La Toscana nuova Giugno

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La Toscana nuova - Anno 4 - Numero 6 - Giugno 2021 - Registrazione Tribunale di Firenze n. 6072 del 12-01-2018 - Iscriz. Roc. 30907. Euro 2. Poste Italiane SpA Spedizione in Abbonamento Postale D.L. 353/2003 (conv.in L 27/02/2004 n°46) art.1 comma 1 C1/FI/0074


Emozioni visive

a cura di Marco Gabbuggiani

La donna e il mare

Testo e foto di Marco Gabbuggiani

Colgo l’occasione del solstizio del 21 giugno per onorare

due simboli dell’estate che ben si fondono nell’immane

bellezza che questi regalano ai nostri occhi: sto parlando

del mare e della donna. C’è solo una cosa bella quanto

la spregiudicatezza del mare che cerca di baciare la

spiaggia noncurante di quante volte viene mandato via:

la donna. Sì, perché così come non ci stanchiamo mai di

osservare quell’onda infinita che cerca di baciare la spiaggia,

allo stesso modo non ha mai pace la nostra immaginazione

nell’osservare una donna con la sua provocante

bellezza, con il suo moto ondulatorio perfetto, molto simile

a quello del mare nel suo movimento infinito. Quel movimento

imprevedibile e talvolta minaccioso che ti induce a

non staccare gli occhi per ore per cercare di prevederne le

variazioni. Proprio come si fa con una donna dai magnifici

occhi sorridenti, la bocca leggermente piegata e le labbra

che sembrano scoppiare in una risata. Tutte cose che accrescono

la tua impotenza, così come ti senti impotente

di fronte ad un’improvvisa onda del mare. Ecco: oggi, alla

vigilia dell’estate, ho voluto fondere queste due meraviglie

in tre foto dove sono rappresentate bellezza e magnificenza.

A voi decidere chi è l’una e… chi è l’altra.

marco.gabbuggiani@gmail.com

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GIUGNO 2021

I QUADRI del mese

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Pola Cecchi: dalla moda al traguardo della laurea

A Paolo Vannini un’onorificenza per l’attività artistica

Villa La Magia, luogo dell’arte contemporanea a Quarrata

Betty Colombo a Firenze con la mostra sull’anima del corpo

Giuliana Traverso, paladina della fotografia al femminile

F.A.L. System: gli esperti dell’arte campanaria in Toscana

Paolo Penko, maestro fiorentino dell’oreficeria contemporanea

Archeologia: i datteri di Matusalemme, la vita venuta dal passato

Il primato della materia nelle opere di Velio Ferretti

Margaret Karapetian d’Errico: paesaggi incisi sulla lastra

I “baci rubati” di Omar Galliani alla Tornabuoni Arte

La voce dei poeti: le liriche di Bianca Maria Gaddini Pagliai

La storia di Viera, un’italiana del ´23, nel libro di Paola Mattioli

Antonella Laganà: la ricerca dell’infinito in un quadro

Dimensione salute: stare bene pedalando

Psicologia oggi: gli occhi che parlano

I consigli del nutrizionista: il peso e la prova costume

Fondazione Alice Onlus e Banco Fiorentino insieme per i disabili

Jac, il geniale fumettista dall’ironia senza tempo

Jacovitti e Firenze: una storia d’arte e d’amore

Altano, la casa editrice pioniera della letteratura turca in Italia

Intervista ad Alessandro Benvenuti, icona della comicità toscana

Animali domestici come opere d’arte nei dipinti di Maurizio Guarneri

Valorizzare i territori con il Movimento Life Beyond Tourism

La poesia, tramite fra l’anima e le cose per Maria Luisa Manzini

Eventi in Toscana: a Scarperia, un premio per poeti e narratori

La nuova monografia di Aldo Fittante sul Diritto Industriale

L’avvocato risponde: l’assegnazione della casa familiare

Alessandra Cotoloni in viaggio con zia Caterina, la tassista dei bambini

Curiosità fiorentine: “a tutto spiano”, un vecchio modo di dire

Gran Budapest Hotel, l’omaggio al Cinema di Wes Anderson

Pyotr Ilyich Tchaikovsky, il compositore russo innamorato di Firenze

Margherita Biondi, una pittrice tra sogno e realtà

Andrea Tirinnanzi, artista e anima della galleria Firenze Art

Il Cantico dei Cantici nell’interpretazione di Maria Lorena Pinzauti

Piergiorgio Bani, un mugellano famoso nel mondo

Arte del vino: la nuova Vernaccia di San Gimignano

Toscana a tavola: la tradizione dei pici all’aglione

Intervista a Claudio Merlo, fuoriclasse della storia viola

Di-segni astrologici: Gemelli, spiriti liberi e grandi comunicatori

Percorsi trekking in Toscana: a spasso nei colori dell’Elba

Letizia Strigelli: l’arte di intrecciare i fili del tempo

Vittorio Giorgini, il visionario architetto delle case di Baratti

ZonaFranca: il progetto per la cultura italiana da Lucca alla Cina

B&B Hotels: la tariffa Welcome Back per tornare a viaggiare

Arte del gusto: la degustazione del gin toscano a Castelfiorentino

Benessere della persona: i “minisize” di Idea Toscana

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Pola Cecchi

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Toti Lo Verde

Elisabetta Mereu

Carlo Midollini

Viola Petri

Elena Maria Petrini

Silvano Silvia

Giuliana Traverso

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Creare

oggi

Alta Moda

nel segno

della tradizione

immaginiamo

il futuro

immagini rubate

sulla prova di un abito nel suo

primo giorno in atelier da

Arianna de Tellis


Personaggi

Pola Cecchi

La stilista fiorentina dalla moda al traguardo della laurea grazie

all’incontro con la professoressa Roberta Ferronato

di Pola Cecchi e Roberta Ferronato / foto Arianna de Tellis

Ho conosciuto Pola Cecchi il 22 novembre del 2007

quando insegnavo all’Università di Firenze Politica

Economica del Turismo. Questa materia “professionalizzante”

mi consentiva un’ampia facoltà di scelta circa il

contenuto del programma del corso. Così lo avevo strutturato

in due parti, di cui una teorica trattata direttamente da me

ed un’altra “pratica” per la quale mi rivolgevo a collaboratori

che offrivano gratuitamente la loro qualificata consulenza.

Con riferimento al turismo, i settori scelti erano arte, spettacolo,

sicurezza, finanziamenti UE e artigianato artistico di altissimo

livello. Per quest’ultimo organizzavo una lezione che

durava un’intera mezza mattinata in cui partecipavano il maestro

orafo Paolo Penko, il famoso argentiere Lorenzo Foglia,

il corniciaio Paolo Maselli dello storico negozio di via dei Ginori,

la mitica signora Paola Locchi dell’omonima cristalleria,

ai quali chiedevo di portare i loro manufatti-opere d’arte. Mi

mancava la moda, ambito che, per l’Italia e in particolare per

Firenze, non poteva non essere presente. Ho chiesto un suggerimento

all’amico Penko, il quale, senza esitazione, mi ha

detto: «Contatta Pola Cecchi». La stilista con entusiasmo si è

unita al gruppo degli artigiani-artisti portando vari vestiti (uno

anche da sposa) indossati da una bella ragazza e la lezione

si è trasformata in festa. Successivamente, diventate amiche,

mi ha svelato di aver superato 25 esami alla Facoltà di Economia

e Commercio. Era convinta di averli persi perché da allora

erano passati molti anni, ma quando le ho detto che le

nuove normative consentivano, con opportuni aggiustamenti,

di recuperarli quasi totalmente, per Pola è stato un momento

di gioia esplosiva. È vero, rimanevano gli scogli della matematica

e della statistica oltre a qualche altra materia da preparare,

ma la carica acquisita era tale da farle sperare nella

riuscita dell’impresa e così è stato. Giovedì 18 ottobre 2012 la

stilista Pola è stata proclamata Dottoressa del Corso di Laurea

in Economia e Commercio con una tesi sulla storia della

Maison GiuliaCarlaCecchi. Poco tempo fa, in occasione di

una mia visita all’atelier di Pola, ho lasciato lo smart. Il giorno

successivo sono tornata per riprenderlo. Era l’ora di pranzo

e Pola ha insistito affinché rimanessi. Benedetta provvidenza.

Questo fatto non programmato mi ha consentito di assistere

ad un evento emozionante, la creazione di un abito estivo

La stilista Pola Cecchi nell'atelier (modella Noemi)

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POLA CECCHI


in organza di seta con fantasia floreale nelle sue diverse

varianti: premaman, elegante lungo, elegante

corto e gonna (da completare a piacere con top, maglia,

camicia) e ciò grazie ad un veloce ma “sapiente”

intervento della stilista e, per di più, utilizzando

“il medesimo materiale”. Stupefacente! Di certo, essere

stata figlia d’arte l’ha favorita, essere cresciuta

nell’ambiente stimolante di un atelier l’ha coinvolta,

ma se non si ha un’innata creatività non si arriva

ai risultati raggiunti da Pola. «Roberta Ferronato mi

ha spronato a riprendere gli studi e a farmi laureare.

L’ho fatto per mantenere un impegno morale preso

con la mia mamma. Mi sono divertita ad alzarmi

alle 5 per studiare e prendere 18 a Matematica che

era, all’epoca della mia frequentazione universitaria,

uno scoglio insormontabile per gran parte degli

studenti. Uno dei crucci di mia madre era il mancato

conseguimento della laurea da parte mia perché

per le persone della sua generazione rappresentava

il raggiungimento di uno status sociale importante.

Posso dire, però, che la vera laurea, l’avevo presa sul

campo, ed è stata frutto di anni ed anni passati accanto

a lei a vederla lavorare, dalla ideazione di un

abito alla scelta dei tessuti fino agli ultimi dettagli.

Da lei non ho imparato certamente a fare la sarta

perché non lo era nemmeno lei, direi che ho appreso

tutti i segreti di un lavoro affascinante che permette

di convogliare in un abito genialità, cultura, intuito,

manualità, fantasia e soprattutto colpo d’occhio

quando si deve intervenire, in occasione delle sfilate,

con immediatezza su dei particolari che solo a una seconda

lettura possono balzare all’occhio. Io lavoro con gli spilli e con

questi riesco a trasformare il volto di un abito. Ho cominciato

trasformando un kimono in giacche a vento trapuntate con le

quali si può andare anche a sciare. Roberta un giorno è venuta

all’atelier con la ballerina di danza araba e moderna Ivana

Caffaratti della scuola di ballo che frequenta e in un battibaleno

le ho costruito dal nulla un vestito addosso».

POLA CECCHI

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Eventi in

Toscana

Al pittore Paolo Vannini un’onorificenza dal

Comune di Signa per l’attività artistica

di Aldo Fittante / foto courtesy Paolo Vannini

Il professor Giampiero Fossi, sindaco di Signa, proseguendo

un percorso iniziato da assessore alla Cultura,

ha intrapreso un’originale iniziativa che riconosce agli

artisti signesi il ruolo di ambasciatori e promotori dell’arte

contemporanea di un territorio che ha una secolare tradizione

riconducibile alla nobile lavorazione della ceramica.

Ai maestri, riconosciuti tali per un percorso artistico consolidato

da esposizioni di livello nazionale e internazionale,

viene consegnata una targa che attesta non solo la

qualificata presenza sul territorio ma anche il ruolo di vera

e propria risorsa artistica e culturale di un’intera comunità.

In questo contesto, il 24 marzo scorso nello studio

del pittore Paolo Vannini in via Roma a Signa, si è svolta

una piccola ma significativa cerimonia conclusasi con

la consegna al maestro, da parte dell’amministrazione comunale,

di una targa di nuova istituzione. «Questo è un momento

importante – ha dichiarato il sindaco – perché si

svolge in piena pandemia a voler significare che l’arte, e in

particolare quella di un artista come Paolo che è sempre

stato capace di rinnovarsi realizzando opere piene di significato,

può essere un importante conforto e un momento

di ricerca della bellezza nell’arte attraverso il lavoro, contraddistinto

oltre che dalla creatività anche dal sacrificio

quotidiano, di un loro concittadino. Vannini crea opere piene

di significato che ci stimolano ad andare oltre il Covid

per arrivare a un livello superiore importante, perché l’arte

può mandare messaggi positivi sia a chi ne fruisce sia

agli artisti stessi come stimolo per poter ripartire affinché

non vengano schiacciati da questa pandemia. Quella che

consegniamo è una piccola targa che però per noi ha grande

importanza, è l’abbraccio di tutti i concittadini a Paolo,

uno degli artisti di maggior interesse del nostro territorio,

che col suo lavoro ha reso un servizio a tutta la comunità».

«Il mio ringraziamento – ha dichiarato Vannini nel ricevere

l’onorificenza – va all’amministrazione comunale che si

è dimostrata sensibile all’arte; questa targa mi dà un ulteriore

stimolo per l’avvenire soprattutto in questo momento

che per me rappresenta una rinascita artistica che cerco di

esprimere attraverso toni di colore che ricerco spasmodicamente

e trovo sempre più miei». Andrea Vignozzi, consulente

artistico di importanti artisti, che è al fianco del

maestro Vannini da anni per la valorizzazione e la divulgazione

delle sue opere, ha concluso la serie degli interventi

affermando: «In un momento così cupo è un segnale di

grande ottimismo quello lanciato dal nostro primo cittadino

che ha fatto un gesto eclatante – che ne avalla il reale

valore – nei confronti di un figlio del territorio che con il

suo futurismo contemporaneo si è imposto a livello nazionale.

Oggi mi sento fiero di essere qui e di essere signese».

Da sinistra, Giampiero Fossi, sindaco di Signa, consegna la targa a Paolo Vannini

Particolare di un'opera di Vannini

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PAOLO VANNINI


A cura di

Ugo Barlozzetti

Percorsi d’arte

in Toscana

Villa La Magia a Quarrata

Da residenza medicea a luogo dell’arte contemporanea

di Ugo Barlozzetti / foto courtesy Villa La Magia

Anne e Patrick Poirier, La fabbrica della memoria

ce di Fabrizio Corneli. Dalla primavera del 2011 è entrata a far

parte della collezione la grande fontana di Daniel Buren Muri

fontane a 3 colori per un esagono. Infine, al primo piano della

villa è possibile visitare una collezione permanente delle opere

di Agenore Fabbri.

www.villalamagia.com

Villa La Magia

villalamagia

Villa La Magia è una delle emergenze architettoniche

più prestigiose di tutto il Montalbano per la quale è

stato richiesto il riconoscimento dell’UNESCO come

patrimonio dell’Umanità, iscrizione ottenuta nel giugno 2013.

Tale villa fa parte del sito “Ville e giardini medicei in Toscana”

con altre undici ville e due giardini. L’edificio fu dotato nel corso

del XVIII secolo del giardino a parterre e della limonaia di

ponente. Adiacente vi è il giardino romantico dove piccoli sentieri

conducono ad un laghetto artificiale. In origine casa torre

dei Panciatichi, fu trasformata in villa dal granduca Francesco

I, che l’acquistò nel 1583, facendola collegare al Barco Reale

Mediceo. Dopo la vendita, nel 1645, agli Attavanti, la villa continuò

ad arricchirsi di opere con interventi di artisti, architetti

e decoratori di alta qualità, fino a quando, di proprietà in proprietà,

arrivò a Marcella Pagnani Amati Cellesi, alla cui morte

divenne proprietà del Comune di Quarrata che ne ha fatta la

splendida sede di importanti iniziative culturali ed in particolare

del progetto Abitare l’Arte, inserito nel PIUSS e finanziato

dalla Regione Toscana per lo sviluppo economico. Alcuni ambienti

della villa sono destinati inoltre alla realizzazione di un

laboratorio tecnico-artistico per lo sviluppo di prototipi e design

per le produzioni di qualità dell’arredo casa. La collezione

di arte ambientale contemporanea Lo spirito del luogo di Villa

La Magia si snoda attraverso un cammino sensoriale all’interno

di un parco di rara bellezza, dove le opere si fondono con il

paesaggio, si integrano nel genius loci fino a diventarne parte

integrante quanto intrinseca, soggetto di riflessione per il fruitore

e di evocazione perenne di emozioni volte al superamento

dei confini oltre il paesaggio e la materia stessa. La collezione

si è arricchita negli anni di opere create appositamente come:

Anthology Two di Maurizio Nannucci, Giardino rovesciato di Nagasawa,

Banda rossa di Marco Bagnoli, Ascolta il flauto di canna

di Marco Bagnoli, Bruciaprofumi di Anne e Patrick Poirier, La

fabbrica della memoria di Anne e Patrick Poirier, Micat in vertiwww.florenceartgallery.com

Fabrizio Corneli, Micat in vertice

Daniel Buren, Muri fontane a 3 colori per un esagono (ph. Carlo Cantini)

VILLA LA MAGIA A QUARRATA

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I grandi della

fotografia

A cura di

Maria Grazia Dainelli

L’anima del corpo

Fino al 10 luglio alla Crumb Gallery di Firenze la personale di Betty

Colombo con scatti realizzati all’Ospedale San Luca di Lucca

di Maria Grazia Dainelli / foto Betty Colombo

Hai raccontato un insolito viaggio all’interno del

corpo umano fotografandone gli organi. Da dove

nasce questa idea?

Sono una fotoreporter di viaggio, testimonial Canon dal 2018 e

Ambassador italiana di Save The Planet. Lavoro per diverse testate

del gruppo Corriere della Sera, Vanity Fair e riviste dedicate

al design. Nel mio lavoro mi è sempre piaciuto cercare di comprendere

le persone, le dinamiche che esistono in alcuni paesi e

non in altri, le differenze antropologiche e culturali tra gli esseri

umani. Per un mio percorso di crescita personale da circa dodici

anni fotografo interventi chirurgici nelle sale operatorie dove ho

preso coscienza che uno dei viaggi più interessanti che avrei potuto

fare era appunto quello all’interno del corpo umano. L’idea di

raccontare gli organi mi è nata al Policlinico di Milano mentre fotografavo

un intervento di trapianto di polmoni. C’è stato un momento

di rara bellezza quando il polmone appena arrivato, dopo

essersi sgonfiato dell’ultimo respiro del donatore, veniva inserito

nel corpo del ricevente. Nell’attimo in cui il chirurgo staccava tutti

i sistemi di respirazione e il polmone iniziava a respirare, ho vissuto

una profonda emozione davanti alla straordinaria capacità

di recupero del corpo umano e con questi scatti ho realizzato una

personale dal titolo “La riparazione”.

Il progetto, realizzato nella sala autoptica dell’Ospedale San

Luca a Lucca, ti ha vista collaborare con un team medico composto

da sole donne. Cosa ti ha trasmesso questa esperienza?

Betty Colombo

nerale, le donne hanno una grande sensibilità e le dottoresse lo

hanno dimostrato svolgendo un lavoro così delicato con grande

rispetto per la persona che avevano sotto i ferri. Immortalare

i vari momenti dell’autopsia mi ha consentito di entrare in

empatia con il resto del team. Ecco perché il risultato non è

soltanto mio ma dell’intera squadra che vi ha partecipato, io

ho il merito di aver avuto l’idea e di aver realizzato le immagini.

Hai immortalato gli organi interni di circa quindici persone,

come sei riuscita ad affrontare un’esperienza così forte?

Il cuore di un uomo

L’obiettivo della macchina fotografica è stato come un filtro

che mi ha permesso di mantenere la giusta distanza emotiva

e mentale. Accanto a me c’era una specializzanda pronta

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Ho lavorato per circa un anno con la dottoressa Diana Bonuccelli,

primario di Medicina Legale, che mi ha spiegato dettagli

importanti mentre sezionava gli organi permettendomi così di

fare fotografia scientifica, pur non essendo un medico. In gea

soccorrermi se mi fossi

sentita male, anche se

non ho mai avuto nessun

tipo di fastidio a lavorare

con i cadaveri. L’unica

differenza che ho riscon-

10

BETTY COLOMBO


Cervello

trato tra la sala autoptica e quella chirurgica è l’odore diverso,

che ovviamente nella prima è molto più pungente, tanto

ho potuto entrarci solo avendo un unguento balsamico nelle

narici. È stata un’esperienza incredibile, perché non siamo

abituati ad avere un contatto diretto con la morte. Ma la cosa

straordinaria è che quei corpi in realtà non fanno pensare

alla morte ma alla vita che le persone hanno vissuto, ai sogni

che hanno realizzato, alla paura che hanno provato prima

di morire. Sono queste le cose che ti chiedi mentre sei lì, davanti

a quei corpi.

Come descriveresti quello che hai provato?

Capisco che possa fare effetto sentirlo dire, ma ciò che avevo davanti

agli occhi era per me qualcosa di meraviglioso, una metafora

fortissima della vita. Questa esperienza mi ha ricordato un

fatto accaduto mentre mi trovavo in Groenlandia per lavoro. Avevo

preso un elicottero della protezione civile ed ero scesa in un

luogo dove nessuno aveva mai camminato prima, in mezzo agli

iceberg, tra silenzio e ghiaccio, nient’altro intorno. Ad un certo

punto ho notato un particolare che mi ha fatto capire quanto la

vita in natura sia più forte di ogni altra cosa: dal ghiaccio spuntavano

un ciuffo d’erba e un fiore viola, non avrei mai pensato che

una cosa del genere fosse possibile, eppure stava accadendo ed

io ero lì spettatrice di questo miracolo.

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere alle persone?

Fotografando gli organi, ho capito che la loro forma e il colore

riflettono la nostra vita, ciò che siamo profondamente. Ad

esempio, il fegato non è sempre rosso, per alcuni è viola, per

altri rosso con macchie gialle. L’intestino è trasparente e con la

luce che lo illumina sembra di vedere una strada ripresa da un

satellite. I reni, che dall’esterno hanno la forma di fagioli, all’interno

assomigliano a dei pomodori. Il cuore l’ho rappresentato

ribaltato come se fosse un fiore. Il cervello è l’organo più

straordinario e complesso dove risiede l’attività mentale e si

generano le emozioni. Con i miei scatti vorrei riuscire a meravigliare

le persone e non ad impressionarle, vorrei che capissero

che ciascuno di noi è davvero unico e diverso dall’altro, anche

dal punto di vista degli organi interni. Vorrei che emergessero

anche la bellezza e la perfezione del corpo umano, i cui organi

sono capolavori della natura e come tali vanno raccontati.

Flower

Pensi che questa bellezza e perfezione del corpo umano

a cui ti riferisci siano indizio della presenza del divino?

Non saprei, io sono atea, ho una mia personale visione della

spiritualità e un grande rispetto per la vita. Devo dire però

che si sono verificate delle situazioni particolarmente strane

durante la realizzazione di questo progetto. Uno di corpi

che ho fotografato apparteneva all’amico di una persona

a me molto vicina, la quale, per una curiosa coincidenza,

mi telefonò per informarmi dell’avvenuto decesso. E come

in questo caso anche in diversi altri è successo che le persone

alle quali appartenevano i corpi avessero un collegamento

con me.

Che ruolo ha avuto la luce nel consentirti di trasformare

gli organi in veri e propri gioielli?

La luce è stata fondamentale per cercare di rappresentarli

con una tridimensionalità che fosse più reale possibile.

Li abbiamo riempiti di liquido e calati dall’alto appendendoli

a dei fili, che sono stati cancellati in post-produzione, e inserendoli

in scatole di velluto nero illuminate da sessanta

piccoli led. Ho realizzato numerosi scatti in “bracketing” e

“focus stacking”, ottenendo così il massimo dettaglio.

Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

È stata un’esperienza totalizzante, di quelle che in certo

senso ti cambiano dentro, cambiano il tuo modo di guardare

le cose. Ho chiuso un

capitolo che sicuramente riaprirò

con nuove idee. Tutto

quello ho visto, provato

e imparato grazie a questa

esperienza mi ha lasciato

un segno indelebile. Anche i

medici mi hanno confessato

che, grazie alle mie fotografie,

sono riusciti a considerare

il proprio lavoro da un

punto di vista nuovo e diverso

dal solito. È stato uno

scambio prezioso.

BETTY COLOMBO

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Spunti di critica

fotografica

A cura di

Nicola Crisci e Maria Grazia Dainelli

Giuliana Traverso

Scomparsa lo scorso aprile all’età di novant’anni, è stata

una paladina della fotografia al femminile

di Nicola Crisci / foto Giuliana Traverso

Lo scorso 14 aprile, all’età di novant’anni, ci ha lasciato

una delle figure più rappresentative della contemporaneità

fotografica italiana e mondiale: Giuliana

Traverso. La sua produzione artistica, iniziata con gli studi sul

ritratto, si è da subito allargata a varie tematiche, mostrando

uno spiccato interesse per argomenti a sfondo socio-culturale.

È stata protagonista attenta e determinata nell’affermare il

ruolo della donna e, nel 1968, anno cruciale per la rivoluzione

femminista, ha creato a Genova, sua città natale, il corso Donna

fotografa, grazie al quale si sono formate centinaia di donne

fotografe sia in campo professionale che a livello amatoriale.

