10.06.2021 Visualizzazioni

Making Life numero 3 - 08_06_WEB

Trasformi i suoi PDF in rivista online e aumenti il suo fatturato!

Ottimizzi le sue riviste online per SEO, utilizza backlink potenti e contenuti multimediali per aumentare la sua visibilità e il suo fatturato.

makinglife | giugno 2021 | <strong>numero</strong> tre<br />

PAZIENTE AL CENTRO<br />

PharmaFuture & Health


LINKEDIN / FACEBOOK / TWITTER / INSTAGRAM / YOUTUBE<br />

The Best ingredients for a healthy life<br />

#FaravelliPharmaDivision<br />

AGENTI FILMANTI / DISGREGANTI / LUBRIFICANTI / GLIDANTI / LEGANTI / DILUENTI / OPACIZZANTI / AMIDI E<br />

DERIVATI / POLIALCOLI / ZUCCHERI / DOLCIFICANTI / VISCOSIZZANTI / CONSERVANTI / CORRETTORI DI PH /<br />

ANTIAGGLOMERANTI / PRINCIPI ATTIVI / PLASTICIZZANTI<br />

VIA MEDARDO ROSSO, 8 - 20159 MILANO - WWW.FARAVELLI.IT - PHARMA@FARAVELLI.IT


makinglife | giugno 2021<br />

Abbonamento<br />

annuale 6 uscite<br />

39€<br />

SCOPRI TUTTI I DETTAGLI SU<br />

makinglife.it/abbonamenti<br />

PER INFORMAZIONI SCRIVI A<br />

abbonamenti@makinglife.it<br />

è la community dell’innovazione<br />

nell’healthcare<br />

e ne governa il cambiamento


INDICE<br />

Pharma Novel<br />

Commenti<br />

Farmaco e paziente<br />

A misura di paziente<br />

01 02 03<br />

6 Da oggetto passivo a 12<br />

soggetto attivo<br />

Perchè la periferia del<br />

paziente fa parte del<br />

centro<br />

14<br />

Personomica<br />

Medicina personalizzata<br />

e pediatria<br />

La voce dei pazienti rari<br />

18<br />

24<br />

28<br />

Equivalenti, biosimilari<br />

e accesso alle terapie<br />

30<br />

4


Sanità è<br />

condivisione<br />

makinglife | giugno 2021<br />

Ricerca<br />

Sanità<br />

Comunicazione<br />

Pharmatelling<br />

04 05 07<br />

Pazienti attori nello<br />

sviluppo di farmaci<br />

Comitati etici, una<br />

garanzia per i diritti<br />

Misurare l’impatto<br />

dell’engagement<br />

Il valore economico del<br />

coinvolgimento<br />

Il toolbox per una<br />

collaborazione efficace<br />

32<br />

36<br />

38<br />

40<br />

42<br />

Sanità è condivisione<br />

E-Health, le frontiere<br />

dell’assistenza<br />

Centrale e consapevole<br />

44<br />

50<br />

54<br />

<strong>06</strong><br />

La semantica del<br />

paziente<br />

Il baricentro della<br />

comunicazione<br />

56<br />

58<br />

Problemi di forma<br />

Packaging e contenuto<br />

Nasce il foglio<br />

illustrativo elettronico<br />

Che la 4° rivoluzione<br />

industriale abbia inizio<br />

Brand protection e<br />

supply chain visibility<br />

Rispetto per le persone<br />

e il pianeta<br />

64<br />

66<br />

70<br />

72<br />

76<br />

80<br />

5


Secondo<br />

PERSONE<br />

l’ultimo rapporto di<br />

Farmindustria, terapie avanzate,<br />

nanomedicina, medicina rigenerativa,<br />

immunoterapia, terapie combinate, smart pills,<br />

riprogrammazione cellulare sono le innovazioni destinate a<br />

AL<br />

stravolgere completamente il mondo life science, ponendolo<br />

difronte a sfide senza precedenti. È un cambio di paradigma<br />

epocale che, per consentire alle Atmp (Advanced Therapies<br />

Medicinal Products) di affermarsi, comporta la necessità<br />

di risolvere problematiche tecnologiche, organizzative,<br />

CENTRO<br />

manifatturiere, regolatorie, di accesso – ma anche etiche,<br />

sociali e legali – tutt’altro che semplici. Tutto ciò impone una<br />

riflessione sulla sostenibilità stessa del sistema.<br />

Se da un lato le Atmp, eradicando alla base l’espressione<br />

sintomatica della malattia e necessitando il più delle volte<br />

di una somministrazione one-shot, implicano una gestione<br />

completamente differente della malattia, dall’altro la loro<br />

Cristiana Bernini<br />

diffusione impatta pesantemente sull’economia del Sistema<br />

sanitario nazionale. Ciò richiede un ripensamento radicale<br />

dei modelli di governance, con l’applicazione, per esempio,<br />

di una formula di payment by results che, per essere<br />

applicata, deve essere supportata da un sistema di<br />

Real World Evidence che attinge dati dal mondo<br />

reale. Petabyte di dati genomici e clinici che<br />

vengono quotidianamente raccolti e che, se<br />

correttamente analizzati e gestiti, possono<br />

contribuire ad abbattere i silos dentro cui<br />

sono tradizionalmente richiusi gli stakeholder<br />

della sanità – aziende sanitarie, aziende<br />

farmaceutiche, enti regolatori e pazienti – per<br />

costruire un percorso di cura efficace.<br />

La salute di precisione richiede, d’altra<br />

parte, una sanità di precisione, che<br />

traghetti la medicina delle 4P – Partecipativa,<br />

Personalizzata, Preventiva e Predittiva – verso<br />

una medicina delle 6P. Laddove le due nuove P<br />

cui Farmindustria fa riferimento sono la medicina<br />

delle Prove, ovvero una medicina che si basa sulla<br />

misurazione dei risultati clinici, e la medicina dei Percorsi<br />

che pone il patient journey come pilastro imprescindibile<br />

6


makinglife | giugno 2021<br />

della<br />

sanità. Precisione, quindi,<br />

per identificare le caratteristiche della<br />

popolazione, mappare i bisogni, dispensare<br />

le terapie, misurare i risultati in tutto il percorso<br />

diagnostico-terapeutico-assistenziale.<br />

Patient centricity, dunque, ma per arrivare a far sì che<br />

un’azienda farmaceutica riesca a spostare veramente il<br />

focus del business dal farmaco alla centralità del paziente<br />

è necessario innanzitutto un cambiamento culturale in<br />

seno all’azienda stessa, che deve iniziare a ragionare<br />

mettendo al centro la persona, sia essa utente finale,<br />

fornitore o personale dell’organizzazione, a qualsiasi<br />

livello, dando più valore alle competenze e adottando un<br />

approccio multidisciplinare.<br />

In Italia, rispetto alla media dell’industria manifatturiera,<br />

le imprese del farmaco risultano particolarmente<br />

attente alla centralità della persona: impiegano<br />

un maggior <strong>numero</strong> di laureati e diplomati (sono<br />

il 90% della forza lavoro), e di donne: la presenza<br />

femminile rappresenta il 43% del totale in tutte le<br />

categorie occupazionali (la media complessiva del<br />

manifatturiero è pari al 29%) ma la differenza più<br />

marcata si riscontra a livello<br />

dirigenziale dove la quota è pari<br />

al 31% (contro il 13% medio). Nel<br />

nostro Paese la farmaceutica si<br />

distingue anche per un approccio<br />

particolarmente innovativo alla<br />

contrattualistica aziendale, con ampio<br />

ricorso alla flessibilità (anche da parte<br />

dell’azienda) e all’erogazione di premi<br />

variabili, spesso convertibili in welfare. Un<br />

caso esemplare è quello di Bayer Italia, che<br />

all’inizio di quest’anno ha firmato un accordo<br />

con i sindacati che introduce l’alternanza «senza<br />

limiti» tra lavoro in presenza e smart working e<br />

cancella in un colpo la timbratura del cartellino. Un<br />

approccio innovativo, che promuove la cultura della<br />

responsabilità e della fiducia e rimette la<br />

persona al centro dell’organizzazione aziendale.<br />

7


PHARMA<br />

NOVEL<br />

Mario Addis<br />

8


makinglife | giugno 2021<br />

9


10


makinglife | giugno 2021<br />

11


DA OGGETTO PASSIVO<br />

A SOGGETTO ATTIVO<br />

Gabriele Costantino<br />

Dipartimento di Scienze degli Alimenti e del Farmaco<br />

Università di Parma<br />

gabriele.costantino@unipr.it<br />

Il consenso informato è il punto<br />

chiave per valutare la centralità<br />

del paziente ma l’accento dovrebbe<br />

essere posto sull’informazione<br />

piuttosto che sul “consenso”<br />

12


makinglife | giugno 2021<br />

L’espressione “centralità del paziente”<br />

sta ai sistemi sanitari come l’espressione<br />

“centralità dello studente” sta ai sistemi<br />

formativi, scolastici e universitari. Se<br />

non viene coniugata all’interno di una<br />

declinazione di obiettivi misurabili e di<br />

strumenti effettivi per raggiungerli, non<br />

rimane che un enunciato di principio,<br />

astratto e sovrastrutturale.<br />

Quando si parla di centralità del paziente<br />

in Italia, si commette dal punto di vista<br />

formale quasi una tautologia. Il nostro<br />

Paese ospita un sistema sanitario<br />

universale fondato sul pagamento<br />

delle tasse dei cittadini, di estrema<br />

strutturazione e di elevata inclusività.<br />

È quasi un’ovvietà dire che le azioni, da<br />

qualsiasi livello vengano prese – dalla<br />

prevenzione alla diagnosi, dall’accesso<br />

alle cure fino al benessere – devono<br />

avere il cittadino-paziente come cuore del<br />

processo decisionale.<br />

Tuttavia, molte e storiche analisi<br />

dimostrano che, proprio nei sistemi<br />

universali, si annidano i rischi più concreti<br />

di diseguaglianza nell’accesso e nella<br />

qualità delle prestazioni. La declinazione<br />

operativa dell’espressione, quindi, deve<br />

essere spostata dalla definizione di<br />

“paziente” quale end-point di una filiera di<br />

prestazioni, alla definizione di “paziente”<br />

come insieme di cittadini-individui –<br />

ciascuno con le sue necessità – che si<br />

pone come soggetto attivo e oggetto<br />

passivo del sistema. Se possiamo dire<br />

che, nel primo caso, la centralità del<br />

paziente è effettivamente implementata<br />

nelle molteplici azioni del sistema<br />

sanitario, nel secondo scenario possiamo<br />

dire altrettanto?<br />

La risposta non è certo banale, e in<br />

questo <strong>numero</strong> di <strong>Making</strong><strong>Life</strong> molti<br />

contributi affronteranno il problema<br />

da diversi punti di vista. Ne voglio qui<br />

proporre uno, per la riflessione del lettore<br />

eventualmente interessato, che credo<br />

rivesta una particolare attualità in questo<br />

periodo di pandemia. Mentre gli aspetti<br />

di equità di accesso alle prestazioni, al<br />

farmaco e alla qualità delle prestazioni<br />

stesse sono ampiamente dibattute in<br />

termini di farmacoeconomia e politica<br />

sanitaria, c’è un aspetto che è spesso<br />

lasciato alla interpretazione deontologica<br />

del medico, ma che invece potrebbe<br />

essere oggetto di più ampio intervento.<br />

Mi riferisco in particolare all’informazione<br />

del paziente (e all’acquisizione del suo<br />

consenso) su trattamento, farmaci,<br />

possibili opzioni e alternative.<br />

Il cosiddetto “consenso informato”, che<br />

in alcuni casi può esser visto come<br />

un adempimento quasi formale e<br />

deresponsabilizzante la struttura che<br />

eroga il servizio, è invece il punto chiave<br />

in cui si valuta la centralità del paziente.<br />

Tutta la complessa filiera della sanità,<br />

che va dalla ricerca di base sui farmaci<br />

e sulle malattie, fino all’erogazione<br />

dei più comuni servizi assistenziali,<br />

è finalizzata alla preservazione e al<br />

raggiungimento dello stato di salute<br />

dell’individuo. E lo stato di salute è tra<br />

i fattori più disponibili all’individuo. Ma<br />

quanto il cittadino-paziente è realmente<br />

consapevole e, soprattutto, coinvolto nelle<br />

strategie e nelle scelte che porteranno a<br />

conseguenze per la sua salute?<br />

Attenzione. Certamente consapevolezza<br />

e coinvolgimento non significano<br />

derogare dalla responsabilità e dalla<br />

competenza dei professionisti della<br />

sanità. Vuol dire, in un processo che non<br />

può esser immediato ma che ha bisogno<br />

di sedimentazione e coltivazione, una<br />

coscienza diffusa sulle conseguenze o sui<br />

motivi che seguono o procedono qualsiasi<br />

atto sanitario.<br />

Anche nelle definizioni, ad esempio, della<br />

Commissione europea, ritorna spesso il<br />

termine “empowerment” del cittadinopaziente,<br />

che viene reso in Italiano con<br />

l’espressione “consapevolezza di sé<br />

e del controllo delle proprie decisioni,<br />

specialmente nella sfera sociale”.<br />

Ma la consapevolezza è un processo<br />

lungo e deve esser costruita attraverso<br />

l’informazione e la formazione.<br />

Nell’espressione “consenso informato” si<br />

tende generalmente a porre l’accento sul<br />

termine “consenso”, quale espressione<br />

di volontà condivisa, ma è ovvio che<br />

l’aspetto qualificante è l’informazione.<br />

Questo non riguarda solamente<br />

l’adesione a un particolare trattamento<br />

o particolare intervento, ma dovrebbe<br />

idealmente coprire il quadro totale delle<br />

prestazioni. Ad esempio, in un sistema<br />

universale i cittadini sono consapevoli<br />

del processo che porta alla formazione<br />

del prezzo del farmaco? Sono informati<br />

sui diversi livelli di validazione di efficacia<br />

(o di sicurezza) dei farmaci? Sono noti<br />

il meccanismo e gli attori coinvolti nel<br />

processo di monitoraggio post-marketing<br />

(farmacista, medico di medicina generale<br />

ecc.) e l’importanza che un reporting<br />

corretto e tempestivo ha per la salute<br />

pubblica? E possiamo andare avanti per<br />

molto.<br />

L’empowerment del cittadino-paziente è<br />

una necessità che da diversi anni viene<br />

riconosciuta ad alto livello. Possiamo<br />

ricordare, uno fra i tanti, un progetto<br />

finanziato dallo schema IMI (Innovative<br />

medicine initiatives) di EU/Efpia,<br />

denominato Eupati che ha avuto come<br />

obiettivo proprio quello di coinvolgere<br />

e “pesare” il contributo del paziente in<br />

tutta la fase dello sviluppo e di utilizzo<br />

dei farmaci. Su questa linea, oramai da<br />

diversi anni esistono protocolli d’intesa,<br />

accordi, anche dispositivi di legge che<br />

vanno in questa direzione.<br />

Tuttavia, forse occorre riflettere se<br />

rimpiazzare il sistema a “hub” (AIFA-<br />

Eupati; ministero-Regioni ecc.) con un<br />

sistema “point to point” (farmacistacittadino,<br />

medico di medicina generalepaziente,<br />

specialista-medico di medicina<br />

generale) non sia il vero modo di<br />

concretizzare l’espressione “centralità del<br />

paziente” e, allo stesso modo, introdurre<br />

compiutamente il concetto della<br />

competenza e del ruolo del professionista<br />

non solo nella gestione del singolo<br />

individuo ma nel miglioramento del<br />

sistema nazionale e della salute pubblica.<br />

13


Perché<br />

la periferia<br />

del paziente<br />

fa parte<br />

del centro<br />

Antonio Maturo<br />

Docente di Sociologia della salute<br />

presso l’Università di Bologna e<br />

la Brown University, e direttore<br />

del Centro di studi avanzati su<br />

umanizzazione delle cure e salute<br />

sociale (Università di Bologna).<br />

Da tempo, e da più parti, in sanità, si insiste sulla necessità di<br />

riorganizzare le cure ponendo il paziente al “centro”. Si tratta<br />

di un orientamento nobile, giusto ed efficace. La svolta nasce<br />

per scardinare due tendenze saldamente impiantate nel sistema<br />

delle cure: il paternalismo medico e la burocrazia sanitaria.<br />

Il paternalismo medico – molto forte in passato – si caratterizza<br />

per considerare il paziente come un essere passivo, incompetente<br />

e disorientato. Il medico è in questo caso colui (nel<br />

passato i medici erano per lo più uomini) che dice al paziente<br />

cosa fare, lo tratta con benevolenza e non perde troppo tempo<br />

a discutere della malattia. Del resto sa tutto lui, il medico.<br />

Il rapporto è quindi gerarchico, asimmetrico e il paziente è in<br />

soggezione e quindi non fa neppure domande.<br />

L’altra tendenza, o meglio l’altra degenerazione dell’assistenza<br />

medica, è la burocrazia sanitaria. Si tratta delle peripezie<br />

richieste ai pazienti, soprattutto in anni passati, per districarsi<br />

nei meandri delle richieste di cura, nelle liste di attesa, nella<br />

compilazione dei moduli. Il vecchio film “Il medico della mutua”<br />

è in tal senso un documentario molto realistico, anche<br />

rispetto al paternalismo medico. (E in effetti le due caratterizzazioni<br />

proposte, protagonismo medico e spersonalizzazione<br />

burocratica, sono due facce della stessa medaglia).<br />

Riportare, anzi, portare per la prima volta, il paziente al centro<br />

appare dunque più che sensato. Essendo tuttavia, questo,<br />

poco più che uno slogan, bisogna specificare il “come” e anche<br />

in questo caso vi sono molteplici diramazioni. Certamente c’è<br />

un aspetto organizzativo importante ed è quello riassumibile<br />

con l’altro slogan: “far girare la medicina e non il paziente”.<br />

Ciò significa, ad esempio, centralizzare tutta la documentazione<br />

sanitaria nel fascicolo sanitario elettronico. Ma c’è anche<br />

un’altra accezione: mettere il paziente al centro aumentando<br />

la sua autonomia. Infatti, al contrario del passato, lo scenario<br />

epidemiologico è oggi dominato dalle malattie croniche, quindi<br />

si presume che il paziente possa divenire in grado di “auto-curarsi”,<br />

almeno parzialmente.<br />

Non è paradossale rilevare la centralità delle malattie croniche<br />

durante una pandemia, perché pure il Covid produce le<br />

conseguenze maggiormente letali su persone anziane con<br />

malattie croniche. Per questo molti parlano di sindemia: una<br />

combinazione tra virus e malattia cronica (spesso legata a<br />

condizioni sociali e stili di vita precari).<br />

Secondo la prospettiva dell’autonomia, il paziente si riporta<br />

al centro facendolo diventare un esperto. In sintesi, con la<br />

cronicità viviamo più con le nostre malattie che con moglie o<br />

14


makinglife | giugno 2021<br />

marito, in termini di anni di vita. Dunque, si diventa specialisti<br />

della propria condizione. In più, maggiore alfabetizzazione<br />

e possibilità istantanea di trovare informazioni online facilitano<br />

l’autocura. La prospettiva del paziente esperto si fonda<br />

su concetti come empowerment, health literacy, engagement,<br />

co-production (sempre rigorosamente scritti in inglese). In<br />

termini grossolani, per empowerment si può intendere la crescita<br />

del proprio senso di “auto-efficacia” nella gestione della<br />

propria malattia (mi arrendo: self-efficacy). La health literacy<br />

è la competenza sanitaria, ovvero la consapevolezza rispetto<br />

ai fattori che incidono sulla nostra salute e la forza per modificare<br />

in senso positivo i nostri stili di vita. L’engagement è<br />

il processo attraverso cui un paziente dal totale disorientamento<br />

operato dalla diagnosi giunge alla consapevolezza della<br />

malattia, fino a elaborare un proprio progetto di benessere.<br />

La co-produzione, invece, enfatizza l’importanza del paziente<br />

esperto per la creazione di piani di assistenza, elaborazione di<br />

strategie di cura e partecipazione nella valutazione delle cure.<br />

Accanto a questi aspetti centrali, si possono evidenziare, però,<br />

alcune componenti periferiche, ma non di minor importanza.<br />

Ad esempio, alla “periferia” del paziente troviamo i caregiver.<br />

Sappiamo quanto peso abbiano i famigliari (spesso le donne)<br />

nel sostenere i pazienti psicologicamente e praticamente, anche<br />

solo per l’aderenza alle cure. Andrebbe fatta una lunga<br />

riflessione anche sulla soffusa discriminazione di genere che<br />

viene causata dall’irrompere della malattia cronica in una famiglia<br />

e nella ripartizione dei ruoli di “caregiving”.<br />

Va tenuto in considerazione, inoltre, il più ampio strato delle<br />

reti sociali, ovvero i network e il capitale sociale: dai vicini e<br />

gli amici alla parrocchia alle associazioni di volontariato. Ma<br />

sono fondamentali anche componenti come reddito e istruzione:<br />

in tutte le fasi della gestione della malattia hanno un<br />

peso cruciale. Non è un caso che la maggior parte delle ricerche<br />

su diseguaglianza e salute si basino appunto sul SES:<br />

socio-economic status. Anzi, reddito e istruzione sono definite<br />

“determinanti sociali di salute”. (Su questo aspetto ho scritto e<br />

curato con Serena Barello e Marta Gibin un volume intitolato:<br />

La tripla elica: etica, engagement, equità. Il paziente tra autonomia<br />

e giustizia sociale).<br />

Ci sembra, quindi, che la centralità del paziente possa essere<br />

affermata solo se riconosciamo la sua forte dipendenza da<br />

aspetti meno “centrali” ma altrettanto condizionanti come il<br />

contesto famigliare, sociale, economico e il grado di reddito e<br />

istruzione. Insomma, nessun paziente è un’isola.<br />

15


“<br />

Quotes<br />

& Data<br />

“<br />

Percentuale di intervistati<br />

I PARAMETRI PIÙ EFFICACI PER MISURARE UN’INIZIATIVA PATIENT-CENTERED (PCI)<br />

100 % 83 % 82 % 82 % 80 %<br />

78 %<br />

27 % 30 %<br />

20 % 17 % 80 %<br />

91 % 91 % 67 % 44 %<br />

Tempo di<br />

sviluppo<br />

complessivo<br />

% di intervistati che hanno valutato la metrica molto preziosa per la performance della PCI<br />

