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Art&trA Rivista Giu/Lug_2021

Rivista d’arte, cultura e informazione

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Speciale:

acca InternatIonal Srl

anno 13° - gIugno / luglIo 2021

93° Bimestrale di arte & cultura - € 3,50

Mario Puccini,

Van Gogh involontario

a cura di Silvana Gatti

P a ù

c e n t r a l i t à

d e l c o l o r e ,

p u n t u a l i t à

d e l s e g n o

Art&Vip

personaggio del mese:

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Antonio Murgia

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1ª di copertina: Paù (Paola Belluco)

2ª di copertina: antonio Murgia

courtesy: arte Investimenti - Milano

3ª di copertina: rita lombardi

4ª di copertina: concetta capotorti

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riproduzione vietata

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Mario Puccini. Van gogh involontario Pag. 6

a cura di Silvana gatti

Protagonisti del XXI secolo (lorenzo tugnoli) Pag. 28

a cura di Marilena Spataro

Il bianco è in scena Pag 42

di rita lombardi

Il bacio nella storia dell’arte Pag 44

di Francesco Buttarelli

Silvia Paci: talento, surrealismo e metafisica Pag. 14

a cura di giorgio Barassi

Paù: centralità del colore, puntualità del segno Pag. 18

a cura di giorgio Barassi

laboratorio acca porta l’arte in discoteca Pag. 22

a cura della redazione

elena Di Felice. la delicatezza del concetto Pag. 24

a cura di giorgio Barassi

artisti allo specchio. Il mio viaggio.

le mani nel fango con Dante negli occhi Pag. 34

di Mario Zanoni

Quelli di laboratorio acca Pag. 36

a cura di giorgio Barassi

Sulla rotta per le stelle Pag. 46

a cura della redazione

la mostra “Sguardo nei movimenti” Pag. 48

di Svjetlana lipanović

art&Vip - Protagonista del mese, Simona tagli Pag. 52

a cura della redazione

oltre i confini del cosmo Pag. 55

a cura della redazione

“Due minuti di arte” - William turner Pag. 60

di Marco lovisco

la Fondazione Mast presenta “Displaced” Pag. 64

di Silvana gatti

les fleurs et les raisins. trasversali allegagioni d’arte Pag. 70

a cura di alberto gross

I tesori del Borgo - Poppi Pag. 74

a cura di Marilena Spataro

l’inferno a campaldino Pag. 78

a cura di Marilena Spataro

Sulla rotta per le stelle Pag. 81

a cura della redazione

art&events Pag. 82

a cura della redazione

Mostre d’arte in Italia e fuori confine Pag. 84

a cura di Silvana gatti

Incipit Vita nova. Mirabile visione Pag. 92

a cura di Marilena Spataro e alberto gross


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Mario Puccini

“Van Gogh involontario”

Una collezione riscoperta e altri capolavori

Museo della Città di Livorno

Dal 2 luglio al 19 settembre 2021

A cura di Silvana Gatti

Puccini sta a Fattori, come Van Gogh sta a Cézanne; ed entrambi

i due coloristi, Puccini e Van Gogh, tramutano in masse fluide e

vibratili i serrati e compatti blocchi dei due costruttori

[M. Tinti, in Mario Puccini, Firenze, 1931]

Al Museo della Città di Livorno un’importante

mostra celebra il centenario della

morte di Mario Puccini (Livorno 1869 -

Firenze 1920), artista sulla scia dei Macchiaioli

definito da Emilio Cecchi nel

1913 un “Van Gogh involontario”. La rassegna è a cura

di Nadia Marchioni con il supporto del Comitato scientifico

formato da Vincenzo Farinella, Gianni Schiavon

e Carlo Sisi. L’esposizione amplia le ricerche avviate in

occasione dell’esposizione del 2015 al Palazzo Mediceo

di Seravezza.

L’input della mostra parte dalla riscoperta di una importante

collezione di dipinti di Mario Puccini, di cui si

vuole celebrare il valore storico e artistico, ponendo al

contempo una riflessione su opere mai presentate prima

o raramente esposte in passato.

Mario Puccini nasce a Livorno il 28 giugno 1869 da Domenico

e da Filomena Andrei, quinto di sei fratelli.