Nel 1988 si cimenta in un progetto dal titolo Fantasmi e vivi,

in cui racconta la vita di un gruppo di ragazze e ragazzi ospiti

di una comunità di recupero per tossico-dipendenti del Centro

di solidarietà di Genova. Dice di questo lavoro Orietta Bay,

sua allieva e stretta collaboratrice: «Giuliana scrive storie fotografiche

che ci vuol fare arrivare in modo profondo e intenso al

cuore, riuscendo ad invadere i nostri pensieri e a renderci consapevoli.

I ragazzi diventano protagonisti di una storia immaginifica

dove ciascuno realizza la parte che vuole e recitando

svela se stesso con i suoi sogni e bisogni. Smettono di sentirsi

fantasmi e accettano di combattere per uscire dal fumo, ritornando

così ad essere vivi». La stessa autrice nella sua autobiografia

afferma a questo proposito: «Fotografare questi ragazzi

mi ha dato una spinta emozionale che mi resterà per tutta la

vita». Nel 1988 è nominata dalla FIAF “Maestra della fotografia

italiana”. Si è affidata quasi sempre al bianco e nero, ma

per riportare alla luce un universo di sentimenti e passioni ha

utilizzato anche il colore, creando un mondo suo, tra fantasia

e sogno. Si avverte, nei suoi scatti, tutta la forza rivelatrice di

una fotografia che riesce ad amplificare la dimensione evocativa

del racconto con una poetica che trasforma le cose. Sicuramente

uno degli aspetti più rilevanti del suo lavoro è stato il

continuo rinnovamento e la ricerca, che l’hanno vista spaziare

da interventi pittorici ed astratti alla più crudele verità dei reportage,

dall’indagine rarefatta e intima di corpi silenziosi alla

sensibilità surrealista dei viraggi e delle trasfigurazioni, dai patinati

miti televisivi alla vita degli umili e degli indifesi. Giuliana

Traverso ha raccontato fragilità e dramma della vita di tutti

i giorni. Ha tenuto seminari, workshop e centinaia di mostre in

Italia e all’estero. Sue opere sono esposte nelle più importanti

collezioni e nei più grandi musei del mondo.

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GIULIANA TRAVERSO


Aziende in

Toscana

F.A.L. System di Angelo Faienza

L’azienda punto di riferimento per installazione, restauro

e automatizzazione delle campane

di Maria Grazia Dainelli / foto courtesy Angelo Faienza

Scandire le ore e richiamare i fedeli alla preghiera: sono

queste le principali funzioni che le campane hanno svolto

attraverso i secoli. Nella tradizione campanaria italiana

si inserisce l’azienda di Angelo Faienza che, fondata nel 2015,

si occupa di sistemi di automatizzazione delle campane, installazione,

restauro e manutenzione. Per essere in movimento, le

campane hanno bisogno di un sistema meccanico ed elettronico,

un computer per l’invio degli impulsi al quadro elettrico per

attivare i martelli. F.A.L. System è specializzata anche nella realizzazione

ed installazione di orologi da torri e campanili. La

maestria e l’esperienza non solo di Angelo ma anche del suo

collaboratore Roberto Cavallo li vedono occuparsi, con competenza

e passione, sia dell’aspetto estetico dell’orologio sia del

funzionamento dei meccanismi interni. Svolgono il loro lavoro

su tutto il territorio nazionale; uno degli ultimi impianti realizzati

è nella chiesa di Montepulciano, mentre tra le ultime manutenzioni

ricordiamo quelle effettuate presso: la chiesa di Lecore, la

piazza di San Jacopino a Firenze, il santuario di Collevalenza a

Todi, il duomo di Terni, la chiesa di San Jacopo in Acquaviva a

Livorno, il duomo di Montepulciano e la curia di Parrana e Cecina.

Durante lo svolgimento delle attività di manutenzione sui

campanili, Angelo e Roberto si sono ritrovati a dover affrontare

il problema del guano dei volatili che è estremamente corrosivo

per le facciate e i monumenti. L’attività dell’azienda si è evoluta

mettendo a punto il sistema più adatto all’allontanamento di piccioni,

colombi, gabbiani e storni, garantendo risultati efficaci fin

da subito e duraturi nel tempo. I piccioni, ad esempio, tendono

a nidificare nei pressi degli ambienti più frequentati dall’uomo e

questo provoca spesso notevoli disagi. Il problema del guano si

pone per lo più nelle città, tuttavia anche nelle zone rurali capita

che si formino grandi colonie di piccioni che danneggiano i raccolti.

Oltre agli ingenti danni provocati alle facciate e alle grondaie

dall’acidità degli escrementi dei volatili, c’è da considerare

anche il pericolo sanitario. Gli uccelli, infatti, sono vettori di malattie

sia per l’uomo che per gli animali, per questo è necessario

allontanarli ricorrendo a reti antintrusione, dissuasori laser o dissuasori

ad aghi o acustici. Con la sanificazione e la disinfezione

si conclude questo lavoro molto impegnativo ma necessario

a tutelare sia l’integrità degli edifici che la salute delle persone.

Angelo Faienza al lavoro

F.A.L. SYSTEM

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Incontri con

l’arte

A cura di

Viktorija Carkina

Intervista al maestro Paolo Penko nella sua bottega

fiorentina, eccellenza dell’arte orafa contemporanea

di Viktorija Carkina / foto courtesy Paolo Penko

Come ha deciso di diventare gioielliere?

Ricordo benissimo il momento in cui presi questa decisione,

era l’ultimo giorno prima dell’inizio delle vacanze natalizie.

Avevo tredici anni ed ero iscritto a Ragioneria. Mia madre

faceva la professoressa e doveva riconsegnare un libro all’istituto

d’arte. Visto che quel giorno eravamo insieme, la accompagnai.

Entrando per caso nella sezione di Oreficeria, rimasi

colpito e affascinato dalle vetrine, spesso impolverate, con le

coppe impreziosite, gli smalti e i gioielli, capendo quale sarebbe

stato il mio destino. Un’ora dopo ero già iscritto in quella

scuola. Mi sentì molto grato per la fiducia da parte dei miei genitori,

ma anche per la comprensione, visto che non venivano

dal mondo dell’oreficeria. Anche se devo dire che mio padre,

essendo un filatelico e numismatico, mi ha trasmesso alcune

qualità che sono fondamentali per il mio lavoro: la grande

passione per i dettagli più minuziosi e per la storia che si nasconde

dietro gli oggetti. Entrambi i concetti sono fondamentali

anche per lo studio delle monete e dei francobolli. Prima è

stato mio padre a trasmettermi la sua passione, mentre poi sono

stato io a trasmetterla ai miei figli Alessandro e Riccardo.

Di quest’ultimo, Riccardo, abbiamo potuto ammirare gli

splendidi gioielli sul palco del Teatro della Pergola, creati

appositamente per lo spettacolo La donna volubile. La collaborazione

con il mondo dello spettacolo è un vostro nuovo

traguardo?

Sì, è una nuova avventura di cui l’ideatore e il protagonista

è Riccardo. Essendo stato sempre appassionato del mondo

Paolo Penko con la moglie Beatrice e i figli Alessandro e Riccardo

dello spettacolo e del cinema, ha sviluppato un nuovo segmento

della nostra attività, relativa alla creazione dei gioielli

teatrali. In un mese ha creato ben trenta gioielli per il Teatro

della Pergola. Ogni gioiello è stato ideato tenendo conto

del periodo storico, della tradizione orafa veneziana e in linea

con il contesto culturale e sociale dei personaggi goldoniani.

Tutti i gioielli sono stati realizzati in argento e lega dorata

ed impreziositi da cristalli, pietre dure, pietre semipreziose e

perle. Creare dei gioielli per uno specifico spettacolo era una

tradizione ormai persa, ma Riccardo l’ha recuperata.

Com’è vivere in una famiglia di gioiellieri?

Non è sempre facile lavorare in famiglia, genitori insieme ai

figli. Devo dire però che i tempi della pandemia ci hanno dato

In queste due foto, la gioielleria Penko a Firenze

14

PAOLO PENKO


la possibilità di confrontarci di più, il che ha suscitato diverse

nuove riflessioni riguardanti il lavoro. Siamo convinti che il

rallentamento lavorativo che si è creato a causa dei pochi turisti,

ci aiuterà ad individuare tante nuove idee.

Quali sono gli artisti che l’hanno maggiormente ispirato?

Fin da giovanissimo ho cercato di approfondire le tecniche antiche

della tradizione fiorentina. Con l’apertura della mia prima

bottega, ho iniziato a creare gioielli ispirandomi al Busto

di giovane con cammeo di Donatello al Museo nazionale del

Bargello. È proprio da quest’opera che è scaturita la grande

passione di ricreare i gioielli storici della nostra cultura passata.

Tutt’oggi nella nostra bottega realizziamo gioielli ispirati

a grandi maestri come Bronzino, Tintoretto, Tiziano e Botticelli.

Di quest’ultimo abbiamo creato una collezione, intitolata La

primavera perfetta, ispirandoci al celebre dipinto della collezione

degli Uffizi. Amo dar vita e rendere concreti gioielli che altrimenti

potremmo ammirare soltanto dipinti o descritti.

Come nell’occasione delle celebrazioni per il cinquecentenario

dalla nascita di Cosimo I, quando ha realizzato tre

simboli del potere del granduca, il Collare del Toson d’oro,

lo Scettro e la Corona granducale.

Esatto, anche in quell’occasione ho potuto dedicarmi ad un

lavoro di ricerca filologica. Non esistono originali analoghi

perciò non si tratta di riproduzioni, ma di creazioni artigianali

eseguite sulla base delle fonti scritte e iconografiche.

La vostra attività si basa sulle antiche tradizioni fiorentine,

ma i tempi cambiano e cambiano anche le tradizioni. Vi capita

di dovervi adeguare alla contemporaneità?

Assolutamente sì. Ultimamente c’è una tendenza alle forme

maschili nell’abbigliamento femminile e perciò anche i gioielli

per le donne tendono alla riduzione degli ornamenti, al

minimalismo e alle forme più rigorose. Inoltre, in generale il

confine fra i gioielli maschili e femminili sta scomparendo. Ci

stiamo adeguando ai tempi, ma senza abbandonare la nostra

tecnica che sarà sempre legata alla tradizione. Abbiamo creato

anche una tecnica nostra che chiamiamo “penkato”. È un

Le tre opere simbolo di Cosimo I de' Medici

La parure realizzata per Rosaura, protagonista dello spettacolo La donna

volubile al Teatro della Pergola

particolare trattamento della superficie che enfatizza quello

che è la tradizione della setatura dell’incisione a bulino e appare

come se fosse messa su una lente d’ingrandimento. È

una tecnica che abbiamo usato anche durante la nostra collaborazione

con la cattedrale di Santa Maria del Fiore in occasione

della visita di Papa Francesco per impreziosire l’arredo

liturgico. Circa dieci anni fa, invece, ho creato un cammeo

contemporaneo: il primo video-gioiello al mondo. È un gioiello

fisico contenente uno schermo che può trasmettere delle

immagini o un video.

Qual è il ruolo dell’oreficeria oggi?

Un gioiello deve raccontare una storia, ma non deve essere

solo un omaggio al passato, deve

rispecchiare anche il nostro tempo. Ovviamente,

deve rappresentare la personalità

dell’individuo e l’occasione nella

quale viene indossato ed essere adeguato

ad un utilizzo quotidiano. Anche

l’acquisto deve essere un’emozione. I

nostri clienti vivono un’esperienza di

bottega, osservando all’istante la creazione

del loro gioiello unico e personalizzato.

Questa è la caratteristica del

nostro modo di lavorare, che riconosce

nei concetti di bottega artigiana e impresa

familiare due veri e propri punti

di forza.

PAOLO PENKO

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Cinzia Pistolesi

Bouquet

www.cinziapistolesi.com


A cura di

Francesco Bandini

Quando tutto

ebbe inizio…

I datteri di Matusalemme

Un segno della costante fecondità di ciò che ci viene dal passato

Testo e foto di Francesco Bandini

Nel 1970 ebbi l’opportunità di visitare per la prima volta

la Terra Santa ma fu soprattutto nel 1975 che vi tornai

più volte inviato dal sindaco di Firenze Luciano Bausi

quale dirigente del Settore Urbanistica per studiare la struttura

dell’ufficio tecnico di Gerusalemme e conoscere l’architetto Moshe

Safdie, l’autore dell’Expo di Montreal, e Ygael Yadin, l’archeologo

restauratore di Masada. Nel 1987, con l’incarico a Jean

Baptiste Humbert di riprendere gli scavi a Qumran, mi si presentò

l’occasione di collaborare a quella che può essere considerata

la più preziosa scoperta archeologica di tutti i tempi, conosciuta

nel mondo come “I rotoli del Mar Morto”. Molte volte ancora sono

tornato in Israele per incarichi e incontri vari; ricordo con particolare

affetto l’amicizia con padre Bellarmino Bagatti, scopritore

della casa della Vergine Maria e maestro dell’intera scuola archeologica

del Medio-Oriente, il quale volle, da buon fiorentino, tornare

a finire i suoi giorni nel convento francescano di Fiesole, e

con lui ho trascorso lunghe serate nell’ascolto delle sue affascinanti

esperienze. A lui devo l’invito a scrivere quella sorta di diari

di viaggi che sono Al di là del Giordano e Dall’Ararat alle sorgenti

del Nilo azzurro che ho pubblicato, con le testimonianze di Mario

Luzi, Franco Cardini e Alessandro Parronchi, nel 1999 e nel 2002.

Il mio sogno di realizzare il camminamento sull’antica cinta muraria

fiorentina si trasformò, anni fa, in una grande mostra che fece

il giro del mondo approdando inevitabilmente a Gerusalemme

dove il vicesindaco David Cassuto, anch’esso fiorentino ma tornato

volontario in Israele per la guerra dei sei giorni, mi invitò a

collaborare al restauro delle mura della Città Santa; su quelle mura,

che vantano tremila anni di storia, nel 1996 proposi di colloca-

re, in prossimità della porta di Jaffa, una copia bronzea del David

del Verrocchio, il cui originale si trova al Bargello.

I datteri di Matusalemme

«Non erano affatto male i datteri che i ricercatori israeliani sono

riusciti a far maturare da palme germogliate negli scorsi anni

da semi antichissimi rinvenuti in vari siti archeologici venuti alla

luce nel deserto di Giuda». Questo il commento di Sarah Sallòn,

direttrice del centro di ricerca Borik per la medicina naturale

dell’ospedale universitario di Hadassah di Gerusalemme che aveva

assaggiato i primi datteri nati da semi antichi di oltre 2000 anni

fa. A metà del settembre 2020, ad essere colti sulle pendici

che si affacciano sulla Città Vecchia, sono stati proprio quei primi

datteri subito battezzati di Matusalemme, maturati sulle palme

germogliate nei mesi precedenti da semi plurimillenari, come

certificano i test al carbonio 14 a cui sono stati sottoposti. La raccolta

di questi datteri è il coronamento di quel progetto che da

anni fa rivivere antiche specie di palme da dattero germinate da

semi trovati negli scavi archeologici nei locali adibiti a mensa del

complesso comunitario esseno di Qumran, proprio quello con il

quale nel 2005 avevo concluso le mie ricerche ipotizzando così

quella rilettura della vicenda essena sul Mar Morto nei luoghi in

cui furono ritrovati i celebri rotoli con i brani della Bibbia ebraica.

Da quei semi, tra il 2011 e il 2014, germogliarono sei piante. Una

di queste, inaspettatamente fiorita sei anni dopo averla piantata,

sono stati raccolti i frutti. Le palme da dattero sono ritenute essere

le prime piante coltivate dall’umanità. Le indagini scientifiche

indicano che alcuni resti ritrovati risalgono a 50 milioni di anni fa.

Non a caso la mitologia classica associa questa pianta all’immortale

fenice, come testimonia il soprannome

scientifico Pheonix dactylifera. Il

dattero è nella storia dell’uomo un frutto

molto importante; nell’antico Egitto era conosciuto

per le sue proprietà energetiche,

i romani lo utilizzavano per aromatizzare

il vino e fare dolci. Inoltre lo associavano

simbolicamente alla vittoria e all’onore.

Fu infatti con dei rami di palma che la folla

accolse Gesù in sella a un asino mentre

entrava in Gerusalemme. Chiamato dai beduini

“il pane del deserto”, è frequentemente

menzionato nel Corano e nella Torah.

Le grotte dove sono stati trovati i rotoli del Mar Morto: sembra ormai assodato che Qumran fosse un sito

esseno, ma recenti studi, anche di Francesco Bandini, ne hanno modificato la cronologia archeologica

I DATTERI DI MATUSALEMME

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Occhio

critico

A cura di

Daniela

Pronestì

Velio Ferretti

Il primato della materia

di Daniela Pronestì

La materia prima di tutto, ancora prima

del colore, del segno, degli effetti

di luce: l’approccio di Velio

Ferretti alla pittura non può prescindere da

questo assunto, che lo vede sconfinare dalla

tela tradizionalmente dipinta al bassorilievo

ottenuto combinando più elementi.

Dopo gli esordi come pittore paesaggista,

ha proseguito da un lato mantenendo l’idea

di “quadro”, e quindi di un supporto che

accoglie il processo creativo, e dall’altro

adottando una cifra espressiva astratto-informale

derivata dalla trasfigurazione del

dato naturalistico. Filo conduttore tra le due

esperienze – quella nell’ambito del naturalismo

e l’odierna fase dell’informale materico

– il tema del paesaggio, che procede,

dalle prime opere a quelle attuali, confluendo

in un linguaggio che richiama le concrezioni

della roccia, la lucentezza metallica

Velio Ferretti

dei minerali, la consistenza sabbiosa del terreno, i segni lasciati

sul suolo dal passaggio dell’uomo. Dalla natura vista

e rappresentata alla natura vissuta interiormente e ricostruita

strato per strato, partendo dal supporto in legno e proseguendo

per successive addizioni materiche – rete metallica,

cemento, sabbia, colore –, fino ad ottenere un corpo “vivo”,

Surface 219 (2020), cemento, colla e acrilici su legno, cm 60x60

Surface 225 (2020), cemento, colla e acrilici su legno, cm 60x60

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VELIO FERRETTI


reagente alla luce, evocativo di valori tattili quanto, al

medesimo tempo, di suggestioni immateriali. Come

un alchimista, Ferretti trasforma cemento e sabbia

in materiali nobili, che insieme compongono il cuore

dell’opera, su cui l’artista interviene aprendo solchi,

tracciando segni, fissando impronte di materiali-matrice.

Una vita pulsante e misteriosa anima queste

superfici, la cui somiglianza con la crosta terrestre,

dovuta dalla presenza di rilievi, increspature e solchi,

lascia pensare che intento dell’artista sia replicare

i processi naturali, stabilendo un nuovo equilibrio

tra ordine e caos, vitalità e distruzione. Una dialettica

tra gli opposti richiamata anche dalla presenza della

rete metallica, barriera che si frappone tra il supporto

e lo sguardo e allo stesso tempo apertura oltre la

quale la materia, affrancata da ogni costrizione, può

emergere in tutta la sua evidenza. Compito della rete

è anche accentuare le irregolarità delle superfici, alternando

zone più lisce in cui la luce scorre fluida a

parti più accidentate dove la luce si interrompe, e accogliere

la pittura all’interno delle proprie maglie, ottenendo

così tasselli cromatici disposti in armonia o

in contrasto con i toni dominanti dell’opera. In altri casi,

le ferite inferte ai rilievi materici diventano l’equivalente

di una scrittura segreta, con la quale Ferretti

comunica all’osservatore il pathos dell’atto creativo

e l’energia che a questo si accompagna ma anche la

catarsi che giunge alla fine di una “lotta”, quella con

la materia, a cui l’artista non può sottrarsi. A dispetto

delle ridotte dimensioni, queste opere suggeriscono

una spazialità monumentale che li fa sembrare dettagli

ingigantiti di pianeti lontani, visioni di mondi sconosciuti,

sui quali lo sguardo atterra con l’emozione

legata alla scoperta di qualcosa di mai visto prima.

Crateri, rocce, solchi, sabbia: si ha davvero l’impressione

di stare osservando un paesaggio primordiale,

percorso da burrasche e tempeste di vento, forgiato

dall’azione implacabile del tempo. È l’artista demiurgo

ad averlo creato, mostrando l’abilità di chi, come

Ferretti, sa bene cosa voglia dire rigenerare la materia

avendo in mente una precisa intenzione espressiva

ed essendo pronto a superare qualunque ostacolo

pur di realizzarla.

Exit (2017), rete metallica, cemento, colla, sabbia e acrilici su legno, cm 80x80

Surface 149 (2019), rete metallica, cemento, colla, sabbia e acrilici su legno, cm 50x50

Atelier, via San Bartolomeo 14 - Pistoia

Visite su appuntamento

www.velioferretti.com

velioferretti@yahoo.it

+ 39 335 6428558

Le opere di Velio Ferretti sono in vendita sul sito della

galleria Artistikamente di Pistoia

www.artistikamente.net

Dall'8 al 21 agosto Ferretti esporrà a Pietrasanta con

la galleria Artistikamente nell'ambito di una grande

rassegna di arte contemporanea.

Surface 101 (2019), cemento, sabbia, colla e acrilici su legno, cm 50x60

VELIO FERRETTI

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Ritratti

d’artista

Margaret Karapetian d’Errico

Paesaggi della memoria incisi sulla lastra

di Laura Belli

Laguna, acquaforte e acquatinta, cm 35x50

Margaret Karapetian d’Errico è un’artista italiana di origine

armena di fama internazionale come dimostrano

le città e le importanti gallerie d’arte sparse nel mondo

dove è stata invitata a partecipare a mostre personali e collettive

e dove non le sono mancati premi e prestigiosi riconoscimenti.

Questa fama si basa su una sensibilità artistica non comune

che le permette di cogliere e trasferire nelle sue opere tutte le sollecitazioni

che le sue esperienze di vita, anche in paesi lontani, le

hanno offerto, ma si basa anche su una solida preparazione che

le ha consentito di valorizzare al massimo la sua creatività. Margaret

ha studiato per tre anni pittura, ma ha anche seguito corsi

di incisione all’Accademia di Belle Arti di via Ripetta a Roma, dove

si è diplomata nel 1978; anni dopo, si è ulteriormente perfezionata

presso la scuola internazionale Il Bisonte di Firenze. Completati

gli studi, ha soggiornato per sette anni in Oman, dove ha saputo

rendere artisticamente fecondi tutti gli stimoli che questo affascinante

paese della penisola arabica le ha offerto. Là si è dedicata

prevalentemente alla pittura ad olio ed ha ottenuto molto successo,

vendendo tutti i suoi quadri tanto che, di quel periodo, non le è

rimasta nessuna opera. Questa predilezione per la pittura era dovuta

alla facilità di procurarsi i materiali rispetto alla difficoltà di

far arrivare in Oman le complesse attrezzature necessarie per l’incisione.

Quest’ultima infatti richiede macchinari voluminosi e pesanti

come, ad esempio, il torchio da stampa; è inoltre una tecnica

artistica che esige pazienza, precisione e anche una collaudata

esperienza che permetta all’artista di aver continuamente presente

nella sua mente, mentre incide più o meno profondamente la

lastra metallica appositamente preparata, il risultato finale a cui

tende la sua creatività. Seguono poi i vari passaggi della lastra

nell’acido, dei quali deve dosare i tempi di immersione per le giuste

corrosioni e ottenere poi, a stampa ultimata, gli effetti e i contrasti

desiderati. Un lavoro non facile dove anche le possibilità di

correzione sono assai limitate. Considerate tali difficoltà, non sono

moltissimi gli artisti che attualmente si dedicano a questa tecnica

con successo. Nei secoli passati, a partire dal Cinquecento,

erano molti di più perché, approfittando della nuova invenzione

della stampa, potevano diffondere più facilmente le loro opere.

In epoca moderna fra i più celebri possiamo ricordare Picasso e

Chagall. Nelle incisioni di Margaret Karapetian è ancora vivo il ricordo

del deserto e delle persone che lo abitano con i loro caratteristici

abiti colorati, per valorizzare i quali l’artista ricorre alla

tecnica all’acquatinta che permette di coprire superfici ampie.

Queste due tecniche, unite dal sapiente tocco di Margaret, riescono

a creare suggestivi contrasti, atmosfere e velature impensabili,

rendono quasi palpabile la trasparenza delle reti dei pescatori

o la leggerezza della spuma del mare che, con il deserto, è una

continua fonte di ispirazione per l’artista che ora però, stabilitasi

a Quarrata e affascinata dalla natura che la circonda, si dedica

con immutato entusiasmo e maestria a rappresentare i paesaggi

toscani, raccogliendo anche in questo un meritato successo.

www.margaretkarapetian.it

Ombre e luci, acquaforte e acquatinta, cm 35x50

Le meduse, tecnica mista, cm50x35

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MARGARET KARAPETIAN D’ERRICO


Firenze

mostre

Baci rubati

Alla Tornabuoni Arte la mostra di Omar Galliani sugli affetti

negati durante la pandemia

di Barbara Santoro / foto Gino Carosella

La mostra di Omar Galliani, in corso dal

13 maggio al 2 luglio 2021 alla Tornabuoni

Arte a Firenze (Lungarno Cellini 3),

è una potente riflessione sul tempo drammatico

trascorso in questi mesi di emergenza pandemica.

