutti questi studi<br />
si prevede anche di introdurre<br />
caratteristiche di disegni adattativi,<br />
in base ai quali i risultati preliminari<br />
che via via vanno accumulandosi<br />
possono essere utilizzati per<br />
modificare il corso o la struttura<br />
del trial. Si tratta dei platform trial,<br />
studi in genere randomizzati, multi<br />
step e multi arm, con un braccio di<br />
controllo e più bracci sperimentali.<br />
L’applicazione è normalmente quella<br />
di valutare diverse terapie mirate per<br />
una o più malattie attraverso appunto<br />
cambiamenti in corso di studio, con<br />
flessibilità in base all’andamento<br />
del trial. Oltre a ciò, anche altri<br />
aspetti di grande importanza devono<br />
essere considerati, dalla capacità di<br />
garantire l’integrità della condotta<br />
della sperimentazione clinica, a<br />
una robusta struttura in grado di<br />
interpretare in modo appropriato<br />
i risultati per l’applicazione nella<br />
pratica clinica.<br />
BASKET TRIAL and UMBRELLA TRIAL<br />
the new design<br />
BASKET TRIAL<br />
Malattia<br />
sottotipo A<br />
UMBRELLA TRIAL<br />
Terapia<br />
target A<br />
Malattia<br />
sottotipo B<br />
Terapia mirata<br />
Malattia<br />
Terapia<br />
target B<br />
Malattia<br />
sottotipo C<br />
Terapia<br />
target C<br />
LIBRO BIANCO<br />
SULLA MEDICINA<br />
PERSONALIZZATA<br />
A fine aprile è stato presentato il<br />
primo “Libro bianco della medicina<br />
personalizzata in oncologia”<br />
realizzato dal gruppo “APMP –<br />
Associazioni pazienti, insieme per il<br />
diritto alla medicina personalizzata<br />
in oncologia”, con l’obiettivo di<br />
QUANDO<br />
Nelle fasi precoci<br />
di sviluppo<br />
In ogni fase<br />
RECLUTAMENTO<br />
Pazienti che condividono<br />
un biomarcatore,<br />
indipendentemente<br />
dall’origine del tumore<br />
Pazienti con stessa origine<br />
tumorale, divisi in base alla<br />
genotipizzazione<br />
UTILITÀ<br />
Utili per le<br />
malattie rare<br />
Utili quando<br />
si hanno a<br />
disposizione più<br />
trattamenti<br />
22
makinglife | giugno 2021<br />
dare voce ai 3,6 milioni di pazienti<br />
oncologici in Italia. Il Libro bianco<br />
è il punto di partenza per aprire<br />
un dialogo costruttivo con le<br />
istituzioni e sottolineare l’importanza<br />
dell’oncologia personalizzata a livello<br />
scientifico, sociale ed economico.<br />
Arricchito dalle voci e dagli interventi<br />
dei maggiori esperti nel campo<br />
dell’oncologia, della genetica<br />
umana, dell’anatomopatologia, della<br />
sanità pubblica, della psichiatria e<br />
della psicologia, il volume analizza<br />
l’oncologia personalizzata da<br />
molteplici punti di vista – medico,<br />
farmaco-economico, sociologico –<br />
per evidenziare i benefici di questo<br />
approccio terapeutico per i pazienti e<br />
per tutto il sistema salute.<br />
In conclusione, il libro riassume in<br />
10 raccomandazioni le azioni<br />
concrete che devono essere<br />
implementate affinché la medicina<br />
personalizzata e l’oncologia di<br />
precisione diventino una realtà, a<br />
beneficio dei pazienti e dell’intero<br />
sistema salute.<br />
1<br />
La medicina personalizzata<br />
deve essere riconosciuta come<br />
diritto dei pazienti e per questo deve<br />
essere garantito accesso equo e<br />
uniforme all’oncologia di precisione<br />
su tutto il territorio nazionale: un<br />
accesso con standard di qualità,<br />
rapidità ed efficacia elevati.<br />
2<br />
I test di profilazione genomica<br />
devono essere inseriti nei<br />
Livelli essenziali di assistenza e i<br />
farmaci da profilazione genomica<br />
devono essere rimborsati sulla base<br />
della loro sostenibilità e soprattutto<br />
su quella dei bisogni insoddisfatti dei<br />
pazienti rilevati dalle associazioni.<br />
3<br />
I Molecular tumor board<br />
(MTB) devono essere istituiti<br />
all’interno delle Reti oncologiche<br />
regionali o dell’organizzazione<br />
sanitaria regionale e secondo<br />
i PDTA delle singole patologie<br />
opportunamente aggiornati alla<br />
luce delle evidenze scientifiche.<br />
Ogni paziente oncologico deve<br />
essere preso in carico da una<br />
équipe multidisciplinare e la scelta<br />
terapeutica deve prendere in<br />
considerazione, oltre alla situazione<br />
clinica, anche le aspettative, i bisogni<br />
e le abitudini di vita del paziente.<br />
4<br />
È necessario individuare e<br />
accreditare Centri specialistici<br />
regionali per l’esecuzione dei test<br />
di profilazione genomica (Next<br />
generation sequencing – NGS):<br />
l’eccessiva frammentazione non<br />
garantisce qualità e tempestività dei<br />
risultati.<br />
5<br />
È necessario costruire<br />
una piattaforma genomica<br />
nazionale che abbia la funzione di<br />
archivio di tutti i dati delle mutazioni<br />
e che possa aiutare i ricercatori a<br />
mettere in relazione le profilazioni<br />
genomiche con i dati clinici dei<br />
pazienti così da migliorare la<br />
conoscenza scientifica.<br />
6<br />
È fondamentale garantire<br />
un’informazione capillare<br />
e territorialmente uniforme per i<br />
pazienti e una formazione adeguata<br />
e sempre aggiornata per il personale<br />
sanitario che a diverso titolo entra in<br />
contatto con il paziente oncologico.<br />
7<br />
È necessario aumentare<br />
l’informazione sugli studi<br />
clinici di oncologia di precisione in<br />
corso in Italia così da garantire un<br />
rapido indirizzamento dei pazienti<br />
che potrebbero beneficiarne.<br />
La ricerca scientifica<br />
8 alla base della medicina<br />
personalizzata in oncologia<br />
deve essere finanziata e sostenuta<br />
dalle istituzioni, dalle aziende e dalle<br />
associazioni dei pazienti: oggi non<br />
tutti i tipi di tumore possono trovare<br />
risposte terapeutiche grazie alla<br />
profilazione genomica, ma future<br />
scoperte potranno aumentare le<br />
opportunità per i pazienti.<br />
La privacy e la proprietà<br />
9 dei dati personali e genetici<br />
devono essere tutelate in tutte<br />
le fasi della storia di malattia.<br />
Le modalità di accesso dei<br />
10 pazienti alla profilazione<br />
genomica e all’esame dei<br />
MTB devono essere individuate e<br />
condivise con le società scientifiche,<br />
con il coinvolgimento diretto delle<br />
associazioni dei pazienti.<br />
LA MEDICINA<br />
DELLE 5 P<br />
Quando si parla di medicina<br />
personalizzata in campo oncologico,<br />
è inevitabile ricordare l’approccio<br />
4P, riferendosi a un modello di<br />
cura predittivo, personalizzato,<br />
preventivo e partecipativo per il<br />
trattamento dei pazienti. Gabriella<br />
Pravettoni – professore ordinario di<br />
psicologia generale e direttore del<br />
dipartimento di oncologia ed ematooncologia<br />
dell’Unimi, e direttore<br />
della divisione di psiconcologia allo<br />
IEO – in un passaggio del “Libro<br />
bianco sulla medicina personalizzata<br />
in oncologia” sottolinea però<br />
quanto sia altrettanto importante<br />
dare rilevanza alla componente<br />
psicologica, oltre che clinica. P non<br />
solo come “psicologia”, ma anche<br />
come “persona” con una serie di<br />
bisogni: se pensiamo ai determinanti<br />
della medicina di precisione non<br />
possiamo prescindere dal fatto che il<br />
singolo individuo presenta esigenze<br />
cognitive, motivazionali, psicologiche<br />
che lo differenziano dagli altri.<br />
La personomica, quindi. Purtroppo,<br />
sebbene siano passati ormai 10 anni<br />
dall’introduzione del concetto della<br />
medicina delle 5P, siamo ancora<br />
molto indietro su questo approccio.<br />
23
SE LA MEDICINA<br />
PERSONALIZZATA<br />
(NON) INCONTRA<br />
LA PEDIATRIA<br />
Durante l’assunzione di farmaci, le esigenze dei più giovani variano in<br />
funzione delle loro capacità, della fase di sviluppo, e persino dell’area<br />
geografica in cui vivono. Conciliare efficacia, comodità e gradevolezza in<br />
un’unica formulazione rappresenta un vero rompicapo<br />
Valentina Guidi<br />
24
makinglife | giugno 2021<br />
L’uso dei farmaci in età pediatrica è un<br />
argomento che merita un’attenzione<br />
particolare: spesso considerati come<br />
adulti in miniatura, neonati, lattanti,<br />
bambini e adolescenti hanno in<br />
realtà caratteristiche molto diverse.<br />
Eppure questa fascia di popolazione è<br />
scarsamente rappresentata negli studi<br />
clinici e spesso mancano dati specifici<br />
per un utilizzo razionale dei farmaci e per<br />
la formulazione di specialità dedicate.<br />
In un’epoca contraddistinta dalla<br />
crescente affermazione della medicina<br />
di precisione e di quella personalizzata,<br />
come soddisfare allora le esigenze dei<br />
piccoli pazienti?<br />
SI FA PRESTO A DIRE<br />
BAMBINO<br />
A partire dai neonati fino ad arrivare agli<br />
adolescenti, la fascia di età denominata<br />
pediatrica racchiude sottogruppi molto<br />
diversi tra loro. La distinzione può<br />
sembrare banale, ma non lo è affatto<br />
quando si parla di formulazione e<br />
somministrazione di farmaci.<br />
I diversi stadi di crescita sono infatti<br />
caratterizzati da enormi differenze in<br />
termini di metabolismo e assorbimento:<br />
i lattanti, ad esempio, vivono uno sviluppo<br />
accelerato che rende la metabolizzazione<br />
dei farmaci molto rapida, mentre gli<br />
adolescenti devono affrontare lo sviluppo<br />
puberale e i processi metabolici a esso<br />
collegati, che richiedono particolare<br />
attenzione ai dosaggi. Dalla nascita fino<br />
all’età adulta le funzioni dell’organismo<br />
cambiano, gli organi maturano e i<br />
processi biologici si modificano, rendendo<br />
necessario un continuo adeguamento<br />
delle terapie per massimizzare l’efficacia<br />
e ridurre al minimo gli effetti indesiderati.<br />
Anche la via di somministrazione<br />
preferenziale cambia in base all’età.<br />
In generale, le formulazioni liquide<br />
somministrate per via orale sono di gran<br />
lunga le più diffuse nella popolazione<br />
pediatrica, grazie ai vantaggi che<br />
offrono a livello di modulazione del<br />
dosaggio, evitando però le difficoltà<br />
di deglutizione. Un bambino, infatti,<br />
non sarà in grado di inghiottire forme<br />
farmaceutiche solide fino almeno ai due<br />
anni di età, a causa dell’immaturità del<br />
suo tratto gastroesofageo. Tuttavia, vi<br />
sono patologie che non possono essere<br />
trattate con specialità liquide orali e non<br />
tutti i farmaci possono essere formulati<br />
in questo modo. Se consideriamo poi<br />
un neonato prematuro, è evidente<br />
la difficoltà di impiego di qualunque<br />
farmaco che non sia somministrabile per<br />
via parenterale o, al limite, rettale.<br />
Eppure, nonostante le <strong>numero</strong>se<br />
esigenze dei piccoli pazienti, molti<br />
farmaci utilizzati in ambito pediatrico<br />
non sono formulati espressamente per<br />
questa fascia di età, ma sono specialità<br />
autorizzate per gli adulti e utilizzate offlabel.<br />
25
I RISCHI<br />
DELL’OFF-LABEL<br />
Questa pratica è tutt’altro che<br />
marginale: secondo la Società italiana di<br />
farmacologia, il 65% dei farmaci utilizzati<br />
nelle terapie intensive neonatali è off-label.<br />
Naturalmente, con il passare del tempo<br />
questo tipo di utilizzo è diventato sicuro<br />
per molte specialità farmaceutiche, grazie<br />
ai dati raccolti con la pratica. Tuttavia,<br />
la carenza di farmaci specificamente<br />
formulati per i piccoli pazienti rimane<br />
un problema, soprattutto quando si esce<br />
dagli ospedali e la somministrazione<br />
non spetta più al personale medico, ma<br />
ai genitori. Spesso, infatti, il dosaggio del<br />
farmaco per adulti viene ricalibrato in<br />
base a caratteristiche misurabili come<br />
peso e altezza ma senza tenere conto<br />
delle peculiarità dello specifico stadio di<br />
crescita. Inoltre, aprire e svuotare capsule,<br />
sbriciolare compresse, frammentare<br />
supposte, ridosare bustine, sono tutte<br />
operazioni che espongono al pericolo<br />
di sovradosaggio ed effetti avversi,<br />
soprattutto quando la mano che le esegue<br />
non è quella di un esperto. A tal proposito,<br />
nel 2014 Aifa ha lanciato una campagna<br />
pubblicitaria per sensibilizzare genitori e<br />
specialisti sui rischi dell’utilizzo off-label<br />
e sul valore aggiunto degli studi clinici<br />
condotti sui piccoli pazienti: secondo Aifa,<br />
fino al 2014 meno del 50% dei farmaci<br />
utilizzati in età pediatrica era stato<br />
sottoposto a sperimentazioni specifiche.<br />
Il motivo è comprensibile, se si pensa ai<br />
problemi etici che si celano dietro alle<br />
sperimentazioni su una fascia di età così<br />
vulnerabile.<br />
Tuttavia, negli ultimi anni gli sforzi in<br />
questa direzione hanno iniziato a dare<br />
i loro frutti. L’Ema nel 2007 ha infatti<br />
“<br />
secondo la<br />
Società italiana di<br />
farmacologia, il<br />
65% dei farmaci<br />
utilizzati nelle<br />
terapie intensive<br />
neonatali è off-label.<br />
attivato il “Regolamento europeo relativo<br />
ai medicinali ad uso pediatrico”, che<br />
stabilisce l’obbligo di inserire nelle<br />
richieste di autorizzazione all’immissione<br />
in commercio dati su qualità, sicurezza<br />
ed efficacia del farmaco per questo<br />
uso specifico. In Italia è stato fondato<br />
il Network INCiPit (Italian network for<br />
pediatric clinical trials), con l’intento di<br />
sviluppare la ricerca clinica in ambito<br />
pediatrico. Posto di riuscire ad avere tutti<br />
i dati necessari, bisogna poi formulare<br />
un farmaco specifico per la fascia di età<br />
considerata. E anche qui le sfide non<br />
mancano.<br />
CON UN POCO DI<br />
ZUCCHERO LA PILLOLA<br />
VA GIÙ?<br />
Quale sapore viene percepito come<br />
cattivo da un bambino? Questo è un<br />
quesito fondamentale a cui non è facile<br />
rispondere. Sicuramente il sapore amaro<br />
non è gradito, ma a volte anche l’aroma di<br />
menta pone problemi, perché percepito<br />
come caldo o piccante.<br />
Le cose si complicano ulteriormente se si<br />
considerano le differenze dovute ai diversi<br />
stadi di crescita, la variabilità individuale, la<br />
componente culturale e quella psicologica.<br />
Infatti, secondo ricerche di mercato<br />
menzionate nel reflection paper di Ema<br />
dedicato alle formulazioni pediatriche,<br />
“<br />
Dalla nascita<br />
all’età adulta,<br />
i processi biologici<br />
si modificano,<br />
rendendo necessario<br />
un continuo<br />
adeguamento delle<br />
terapie<br />
CONDIZIONE DA<br />
TRATTARE<br />
Dolore, febbre,<br />
allergia e infezioni<br />
Carenza vitaminica<br />
SAPORE<br />
ASSOCIATO IN<br />
EUROPA<br />
Ciliegia, fragola,<br />
banana, caramello<br />
Ribes nero, limone,<br />
lime, mandarino, arancia<br />
26<br />
condotti nella popolazione pediatrica.<br />
La carenza di formulazioni specifiche<br />
per l’infanzia, infatti, affonda le sue radici<br />
proprio nella scarsità di studi clinici<br />
Indigestione<br />
Limone, lime,<br />
arancia, menta
makinglife | giugno 2021<br />
SENSAZIONE<br />
IN BOCCA<br />
GUSTO PER COPRIRE<br />
QUESTA SENSAZIONE<br />
Acido<br />
Basico<br />
Ciliegia, limone, lime, mandarino,<br />
arancia, fragola<br />
Banana, caramello, ciliegia, liquirizia,<br />
frutto della passione, pesca<br />
Amaro<br />
Ciliegia, cioccolato, uva, liquirizia, fragola,<br />
pesca, lampone, frutti misti<br />
Salato<br />
Caramello, uva, limone,<br />
arancia, vaniglia<br />
Dolce<br />
Banana, caramello, crema, cioccolato,<br />
uva, vaniglia<br />
se gusti come bubble gum e uva sono<br />
tra i preferiti negli USA, i sapori limone<br />
e frutti rossi sono più apprezzati dai<br />
bambini europei, anche se in Scandinavia<br />
il gusto liquirizia va per la maggiore.<br />
Stesso discorso per il livello di dolcezza:<br />
più marcato quello apprezzato negli Stati<br />
Uniti, più tenue quello appropriato per il<br />
Giappone. Addirittura la condizione clinica<br />
da trattare ha la sua importanza nella<br />
scelta del gusto da attribuire a un farmaco.<br />
Bisogna poi considerare che il gusto è<br />
influenzato anche dagli altri sensi. L’olfatto<br />
dei bambini è infatti sviluppato sin dalla<br />
nascita e, sebbene ancora immaturo,<br />
intorno ai cinque anni può determinare<br />
una intensa reazione agli odori. Anche<br />
il tatto ha il suo ruolo, sotto forma di<br />
sensazione percepita a livello di cavo orale.<br />
La vista, infine, completa la percezione<br />
del gusto nei piccoli pazienti: l’aroma di<br />
fragola, ad esempio, potrebbe essere<br />
identificato come cioccolato, se il farmaco<br />
che lo contiene è di colore marrone invece<br />
che rosa.<br />
Mascherare il sapore di un farmaco in<br />
maniera efficace, quindi, non è affatto<br />
semplice. Anche una volta individuato un<br />
aroma gradevole, aggiungerlo potrebbe<br />
non essere sufficiente, visto che per i<br />
piccoli percepire un sapore mescolato<br />
ad altri è molto difficile. Pure l’addizione<br />
di dolcificanti potrebbe non funzionare,<br />
sebbene i bambini siano più sensibili degli<br />
adulti al sapore dolce. I dolcificanti, infatti,<br />
soprattutto ad elevate concentrazioni,<br />
lasciano in bocca un retrogusto amaro, che<br />
riporta al punto di partenza chi si trova a<br />
formulare il farmaco.<br />
BABY PANEL<br />
Una valutazione oggettiva di sapori e<br />
odori può essere ottenuta con metodi<br />
analitici quantitativi, lingue elettroniche<br />
o, meglio ancora, attraverso i panel test.<br />
La partecipazione dei bambini a questo<br />
genere di test è infatti generalmente<br />
considerata etica, a eccezione di quelli<br />
associati ad alcuni tipi di farmaci che<br />
possono essere testati solo in presenza<br />
della malattia da trattare. Sicuramente,<br />
però, per funzionare il test deve essere<br />
disegnato tenendo presenti le necessità e<br />
le caratteristiche dei piccoli: la durata deve<br />
essere breve, la partecipazione divertente,<br />
i gusti proposti pochi, i quesiti formulati in<br />
modo semplice. Un test ben congegnato<br />
potrebbe comunque essere il modo<br />
migliore per valutare l’aderenza del sapore<br />
di una formulazione ai gusti dei bambini.<br />
La stessa cosa può funzionare anche per<br />
l’estetica del farmaco, come ha dimostrato<br />
l’azienda FabRx, che ha sottoposto le sue<br />
colorate compresse, ottenute con quattro<br />
tecnologie diverse di stampa 3D, al più<br />
severo dei giudizi: quello di una platea di<br />
bambini.<br />
Pur avvalendosi dell’aiuto dei diretti<br />
interessati, rimane difficile il compito di<br />
chi deve sviluppare una formulazione<br />
farmaceutica pediatrica combinando<br />
efficacia, comodità di somministrazione<br />
e gradevolezza nello stesso medicinale.<br />
Proprio come in un puzzle, caratteristiche<br />
fisiologiche, palatabilità, comodità di<br />
somministrazione ed effetto psicologico<br />
sono tessere che devono incastrarsi<br />
alla perfezione per venire incontro alle<br />
esigenze del paziente pediatrico e ottenere<br />
una terapia efficace.<br />
www.aifa.gov.it/farmaci-e-pediatria<br />
European Medicine Agency, Reflection Paper:<br />
formlations of choice for the paediatric population. 20<strong>06</strong><br />
RIFERIMENTI<br />
www.sifweb.org/sif-magazine/articolo/quali-farmaciusare-per-l-eta-pediatrica-2021-02-17<br />
https://www.ospedaleniguarda.it/news/leggi/lasafarmaci-sosia<br />
Warsi M H, Yusuf M, Al Robain M, Khan M, Alsaab<br />
H, Muheem A, Khan S, 3D printing methods for<br />
pharmaceutical manufacturing: opportunity and<br />
challenges, 2018, Current Pharmaceutical Design<br />
www.fabrx.co.uk<br />
27
LA VOCE DEI PAZIENTI RARI<br />
Caterina Lucchini<br />
Le reti tra pazienti<br />
– ma anche<br />
con ospedali,<br />
aziende, agenzie e<br />
associazioni – sono<br />
uno strumento<br />
fondamentale per<br />
gestire con efficacia<br />
le malattie rare<br />
28<br />
In ambito medico la percezione<br />
del “valore” del paziente da<br />
parte di tutti gli attori coinvolti<br />
è decisamente cambiata<br />
negli anni: dai pazienti stessi,<br />
alle aziende produttrici di<br />
farmaci, passando per le<br />
agenzie regolatorie. Abbiamo<br />
discusso del ruolo che il<br />
paziente dovrebbe avere – in<br />
particolare quando si parla di<br />
malattie rare – insieme a Ilaria<br />
Ciancaleoni Bartoli, direttore di<br />
“Omar-Osservatorio malattie<br />
rare”.<br />
Qual è il valore della<br />
prospettiva del paziente per<br />
le agenzie regolatorie?<br />
Coinvolgere i pazienti nel<br />
momento in cui si valuta un<br />
farmaco è importante perché<br />
rende possibile comprendere<br />
il reale valore, in termini di<br />
impatto sulla qualità della vita,<br />
di quella terapia. Quello che i<br />
Ilaria Ciancaleoni Bartoli, direttore di Omar-Osservatorio malattie rare<br />
pazienti portano nei contesti<br />
regolatori, che per fortuna<br />
si stanno loro aprendo, è la<br />
visione relativa all’impatto di<br />
una terapia sulla vita reale,<br />
una cosa che non sempre<br />
viene misurata negli endpoint<br />
degli studi clinici. Le aziende<br />
dovrebbero imparare, e<br />
alcune lo stanno facendo, a<br />
coinvolgere i rappresentanti<br />
dei pazienti anche prima,<br />
quando si stabiliscono i<br />
protocolli degli studi e gli<br />
endpoint da valutare, e<br />
comunicare costantemente<br />
con loro per tutto il periodo<br />
di sperimentazione: all’inizio<br />
potrebbe apparire una<br />
complicazione, ma alla fine<br />
sarebbe un vantaggio per tutto<br />
il sistema.<br />
Quali vantaggi portano le reti<br />
ai pazienti e alle aziende del<br />
farmaco?<br />
Quando i numeri sono piccoli,<br />
come nel caso delle malattie<br />
rare, le reti sono essenziali.<br />
Per le persone con malattie<br />
rare o rarissime la chiave di<br />
volta risiede in primo luogo<br />
nell’associarsi, ma ancora di<br />
più nella collaborazione tra<br />
associazioni con interessi<br />
simili, anche se con patologie<br />
differenti. Un esempio concreto<br />
è quello dei pazienti che hanno<br />
a disposizione delle terapie<br />
enzimatiche e che con una<br />
battaglia unita sono riuscite,<br />
quasi in tutte le regioni, a<br />
vedersi riconosciuto il diritto<br />
alla terapia domiciliare. Oppure<br />
la battaglia portata avanti da<br />
tantissime associazioni perché<br />
in Italia fosse allargato lo<br />
screening metabolico: nessuna<br />
l’avrebbe ottenuto se avesse<br />
parlato solo per la propria<br />
piccola e ignota malattia.<br />
Ci sono poi le reti tra clinici<br />
e centri di riferimento, e tra<br />
la medicina di base e i centri<br />
esperti: tanto più questi<br />