% intervistati che hanno valutato la metrica molto facile da misurare<br />

0 %<br />

Numero di<br />

pazienti volontari<br />

raggiunti<br />

Le metriche più utili a pag. 24<br />

Soddisfazione<br />

complessiva<br />

dei pazienti<br />

Costo della PCI<br />

PCI utilizzata<br />

nel protocollo<br />

Numero di<br />

abbandoni non<br />

dovuti a SAE<br />

o AE<br />

Numero di<br />

modifiche al<br />

protocollo<br />

dovute a un<br />

emendamento<br />

Durata<br />

dello studio<br />

dal primo<br />

all’ultimo<br />

paziente<br />

Un ridotto<br />

coinvolgimento del<br />

paziente nel processo di<br />

cura decuplica il rischio<br />

di incorrere in ricadute e<br />

aggravamenti e aumenta<br />

l’incidenza di sintomi<br />

ansioso-depressivi e la<br />

spesa out-of-pocket.<br />

Monica Torriani<br />

a pag. 44<br />

Il coinvolgimento dei<br />

pazienti può portare<br />

risparmi 500 volte<br />

superiori rispetto<br />

all’investimento.<br />

Simone Montonati<br />

a pag. 40<br />

UN SONDAGGIO HA RIVELATO CHE<br />

UN ONCOLOGO SU CINQUE<br />

CONSIDERA LA PRESENZA DEI<br />

PAZIENTI NEI COMITATI ETICI SOLO<br />

UNA FORMALITÀ. L’82% DEI<br />

PAZIENTI AFFERMA CHE IL LORO<br />

RUOLO SI LIMITA AL CONSENSO<br />

INFORMATO.<br />

Paola Arosio<br />

a pag. 36<br />

Il concetto di medicina<br />

di precisione manca<br />

ancora di alcuni aspetti<br />

fondamentali della<br />

risposta individuale alla<br />

malattia: quelli sociali,<br />

psicologici, culturali,<br />

comportamentali ed<br />

economici.<br />

Caterina Lucchini<br />

a pag. 18<br />

16


makinglife | giugno 2021<br />

Per arrivare<br />

a una<br />

descrizione<br />

completa della<br />

malattia è<br />

necessario<br />

andare oltre<br />

il mero elenco<br />

dei sintomi,<br />

per includere<br />

l’insieme<br />

di idee,<br />

sentimenti,<br />

aspettative e<br />

il contesto che<br />

accompagnano<br />

il paziente.<br />

Monica Torriani<br />

a pag. 58<br />

I principi di usabilità, sicurezza,<br />

tracciabilità del farmaco assumeranno<br />

forme sempre nuove con la digitalizzazione<br />

e lo smart packaging.<br />

Paolo Egasti<br />

a pag. 66<br />

72.000-169.000 Stima dei<br />

bambini che muoiono ogni<br />

anno di polmonite a causa di<br />

farmaci contraffatti<br />

Luca De Toro<br />

a pag 76<br />

Un paziente consapevole non è solo un paziente informato.<br />

È una persona che sale sul palco della salute conoscendo il<br />

copione, ma recitandolo con il colore dei propri valori, dei<br />

propri bisogni e dei propri confini.<br />

Caterina Lazzarini e Ilenia La Leggia<br />

a pag. 54<br />

«Per le persone con malattie<br />

rare o rarissime la chiave di<br />

volta risiede in primo luogo<br />

nell’associarsi, ma ancora<br />

di più nella collaborazione<br />

tra associazioni con<br />

interessi simili, anche se con<br />

patologie differenti».<br />

Ilaria Ciancaleoni Bartoli<br />

direttrice di Omar-Osservatorio malattie rare<br />

a pag. 28<br />

IN UN’EPOCA<br />

CONTRADDISTINTA DALLA<br />

CRESCENTE AFFERMAZIONE<br />

DELLA MEDICINA DI PRECISIONE<br />

E DI QUELLA PERSONALIZZATA,<br />

COME SODDISFARE LE ESIGENZE<br />

DEI PICCOLI PAZIENTI?<br />

Valentina Guidi<br />

a pag. 24<br />

17


PERSONOMICA<br />

Il ponte dalla medicina di precisione alla medicina personalizzata<br />

Caterina Lucchini<br />

18


makinglife | giugno 2021<br />

Negli ultimi anni la medicina basata<br />

sulla conoscenza e sul trattamento<br />

dei pazienti, riconosciuti come<br />

individui con caratteristiche uniche,<br />

si è concentrata principalmente<br />

sulla caratterizzazione delle loro<br />

“unicità” biologiche, definite dai<br />

cosiddetti dati –omici. Genomica,<br />

metabolomica, epigenomica,<br />

proteomica, farmacogenomica,<br />

trascrittomica, microbiomica e una<br />

serie di altre -omiche definiscono<br />

ciascuna una parte della nostra<br />

identità biologica che può essere<br />

utilizzata per diverse applicazioni<br />

mediche: dall’identificazione di<br />

nuovi geni e biomarcatori coinvolti<br />

in diverse patologie, alla possibilità<br />

di prevedere la progressione di una<br />

malattia e consentire lo sviluppo<br />

di nuove terapie mirate su bersagli<br />

molecolari e cellulari precisi, come<br />

la target therapy, l’immunoterapia, o<br />

la terapia genica. Questo approccio,<br />

noto come medicina di precisione, è<br />

stato oggetto di un famoso discorso di<br />

Barack Obama nel 2015. La medicina<br />

di precisione rappresenta, in sostanza,<br />

l’adattamento del trattamento<br />

medico alle caratteristiche individuali<br />

di ogni paziente con l’obiettivo di<br />

rendere il processo di cura mirato a<br />

una determinata persona, al fine di<br />

aumentarne l’efficacia e diminuire<br />

le complicanze, gli insuccessi e gli<br />

sprechi economici.<br />

“<br />

La personomica<br />

dà importanza alle<br />

preferenze personali<br />

dell’individuo,<br />

ai suoi valori e<br />

obiettivi, e al<br />

supporto che il<br />

paziente riceve<br />

dagli affetti<br />

salute umana, il concetto di medicina<br />

di precisione tipicamente non prende<br />

in considerazione aspetti di variabilità<br />

individuale legati alle esperienze di<br />

vita della persona stessa (vedi box). È<br />

qui che entra in gioco la personomica,<br />

termine coniato sempre nel 2015 e<br />

proposto alla comunità scientifica da<br />

Roy Ziegelstein della Johns Hopkins<br />

University School of medicine tramite le<br />

colonne di Jama International Medicine.<br />

La personomica determina come la<br />

malattia si rivela fenotipicamente e il<br />

modo in cui la patologia e l’individuo<br />

affetto rispondono al trattamento.<br />

In sostanza, tiene conto degli<br />

aspetti sociali, psicologici, culturali,<br />

comportamentali, dei fattori economici<br />

che influenzano le convinzioni sulla<br />

salute del paziente e delle sue<br />

interazioni con gli operatori sanitari.<br />

Con la personomica si dà importanza<br />

alle preferenze personali dell’individuo,<br />

ai suoi valori e obiettivi e al supporto<br />

che il paziente riceve dagli affetti.<br />

Medicina personalizzata vs medicina di precisione<br />

La medicina di precisione caratterizza gli individui<br />

sulla base di aspetti biologici e molecolari che possano<br />

targettizzare il processo di cura. Parte da grandi set di dati,<br />

derivati dalle scienze -omiche e dalle tecnologie a supporto,<br />

per ottenere diagnosi e terapie su misura.<br />

PERSONOMICA<br />

Sebbene l’utilizzo delle informazioni<br />

fornite dai dati -omici nella diagnosi<br />

e nella cura dei pazienti abbia un<br />

enorme potenziale per migliorare la<br />

La medicina personalizzata considera il profilo biologico<br />

del paziente, il suo stile di vita e l’influenza dei fattori<br />

ambientali, senza necessariamente basarsi su grandi set di<br />

dati per ridefinire la malattia.<br />

19


DIAGNOSTICA DI<br />

PRECISIONE<br />

Come detto, con l’avvento delle<br />

scienze -omiche è diventato possibile<br />

raccogliere dati sul DNA, sull’mRNA,<br />

sulle proteine, sul metabolismo e<br />

sulla risposta ai farmaci. Gli attuali<br />

tool tecnologici e lo sviluppo di test a<br />

livello cellulare, come saggi genetici<br />

rapidi (vedi box a pag. 35) e sensori<br />

da indossare, permettono inoltre<br />

di integrare i dati -omici con altre<br />

informazioni cliniche sullo stile di<br />

vita e sull’aderenza ai trattamenti.<br />

Il processo di conoscenza e<br />

applicazione dei risultati appare<br />

dunque circolare: i grandi set di<br />

dati biologici e quelli ottenuti dalla<br />

digital health si integrano in una<br />

rete di conoscenze che alimenta sia<br />

le informazioni utili per l’evoluzione<br />

della scienza sia le informazioni<br />

utili per la gestione e il trattamento<br />

del singolo individuo. La medicina<br />

genomica ha un impatto importante<br />

in tutte quelle condizioni in cui la<br />

presenza di mutazioni ha un ruolo<br />

causale. In campo oncologico,<br />

per fare un esempio, la ricerca di<br />

oncogeni driver della malattia è<br />

sempre più usuale per costruire un<br />

processo di cura mirato e “aggiustare<br />

il tiro” in corso d’opera. I metodi di<br />

analisi sono diversi e possono essere<br />

applicati su un campione biologico<br />

ottenuto da una biopsia del tessuto<br />

indagato, oppure dalla più innovativa<br />

biopsia liquida, ovvero sul sangue.<br />

Quest’ultima ha il vantaggio di non<br />

essere invasiva e altamente ripetibile,<br />

permettendo di monitorare nel tempo<br />

le evoluzioni della malattia. In questi<br />

casi si va a ricercare il DNA tumorale<br />

rilasciato nel torrente ematico dai<br />

tumori primari e dalle metastasi.<br />

Attualmente sono anche in studio<br />

altri approcci non invasivi su fluidi<br />

biologici diversi dal sangue per<br />

rintracciare, oltre al DNA tumorale<br />

circolante, anche cellule tumorali<br />

circolanti o exosomi.<br />

IL CONTRIBUTO<br />

DEI BIG DATA<br />

Negli ultimi anni abbiamo assistito<br />

a una vera e propria esplosione<br />

di volume, velocità e varietà delle<br />

informazioni disponibili in campo<br />

medico: i cosiddetti big data, una<br />

collezione di dati biologici, biometrici<br />

ed elettronici di milioni di individui<br />

la cui interpretazione può fornire<br />

importanti basi per l’interpretazione<br />

dei risultati ottenuti, la previsione<br />

dei processi futuri e l’individuazione<br />

di terapie ad hoc. L’intelligenza<br />

artificiale (AI) e il machine learning<br />

sono entrambi applicabili alla<br />

medicina di precisione con l’obiettivo<br />

di andare oltre all’attuale capacità<br />

informativa dei big data e trovare il<br />

modo di comprendere i dati anche al<br />

fine di ottenere un valore pragmatico<br />

per la pratica clinica (vedi box a pag.<br />

35).<br />

Quando si parla di tecnologie e<br />

medicina va ricordato che gli sforzi<br />

non sono esclusivamente di convalida<br />

dei processi, ma l’attenzione è anche<br />

puntata sulle questioni di sicurezza,<br />

etiche e di privacy.<br />

UNA NUOVA ERA<br />

PER LA RICERCA<br />

CLINICA<br />

L’attuale modello di disegno e<br />

sviluppo di uno studio clinico<br />

rischia di non essere più adeguato<br />

al momento storico. Se infatti<br />

è vero che, grazie alla ricerca<br />

e all’individuazione di sempre<br />

più marcatori biologici, si può<br />

Visita<br />

medica<br />

Analisi<br />

genomica<br />

Decisione<br />

clinica<br />

Rivalutazione<br />

clinica<br />

20<br />

Campionamento<br />

Interpretazione<br />

clinico-biologica<br />

Follow-up<br />

nel tempo


makinglife | giugno 2021<br />

individualizzare il processo di cura,<br />

è altrettanto vero che un disegno<br />

di uno studio clinico che non tiene<br />

conto di questa caratterizzazione<br />

della malattia rischia di non arrivare<br />

all’obiettivo: quello della cura “su<br />

misura”. In pratica, attraverso una<br />

progressiva segmentazione, anche<br />

tumori frequenti sono trattati oggi<br />

come malattie rare e ciò rende poco<br />

applicabile il classico trial clinico<br />

randomizzato. Per questo sono stati<br />

proposti nuovi disegni, i cosiddetti<br />

master protocol, che includono i<br />

basket trial, gli umbrella trial e i<br />

platform trial e hanno l’obiettivo di<br />

trovare il trial giusto per il singolo<br />

paziente (vedi infografica). Per farlo<br />

integrano nel trial anche realtà<br />

emergenti come il machine learning,<br />

il comprehensive molecular profiling<br />

e i dati di real world. L’enfasi sul<br />

ruolo dei biomarcatori in questi<br />

protocolli richiede un processo di<br />

screening sicuro e accurato. Negli<br />

umbrella trial applicati al campo<br />

oncologico, i pazienti con un tipo<br />

di tumore (in altre parole con lo<br />

stesso organo d’origine), sono<br />

esaminati per la presenza di una<br />

serie di biomarcatori e su questa<br />

base allocati ai bracci di trattamento<br />

con i farmaci corrispondenti, in<br />

cui ciascun farmaco è accoppiato<br />

allo specifico biomarcatore. Sono<br />

indicati in particolare nei casi<br />

in cui esistono diverse opzioni<br />

terapeutiche. Lo studio “ad ombrello”<br />

valuta anche l’efficacia del farmaci<br />

sul tipo di tumore individuale.<br />

La genotipizzazione del tumore<br />

suddivide i pazienti sulla base<br />

delle mutazioni per valutare le<br />

terapie target appropriate. I farmaci<br />

sperimentali possono essere<br />

valutati per diversi tipi di tumore<br />

con la stessa mutazione all’interno<br />

dello stesso studio o in un trial<br />

separato. Nei basket trial applicati<br />

al campo oncologico, invece, i<br />

pazienti sono reclutati solo sulla<br />

base delle caratteristiche molecolari,<br />

indipendentemente dall’origine del<br />

Tecnologie a supporto<br />

Immunoistochimica: l’antigene di interesse è ricercato in una<br />

porzione di tessuto sulla base di reazioni antigene-anticorpo<br />

Ibridazione fluorescente in situ: specifiche sequenze di<br />

DNA sono individuate a partire da campioni biologici diversi<br />

tramite sonde nucleotidiche marcate<br />

Next generation sequencing: milioni di frammenti di<br />

acidi nucleici sono sequenziati in parallelo in tempi ridotti.<br />

Rappresenta la tecnica con maggiore potenziale e si applica<br />

anche alla biopsia liquida<br />

Applicazioni cliniche dell’AI e del machine learning<br />

Intelligenza artficiale<br />

Raccolta, archiviazione, normalizzazione e<br />

tracciamento dei dati<br />

Monitoraggio continuo della terapia farmacologica<br />

Aderenza terapeutica<br />

Machine learning<br />

Individuazione di una linea di condotta senza<br />

richiedere istruzioni dirette<br />

Gestione delle combinazioni farmacologiche<br />

Sviluppo di biomateriali<br />

Monitoraggio dinamico e continuo della patologia<br />

Aderenza terapeutica<br />

21


tumore che non diventa quindi un<br />

criterio selettivo. Questa tipologia<br />

di studio risulta ideale per la<br />

valutazione mirata di terapie con<br />

target a bassa prevalenza. Il basket<br />

trial è indipendente dalla valutazione<br />

istologica e i bracci di trattamento si<br />

basano sulle mutazioni “condivise”<br />

dai pazienti. Le coorti di trattamento<br />

possono dunque essere più inclusive<br />

di mutazioni rare. Le risposte<br />

possono essere valutate per l’intera<br />

coorte o per le caratteristiche<br />

individuali. In tutti questi studi<br />

si prevede anche di introdurre<br />

caratteristiche di disegni adattativi,<br />

in base ai quali i risultati preliminari<br />

che via via vanno accumulandosi<br />

possono essere utilizzati per<br />

modificare il corso o la struttura<br />

del trial. Si tratta dei platform trial,<br />

studi in genere randomizzati, multi<br />

step e multi arm, con un braccio di<br />

controllo e più bracci sperimentali.<br />

L’applicazione è normalmente quella<br />

di valutare diverse terapie mirate per<br />

una o più malattie attraverso appunto<br />

cambiamenti in corso di studio, con<br />

flessibilità in base all’andamento<br />

del trial. Oltre a ciò, anche altri<br />

aspetti di grande importanza devono<br />

essere considerati, dalla capacità di<br />

garantire l’integrità della condotta<br />

della sperimentazione clinica, a<br />

una robusta struttura in grado di<br />

interpretare in modo appropriato<br />

i risultati per l’applicazione nella<br />

pratica clinica.<br />

BASKET TRIAL and UMBRELLA TRIAL<br />

the new design<br />

BASKET TRIAL<br />

Malattia<br />

sottotipo A<br />

UMBRELLA TRIAL<br />

Terapia<br />

target A<br />

Malattia<br />

sottotipo B<br />

Terapia mirata<br />

Malattia<br />

Terapia<br />

target B<br />

Malattia<br />

sottotipo C<br />

Terapia<br />

target C<br />

LIBRO BIANCO<br />

SULLA MEDICINA<br />

PERSONALIZZATA<br />

A fine aprile è stato presentato il<br />

primo “Libro bianco della medicina<br />

personalizzata in oncologia”<br />

realizzato dal gruppo “APMP –<br />

Associazioni pazienti, insieme per il<br />

diritto alla medicina personalizzata<br />

in oncologia”, con l’obiettivo di<br />

QUANDO<br />

Nelle fasi precoci<br />

di sviluppo<br />

In ogni fase<br />

RECLUTAMENTO<br />

Pazienti che condividono<br />

un biomarcatore,<br />

indipendentemente<br />

dall’origine del tumore<br />

Pazienti con stessa origine<br />

tumorale, divisi in base alla<br />

genotipizzazione<br />

UTILITÀ<br />

Utili per le<br />

malattie rare<br />

Utili quando<br />

si hanno a<br />

disposizione più<br />

trattamenti<br />

22


makinglife | giugno 2021<br />

dare voce ai 3,6 milioni di pazienti<br />

oncologici in Italia. Il Libro bianco<br />

è il punto di partenza per aprire<br />

un dialogo costruttivo con le<br />

istituzioni e sottolineare l’importanza<br />

dell’oncologia personalizzata a livello<br />

scientifico, sociale ed economico.<br />

Arricchito dalle voci e dagli interventi<br />

dei maggiori esperti nel campo<br />

dell’oncologia, della genetica<br />

umana, dell’anatomopatologia, della<br />

sanità pubblica, della psichiatria e<br />

della psicologia, il volume analizza<br />

l’oncologia personalizzata da<br />

molteplici punti di vista – medico,<br />

farmaco-economico, sociologico –<br />

per evidenziare i benefici di questo<br />

approccio terapeutico per i pazienti e<br />

per tutto il sistema salute.<br />

In conclusione, il libro riassume in<br />

10 raccomandazioni le azioni<br />

concrete che devono essere<br />

implementate affinché la medicina<br />

personalizzata e l’oncologia di<br />

precisione diventino una realtà, a<br />

beneficio dei pazienti e dell’intero<br />

sistema salute.<br />

1<br />

La medicina personalizzata<br />

deve essere riconosciuta come<br />

diritto dei pazienti e per questo deve<br />

essere garantito accesso equo e<br />

uniforme all’oncologia di precisione<br />

su tutto il territorio nazionale: un<br />

accesso con standard di qualità,<br />

rapidità ed efficacia elevati.<br />

2<br />

I test di profilazione genomica<br />

devono essere inseriti nei<br />

Livelli essenziali di assistenza e i<br />

farmaci da profilazione genomica<br />

devono essere rimborsati sulla base<br />

della loro sostenibilità e soprattutto<br />

su quella dei bisogni insoddisfatti dei<br />

pazienti rilevati dalle associazioni.<br />

3<br />

I Molecular tumor board<br />

(MTB) devono essere istituiti<br />

all’interno delle Reti oncologiche<br />

regionali o dell’organizzazione<br />

sanitaria regionale e secondo<br />

i PDTA delle singole patologie<br />

opportunamente aggiornati alla<br />

luce delle evidenze scientifiche.<br />

Ogni paziente oncologico deve<br />

essere preso in carico da una<br />

équipe multidisciplinare e la scelta<br />

terapeutica deve prendere in<br />

considerazione, oltre alla situazione<br />

clinica, anche le aspettative, i bisogni<br />

e le abitudini di vita del paziente.<br />

4<br />

È necessario individuare e<br />

accreditare Centri specialistici<br />

regionali per l’esecuzione dei test<br />

di profilazione genomica (Next<br />

generation sequencing – NGS):<br />

l’eccessiva frammentazione non<br />

garantisce qualità e tempestività dei<br />

risultati.<br />

5<br />

È necessario costruire<br />

una piattaforma genomica<br />

nazionale che abbia la funzione di<br />

archivio di tutti i dati delle mutazioni<br />

e che possa aiutare i ricercatori a<br />

mettere in relazione le profilazioni<br />

genomiche con i dati clinici dei<br />

pazienti così da migliorare la<br />

conoscenza scientifica.<br />

6<br />

È fondamentale garantire<br />

un’informazione capillare<br />

e territorialmente uniforme per i<br />

pazienti e una formazione adeguata<br />

e sempre aggiornata per il personale<br />

sanitario che a diverso titolo entra in<br />

contatto con il paziente oncologico.<br />

7<br />

È necessario aumentare<br />

l’informazione sugli studi<br />

clinici di oncologia di precisione in<br />

corso in Italia così da garantire un<br />

rapido indirizzamento dei pazienti<br />

che potrebbero beneficiarne.<br />

La ricerca scientifica<br />

8 alla base della medicina<br />

personalizzata in oncologia<br />

deve essere finanziata e sostenuta<br />

dalle istituzioni, dalle aziende e dalle<br />

associazioni dei pazienti: oggi non<br />

tutti i tipi di tumore possono trovare<br />

risposte terapeutiche grazie alla<br />

profilazione genomica, ma future<br />

scoperte potranno aumentare le<br />

opportunità per i pazienti.<br />

La privacy e la proprietà<br />

9 dei dati personali e genetici<br />

devono essere tutelate in tutte<br />

le fasi della storia di malattia.<br />

Le modalità di accesso dei<br />

10 pazienti alla profilazione<br />

genomica e all’esame dei<br />

MTB devono essere individuate e<br />

condivise con le società scientifiche,<br />

con il coinvolgimento diretto delle<br />

associazioni dei pazienti.<br />

LA MEDICINA<br />

DELLE 5 P<br />

Quando si parla di medicina<br />

personalizzata in campo oncologico,<br />

è inevitabile ricordare l’approccio<br />

4P, riferendosi a un modello di<br />

cura predittivo, personalizzato,<br />

preventivo e partecipativo per il<br />

trattamento dei pazienti. Gabriella<br />

Pravettoni – professore ordinario di<br />

psicologia generale e direttore del<br />

dipartimento di oncologia ed ematooncologia<br />

dell’Unimi, e direttore<br />

della divisione di psiconcologia allo<br />

IEO – in un passaggio del “Libro<br />

bianco sulla medicina personalizzata<br />

in oncologia” sottolinea però<br />

quanto sia altrettanto importante<br />

dare rilevanza alla componente<br />

psicologica, oltre che clinica. P non<br />

solo come “psicologia”, ma anche<br />

come “persona” con una serie di<br />

bisogni: se pensiamo ai determinanti<br />

della medicina di precisione non<br />

possiamo prescindere dal fatto che il<br />

singolo individuo presenta esigenze<br />

cognitive, motivazionali, psicologiche<br />

che lo differenziano dagli altri.<br />

La personomica, quindi. Purtroppo,<br />

sebbene siano passati ormai 10 anni<br />

dall’introduzione del concetto della<br />

medicina delle 5P, siamo ancora<br />

molto indietro su questo approccio.<br />

23


SE LA MEDICINA<br />

PERSONALIZZATA<br />

(NON) INCONTRA<br />

LA PEDIATRIA<br />

Durante l’assunzione di farmaci, le esigenze dei più giovani variano in<br />

funzione delle loro capacità, della fase di sviluppo, e persino dell’area<br />

geografica in cui vivono. Conciliare efficacia, comodità e gradevolezza in<br />

un’unica formulazione rappresenta un vero rompicapo<br />

Valentina Guidi<br />

24


makinglife | giugno 2021<br />

L’uso dei farmaci in età pediatrica è un<br />

argomento che merita un’attenzione<br />

particolare: spesso considerati come<br />

adulti in miniatura, neonati, lattanti,<br />

bambini e adolescenti hanno in<br />

realtà caratteristiche molto diverse.<br />

Eppure questa fascia di popolazione è<br />

scarsamente rappresentata negli studi<br />

clinici e spesso mancano dati specifici<br />

per un utilizzo razionale dei farmaci e per<br />

la formulazione di specialità dedicate.<br />

In un’epoca contraddistinta dalla<br />

crescente affermazione della medicina<br />

di precisione e di quella personalizzata,<br />

come soddisfare allora le esigenze dei<br />

piccoli pazienti?<br />

SI FA PRESTO A DIRE<br />

BAMBINO<br />

A partire dai neonati fino ad arrivare agli<br />

adolescenti, la fascia di età denominata<br />

pediatrica racchiude sottogruppi molto<br />

diversi tra loro. La distinzione può<br />

sembrare banale, ma non lo è affatto<br />

quando si parla di formulazione e<br />

somministrazione di farmaci.<br />

I diversi stadi di crescita sono infatti<br />

caratterizzati da enormi differenze in<br />

termini di metabolismo e assorbimento:<br />

i lattanti, ad esempio, vivono uno sviluppo<br />

accelerato che rende la metabolizzazione<br />

dei farmaci molto rapida, mentre gli<br />

adolescenti devono affrontare lo sviluppo<br />

puberale e i processi metabolici a esso<br />

collegati, che richiedono particolare<br />

attenzione ai dosaggi. Dalla nascita fino<br />

all’età adulta le funzioni dell’organismo<br />

cambiano, gli organi maturano e i<br />

processi biologici si modificano, rendendo<br />

necessario un continuo adeguamento<br />

delle terapie per massimizzare l’efficacia<br />

e ridurre al minimo gli effetti indesiderati.<br />

Anche la via di somministrazione<br />

preferenziale cambia in base all’età.<br />

In generale, le formulazioni liquide<br />

somministrate per via orale sono di gran<br />

lunga le più diffuse nella popolazione<br />

pediatrica, grazie ai vantaggi che<br />

offrono a livello di modulazione del<br />

dosaggio, evitando però le difficoltà<br />

di deglutizione. Un bambino, infatti,<br />

non sarà in grado di inghiottire forme<br />

farmaceutiche solide fino almeno ai due<br />

anni di età, a causa dell’immaturità del<br />

suo tratto gastroesofageo. Tuttavia, vi<br />

sono patologie che non possono essere<br />

trattate con specialità liquide orali e non<br />

tutti i farmaci possono essere formulati<br />

in questo modo. Se consideriamo poi<br />

un neonato prematuro, è evidente<br />

la difficoltà di impiego di qualunque<br />

farmaco che non sia somministrabile per<br />

via parenterale o, al limite, rettale.<br />

Eppure, nonostante le <strong>numero</strong>se<br />

esigenze dei piccoli pazienti, molti<br />

farmaci utilizzati in ambito pediatrico<br />

non sono formulati espressamente per<br />

questa fascia di età, ma sono specialità<br />

autorizzate per gli adulti e utilizzate offlabel.<br />

25


I RISCHI<br />

DELL’OFF-LABEL<br />

Questa pratica è tutt’altro che<br />

marginale: secondo la Società italiana di<br />

farmacologia, il 65% dei farmaci utilizzati<br />

nelle terapie intensive neonatali è off-label.<br />

Naturalmente, con il passare del tempo<br />

questo tipo di utilizzo è diventato sicuro<br />

per molte specialità farmaceutiche, grazie<br />

ai dati raccolti con la pratica. Tuttavia,<br />

la carenza di farmaci specificamente<br />

formulati per i piccoli pazienti rimane<br />

un problema, soprattutto quando si esce<br />

dagli ospedali e la somministrazione<br />

non spetta più al personale medico, ma<br />

ai genitori. Spesso, infatti, il dosaggio del<br />

farmaco per adulti viene ricalibrato in<br />

base a caratteristiche misurabili come<br />

peso e altezza ma senza tenere conto<br />

delle peculiarità dello specifico stadio di<br />

crescita. Inoltre, aprire e svuotare capsule,<br />

sbriciolare compresse, frammentare<br />

supposte, ridosare bustine, sono tutte<br />

operazioni che espongono al pericolo<br />

di sovradosaggio ed effetti avversi,<br />

soprattutto quando la mano che le esegue<br />

non è quella di un esperto. A tal proposito,<br />

nel 2014 Aifa ha lanciato una campagna<br />

pubblicitaria per sensibilizzare genitori e<br />

specialisti sui rischi dell’utilizzo off-label<br />

e sul valore aggiunto degli studi clinici<br />

condotti sui piccoli pazienti: secondo Aifa,<br />

fino al 2014 meno del 50% dei farmaci<br />

utilizzati in età pediatrica era stato<br />

sottoposto a sperimentazioni specifiche.<br />

Il motivo è comprensibile, se si pensa ai<br />

problemi etici che si celano dietro alle<br />

sperimentazioni su una fascia di età così<br />

vulnerabile.<br />

Tuttavia, negli ultimi anni gli sforzi in<br />

questa direzione hanno iniziato a dare<br />

i loro frutti. L’Ema nel 2007 ha infatti<br />

“<br />

secondo la<br />

Società italiana di<br />

farmacologia, il<br />

65% dei farmaci<br />

utilizzati nelle<br />

terapie intensive<br />

neonatali è off-label.<br />

attivato il “Regolamento europeo relativo<br />

ai medicinali ad uso pediatrico”, che<br />

stabilisce l’obbligo di inserire nelle<br />

richieste di autorizzazione all’immissione<br />

in commercio dati su qualità, sicurezza<br />

ed efficacia del farmaco per questo<br />

uso specifico. In Italia è stato fondato<br />

il Network INCiPit (Italian network for<br />

pediatric clinical trials), con l’intento di<br />

sviluppare la ricerca clinica in ambito<br />

pediatrico. Posto di riuscire ad avere tutti<br />

i dati necessari, bisogna poi formulare<br />

un farmaco specifico per la fascia di età<br />

considerata. E anche qui le sfide non<br />

mancano.<br />

CON UN POCO DI<br />

ZUCCHERO LA PILLOLA<br />

VA GIÙ?<br />

Quale sapore viene percepito come<br />

cattivo da un bambino? Questo è un<br />

quesito fondamentale a cui non è facile<br />

rispondere. Sicuramente il sapore amaro<br />

non è gradito, ma a volte anche l’aroma di<br />

menta pone problemi, perché percepito<br />

come caldo o piccante.<br />

Le cose si complicano ulteriormente se si<br />

considerano le differenze dovute ai diversi<br />

stadi di crescita, la variabilità individuale, la<br />

componente culturale e quella psicologica.<br />

Infatti, secondo ricerche di mercato<br />

menzionate nel reflection paper di Ema<br />

dedicato alle formulazioni pediatriche,<br />

“<br />

Dalla nascita<br />

all’età adulta,<br />

i processi biologici<br />

si modificano,<br />

rendendo necessario<br />

un continuo<br />

adeguamento delle<br />

terapie<br />

CONDIZIONE DA<br />

TRATTARE<br />

Dolore, febbre,<br />

allergia e infezioni<br />

Carenza vitaminica<br />

SAPORE<br />

ASSOCIATO IN<br />

EUROPA<br />

Ciliegia, fragola,<br />

banana, caramello<br />

Ribes nero, limone,<br />

lime, mandarino, arancia<br />

26<br />

condotti nella popolazione pediatrica.<br />

La carenza di formulazioni specifiche<br />

per l’infanzia, infatti, affonda le sue radici<br />

proprio nella scarsità di studi clinici<br />

Indigestione<br />

Limone, lime,<br />

arancia, menta


makinglife | giugno 2021<br />

SENSAZIONE<br />

IN BOCCA<br />

GUSTO PER COPRIRE<br />

QUESTA SENSAZIONE<br />

Acido<br />

Basico<br />

Ciliegia, limone, lime, mandarino,<br />

arancia, fragola<br />

Banana, caramello, ciliegia, liquirizia,<br />

frutto della passione, pesca<br />

Amaro<br />

Ciliegia, cioccolato, uva, liquirizia, fragola,<br />

pesca, lampone, frutti misti<br />

Salato<br />

Caramello, uva, limone,<br />

arancia, vaniglia<br />

Dolce<br />

Banana, caramello, crema, cioccolato,<br />

uva, vaniglia<br />

se gusti come bubble gum e uva sono<br />

tra i preferiti negli USA, i sapori limone<br />

e frutti rossi sono più apprezzati dai<br />

bambini europei, anche se in Scandinavia<br />

il gusto liquirizia va per la maggiore.<br />

Stesso discorso per il livello di dolcezza:<br />

più marcato quello apprezzato negli Stati<br />

Uniti, più tenue quello appropriato per il<br />

Giappone. Addirittura la condizione clinica<br />

da trattare ha la sua importanza nella<br />

scelta del gusto da attribuire a un farmaco.<br />

Bisogna poi considerare che il gusto è<br />

influenzato anche dagli altri sensi. L’olfatto<br />

dei bambini è infatti sviluppato sin dalla<br />

nascita e, sebbene ancora immaturo,<br />

intorno ai cinque anni può determinare<br />

una intensa reazione agli odori. Anche<br />

il tatto ha il suo ruolo, sotto forma di<br />

sensazione percepita a livello di cavo orale.<br />

La vista, infine, completa la percezione<br />

del gusto nei piccoli pazienti: l’aroma di<br />

fragola, ad esempio, potrebbe essere<br />

identificato come cioccolato, se il farmaco<br />

che lo contiene è di colore marrone invece<br />

che rosa.<br />

Mascherare il sapore di un farmaco in<br />

maniera efficace, quindi, non è affatto<br />

semplice. Anche una volta individuato un<br />

aroma gradevole, aggiungerlo potrebbe<br />

non essere sufficiente, visto che per i<br />

piccoli percepire un sapore mescolato<br />

ad altri è molto difficile. Pure l’addizione<br />

di dolcificanti potrebbe non funzionare,<br />

sebbene i bambini siano più sensibili degli<br />

adulti al sapore dolce. I dolcificanti, infatti,<br />

soprattutto ad elevate concentrazioni,<br />

lasciano in bocca un retrogusto amaro, che<br />

riporta al punto di partenza chi si trova a<br />

formulare il farmaco.<br />

BABY PANEL<br />

Una valutazione oggettiva di sapori e<br />

odori può essere ottenuta con metodi<br />

analitici quantitativi, lingue elettroniche<br />

o, meglio ancora, attraverso i panel test.<br />

La partecipazione dei bambini a questo<br />

genere di test è infatti generalmente<br />

considerata etica, a eccezione di quelli<br />

associati ad alcuni tipi di farmaci che<br />

possono essere testati solo in presenza<br />

della malattia da trattare. Sicuramente,<br />

però, per funzionare il test deve essere<br />

disegnato tenendo presenti le necessità e<br />

le caratteristiche dei piccoli: la durata deve<br />

essere breve, la partecipazione divertente,<br />

i gusti proposti pochi, i quesiti formulati in<br />

modo semplice. Un test ben congegnato<br />

potrebbe comunque essere il modo<br />

migliore per valutare l’aderenza del sapore<br />

di una formulazione ai gusti dei bambini.<br />

La stessa cosa può funzionare anche per<br />

l’estetica del farmaco, come ha dimostrato<br />

l’azienda FabRx, che ha sottoposto le sue<br />

colorate compresse, ottenute con quattro<br />

tecnologie diverse di stampa 3D, al più<br />

severo dei giudizi: quello di una platea di<br />

bambini.<br />

Pur avvalendosi dell’aiuto dei diretti<br />

interessati, rimane difficile il compito di<br />

chi deve sviluppare una formulazione<br />

farmaceutica pediatrica combinando<br />

efficacia, comodità di somministrazione<br />

e gradevolezza nello stesso medicinale.<br />

Proprio come in un puzzle, caratteristiche<br />

fisiologiche, palatabilità, comodità di<br />

somministrazione ed effetto psicologico<br />

sono tessere che devono incastrarsi<br />

alla perfezione per venire incontro alle<br />

esigenze del paziente pediatrico e ottenere<br />

una terapia efficace.<br />

www.aifa.gov.it/farmaci-e-pediatria<br />

European Medicine Agency, Reflection Paper:<br />

formlations of choice for the paediatric population. 20<strong>06</strong><br />

RIFERIMENTI<br />

www.sifweb.org/sif-magazine/articolo/quali-farmaciusare-per-l-eta-pediatrica-2021-02-17<br />