Il titolo Baci rubati / Covid-19 riporta infatti ai

giorni difficili del primo lockdown, durante i quali

il distanziamento sociale ha negato alle persone

il contatto fisico. Non è un caso che Galliani abbia

scelto Firenze come prima tappa della mostra,

riconoscendo in questa città il simbolo del Rinascimento

e quindi anche di una rinascita dopo la

crisi scaturita dal virus. Durante la pandemia, dato

che abbracci e baci sono stati proibiti, Galliani

si è documentato su questo soggetto andando a

rivedere tanti film che trattano l’argomento e traendone

ispirazione per la mostra che si compone

di sessanta disegni a carboncino e grafite su tela.

«Tra il mese di marzo e giugno 2020 quando il

lockdown ci ha distanziati – dichiara l’artista –, ho cercato

queste immagini sugli schermi di casa e le ho trasformate in

tessere di un grande mosaico disegnato a matita su tela. Sono

i frammenti di una quotidianità orfana delle labbra e del

respiro, di carezze non date o ricevute, di un’oscurità latente

che si è imposta nella nostra quotidianità in un silenzioso

drammatico crescendo». «Osservando questi quadri – scrive

Sonia Zampini nel testo introduttivo al catalogo della mostra

– vediamo come la corsa della visione si declini in baci, abbracci,

reciprocità che nascono come risposta a quell’anelito

Barbara Santoro con il gallerista Roberto Casamonti (a sinistra) e l'artista Omar Galliani

che la separazione forzata ha soffocato. In questo modo l’arte

ridona forma alla negazione che il prodotto dei tempi ha

generato». Sono opere che mettono in luce il bisogno di recuperare

la comunione umana che viene dal contatto fisico,

l’impellente necessità di ritrovare la vicinanza con l’altro dopo

che questa è stata lungamente impedita dagli eventi. Per

raccontare le tante corde emotive che accompagnano questo

soggetto rendendolo un continuo divenire di stati interiori,

Galliani ha reso le immagini evanescenti, come se fossero

bagnate dalla rugiada oppure offuscate da una nebbiolina,

facendole sembrare così particolari estrapolati

da un sogno. Il grande manifesto formato da

sessanta quadri giganteggia sulla parete lunga

della galleria, mentre altre opere di dimensioni

diverse sono appese alle pareti. Forte è l’emozione

che suscita negli osservatori che, in punta

di piedi, vanno alla ricerca di baci storici, come

quello fra Vivien Leigh e Clark Gable in Via col

vento o quello fra Liz Taylor e Richard Burton.

È un complesso collage di baci fra innamorati,

donne, madri e figli, tutti alla ricerca di affetti negati.

«Ora che il tempo dei baci e degli abbracci è

sospeso tra noi e altri corpi desiderati – aggiunge

Galliani –, cerchiamo nell’affannoso quotidiano

delle immagini una rinnovata carezza che

rimuova il tempo dell’assenza e rifondi per noi il

desiderio». La mostra è accompagnata da un bel

catalogo con testi di Sonia Zampini, Omar Galliani

e Roberto Mussapi.

BACI RUBATI

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La voce

dei poeti

Le liriche di Bianca Maria Gaddini Pagliai

L’amore vero …

L’amore non

vuol feste,

non vuol

doni.

L’amore vero

che ci pulsa

dentro e il

respiro ci frena,

di poco si

accontenta.

Sol per mano

tenersi e insieme

respirare.

Viver dobbiamo

Viver dobbiamo come se

domani fosse l’ultimo

giorno della vita.

E con respir profondo

assaporare ogni attimo

che essa ci concede.

Gli artisti

Cos’è un quadro ?

È un sogno colorato

sulla tela bianca del tempo!

Rincorrerlo e raggiungerlo,

tra sofferenze e gioie,

è aspirazione di pochi.

E son gli artisti.

Un anno se ne va...

Un altr’anno è passato!

Bello o brutto sia stato,

più non ritorna e più

distante ancora è il

verde tempo della

giovinezza.

La notte

Magica è la notte

perché sigilla i silenzi,

protegge i sospiri

e partorisce

il giorno.

Rimembrando

Penso alla mia giovinezza

ormai lontana e a quel

senso di attesa che rendeva

ogni giorno diverso ed

esaltante.

E alle notti d’estate

in riva al mare,

quando il confine

con l’eternità

sembrava raggiungibile

nel cielo e negli occhi

incantati dell’amore.

Le mie stagioni

È sempre inverno

se nei miei pensieri

s’avventa il gelo

della nostalgia.

È sempre estate

se quest’ansia mia

si placa in te,

in te si scioglie

e tace.

Sapore antico

È sempre inverno

se nei miei pensieri

s’avventa il gelo

della nostalgia.

È sempre estate

se quest’ansia mia

si placa in te,

in te si scioglie

e tace.

Bianca Maria Gaddini Pagliai nasce a Roma in una famiglia

di artisti, poeti e creativi. Dal 1960 si trasferisce a

Firenze dove tuttora vive e dove dal 1975 comincia a

esporre le sue opere e le sue creazioni in varie mostre personali

e collettive. Ha partecipato con successo a vari concorsi

di poesia.

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BIANCA MARIA GADDINI PAGLIAI


I libri del

mese

Paola Mattioli

Viera, storia di un’italiana del ’23

di Erika Bresci

«

Lo aprii lentamente per paura di rovinarlo (…) un

quaderno dimenticato, o lasciato per essere ritrovato».

Il diario di vita della madre Viera capita tra

le mani di Paola Mattioli per fortunoso caso. Ci sono storie

che meritano di essere raccontate. Storie che possono in superficie

assomigliare a tante altre, ma che conservano l’unicità

dell’esperienza concreta, fatta di luoghi e nomi e fatti stampati

nella memoria personale, tradotti in memoria collettiva tramite

la scrittura. Viera narra con l’intenzione di testimoniare,

di fissare i punti salienti della sua vicenda terrena, incastonata

nell’affresco più ampio della storia dell’uomo, in quel lampo

di tempo compreso tra gli anni che precedono e quelli seguono

la seconda guerra mondiale. Mamma magliaia e padre rappresentante

e poi imprenditore – deluso all’inizio fosse nata

femmina, tanto distratto da farle dare all’anagrafe un nome dal

retrogusto straniero quando invece la si voleva semplicemente

chiamare Vera –, Viera trascorre la sua vita in

un lembo di terra, la Romagna, radicandosi in essa,

traendo da essa quella linfa necessaria a rimanere

dritta nei momenti di tempesta (la guerra, il tracollo

delle imprese paterne, la morte del padre e

poi dell’amato consorte). Alfonsine, Ravenna, Bologna.

Arrivata in fondo al suo diario Viera confessa:

«Questo è il cammino della vita e non è possibile

abbandonarlo». Eccolo, il nucleo pulsante di tutta

la vicenda, la cinesi implicita nell’attesa del domani,

in continua oscillazione tra anabasi e catabasi.

Una transumanza a tratti faticosa, conquistata passo

dopo passo: le tante tappe, ricordate nel pellegrinaggio

angoscioso della famiglia in piena guerra

(«avevamo perduto tutto, non avevamo neppure le

lenzuola»), sono come un calvario scandito dai toponimi

delle stazioni nelle quali si trova rifugio: Lugo

di Romagna, Borgo Rivola, Cuffiano, Viserba. Ma

il pellegrino attento trova anche (forse proprio) nelle

difficoltà il senso del suo camminare, si accorge

di muoversi insieme agli altri, condivide con questi il

peso e la stanchezza, la sfiducia e l’amarezza, tende

la mano per accogliere ed essere accolto, per donare

e ricevere un dono. Se occorre, rischiare anche

la propria vita per salvarne un’altra. «Non è vero che

siamo cattivi, non è così; nelle vere difficoltà della

vita trovi sempre qualcuno che ti porge una mano.

Forse è nell’agiatezza e nell’opulenza che si annidano

sentimenti di egoismo, invidia, indifferenza», medita

Viera. L’uomo che sa riconoscere l’uomo anche

nel nemico – (dei tedeschi) «nonostante se ne fossero

andati, ogni tanto ne arrivava qualcuno sbandato

e affamato, che faceva tanta pena» – potrà dire

alla fine di aver fatto “un buon viaggio”. È questo viaggio nella

storia sua e di quanti l’hanno circondata che Viera, per mano

della figlia Paola, propone al lettore di oggi con una scrittura

piana, diretta, concentrata sui fatti, che lascia alle immagini

(anche fotografiche che arricchiscono il volume) il compito di

parlare, tesa a ricordare particolari concreti – tangibili ora con

il pensiero – e a riannodare il filo di un passato mai realmente

spezzato. Perché, sottolinea Paola Mattioli nelle ultime pagine,

Viera procedendo sul viale del tramonto «viveva molto nei

ricordi, diceva che vi si trovava a suo agio, mentre nel presente

si sentiva persa a causa dei troppi cambiamenti e delle difficoltà.

La contemporaneità era un luogo che non amava, vivere

nel passato era più semplice». Quel passato, consegnato nelle

nostre mani in un «quaderno in pelle verde, profilato di camoscio,

tenuto bene e avvolto scrupolosamente all’interno di un’agenda».

Come qualcosa di prezioso, insomma.

PAOLA MATTIOLI

23


Occhio

critico

A cura di

Daniela Pronestì

Antonella Laganà

La ricerca dell’infinito in un quadro

di Daniela Pronestì

Un oceano fluido, un vorticare di forme, ciascuna delle

quali genera l’altra in un continuo andirivieni. Tutto

cambia e si trasforma in questo spazio illimitato,

e tutto, allo stesso tempo, è collegato: la forma con il vuoto,

la luce con l’oscurità, la materia con lo spirito. Non si tratta

di un mondo inventato, di un’evasione fantastica lontano

dalla realtà conosciuta. Le opere di Antonella Laganà parlano

di noi, dell’infinito che ci portiamo dentro, delle forze che

spesso ci sovrastano, delle misteriose ragioni che – la pandemia

ce l’ha insegnato – uniscono persone, cose ed eventi

in un unico e talvolta incomprensibile disegno. È una pittura

molto più “concreta” di quanto a prima vista si possa immaginare,

a partire dal bisogno dell’artista di svelare il legame

che esiste tra verità interiore e realtà del mondo, e di farlo trasformando

le cose materiali in forme che, sebbene astratte,

continuano ad essere reali. «Esistono forme che non siamo

in grado di vedere – afferma la Laganà – ma che nonostante

questo sono presenti nello spazio vicino e lontano da noi».

Si nasconde una realtà sconosciuta dietro la realtà apparente,

un mondo di segrete corrispondenze che l’artista riesce a

svelare diventando “veggente”, interpretando i segnali, imparando

ad attendere, fino a quando il frutto della creazione renderà

visibile ciò che visibile non è. Immaginare l’infinito al di

là delle sembianze finite del mondo: questo è il suo intento. E

Antonella Laganà

nel farlo oltrepassa idealmente i confini del supporto per accedere

ad una dimensione in cui le forme, non vincolate ad

un preciso significato, rivelano la loro bellezza originaria, libere,

come sono, di fluire in uno spazio liquido, vitale, generativo.

Ciò che maggiormente colpisce in queste opere, è la

capacità di accogliere il mistero della creazione mantenen-

Rember (2019), acrilico, cm 100x100

Libertè, Fraternitè, Egalitè (2021), acrilico, cm 100x100

24

ANTONELLA LAGANÀ


done intatto l’incanto, senza che la qualità dell’esecuzione

pittorica vada ad interferire con la vitalità pura e spontanea

delle forme dipinte. L’occhio dell’osservatore volentieri si perde

in questi “spazi lirici” – così l’artista li definisce – che se

da un lato alludono a mondi lontani, visione di galassie sconosciute,

dall’altro invitano ad esplorare il microcosmo del

cuore umano, un paesaggio non meno arcano e sconfinato di

quello formato da stelle e pianeti. Davvero l’arte può compiere

questo “miracolo” di collegare l’universo e il particolare, il

dentro e il fuori dell’uomo, con l’evidenza di immagini che, come

in questo caso, risvegliano in chi le osserva la certezza di

appartenere a qualcosa di più grande, qualcosa che va al di

là delle singole esistenze, invitandoci quindi a riflettere sulla

deriva egoistica dell’umanità, sempre più incapace di cogliere

se stessa come parte di un tutto. Anche su questo l’opera

di Antonella Laganà invita a soffermarsi, sul destino che

attende l’uomo nel prossimo futuro e su come arte e bellezza

debbano ritornare ad essere presenze necessarie nella vita

delle persone. Un messaggio che arriva da una donna fiera

e coraggiosa, capace di raggiungere traguardi importanti nel

corso di una brillante carriera – dalla formazione a Firenze

alle ribalte internazionali di Parigi, New York e Miami –, senza

mai recidere il legame con le proprie radici, con la sua terra

d’origine, la Calabria, di cui ha sempre espresso e difeso le

migliori qualità umane: laboriosità, umiltà e generosità. Doti

che l’hanno resa un’artista libera, empatica e sensibile che da

sempre affronta la vita con lo stesso slancio e la stessa forza

che animano la sua pittura.

www.antonellalagan.it

Sfida verde 2 (2017), acrilico, cm 100x100

ANTONELLA LAGANÀ

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Dimensione

salute

A cura di

Stefano Grifoni

La salute viene pedalando…

di Stefano Grifoni

Andare in bicicletta fa bene alla salute, combatte la depressione

e rende le persone più felici. Tranquille pedalate

all’aria aperta fanno consumare 500 calorie in

un’ora, rinforzano i muscoli della cassa toracica, cosce, glutei e

polpacci, migliorano la ventilazione polmonare. Questo veicolo

azionato dalla forza muscolare umana degli arti inferiori non

è pericoloso se usato con il casco, non fa male alla prostata

e non danneggia le articolazioni. Allunga la vita prevenendo le

malattie del cuore grazie alla riduzione della pressione arteriosa

sistolica, dei trigliceridi e colesterolo. Il 2020 è stato un anno

da record per le bici tradizionali più il 14 % rispetto al 2019

con quasi 180.000 pezzi e un aumento del 44% delle e-bike con

280.000, aumento osservato nei mesi duramente segnati dal

Covid. I benefici che andare in bicicletta regala alla salute sono

superiori ai rischi di incidenti stradali e dell’esposizione allo

smog. Chi va in bici è ecologista, intelligente e vive di più.

Stefano Grifoni è direttore del reparto di Medicina e Chirurgia di Urgenza del pronto soccorso

dell’Ospedale di Careggi e direttore del Centro di riferimento regionale toscano per la diagnosi

e la terapia d’urgenza della malattia tromboembolica venosa. Membro del consiglio nazionale

della Società Italiana di Medicina di Emergenza-Urgenza, è vicepresidente dell’associazione

per il soccorso di bambini con malattie oncologiche cerebrali Tutti per Guglielmo e membro tecnico

dell’associazione Amici del Pronto Soccorso con sede a Firenze.

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LA SALUTE VIENE PEDALANDO…


A cura di

Emanuela Muriana

Psicologia

oggi

Gli occhi che parlano

di Emanuela Muriana / foto Carlo Midollini

«

L’occhio è il punto in cui si mescolano anima e corpo»

diceva C. F. Hebbel, poeta e drammaturgo tedesco

dell’Ottocento. Mai come in questo periodo

la nostra comunicazione passa prevalentemente attraverso lo

sguardo. La nostra faccia è segregata dalle mascherine che ci

proteggono dall’incubo del contagio dell’invisibile virus che potrebbe

portarci ad ammalarci di Covid-19. Pittori di tutte le epoche

e poi fotografi hanno cercato nelle loro opere di fissare stati

d’animo come odio, paura, amore, piacere, dolore, disgusto attraverso

le varie espressioni dello sguardo. La vista e lo sguardo

sono sempre stati nella nostra cultura il canale sensoriale prevalente

di conoscenza immediata, ora lo sono ancora di più. Tutti

sentiamo che uno sguardo può crearci dubbi, confermarci certezze,

accarezzarci, sedurci, ammaliarci, provocarci. La lista dei

possibili effetti è pressoché illimitata e non possiamo ignorare

quanto sia importante la gestione dello sguardo per stabilire una

buona relazione. Quando conosciamo una nuova persona – gli

studi ci dicono – che bastano i primi 30 secondi per farci un’opinione

negativa o positiva della persona che abbiamo di fronte. È

il cosiddetto “effetto prima impressione”, cioè la percezione immediata

senza la mediazione dei processi cognitivi coscienti. Tale

inconsapevole opinione andrà ad influenzare successivamente

il giudizio su quella persona. Il rischio, in questi casi, è quello di

andare a ricercare proprio quegli elementi positivi o negativi che

confermano la nostra prima impressione. Molte persone rimangono

imbrigliate in questa loro prima percezione dell’altro, deviando

così inesorabilmente le possibilità dell’incontro. Questo

processo percettivo è ben riassunto dall’aforisma di Oscar Wilde:

«Non avrai una seconda occasione per fare una buona impressione».

Evitare il contatto oculare con una persona significa comunicare

disinteresse o rifiuto, ma anche comunicare disagio. Chi

teme l’incontro con l’altro perché si ritiene timido, cerca di controllarsi

perché teme di arrossire in viso o di far vedere che gli tremano

le mani; poi c’è chi evita le frequentazioni perché si trova

spesso in uno stato di “non so cosa dire”. Il fobico sociale, il quale

teme che gli altri si accorgano delle sue difficoltà, è colui che

ha trovato rassicurazione da questa relazionalità “protetta” dalle

mascherine. Fissare con lo sguardo persistente, invece, mette a

disagio l’interlocutore: se è una persona mite e remissiva si sentirà

sottomessa e quasi violentata e tenderà a sfuggire dalla relazione.

Oppure potrà interpretare lo sguardo persistente come un

comportamento malevolo nei suoi confronti e sfuggirlo per difesa.

Al contrario, una persona sicura di sé si può sentire provocata

e ricambierà con uno sguardo diretto contro quello ricevuto,

attivando una sorta di duello che può diventare sfida aggressiva.

E ancora ci sono sguardi amorevoli: pensiamo a tutti coloro

che si stanno occupando di qualcun altro a diversi livelli, dai genitori

ai sanitari, dagli insegnanti a tutti quelli che si adoperano

per aiutare chi ha bisogno. In questo periodo abbiamo imparato

ad essere più consapevoli che “parlare con lo sguardo” significa

esprimere vicendevole gratitudine, commozione, solidarietà, sintonia

ed empatia. Alcuni sono stati sollevati dal rischio relazionale

della vicinanza e comunicano più facilmente con la distanza

che li difende dal disagio e dalla paura del rifiuto. La mascherina,

paradossalmente, risaltando lo sguardo, ci mette più a contatto

con gli altri rispetto a prima. Dagli studi clinici sappiamo che la

maniera più efficace per sentirsi e mettere l’altro a proprio agio è

avere uno sguardo fluttuante come si guarda un’opera d’arte, in

modo da favorire l’incontro. Ora più di prima l’abbraccio e il rifiuto

arrivano meno attraverso il tono della nostra voce e più dall’intensità

o l’elusione dello sguardo. Però ricordiamo che più la nostra

voce è rispettosa dell’altro più viene percepita in modo intenso.

Emanuela Muriana è responsabile dello Studio di Psicoterapia Breve

Strategica di Firenze, dove svolge attività clinica e di consulenza.

È stata professore alla Facoltà di Medicina e Chirurgia presso

le Università di Siena (2007-2012) e Firenze (2004-2015). Ha pubblicato

tre libri e numerosi articoli consultabili sul sito www.terapiastrategica.fi.it.

È docente alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Breve Strategica.

Studio di Terapia Breve Strategica

Viale Mazzini 16, Firenze

+ 39 055 242642 - 574344

emanuela.muriana@virgilio.it

GLI OCCHI CHE PARLANO

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I consigli del

nutrizionista

A cura di

Silvia Ciani

Il peso e la prova bikini

di Silvia Ciani

Finalmente stanno arrivando le temperature più alte, e,

se da un lato queste ci aiutano a contrastare il virus

e la sua diffusione, dall’altro ci costringono a mettere

letteralmente a nudo le nostre forme. Quest’anno, più che gli

scorsi anni, l’effetto della sedentarietà ha sicuramente avuto

un peso sulla bilancia a causa delle varie quarantene, dei

lockdown, dello smart working, del tempo dedicato alla cuci-

na. Purtroppo questo progressivo e costante aumento di peso,

generalizzato in tutto il mondo, è stato rilevato anche in

Italia, dove ben il 44% della popolazione afferma di essere

aumentata di peso (fonte Coldiretti), e chi già partiva in stato

di obesità ha aggravato la situazione aumentando anche

il rischio per le complicanze per l’infezione da Covid-19, diabete

e malattie cardiovascolari. Per questo motivo, nell’ambulatorio

del nutrizionista, oltre a coloro che devono

perdere peso e seguire particolari regimi dietetici per

far fronte ad un aggravamento della condizione patologica

legata all’accumulo di peso, si aggiungono

anche coloro che vogliono porre rimedio prima di doversi

scoprire del tutto: le pubblicità e gli scaffali si

stanno già riempiendo di prodotti per agire velocemente

promettendo risultati eclatanti e immediati, un

business che si ripete ormai da decenni. D’altronde

molti brand si sono adattati a questa nuova situazione

promuovendo taglie più comode per gli abiti ed

anche per i costumi, un modo per rendere più morbide

le forme femminili pur mantenendo l’armonia e

l’espressione della femminilità. Un mese di attenzione

però non basta. Il peso corporeo è la risultante di

diversi atteggiamenti errati che si sono sommati nel

tempo e che rischiano di prolungarsi e ripetersi anche

se con una dieta o un regime alimentare si è ottenuto

un piccolo sconto di peso. Non bisogna quindi

credere alle false promesse di prodotti miracolosi o

cedere a rimedi fai da te: l’obiettivo fondamentale è,

e deve essere, la salute presente e futura. Per ottenere

un risultato sano e duraturo occorre investire tempo

ed energia per cambiare quello stile di vita o quel

comportamento alimentare che ha provocato l’inesorabile

aumento di peso: investire il proprio tempo nel

movimento facendo un’adeguata attività fisica, curare

l’alimentazione attraverso la scelta e l’abbinamento

di cibi sani, poco elaborati e semplici come

la Dieta Mediterranea insegna, sono quei fattori che

potrebbero modificare non tanto il peso rilevato sulla

bilancia quanto la propria composizione corporea, e

quindi avere effetti sulla taglia del bikini e, ancora più

importante, gettare le basi per un nuovo stile di vita.

Biologa Nutrizionista e specialista in

Scienza dell’alimentazione, si occupa

di prevenzione e cura del sovrappeso

e dell’obesità in adulti e bambini attraverso

l’educazione al corretto comportamento alimentare,

la Dieta Mediterranea, l’attuazione di

percorsi terapeutici in team con psicologo, endocrinologo

e personal trainer.

Studi e contatti:

artEnutrizione - Via Leopoldo Pellas

14 d - Firenze / + 39 339 7183595

Blue Clinic - Via Guglielmo Giusiani 4 -

Bagno a Ripoli (FI) / + 39 055 6510678

Istituto Medico Toscano - Via Eugenio

Barsanti 24 - Prato / + 39 0574 548911

www.nutrizionistafirenze.com

silvia_ciani@hotmail.com

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IL PESO E LA PROVA BIKINI


Salute e

società

Una casa nel verde per accogliere i disabili

È il progetto di Fondazione Alice Onlus in collaborazione con il Banco Fiorentino

di Jacopo Chiostri / foto courtesy Fondazione Alice Onlus

Disabili che accolgono disabili, in autonomia, in armonia,

in pace. In collaborazione con il Banco Fiorentino,

che da sempre sostiene la sua attività, la

Fondazione Alice Onlus sta lavorando a un progetto sociale

che si concretizzerà nella ristrutturazione e nell’arredo di un

fienile a Campolombardo, nel comune di Pratovecchio Stia.

L’immobile è destinato all’accoglienza di persone con gravi

disabilità e – questo l’aspetto più coinvolgente e importante

– sarà gestito a sua volta da ragazzi con disabilità.

Siamo nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, sui

Cammini di Francesco, luoghi di enorme interesse spirituale

e storico, e come spiega Simone Ciulli, presidente di Fondazione

Alice Onlus: «È una “casa per stare”, cioè un posto

dove riposare in tranquillità, circondati dalla bellezza naturale.

Ci si può divertire negli spazi esterni, con gli animali o

in estate nella piscina, partecipando alle attività collettive,

ognuno valorizzando le proprie capacità». Il principio che

anima l’attività dei volontari di Alice è l’idea che ci sia un altro

modo di fare le cose, una modalità che ponga in risalto

le qualità di ognuno, senza soffermarsi su ciò che manca

ma sottolineando ciò che ognuno ha per metterlo a disposizione

degli altri. Tutti i servizi di Fondazione Alice Onlus di

sostegno e sollievo alle famiglie sono gratuiti. Tra le mura

del fienile – oggi come detto in fase di ristrutturazione, con

anche la creazione di una passerella per portare chi ha im-

pedimenti motori in una zona relax adiacente, immersa nel

verde e nella pace del parco – negli anni sono passate tante

storie, storie in apparenza impossibili da immaginare, storie

di famiglie che vi hanno trovato accoglienza, storie anche

di giovani laureati che hanno valorizzato i loro studi in una

prospettiva lontana dall’assistenzialismo tipico della condizione

di disabili. Il prossimo sogno: creare un’impresa sociale,

in grado di sostenersi per accogliere turisti disabili in

autonomia che desiderino viaggiare nei boschi del Parco

Nazionale delle Foreste Casentinesi. Una squadra nutrita

ed eterogenea formata da soggetti con gravi disabilità fisiche

e non, lavora quotidianamente per la sua realizzazione.

