23.06.2021 Visualizzazioni

Estratto ALPIDOC 105/2021 A caccia di libellule nel Parco. A cura di E. Raviola e N. Villani.

Intervista a Marco Bologna, professore dell'Università Roma Tre, sul significato della biodiversità e su un progetto nel Parco del Marguareis.

Intervista a Marco Bologna, professore dell'Università Roma Tre, sul significato della biodiversità e su un progetto nel Parco del Marguareis.

SHOW MORE
SHOW LESS

Trasformi i suoi PDF in rivista online e aumenti il suo fatturato!

Ottimizzi le sue riviste online per SEO, utilizza backlink potenti e contenuti multimediali per aumentare la sua visibilità e il suo fatturato.

A <strong>caccia</strong> <strong>di</strong> <strong>libellule</strong><br />

<strong>nel</strong> <strong>Parco</strong><br />

Dopo che – grazie a un intervento delle Aree Protette Alpi Marittime –<br />

<strong>nel</strong> 2018 sono stati realizzati due nuovi stagni alle Selle <strong>di</strong> Carnino,<br />

in alta Valle Tanaro, la scorsa estate un’équipe scientifica<br />

dell’Università Roma Tre ha iniziato a stu<strong>di</strong>are come il ripristino dell’area<br />

umida abbia inciso sulla bio<strong>di</strong>versità locale.<br />

Sorvegliati speciali gli Odonati.<br />

Il professor Marco Alberto Bologna, eminente zoologo<br />

<strong>di</strong> origini brigasche che abbiamo intervistato “sul campo”,<br />

spiega <strong>nel</strong> dettaglio il progetto da lui coor<strong>di</strong>nato<br />

a <strong>cura</strong> <strong>di</strong> Enrica <strong>Raviola</strong> e Nanni <strong>Villani</strong> – foto <strong>di</strong> Enrica <strong>Raviola</strong> e Nanni <strong>Villani</strong>


io<strong>di</strong>versità<br />

bio<strong>di</strong>versità<br />

La cattura<br />

degli insetti acquatici<br />

è questione<br />

<strong>di</strong> destrezza…<br />

Qui sotto: Marco<br />

Alberto Bologna<br />

alle prese con il retino<br />

entomologico.<br />

Alle pagine 56-57:<br />

vista d’insieme<br />

dell’area umida<br />

come si presenta oggi,<br />

dopo l’intervento<br />

<strong>di</strong> recupero.<br />

A pagina 58:<br />

dragone alpino<br />

(foto Marco Dogliotti).<br />

A pagina 59:<br />

libellula depressa<br />

(foto Marco Dogliotti).<br />

L’<br />

incontro con il professor Marco Alberto Bologna è stato del tutto casuale. In<br />

una tersissima giornata dello scorso agosto, destinata a scattare fotografie<br />

intorno al Marguareis, lo abbiamo incrociato, in zona Rifugio Don Barbera,<br />

insieme con due suoi ricercatori e un guardaparco. Saluti, presentazioni,<br />

che cosa ci fate qui… «An<strong>di</strong>amo alle Selle a <strong>caccia</strong> <strong>di</strong> <strong>libellule</strong>». Come, cosa?… Senza<br />

pensarci due volte, un po’ sfacciatamente, abbiamo colto l’occasione al volo: «Veniamo<br />

anche noi!». E così abbiamo trascorso un’intera mattinata andando su e giù lungo gli<br />

stagni <strong>di</strong> fronte a Sant’Erim, seguendo le orme degli entomologi che inseguivano questi<br />

– <strong>di</strong>ciamo la verità, non molto conosciuti – insetti acquatici. Chi per catturarli con i retini,<br />

marcarli e liberarli subito dopo, chi per verificarne l’eventuale, importantissima, presenza<br />

sotto forma <strong>di</strong> larve, pescate insieme al limo sul fondale. Insomma, una “esercitazione”<br />

alla quale <strong>di</strong> sicuro non capita tutti i giorni <strong>di</strong> assistere. Altrettanto sfacciatamente è<br />

stato poi naturale chiedere al professore non solo <strong>di</strong> scrivere un articolo per spiegare<br />

meglio tutta “l’operazione”ai lettori <strong>di</strong> Alpidoc, ma anche <strong>di</strong> concederci un’intervista<br />

seduta stante. Cosa che lui ha fatto con grande <strong>di</strong>sponibilità, non troppo comodamente<br />

seduto sull’erba a monte del rifugio, a quell’ora preso d’assalto da nugoli <strong>di</strong> biker intenti<br />

a ronzare intorno ai vassoi del pranzo…<br />

Marco, anzitutto raccontaci qualcosa <strong>di</strong> te.<br />

Sono nato a Torino <strong>nel</strong> 1954. A tre anni sono andato a vivere a Roma perché mio<br />

padre, che era <strong>di</strong> Viozene, lavorava in RAI ed è stato trasferito. Dunque sono <strong>di</strong> famiglia<br />

brigasca – anche se il mio cognome è ormeasco – e il brigasco lo capisco, ma se<br />

lo parlo faccio ridere, quin<strong>di</strong> evito… La Valle Tanaro comunque è casa mia. Quando<br />

mi chiedono <strong>di</strong> dove sei io rispondo della Val Tanaro:<br />

non sono né torinese né romano. E poi la mia passione<br />

per la natura è nata qui. Mio nonno era guar<strong>di</strong>a<strong>caccia</strong><br />