https://www.ospedaleniguarda.it/news/leggi/lasafarmaci-sosia<br />

Warsi M H, Yusuf M, Al Robain M, Khan M, Alsaab<br />

H, Muheem A, Khan S, 3D printing methods for<br />

pharmaceutical manufacturing: opportunity and<br />

challenges, 2018, Current Pharmaceutical Design<br />

www.fabrx.co.uk<br />

27


LA VOCE DEI PAZIENTI RARI<br />

Caterina Lucchini<br />

Le reti tra pazienti<br />

– ma anche<br />

con ospedali,<br />

aziende, agenzie e<br />

associazioni – sono<br />

uno strumento<br />

fondamentale per<br />

gestire con efficacia<br />

le malattie rare<br />

28<br />

In ambito medico la percezione<br />

del “valore” del paziente da<br />

parte di tutti gli attori coinvolti<br />

è decisamente cambiata<br />

negli anni: dai pazienti stessi,<br />

alle aziende produttrici di<br />

farmaci, passando per le<br />

agenzie regolatorie. Abbiamo<br />

discusso del ruolo che il<br />

paziente dovrebbe avere – in<br />

particolare quando si parla di<br />

malattie rare – insieme a Ilaria<br />

Ciancaleoni Bartoli, direttore di<br />

“Omar-Osservatorio malattie<br />

rare”.<br />

Qual è il valore della<br />

prospettiva del paziente per<br />

le agenzie regolatorie?<br />

Coinvolgere i pazienti nel<br />

momento in cui si valuta un<br />

farmaco è importante perché<br />

rende possibile comprendere<br />

il reale valore, in termini di<br />

impatto sulla qualità della vita,<br />

di quella terapia. Quello che i<br />

Ilaria Ciancaleoni Bartoli, direttore di Omar-Osservatorio malattie rare<br />

pazienti portano nei contesti<br />

regolatori, che per fortuna<br />

si stanno loro aprendo, è la<br />

visione relativa all’impatto di<br />

una terapia sulla vita reale,<br />

una cosa che non sempre<br />

viene misurata negli endpoint<br />

degli studi clinici. Le aziende<br />

dovrebbero imparare, e<br />

alcune lo stanno facendo, a<br />

coinvolgere i rappresentanti<br />

dei pazienti anche prima,<br />

quando si stabiliscono i<br />

protocolli degli studi e gli<br />

endpoint da valutare, e<br />

comunicare costantemente<br />

con loro per tutto il periodo<br />

di sperimentazione: all’inizio<br />

potrebbe apparire una<br />

complicazione, ma alla fine<br />

sarebbe un vantaggio per tutto<br />

il sistema.<br />

Quali vantaggi portano le reti<br />

ai pazienti e alle aziende del<br />

farmaco?<br />

Quando i numeri sono piccoli,<br />

come nel caso delle malattie<br />

rare, le reti sono essenziali.<br />

Per le persone con malattie<br />

rare o rarissime la chiave di<br />

volta risiede in primo luogo<br />

nell’associarsi, ma ancora di<br />

più nella collaborazione tra<br />

associazioni con interessi<br />

simili, anche se con patologie<br />

differenti. Un esempio concreto<br />

è quello dei pazienti che hanno<br />

a disposizione delle terapie<br />

enzimatiche e che con una<br />

battaglia unita sono riuscite,<br />

quasi in tutte le regioni, a<br />

vedersi riconosciuto il diritto<br />

alla terapia domiciliare. Oppure<br />

la battaglia portata avanti da<br />

tantissime associazioni perché<br />

in Italia fosse allargato lo<br />

screening metabolico: nessuna<br />

l’avrebbe ottenuto se avesse<br />

parlato solo per la propria<br />

piccola e ignota malattia.<br />

Ci sono poi le reti tra clinici<br />

e centri di riferimento, e tra<br />

la medicina di base e i centri<br />

esperti: tanto più questi<br />

sono capaci di scambiarsi<br />

informazioni, quanto più<br />

velocemente il paziente passa


makinglife | giugno 2021<br />

dal sospetto diagnostico alla<br />

diagnosi e dalla diagnosi alla<br />

corretta e migliore presa<br />

in carico. Per le aziende<br />

farmaceutiche, investire<br />

in iniziative che portino a<br />

sviluppare reti è una mossa<br />

vincente, poter operare in<br />

un sistema più organizzato<br />

migliora la qualità del lavoro, e<br />

spesso anche il profitto.<br />

Quali passi avanti hanno fatto<br />

le aziende in questi anni nel<br />

riconoscimento del valore<br />

del paziente, e cosa manca<br />

ancora?<br />

Le aziende pharma che<br />

operano nel settore delle<br />

malattie rare sono di due tipi:<br />

quelle piccole o che comunque<br />

sono tutte concentrare sul<br />

“raro”, e le grandi aziende<br />

strutturate che hanno, tra<br />

tanti altri farmaci, anche quelli<br />

orfani. Gli approcci spesso<br />

sono diversi: le prime riescono<br />

ad avere un dialogo più<br />

semplice con le associazioni,<br />

le persone che vi lavorano<br />

vivono più direttamente i<br />

bisogni dei pazienti. Nelle<br />

altre tutto è più strutturato<br />

e non sempre le piccole<br />

associazioni riescono a capirlo,<br />

la collaborazione si fa un po’<br />

più difficile e probabilmente<br />

meno soddisfacente da<br />

entrambe le parti, almeno fin<br />

quando non si arriva a “parlare<br />

la stessa lingua”. In ogni caso,<br />

in entrambe le tipologie di<br />

aziende l’attenzione al mondo<br />

dei pazienti/caregiver è molto<br />

migliorata negli ultimi anni, c’è<br />

sempre più la consapevolezza<br />

che non basta portare<br />

un’opzione terapeutica, ma che<br />

servono progetti che impattino<br />

su altri aspetti, anche di tipo<br />

sociale. E che questi progetti<br />

non vanno calati dall’alto,<br />

già impostati e decisi, come<br />

si faceva un tempo con un<br />

approccio un po’ paternalistico,<br />

ma devono nascere<br />

dall’ascolto e vanno costruiti<br />

insieme ai pazienti stessi. Su<br />

questo si sta migliorando ma si<br />

può progredire ancora, bisogna<br />

capire che le associazioni sono<br />

sempre più spesso composte<br />

di persone che non sono<br />

“povere vittime da aiutare”<br />

ma “i massimi esperti” della<br />

propria malattia, con i quali<br />

collaborare.<br />

Ci sono progetti sviluppati<br />

dalle pharma per il paziente<br />

che ritiene particolarmente<br />

apprezzabili?<br />

È una domanda difficile<br />

perché spesso “Osservatorio<br />

malattie rare” è chiamato a<br />

partecipare, e sovente come<br />

co-organizzatore o co-ideatore<br />

di questi progetti: chiaramente,<br />

tutte le volte che decidiamo<br />

di partecipare vuol dire che<br />

l’idea ci piace. Certo ci sono<br />

alcuni progetti per i quali ho un<br />

affetto particolare.<br />

Per esempio ho stimato molto<br />

le aziende che hanno deciso<br />

di sostenere la campagna<br />

#TheRAREside storie ai confini<br />

della rarità, una campagna<br />

organizzata da Omar e<br />

focalizzata a dare al largo<br />

pubblico un nuovo linguaggio<br />

e un nuovo modo di pensare<br />

alle malattie rare. Non avevano<br />

nulla da guadagnarci dal<br />

punto di vista commerciale,<br />

non si è parlato di patologie<br />

sulle quali questi sono<br />

attivi ma spesso di malattie<br />

pochissimo note, e potevano<br />

anche uscire messaggi un po’<br />

“forti” e “fuori dal coro”. Eppure<br />

hanno abbracciato l’idea e<br />

hanno voluto lasciare la voce<br />

ai pazienti, e questo è un<br />

bellissimo segnale. E poi, come<br />

non pensare con particolare<br />

ammirazione a quelle aziende<br />

che, per venire incontro<br />

alle esigenze dei pazienti,<br />

e spesso per supplire alle<br />

carenze del sistema sanitario<br />

territoriale, hanno messo<br />

mano al portafoglio e hanno<br />

organizzato – avvalendosi di<br />

cooperative professionali di<br />

infermieri formati – le terapie<br />

domiciliari per i pazienti.<br />

C’è stato bisogno e richiesta<br />

da quando è cominciata<br />

la pandemia e l’accesso<br />

all’ospedale è diventato più<br />

complesso e potenzialmente<br />

rischioso e questi sono<br />

diventati programmi davvero<br />

indispensabili. Il sistema<br />

sanitario spesso non è in<br />

grado di garantire questo<br />

servizio, o almeno non riesce<br />

a farlo nei fine settimana o<br />

in orario serale – la fascia<br />

più accessibile per i pazienti<br />

che lavorano o studiano.<br />

Sotto pandemia poi non era<br />

nemmeno ipotizzabile che<br />

il pubblico potesse coprire<br />

questo bisogno, ed è quindi<br />

importante che il pharma<br />

abbia dato – e continui a<br />

dare – un contributo concreto,<br />

fattivo e che non comporta un<br />

aggravio di spesa per il Ssn.<br />

Gli avanzamenti tecnologici<br />

possono rappresentare<br />

dei validi alleati in questo<br />

complicato campo d’azione?<br />

La tecnologia è sempre un<br />

grande supporto, se la si<br />

usa bene. Nelle malattie<br />

rare tantissimo è cambiato<br />

semplicemente con la<br />

diffusione dell’accesso a<br />

internet, che ha permesso<br />

a persone con la stessa<br />

malattia di entrare in contatto<br />

e confrontarsi. Questo non<br />

avrebbe mai potuto accadere<br />

prima, condannando i pazienti<br />

a un forte senso di impotenza<br />

e solitudine. Un grandissimo<br />

aiuto può venire anche dalle<br />

reti tecnologiche tra ospedali,<br />

che consentono di scambiarsi<br />

referti anche di grande<br />

qualità (penso alle Tac) senza<br />

complicazioni, e senza che<br />

il paziente debba muoversi.<br />

Oltre a questo, un enorme<br />

aiuto potrà venire da un uso<br />

sempre più diffuso dell’AI che<br />

può aiutare ad esempio nella<br />

diagnosi, che nelle malattie<br />

rare è sempre uno scoglio<br />

grandissimo da superare.<br />

Per non parlare poi del futuro,<br />

nemmeno così lontano, delle<br />

terapie digitali, una novità<br />

assoluta che ancora deve<br />

prender piede in Europa ma è<br />

ben conosciuta negli USA.<br />

Malattie rare pediatriche:<br />

“bambini orfani di farmaci”,<br />

avevamo scritto tempo<br />

fa, puntando la luce sulla<br />

mancanza di studi ad hoc.<br />

Qual è la situazione attuale?<br />

La sperimentazione clinica<br />

sui bambini è sempre più<br />

complessa purtroppo, è<br />

così in tutto e non solo nelle<br />

malattie rare, dove pure ce<br />

ne sarebbe gran bisogno<br />

perché tantissime malattie<br />

si manifestano nei primi<br />

anni di vita e spesso un<br />

intervento terapeutico è tanto<br />

più efficace quanto più è<br />

precoce. Però al bisogno non<br />

è seguito nessun particolare<br />

incentivo o facilitazione alla<br />

ricerca pediatrica, è sempre<br />

un tema di cui si parla poco e<br />

forse meriterebbe di essere<br />

discusso a fondo, ma non con<br />

approccio accademico, bensì<br />

con l’orientamento a trovare<br />

delle soluzioni che aumentino<br />

la ricerca pediatrica ma<br />

salvaguardino sicurezza ed<br />

eticità.<br />

29


EQUIVALENTI e BIOSIMILARI<br />

per l’accesso alle TERAPIE<br />

Simone Montonati<br />

In Italia, i costi<br />

elevati sono una<br />

delle principali<br />

cause di rinuncia<br />

e abbandono delle<br />

terapie. Una<br />

maggior diffusione<br />

dei farmaci off<br />

patent potrebbe<br />

contribuire a un<br />

più vasto accesso<br />

alle cure<br />

Enrique Häusermann, presidente di Egualia<br />

La possibilità di accedere<br />

alle prestazioni sanitarie è<br />

un aspetto determinante per<br />

l’equità di un sistema sanitario.<br />

Secondo i dati Istat, nel 2020<br />

un cittadino su dieci in Italia<br />

ha rinunciato alle cure pur<br />

avendone bisogno. Il dato<br />

è certamente appesantito<br />

dall’emergenza Covid-19, che<br />

ha creato notevoli difficoltà<br />

operative, ma anche nel 2019<br />

la situazione non è stata rosea:<br />

il 6,3% della popolazione<br />

ha rinunciato a curarsi e in<br />

questo caso le ragioni sono<br />

state soprattutto di carattere<br />

economico. Le segnalazioni<br />

giunte al Tribunale per i diritti<br />

del malato confermano che i<br />

costi più difficili da sostenere<br />

per le famiglie sono quelli<br />

relativi ai farmaci. Secondo<br />

un’indagine di Cittadinanzattiva,<br />

nel 2018 questo fattore ha<br />

creato difficoltà di cura per<br />

quasi un paziente su tre.<br />

In questo contesto,<br />

l’introduzione di farmaci<br />

equivalenti e biosimilari nel<br />

sistema sanitario ha avuto<br />

un ruolo importante ma i<br />

margini di miglioramento<br />

sono ancora ampi. Secondo<br />

le stime di Egualia – ex-<br />

Assogerici, l’associazione che<br />

in Italia rappresenta l’industria<br />

di equivalenti, biosimilari e<br />

value added medicines – i<br />

costi aggiuntivi per i pazienti<br />

dovuti al mancato utilizzo<br />

30


makinglife | giugno 2021<br />

degli equivalenti disponibili<br />

in commercio ammontano<br />

a un miliardo di euro. «C’è<br />

ancora molto lavoro da<br />

fare – spiega il presidente<br />

dell’associazione Enrique<br />

Häusermann – e la nostra<br />

organizzazione può avere un<br />

ruolo importante. La nostra<br />

mission è da sempre quella<br />

di creare valore per la salute<br />

dei pazienti garantendo a tutti<br />

una maggior possibilità di<br />

accesso ai farmaci. Vogliamo<br />

ridurre le disuguaglianze<br />

ottimizzando l’uso delle risorse<br />

del Ssn. In questo senso, il<br />

cambio di denominazione<br />

da Assogenerici a Egualia<br />

ha una doppia funzione:<br />

evidenziare meglio questi<br />

nostri obiettivi e rendere conto<br />

dell’evoluzione che ha portato<br />

nuovi importanti player nel<br />

settore. Ora, oltre ai farmaci<br />

equivalenti, contribuiscono al<br />

raggiungimento di equità e<br />

accessibilità anche i biosimilari<br />

e i medicinali a valore aggiunto<br />

(value added medicine,<br />

farmaci off patent modificati<br />

o diversamente combinati per<br />

coprire specifiche esigenze<br />

terapeutiche N.d.R). Dalla<br />

loro introduzione sul mercato<br />

europeo, negli anni ‘70, gli<br />

equivalenti hanno aumentato<br />

l’accesso alle cure, perché<br />

inevitabilmente costano meno<br />

degli originator, sia per il<br />

paziente che per il Ssn».<br />

Queste soluzioni, essendo più<br />

economiche, aiutano anche<br />

nell’aderenza alla terapia?<br />

L’aderenza alla terapia è<br />

soprattutto una questione<br />

culturale e dipende in gran<br />

parte dal rapporto tra medico<br />

e paziente. Il punto chiave<br />

è che il paziente non deve<br />

solo essere informato sul<br />

corretto utilizzo del farmaco e<br />

sull’importanza dell’aderenza<br />

per l’efficacia delle cure.<br />

Bisogna anche renderlo<br />

consapevole del suo ruolo<br />

sociale e dell’impatto che il<br />

livello di aderenza avrà sulle<br />

persone attorno a lui: una<br />

corretta terapia è di aiuto<br />

al paziente, ma anche ai<br />

caregiver, al Sistema sanitario,<br />

all’intera collettività in cui<br />

vive. Questo è un passaggio<br />

fondamentale nella crescita<br />

del paziente. Certamente<br />

la questione economica<br />

ha un peso e anche per<br />

questo abbiamo attivato<br />

una collaborazione con<br />

Cittadinanzattiva per fornire<br />

ai cittadini una corretta<br />

informazione su equivalenti e<br />

biosimilari (vedi box).<br />

Perché queste informazioni<br />

non sono ancora conosciute<br />

da tutti?<br />

Innanzitutto il nostro Paese<br />

paga un ritardo significativo<br />

rispetto ad altre nazioni<br />

europee. Il brevetto sui<br />

farmaci, in Italia, è stato<br />

introdotto solo nel 1978<br />

mentre in altri Paesi era<br />

una realtà già dagli anni<br />

‘50. Questo ha fatto sì che<br />

mentre da noi venivano<br />

introdotti, i brevetti iniziavano<br />

a scadere in Germania, in<br />

Inghilterra e in altri Paesi<br />

del nord Europa, aprendo<br />

la strada ai generici. Oggi il<br />

mercato degli equivalenti in<br />

queste nazioni raggiunge il<br />

50-70% del totale. Noi invece<br />

abbiamo dovuto attendere<br />

il 1998, anno di scadenza<br />

dei primi brevetti, per poter<br />

introdurre i primi equivalenti.<br />

All’inizio degli anni 2000, le<br />

prime imprese (tedesche)<br />

che si sono affacciate al<br />

nostro mercato hanno<br />

incontrato enormi difficoltà<br />

dovute essenzialmente<br />

a una fortissima<br />

controinformazione da parte<br />

delle aziende che vendevano<br />

prodotti a marchio. Questo ha<br />

creato una forte resistenza<br />

nella classe medica e da lì<br />

è iniziato un conflitto che,<br />

di fatto, non si è ancora<br />

concluso. Creando a volte<br />

situazioni paradossali, con le<br />

aree più ricche del Paese che<br />

utilizzano più equivalenti di<br />

quelle con maggiori difficoltà<br />

di spesa. La penetrazione dei<br />

generici è infatti superiore al<br />

Nord rispetto al Sud.<br />

Quali altri aspetti<br />

dovrebbero essere<br />

considerati a beneficio dei<br />

pazienti?<br />

Un aspetto che considero<br />

importante è un fattore<br />

distorsivo cui va posta molta<br />

attenzione. I risparmi generati<br />

dall’impiego di equivalenti<br />

e biosimilari nell’ambito del<br />

servizio sanitario regionale<br />

o nazionale devono essere<br />

impiegati per stimolare<br />

l’innovazione. È un punto<br />

fondamentale che genera<br />

un circolo virtuoso nel<br />

quale i risparmi generano<br />

innovazione e valore per<br />

il paziente, e finanziano lo<br />

sviluppo di nuovi farmaci<br />

che, una volta scaduti,<br />

rientreranno a loro volta nel<br />

canale degli equivalenti.<br />

È fondamentale dunque che i<br />

risparmi vengano reinvestiti<br />

nel settore farmaceutico<br />

e non siano impiegati per<br />

ripianare buchi di bilancio<br />

negli ambiti più disparati.<br />

A volte, infatti, queste<br />

economie non rimangono<br />

nemmeno nel settore della<br />

sanità e in questo modo non<br />

generano nessun valore<br />

aggiunto per i pazienti.<br />

#ioequivalgo, il progetto che racconta gli equivalenti<br />

Per informare i cittadini sul valore degli equivalenti e dei biosimilari, è nato #ioequivalgo, un progetto realizzato da<br />

Cittadinanzattiva e sostenuto da Egualia. L’iniziativa, oltre ad aumentare la consapevolezza dei pazienti favorendone la libera<br />

scelta, mira a promuovere politiche trasparenti dei prezzi e a ridurre gli sprechi dovuti alla mancata aderenza alle terapie.<br />

Oltre a organizzare alcune giornate di sensibilizzazione – anche attraverso punti di informazione pubblici – il progetto<br />

ha visto la realizzazione di un sito web (ioequivalgo.it), una omonima app da consultare per conoscere la disponibilità di<br />

farmaci equivalenti, una pagina Facebook dedicata, e un leaflet tradotto in sette lingue per poter raggiungere la maggior<br />

fascia di popolazione possibile. La app permette di svolgere ricerche sulla base del nome del farmaco o del principio attivo<br />

selezionando la formulazione e il dosaggio prescritto dal medico o consigliato dal farmacista. Il risultato sarà l’elenco<br />

completo dei farmaci disponibili in commercio, sia originator che equivalenti, organizzati per fasce di prezzo.<br />

Il progetto è stato attivato nel 2016 ed è proseguito, nel 2020, con l’iniziativa “Ioequivalgo Scuola”, nata con l’obiettivo di<br />

coinvolgere nel percorso di sensibilizzazione anche gli istituti secondari di 2° grado di alcune regioni.<br />

31


Pazienti attori nello<br />

sviluppo dei farmaci<br />

DAL<br />

RECLUTAMENTO<br />

“ATTIVO” NEI<br />

TRIAL CLINICI AL<br />

COINVOLGIMENTO<br />

NELLE FASI DI<br />

SVILUPPO, IL<br />

CONTRIBUTO<br />

DEI PAZIENTI<br />

È DI ESTREMA<br />

IMPORTANZA<br />

ANCHE PER<br />

L’EVOLUZIONE DEI<br />

FARMACI<br />

Caterina Lucchini<br />

32


makinglife | giugno 2021<br />

Il coinvolgimento dei pazienti nello<br />

sviluppo dei farmaci ha due facce.<br />

Da un lato i pazienti possono essere<br />

visti come alleati dell’industria nelle<br />

varie fasi di progettazione dei trial<br />

clinici e convalida dei farmaci. La<br />

voce dei pazienti esperti è di estrema<br />

importanza per portare le esigenze<br />

di real-life già durante il disegno di<br />

uno studio. Dall’altro, nel parlare del<br />

coinvolgimento dei pazienti, si può<br />

riflettere su nuove possibilità, di solito<br />

legate alla tecnologia, di reclutamento<br />

“attivo”. Accelerare e aumentare<br />

la visibilità dei trial significa infatti<br />

aumentare il coinvolgimento dei<br />

pazienti, dunque migliorare e ridurre i<br />

tempi di ricerca connessi allo sviluppo<br />

di un farmaco.<br />

«Finalmente si è compresa<br />

l’importanza di coinvolgere i pazienti in<br />

questo ambito, d’altra parte i farmaci<br />

sono destinati ai pazienti, come si fa<br />

quindi a svilupparli senza di loro?».<br />

Parla così Paola Kruger, paziente<br />

esperto presso Eupati. Anche Lorenzo<br />

Cottini, consigliere e coordinatore GdS<br />

ricerche cliniche di AFI e presidente<br />

di General Manager High Research,<br />

conferma il crescente coinvolgimento,<br />

particolarmente, però, in studi Covid<br />

mentre «per le altre tipologie si<br />

continua a coinvolgere i pazienti, ma<br />

il periodo di pandemia ha causato un<br />

rallentamento in questo processo».<br />

Non si tratta solo di una questione di<br />

etica, ma di un vantaggio anche dal<br />

punto di vista aziendale, come comincia<br />

a emergere dagli studi scientifici.<br />

FASI DI INCLUSIONE<br />

I pazienti possono essere inclusi in tutte<br />

le fasi dello sviluppo, a partire dalla<br />

definizione dei bisogni insoddisfatti fino<br />

all’HTA. Come spiega Cottini «I pazienti<br />

esperti o rappresentanti di associazioni<br />

pazienti vengono generalmente inclusi<br />

in valutazioni di protocolli all’interno<br />

delle riunioni dei comitati etici (CE)<br />

e nella valutazione degli endpoint,<br />

soprattutto secondari, da parte dei<br />

board delle aziende farmaceutiche».<br />

La presenza, tuttavia, non è omogenea.<br />

«Ci sono aree – aggiunge Kruger – in<br />

cui è più facile vedere il coinvolgimento<br />

dei pazienti, come la definizione di un<br />

protocollo di ricerca, l’identificazione<br />

dei bisogni insoddisfatti e la valutazione<br />

dell’esperienza di ricerca, i cosiddetti<br />

“PROs”, cioè i Patient reported<br />

outcome. Altre aree vedono un minor<br />

coinvolgimento, come la decisione<br />

sugli endpoint (ancora appannaggio<br />

dei medici anche se si stanno facendo<br />

strada gli endpoint qualitativi, che<br />

riguardano la qualità di vita). Nei CE<br />

non sempre ci sono pazienti o non sono<br />

esperti. Anche questo è un aspetto<br />

importante: non è sufficiente essere<br />

pazienti per essere dei validi membri<br />

di un CE, bisogna capirne le logiche e i<br />

linguaggi». Anche per quanto riguarda la<br />

valutazione dei risultati di un trial clinico<br />

siamo ben lontani da un coinvolgimento<br />

attivo e costante dei pazienti. Un’area<br />

invece in cui si sta molto migliorando<br />

33


iguarda le pubblicazioni scientifiche.<br />

Come spiega Kruger, «oltre ad avere<br />

pazienti peer reviewer di pubblicazioni<br />

importanti (es: BMJ, Plos One) sta<br />

sempre più affermandosi il lay<br />

summary, un riassunto con linguaggio<br />

a misura di paziente della ricerca<br />

pubblicata che permette un maggiore<br />

accesso agli articoli scientifici».<br />

Un ulteriore ambito in cui la<br />

partecipazione dei pazienti è ancora<br />

limitata è quello dell’HTA che invece<br />

è importantissimo poiché si decide la<br />

rimborsabilità di un farmaco.<br />

34<br />

I PAZIENTI<br />

NELLE AGENZIE<br />

REGOLATORIE<br />

I pazienti sono presenti nei comitati<br />

dell’Ema per la valutazione dei dossier<br />

e vengono coinvolti nella revisione<br />

dei foglietti illustrativi. Sempre più le<br />

agenzie regolatorie richiedono evidenze<br />

del coinvolgimento dei pazienti (tramite<br />

PROs) nello sviluppo dei farmaci di<br />

cui viene richiesta l’AIC. L’Fda, a tal<br />

proposito, ha pubblicato una serie di<br />

guideline sul coinvolgimento attivo dei<br />

pazienti nelle varie fasi della ricerca.<br />

IDENTIKIT DEI<br />

PAZIENTI INCLUSI<br />

Di norma vengono scelti pazienti<br />

esperti – come i pazienti di EUPATI<br />

che hanno una preparazione specifica<br />

sullo sviluppo dei farmaci – oppure<br />

rappresentanti di associazioni. La<br />

partecipazione ai vari processi di<br />

approvazione o di sviluppo di protocolli<br />

o di documentazione dei farmaci e<br />

condivisione con il paziente esperto –<br />

anche da parte di aziende farmaceutiche<br />

– è frutto anche del recepimento della<br />

legge 3/2018 Lorenzin, che però ha<br />

bisogno dei relativi decreti attuativi.<br />

La tipologia di paziente dipende dal<br />

compito che si deve portare a termine.<br />

Come suggerisce Kruger, «se dobbiamo<br />

capire quali sono le priorità di ricerca<br />

in una certa area terapeutica è ovvio<br />

che dobbiamo chiedere al maggior<br />

<strong>numero</strong> possibile di pazienti con quella<br />

patologia. Se abbiamo bisogno di<br />

pazienti per contribuire a un aspetto<br />

“tecnico”, come il disegno di uno studio,<br />

affidarsi a pazienti esperti con una<br />

conoscenza certificata dello sviluppo dei<br />

farmaci permette di essere più rapidi e<br />

incisivi. Insomma, l’ideale è coinvolgere<br />

sia pazienti esperti che naïf».<br />

I VIRTUAL TRIAL<br />

Esistono disegni innovativi dei trial<br />

clinici che possono aumentare<br />

il coinvolgimento dei pazienti?<br />

Sicuramente la digitalizzazione sta<br />

portando a nuove opportunità per i<br />

pazienti coinvolti nella ricerca, così<br />

come l’uso dei social media, che<br />

permettono di raggiungere un grande<br />

<strong>numero</strong> di pazienti. Si parla sempre<br />

più spesso di virtual trial che possono<br />

favorire il reclutamento e il follow-up.<br />

«Tuttavia – aggiunge Cottini - nella<br />

pratica non vi sono ancora tanti esempi.<br />

Le autorità regolatorie sono piuttosto<br />

caute nel considerare tali tipologie<br />

di trial al pari dei trial tradizionali a<br />

livello di qualità della raccolta dei dati.<br />

Io ritengo che il livello tecnologico<br />

raggiunto sia ormai tale da poter<br />

considerare questi trial come studi<br />

tradizionali, sempre che si utilizzino<br />

mezzi opportunamente validati». Per<br />

Kruger, i virtual trial sono un grande<br />

vantaggio: «Spesso ai partecipanti di<br />

una sperimentazione viene dato un<br />

patient support program (PSP) che li<br />

“segue” nel percorso clinico, li aiuta a<br />

gestire gli impegni e permette loro di<br />

registrare molti parametri da remoto.<br />

I pazienti esperti sono spesso coinvolti<br />

nel disegno di questi PSP».