sono capaci di scambiarsi<br />
informazioni, quanto più<br />
velocemente il paziente passa
makinglife | giugno 2021<br />
dal sospetto diagnostico alla<br />
diagnosi e dalla diagnosi alla<br />
corretta e migliore presa<br />
in carico. Per le aziende<br />
farmaceutiche, investire<br />
in iniziative che portino a<br />
sviluppare reti è una mossa<br />
vincente, poter operare in<br />
un sistema più organizzato<br />
migliora la qualità del lavoro, e<br />
spesso anche il profitto.<br />
Quali passi avanti hanno fatto<br />
le aziende in questi anni nel<br />
riconoscimento del valore<br />
del paziente, e cosa manca<br />
ancora?<br />
Le aziende pharma che<br />
operano nel settore delle<br />
malattie rare sono di due tipi:<br />
quelle piccole o che comunque<br />
sono tutte concentrare sul<br />
“raro”, e le grandi aziende<br />
strutturate che hanno, tra<br />
tanti altri farmaci, anche quelli<br />
orfani. Gli approcci spesso<br />
sono diversi: le prime riescono<br />
ad avere un dialogo più<br />
semplice con le associazioni,<br />
le persone che vi lavorano<br />
vivono più direttamente i<br />
bisogni dei pazienti. Nelle<br />
altre tutto è più strutturato<br />
e non sempre le piccole<br />
associazioni riescono a capirlo,<br />
la collaborazione si fa un po’<br />
più difficile e probabilmente<br />
meno soddisfacente da<br />
entrambe le parti, almeno fin<br />
quando non si arriva a “parlare<br />
la stessa lingua”. In ogni caso,<br />
in entrambe le tipologie di<br />
aziende l’attenzione al mondo<br />
dei pazienti/caregiver è molto<br />
migliorata negli ultimi anni, c’è<br />
sempre più la consapevolezza<br />
che non basta portare<br />
un’opzione terapeutica, ma che<br />
servono progetti che impattino<br />
su altri aspetti, anche di tipo<br />
sociale. E che questi progetti<br />
non vanno calati dall’alto,<br />
già impostati e decisi, come<br />
si faceva un tempo con un<br />
approccio un po’ paternalistico,<br />
ma devono nascere<br />
dall’ascolto e vanno costruiti<br />
insieme ai pazienti stessi. Su<br />
questo si sta migliorando ma si<br />
può progredire ancora, bisogna<br />
capire che le associazioni sono<br />
sempre più spesso composte<br />
di persone che non sono<br />
“povere vittime da aiutare”<br />
ma “i massimi esperti” della<br />
propria malattia, con i quali<br />
collaborare.<br />
Ci sono progetti sviluppati<br />
dalle pharma per il paziente<br />
che ritiene particolarmente<br />
apprezzabili?<br />
È una domanda difficile<br />
perché spesso “Osservatorio<br />
malattie rare” è chiamato a<br />
partecipare, e sovente come<br />
co-organizzatore o co-ideatore<br />
di questi progetti: chiaramente,<br />
tutte le volte che decidiamo<br />
di partecipare vuol dire che<br />
l’idea ci piace. Certo ci sono<br />
alcuni progetti per i quali ho un<br />
affetto particolare.<br />
Per esempio ho stimato molto<br />
le aziende che hanno deciso<br />
di sostenere la campagna<br />
#TheRAREside storie ai confini<br />
della rarità, una campagna<br />
organizzata da Omar e<br />
focalizzata a dare al largo<br />
pubblico un nuovo linguaggio<br />
e un nuovo modo di pensare<br />
alle malattie rare. Non avevano<br />
nulla da guadagnarci dal<br />
punto di vista commerciale,<br />
non si è parlato di patologie<br />
sulle quali questi sono<br />
attivi ma spesso di malattie<br />
pochissimo note, e potevano<br />
anche uscire messaggi un po’<br />
“forti” e “fuori dal coro”. Eppure<br />
hanno abbracciato l’idea e<br />
hanno voluto lasciare la voce<br />
ai pazienti, e questo è un<br />
bellissimo segnale. E poi, come<br />
non pensare con particolare<br />
ammirazione a quelle aziende<br />
che, per venire incontro<br />
alle esigenze dei pazienti,<br />
e spesso per supplire alle<br />
carenze del sistema sanitario<br />
territoriale, hanno messo<br />
mano al portafoglio e hanno<br />
organizzato – avvalendosi di<br />
cooperative professionali di<br />
infermieri formati – le terapie<br />
domiciliari per i pazienti.<br />
C’è stato bisogno e richiesta<br />
da quando è cominciata<br />
la pandemia e l’accesso<br />
all’ospedale è diventato più<br />
complesso e potenzialmente<br />
rischioso e questi sono<br />
diventati programmi davvero<br />
indispensabili. Il sistema<br />
sanitario spesso non è in<br />
grado di garantire questo<br />
servizio, o almeno non riesce<br />
a farlo nei fine settimana o<br />
in orario serale – la fascia<br />
più accessibile per i pazienti<br />
che lavorano o studiano.<br />
Sotto pandemia poi non era<br />
nemmeno ipotizzabile che<br />
il pubblico potesse coprire<br />
questo bisogno, ed è quindi<br />
importante che il pharma<br />
abbia dato – e continui a<br />
dare – un contributo concreto,<br />
fattivo e che non comporta un<br />
aggravio di spesa per il Ssn.<br />
Gli avanzamenti tecnologici<br />
possono rappresentare<br />
dei validi alleati in questo<br />
complicato campo d’azione?<br />
La tecnologia è sempre un<br />
grande supporto, se la si<br />
usa bene. Nelle malattie<br />
rare tantissimo è cambiato<br />
semplicemente con la<br />
diffusione dell’accesso a<br />
internet, che ha permesso<br />
a persone con la stessa<br />
malattia di entrare in contatto<br />
e confrontarsi. Questo non<br />
avrebbe mai potuto accadere<br />
prima, condannando i pazienti<br />
a un forte senso di impotenza<br />
e solitudine. Un grandissimo<br />
aiuto può venire anche dalle<br />
reti tecnologiche tra ospedali,<br />
che consentono di scambiarsi<br />
referti anche di grande<br />
qualità (penso alle Tac) senza<br />
complicazioni, e senza che<br />
il paziente debba muoversi.<br />
Oltre a questo, un enorme<br />
aiuto potrà venire da un uso<br />
sempre più diffuso dell’AI che<br />
può aiutare ad esempio nella<br />
diagnosi, che nelle malattie<br />
rare è sempre uno scoglio<br />
grandissimo da superare.<br />
Per non parlare poi del futuro,<br />
nemmeno così lontano, delle<br />
terapie digitali, una novità<br />
assoluta che ancora deve<br />
prender piede in Europa ma è<br />
ben conosciuta negli USA.<br />
Malattie rare pediatriche:<br />
“bambini orfani di farmaci”,<br />
avevamo scritto tempo<br />
fa, puntando la luce sulla<br />
mancanza di studi ad hoc.<br />
Qual è la situazione attuale?<br />
La sperimentazione clinica<br />
sui bambini è sempre più<br />
complessa purtroppo, è<br />
così in tutto e non solo nelle<br />
malattie rare, dove pure ce<br />
ne sarebbe gran bisogno<br />
perché tantissime malattie<br />
si manifestano nei primi<br />
anni di vita e spesso un<br />
intervento terapeutico è tanto<br />
più efficace quanto più è<br />
precoce. Però al bisogno non<br />
è seguito nessun particolare<br />
incentivo o facilitazione alla<br />
ricerca pediatrica, è sempre<br />
un tema di cui si parla poco e<br />
forse meriterebbe di essere<br />
discusso a fondo, ma non con<br />
approccio accademico, bensì<br />
con l’orientamento a trovare<br />
delle soluzioni che aumentino<br />
la ricerca pediatrica ma<br />
salvaguardino sicurezza ed<br />
eticità.<br />
29
EQUIVALENTI e BIOSIMILARI<br />
per l’accesso alle TERAPIE<br />
Simone Montonati<br />
In Italia, i costi<br />
elevati sono una<br />
delle principali<br />
cause di rinuncia<br />
e abbandono delle<br />
terapie. Una<br />
maggior diffusione<br />
dei farmaci off<br />
patent potrebbe<br />
contribuire a un<br />
più vasto accesso<br />
alle cure<br />
Enrique Häusermann, presidente di Egualia<br />
La possibilità di accedere<br />
alle prestazioni sanitarie è<br />
un aspetto determinante per<br />
l’equità di un sistema sanitario.<br />
Secondo i dati Istat, nel 2020<br />
un cittadino su dieci in Italia<br />
ha rinunciato alle cure pur<br />
avendone bisogno. Il dato<br />
è certamente appesantito<br />
dall’emergenza Covid-19, che<br />
ha creato notevoli difficoltà<br />
operative, ma anche nel 2019<br />
la situazione non è stata rosea:<br />
il 6,3% della popolazione<br />
ha rinunciato a curarsi e in<br />
questo caso le ragioni sono<br />
state soprattutto di carattere<br />
economico. Le segnalazioni<br />
giunte al Tribunale per i diritti<br />
del malato confermano che i<br />
costi più difficili da sostenere<br />
per le famiglie sono quelli<br />
relativi ai farmaci. Secondo<br />
un’indagine di Cittadinanzattiva,<br />
nel 2018 questo fattore ha<br />
creato difficoltà di cura per<br />
quasi un paziente su tre.<br />
In questo contesto,<br />
l’introduzione di farmaci<br />
equivalenti e biosimilari nel<br />
sistema sanitario ha avuto<br />
un ruolo importante ma i<br />
margini di miglioramento<br />
sono ancora ampi. Secondo<br />
le stime di Egualia – ex-<br />
Assogerici, l’associazione che<br />
in Italia rappresenta l’industria<br />
di equivalenti, biosimilari e<br />
value added medicines – i<br />
costi aggiuntivi per i pazienti<br />
dovuti al mancato utilizzo<br />
30
makinglife | giugno 2021<br />
degli equivalenti disponibili<br />
in commercio ammontano<br />
a un miliardo di euro. «C’è<br />
ancora molto lavoro da<br />
fare – spiega il presidente<br />
dell’associazione Enrique<br />
Häusermann – e la nostra<br />
organizzazione può avere un<br />
ruolo importante. La nostra<br />
mission è da sempre quella<br />
di creare valore per la salute<br />
dei pazienti garantendo a tutti<br />
una maggior possibilità di<br />
accesso ai farmaci. Vogliamo<br />
ridurre le disuguaglianze<br />
ottimizzando l’uso delle risorse<br />
del Ssn. In questo senso, il<br />
cambio di denominazione<br />
da Assogenerici a Egualia<br />
ha una doppia funzione:<br />
evidenziare meglio questi<br />
nostri obiettivi e rendere conto<br />
dell’evoluzione che ha portato<br />
nuovi importanti player nel<br />
settore. Ora, oltre ai farmaci<br />
equivalenti, contribuiscono al<br />
raggiungimento di equità e<br />
accessibilità anche i biosimilari<br />
e i medicinali a valore aggiunto<br />
(value added medicine,<br />
farmaci off patent modificati<br />
o diversamente combinati per<br />
coprire specifiche esigenze<br />
terapeutiche N.d.R). Dalla<br />
loro introduzione sul mercato<br />
europeo, negli anni ‘70, gli<br />
equivalenti hanno aumentato<br />
l’accesso alle cure, perché<br />
inevitabilmente costano meno<br />
degli originator, sia per il<br />
paziente che per il Ssn».<br />
Queste soluzioni, essendo più<br />
economiche, aiutano anche<br />
nell’aderenza alla terapia?<br />
L’aderenza alla terapia è<br />
soprattutto una questione<br />
culturale e dipende in gran<br />
parte dal rapporto tra medico<br />
e paziente. Il punto chiave<br />
è che il paziente non deve<br />
solo essere informato sul<br />
corretto utilizzo del farmaco e<br />
sull’importanza dell’aderenza<br />
per l’efficacia delle cure.<br />
Bisogna anche renderlo<br />
consapevole del suo ruolo<br />
sociale e dell’impatto che il<br />
livello di aderenza avrà sulle<br />
persone attorno a lui: una<br />
corretta terapia è di aiuto<br />
al paziente, ma anche ai<br />
caregiver, al Sistema sanitario,<br />
all’intera collettività in cui<br />
vive. Questo è un passaggio<br />
fondamentale nella crescita<br />
del paziente. Certamente<br />
la questione economica<br />
ha un peso e anche per<br />
questo abbiamo attivato<br />
una collaborazione con<br />
Cittadinanzattiva per fornire<br />
ai cittadini una corretta<br />
informazione su equivalenti e<br />
biosimilari (vedi box).<br />
Perché queste informazioni<br />
non sono ancora conosciute<br />
da tutti?<br />
Innanzitutto il nostro Paese<br />
paga un ritardo significativo<br />
rispetto ad altre nazioni<br />
europee. Il brevetto sui<br />
farmaci, in Italia, è stato<br />
introdotto solo nel 1978<br />
mentre in altri Paesi era<br />
una realtà già dagli anni<br />
‘50. Questo ha fatto sì che<br />
mentre da noi venivano<br />
introdotti, i brevetti iniziavano<br />
a scadere in Germania, in<br />
Inghilterra e in altri Paesi<br />
del nord Europa, aprendo<br />
la strada ai generici. Oggi il<br />
mercato degli equivalenti in<br />
queste nazioni raggiunge il<br />
50-70% del totale. Noi invece<br />
abbiamo dovuto attendere<br />
il 1998, anno di scadenza<br />
dei primi brevetti, per poter<br />
introdurre i primi equivalenti.<br />
All’inizio degli anni 2000, le<br />
prime imprese (tedesche)<br />
che si sono affacciate al<br />
nostro mercato hanno<br />
incontrato enormi difficoltà<br />
dovute essenzialmente<br />
a una fortissima<br />
controinformazione da parte<br />
delle aziende che vendevano<br />
prodotti a marchio. Questo ha<br />
creato una forte resistenza<br />
nella classe medica e da lì<br />
è iniziato un conflitto che,<br />
di fatto, non si è ancora<br />
concluso. Creando a volte<br />
situazioni paradossali, con le<br />
aree più ricche del Paese che<br />
utilizzano più equivalenti di<br />
quelle con maggiori difficoltà<br />
di spesa. La penetrazione dei<br />
generici è infatti superiore al<br />
Nord rispetto al Sud.<br />
Quali altri aspetti<br />
dovrebbero essere<br />
considerati a beneficio dei<br />
pazienti?<br />
Un aspetto che considero<br />
importante è un fattore<br />
distorsivo cui va posta molta<br />
attenzione. I risparmi generati<br />
dall’impiego di equivalenti<br />
e biosimilari nell’ambito del<br />
servizio sanitario regionale<br />
o nazionale devono essere<br />
impiegati per stimolare<br />
l’innovazione. È un punto<br />
fondamentale che genera<br />
un circolo virtuoso nel<br />
quale i risparmi generano<br />
innovazione e valore per<br />
il paziente, e finanziano lo<br />
sviluppo di nuovi farmaci<br />
che, una volta scaduti,<br />
rientreranno a loro volta nel<br />
canale degli equivalenti.<br />
È fondamentale dunque che i<br />
risparmi vengano reinvestiti<br />
nel settore farmaceutico<br />
e non siano impiegati per<br />
ripianare buchi di bilancio<br />
negli ambiti più disparati.<br />
A volte, infatti, queste<br />
economie non rimangono<br />
nemmeno nel settore della<br />
sanità e in questo modo non<br />
generano nessun valore<br />
aggiunto per i pazienti.<br />
#ioequivalgo, il progetto che racconta gli equivalenti<br />
Per informare i cittadini sul valore degli equivalenti e dei biosimilari, è nato #ioequivalgo, un progetto realizzato da<br />
Cittadinanzattiva e sostenuto da Egualia. L’iniziativa, oltre ad aumentare la consapevolezza dei pazienti favorendone la libera<br />
scelta, mira a promuovere politiche trasparenti dei prezzi e a ridurre gli sprechi dovuti alla mancata aderenza alle terapie.<br />
Oltre a organizzare alcune giornate di sensibilizzazione – anche attraverso punti di informazione pubblici – il progetto<br />
ha visto la realizzazione di un sito web (ioequivalgo.it), una omonima app da consultare per conoscere la disponibilità di<br />
farmaci equivalenti, una pagina Facebook dedicata, e un leaflet tradotto in sette lingue per poter raggiungere la maggior<br />
fascia di popolazione possibile. La app permette di svolgere ricerche sulla base del nome del farmaco o del principio attivo<br />
selezionando la formulazione e il dosaggio prescritto dal medico o consigliato dal farmacista. Il risultato sarà l’elenco<br />
completo dei farmaci disponibili in commercio, sia originator che equivalenti, organizzati per fasce di prezzo.<br />
Il progetto è stato attivato nel 2016 ed è proseguito, nel 2020, con l’iniziativa “Ioequivalgo Scuola”, nata con l’obiettivo di<br />
coinvolgere nel percorso di sensibilizzazione anche gli istituti secondari di 2° grado di alcune regioni.<br />
31
Pazienti attori nello<br />
sviluppo dei farmaci<br />
DAL<br />
RECLUTAMENTO<br />
“ATTIVO” NEI<br />
TRIAL CLINICI AL<br />
COINVOLGIMENTO<br />
NELLE FASI DI<br />
SVILUPPO, IL<br />
CONTRIBUTO<br />
DEI PAZIENTI<br />
È DI ESTREMA<br />
IMPORTANZA<br />
ANCHE PER<br />
L’EVOLUZIONE DEI<br />
FARMACI<br />
Caterina Lucchini<br />
32
makinglife | giugno 2021<br />
Il coinvolgimento dei pazienti nello<br />
sviluppo dei farmaci ha due facce.<br />
Da un lato i pazienti possono essere<br />
visti come alleati dell’industria nelle<br />
varie fasi di progettazione dei trial<br />
clinici e convalida dei farmaci. La<br />
voce dei pazienti esperti è di estrema<br />
importanza per portare le esigenze<br />
di real-life già durante il disegno di<br />
uno studio. Dall’altro, nel parlare del<br />
coinvolgimento dei pazienti, si può<br />
riflettere su nuove possibilità, di solito<br />
legate alla tecnologia, di reclutamento<br />
“attivo”. Accelerare e aumentare<br />
la visibilità dei trial significa infatti<br />
aumentare il coinvolgimento dei<br />
pazienti, dunque migliorare e ridurre i<br />
tempi di ricerca connessi allo sviluppo<br />
di un farmaco.<br />
«Finalmente si è compresa<br />
l’importanza di coinvolgere i pazienti in<br />
questo ambito, d’altra parte i farmaci<br />
sono destinati ai pazienti, come si fa<br />
quindi a svilupparli senza di loro?».<br />
Parla così Paola Kruger, paziente<br />
esperto presso Eupati. Anche Lorenzo<br />
Cottini, consigliere e coordinatore GdS<br />
ricerche cliniche di AFI e presidente<br />
di General Manager High Research,<br />
conferma il crescente coinvolgimento,<br />
particolarmente, però, in studi Covid<br />
mentre «per le altre tipologie si<br />
continua a coinvolgere i pazienti, ma<br />
il periodo di pandemia ha causato un<br />
rallentamento in questo processo».<br />
Non si tratta solo di una questione di<br />
etica, ma di un vantaggio anche dal<br />
punto di vista aziendale, come comincia<br />
a emergere dagli studi scientifici.<br />
FASI DI INCLUSIONE<br />
I pazienti possono essere inclusi in tutte<br />
le fasi dello sviluppo, a partire dalla<br />
definizione dei bisogni insoddisfatti fino<br />
all’HTA. Come spiega Cottini «I pazienti<br />
esperti o rappresentanti di associazioni<br />
pazienti vengono generalmente inclusi<br />
in valutazioni di protocolli all’interno<br />
delle riunioni dei comitati etici (CE)<br />
e nella valutazione degli endpoint,<br />
soprattutto secondari, da parte dei<br />
board delle aziende farmaceutiche».<br />
La presenza, tuttavia, non è omogenea.<br />
«Ci sono aree – aggiunge Kruger – in<br />
cui è più facile vedere il coinvolgimento<br />
dei pazienti, come la definizione di un<br />
protocollo di ricerca, l’identificazione<br />
dei bisogni insoddisfatti e la valutazione<br />
dell’esperienza di ricerca, i cosiddetti<br />
“PROs”, cioè i Patient reported<br />
outcome. Altre aree vedono un minor<br />
coinvolgimento, come la decisione<br />
sugli endpoint (ancora appannaggio<br />
dei medici anche se si stanno facendo<br />
strada gli endpoint qualitativi, che<br />
riguardano la qualità di vita). Nei CE<br />
non sempre ci sono pazienti o non sono<br />
esperti. Anche questo è un aspetto<br />
importante: non è sufficiente essere<br />
pazienti per essere dei validi membri<br />
di un CE, bisogna capirne le logiche e i<br />
linguaggi». Anche per quanto riguarda la<br />
valutazione dei risultati di un trial clinico<br />
siamo ben lontani da un coinvolgimento<br />
attivo e costante dei pazienti. Un’area<br />
invece in cui si sta molto migliorando<br />
33
iguarda le pubblicazioni scientifiche.<br />
Come spiega Kruger, «oltre ad avere<br />
pazienti peer reviewer di pubblicazioni<br />
importanti (es: BMJ, Plos One) sta<br />
sempre più affermandosi il lay<br />
summary, un riassunto con linguaggio<br />
a misura di paziente della ricerca<br />
pubblicata che permette un maggiore<br />
accesso agli articoli scientifici».<br />
Un ulteriore ambito in cui la<br />
partecipazione dei pazienti è ancora<br />
limitata è quello dell’HTA che invece<br />
è importantissimo poiché si decide la<br />
rimborsabilità di un farmaco.<br />
34<br />
I PAZIENTI<br />
NELLE AGENZIE<br />
REGOLATORIE<br />
I pazienti sono presenti nei comitati<br />
dell’Ema per la valutazione dei dossier<br />
e vengono coinvolti nella revisione<br />
dei foglietti illustrativi. Sempre più le<br />
agenzie regolatorie richiedono evidenze<br />
del coinvolgimento dei pazienti (tramite<br />
PROs) nello sviluppo dei farmaci di<br />
cui viene richiesta l’AIC. L’Fda, a tal<br />
proposito, ha pubblicato una serie di<br />
guideline sul coinvolgimento attivo dei<br />
pazienti nelle varie fasi della ricerca.<br />
IDENTIKIT DEI<br />
PAZIENTI INCLUSI<br />
Di norma vengono scelti pazienti<br />
esperti – come i pazienti di EUPATI<br />
che hanno una preparazione specifica<br />
sullo sviluppo dei farmaci – oppure<br />
rappresentanti di associazioni. La<br />
partecipazione ai vari processi di<br />
approvazione o di sviluppo di protocolli<br />
o di documentazione dei farmaci e<br />
condivisione con il paziente esperto –<br />
anche da parte di aziende farmaceutiche<br />
– è frutto anche del recepimento della<br />
legge 3/2018 Lorenzin, che però ha<br />
bisogno dei relativi decreti attuativi.<br />
La tipologia di paziente dipende dal<br />
compito che si deve portare a termine.<br />
Come suggerisce Kruger, «se dobbiamo<br />
capire quali sono le priorità di ricerca<br />
in una certa area terapeutica è ovvio<br />
che dobbiamo chiedere al maggior<br />
<strong>numero</strong> possibile di pazienti con quella<br />
patologia. Se abbiamo bisogno di<br />
pazienti per contribuire a un aspetto<br />
“tecnico”, come il disegno di uno studio,<br />
affidarsi a pazienti esperti con una<br />
conoscenza certificata dello sviluppo dei<br />
farmaci permette di essere più rapidi e<br />
incisivi. Insomma, l’ideale è coinvolgere<br />
sia pazienti esperti che naïf».<br />
I VIRTUAL TRIAL<br />
Esistono disegni innovativi dei trial<br />
clinici che possono aumentare<br />
il coinvolgimento dei pazienti?<br />
Sicuramente la digitalizzazione sta<br />
portando a nuove opportunità per i<br />
pazienti coinvolti nella ricerca, così<br />
come l’uso dei social media, che<br />
permettono di raggiungere un grande<br />
<strong>numero</strong> di pazienti. Si parla sempre<br />
più spesso di virtual trial che possono<br />
favorire il reclutamento e il follow-up.<br />
«Tuttavia – aggiunge Cottini - nella<br />
pratica non vi sono ancora tanti esempi.<br />
Le autorità regolatorie sono piuttosto<br />
caute nel considerare tali tipologie<br />
di trial al pari dei trial tradizionali a<br />
livello di qualità della raccolta dei dati.<br />
Io ritengo che il livello tecnologico<br />
raggiunto sia ormai tale da poter<br />
considerare questi trial come studi<br />
tradizionali, sempre che si utilizzino<br />
mezzi opportunamente validati». Per<br />
Kruger, i virtual trial sono un grande<br />
vantaggio: «Spesso ai partecipanti di<br />
una sperimentazione viene dato un<br />
patient support program (PSP) che li<br />
“segue” nel percorso clinico, li aiuta a<br />
gestire gli impegni e permette loro di<br />
registrare molti parametri da remoto.<br />
I pazienti esperti sono spesso coinvolti<br />
nel disegno di questi PSP».