E il sogno già presenta aspetti di concretezza, tra cui un

ventaglio di proposte turistiche nei borghi medioevali vicini,

nonché un’offerta di laboratori presso la stessa impresa.

Il principio che anima l’attività di Fondazione Alice Onlus è

quello di ampliare lo spettro dei diritti dell’essere umano –

fra questi in primis il diritto al lavoro– anche in condizioni

di grave disabilità.

La struttura recuperata a Campolombardo nel comune di Pratovecchio Stia

UNA CASA NEL VERDE

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I maestri del

fumetto

A cura di

Ugo Barlozzetti

“Jac”, il geniale fumettista dall’ironia

senza tempo

di Ugo Barlozzetti

Benito Jacovitti, riconosciuto come uno dei più importanti

autori di fumetti italiani del Novecento, esordì

appena sedicenne – stava ancora frequentando il Liceo

Artistico a Firenze, pur essendo molisano di Termoli –,

con tavole a pagina intera antesignane delle successive “panoramiche”,

su Brivido, rivista satirica diretta da Manetti. Non

solo, ma dal 1940 al 1941, per la torinese Taurina, pubblicò

Caccia grossa inventando l’antieroe Patacca. Nel 1940 iniziò

una collaborazione che durò fino al 1970 con il settimanale

Il Vittorioso, dell’editrice cattolica Ave, per la quale illustrava

l’ultima pagina, quella a colori, e dove iniziò a introdurre elementi

grafici estranei al contesto narrativo, a cominciare dalla

lisca di pesce, allusione alla propria – allora – magrezza.

Per l’editrice Cattolica lavorò anche al settimanale Intervallo.

Con Il Vittorioso, oltre ai 3 P (Pippo, Palla, Pertica e il loro

cane Tom), apparvero la Signora Carlomagno, Zagar, Cip l’Arcipoliziotto,

con l’assistente Gallina e il bassotto Kilometro.

Nel 1943, per la Scuola Editrice di Brescia, illustrò per la prima

volta Pinocchio, di cui una seconda versione apparve nel

1946 su Il Vittorioso e molte altre volte Jacovitti si dedicò alla

storia del burattino e del resto non mancò di illustrare libri

e racconti. Un’altra produzione, coltivata per tutta la carriera,

fu quella di cartoline dalle imprese atletiche a fenomeni

di costume, come partecipò a campagne pubblicitarie o addirittura

elettorali. Dal 1949 al 1980, sempre la Ave pubblicò

il diario scolastico più diffuso in quegli anni: il Diario Vitt, un

successo epocale. Dopo un’alterna collaborazione con Il Travaso,

per cui inventò altri personaggi e alcuni tentativi editoriali

falliti con Federico Fellini e Marcello Marchesi, nel 1956

cominciò a lavorare per il supplemento de Il Giorno. Per questa

pubblicazione creò la figura di Cocco Bill, che divenne

famosa a livello internazionale e furono anche realizzati dei

cartoni animati. Jacovitti collaborò alle campagne elettorali

della DC e tenne una rubrica su L’Automobile e dal 1968 al

1982 fu impegnato con Il Corriere dei Piccoli e, apprezzato da

Umberto Eco ed Oreste Del Buono, nel 1973 collaborò anche

per Linus. Nel 1977, insieme a Marcello Marchesi, pubblicò,

su Playmen, Kamasultra, storia a fumetti con un’interpretazione

goliardicamente caricaturale di espliciti temi erotico-sessuali.

Nel 1978 iniziò la sua ultima collaborazione con una

testata periodica, Il Giornalino. Volumi antologici oltre a molte

riviste raccolgono le opere di Jacovitti; inoltre, dal 1994 al

2001, vi fu una rivista specifica, Jacovitti Magazine, che ne ha

ristampata gran parte della produzione. Tra i molti riconoscimenti

ricordiamo nel 1991 la mostra personale alla prestigiosa

galleria d’arte romana La Nuova Pesa. Nel 1992 Jacovitti

ricevette il premio più importante al Salone Internazionale

dei Comics, nel 1993 divenne Cavaliere dell’Ordine al Merito

della Repubblica. Dopo la morte, avvenuta nel 1997, Termoli

ha dedicato a Jacovitti il Liceo Artistico e una statua. Dal

1993 esiste uno Jacovitti Club, oggi presieduto dalla figlia del

maestro, Silvia, ed è stato istituito un premio intitolato Lisca

di Pesce. Jacovitti è stato un artista che ha tradotto in immagini

una satira dall’ironia antica, ribaltando, nelle geniali panoramiche,

la quotidianità della parola e dei luoghi comuni

in un’interpretazione surreale attenta al capovolgimento delle

regole, evidenziando così l’assurdità di tanti aspetti acriticamente

accettati.

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BENITO JACOVITTI


A cura di

Ugo Barlozzetti

I maestri del

fumetto

Jacovitti e Firenze: una storia d’arte e

d’amore

di Fabrizio Borghini

Il rapporto tra Jacovitti e la Toscana e in particolare con

Firenze è stato profondo e continuativo. Figlio di Michele

Iacovitti ferroviere, segue il padre da Termoli, dove nasce

il 9 marzo 1923, prima a Ortona a mare, poi a Macerata e successivamente

a Firenze dove arriva quindicenne. Nel 1939

pubblica la sua prima tavola su Il Brivido iniziando una collaborazione

col periodico umoristico fiorentino, fondato nel

1925, che si protrarrà fino al 1942. Frequenta la Scuola d’Arte

e il Liceo Artistico, cui fa seguito (… senza seguito) l’iscrizione

alla facoltà di Architettura. Lo spirito fiorentino beffardo e

irriverente si coniuga bene col carattere del giovane disegnatore

molisano, un burbero estroverso che accetta di buon grado

anche gli scherzi e le tipiche canzonature dei suoi nuovi

concittadini che per la sua magrezza gli affibbiano il soprannome

“Lisca di pesce” che dagli anni del liceo in poi utilizza,

con altrettanto sarcasmo, come pseudonimo per firmare i

suoi lavori. Durante un bombardamento, in un rifugio situato

nell’interrato del Conservatorio Cherubini, incontra per la prima

volta, vedendola da sotto un pianoforte a coda, la donna

della sua vita, Floriana Jodice detta Lilli, fiorentina purosangue

classe 1925, che contribuisce a rendere ancor più saldo

il suo legame con la città. Anche la doppia JJ dei cognomi

(la I di Iacovitti per un vezzo artistico era stata sostituita da

una più eccentrica J) sembra essere un segno del destino.

Il loro è un amore di guerra che potrebbe concludersi con

la cessazione delle ostilità quando nel 1946 Franco, secondo

nome usato comunemente al posto dell’ingombrante Benito,

è costretto a seguire nuovamente la famiglia dirottata a

Roma dalle Ferrovie dello Stato. Un anno di lontananza, colmato

da una corrispondenza

pressoché quotidiana

per rassicurare la gelosissima

Lilli, e poi la decisione

di convolare a nozze nel

1949. La nuova famiglia si

stabilisce nella capitale ma

la nostalgia per la Toscana

è sempre in agguato. Il fratello

di Lilli, l’architetto Nino,

nello stesso anno viene

assunto dal Comune di Tavarnelle

e nei suoi rientri da

pendolare a Firenze transita

ogni giorno dalla Romola

dove adocchia una villetta

destinata a diventare la

nuova dimora della famiglia

Jodice e ad ospitare duran-

Jacovitti

te l’estate i coniugi Jacovitti che, nel frattempo, hanno visto

nascere, nel 1955, Silvia, la loro prima ed unica figlia. I soggiorni

estivi nel verde della Romola vengono alternati a lunghi

periodi trascorsi in Versilia. La prima casa, a Viareggio, è

in affitto e si trova al piano superiore della Pensione Sandrelli

gestita dai genitori di Stefania non ancora sbocciata come

stella del cinema. Nel 1959-60, Nino Jodice viene chiamato a

progettare un immobile a Vittoria Apuana e Lilli e Franco con

i primi guadagni vi acquistano un piccolo appartamento dove

trascorrono lunghi periodi che vanno dagli inizi di giugno

a fine settembre. Quando i guadagni cominciano ad essere

più importanti, anche la casa al mare è destinata a diventare

più importante: una villetta bifamiliare nel viale Volta, sempre

a Vittoria Apuana, che sarà punto di riferimento costante

per tutta la loro vita coniugale. I parenti ricordano che Jac

non amava fare il bagno preferendo stare comodamente adagiato

su una sdraio ad osservare la fauna vacanziera che gli

si parava davanti e dalla quale traeva spunto per una infinità

di personaggi traghettati direttamente nelle sue vignette. Dopo

48 anni di vita condivisa pienamente, il 3 dicembre 1997 il

destino decise di prolungare fino all’eternità il legame indissolubile

fra Lilli e Franco: lui stroncato da un ictus la mattina

mentre rientrava da fare la spesa, lei da un infarto tre ore dopo

quando nel pomeriggio aveva finito da poco di espletare

le prime formalità relative al funerale. Il destino aveva voluto

esaudire magnanimamente la volontà di entrambi di rimanere

uniti per sempre avendo espresso il desiderio di essere sepolti

uno accanto all’altra nella cappella della famiglia Jodice

nel piccolo cimitero della Romola.

JACOVITTI E FIRENZE

31


Franco Cappelli

Studio ceramiche: v.le Vittorio Veneto, 35, 51100 Pistoia

francocappelli@hotmail.it

+39 349 6849862


Novità

dall’editoria

Altano

La prima casa editrice in Italia per la divulgazione della letteratura turca

di Elisabetta Mereu / foto courtesy Altano

Da sinistra, il team di Altano: Lucia Dal Prà, Marco Rigon, Giulia Dal Prà, Firat Ediz Kuru

Spira un vento nuovo nell’editoria italiana: si chiama Altano,

nome di una brezza marina del Mediterraneo, scelto

da quattro giovani ed intraprendenti soci per dare vita,

nell’ottobre del 2020, a questa singolare casa editrice con sede

a Padova. «Siamo focalizzati sulla letteratura turca – afferma

Giulia Dal Prà, editor ventottenne e amministratore delegato del

gruppo – perché è quasi sconosciuta, non viene trattata con

il dovuto rispetto e spesso ci sono anche dei preconcetti a riguardo.

Invece è importante far conoscere la cultura turca che

ha una letteratura ricchissima, con una storia a sé, unica e molto

particolare che si discosta da quella araba e orientale. Basti

pensare che le antiche popolazioni turche vivevano in Asia Centrale

e, spostandosi in Anatolia, hanno conosciuto ed interiorizzato

elementi culturali di diversi imperi, creando poi uno stile

unico e personale. Quello che noi proponiamo, per quanto collegato

all’attualità, esula dalla politica e mira a far conoscere il

background storico. L’intento di questa casa editrice è dare valore

alle opere letterarie turche, delle vere perle che non devono

andare perdute bensì conosciute ed apprezzate anche in Italia.

Finora abbiamo pubblicato Senza toccare di Nermin Yıldırım,

giornalista quarantenne, autrice di sette romanzi già tradotti in

otto lingue con i quali ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti.

In questo mese esce La casa di Leyla di Zülfü Livaneli, scrittore,

cantautore e poeta settantacinquenne, autore molto famoso

in Turchia e nel mondo, dalle cui opere vengono tratti film e

rappresentazioni teatrali. Intellettuale impegnato, è stato premiato

dall’UNESCO nel 1995, come Ambasciatore di buona volontà

per l’attività culturale, politica e per il contributo alla pace

nel mondo. Ad agosto, pubblicheremo invece Yusuf di Kuyucak

di Sabahattin Ali, uscito nel 1937, un lavoro pionieristico, perché

fino a quel momento le opere letterarie

non avevano mai trattato la vita

contadina». Oltre ad essere la prima e

unica casa editrice del settore in Italia,

ciò che caratterizza la Altano è anche

il fatto di stampare libri solo su richiesta.

«Sì, noi divulghiamo solo online e

tramite eBook – precisa la dottoressa

Dal Prà (laureata in Lingue indiane al

Cà Foscari di Venezia, ndr.) – attraverso

il print on demand, cioè stampiamo

il cartaceo solo a chi ce lo chiede. Abbiamo

scelto di essere una casa editrice

digitale, evitando lo spreco delle

risorse materiali, alberi abbattuti, uso

eccessivo di carta e di acqua, diffusione

di troppa anidride carbonica per il

trasporto, resi dei libri invenduti, etc..

Infatti, aderiamo all’iniziativa di sostenibilità

Treedom, che si occupa di piantare

alberi in tutto il mondo. E la nostra

è già una piccola foresta di quindici alberi

che ci auguriamo presto crescerà

insieme alla casa editrice».

www.casaeditricealtano.it

Casa Editrice Altano

casaeditricealtano

ALTANO

33


Dal teatro al

sipario

A cura di

Doretta Boretti

Alessandro Benvenuti

Attore, regista, sceneggiatore, scrittore: il genio imprevedibile di

un’icona della comicità toscana

di Doretta Boretti / foto Carlotta Benvenuti

Nella ricerca correlata agli artisti

toscani che hanno reso

maestoso il nostro “Gran

Ducato della Comicità”, non poteva

non essere presente Alessandro

Benvenuti: affermato attore, raffinato

commediografo, scrupoloso regista,

originale sceneggiatore, stravagante

musicista, impegnato scrittore e forse

anche di più.

Da Pelago, cittadina in provincia di

Firenze dove sei nato, a Roma, dove

la tua vita professionale ha avuto il

suo più ampio respiro. Ma è vero che

tutto è nato dalla tua terra, la Toscana,

alla quale sei molto legato e nella

quale torni spesso?

Sì, è vero. Il mio paese è la frazione

di San Francesco nel comune di

Pelago, ma anche Pontassieve, visto

che solo un fiume, la Sieve, divide

i due comuni; quindi, giocoforza,

mi sento un po’ dei “Frati”, un po’ del

“Ponte”, come si dice noi del posto.

Il mio paese è sempre il luogo del ritorno.

Quello delle memorie più care.

Del prima che tutto accadesse.

Del dove iniziò l’idea del sogno e

poi la fuga vera e propria verso quello

che è diventato il mio più che annunciato

destino. Lì ho casa, i primi

grandi amici, i posti che mi hanno visto

crescere. Come potrei non essere

legato a tutto questo?

Chi non ha visto, almeno una volta,

se non molte volte, i tuoi film, e

si è divertito, ha riso, qualche volta

amaramente, ma poi ha nuovamente

riso a crepapelle? Così pure

nell’ambito teatrale, interpretando

innumerevoli personaggi, dall’emozione

e dal fascino infiniti, quanti

spettatori sono stati conquistati

dalla tua magica recitazione? Hai

Alessandro Benvenuti

34

ALESSANDRO BENVENUTI


ricevuto numerosi premi e riconoscimenti sia in ambito teatrale

che in quello cinematografico. Quale ti ha emozionato

di più?

Mah, non faccio molto caso ai premi. Ho un pessimo rapporto

con i premi. Vincerli fa piacere, ovvio, ma neanche più

di tanto. Se non facessi lo scrittore, andrei da uno psicologo

e mi farei spiegare perché non do importanza a cose che

tutti, credo, vorrebbero avere. Il concetto di “vittoria” mi risulta

strano nel nostro mestiere. Se corressi i cento metri

piani e vincessi, il meccanismo mi risulterebbe chiaro: si

corre in 8, arrivo davanti a tutti, è logico che sia il vincitore.

Ma nel nostro mestiere il “vincitore” è solo quello che altri,

condizionati da chissà quali fattori, decidono che sia tale.

Molti anni fa, all’epoca di Ad ovest di Paperino, il mio primo

film, avrei dovuto vincere il David di Donatello come opera

prima. Quell’anno ero stato fortunato perché non erano

uscite grandi opere prime e io avevo già vinto la Grolla d’Oro

a San Vincent e il Nastro d’ Argento. Ovvio: non c’era concorrenza.

Ma il David lo vinse un film del quale non si è mai

più sentito parlare e che peraltro era già uscito nelle sale

l’anno precedente e quindi non poteva neppure concorrere.

Da quel momento i premi hanno perso ogni tipo di importanza

per me. Il premio, se proprio devo, preferisco darmelo da

solo… sempre che sia il caso.

ALESSANDRO BENVENUTI

35


Nel film Ritorno a casa Gori, del 1996, film del quale sei

regista, attore, scrittore del soggetto e sceneggiatore,

c’è un momento da Premio Oscar in cui Adele – ruolo

interpretato dalla straordinaria attrice Ilaria Occhini –,

deceduta, vede, dall’alto della sua camera da letto, se

stessa esposta e tutti i suoi cari addolorati, e lei prova

una pace nostalgica e distaccata. Hai reso questi fotogrammi

davvero unici: come hai fatto?

Ho pensato che quello fosse l’unico modo per raccontare

la cosa: un mondo parallelo il cui pavimento è fatto di liquida

trasparenza. L’acqua ha a che fare con l’emotività.

Quando si fa cinema si è costretti ad avere delle intuizioni.

A volte arriva quella giusta. Capita. Tutto qui.

Hai riportato il dialetto toscano ai vertici dell’italianità.

Passione, lavoro, molta fatica, ma anche tante rinunce

dietro a questo tuo grande successo. È così?

Beh, se è per consolarmi, ti ringrazio. Mi spiego. Ho molta

difficoltà a stare nel mondo artistico. Problemi di asocialità,

voglia di solitudine, difficoltà di mantenere le mie

radici; distrazione colpevole verso il prossimo. Partito dal

mio paese è vero che vivo a Roma, ma senza sentirmi in

una nuova patria per nessuna ragione. Un po’ mi frega l’egoismo,

in questo sono proprio uno specialista, un po’ è

che non riesco a dare più importanza a quasi nulla. Non

mi va di chiacchierare, per cui non riesco neppure più ad

esprimermi tanto bene. Parlo a caso o per sintesi comiche

quasi dovessi eludere o difendere la mia persona dalle

parole. Ed ecco che lo scrivere è l’unica cosa che mi

tiene ancorato al mondo. Metti che io viva una situazione…

bene, sarò convinto di averla vissuta solo se la sera

la metterò per iscritto, altrimenti mi chiedo: ma sarà

veramente accaduta? Non so dunque dove ho portato il

dialetto toscano. So solo che non mi va di essere un becero.

Forse è per questo che ho tanto rispetto per la nostra

lingua.

Attore, regista, commediografo, sceneggiatore, musicista

e scrittore. Ma qual è il ruolo che ami di più?

Ma che ne so! Se sto dentro a tutti e sei, vuol dire che quei

ruoli mi servono tutti e sei, altrimenti sarei incompleto.

36 ALESSANDRO BENVENUTI


Come hai affrontato professionalmente questo terribile

anno pandemico? E cosa stai preparando in vista della

tanto attesa riapertura?

L’ho affrontato con cristiana rassegnazione. Poi con laico

furore. È stata la prova generale della mia morte professionale.

Ma ho la grande fortuna di avere intorno a me

una moglie che sopporta i miei limiti e la mia decadenza

fisica e mentale, tre figlie delle quali vado orgogliosissimo

perché sono tre fenomeni umani, e due cani, Bacco, e

a volte Nanni Moretto, che mi fanno schiantare dal ridere.

Per quanto riguarda i progetti futuri ho azzerato tutto. La

pandemia mi ha portato all’anno zero. Quindi del passato

resta solo Panico ma rosa / Diario di un non-intubabile.

Per il futuro preparerò Piccolo fiore selvaggio e i Separabili.

Di più non voglio dire.

ALESSANDRO BENVENUTI

37


Occhio

critico

A cura di

Daniela Pronestì

Maurizio Guarneri

Animali domestici come opere d’arte

di Daniela Pronestì

«

Fissa il tuo cane negli occhi e tenta ancora di affermare

che gli animali non hanno un’anima». Chiunque

abbia o abbia avuto un cane o un altro animale

domestico non può non essere d’accordo con questo pensiero

di Victor Hugo. È esperienza comune agli amanti degli animali

avere l’impressione che queste creature nascondano un

mondo interiore non meno ricco di emozioni di quello dell’essere

umano. E sono soprattutto i loro occhi a rivelarlo, come

ci ricordano i ritratti di Maurizio Guarneri, con cani e gatti dagli

sguardi intensi e vivaci, altre volte invece lontani e sfuggenti,

ad indicare personalità diverse e sfaccettate, per nulla

assimilabili l’una all’altra. Merito di quest’artista è offrire una

visione lucida dell’universo animale, la cui dignità nelle sue

opere non è dettata, come spesso invece accade, dal confronto

con il genere umano – “tale cane, tale padrone” recita

un classico luogo comune –, ma è un fatto intrinseco al carattere

unico e non replicabile che ciascuno dei nostri amici

a quattro zampe riesce ad esprimere. Quella proposta da

Guarneri è una galleria di personaggi che ben rappresentano

Gatto soriano, olio su tela

caratteristiche e peculiarità di un mondo per molti aspetti ancora

sconosciuto, un mondo “pieno d’incanto e di segreti” –

così lo definisce Baudelaire in una celebre poesia dedicata

L'imperatrice Eugenia e le sue dame, olio su tela

38

MAURIZIO GUARNERI


al gatto – che sentiamo essere vicino

e familiare, ma che di fatto non si

lascia mai interpretare del tutto. Su

questo mistero l’artista invita a soffermarsi,

richiamando l’attenzione

sullo sguardo impenetrabile del gatto

intento a scrutare chissà quali irraggiungibili

lontananze, sulla posa austera

del labrador ritratto di tre quarti

come un nobile rinascimentale, sulla

sfinge felina che socchiude gli occhi

languidamente prima di assopirsi. Il

passaggio successivo e complementare

al riconoscimento dell’identità di

ciascuna di queste creature è immaginarle

in pose ed abiti di altri tempi,

citazioni di grandi capolavori del

passato i cui protagonisti assumono,

in queste originali riletture, sembianze

animali. L’obiettivo non è quello di Bindo Altoviti, olio su tela

umanizzare cani e gatti trasformandoli

per gioco in cavalieri, dame e alti dignitari di corte, ma

intercettare una lunga tradizione che dall’antico Egitto passa

alla cultura classica e arriva intatta nel mondo moderno

consegnandoci il racconto dello speciale rapporto che lega

l’essere umano a questi irrinunciabili compagni di vita. In particolare,

i ritratti di Guarneri interpretano un filone della storia

dell’arte anche recente – si pensi alla serie Dog Days del

celebre pittore britannico David Hockney – che attribuisce alla

figura animale il valore di soggetto autonomo, all’interno

di una narrazione in cui la realtà è vista attraverso gli occhi

dei cani e dei gatti. Il collie vestito con abiti ottocenteschi o

il gatto nei panni di una dama rinascimentale – tanto per citare

alcuni esempi – mostrano quindi un mondo ribaltato, in

Labrabor, olio su tela

cui gli animali interpretano ruoli e comportamenti dell’essere

umano offrendone un’insolita chiave di lettura. Così i tratti

giovanili e delicati del banchiere fiorentino Bindo Altoviti

vengono sostituiti dal volto parimenti gentile di un cocker, la

cui espressione però suggerisce una fierezza che non trapela

dal dipinto di Raffaello. Allo stesso modo, il bovaro bernese

in divisa da carabiniere lascia intuire, al contrario dell’aria

baldanzosa del protagonista nel quadro originale, l’atteggiamento

concentrato e responsabile di chi è conscio di essere

chiamato a svolgere un compito importante. Una gentildonna

di fine Ottocento ritratta con abiti sfarzosi in seta e merletti

cede il posto ad un collie dalla posa altrettanto elegante

ma senza l’ostentazione del soggetto femminile, mentre invece

la scena campestre

con l’imperatrice Eugenia e

le sue dame di corte dipinta

da Franz Xaver Winterhalter

si trasforma in un festoso

ritrovo di cani e gatti, tutti

insieme riuniti e tutti uguali,

senza alcuna differenza

di rango. Insomma – sembra

dire l’artista – il nostro

mondo filtrato dalla sensibilità

degli animali si affranca

dai tanti troppi mascheramenti

indossati dagli esseri

umani. Gli animali non fingono,

non interpretano ruoli, si

mostrano per quello che sono.

E di questa loro spontaneità

ci fanno dono, come

una lezione da imparare.