Sin da adolescente ama disegnare e dipingere, contrastato

dal padre, fornaio e gestore della trattoria La Bohème

di Livorno, che riuscì a garantire ai propri figli

un’infanzia abbastanza agiata e la possibilità di studiare.

Dopo gli studi tecnici a Livorno, il giovane ottiene l’autorizzazione

paterna a frequentare l’Accademia di Belle

Arti di Firenze a cui si iscrive nel 1884. Nel 1887 frequenta

la Scuola di Figura, Copia dal Vero, presso l’Accademia

di Belle Arti di Firenze. Nel 1890, dopo aver

vinto un concorso bandito dal Ministero della Pubblica

Istruzione per la creazione di un metodo di proiezioni

ortogonali, consegue il Diploma dell’Accademia e quindi

l’abilitazione all’insegnamento del disegno. Nell’autunno

del 1893, l’artista subisce un tracollo psicologico

che ne causa il ricovero all’ospedale Civile di Livorno,

e successivamente, il 4 febbraio 1894, all’Ospedale Psichiatrico

San Niccolò a Siena dove, ricoverato per “demenza

primitiva”, viene dimesso dagli psichiatri il 5

“Ritratto dell’ingegnere Rosselli” - Olio su tela

cm 55 x 41 - Collezione privata


“Il fienaiolo”

Olio su tela

cm 45 x 61

Collezione privata

“Bove giacente”

Olio su tavola

cm 20,3 x 31,4

Collezione privata

maggio 1898 e affidato, “non guarito”,

alla custodia del padre, permettendogli

di riacquistare la libertà.

Uscito dal manicomio Puccini riprende

quasi subito a dipingere, grazie anche al

sostegno degli amici pittori (soprattutto

Lloyd, Ghiglia, Micheli) e collezionisti

(Sforni): fino al 1920, anno della sua morte,

l’artista dipinge senza sosta, concentrandosi

di frequente su variazioni dei

soggetti prediletti, cercando nell’immediatezza

di geometrie e colori del mondo

esterno un’ancora di salvezza per la propria

fragilità interiore. La malattia mentale

e l’appassionato utilizzo dei colori

accesi hanno contribuito a creare un filo

rosso fra la pittura di Puccini e quella di

Van Gogh, la cui opera il livornese aveva

ammirato, assieme a quella di Cézanne,

nella collezione fiorentina di Gustavo

Sforni, con il quale entrò in contatto nel

1911 grazie all’amico Oscar Ghiglia.

Del periodo che va dall’uscita dal manicomio

al 1906, si hanno scarse notizie.

Nel 1901 partecipa alla III Esposizione

d’Arte di Livorno, con il dipinto Paese-

Gabbro; del 1902 è il dipinto Darsena,

datato e dedicato a Mario Galli, che e-

sprime già i tratti tipici di quella che sarà

in seguito la produzione pittorica dell’artista,

dalla salda costruzione plastica dell’immagine

entro cui il colore si accende

di smalti e vibrazioni, libero da condizionamenti.

Alla morte del padre (1906), essendo

la madre già deceduta nel 1901,

Puccini decide di dedicarsi definitivamente

alla pittura, andando a vivere da

solo e guadagnandosi da vivere costruendo

aquiloni e marionette per i ragazzi,

cifre ed ornati per le ricamatrici, insegne

per i negozi. Dopo il 1909 inizia a frequentare

il Caffè Bardi, in piazza Cavour,

ritrovo degli artisti livornesi per le

cui colonne appronta, all’incirca nel 1911,

almeno due dipinti ed altrettanti carboncini

di grandi dimensioni, su committenza

di Ugo Bardi, proprietario del caffè.

Da qui l’artista viene apprezzato anche a

Firenze grazie a collezionisti e mercanti

quali Angelo De Farro, Mario Galli, Ermando

Fanfani, Checcucci, Romolo Monti

e l’industriale Querci.