makinglife | giugno 2021<br />
IL RUOLO DEI SOCIAL<br />
MEDIA<br />
«I social media – spiega Kruger –<br />
possono ampliare il reclutamento dei<br />
pazienti e informarli dei risultati di una<br />
ricerca». Le associazioni di pazienti<br />
sono spesso veicolo di divulgazione<br />
tramite i social della possibilità di<br />
essere inclusi in protocolli clinici e i<br />
ricercatori parlano alla comunità dei<br />
pazienti grazie a questi mezzi. «La Lega<br />
Italiana Ricerca Huntington, racconta ad<br />
esempio Cottini, manda regolarmente<br />
newsletter e video per informare i<br />
pazienti su molti aspetti della loro<br />
patologia, e soprattutto sull’importanza<br />
di essere inclusi in diversi tipologie di<br />
studi». Si sta esplorando anche l’uso dei<br />
social media nella farmacovigilanza, per<br />
catturare eventuali segnali di reazioni<br />
avverse che i pazienti comunicano tra<br />
loro. «Per esempio, racconta Kruger,<br />
c’è un progetto europeo che si occupa<br />
proprio di questo, si chiama <strong>WEB</strong>-RADR<br />
(vedi box)».<br />
Guardando il fenomeno dal punto di<br />
vista delle aziende farmaceutiche, i<br />
social media possono risultare molto<br />
importanti per alimentare la raccolta<br />
dei real world e dei PSP applicati agli<br />
studi clinici. «Le industrie – conferma<br />
Cottini – stanno investendo molto nel<br />
patient engagement per tramite di app<br />
e PSP. Interagiscono con le associazioni<br />
dei pazienti e utilizzano anche siti<br />
appositamente popolati per dare<br />
informazioni relative ai protocolli».<br />
È importante che le aziende sviluppino<br />
queste innovazioni tecnologiche<br />
insieme al paziente per assicurarne la<br />
reale fruibilità. Al contrario di quello<br />
che si dice in gergo clinico, i pazienti<br />
non sono “soggetti” della ricerca, sono<br />
“partecipanti”.<br />
Riferimenti<br />
• Van Stekelenborg J et al. Recommendations<br />
for the Use of Social Media in<br />
Pharmacovigilance: Lessons from IMI <strong>WEB</strong>-<br />
RADR. Drug Saf 2019;42:1393-1407<br />
• Levitan et al. Assessing the Financial Value of<br />
Patient Engagement: A quantitative approach<br />
from CTTI’s patient groups and clinical trials<br />
project therapeutic innovation & regulatory<br />
Science 2018;52:220-229<br />
• PARADIGM. Recommendations on the<br />
required capabilities for patient engagement.<br />
• www.web-rar.eu<br />
• www.lirh.it/it<br />
<strong>WEB</strong>-RADR, social media e farmacovigilanza<br />
Il progetto <strong>WEB</strong>-RADR (Recognising adverse drug reactions), finanziato nell’ambito della Innovative medicines<br />
initiative (IMI) dell’UE, ha studiato l’utilità e il ruolo dei social media in farmacovigilanza, valutandone punti di<br />
forza e di debolezza.<br />
Ecco le raccomandazioni dei ricercatori.<br />
1. QUALI SOCIAL MEDIA SCEGLIERE<br />
Facebook e Twitter non sembrano di grande utilità per individuare nuove segnali di farmacovigilanza:<br />
grande quantità di dati ma ridotta qualità. Inoltre, non risultano particolarmente d’aiuto nel contesto della<br />
signal detection. Meglio social media più specifici come Patient Fora, una piattaforma con sezioni dedicate<br />
a singole malattie, farmaci o popolazioni di pazienti, o Reddit, che nella sezione ‘subreddits’ contiene forum<br />
di discussione dedicati ad argomenti specifici.<br />
2. DOVE INDIRIZZARE LE FUTURE RICERCHE<br />
I social media sembrano essere particolarmente validi per ridefinire o rivalutare reazioni avverse già<br />
note, soprattutto in termini di impatto sulla qualità della vita. Secondo il <strong>WEB</strong>-RADR, infatti, il 12% dei post<br />
analizzati conteneva questo tipo di informazioni. In alcune aree di nicchia, come i farmaci in gravidanza o<br />
i casi di misuso/abuso, la combinazione dei metodi tradizionali con le piattaforme social potrebbe<br />
efficacemente migliorare l’individuazione del segnale.<br />
3. IL RUOLO CHIAVE DELLA COLLABORAZIONE<br />
Con i social, il concetto di farmacovigilanza potrebbe spostarsi dalla semplice segnalazione degli eventi<br />
avversi a un’attività olistica di valutazione complessiva del rapporto rischio beneficio di un farmaco.<br />
Per raggiungere questo obiettivo dovrà essere affrontata la questione della sicurezza dei dati in rete e<br />
soprattutto si dovranno attivare collaborazioni tra diversi stakeholder.<br />
35
Comitati etici<br />
una garanzia per i diritti<br />
Paola Arosio<br />
LA PRESENZA DEL CITTADINO<br />
ALL’INTERNO DI QUESTI<br />
ORGANISMI È FONDAMENTALE<br />
PER ASSICURARE IL PLURALISMO<br />
E VEICOLARE LE ISTANZE<br />
DEI PAZIENTI MA RESTA<br />
ANCORA TANTO DA FARE PER<br />
PROMUOVERE UN’EFFETTIVA<br />
PARTECIPAZIONE<br />
Il caso più noto, e più aberrante, è stato quello degli<br />
esperimenti medici effettuati nei lager nazisti, i cui<br />
responsabili furono condannati durante il processo di<br />
Norimberga per crimini contro l’umanità. Ma le violazioni<br />
dei diritti umani nel nome della ricerca scientifica furono<br />
<strong>numero</strong>se. Un esempio si rintraccia nel Tuskegee study, svolto dal<br />
1930 al 1972, durante il quale quasi 400 uomini di colore affetti da<br />
sifilide vennero lasciati morire senza alcuna terapia per studiare il<br />
decorso della malattia.<br />
UNA LUNGA STORIA<br />
Nel 1966 Henry Beecher, professore di anestesiologia<br />
all’Università di Harvard, pubblicò un noto articolo nel quale<br />
stigmatizzava, dati alla mano, il comportamento di ricercatori<br />
che avevano incluso in studi rischiosi i pazienti senza informarli,<br />
mentre l’anno successivo l’eticista britannico Maurice Henry<br />
Pappworth denunciò centinaia di sperimentazioni, condotte in<br />
circostanze simili, che coinvolgevano adulti e bambini, e diede<br />
alle stampe il saggio Cavie umane: la sperimentazione sull’uomo.<br />
Proprio da questi presupposti cominciarono a diffondersi, negli<br />
anni Sessanta, i primi comitati etici sulle sperimentazioni. Prima<br />
negli Stati Uniti, poi in Europa, quindi in Italia. Nel nostro Paese,<br />
in particolare, questi organismi sono stati istituiti con<br />
il decreto ministeriale del 18 marzo 1998, che ne ha<br />
formalizzato la presenza in tutte le strutture assistenziali.<br />
Nel 20<strong>06</strong>, con il decreto ministeriale del 12 maggio,<br />
vengono poi stabiliti i requisiti minimi dei comitati, inclusa<br />
la loro composizione. È in questo momento che fa capolino,<br />
al fianco di clinici, medici di medicina generale, farmacologi,<br />
farmacisti, infermieri e altri esperti, anche la figura del paziente,<br />
definito, come recita l’articolo 2, comma 4, «un rappresentante del<br />
volontariato per l’assistenza o dell’associazionismo di tutela dei<br />
pazienti». Un’eterogeneità che prevede, da una parte, la presenza<br />
di membri tecnici, dall’altra di quelli laici. Una composizione<br />
“mista” mirata a favorire la compenetrazione di diverse<br />
prospettive, il confronto, il pluralismo delle visioni, incrinando<br />
una cortina che spesso segmenta, separa e divide. Presupposti<br />
fondamentali, perché questo si concretizzi, è l’assenza di gerarchie<br />
e di poteri e la disponibilità all’ascolto reciproco.<br />
IL RISCHIO DI UN RUOLO<br />
MARGINALE<br />
In concreto, le responsabilità e i ruoli del rappresentante dei<br />
36
makinglife | giugno 2021<br />
cittadini-pazienti sono molto variabili e possono includere queste<br />
funzioni:<br />
• contribuire alla valutazione del protocollo di ricerca<br />
• valutare l’eticità degli studi considerando sia la rilevanza per i<br />
pazienti e per la ricerca, sia il rapporto tra rischio e beneficio<br />
• tutelare la sicurezza e i diritti degli assistiti e la riservatezza<br />
dei dati<br />
• verificare le informazioni fornite ai pazienti, per quanto<br />
riguarda sia le finalità della ricerca, sia la chiarezza e<br />
completezza del consenso informato<br />
• esprimere un parere in merito all’approvazione o al rifiuto<br />
dello studio in esame<br />
Tuttavia, all’atto pratico, spesso accade che il tutto si riduca a un<br />
compito informativo o poco più. Ciò a causa del fatto che, pur<br />
essendo consapevoli del proprio mandato, molte volte i membri<br />
laici non riescono a essere sufficientemente attivi nelle discussioni<br />
durante le riunioni e a concretizzare le proprie richieste e<br />
le proprie istanze. In mancanza di adeguati strumenti per<br />
argomentare, finiscono, insomma, per avere un ruolo marginale e<br />
residuale.<br />
I RISULTATI DI ALCUNE INDAGINI<br />
Tutto questo è confermato da alcune indagini che, pur non<br />
essendo recentissime, sono le uniche al momento a disposizione.<br />
Nel 2004 gli esperti dell’Università di Padova hanno svolto<br />
una ricerca inviando a 64 comitati etici sul territorio nazionale<br />
un questionario composto da 16 domande. Delle 33 persone<br />
che hanno risposto, 20 uomini e 13 donne – la maggior parte<br />
pensionati di età superiore ai 60 anni – la metà ha dichiarato che,<br />
prima di entrare a fare parte del comitato etico, non sapeva di<br />
che cosa si trattasse e non ne aveva mai sentito parlare. Oltre<br />
la metà, inoltre, ha affermato di sentirsi in una condizione di<br />
subalternità rispetto agli altri membri. Il 6% ha riferito di non<br />
riuscire a fare valere le proprie opinioni e il 36% di riuscirci solo<br />
in parte. E ancora, il 18% ha ritenuto di non ricoprire un ruolo<br />
definito e ha espresso queste motivazioni: «Mi trovo in difficoltà<br />
a esprimere le mie idee», «non mi sento a mio agio con gli altri<br />
componenti del gruppo», «gli altri membri mi sottovalutano<br />
perché non ho competenze scientifiche». L’82% ha dichiarato<br />
che il proprio compito è, di fatto, circoscritto a ciò che riguarda<br />
il consenso informato per il paziente e si traduce nel verificare<br />
completezza, chiarezza e comprensibilità dei moduli. Infine, il 75%<br />
ritiene che nel comitato etico ci dovrebbero essere più persone<br />
che rappresentano i cittadini. Una successiva indagine, svolta nel<br />
20<strong>08</strong> da Partecipa Salute, che ha coinvolto 136 associazioni di<br />
pazienti, di cui 47 rispondenti, ha mostrato che solo il 32% degli<br />
assistiti ritiene che le ricerche svolte nei precedenti cinque anni<br />
rispondano ai bisogni dei pazienti per rilevanza del quesito clinico<br />
e solo il 23% per rilevanza dell’esito misurato.<br />
Sul fronte opposto, i tecnici non sempre percepiscono<br />
favorevolmente la presenza di un componente laico nel comitato.<br />
In una ricerca pubblicata nel 20<strong>06</strong> sullo European Journal of<br />
Cancer Prevention è stato chiesto a 83 oncologi quale fosse<br />
la funzione del paziente nel comitato etico. Il 63% lo riteneva<br />
fondamentale per tutti gli aspetti; il 22% riteneva il suo ruolo<br />
solo formale, nella convinzione che al rappresentante delle<br />
associazioni mancassero le nozioni tecnico-scientifiche per<br />
fornire un contributo significativo al dibattito; il 15% lo riteneva<br />
fondamentale, ma solo relativamente ad alcuni aspetti, per<br />
esempio il consenso informato e l’informazione ai pazienti.<br />
Qual è la funzione del paziente nel comitato etico?<br />
Fondamentale per<br />
tutti gli aspetti<br />
Solo formale<br />
Solo per il consenso<br />
informato<br />
15%<br />
22%<br />
63%<br />
Fonte: Mosconi et al., European Journal of Cancer Prevention 20<strong>06</strong>, 15:91–94<br />
SERVONO INFORMAZIONE E<br />
LAVORO IN “RETE”<br />
Davanti a questi dati, è evidente che qualcosa è necessario<br />
fare. «Si dovrebbe investire maggiormente sulla formazione<br />
del rappresentante dei pazienti, in modo da incrementarne<br />
le competenze, attraverso convegni, workshop, seminari che<br />
possono essere organizzati dalle società scientifiche e dalle<br />
istituzioni nazionali», sostiene Antonio Gaudioso, segretario<br />
generale di Cittadinanzattiva e da marzo membro del comitato<br />
etico dell’Istituto superiore di sanità. «Tale attività formativa<br />
dovrebbe essere svolta sia prima dell’ingresso all’interno del<br />
comitato, sia in itinere, in modo da favorire l’aggiornamento sulle<br />
terapie avanzate e innovative, basate anche sulla genetica e sulla<br />
genomica. Inoltre, potrebbe essere utile implementare una “rete”<br />
sia tra i rappresentanti dei cittadini nei vari comitati, sia con la<br />
comunità di riferimento, creando degli spazi di dialogo e confronto.<br />
In aggiunta, in occasione della valutazione di un protocollo<br />
sperimentale, si potrebbe invitare al comitato il rappresentante<br />
dell’associazione dei pazienti ai quali lo studio è rivolto.<br />
È importante che queste strutture non siano organismi burocratici<br />
deputati solo a garantire la correttezza delle procedure e il rispetto<br />
delle tempistiche, ma conservino il ruolo di garanti pubblici della<br />
tutela dei pazienti, riflettendo una nuova cultura dell’assistenza<br />
sanitaria fondata su informazione, autonomia, democraticità,<br />
trasparenza». Così facendo, i comitati potrebbero davvero<br />
diventare un anello di congiunzione, un trait d’union tra scienza<br />
e società, in cui il malato recupera il proprio ruolo di soggetto<br />
portatore di valori, esperienze, competenze.<br />
37
MISURARE L’IMPATTO<br />
38<br />
La volontà di<br />
migliorare la<br />
qualità del patient<br />
engagement è<br />
condivisa da tutti,<br />
ma quali sono le<br />
attività più efficaci<br />
e come vanno<br />
misurate?<br />
Simone Montonati<br />
Che il coinvolgimento dei<br />
pazienti nello sviluppo dei<br />
farmaci generi benefici<br />
è ormai chiaro a tutti gli<br />
stakeholder. Meno evidente è<br />
come questo coinvolgimento<br />
debba tradursi in pratica.<br />
Le attività messe in campo<br />
finora sono apparse spesso<br />
disomogenee e legate<br />
all’iniziativa delle singole<br />
società.<br />
A mancare sono soprattutto<br />
un quadro di riferimento<br />
univoco e procedure<br />
condivise e standardizzate.<br />
Per la verità i documenti<br />
strategici non sono<br />
mai mancati: molte<br />
associazioni di pazienti<br />
come la Parkinson’s disease<br />
foundation, la Clinical trials<br />
transformation initiative e<br />
il Medical device innovation<br />
consortium (Mdic) hanno<br />
aiutato a precisare le regole<br />
d’ingaggio, individuando i casi<br />
in cui la partecipazione dei<br />
pazienti è più efficace. A loro<br />
DELL’ENGAGEMENT<br />
volta, enti pubblici, privati e<br />
accademici come il Patientcentered<br />
outcomes research<br />
institute, la European patients<br />
academy for therapeutic<br />
innovation (Eupati) dell’ IMI, e<br />
il Nihr inglese hanno fornito<br />
un contributo essenziale alla<br />
sensibilizzazione di tutte le<br />
parti in causa.<br />
Tuttavia, le prime iniziative<br />
hanno fornito spesso solo<br />
un quadro teorico, senza<br />
dettagliare sufficientemente<br />
quali attività attivare e come<br />
farlo. Ora, l’approccio sta<br />
mutando.<br />
Il Mdci, ad esempio, ha<br />
da poco pubblicato una<br />
vera e propria checklist da<br />
seguire durante le pratiche<br />
di partecipazione attiva, il<br />
Nihr raccoglie in un sito web<br />
tutte le risorse di training<br />
sull’argomento, e Pfmd, Epf<br />
ed Eupati, tre progetti dedicati<br />
al PE, hanno organizzato una<br />
serie di eventi virtuali (Peof)<br />
mirati proprio ad “abbattere<br />
la frammentazione e i silos<br />
che sono spesso presenti nel<br />
lavoro di coinvolgimento dei<br />
pazienti”.<br />
TROPPI INDICI<br />
Capire quali attività siano le<br />
più efficaci tra tutte quelle<br />
messe in campo, comunque,<br />
non è un’operazione facile,<br />
dato che neanche i parametri<br />
utilizzati per misurare le<br />
performance sono standard<br />
e cambiano a seconda<br />
dell’organizzazione che<br />
gestisce il processo. Uno<br />
studio ha rilevato che per 121<br />
progetti sono state impiegate<br />
666 metriche diverse. Data<br />
la vastità di indici in uso, i<br />
ricercatori – un team della<br />
University school of medicine<br />
di Boston e del DIA global<br />
center di Washington –<br />
hanno rinunciato a calcolare<br />
l’impatto complessivo<br />
delle iniziative centrate sul<br />
paziente. Tuttavia, hanno<br />
provato a mettere ordine in<br />
questo contesto cercando<br />
di identificare quali KPI<br />
(Key performance indicator)<br />
ottengono i migliori risultati<br />
per stimare l’impatto delle<br />
iniziative di engagement.<br />
Per fare questo hanno<br />
analizzato altre ricerche<br />
scientifiche, interrogato<br />
i database disponibili e<br />
intervistato rappresentanti<br />
dell’industria e dei pazienti.<br />
Alla fine hanno selezionato le<br />
30 patient-centred initiative<br />
(PCI) più frequentemente<br />
utilizzate dall’industria<br />
biofarmaceutica e hanno<br />
confrontato le metriche<br />
impiegate in ognuna di esse,<br />
valutandone costi, facilità<br />
di gestione, e capacità di<br />
stimare i benefici in termini<br />
di qualità e velocità del<br />
processo e di livello di<br />
soddisfazione dei pazienti.<br />
GLI OTTO<br />
FATTORI CHIAVE<br />
In totale sono stati identificati<br />
44 KPI di cui otto vengono<br />
considerati i più significativi<br />
da almeno l’80% dei membri<br />
di lavoro intervistati (vedi<br />
figura 1):<br />
Modifiche alle<br />
tempistiche di sviluppo<br />
Numero di pazienti<br />
raggiunti da uno specifico PCI<br />
Soddisfazione<br />
complessiva dei pazienti<br />
Costo del PCI<br />
l PCI utilizzato in uno<br />
specifico protocollo di studio<br />
clinico<br />
Numero di abbandoni<br />
non dovuti a un evento<br />
avverso<br />
Numero di cambiamenti<br />
al protocollo dovuti a un<br />
emendamento che avrebbero<br />
potuto essere evitati<br />
Durata dello studio
makinglife | giugno 2021<br />
% di intervistati che hanno valutato la metrica molto preziosa per la performance di una Patient-Centric Initiative<br />
% di intervistati che hanno valutato la metrica molto facile da misurare<br />
Percentuale di intervistati<br />
100 % 83 % 82 % 82 % 80 %<br />
78 %<br />
27 % 30 %<br />
20 % 17 % 80 %<br />
91 % 91 % 67 % 44 %<br />
0 %<br />
Tempo di<br />
sviluppo<br />
complessivo<br />
Numero di<br />
pazienti volontari<br />
raggiunti da una<br />
specifica PCI<br />
Soddisfazione<br />
complessiva<br />
dei pazienti<br />
Costo del PCI<br />
PCI utilizzata<br />
nel protocollo<br />
Numero di<br />
abbandoni<br />
(non dovuti a<br />
SAE o AE)<br />
Numero di<br />
modifiche al<br />
protocollo<br />
dovute a un<br />
emendamento<br />
Durata<br />
dello studio<br />
(dal primo<br />
all’ultimo<br />
paziente)<br />
Figura 1. Le metriche più significative<br />
Fonte: doi: 10.1007/s43441-019-00034-0<br />
RITORNO<br />
SULL’ENGAGEMENT<br />
I ricercatori hanno comunque<br />
provato a stimare anche<br />
il “Return of engagement”<br />
(ROE, l’equivalente del ROI<br />
finanziario, che rappresenta il<br />
ritorno sull’investimento) per<br />
le PCI più frequenti. I risultati<br />
sono piuttosto interessanti.<br />
In generale, il patient<br />
engagement ha generato<br />
un miglioramento per le<br />
linee di sviluppo dei farmaci<br />
consentendo alle aziende<br />
di risparmiare milioni di<br />
dollari con un investimento<br />
relativamente ridotto:<br />
quando le aziende hanno<br />
coinvolto i pazienti – in<br />
particolare le associazioni<br />
che li rappresentano -<br />
le performance sono<br />
migliorate e hanno reso<br />
più rapide le pianificazioni<br />
e le approvazioni da parte<br />
di comitati etici e agenzie<br />
regolatorie. Inoltre, il <strong>numero</strong><br />
di iscritti è aumentato e e le<br />
modifiche ai protocolli si sono<br />
ridotte. Sorprendentemente,<br />
sono soprattutto i PCI a basso<br />
costo a generare i maggiori<br />
benefici.<br />
Le attività di counseling e<br />
formazione al paziente, ad<br />
esempio, prevedono costi<br />
relativamente ridotti sia<br />
in termini di tempo che di<br />
risorse. Eppure il loro impatto<br />
è significativo: non solo i<br />
pazienti hanno riportato una<br />
maggiore “autoefficacia”<br />
(la consapevolezza di<br />
essere capaci di dominare<br />
specifiche attività), ma i dati<br />
clinici suggeriscono che<br />
hanno acquisito anche una<br />
miglior capacità di gestire la<br />
malattia.<br />
Anche l’impiego dei social<br />
media implica costi ridotti e<br />
un elevato impatto. Il costo<br />
di reclutamento online è di<br />
circa 4.000 dollari a paziente<br />
randomizzato, la metà<br />
rispetto ai metodi tradizionali.<br />
Un’organizzazione ha rilevato<br />
che con questa modalità è<br />
stato possibile reclutare la<br />
metà dei partecipanti.<br />
Anche le attività partecipative<br />
come l’open desing e il<br />
crowdsourcing presentano<br />
bassi costi ma anche i<br />
loro effetti sono limitati.<br />
Le organizzazioni hanno<br />
riferito che i tempi<br />
per la pianificazione e<br />
l’approvazione da parte<br />
dell’organizzazione interna<br />
si allungano. In un caso,<br />
il crowdsourcing per sei<br />
settimane ha portato al<br />
feedback di 102 tra pazienti e<br />
medici, rendendo necessarie<br />
quattro modifiche principali<br />
del protocollo e cinque<br />
minori.<br />
Le app dei pazienti possono<br />
avere un impatto significativo<br />
ma il loro costo elevato<br />
riduce il ROE. Lo sviluppo<br />
della sola app può costare<br />
circa 30.000 dollari, cui<br />
vanno sommati dai 100 a 250<br />
dollari per ogni dispositivo<br />
indossabile (il cui impatto<br />
dipende dalla tipologia).<br />
La medicina digitale e il<br />
gaming vengono considerati<br />
al momento troppo costosi<br />
e con diverse complicazioni<br />
nella gestione, che riducono<br />
il ROE sotto un livello di<br />
convenienza. Man mano che i<br />
costi scendono e l’esperienza<br />
di implementazione si<br />
accumula, l’equilibrio del ROE<br />
può cambiare, incoraggiando<br />
l’uso di questi PCI.<br />
Riferimento<br />
Stergiopoulos S, Michaels DL, Kunz BL,<br />
Getz KA. Measuring the Impact of Patient<br />
Engagement and Patient Centricity in<br />
Clinical Research and Development. Ther<br />
Innov Regul Sci. 2020 Jan;54(1):103-116. doi:<br />
10.1007/s43441-019-00034-0. Epub 2020<br />
Jan 6. PMID: 320<strong>08</strong>233.<br />
39
QUANTO VALE<br />
IL PATIENT<br />
ENGAGEMENT?<br />
Il coinvolgimento del paziente nei trial clinici<br />
è un elemento che non può più essere<br />
trascurato. Uno studio scientifico ha provato<br />
a calcolarne il valore economico<br />
Simone Montonati<br />
Nonostante il consenso pressoché<br />