<strong>nel</strong> Bosco delle Navette e mio papà, quand’ero<br />

piccolo, mi portava in montagna e a ogni passo mi<br />

<strong>di</strong>ceva: «Ascolta quel verso, guarda questo nido…».<br />

Era un appassionato <strong>di</strong> natura?<br />

No, affatto: mio padre è nato pastore, lo ha fatto fino<br />

ai quin<strong>di</strong>ci anni, poi con la famiglia si è spostato in<br />

Liguria, dove si è messo a fare l’agricoltore. Però ha<br />

stu<strong>di</strong>ato da auto<strong>di</strong>datta, si è laureato in Lettere –<br />

amava le lettere classiche – e per qualche anno ha<br />

insegnato. Lui non aveva la passione per la natura,<br />

ma aveva un rapporto con la natura, non acquisito ma<br />

istintivo – proprio <strong>di</strong> chi in mezzo alla natura ci cresce,<br />

non impara a conoscerla dopo, da citta<strong>di</strong>no, che è una<br />

cosa un po’ <strong>di</strong>versa – e mi ha dato un imprinting <strong>di</strong><br />

questo tipo. Così dopo il liceo ho deciso <strong>di</strong> fare il<br />

naturalista, o meglio lo zoologo. Nel frattempo avevo<br />

conosciuto Augusto Vigna Taglianti, che in seguito<br />

è stato il mio maestro all’università. Ho dato la tesi<br />

con lui, poi ho iniziato la carriera universitaria: sono<br />

stato all’Aquila, a Viterbo, in mezza Italia, dopo <strong>di</strong> che<br />

sono rientrato a Roma. Attualmente sono <strong>di</strong>rettore del<br />

Dipartimento <strong>di</strong> Scienze all’Università Roma Tre.<br />

E che cosa insegni?<br />

Zoologia e biogeografia. E poi, se posso, mi metto a<br />

<strong>di</strong>sposizione: ad esempio, in questi giorni sono qui per<br />

dare una mano al <strong>Parco</strong>. Ma, a parte questo progetto,<br />

sono quarant’anni che raccolgo dati sulla Valle Tanaro:<br />

<strong>nel</strong> 2012 ho pubblicato uno stu<strong>di</strong>o su trent’anni <strong>di</strong><br />

osservazioni dei mammiferi, ma da moltissimi anni<br />

metto insieme dati su uccelli, anfibi e rettili presenti<br />

in valle. Un giorno pubblicherò anche quelli, magari…<br />

In particolare ti occupi <strong>di</strong>…<br />

Lavoro soprattutto su un gruppo <strong>di</strong> coleotteri che<br />

appartengono alla famiglia dei Meloi<strong>di</strong>. Sono animali<br />

molto strani, veramente singolari, con una biologia<br />

complicata, <strong>di</strong> grande interesse generale. Ne stu<strong>di</strong>o<br />

l’evoluzione, quin<strong>di</strong> la filogenesi, la bio<strong>di</strong>versità e così<br />

via. Poi mi occupo <strong>di</strong> anfibi e <strong>di</strong> rettili, in questo caso<br />

soprattutto in merito ad aspetti <strong>di</strong> conservazione. Ma<br />

ho lavorato anche sull’ecologia degli insetti.<br />

E da naturalista, com’è cambiato, sotto i<br />

tuoi occhi, l’ambiente montano?<br />

Da un certo punto <strong>di</strong> vista in meglio. Perché, ad<br />

esempio in Valle Tanaro, quando ero bambino<br />

la presenza umana era molto più pesante. Nella zona<br />

<strong>di</strong> Viozene e Carnino c’erano molti pastori <strong>di</strong> pecore,<br />

oggi non ce ne sono più; se ne trova qualcuno giusto<br />

in altissima valle. Poi c’erano i piccoli agricoltori e i<br />

piccoli allevatori: ogni famiglia praticava un’agricoltura<br />

<strong>di</strong> sostentamento e aveva due o tre vacche che<br />

pascolavano vicino al paese. Quin<strong>di</strong>, certamente il<br />

territorio un tempo era molto più sfruttato dall’uomo,<br />

molto più coltivato. Oggi non è più così.<br />

In meglio significa che è più “naturale”?<br />

Sì, che sta ritornando a una naturalità più antica. Il<br />

bosco oggi c’è dove deve esserci; un tempo, dove<br />

non c’era era perché l’uomo non permetteva che ci<br />

fosse.<br />

Mio padre l’ultima volta che è venuto a Viozene –<br />

aveva ottant’anni – mi ha chiesto: «Chi ha piantato<br />

tutti questi alberi?».<br />

«Che <strong>di</strong>ci, papà?»<br />

«E no, non c’erano tutti questi alb+eri…»<br />

«Non c’erano perché li avevate tagliati tutti, nei<br />

secoli; adesso ci sono <strong>di</strong> nuovo, perché è normale che<br />

ci siano.»<br />

La gente non si rende conto <strong>di</strong> questo fatto.<br />

In termini <strong>di</strong> bio<strong>di</strong>versità, si ritiene che la<br />

minor presenza umana porti alla chiusura<br />

<strong>di</strong> tutta una serie <strong>di</strong> spazi, dunque alla<br />

per<strong>di</strong>ta <strong>di</strong> determinate specie.<br />

Questo è vero, però bisogna considerare, ad esempio,<br />

che un tempo le radure erano poche. Si creavano<br />

quando scendeva una slavina, quando cadeva un<br />

albero: duravano una trentina <strong>di</strong> anni, dopo <strong>di</strong> che<br />

arrivava un’altra slavina, cadeva un altro albero… La<br />

successione ecologica poi le chiudeva. Le radure non<br />

erano opera dell’uomo.<br />

Certo che l’uomo, quando ha cominciato a <strong>di</strong>radare i<br />

boschi, ha favorito l’espansione <strong>di</strong> alcune specie, quin<strong>di</strong><br />