Dama dell'Ottocento, olio su tela

Bovaro bernese in divisa da carabiniere, olio su tela

mau.guarneri@tim.it

+ 39 3332861218

MAURIZIO GUARNERI

39


Movimento

Life Beyond Tourism

Travel To Dialogue

Valorizzare i territori per costruire prodotti e servizi di

qualità con il Movimento Life Beyond Tourism

Dalla Carta Internazionale del Turismo Culturale a un sistema di certificazione di qualità

dell’indotto viaggio: progetti ed eventi pensati per i territori

Èdi questi giorni la notizia che il Movimento Life Beyond

Tourism Travel to Dialogue ha dato il proprio contributo,

in risposta all’invito del Comitato ICOMOS per il Turismo

Culturale, alla revisione della Carta Internazionale del Turismo

Culturale. Il bisogno di affermare il potenziale ruolo (e quindi responsabilità)

dei Siti Patrimonio dell’Umanità a diventare luoghi

di educazione ai valori umani della reciproca conoscenza e rispetto

e del dialogo interculturale è sempre più crescente e gli

avvenimenti dell’ultimo anno hanno aumentato l’esigenza di affermare

tali valori. L’adozione di appositi programmi, strumenti e

iniziative che, come la Certificazione per il Dialogo tra Culture Life

Beyond Tourism DTC LBT-H4PE: 2021, promuovono un’accoglienza

inclusiva e un approccio umanistico alla fruizione del culturale

nelle destinazioni turistiche, contribuisce alla tutela del patrimonio

culturale e allo sviluppo sostenibile.

Le attività del Movimento Life Beyond Tourism Travel to Dialogue

continuano con il coinvolgimento delle istituzioni, sia locali

che internazionali, per la costruzione di prodotti e servizi sul

territorio che tengano conto delle espressioni culturali dei singoli

luoghi, delle tradizioni, del patrimonio. Ciò consente di creare

delle sinergie tra istituzioni, aziende, enti e residenti per valorizzare

il proprio territorio e trasmetterlo ai visitatori esterni, i quali

potranno fare delle esperienze autentiche durante i loro soggiorni.

In quest’ottica, il Movimento LBT-TTD è stato invitato al tavo-

lo dei lavori da parte del Comune di Firenze per contribuire alla

costruzione del Piano di Gestione 2021 del territorio. Ciò che il

Movimento LBT-TTD propone, in modo piuttosto trasversale alle

6 macroaree di riferimento del piano di gestione, è l’adozione

da parte del centro storico della Certificazione per il Dialogo

tra Culture, DTC LBT-H4PE: 2021, per offrire al visitatore un’esperienza

di arricchimento sia culturale che umano, e una presentazione

dell’offerta commerciale del territorio con un nuovo stile e

una nuova etica. La Certificazione mette in relazione gli attori

dei territori con i residenti, i viaggiatori attraverso il patrimonio

e la tutela del Pianeta, valorizzando il dialogo fra le culture e

stabilendo parametri, indicatori e procedure adottabili dagli operatori

dell’accoglienza, dagli intermediari e dai mediatori culturali,

dagli artigiani e dai produttori tipici per contraddistinguere la loro

offerta non soltanto dal punto di vista meramente commerciale.

Per informazioni: https://www.lifebeyondtourism.org/it/servizi-commerciali/certificazione/

Tutte queste attività sono propedeutiche alla realizzazione di un

grande evento che vuole celebrare i territori e le espressioni culturali

di tutto il mondo che si svolgerà a novembre a Firenze. Si

tratta della prima edizione del festival internazionale The World in

Florence che radunerà nel capoluogo toscano tutti i territori del

mondo che seguiranno le indicazioni contenute nella “Call for Participation”,

disponibile sul sito www.lifebeyondtourism.org.

Evento del mese: Florence in the

World, the World in Florence

La mostra interattiva

internazionale Florence

in the World,

the World in Florence,

che sta facendo il giro del

mondo negli Infopoint Life

Beyond Tourism, si inserisce

in un’ottica di descrizione e

promozione del territorio

che parte dal territorio stesso.

La mostra sarà riaperta

a Firenze nel periodo estivo,

durante la manifestazione

Arcobaleno d’Estate. Per

i dettagli vi invitiamo a seguire

gli aggiornamenti che

daremo sul nostro sito www.

lifebeyondtourism.org.

L'artista del mese:

Mario Marco Mariano Ramazzotti

Nato in Sardegna

e cresciuto

in Toscana,

si è sempre dedicato

alle arti del disegno.

Amante della pittura figurativa

e dell’Impressionismo,

predilige il

“verismo lirico” per distinguerlo

dall’asetticità

dell’iperrealismo.

Per conoscere l’artista

e le sue opere: https://

www.lifebeyondtourism.org/ourartists/

mario-marco-mariano-ramazzotti-2/

40

MOVIMENTO LIFE BEYOND TOURISM TRAVEL TO DIALOGUE


Il Movimento Life Beyond Tourism Travel to Dialogue srl è una società

benefit. Nasce e si sviluppa seguendo i princìpi di Life Beyond Tourism®,

ideati dalla Fondazione Romualdo Del Bianco al fine di promuovere

e comunicare il patrimonio naturale e culturale dei vari territori

insieme alle espressioni culturali, il loro saper fare e le conoscenze tradizionali

che custodiscono. Offre proposte di consulenza per lo sviluppo di

progetti di marketing territoriale e turistico, formazione, eventi, comunicazione,

relazioni internazionali.

Per info:

+ 39 055 290730

info@lifebeyondtourism.org

www.lifebeyondtourism.org

MOVIMENTO LIFE BEYOND TOURISM TRAVEL TO DIALOGUE

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La voce

dei poeti

Maria Luisa Manzini

La poesia come tramite fra l’anima e le cose

di Erika Bresci

Versi profondi di un paesaggio dell’anima che si disvela

per gradi, centrato a dimostrare l’ambivalente tensione

presente nell’Uomo tra l’essere creatura tra le creature

– fino a cercare nel riproporsi insistente della metafora un’identità

dialogante con gli elementi della terra e del cielo – e il volersi

artefice del proprio canto, del proprio destino, accettare la

crisis proposta da quelle “brutture” e da quelle “deserte solitudini”

che disorientano la tela bianca e inclinano al grigiore. Ma,

suggerisce Maria Luisa Manzini, pittrice affermata e autrice di

due raccolte di poesie, Ciliegie e noccioli e Se le lacrime fossero

rugiada, a guardar bene, il respiro sincopato, compresso nel ritrovarsi

altro dalla sperata isomorforsi con il creato, è anche la

All’Ave Maria

Il disco d’oro si è tuffato nel nulla.

Uno sbattere d’ali

un fruscio di foglie

l’Ave Maria dal campanile.

Tutto è musica.

Io vibro come corda di cetra.

Come freccia leggera

trafiggo il buio improvviso.

Desiderio

Vorrei essere l’urlo del vento

ascoltare i lamenti dei rami nudi

inseguire le foglie volteggianti nell’aria polverosa

scuotere le cime dei cipressi neri, degli abeti alteri

e piegarle umili verso terra.

Vorrei soffiare via col secco dell’estate

tutte le brutture.

Scavalcare monti

frontiere

volare in cieli tersi.

Perdono

Sia lode a Dio

per il sole

le stelle

le terre arate

le foreste incantate

il profumo dei fiori

i rovi e le more.

Per chi piange

chi sorride

ma soprattutto

per chi riesce a sanar

le proprie e altrui ferite.

ferita da cui può nascere la luce, il nuovo arcobaleno. Il dolore

– la mancanza, la delusione, la sensazione di un ottundimento

del cuore che inchioda a una visione in bianco e nero – forgia e

rinnova. Da quella ferita, se si ha occhi per vedere, soffia leggera

una brezza che ride, esplode un cielo terso, incocca la freccia

che, leggera, trafigge il buio improvviso. All’Uomo Dio ha concesso

di nominare le cose, e in questo farsele proprie. Sta alla

sensibilità di ciascuno scorgere le sfumature di significato che

la vita propone e farne un’opera d’arte, da condividere. Questo

farsi tramite tra l’anima e le cose pare il nucleo centrale della

poesia di Maria Luisa Manzini, che ha la capacità rara di far dialogare

con intelligenza di stile ombra e luce, gravezza e levità.

Imprevedibile è la vita

Stranamente non mi pesa

questa lunga collana di giorni,

sereni, tempestosi

anonimi, gioiosi

tristi e sbiaditi:

Speranze, delusioni

istanti di pura follia

d’infinita pace

lampi di felicità

insondabili assalti di malinconia.

Vuoti silenzi

alla ricerca di una libertà interiore

raramente raggiunta.

E sempre i “perché”

nel desiderio struggente di risposte.

Si giunge sull’orlo dell’“io”

s’intravede l’eternità.

La morte non spaventa più

vince la curiosità di conoscere

la traccia lasciata dal filo della nostra vita.

Tace il tempo

In questo tempo di deserte solitudini

non trovi asilo neppure tra i fiori

nei paesaggi nati su bianche tele

anima mia!

Erano paesaggi sereni

con cieli tersi su campi fioriti.

Ora tuffo il pennello

nel bianco

nel nero.

Una gamma di grigie tonalità.

Aspetto con ansia

l’arcobaleno.

42

MARIA LUISA MANZINI


Eventi in

Toscana

A Scarperia il primo concorso

letterario dedicato a poesia e

narrativa

di Elisabetta Mereu

«

Pensate al futuro che vi aspetta, pensate a quello

che potete fare e non temete niente». Questa

famosa frase di Rita Levi Montalcini è il

tema ispiratore della 1^ edizione del Premio letterario Il Calamaio

del Vicario organizzato dalla Proloco di Scarperia,

in collaborazione con la Biblioteca comunale. Le sezioni

previste per il concorso, patrocinato dall’assessorato alla

Cultura del Comune di Scarperia e San Piero, sono due:

Narrativa, con un componimento di massimo 25.000 battute,

e Poesia, in 40 versi, riservate alla categoria giovani,

fino a 17 anni, e a quella principale, dai 18 in su. «Le

motivazioni che ci hanno spinto ad attivare questa iniziativa

sono – spiega Francesca Poli, presidente della Proloco

– colmare il vuoto di questi due anni senza la nostra tradizionale

Fiera del libro, che si è sempre tenuta nel mese

di maggio, e motivare le persone a pensare positivo. Tanti

mesi passati in casa hanno fatto scaturire in moltissimi

italiani la voglia di scrivere, di esprimere i sentimenti contrastanti

e spesso opprimenti che ne hanno attanagliato

l’animo. E così è stato anche qui in Mugello, dove abbiamo

percepito, specie fra gli adolescenti e i giovani, il desiderio

di esprimere ciò che hanno dentro. Quindi abbiamo proposto

questo tema proprio per stimolare tutti a guardare

al futuro in maniera di nuovo ottimistica. Insieme a Chiara

Lumini, responsabile della Biblioteca comunale, speriamo

di avere una bella partecipazione, quindi invitiamo anche

chi è alle prime armi a mettersi in gioco, perché vogliamo

pensare che questa proposta letteraria possa avere anche

una funzione terapeutica che aiuti le persone a ritrovare un

po’ di serenità». Un’apposita commissione selezionerà tutti

gli elaborati che dovranno essere inviati esclusivamente

tramite mail all’indirizzo dedicato ilcalamaiodelvicario@

gmail.com entro il 30 giugno 2021. I vincitori di entrambe

le categorie saranno premiati in occasione della Festa del

Diotto, storica rievocazione rinascimentale che si svolge

ogni anno l’8 settembre nel centro di Scarperia.

www.prolocoscarperia.it

Proloco Scarperia

Francesca Poli presidente della Proloco Scarperia

CONCORSO LETTERARIO

43


La tutela

dell’ingegno

Intervista al professor Aldo Fittante, autore della monografia

Lezioni di Diritto Industriale (Giuffrè, 2020)

di Fabrizio Borghini

Qual è il focus della monografia Lezioni di Diritto Industriale

edito da Giuffrè nel 2020?

La monografia tratta della creatività, della tutela giuridica

delle idee e del saper fare italiano. Gli abitanti del bel paese

hanno una capacità di creare bellezza che ci viene invidiata

da tutto il mondo. Il Made in Italy, prima di un prodotto, è un processo

collettivo capace di unire le competenze della manifattura

tradizionale con le innovazioni tecnologiche e le più innovative intuizioni

creative. Non a caso, proprio in questi anni di crisi, il Made

in Italy ha mantenuto, se non implementato, il suo valore e la

sua redditività sui mercati esteri e l’export italiano ha raggiunto –

secondo gli ultimi dati prima della pandemia – la cifra record di

462,8 miliardi di euro. Tale valore, bilanciato da importazioni per

423 miliardi, ha determinato un surplus positivo del commercio

estero di ben 39,8 miliardi di euro, un valore importante considerando

che in un momento di crescita zero l’export italiano ha incrementato

il suo giro d’affari di tre punti percentuali.

Che ruolo svolgono in tale contesto i temi trattati nella

monografia?

Nel quadro del grande successo delle eccellenze del Made in

Italy, il diritto industriale – ed in particolare i temi trattati nella

monografia (dal marchio al design, dal diritto d’autore alla lotta

alla contraffazione, dal Made in Italy alla tutela della proprietà intellettuale

nel web) – svolge un ruolo di vero e proprio presidio

degli ingenti investimenti che le piccole e medie imprese italiane

hanno il merito di compiere in ricerca ed innovazione. In questa

prospettiva la proprietà industriale riveste per le nostre imprese

la funzione di vero e proprio volano, in grado di rafforzarne la posizione

nel mercato sia in termini di competitività sia valorizzando

quella componente del patrimonio aziendale che, costituita

da beni immateriali, rappresenta nell’economia moderna un vero

e proprio valore aggiunto.

L’indiscusso plus delle nostre piccole e medie imprese italiane

del quale abbiamo poc’anzi detto, rischia in effetti di essere

vanificato da una concorrenza che – tanto irrispettosa delle

regole quanto organizzata in maniera sempre più sofisticata –

è in grado di vanificare gli investimenti in ricerca ed innovazione

delle imprese, distorcendo le regole del mercato e finendo

per danneggiare, in definitiva, anche gli stessi consumatori. Il

conseguimento da parte dell’impresa di diritti di privativa industriale

consente ad esse uno sfruttamento esclusivo e monopolistico

delle proprie idee creative e del frutto delle loro ricerche,

consentendo di reagire efficacemente a comportamenti contraffattori

e costituendo senza dubbio la principale difesa degli investimenti

delle nostre imprese in ricerca e innovazione. Non a

caso una specifica sezione dell’opera viene dedicata ai molteplici

strumenti predisposti dal nostro legislatore per la lotta alla

contraffazione, priorità indiscussa per una ripresa che possa

dirsi stabile e duratura.

Abbiamo notato che l’ultima parte della monografia è dedicata

alla tutela della proprietà intellettuale sul web, ce

ne può parlare brevemente?

Il grande successo del Made in Italy è dovuto certamente anche

grazie al web e all’e-commerce. Internet costituisce al tempo

stesso una grande opportunità – rappresentando una formidabile

“vetrina sul mondo” a disposizione di imprenditori grandi o

piccoli che siano – ma anche una strada da percorrere con grande

cautela, e mi riferisco alla contraffazione online che presenta

aspetti ancor più subdoli ed ha un effetto moltiplicatore in termini

di danni sia diretti che di immagine. La trasformazione digitale

caratterizzante l’epoca moderna impone dunque un ripensamento

della normativa giuridica in materia di intellectual property, al

fine di governare la “minaccia digitale” e renderla un effettivo

strumento di progresso tecnologico, economico e culturale della

società civile. È recentissima la notizia dell’approvazione alla Camera

dei Deputati della Legge Europea 2019/2020, al cui interno

è presente appunto la cd. Direttiva Digital Copyright che si avvia

pertanto ad essere recepita nel nostro paese. Si tratta della Direttiva

2019/790 che si pone rafforzare la tutela del copyright senza

limitare o danneggiare la libera circolazione dei contenuti su Internet,

un obiettivo molto importante ed ambizioso.

Perché il Made in Italy deve essere valorizzato e tutelato?

44

LEZIONI DI DIRITTO INDUSTRIALE


A cura di

Alessandra Cirri

L’avvocato

risponde

L’assegnazione della casa familiare:

ratio e giurisprudenza

di Alessandra Cirri

Uno degli argomenti più spinosi e da anni oggetto di dibattito

nella dottrina e nella giurisprudenza è costituito

dall’assegnazione della casa familiare al momento

della crisi della coppia genitoriale, sia che essa sia coniugata o

convivente more uxorio. La disciplina normativa si è evoluta negli

anni, estendendo il diritto anche alla prole nata fuori da un

matrimonio, asserendo che i figli sono tutti uguali, indipendentemente

dalla situazione dei genitori. La ratio dell’assegnazione

della casa familiare è incentrata prevalentemente sulla tutela

della prole, al fine di preservare la casa quale centro di affetti, interessi

e consuetudini di vita che contribuiscono in misura fondamentale

alla formazione armonica della personalità del figlio.

Tale dettato si evince dall’art. 30 della Costituzione, che stabilisce

l’obbligo di mantenimento dei figli che si sostanzia, altresì,

anche nell’assicurare ai figli l’idoneità della dimora, intesa quale

luogo di formazione e sviluppo della personalità psico-fisica dei

medesimi. Il diritto a preservare l’habitat naturale è rivolto non

soltanto ai figli minorenni, bensì anche ai maggiorenni conviventi

e non autonomi economicamente. Con l’entrata in vigore della

L. 54/2006, l’affidamento esclusivo della prole ad un solo genitore

è divenuta un’ipotesi marginale ed è stato sostituito dall’affidamento

condiviso, in ossequio anche al rispetto dei principi

dettati dalla Carta CEDU, che ha riconosciuto fondamentale il diritto

per tutti i figli a mantenere rapporti costanti e duraturi con

entrambe le figure genitoriali. Pertanto, oggi si parla di collocamento

prevalente dei figli presso un genitore, rispetto all’altro. Il

collocamento dei figli diventa così “l’ago della bilancia” in base

al quale il giudice assegna la casa familiare ad un genitore piuttosto

che all’altro. Il genitore collocatario, di riflesso all’interesse

supremo dei figli a preservare l’habitat familiare, potrà godere

della casa familiare. È ormai consolidato l’orientamento volto a

ritenere tale diritto, un diritto personale sui generis e non un diritto

reale. Ovvero, in pratica, il genitore a cui viene assegnata la

casa familiare potrà abitarla insieme ai figli, ma non ne potrà disporre,

ad esempio, non potrà concederla in locazione a terzi ed

ha l’obbligo di abitarci, pena decadenza da tale diritto. Nel caso

in cui la casa familiare sia in locazione, è previsto che il genitore

assegnatario subentri nel contratto di locazione, paventando

un’ipotesi di cessione legale del contratto. Nel caso in cui la casa

familiare sia di proprietà di entrambi i coniugi o di proprietà

del genitore non assegnatario, si assiste ad una contrazione del

diritto di proprietà (diritto assoluto), privando il genitore proprie-

tario della disponibilità del bene a favore dell’altro genitore collocatario

della prole. Nella pratica si assiste normalmente ad una

privazione di disporre del diritto di proprietà da parte di un genitore,

per molti anni, fino a quando i figli, seppur maggiorenni,

siano conviventi e non autonomi economicamente. Per casa

familiare si intende quella che aveva costituito il costante punto

di aggregazione della famiglia, quindi sono escluse le seconde

case o le case per le vacanze. In alcuni casi, ove sia possibile

una divisione in natura, si può verificare che il giudice assegni

parzialmente la casa familiare. Ciò dipende molto dalla natura

dell’immobile. Il diritto di assegnazione può essere trascritto ed

è opponibile a terzi, anche eventuali acquirenti. Se la casa familiare

era goduta in virtù di un comodato, anche in questa ipotesi

la giurisprudenza ha ritenuto che questa sia assegnabile al genitore

collocatario della prole e che il comodante dovrà continuare

a consentire l’uso dell’immobile, come previsto nel contratto, destinando

il bene a casa familiare. Il diritto all’assegnazione della

casa familiare si perde o viene revocato laddove non vi sia più

convivenza con i figli, ovvero i figli siano diventati autonomi e vivano

per conto loro, oppure nel caso in cui il genitore si trasferisca

altrove ad abitare. Non si ravvisa questa ipotesi laddove i

figli si trasferiscano a studiare in un’altra città.

Laureata nel 1979 in Giurisprudenza presso l’Università

di Firenze, Alessandra Cirri svolge la professione

di avvocato da trent’anni. È specializzata in diritto

di famiglia e minori, con competenze in diritto civile. Cassazionista

dal 2006.

Studio legale Alessandra Cirri

Via Masaccio, 19 / 50136 Firenze

+ 39 055 0164466

avvalecirri@gmail.com

alessandra.cirri@firenze.pecavvocati.it

ASSEGNAZIONE DELLA CASA

45


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La natura imbrigliata XXVII (2021), polimaterico,

alluminio e acrilico su tela, cm 50x40


I libri del

mese

Taxi Milano 25

Alessandra Cotoloni in viaggio con la famosa tassista

zia Caterina per raccontare una storia di amore e

dedizione ai bambini

di Serena Gelli

Alessandra Cotoloni è nata a Siena, dove

vive e lavora come architetto e responsabile

dell’Ufficio Unesco del

Comune di Siena. Pubblica il suo primo libro

L’anima sgualcita nel 2015, a cui fanno seguito

gli altri romanzi Doppiopetto blu, Femmina

terra, Diario di pietra – selezione Premio

Strega 2019 –, Saltarello, la raccolta poetica

Con le ali spiegate e Con gli occhi aperti,

una sorta di autobiografia dello scrittore

senese Federigo Tozzi. A marzo 2021 è uscito

il suo ultimo libro Taxi Milano 25 (Edizioni

San Paolo), con la prefazione di Simone Cristicchi

e la postfazione di don Luigi Verdi. Il

volume racconta la storia di Caterina Bellandi,

meglio nota come zia Caterina, la famosa

tassista fiorentina conosciuta in Italia e nel

mondo per la sua opera di assistenza ai bambini

malati di tumore, che accompagna, con il

suo taxi colorato e pieno di peluche, all’ospedale

pediatrico Meyer di Firenze. «Ho incontrato

zia Caterina durante un evento a Colle

Val d’Elsa – racconta Alessandra Cotoloni –,

la sua storia mi ha incuriosito e le ho detto

che mi sarebbe piaciuto scrivere un libro su

di lei. Poi, dopo un po’ di tempo, l’ho rincontrata

e in quell’occasione è stata lei a dirmi

che era pronta a raccontare la sua storia». E

così è stato. Salita a bordo del “magico” taxi,

la scrittrice ha avuto modo di vedere zia

Caterina all’opera con i bambini che lei chiama

“supereroi”, di scoprire com’è cominciata

la sua storia dopo la morte del grande amore

Stefano, che, tassista anche lui, le ha lasciato

in eredità il taxi Milano 25. Tra gli episodi

salienti, l’incontro con padre Bernardo di San

Miniato al Monte a Firenze, il clown dottore Patch Adams,

che l’ha voluta con sé in Russia, e il viaggio in Thailandia,

dove ha conosciuto la vita e i problemi della realtà infantile

del mondo asiatico. «Questa esperienza è stata un

arricchimento reciproco – spiega la Cotoloni –, ci siamo

confrontate e conosciute nel profondo. Il variopinto abito

che solitamente zia Caterina indossa, non è un modo

di addobbarsi ma è vestirsi di colori per essere più vicina

ai bambini e accompagnarli durante il triste viaggio della

malattia». E proprio come la Fata Turchina, la tassista cerca

anche di esaudire i desideri dei bambini, riuscendo ad

esempio a far conoscere ad uno di loro il cantante Lorenzo

Jovanotti. «Ho scritto questo libro – aggiunge l’autrice

– perché voglio far capire alle persone che, dietro i vestiti

colorati di zia Caterina, c’è una persona che fa davvero

del bene agli altri con amore e dedizione. La cosa che mi

ha colpito in queste storie è che i bambini malati affrontano

la vita con il sorriso, nonostante la caduta dei capelli, il

fisico debole ed esile, hanno sempre il sorriso sulle labbra

e questo ci dovrebbe far riflettere».

TAXI MILANO 25

47



Nonostante i vari momenti drammatici che hanno attraversato la sua vita, l’artista israeliana

Michal Ashkenasi non si è mai lasciata abbattere, abbracciando il motto "carpe diem". Questa

donna, dotata di grande energia positiva, è riuscita sempre a sconfiggere le avversità della

sorte e a ricominciare con entusiasmo anche nelle circostanze più difficili. Ha potuto dedicarsi

all’arte ad un’età ormai matura, ma anche in questo caso ha dimostrato che non è mai

troppo tardi per rincorrere i propri sogni. La sua ricerca artistica ha superato quella di tanti

giovani emergenti, sorprendendo tutti con le sue tecniche moderne e lo stile innovativo. Dopo

oltre dieci anni dedicati alla pittura, si è avvicinata alla fotografia ed ha iniziato a lavorare con

diversi media. Si ispira spesso al paesaggio che trasforma con personali reinterpretazioni,

prospettive zoomate e composizioni quasi astratte. Questa ricerca l’ha portata all’invenzione

di una tecnica da lei definita “multifusion” perché unisce diverse discipline artistiche. Michel

Ashkenasi fonde sulla tela fotografie di particolari dei suoi quadri con immagini dei deserti

israeliani. Una tecnica che le ha permesso in breve tempo di farsi conoscere ed apprezzare

per l’originalità coloristica e plastica del suo lavoro. Parlando di sé, cita spesso una frase di

Albert Einstein nella quale si riconosce: «Non ho particolari talenti, sono soltanto appassionatamente

curioso». Questo pensiero rispecchia pienamente la sua personalità e la necessità

di portare avanti una continua ed instancabile ricerca. Michal Askenasi vede il mondo con gli

occhi pieni di entusiasmo e la gioia di un’eterna bambina che gioca con i colori. I suoi sono

paesaggi dell’anima che rispecchiano emozioni profonde e ricordi personali.