makinglife | giugno 2021<br />

IL RUOLO DEI SOCIAL<br />

MEDIA<br />

«I social media – spiega Kruger –<br />

possono ampliare il reclutamento dei<br />

pazienti e informarli dei risultati di una<br />

ricerca». Le associazioni di pazienti<br />

sono spesso veicolo di divulgazione<br />

tramite i social della possibilità di<br />

essere inclusi in protocolli clinici e i<br />

ricercatori parlano alla comunità dei<br />

pazienti grazie a questi mezzi. «La Lega<br />

Italiana Ricerca Huntington, racconta ad<br />

esempio Cottini, manda regolarmente<br />

newsletter e video per informare i<br />

pazienti su molti aspetti della loro<br />

patologia, e soprattutto sull’importanza<br />

di essere inclusi in diversi tipologie di<br />

studi». Si sta esplorando anche l’uso dei<br />

social media nella farmacovigilanza, per<br />

catturare eventuali segnali di reazioni<br />

avverse che i pazienti comunicano tra<br />

loro. «Per esempio, racconta Kruger,<br />

c’è un progetto europeo che si occupa<br />

proprio di questo, si chiama <strong>WEB</strong>-RADR<br />

(vedi box)».<br />

Guardando il fenomeno dal punto di<br />

vista delle aziende farmaceutiche, i<br />

social media possono risultare molto<br />

importanti per alimentare la raccolta<br />

dei real world e dei PSP applicati agli<br />

studi clinici. «Le industrie – conferma<br />

Cottini – stanno investendo molto nel<br />

patient engagement per tramite di app<br />

e PSP. Interagiscono con le associazioni<br />

dei pazienti e utilizzano anche siti<br />

appositamente popolati per dare<br />

informazioni relative ai protocolli».<br />

È importante che le aziende sviluppino<br />

queste innovazioni tecnologiche<br />

insieme al paziente per assicurarne la<br />

reale fruibilità. Al contrario di quello<br />

che si dice in gergo clinico, i pazienti<br />

non sono “soggetti” della ricerca, sono<br />

“partecipanti”.<br />

Riferimenti<br />

• Van Stekelenborg J et al. Recommendations<br />

for the Use of Social Media in<br />

Pharmacovigilance: Lessons from IMI <strong>WEB</strong>-<br />

RADR. Drug Saf 2019;42:1393-1407<br />

• Levitan et al. Assessing the Financial Value of<br />

Patient Engagement: A quantitative approach<br />

from CTTI’s patient groups and clinical trials<br />

project therapeutic innovation & regulatory<br />

Science 2018;52:220-229<br />

• PARADIGM. Recommendations on the<br />

required capabilities for patient engagement.<br />

• www.web-rar.eu<br />

• www.lirh.it/it<br />

<strong>WEB</strong>-RADR, social media e farmacovigilanza<br />

Il progetto <strong>WEB</strong>-RADR (Recognising adverse drug reactions), finanziato nell’ambito della Innovative medicines<br />

initiative (IMI) dell’UE, ha studiato l’utilità e il ruolo dei social media in farmacovigilanza, valutandone punti di<br />

forza e di debolezza.<br />

Ecco le raccomandazioni dei ricercatori.<br />

1. QUALI SOCIAL MEDIA SCEGLIERE<br />

Facebook e Twitter non sembrano di grande utilità per individuare nuove segnali di farmacovigilanza:<br />

grande quantità di dati ma ridotta qualità. Inoltre, non risultano particolarmente d’aiuto nel contesto della<br />

signal detection. Meglio social media più specifici come Patient Fora, una piattaforma con sezioni dedicate<br />

a singole malattie, farmaci o popolazioni di pazienti, o Reddit, che nella sezione ‘subreddits’ contiene forum<br />

di discussione dedicati ad argomenti specifici.<br />

2. DOVE INDIRIZZARE LE FUTURE RICERCHE<br />

I social media sembrano essere particolarmente validi per ridefinire o rivalutare reazioni avverse già<br />

note, soprattutto in termini di impatto sulla qualità della vita. Secondo il <strong>WEB</strong>-RADR, infatti, il 12% dei post<br />

analizzati conteneva questo tipo di informazioni. In alcune aree di nicchia, come i farmaci in gravidanza o<br />

i casi di misuso/abuso, la combinazione dei metodi tradizionali con le piattaforme social potrebbe<br />

efficacemente migliorare l’individuazione del segnale.<br />

3. IL RUOLO CHIAVE DELLA COLLABORAZIONE<br />

Con i social, il concetto di farmacovigilanza potrebbe spostarsi dalla semplice segnalazione degli eventi<br />

avversi a un’attività olistica di valutazione complessiva del rapporto rischio beneficio di un farmaco.<br />

Per raggiungere questo obiettivo dovrà essere affrontata la questione della sicurezza dei dati in rete e<br />

soprattutto si dovranno attivare collaborazioni tra diversi stakeholder.<br />

35


Comitati etici<br />

una garanzia per i diritti<br />

Paola Arosio<br />

LA PRESENZA DEL CITTADINO<br />

ALL’INTERNO DI QUESTI<br />

ORGANISMI È FONDAMENTALE<br />

PER ASSICURARE IL PLURALISMO<br />

E VEICOLARE LE ISTANZE<br />

DEI PAZIENTI MA RESTA<br />

ANCORA TANTO DA FARE PER<br />

PROMUOVERE UN’EFFETTIVA<br />

PARTECIPAZIONE<br />

Il caso più noto, e più aberrante, è stato quello degli<br />

esperimenti medici effettuati nei lager nazisti, i cui<br />

responsabili furono condannati durante il processo di<br />

Norimberga per crimini contro l’umanità. Ma le violazioni<br />

dei diritti umani nel nome della ricerca scientifica furono<br />

<strong>numero</strong>se. Un esempio si rintraccia nel Tuskegee study, svolto dal<br />

1930 al 1972, durante il quale quasi 400 uomini di colore affetti da<br />

sifilide vennero lasciati morire senza alcuna terapia per studiare il<br />

decorso della malattia.<br />

UNA LUNGA STORIA<br />

Nel 1966 Henry Beecher, professore di anestesiologia<br />

all’Università di Harvard, pubblicò un noto articolo nel quale<br />

stigmatizzava, dati alla mano, il comportamento di ricercatori<br />

che avevano incluso in studi rischiosi i pazienti senza informarli,<br />

mentre l’anno successivo l’eticista britannico Maurice Henry<br />

Pappworth denunciò centinaia di sperimentazioni, condotte in<br />

circostanze simili, che coinvolgevano adulti e bambini, e diede<br />

alle stampe il saggio Cavie umane: la sperimentazione sull’uomo.<br />

Proprio da questi presupposti cominciarono a diffondersi, negli<br />

anni Sessanta, i primi comitati etici sulle sperimentazioni. Prima<br />

negli Stati Uniti, poi in Europa, quindi in Italia. Nel nostro Paese,<br />

in particolare, questi organismi sono stati istituiti con<br />

il decreto ministeriale del 18 marzo 1998, che ne ha<br />

formalizzato la presenza in tutte le strutture assistenziali.<br />

Nel 20<strong>06</strong>, con il decreto ministeriale del 12 maggio,<br />

vengono poi stabiliti i requisiti minimi dei comitati, inclusa<br />

la loro composizione. È in questo momento che fa capolino,<br />

al fianco di clinici, medici di medicina generale, farmacologi,<br />

farmacisti, infermieri e altri esperti, anche la figura del paziente,<br />

definito, come recita l’articolo 2, comma 4, «un rappresentante del<br />

volontariato per l’assistenza o dell’associazionismo di tutela dei<br />

pazienti». Un’eterogeneità che prevede, da una parte, la presenza<br />

di membri tecnici, dall’altra di quelli laici. Una composizione<br />

“mista” mirata a favorire la compenetrazione di diverse<br />

prospettive, il confronto, il pluralismo delle visioni, incrinando<br />

una cortina che spesso segmenta, separa e divide. Presupposti<br />

fondamentali, perché questo si concretizzi, è l’assenza di gerarchie<br />

e di poteri e la disponibilità all’ascolto reciproco.<br />

IL RISCHIO DI UN RUOLO<br />

MARGINALE<br />

In concreto, le responsabilità e i ruoli del rappresentante dei<br />

36


makinglife | giugno 2021<br />

cittadini-pazienti sono molto variabili e possono includere queste<br />

funzioni:<br />

• contribuire alla valutazione del protocollo di ricerca<br />

• valutare l’eticità degli studi considerando sia la rilevanza per i<br />

pazienti e per la ricerca, sia il rapporto tra rischio e beneficio<br />

• tutelare la sicurezza e i diritti degli assistiti e la riservatezza<br />

dei dati<br />

• verificare le informazioni fornite ai pazienti, per quanto<br />

riguarda sia le finalità della ricerca, sia la chiarezza e<br />

completezza del consenso informato<br />

• esprimere un parere in merito all’approvazione o al rifiuto<br />

dello studio in esame<br />

Tuttavia, all’atto pratico, spesso accade che il tutto si riduca a un<br />

compito informativo o poco più. Ciò a causa del fatto che, pur<br />

essendo consapevoli del proprio mandato, molte volte i membri<br />

laici non riescono a essere sufficientemente attivi nelle discussioni<br />

durante le riunioni e a concretizzare le proprie richieste e<br />

le proprie istanze. In mancanza di adeguati strumenti per<br />

argomentare, finiscono, insomma, per avere un ruolo marginale e<br />

residuale.<br />

I RISULTATI DI ALCUNE INDAGINI<br />

Tutto questo è confermato da alcune indagini che, pur non<br />

essendo recentissime, sono le uniche al momento a disposizione.<br />

Nel 2004 gli esperti dell’Università di Padova hanno svolto<br />

una ricerca inviando a 64 comitati etici sul territorio nazionale<br />

un questionario composto da 16 domande. Delle 33 persone<br />

che hanno risposto, 20 uomini e 13 donne – la maggior parte<br />

pensionati di età superiore ai 60 anni – la metà ha dichiarato che,<br />

prima di entrare a fare parte del comitato etico, non sapeva di<br />

che cosa si trattasse e non ne aveva mai sentito parlare. Oltre<br />

la metà, inoltre, ha affermato di sentirsi in una condizione di<br />

subalternità rispetto agli altri membri. Il 6% ha riferito di non<br />

riuscire a fare valere le proprie opinioni e il 36% di riuscirci solo<br />

in parte. E ancora, il 18% ha ritenuto di non ricoprire un ruolo<br />

definito e ha espresso queste motivazioni: «Mi trovo in difficoltà<br />

a esprimere le mie idee», «non mi sento a mio agio con gli altri<br />

componenti del gruppo», «gli altri membri mi sottovalutano<br />

perché non ho competenze scientifiche». L’82% ha dichiarato<br />

che il proprio compito è, di fatto, circoscritto a ciò che riguarda<br />

il consenso informato per il paziente e si traduce nel verificare<br />

completezza, chiarezza e comprensibilità dei moduli. Infine, il 75%<br />

ritiene che nel comitato etico ci dovrebbero essere più persone<br />

che rappresentano i cittadini. Una successiva indagine, svolta nel<br />

20<strong>08</strong> da Partecipa Salute, che ha coinvolto 136 associazioni di<br />

pazienti, di cui 47 rispondenti, ha mostrato che solo il 32% degli<br />

assistiti ritiene che le ricerche svolte nei precedenti cinque anni<br />

rispondano ai bisogni dei pazienti per rilevanza del quesito clinico<br />

e solo il 23% per rilevanza dell’esito misurato.<br />

Sul fronte opposto, i tecnici non sempre percepiscono<br />

favorevolmente la presenza di un componente laico nel comitato.<br />

In una ricerca pubblicata nel 20<strong>06</strong> sullo European Journal of<br />

Cancer Prevention è stato chiesto a 83 oncologi quale fosse<br />

la funzione del paziente nel comitato etico. Il 63% lo riteneva<br />

fondamentale per tutti gli aspetti; il 22% riteneva il suo ruolo<br />

solo formale, nella convinzione che al rappresentante delle<br />

associazioni mancassero le nozioni tecnico-scientifiche per<br />

fornire un contributo significativo al dibattito; il 15% lo riteneva<br />

fondamentale, ma solo relativamente ad alcuni aspetti, per<br />

esempio il consenso informato e l’informazione ai pazienti.<br />

Qual è la funzione del paziente nel comitato etico?<br />

Fondamentale per<br />

tutti gli aspetti<br />

Solo formale<br />

Solo per il consenso<br />

informato<br />

15%<br />

22%<br />

63%<br />

Fonte: Mosconi et al., European Journal of Cancer Prevention 20<strong>06</strong>, 15:91–94<br />

SERVONO INFORMAZIONE E<br />

LAVORO IN “RETE”<br />

Davanti a questi dati, è evidente che qualcosa è necessario<br />

fare. «Si dovrebbe investire maggiormente sulla formazione<br />

del rappresentante dei pazienti, in modo da incrementarne<br />

le competenze, attraverso convegni, workshop, seminari che<br />

possono essere organizzati dalle società scientifiche e dalle<br />

istituzioni nazionali», sostiene Antonio Gaudioso, segretario<br />

generale di Cittadinanzattiva e da marzo membro del comitato<br />

etico dell’Istituto superiore di sanità. «Tale attività formativa<br />

dovrebbe essere svolta sia prima dell’ingresso all’interno del<br />

comitato, sia in itinere, in modo da favorire l’aggiornamento sulle<br />

terapie avanzate e innovative, basate anche sulla genetica e sulla<br />

genomica. Inoltre, potrebbe essere utile implementare una “rete”<br />

sia tra i rappresentanti dei cittadini nei vari comitati, sia con la<br />

comunità di riferimento, creando degli spazi di dialogo e confronto.<br />

In aggiunta, in occasione della valutazione di un protocollo<br />

sperimentale, si potrebbe invitare al comitato il rappresentante<br />

dell’associazione dei pazienti ai quali lo studio è rivolto.<br />

È importante che queste strutture non siano organismi burocratici<br />

deputati solo a garantire la correttezza delle procedure e il rispetto<br />

delle tempistiche, ma conservino il ruolo di garanti pubblici della<br />

tutela dei pazienti, riflettendo una nuova cultura dell’assistenza<br />

sanitaria fondata su informazione, autonomia, democraticità,<br />

trasparenza». Così facendo, i comitati potrebbero davvero<br />

diventare un anello di congiunzione, un trait d’union tra scienza<br />

e società, in cui il malato recupera il proprio ruolo di soggetto<br />

portatore di valori, esperienze, competenze.<br />

37


MISURARE L’IMPATTO<br />

38<br />

La volontà di<br />

migliorare la<br />

qualità del patient<br />

engagement è<br />

condivisa da tutti,<br />

ma quali sono le<br />

attività più efficaci<br />

e come vanno<br />

misurate?<br />

Simone Montonati<br />

Che il coinvolgimento dei<br />

pazienti nello sviluppo dei<br />

farmaci generi benefici<br />

è ormai chiaro a tutti gli<br />

stakeholder. Meno evidente è<br />

come questo coinvolgimento<br />

debba tradursi in pratica.<br />

Le attività messe in campo<br />

finora sono apparse spesso<br />

disomogenee e legate<br />

all’iniziativa delle singole<br />

società.<br />

A mancare sono soprattutto<br />

un quadro di riferimento<br />

univoco e procedure<br />

condivise e standardizzate.<br />

Per la verità i documenti<br />

strategici non sono<br />

mai mancati: molte<br />

associazioni di pazienti<br />

come la Parkinson’s disease<br />

foundation, la Clinical trials<br />

transformation initiative e<br />

il Medical device innovation<br />

consortium (Mdic) hanno<br />

aiutato a precisare le regole<br />

d’ingaggio, individuando i casi<br />

in cui la partecipazione dei<br />

pazienti è più efficace. A loro<br />

DELL’ENGAGEMENT<br />

volta, enti pubblici, privati e<br />

accademici come il Patientcentered<br />

outcomes research<br />

institute, la European patients<br />

academy for therapeutic<br />

innovation (Eupati) dell’ IMI, e<br />

il Nihr inglese hanno fornito<br />

un contributo essenziale alla<br />

sensibilizzazione di tutte le<br />

parti in causa.<br />

Tuttavia, le prime iniziative<br />

hanno fornito spesso solo<br />

un quadro teorico, senza<br />

dettagliare sufficientemente<br />

quali attività attivare e come<br />

farlo. Ora, l’approccio sta<br />

mutando.<br />

Il Mdci, ad esempio, ha<br />

da poco pubblicato una<br />

vera e propria checklist da<br />

seguire durante le pratiche<br />

di partecipazione attiva, il<br />

Nihr raccoglie in un sito web<br />

tutte le risorse di training<br />

sull’argomento, e Pfmd, Epf<br />

ed Eupati, tre progetti dedicati<br />

al PE, hanno organizzato una<br />

serie di eventi virtuali (Peof)<br />

mirati proprio ad “abbattere<br />

la frammentazione e i silos<br />

che sono spesso presenti nel<br />

lavoro di coinvolgimento dei<br />

pazienti”.<br />

TROPPI INDICI<br />

Capire quali attività siano le<br />

più efficaci tra tutte quelle<br />

messe in campo, comunque,<br />

non è un’operazione facile,<br />

dato che neanche i parametri<br />

utilizzati per misurare le<br />

performance sono standard<br />

e cambiano a seconda<br />

dell’organizzazione che<br />

gestisce il processo. Uno<br />

studio ha rilevato che per 121<br />

progetti sono state impiegate<br />

666 metriche diverse. Data<br />

la vastità di indici in uso, i<br />

ricercatori – un team della<br />

University school of medicine<br />

di Boston e del DIA global<br />

center di Washington –<br />

hanno rinunciato a calcolare<br />

l’impatto complessivo<br />

delle iniziative centrate sul<br />

paziente. Tuttavia, hanno<br />

provato a mettere ordine in<br />

questo contesto cercando<br />

di identificare quali KPI<br />

(Key performance indicator)<br />

ottengono i migliori risultati<br />

per stimare l’impatto delle<br />

iniziative di engagement.<br />

Per fare questo hanno<br />

analizzato altre ricerche<br />

scientifiche, interrogato<br />

i database disponibili e<br />

intervistato rappresentanti<br />

dell’industria e dei pazienti.<br />

Alla fine hanno selezionato le<br />

30 patient-centred initiative<br />

(PCI) più frequentemente<br />

utilizzate dall’industria<br />

biofarmaceutica e hanno<br />

confrontato le metriche<br />

impiegate in ognuna di esse,<br />

valutandone costi, facilità<br />

di gestione, e capacità di<br />

stimare i benefici in termini<br />

di qualità e velocità del<br />

processo e di livello di<br />

soddisfazione dei pazienti.<br />

GLI OTTO<br />

FATTORI CHIAVE<br />

In totale sono stati identificati<br />

44 KPI di cui otto vengono<br />

considerati i più significativi<br />

da almeno l’80% dei membri<br />

di lavoro intervistati (vedi<br />

figura 1):<br />

Modifiche alle<br />

tempistiche di sviluppo<br />

Numero di pazienti<br />

raggiunti da uno specifico PCI<br />

Soddisfazione<br />

complessiva dei pazienti<br />

Costo del PCI<br />

l PCI utilizzato in uno<br />

specifico protocollo di studio<br />

clinico<br />

Numero di abbandoni<br />

non dovuti a un evento<br />

avverso<br />

Numero di cambiamenti<br />

al protocollo dovuti a un<br />

emendamento che avrebbero<br />

potuto essere evitati<br />

Durata dello studio


makinglife | giugno 2021<br />

% di intervistati che hanno valutato la metrica molto preziosa per la performance di una Patient-Centric Initiative<br />

% di intervistati che hanno valutato la metrica molto facile da misurare<br />

Percentuale di intervistati<br />

100 % 83 % 82 % 82 % 80 %<br />

78 %<br />

27 % 30 %<br />

20 % 17 % 80 %<br />

91 % 91 % 67 % 44 %<br />

0 %<br />

Tempo di<br />

sviluppo<br />

complessivo<br />

Numero di<br />

pazienti volontari<br />

raggiunti da una<br />

specifica PCI<br />

Soddisfazione<br />

complessiva<br />

dei pazienti<br />

Costo del PCI<br />

PCI utilizzata<br />

nel protocollo<br />

Numero di<br />

abbandoni<br />

(non dovuti a<br />

SAE o AE)<br />

Numero di<br />

modifiche al<br />

protocollo<br />

dovute a un<br />

emendamento<br />

Durata<br />

dello studio<br />

(dal primo<br />

all’ultimo<br />

paziente)<br />

Figura 1. Le metriche più significative<br />

Fonte: doi: 10.1007/s43441-019-00034-0<br />

RITORNO<br />

SULL’ENGAGEMENT<br />

I ricercatori hanno comunque<br />

provato a stimare anche<br />

il “Return of engagement”<br />

(ROE, l’equivalente del ROI<br />

finanziario, che rappresenta il<br />

ritorno sull’investimento) per<br />

le PCI più frequenti. I risultati<br />

sono piuttosto interessanti.<br />

In generale, il patient<br />

engagement ha generato<br />

un miglioramento per le<br />

linee di sviluppo dei farmaci<br />

consentendo alle aziende<br />

di risparmiare milioni di<br />

dollari con un investimento<br />

relativamente ridotto:<br />

quando le aziende hanno<br />

coinvolto i pazienti – in<br />

particolare le associazioni<br />

che li rappresentano -<br />

le performance sono<br />

migliorate e hanno reso<br />

più rapide le pianificazioni<br />

e le approvazioni da parte<br />

di comitati etici e agenzie<br />

regolatorie. Inoltre, il <strong>numero</strong><br />

di iscritti è aumentato e e le<br />

modifiche ai protocolli si sono<br />

ridotte. Sorprendentemente,<br />

sono soprattutto i PCI a basso<br />

costo a generare i maggiori<br />

benefici.<br />

Le attività di counseling e<br />

formazione al paziente, ad<br />

esempio, prevedono costi<br />

relativamente ridotti sia<br />

in termini di tempo che di<br />

risorse. Eppure il loro impatto<br />

è significativo: non solo i<br />

pazienti hanno riportato una<br />

maggiore “autoefficacia”<br />

(la consapevolezza di<br />

essere capaci di dominare<br />

specifiche attività), ma i dati<br />

clinici suggeriscono che<br />

hanno acquisito anche una<br />

miglior capacità di gestire la<br />

malattia.<br />

Anche l’impiego dei social<br />

media implica costi ridotti e<br />

un elevato impatto. Il costo<br />

di reclutamento online è di<br />

circa 4.000 dollari a paziente<br />

randomizzato, la metà<br />

rispetto ai metodi tradizionali.<br />

Un’organizzazione ha rilevato<br />

che con questa modalità è<br />

stato possibile reclutare la<br />

metà dei partecipanti.<br />

Anche le attività partecipative<br />

come l’open desing e il<br />

crowdsourcing presentano<br />

bassi costi ma anche i<br />

loro effetti sono limitati.<br />

Le organizzazioni hanno<br />

riferito che i tempi<br />

per la pianificazione e<br />

l’approvazione da parte<br />

dell’organizzazione interna<br />

si allungano. In un caso,<br />

il crowdsourcing per sei<br />

settimane ha portato al<br />

feedback di 102 tra pazienti e<br />

medici, rendendo necessarie<br />

quattro modifiche principali<br />

del protocollo e cinque<br />

minori.<br />

Le app dei pazienti possono<br />

avere un impatto significativo<br />

ma il loro costo elevato<br />

riduce il ROE. Lo sviluppo<br />

della sola app può costare<br />

circa 30.000 dollari, cui<br />

vanno sommati dai 100 a 250<br />

dollari per ogni dispositivo<br />

indossabile (il cui impatto<br />

dipende dalla tipologia).<br />

La medicina digitale e il<br />

gaming vengono considerati<br />

al momento troppo costosi<br />

e con diverse complicazioni<br />

nella gestione, che riducono<br />

il ROE sotto un livello di<br />

convenienza. Man mano che i<br />

costi scendono e l’esperienza<br />

di implementazione si<br />

accumula, l’equilibrio del ROE<br />

può cambiare, incoraggiando<br />

l’uso di questi PCI.<br />

Riferimento<br />

Stergiopoulos S, Michaels DL, Kunz BL,<br />

Getz KA. Measuring the Impact of Patient<br />

Engagement and Patient Centricity in<br />

Clinical Research and Development. Ther<br />

Innov Regul Sci. 2020 Jan;54(1):103-116. doi:<br />

10.1007/s43441-019-00034-0. Epub 2020<br />

Jan 6. PMID: 320<strong>08</strong>233.<br />

39


QUANTO VALE<br />

IL PATIENT<br />

ENGAGEMENT?<br />

Il coinvolgimento del paziente nei trial clinici<br />

è un elemento che non può più essere<br />

trascurato. Uno studio scientifico ha provato<br />

a calcolarne il valore economico<br />

Simone Montonati<br />

Nonostante il consenso pressoché<br />

unanime degli stakeholder sulla<br />

necessità di coinvolgere i pazienti<br />

anche nelle fasi di sperimentazione<br />

clinica, sono pochi i trial nei quali questa<br />

intenzione viene tradotta in pratica.<br />

Secondo uno studio pubblicato su<br />

“Research involvement and engagement”<br />

nel 2018, su 2.777 studi clinici<br />

analizzati, solamente 23 (meno dell’1%)<br />

coinvolgevano i pazienti in modo attivo e<br />

significativo. I fattori alla base di questo<br />

ritardo possono essere diversi. Al di là<br />

di una certa riluttanza ad abbandonare<br />

il tradizionale approccio paternalistico,<br />

alcune organizzazioni hanno chiamato in<br />

causa la mancanza di standard operativi,<br />

le difficoltà di creare meccanismi<br />

interni per coordinare e monitorare<br />

queste attività, la preoccupazione per<br />

eventuali conflitti di interesse o questioni<br />

legali. Tuttavia, uno dei fattori più<br />

frequentemente menzionati è l’incertezza<br />

sul ritorno finanziario che queste attività<br />

possono fornire.<br />

Un team di ricercatori americani<br />

ha provato a colmare questo gap<br />

sviluppando un modello per stimare il<br />

valore finanziario del coinvolgimento<br />

dei pazienti, tenendo conto dei principali<br />

driver di business: costo, rischio, ricavi e<br />

tempo necessario.<br />

PREVEDERE<br />

IL FUTURO<br />

Il modello di calcolo si basa sulla<br />

tecnica di previsione denominata<br />

“Stima del valore attuale netto (ENPV)”,<br />

generalmente impiegata in settori ad<br />

alto rischio come quello energetico e,<br />

appunto, quello farmaceutico (sebbene<br />

sia la prima volta che viene utilizzata per<br />

una valutazione sul patient engagement).<br />

Il NVP rappresenta la somma di tutto<br />

il flusso di denaro che si verificherà a<br />

seguito di un determinato investimento<br />

(al netto delle tasse e dell’inflazione).<br />

Nei casi in cui il NVP non sia certo,<br />

poiché dipende da variabili che possono<br />

determinare gradi diversi di successo<br />

(come nel caso dello sviluppo di un<br />

farmaco), si utilizza l’ENVP (Expected<br />

net present value). Questo fattore tiene<br />

Successo<br />

40%<br />

Fase 2<br />

Fallimento<br />

60%<br />

Successo<br />

60%<br />

Fase 3<br />

Fallimento<br />

40%<br />

Successo<br />

90%<br />

Approvazione autorità<br />

Fallimento<br />

10%<br />

Prob<br />

22%<br />

2%<br />

16%<br />

60%<br />

NPV<br />

($Mil)<br />

400<br />

-45<br />

-40<br />

-3<br />

40


makinglife | giugno 2021<br />

RIDUZIONE DI ENVP E NVP A FRONTE DI UN INVESTIMENTO IN PATIENT ENGAGEMENT<br />

PARI A $100.000<br />

Evitare un<br />

emendamento<br />

Migliorare la patient<br />

experience<br />

Fattori<br />

combinati<br />

Pre-fase 2<br />

Cost gain 5x - 5x<br />

Crescita ENPV 38x 301x 349x<br />

Crescita NPV 245x 382x 619x<br />

Pre -fase 3<br />

Cost gain 21x - 21x<br />

Crescita ENPV 150x 570x 750x<br />

Crescita NPV 320x 309x 649x<br />

Fonte: Levitan, B. et al. (2018) ‘Assessing the Financial Value of Patient Engagement: A Quantitative Approach from CTTI’s Patient Groups and Clinical Trials Project’,<br />