un tempo la bio<strong>di</strong>versità in termini “quantitativi” era<br />

maggiore, ma non è che un numero più elevato <strong>di</strong><br />

specie sia un valore in assoluto: è un errore concettuale<br />

affermare una cosa del genere. La bio<strong>di</strong>versità ha un<br />

valore quando è legata a un ambiente maturo. Se<br />

domani, per aumentare la bio<strong>di</strong>versità, io portassi<br />

qui il bufalo africano, l’ippopotamo nano, avrebbe<br />

senso? La bio<strong>di</strong>versità è quella che deve esserci in<br />

ecosistemi maturi, cioè in uno stato <strong>di</strong> con<strong>di</strong>zione<br />

naturale: non va forzata. È chiaro che l’azione umana<br />

un tempo accresceva la bio<strong>di</strong>versità in termini <strong>di</strong><br />

numero <strong>di</strong> specie, ma non è detto che questo sia per<br />

forza <strong>di</strong> cose un fatto positivo. Magari quelle stesse<br />

54 | Alpidoc <strong>105</strong> <strong>105</strong> Alpidoc | 55


testatina<br />

56 | Alpidoc <strong>105</strong> <strong>105</strong> Alpidoc | 57


io<strong>di</strong>versità<br />

testatina<br />

specie c’erano anche prima, solo con un numero <strong>di</strong><br />

in<strong>di</strong>vidui molto inferiore. Io ho visto rinascere, <strong>nel</strong>la<br />

me<strong>di</strong>a Val Tanaro, tutti i boschi che prima venivano<br />

tagliati per pascolare. Un ambiente come questo – qui<br />

al Colle dei Signori – che è sempre stato pascolato,<br />

è sempre stato così e sempre sarà così. Certo, avere<br />

cinquecento pecore che pascolano non è come avere<br />

cinquecento camosci, <strong>nel</strong> senso che un’alta quantità<br />

<strong>di</strong> feci <strong>di</strong> pecora su una superficie ristretta fa sì che ci<br />

siano delle specie vegetali più legate alla presenza<br />

<strong>di</strong> azoto e più concentrate in un determinato spazio,<br />

mentre il pascolo del camoscio è si<strong>cura</strong>mente molto<br />

più sparso e dunque produce meno effetti <strong>di</strong> questo<br />

genere. La concentrazione del bestiame qualche altra<br />

conseguenza ce l’ha: in certe zone sopra Viozene<br />

non ve<strong>di</strong> più dei sentieri, ma delle trincee scavate<br />

dal bestiame, che oggi – a <strong>di</strong>fferenza <strong>di</strong> un tempo,<br />

quando si usavano capi <strong>di</strong> razza più piccola – pesa<br />

tanto e pascola in gran<strong>di</strong> numeri.<br />

Già, perché in alcune aree c’è stato un sovraccarico…<br />

Certo. Questo posto un tempo era una zona umida<br />

aperta. Quando qui si è iniziato a concentrare<br />

il bestiame, l’area è stata trasformata. Per tre motivi:<br />

uno per via del calpestio, due perché gli animali andando<br />

dentro le pozze tirano fuori l’acqua e la <strong>di</strong>sperdono,<br />

tre perché, come ho detto, le feci aumentano<br />

la quantità <strong>di</strong> azoto <strong>nel</strong> suolo, quin<strong>di</strong> favoriscono lo<br />

sviluppo <strong>di</strong> certe piante anziché <strong>di</strong> altre, e dunque<br />

cambia la composizione della vegetazione, e <strong>di</strong> conseguenza<br />

la cambia anche la composizione degli insetti<br />

che mangiano la vegetazione: è un tutt’uno.<br />

Per questo la concentrazione del bestiame non è<br />

positiva. Non è che bisogna <strong>di</strong>re: «Non si pratica<br />

l’alpeggio», questo non esiste. Occorre però ragionare<br />

su queste cose, anche se mi rendo conto che non sono<br />

facili da far comprendere.<br />

Qui, con i tuoi ricercatori, stai lavorando<br />

soprattutto sulle <strong>libellule</strong> in quanto in<strong>di</strong>catrici<br />

<strong>di</strong> bio<strong>di</strong>versità, giusto?<br />

Il motivo è anche un altro. Vicino al Rifugio Don Barbera,<br />

dove c’era l’antico lago, è stato costruito uno stagno<br />

che però – come ho già segnalato – non funziona<br />

perché è troppo piccolo, non è ossigenato, c’è poca<br />

acqua, non ha vegetazione al suo interno. L’intervento<br />

fatto più sotto, alla cappella <strong>di</strong> Sant’Erim, invece<br />

sta funzionando benissimo, <strong>nel</strong> senso che <strong>nel</strong> giro <strong>di</strong> due-tre anni si<br />

è formato un sistema <strong>di</strong> stagni collegati da piccoli ruscellamenti che<br />

ha determinato l’instaurarsi <strong>di</strong> una vegetazione igrofila e un’elevata<br />

<strong>di</strong>versità ecosistemica. Eccola qui la bio<strong>di</strong>versità! Allora noi abbiamo<br />

scelto tre gruppi campione <strong>di</strong> insetti acquatici – gli Odonati, ovvero le<br />