Margherita Blonska Ciardi



A cura di

Luciano e Ricciardo Artusi

Curiosità storiche

fiorentine

“A tutto spiano”, un vecchio modo

di dire fiorentino

di Luciano e Ricciardo Artusi

Il vecchio modo di dire fiorentino “a tutto spiano”,

in sintesi, sta a significare “al massimo” o la

quantità “più grande”. Lo si usa, infatti, quando si

mangia tanto da scoppiare o a “crepapelle”, cioè “a

tutto spiano”, si corre di gran carriera senza risparmio

d’energia, “a tutto spiano”, si lavora alacremente “a

tutto spiano”, si raggiunge il livello più alto possibile e

via dicendo, vuol dire che l’azione viene compiuta con

la totale abbondanza, cioè al massimo della misura.

Il detto deriva dal lavoro dei fornai poiché lo “spiano”

era appunto il contenitore utilizzato come sistema di

misura per la quantità del grano che ogni mese gli Ufficiali

della Grascia o dell’Abbondanza, assegnavano

ai fornai per la panificazione: se non c’erano carestie

o particolari scarsità del prodotto, la quantità erogata

con profusione era appunto quella a “tutto spiano”,

cioè con lo spiano colmo fino all’orlo, mentre in caso

contrario veniva ridotta a mezzo spiano o anche di

meno. Se poi gli eventi precipitavano, il grano era sostituito

con altri cereali meno nobili che determinarono

l’altro modo di dire: In tempo di carestia è buono il

pan di veccie. Il pane era il nutrimento fondamentale

rispetto a tutti gli altri cibi e, in periodi di crisi, si passava

con naturalezza dal pane bianco a quello scuro

impastato con farine dei più svariati cereali. Tale

argomento è descritto con molta naturalezza nel Bisdosso

del Pastoso in questa succinta annotazione che risale

a ritroso i viottoli del tempo: «Ricordo come questo

mese di Maggio (1678) più volte successe, che non si trovò

pane né bianco, né nero, né a Bottegai ne a Fornai et il dì

7 di detto mese ne fu fatto del mescolato con miglio, riso e

grano che fu cattivissimo pane del quale bisognò mangiarne

molti giorni». Da Giulio Rezasco (Dizionario del linguaggio

italiano storico e amministrativo), infine, si apprende

che, quando proprio “si spiritava dalla fame, fino a far pane

di ghiande e di coccole di ginepro e di lentischio e di vinaccioli”,

e quindi con questo tipo di pane si mangiava “legno”

Il fornaio, Taccuinum Sanitatis Casanatensis, XIV secolo

e, in fondo in fondo, il “pan di veccie” pur non essendo una

gran bontà, non doveva essere proprio una porcheria se paragonato

a questo. Vogliamo concludere l’argomento con

un altro proverbio: Ogni grano ha la sua semola, ossia in

tutto (e anche in tutti) c’è qualcosa da scartare. Per gli antichi

fiorentini il pane e le farine in genere hanno costituito

sempre l’alimento base, il cui largo consumo favorì il sorgere

di numerosi forni e botteghe dove si vendevano questi

alimenti d’uso quotidiano. Il pane era il nutrimento fondamentale

rispetto a tutti gli altri cibi, da considerare come

la base del convivio. Una volta si diceva: «Con acqua e farina

non manca niente!». La mensa, anche nel ceto più abbiente,

era abbastanza frugale, tanto da generare il detto:

Il fiorentino mangia sì poco e sì pulito, che sempre si conserva

l’appetito. Tra il popolo, il pane e il vino erano gli alimenti

essenziali.

Cornici Ristori Firenze

www.francoristori.com

Via F. Gianni, 10-12-5r

50134 Firenze

Luciano Artusi, a sinistra, con il figlio Ricciardo

MODO DI DIRE FIORENTINO

51


Il cinema

a casa

A cura di

Lorenzo Borghini

Grand Budapest Hotel

L’omaggio al Cinema di Wes Anderson

di Lorenzo Borghini

Siamo nell’immaginaria Zubrowka, nella mente di Wes

Anderson, in quel mondo fantastico a cui ormai ci ha

abituato. C’è un concierge che è allo stesso tempo

il direttore del Budapest Hotel, è Monsieur Gustave (Ralph

Fiennes), uomo di spirito che gode delle attenzioni di anziane

signore. Una di queste, Madame D. (Tilda Swinton), gli

lascia un preziosissimo quadro, ma dopo la sua morte, il figlio

Dimitri (Adrien Brody) accusa M. Gustave di averla assassinata.

Nel frattempo instaura una grande amicizia con

il giovane portiere Zero (Tony Revolori), appena assunto al

Budapest Hotel ed immigrato a Zubrowka. Gustave finisce

dietro le sbarre, ma la sua buona dialettica – che lo farà integrare

perfettamente in prigione – e il fido Zero lo faranno

evadere in una corsa all’ultimo respiro. La storia è narrata

dal vecchio Zero (F. Murray Abraham), che a fine degli anni

Sessanta ci racconta con estrema commozione quegli anni

Trenta bagnati dai totalitarismi in cui conobbe Monsieur Gustave

e il suo grande amore Agatha (Saoirse Ronan), in cui

iniziò ad amare con passione il Grand Budapest Hotel, così

tanto da non riuscire più a separarsene. Wes Anderson ci

aveva già ammaliato, divertito e strabiliato più volte, ma con

questo film e con il precedente Moonrise Kingdom ci rendiamo

conto che il regista è diventato

una gemma rara, da custodire

e conservare dentro lo scrigno dei

nostri cuori. Oltre ai due piani

temporali del vecchio Zero e dello

Zero che fu, Anderson non si accontenta

e nel suo perfetto mondo

di scatole cinesi infila altri due piani,

quello di un giovane scrittore

(Tom Wilkinson) che racconta la

storia di Zero e l’ultimo, quello del

regista, che ci racconta il libro –

sotto forma di film – in cui lo scrittore

racconta questa bella storia.

Tutto all’interno del film è perfettamente

geometrico, dalla composizione

delle inquadrature allo

sciogliersi della storia, Anderson

dirige i suoi interpreti in maniera

impeccabile, facendoci divertire

in un susseguirsi di dialoghi ad

alta densità di genio – degni del

miglior Billy Wilder – ma facendoci

anche riflettere sulla Storia, ma

soprattutto sul Cinema. Durante la

visione del film ci sembra di essere

all’interno di una carrozza di un

treno infinito che ci porta indietro

fino agli albori del cinema, fino a

quel 28 dicembre 1895 in cui i fratelli

Lumière illuminavano di luce

il futuro della settimana arte, passando

da Lubitsch a Billy Wilder e

reinventando i trucchi di Méliès.

Alla fine del film, scesi da questo

treno nostalgico, ci domandiamo:

«Come potrà mai esistere un Cinema

senza Wes Anderson?».

52

GRAND BUDAPEST HOTEL


A cura di

Giuseppe Fricelli

Concerto in

salotto

Pyotr Ilyich Tchaikovsky

Il celebre musicista e compositore russo che amò Firenze

di Giuseppe Fricelli

Così ha scritto il grande musicista e compositore russo

Pyotr Ilyich Tchaikovsky: «Tra le città straniere, Firenze

è divenuta di certo quella che preferisco. Più ci vivi

e più ti accorgi di amarla. Vi è qualcosa di accogliente a farmi

sentire a casa mia. Oh Italia, cento volte cara! Per me sei come

il paradiso. I fiori, la musica e i bambini sono i gioielli della

vita. La natura mi ha dotato di un talento musicale nel quale

credo, del quale non dubito, di cui

vado orgoglioso, anche perché la

mia musica reca conforto e piacere

a persone come voi. La musica

di Don Giovanni ha avuto su di me

un effetto realmente sconvolgente.

Mi ha condotto in un mondo di bellezza

artistica dove dimorano solo i

Casa della cornice

www.casadellacornice.com

geni più grandi».

La targa apposta sulla villa in via San Leonardo a Firenze dove abitò Tchaikovsky

Pyotr Ilyich Tchaikovsky

Nato nel 1948, Giuseppe Fricelli si è formato al Conservatorio “Luigi Cherubini” di Firenze diplomandosi

in Pianoforte con il massimo dei voti. Ha tenuto 2000 concerti come solista e

camerista in Italia, Europa, Giappone, Australia, Africa e Medio Oriente. Ha composto musiche

di scena per varie commedie e recital di prosa.È stato docente di pianoforte per 44 anni presso

i conservatori di Bolzano, Verona, Bologna e Firenze.

PYOTR ILYICH TCHAIKOVSKY

53


La mostra e il premio internazionale Tamara Art Award rendono omaggio alla famosa pittrice polacca esponente

dell’Art déco Tamara de Lempicka, che è stata anche una stilista, una promotrice di stile e una delle

prime

La

donne

Mostra

ed

e

artiste

Premio

impegnate

d'Arte "Tamara"

a favorire l’emancipazione

è un omaggio

femminile.

alla famosa

Il celebre

artista

quadro

polacca

Autoritratto

Art Deco

in una

Bugatti verde divenne il motto dipinto di Tamara de Lempicka, inteso come affermazione della libertà e della

Tamara De Lempicka, che è stata anche una stilista , promotrice di stile

indipendenza della donna moderna. Il premio Tamara Art Award è dedicato alla libera rappresentazione di

donne emancipate, e la proprio prima per donna ricordare artista la personalità impegnata di nell'emancipazione Tamara de Lempicka, delle il suo donne. carattere forte e l’innato

glamour che Le ha opere influenzato d'arte il " look Selfportrait di tante donne. in The La Green celebre Bugatti" artista polacca divenne era legata il motto a Venezia, dipintodove si recava

spesso da De per Lempicka. trascorrere Tamara le vacanze Art ed Award incontrare è dedicato Peggy Guggenheim, alla libera interpretazione e a Firenze per i del suoi ritratto frequenti diviaggi

studio donne sul emancipate manierismo toscano soprattutto da lei per tanto ricordare amato. la In personalità occasione del di premio Tamara internazionale De Lempicka, Tamara anche Art Award lei

tutte le opere di carattere partecipanti forte saranno e di innato esposte glamour a Venezia, che presso ha influenzato il prestigioso look salone di tante della donne. Scuola Grande di

San L'artista Teodoro, era in una legata mostra a Venezia con video dalle proiezione sue frequenti che si terrà visite dal nella 5 all’8 città settembre lagunare 2021. e dagli incontri

con Peggy Guggenheim e a Firenze per i suoi frequenti viaggi studio per poter ispirarsi al

Tutti gli artisti partecipanti riceveranno prestigiosi diplomi, mentre soltanto i 20 finalisti avranno la possibilità

di esporre accanto a capolavori originali di Tamara de Lempicka (serigrafie certificate dalla figlia dell’ar-

manierismo toscano da lei amato. In occasione del Premio Internazionale d'Arte “Tamara”

tista tutte Kizzette) le opere e prendere partecipanti parte saranno alla Biennale esposte di Firenze a Venezia nell’ambito presso dell’evento il prestigioso Tamara-glamour salone del Palazzo della donna

eterna organizzato San Teodoro dallo Studio in una Artemisia mostra con e dalla video famiglia proiezione de Lempicka. dal 5 al I 8 venti settembre finalisti che 2021 parteciperanno

all'evento, Tutti riceveranno gli artisti partecipanti certificazioni riceveranno personalizzate prestigiosi e saranno inclusi diplomi nel .Solo catalogo 20 finalisti della Biennale selezionati di Firenze e

in quello avranno dedicato la possibilità all'evento di sulla esporre de Lempicka. accanto I a primi capolavori tre classificati, originali oltre di a prestigiosi Tamara De premi, Lempicka riceveranno

alcuni ( dei serigrafie seguenti certificate riconoscimenti: dalla pubblicazioni figlia Kizzette dedicate De Lempicka) alla loro attività e far artistica, parte della bellissimi Biennale foulard di della

produzione Firenze de essendo Lempicka inseriti Estate nell'evento e la possibilità "Tamara-glamour di esporre le proprie della 3 opere donna nei eterna" prossimi organizzato eventi. da

Studio Artemisia e la famiglia De Lempicka.. Venti finalisti che parteciperanno all'evento

La data ultima per iscriversi è il 30 giugno 2021.

riceveranno le certificazioni personalizzate e saranno inclusi nel catalogo della Biennale e

Per informazioni contattare:

mbstudioarte@gmail.com

nel catalogo dedicato al concorso e la conferenza “Tamara”. I vincitori oltre premi

+ 39 riceveranno 3201916883 le pubblicazioni dedicate alla loro attività artistica, prestigiosi fulards della

produzione De Lempicka Estate e avranno la possibilità di esporre le proprie 3 opere

nei prossimi eventi . La data ultima per iscriversi è entro 21 giugno 2021


Ritratti

d’artista

Margherita Biondi

Una pittrice tra sogno e realtà

di Silvia Ranzi

Colorista per talento e vocazione, Margherita Biondi

ha al suo attivo una carriera pluriennale con innumerevoli

personali e partecipazione a rassegne di

rilievo italiane ed estere che evidenziano un universo stilistico

dai pigmenti soavi e brillanti, ricco e fluente per immagini

evocate e magica evocazione ambientale. La sua ricerca

espressiva denota il profondo attaccamento alla terra toscana,

veicolato dal sentimento di pacificazione indotta dall’amore

per la natura nella pluralità dei suoi paesaggi. L’incanto

ammaliatore del colore, nelle diversificate nuances, veridiche

e simboliche al contempo, riflettono le intrinseche emozioni

che si esplicitano nel corpus delle opere realizzate, assumendo

la forma di un diario intimo dagli accenti neoromantici. Le

località evocate, le vedute cittadine e paesistiche, le panoramiche

agresti, alla presenza di flora e fauna autoctona, costituiscono

il mosaico iconico dalle molteplici sollecitazioni di

vissuti delineati con immediatezza e freschezza ideativa ed

esecutiva. La percezione visiva si accosta con purezza disegnativa

alla cultura del territorio, raccontato con spirito genuino

in armoniche composizioni dagli echi edenici, per flettersi

e caricarsi di valori atmosferici nell’avvicendarsi delle stagioni,

dispiegarsi su toni ora solari, ora crepuscolari e notturni,

secondo ricercate ed oniriche ambientazioni. L’intento idillico

pervade la sua feconda produzione pittorica, accostandosi al

reale per riviverlo nella dimensione trasognata del culto del

ricordo e l’azione terapeutica del primato dell’anima nell’epifania

dei dati fenomenici e creaturali. La tessitura delle

pennellate tra dinamismi e stesure, vibranti di riverberi luministici,

incontra la prerogativa tecnico-esecutiva che contrad-

distingue la messa in opera en plein air degli Impressionisti

per la festosità delle tinte tra oggettività sensibile e trasalimento

spirituale, avvicinando l’estro di Margherita Biondi

a quel vitalismo dei timbri che emerge nell’affermazione di

Henri Matisse nelle sue Notes d’un peintre: «Voglio raggiungere

quello stato di condensazione delle sensazioni che costituisce

un dipinto».

biondimargherita@gmail.com

MARGHERITA BIONDI

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Gallerie in

Toscana

Andrea Tirinnanzi

Incontro con il fondatore di Firenze Art, galleria, laboratorio e

“tempio” delle digisculture

di Doretta Boretti / foto courtesy Andrea Tirinnanzi

AFirenze, a breve distanza da San Frediano e dal

centro storico fiorentino, in Piazza Taddeo Gaddi

2/r, c’è una galleria d’arte. Sarebbe bello se

molti amanti dell’arte, prima o poi, potessero visitarla,

per ricreare, in un clima conviviale, incontri e scambi

culturali. Questa galleria è la Firenze Art. Non è soltanto

un’ampia galleria dalla fitta esposizione di quadri, sculture,

stampe artistiche, di artisti anche famosi, ma è,

oltre a questo, un laboratorio, dove Andrea Tirinnanzi,

anima e fondatore della Firenze Art, lavora assiduamente,

occupandosi personalmente del restauro di cornici

antiche, della costruzione di cornici nuove, della creazione

delle “digisculture” e di tanto altro. È una persona

semplice, per niente ambizioso e presuntuoso, anche se

lo potrebbe essere, in quanto sia la sua vita che la sua

arte gliene darebbero ragione. «Questa cornice che sto

preparando – spiega Andrea – si chiama Superba ed è

di un antico legno massello tinto noce. È fatta con un

vecchio procedimento artigianale fiorentino, ed è pronta

a ricevere un bellissimo dipinto». Prosegue poi parlando

delle sue emozioni: «Fare il corniciaio non è solo fare

nuove cornici, a volte capita anche di rigenerare quelle

fatte qualche decina di anni fa. Altre volte, poi, può capitare

che al suo interno ci sia un acquarello di un grande

maestro, e allora è una responsabilità restaurarla». Ama

così tanto il suo lavoro che non smette mai, nonostante

qualche anno alle sue spalle, di stupirsi ancora: «Non ho

parole nel descrivere questo quadro che raffigura via dei

Maccheroni nel 1958». Si esprime così nel descrivere

l’acquarello che ha tra le mani, e racconta: «Avevo dieci

anni quando Renata, una mia vicina di casa che lavorava

in una cartoleria di via del Proconsolo, mi portò a fare

un giro in centro per farmi conoscere strade e musei.

Girammo in una stradina, dietro a dove lavorava lei. C’era

un pittore, in un angolo di via dei Maccheroni dove ci

trovavamo, che, appoggiato al muro, stava dipingendo

la via. Ora sono certo che quel pittore era veramente Rodolfo

Marma, l’autore del mio acquarello». Quanto successo

hanno avuto le digisculture a grandezza naturale

di Andrea Tirinnanzi. Riproducono l’immagine di molti

personaggi famosi: politici, cantanti, attori e anche

qualche papa. Adesso sono diventate talmente numerose

che «ho dovuto rimescolare le carte per fare posto

al sommo poeta», precisa il gallerista. Infatti, quest’anno,

nel settecentesimo anniversario dalla morte dell’Alighieri,

la collezione si è arricchita della digiscultura a

lui dedicata. Così anche Dante, grazie a lui, è tornato in

Andrea Tirinnanzi al lavoro con una cornice

La caricatura in ceramica di Tirinnanzi opera di Carlo Giannitrapani

56

ANDREA TIRINNANZI


Da destra, il gallerista con il regista Alessandro Sarti e la digiscultura di Dante Alighieri

vita. E sempre grazie ad una sua intuizione, la Firenze Art ha

aperto una galleria virtuale nel lontano 1997, agli albori di Internet

in Italia. È una tra le prime gallerie virtuali di rilievo nazionale

e promuove, attraverso la rete, l’arte contemporanea,

donando agli artisti la più ampia visibilità. Ma poter osservare

Tirinnanzi mentre restaura o costruisce qualcosa e poter

vedere, insieme a lui, dal vivo, le numerosissime opere esposte

nella galleria di Piazza Gaddi, è tutta un’altra emozione.

Alcune digisculture alla Firenze Art

ANDREA TIRINNANZI

57


Leda Giannoni

Nel segno del sommo poeta

Ritratto di Dante, olio su tela, cm 60x80

ledagiannoni@gmail.com


A cura di

Stefano Marucci

Storia delle

religioni

Il Cantico dei Cantici

Lo splendore dell’amore nell’interpretazione di Maria Lorena Pinzauti Zalaffi

di Stefano Marucci

Maria Lorena Pinzauti Zalaffi, Lo splendore dell’amore, tecnica mista su tavola, cm 60x80

Prosegue dallo scorso numero il racconto dell’opera di

Maria Lorena Pinzauti Zalaffi, autrice di vari dipinti

che testimoniano o si rifanno a temi religiosi, come

da sempre accade nella storia dell’arte che ha visto gran-

di maestri cimentarsi nella rappresentazione di episodi del

Vangelo, della Bibbia o della vita dei santi. Il quadro che presentiamo

in questa occasione si ispira al Cantico dei Cantici,

poema lirico che appare nella Bibbia nel V secolo a.C.

e fa parte dei “libri sapientali”

attribuiti dalla tradizione

biblico-giudaica a re Salomone.

Nel poemetto si celebra

la bellezza e la dignità dell’amore

tra un uomo e una donna,

reso sublime dall’unione

di spiritualità ed eros. Passione,

tenerezza e dolcezza sono

il riflesso di un amore più

grande che sottende l’amore

divino. Questo libro ha suscitato

da parte delle dottrine

canoniche ebraica e cristiana

diverse interpretazioni storiche

o allegoriche, esaltando

la mistica dell’amore o la valenza

teologica dell’opera. La

poliedricità di questo testo

non permette di rappresentalo

con un’interpretazione figurativa.

Nel dipinto, infatti, la

raffigurazione metaforica parte

da un candido albero dai riflessi

d’oro che, in un contesto

rarefatto e irreale, simboleggia

l’amore tra due esseri che

si incontrano, si conoscono

e si uniscono, in un trasporto

meraviglioso in cui l’Eros

si trasfigura in Agape. L’amore

è sfuggente e bisogna continuamente

cercarlo proprio

come si cerca e si desidera

l’amore di Dio. Nell’opera si

possono vedere, inoltre, altri

riferimenti, a partire dall’Eden,

con il famoso albero di Adamo

ed Eva, arrivando a tutti gli

intrecci della vita che comunque

sempre rinascono con

una nuova linfa. Anche Papa

Benedetto XVI sostiene che

nel Cantico dei Cantici si rivela

«lo splendore dell’amore».

IL CANTICO DEI CANTICI

59


Mauro Mari Maris

La forza “selvaggia” del colore

www.mauromaris.it

mauromaris@yahoo.it

+ 39 320 1750001


Personaggi

Piergiorgio Bani

Un mugellano famoso nel mondo

di Elisabetta Mereu / foto Toti Lo Verde ed Elisabetta Mereu

Se in decine di musei di storia naturale in tutto il mondo si

possono ammirare animali molto rari o in via di estinzione

come il sitatunga, il kudù, il nyala, l’argali o l’eland, lo

si deve a lui. Piergiorgio Bani, infatti, è uno dei massimi esperti

di tassidermìa, tecnica che permette di effettuare una perfetta

ricostruzione anatomica di mammiferi o uccelli, utilizzando

pelli e piumaggio di animali già morti. Un’attività iniziata più di

50 anni fa e che, a dispetto degli 81 anni, continua con passione

e senza sosta, aiutato dal figlio Valter. Lo incontriamo nella

sua casa laboratorio in Mugello, definito Centro Safari per il gran

numero di esemplari che vi si possono ammirare, risultato dei

tantissimi viaggi compiuti in ogni continente. «Attualmente, sto

preparando un lavoro per il Teatro di Parma – afferma –. Ho visitato

anche le zone più remote del mondo, dove ho potuto osservare,

fotografare e filmare da vicino persino popolazioni ancora

primitive. Esperienze internazionali che insieme alla tecnica ho

trasferito ai giovani di diverse nazioni che hanno seguìto i miei

corsi di formazione». D’altronde, quando si ha il dono di saper

lavorare qualsiasi materiale con l’abilità delle proprie mani, abbinato

alla creatività e alle conoscenze tecniche, si può fare di

tutto. Lascia infatti senza parole la perfezione che questo poliedrico

scultore riesce a raggiungere nella riproduzione di ogni tipo

di animale in tutte le diverse fasi di lavorazione, dalla creta

allo stampo, alla fusione in vari materiali e infine alla pittura a

mano nei colori originali. Fra le più famose: il cavallo che l’artista

Maurizio Cattelan appese per la prima volta al soffitto della

Tate Gallery di Londra, nel 1999, o quello riverso sulla spiaggia

Piergiorgio Bani con una delle sue ultime lavorazioni

dell’episodio La pista di sabbia nella serie Il commissario Montalbano,

la gigantesca balena di 20 metri per un parco divertimenti

di Hammameth, l’elefante africano e i dinosauri a Gardaland o la

maestosa aquila reale, divenuta il simbolo dell’amico stilista fiorentino

Stefano Ricci. «Il mio nuovo obiettivo è fare una collezione

di sculture ornitologiche riproducenti le varie specie europee,

oltre che questi nidi e mangiatoie artificiali – aggiunge indicando

alcuni manufatti che sembrano parti di un tronco d’albero vero

–. Chi vuole dare riparo nel proprio giardino o parco ai volatili

liberi può consultare il mio sito o venire direttamente qui in Mugello».