Migliorate le sue condizioni economiche,

Puccini lascia la bottega in cui abitava

per andare a vivere nel fondo che

era stato di un ciabattino, al quartiere

“Gigante” vicino alla Fortezza Nuova;

quindi si trasferisce in Piazza del Cisternone,

in un alloggio più accogliente. Vive

a Livorno traendo ispirazione dalle

sue coste e dalla campagna circostante,

e nelle sue opere raffigura barconi all’ormeggio,

scorci, angoli di paese ma soprattutto

l’amata Torre Medicea, ripresa

da ogni angolazione. Nel 1910 è documentato

un suo primo viaggio a Digne,

paese delle Alpi Marittime francesi, e nel

1912 partecipa all’Esposizione di Belle

Arti di Livorno, quindi si reca di nuovo


8

“Bambina che prega (Ave Maria)” - 1887 circa - Olio su tela

cm 69 x 42 - Istituto Matteucci, Viareggio

“Il Lazzaretto di Livorno” - 1911 circa - Olio su tela

cm 205 x 95 - Collezione privata

a Digne per alcuni mesi, ospite del fratello,

dove la sua tavolozza si esprime

con tonalità più chiare, meno accese. Nel

1913 e 1914 espone di nuovo a Livorno,

Firenze e Roma; nel 1915 è presente con

il dipinto Scaricatori alla “Secessione

Romana”, nella Sala Internazionale. Durante

gli ultimi anni l’Artista dipinge in

Maremma, all’aperto e nelle più variabili

condizioni atmosferiche, peggiorando il

suo precario stato di salute che si aggrava

a causa di un’infezione polmonare; ricoverato

all’Ospedale Santa Maria Nuova

in Firenze, il 17 giugno, muore il giorno

seguente, 18 giugno 1920.

Definito come uno dei pochi e rari “fauves”

italiani, affascinante colorista, sottovalutato

dalla critica, risulta avanguardista

nell’uso espressivo e spaziale delle

linee pure, riabilitando la funzione coloristica

in modo del tutto spontaneo, avvicinandosi

all’Espressionismo tedesco che

traspose nell’arte i tormenti freudiani dell’inconscio

e l’emozione del colore, attraverso

l’indagine delle emozioni, per

una nuova libertà espressiva. Allo stesso

tempo, si affianca alle complesse ricerche

di tipo divisionista della Scuola Toscanarappresentata

nei primi anni Novanta da

Nomellini, Kienerk, Müller ed Angelo

Torchi, quindi da Amedeo Lori e, nei primissimi

anni del Novecento, da Benvenuti,

Lloyd e Chini - volto a liberare il

colore dai riferimenti figurativi.

La collezione esposta in questa mostra

delinea lo sviluppo della carriera artistica

di Puccini dal suo esordio, a partire dai

rari ritratti della fine degli anni Ottanta

dell’Ottocento, in cui si evidenzia il legame

con l’ambiente artistico fiorentino

di fine secolo e con i maestri Fattori e

Lega, alla maturità colorista, così come

si manifestò dopo i cinque anni trascorsi

negli ospedali di Livorno e Siena. Con

oltre cento opere divise in otto sezioni, la

mostra è l’occasione per far dialogare i

capolavori della citata collezione con una

serie di altri selezionati dipinti provenienti

da diverse raccolte e da prestigiosi

musei come la Galleria Nazionale d’Arte

Moderna di Roma e le Gallerie degli Uffizi.

La prima sezione è dedicata agli esordi

di Puccini in ambito tardo ottocentesco,

quando in Toscana primeggiavano artisti

quali Fattori e Lega; il giovane pittore, a

Firenze per studiare all’Accademia accanto

all’illustre maestro, esordisce come

ritrattista accanto al suo amico Nomellini,

suo concittadino. La Bambina che

prega, dipinto del 1887, è qui apprezzabile

per la sua intensità espressiva.