<strong>libellule</strong>, gli Emitteri, vale a <strong>di</strong>re le cimici, e i Coleotteri – per vedere <strong>di</strong><br />

mettere a confronto questi neo stagni – risultato <strong>di</strong> un intervento <strong>di</strong><br />

conservazione attiva – con due stagni naturali presenti, sempre dentro<br />

il <strong>Parco</strong>, <strong>nel</strong> Bosco delle Navette, ovvero quello <strong>di</strong> Poggio del Lagone e<br />

quello della Riserva Manfre<strong>di</strong>.<br />

Quello che vogliamo fare è comparare la <strong>di</strong>versità in termini <strong>di</strong> specie:<br />

sono le stesse o sono <strong>di</strong>verse, il numero <strong>di</strong> in<strong>di</strong>vidui è maggiore qui o<br />

là, <strong>nel</strong>l’arco degli anni qui c’è una successione, cioè un cambiamento<br />

continuo?<br />

Gli stagni delle Navette sono per noi gli elementi <strong>di</strong> raffronto maturo,<br />

mentre quelli ricostruiti qui dovrebbero <strong>di</strong>rci che cosa sta succedendo. Si<br />

tratta <strong>di</strong> una valutazione che va fatta <strong>nel</strong> tempo, attraverso vari step <strong>di</strong><br />

monitoraggio. La conservazione si fa attraverso il monitoraggio, questo<br />

deve essere ben chiaro. Poi si sceglie un gruppo modello: possono<br />

essere piante, insetti, uccelli, quello che si vuole. Ovviamente, <strong>nel</strong> caso<br />

<strong>di</strong> un ambiente umido come questo, si può stu<strong>di</strong>are la vegetazione<br />

oppure gli insetti acquatici che, come abbiamo visto qui, si corteggiano,<br />

si accoppiano, depongono le uova… Abbiamo trovato le larve: vuol<br />

<strong>di</strong>re che la successione è iniziata.<br />

Per approfon<strong>di</strong>re:<br />

Matteo Elio Siesa,<br />

Le <strong>libellule</strong> delle Alpi.<br />

Come riconoscerle,<br />

dove e quando osservarle<br />

Blu E<strong>di</strong>zioni 2017,<br />

240 pagine, 19 euro.<br />

<strong>105</strong> Alpidoc | 59


io<strong>di</strong>versità<br />

bio<strong>di</strong>versità<br />

L’obiettivo <strong>di</strong> questo progetto è cercare <strong>di</strong> conservare<br />

la bio<strong>di</strong>versità <strong>di</strong> questo ambiente. Magari all’inizio<br />

c’era una piccola pozza naturale: se si riesce a<br />

creare un sistema <strong>di</strong> ambienti umi<strong>di</strong>, allora si è<br />

compiuta un’operazione <strong>di</strong> tutela, perché sei certo<br />

che quel sistema non si estinguerà mai. Una singola<br />

piccola pozza facilmente è destinata a chiudersi –<br />

o ci va dentro il bestiame o scende una slavina – e<br />

allora è finita, alcune specie lì spariranno. Invece<br />

bisogna creare un sistema composto da quella che<br />

in ecologia chiamiamo “sorgente”, <strong>nel</strong>la quale si<br />

ha una popolazione vitale, numerosa, e da aree<br />

“pozzo”, dove arrivano altri in<strong>di</strong>vidui partiti dalla<br />

sorgente. Le <strong>libellule</strong> che abbiamo trovato qui, negli<br />

stagni nuovi, probabilmente arrivano da quelli vecchi,<br />

quin<strong>di</strong> dalla “sorgente” <strong>nel</strong>le Navette si è avuta una<br />

colonizzazione. Queste colonie, in ecologia, sono<br />

chiamate “metapopolazioni”: sono dei sistemi <strong>di</strong><br />

popolazioni un po’ frammentate, ma <strong>nel</strong> caso degli<br />

ambienti acquatici è naturale che sia così, quin<strong>di</strong> se<br />

si riesce a conservarne il maggior numero possibile<br />

si aumenta la possibilità <strong>di</strong> conservare la bio<strong>di</strong>versità.<br />

Una bio<strong>di</strong>versità che, localmente, è sempre a rischio<br />

<strong>di</strong> estinzione. Lo scopo <strong>di</strong> queste campagne è dunque<br />

verificare se la situazione stia maturando verso<br />

una con<strong>di</strong>zione ottimale. Si chiama conservazione<br />

attiva: man mano che fai monitoraggio, ve<strong>di</strong> se sta<br />

funzionando oppure no. Se non funziona, provi a<br />

intervenire in un altro modo, il che dovrebbe portare a<br />

un risultato. Nella valle qui <strong>di</strong>etro, sotto il Marguareis,<br />

ci sono i laghi del Biecai e della Rataira, in Valle Pesio<br />

si trovano altri laghetti, in tutto il <strong>Parco</strong> c’è dunque un<br />

sistema <strong>di</strong> specchi d’acqua, più gran<strong>di</strong>, più piccoli: più<br />

se ne hanno, più l’obiettivo <strong>di</strong> conservazione funziona.<br />

Questa è la logica, insomma…<br />

A proposito <strong>di</strong> conservazione, e dunque<br />

<strong>di</strong> tutela, <strong>di</strong> attenzione: sembrava che la<br />