E ne vale davvero la pena. Perché visitare questo luogo è

come fare un viaggio nell’universo naturalistico di tutto il mondo

in poco più di un’ora.

www.piergiorgiobani.it

Esemplari realizzati da Bani con la tecnica della tassidermia

La casa laboratorio dell'artista in Mugello

Luoghi di esposizione nel mondo

Musei di Storia Naturale

Milano

Genova

Bergamo

Reggio Emilia

Firenze

Roma

Livorno

Isola d’Elba

León (Spagna)

Oslo (Norvegia)

Tucson (Texas)

Milwokee (Canada)

Pechino (Cina)

Ulan Bator (Mongolia)

Parchi

Nazionale d’Abruzzo

Etosha National Park (Namibia)

Kruger Park (Sudafrica)

Parco divertimenti di Gardaland (Verona)

Parco Acquatico di Hammameth (Tunisia)

PIERGIORGIO BANI

61


Arte del

vino

A cura di

Paolo Bini

Rifiorisce “in Commedia” la nuova Vernaccia

di San Gimignano

Testo e foto di Paolo Bini

«

Ebbe la Santa Chiesa in le sue

braccia: dal Torso fu, e purga

per digiuno l’anguille di Bolsena

e la vernaccia». Una terzina estratta

da una famosissima opera letteraria

per raccontarvi questo mese che il mondo

del vino sta rifiorendo a nuova vita e

nuove iniziative. Nell’anno dantesco, il

Consorzio del vino Vernaccia di San Gimignano

ha presentato in maggio le sue

nuovissime etichette messe in commercio

e lo ha fatto anche con un tributo a

Dante Alighieri, nel palazzo comunale,

nella sala a lui dedicata e dai suoi piedi

calpestata nel 1300 quando arrivò come

ambasciatore in missione da Firenze

per la Lega Guelfa. Una presentazione svolta nel pieno rispetto

delle norme dei protocolli sulla sicurezza, con un ridotto

numero di professionisti e stampa arrivati prevalentemente

dal territorio nazionale ma comunque ben accolti e pronti

per l’assaggio e la valutazione della nuova Vernaccia, il vino

“femmina” e sola DOCG in bianco di Toscana che, per espressa

volontà del Consorzio, ama essere definita “unica”, “nobile”

e “ribelle”. Premetto che solitamente queste presentazioni

si svolgono nel mese di febbraio; nel 2020 si salvò “a pelo”

dall’ondata di virus che ci travolse e quest’anno si è fortunatamente

potuta svolgere seppur in forma ad accesso estremamente

ristretto. Ma come consuetudine, oltre all’assaggio

massivo a sedere nei locali della Galleria De Grada, è stato

predisposto un appuntamento collaterale di approfondimento

a tema che ogni anno varia nei contenuti. A settecento

anni dalla morte del poeta, è parso fin troppo naturale trovare

un filo conduttore fra il “sommo” e l’unico vino da lui citato

nella Divina Commedia proprio con quei versi del nostro

incipit, ventiquattresimo canto, sesta cornice, quella (ovviamente)

dei golosi. La “Vernaccia in Commedia” ha proposto

l’assaggio di 12 vini bianchi (6 Vernaccia e 6 alloctoni) introdotti

virtualmente da sei diverse figure femminili della Commedia

(da Beatrice a Matelda passando per Francesca da

Rimini e Pia de’ Tolomei), serviti a coppie e legati da un concetto

estremamente connesso alle loro affinità elettive. La

degustazione è stata interpretata secondo la filosofia di voler

riscoprire la centralità umana nello stile produttivo, rimettendo

al centro della scena le donne, gli uomini e le loro interpretazioni

della vitivinicoltura dopo questi ultimi trent’anni che

hanno visto il mondo del vino passare da tendenze, mode e,

soprattutto, l’opprimente tentativo di conformazione universale

da cui, finalmente, ci stiamo consapevolmente liberando.

Se il concetto esclusivo e pregnante del territorio è stato

ampiamente declinato in varie salse dai tanti comunicatori in

questi anni, forse non si è dato

sufficiente spazio alla centralità

della mano, della mente e del

cuore e, in questo senso, “Vernaccia

in Commedia” è stata

ideata per celebrare certamente

Dante ma, soprattutto, questo

nuovo “eno-Umanesimo” del

presente e del prossimo futuro.

Vino e cultura, ancora una volta,

hanno assieme “calcato il palcoscenico”

di uno dei teatri più

esclusivi e San Gimignano può

essere fiera della sua idea e della

sua nuova Vernaccia, buona e

fresca, pronta per questa estate

di vera rinascita.

62

VERNACCIA DI SAN GIMIGNANO


A cura di

Franco Tozzi

Toscana

a tavola

Pici all’aglione, una specialità tutta toscana

di Franco Tozzi

I

pici all’aglione stanno tornando di moda dopo un oblio

di alcuni decenni dovuto ai tanti troppi “esperti gastronomi”

che nelle loro ricette hanno scritto “prendete degli

spicchi d’aglio” confondendo l’aglio con l’aglione, che sarebbe

come dire il gatto con il leone: sono felini, ma che differenza

tra i due... L’aglione è una specifica varietà locale

– della Val di Chiana – di aglio che ha tanti pregi, per primo

è quello di non avere “alliina” e quindi neanche tutti gli

inconvenienti dell’aglio comune, pur mantenendone le stesse

proprietà terapeutiche. Ha dei bulbi che possono arrivare

a pesare anche 500 grammi e ovviamente anche il costo

è proporzionato alle dimensioni, ma gustarlo con la ricetta

tipica della campagna senese che vi darò, vale sicuramente

la spesa. Si raccoglie tra giugno e luglio, ed è quindi il periodo

migliore per consumarlo, ma, se ben conservato al fresco

e in luoghi areati ed asciutti, si può usare per tutto l’anno.

Noi dell’Accademia del Coccio lo acquistiamo direttamente

dall’azienda agricola I Tre Capi (www.itrecapi.it e info@

itrecapi.it) e possiamo garantirvi l’eccellenza di questo e di

altri loro prodotti. Venendo alla ricetta, va premesso che i pici

devono essere di buona qualità per l’ottimale riuscita del

piatto. Come tante ricette antiche e locali anche questa ha

le sue varianti, quella che riportiamo di seguito è stata suggerita

da un amico della Val d’Orcia che giura essere la stessa

ricetta servita a tavola dai suoi antenati.

Accademia del Coccio

Lungarno Buozzi, 53

Ponte a Signa

50055 Lastra a Signa (FI)

+ 39 334 380 22 29

www.accademiadelcoccio.it

info@accademiadelcoccio.it

La ricetta: pici all’aglione

Ingredienti:

- 400 gr. di pici

- 5 spicchi di aglione (ca. 110 gr.)

- 350 gr. di pomodori freschi e ben maturi

L'aglione (ph. courtesy I Tre Capi)

- un pizzico di pepe

- un bicchiere di olio

- sale

- ½ bicchiere di vino bianco,

meglio se vernaccia

Prendete una padella capiente, versate l’olio e aggiungete

l’aglione schiacciato e il vino bianco. Coprite la padella e

fate cuocere a fuoco moderato per circa 15 minuti, girando

di tanto in tanto l’aglione che, per mantenere il suo tipico e

delicato aroma, non deve soffriggere. Con la forchetta continuate

a schiacciare l’aglione fino ad ottenere una pappina

grossolana; a questo punto versate il pomodoro (anche questo

ben schiacciato), salate e pepate. Al posto del pepe è

possibile mettete il peperoncino, ma in piccola quantità perché

il troppo piccante ammazzerebbe l’aroma dell’aglione.

PICI ALL’AGLIONE

63


Il super tifoso

viola

A cura di

Lucia Petraroli

Claudio Merlo

Intervista ad un fuoriclasse della storia

viola tra amarcord e attualità

di Lucia Petraroli

Èimpossibile non ricordare le gesta di Claudio Merlo

e di quella “Fiorentina ye-ye” che ha regalato a Firenze

nel 1968-69 la gioia più grande, lo scudetto.

Non solo: negli undici anni trascorsi in riva all’Arno, Merlo

ha anche vinto due Coppe Italia (1966 e 1975) ed una Coppa

Mitropa (1966). Trequartista di ottimo livello, dai suoi

piedi nascevano palloni al bacio per Luciano Chiarugi e

“Picchio” Giancarlo De Sisti.

Il suo bilancio della stagione viola?

È un bilancio negativo. Sono stati fatti parecchi sbagli. Confermare

Iachini, poi prendere Prandelli, per poi riprendere

ancora Iachini, un triangolo dal quale non ci siamo mossi.

La campagna acquisti è stata deficitaria nonostante gli arrivi,

sono stati fatti giocare sempre i soliti 11. Sulla punta la

scelta più importante l’ha fatta Prandelli con Vlaovich. Va

cambiato tutto. Non credo che le poche soddisfazioni avute,

tipo la partita con la Juve, possano bastare al tifoso viola,

le persone vogliono una squadra competitiva.

Cosa si aspetta dal futuro?

Ricostruire partendo dalle basi buone che abbiamo, i giovani

di prospettiva. Da tenere per esempio Dragowski,

Kouamè ha fatto vedere alti e bassi, non giocando mai.

Come Callejon, inutile prendere giocatori così che poi non

fai giocare. Senza parlare dell’incognita Kokorin. Abbiamo

un buon centrocampo, dobbiamo migliorare la difesa. Ribery

è un grande giocatore ma ha un’età ormai. Serve una

squadra quadrata. Un paio di difensori, un centrocampista

e un’altra punta.

Come valuta il centrocampo viola?

Bonaventura e Castrovilli sono buoni giocatori, quest’ultimo

può giocare anche come esterno sinistro. Ci vorrebbe

un giocatore alla Pereira. Poi dipenderà da come il nuovo

allenatore vorrà giocare.

Come giudica l’operato di Commisso in questi due anni?

Commisso sta facendo tanto per la viola, il centro sportivo

è una cosa molto importante. Tanti ottimi giovani verranno

fuori grazie a questa grande struttura. Dovrebbe però

parlare un po’ meno. Mettersi contro la stampa non serve,

è controproducente. Gli manca una figura accanto che lo

consigli, non c’è una buona comunicazione. Il calcio è diverso

dal mondo che conosce lui nel suo settore. Fossi io

Un giovanissimo Claudio Merlo in maglia viola (1966-67)

il presidente cambierei tutto, è fin troppo evidente che si è

sbagliato in questi due anni.

Come giudica la questione stadio?

Non comprendo la questione Franchi. Commisso aveva altri

progetti, non credo gli basterà il restyling.

Quali differenze tra questa e la sua Fiorentina?

Era tutto diverso. Oggi ci sono troppe persone intorno ad

una squadra, staff numerosi, prima non era così. Si era pochi

ma buoni, c’era un attaccamento alla maglia diverso.

E poi non c’erano i procuratori; le società oggi spendono

troppo, sai quanti soldi risparmierebbero senza. Ci vorrebbero

tecnici manager come in Inghilterra.

Il ricordo più bello in maglia viola?

Il Torneo di Viareggio, ho un bellissimo ricordo. Vincemmo

sulla squadra di Praga che le batteva tutte. Eravamo la

“Fiorentina ye-ye”, ci siamo tolti belle soddisfazioni, come

lo scudetto. Prima si riusciva a vincere, la Fiorentina deve

tornare a farlo. Mettere trofei in bacheca è importante.

Nessuno altrimenti ti ricorderà.

64

CLAUDIO MERLO


A cura di

Manuela Ambrosini

Di-segni

astrologici

Gemelli

Spiriti liberi e grandi comunicatori, vivono

la vita come una giostra di emozioni

di Manuela Ambrosini

Brillante e leggero, l’armonia della vita ti appartiene.

Quando entri con il tuo spirito frizzantino svolazzando

nell’ambiente, non si può fare a meno di

notare la brezza piacevole che emani. C’è una sorta di cristallino

brio che aleggia tutto intorno, ogni volta che ti trovi

in mezzo alla gente. La comunicazione è il cardine della

tua esistenza. Che tu sia poeta, scrittrice, motivatore, cantante

o artista la ricerca di raggiungere l’altro, il bisogno di

contatto intellettuale/cognitivo è la tua caratteristica prevalente.

Non ci sono ostacoli che tu non possa superare

con tocchi leggeri di innocente determinazione. Certa-

Paolo Fresu, La giostra di Re Teatrino, serigrafia e collage, cm 90x80

Opera acquistabile presso:

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Salvatore Sardisco, Gemelli (2020), linearismo continuo, biro su carta, cm 24x33

www.salvatoresardisco.art / + 39 335.5394664

mente non fai concorrenza ai segni di terra per continuità,

tutt’altro. Per te è talmente facile cambiare che oggi ti

si incontra a gestire un locale di incontri e domani sei sulle

copertine di moda per una sfilata. Chiunque pensi di poterti

chiudere in gabbia e addomesticarti deve tenere ben

presente che hai bisogno di briglie lunghe, anzi, un sottile

filo da aquilone andrà benissimo. Perché, caro amico,

tu hai davvero bisogno di evadere continuamente non solo

dall’ambiente, ma anche da te stesso a volte. A chi ti dice

che dovresti mettere radici fai pure una pernacchia, ti

autorizzo. Sei come quelle piante che vivono nei paesi tropicali

e senza radici seguono il vento. Uno spirito libero e

non c’è niente che possa importi di rimanere quieto, seduto,

impassibile. Nel tuo viso spesso si disegnano grandi

sorrisi, tu sei l’artista migliore del palcoscenico, perché

stare al centro, in un luogo dove si possono vestire mille

volti e personaggi, è la tua storia, è il massimo per te. Forse,

a volte, dietro quel sorriso c’è una profondità che non

tutti possono cogliere. La maschera del clown può piegare

di malinconia i bordi degli occhi all’ingiù e, tolto il vestito

da palco, potresti trovarti a guardare nell’oceano della solitudine

che hai dentro, versando anche una lacrima, quando

serve. Eh sì, perché costruire una realtà stabile, quando

c’è tanta irrefrenabile voglia di conoscere e cambiare, diventa

difficile e non sempre libertà fa rima con felicità. La

donna o l’uomo giusto per te sa tenerti, con garbo, tra le

dita. Senza afferrarti, senza stringere, semplicemente mano

dischiusa, filo di collegamento inserito e una grande

abilità di attendere, quando sarai stanco/a di svolazzare

qui e lì la gioia di posarti di nuovo su quel palmo amato,

che sa difendere senza schiacciare, sarà tanta. Cosa farai

al primo incontro? Parlerai, parlerai e, poi, parlerai ancora.

Se saprà ascoltarti ti terrà con sé per sempre.

Astrologa, professional counselor, facilitatrice in costellazioni

familiari, è fondatrice del metodo di crescita personale Oasi di

Luce e insegnante di Hatha Yoga. Vive e lavora a Monsummano

Terme, effettua incontri individuali di lettura del tema natale astrologico

e di counseling ed è insegnante del corso online di astrologia

umanistica Eroi di Luce.

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www.solisjoy.com

manuela.ambrosini@gmail.com

Solisjoy

Manuela coccole per l’anima

GEMELLI

65


Percorsi trekking

in Toscana

A cura di

Julia Ciardi

A spasso nei mille colori dell’isola d’Elba

Testo e foto di Julia Ciardi

In vista dell’estate, ho deciso di invertire la rotta per andare

sull’isola più grande dell’Arcipelago Toscano: l’Elba. Un

posto dove torno appena posso e che ogni volta mi riserva

sempre qualche nuova sorpresa, tra i ricordi lasciati lungo

le spiagge selvagge e l’ospitalità degli abitanti, il cui carattere

schietto si rispecchia nel paesaggio. Questa piccola isola

– talmente piccola che si può percorrere tutta in poco tempo

– è una miniera di meraviglie che invogliano a tornare almeno

una volta per vederla vestita dei colori della bella stagione.

L’isola d’Elba è una perla del Parco Nazionale dell’Arcipelago

Toscano. Un tempo era un collegamento per arrivare in Corsica

dalla penisola italiana ed è stata anche un luogo “magnetico”

per gli Etruschi, attratti dalla sua ricchezza mineralogica.

Dalle sue rocce si estraeva la pirite, conosciuta come “oro degli

stolti”, un minerale di colore giallo chiaro la cui lucentezza

metallica traeva in inganno i cercatori d’oro: da qui è nato il

detto “non è tutto oro quello che luccica”. La pirite veniva usata

come pietra focaia dagli Etruschi che appiccavano il fuoco

per ottenere il metallo dai minerali ricchi di ferro dell’isola.

Le montagne offrivano anche altre materie, come la vetta più

alta dell’Elba che si riconosce subito dalla concentrazione di

nuvole sul Monte Capanne. Un monte in monzogranito, materiale

che veniva estratto già al tempo dei Romani per erigere

le colonne del Pantheon e nei secoli successivi anche per il

Duomo di Pisa e Piazza dei Miracoli. La montagna sorge dietro

la località di Marciana ed è raggiungibile da ogni versante.

Dalle sue cime, in giornate limpide, è possibile ammirare

tutte le isole dell’Arcipelago che, come una costellazione, circondano

la stella più grande, l’Elba. Per raggiungere il Monte

Capanne ci si può servire sia della cabinovia che della gabbiovia,

una buona alternativa, quest’ultima, per ammirare meglio

i colori della macchia mediterranea e dei piccoli abitanti

che popolano queste zone marittime: le farfalle, insetti leggiadri

ed eleganti che da sempre affascinano l’uomo che ne ha

fatto un simbolo di rinascita e cambiamento. Non a caso, fin

dall’antichità, vedere una farfalla era segno di buon auspicio,

perché la loro presenza indicava un’imminente trasformazione,

da bruco rinchiuso nella crisalide ad animale variopinto.

Così l’uomo ha imparato che con il tempo e con la pazienza

è possibile andare incontro anche ad importanti cambiamen-

Il Monte Capanne

La zuppa di ortiche

66

ISOLA D’ELBA


ti. All’Elba è stato eretto anche un santuario a loro dedicato;

lo si può raggiungere sia da Marina di Campo che da Marciana.

Nel primo caso, si segue l’indicazione per Sant’Ilario, un tipico

paesino medievale; si prosegue poi verso San Pietro in

Campo. Prima di raggiungere il paese s’incontra un bivio e

a destra l’indicazione verso Monte Perone, punto di partenza

del sentiero. Il santuario è stato progettato, tra gli altri, da Ornella

Casnati, naturalista che proprio qui ha scoperto il rigoglioso

habitat che conta più di cinquanta specie di farfalle e

che vanta il primato in tutta Europa. Seguendo la seconda alternativa,

si parte da Marciana proseguendo in direzione Poggio

e poi si va verso Monte Perone, dove si raggiunge un’area

picnic coperta da una maestosa pineta, con pino marittimo,

leccio e corbezzolo, un ambiente fresco dove alcune specie

trovano riparo dalla calura estiva.

Da qui si prosegue verso il

sentiero CAI n°5 e, dopo il primo

bivio, si trova il segnavia numero

00 dal quale continuare fino alla

vetta del Monte Capanne. Attraverso

2 km di sentiero, uscendo

dalla selva, ci immergiamo nella

macchia mediterranea, un tipo di

vegetazione in cui poche farfalle

volano a causa della povertà di

fiori. Lungo il sentiero si vedono

diverse garighe, ovvero formazioni

cespugliose che crescono

in luoghi aridi e sabbiosi e sono

molto esposte alla luce e al caldo.

All’interno vi si trovano molte

specie erbacee e altre piante che

formano un habitat perfetto per

le farfalle. Per tutta la loro esistenza

da lepidottero, le farfalle

femmine cercano la loro pianta

madre, posandosi su ciascuna

Vanessa dell'ortica

foglia con le loro sei zampe, funzionanti

anche da papille gustative, per

capire su quale di queste dovranno

deporre le uova; la scelta della

pianta influisce anche sul nutrimento

delle larve in questa prima fase

del ciclo di vita. La “vanessa dell’ortica”

è uno dei lepidotteri più comuni

in quest’area ed arriva al massimo

a 3000 metri di altezza. Superata la

diapausa (la schiusa della crisalide),

l’insetto va in cerca del nettare dei

fiori con la spirotromba, vale a dire

l’apparato boccale che svolge un’importante

funzione anche nell’impollinazione.

Dopo l’accoppiamento, la

femmina depone le uova sulle foglie

di ortica, dalla quale proprio per questo

prende il nome. Finiamo la salita

tornando nel paese di Marciana,

dove gustare una deliziosa zuppa di ortiche tipica di queste

parti. L’ortica fa parte della vegetazione della macchia mediterranea

ed è un prodotto caratteristico della gastronomia locale

anche per il suo potere depurativo. La minestra di ortica,

la cui antica ricetta è segreta, oltre ad essere gustosa, offre

all’organismo diversi benefici e le farfalle ne sono un esempio.

In conclusione, all’Elba è possibile ammirare il paesaggio

con la sua storia, i colori, profumi e sapori, per nutrire l’anima

insieme anche alla buona cucina.

Per informazioni sui percorsi:

ciardijulia@gmail.com

@dearmoon.ju

A breve verranno avviate le iscrizioni per visite di gruppo guidate

ISOLA D’ELBA

67


Il piacere dell'avventura


Ritratti

d’artista

Letizia Strigelli

L’arte di intrecciare i fili del tempo

di Jacopo Chiostri

Il lavoro di Letizia Strigelli è in primis una rimodulazione

del concetto stesso di arte. Nelle sue opere, indipendentemente

dal tramite utilizzato, non sono riviste soltanto

forma e soggetto, ma è proprio l’intima struttura artistica

che si apre a nuove possibilità espressive di riproduzione

dell’invisibile, e così adempie al compito primario di portare

in superficie interrogativi che altrimenti resterebbero latenti

nel nostro subconscio. Con la sua creatività, inventa quadri

tessuti che chiama arazzi, anche se sa che non hanno a che

vedere con gli arazzi classici tipo gobelin, scolpisce, rivisita

Las Meninas di Velasquez, come già fece Picasso, intreccia

fili, soprattutto fili di rame che ha imparato a utilizzare in

Cile, che del rame è il maggior produttore e dove ha vissuto

a lungo. Artista con una solida ed eclettica formazione cosmopolita

– Istituto di Belle Arti a Firenze (1978), Tecniche

dell’arazzo moderno presso l’Istituto nazionale di Arti plastiche

di Città del Messico (dal 1980 al 1983), corso in Textile

Andinos nella sezione Disegno dell’Università Cattolica di

Santiago del Cile con studio della cultura e tecnologia Textile

Precolombina (2000) –, la Strigelli ci parla con un linguaggio

personale fatto di rimandi classici e arcaici, in cui

si avverte, stringente, il bisogno di dare libertà alle proprie

emozioni e in cui l’idea, tradotta inevitabilmente in forma, è

l’esito di azioni mentali. Con tecniche in genere considerate

artigianali rappresenta, compone e propone un mondo a noi

finora diversamente noto. Lo fa utilizzando i materiali più disparati,

poveri, tradizionali; a differenza di Jeff Koons però i

materiali umili non li trasforma in icone, li adopera, e dà loro

la parola per parlarci con un linguaggio inizialmente ermetico,

ma poi intellegibile, in un intreccio di relazioni e connessioni.

Il suo medium per eccellenza è il “filo”, una presenza

costante. In particolare, come detto, il filo di rame che, grazie

alla sua impareggiabile tavolozza di colori, assolve al

ruolo di “conduttore” di passioni. Cosa rappresenta il “filo” lo

spiega lei stessa: «Come una penna, un pennello, uno scal-

Fiori nel deserto (2021), tecnica mista su tela

La grazia, fili di rame

pello, il filo plasma le mie opere in tutte le sue forme: intrecciato,

tessuto, mescolato, dipinto, incollato, accostato,

calpestato, dimenticato, buttato via, resuscitato. È quest’ultimo,

quello che ispira il mio lavoro oggi, quando invecchiato,

maltrattato, arrugginito e persino spezzato per il tempo,

con l’uso, grazie a uno sguardo differente, rinasce a nuova

vita. Nel mio lavoro non esistono fili infelici, poveri, scoloriti

ma solo fili che aspettano di essere animati». Arte povera?

Forse. Non è importante, anche se il pensiero per più motivi

– non ultimo per l’indiscutibile appartenere di entrambe alla

cultura femminile (ricordiamoci che il simbolo della donna, il

cerchio con una croce in basso, detto “specchio di Venere”,

è lo stesso con cui gli alchimisti indicavano il rame) – non

può non andare a quell’immensa artista che è stata Marisa

Merz, che lavorava all’uncinetto fili di rame per farne scarpette

da ballerina e, unica donna della pattuglia messa assieme

da Germano Celant, a cui si deve la definizione della

“corrente”. Tornata in Italia dopo trent’anni in America Latina

e fatto di un fienile a Palazzuolo sul Senio il proprio atelier, la

Strigelli si è impegnata in un’intensa attività espositiva. Anche

l’elenco delle sue presenze è cosmopolita: Spagna, Cile,

Messico, Francia, Portogallo, Argentina, Germania, Costa

d’Avorio e naturalmente Italia.

www.lstrigelli.it

lucearc@hotmail.com

LETIZIA STRIGELLI

69


I maestri della

architettura

A cura di

Margherita Blonska Ciardi

Vittorio Giorgini

L’architetto visionario delle case naturalistiche del Golfo di Baratti

di Margherita Blonska Ciardi / foto courtesy www.casadinosaurobaratti.com

Non tutti sanno che il Parco della Val di Cornia, in prossimità

di Baratti, custodisce all’interno della sua pineta

due perle dell’architettura contemporanea. Si tratta

di due case costruite a cavallo degli anni Sessanta dal celebre

e oggi purtroppo dimenticato architetto fiorentino Vittorio Giorgini.