unanime degli stakeholder sulla<br />
necessità di coinvolgere i pazienti<br />
anche nelle fasi di sperimentazione<br />
clinica, sono pochi i trial nei quali questa<br />
intenzione viene tradotta in pratica.<br />
Secondo uno studio pubblicato su<br />
“Research involvement and engagement”<br />
nel 2018, su 2.777 studi clinici<br />
analizzati, solamente 23 (meno dell’1%)<br />
coinvolgevano i pazienti in modo attivo e<br />
significativo. I fattori alla base di questo<br />
ritardo possono essere diversi. Al di là<br />
di una certa riluttanza ad abbandonare<br />
il tradizionale approccio paternalistico,<br />
alcune organizzazioni hanno chiamato in<br />
causa la mancanza di standard operativi,<br />
le difficoltà di creare meccanismi<br />
interni per coordinare e monitorare<br />
queste attività, la preoccupazione per<br />
eventuali conflitti di interesse o questioni<br />
legali. Tuttavia, uno dei fattori più<br />
frequentemente menzionati è l’incertezza<br />
sul ritorno finanziario che queste attività<br />
possono fornire.<br />
Un team di ricercatori americani<br />
ha provato a colmare questo gap<br />
sviluppando un modello per stimare il<br />
valore finanziario del coinvolgimento<br />
dei pazienti, tenendo conto dei principali<br />
driver di business: costo, rischio, ricavi e<br />
tempo necessario.<br />
PREVEDERE<br />
IL FUTURO<br />
Il modello di calcolo si basa sulla<br />
tecnica di previsione denominata<br />
“Stima del valore attuale netto (ENPV)”,<br />
generalmente impiegata in settori ad<br />
alto rischio come quello energetico e,<br />
appunto, quello farmaceutico (sebbene<br />
sia la prima volta che viene utilizzata per<br />
una valutazione sul patient engagement).<br />
Il NVP rappresenta la somma di tutto<br />
il flusso di denaro che si verificherà a<br />
seguito di un determinato investimento<br />
(al netto delle tasse e dell’inflazione).<br />
Nei casi in cui il NVP non sia certo,<br />
poiché dipende da variabili che possono<br />
determinare gradi diversi di successo<br />
(come nel caso dello sviluppo di un<br />
farmaco), si utilizza l’ENVP (Expected<br />
net present value). Questo fattore tiene<br />
Successo<br />
40%<br />
Fase 2<br />
Fallimento<br />
60%<br />
Successo<br />
60%<br />
Fase 3<br />
Fallimento<br />
40%<br />
Successo<br />
90%<br />
Approvazione autorità<br />
Fallimento<br />
10%<br />
Prob<br />
22%<br />
2%<br />
16%<br />
60%<br />
NPV<br />
($Mil)<br />
400<br />
-45<br />
-40<br />
-3<br />
40
makinglife | giugno 2021<br />
RIDUZIONE DI ENVP E NVP A FRONTE DI UN INVESTIMENTO IN PATIENT ENGAGEMENT<br />
PARI A $100.000<br />
Evitare un<br />
emendamento<br />
Migliorare la patient<br />
experience<br />
Fattori<br />
combinati<br />
Pre-fase 2<br />
Cost gain 5x - 5x<br />
Crescita ENPV 38x 301x 349x<br />
Crescita NPV 245x 382x 619x<br />
Pre -fase 3<br />
Cost gain 21x - 21x<br />
Crescita ENPV 150x 570x 750x<br />
Crescita NPV 320x 309x 649x<br />
Fonte: Levitan, B. et al. (2018) ‘Assessing the Financial Value of Patient Engagement: A Quantitative Approach from CTTI’s Patient Groups and Clinical Trials Project’,<br />
Therapeutic Innovation & Regulatory Science, 52(2), pp. 220–229. doi: 10.1177/2168479017716715.<br />
conto di tutte le possibilità esistenti,<br />
della probabilità che si verifichi un<br />
evento piuttosto che un altro e del<br />
risultato finanziario in ognuno di questi<br />
casi. La sommatoria di tutti i risultati<br />
finanziari possibili è l’ENVP, che può<br />
essere utilizzato per individuare il miglior<br />
investimento in un ventaglio di alternative<br />
simili.<br />
In questo caso, i ricercatori hanno stimato<br />
l’impatto del coinvolgimento del paziente<br />
su NPV e ENVP in un tipico programma di<br />
sviluppo oncologico nelle fasi 2 e 3.<br />
Il calcolo è visualizzabile sottoforma di un<br />
diagramma nel quale vengono indicate<br />
le probabilità che il progetto segua un<br />
determinato percorso – ad esempio che<br />
il farmaco venga o meno approvato – e<br />
i risultati in termini finanziari (NVP) per<br />
ogni punto di arrivo. La somma di questi<br />
esiti finanziari rappresenta l’ENPV di<br />
un progetto e se è positiva significa che<br />
l’investimento può essere considerato<br />
interessante. La figura a pag.22 presenta<br />
un esempio di modello applicato a un<br />
progetto in fase 2 nel quale ENPV = (0,22<br />
X $400) + (0,02 X –$45) + (0,16 X –$40) +<br />
(0,60 X –$3) = 77 milioni di dollari.<br />
QUANTO COSTA<br />
COINVOLGERE IL<br />
PAZIENTE?<br />
Per calcolare i costi di coinvolgimento<br />
del paziente nella revisione di un<br />
protocollo clinico, i ricercatori hanno<br />
ipotizzato che lo sponsor debba<br />
organizzare discussioni facilitate<br />
della durata di un paio di giorni. I costi<br />
includono la ricerca preliminare dei<br />
soggetti, la preparazione del personale,<br />
il tempo di partecipazione, i costi del<br />
facilitatore e della struttura, le spese di<br />
viaggio e alloggio per i diversi pazienti e<br />
per i caregiver, per un totale di 100.000<br />
dollari.<br />
QUANTIFICARE I<br />
BENEFICI<br />
D’altra parte, la collaborazione dei<br />
pazienti nello sviluppo di un protocollo<br />
può tradursi in benefici significativi,<br />
come la riduzione dei tempi di<br />
reclutamento, una maggiore aderenza<br />
al protocollo e un ridotto tasso di<br />
abbandono del trial. Ma il vantaggio<br />
più rilevante è probabilmente la<br />
possibilità di realizzare protocolli<br />
migliori “by design” evitando successivi<br />
emendamenti. Le modifiche a un<br />
protocollo per gli studi di fase 2<br />
aggiungono, in media, 90 giorni alla<br />
timeline di sviluppo e comportano costi<br />
diretti per 141.000 dollari. I costi indiretti<br />
(il personale per l’implementazione<br />
dell’emendamento) possono essere<br />
tre o quattro volte maggiori. L’input dei<br />
pazienti può aiutare a disegnare fin<br />
dall’inizio protocolli più coinvolgenti e<br />
più semplici da gestire per i partecipanti<br />
evitando successive implementazioni e<br />
relativi emendamenti.<br />
UN ROI DEL 50.000%<br />
Sulla base di queste assunzioni,<br />
le analisi hanno dimostrato che il<br />
coinvolgimento dei pazienti può<br />
portare risparmi – in termini di<br />
NPV e ENPV – 500 volte superiori<br />
rispetto all’investimento di 100.000<br />
dollari necessario a organizzare gli<br />
incontri. Secondo i ricercatori è come<br />
accelerare il lancio di un prodotto in<br />
pre-fase 2 di due anni e mezzo (un<br />
anno e mezzo per la pre-fase 3).<br />
È sufficiente un emendamento in meno<br />
per risparmiare più di mezzo milione<br />
di dollari in pre-fase 2 e oltre due<br />
milioni di dollari in pre-fase 3, valori<br />
che superano i costi di investimento<br />
rispettivamente di cinque e ventuno<br />
volte. Nel complesso, un’attività di<br />
coinvolgimento dei pazienti che evita<br />
una modifica del protocollo e migliora<br />
i livelli di reclutamento, aderenza e<br />
retention accresce l’NPV di 62 milioni<br />
di dollari e l’ENPV di 35 milioni di<br />
dollari (75 milioni di dollari per la prefase<br />
3).<br />
Riferimenti<br />
Levitan, B. et al. (2018) ‘Assessing the Financial Value<br />
of Patient Engagement: A Quantitative Approach from<br />
CTTI’s Patient Groups and Clinical Trials Project’,<br />
Therapeutic Innovation & Regulatory Science, 52(2),<br />
pp. 220–229. doi: 10.1177/2168479017716715<br />
Fergusson, D. et al. (2018) The prevalence of patient<br />
engagement in published trials: a systematic review.<br />
Res Involv Engagem 4, 17. doi:10.1186/s40900-018-<br />
0099-x<br />
41
PARADIGM<br />
il toolbox<br />
per coinvolgere<br />
il paziente<br />
Nonostante il crescente consenso degli<br />
stakeholder sulla necessità di aumentare<br />
il livello di patient engagement in tutto<br />
il ciclo di vita del farmaco, i pazienti<br />
continuano a essere una risorsa<br />
largamente sottoutilizzata.<br />
Negli ultimi anni sono state avviate molte<br />
iniziative lodevoli ma con risultati spesso<br />
frammentari e non sempre significativi.<br />
A pesare è soprattutto la mancanza di<br />
linee guida dettagliate e di un preciso<br />
quadro di riferimento. In questo contesto<br />
UN PROGETTO EUROPEO HA ELABORATO UN KIT DI<br />
STRUMENTI PER AIUTARE TUTTI GLI STAKEHOLDER<br />
NEL PROCESSO DI PATIENT ENGAGEMENT<br />
PIANIFICAZIONE DEL PROCESSO DI ENGAGEMENT<br />
1<br />
Interessi diversi<br />
In un ambiente con diversi stakeholder, gli obiettivi possono spesso essere contrastanti. Avere piena coscienza di queste<br />
diversità è fondamentale per la riuscita del processo. Paradigm ha elaborato una guida per aiutare i pazienti a prendere<br />
decisioni informate prima di impegnarsi ma anche per far capire agli stakeholder che gestiscono lo sviluppo del farmaco<br />
quali sono le reali conseguenze di questo impegno in una realtà multi-stakeholder.<br />
Miglioramento della guida Eupati<br />
I ricercatori hanno preparato una versione “migliorata” della guida Eupati (European patients’ accademy on therapeutic<br />
innovation) che illustra i passi da seguire che non sono stati affrontati nel documento originale. L’obiettivo è quello di<br />
descrivere ciò che dovrebbe accadere durante la pianificazione e quali discussioni dovrebbero essere affrontate prima<br />
dell’impegno da parte dei pazienti, in modo da garantire interazioni reciprocamente vantaggiose e una preparazione<br />
adeguata.<br />
Raccomandazioni sulle capacità necessarie per il patient engagement<br />
Ogni stakeholder può usare queste raccomandazioni per analizzare le capacità della propria organizzazione di pianificare,<br />
implementare e valutare attività significative e sostenibili di coinvolgimento dei pazienti attraverso il ciclo di vita dei farmaci.<br />
Lo strumento indica, per i diversi stakeholder coinvolti, quali sono le competenze e le risorse necessarie, anche in termini di<br />
conoscenze, abilità e comportamenti.<br />
Accordi legali per il coinvolgimento dei pazienti<br />
I principi guida sugli accordi legali tra rappresentanti dei pazienti e aziende farmaceutiche sono stati elaborati allo scopo di<br />
fornire una base per lo sviluppo dei contratti formali. Hanno l’obiettivo di assicurare una protezione ragionevole per chi firma<br />
e di fornire una guida ai patient advocate ogni volta che hanno bisogno di rivedere un accordo legale.<br />
Selezionare i pazienti<br />
Durante l’analisi dei processi esistenti è stata identificata una evidente lacuna nelle procedure seguite per identificare i<br />
rappresentanti dei pazienti. Il progetto ha elaborato un documento che si occupa specificamente degli elementi da tenere in<br />
considerazione quando si identificano i pazienti e i loro rappresentanti e delle competenze necessarie per abbinare l’attività<br />
più appropriata a ogni individuo.<br />
42
makinglife | giugno 2021<br />
è nato PARADIGM (Patients active in<br />
research and dialogues for an improved<br />
generation of medicines), un progetto<br />
realizzato nell’ambito dell’Innovative<br />
medicines initiative (IMI) da 34<br />
partner tra associazioni dei pazienti,<br />
accademici, industria farmaceutica ed<br />
enti pubblici. Tra questi vi sono anche<br />
molte big pharma, l’Efpia (European<br />
federation of pharmaceutical industries<br />
and associations), università e, a<br />
rappresentare il punto di vista regolatorio,<br />
anche l’Agenzia italiana del farmaco<br />
(unica agenzia del farmaco nazionale)<br />
e l’Agenzia europea per i medicinali<br />
(EMA). L’obiettivo finale era quello di<br />
gettare le basi per la definizione di<br />
alcune procedure standard. Il progetto,<br />
terminato nel 2020, ha avuto come<br />
risultato principale la creazione di un<br />
toolbox che raccoglie tutti gli strumenti<br />
e le informazioni di base necessarie per<br />
rendere più semplice il coinvolgimento<br />
dei pazienti durante lo sviluppo di un<br />
farmaco. Il toolbox è suddiviso in tre<br />
sezioni che rispecchiano le diverse fasi di<br />
ogni progetto: pianificazione, gestione e<br />
valutazione.<br />
Riferimenti<br />
https://imi-paradigm.eu<br />
Vat, LE, Finlay, T, Robinson, P, et al. Evaluation of patient<br />
engagement in medicine development: A multi‐stakeholder<br />
framework with metrics. Health Expect. 2021; 24: 491– 5<strong>06</strong>.<br />
https://doi.org/10.1111/hex.13191<br />
GESTIRE IL PATIENT ENGAGEMENT<br />
2<br />
Il codice di condotta<br />
Questo documento descrive gli elementi essenziali per una collaborazione significativa tra tutti gli stakeholder coinvolti.<br />
L’aderenza a questo codice è ritenuta essenziale per garantire un’interazione aperta e fruttuosa dei partner coinvolti con i pazienti<br />
e i loro rappresentanti. Ogni stakeholder, quindi, dovrebbe integrarne le regole e verificarne il rispetto da parte degli altri.<br />
Lavorare con i CAB<br />
I Community advisory board (CAB) possono migliorare la ricerca fornendo consigli diretti e indipendenti su diversi aspetti di uno<br />
studio clinico in modi che, dalla prospettiva dei pazienti, risultano più inclusivi. La creazione e la gestione di un CAB, però, richiede<br />
molta attenzione nella pianificazione, organizzazione, follow-up, monitoraggio e valutazione. Questo toolkit intende fornire una<br />
serie di strumenti di base per avviare e sviluppare efficacemente i CAB.<br />
Early dalogue<br />
Il coinvolgimento dei pazienti nei processi di early dialogue è una disciplina emergente e i ricercatori hanno pensato fosse utile<br />
offrire alcune risorse per semplificare i processi e fornire una guida sui metodi e gli approcci più adatti.<br />
Utilizzando questo strumento – comunque adattabile alle diverse esigenze – gli enti di HTA saranno in grado di modellare le linee<br />
guida, le liste di controllo e le schede informative in base al loro processo specifico.<br />
REPORTING E VALUTAZIONE<br />
3<br />
Monitoraggio e valutazione<br />
Non esiste unico set di metriche adatte a ogni iniziativa o organizzazione. Pertanto, è stato sviluppato un tool che permette agli<br />
utenti di selezionare le metriche adatte per sviluppare un set personalizzato in linea con gli specifici obiettivi. Selezionare le<br />
metriche su misura insieme a tutti gli stakeholder contribuisce a delineare linee di sviluppo condivise.<br />
Comunicazione<br />
La divulgazione tempestiva delle attività di patient engagement al pubblico è un elemento cruciale nell’evoluzione del processo,<br />
eppure non sempre viene affrontato in modo appropriato. La “Guidance for reporting and dissemination of patient engagement<br />
activities” è stata sviluppata per supportare le organizzazioni nel reporting e nella diffusione delle informazioni sulle attività di PE<br />
in cui sono coinvolte. Lo strumento include principi guida, una lista di controllo e un modello integrabile nella documentazione già<br />
esistente.<br />
43
Sanità è<br />
condivisione<br />
44
makinglife | giugno 2021<br />
La diffusione<br />
senza precedenti<br />
dell’informazione<br />
e delle tecnologie<br />
digitali permette<br />
al paziente di<br />
partecipare in prima<br />
persona alla piena<br />
realizzazione del<br />
percorso di cura<br />
Monica Torriani<br />
Il patient engagement è una<br />
direttiva etica e pragmatica<br />
del sistema sanitario che<br />
implica il coinvolgimento<br />
attivo del paziente in tutto il<br />
suo percorso di cura.<br />
Non una semplice indicazione<br />
di miglioramento della<br />
Sanità, ma un indirizzo<br />
pienamente recepito nei piani<br />
nazionali della cronicità e<br />
della prevenzione. Un vero e<br />
proprio cambio di paradigma<br />
che rivoluziona l’assistenza<br />
sanitaria fin dalle basi e<br />
richiede sensibilizzazione<br />
pubblica e sviluppo di<br />
competenze specifiche, a tutti<br />
i livelli.<br />
Il coinvolgimento del paziente<br />
è un processo complesso e<br />
trasversale che deve tenere<br />
conto di tutti fattori di natura<br />
individuale, relazionale,<br />
organizzativa, sociale,<br />
economica e politica che<br />
caratterizzano la persona<br />
e che si deve muovere in<br />
funzione della sua capacità di<br />
assumere un ruolo proattivo<br />
nella gestione della salute.<br />
L’aumento dell’età media<br />
della popolazione, il rischio di<br />
collasso dei servizi sanitari<br />
e la precarietà indotta dalla<br />
crisi economica in atto ci<br />
impongono di ridistribuire il<br />
burden in maniera più equa<br />
e sostenibile e di condividere<br />
le responsabilità della cura.<br />
Se in epoca pre-pandemica<br />
il concetto di engagement<br />
piaceva per l’aura etica e<br />
socialmente corretta di cui si<br />
circondava, oggi è una priorità<br />
assoluta, senza la quale<br />
risulta difficile immaginare il<br />
futuro della Sanità.<br />
45
ENGAGEMENT,<br />
EMPOWERMENT<br />
Diffusamente confuso con il<br />
concetto di coinvolgimento,<br />
l’empowerment configura<br />
invece il processo di<br />
sviluppo delle competenze<br />
necessarie affinché la<br />
popolazione nella sua<br />
globalità sia attivamente<br />
coinvolta – come insieme<br />
di singoli individui e come<br />
organizzazione generale<br />
– nelle decisioni che<br />
riguardano la salute.<br />
Perché vengano messi<br />
in atto i comportamenti<br />
strumentali all’engagement,<br />
data la sua natura<br />
relazionale, è necessario<br />
che tutti gli attori ricevano<br />
adeguata formazione.<br />
Non solo i pazienti, dunque,<br />
ma anche i caregiver,<br />
i professionisti e tutti i<br />
cittadini.<br />
Non abbiamo forse<br />
immaginato il futuro della<br />
Sanità all’insegna della<br />
prevenzione?<br />
L’adesione alle campagne<br />
vaccinali e l’adozione di<br />
uno stile di vita equilibrato<br />
ci allontanano sempre più<br />
dal concetto tradizionale<br />
di paziente per avvicinarci<br />
a quello, generale ma non<br />
generico, di “persona”.<br />
UN APPROCCIO<br />
CULTURALMENTE<br />
DIVERSO<br />
Il focus sulla persona ci<br />
obbliga, nell’analisi dei<br />
suoi bisogni insoddisfatti,<br />
a considerarne entrambe<br />
le componenti, fisica ed<br />
emotiva. E ad accettare<br />
che molti di questi siano<br />
generati dalla limitata<br />
capacità di ascolto espressa<br />
dagli operatori sanitari.<br />
Ferma restando la<br />
necessità di migliorare<br />
questo aspetto, occorre<br />
parallelamente potenziare<br />
la digital health, che può<br />
rappresentare per i cittadini<br />
un vantaggioso strumento<br />
abilitante per esprimere<br />
gli unmet need e per i<br />
professionisti un sistema<br />
utile per intercettarli.<br />
Pensiamo ai dispositivi che<br />
permettono la<br />
comunicazione con il<br />
medico, la possibilità di<br />
compilare direttamente una<br />
segnalazione di reazione<br />
avversa a un farmaco, la<br />
partecipazione a forum<br />
allestiti da istituzioni,<br />
associazioni pazienti o<br />
aziende farmaceutiche.<br />
In questi ambiti emerge<br />
chiara la preponderanza<br />
della componente emotiva<br />
nel desiderio di interazione.<br />
I pazienti appaiono<br />
decisamente più concentrati<br />
sui dubbi nella gestione<br />
delle emozioni legate alla<br />
malattia, sulla frustrazione<br />
generata da una qualità di<br />
vita inaccettabile, sul timore<br />
delle evoluzioni negative<br />
della patologia, sulla paura<br />
della morte. Per questo<br />
il patient engagement<br />
deve comportare un<br />
coinvolgimento pieno<br />
della persona, che<br />
risponda meglio e più<br />
esaurientemente ai suoi<br />
bisogni.<br />
IL RUOLO DELLE<br />
ORGANIZZAZIONI DI<br />
PAZIENTI<br />
Nella riorganizzazione<br />
complessiva della Sanità,<br />
le associazioni pazienti<br />
hanno subito un’evoluzione<br />
drastica, da portavoce<br />
di bisogni a partecipanti<br />
attive nelle scelte di politica<br />
sanitaria.<br />
Questa metamorfosi è<br />
alla base dello sviluppo<br />
della patient advocacy, una<br />
modalità di partecipazione<br />
attiva dei pazienti alla<br />
ricerca farmacologica e<br />
clinica e alla condivisione<br />
nella scelta dei trattamenti<br />
terapeutici che passa per<br />
l’impegno in prima persona<br />
nei gruppi di supporto.<br />
La patient advocacy<br />
viene definita come l’uso<br />
strategico di informazioni<br />
e risorse allo scopo di<br />
influenzare decisioni<br />
politiche e comportamenti<br />
collettivi e individuali per il<br />
miglioramento della salute<br />
di singoli individui o intere<br />
comunità.<br />
L’esempio statunitense di<br />
PatientsLikeMe evidenzia<br />
efficacemente come un<br />
network di pazienti (in<br />
questo caso malati di<br />
SLA) possa rappresentare<br />
una fonte preziosa di<br />
46
makinglife | giugno 2021<br />
dati. PatientsLikeMe è<br />
una piattaforma in cui<br />
i malati condividono<br />
sintomi, trattamenti e<br />
risultati terapeutici: le<br />
informazioni raccolte<br />
al suo interno vengono<br />
trasformate in dati sulla<br />
malattia e successivamente<br />
aggregate per la<br />
produzione di conoscenza<br />
da ricondividere fra gli<br />
associati.<br />
Uno schema virtuoso in<br />
grado di produrre big data<br />
nel campo delle malattie<br />
rare, tradizionalmente<br />
penalizzato dalla difficoltà<br />
nel reclutamento dei<br />
pazienti e nella generale<br />
indisponibilità di<br />
statistiche significative.<br />
E, in seconda battuta,<br />
una chiara dimostrazione<br />
della necessità del<br />
coinvolgimento dei<br />
caregiver.<br />
UN PAZIENTE PIÙ<br />
COINVOLTO È PIÙ<br />
ADERENTE ALLA CURA<br />
Le iniziative di patient<br />
engagement trovano ideale<br />
applicazione nella gestione<br />
delle malattie croniche,<br />
nell’ambito della quale<br />
permettono la progettazione<br />
di modelli di cura che<br />
vedono la persona coinvolta<br />
come soggetto attivo ed<br />
esperto nel processo<br />
clinico-assistenziale.<br />
Niente a che vedere, quindi,<br />
con l’idea di presa in carico,<br />
che rimanda all’immagine<br />
di un paziente-zavorra<br />
da portare di peso da un<br />
ambulatorio all’altro. Il<br />
focus è spostato verso<br />
una persona che, nel suo<br />
interesse e per una Sanità<br />
più efficace e sostenibile, è<br />
chiamata a fornire spunti<br />
nella definizione delle<br />
sperimentazioni cliniche e<br />
a partecipare alle politiche<br />
sanitarie, trasformandosi<br />
da utente finale a coproduttore.<br />
Da uno studio pubblicato<br />
nel 2017 dal centro di<br />
ricerca Engage minds<br />
hub dell’università Cattolica<br />
di Milano e condotta su<br />
pazienti cronici emerge<br />
chiaramente come un<br />
basso coinvolgimento nel<br />
processo di cura decuplichi<br />
il rischio di incorrere in<br />