pandemia dovesse cambiare il rapporto<br />

dell’uomo con l’ambiente. All’inizio pareva<br />

essersi <strong>di</strong>ffusa una maggior sensibilità<br />

rispetto al fatto che molti equilibri sono<br />

stati rotti…<br />

Purtroppo io vivo in una grande città, e quello che ho<br />

visto quando è finito il lockdown mi ha fatto capire<br />

che la gente questa “nuova” sensibilità per la natura<br />

se l’è presto scordata. C’è una grande attenzione<br />

per la salute umana, perché si è sempre concentrati<br />

sull’uomo; per quella dell’ambiente molto <strong>di</strong> meno, e<br />

non si comprende che se non c’è la salute dell’ambiente<br />

non c’è nemmeno la salute dell’uomo.<br />

CHE COSA SONO LE TORBIERE<br />

Le torbiere sono zone umide molto<br />

particolari dove il terreno è costituito<br />

principalmente da torba, ossia da resti<br />

vegetali indecomposti o decomposti<br />

solo parzialmente, e dove le con<strong>di</strong>zioni<br />

ambientali, in termini idrologici<br />

e termici, sono estreme.<br />

La componente vegetale<br />

è rappresentata prevalentemente<br />

da comunità a dominanza <strong>di</strong> erbe<br />

<strong>di</strong> piccola taglia, le carici. Le torbiere<br />

sono <strong>di</strong>ffuse sia sulle Alpi<br />

sia, spora<strong>di</strong>camente, sull’Appennino<br />

Centrale e Meri<strong>di</strong>onale, e si sviluppano<br />

dalla pianura fino al piano alpino.<br />

Esse rientrano, insieme ad altre<br />

formazioni vegetali d’alta quota,<br />

tra quelle residue dell’antica<br />

vegetazione periglaciale.<br />

Le torbiere sono ambienti assai<br />

preziosi anche perché costituiscono<br />

un vero e proprio archivio naturale<br />

<strong>nel</strong> quale è racchiusa e conservata<br />

la lunga storia del ripopolamento<br />

vegetale del territorio, dopo l’ultima<br />

glaciazione. Come sappiamo, le piante<br />

producono gran<strong>di</strong> quantità <strong>di</strong> polline.<br />

Tolta la ridotta porzione che partecipa<br />

effettivamente alla fecondazione<br />

dei vegetali e quella mangiata<br />

dagli animali, la maggior parte<br />

del polline si deposita sul terreno.<br />

Questi gra<strong>nel</strong>li sono molto resistenti,<br />

ancor più se conservati in con<strong>di</strong>zioni<br />

<strong>di</strong> assenza d’ossigeno, come<br />

<strong>nel</strong>le torbiere; in questi ambienti<br />

possono preservarsi per millenni.<br />

Le torbiere vengono definite attive<br />

finché è presente acqua e prosegue<br />

il deposito <strong>di</strong> nuova sostanza organica:<br />

<strong>nel</strong> sottosuolo a poca profon<strong>di</strong>tà<br />

permane il giacimento <strong>di</strong> torba.<br />

LA FORMAZIONE DELLA TORBIERA<br />

Il processo <strong>di</strong> sviluppo <strong>di</strong> una torbiera<br />

è estremamente lento, tanto che<br />

quelle oggi esistenti iniziarono<br />

a formarsi alla fine dell’ultimo periodo<br />

glaciale, quin<strong>di</strong> circa 15.000 anni fa,<br />

al momento del primo reinse<strong>di</strong>amento<br />

della vegetazione <strong>nel</strong>le zone liberate<br />

dai ghiacci. La torbiera del Lago dei Signori<br />

si è formata successivamente a un lago<br />

precedentemente presente: l’acqua<br />

che defluiva dal ghiacciaio in via<br />

<strong>di</strong> fusione si raccolse <strong>nel</strong>la conca valliva,<br />

portando alla formazione <strong>di</strong> un’area<br />

lacustre. Sul suo fondo si accumularono<br />

anche sabbia e residui organici, dando<br />

origine a uno strato melmoso sempre più<br />

consistente. In seguito il clima si fece più<br />

mite, il ghiacciaio si sciolse più velocemente,<br />

la vegetazione <strong>di</strong>venne più rigogliosa<br />

e lungo le rive del lago si svilupparono fasce<br />

<strong>di</strong> carici. Il suolo inzuppato d’acqua<br />

e la carenza <strong>di</strong> ossigeno <strong>nel</strong> terreno<br />

impe<strong>di</strong>rono però la decomposizione<br />

completa dei vegetali morti, favorendo<br />

in questo modo la formazione <strong>di</strong> torba<br />

e il conseguente progressivo interramento<br />

del lago. Probabilmente, anche i processi<br />

<strong>di</strong> <strong>di</strong>ssoluzione del substrato roccioso<br />

(rocce carbonatiche), accelerarono<br />

il fenomeno. Questa torbiera appartiene<br />

alla tipologia delle cosiddette “torbiere<br />

basse”, caratterizzate dal tipo<br />

<strong>di</strong> alimentazione dovuta soprattutto<br />

ad apporti <strong>di</strong> acqua freatica, lacuale<br />

o torrentizia.<br />

HABITAT IN PERICOLO<br />

Le torbiere e le specie animali e vegetali<br />

in esse ospitate sono oggi minacciate<br />

dal riscaldamento climatico. Attività<br />

pastorali non corrette, quali<br />

lo stazionamento prolungato o l’eccessivo<br />

calpestio del bestiame, oppure uno smodato<br />

apporto <strong>di</strong> sostanza organica<br />

con le deiezioni animali, possono far<br />

evolvere in maniera regressiva le comunità<br />

vegetali tipiche delle torbiere.<br />

GLI INTERVENTI PROGETTUALI<br />

Nel periodo 2017-2019, l’Ente <strong>di</strong> Gestione<br />

delle Aree Protette delle Alpi Marittime<br />

ha realizzato importanti interventi<br />

<strong>di</strong> miglioramento dell’habitat <strong>di</strong> torbiera<br />

del Lago dei Signori, finanziati<br />

con fon<strong>di</strong> comunitari del Piano <strong>di</strong> Sviluppo<br />

Rurale gestiti dalla Regione Piemonte,<br />

impedendone il degrado e la progressiva<br />

scomparsa.<br />

❒<br />

60 | Alpidoc <strong>105</strong><br />

<strong>105</strong> Alpidoc | 61


io<strong>di</strong>versità<br />

Gli effetti degli interventi gestionali sulla <strong>di</strong>versità biologica:<br />

il caso delle aree umide <strong>di</strong> alta quota <strong>nel</strong> <strong>Parco</strong> del Marguareis<br />

analizzato tramite le <strong>libellule</strong><br />

La conservazione della natura<br />

è un’esigenza sempre più<br />

imprescin<strong>di</strong>bile in una situazione<br />

<strong>di</strong> trasformazione ecologica<br />

globale, con pressioni antropiche <strong>di</strong>rette<br />

(<strong>di</strong>struzione <strong>di</strong> ambienti naturali) o in<strong>di</strong>rette<br />