Therapeutic Innovation & Regulatory Science, 52(2), pp. 220–229. doi: 10.1177/2168479017716715.<br />

conto di tutte le possibilità esistenti,<br />

della probabilità che si verifichi un<br />

evento piuttosto che un altro e del<br />

risultato finanziario in ognuno di questi<br />

casi. La sommatoria di tutti i risultati<br />

finanziari possibili è l’ENVP, che può<br />

essere utilizzato per individuare il miglior<br />

investimento in un ventaglio di alternative<br />

simili.<br />

In questo caso, i ricercatori hanno stimato<br />

l’impatto del coinvolgimento del paziente<br />

su NPV e ENVP in un tipico programma di<br />

sviluppo oncologico nelle fasi 2 e 3.<br />

Il calcolo è visualizzabile sottoforma di un<br />

diagramma nel quale vengono indicate<br />

le probabilità che il progetto segua un<br />

determinato percorso – ad esempio che<br />

il farmaco venga o meno approvato – e<br />

i risultati in termini finanziari (NVP) per<br />

ogni punto di arrivo. La somma di questi<br />

esiti finanziari rappresenta l’ENPV di<br />

un progetto e se è positiva significa che<br />

l’investimento può essere considerato<br />

interessante. La figura a pag.22 presenta<br />

un esempio di modello applicato a un<br />

progetto in fase 2 nel quale ENPV = (0,22<br />

X $400) + (0,02 X –$45) + (0,16 X –$40) +<br />

(0,60 X –$3) = 77 milioni di dollari.<br />

QUANTO COSTA<br />

COINVOLGERE IL<br />

PAZIENTE?<br />

Per calcolare i costi di coinvolgimento<br />

del paziente nella revisione di un<br />

protocollo clinico, i ricercatori hanno<br />

ipotizzato che lo sponsor debba<br />

organizzare discussioni facilitate<br />

della durata di un paio di giorni. I costi<br />

includono la ricerca preliminare dei<br />

soggetti, la preparazione del personale,<br />

il tempo di partecipazione, i costi del<br />

facilitatore e della struttura, le spese di<br />

viaggio e alloggio per i diversi pazienti e<br />

per i caregiver, per un totale di 100.000<br />

dollari.<br />

QUANTIFICARE I<br />

BENEFICI<br />

D’altra parte, la collaborazione dei<br />

pazienti nello sviluppo di un protocollo<br />

può tradursi in benefici significativi,<br />

come la riduzione dei tempi di<br />

reclutamento, una maggiore aderenza<br />

al protocollo e un ridotto tasso di<br />

abbandono del trial. Ma il vantaggio<br />

più rilevante è probabilmente la<br />

possibilità di realizzare protocolli<br />

migliori “by design” evitando successivi<br />

emendamenti. Le modifiche a un<br />

protocollo per gli studi di fase 2<br />

aggiungono, in media, 90 giorni alla<br />

timeline di sviluppo e comportano costi<br />

diretti per 141.000 dollari. I costi indiretti<br />

(il personale per l’implementazione<br />

dell’emendamento) possono essere<br />

tre o quattro volte maggiori. L’input dei<br />

pazienti può aiutare a disegnare fin<br />

dall’inizio protocolli più coinvolgenti e<br />

più semplici da gestire per i partecipanti<br />

evitando successive implementazioni e<br />

relativi emendamenti.<br />

UN ROI DEL 50.000%<br />

Sulla base di queste assunzioni,<br />

le analisi hanno dimostrato che il<br />

coinvolgimento dei pazienti può<br />

portare risparmi – in termini di<br />

NPV e ENPV – 500 volte superiori<br />

rispetto all’investimento di 100.000<br />

dollari necessario a organizzare gli<br />

incontri. Secondo i ricercatori è come<br />

accelerare il lancio di un prodotto in<br />

pre-fase 2 di due anni e mezzo (un<br />

anno e mezzo per la pre-fase 3).<br />

È sufficiente un emendamento in meno<br />

per risparmiare più di mezzo milione<br />

di dollari in pre-fase 2 e oltre due<br />

milioni di dollari in pre-fase 3, valori<br />

che superano i costi di investimento<br />

rispettivamente di cinque e ventuno<br />

volte. Nel complesso, un’attività di<br />

coinvolgimento dei pazienti che evita<br />

una modifica del protocollo e migliora<br />

i livelli di reclutamento, aderenza e<br />

retention accresce l’NPV di 62 milioni<br />

di dollari e l’ENPV di 35 milioni di<br />

dollari (75 milioni di dollari per la prefase<br />

3).<br />

Riferimenti<br />

Levitan, B. et al. (2018) ‘Assessing the Financial Value<br />

of Patient Engagement: A Quantitative Approach from<br />

CTTI’s Patient Groups and Clinical Trials Project’,<br />

Therapeutic Innovation & Regulatory Science, 52(2),<br />

pp. 220–229. doi: 10.1177/2168479017716715<br />

Fergusson, D. et al. (2018) The prevalence of patient<br />

engagement in published trials: a systematic review.<br />

Res Involv Engagem 4, 17. doi:10.1186/s40900-018-<br />

0099-x<br />

41


PARADIGM<br />

il toolbox<br />

per coinvolgere<br />

il paziente<br />

Nonostante il crescente consenso degli<br />

stakeholder sulla necessità di aumentare<br />

il livello di patient engagement in tutto<br />

il ciclo di vita del farmaco, i pazienti<br />

continuano a essere una risorsa<br />

largamente sottoutilizzata.<br />

Negli ultimi anni sono state avviate molte<br />

iniziative lodevoli ma con risultati spesso<br />

frammentari e non sempre significativi.<br />

A pesare è soprattutto la mancanza di<br />

linee guida dettagliate e di un preciso<br />

quadro di riferimento. In questo contesto<br />

UN PROGETTO EUROPEO HA ELABORATO UN KIT DI<br />

STRUMENTI PER AIUTARE TUTTI GLI STAKEHOLDER<br />

NEL PROCESSO DI PATIENT ENGAGEMENT<br />

PIANIFICAZIONE DEL PROCESSO DI ENGAGEMENT<br />

1<br />

Interessi diversi<br />

In un ambiente con diversi stakeholder, gli obiettivi possono spesso essere contrastanti. Avere piena coscienza di queste<br />

diversità è fondamentale per la riuscita del processo. Paradigm ha elaborato una guida per aiutare i pazienti a prendere<br />

decisioni informate prima di impegnarsi ma anche per far capire agli stakeholder che gestiscono lo sviluppo del farmaco<br />

quali sono le reali conseguenze di questo impegno in una realtà multi-stakeholder.<br />

Miglioramento della guida Eupati<br />

I ricercatori hanno preparato una versione “migliorata” della guida Eupati (European patients’ accademy on therapeutic<br />

innovation) che illustra i passi da seguire che non sono stati affrontati nel documento originale. L’obiettivo è quello di<br />

descrivere ciò che dovrebbe accadere durante la pianificazione e quali discussioni dovrebbero essere affrontate prima<br />

dell’impegno da parte dei pazienti, in modo da garantire interazioni reciprocamente vantaggiose e una preparazione<br />

adeguata.<br />

Raccomandazioni sulle capacità necessarie per il patient engagement<br />

Ogni stakeholder può usare queste raccomandazioni per analizzare le capacità della propria organizzazione di pianificare,<br />

implementare e valutare attività significative e sostenibili di coinvolgimento dei pazienti attraverso il ciclo di vita dei farmaci.<br />

Lo strumento indica, per i diversi stakeholder coinvolti, quali sono le competenze e le risorse necessarie, anche in termini di<br />

conoscenze, abilità e comportamenti.<br />

Accordi legali per il coinvolgimento dei pazienti<br />

I principi guida sugli accordi legali tra rappresentanti dei pazienti e aziende farmaceutiche sono stati elaborati allo scopo di<br />

fornire una base per lo sviluppo dei contratti formali. Hanno l’obiettivo di assicurare una protezione ragionevole per chi firma<br />

e di fornire una guida ai patient advocate ogni volta che hanno bisogno di rivedere un accordo legale.<br />

Selezionare i pazienti<br />

Durante l’analisi dei processi esistenti è stata identificata una evidente lacuna nelle procedure seguite per identificare i<br />

rappresentanti dei pazienti. Il progetto ha elaborato un documento che si occupa specificamente degli elementi da tenere in<br />

considerazione quando si identificano i pazienti e i loro rappresentanti e delle competenze necessarie per abbinare l’attività<br />

più appropriata a ogni individuo.<br />

42


makinglife | giugno 2021<br />

è nato PARADIGM (Patients active in<br />

research and dialogues for an improved<br />

generation of medicines), un progetto<br />

realizzato nell’ambito dell’Innovative<br />

medicines initiative (IMI) da 34<br />

partner tra associazioni dei pazienti,<br />

accademici, industria farmaceutica ed<br />

enti pubblici. Tra questi vi sono anche<br />

molte big pharma, l’Efpia (European<br />

federation of pharmaceutical industries<br />

and associations), università e, a<br />

rappresentare il punto di vista regolatorio,<br />

anche l’Agenzia italiana del farmaco<br />

(unica agenzia del farmaco nazionale)<br />

e l’Agenzia europea per i medicinali<br />

(EMA). L’obiettivo finale era quello di<br />

gettare le basi per la definizione di<br />

alcune procedure standard. Il progetto,<br />

terminato nel 2020, ha avuto come<br />

risultato principale la creazione di un<br />

toolbox che raccoglie tutti gli strumenti<br />

e le informazioni di base necessarie per<br />

rendere più semplice il coinvolgimento<br />

dei pazienti durante lo sviluppo di un<br />

farmaco. Il toolbox è suddiviso in tre<br />

sezioni che rispecchiano le diverse fasi di<br />

ogni progetto: pianificazione, gestione e<br />

valutazione.<br />

Riferimenti<br />

https://imi-paradigm.eu<br />

Vat, LE, Finlay, T, Robinson, P, et al. Evaluation of patient<br />

engagement in medicine development: A multi‐stakeholder<br />

framework with metrics. Health Expect. 2021; 24: 491– 5<strong>06</strong>.<br />

https://doi.org/10.1111/hex.13191<br />

GESTIRE IL PATIENT ENGAGEMENT<br />

2<br />

Il codice di condotta<br />

Questo documento descrive gli elementi essenziali per una collaborazione significativa tra tutti gli stakeholder coinvolti.<br />

L’aderenza a questo codice è ritenuta essenziale per garantire un’interazione aperta e fruttuosa dei partner coinvolti con i pazienti<br />

e i loro rappresentanti. Ogni stakeholder, quindi, dovrebbe integrarne le regole e verificarne il rispetto da parte degli altri.<br />

Lavorare con i CAB<br />

I Community advisory board (CAB) possono migliorare la ricerca fornendo consigli diretti e indipendenti su diversi aspetti di uno<br />

studio clinico in modi che, dalla prospettiva dei pazienti, risultano più inclusivi. La creazione e la gestione di un CAB, però, richiede<br />

molta attenzione nella pianificazione, organizzazione, follow-up, monitoraggio e valutazione. Questo toolkit intende fornire una<br />

serie di strumenti di base per avviare e sviluppare efficacemente i CAB.<br />

Early dalogue<br />

Il coinvolgimento dei pazienti nei processi di early dialogue è una disciplina emergente e i ricercatori hanno pensato fosse utile<br />

offrire alcune risorse per semplificare i processi e fornire una guida sui metodi e gli approcci più adatti.<br />

Utilizzando questo strumento – comunque adattabile alle diverse esigenze – gli enti di HTA saranno in grado di modellare le linee<br />

guida, le liste di controllo e le schede informative in base al loro processo specifico.<br />

REPORTING E VALUTAZIONE<br />

3<br />

Monitoraggio e valutazione<br />

Non esiste unico set di metriche adatte a ogni iniziativa o organizzazione. Pertanto, è stato sviluppato un tool che permette agli<br />

utenti di selezionare le metriche adatte per sviluppare un set personalizzato in linea con gli specifici obiettivi. Selezionare le<br />

metriche su misura insieme a tutti gli stakeholder contribuisce a delineare linee di sviluppo condivise.<br />

Comunicazione<br />

La divulgazione tempestiva delle attività di patient engagement al pubblico è un elemento cruciale nell’evoluzione del processo,<br />

eppure non sempre viene affrontato in modo appropriato. La “Guidance for reporting and dissemination of patient engagement<br />

activities” è stata sviluppata per supportare le organizzazioni nel reporting e nella diffusione delle informazioni sulle attività di PE<br />

in cui sono coinvolte. Lo strumento include principi guida, una lista di controllo e un modello integrabile nella documentazione già<br />

esistente.<br />

43


Sanità è<br />

condivisione<br />

44


makinglife | giugno 2021<br />

La diffusione<br />

senza precedenti<br />

dell’informazione<br />

e delle tecnologie<br />

digitali permette<br />

al paziente di<br />

partecipare in prima<br />

persona alla piena<br />

realizzazione del<br />

percorso di cura<br />

Monica Torriani<br />

Il patient engagement è una<br />

direttiva etica e pragmatica<br />

del sistema sanitario che<br />

implica il coinvolgimento<br />

attivo del paziente in tutto il<br />

suo percorso di cura.<br />

Non una semplice indicazione<br />

di miglioramento della<br />

Sanità, ma un indirizzo<br />

pienamente recepito nei piani<br />

nazionali della cronicità e<br />

della prevenzione. Un vero e<br />

proprio cambio di paradigma<br />

che rivoluziona l’assistenza<br />

sanitaria fin dalle basi e<br />

richiede sensibilizzazione<br />

pubblica e sviluppo di<br />

competenze specifiche, a tutti<br />

i livelli.<br />

Il coinvolgimento del paziente<br />

è un processo complesso e<br />

trasversale che deve tenere<br />

conto di tutti fattori di natura<br />

individuale, relazionale,<br />

organizzativa, sociale,<br />

economica e politica che<br />

caratterizzano la persona<br />

e che si deve muovere in<br />

funzione della sua capacità di<br />

assumere un ruolo proattivo<br />

nella gestione della salute.<br />

L’aumento dell’età media<br />

della popolazione, il rischio di<br />

collasso dei servizi sanitari<br />

e la precarietà indotta dalla<br />

crisi economica in atto ci<br />

impongono di ridistribuire il<br />

burden in maniera più equa<br />

e sostenibile e di condividere<br />

le responsabilità della cura.<br />

Se in epoca pre-pandemica<br />

il concetto di engagement<br />

piaceva per l’aura etica e<br />

socialmente corretta di cui si<br />

circondava, oggi è una priorità<br />

assoluta, senza la quale<br />

risulta difficile immaginare il<br />

futuro della Sanità.<br />

45


ENGAGEMENT,<br />

EMPOWERMENT<br />

Diffusamente confuso con il<br />

concetto di coinvolgimento,<br />

l’empowerment configura<br />

invece il processo di<br />

sviluppo delle competenze<br />

necessarie affinché la<br />

popolazione nella sua<br />

globalità sia attivamente<br />

coinvolta – come insieme<br />

di singoli individui e come<br />

organizzazione generale<br />

– nelle decisioni che<br />

riguardano la salute.<br />

Perché vengano messi<br />

in atto i comportamenti<br />

strumentali all’engagement,<br />

data la sua natura<br />

relazionale, è necessario<br />

che tutti gli attori ricevano<br />

adeguata formazione.<br />

Non solo i pazienti, dunque,<br />

ma anche i caregiver,<br />

i professionisti e tutti i<br />

cittadini.<br />

Non abbiamo forse<br />

immaginato il futuro della<br />

Sanità all’insegna della<br />

prevenzione?<br />

L’adesione alle campagne<br />

vaccinali e l’adozione di<br />

uno stile di vita equilibrato<br />

ci allontanano sempre più<br />

dal concetto tradizionale<br />

di paziente per avvicinarci<br />

a quello, generale ma non<br />

generico, di “persona”.<br />

UN APPROCCIO<br />

CULTURALMENTE<br />

DIVERSO<br />

Il focus sulla persona ci<br />

obbliga, nell’analisi dei<br />

suoi bisogni insoddisfatti,<br />

a considerarne entrambe<br />

le componenti, fisica ed<br />

emotiva. E ad accettare<br />

che molti di questi siano<br />

generati dalla limitata<br />

capacità di ascolto espressa<br />

dagli operatori sanitari.<br />

Ferma restando la<br />

necessità di migliorare<br />

questo aspetto, occorre<br />

parallelamente potenziare<br />

la digital health, che può<br />

rappresentare per i cittadini<br />

un vantaggioso strumento<br />

abilitante per esprimere<br />

gli unmet need e per i<br />

professionisti un sistema<br />

utile per intercettarli.<br />

Pensiamo ai dispositivi che<br />

permettono la<br />

comunicazione con il<br />

medico, la possibilità di<br />

compilare direttamente una<br />

segnalazione di reazione<br />

avversa a un farmaco, la<br />

partecipazione a forum<br />

allestiti da istituzioni,<br />

associazioni pazienti o<br />

aziende farmaceutiche.<br />

In questi ambiti emerge<br />

chiara la preponderanza<br />

della componente emotiva<br />

nel desiderio di interazione.<br />

I pazienti appaiono<br />

decisamente più concentrati<br />

sui dubbi nella gestione<br />

delle emozioni legate alla<br />

malattia, sulla frustrazione<br />

generata da una qualità di<br />

vita inaccettabile, sul timore<br />

delle evoluzioni negative<br />

della patologia, sulla paura<br />

della morte. Per questo<br />

il patient engagement<br />

deve comportare un<br />

coinvolgimento pieno<br />

della persona, che<br />

risponda meglio e più<br />

esaurientemente ai suoi<br />

bisogni.<br />

IL RUOLO DELLE<br />

ORGANIZZAZIONI DI<br />

PAZIENTI<br />

Nella riorganizzazione<br />

complessiva della Sanità,<br />

le associazioni pazienti<br />

hanno subito un’evoluzione<br />

drastica, da portavoce<br />

di bisogni a partecipanti<br />

attive nelle scelte di politica<br />

sanitaria.<br />

Questa metamorfosi è<br />

alla base dello sviluppo<br />

della patient advocacy, una<br />

modalità di partecipazione<br />

attiva dei pazienti alla<br />

ricerca farmacologica e<br />

clinica e alla condivisione<br />

nella scelta dei trattamenti<br />

terapeutici che passa per<br />

l’impegno in prima persona<br />

nei gruppi di supporto.<br />

La patient advocacy<br />

viene definita come l’uso<br />

strategico di informazioni<br />

e risorse allo scopo di<br />

influenzare decisioni<br />

politiche e comportamenti<br />

collettivi e individuali per il<br />

miglioramento della salute<br />

di singoli individui o intere<br />

comunità.<br />

L’esempio statunitense di<br />

PatientsLikeMe evidenzia<br />

efficacemente come un<br />

network di pazienti (in<br />

questo caso malati di<br />

SLA) possa rappresentare<br />

una fonte preziosa di<br />

46


makinglife | giugno 2021<br />

dati. PatientsLikeMe è<br />

una piattaforma in cui<br />

i malati condividono<br />

sintomi, trattamenti e<br />

risultati terapeutici: le<br />

informazioni raccolte<br />

al suo interno vengono<br />

trasformate in dati sulla<br />

malattia e successivamente<br />

aggregate per la<br />

produzione di conoscenza<br />

da ricondividere fra gli<br />

associati.<br />

Uno schema virtuoso in<br />

grado di produrre big data<br />

nel campo delle malattie<br />

rare, tradizionalmente<br />

penalizzato dalla difficoltà<br />

nel reclutamento dei<br />

pazienti e nella generale<br />

indisponibilità di<br />

statistiche significative.<br />

E, in seconda battuta,<br />

una chiara dimostrazione<br />

della necessità del<br />

coinvolgimento dei<br />

caregiver.<br />

UN PAZIENTE PIÙ<br />

COINVOLTO È PIÙ<br />

ADERENTE ALLA CURA<br />

Le iniziative di patient<br />

engagement trovano ideale<br />

applicazione nella gestione<br />

delle malattie croniche,<br />

nell’ambito della quale<br />

permettono la progettazione<br />

di modelli di cura che<br />

vedono la persona coinvolta<br />

come soggetto attivo ed<br />

esperto nel processo<br />

clinico-assistenziale.<br />

Niente a che vedere, quindi,<br />

con l’idea di presa in carico,<br />

che rimanda all’immagine<br />

di un paziente-zavorra<br />

da portare di peso da un<br />

ambulatorio all’altro. Il<br />

focus è spostato verso<br />

una persona che, nel suo<br />

interesse e per una Sanità<br />

più efficace e sostenibile, è<br />

chiamata a fornire spunti<br />

nella definizione delle<br />

sperimentazioni cliniche e<br />

a partecipare alle politiche<br />

sanitarie, trasformandosi<br />

da utente finale a coproduttore.<br />

Da uno studio pubblicato<br />

nel 2017 dal centro di<br />

ricerca Engage minds<br />

hub dell’università Cattolica<br />

di Milano e condotta su<br />

pazienti cronici emerge<br />

chiaramente come un<br />

basso coinvolgimento nel<br />

processo di cura decuplichi<br />

il rischio di incorrere in<br />

ricadute e aggravamenti<br />

rispetto a pazienti con alto<br />

engagement e aumenti<br />

significativamente<br />

l’incidenza di sintomi<br />

ansioso-depressivi nei<br />

pazienti e la spesa outof-pocket.<br />

Una maggiore<br />

proattività nella gestione<br />

della malattia e, più in<br />

generale, del proprio stile<br />

di vita è alla base di una<br />

più spiccata attenzione<br />

alla prevenzione e alla<br />

diffusione di comportamenti<br />

virtuosi.<br />

La letteratura riporta<br />

<strong>numero</strong>se evidenze che<br />

testimoniano, ad esempio,<br />

come una maggiore<br />

attivazione pre-operatoria<br />

del paziente sia associata<br />

a un minore dolore postchirurgico<br />

e a un più<br />

rapido recupero dopo una<br />

procedura di artroplastica.<br />

E, in generale, come la<br />

bassa partecipazione del<br />

paziente implichi costi<br />

sociali più elevati in tutti i<br />

percorsi di cura.<br />

Per valutare l’efficienza<br />

delle politiche sul<br />

coinvolgimento occorre<br />

monitorare i risultati<br />

delle iniziative nel<br />

tempo adottando sistemi<br />

appropriati. Un esempio è<br />

l’Epital care model (ECM),<br />

messo a punto da un team<br />

di ricercatori danesi. ECM<br />

è una sorta di template<br />

47


disegnato per un approccio<br />

proattivo e preventivo, che<br />

permette di progettare<br />

servizi di salute digitale<br />

sulla base dei bisogni dei<br />

pazienti cronici.<br />

Unanimemente ammirato,<br />

il modello di valutazione<br />

degli interventi sanitari<br />

predisposto dal NICE<br />

britannico si basa sulle<br />

informazioni fornite<br />

da pazienti e caregiver<br />

in relazione a diversi<br />

fattori: esiti di cura che<br />

possono essere d’aiuto a<br />

specifici gruppi di pazienti,<br />

impatto del trattamento<br />

(su salute, qualità di vita,<br />

equilibrio familiare, sociale<br />

e professionale), facilità<br />

d’uso ed effetti collaterali,<br />

“<br />

Nothing<br />

about me<br />

without<br />

me<br />

Valerie Billingham<br />

eventuali preferenze<br />

dei pazienti, sottogruppi<br />

che potrebbero ricevere<br />

più o meno benefici dal<br />

trattamento e aree che<br />

necessitano di ulteriori<br />

ricerche.<br />

COME<br />

PROMUOVERE<br />

IL PATIENT<br />

ENGAGEMENT<br />

Per diffondere<br />

efficacemente la direttiva<br />

del coinvolgimento attivo<br />

del paziente occorre in<br />

primo luogo rinunciare<br />

a interventi frammentati<br />

e isolati e optare per<br />

iniziative strutturali e<br />

articolate, che producano<br />

risultati misurabili e<br />

monitorabili nel tempo e<br />

che garantiscano supporto<br />

agli operatori sanitari e<br />

valorizzino la figura del<br />

caregiver.<br />

Sulla base degli studi<br />

realizzati intorno al<br />

patient engagement,<br />

l’Università Cattolica di<br />

Milano, in collaborazione<br />

con Regione Lombardia e<br />

sotto la supervisione<br />

dell’Istituto superiore di<br />

sanità ha promosso nel<br />

2017 una Conferenza di<br />

consenso che ha prodotto<br />

le “Raccomandazioni per<br />

la promozione del patient<br />

engagement in ambito<br />

clinico-assistenziale per le<br />

malattie croniche”:<br />

IL PROCESSO DI ENGAGEMENT DEL MALATO (PHE MODEL)<br />

BLACKOUT<br />

“Sono sconvolto”<br />

ALLERTA<br />

“Sono un corpo malato”<br />

ADESIONE<br />

“Sono un paziente”<br />

PROGETTO<br />

EUDAIMONICO<br />

“Sono una persona”<br />

Il malato rifiuta la<br />

diagnosi, sembra<br />

emotivamente<br />

“congelato”,<br />

incapace di<br />

comprendere la<br />

propria condizione<br />

di salute e non<br />

abbastanza<br />

equipaggiato e<br />

informato per<br />

riuscire a gestire<br />

concretamente la<br />

malattia.<br />

Il malato è<br />

consapevole della<br />

sua condizione di<br />

salute e spaventato.<br />

Non ha abbastanza<br />

informazioni per<br />

dare senso alla<br />

sua condizione<br />

di salute e attua<br />

comportamenti<br />

confusi e<br />

disorganizzati per<br />

gestire la sua salute.<br />

Il malato ha<br />

accettato la<br />

sua diagnosi,<br />

ha sufficienti<br />

informazioni<br />

(seppure astratte)<br />

relative alla sua<br />

malattia e al suo<br />

trattamento, è<br />

formalmente<br />

aderente ai<br />

trattamenti<br />

seguendo un rigido<br />

“copione” .<br />

Ha elaborato la<br />

sua malattia,<br />

ha un livello di<br />

health literacy<br />

elevato e una forte<br />

conoscenza su come<br />

gestire la salute, è<br />

capace di proiettare<br />

la sua condizione<br />

di malattia in<br />

una traiettoria<br />

“eudaimonica” di<br />

vita.<br />

Il modello patient health engagement (PHE)<br />

Fonte: Graffigna et al. 2013, da Università Cattolica del Sacro Cuore<br />

LIVELLI INCREMENTALI DI ENGAGEMENT<br />

48


makinglife | giugno 2021<br />

1<br />

L’ENGAGEMENT È UN CONCETTO OMBRELLO. Parlare di engagement significa avere in mente<br />

un concetto sovraordinato e inclusivo rispetto ad altri termini d’uso nel linguaggio sanitario,<br />

come l’aderenza del paziente.<br />

2<br />

L’ENGAGEMENT NON È SOLO UN “FATTO” della persona con patologia cronica. Parlare<br />

di engagement significa assumere una visione sistemica e multi-attore del percorso sanitario<br />

implicando anche un cambiamento organizzativo.<br />

3<br />

L’ENGAGEMENT È UN PROCESSO COMPLESSO. Promuovere l’engagement della persona è<br />

un processo articolato e soggettivo ed è necessaria una personalizzazione degli interventi di<br />

promozione.<br />

4<br />

VALUTAZIONE DELL’ENGAGEMENT. Costituisce la conditio sine qua non per la sua promozione.<br />

Appare fondamentale dotarsi di strumenti di valutazione al fine di personalizzare gli interventi<br />

di promozione e misurarne l’efficacia.<br />

5<br />

UN PROFESSIONISTA SANITARIO “ENGAGED” promuove l’engagement. È necessario<br />

sensibilizzare e formare i professionisti sanitari e il team di cura.<br />

6<br />

LA FAMIGLIA E LA RETE INFORMALE della persona con patologia cronica costituiscono<br />

l’ossatura del sistema di promozione dell’engagement.<br />

7<br />

LE ASSOCIAZIONI DI PERSONE con patologie croniche, i famigliari e i volontari giocano un<br />

ruolo cruciale nella promozione dell’engagement.<br />

8<br />

SENSIBILIZZAZIONE SOCIALE. La realizzazione dell’engagement in sanità è funzione di una<br />

sensibilizzazione sociale sul suo valore.<br />

9<br />

LE NUOVE TECNOLOGIE costituiscono un fattore abilitante fondamentale<br />

dell’engagement della persona con malattia cronica ma non sostituiscono la relazione<br />

terapeutico-assistenziale.<br />

10<br />

GARANZIE. Sono necessarie forme di certificazione e regolamentazione delle tecnologie per la<br />

promozione dell’engagement<br />

RIFERIMENTI<br />

• Unmet Needs: Hearing the Challenges of Chronic Patients with Artificial Intelligence – B. Tewarie et al -<br />

NEJM Catalyst, 2019<br />

• The Epital Care Model: A New Person-Centered Model of Technology-Enabled Integrated Care for People<br />

With Long Term Conditions – K. Panareth et al – JMIR Research Protocols, 2017<br />

• Promozione del patient engagement in ambito clinico-assistenziale per le malattie croniche:<br />

raccomandazioni dalla prima conferenza di consenso italiana – G. Graffigna et al – Recenti Progressi in<br />