ricadute e aggravamenti<br />
rispetto a pazienti con alto<br />
engagement e aumenti<br />
significativamente<br />
l’incidenza di sintomi<br />
ansioso-depressivi nei<br />
pazienti e la spesa outof-pocket.<br />
Una maggiore<br />
proattività nella gestione<br />
della malattia e, più in<br />
generale, del proprio stile<br />
di vita è alla base di una<br />
più spiccata attenzione<br />
alla prevenzione e alla<br />
diffusione di comportamenti<br />
virtuosi.<br />
La letteratura riporta<br />
<strong>numero</strong>se evidenze che<br />
testimoniano, ad esempio,<br />
come una maggiore<br />
attivazione pre-operatoria<br />
del paziente sia associata<br />
a un minore dolore postchirurgico<br />
e a un più<br />
rapido recupero dopo una<br />
procedura di artroplastica.<br />
E, in generale, come la<br />
bassa partecipazione del<br />
paziente implichi costi<br />
sociali più elevati in tutti i<br />
percorsi di cura.<br />
Per valutare l’efficienza<br />
delle politiche sul<br />
coinvolgimento occorre<br />
monitorare i risultati<br />
delle iniziative nel<br />
tempo adottando sistemi<br />
appropriati. Un esempio è<br />
l’Epital care model (ECM),<br />
messo a punto da un team<br />
di ricercatori danesi. ECM<br />
è una sorta di template<br />
47
disegnato per un approccio<br />
proattivo e preventivo, che<br />
permette di progettare<br />
servizi di salute digitale<br />
sulla base dei bisogni dei<br />
pazienti cronici.<br />
Unanimemente ammirato,<br />
il modello di valutazione<br />
degli interventi sanitari<br />
predisposto dal NICE<br />
britannico si basa sulle<br />
informazioni fornite<br />
da pazienti e caregiver<br />
in relazione a diversi<br />
fattori: esiti di cura che<br />
possono essere d’aiuto a<br />
specifici gruppi di pazienti,<br />
impatto del trattamento<br />
(su salute, qualità di vita,<br />
equilibrio familiare, sociale<br />
e professionale), facilità<br />
d’uso ed effetti collaterali,<br />
“<br />
Nothing<br />
about me<br />
without<br />
me<br />
Valerie Billingham<br />
eventuali preferenze<br />
dei pazienti, sottogruppi<br />
che potrebbero ricevere<br />
più o meno benefici dal<br />
trattamento e aree che<br />
necessitano di ulteriori<br />
ricerche.<br />
COME<br />
PROMUOVERE<br />
IL PATIENT<br />
ENGAGEMENT<br />
Per diffondere<br />
efficacemente la direttiva<br />
del coinvolgimento attivo<br />
del paziente occorre in<br />
primo luogo rinunciare<br />
a interventi frammentati<br />
e isolati e optare per<br />
iniziative strutturali e<br />
articolate, che producano<br />
risultati misurabili e<br />
monitorabili nel tempo e<br />
che garantiscano supporto<br />
agli operatori sanitari e<br />
valorizzino la figura del<br />
caregiver.<br />
Sulla base degli studi<br />
realizzati intorno al<br />
patient engagement,<br />
l’Università Cattolica di<br />
Milano, in collaborazione<br />
con Regione Lombardia e<br />
sotto la supervisione<br />
dell’Istituto superiore di<br />
sanità ha promosso nel<br />
2017 una Conferenza di<br />
consenso che ha prodotto<br />
le “Raccomandazioni per<br />
la promozione del patient<br />
engagement in ambito<br />
clinico-assistenziale per le<br />
malattie croniche”:<br />
IL PROCESSO DI ENGAGEMENT DEL MALATO (PHE MODEL)<br />
BLACKOUT<br />
“Sono sconvolto”<br />
ALLERTA<br />
“Sono un corpo malato”<br />
ADESIONE<br />
“Sono un paziente”<br />
PROGETTO<br />
EUDAIMONICO<br />
“Sono una persona”<br />
Il malato rifiuta la<br />
diagnosi, sembra<br />
emotivamente<br />
“congelato”,<br />
incapace di<br />
comprendere la<br />
propria condizione<br />
di salute e non<br />
abbastanza<br />
equipaggiato e<br />
informato per<br />
riuscire a gestire<br />
concretamente la<br />
malattia.<br />
Il malato è<br />
consapevole della<br />
sua condizione di<br />
salute e spaventato.<br />
Non ha abbastanza<br />
informazioni per<br />
dare senso alla<br />
sua condizione<br />
di salute e attua<br />
comportamenti<br />
confusi e<br />
disorganizzati per<br />
gestire la sua salute.<br />
Il malato ha<br />
accettato la<br />
sua diagnosi,<br />
ha sufficienti<br />
informazioni<br />
(seppure astratte)<br />
relative alla sua<br />
malattia e al suo<br />
trattamento, è<br />
formalmente<br />
aderente ai<br />
trattamenti<br />
seguendo un rigido<br />
“copione” .<br />
Ha elaborato la<br />
sua malattia,<br />
ha un livello di<br />
health literacy<br />
elevato e una forte<br />
conoscenza su come<br />
gestire la salute, è<br />
capace di proiettare<br />
la sua condizione<br />
di malattia in<br />
una traiettoria<br />
“eudaimonica” di<br />
vita.<br />
Il modello patient health engagement (PHE)<br />
Fonte: Graffigna et al. 2013, da Università Cattolica del Sacro Cuore<br />
LIVELLI INCREMENTALI DI ENGAGEMENT<br />
48
makinglife | giugno 2021<br />
1<br />
L’ENGAGEMENT È UN CONCETTO OMBRELLO. Parlare di engagement significa avere in mente<br />
un concetto sovraordinato e inclusivo rispetto ad altri termini d’uso nel linguaggio sanitario,<br />
come l’aderenza del paziente.<br />
2<br />
L’ENGAGEMENT NON È SOLO UN “FATTO” della persona con patologia cronica. Parlare<br />
di engagement significa assumere una visione sistemica e multi-attore del percorso sanitario<br />
implicando anche un cambiamento organizzativo.<br />
3<br />
L’ENGAGEMENT È UN PROCESSO COMPLESSO. Promuovere l’engagement della persona è<br />
un processo articolato e soggettivo ed è necessaria una personalizzazione degli interventi di<br />
promozione.<br />
4<br />
VALUTAZIONE DELL’ENGAGEMENT. Costituisce la conditio sine qua non per la sua promozione.<br />
Appare fondamentale dotarsi di strumenti di valutazione al fine di personalizzare gli interventi<br />
di promozione e misurarne l’efficacia.<br />
5<br />
UN PROFESSIONISTA SANITARIO “ENGAGED” promuove l’engagement. È necessario<br />
sensibilizzare e formare i professionisti sanitari e il team di cura.<br />
6<br />
LA FAMIGLIA E LA RETE INFORMALE della persona con patologia cronica costituiscono<br />
l’ossatura del sistema di promozione dell’engagement.<br />
7<br />
LE ASSOCIAZIONI DI PERSONE con patologie croniche, i famigliari e i volontari giocano un<br />
ruolo cruciale nella promozione dell’engagement.<br />
8<br />
SENSIBILIZZAZIONE SOCIALE. La realizzazione dell’engagement in sanità è funzione di una<br />
sensibilizzazione sociale sul suo valore.<br />
9<br />
LE NUOVE TECNOLOGIE costituiscono un fattore abilitante fondamentale<br />
dell’engagement della persona con malattia cronica ma non sostituiscono la relazione<br />
terapeutico-assistenziale.<br />
10<br />
GARANZIE. Sono necessarie forme di certificazione e regolamentazione delle tecnologie per la<br />
promozione dell’engagement<br />
RIFERIMENTI<br />
• Unmet Needs: Hearing the Challenges of Chronic Patients with Artificial Intelligence – B. Tewarie et al -<br />
NEJM Catalyst, 2019<br />
• The Epital Care Model: A New Person-Centered Model of Technology-Enabled Integrated Care for People<br />
With Long Term Conditions – K. Panareth et al – JMIR Research Protocols, 2017<br />
• Promozione del patient engagement in ambito clinico-assistenziale per le malattie croniche:<br />
raccomandazioni dalla prima conferenza di consenso italiana – G. Graffigna et al – Recenti Progressi in<br />
Medicina, 2017<br />
49
E-HEALTH<br />
LE NUOVE<br />
FRONTIERE<br />
DELL’ASSISTENZA<br />
PAOLA AROSIO<br />
50
makinglife | giugno 2021<br />
DALLE TERAPIE DIGITALI<br />
ALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE, DALLA<br />
REALTÀ VIRTUALE AI SERIOUS GAME,<br />
ECCO LE PRINCIPALI INNOVAZIONI HI-TECH<br />
CHE OFFRONO TRATTAMENTI E SOLUZIONI<br />
ALL’AVANGUARDIA AI PAZIENTI<br />
In una conferenza tenuta a Roma<br />
nel gennaio del 2020, pochi giorni<br />
prima che tutto fosse paralizzato<br />
dalla pandemia, Kathrin Cresswell,<br />
ricercatrice a capo dell’unità Innovation<br />
dell’Università di Edimburgo, incaricata<br />
dal governo scozzese di studiare<br />
l’evoluzione dell’informatica applicata<br />
alla salute, aveva messo in chiaro:<br />
«Nulla dovrebbe essere basato<br />
esclusivamente sulla tecnologia.<br />
Gli sviluppi tecnologici dovrebbero<br />
sempre essere guidati dai bisogni».<br />
Anche, e forse soprattutto, da quelli<br />
dei pazienti. Proprio in quest’ottica,<br />
ecco una carrellata delle principali<br />
innovazioni hi-tech degli ultimi anni<br />
che riguardano l’ambito assistenziale.<br />
TERAPIE DIGITALI<br />
Ultimo approdo della scienza medica,<br />
le terapie digitali sono trattamenti<br />
basati su algoritmi e software<br />
fruibili tramite app. «Si tratta di<br />
applicazioni tecnologiche che erogano<br />
varie terapie, tra cui la cognitivocomportamentale,<br />
il colloquio<br />
motivazionale, la psicoeducazione<br />
o altri interventi, mirati a trattare<br />
varie patologie», spiega Gualberto<br />
Gussoni, direttore scientifico del<br />
Centro studi della Federazione delle<br />
associazioni dei dirigenti ospedalieri<br />
internisti (Fadoi) di Milano. Tra queste,<br />
si annoverano insonnia, ansia, asma,<br />
depressione, dipendenza da droghe<br />
o da nicotina, deficit di attenzione e<br />
iperattività, autismo, schizofrenia,<br />
disturbi dell’alimentazione, obesità,<br />
ipertensione, broncopneumopatia<br />
cronica ostruttiva, diabete di tipo 2, e<br />
perfino le reazioni avverse derivanti<br />
dalla chemioterapia o da altri farmaci<br />
antitumorali. È importante sottolineare<br />
che tali terapie nulla hanno a che<br />
vedere con le tantissime app che si<br />
possono trovare in rete: utilizzabili da<br />
sole oppure in aggiunta a un farmaco,<br />
sono assimilabili in tutto e per tutto<br />
ai medicinali. Al pari di questi ultimi,<br />
infatti, devono, essere sottoposte<br />
a una rigorosa sperimentazione<br />
scientifica mirata a dimostrarne<br />
sicurezza ed efficacia ed essere<br />
prescritte dal medico. «Le tecnologie<br />
impiegate devono essere di volta in<br />
volta le più idonee a raggiungere gli<br />
obiettivi prefissati, tenendo conto<br />
sia delle caratteristiche del paziente<br />
(per esempio, se è un bambino o un<br />
anziano, un uomo o una donna), sia<br />
dell’indicazione della terapia stessa»,<br />
precisa Giuseppe Recchia, cofondatore<br />
e amministratore delegato<br />
di DaVinci Digital Therapeutics e<br />
vice-presidente della Fondazione<br />
Smith Kline. Importante è anche la<br />
presenza, come una sorta di eccipienti,<br />
degli strumenti giusti affinché i<br />
pazienti siano incentivati a iniziare e<br />
soprattutto a proseguire la terapia. Si<br />
può puntare, per esempio, su assistenti<br />
virtuali, promemoria, giochi (con punti,<br />
livelli, premi), collegamenti con il<br />
medico o con altri pazienti affetti dalla<br />
medesima patologia.<br />
Una delle prime terapie digitali nel<br />
mondo è stata Deprexis, che ha<br />
fatto capolino una decina di anni fa.<br />
Progettata da un team di psichiatri<br />
e psicologi e realizzata dall’azienda<br />
Gaia Healthcare, è stata sviluppata,<br />
come suggerisce il nome stesso,<br />
per contrastare la depressione. Il<br />
programma, su misura per ciascun<br />
paziente, è composto da 11 moduli,<br />
che insegnano per esempio ad<br />
affrontare i pensieri negativi o le<br />
51
situazioni che causano disagio. Il<br />
trattamento, che andrebbe effettuato<br />
un paio di volte alla settimana per<br />
tre mesi, è stato testato in 14 studi,<br />
dimostrando di avere effetti simili a<br />
quelli dei farmaci antidepressivi, ai<br />
quali può essere anche associato nei<br />
casi più gravi. In particolare, alcune<br />
ricerche hanno evidenziato che il<br />
suo impiego è in grado di diminuire<br />
tristezza e indecisione e di migliorare<br />
nel contempo autostima e qualità della<br />
vita. Più di recente, nel 2017 l’azienda<br />
Pear Therapeutics ha sviluppato Reset,<br />
per arginare le dipendenze da droghe,<br />
alcol, nicotina. Il dispositivo, composto<br />
da una app per il paziente e da un<br />
cruscotto per il medico, eroga una<br />
terapia cognitivo-comportamentale<br />
suddivisa in 61 moduli, con lezioni,<br />
esercizi, quiz. Il trattamento, che deve<br />
comunque essere supportato da un<br />
programma terapeutico nello studio<br />
del medico e che ha una durata di<br />
tre mesi, ha dimostrato la propria<br />
efficacia in una sperimentazione<br />
condotta su 507 pazienti in dieci<br />
centri specialistici statunitensi. L’anno<br />
successivo è stata creata anche la<br />
terapia «cugina» Reset-0 per trattare<br />
la dipendenza da oppiacei. Nel 2019<br />
è stata la volta di Oleena, progettata<br />
dall’azienda Voluntis per aiutare i<br />
malati di tumore nella gestione dei<br />
sintomi derivanti dalla patologia o dai<br />
trattamenti, consentendo nel contempo<br />
il monitoraggio remoto da parte del<br />
team assistenziale. Dall’oncologia al<br />
diabete con BlueStar, l’app prodotta<br />
sempre nel 2019 da Welldoc per tenere<br />
sotto controllo glicemia, attività fisica,<br />
alimentazione, pressione, peso, sia<br />
manualmente che tramite bluetooth.<br />
Gli studi effettuati sul dispositivo<br />
hanno evidenziato che è in grado di<br />
abbassare l’emoglobina glicata di due<br />
punti percentuali: un risultato positivo,<br />
che spesso non si riesce a ottenere<br />
neppure con i farmaci.<br />
Nell’ambito delle malattie croniche, nel<br />
2020 negli Stati Uniti è stato approvato<br />
anche Somryst, un dispositivo contro<br />
l’insonnia utilizzabile dai 22 anni d’età,<br />
che eroga trattamenti su misura. Il<br />
prodotto è stato testato in due studi.<br />
Uno, pubblicato su Jama Psichiatry,<br />
è stato condotto su 303 pazienti che<br />
hanno ottenuto un miglioramento<br />
del tempo di addormentamento<br />
e del <strong>numero</strong> di risvegli notturni,<br />
mantenutosi anche a distanza di sei<br />
mesi e un anno. L’altro, comparso<br />
sulle pagine di Lancet Psychiatry, ha<br />
coinvolto 1.149 pazienti con insonnia<br />
associata a depressione, che hanno<br />
riscontrato benefici che si sono<br />
protratti per oltre dodici mesi. Nel<br />
medesimo anno ha ricevuto il via<br />
libera anche Endeavor, una terapia<br />
digitale per i bambini di età compresa<br />
tra gli 8 e i 12 anni affetti da deficit<br />
di attenzione con iperattività. La<br />
tecnologia consente l’attivazione<br />
di specifici gruppi di neuroni e può<br />
offrire un trattamento personalizzato.<br />
L’efficacia del metodo è stata<br />
dimostrata da uno studio condotto su<br />
348 piccoli pazienti e pubblicato su<br />
Lancet Digital Health.<br />
Se queste sono le principali terapie<br />
digitali già in uso, altre sono in<br />
fase di sviluppo. Tra queste si<br />
annoverano Hypertension per<br />
l’ipertensione, Smoking Cessation<br />
per la disassuefazione dal fumo e<br />
altre, per esempio per il trattamento<br />
dell’autismo e della schizofrenia. A<br />
oggi questo tipo di terapie è diffuso<br />
soprattutto negli Stati Uniti e in<br />
parte in alcuni Paesi europei, come<br />
Germania, Francia, Gran Bretagna.<br />
L’Italia sta muovendo ora i primi passi:<br />
istituzioni, università, imprese stanno<br />
cooperando per fare approdare questi<br />
trattamenti anche nel nostro Paese e<br />
per sviluppare la ricerca in tale ambito.<br />
INTELLIGENZA<br />
ARTIFICIALE<br />
Oltre che nei settori dell’imaging e<br />
della chirurgia, l’intelligenza artificiale<br />
trova una delle sue più importanti<br />
applicazioni nei robot per l’assistenza<br />
sanitaria. Secondo Global market<br />
insights, questo mercato valeva 359,1<br />
milioni di dollari (circa 300 milioni di<br />
euro) nel 2017, con una prospettiva<br />
di crescita del 19,3% dal 2018 al<br />
2024. Qualche esempio? Nel 2017<br />
Catalia Health, in collaborazione<br />
con Pfizer, ha realizzato Mabu, un<br />
robot creato per favorire l’aderenza<br />
52
makinglife | giugno 2021<br />
terapeutica del paziente. Non un<br />
semplice promemoria, ma un sistema<br />
che utilizza appositi algoritmi per<br />
dialogare con l’assistito, sfruttando<br />
il potenziale dell’interazione faccia<br />
a faccia e rispondendo anche a<br />
eventuali domande o dubbi sul<br />
trattamento. Per supportare chi ha<br />
problemi di udito, il robottino è stato<br />
integrato con un ampio touch screen<br />
su cui è possibile visualizzare le<br />
parole che vengono pronunciate a<br />
voce. Inizialmente utilizzato per le<br />
persone con malattie renali, artrite<br />
reumatoide e insufficienza cardiaca,<br />
ora il dispositivo può essere impiegato<br />
anche in altre patologie. I ricercatori<br />
del Boston Children’s Hospital e della<br />
Northeastern University, invece, hanno<br />
unito le forze per creare Huggable, un<br />
orsacchiotto robotico per migliorare<br />
la qualità dell’assistenza nei reparti<br />
ospedalieri di pediatria. Uno studio<br />
pubblicato su Pediatrics ha dimostrato<br />
che i bambini che utilizzavano il<br />
dispositivo per filastrocche, canzoni,<br />
giochi provavano meno paura e<br />
dolore. Vari anche i robot progettati<br />
per assistere gli anziani in ospedale,<br />
nelle residenze sanitarie e a domicilio.<br />
Tra questi, si annoverano My Spoon<br />
oppure Obi, in grado di supportare<br />
la nutrizione in chi ha problemi di<br />
mobilità. O ancora Temi, capace di<br />
offrire una guida nell’esecuzione dei<br />
movimenti. Significativo è lo studio<br />
internazionale Caresses (Cultureaware<br />
robots and environmental<br />
sensor systems for elderly support),<br />
attualmente in corso, mirato a valutare<br />
l’impatto sugli anziani che vivono in<br />
una casa di riposo dell’impiego del<br />
robot Pepper, prodotto da SoftBank<br />
Robotic e capace di riconoscere i volti e<br />
le emozioni. Alcuni esperti sostengono<br />
la necessità di introdurre, per la<br />
valutazione delle soluzioni robotiche,<br />
il metodo dell’Health technology<br />
assessment (Hta). In proposito, uno dei<br />
contesti più virtuosi è la Finlandia, dove<br />
è stato sviluppato e testato il Digi-Hta,<br />
un protocollo specifico per l’analisi<br />
dell’intelligenza artificiale e dei robot.<br />
REALTÀ VIRTUALE<br />
Sempre più utilizzata in ambito sanitario<br />
è anche la realtà virtuale, nella quale<br />
vengono simulate tramite la tecnologia<br />
situazioni quotidiane con le quali il<br />
paziente può interagire grazie ad<br />
apposite interfacce, come occhiali o<br />
caschi. Strumenti che vengono impiegati<br />
soprattutto nella terapia del disturbo<br />
da stress post-traumatico, ma che<br />
possono essere utilizzati anche per il<br />
trattamento di depressione, ansia, fobie,<br />
disturbo ossessivo-compulsivo, disturbi<br />
alimentari. Attualmente è in corso una<br />
sperimentazione chiamata Game Change,<br />
guidata dagli esperti dell’Università di<br />
Oxford, che ha coinvolto 432 pazienti con<br />
schizofrenia che hanno difficoltà a uscire<br />
di casa. Attraverso vari scenari, come<br />
andare al pub, prendere un autobus,<br />
sostare nella sala d’attesa del medico, i<br />
partecipanti allo studio potranno mettersi<br />
alla prova, imparando a pensare e agire in<br />
modo più funzionale.<br />
SERIOUS GAME<br />
Chi pensa che i serious game siano solo<br />
giochi o poco più commette un errore. Si<br />
tratta, infatti, di attività ludiche ad hoc il<br />
cui obiettivo è incrementare l’attenzione<br />
nei confronti della prevenzione e di alcune<br />
patologie. Un esempio è Digest Inn, un<br />
gioco ideato per supportare le persone<br />
sovrappeso o obese nella perdita dei<br />
chili di troppo. In questo caso, gli utenti<br />
sono invitati a mantenere in buono stato<br />
un hotel, che rappresenta il proprio<br />
organismo. Simile è Land of secret<br />
gardens, un gioco rivolto a ragazzi di 11-12<br />
anni, mirato a incentivare la vaccinazione<br />
contro l’Herpes papilloma virus (Hpv)<br />
per prevenire le infezioni dell’apparato<br />
genitale. In tal caso, l’organismo è<br />
paragonato, come suggerisce il nome, a un<br />
giardino segreto di cui avere cura. Sono in<br />
fase di sperimentazione anche altri giochi,<br />
focalizzati, per esempio, sulla prevenzione<br />
del virus Hiv e sulla riduzione del dolore<br />
cronico percepito.<br />
53
Centrale e<br />
Consapevole<br />
LA MEDICINA SI STA<br />
ORIENTANDO VERSO UN<br />
PAZIENTE EMPOWERED.<br />
DI QUALI COMPETENZE<br />
HA BISOGNO E COSA PUÒ<br />
FARE IL PAZIENTE PER<br />
ASSUMERSI LA PROPRIA<br />
RESPONSABILITÀ NEL<br />
PROCESSO DI CURA E<br />
PREVENZIONE?<br />
Caterina Lazzarini<br />
Giornalista scientifica e life coach.<br />
Ilenia La Leggia<br />
Career coach e docente<br />
del “Master in intelligenza<br />
emotiva” di Accademia<br />
della felicità, Milano.<br />
Il paziente al centro è il mantra del<br />
mondo della salute di questi anni, che si<br />
concretizza in una ricerca basata sulla<br />
genetica del paziente, in un linguaggio<br />
medico che scende dalla cattedra e si<br />
libera dei “paroloni”, in un packaging<br />
attento alle difficoltà del malato.<br />
Questo approccio capovolge il paradigma<br />
della cura e non sempre i pazienti<br />
sono disposti a mettersi al centro della<br />
propria salute o del processo di cura e<br />
guarigione. Essere al centro implica essere<br />
consapevoli di cosa si vuole e comunicarlo<br />
in modo comprensibile all’interlocutore,<br />
non solo essere informati correttamente<br />
e avere compreso il significato delle<br />
informazioni ricevute. Significa essere<br />
responsabili della propria salute e questo<br />
è un impegno che, in realtà, non tutti sono<br />
disposti a sostenere. Essere consapevoli,<br />
quindi, è il primo passo per essere al<br />
centro e responsabili della propria salute e<br />
dei processi di cura.<br />
Un paziente consapevole non è solo un<br />
paziente informato. È una persona che<br />
sale sul palco della salute conoscendo<br />
il copione, ma recitandolo con il colore<br />
dei propri valori, dei propri bisogni e dei<br />
propri confini e trovando altri attori che<br />
accolgono la sua interpretazione.<br />
È altresì importante che anche la personaprofessionista<br />
sanitario sia consapevole,<br />
perché solo in questo modo il colloquio e la<br />
relazione con la persona-paziente saranno<br />
in grado di produrre un reale processo<br />
terapeutico e di cura. E nessun medico<br />
si troverà a domandare: “Perché non fa<br />
quello che dico?”<br />
NON BASTA ESSERE<br />
INFORMATI<br />
Il termine consapevolezza deriva<br />
dall’unione di “con” e “sapere”, con-sapere,<br />
ovvero essere a conoscenza di qualcosa,<br />
rendersi conto di qualcosa.<br />
54
makinglife | giugno 2021<br />
Vivere consapevolmente vuol dire cercare<br />