(inquinamento, cambiamento climatico).<br />

In questo quadro, l’istituzione <strong>di</strong> aree<br />

protette è una delle tante vie da percorrere,<br />

senza pensare <strong>di</strong> costruire delle “isole felici”<br />

in un mare <strong>di</strong> <strong>di</strong>sturbo ambientale,<br />

ma integrando gli interventi, con <strong>di</strong>verse<br />

gradualità, su tutto il territorio.<br />

La conservazione, anche <strong>nel</strong>le aree protette,<br />

può essere passiva, attraverso <strong>di</strong>vieti più<br />

o meno estesi, o attiva, tramite azioni<br />

<strong>di</strong> ripristino ambientale in situazioni<br />

degradate e attraverso un continuo<br />

monitoraggio. Nell’alta Val Tanaro,<br />

la mia terra d’origine, l’istituzione<br />

<strong>di</strong> un’area protetta che ha come baricentro<br />

il Massiccio del Marguareis e che <strong>nel</strong> tempo<br />

ha cambiato nome ed estensione, si è rilevata<br />

<strong>di</strong> fondamentale importanza<br />

per la salvaguar<strong>di</strong>a <strong>di</strong> spettacolari ambienti<br />

altomontani caratterizzati da impressionanti<br />

fenomeni <strong>di</strong> carsismo superficiale e profondo,<br />

e dall’estesa presenza <strong>di</strong> ecosistemi<br />

<strong>di</strong> praterie alpine o <strong>di</strong> boschi <strong>di</strong> larice.<br />

In quest’area sono presenti pochi ambienti<br />

umi<strong>di</strong> con acque a scarso scorrimento,<br />

rappresentati sostanzialmente da alcuni<br />

laghetti <strong>di</strong> alta quota, stagni per lo più<br />

in fase <strong>di</strong> successione ecologica verso<br />

la con<strong>di</strong>zione <strong>di</strong> torbiera e pozze<br />

temporanee che si asciugano <strong>nel</strong> periodo<br />

estivo. Questo tipo <strong>di</strong> ambienti è sovente<br />

sottovalutato, ma mostra una bio<strong>di</strong>versità<br />

vegetale e animale molto significativa,<br />

non tanto per la ricchezza in specie,<br />

quanto per la specializzazione ecologica<br />

<strong>di</strong> molte <strong>di</strong> esse.<br />

In questo contesto le Aree Protette Alpi<br />

Marittime, ente che include anche il <strong>Parco</strong><br />

Naturale del Marguareis, ha avviato<br />

negli ultimi anni un progetto<br />

per il censimento e la gestione attiva<br />

<strong>di</strong> questi ambienti umi<strong>di</strong>. I vari interventi<br />

sono qui sintetizzati in tre tipologie.<br />

Innanzitutto la costruzione <strong>di</strong> ambienti<br />

umi<strong>di</strong> scomparsi: è il caso <strong>di</strong> un piccolo<br />

stagno accanto al Rifugio Don Barbera,<br />

sotto il valico il cui nome ufficiale è Colle<br />

del Lago dei Signori, a ricordare forse<br />

un bacino naturale che non esiste<br />

a memoria d’uomo (ma è presente<br />

<strong>nel</strong>le carte sei e settecentesche).<br />

Quin<strong>di</strong> il ripristino <strong>di</strong> ambienti umi<strong>di</strong><br />

che si stavano infossando o chiudendo,<br />

in particolare il complesso della torbiera<br />

e degli stagni presso la chiesetta <strong>di</strong> Sant’Erim<br />

(il protettore dei pastori brigaschi), che era<br />

andato incontro a una sostanziale riduzione,<br />

con mancanza <strong>di</strong> specchi d’acqua aperti,<br />

e degrado per il pascolo mal gestito.<br />

Infine la tutela <strong>di</strong> stagni e laghetti<br />

fortemente degradati a causa <strong>di</strong> un pascolo<br />

ecologicamente non sostenibile: si tratta<br />

<strong>di</strong> alcune pozze d’acqua che si trovano<br />

<strong>nel</strong> Bosco delle Navette, lungo la strada<br />

Monesi-Colle <strong>di</strong> Tenda, e precisamente<br />

presso le case <strong>di</strong> <strong>caccia</strong> Manfre<strong>di</strong> e Carli<br />

o al Poggio del Lagone, situati a una quota<br />

simile a quelle del Colle del Lago dei Signori<br />

e <strong>di</strong> Sant’Erim, anche se in lariceto.<br />

Gli stagni delle Navette, parzialmente<br />

mo<strong>di</strong>ficati in passato da interventi antropici<br />

per costituire bacini più ampi utilizzati<br />

per il bestiame pascolante, si trovano<br />

in con<strong>di</strong>zioni ecologicamente più mature<br />

rispetto a quelli <strong>di</strong> nuova costruzione<br />

o ripristinati alle falde occidentali<br />

del Marguareis.<br />

Il posizionamento, ai margini <strong>di</strong> queste<br />

pozze, <strong>di</strong> abbeveratoi artificiali e <strong>di</strong> recinti<br />