Medicina, 2017<br />

49


E-HEALTH<br />

LE NUOVE<br />

FRONTIERE<br />

DELL’ASSISTENZA<br />

PAOLA AROSIO<br />

50


makinglife | giugno 2021<br />

DALLE TERAPIE DIGITALI<br />

ALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE, DALLA<br />

REALTÀ VIRTUALE AI SERIOUS GAME,<br />

ECCO LE PRINCIPALI INNOVAZIONI HI-TECH<br />

CHE OFFRONO TRATTAMENTI E SOLUZIONI<br />

ALL’AVANGUARDIA AI PAZIENTI<br />

In una conferenza tenuta a Roma<br />

nel gennaio del 2020, pochi giorni<br />

prima che tutto fosse paralizzato<br />

dalla pandemia, Kathrin Cresswell,<br />

ricercatrice a capo dell’unità Innovation<br />

dell’Università di Edimburgo, incaricata<br />

dal governo scozzese di studiare<br />

l’evoluzione dell’informatica applicata<br />

alla salute, aveva messo in chiaro:<br />

«Nulla dovrebbe essere basato<br />

esclusivamente sulla tecnologia.<br />

Gli sviluppi tecnologici dovrebbero<br />

sempre essere guidati dai bisogni».<br />

Anche, e forse soprattutto, da quelli<br />

dei pazienti. Proprio in quest’ottica,<br />

ecco una carrellata delle principali<br />

innovazioni hi-tech degli ultimi anni<br />

che riguardano l’ambito assistenziale.<br />

TERAPIE DIGITALI<br />

Ultimo approdo della scienza medica,<br />

le terapie digitali sono trattamenti<br />

basati su algoritmi e software<br />

fruibili tramite app. «Si tratta di<br />

applicazioni tecnologiche che erogano<br />

varie terapie, tra cui la cognitivocomportamentale,<br />

il colloquio<br />

motivazionale, la psicoeducazione<br />

o altri interventi, mirati a trattare<br />

varie patologie», spiega Gualberto<br />

Gussoni, direttore scientifico del<br />

Centro studi della Federazione delle<br />

associazioni dei dirigenti ospedalieri<br />

internisti (Fadoi) di Milano. Tra queste,<br />

si annoverano insonnia, ansia, asma,<br />

depressione, dipendenza da droghe<br />

o da nicotina, deficit di attenzione e<br />

iperattività, autismo, schizofrenia,<br />

disturbi dell’alimentazione, obesità,<br />

ipertensione, broncopneumopatia<br />

cronica ostruttiva, diabete di tipo 2, e<br />

perfino le reazioni avverse derivanti<br />

dalla chemioterapia o da altri farmaci<br />

antitumorali. È importante sottolineare<br />

che tali terapie nulla hanno a che<br />

vedere con le tantissime app che si<br />

possono trovare in rete: utilizzabili da<br />

sole oppure in aggiunta a un farmaco,<br />

sono assimilabili in tutto e per tutto<br />

ai medicinali. Al pari di questi ultimi,<br />

infatti, devono, essere sottoposte<br />

a una rigorosa sperimentazione<br />

scientifica mirata a dimostrarne<br />

sicurezza ed efficacia ed essere<br />

prescritte dal medico. «Le tecnologie<br />

impiegate devono essere di volta in<br />

volta le più idonee a raggiungere gli<br />

obiettivi prefissati, tenendo conto<br />

sia delle caratteristiche del paziente<br />

(per esempio, se è un bambino o un<br />

anziano, un uomo o una donna), sia<br />

dell’indicazione della terapia stessa»,<br />

precisa Giuseppe Recchia, cofondatore<br />

e amministratore delegato<br />

di DaVinci Digital Therapeutics e<br />

vice-presidente della Fondazione<br />

Smith Kline. Importante è anche la<br />

presenza, come una sorta di eccipienti,<br />

degli strumenti giusti affinché i<br />

pazienti siano incentivati a iniziare e<br />

soprattutto a proseguire la terapia. Si<br />

può puntare, per esempio, su assistenti<br />

virtuali, promemoria, giochi (con punti,<br />

livelli, premi), collegamenti con il<br />

medico o con altri pazienti affetti dalla<br />

medesima patologia.<br />

Una delle prime terapie digitali nel<br />

mondo è stata Deprexis, che ha<br />

fatto capolino una decina di anni fa.<br />

Progettata da un team di psichiatri<br />

e psicologi e realizzata dall’azienda<br />

Gaia Healthcare, è stata sviluppata,<br />

come suggerisce il nome stesso,<br />

per contrastare la depressione. Il<br />

programma, su misura per ciascun<br />

paziente, è composto da 11 moduli,<br />

che insegnano per esempio ad<br />

affrontare i pensieri negativi o le<br />

51


situazioni che causano disagio. Il<br />

trattamento, che andrebbe effettuato<br />

un paio di volte alla settimana per<br />

tre mesi, è stato testato in 14 studi,<br />

dimostrando di avere effetti simili a<br />

quelli dei farmaci antidepressivi, ai<br />

quali può essere anche associato nei<br />

casi più gravi. In particolare, alcune<br />

ricerche hanno evidenziato che il<br />

suo impiego è in grado di diminuire<br />

tristezza e indecisione e di migliorare<br />

nel contempo autostima e qualità della<br />

vita. Più di recente, nel 2017 l’azienda<br />

Pear Therapeutics ha sviluppato Reset,<br />

per arginare le dipendenze da droghe,<br />

alcol, nicotina. Il dispositivo, composto<br />

da una app per il paziente e da un<br />

cruscotto per il medico, eroga una<br />

terapia cognitivo-comportamentale<br />

suddivisa in 61 moduli, con lezioni,<br />

esercizi, quiz. Il trattamento, che deve<br />

comunque essere supportato da un<br />

programma terapeutico nello studio<br />

del medico e che ha una durata di<br />

tre mesi, ha dimostrato la propria<br />

efficacia in una sperimentazione<br />

condotta su 507 pazienti in dieci<br />

centri specialistici statunitensi. L’anno<br />

successivo è stata creata anche la<br />

terapia «cugina» Reset-0 per trattare<br />

la dipendenza da oppiacei. Nel 2019<br />

è stata la volta di Oleena, progettata<br />

dall’azienda Voluntis per aiutare i<br />

malati di tumore nella gestione dei<br />

sintomi derivanti dalla patologia o dai<br />

trattamenti, consentendo nel contempo<br />

il monitoraggio remoto da parte del<br />

team assistenziale. Dall’oncologia al<br />

diabete con BlueStar, l’app prodotta<br />

sempre nel 2019 da Welldoc per tenere<br />

sotto controllo glicemia, attività fisica,<br />

alimentazione, pressione, peso, sia<br />

manualmente che tramite bluetooth.<br />

Gli studi effettuati sul dispositivo<br />

hanno evidenziato che è in grado di<br />

abbassare l’emoglobina glicata di due<br />

punti percentuali: un risultato positivo,<br />

che spesso non si riesce a ottenere<br />

neppure con i farmaci.<br />

Nell’ambito delle malattie croniche, nel<br />

2020 negli Stati Uniti è stato approvato<br />

anche Somryst, un dispositivo contro<br />

l’insonnia utilizzabile dai 22 anni d’età,<br />

che eroga trattamenti su misura. Il<br />

prodotto è stato testato in due studi.<br />

Uno, pubblicato su Jama Psichiatry,<br />

è stato condotto su 303 pazienti che<br />

hanno ottenuto un miglioramento<br />

del tempo di addormentamento<br />

e del <strong>numero</strong> di risvegli notturni,<br />

mantenutosi anche a distanza di sei<br />

mesi e un anno. L’altro, comparso<br />

sulle pagine di Lancet Psychiatry, ha<br />

coinvolto 1.149 pazienti con insonnia<br />

associata a depressione, che hanno<br />

riscontrato benefici che si sono<br />

protratti per oltre dodici mesi. Nel<br />

medesimo anno ha ricevuto il via<br />

libera anche Endeavor, una terapia<br />

digitale per i bambini di età compresa<br />

tra gli 8 e i 12 anni affetti da deficit<br />

di attenzione con iperattività. La<br />

tecnologia consente l’attivazione<br />

di specifici gruppi di neuroni e può<br />

offrire un trattamento personalizzato.<br />

L’efficacia del metodo è stata<br />

dimostrata da uno studio condotto su<br />

348 piccoli pazienti e pubblicato su<br />

Lancet Digital Health.<br />

Se queste sono le principali terapie<br />

digitali già in uso, altre sono in<br />

fase di sviluppo. Tra queste si<br />

annoverano Hypertension per<br />

l’ipertensione, Smoking Cessation<br />

per la disassuefazione dal fumo e<br />

altre, per esempio per il trattamento<br />

dell’autismo e della schizofrenia. A<br />

oggi questo tipo di terapie è diffuso<br />

soprattutto negli Stati Uniti e in<br />

parte in alcuni Paesi europei, come<br />

Germania, Francia, Gran Bretagna.<br />

L’Italia sta muovendo ora i primi passi:<br />

istituzioni, università, imprese stanno<br />

cooperando per fare approdare questi<br />

trattamenti anche nel nostro Paese e<br />

per sviluppare la ricerca in tale ambito.<br />

INTELLIGENZA<br />

ARTIFICIALE<br />

Oltre che nei settori dell’imaging e<br />

della chirurgia, l’intelligenza artificiale<br />

trova una delle sue più importanti<br />

applicazioni nei robot per l’assistenza<br />

sanitaria. Secondo Global market<br />

insights, questo mercato valeva 359,1<br />

milioni di dollari (circa 300 milioni di<br />

euro) nel 2017, con una prospettiva<br />

di crescita del 19,3% dal 2018 al<br />

2024. Qualche esempio? Nel 2017<br />

Catalia Health, in collaborazione<br />

con Pfizer, ha realizzato Mabu, un<br />

robot creato per favorire l’aderenza<br />

52


makinglife | giugno 2021<br />

terapeutica del paziente. Non un<br />

semplice promemoria, ma un sistema<br />

che utilizza appositi algoritmi per<br />

dialogare con l’assistito, sfruttando<br />

il potenziale dell’interazione faccia<br />

a faccia e rispondendo anche a<br />

eventuali domande o dubbi sul<br />

trattamento. Per supportare chi ha<br />

problemi di udito, il robottino è stato<br />

integrato con un ampio touch screen<br />

su cui è possibile visualizzare le<br />

parole che vengono pronunciate a<br />

voce. Inizialmente utilizzato per le<br />

persone con malattie renali, artrite<br />

reumatoide e insufficienza cardiaca,<br />

ora il dispositivo può essere impiegato<br />

anche in altre patologie. I ricercatori<br />

del Boston Children’s Hospital e della<br />

Northeastern University, invece, hanno<br />

unito le forze per creare Huggable, un<br />

orsacchiotto robotico per migliorare<br />

la qualità dell’assistenza nei reparti<br />

ospedalieri di pediatria. Uno studio<br />

pubblicato su Pediatrics ha dimostrato<br />

che i bambini che utilizzavano il<br />

dispositivo per filastrocche, canzoni,<br />

giochi provavano meno paura e<br />

dolore. Vari anche i robot progettati<br />

per assistere gli anziani in ospedale,<br />

nelle residenze sanitarie e a domicilio.<br />

Tra questi, si annoverano My Spoon<br />

oppure Obi, in grado di supportare<br />

la nutrizione in chi ha problemi di<br />

mobilità. O ancora Temi, capace di<br />

offrire una guida nell’esecuzione dei<br />

movimenti. Significativo è lo studio<br />

internazionale Caresses (Cultureaware<br />

robots and environmental<br />

sensor systems for elderly support),<br />

attualmente in corso, mirato a valutare<br />

l’impatto sugli anziani che vivono in<br />

una casa di riposo dell’impiego del<br />

robot Pepper, prodotto da SoftBank<br />

Robotic e capace di riconoscere i volti e<br />

le emozioni. Alcuni esperti sostengono<br />

la necessità di introdurre, per la<br />

valutazione delle soluzioni robotiche,<br />

il metodo dell’Health technology<br />

assessment (Hta). In proposito, uno dei<br />

contesti più virtuosi è la Finlandia, dove<br />

è stato sviluppato e testato il Digi-Hta,<br />

un protocollo specifico per l’analisi<br />

dell’intelligenza artificiale e dei robot.<br />

REALTÀ VIRTUALE<br />

Sempre più utilizzata in ambito sanitario<br />

è anche la realtà virtuale, nella quale<br />

vengono simulate tramite la tecnologia<br />

situazioni quotidiane con le quali il<br />

paziente può interagire grazie ad<br />

apposite interfacce, come occhiali o<br />

caschi. Strumenti che vengono impiegati<br />

soprattutto nella terapia del disturbo<br />

da stress post-traumatico, ma che<br />

possono essere utilizzati anche per il<br />

trattamento di depressione, ansia, fobie,<br />

disturbo ossessivo-compulsivo, disturbi<br />

alimentari. Attualmente è in corso una<br />

sperimentazione chiamata Game Change,<br />

guidata dagli esperti dell’Università di<br />

Oxford, che ha coinvolto 432 pazienti con<br />

schizofrenia che hanno difficoltà a uscire<br />

di casa. Attraverso vari scenari, come<br />

andare al pub, prendere un autobus,<br />

sostare nella sala d’attesa del medico, i<br />

partecipanti allo studio potranno mettersi<br />

alla prova, imparando a pensare e agire in<br />

modo più funzionale.<br />

SERIOUS GAME<br />

Chi pensa che i serious game siano solo<br />

giochi o poco più commette un errore. Si<br />

tratta, infatti, di attività ludiche ad hoc il<br />

cui obiettivo è incrementare l’attenzione<br />

nei confronti della prevenzione e di alcune<br />

patologie. Un esempio è Digest Inn, un<br />

gioco ideato per supportare le persone<br />

sovrappeso o obese nella perdita dei<br />

chili di troppo. In questo caso, gli utenti<br />

sono invitati a mantenere in buono stato<br />

un hotel, che rappresenta il proprio<br />

organismo. Simile è Land of secret<br />

gardens, un gioco rivolto a ragazzi di 11-12<br />

anni, mirato a incentivare la vaccinazione<br />

contro l’Herpes papilloma virus (Hpv)<br />

per prevenire le infezioni dell’apparato<br />

genitale. In tal caso, l’organismo è<br />

paragonato, come suggerisce il nome, a un<br />

giardino segreto di cui avere cura. Sono in<br />

fase di sperimentazione anche altri giochi,<br />

focalizzati, per esempio, sulla prevenzione<br />

del virus Hiv e sulla riduzione del dolore<br />

cronico percepito.<br />

53


Centrale e<br />

Consapevole<br />

LA MEDICINA SI STA<br />

ORIENTANDO VERSO UN<br />

PAZIENTE EMPOWERED.<br />

DI QUALI COMPETENZE<br />

HA BISOGNO E COSA PUÒ<br />

FARE IL PAZIENTE PER<br />

ASSUMERSI LA PROPRIA<br />

RESPONSABILITÀ NEL<br />

PROCESSO DI CURA E<br />

PREVENZIONE?<br />

Caterina Lazzarini<br />

Giornalista scientifica e life coach.<br />

Ilenia La Leggia<br />

Career coach e docente<br />

del “Master in intelligenza<br />

emotiva” di Accademia<br />

della felicità, Milano.<br />

Il paziente al centro è il mantra del<br />

mondo della salute di questi anni, che si<br />

concretizza in una ricerca basata sulla<br />

genetica del paziente, in un linguaggio<br />

medico che scende dalla cattedra e si<br />

libera dei “paroloni”, in un packaging<br />

attento alle difficoltà del malato.<br />

Questo approccio capovolge il paradigma<br />

della cura e non sempre i pazienti<br />

sono disposti a mettersi al centro della<br />

propria salute o del processo di cura e<br />

guarigione. Essere al centro implica essere<br />

consapevoli di cosa si vuole e comunicarlo<br />

in modo comprensibile all’interlocutore,<br />

non solo essere informati correttamente<br />

e avere compreso il significato delle<br />

informazioni ricevute. Significa essere<br />

responsabili della propria salute e questo<br />

è un impegno che, in realtà, non tutti sono<br />

disposti a sostenere. Essere consapevoli,<br />

quindi, è il primo passo per essere al<br />

centro e responsabili della propria salute e<br />

dei processi di cura.<br />

Un paziente consapevole non è solo un<br />

paziente informato. È una persona che<br />

sale sul palco della salute conoscendo<br />

il copione, ma recitandolo con il colore<br />

dei propri valori, dei propri bisogni e dei<br />

propri confini e trovando altri attori che<br />

accolgono la sua interpretazione.<br />

È altresì importante che anche la personaprofessionista<br />

sanitario sia consapevole,<br />

perché solo in questo modo il colloquio e la<br />

relazione con la persona-paziente saranno<br />

in grado di produrre un reale processo<br />

terapeutico e di cura. E nessun medico<br />

si troverà a domandare: “Perché non fa<br />

quello che dico?”<br />

NON BASTA ESSERE<br />

INFORMATI<br />

Il termine consapevolezza deriva<br />

dall’unione di “con” e “sapere”, con-sapere,<br />

ovvero essere a conoscenza di qualcosa,<br />

rendersi conto di qualcosa.<br />

54


makinglife | giugno 2021<br />

Vivere consapevolmente vuol dire cercare<br />

di essere consci di tutto quello che<br />

riguarda le nostre azioni, i nostri bisogni,<br />

i nostri obiettivi e i nostri valori in tutte le<br />

aree della nostra vita (lavoro, relazioni,<br />

salute, famiglia, finanze, spiritualità)<br />

e significa farlo al meglio delle nostre<br />

capacità comportarci in accordo con<br />

quello che vediamo e sappiamo. Significa<br />

rispettare gli eventi reali senza cercare<br />

di eluderli o di negarli, essere concentrati<br />

su ciò che stiamo facendo mentre lo<br />

facciamo, significa individuare i nostri<br />

confini, il nostro scopo ed essere coscienti<br />

del nostro mondo interiore.<br />

La consapevolezza ci garantisce di vivere<br />

la vita che desideriamo rispondendo ai<br />

nostri bisogni più profondi e rispettando le<br />

nostre “condizioni”.<br />

Essere consapevoli, quindi, va ben al di là<br />

del concetto di conoscenza intellettuale.<br />

È una condizione in cui la cognizione<br />

di qualcosa si fa interiore, profonda,<br />

perfettamente armonizzata col resto della<br />

persona, in un tutt’uno coerente.<br />

È quel tipo di sapere che dà forma a chi<br />

siamo, alla condotta di vita, alla disciplina<br />

– rendendole autentiche – e denota uno<br />

stato frutto di un processo estremamente<br />

intimo, e di importanza cardinale.<br />

La consapevolezza è così importante da<br />

essere considerata in coaching il primo<br />

pilastro su cui si fonda l’autostima, che in<br />

tal senso è la reputazione che acquistiamo<br />

presso noi stessi.<br />

IMPARARE LA<br />

CONSAPEVOLEZZA<br />

Va da sé che la consapevolezza non si può<br />

inculcare: non è un dato o una nozione, e<br />

non ci arriva in dono il giorno del nostro<br />

18esimo compleanno. Però c’è una buona<br />

notizia: si può allenare.<br />

L’allenamento parte da due principi base:<br />

ascolto attivo, profondo e accogliente,<br />

e osservazione. Principi che possono<br />

sembrare semplici, ma ai quali non siamo<br />

culturalmente abituati. Difficilmente<br />

stiamo nel qui e ora, in connessione<br />

profonda con noi stessi, siamo troppo presi<br />

da quello che è successo o da quello che<br />

succederà nel nostro immediato futuro.<br />

Difficilmente ci “concediamo il permesso”<br />

di dichiarare i nostri bisogni, senza sentirci<br />

deboli e a disagio.<br />

Questa invece è la chiave per poter<br />

arrivare alle decisioni più giuste anche per<br />

la nostra salute.<br />

Quando ci sentiamo alla deriva e in<br />

trappola, è difficile prendere decisioni che<br />

ci mettano al centro senza farci sentire<br />

in colpa perché in qualche modo non<br />

stiamo soddisfacendo le aspettative altrui.<br />

L’approvazione degli altri crea dipendenza,<br />

ci illude che può renderci felici e ci dà<br />

quell’adrenalina che ci convince che<br />

stiamo andando nella giusta direzione.<br />

In realtà, nel percorso di salute è<br />

fondamentale liberarsi da queste<br />

convinzioni limitanti e concentrarsi su di sé<br />

invece che sull’essere sempre all’altezza<br />

delle aspettative, per riuscire ad ascoltare<br />

veramente e profondamente noi stessi.<br />

Sganciarci da tutto questo implica un<br />

grande lavoro di auto-conoscenza e un<br />

passaggio cruciale da cui spesso si tende<br />

a fuggire: stabilire i nostri limiti.<br />

Si crede che stabilire dei confini equivalga<br />

a sabotare le relazioni, ad allontanare gli<br />

altri. In realtà evoca chiarezza e identità, ci<br />

permette di riconoscere il nostro spazio e<br />

quello altrui.<br />

È quando non stabiliamo confini precisi<br />

che iniziamo a sabotarci, smettiamo di<br />

dire i nostri no e alimentiamo, negli altri,<br />

aspettative irrealistiche e snervanti per<br />

noi. Come si stesse parlando della loro e<br />

non della nostra salute.<br />

Tra lo stimolo e la<br />

risposta c’è uno spazio<br />

e in quello spazio sta<br />

tutto il nostro potere di<br />

scegliere, nella nostra<br />

risposta risiede la nostra<br />

crescita e la nostra<br />

libertà<br />

VIKTOR FRANKL<br />

Neurologo e psichiatra<br />

UN APPROCCIO ATTIVO<br />

Quando il paziente (o il professionista della<br />

salute) si trovano a ragionare sui propri<br />

bisogni e a chiedersi che cosa sia giusto<br />

per loro in un preciso momento, lo sforzo<br />

da fare è quello di andare più in profondità<br />

rispetto alla situazione contingente di<br />

salute o malattia. In sostanza, è importante<br />

ampliare la riflessione e il contesto<br />

temporale, ragionando più sul lungo<br />

periodo.<br />

La persona-paziente deve acquisire<br />

più consapevolezza al di là del disagio<br />

che sta vivendo e al sintomo che si<br />

sta manifestando mentre la personaprofessionista<br />

deve imparare a essere<br />

un facilitatore di questa consapevolezza,<br />

guidando il paziente in un percorso di<br />

conoscenza di sé e delle proprie esigenze.<br />

L’obiettivo è condurre il paziente a<br />

effettuare le giuste scelte (anche in ambito<br />

terapeutico) per garantirsi un decorso<br />

della malattia e in generale un percorso di<br />

guarigione più efficace.<br />

Diventare consapevoli di chi siamo, dei<br />

nostri bisogni, dei nostri confini, di quanto<br />

è accaduto nella nostra vita, di come siamo<br />

cambiati, di quale futuro ci sta davanti è<br />

un passo fondamentale. Chi è consapevole<br />

non subisce e non reagisce a ciò che<br />

accade, ma agisce, affronta, rielabora,<br />

è sveglio, presente e tiene ben saldo il<br />

timone della propria esistenza, salute<br />

compresa.<br />

Quattro azioni pratiche<br />

per esercitare<br />

la consapevolezza<br />

PRENDERCI DEL TEMPO<br />

PRIMA DI RISPONDERE A<br />

UNA RICHIESTA O A UNA<br />

SITUAZIONE<br />

COMUNICARE E RISPETTARE<br />

I NOSTRI BISOGNI E I NOSTRI<br />

IMPEGNI<br />

DARCI IL PERMESSO DI<br />

CAMBIARE IDEA<br />

ESPRIMERE LA NOSTRA<br />

OPINIONE<br />

55


PLa semantica<br />

del<br />

L’ACQUISIZIONE DI UN RUOLO SEMPRE PIÙ CENTRALE DA<br />

PARTE DEL PAZIENTE SI RIFLETTE ANCHE NELLA SCELTA DEI<br />

TERMINI VIA VIA IMPIEGATI PER INDICARLO<br />

aziente<br />

cambia con la<br />

Monica Torriani<br />

ocietà<br />

56


makinglife | giugno 2021<br />

In un tempo relativamente vicino, non ci si poteva permettere<br />

di esercitare il diritto alla sensibilità, o forse era la sensibilità<br />

generale a essere diversa: il medico aveva l’obiettivo di<br />

strappare il malato alle grinfie della morte e tutto il resto<br />

era un dettaglio di trascurabile importanza. Non deve, quindi,<br />

scandalizzare che molto sbrigativamente il malato venisse<br />

identificato col <strong>numero</strong> del letto che occupava in ospedale.<br />