di essere consci di tutto quello che<br />
riguarda le nostre azioni, i nostri bisogni,<br />
i nostri obiettivi e i nostri valori in tutte le<br />
aree della nostra vita (lavoro, relazioni,<br />
salute, famiglia, finanze, spiritualità)<br />
e significa farlo al meglio delle nostre<br />
capacità comportarci in accordo con<br />
quello che vediamo e sappiamo. Significa<br />
rispettare gli eventi reali senza cercare<br />
di eluderli o di negarli, essere concentrati<br />
su ciò che stiamo facendo mentre lo<br />
facciamo, significa individuare i nostri<br />
confini, il nostro scopo ed essere coscienti<br />
del nostro mondo interiore.<br />
La consapevolezza ci garantisce di vivere<br />
la vita che desideriamo rispondendo ai<br />
nostri bisogni più profondi e rispettando le<br />
nostre “condizioni”.<br />
Essere consapevoli, quindi, va ben al di là<br />
del concetto di conoscenza intellettuale.<br />
È una condizione in cui la cognizione<br />
di qualcosa si fa interiore, profonda,<br />
perfettamente armonizzata col resto della<br />
persona, in un tutt’uno coerente.<br />
È quel tipo di sapere che dà forma a chi<br />
siamo, alla condotta di vita, alla disciplina<br />
– rendendole autentiche – e denota uno<br />
stato frutto di un processo estremamente<br />
intimo, e di importanza cardinale.<br />
La consapevolezza è così importante da<br />
essere considerata in coaching il primo<br />
pilastro su cui si fonda l’autostima, che in<br />
tal senso è la reputazione che acquistiamo<br />
presso noi stessi.<br />
IMPARARE LA<br />
CONSAPEVOLEZZA<br />
Va da sé che la consapevolezza non si può<br />
inculcare: non è un dato o una nozione, e<br />
non ci arriva in dono il giorno del nostro<br />
18esimo compleanno. Però c’è una buona<br />
notizia: si può allenare.<br />
L’allenamento parte da due principi base:<br />
ascolto attivo, profondo e accogliente,<br />
e osservazione. Principi che possono<br />
sembrare semplici, ma ai quali non siamo<br />
culturalmente abituati. Difficilmente<br />
stiamo nel qui e ora, in connessione<br />
profonda con noi stessi, siamo troppo presi<br />
da quello che è successo o da quello che<br />
succederà nel nostro immediato futuro.<br />
Difficilmente ci “concediamo il permesso”<br />
di dichiarare i nostri bisogni, senza sentirci<br />
deboli e a disagio.<br />
Questa invece è la chiave per poter<br />
arrivare alle decisioni più giuste anche per<br />
la nostra salute.<br />
Quando ci sentiamo alla deriva e in<br />
trappola, è difficile prendere decisioni che<br />
ci mettano al centro senza farci sentire<br />
in colpa perché in qualche modo non<br />
stiamo soddisfacendo le aspettative altrui.<br />
L’approvazione degli altri crea dipendenza,<br />
ci illude che può renderci felici e ci dà<br />
quell’adrenalina che ci convince che<br />
stiamo andando nella giusta direzione.<br />
In realtà, nel percorso di salute è<br />
fondamentale liberarsi da queste<br />
convinzioni limitanti e concentrarsi su di sé<br />
invece che sull’essere sempre all’altezza<br />
delle aspettative, per riuscire ad ascoltare<br />
veramente e profondamente noi stessi.<br />
Sganciarci da tutto questo implica un<br />
grande lavoro di auto-conoscenza e un<br />
passaggio cruciale da cui spesso si tende<br />
a fuggire: stabilire i nostri limiti.<br />
Si crede che stabilire dei confini equivalga<br />
a sabotare le relazioni, ad allontanare gli<br />
altri. In realtà evoca chiarezza e identità, ci<br />
permette di riconoscere il nostro spazio e<br />
quello altrui.<br />
È quando non stabiliamo confini precisi<br />
che iniziamo a sabotarci, smettiamo di<br />
dire i nostri no e alimentiamo, negli altri,<br />
aspettative irrealistiche e snervanti per<br />
noi. Come si stesse parlando della loro e<br />
non della nostra salute.<br />
Tra lo stimolo e la<br />
risposta c’è uno spazio<br />
e in quello spazio sta<br />
tutto il nostro potere di<br />
scegliere, nella nostra<br />
risposta risiede la nostra<br />
crescita e la nostra<br />
libertà<br />
VIKTOR FRANKL<br />
Neurologo e psichiatra<br />
UN APPROCCIO ATTIVO<br />
Quando il paziente (o il professionista della<br />
salute) si trovano a ragionare sui propri<br />
bisogni e a chiedersi che cosa sia giusto<br />
per loro in un preciso momento, lo sforzo<br />
da fare è quello di andare più in profondità<br />
rispetto alla situazione contingente di<br />
salute o malattia. In sostanza, è importante<br />
ampliare la riflessione e il contesto<br />
temporale, ragionando più sul lungo<br />
periodo.<br />
La persona-paziente deve acquisire<br />
più consapevolezza al di là del disagio<br />
che sta vivendo e al sintomo che si<br />
sta manifestando mentre la personaprofessionista<br />
deve imparare a essere<br />
un facilitatore di questa consapevolezza,<br />
guidando il paziente in un percorso di<br />
conoscenza di sé e delle proprie esigenze.<br />
L’obiettivo è condurre il paziente a<br />
effettuare le giuste scelte (anche in ambito<br />
terapeutico) per garantirsi un decorso<br />
della malattia e in generale un percorso di<br />
guarigione più efficace.<br />
Diventare consapevoli di chi siamo, dei<br />
nostri bisogni, dei nostri confini, di quanto<br />
è accaduto nella nostra vita, di come siamo<br />
cambiati, di quale futuro ci sta davanti è<br />
un passo fondamentale. Chi è consapevole<br />
non subisce e non reagisce a ciò che<br />
accade, ma agisce, affronta, rielabora,<br />
è sveglio, presente e tiene ben saldo il<br />
timone della propria esistenza, salute<br />
compresa.<br />
Quattro azioni pratiche<br />
per esercitare<br />
la consapevolezza<br />
PRENDERCI DEL TEMPO<br />
PRIMA DI RISPONDERE A<br />
UNA RICHIESTA O A UNA<br />
SITUAZIONE<br />
COMUNICARE E RISPETTARE<br />
I NOSTRI BISOGNI E I NOSTRI<br />
IMPEGNI<br />
DARCI IL PERMESSO DI<br />
CAMBIARE IDEA<br />
ESPRIMERE LA NOSTRA<br />
OPINIONE<br />
55
PLa semantica<br />
del<br />
L’ACQUISIZIONE DI UN RUOLO SEMPRE PIÙ CENTRALE DA<br />
PARTE DEL PAZIENTE SI RIFLETTE ANCHE NELLA SCELTA DEI<br />
TERMINI VIA VIA IMPIEGATI PER INDICARLO<br />
aziente<br />
cambia con la<br />
Monica Torriani<br />
ocietà<br />
56
makinglife | giugno 2021<br />
In un tempo relativamente vicino, non ci si poteva permettere<br />
di esercitare il diritto alla sensibilità, o forse era la sensibilità<br />
generale a essere diversa: il medico aveva l’obiettivo di<br />
strappare il malato alle grinfie della morte e tutto il resto<br />
era un dettaglio di trascurabile importanza. Non deve, quindi,<br />
scandalizzare che molto sbrigativamente il malato venisse<br />
identificato col <strong>numero</strong> del letto che occupava in ospedale.<br />
La possibilità di discernere sulle questioni linguistiche<br />
non è però prerogativa della nostra epoca, se è vero che<br />
nell’antichità greca venivano tenute in grande considerazione<br />
la preparazione filosofica del medico e la sua dimestichezza<br />
con l’uso delle parole.<br />
Oggi, tuttavia, la percezione collettiva cambia con velocità<br />
supersonica, la scienza compie passi da gigante e<br />
l’ascesa della medicina predittiva e potenziativa estende<br />
smisuratamente la platea dei sani che si rivolgono al medico:<br />
in questo contesto, ha ancora senso raccontare di malattie e<br />
pazienti?<br />
Alle radici della terminologia<br />
La parola paziente deriva dal latino patiens, participio<br />
presente di patio, un verbo che racchiude il valore della<br />
sofferenza, ma anche della sopportazione. Nel termine è<br />
la dimensione del patimento e della passività espressa dal<br />
subire il dolore in una posizione subordinata.<br />
Ma la condizione del paziente che si sottopone a trattamenti<br />
sanitari senza profferire parola è stata di fatto ribaltata<br />
dall’avvento, alla fine degli anni ’60, della patientcentered<br />
medicine, che ha sostanzialmente delegittimato<br />
l’atteggiamento paternalistico del medico nella relazione<br />
di cura. Oggi, i dibattiti accesi sui vaccini e sulla medicina<br />
difensiva testimoniano che i ruoli si stanno invertendo e che<br />
di pazienza ne è rimasta ben poca.<br />
Ma, per soppiantare il termine, occorre immaginare un valido<br />
sostituto, che incontri la stessa fortuna in termini di efficacia<br />
comunicativa. Una parola che si faccia perdonare la perdita<br />
del parallelismo con le altre lingue europee. In inglese,<br />
l’unico vocabolo con cui viene definito il paziente in ambito<br />
strettamente sanitario è patient, che diventa client nell’ambito<br />
dell’assistenza legale. Lo stesso, a meno di una diversa<br />
pronuncia, per il francese, per il tedesco (almeno al maschile,<br />
dacché il femminile è patientin) e, con una minima variazione,<br />
per lo spagnolo (paciente), che conserva decisa distinzione<br />
dall’assistito (beneficiario).<br />
Superare il concetto di passività<br />
Un vocabolo che piace discretamente alle associazioni di<br />
categoria dei medici è assistito. Un termine che, tuttavia,<br />
sottolinea ancor di più la condizione di passività di chi<br />
vorrebbe essere curato, anche nell’etimologia: assistere<br />
(ad-sistere) è un verbo latino che può essere tradotto con<br />
l’espressione stare accanto, un’espressione che indica un<br />
atteggiamento di solidarietà, proprio per questo unilaterale.<br />
Perché il paziente sia al centro della cura, è imprescindibile<br />
che abbia un ruolo attivo o che, almeno, non sia “oggetto” di<br />
assistenza da parte del medico.<br />
Riconoscere la particolarità<br />
La Costituzione apre un’altra prospettiva; nell’articolo<br />
32, quello concernente la tutela della salute, non parla di<br />
paziente, ma di individuo (nella sua accezione giuridica<br />
indistinta) e di persona (per gli aspetti di autodeterminazione<br />
della salute). Anche la Convenzione di Oviedo, il primo trattato<br />
internazionale in materia di bioetica, fa riferimento alla<br />
persona, all’uomo e all’essere umano.<br />
Il termine “persona” deriva dall’etrusco e indica la maschera<br />
dell’attore e il personaggio che con questa si intende<br />
rappresentare; qualifica l’individuo distinguendolo dai suoi<br />
simili e ne evidenzia le componenti relazionali, la coscienza di<br />
sé e la dignità.<br />
Il senso di questo vocabolo si completa con l’introduzione<br />
della medicina personalizzata, che tiene conto della<br />
molteplicità dei bisogni personali, a cui occorre rispondere<br />
con terapie tailor-made.<br />
COSTITUZIONE ITALIANA – ART. 32<br />
La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto<br />
dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce<br />
cure gratuite agli indigenti.<br />
Nessuno può essere obbligato a un determinato<br />
trattamento sanitario se non per disposizione di legge.<br />
La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal<br />
rispetto della persona umana.<br />
“La persona è una<br />
sostanza la cui<br />
caratteristica specifica<br />
riguarda la sua dignità”<br />
Tommaso D’Aquino – Summa Theologiæ<br />
57
Il baricentro della<br />
comunicazione dalla<br />
malattia al paziente<br />
DURANTE UNA CONSULTAZIONE<br />
CLINICA, IL PROFESSIONISTA<br />
SANITARIO DEVE ABBANDONARE<br />
I TECNICISMI E ABBRACCIARE<br />
LE QUATTRO DIMENSIONI CHE<br />
IL PAZIENTE PORTA CON SÉ<br />
DURANTE UNA MALATTIA: IDEE,<br />
SENTIMENTI, ASPETTATIVE E<br />
CONTESTO<br />
Monica Torriani<br />
58
makinglife | giugno 2021<br />
Nelle parole è insito un<br />
potenziale effetto iatrogeno<br />
che si somma a quello<br />
generato dall’insieme dei<br />
trattamenti cui si sottopone<br />
il paziente. Un’azione che<br />
molti hanno cercato di<br />
quantificare e qualcuno è<br />
riuscito a raccontare con<br />
delicata empatia, come<br />
è accaduto al neurologo<br />
Fabrizio Benedetti, che<br />
ha studiato gli effetti<br />
farmacologici scatenati<br />
dall’interazione con pazienti<br />
affetti da patologie gravi.<br />
In generale, le fasi della<br />
terapia nelle quali le parole<br />
sembrano assumere un<br />
valore strategico sono<br />
quelle della prescrizione<br />
di nuovi trattamenti, della<br />
spiegazione di cosa sia<br />
un consenso informato,<br />
della presentazione di una<br />
diagnosi che non dissolve i<br />
dubbi, e della preparazione<br />
dei pazienti a procedure<br />
dolorose o invasive.<br />
LA MALATTIA<br />
AL CENTRO<br />
Temuta nell’approccio al<br />
consulto medico, indagata<br />
durante l’anamnesi,<br />
esplorata in fase<br />
diagnostica, aggredita<br />
con le terapie, la malattia<br />
ha inevitabilmente<br />
rappresentato per secoli<br />
il soggetto principale<br />
dell’interazione medicopaziente.<br />
Dapprima nel tentativo di<br />
formulare una diagnosi,<br />
poi nella stesura del<br />
piano di terapia e ancora<br />
nel follow up è stato<br />
storicamente più immediato<br />
concentrarsi sui sintomi,<br />
sulla loro scomparsa o<br />
esacerbazione, piuttosto<br />
che sul paziente come<br />
elemento di unicità.<br />
Il successo di questo<br />
approccio, che si presta<br />
all’oggettivizzazione e<br />
alla standardizzazione<br />
galileiana, è legittimato<br />
dalla piena compatibilità<br />
con il metodo scientifico.<br />
Ma scricchiola sotto<br />
i pesanti passi<br />
dell’innovazione, che<br />
procedono speditamente<br />
verso un mondo che ha<br />
superato la logica binaria,<br />
ha abbandonato la cara,<br />
vecchia questione di vita<br />
o di morte, per concedersi<br />
all’ambiguità delle zone<br />
grigie, a concetti facilmente<br />
sfuggenti – come la qualità<br />
di vita – diventate nel<br />
frattempo un nuovo habitat<br />
delle scienze mediche.<br />
IL MEDICO<br />
CONFRONTA,<br />
IL PAZIENTE<br />
ASSOLUTIZZA<br />
Com’è noto, per effetto<br />
dell’amplificazione<br />
viscerosomatica, la<br />
stessa noxa patogena può<br />
produrre infinite sfumature<br />
di uno stesso sintomo,<br />
diversi gradi di sofferenza<br />
e lasciare un ricordo del<br />
tutto soggettivo, in funzione<br />
della sensibilità personale<br />
e delle circostanze fisiche,<br />
psicologiche ed emotive<br />
nelle quali si trova il<br />
paziente.<br />
Nell’interazione, tuttavia,<br />
il medico di base, lo<br />
specialista, il referente per<br />
la sperimentazione clinica,<br />
e il farmacista hanno<br />
bisogno di riferimenti<br />
precisi. Mentre il paziente<br />
si sente legittimamente<br />
al centro del suo<br />
palcoscenico, all’interno<br />
di una scena dalla quale<br />
59
peraltro avrebbe preferito<br />
tenersi fuori, l’operatore<br />
sanitario tende a riportare<br />
il singolo caso a una<br />
categoria più generale e<br />
da lui più agevolmente<br />
leggibile.<br />
Ed è nel tentativo di<br />
attribuire un valore<br />
al sintomo, fedele<br />
indice dell’effettivo<br />
quadro clinico, che il<br />
professionista incastona<br />
nel racconto arzigogolato<br />
e apparentemente confuso<br />
del paziente interruzioni<br />
e puntualizzazioni,<br />
comportamenti di cut<br />
off che hanno lo scopo<br />
di riportare lo scambio<br />
a un piano di maggiore<br />
oggettività.<br />
VERSO UN<br />
NUOVO<br />
MODELLO<br />
Il fallimento del modello<br />
disease centered ha<br />
aperto molti dibattiti sulle<br />
possibili evoluzioni della<br />
comunicazione al paziente.<br />
La volontà di estendere<br />
il campo di osservazione<br />
dell’operatore sanitario, di<br />
leggere il disturbo come<br />
una complessità personale<br />
e sociale ha portato alla<br />
nascita del paradigma<br />
biopsicosociale, secondo<br />
il quale la comprensione<br />
della malattia può<br />
realizzarsi solo attraverso<br />
lo studio degli aspetti<br />
biologici, psicologici e<br />
sociali in cui si sviluppa nei<br />
singoli pazienti.<br />
Un approccio lodevole, ma<br />
dispersivo.<br />
D’altronde, se il<br />
coinvolgimento del paziente<br />
sembra essere un punto<br />
irrinunciabile, non è stato<br />
sempre chiaro su quali<br />
leve agire per generare<br />
engagement.<br />
Informare il paziente fin<br />
nei minimi particolari,<br />
metterlo al corrente di<br />
tutti i risvolti della sua<br />
malattia, descrivere<br />
minuziosamente le terapie<br />
prescritte: potrebbe essere<br />
una strategia efficace?<br />
Forse in un mondo ideale,<br />
poiché nella realtà si è<br />
osservato che conoscere<br />
tutte le reazioni avverse dei<br />
farmaci assunti aumenta<br />
la frequenza con cui<br />
questi vengono avvertiti e<br />
riportati.<br />
La stessa esistenza<br />
dell’effetto nocebo è<br />
testimonianza di questo<br />
importante aspetto, la<br />
cui gestione pone più di<br />
qualche interrogativo etico.<br />
Mentre l’evoluzione delle<br />
tecnologie biomediche<br />
permette la rilevazione<br />
di dettagli sempre più<br />
sofisticati, ci si domanda<br />
quale reale contributo<br />
possa offrire alla terapia la<br />
comunicazione al paziente<br />
di dati privi di valore<br />
diagnostico.<br />
COMUNICARE<br />
IL RISCHIO<br />
È tuttavia non solo opinione<br />
diffusa ma legge che il<br />
paziente debba essere a<br />
conoscenza del rischio<br />
connesso a un trattamento<br />
o a una procedura, inteso<br />
come probabilità che a<br />
seguito di essi si verifichi<br />
un danno o una lesione.<br />
Si tratta di un fenomeno<br />
che oggi stiamo vivendo<br />
in maniera amplificata.<br />
La diffusione di dati di<br />
farmacovigilanza sul<br />
vaccino AstraZeneca<br />
non accompagnati da<br />
adeguata comunicazione<br />
dei meccanismi con cui<br />
questa scienza si muove<br />
ha generato comprensibile<br />
e prevedibile allarme nella<br />
popolazione, e messo a<br />
rischio l’engagement del<br />
pubblico nella campagna<br />
vaccinale.<br />
Piuttosto che chiedersi<br />
se informare il paziente,<br />
sarebbe opportuno<br />
domandarsi come<br />
farlo, dal momento che<br />
la strutturazione del<br />
messaggio influenza<br />
la sua percezione delle<br />
informazioni e quindi i<br />
comportamenti finali.<br />
E tenere conto del livello di<br />
alfabetizzazione sanitaria<br />
della popolazione a cui<br />
l’informazione è destinata.<br />
Inoltre, poiché la<br />
comunicazione è un<br />
processo biunivoco, è<br />
assolutamente necessario<br />
che il paziente vi partecipi<br />
con ruoli attivi di primaria<br />
importanza. Ad esempio,<br />
riportando la propria<br />
esperienza personale<br />
con i farmaci, fornendo<br />
il proprio parere sulla<br />
comprensibilità e la<br />
pertinenza dei messaggi<br />
prodotti, partecipando<br />
all’elaborazione dei<br />
documenti diretti al<br />
pubblico – come i<br />
foglietti illustrativi e le<br />
comunicazioni in materia<br />
di sicurezza – supportando<br />
i media con elementi di<br />
storytelling della malattia.<br />
CIÒ CHE IL<br />
PAZIENTE<br />
PORTA CON SÉ<br />
Per arrivare a una<br />
descrizione completa della<br />
malattia, si è quindi giunti<br />
alla conclusione che sia<br />
necessario andare oltre il<br />
mero elenco dei sintomi, per<br />
includere l’insieme di idee,<br />
sentimenti, aspettative e<br />
contesto che accompagnano<br />
il paziente e ne costituiscono<br />
la cosiddetta “agenda”.<br />
Nell’ambito della<br />
consultazione clinica,<br />
la comunicazione deve<br />
permettere di abbracciare<br />
queste quattro dimensioni<br />
che il paziente porta con sé e<br />
con la sua malattia.<br />
Il professionista raccoglie<br />
informazioni finalizzate alla<br />
costruzione di un quadro<br />
60
makinglife | giugno 2021<br />
dettagliato, generalmente<br />
con una strategia open-toclose<br />
nella quale a domande<br />
aperte, necessarie a mettere<br />
a fuoco la circostanza in<br />
maniera più grossolana,<br />
seguono approfondimenti<br />
puntuali di completamento.<br />
In questa fase la capacità di<br />
ascolto dell’operatore e la<br />
sua abilità nell’utilizzo delle<br />
tecniche di continuazione<br />
mettono il paziente nella<br />
condizione di riportare il suo<br />
vissuto di malattia senza<br />
essere inibito da interruzioni<br />
e chiarimenti.<br />
È nella seconda fase dello<br />
scambio che il paziente<br />
vede restituite informazioni<br />
circa il suo stato di salute.<br />
Ed è qui che, al fine di<br />
generare engagement e<br />
favorire l’aderenza alla<br />
terapia, la comunicazione<br />
richiede chiarezza espositiva<br />
e l’abolizione di inutili e<br />
fuorvianti tecnicismi.<br />
Infine, al di là delle<br />
circostanze estemporanee,<br />
occorre costruire una<br />
relazione con il paziente,<br />
oltrepassare il concetto dello<br />
scambio di informazioni,<br />
seppure rilevanti, per<br />
sconfinare in un territorio<br />
nel quale tecniche e<br />
strategie possono ben poco<br />
e ci si deve affidare alla<br />
potenza del dialogo. Perché<br />
la relazione evolve nel<br />
tempo, intensificandosi nei<br />
momenti di riacutizzazione<br />
della malattia e rispondendo,<br />
per quanto consentito<br />
dalle conoscenze, alle<br />
preoccupazioni vere del<br />
paziente e non al bisogno di<br />
adempiere al commitment<br />
della completezza<br />
scientifica.<br />
61
62
makinglife | giugno 2021 | <strong>numero</strong> tre<br />
PRODUCTION<br />
Pharma Telling & Industry 63
Valentina Guidi<br />
Non sempre la corretta assunzione dei farmaci e l’aderenza alla terapia dipendono dalla chimica del<br />
prodotto o dalla fisiologia. Per molti pazienti, ad esempio anziani o in età pediatrica, le criticità<br />
possono essere legate anche al tipo di formulazione o al packaging. Uno studio ha mostrato che fino<br />
al 25% di tutti gli errori terapeutici nascono dalla confusione con il nome del prodotto e il 33% sono<br />
attribuibili a equivoci legati alla confezione o all’etichettatura. Si tratta di errori non trascurabili, che<br />
provocano ogni anno migliaia di morti e milioni di dollari di costi.<br />
64
IL RISCHIO<br />
DEI FARMACI SOSIA<br />
È importante ridurre al minimo le possibilità<br />
di un errore terapeutico, cosa che può accadere<br />
quando si utilizzano farmaci LASA (Look-alike/soundalike).<br />
Conosciuti anche con la dicitura sosia, questi<br />
farmaci hanno nomi commerciali simili o confezioni che si<br />
assomigliano, tanto da poter indurre in errore e provocare<br />
la somministrazione di un farmaco al posto di un altro.<br />
Lo sbaglio può essere commesso non solo a livello<br />
domiciliare ma anche dal farmacista al momento<br />
dell’acquisto o dal personale sanitario, come<br />
confermato dall’esperienza del Centro antiveleni<br />
dell’Ospedale Niguarda di Milano: ecco perché<br />
differenziare nettamente a livello grafico<br />
e fonetico un farmaco può fare<br />
la differenza.<br />
CHI SOMMINISTRA<br />
IL FARMACO<br />
ISTRUZIONI<br />
(IN)COMPRENSIBILI<br />