La seconda sezione documenta il periodo

della crisi psichica che portò l’artista ad

essere ricoverato, ventiquattrenne, all’ospedale

di Livorno ed in seguito al Manicomio

di San Niccolò di Siena, dove rimase

dal 1893 al 1898; le foto d’epoca, i

documenti e i disegni conservati nell’Ar-


“Il mandraccio a Livorno” - Olio su tela

cm 52 x 55 - Collezione privata

chivio storico della Asl 7 di Siena documentano

la crisi esistenziale che crea un

parallelo con il grande Van Gogh, fornendo

preziose indicazioni, grazie allo studio

delle cartelle cliniche e ad una rara lettera

dell’artista al direttore dell’Istituto senese,

sugli anni della sua “reclusione”. In

questa sezione documentaria sono presenti

tre autoritratti dell’artista, eseguiti

fra il 1912 e il 1914, che riflettono lo spirito

di un uomo sensibilissimo, desideroso

di affermare un’immagine pubblica

serena e rispettabile, che nasconde una

prorompente e anticonvenzionale urgenza

espressiva.

La terza sezione analizza il legame tra

Puccini ed il maestro Fattori, sino al superamento

del suo insegnamento, favorito

dall’influenza europea della pittura

in Toscana fra Ottocento e Novecento,

quando artisti come Nomellini e Müller

si distanziarono artisticamente dall’anziano

maestro cercando fuori confine nuove

strade fra impressionismo, divisionismo

e simbolismo. “Puccini - scrive la

curatrice della mostra - rimanendo in

qualche modo fedele all’insegnamento di

Fattori e al saldo impianto grafico e compositivo

dei suoi lavori, fu capace di rinnovarne

il messaggio e la forza espressiva

esasperandone la sintesi formale e

caricando la visione con la potenza del

colore, talvolta completamente astratto

dalla realtà, come nel caso dei buoi azzurri,

evidentemente debitori delle acutezze

disegnative del maestro”. Presenti

in questa sezione una serie di confronti

fra opere di Puccini e di artisti come lui

cresciuti sotto il modello fattoriano e vicini

all’artista, fra cui Bartolena, Benvenuti,

Ghiglia, Ulvi Liegi, Micheli.

La quarta sezione mostra il ritorno alla

pittura, da parte di Puccini, dopo il periodo

di silenzio della seconda metà degli

anni Novanta, in una veste completamente

mutata; l’artista non si dedica più allo

studio della figura umana, ma spazia nel

paesaggio livornese, tra scorci solitari e

silenziose marine, messi a confronto, nel

Museo della Città, con le fotografie d’epoca,

evidenziando l’interpretazione al

contempo realistica e visionaria dell’artista.

I visitatori della mostra potranno

ammirare in particolar modo la resa cromatica

della luce, e l’uso del colore che

si fa materia, che in alcune opere imita il

rilievo e la texture di un muro, mentre in

altre riesce a rendere l’idea della salsedine

depositata su una corda o una vela.

Ad inizio Novecento lo stile di Puccini

risulta differente rispetto alle opere precedenti,

distanziandosi dall’insegnamento

di Fattori per giungere ad una matura

e personale interpretazione del clima postimpressionista

francese, attraverso colori

smaglianti che tanto ricordano lo stile

vangoghiano. Opere quali La strada nel

bosco e Il fienaiolo evocano brillantemente

le atmosfere del genio olandese,


10

“Natura morta con garofani rossi” - Olio su tavola - cm 37 x 28 - Collezione privata

rese con pennellate arancioni e gialle,

che da Millet e Van Gogh scivolano sino

al nostro sguardo con lo stile brillante di

Puccini per celebrare l’epopea dei campi.

La quinta sezione documenta il fermento

culturale della città di Livorno, attraverso

due dipinti eseguiti da Puccini raffiguranti

Il Lazzaretto di Livorno, uno dei

quali eseguito, assieme ad un grande disegno

a carboncino, per la decorazione di

una sala del Caffé Bardi, ritrovo di intellettuali

ed artisti dal 1909. Osservando Il

lazzaretto di Livorno balza subito agli

occhi il contrasto tra la barca, simbolo di

libertà, ed il muro che separa idealmente

la libertà dalla reclusione, il tutto sottolineato

dalla figura dell’uomo raffigurato

di spalle. Il giallo è il colore prevalente

ed evoca inevitabilmente alcune opere di

Van Gogh mentre il muro riflette lo stile

di Fattori. A Puccini ed altri pittori furono

commissionate le decorazioni del Caffè

di piazza Cavour, di cui si espongono

quelle di Renato Natali, Corrado Michelozzi

e Gino Romiti, con un delizioso

bozzetto per una perduta decorazione di

Gastone Razzaguta ed un disegno di

Benvenuto Benvenuti che ricorda l’aspetto

della sala del locale; un disegno di

Puccini eseguito sul cartone intestato del

Caffè, in suggestivo confronto con il celebre

Ritratto di Aristide Sommati, realizzato

da Modigliani su carta intestata

del locale durante il suo soggiorno livornese

del 1909, completano la sala in cui

due grandi artisti livornesi del primo Novecento

sono posti a confronto.