La possibilità di discernere sulle questioni linguistiche<br />

non è però prerogativa della nostra epoca, se è vero che<br />

nell’antichità greca venivano tenute in grande considerazione<br />

la preparazione filosofica del medico e la sua dimestichezza<br />

con l’uso delle parole.<br />

Oggi, tuttavia, la percezione collettiva cambia con velocità<br />

supersonica, la scienza compie passi da gigante e<br />

l’ascesa della medicina predittiva e potenziativa estende<br />

smisuratamente la platea dei sani che si rivolgono al medico:<br />

in questo contesto, ha ancora senso raccontare di malattie e<br />

pazienti?<br />

Alle radici della terminologia<br />

La parola paziente deriva dal latino patiens, participio<br />

presente di patio, un verbo che racchiude il valore della<br />

sofferenza, ma anche della sopportazione. Nel termine è<br />

la dimensione del patimento e della passività espressa dal<br />

subire il dolore in una posizione subordinata.<br />

Ma la condizione del paziente che si sottopone a trattamenti<br />

sanitari senza profferire parola è stata di fatto ribaltata<br />

dall’avvento, alla fine degli anni ’60, della patientcentered<br />

medicine, che ha sostanzialmente delegittimato<br />

l’atteggiamento paternalistico del medico nella relazione<br />

di cura. Oggi, i dibattiti accesi sui vaccini e sulla medicina<br />

difensiva testimoniano che i ruoli si stanno invertendo e che<br />

di pazienza ne è rimasta ben poca.<br />

Ma, per soppiantare il termine, occorre immaginare un valido<br />

sostituto, che incontri la stessa fortuna in termini di efficacia<br />

comunicativa. Una parola che si faccia perdonare la perdita<br />

del parallelismo con le altre lingue europee. In inglese,<br />

l’unico vocabolo con cui viene definito il paziente in ambito<br />

strettamente sanitario è patient, che diventa client nell’ambito<br />

dell’assistenza legale. Lo stesso, a meno di una diversa<br />

pronuncia, per il francese, per il tedesco (almeno al maschile,<br />

dacché il femminile è patientin) e, con una minima variazione,<br />

per lo spagnolo (paciente), che conserva decisa distinzione<br />

dall’assistito (beneficiario).<br />

Superare il concetto di passività<br />

Un vocabolo che piace discretamente alle associazioni di<br />

categoria dei medici è assistito. Un termine che, tuttavia,<br />

sottolinea ancor di più la condizione di passività di chi<br />

vorrebbe essere curato, anche nell’etimologia: assistere<br />

(ad-sistere) è un verbo latino che può essere tradotto con<br />

l’espressione stare accanto, un’espressione che indica un<br />

atteggiamento di solidarietà, proprio per questo unilaterale.<br />

Perché il paziente sia al centro della cura, è imprescindibile<br />

che abbia un ruolo attivo o che, almeno, non sia “oggetto” di<br />

assistenza da parte del medico.<br />

Riconoscere la particolarità<br />

La Costituzione apre un’altra prospettiva; nell’articolo<br />

32, quello concernente la tutela della salute, non parla di<br />

paziente, ma di individuo (nella sua accezione giuridica<br />

indistinta) e di persona (per gli aspetti di autodeterminazione<br />

della salute). Anche la Convenzione di Oviedo, il primo trattato<br />

internazionale in materia di bioetica, fa riferimento alla<br />

persona, all’uomo e all’essere umano.<br />

Il termine “persona” deriva dall’etrusco e indica la maschera<br />

dell’attore e il personaggio che con questa si intende<br />

rappresentare; qualifica l’individuo distinguendolo dai suoi<br />

simili e ne evidenzia le componenti relazionali, la coscienza di<br />

sé e la dignità.<br />

Il senso di questo vocabolo si completa con l’introduzione<br />

della medicina personalizzata, che tiene conto della<br />

molteplicità dei bisogni personali, a cui occorre rispondere<br />

con terapie tailor-made.<br />

COSTITUZIONE ITALIANA – ART. 32<br />

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto<br />

dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce<br />

cure gratuite agli indigenti.<br />

Nessuno può essere obbligato a un determinato<br />

trattamento sanitario se non per disposizione di legge.<br />

La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal<br />

rispetto della persona umana.<br />

“La persona è una<br />

sostanza la cui<br />

caratteristica specifica<br />

riguarda la sua dignità”<br />

Tommaso D’Aquino – Summa Theologiæ<br />

57


Il baricentro della<br />

comunicazione dalla<br />

malattia al paziente<br />

DURANTE UNA CONSULTAZIONE<br />

CLINICA, IL PROFESSIONISTA<br />

SANITARIO DEVE ABBANDONARE<br />

I TECNICISMI E ABBRACCIARE<br />

LE QUATTRO DIMENSIONI CHE<br />

IL PAZIENTE PORTA CON SÉ<br />

DURANTE UNA MALATTIA: IDEE,<br />

SENTIMENTI, ASPETTATIVE E<br />

CONTESTO<br />

Monica Torriani<br />

58


makinglife | giugno 2021<br />

Nelle parole è insito un<br />

potenziale effetto iatrogeno<br />

che si somma a quello<br />

generato dall’insieme dei<br />

trattamenti cui si sottopone<br />

il paziente. Un’azione che<br />

molti hanno cercato di<br />

quantificare e qualcuno è<br />

riuscito a raccontare con<br />

delicata empatia, come<br />

è accaduto al neurologo<br />

Fabrizio Benedetti, che<br />

ha studiato gli effetti<br />

farmacologici scatenati<br />

dall’interazione con pazienti<br />

affetti da patologie gravi.<br />

In generale, le fasi della<br />

terapia nelle quali le parole<br />

sembrano assumere un<br />

valore strategico sono<br />

quelle della prescrizione<br />

di nuovi trattamenti, della<br />

spiegazione di cosa sia<br />

un consenso informato,<br />

della presentazione di una<br />

diagnosi che non dissolve i<br />

dubbi, e della preparazione<br />

dei pazienti a procedure<br />

dolorose o invasive.<br />

LA MALATTIA<br />

AL CENTRO<br />

Temuta nell’approccio al<br />

consulto medico, indagata<br />

durante l’anamnesi,<br />

esplorata in fase<br />

diagnostica, aggredita<br />

con le terapie, la malattia<br />

ha inevitabilmente<br />

rappresentato per secoli<br />

il soggetto principale<br />

dell’interazione medicopaziente.<br />

Dapprima nel tentativo di<br />

formulare una diagnosi,<br />

poi nella stesura del<br />

piano di terapia e ancora<br />

nel follow up è stato<br />

storicamente più immediato<br />

concentrarsi sui sintomi,<br />

sulla loro scomparsa o<br />

esacerbazione, piuttosto<br />

che sul paziente come<br />

elemento di unicità.<br />

Il successo di questo<br />

approccio, che si presta<br />

all’oggettivizzazione e<br />

alla standardizzazione<br />

galileiana, è legittimato<br />

dalla piena compatibilità<br />

con il metodo scientifico.<br />

Ma scricchiola sotto<br />

i pesanti passi<br />

dell’innovazione, che<br />

procedono speditamente<br />

verso un mondo che ha<br />

superato la logica binaria,<br />

ha abbandonato la cara,<br />

vecchia questione di vita<br />

o di morte, per concedersi<br />

all’ambiguità delle zone<br />

grigie, a concetti facilmente<br />

sfuggenti – come la qualità<br />

di vita – diventate nel<br />

frattempo un nuovo habitat<br />

delle scienze mediche.<br />

IL MEDICO<br />

CONFRONTA,<br />

IL PAZIENTE<br />

ASSOLUTIZZA<br />

Com’è noto, per effetto<br />

dell’amplificazione<br />

viscerosomatica, la<br />

stessa noxa patogena può<br />

produrre infinite sfumature<br />

di uno stesso sintomo,<br />

diversi gradi di sofferenza<br />

e lasciare un ricordo del<br />

tutto soggettivo, in funzione<br />

della sensibilità personale<br />

e delle circostanze fisiche,<br />

psicologiche ed emotive<br />

nelle quali si trova il<br />

paziente.<br />

Nell’interazione, tuttavia,<br />

il medico di base, lo<br />

specialista, il referente per<br />

la sperimentazione clinica,<br />

e il farmacista hanno<br />

bisogno di riferimenti<br />

precisi. Mentre il paziente<br />

si sente legittimamente<br />

al centro del suo<br />

palcoscenico, all’interno<br />

di una scena dalla quale<br />

59


peraltro avrebbe preferito<br />

tenersi fuori, l’operatore<br />

sanitario tende a riportare<br />

il singolo caso a una<br />

categoria più generale e<br />

da lui più agevolmente<br />

leggibile.<br />

Ed è nel tentativo di<br />

attribuire un valore<br />

al sintomo, fedele<br />

indice dell’effettivo<br />

quadro clinico, che il<br />

professionista incastona<br />

nel racconto arzigogolato<br />

e apparentemente confuso<br />

del paziente interruzioni<br />

e puntualizzazioni,<br />

comportamenti di cut<br />

off che hanno lo scopo<br />

di riportare lo scambio<br />

a un piano di maggiore<br />

oggettività.<br />

VERSO UN<br />

NUOVO<br />

MODELLO<br />

Il fallimento del modello<br />

disease centered ha<br />

aperto molti dibattiti sulle<br />

possibili evoluzioni della<br />

comunicazione al paziente.<br />

La volontà di estendere<br />

il campo di osservazione<br />

dell’operatore sanitario, di<br />

leggere il disturbo come<br />

una complessità personale<br />

e sociale ha portato alla<br />

nascita del paradigma<br />

biopsicosociale, secondo<br />

il quale la comprensione<br />

della malattia può<br />

realizzarsi solo attraverso<br />

lo studio degli aspetti<br />

biologici, psicologici e<br />

sociali in cui si sviluppa nei<br />

singoli pazienti.<br />

Un approccio lodevole, ma<br />

dispersivo.<br />

D’altronde, se il<br />

coinvolgimento del paziente<br />

sembra essere un punto<br />

irrinunciabile, non è stato<br />

sempre chiaro su quali<br />

leve agire per generare<br />

engagement.<br />

Informare il paziente fin<br />

nei minimi particolari,<br />

metterlo al corrente di<br />

tutti i risvolti della sua<br />

malattia, descrivere<br />

minuziosamente le terapie<br />

prescritte: potrebbe essere<br />

una strategia efficace?<br />

Forse in un mondo ideale,<br />

poiché nella realtà si è<br />

osservato che conoscere<br />

tutte le reazioni avverse dei<br />

farmaci assunti aumenta<br />

la frequenza con cui<br />

questi vengono avvertiti e<br />

riportati.<br />

La stessa esistenza<br />

dell’effetto nocebo è<br />

testimonianza di questo<br />

importante aspetto, la<br />

cui gestione pone più di<br />

qualche interrogativo etico.<br />

Mentre l’evoluzione delle<br />

tecnologie biomediche<br />

permette la rilevazione<br />

di dettagli sempre più<br />

sofisticati, ci si domanda<br />

quale reale contributo<br />

possa offrire alla terapia la<br />

comunicazione al paziente<br />

di dati privi di valore<br />

diagnostico.<br />

COMUNICARE<br />

IL RISCHIO<br />

È tuttavia non solo opinione<br />

diffusa ma legge che il<br />

paziente debba essere a<br />

conoscenza del rischio<br />

connesso a un trattamento<br />

o a una procedura, inteso<br />

come probabilità che a<br />

seguito di essi si verifichi<br />

un danno o una lesione.<br />

Si tratta di un fenomeno<br />

che oggi stiamo vivendo<br />

in maniera amplificata.<br />

La diffusione di dati di<br />

farmacovigilanza sul<br />

vaccino AstraZeneca<br />

non accompagnati da<br />

adeguata comunicazione<br />

dei meccanismi con cui<br />

questa scienza si muove<br />

ha generato comprensibile<br />

e prevedibile allarme nella<br />

popolazione, e messo a<br />

rischio l’engagement del<br />

pubblico nella campagna<br />

vaccinale.<br />

Piuttosto che chiedersi<br />

se informare il paziente,<br />

sarebbe opportuno<br />

domandarsi come<br />

farlo, dal momento che<br />

la strutturazione del<br />

messaggio influenza<br />

la sua percezione delle<br />

informazioni e quindi i<br />

comportamenti finali.<br />

E tenere conto del livello di<br />

alfabetizzazione sanitaria<br />

della popolazione a cui<br />

l’informazione è destinata.<br />

Inoltre, poiché la<br />

comunicazione è un<br />

processo biunivoco, è<br />

assolutamente necessario<br />

che il paziente vi partecipi<br />

con ruoli attivi di primaria<br />

importanza. Ad esempio,<br />

riportando la propria<br />

esperienza personale<br />

con i farmaci, fornendo<br />

il proprio parere sulla<br />

comprensibilità e la<br />

pertinenza dei messaggi<br />

prodotti, partecipando<br />

all’elaborazione dei<br />

documenti diretti al<br />

pubblico – come i<br />

foglietti illustrativi e le<br />

comunicazioni in materia<br />

di sicurezza – supportando<br />

i media con elementi di<br />

storytelling della malattia.<br />

CIÒ CHE IL<br />

PAZIENTE<br />

PORTA CON SÉ<br />

Per arrivare a una<br />

descrizione completa della<br />

malattia, si è quindi giunti<br />

alla conclusione che sia<br />

necessario andare oltre il<br />

mero elenco dei sintomi, per<br />

includere l’insieme di idee,<br />

sentimenti, aspettative e<br />

contesto che accompagnano<br />

il paziente e ne costituiscono<br />

la cosiddetta “agenda”.<br />

Nell’ambito della<br />

consultazione clinica,<br />

la comunicazione deve<br />

permettere di abbracciare<br />

queste quattro dimensioni<br />

che il paziente porta con sé e<br />

con la sua malattia.<br />

Il professionista raccoglie<br />

informazioni finalizzate alla<br />

costruzione di un quadro<br />

60


makinglife | giugno 2021<br />

dettagliato, generalmente<br />

con una strategia open-toclose<br />

nella quale a domande<br />

aperte, necessarie a mettere<br />

a fuoco la circostanza in<br />

maniera più grossolana,<br />

seguono approfondimenti<br />

puntuali di completamento.<br />

In questa fase la capacità di<br />

ascolto dell’operatore e la<br />

sua abilità nell’utilizzo delle<br />

tecniche di continuazione<br />

mettono il paziente nella<br />

condizione di riportare il suo<br />

vissuto di malattia senza<br />

essere inibito da interruzioni<br />

e chiarimenti.<br />

È nella seconda fase dello<br />

scambio che il paziente<br />

vede restituite informazioni<br />

circa il suo stato di salute.<br />

Ed è qui che, al fine di<br />

generare engagement e<br />

favorire l’aderenza alla<br />

terapia, la comunicazione<br />

richiede chiarezza espositiva<br />

e l’abolizione di inutili e<br />

fuorvianti tecnicismi.<br />

Infine, al di là delle<br />

circostanze estemporanee,<br />

occorre costruire una<br />

relazione con il paziente,<br />

oltrepassare il concetto dello<br />

scambio di informazioni,<br />

seppure rilevanti, per<br />

sconfinare in un territorio<br />

nel quale tecniche e<br />

strategie possono ben poco<br />

e ci si deve affidare alla<br />

potenza del dialogo. Perché<br />

la relazione evolve nel<br />

tempo, intensificandosi nei<br />

momenti di riacutizzazione<br />

della malattia e rispondendo,<br />

per quanto consentito<br />

dalle conoscenze, alle<br />

preoccupazioni vere del<br />

paziente e non al bisogno di<br />

adempiere al commitment<br />

della completezza<br />

scientifica.<br />

61


62


makinglife | giugno 2021 | <strong>numero</strong> tre<br />

PRODUCTION<br />

Pharma Telling & Industry 63


Valentina Guidi<br />

Non sempre la corretta assunzione dei farmaci e l’aderenza alla terapia dipendono dalla chimica del<br />

prodotto o dalla fisiologia. Per molti pazienti, ad esempio anziani o in età pediatrica, le criticità<br />

possono essere legate anche al tipo di formulazione o al packaging. Uno studio ha mostrato che fino<br />

al 25% di tutti gli errori terapeutici nascono dalla confusione con il nome del prodotto e il 33% sono<br />

attribuibili a equivoci legati alla confezione o all’etichettatura. Si tratta di errori non trascurabili, che<br />