Appassionato di vela, si era innamorato del Golfo di Baratti,

dove un giorno fu costretto a fermarsi durante una tempesta

aspettando che il tempo migliorasse per poter continuare a navigare.

Questo contatto con il mare e la vegetazione di Populonia,

terra ricca di testimonianze della civiltà etrusca, segnò la

sua vita. Giorgini, rimasto stregato dalla bellezza di questo posto

dove la natura domina e condiziona l’attività dell’uomo da

secoli, si innamorò perdutamente della zona. Iniziò ad andare a

Baratti sempre più spesso, a studiare la fauna e la flora e ad osservare

le piante, riferendosi agli scritti e ai disegni di Leonardo

da Vinci, maestro di cui subiva il fascino fin dall’infanzia. Conoscendo

sempre di più l’habitat e le leggi della natura, elaborò alcune

affermazioni bizzarre per l’epoca, dicendo, ad esempio,

che «nessuna costruzione deve costringere una formica a deviare

la sua strada». Questa frase racchiude un principio della

sua ricerca che si fonda sull’equilibrio fra uomo e natura, che

Giorgini voleva rispettare, sostenendo il principio di occupare

meno suolo possibile in quanto anche questo costituisce un habitat

che ospita altre vite e ne va, per questa ragione, rispettato

l’equilibrio. Nel 1957, sul terreno di proprietà di suo padre che

rischiava l’esproprio in prossimità del Golfo di Baratti, costruì

una casa di legno di sei moduli prefabbricati. Elementi montati

successivamente sul posto su una specie di palafitta, sono livellati

ed ancorati al suolo scosceso. La Casa Esagono – così

viene chiamata per la forma dei moduli in legno con cui è assemblata

– diventerà la sua residenza preferita, dove trascorrere

le vacanze immerso nella pineta e ammirando il magnifico

paesaggio marino che si vede dalla struttura. L’architetto fioren-

In questa e nelle altre foto gli esterni e gli interni della Casa Dinosauro

tino considerava la zona di Populonia un posto magico e pieno

di energia positiva, dove riusciva a ricevere le migliori ispirazioni.

Infatti, raccontò che la commissione per il progetto della

Casa Dinosauro, che lo rese conosciuto oltre oceano, nacque

mentre realizzava degli schizzi seduto sulla terrazza della Casa

Esagono. In quel mentre, andò a trovarlo un professore che,

incuriosito dall’insolita dimora dell’architetto, voleva acquistare

un terreno per costruirci una villa. Affascinato dai suoi disegni,

il committente volle subito realizzare il progetto, anche

se, mentre conversavano, Giorgini disse che si trattava solo di

un sogno e che la struttura probabilmente non avrebbe retto. Il

cliente non si fece scoraggiare e decise di voler costruire a tutti

costi la casa così com’era nei suoi disegni. Vista la difficoltà

di realizzare un progetto così ambizioso, l’architetto disse che

non avrebbe voluto essere pagato fino a quando la casa non

fosse stata messa in piedi. Il committente, un cardiologo – non


a caso, sulla copertura in alto si nota un traforo a forma di cuore

–, si rivelò il suo più fedele seguace e, avendo molta fiducia in

lui, pagò la progettazione cospicuamente dandogli praticamente

“carta bianca” su come procedere. Negli anni Settanta, la casa

venne acquistata dal signor Sgorbini, che si rivolse a Giorgini

per eseguire lavori di restauro e modifiche interne per suddividere

gli ambienti. Costruita nel 1962, con la sua forma organica

che ricorda quella di un grande animale – da qui il nome di Casa

Dinosauro –, la struttura ha superfici curvilinee che delimitano

un grande spazio. L’interno si sviluppa a diversi livelli e pare

di seguire le curve topografiche del terreno. La funzione della

casa viene anticipata dalla forma zoomorfa come La Pedrera

di Gaudì a Barcellona, ma va oltre nella ricerca architettonica,

condividendo la corrente del correalismo sostenuta dall’architetto

ed artista Fredrick Kiesler. Giorgini, al pari dell’architetto

austriaco Kiesler, sosteneva che gli ambienti creati per l’uomo

dovessero essere biomorfi, visto che tutto in natura è collegato

e l’habitat influisce sulla salute del nostro organismo. Come

precursore della bioarchitettura e della sostenibilità ambientale

affermava che l’architettura dovesse osservare

le leggi della fisica, della chimica e della biologia

per creare una correlazione tra queste discipline

e costruire senza sprechi una casa più

sana e duratura. In questo modo, è possibile ottenere

il massimo funzionamento con il minimo

sforzo e usare una minore quantità di materia.

Giorgini va oltre la pura ricerca teorica e anticipa

i tempi realizzando la Casa Dinosauro con

una tecnica innovativa che rivoluzionò il mondo

dell’architettura. Invece di usare materiali edilizi

tradizionali come la pietra e i laterizi, costruisce

una struttura curvilinea applicando la doppia rete

elettrosaldata e spruzzata a spessore uniforme

con cemento lasciato al grezzo. In questo

modo ottiene un materiale molto duttile in fase

di lavoro che permette di soddisfare la massima plasticità della

forma. La Casa Dinosauro è oggi riconosciuta come patrimonio

dell’architettura del Novecento. Interessante è la risoluzione

portante della struttura, che poggia a terra solo in tre punti per

poi aprirsi con una grande vetrata verso il golfo, permettendo

alla luce di filtrare attraverso gli infissi frangisole in legno. Il corpo

dell’edificio rompe il dogma della scatola abitativa di Le Corbusier.

La casa ricorda l’organismo di un imponente animale

non solo dal punto di vista estetico ma anche strutturale, dando

l’idea di essere “viva” nel modo in cui scarica le maggiori sollecitazioni

innervandosi ed irrigidendosi in maniera naturale sotto

il carico. La copertura, che si sviluppa come un guscio, è coronata

da un albero curvilineo in cemento che ricorda quello di

una barca, con tanto di piattaforma di avvistamento: un omaggio

al mare da parte di un appassionato velista. Una larga rampa

a spirale, eseguita con ciottoli immersi nel cemento, si erge

dal terreno circostante in mezzo alla vegetazione mediterranea

per portare alla grande terrazza panoramica che si trova al piano

superiore. Fedele ai suoi ideali e alla visione del rapporto tra

architettura e ambiente, Vittorio Giorgini evita nelle sue realizzazioni

di occupare il suolo, sviluppando le abitazioni su di un

piano rialzato. Gli interni, inizialmente aperti, successivamente

su richiesta del committente sono stati scanditi da pareti curvilinee

lasciate aperte in alto, che spesso hanno anche funzione

di arredo. Purtroppo, avendo anticipato i tempi con le sue

teorie innovative che solo oggi riusciamo ad apprezzare, l’architetto

fiorentino non fu compreso in patria. Discepolo di Michelucci

e collega di altri grandi architetti come Leonardo Ricci

e Leonardo Savioli, non sempre venne appoggiato dagli amici.

Per questo motivo emigrò negli Stati Uniti, dove le sue teorie

trovarono un terreno più fertile e dove insegnò alla School of

Architecture of Pratt Institute di New York. I suoi disegni e i plastici

sono stati esposti a MOMA di New York, al Mori Art Musem

di Tokyo, alla Art Gallery di Londra e sono stati acquistati

dal Centro Pompidou di Parigi. Quest’anno il Padiglione Italia

della Biennale di Venezia 2021, curato da Alessandro Melis con

la collaborazione dell’associazione BA&Co (Baratti Architettura

e Arte Contemporanea) e presieduto dall’architetto Marco Del

Francia, organizzerà una mostra dedicata al visionario architetto

fiorentino, cercando di far riemergere le sue idee innovative

che, come sistema costruttivo e rispetto per l’ambiente, hanno

anticipato i tempi dell’architettura contemporanea.

VITTORIO GIORGINI

71


Eccellenze toscane

in Cina

A cura di

Michele Taccetti

ZonaFranca

Nato a Lucca dall’omonima casa editrice, è un progetto per la promozione

dell’arte e della cultura italiana adesso rivolto anche alla Cina

di Michele Taccetti / foto courtesy ZonaFranca

Casa editrice, centro culturale e laboratorio di idee, ZonaFranca

è il progetto della giornalista lucchese Franca

Severini – qui di seguito intervistata – che circa

quindici anni fa, di ritorno da un viaggio in Argentina, ha fatto

tesoro di tutte le sue esperienze di vita creando questo ambizioso

e affascinante contenitore di idee che ha sede a Lucca.

Franca Severini è anche responsabile delle relazioni esterne

di Contemplazioni, l’impresa della cultura diretta da Sara Pallavicini

e Giovanni Lettini, con cui organizza mostre d’arte in

tutta Italia arricchite dalla curatela di Vittorio Sgarbi e che ora

guarda anche alla Cina con l’arte come linguaggio universale.

In qualità di ideatrice e anima di ZonaFranca può spiegarci

in che cosa consiste esattamente questo progetto?

Dal cuore della casa editrice ZonaFranca, in attività da circa

quindi anni, si sono diramate molteplici iniziative finalizzate

ad una diffusione culturale che, nel tempo, ha assunto

varie vesti: dalla nascita di progetti imprenditoriali con lo

scopo della valorizzazione della cultura del territorio – un’attività

che potremmo chiamare “cultura d’impresa” – fino allo

sviluppo di iniziative diverse, mirate alla valorizzazione della

cultura in senso stretto. Ci sono state, ad esempio, pubblicazioni

di libri, cataloghi d’arte e storie aziendali con autori

di grande autorevolezza come Andrea Bocconi, Nanni Delbecchi,

Fabrizio Betti, Pietro Frè, Daniela Marcheschi, Marella

Caracciolo Chia. Tra le ultime iniziative d’arte organizzate

a Lucca con enormi soddisfazioni il Museo della Follia, a cura

di Vittorio Sgarbi con Contemplazioni, di cui curo le relazioni

esterne. Un evento che ha registrato un successo di pubblico

di circa 90.000 visitatori.

Arte, moda e cultura tra Barga, Lucca e Londra: come unisce

queste realtà?

La mia attività si sviluppa attraverso la valorizzazione dei

luoghi e della loro storia, sia culturale che identitaria, come

Lucca e Castelvecchio Pascoli. Da Londra, dove mi sono

formata studiando, ho appreso la visione del futuro e

l’attenzione alla cultura. La caratteristica di ZonaFranca è

da sempre l’indipendenza e il massimo rispetto per le istituzioni

pubbliche, con cui ho instaurato da subito strette e

proficue collaborazioni. Come iniziativa legata alla sostenibilità

è nato il progetto È di moda la cultura, con il quale ri-

Franca Severini

72

ZONAFRANCA


Vittorio Sgarbi, curatore di alcune delle mostre promosse da Contemplazioni

utilizziamo banner e striscioni di eventi, mostre e iniziative

del territorio per farne collezioni di borse e accessori da indossare

e fare, in questo modo, un marketing di comunicazione

bello, innovativo, di grande impatto e a costi molto

contenuti. Questo progetto è stato adottato dal Comune di

Viareggio, dalla Reggia di Caserta, dal Vittoriale degli Italiani,

da OlioOfficina di Milano, dal MuSa di Salò e da Tesori

Nascosti a cura di Vittorio Sgarbi – con cui sono state organizzate

anche sfilate di moda con la “cultura da indossare”

di ZonaFranca –, oltre che da altre istituzioni culturali in

Italia e all’estero.

Quali altri orizzonti vede per le sue attività?

La Cina è entrata da alcuni anni nelle mie prospettive lavorative

legate alla valorizzazione dell’arte. Con Sara Pallavicini

e Giovanni Lettini abbiamo organizzato una serie di incontri

istituzionali a Pechino e Shanghai per verificare la possibilità

di esporre i progetti artistici a cura di Contemplazioni in

questi luoghi. L’accoglienza riservata all’arte italiana è stata

sensazionale perché rappresenta un linguaggio universale

che unisce e avvicina le culture. Questo forte legame è nato

circa sette anni fa quando Camilla Colognori, la figlia del

mio fidanzato, dopo aver concluso il percorso liceale in provincia

di Lucca, decise di andare a studiare a Shanghai, dove

si è brillantemente laureata in Economia e International

Trade alla Donghua University. Il percorso di studi seguito

da Camilla mi ha permesso di conoscere da vicino la cultura,

le tradizioni e il carattere di questa sconfinata nazione.

Da qualche mese, grazie anche alla collaborazione sorta

con China 2000, abbiamo creato un team per favorire lo

scambio culturale e commerciale fra la Toscana ed il grande

paese asiatico e sono in programma

importanti iniziative soprattutto in previsione

del 2022 che sarà l’anno della cultura

e del turismo fra Italia e Cina.

www.zfzonafranca.it

Amministratore unico di China 2000 SRL e consulente per il

Ministero dello Sviluppo Economico, esperto di scambi economici

Italia-Cina, svolge attività di formazione in materia di

marketing ed internazionalizzazione.

michele.taccetti@china2000.it

China 2000 srl

@Michele Taccetti

taccetti_dr_michele

Michele Taccetti

ZONAFRANCA

73


B&B Hotels

Italia

Welcome back

La tariffa per tornare a viaggiare in sicurezza con B&B Hotels

di Chiara Mariani

La bella stagione è iniziata, portando con sé una rinnovata

voglia di viaggiare e una prospettiva del futuro

più luminosa. In questo scenario, B&B Hotels, catena

internazionale con oltre 550 hotel in Europa e Brasile e

44 in Italia, continua ad accogliere i suoi ospiti, per soggiorni

in totale sicurezza e flessibilità grazie alla tariffa Welcome

Back, compatibile con il Bonus Vacanze 2020, per tutti

coloro che lo hanno richiesto, ma non hanno ancora avuto

modo di usufruirne. Welcome Back è la tariffa super flessibile

che ti permette di tornare a goderti l’Italia soggiornando

in totale sicurezza. Prenota senza pensieri scegliendo tra

28 destinazioni in Italia, paga in hotel e se cambi idea sei libero

di cancellare entro le 19 del giorno di arrivo. Il gruppo

propone il B&B Hotel Affi Lago di Garda, con stanze a partire

da 43 euro, situato a soli 10 km dal lago di Garda e circondato

da tantissime attrazioni turistiche che lo rendono perfetto

anche per le famiglie: Parco Natura Viva, le Grotte di Catullo,

la Pieve di San Giorgio di Valpolicella, il sentiero panoramico

Busatte-Tempesta, il Jungle Adventure Park, la funivia

Monte Baldo. Tra i gioielli fiorentini, un posto d’onore è riservato

allo splendido Hotel Firenze Laurus al Duomo, immerso

nel centro storico cittadino, circondato dai più famosi simboli

della città, a due passi dai migliori negozi e ristoranti. Tra

le possibilità offerte dal gruppo, anche il suggestivo Hotel Firenze

Pitti Palace al Ponte Vecchio, situato nella duecentesca

Torre Rossi, e a soli 5 metri dal Ponte Vecchio, punto di

partenza ideale per visitare Firenze e il suo patrimonio artistico

e culturale.

Hotel Firenze Laurus al Duomo

74

B&B HOTELS


Su B&B Hotels

Destinazioni, design, prezzo. B&B Hotels unisce il calore e

l’attenzione di una gestione di tipo familiare all’offerta tipica

di una grande catena d’alberghi. Un’ospitalità di qualità a

prezzi contenuti e competitivi, senza fronzoli ma con una forte

attenzione ai servizi. Camere dal design moderno e funzionale

con bagno spazioso e soffione XL, Wi-Fi in fibra fino a

200Mega, TV 43” con canali Sky e satellitari di sport, cinema

e informazione gratuiti. Nei B&B Hotels sono presenti Smart

TV che offrono un servizio di e-concierge per scoprire la città

a 360°. B&B Hotels Italia assicura a tutti gli ospiti soggiorni in

massima sicurezza, grazie ad un protocollo operativo di sanificazione

dedicato, certificato dal Safety Label High Quality

Anti Covid-19, attuato in tutte le sue strutture a tutela degli

ospiti e dello staff in hotel. A supporto, sono state individuate

8 Golden Rules “Help us Helping You” per assicurare il più

alto livello di protezione per tutti.

Prenota al miglior prezzo garantito solo su hotelbb.com

B&B Hotel Affi Lago di Garda

B&B HOTELS

75


Arte del

gusto

A cura di

Elena Maria Petrini

Cinque eccellenze del gin toscano protagoniste

di una degustazione a Castelfiorentino

di Elena Maria Petrini / foto Elena Maria Petrini e courtesy aziende gin

Da sinistra, il barman Massimo Maietto con il referente di ANAG Toscana Marcello Vecchio

Lo scorso 22 maggio

a Castelfiorentino si

è svolta la degustazione

di cinque gin toscani

organizzata dall’associazione

assaggiatori di grappa

e acquaviti ANAG Toscana,

guidata da Marcello Vecchio,

in collaborazione col barman

Massimo Maietto. Per l’evento,

che segna finalmente

la ripresa delle degustazioni

in presenza, sono stati scelti

cinque gin di tre distillerie

toscane dal gusto caratteristico:

- due tipologie di gin, Old

Tom e London Dry (entrambi

Pot Still, tecnica Carter Head

e Bennet e non filtrato a freddo),

di Winestillery della famiglia

Chioccioli Altadonna

di Gaiole in Chianti, Firenze

- due tipologie di Dry Gin (ottenuto

dall’infusione di bacche di ginepro locali in alcol

buongusto e successiva distillazione a vapore indiretto) e

gin rosa, di Nannoni Grappe Srl diretta da Priscilla Occhipinti

di Paganico, Grosseto

- un London Dry Gin di Deta, acquisita nel 2017 dalle Distillerie

Mazzari Spa di Barberino Tavarnelle, Firenze

Tutti di notevole impatto all’assaggio, le note caratteristiche

dei botanicals hanno rappresentato il territorio toscano

nella sua essenza, per un’ottima reinterpretazione in chiave

moderna dei grandi classici della distillazione.

Alcuni botanicals del gin

Un momento della degustazione

76

GIN TOSCANO


Breve storia del gin

Le prime distillazioni di un alcol base insieme a bacche

di ginepro, le cosiddette “coccole”, risalgono a

quelle realizzate dalla Scuola Medica Salernitana,

ovvero i “proto-gin” di epoca medievale. Successivamente,

verso la metà del Seicento, si hanno formulazioni del gin modificato

nei Paesi Bassi, ad opera di un naturalista e medico

olandese Franciscus de le Boë Sylvius (noto anche come

Franz de le Boë), il quale, nel 1658, subentrò ad Albert Kyper

alla cattedra di Medicina dell’Università di Leida in Olanda.

Egli era solito firmare le sue opere come Sylvius (derivato dal

latino silva, cioè foresta, e tradotto in olandese Boë) e viene

oggi considerato il fondatore della iatrochimica, disciplina

che mette in relazione le malattie con le reazioni chimiche

all’interno del corpo umano e che affonda le sue radici nell’alchimia.

Gli iatrochimici si dedicarono all’interpretazione dei

processi biologici, come ad esempio quello fermentativo, e

questo famoso medico ed acuto ricercatore realizzò l’acqua

“juniperi”, formata da una base di alcol infuso con bacche

di ginepro, spezie e zucchero, per poter curare alcune malattie

che affliggevano i soldati olandesi di servizio nelle Indie,

creando così il primo “jenever” o gin. Grazie agli stretti

rapporti commerciali dei Paesi Bassi, l’Holland Gin si diffuse

oltremanica, fino a quando, nel 1688, Guglielmo III d’Inghilterra

(in olandese Willem Hendrik Von Oranje-Nassau) impose

il proibizionismo sulle importazioni di distillati, favorendo

così la produzione del gin direttamente in Inghilterra. Questo

distillato è ottenuto attraverso le seguenti fasi: preparazione

del mosto, fermentazione, distillazione, stabilizzazione

ed imbottigliamento. Secondo il regolamento comunitario n°

110 del 2008 e s.m.i., il gin è una bevanda spiritosa aromatizzata

con bacche di ginepro (Juniperus communis) e ottenuta

con alcol etilico di origine agricola con titolo alcolometrico

minimo di 37,5% Vol., in cui possono essere impiegate solo

sostanze aromatizzanti naturali o similari (botanicals), con

predominanza del gusto di ginepro che lo caratterizza all’assaggio.

Tra la vasta gamma di essenze botaniche che contraddistinguono

un ottimo gin conferendogli personalità vi

sono: cedro, mandarino, semi di coriandolo, radice di zenzero,

valeriana, angelica, calamo, erba rena, rosmarino, semi di

cumino, scorze di arancia e di limone, fiori di lavanda e di

sambuco, petali di rosa, camomilla, melissa, menta, artemisia

e molti altri.

GIN TOSCANO

77


Benessere e cura

della persona

A cura di

Antonio Pieri

Porta sempre con te il benessere

naturale della Toscana

di Antonio Pieri

Finalmente la bella stagione sta arrivando e la situazione

generale sta piano piano migliorando. Questo ci

permette di poter, sempre mantenendo le giuste precauzioni

e misure di sicurezza, ricominciare a uscire e visitare

il nostro bellissimo paese.

Una delle più belle regioni d’Italia

Abbiamo la fortuna di vivere in uno dei paesi più belli al mondo,

ricco di cultura e bellezze paesaggistiche senza eguali.

Nello specifico, noi siamo ancora più fortunati perché viviamo

in Toscana, uno dei luoghi più belli d’Italia. Nella nostra

regione si fondono alla perfezione natura (basti pensare al

mare della bellissima Isola d’Elba o alla campagna del Chianti

e della Val d’Orcia) e cultura, con città d’arte dal patrimonio

inestimabile come Firenze o Siena.

La Toscana sempre con voi

Idea Toscana ha studiato la linea cortesia “minisize” della

collezione Prima Spremitura. In questo modo è possibile portare

in viaggio, ovunque voi andiate (con i prodotti da 35 ml o

50 ml non avrete problemi neanche in aereo), il profumo della

Toscana e soprattutto il benessere naturale offerto dall’olio

extravergine di oliva toscano IGP biologico, principio attivo

principale della linea.

Olio extravergine di oliva toscano IGP biologico

I benefici di questo splendido prodotto sono molteplici: grazie

alla sua azione antiossidante previene l’invecchiamento

cutaneo e cellulare, nutrendo in profondità la pelle e aiutandola

a ricostruire il suo naturale film idrolipidico. Inoltre, l’alto

contenuto di vitamine liposolubili e gli antiossidanti naturali

di cui è ricco proteggono le membrane cellulari e rendono

l’olio extravergine di oliva toscano IGP biologico un prodotto

ideale per il mantenimento di una pelle perfetta. Grazie a tutte

queste proprietà i prodotti di Idea Toscana a base di questo

prezioso alimento sono indicati per prendersi cura della

propria pelle in estate dopo una giornata di sole, quando la

pelle tira più del dovuto ed è il momento di nutrirla per riportarla

al suo normale stato di idratazione.

I “minisize” di Idea Toscana

I “minisize” della linea Prima Spremitura di Idea Toscana, in

formati da 35 e 50 ml, sono composti da:

- bagnoschiuma idratante: grazie alla sua formulazione appositamente

studiata per rispettare l’equilibrio idrolipidico della

pelle, rende la cute soffice e vellutata

- shampoo normalizzante: elimina l’eccesso di sebo e ristabilisce

il naturale equilibrio del cuoio capelluto

- balsamo ristrutturante: fissandosi maggiormente sulle parti

più bisognose del capello, svolge un’azione sostantivante

e ricondizionante.

- crema corpo idratante: ottima da utilizzare come doposole,

dopo una giornata al mare, garantisce elasticità e nutrimento

alla pelle

- sapone intimo delicato: è un detergente dolce e universale

per chi ama la tipica sensazione di pulizia profonda e tonificante

- crema nutritiva mani: leggera emulsione a rapido assorbimento,

crea un sottile film protettivo senza lasciare alcun residuo

di untuosità e previene arrossamenti e screpolature

Vi aspettiamo nel nostro punto vendita in Borgo Ognissanti 2

a Firenze per farvi scoprire tutte le linee naturali e biologiche

di Idea Toscana.

Antonio Pieri è amministratore delegato dell’azienda il Forte srl

e cofondatore di Idea Toscana, azienda produttrice di cosmetici

naturali all’olio extravergine di oliva toscano IGP biologico.

Svolge consulenze di marketing per primarie aziende del settore,

ed è sommelier ufficale FISAR e assaggiatore di olio professionista.

antoniopieri@primaspremitura.it

Antonio Pieri

78 BENESSERE NATURALE TOSCANO


Cosmetici Naturali e Biologici per il Benessere

CON OLIO EXTRAVERGINE D’OLIVA TOSCANO “IGP” BIOLOGICO

LINEA CORTESIA PER STRUTTURE RICETTIVE

IDEA TOSCANA - Borgo Ognissanti, 2 - FIRENZE | Viale Niccolò Machiavelli, 65/67 - SESTO FIORENTINO (FI) |

Tel. 055.7606635 |info@ideatoscana.it | www.ideatoscana.it


Una banca coi piedi

per terra, la tua.

www.bancofiorentino.it

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