makinglife | giugno 2021<br />
Il foglietto illustrativo rappresenta per il paziente<br />
una vera e propria guida all’uso del farmaco<br />
e dovrebbe quindi riportare tutte le informazioni<br />
necessarie “in modo da risultare facilmente<br />
leggibile e chiaramente comprensibile” (come<br />
recita il DL 219/20<strong>06</strong> che recepisce la direttiva<br />
europea in materia). Nonostante gli indubbi<br />
sforzi prodotti finora per rendere più accessibile<br />
il foglietto illustrativo, una recente indagine di<br />
AFI ha rilevato che quasi l’80% dei pazienti<br />
ritiene debba ancora essere migliorato (vedi<br />
articolo sul foglietto illustrativo elettronico).<br />
In molti caso il paziente non assume il<br />
farmaco da solo: l’onere spetta al personale<br />
sanitario oppure, molto più spesso, a un caregiver,<br />
generalmente non in possesso di specifica formazione.<br />
Soprattutto in quest’ultimo caso, la somministrazione<br />
del farmaco deve essere il più semplice possibile, magari<br />
agevolata da dispenser o siringhe con l’indicazione del<br />
dosaggio corretto. Creare un momento rilassato<br />
quando bisogna somministrare il farmaco è un<br />
buon metodo per rendere l’assunzione della<br />
medicina psicologicamente accettabile per<br />
il paziente e quindi aumentare l’efficacia<br />
della terapia.<br />
UN SAPORE GRADEVOLE<br />
Gli aromi rappresentano un ostacolo importante<br />
nella formulazione di farmaci, soprattutto per quelli<br />
a uso pediatrico. Se pensiamo alle specialità liquide<br />
somministrate per via orale, le più diffuse tra i piccoli<br />
pazienti, forse il maggiore ostacolo da superare è proprio<br />
quello del sapore. Il senso del gusto dei bambini, infatti,<br />
è differente rispetto a quello degli adulti e, nonostante il<br />
suo sviluppo inizi già durante la gestazione, la completa<br />
maturazione avviene solo durante l’adolescenza.<br />
Il risultato è che formulazioni orali con un sapore<br />
percepito come “cattivo” possono essere poco efficaci,<br />
non tanto a livello farmacologico, ma proprio per la<br />
difficoltà di assicurarsi una corretta somministrazione.<br />
Tuttavia, per l’adulto che deve formulare il farmaco, è<br />
difficile capire quando un gusto può essere accettato di<br />
buon grado da un bambino (vedi articolo a pag. 62).<br />
L’AIUTO DELLE NUOVE<br />
TECNOLOGIE<br />
Per rendere l’assunzione di una medicina accettabile<br />
o addirittura divertente possono concorrere anche le<br />
nuove tecnologie. La recente applicazione della stampa<br />
3D alla produzione di farmaci ha infatti aperto scenari<br />
molto promettenti legati alle caratteristiche intrinseche<br />
di questo metodo di produzione. Le stampanti 3D<br />
permettono di ottenere compresse dalla solubilità<br />
molto accentuata, perfette per chi ha problemi di<br />
deglutizione oppure di inserire diverse specialità nella<br />
stessa compressa, così da evitare di ripetere più volte<br />
l’operazione di somministrazione nel caso di terapie<br />
complesse. Un altro vantaggio deriva dal<br />
fatto che personalizzare un farmaco è molto più<br />
semplice rispetto ai metodi produttivi tradizionali: la<br />
stampa 3D infatti permette di ottenere piccole quantità<br />
di prodotto, caratteristica che si sposa perfettamente<br />
con l’aggiunta di eccipienti particolari a seconda delle<br />
esigenze del paziente. Inoltre, questa metodologia<br />
prevede un consumo nel breve periodo, cosa che<br />
minimizza i problemi di stabilità che potrebbero esserci<br />
con l’aggiunta di questi ingredienti. Grazie a colori<br />
brillanti, aromi gradevoli e persino forme inconsuete si<br />
può conferire all’assunzione del farmaco un carattere<br />
giocoso, molto adatto nei casi in cui il paziente è un<br />
bambino.<br />
65
LA<br />
FORMA<br />
E<br />
IL<br />
CONTENUTO<br />
Oltre a rispettare le rigide<br />
normative di sicurezza, il packaging<br />
farmaceutico si evolve di pari<br />
passo con l’esigenza di facilitare<br />
il paziente nell’assunzione dei<br />
prodotti medicinali<br />
Paolo Egasti<br />
66
makinglife | giugno 2021<br />
La regolamentazione del<br />
packaging nel settore<br />
farmaceutico tocca aspetti<br />
come sicurezza, igiene,<br />
qualità e precisione, e impone<br />
standard estremamente<br />
elevati al fine di tutelare<br />
l’utente.<br />
Tra le <strong>numero</strong>se prerogative<br />
del confezionamento,<br />
la prima ed essenziale<br />
riguarda la protezione del<br />
prodotto dalle influenze<br />
esterne (luce, umidità,<br />
ossigeno, contaminazione<br />
biologica, danno meccanico).<br />
Il contenitore deve inoltre<br />
essere compatibile con il<br />
prodotto: è infatti essenziale<br />
che il prodotto non sia<br />
modificato dal packaging,<br />
e viceversa. La scelta del<br />
materiale di packaging<br />
viene testata per stabilità e<br />
compatibilità – quasi fosse<br />
essa stessa il prodotto<br />
medicinale – con rigorosi<br />
controlli di qualità fin dalle<br />
fasi molto precoci di sviluppo.<br />
Garantire la sicurezza è<br />
infatti un aspetto essenziale<br />
del packaging.<br />
L’esempio classico riguarda<br />
i tappi con chiusura a prova<br />
di bambino, di cui sono state<br />
sviluppate diverse versioni<br />
fin dagli anni ’60 negli Stati<br />
Uniti. In questo modo, grazie<br />
alla confezione, si sono ridotti<br />
i casi di avvelenamento<br />
accidentale; oggi è una<br />
normale procedura eseguita<br />
in tutto il mondo, codificata in<br />
norme e linee guida, con test<br />
obbligatori specifici.<br />
Ma ogni medaglia ha il suo<br />
rovescio: se da un lato la<br />
chiusura di sicurezza evita<br />
aperture indesiderate, d’altra<br />
parte potrebbe essere<br />
difficilmente utilizzabile<br />
da pazienti anziani o con<br />
patologie che impediscono<br />
di esercitare la forza o<br />
la precisione necessaria.<br />
Accade allora che alcune<br />
tipologie di pazienti spesso<br />
preferiscono acquistare<br />
confezioni di prodotti con<br />
aperture tradizionali, se<br />
disponibili. I cambiamenti<br />
demografici, come il<br />
crescente <strong>numero</strong> di persone<br />
anziane, pongono dunque<br />
nuove sfide ai progettisti<br />
di packaging. In base<br />
alla tipologia di farmaco<br />
occorre considerare qual è<br />
la categoria di soggetti che<br />
può averne maggiormente<br />
bisogno e valutare caso per<br />
caso quale apertura è più<br />
opportuna (sempre al fine<br />
di facilitare l’utilizzatore<br />
senza venir meno alle<br />
caratteristiche di sicurezza).<br />
67
USER FRIENDLY<br />
Esercitare creatività nel<br />
packaging non è sempre<br />
facile, dovendo rispettare<br />
regole molto rigide e tener<br />
conto anche della filiera<br />
industriale di produzione e<br />
di distribuzione. Ma, oltre a<br />
tutte le esigenze pratiche<br />
e di sicurezza che deve<br />
soddisfare, al packaging si<br />
chiede sempre più spesso di<br />
essere anche user friendly.<br />
ASSISTENZA AL<br />
PAZIENTE<br />
Oltre alla basilare funzione<br />
di protezione del prodotto<br />
il packaging riveste anche<br />
un significativo ruolo di<br />
comunicazione con l’utente<br />
e di facilitazione al corretto<br />
utilizzo: sia con materiale<br />
scritto (foglietto illustrativo ed<br />
eventualmente inserti di altro<br />
tipo), sia con la confezione<br />
stessa, che avrà una certa<br />
forma, si aprirà in un certo<br />
modo, avrà un certo colore.<br />
Una buona progettazione<br />
generale della confezione<br />
diventa un fattore centrale nel<br />
far sentire il paziente a proprio<br />
agio con il prodotto, e questo<br />
ha conseguenze positive.<br />
Il packaging e l’etichettatura<br />
possono inoltre aiutare a<br />
rafforzare le istruzioni fornite<br />
dal medico o dal farmacista.<br />
Da questo punto di vista il<br />
packaging diventa un aiuto per<br />
garantire la compliance.<br />
Per contro, un packaging non<br />
accurato può portare a errori<br />
di assunzione del prodotto. Se<br />
un farmaco è in commercio<br />
in diversi dosaggi sarebbe<br />
opportuno differenziare<br />
il loro confezionamento<br />
secondario, per esempio con<br />
un codice colore, o comunque<br />
evidenziando il dosaggio in<br />
modo molto evidente e di<br />
immediata lettura. Può perfino<br />
essere l’autorità regolatoria a<br />
chiedere modifiche di questo<br />
tipo, se riceve segnalazioni in<br />
proposito.<br />
O pensiamo al caso di<br />
un’azienda che immette<br />
sul mercato un nuovo<br />
prodotto ricalcando il nome<br />
di un precedente prodotto di<br />
successo, ma con una diversa<br />
via di somministrazione:<br />
c’è un notevole rischio che<br />
gli utenti abituati al primo<br />
prodotto utilizzino la stessa<br />
via di somministrazione<br />
del prodotto già noto, con<br />
conseguenze e rischi più o<br />
meno gravi a seconda dei<br />
casi, ma quasi sicuramente<br />
con efficacia ridotta, se non<br />
nulla (e ricordiamo che in<br />
farmacovigilanza la mancanza<br />
di efficacia è considerata un<br />
evento avverso).<br />
Un caso in cui è l’integrità del<br />
prodotto a essere garantita<br />
dal packaging è quello della<br />
soluzione parenterale in cui il<br />
contenitore di vetro dispone<br />
di chiusura con elastomero<br />
(accuratamente selezionato<br />
in base al tipo di prodotto<br />
contenuto nel flacone)<br />
tenuto in posizione da un<br />
cerchio di alluminio; questa<br />
modalità infatti minimizza<br />
le possibili contaminazioni<br />
e rende l’utilizzo sicuro,<br />
senza pregiudicare la facilità<br />
di utilizzo anche per i non<br />
professionisti. Per inciso, la<br />
scelta di un tipo di gomma<br />
sbagliato potrebbe risultare<br />
incompatibile con un dato<br />
prodotto, o non garantire la<br />
sterilità. Per affermare che una<br />
chiusura in gomma è adatta<br />
a un dato prodotto occorrono<br />
studi di stabilità, e devono<br />
essere soddisfatti i requisiti<br />
richiesti dalle farmacopea del<br />
luogo in cui il prodotto sarà<br />
commercializzato.<br />
Il packaging d’altra parte<br />
evolve di pari passo con la<br />
formulazione dei prodotti.<br />
La via di somministrazione<br />
di un prodotto a volte può<br />
cambiare, per andare<br />
incontro a esigenze<br />
di usabilità. Nuove<br />
formulazioni naturalmente<br />
richiedono packaging<br />
adeguati. Qualche esempio<br />
comprende gli stick pack<br />
per polvere orosolubile,<br />
i sacchetti per soluzione<br />
orale da ricostituire in<br />
acqua, i tubi di alluminio per<br />
compresse masticabili.<br />
Un altro modo in cui il<br />
packaging può mettersi<br />
al servizio dell’utente<br />
riguarda i prodotti monouso,<br />
o comunque forniti nella<br />
quantità esatta, per evitare<br />
avanzi. Un collirio potrà<br />
dunque essere fornito in<br />
confezione singola, al fine<br />
di evitare contaminazioni<br />
batteriche dopo l’apertura.<br />
Un antibiotico potrà essere<br />
confezionato nella giusta<br />
quantità per la terapia, al<br />
fine di limitare i costi ed<br />
evitare abusi che potrebbero<br />
contribuire all’antibioticoresistenza.<br />
68
makinglife | giugno 2021<br />
Negli ultimi anni, packaging<br />
“amico” significa anche<br />
avere la possibilità di poterlo<br />
facilmente avviare al riciclo<br />
o a un corretto smaltimento<br />
in modo che non sia<br />
inquinante; la sensibilità del<br />
pubblico si è molto evoluta<br />
in questo senso.<br />
Le stesse considerazioni di<br />
usabilità si possono fare per<br />
il farmaco veterinario.<br />
In questo caso non è il<br />
paziente a utilizzare il<br />
prodotto ma un caregiver.<br />
Avere ad esempio il<br />
prodotto in una grossa<br />
siringa a vite graduata<br />
(anziché in un semplice<br />
tubetto) può facilitare la<br />
somministrazione della<br />
giusta quantità, a patto che<br />
sia chiaro come si usa la<br />
siringa e come misurare<br />
in modo esatto la quantità<br />
necessaria.<br />
CHIP IN<br />
I noti principi di usabilità,<br />
sicurezza, tracciabilità<br />
vengono ribaditi e aggiornati<br />
ai tempi moderni e alle<br />
innovazioni tecniche<br />
disponibili, e assumeranno<br />
forme sempre nuove con lo<br />
smart packaging.<br />
La digitalizzazione sta<br />
già trasformando – e in<br />
futuro trasformerà sempre<br />
più profondamente –<br />
l’industria del packaging.<br />
Dai processi ai servizi, dalle<br />
relazioni commerciali, ai<br />
controlli di contraffazione.<br />
L’integrazione di un chip<br />
nel confezionamento<br />
primario renderà possibile<br />
l’inserimento del prodotto<br />
in un ecosistema digitale<br />
complesso, che riguarderà<br />
tutti gli aspetti del prodotto<br />
stesso. A partire da una<br />
elevatissima automazione<br />
della filiera produttiva e<br />
distributiva, in cui sarà il<br />
packaging a controllare<br />
i macchinari. Un altro<br />
processo che risulterà<br />
facilitato è il monitoraggio<br />
remoto e complessivo della<br />
shelf-life del farmaco,<br />
per parametri come<br />
temperatura, umidità,<br />
irraggiamento luminoso.<br />
L’importanza sta ovviamente<br />
nel fatto che queste variabili<br />
potrebbero influenzare<br />
significativamente lo stato<br />
di conservazione e, in<br />
ultima analisi, l’efficacia<br />
del farmaco. Il chip potrà<br />
interagire con svariati<br />
dispositivi elettronici,<br />
compresi quelli del paziente.<br />
Esistono già applicativi<br />
che fondono il mondo<br />
fisico e quello digitale,<br />
fornendo informazioni<br />
organizzate sul prodotto<br />
da assumere. Per il tramite<br />
della confezione stessa il<br />
paziente potrà accedere<br />
facilmente a informazioni e<br />
supporto ai propri bisogni.<br />
Il packaging diventa un<br />
punto di accesso dell’utente<br />
al mondo digitale, a<br />
partire dalle modalità<br />
di somministrazione<br />
e di utilizzo, con scopi<br />
molteplici, tutti basati sulla<br />
comunicazione con l’utente<br />
finale. Si potrà creare una<br />
rete di contatti immediati<br />
tra paziente, medico e<br />
produttore, con l’obiettivo<br />
finale di fornire servizi per<br />
migliorare l’aderenza del<br />
paziente alla terapia.<br />
Gli applicativi associati<br />
ai chip, inoltre, potranno<br />
fornire diverse funzioni<br />
di facilitazione: dal<br />
promemoria dell’orario<br />
di somministrazione fino<br />
all’ordine di una nuova<br />
confezione in farmacia<br />
prima che quella in uso<br />
sia terminata. Un altro<br />
vantaggio rilevante<br />
riguarda la possibilità per<br />
i produttori di gestire in<br />
modo più semplice i farmaci<br />
personalizzati.<br />
In questo scenario<br />
complessivo da un lato il<br />
paziente ottiene più servizi<br />
ed è più assistito, dall’altro<br />
le aziende sono facilitate<br />
nella gestione di tutta la<br />
vita del prodotto e possono<br />
raccogliere dati generati<br />
dall’utente. L’analisi di tali<br />
dati potrà anche permettere<br />
di progettare nuovi servizi<br />
di valore aggiunto, in un<br />
sistema basato in maniera<br />
sempre crescente su<br />
feedback e integrazione.<br />
Il packaging si evolve. Con la<br />
sua parte fisica e con la sua<br />
parte smaterializzata nella<br />
digitalizzazione diventerà<br />
un’interfaccia ancora più<br />
rilevante per il consumatore.<br />
69
NASCE IL FOGLIO<br />
ILLUSTRATIVO<br />
ELETTRONICO<br />
Daniele Martini<br />
Un gruppo di<br />
lavoro AFI sta<br />
sviluppando<br />
una versione<br />
elettronica del<br />
documento per<br />
rendere più<br />
comprensibili,<br />
chiare e<br />
aggiornate le<br />
informazioni sui<br />
farmaci<br />
Nonostante il lavoro svolto negli ultimi<br />
anni da enti regolatori e aziende<br />
farmaceutiche, sembra che l’obiettivo<br />
di rendere il foglio illustrativo più<br />
user friendly non sia ancora stato<br />
raggiunto. Secondo un’indagine<br />
su 2.000 partecipanti condotta da<br />
AFI attraverso i social media, nove<br />
pazienti su dieci ritengono i fogli<br />
illustrativi (FI) ancora da migliorare.<br />
Il 20% degli intervistati rinuncia<br />
addirittura a leggerli: di questi, il<br />
40% è dissuaso dalla complessità<br />
dei contenuti o dalla forma con cui<br />
vengono presentati. La situazione<br />
peggiora con l’età: nella fascia tra<br />
i 70 e gli 85 anni, il 50% trascura<br />
il foglietto perché lo ritiene poco<br />
comprensibile e tra gli over 85, tre<br />
su quattro vorrebbero un linguaggio<br />
più semplice. La fruibilità del FI<br />
è un elemento da non trascurare<br />
perché interferisce con la possibilità<br />
di accesso alle informazioni sul<br />
farmaco per molti cittadini-pazienti,<br />
soprattutto per soggetti fragili, come<br />
gli anziani e gli ipovedenti.<br />
70
makinglife | giugno 2021<br />
PERCHÉ NON LEGGE O LEGGE RARAMENTE IL FOGLIETTO ILLUSTRATIVO?<br />
Preferenze per fascia di età<br />
è poco utile<br />
è poco comprensibile<br />
conosco il farmaco che assumo (consumo abituale)<br />
non mi fido delle informazioni che vi sono contenute<br />
il medico e/o il farmacista mi forniscono tutte le informazioni necessarie<br />
cerco le informazioni su internet per mio conto<br />
1,56%<br />
12,50%<br />
45,31%<br />
1,56%<br />
32,81%<br />
6,25%<br />
12%<br />
20%<br />
40%<br />
4%<br />
24%<br />
0%<br />
4,17%<br />
25%<br />
31,25%<br />
6,25%<br />
29,17%<br />
4,17%<br />
0,00%<br />
50%<br />
25%<br />
20%<br />
5%<br />
0%<br />
CHE<br />
4<br />
°RIVOLUZIONE<br />
°<br />
LA INDUSTRIALE<br />
ABBIA<br />
INIZIO!<br />
72
makinglife | giugno 2021<br />
LA BLOCKCHAIN È<br />
DESTINATA A DIVENTARE<br />
UNA TECNOLOGIA CHIAVE<br />
PER L’INNOVAZIONE, ANCHE<br />
NELL’AMBITO DELLA SUPPLY<br />
CHAIN. IL WORLD ECONOMIC<br />
FORUM HA PUBBLICATO UN<br />
TOOLKIT INDIRIZZATO ALLE<br />
ORGANIZZAZIONI CHE VOGLIONO<br />
IMPLEMENTARLA<br />
Luca De Toro<br />
VERSO LA VALUE CHAIN<br />
Nei giorni del primo “Global technology governance summit<br />
(Gtgs)”, il 6 e 7 aprile a Tokyo, sono emerse alcune questioni:<br />
“le nuove tecnologie digitali possono davvero aiutare il mondo<br />
a migliorare? Sono in grado di assicurare una ripresa dalla<br />
attuale pandemia? Saranno capaci di prevenire analoghe crisi<br />
future?”<br />
Organizzato dal “World economic forum”, l’Organizzazione<br />
internazionale per la cooperazione pubblico-privato, il<br />
Gtgs è un evento mondiale sulla regolamentazione e<br />
l’implementazione della “Quarta rivoluzione industriale”, un<br />
summit di richiamo per gli stakeholder globali, focalizzato<br />
sulla progettazione e sullo sviluppo responsabili delle<br />
tecnologie emergenti.<br />
Nato nel 1971 per iniziativa dell’economista e accademico<br />
Klaus Schwab come fondazione senza scopo di lucro, il<br />
WEF, con sede a Ginevra, mira a essere una fondazione<br />
indipendente, imparziale e non legata a interessi particolari,<br />
che fa dell’integrità morale e intellettuale i capisaldi del<br />
proprio operato.<br />
La capacità di sfruttare e diffondere le nuove tecnologie deve<br />
necessariamente integrarsi con un loro impiego appropriato<br />
al fine di ridisegnare il modo di vivere e operare nel nuovo<br />
contesto post-pandemico e iper-digitalizzato. Il rischio<br />
che si aggravino le disuguaglianze sociali ed economiche<br />
già esistenti è difatti evidente – non solo agli esperti dei<br />
servizi governativi e dell’imprenditorialità – e anche per<br />
questo motivo la Quarta rivoluzione industriale dovrà essere<br />
governata e saldamente orientata.<br />
Uno dei settori in cui è necessario adottare misure<br />
proattive per far sì che l’adozione e la diffusione delle<br />
nuove tecnologie non comportino concentrazione delle<br />
offerte di servizi, disparità tra player, riduzione della<br />
concorrenza, è la supply chain, in particolare quella dei<br />
mercati di nicchia come il farmaceutico. Serve quindi un<br />
nuovo paradigma, un approccio “disruptive”, più agile, per<br />
governare le tecnologie più avanzate, per gestire i nuovi<br />
modelli di business digitale, per realizzare quanto prima<br />
una vera “value chain”.<br />
Proprio il World economic forum ha rilasciato nell’aprile<br />
2020 un documento-guida, un “toolkit”, per aiutare le<br />
organizzazioni, di tutte le dimensioni e a tutte le latitudini,<br />
a realizzare progetti di implementazione di una delle<br />
tecnologie più innovative, la blockchain, applicata in<br />
particolare alle supply chain. Il progetto del WEF ha<br />
richiesto oltre un anno di lavoro: sono state coinvolte più di<br />
80 aziende e startup, università, organizzazioni private ed<br />
enti statali di 50 Paesi. Sono stati esaminati più di 40 casi<br />
d’uso. Il risultato è molto buono: è sempre più chiaro cosa<br />
significhi adottare la filosofia blockchain per un’impresa,<br />
quali sono i vantaggi e le potenzialità da cogliere, quali le<br />
linee guida e le “best practice”, quali le sfide, i rischi e le<br />
problematiche che ci si troverà ad affrontare.<br />
73
COME APPROCCIARE LA<br />
BLOCKCHAIN<br />
In questa epoca digitale, le organizzazioni sono<br />
impegnate a comprendere al meglio quale ruolo avranno<br />
le tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale,<br />
l’Internet of things (IoT), l’informatica quantistica, la<br />
blockchain, e come queste si possono integrare nel<br />
loro business. Semplificare processi complessi o intere<br />
filiere è la motivazione trainante per la modernizzazione<br />
tecnologica.<br />
Innovare, scegliere approcci distintivi verso il<br />
cambiamento, orientarsi alla rivoluzione: le istituzioni<br />
e le aziende possono oggi intraprendere con fiducia il<br />
percorso verso l’adozione della tecnologia blockchain.<br />
Come avvenuto per i primi computer moderni negli anni<br />
’70, per Internet negli anni ’90, per il cloud computing<br />
negli anni 2000, la blockchain deve essere vissuta<br />
e avvicinata come qualsiasi altra nuova soluzione<br />
tecnologica. Deve essere approcciata e integrata alle altre<br />
soluzioni già utilizzate quotidianamente.<br />
Ma attenzione: come per ogni altra tecnologia, anche<br />
per la blockchain possono esserci situazioni in cui non è<br />
necessariamente utile o conveniente applicarla.<br />
UN GIOCO DI SQUADRA<br />
La blockchain è un gioco di squadra. Questa squadra<br />
può essere capitanata da un’azienda leader ma, in ogni<br />
caso, è l’ecosistema nel suo complesso che può riuscire<br />
a creare e allocare valore, tramite relazioni mutuamente<br />
profittevoli, fiduciarie, condivisioni basate su regole,<br />
standard e protocolli chiari e trasparenti. La tecnologia<br />
blockchain ha il potenziale per rivoluzionare il modo in<br />