provocano ogni anno migliaia di morti e milioni di dollari di costi.<br />

64


IL RISCHIO<br />

DEI FARMACI SOSIA<br />

È importante ridurre al minimo le possibilità<br />

di un errore terapeutico, cosa che può accadere<br />

quando si utilizzano farmaci LASA (Look-alike/soundalike).<br />

Conosciuti anche con la dicitura sosia, questi<br />

farmaci hanno nomi commerciali simili o confezioni che si<br />

assomigliano, tanto da poter indurre in errore e provocare<br />

la somministrazione di un farmaco al posto di un altro.<br />

Lo sbaglio può essere commesso non solo a livello<br />

domiciliare ma anche dal farmacista al momento<br />

dell’acquisto o dal personale sanitario, come<br />

confermato dall’esperienza del Centro antiveleni<br />

dell’Ospedale Niguarda di Milano: ecco perché<br />

differenziare nettamente a livello grafico<br />

e fonetico un farmaco può fare<br />

la differenza.<br />

CHI SOMMINISTRA<br />

IL FARMACO<br />

ISTRUZIONI<br />

(IN)COMPRENSIBILI<br />

makinglife | giugno 2021<br />

Il foglietto illustrativo rappresenta per il paziente<br />

una vera e propria guida all’uso del farmaco<br />

e dovrebbe quindi riportare tutte le informazioni<br />

necessarie “in modo da risultare facilmente<br />

leggibile e chiaramente comprensibile” (come<br />

recita il DL 219/20<strong>06</strong> che recepisce la direttiva<br />

europea in materia). Nonostante gli indubbi<br />

sforzi prodotti finora per rendere più accessibile<br />

il foglietto illustrativo, una recente indagine di<br />

AFI ha rilevato che quasi l’80% dei pazienti<br />

ritiene debba ancora essere migliorato (vedi<br />

articolo sul foglietto illustrativo elettronico).<br />

In molti caso il paziente non assume il<br />

farmaco da solo: l’onere spetta al personale<br />

sanitario oppure, molto più spesso, a un caregiver,<br />

generalmente non in possesso di specifica formazione.<br />

Soprattutto in quest’ultimo caso, la somministrazione<br />

del farmaco deve essere il più semplice possibile, magari<br />

agevolata da dispenser o siringhe con l’indicazione del<br />

dosaggio corretto. Creare un momento rilassato<br />

quando bisogna somministrare il farmaco è un<br />

buon metodo per rendere l’assunzione della<br />

medicina psicologicamente accettabile per<br />

il paziente e quindi aumentare l’efficacia<br />

della terapia.<br />

UN SAPORE GRADEVOLE<br />

Gli aromi rappresentano un ostacolo importante<br />

nella formulazione di farmaci, soprattutto per quelli<br />

a uso pediatrico. Se pensiamo alle specialità liquide<br />

somministrate per via orale, le più diffuse tra i piccoli<br />

pazienti, forse il maggiore ostacolo da superare è proprio<br />

quello del sapore. Il senso del gusto dei bambini, infatti,<br />

è differente rispetto a quello degli adulti e, nonostante il<br />

suo sviluppo inizi già durante la gestazione, la completa<br />

maturazione avviene solo durante l’adolescenza.<br />

Il risultato è che formulazioni orali con un sapore<br />

percepito come “cattivo” possono essere poco efficaci,<br />

non tanto a livello farmacologico, ma proprio per la<br />

difficoltà di assicurarsi una corretta somministrazione.<br />

Tuttavia, per l’adulto che deve formulare il farmaco, è<br />

difficile capire quando un gusto può essere accettato di<br />

buon grado da un bambino (vedi articolo a pag. 62).<br />

L’AIUTO DELLE NUOVE<br />

TECNOLOGIE<br />

Per rendere l’assunzione di una medicina accettabile<br />

o addirittura divertente possono concorrere anche le<br />

nuove tecnologie. La recente applicazione della stampa<br />

3D alla produzione di farmaci ha infatti aperto scenari<br />

molto promettenti legati alle caratteristiche intrinseche<br />

di questo metodo di produzione. Le stampanti 3D<br />

permettono di ottenere compresse dalla solubilità<br />

molto accentuata, perfette per chi ha problemi di<br />

deglutizione oppure di inserire diverse specialità nella<br />

stessa compressa, così da evitare di ripetere più volte<br />

l’operazione di somministrazione nel caso di terapie<br />

complesse. Un altro vantaggio deriva dal<br />

fatto che personalizzare un farmaco è molto più<br />

semplice rispetto ai metodi produttivi tradizionali: la<br />

stampa 3D infatti permette di ottenere piccole quantità<br />

di prodotto, caratteristica che si sposa perfettamente<br />

con l’aggiunta di eccipienti particolari a seconda delle<br />

esigenze del paziente. Inoltre, questa metodologia<br />

prevede un consumo nel breve periodo, cosa che<br />

minimizza i problemi di stabilità che potrebbero esserci<br />

con l’aggiunta di questi ingredienti. Grazie a colori<br />

brillanti, aromi gradevoli e persino forme inconsuete si<br />

può conferire all’assunzione del farmaco un carattere<br />

giocoso, molto adatto nei casi in cui il paziente è un<br />

bambino.<br />

65


LA<br />

FORMA<br />

E<br />

IL<br />

CONTENUTO<br />

Oltre a rispettare le rigide<br />

normative di sicurezza, il packaging<br />

farmaceutico si evolve di pari<br />

passo con l’esigenza di facilitare<br />

il paziente nell’assunzione dei<br />

prodotti medicinali<br />

Paolo Egasti<br />

66


makinglife | giugno 2021<br />

La regolamentazione del<br />

packaging nel settore<br />

farmaceutico tocca aspetti<br />

come sicurezza, igiene,<br />

qualità e precisione, e impone<br />

standard estremamente<br />

elevati al fine di tutelare<br />

l’utente.<br />

Tra le <strong>numero</strong>se prerogative<br />

del confezionamento,<br />

la prima ed essenziale<br />

riguarda la protezione del<br />

prodotto dalle influenze<br />

esterne (luce, umidità,<br />

ossigeno, contaminazione<br />

biologica, danno meccanico).<br />

Il contenitore deve inoltre<br />

essere compatibile con il<br />

prodotto: è infatti essenziale<br />

che il prodotto non sia<br />

modificato dal packaging,<br />

e viceversa. La scelta del<br />

materiale di packaging<br />

viene testata per stabilità e<br />

compatibilità – quasi fosse<br />

essa stessa il prodotto<br />

medicinale – con rigorosi<br />

controlli di qualità fin dalle<br />

fasi molto precoci di sviluppo.<br />

Garantire la sicurezza è<br />

infatti un aspetto essenziale<br />

del packaging.<br />

L’esempio classico riguarda<br />

i tappi con chiusura a prova<br />

di bambino, di cui sono state<br />

sviluppate diverse versioni<br />

fin dagli anni ’60 negli Stati<br />

Uniti. In questo modo, grazie<br />

alla confezione, si sono ridotti<br />

i casi di avvelenamento<br />

accidentale; oggi è una<br />

normale procedura eseguita<br />

in tutto il mondo, codificata in<br />

norme e linee guida, con test<br />

obbligatori specifici.<br />

Ma ogni medaglia ha il suo<br />

rovescio: se da un lato la<br />

chiusura di sicurezza evita<br />

aperture indesiderate, d’altra<br />

parte potrebbe essere<br />

difficilmente utilizzabile<br />

da pazienti anziani o con<br />

patologie che impediscono<br />

di esercitare la forza o<br />

la precisione necessaria.<br />

Accade allora che alcune<br />

tipologie di pazienti spesso<br />

preferiscono acquistare<br />

confezioni di prodotti con<br />

aperture tradizionali, se<br />

disponibili. I cambiamenti<br />

demografici, come il<br />

crescente <strong>numero</strong> di persone<br />

anziane, pongono dunque<br />

nuove sfide ai progettisti<br />

di packaging. In base<br />

alla tipologia di farmaco<br />

occorre considerare qual è<br />

la categoria di soggetti che<br />

può averne maggiormente<br />

bisogno e valutare caso per<br />

caso quale apertura è più<br />

opportuna (sempre al fine<br />

di facilitare l’utilizzatore<br />

senza venir meno alle<br />

caratteristiche di sicurezza).<br />

67


USER FRIENDLY<br />

Esercitare creatività nel<br />

packaging non è sempre<br />

facile, dovendo rispettare<br />

regole molto rigide e tener<br />

conto anche della filiera<br />

industriale di produzione e<br />

di distribuzione. Ma, oltre a<br />

tutte le esigenze pratiche<br />

e di sicurezza che deve<br />

soddisfare, al packaging si<br />

chiede sempre più spesso di<br />

essere anche user friendly.<br />

ASSISTENZA AL<br />

PAZIENTE<br />

Oltre alla basilare funzione<br />

di protezione del prodotto<br />

il packaging riveste anche<br />

un significativo ruolo di<br />

comunicazione con l’utente<br />

e di facilitazione al corretto<br />

utilizzo: sia con materiale<br />

scritto (foglietto illustrativo ed<br />

eventualmente inserti di altro<br />

tipo), sia con la confezione<br />

stessa, che avrà una certa<br />

forma, si aprirà in un certo<br />

modo, avrà un certo colore.<br />

Una buona progettazione<br />

generale della confezione<br />

diventa un fattore centrale nel<br />

far sentire il paziente a proprio<br />

agio con il prodotto, e questo<br />

ha conseguenze positive.<br />

Il packaging e l’etichettatura<br />

possono inoltre aiutare a<br />

rafforzare le istruzioni fornite<br />

dal medico o dal farmacista.<br />

Da questo punto di vista il<br />

packaging diventa un aiuto per<br />

garantire la compliance.<br />

Per contro, un packaging non<br />

accurato può portare a errori<br />

di assunzione del prodotto. Se<br />

un farmaco è in commercio<br />

in diversi dosaggi sarebbe<br />

opportuno differenziare<br />

il loro confezionamento<br />

secondario, per esempio con<br />

un codice colore, o comunque<br />

evidenziando il dosaggio in<br />

modo molto evidente e di<br />

immediata lettura. Può perfino<br />

essere l’autorità regolatoria a<br />

chiedere modifiche di questo<br />

tipo, se riceve segnalazioni in<br />

proposito.<br />

O pensiamo al caso di<br />

un’azienda che immette<br />

sul mercato un nuovo<br />

prodotto ricalcando il nome<br />

di un precedente prodotto di<br />

successo, ma con una diversa<br />

via di somministrazione:<br />

c’è un notevole rischio che<br />

gli utenti abituati al primo<br />

prodotto utilizzino la stessa<br />

via di somministrazione<br />

del prodotto già noto, con<br />

conseguenze e rischi più o<br />

meno gravi a seconda dei<br />

casi, ma quasi sicuramente<br />

con efficacia ridotta, se non<br />

nulla (e ricordiamo che in<br />

farmacovigilanza la mancanza<br />

di efficacia è considerata un<br />

evento avverso).<br />

Un caso in cui è l’integrità del<br />

prodotto a essere garantita<br />

dal packaging è quello della<br />

soluzione parenterale in cui il<br />

contenitore di vetro dispone<br />

di chiusura con elastomero<br />

(accuratamente selezionato<br />

in base al tipo di prodotto<br />

contenuto nel flacone)<br />

tenuto in posizione da un<br />

cerchio di alluminio; questa<br />

modalità infatti minimizza<br />

le possibili contaminazioni<br />

e rende l’utilizzo sicuro,<br />

senza pregiudicare la facilità<br />

di utilizzo anche per i non<br />

professionisti. Per inciso, la<br />

scelta di un tipo di gomma<br />

sbagliato potrebbe risultare<br />

incompatibile con un dato<br />

prodotto, o non garantire la<br />

sterilità. Per affermare che una<br />

chiusura in gomma è adatta<br />

a un dato prodotto occorrono<br />

studi di stabilità, e devono<br />

essere soddisfatti i requisiti<br />

richiesti dalle farmacopea del<br />

luogo in cui il prodotto sarà<br />

commercializzato.<br />

Il packaging d’altra parte<br />

evolve di pari passo con la<br />

formulazione dei prodotti.<br />

La via di somministrazione<br />

di un prodotto a volte può<br />

cambiare, per andare<br />

incontro a esigenze<br />

di usabilità. Nuove<br />

formulazioni naturalmente<br />

richiedono packaging<br />

adeguati. Qualche esempio<br />

comprende gli stick pack<br />

per polvere orosolubile,<br />

i sacchetti per soluzione<br />

orale da ricostituire in<br />

acqua, i tubi di alluminio per<br />

compresse masticabili.<br />

Un altro modo in cui il<br />

packaging può mettersi<br />

al servizio dell’utente<br />

riguarda i prodotti monouso,<br />

o comunque forniti nella<br />

quantità esatta, per evitare<br />

avanzi. Un collirio potrà<br />

dunque essere fornito in<br />

confezione singola, al fine<br />

di evitare contaminazioni<br />

batteriche dopo l’apertura.<br />

Un antibiotico potrà essere<br />

confezionato nella giusta<br />

quantità per la terapia, al<br />

fine di limitare i costi ed<br />

evitare abusi che potrebbero<br />

contribuire all’antibioticoresistenza.<br />

68


makinglife | giugno 2021<br />

Negli ultimi anni, packaging<br />

“amico” significa anche<br />

avere la possibilità di poterlo<br />

facilmente avviare al riciclo<br />

o a un corretto smaltimento<br />

in modo che non sia<br />

inquinante; la sensibilità del<br />

pubblico si è molto evoluta<br />

in questo senso.<br />

Le stesse considerazioni di<br />

usabilità si possono fare per<br />

il farmaco veterinario.<br />

In questo caso non è il<br />

paziente a utilizzare il<br />

prodotto ma un caregiver.<br />

Avere ad esempio il<br />

prodotto in una grossa<br />

siringa a vite graduata<br />

(anziché in un semplice<br />

tubetto) può facilitare la<br />

somministrazione della<br />

giusta quantità, a patto che<br />

sia chiaro come si usa la<br />

siringa e come misurare<br />

in modo esatto la quantità<br />

necessaria.<br />

CHIP IN<br />

I noti principi di usabilità,<br />

sicurezza, tracciabilità<br />

vengono ribaditi e aggiornati<br />

ai tempi moderni e alle<br />

innovazioni tecniche<br />

disponibili, e assumeranno<br />

forme sempre nuove con lo<br />

smart packaging.<br />

La digitalizzazione sta<br />

già trasformando – e in<br />

futuro trasformerà sempre<br />

più profondamente –<br />

l’industria del packaging.<br />

Dai processi ai servizi, dalle<br />

relazioni commerciali, ai<br />

controlli di contraffazione.<br />

L’integrazione di un chip<br />

nel confezionamento<br />

primario renderà possibile<br />

l’inserimento del prodotto<br />

in un ecosistema digitale<br />

complesso, che riguarderà<br />

tutti gli aspetti del prodotto<br />

stesso. A partire da una<br />

elevatissima automazione<br />

della filiera produttiva e<br />

distributiva, in cui sarà il<br />

packaging a controllare<br />

i macchinari. Un altro<br />

processo che risulterà<br />

facilitato è il monitoraggio<br />

remoto e complessivo della<br />

shelf-life del farmaco,<br />

per parametri come<br />

temperatura, umidità,<br />

irraggiamento luminoso.<br />

L’importanza sta ovviamente<br />

nel fatto che queste variabili<br />

potrebbero influenzare<br />

significativamente lo stato<br />

di conservazione e, in<br />

ultima analisi, l’efficacia<br />

del farmaco. Il chip potrà<br />

interagire con svariati<br />

dispositivi elettronici,<br />

compresi quelli del paziente.<br />

Esistono già applicativi<br />

che fondono il mondo<br />

fisico e quello digitale,<br />

fornendo informazioni<br />

organizzate sul prodotto<br />

da assumere. Per il tramite<br />

della confezione stessa il<br />

paziente potrà accedere<br />

facilmente a informazioni e<br />

supporto ai propri bisogni.<br />

Il packaging diventa un<br />

punto di accesso dell’utente<br />

al mondo digitale, a<br />

partire dalle modalità<br />

di somministrazione<br />

e di utilizzo, con scopi<br />

molteplici, tutti basati sulla<br />

comunicazione con l’utente<br />

finale. Si potrà creare una<br />

rete di contatti immediati<br />

tra paziente, medico e<br />

produttore, con l’obiettivo<br />

finale di fornire servizi per<br />

migliorare l’aderenza del<br />

paziente alla terapia.<br />

Gli applicativi associati<br />

ai chip, inoltre, potranno<br />

fornire diverse funzioni<br />

di facilitazione: dal<br />

promemoria dell’orario<br />

di somministrazione fino<br />

all’ordine di una nuova<br />

confezione in farmacia<br />

prima che quella in uso<br />

sia terminata. Un altro<br />

vantaggio rilevante<br />

riguarda la possibilità per<br />

i produttori di gestire in<br />

modo più semplice i farmaci<br />

personalizzati.<br />

In questo scenario<br />

complessivo da un lato il<br />

paziente ottiene più servizi<br />

ed è più assistito, dall’altro<br />

le aziende sono facilitate<br />

nella gestione di tutta la<br />

vita del prodotto e possono<br />

raccogliere dati generati<br />

dall’utente. L’analisi di tali<br />

dati potrà anche permettere<br />

di progettare nuovi servizi<br />

di valore aggiunto, in un<br />

sistema basato in maniera<br />

sempre crescente su<br />

feedback e integrazione.<br />

Il packaging si evolve. Con la<br />

sua parte fisica e con la sua<br />

parte smaterializzata nella<br />

digitalizzazione diventerà<br />

un’interfaccia ancora più<br />

rilevante per il consumatore.<br />

69


NASCE IL FOGLIO<br />

ILLUSTRATIVO<br />

ELETTRONICO<br />

Daniele Martini<br />

Un gruppo di<br />

lavoro AFI sta<br />

sviluppando<br />

una versione<br />

elettronica del<br />

documento per<br />

rendere più<br />

comprensibili,<br />

chiare e<br />

aggiornate le<br />

informazioni sui<br />

farmaci<br />

Nonostante il lavoro svolto negli ultimi<br />

anni da enti regolatori e aziende<br />

farmaceutiche, sembra che l’obiettivo<br />

di rendere il foglio illustrativo più<br />

user friendly non sia ancora stato<br />

raggiunto. Secondo un’indagine<br />

su 2.000 partecipanti condotta da<br />

AFI attraverso i social media, nove<br />

pazienti su dieci ritengono i fogli<br />

illustrativi (FI) ancora da migliorare.<br />

Il 20% degli intervistati rinuncia<br />

addirittura a leggerli: di questi, il<br />

40% è dissuaso dalla complessità<br />

dei contenuti o dalla forma con cui<br />

vengono presentati. La situazione<br />

peggiora con l’età: nella fascia tra<br />

i 70 e gli 85 anni, il 50% trascura<br />

il foglietto perché lo ritiene poco<br />

comprensibile e tra gli over 85, tre<br />

su quattro vorrebbero un linguaggio<br />

più semplice. La fruibilità del FI<br />

è un elemento da non trascurare<br />

perché interferisce con la possibilità<br />

di accesso alle informazioni sul<br />

farmaco per molti cittadini-pazienti,<br />

soprattutto per soggetti fragili, come<br />

gli anziani e gli ipovedenti.<br />

70


makinglife | giugno 2021<br />

PERCHÉ NON LEGGE O LEGGE RARAMENTE IL FOGLIETTO ILLUSTRATIVO?<br />

Preferenze per fascia di età<br />

è poco utile<br />

è poco comprensibile<br />

conosco il farmaco che assumo (consumo abituale)<br />

non mi fido delle informazioni che vi sono contenute<br />

il medico e/o il farmacista mi forniscono tutte le informazioni necessarie<br />

cerco le informazioni su internet per mio conto<br />

1,56%<br />

12,50%<br />

45,31%<br />

1,56%<br />

32,81%<br />

6,25%<br />

12%<br />

20%<br />

40%<br />

4%<br />

24%<br />

0%<br />

4,17%<br />

25%<br />

31,25%<br />

6,25%<br />

29,17%<br />

4,17%<br />

0,00%<br />

50%<br />

25%<br />

20%<br />

5%<br />

0%<br />


CHE<br />

4<br />

°RIVOLUZIONE<br />

°<br />

LA INDUSTRIALE<br />

ABBIA<br />

INIZIO!<br />

72


makinglife | giugno 2021<br />

LA BLOCKCHAIN È<br />

DESTINATA A DIVENTARE<br />

UNA TECNOLOGIA CHIAVE<br />

PER L’INNOVAZIONE, ANCHE<br />

NELL’AMBITO DELLA SUPPLY<br />

CHAIN. IL WORLD ECONOMIC<br />

FORUM HA PUBBLICATO UN<br />

TOOLKIT INDIRIZZATO ALLE<br />

ORGANIZZAZIONI CHE VOGLIONO<br />

IMPLEMENTARLA<br />

Luca De Toro<br />

VERSO LA VALUE CHAIN<br />

Nei giorni del primo “Global technology governance summit<br />

(Gtgs)”, il 6 e 7 aprile a Tokyo, sono emerse alcune questioni:<br />

“le nuove tecnologie digitali possono davvero aiutare il mondo<br />

a migliorare? Sono in grado di assicurare una ripresa dalla<br />

attuale pandemia? Saranno capaci di prevenire analoghe crisi<br />

future?”<br />

Organizzato dal “World economic forum”, l’Organizzazione<br />

internazionale per la cooperazione pubblico-privato, il<br />

Gtgs è un evento mondiale sulla regolamentazione e<br />

l’implementazione della “Quarta rivoluzione industriale”, un<br />

summit di richiamo per gli stakeholder globali, focalizzato<br />

sulla progettazione e sullo sviluppo responsabili delle<br />

tecnologie emergenti.<br />

Nato nel 1971 per iniziativa dell’economista e accademico<br />

Klaus Schwab come fondazione senza scopo di lucro, il<br />

WEF, con sede a Ginevra, mira a essere una fondazione<br />

indipendente, imparziale e non legata a interessi particolari,<br />

che fa dell’integrità morale e intellettuale i capisaldi del<br />

proprio operato.<br />

La capacità di sfruttare e diffondere le nuove tecnologie deve<br />

necessariamente integrarsi con un loro impiego appropriato<br />

al fine di ridisegnare il modo di vivere e operare nel nuovo<br />

contesto post-pandemico e iper-digitalizzato. Il rischio<br />

che si aggravino le disuguaglianze sociali ed economiche<br />

già esistenti è difatti evidente – non solo agli esperti dei<br />

servizi governativi e dell’imprenditorialità – e anche per<br />

questo motivo la Quarta rivoluzione industriale dovrà essere<br />

governata e saldamente orientata.<br />

Uno dei settori in cui è necessario adottare misure<br />

proattive per far sì che l’adozione e la diffusione delle<br />

nuove tecnologie non comportino concentrazione delle<br />

offerte di servizi, disparità tra player, riduzione della<br />

concorrenza, è la supply chain, in particolare quella dei<br />

mercati di nicchia come il farmaceutico. Serve quindi un<br />

nuovo paradigma, un approccio “disruptive”, più agile, per<br />

governare le tecnologie più avanzate, per gestire i nuovi<br />

modelli di business digitale, per realizzare quanto prima<br />

una vera “value chain”.<br />

Proprio il World economic forum ha rilasciato nell’aprile<br />

2020 un documento-guida, un “toolkit”, per aiutare le<br />

organizzazioni, di tutte le dimensioni e a tutte le latitudini,<br />

a realizzare progetti di implementazione di una delle<br />

tecnologie più innovative, la blockchain, applicata in<br />

particolare alle supply chain. Il progetto del WEF ha<br />

richiesto oltre un anno di lavoro: sono state coinvolte più di<br />

80 aziende e startup, università, organizzazioni private ed<br />

enti statali di 50 Paesi. Sono stati esaminati più di 40 casi<br />

d’uso. Il risultato è molto buono: è sempre più chiaro cosa<br />

significhi adottare la filosofia blockchain per un’impresa,<br />

quali sono i vantaggi e le potenzialità da cogliere, quali le<br />

linee guida e le “best practice”, quali le sfide, i rischi e le<br />

problematiche che ci si troverà ad affrontare.<br />

73


COME APPROCCIARE LA<br />

BLOCKCHAIN<br />

In questa epoca digitale, le organizzazioni sono<br />

impegnate a comprendere al meglio quale ruolo avranno<br />

le tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale,<br />

l’Internet of things (IoT), l’informatica quantistica, la<br />

blockchain, e come queste si possono integrare nel<br />

loro business. Semplificare processi complessi o intere<br />

filiere è la motivazione trainante per la modernizzazione<br />

tecnologica.<br />

Innovare, scegliere approcci distintivi verso il<br />

cambiamento, orientarsi alla rivoluzione: le istituzioni<br />

e le aziende possono oggi intraprendere con fiducia il<br />

percorso verso l’adozione della tecnologia blockchain.<br />

Come avvenuto per i primi computer moderni negli anni<br />

’70, per Internet negli anni ’90, per il cloud computing<br />

negli anni 2000, la blockchain deve essere vissuta<br />

e avvicinata come qualsiasi altra nuova soluzione<br />

tecnologica. Deve essere approcciata e integrata alle altre<br />

soluzioni già utilizzate quotidianamente.<br />

Ma attenzione: come per ogni altra tecnologia, anche<br />

per la blockchain possono esserci situazioni in cui non è<br />

necessariamente utile o conveniente applicarla.<br />

UN GIOCO DI SQUADRA<br />

La blockchain è un gioco di squadra. Questa squadra<br />

può essere capitanata da un’azienda leader ma, in ogni<br />

caso, è l’ecosistema nel suo complesso che può riuscire<br />

a creare e allocare valore, tramite relazioni mutuamente<br />

profittevoli, fiduciarie, condivisioni basate su regole,<br />

standard e protocolli chiari e trasparenti. La tecnologia<br />

blockchain ha il potenziale per rivoluzionare il modo in<br />

cui le aziende competono e gli stakeholder collaborano<br />

nel mondo delle supply chain.<br />

Che la Quarta rivoluzione industriale abbia inizio!<br />

I NOVE REQUISITI<br />

Il WEF, nel proprio “toolkit”, riporta nove requisiti chiave<br />

che le organizzazioni devono soddisfare per sviluppare<br />

una qualsiasi nuova soluzione tecnologica aziendale.<br />

Gli elementi di questo elenco risultano molto appropriati<br />

per stimolare la riflessione anche in relazione a una<br />

implementazione di successo di soluzioni blockchain.<br />

Risultati definiti<br />

La tecnologia blockchain deve essere approcciata come uno<br />

strumento per raggiungere scopi specifici. Il potenziale della<br />

blockchain risiede nella sua capacità di consentire interazioni<br />

fiduciarie e più efficienti di tipo “peer-to-peer”, automazioni<br />

tra aziende supportate da contratti intelligenti, in genere<br />

come parte di una soluzione più ampia.<br />

Integrità operativa<br />

Le soluzioni blockchain forniscono una solida garanzia<br />

per la distribuzione dei dati, la loro sicurezza e autenticità.<br />

L’attenzione alla protezione e al trattamento dei dati è<br />

sensibilmente cresciuta anche nella gestione delle supply<br />

chain.<br />

Per sua natura, la tecnologia blockchain garantisce la<br />

tracciabilità completa e protegge dalle alterazioni dei dati, che<br />

diventano immutabili una volta scritti all’interno del registro<br />

distribuito.<br />

Conformità regolatoria<br />

Come sempre, l’evoluzione e il cambiamento precedono le<br />

normative e inducono i legislatori ad agire. Per essere ben<br />

regolamentata, la tecnologia blockchain deve essere prima<br />

di tutto correttamente compresa. Comunque, i costi di una<br />

eventuale perdurante non regolamentazione supererebbero di<br />

gran lunga quelli dell’armonizzazione. I principali rischi legali<br />

e normativi includono le violazioni antitrust, l’applicabilità<br />

distorta degli “smart contract”, i requisiti antiriciclaggio, la<br />

protezione della proprietà intellettuale, la protezione dei dati<br />

personali e il GDPR, le implicazioni e le complessità fiscali.<br />

Interoperabilità<br />

L’interoperabilità è la capacità dei sistemi informatici di<br />

scambiare e utilizzare le informazioni in modo collaborativo.<br />

In un ecosistema blockchain, selezionando il modello di<br />

interoperabilità più adeguato e praticabile, si garantisce<br />

che i player di filiera e gli utenti possano realmente fidarsi<br />

delle informazioni che ricevono e dei risultati dei processi<br />

a monte e a valle. Le interazioni “peer-to-peer” proprie dei<br />

registri distribuiti e condivise tramite la tecnologia blockchain<br />

velocizzano l’obiettivo di validazione di una tracciabilità “endto-end”<br />

e, quindi, la realizzazione di una reale “catena del<br />

valore”.<br />

Sicurezza<br />

Come qualsiasi nuova tecnologia, anche le soluzioni basate<br />

su blockchain devono includere adeguate garanzie di<br />

cybersecurity. Uno dei principali fattori di differenziazione<br />

della blockchain è il suo decentramento, che ha profondi<br />

impatti positivi sulla governance della sicurezza e, dal punto<br />

di vista dell’integrità, la rende di gran lunga migliore rispetto<br />

ai database tradizionali e ai “cloud”. In ogni caso, la blockchain<br />

non fa eccezione alla regola generale della sicurezza<br />

74


makinglife | giugno 2021<br />

informatica secondo cui una corretta gestione del rischio<br />

richiede che le misure di sicurezza siano previste “by design”.<br />

Scalabilità<br />

La tecnologia blockchain è in grado di crescere insieme<br />

all’organizzazione che la implementa. Dato che le piattaforme<br />

attuali potrebbero un giorno diventare obsolete, è prudente<br />

prendere in considerazione la possibilità di non ancorare le<br />

attuali applicazioni decentralizzate ai protocolli blockchain<br />

sottostanti. Ciò può aiutare la migrazione futura verso una<br />

nuova piattaforma. Secondo il WEF, chi applica tecnologia<br />

blockchain deve pianificare l’aggiornamento o la sostituzione<br />

entro 3-5 anni.<br />

Governance<br />

Con l’avvento dell’era digitale, istituzioni e organizzazioni<br />

hanno iniziato a strutturare le loro attività e architetture<br />

aziendali sotto forma di ecosistemi. Per lavorare insieme in<br />

modo efficace, la governance è fondamentale, così come la<br />

realizzazione del giusto framework. Si inizia a comprendere il<br />

potenziale dirompente della blockchain per risolvere criticità<br />

proprie delle supply chain globali, fornire maggiore efficienza,<br />

fiducia, automazione e trasparenza.<br />

Partecipanti conosciuti e fidati<br />

Identificare i player responsabili di ogni passaggio o<br />

transazione è un “must” in ogni supply chain. Grazie alla<br />

tecnologia blockchain si realizza un sistema responsabile<br />

di identità digitali di tutti gli attori coinvolti nella filiera. A tal<br />

fine è necessario che vi siano regole e procedure chiare per<br />

l’aggiunta di nuovi partecipanti alle reti distribuite.<br />

Condivisione delle informazioni<br />

Applicare la tecnologia blockchain in supply chain comporta la<br />

tanto attesa e auspicata condivisione di dati operativi che, nei<br />

sistemi tradizionali, vengono generati internamente (e custoditi<br />

gelosamente) all’interno delle singole aziende associate in<br />

un ecosistema più ampio. Per garantire la protezione dei dati<br />

condivisi tra gli attori della filiera, la tecnologia blockchain<br />

consente di applicare crittografie in modo che le informazioni<br />

siano utilizzabili solo dalle parti abilitate.<br />

REQUISITI ESSENZIALI DELLE SOLUZIONI TECNOLOGICHE AZIENDALI<br />

Condivisione<br />

delle<br />

informazioni<br />

Risultati<br />

definiti<br />

Partecipanti<br />

conosciuti e<br />

fidati<br />

Governance<br />

Requisiti<br />

chiave<br />

dell’azienda<br />

Integrità<br />

operativa<br />

Conformità<br />

regolatoria<br />

Scalabilità<br />

Sicurezza<br />

Interoperabilità<br />

Fonte: Redesigning Trust: blockchain Deployment Toolkit, World economic forum 2020<br />

75


BRAND<br />

PROTECTION E<br />

SUPPLY CHAIN<br />

VISIBILITY<br />

Luca De Toro<br />

Per proteggere il paziente dai rischi dei farmaci<br />

contraffatti e aumentare la sua consapevolezza,<br />

è necessario un approccio sistemico che<br />

comprenda strategie fisiche e virtuali<br />

76


makinglife | giugno 2021<br />

Per progettare e realizzare soluzioni<br />

focalizzate sul paziente è necessario<br />

mettere in campo una precisa<br />

strategia. Che si tratti di una terapia,<br />

di una sperimentazione clinica o di<br />

una procedura sanitaria si devono<br />

raccogliere i feedback dai pazienti e<br />

da chi è loro vicino, così da avere i<br />

dati e le evidenze reali per prendere<br />

le opportune decisioni in base alle<br />

loro esigenze e aspettative.<br />

L’approccio “patient centricity”<br />

prevede un coinvolgimento operativo<br />

ed emotivo del paziente, lo pone<br />

al centro di dinamiche e buone<br />

pratiche di cura, di comunicazione,<br />

di educazione, rendendolo l’attore<br />

principale del percorso verso il<br />

miglioramento della propria salute.<br />

CENTRICITY,<br />

EXPERIENCE ED<br />

ENGAGEMENT<br />

Eppure, in relazione ad alcuni aspetti<br />

e processi, sembra che il paziente<br />

non sia ancora così centrale, anzi<br />

venga trascurato e lasciato solo.<br />

Forse ci dimentichiamo che il<br />

termine “paziente” non indica solo<br />

chi si rivolge a un medico o a una<br />

struttura di assistenza sanitaria per<br />

questioni di salute, ma è anche un<br />

aggettivo che indica una persona<br />

disposta a moderazione, tolleranza o<br />

rassegnata sopportazione. Al giorno<br />

d’oggi il “Paziente” non è più tanto<br />

“paziente” e questo lo induce spesso<br />

a fare scelte sbagliate. Tra queste,<br />

l’acquisto di farmaci o di prodotti per<br />

la salute da canali online o da fonti<br />

non sicure.<br />

“Patient<br />

centricity”<br />

è<br />

“patient<br />

engagement”<br />

e<br />

“patient<br />

experience”<br />

L’IMPAZIENZA DEL<br />

PAZIENTE<br />

Che si tratti di pazienti cronici, in<br />

degenza, o affetti da semplici malanni,<br />

nel nostro Paese la percezione dei<br />

rischi legati agli acquisti online di<br />

medicinali resta ancora limitata e<br />

ampiamente insufficiente, come<br />

dimostrato dai <strong>numero</strong>si casi di<br />

cronaca e dagli studi condotti<br />

dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa)<br />

insieme al ministero dello Sviluppo<br />

economico.<br />

Chi di noi può ritenersi<br />

sufficientemente informato? Chi<br />

conosce la differenza tra farmaci<br />

contraffatti e farmaci falsificati e i<br />

pericoli connessi? Sono in molti quelli<br />

che nell’ultimo anno hanno acquistato<br />

(o acquistano regolarmente) dai<br />

canali di vendita e-pharmacy o social<br />

network.<br />

Il perimetro della “patient centricity”<br />

va quindi ampliato, l’asticella deve<br />

essere alzata, è necessaria una<br />

visione sistemica che comprenda<br />

anche ciò che sta a monte di una<br />

terapia, supporta operativamente<br />

una sperimentazione clinica, sostiene<br />

logisticamente ogni procedura<br />

sanitaria, nelle strutture ospedaliere o<br />

a casa dell’impaziente paziente.<br />

La tecnologia, oggi, può certo aiutare<br />

a sviluppare un approccio olistico di<br />

“patient centricity” che includa aspetti<br />

quali la “supply chain visibility” e la<br />

“brand protection”.<br />

NUOVE REGOLE DAL<br />

2025<br />

Su questi versanti ci sono ancora ampi<br />

margini di miglioramento.<br />

Dal punto di vista normativo è attivo<br />

dal 9 febbraio 2019 il sistema di<br />

tracciatura e vigilanza – in capo<br />

agli stati dello Spazio economico<br />

europeo (See) – per il contrasto alla<br />

contraffazione farmaceutica e la<br />

sicurezza dei pazienti.<br />

Grazie alla presenza di un codice<br />

identificativo univoco a barre<br />

bidimensionale (datamatrix 2D),<br />

tutti i farmaci con obbligo di ricetta<br />

dispensati nella UE sono soggetti<br />

a verifica di autenticità da parte<br />

dell’Emvs, il sistema europeo di<br />

verifica dei medicinali, istituito nel<br />

2016 in attuazione della direttiva<br />

anticontraffazione (62/2011/UE) e<br />

del relativo regolamento delegato.<br />

77


L’obiettivo è proteggere i pazienti<br />

europei dal rischio di ingresso di<br />

farmaci contraffatti nella catena di<br />

approvvigionamento legale. Tale nuova<br />

disciplina in Italia entrerà in vigore nel<br />

2025 in considerazione della proroga<br />

concessa al nostro Paese in quanto<br />

dotato di un preesistente sistema,<br />

il cosiddetto “bollino farmaceutico”.<br />

Le nostre imprese produttrici, che<br />

esportano per oltre il 70%, hanno<br />

ovviamente già adeguato le loro<br />

linee produttive al nuovo sistema per<br />

rispondere alle richieste del mercato<br />

europeo. Sono infatti già pronte<br />

qualora si optasse per una immediata<br />

operatività anche sul nostro territorio<br />

con l’istituzione dell’ente preposto,<br />

la National medicines verification<br />

organization – Nmvo), operativo a<br />

livello nazionale e collegato all’Emvs.<br />

I DANNI DELLA<br />

CONTRAFFAZIONE<br />

E i farmaci non prescritti? O gli<br />

altri prodotti del mondo della<br />

salute? Nell’ultimo anno, per cause<br />

certamente attribuibili alla pandemia<br />

globale, sul web sono aumentate<br />

esponenzialmente le vendite di<br />

falsi test di screening del sangue<br />

per diagnosticare il Covid-19, di<br />

mascherine di qualità scadente, di<br />

medicinali difettosi o contraffatti. E ora<br />

che ci sono i vaccini l’allarme è ancora<br />

più rilevante.<br />

Sul sito del nostro ministero della<br />

Salute è presente una sezione che<br />

riporta l’allarme lanciato dall’Ocse<br />

(Organizzazione per la cooperazione<br />

e lo sviluppo economico) e dall’Euipo<br />

(European union intellectual property<br />

office) incaricato di gestire i marchi<br />

dell’Unione e i disegni e modelli<br />

comunitari registrati.<br />

I recenti sequestri di materiale<br />

medico contraffatto venduto come<br />

rimedio contro il Covid-19, si leggeva<br />

a marzo 2020 in una nota diffusa<br />

dai due organismi, “mette in luce la<br />

necessità di far fronte a un crescente<br />

traffico internazionale di medicinali<br />

contraffatti che costano ogni anno<br />

miliardi di euro mettendo vite a<br />

repentaglio”.<br />

Le conseguenze negative a livello<br />

mondiale causate dai farmaci<br />

contraffatti spaziano dai danni alla<br />

salute delle persone alle mancate<br />

vendite, dalla perdita di posti di lavoro<br />

ai danni alla reputazione dei legittimi<br />

produttori. Anche i governi e le<br />

economie patiscono perdite di gettito<br />

e ingenti costi per la cura dei pazienti<br />

che hanno subito conseguenze<br />

negative in seguito al consumo di<br />

farmaci contraffatti.<br />

Chi alimenta il mercato della<br />

contraffazione, sia chi produce<br />

illegalmente sia chi acquista prodotti<br />

non originali, rende inutili gli<br />

investimenti che le aziende, i brand,<br />

fanno in ricerca e sviluppo.<br />

Molti aspetti oggi contribuiscono,<br />

direttamente o indirettamente,<br />

alla contraffazione: l’espansione<br />

dell’economia globale, il consumismo,<br />

il desiderio dei consumatori di<br />

ottenere beni che non potrebbero<br />

permettersi.<br />

Il commercio elettronico ha<br />

amplificato e complicato ulteriormente<br />

il problema della contraffazione.<br />

Prodotti non originali possono essere<br />

trovati e acquistati anche su alcune<br />

piattaforme legittime oltre che nei<br />

canali virtuali meno visibili del “deep e<br />

dark web”.<br />

INVESTIRE AL<br />

MEGLIO LE PROPRIE<br />

RISORSE<br />

La verità è che la maggior parte<br />

delle imprese affrontano, o hanno<br />

affrontato, il problema della<br />

contraffazione solo dopo aver scoperto<br />

di esserne state vittime. Avviano<br />

quindi azioni legali, collaborazioni con<br />

autorità doganali e forze dell’ordine,<br />

inaspriscono gli accordi contrattuali<br />

e commerciali con i propri partner<br />

prevedendo sanzioni in caso di non<br />

conformità, misurano i livelli di<br />

servizio tramite sfidanti indicatori<br />

di performance, iniziano a svolgere<br />

specifici controlli e audit periodici.<br />

Attività onerose e dispendiose che<br />

richiedono un enorme effort per tutti<br />

gli attori coinvolti in termini di risorse<br />

impiegate, tempo dedicato e costi<br />

sostenuti.<br />

Sarebbe invece opportuno investire<br />

meglio tutte queste risorse, portando<br />

a beneficio della “patient centricity” gli<br />

strumenti propri della “supply chain<br />

visibility” e della “brand protection”.<br />

Grazie a questo approccio sistemico<br />

sarebbe possibile ridurre al minimo<br />

le vulnerabilità delle filiere globali<br />

tramite strategie sia fisiche sia<br />

virtuali, in un’ottica sempre più rivolta<br />

al paziente.<br />

L’utilizzo della tecnologia risulta<br />

fondamentale per combattere la<br />

contraffazione, integrando soluzioni<br />

di tracciabilità e di autenticazione<br />

del prodotto. Le aziende possono<br />

utilizzare etichette e imballaggi<br />

intelligenti per monitorare i farmaci<br />

attraverso il loro intero ciclo di<br />

vita, in tutti i passaggi della filiera,<br />

dalla produzione, agli stoccaggi,<br />

ai transiti, alla dispensazione, alla<br />

somministrazione, alle applicazioni<br />

terapeutiche, alle successive evidenze.<br />

La supply chain deve trasformarsi in<br />

“value chain”, ovvero una catena in<br />

grado di accrescere la competenza<br />

dei pazienti/consumatori, la loro<br />

informazione, l’educazione e la<br />

consapevolezza diretta verso la<br />

minaccia della contraffazione dei<br />

prodotti e la protezione dei marchi<br />

originali.<br />

RIFERIMENTI<br />

La contraffazione nel settore dei farmaci,<br />

mise.gov.it<br />

Coronavirus: allarme Ocse e Ue contro<br />

medicinali contraffatti, salute.gov.it<br />

78


makinglife | giugno 2021<br />

I COSTI DELLA CONTRAFFAZIONE<br />

72.000-169.000<br />

Stima dei bambini che muoiono ogni anno di polmonite a causa di<br />

farmaci contraffatti<br />

32%<br />

Percentuale di persone che hanno sofferto problemi di salute dopo<br />

aver assunto farmaci contraffatti (sondaggio in UK)<br />

9,6 miliardi di euro<br />

Perdite subite dall’industria farmaceutica europea nel periodo<br />

2012-2016 a causa della contraffazione<br />

200-800 milioni di euro<br />

Costi sopportati dal settore farmaceutico per implementare le<br />

misure anticontraffazione<br />

1,7 miliardi di euro<br />

Stima delle tasse non incassate dai governi a causa della contraffazione<br />

Fonte dati: OECD/EUIPO (2020), Trade in Counterfeit Pharmaceutical Products, Illicit Trade. doi.org/10.1787/a7c7e054-en<br />

79


Rispetto per i collaboratori,<br />

le persone e il pianeta<br />

L’attenzione di IGB per il paziente non<br />

è fatta solo di soluzioni innovative ed<br />

efficaci ma di un più generale rispetto per<br />

alcuni valori fondamentali<br />

Daniele Martini<br />

Alessio Bressan, Ceo IGB - Industrie Grafiche Bressan<br />

Specializzata nel packaging<br />

farmaceutico e per cosmetici,<br />

IGB - Industrie Grafiche<br />

Bressan – è da sempre<br />

impegnata nello sviluppo di<br />

soluzioni innovative per la<br />

sicurezza e l’efficacia delle<br />

confezioni. Tra le soluzioni<br />

brevettate vi sono astucci<br />

tamper evident e child<br />

resistant. Ma non è questo<br />

l’unico modo con cui IGB pone<br />

attenzione al paziente, come<br />

racconta Alessio Bressan, Ceo<br />

della società.<br />

Cosa significa per voi mettere<br />

al centro il paziente?<br />

«Per noi il rispetto delle<br />

persone è fondamentale,<br />

che si parli di collaboratori,<br />

fornitori, clienti o utenti<br />

finali. È parte integrante dei<br />

nostri valori e si esprime in<br />

ogni aspetto dell’attività che<br />

svolgiamo. Anche verso il<br />

paziente, la nostra attenzione<br />

non si limita alla progettazione<br />

di soluzioni per garantire<br />

massima sicurezza e facilità<br />

d’uso. Vogliamo che i valori che<br />

condividiamo con il paziente<br />

vengano rispettati in tutto il<br />

ciclo di produzione. Per questo<br />

realizziamo prodotti facili da<br />

usare, sicuri per i bambini ma<br />

anche ecocompatibili e nel<br />

pieno rispetto dei lavoratori di<br />

tutta la filiera.<br />

Come si traduce questo nei<br />

vostri prodotti?<br />

«I nostri prodotti sono<br />

completamente plastic<br />

free e riciclabili, essendo<br />

realizzati esclusivamente in<br />

cartoncino. IGB è certificata<br />

FSC (Forest stewardship<br />

council), uno standard che<br />

garantisce l’utilizzo di legno<br />

proveniente da foreste<br />

gestite in maniera corretta e<br />

responsabile, secondo rigorosi<br />

standard ambientali, sociali ed<br />

economici.<br />

Non solo il prodotto finale è<br />

rispettoso dell’ambiente, lo è<br />

anche l’intero ciclo produttivo:<br />

da quasi 15 anni – tra le prime<br />

cartotecniche in Italia – siamo<br />

certificati ISO 14001, il punto<br />

di riferimento normativo per le<br />

aziende dotate di un sistema di<br />

gestione ambientale.<br />

Anche il rispetto dei lavoratori<br />

è un fattore fondamentale: ci<br />

certificammo anni fa secondo<br />

lo standard OHSAS 18001, che<br />

al tempo definiva i requisiti<br />

per un sistema di gestione<br />

della salute e della sicurezza<br />

sul lavoro e che ora è confluita<br />

nella ISO 45001, per la quale<br />

siamo pure certificati».<br />

80


makinglife | giugno 2021<br />

TAMPER EVIDENT<br />

Rappresenta la risposta di IGB alla direttiva 2011/62/EU,<br />

“Falsified medicines directive”, e permette di lavorare con le<br />

stesse performance degli astucci standard. Sono confezioni<br />

dotate di dispositivi anti-manomissione molto particolari: non<br />

utilizzano, nei processi di confezionamento, né colla né adesivi<br />

e offrono <strong>numero</strong>si vantaggi. Innanzitutto la sicurezza, poiché<br />

è impossibile aprire l’astuccio senza lasciar un’evidenza<br />

irreversibile (mentre la colla può essere allentata col calore e<br />

le etichette più economiche possono essere sostituite). Inoltre,<br />

anche questa soluzione, che mantiene inalterate grafiche,<br />

testi e leggibilità delle informazioni anche dopo l’apertura, è<br />

completamente riciclabile, essendo realizzata integralmente<br />

in cartoncino. Infine, una caratteristica unica: un sistema<br />

tattile di scritte in Braille che permette anche ai non vedenti di<br />

verificare l’integrità delle confezioni.<br />

CHILD RESISTANT<br />

FOLDING BOX<br />

La soluzione Child Resistant di IGB protegge in maniera<br />

semplice e sicura i bambini evitando che possano<br />

accidentalmente aprire le confezioni e ingerire i<br />

farmaci. Si tratta di contenitori completamente in<br />

cartone e del tutto simili a quelli tradizionali ma dotati<br />

di un sistema di chiusura che non può essere aperto<br />

dai bambini. La confezione è pienamente conforme alle<br />

normative di riferimento sugli imballi farmaceutici per<br />

la protezione dei bambini (BS EN ISO 8317 per l’Europa<br />

e 16 CFR 1700.20 negli USA).<br />

DROP-LOCK<br />

FOLDING BOX<br />

IGB ha realizzato particolari astucci farmaceutici anticaduta.<br />

Dal punto di vista estetico sono contenitori<br />

esattamente identici alle comuni confezioni per flaconi<br />

ma il loro design è stato pensato con un’apertura<br />

bloccata sul fondo per evitare la caduta dei flaconi più<br />

pesanti. Nonostante siano dotati di una elevata tenuta<br />

meccanica, sono realizzati completamente in cartone,<br />

senza colla né etichette e non necessitano di macchine<br />

speciali per essere confezionati. Grazie a queste<br />

caratteristiche possono essere utilizzati sulle normali<br />

linee standard – ma anche lavorati manualmente – a<br />

costi particolarmente contenuti e sono completamente<br />

riciclabili.<br />

81


NUMERO 2 - MARZO 2021<br />

Casa editrice<br />

<strong>Making</strong><strong>Life</strong> Srl<br />

Piazza della Repubblica, 10<br />

20121 Milano MI<br />

Tel. 02 36525293<br />

Direttore responsabile Cristiana Bernini<br />

Coordinamento redazionale Simone Montonati | simone.montonati@makinglife.com<br />

Comitato scientifico<br />

Valeria Brambilla<br />

Giacomo Bruno<br />

Carla Caramella<br />

Hellas Cena<br />

Giorgio Lorenzo Colombo<br />

Gabriele Costantino<br />

Stefano Govoni<br />

Teresa Minero<br />

Maria Luisa Nolli<br />

Giuseppe Recchia<br />

Art Director Simone Abbatini<br />

Illustrazioni di Mario Addis<br />

Hanno collaborato<br />

Paola Arosio<br />

Maura Bernini<br />

Gabriele Costantino<br />

Luca De Toro<br />

Paolo Egasti<br />

Valentina Guidi<br />

Ilenia La Leggia<br />

Caterina Lazzarini<br />

Caterina Lucchini<br />

Daniele Martini<br />

Antonio Maturo<br />

Monica Torriani<br />

Commerciale Alessia Fellegara | alessia.fellegara@makinglife.it<br />

Stampa Starprint Srl - via A. Ponchielli 51 - 24125 Bergamo<br />

Abbonamenti Tariffa per l’Italia: cartaceo annuale € 39,00<br />

Per informazioni abbonamenti@makinglife.it<br />

Responsabilità la riproduzione delle illustrazioni e articoli pubblicati dalla rivista e la loro traduzione è riservata e non può avvenire senza espressa autorizzazione<br />

della Casa Editrice. I manoscritti e le illustrazioni inviati alla redazione non saranno restituiti, anche se non pubblicati e la Casa Editrice non si assume responsabilità<br />

nel caso che si tratti di esemplari unici. La Casa Editrice non si assume responsabilità per i casi di eventuali errori contenuti negli articoli pubblicati o di errori in cui<br />

fosse incorsa nella loro riproduzione sulla rivista.


Lipoid GmbH | info@lipoid.com | www.lipoid.com<br />

Fosfolipidi per sistemi complessi<br />

di drug delivery<br />

• Eccipienti unici con un insuperabile<br />

profilo di applicazione e sicurezza<br />

• Una gamma completa di fosfolipidi<br />

di grado farmaceutico<br />

We Invest in Quality.


ACHIEVE<br />

COMPLIANCE<br />

All our services<br />

Data Integrity<br />

Assurance<br />

Digital<br />

Governance<br />

Qualification<br />

& Engineering<br />

Laboratory<br />

Excellence<br />

Compliance<br />

Regulatory<br />

Affairs<br />

Audits

Hooray! Your file is uploaded and ready to be published.

Saved successfully!

Ooh no, something went wrong!