Una sala della mostra è dedicata all’attività

grafica dell’artista. Disegni su grande

formato raffigurano scorci cittadini,

porti, paesaggi, animali, contadini, modelle,

mostrando la tecnica eccellente

raggiunta dall’artista anche nel tratto di

matita e carboncino.

Nella sesta sezione sono esposti diversi

paesaggi, da quelli eseguiti a Digne, nelle

Alpi Marittime, dove Puccini si reca

nel 1910 e nel 1912, a quelli della Versilia

e Seravezza, ai dipinti della campagna

fra Livorno e Pisa, i dintorni di Castiglioncello,

la Maremma. Il percorso prosegue

con le opere che raffigurano vari

personaggi. Lavoratori, bambini seduti in

ozio davanti alla porta di umili abitazioni,

contadini. Un mondo fatto di silenzio e

di sudore, rallegrato dalle immagini dei

bimbi. Nell’ottava sezione è presente una

selezione di ritratti e nature morte, queste

ultime eseguite in gran numero da Puccini,

che dal 1911, grazie anche ad una

società per la commercializzazione delle

sue opere costituita dagli amici Ben- venuti

e Pierotti della Sanguigna, comincia

ad ottenere un certo successo nelle vendite.

Una sezione della mostra evoca Il

giardiniere di Van Gogh oggi alla Galleria

Nazionale d’Arte Moderna di Roma,

prima opera dell’artista olandese esposta

in Italia, a Firenze, alla Prima Mostra italiana

dell’Impressionismo nel 1910, dopo

essere stata acquistata a Parigi da Gustavo

Sforni, nella cui collezione fiorentina

Puccini poté ammirarla durante una

documentata visita. L’immagine dell’opera

vangoghiana documenta l’evoluzione

in senso europeo della pittura pucciniana

attraverso l’interpretazione personale

della libera pennellata a corpo dell’olandese,

in una serie di capolavori che

si avvicinano alle opere di Van Gogh.

Una mostra di sicuro interesse per approfondire

la conoscenza di un pittore di

grande caratura, presenza importante nella

storia dell’arte italiana.


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14

SILVIA PACI:

Talento, surealismo

e metafisica

a cura di Giorgio Barassi

Non riuscivo a distinguere bene quelle cose che di

solito l’occhio registra senza difficoltà: i pali della

corrente, le luci, le automobili in sosta, il cielo nero.

C’era una strana bellezza nelle loro distorsioni surreali.

Sembravano assalire gli occhi da ogni parte.

(Banana Yoshimoto)

La giovane età di Silvia Paci fa

pensare subito al fatto che il

suo talento sia nato con lei e

sia stato semplicemente svezzato

in un territorio, la Toscana,

che sa di arte pura ad ogni angolo.

Divenuto maggiorenne, quel talento ha

iniziato a prendere la via del successo,

perché il talento di Silvia non può essere

confuso con altro e non può subire l’onta

della limitazione. Le sue scelte sono state

difficili e sofferte, ma l’intenzione era

quella di direzionare studi ed esperienze

verso un punto indefinito, immaginario e

provocatorio. Nulla di confrontabile è nella

sua pittura, che intriga quanto intriga un

mistero. Ha scelto bene di chiamarsi fuori

dalle definizioni sommarie del suo percorso,

e perciò ha scelto un cammino arduo,

sapendo bene di poggiare su una tecnica

notevole e una conoscenza dell’arte

a lei precedente davvero invidiabile.

Così Silvia ha fatto crescere le sue doti,

alimentate da studi specifici e sperimentazioni

complesse, senza abbandonarsi

alle sirene di un mondo difficile ed inquinato.