elettrificati per impe<strong>di</strong>re l’accesso<br />

del bestiame, in accordo con i pastori<br />

locali, ha accentuato le loro<br />

caratteristiche <strong>di</strong> naturalità;<br />

in qualche modo, questi stagni possono<br />

rappresentare una con<strong>di</strong>zione<br />

ecologicamente più idonea<br />

<strong>di</strong> conservazione.<br />

I lavori <strong>di</strong> costruzione e <strong>di</strong> ripristino<br />

degli altri due sistemi umi<strong>di</strong> hanno<br />

invece portato a una sorta <strong>di</strong> “punto<br />

zero” della successione ecologica<br />

degli stessi. Si è pertanto <strong>di</strong> fronte<br />

a una situazione in cui è possibile stu<strong>di</strong>are<br />

e monitorare l’andamento della naturale<br />

trasformazione ecologica<br />

dei “neo stagni”, utilizzando<br />

come modello <strong>di</strong> paragone più evoluto<br />

quelli delle Navette.<br />

In questo contesto, <strong>nel</strong> giugno 2020<br />

è stato stipulato un accordo quadro<br />

tra l’Ente <strong>di</strong> Gestione Aree Protette Alpi<br />

Marittime e il Dipartimento <strong>di</strong> Scienze<br />

dell’Università Roma Tre per un rapporto<br />

<strong>di</strong> collaborazione scientifica e <strong>di</strong> ricerca<br />

<strong>nel</strong> campo della conservazione<br />

della bio<strong>di</strong>versità, e specificatamente<br />

una convenzione per ricerche preliminari<br />

sull’entomofauna <strong>di</strong> stagni e torbiere<br />

altomontane. L’obiettivo della ricerca<br />

pilota è stato comparare le comunità<br />

<strong>di</strong> insetti dei suddetti stagni neo formati<br />

o riattivati a seguito <strong>di</strong> interventi<br />

gestionali, con gli stagni maturi.<br />

I gruppi <strong>di</strong> insetti stu<strong>di</strong>ati sono stati<br />

le <strong>libellule</strong> (Odonata) e i coleotteri<br />

acquatici (Dytiscidae, Hydrophilidae,<br />

Hydraenidae).<br />

Alle indagini hanno partecipato tre<br />

ricercatori zoologi del Dipartimento<br />

<strong>di</strong> Scienze e uno del Museo Civico<br />

<strong>di</strong> Zoologia <strong>di</strong> Roma, ma hanno<br />

attivamente collaborato due guardaparco<br />

e quattro volontari, come attività<br />

<strong>di</strong> cosiddetta Citizen Science (Scienza<br />

dei Citta<strong>di</strong>ni). È stato effettuato<br />

un ridotto numero <strong>di</strong> campionamenti<br />

dalla fine <strong>di</strong> luglio alla fine <strong>di</strong> agosto<br />

2020; purtroppo, a causa della pandemia<br />

COVID-19, non è stato possibile proseguire<br />

fino all’inizio <strong>di</strong> novembre 2020.<br />

I meto<strong>di</strong> <strong>di</strong> ricerca preliminare<br />

62 | Alpidoc <strong>105</strong><br />

<strong>105</strong> Alpidoc | 63


io<strong>di</strong>versità<br />

hanno incluso l’osservazione <strong>di</strong> adulti<br />

<strong>di</strong> libellula “impegnati” in voli<br />

<strong>di</strong> controllo dei territori riproduttivi<br />

(patrolling) o in esplorazione intorno<br />

agli stagni, con eventuale cattura<br />

per conferma tassonomica in caso<br />

<strong>di</strong> <strong>di</strong>fficoltà identificative; il prelievo<br />

<strong>di</strong> campioni <strong>di</strong> sta<strong>di</strong> giovanili<br />

<strong>di</strong> Odonati e <strong>di</strong> campioni <strong>di</strong> coleotteri<br />

per l’identificazione; transetti a tempo<br />

lungo le rive degli stagni con conteggio<br />

degli in<strong>di</strong>vidui <strong>di</strong> tutte le specie in fase<br />

acquatica e in volo; costruzione<br />

<strong>di</strong> un database con i dati quantitativi<br />

e qualitativi per ogni sito; elaborazione<br />

dei dati con meto<strong>di</strong> statistici.<br />

I risultati hanno riguardato<br />

sostanzialmente le <strong>libellule</strong>. Sono state<br />

censite in tutto sette specie, non poche<br />

considerando la quota. La <strong>di</strong>versità<br />

dei due stagni maturi è risultata<br />

<strong>di</strong> poco maggiore <strong>di</strong> quella dello stagno<br />

<strong>di</strong> Sant’Erim; lo stagno <strong>di</strong> piccolissime<br />

<strong>di</strong>mensioni del Colle del Lago dei Signori<br />

non presenta invece alcuna specie.<br />

La composizione delle comunità<br />

degli stagni maturi (Manfre<strong>di</strong> e Poggio<br />

del Lagone) è un poco <strong>di</strong>versa<br />

da quella degli stagni neo costruiti<br />

<strong>di</strong> Sant’Erim, a evidenziare però<br />

che la fase <strong>di</strong> successione <strong>di</strong> questi ultimi<br />

è comunque già iniziata. Per stimare<br />

le <strong>di</strong>mensioni delle popolazioni sono stati<br />

marcati con pennarelli atossici tutti<br />

gli in<strong>di</strong>vidui temporaneamente catturati<br />

con i retini, in maggioranza maschi.<br />

Le ricatture in campionamenti successivi<br />

degli in<strong>di</strong>vidui marcati sono state solo<br />

tre: questo risultato denota un fortissimo<br />

ricambio <strong>di</strong> <strong>libellule</strong> in tutti e tre<br />

gli stagni, il che evidenzia una spiccata<br />

capacità <strong>di</strong> <strong>di</strong>spersione <strong>di</strong> tutte le specie<br />