cui le aziende competono e gli stakeholder collaborano<br />
nel mondo delle supply chain.<br />
Che la Quarta rivoluzione industriale abbia inizio!<br />
I NOVE REQUISITI<br />
Il WEF, nel proprio “toolkit”, riporta nove requisiti chiave<br />
che le organizzazioni devono soddisfare per sviluppare<br />
una qualsiasi nuova soluzione tecnologica aziendale.<br />
Gli elementi di questo elenco risultano molto appropriati<br />
per stimolare la riflessione anche in relazione a una<br />
implementazione di successo di soluzioni blockchain.<br />
Risultati definiti<br />
La tecnologia blockchain deve essere approcciata come uno<br />
strumento per raggiungere scopi specifici. Il potenziale della<br />
blockchain risiede nella sua capacità di consentire interazioni<br />
fiduciarie e più efficienti di tipo “peer-to-peer”, automazioni<br />
tra aziende supportate da contratti intelligenti, in genere<br />
come parte di una soluzione più ampia.<br />
Integrità operativa<br />
Le soluzioni blockchain forniscono una solida garanzia<br />
per la distribuzione dei dati, la loro sicurezza e autenticità.<br />
L’attenzione alla protezione e al trattamento dei dati è<br />
sensibilmente cresciuta anche nella gestione delle supply<br />
chain.<br />
Per sua natura, la tecnologia blockchain garantisce la<br />
tracciabilità completa e protegge dalle alterazioni dei dati, che<br />
diventano immutabili una volta scritti all’interno del registro<br />
distribuito.<br />
Conformità regolatoria<br />
Come sempre, l’evoluzione e il cambiamento precedono le<br />
normative e inducono i legislatori ad agire. Per essere ben<br />
regolamentata, la tecnologia blockchain deve essere prima<br />
di tutto correttamente compresa. Comunque, i costi di una<br />
eventuale perdurante non regolamentazione supererebbero di<br />
gran lunga quelli dell’armonizzazione. I principali rischi legali<br />
e normativi includono le violazioni antitrust, l’applicabilità<br />
distorta degli “smart contract”, i requisiti antiriciclaggio, la<br />
protezione della proprietà intellettuale, la protezione dei dati<br />
personali e il GDPR, le implicazioni e le complessità fiscali.<br />
Interoperabilità<br />
L’interoperabilità è la capacità dei sistemi informatici di<br />
scambiare e utilizzare le informazioni in modo collaborativo.<br />
In un ecosistema blockchain, selezionando il modello di<br />
interoperabilità più adeguato e praticabile, si garantisce<br />
che i player di filiera e gli utenti possano realmente fidarsi<br />
delle informazioni che ricevono e dei risultati dei processi<br />
a monte e a valle. Le interazioni “peer-to-peer” proprie dei<br />
registri distribuiti e condivise tramite la tecnologia blockchain<br />
velocizzano l’obiettivo di validazione di una tracciabilità “endto-end”<br />
e, quindi, la realizzazione di una reale “catena del<br />
valore”.<br />
Sicurezza<br />
Come qualsiasi nuova tecnologia, anche le soluzioni basate<br />
su blockchain devono includere adeguate garanzie di<br />
cybersecurity. Uno dei principali fattori di differenziazione<br />
della blockchain è il suo decentramento, che ha profondi<br />
impatti positivi sulla governance della sicurezza e, dal punto<br />
di vista dell’integrità, la rende di gran lunga migliore rispetto<br />
ai database tradizionali e ai “cloud”. In ogni caso, la blockchain<br />
non fa eccezione alla regola generale della sicurezza<br />
74
makinglife | giugno 2021<br />
informatica secondo cui una corretta gestione del rischio<br />
richiede che le misure di sicurezza siano previste “by design”.<br />
Scalabilità<br />
La tecnologia blockchain è in grado di crescere insieme<br />
all’organizzazione che la implementa. Dato che le piattaforme<br />
attuali potrebbero un giorno diventare obsolete, è prudente<br />
prendere in considerazione la possibilità di non ancorare le<br />
attuali applicazioni decentralizzate ai protocolli blockchain<br />
sottostanti. Ciò può aiutare la migrazione futura verso una<br />
nuova piattaforma. Secondo il WEF, chi applica tecnologia<br />
blockchain deve pianificare l’aggiornamento o la sostituzione<br />
entro 3-5 anni.<br />
Governance<br />
Con l’avvento dell’era digitale, istituzioni e organizzazioni<br />
hanno iniziato a strutturare le loro attività e architetture<br />
aziendali sotto forma di ecosistemi. Per lavorare insieme in<br />
modo efficace, la governance è fondamentale, così come la<br />
realizzazione del giusto framework. Si inizia a comprendere il<br />
potenziale dirompente della blockchain per risolvere criticità<br />
proprie delle supply chain globali, fornire maggiore efficienza,<br />
fiducia, automazione e trasparenza.<br />
Partecipanti conosciuti e fidati<br />
Identificare i player responsabili di ogni passaggio o<br />
transazione è un “must” in ogni supply chain. Grazie alla<br />
tecnologia blockchain si realizza un sistema responsabile<br />
di identità digitali di tutti gli attori coinvolti nella filiera. A tal<br />
fine è necessario che vi siano regole e procedure chiare per<br />
l’aggiunta di nuovi partecipanti alle reti distribuite.<br />
Condivisione delle informazioni<br />
Applicare la tecnologia blockchain in supply chain comporta la<br />
tanto attesa e auspicata condivisione di dati operativi che, nei<br />
sistemi tradizionali, vengono generati internamente (e custoditi<br />
gelosamente) all’interno delle singole aziende associate in<br />
un ecosistema più ampio. Per garantire la protezione dei dati<br />
condivisi tra gli attori della filiera, la tecnologia blockchain<br />
consente di applicare crittografie in modo che le informazioni<br />
siano utilizzabili solo dalle parti abilitate.<br />
REQUISITI ESSENZIALI DELLE SOLUZIONI TECNOLOGICHE AZIENDALI<br />
Condivisione<br />
delle<br />
informazioni<br />
Risultati<br />
definiti<br />
Partecipanti<br />
conosciuti e<br />
fidati<br />
Governance<br />
Requisiti<br />
chiave<br />
dell’azienda<br />
Integrità<br />
operativa<br />
Conformità<br />
regolatoria<br />
Scalabilità<br />
Sicurezza<br />
Interoperabilità<br />
Fonte: Redesigning Trust: blockchain Deployment Toolkit, World economic forum 2020<br />
75
BRAND<br />
PROTECTION E<br />
SUPPLY CHAIN<br />
VISIBILITY<br />
Luca De Toro<br />
Per proteggere il paziente dai rischi dei farmaci<br />
contraffatti e aumentare la sua consapevolezza,<br />
è necessario un approccio sistemico che<br />
comprenda strategie fisiche e virtuali<br />
76
makinglife | giugno 2021<br />
Per progettare e realizzare soluzioni<br />
focalizzate sul paziente è necessario<br />
mettere in campo una precisa<br />
strategia. Che si tratti di una terapia,<br />
di una sperimentazione clinica o di<br />
una procedura sanitaria si devono<br />
raccogliere i feedback dai pazienti e<br />
da chi è loro vicino, così da avere i<br />
dati e le evidenze reali per prendere<br />
le opportune decisioni in base alle<br />
loro esigenze e aspettative.<br />
L’approccio “patient centricity”<br />
prevede un coinvolgimento operativo<br />
ed emotivo del paziente, lo pone<br />
al centro di dinamiche e buone<br />
pratiche di cura, di comunicazione,<br />
di educazione, rendendolo l’attore<br />
principale del percorso verso il<br />
miglioramento della propria salute.<br />
CENTRICITY,<br />
EXPERIENCE ED<br />
ENGAGEMENT<br />
Eppure, in relazione ad alcuni aspetti<br />
e processi, sembra che il paziente<br />
non sia ancora così centrale, anzi<br />
venga trascurato e lasciato solo.<br />
Forse ci dimentichiamo che il<br />
termine “paziente” non indica solo<br />
chi si rivolge a un medico o a una<br />
struttura di assistenza sanitaria per<br />
questioni di salute, ma è anche un<br />
aggettivo che indica una persona<br />
disposta a moderazione, tolleranza o<br />
rassegnata sopportazione. Al giorno<br />
d’oggi il “Paziente” non è più tanto<br />
“paziente” e questo lo induce spesso<br />
a fare scelte sbagliate. Tra queste,<br />
l’acquisto di farmaci o di prodotti per<br />
la salute da canali online o da fonti<br />
non sicure.<br />
“Patient<br />
centricity”<br />
è<br />
“patient<br />
engagement”<br />
e<br />
“patient<br />
experience”<br />
L’IMPAZIENZA DEL<br />
PAZIENTE<br />
Che si tratti di pazienti cronici, in<br />
degenza, o affetti da semplici malanni,<br />
nel nostro Paese la percezione dei<br />
rischi legati agli acquisti online di<br />
medicinali resta ancora limitata e<br />
ampiamente insufficiente, come<br />
dimostrato dai <strong>numero</strong>si casi di<br />
cronaca e dagli studi condotti<br />
dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa)<br />
insieme al ministero dello Sviluppo<br />
economico.<br />
Chi di noi può ritenersi<br />
sufficientemente informato? Chi<br />
conosce la differenza tra farmaci<br />
contraffatti e farmaci falsificati e i<br />
pericoli connessi? Sono in molti quelli<br />
che nell’ultimo anno hanno acquistato<br />
(o acquistano regolarmente) dai<br />
canali di vendita e-pharmacy o social<br />
network.<br />
Il perimetro della “patient centricity”<br />
va quindi ampliato, l’asticella deve<br />
essere alzata, è necessaria una<br />
visione sistemica che comprenda<br />
anche ciò che sta a monte di una<br />
terapia, supporta operativamente<br />
una sperimentazione clinica, sostiene<br />
logisticamente ogni procedura<br />
sanitaria, nelle strutture ospedaliere o<br />
a casa dell’impaziente paziente.<br />
La tecnologia, oggi, può certo aiutare<br />
a sviluppare un approccio olistico di<br />
“patient centricity” che includa aspetti<br />
quali la “supply chain visibility” e la<br />
“brand protection”.<br />
NUOVE REGOLE DAL<br />
2025<br />
Su questi versanti ci sono ancora ampi<br />
margini di miglioramento.<br />
Dal punto di vista normativo è attivo<br />
dal 9 febbraio 2019 il sistema di<br />
tracciatura e vigilanza – in capo<br />
agli stati dello Spazio economico<br />
europeo (See) – per il contrasto alla<br />
contraffazione farmaceutica e la<br />
sicurezza dei pazienti.<br />
Grazie alla presenza di un codice<br />
identificativo univoco a barre<br />
bidimensionale (datamatrix 2D),<br />
tutti i farmaci con obbligo di ricetta<br />
dispensati nella UE sono soggetti<br />
a verifica di autenticità da parte<br />
dell’Emvs, il sistema europeo di<br />
verifica dei medicinali, istituito nel<br />
2016 in attuazione della direttiva<br />
anticontraffazione (62/2011/UE) e<br />
del relativo regolamento delegato.<br />
77
L’obiettivo è proteggere i pazienti<br />
europei dal rischio di ingresso di<br />
farmaci contraffatti nella catena di<br />
approvvigionamento legale. Tale nuova<br />
disciplina in Italia entrerà in vigore nel<br />
2025 in considerazione della proroga<br />
concessa al nostro Paese in quanto<br />
dotato di un preesistente sistema,<br />
il cosiddetto “bollino farmaceutico”.<br />
Le nostre imprese produttrici, che<br />
esportano per oltre il 70%, hanno<br />
ovviamente già adeguato le loro<br />
linee produttive al nuovo sistema per<br />
rispondere alle richieste del mercato<br />
europeo. Sono infatti già pronte<br />
qualora si optasse per una immediata<br />
operatività anche sul nostro territorio<br />
con l’istituzione dell’ente preposto,<br />
la National medicines verification<br />
organization – Nmvo), operativo a<br />
livello nazionale e collegato all’Emvs.<br />
I DANNI DELLA<br />
CONTRAFFAZIONE<br />
E i farmaci non prescritti? O gli<br />
altri prodotti del mondo della<br />
salute? Nell’ultimo anno, per cause<br />
certamente attribuibili alla pandemia<br />
globale, sul web sono aumentate<br />
esponenzialmente le vendite di<br />
falsi test di screening del sangue<br />
per diagnosticare il Covid-19, di<br />
mascherine di qualità scadente, di<br />
medicinali difettosi o contraffatti. E ora<br />
che ci sono i vaccini l’allarme è ancora<br />
più rilevante.<br />
Sul sito del nostro ministero della<br />
Salute è presente una sezione che<br />
riporta l’allarme lanciato dall’Ocse<br />
(Organizzazione per la cooperazione<br />
e lo sviluppo economico) e dall’Euipo<br />
(European union intellectual property<br />
office) incaricato di gestire i marchi<br />
dell’Unione e i disegni e modelli<br />
comunitari registrati.<br />
I recenti sequestri di materiale<br />
medico contraffatto venduto come<br />
rimedio contro il Covid-19, si leggeva<br />
a marzo 2020 in una nota diffusa<br />
dai due organismi, “mette in luce la<br />
necessità di far fronte a un crescente<br />
traffico internazionale di medicinali<br />
contraffatti che costano ogni anno<br />
miliardi di euro mettendo vite a<br />
repentaglio”.<br />
Le conseguenze negative a livello<br />
mondiale causate dai farmaci<br />
contraffatti spaziano dai danni alla<br />
salute delle persone alle mancate<br />
vendite, dalla perdita di posti di lavoro<br />
ai danni alla reputazione dei legittimi<br />
produttori. Anche i governi e le<br />
economie patiscono perdite di gettito<br />
e ingenti costi per la cura dei pazienti<br />
che hanno subito conseguenze<br />
negative in seguito al consumo di<br />
farmaci contraffatti.<br />
Chi alimenta il mercato della<br />
contraffazione, sia chi produce<br />
illegalmente sia chi acquista prodotti<br />
non originali, rende inutili gli<br />
investimenti che le aziende, i brand,<br />
fanno in ricerca e sviluppo.<br />
Molti aspetti oggi contribuiscono,<br />
direttamente o indirettamente,<br />
alla contraffazione: l’espansione<br />
dell’economia globale, il consumismo,<br />
il desiderio dei consumatori di<br />
ottenere beni che non potrebbero<br />
permettersi.<br />
Il commercio elettronico ha<br />
amplificato e complicato ulteriormente<br />
il problema della contraffazione.<br />
Prodotti non originali possono essere<br />
trovati e acquistati anche su alcune<br />
piattaforme legittime oltre che nei<br />
canali virtuali meno visibili del “deep e<br />
dark web”.<br />
INVESTIRE AL<br />
MEGLIO LE PROPRIE<br />
RISORSE<br />
La verità è che la maggior parte<br />
delle imprese affrontano, o hanno<br />
affrontato, il problema della<br />
contraffazione solo dopo aver scoperto<br />
di esserne state vittime. Avviano<br />
quindi azioni legali, collaborazioni con<br />
autorità doganali e forze dell’ordine,<br />
inaspriscono gli accordi contrattuali<br />
e commerciali con i propri partner<br />
prevedendo sanzioni in caso di non<br />
conformità, misurano i livelli di<br />
servizio tramite sfidanti indicatori<br />
di performance, iniziano a svolgere<br />
specifici controlli e audit periodici.<br />
Attività onerose e dispendiose che<br />
richiedono un enorme effort per tutti<br />
gli attori coinvolti in termini di risorse<br />
impiegate, tempo dedicato e costi<br />
sostenuti.<br />
Sarebbe invece opportuno investire<br />
meglio tutte queste risorse, portando<br />
a beneficio della “patient centricity” gli<br />
strumenti propri della “supply chain<br />
visibility” e della “brand protection”.<br />
Grazie a questo approccio sistemico<br />
sarebbe possibile ridurre al minimo<br />
le vulnerabilità delle filiere globali<br />
tramite strategie sia fisiche sia<br />
virtuali, in un’ottica sempre più rivolta<br />
al paziente.<br />
L’utilizzo della tecnologia risulta<br />
fondamentale per combattere la<br />
contraffazione, integrando soluzioni<br />
di tracciabilità e di autenticazione<br />
del prodotto. Le aziende possono<br />
utilizzare etichette e imballaggi<br />
intelligenti per monitorare i farmaci<br />
attraverso il loro intero ciclo di<br />
vita, in tutti i passaggi della filiera,<br />
dalla produzione, agli stoccaggi,<br />
ai transiti, alla dispensazione, alla<br />
somministrazione, alle applicazioni<br />
terapeutiche, alle successive evidenze.<br />
La supply chain deve trasformarsi in<br />
“value chain”, ovvero una catena in<br />
grado di accrescere la competenza<br />
dei pazienti/consumatori, la loro<br />
informazione, l’educazione e la<br />
consapevolezza diretta verso la<br />
minaccia della contraffazione dei<br />
prodotti e la protezione dei marchi<br />
originali.<br />
RIFERIMENTI<br />
La contraffazione nel settore dei farmaci,<br />
mise.gov.it<br />
Coronavirus: allarme Ocse e Ue contro<br />
medicinali contraffatti, salute.gov.it<br />
78
makinglife | giugno 2021<br />
I COSTI DELLA CONTRAFFAZIONE<br />
72.000-169.000<br />
Stima dei bambini che muoiono ogni anno di polmonite a causa di<br />
farmaci contraffatti<br />
32%<br />
Percentuale di persone che hanno sofferto problemi di salute dopo<br />
aver assunto farmaci contraffatti (sondaggio in UK)<br />
9,6 miliardi di euro<br />
Perdite subite dall’industria farmaceutica europea nel periodo<br />
2012-2016 a causa della contraffazione<br />
200-800 milioni di euro<br />
Costi sopportati dal settore farmaceutico per implementare le<br />
misure anticontraffazione<br />
1,7 miliardi di euro<br />
Stima delle tasse non incassate dai governi a causa della contraffazione<br />
Fonte dati: OECD/EUIPO (2020), Trade in Counterfeit Pharmaceutical Products, Illicit Trade. doi.org/10.1787/a7c7e054-en<br />
79
Rispetto per i collaboratori,<br />
le persone e il pianeta<br />
L’attenzione di IGB per il paziente non<br />
è fatta solo di soluzioni innovative ed<br />
efficaci ma di un più generale rispetto per<br />
alcuni valori fondamentali<br />
Daniele Martini<br />
Alessio Bressan, Ceo IGB - Industrie Grafiche Bressan<br />
Specializzata nel packaging<br />
farmaceutico e per cosmetici,<br />
IGB - Industrie Grafiche<br />
Bressan – è da sempre<br />
impegnata nello sviluppo di<br />
soluzioni innovative per la<br />
sicurezza e l’efficacia delle<br />
confezioni. Tra le soluzioni<br />
brevettate vi sono astucci<br />
tamper evident e child<br />
resistant. Ma non è questo<br />
l’unico modo con cui IGB pone<br />
attenzione al paziente, come<br />
racconta Alessio Bressan, Ceo<br />
della società.<br />
Cosa significa per voi mettere<br />
al centro il paziente?<br />
«Per noi il rispetto delle<br />
persone è fondamentale,<br />
che si parli di collaboratori,<br />
fornitori, clienti o utenti<br />
finali. È parte integrante dei<br />
nostri valori e si esprime in<br />
ogni aspetto dell’attività che<br />
svolgiamo. Anche verso il<br />
paziente, la nostra attenzione<br />
non si limita alla progettazione<br />
di soluzioni per garantire<br />
massima sicurezza e facilità<br />
d’uso. Vogliamo che i valori che<br />
condividiamo con il paziente<br />
vengano rispettati in tutto il<br />
ciclo di produzione. Per questo<br />
realizziamo prodotti facili da<br />
usare, sicuri per i bambini ma<br />
anche ecocompatibili e nel<br />
pieno rispetto dei lavoratori di<br />
tutta la filiera.<br />
Come si traduce questo nei<br />
vostri prodotti?<br />
«I nostri prodotti sono<br />
completamente plastic<br />
free e riciclabili, essendo<br />
realizzati esclusivamente in<br />
cartoncino. IGB è certificata<br />
FSC (Forest stewardship<br />
council), uno standard che<br />
garantisce l’utilizzo di legno<br />
proveniente da foreste<br />
gestite in maniera corretta e<br />
responsabile, secondo rigorosi<br />
standard ambientali, sociali ed<br />
economici.<br />
Non solo il prodotto finale è<br />
rispettoso dell’ambiente, lo è<br />
anche l’intero ciclo produttivo:<br />
da quasi 15 anni – tra le prime<br />
cartotecniche in Italia – siamo<br />
certificati ISO 14001, il punto<br />
di riferimento normativo per le<br />
aziende dotate di un sistema di<br />
gestione ambientale.<br />
Anche il rispetto dei lavoratori<br />
è un fattore fondamentale: ci<br />
certificammo anni fa secondo<br />
lo standard OHSAS 18001, che<br />
al tempo definiva i requisiti<br />
per un sistema di gestione<br />
della salute e della sicurezza<br />
sul lavoro e che ora è confluita<br />
nella ISO 45001, per la quale<br />
siamo pure certificati».<br />
80
makinglife | giugno 2021<br />
TAMPER EVIDENT<br />
Rappresenta la risposta di IGB alla direttiva 2011/62/EU,<br />
“Falsified medicines directive”, e permette di lavorare con le<br />
stesse performance degli astucci standard. Sono confezioni<br />
dotate di dispositivi anti-manomissione molto particolari: non<br />
utilizzano, nei processi di confezionamento, né colla né adesivi<br />
e offrono <strong>numero</strong>si vantaggi. Innanzitutto la sicurezza, poiché<br />
è impossibile aprire l’astuccio senza lasciar un’evidenza<br />
irreversibile (mentre la colla può essere allentata col calore e<br />
le etichette più economiche possono essere sostituite). Inoltre,<br />
anche questa soluzione, che mantiene inalterate grafiche,<br />
testi e leggibilità delle informazioni anche dopo l’apertura, è<br />
completamente riciclabile, essendo realizzata integralmente<br />
in cartoncino. Infine, una caratteristica unica: un sistema<br />
tattile di scritte in Braille che permette anche ai non vedenti di<br />
verificare l’integrità delle confezioni.<br />
CHILD RESISTANT<br />
FOLDING BOX<br />
La soluzione Child Resistant di IGB protegge in maniera<br />
semplice e sicura i bambini evitando che possano<br />
accidentalmente aprire le confezioni e ingerire i<br />
farmaci. Si tratta di contenitori completamente in<br />
cartone e del tutto simili a quelli tradizionali ma dotati<br />
di un sistema di chiusura che non può essere aperto<br />
dai bambini. La confezione è pienamente conforme alle<br />
normative di riferimento sugli imballi farmaceutici per<br />
la protezione dei bambini (BS EN ISO 8317 per l’Europa<br />
e 16 CFR 1700.20 negli USA).<br />
DROP-LOCK<br />
FOLDING BOX<br />
IGB ha realizzato particolari astucci farmaceutici anticaduta.<br />
Dal punto di vista estetico sono contenitori<br />
esattamente identici alle comuni confezioni per flaconi<br />
ma il loro design è stato pensato con un’apertura<br />
bloccata sul fondo per evitare la caduta dei flaconi più<br />
pesanti. Nonostante siano dotati di una elevata tenuta<br />
meccanica, sono realizzati completamente in cartone,<br />
senza colla né etichette e non necessitano di macchine<br />
speciali per essere confezionati. Grazie a queste<br />
caratteristiche possono essere utilizzati sulle normali<br />
linee standard – ma anche lavorati manualmente – a<br />
costi particolarmente contenuti e sono completamente<br />
riciclabili.<br />
81
NUMERO 2 - MARZO 2021<br />
Casa editrice<br />
<strong>Making</strong><strong>Life</strong> Srl<br />
Piazza della Repubblica, 10<br />
20121 Milano MI<br />
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Maria Luisa Nolli<br />
Giuseppe Recchia<br />
Art Director Simone Abbatini<br />
Illustrazioni di Mario Addis<br />
Hanno collaborato<br />
Paola Arosio<br />
Maura Bernini<br />
Gabriele Costantino<br />
Luca De Toro<br />
Paolo Egasti<br />
Valentina Guidi<br />
Ilenia La Leggia<br />
Caterina Lazzarini<br />
Caterina Lucchini<br />
Daniele Martini<br />
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