Attribuirle una definizione come

semplice surrealista è dunque poco, perché

la miscela delle sue visioni, che diventano

quadri, prevede una forte conoscenza

delle tecniche più difficili, la sperimentazione

in senso ampio e una conoscenza

dei cardini della metafisica non

indifferente. Ama i classici, Silvia Paci, e

ovviamente ha deciso di ispirarsi a un periodo

fortunato della pittura e del pensiero

degli inizi del XX secolo, andando a scavare

tra le donne del surrealismo. Leonora

Carrington, Dorothea Tanning e Dora Maar

su tutte. Allora, dopo la fine della Prima

guerra mondiale, le donne del surrealismo

decisero che il loro mondo, quello femminile,

non poteva essere relegato al solo

ruolo di muse ispiratrici, e, quando andava

bene, di modelle. Volevano ed ottennero

una autonomia espressiva che fu a

tratti molto più provocatoria e decisiva di

quanto fosse perfino nei pensieri di André

Breton.

Nelle sale si ballava il charleston e un

certo Dottor Freud cominciava a far e-

mergere la categoria dell’inconscio. Oggi,

quando il rap è di casa, Silvia Paci fa

battere il martello della provocazione che

nasce dall’incontro della strana dolcezza

della metafisica con lo sbigottimento da

surrealismo. Sur-réalité, si diceva. Sopra


od oltre. Non importa. Le figure di Silvia,

qual che sia la loro ambientazione, preferibilmente

misteriosa, avvolta da boschi

fitti o da spazi assolati, nascono da una

corretta e meticolosa costruzione tecnica

e attirano quanto il totale delle sue opere.

Come se avvenisse, finalmente, qualcosa

che riesce ad attrarre nella sua globalità e

trascina in un alone di pensiero, di immaginazione

e di inquietudine. Va detto che

l’inquietudine appena evocata è però un

dato che stimola riflessioni e complementi

della osservazione del suo lavoro, perché,

in fondo, a Silvia Paci piace raccontare

quel che molti hanno a volte in sorte

di sognare. Solo che non tutti lo dicono.

Dare un perimetro di azione alle sue operazioni

artistiche è fuori luogo. Intanto

perché proprio la sua capacità espressiva

avrà mille e mille forme ancora da affrontare,

e poi perché quell’inconscio e quella

sur-réalité sono elementi svincolati da

qualunque previsione, da qualsivoglia

programmazione possibile. Il possedere

una tecnica di cui tutto conosce, è per la

pittrice toscana un mezzo e non un fine.

Sa di poter contare su una preparazione

importante, e questo le serve a dare maggior

carica espressiva alle sue figure, che

sbucano da una fondamentale assenza del

reale pur essendo grandi prove narrative

di una pittura colta, quasi antica, che si arricchisce

di interventi degni della più innovativa

sperimentazione moderna. È

come se Silvia avesse già previsto che i

temi e la tecnica della sua maniera di operare

fossero davvero una via per far emergere

quanto realizza. Di fatto, oggi, è molto

più trasgressivo saper dipingere un volto

che impiastricciare fingendosi alternativi.

I più recenti lavori, che sono trampolino

e non punto di arrivo, pescano in una doppia

forma di rispetto evocativo del passato

dell’Arte. Il romanzo di Emily Bronte,

Cime tempestose, del 1846, uscito l’anno

dopo col titolo inglese Wuthering Heights,

ha portato Silvia Paci ad ispirarsi non solo

alla appassionante e drammatica storia

d’amore che finisce per diventare distruttiva.

Ma ad attingere addirittura al lavoro

già dedicato dal grande Balthus (Balthasar

Klossowsky de Rola) alla illustrazione di

quel romanzo, coi suoi propri principi

creativi, nei primi anni Trenta del XX secolo.