e un notevole <strong>di</strong>namismo ecologico<br />

<strong>di</strong> queste successioni appena iniziate.<br />

In tutti e tre gli stagni sono comunque<br />

stati osservati tandem riproduttivi,<br />

patrolling dei territori da parte<br />

dei maschi e alcune ovideposizioni, tutti<br />

comportamenti che denotano un uso<br />

riproduttivo dei siti. Come sottolineato,<br />

queste indagini hanno avuto un carattere<br />

unicamente esplorativo, per cui le conclusioni<br />

emerse sono solo preliminari, ma vale la pena<br />

<strong>di</strong> accennarle in breve.<br />

In primo luogo si può evidenziare<br />

che l’intervento <strong>di</strong> ripristino e ricostruzione<br />

del complesso <strong>di</strong> stagni <strong>di</strong> Sant’Erim sembra<br />

avere avuto già un buon successo per quanto<br />

riguarda la colonizzazione <strong>di</strong> insetti acquatici<br />

con ampie capacità <strong>di</strong>spersive come<br />

gli Odonati. Il proseguimento <strong>di</strong> indagini<br />

<strong>di</strong> monitoraggio per alcuni anni<br />

<strong>nel</strong>le stesse stazioni <strong>di</strong> rilevamento sarebbe<br />

fondamentale per stu<strong>di</strong>are il trend<br />

<strong>di</strong> colonizzazione. Inoltre, se le ricerche<br />

fossero ampliate ad altri gruppi<br />

<strong>di</strong> animali e <strong>di</strong> piante, si potrebbe valutare<br />

meglio il successo dell’intervento<br />

<strong>di</strong> conservazione, che comunque già in prima<br />

istanza appare positivo. Collateralmente<br />

agli aspetti <strong>di</strong> conservazione, un Ente<br />

<strong>di</strong> Gestione deve sviluppare attività<br />

<strong>di</strong> <strong>di</strong>vulgazione e <strong>di</strong>dattica <strong>nel</strong>le aree<br />

protette, e in questo senso gli stagni<br />

<strong>di</strong> Sant’Erim si adattano perfettamente<br />

alla costruzione <strong>di</strong> piccole aree <strong>di</strong>dattiche<br />

e per attività <strong>di</strong> Citizen Science basate proprio<br />

sul monitoraggio <strong>di</strong> Odonati. Dalle indagini<br />

preliminari emerge inoltre che anche altri<br />

stagni del Bosco delle Navette mostrano<br />

elementi interessanti <strong>di</strong> bio<strong>di</strong>versità.<br />

In generale, le poche aree lacustri del <strong>Parco</strong><br />

del Marguareis richiedono azioni gestionali<br />

<strong>di</strong> limitazione dell’accesso dei bovini e ovini<br />

al pascolo, con la costruzione <strong>di</strong> punti<br />

<strong>di</strong> abbeverata alternativi, ma anche interventi<br />

operativi per mantenere un flusso d’acqua<br />

costante.<br />

Il controllo dei fenomeni <strong>di</strong> evoluzione<br />

degli stagni verso la con<strong>di</strong>zione <strong>di</strong> torbiera<br />

e la gestione della vegetazione acquatica<br />

porterà in breve al ripristinarsi <strong>di</strong> reti<br />

ecologiche più complesse e <strong>di</strong> pirami<strong>di</strong><br />

alimentari più strutturate. In sintesi estrema,<br />

i primi interventi operati dall’Ente<br />

<strong>di</strong> Gestione possono essere valutati<br />

positivamente da un punto <strong>di</strong> vista<br />

ecologico e <strong>di</strong> conservazione e bisognerà<br />

dunque continuare su questa strada<br />

affiancati da un supporto scientifico costante.<br />

Marco Alberto Bologna,<br />

Dipartimento <strong>di</strong> Scienze, Università Roma Tre<br />

Qualche nota storica<br />

«C<br />

olla dei Signori o Colle del Lago<br />

dei Signori (2112 m),<br />

antico e importante valico.<br />

Le vecchie guide ci informano<br />

che il nome esatto era “dei Tre Signori”,<br />

che erano tre Lascaris <strong>di</strong> Tenda<br />

comproprietari <strong>di</strong> questi pascoli.<br />

Com’è noto Tenda fu contea dei potenti<br />

Lascaris <strong>di</strong> Ventimiglia.<br />

Il nome “colla” fa cenno<br />

a un lago: si trovava tra i baraccamenti<br />

e l’attuale Rifugio Don Barbera,<br />

dove oggi c’è solo un catino paludoso;<br />

Mader <strong>nel</strong> 1896 scriveva: «La misera<br />

e torbida pozzanghera onorata col nome<br />

<strong>di</strong> Lago dei Tre Signori (era profondo<br />

poco più <strong>di</strong> un metro)».<br />

Marziano Di Maio, Vaíi, gias e vaŝtére.<br />

Toponomastica del Massiccio<br />

Marguareis-Mongioie,<br />

E<strong>di</strong>zioni Valados Usitanos, 1988.<br />

Sopra: visti dal Colle dei Signori,<br />

il Rifugio Don Barbera e, in primo piano –<br />

<strong>nel</strong>la ristretta area recintata davanti<br />

alle tende – quel che resta dell’antico lago<br />

malgrado il tentativo <strong>di</strong> ripristino.<br />

Nella pagina a fianco: Francesco Cerini<br />

durante la cattura, l’identificazione,<br />

la marcatura delle specie <strong>di</strong> libellula<br />

temporaneamente immobilizzate<br />

e il loro conteggio.<br />

A pagina 63: Alessandra Riccieri mentre<br />

pesca sul fondale, ispeziona il limo<br />

e consegna, ai fini della classificazione,<br />

le uova e degli esemplari <strong>di</strong> larva trovati.<br />

64 | Alpidoc <strong>105</strong><br />

<strong>105</strong> Alpidoc | 65

Hooray! Your file is uploaded and ready to be published.

Saved successfully!

Ooh no, something went wrong!