Da lì, con le sue visioni surreali e

metafisiche, Silvia propone intensi dipinti


16

di figure, compreso il suo autoritratto,

dalle posture innaturali ma non sgradevoli,

quasi irreali ma riconoscibili ed intriganti

come tutta la sua pittura. Lo ha

fatto, in qualche caso, bagnando il pennello

solamente nelle terre d’ombra, col

chiaro intento di ridare vitalità a tinte che

sanno di passato e soprattutto di lontani

maestri toscani. Ne deriva un racconto

che contiene tecnica, mistero, surrealtà e

sospensione del tempo. Attese che si leggono

anche nei suoi grandi dipinti in cui,

spietatamente, narra di disagi sociali, di

misteriose figure incombenti alle spalle

di leggiadre bellezze dal volto delle Madonne

di scuola toscana, vestite di veli, o

colorate nell’abbigliamento o addirittura

coperte da qualche sdrucito lenzuolo,

come un moderno sudario.

Si incrociano, come per magia storica, le

storie di Balthus e quelle di Silvia Paci.

Il primo, provocatorio, innovatore, dall’inconfondibile

erotismo narrativo, non

ha mai fatto mistero del suo autentico

amore per Masaccio, Piero della Francesca,

Simone Martini, Masolino. Riportò

in auge la pittura delle figure quando la

figurazione venne emarginata, compiendo

un atto di coraggio che la storia ha

premiato. Silvia ha invece affrontato anni

di lavoro a Berlino, mescolando la sua

naturale prontezza e raffinatezza creativa

toscana, che sa di alta pittura, con le

avanguardie più temerarie e con vicende

di osservazione della realtà dal profondo

significato, che finisce nei suoi quadri

con una stupefacente facilità, a molti suoi

colleghi ignota. Una operazione non semplice

ma altamente notevole, in un marasma

che non ne vuole sapere di arrendersi

al fatto certo di una decadenza di

ispirazioni e creazioni. Il suo avanzare

non è un viaggio controcorrente fine a sé

stesso. È figlio di un convincimento cresciuto

coi colori dei secoli trascorsi, nel

rispetto delle regole essenziali ma pienamente

arricchito da accorte stravaganze

fascinose.

Quel che ci aspettiamo da Silvia Paci non

è calcolabile. I veri talenti, in tutti i campi,

non sono prevedibili. Chi affronta il

suo lavoro pensando di intuire dove possa

andare a parare il suo talento fa la fine

del difensore del gioco del calcio che

tenta di bloccare il fenomeno autentico.

Dribblato, umiliato, sconfitto da una genialità

imprevedibile ma in fondo semplicissima:

lei fa quel che non è dato ad

altri di saper fare. E lo fa benissimo.


Maurizio Baiocchini

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

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18

PAù:

centralità del colore,

puntualità del segno.

a cura di Giorgio Barassi

Questa gran volta del cielo, sotto la quale stupiti viviamo

È come una lanterna, magica di illusione:

il Lume dentro n’ è il sole, la lanterna è il Mondo;

e noi, come forme fuggenti, sbigottiti, passiamo.

Omar Hayyam, Persia XI-XII sec.

Quello che fa Paù non è

solo dipingere con una

passione invidiabile. È

trasmettere, infondere e

propagare la serenità che

arriva dalla bellezza del coordinamento e

della armonia di colori e segni, siano essi

i “puntini” come lei stessa li definisce,

siano le variazioni sul tema che stanno

via via popolando lo sfondo o addirittura

i tre quarti di alcune sue opere.

Non è più un segreto, ormai: la chiusura

delle attività, lo svuotarsi delle città e dei

paesi a causa di una stramaledetta pandemia

ha costretto Paù (al secolo Paola Belluco)

in casa come tutti gli altri, ma è

davvero il caso di dire che lei ha fatto di

necessità virtù. La passione per le arti l’ha

sempre animata, una dimestichezza coi

colori l’ha sempre avuta, ma stavolta si

trattava di tradurre in espressione pittorica

la filosofia esistenziale di una artista

che ormai può sfornare dal suo enorme

bagaglio creativo qualsiasi invenzione tenuta

insieme dalla centralità del concetto

del Mandala e dalle variazioni su temi

che sanno di oriente e di antica e sapiente

pazienza.

Mandala è un termine sanscrito, che indica

qualcosa di sacro, di forma rotonda.

Ma è anche un termine che per il buddhismo

indica una serie di disegni per scopi

meditativi. Indica anche il luogo che il

soggetto sceglie e circoscrive perché lì ha

sede la sua divinità invocata. Ha molti

altri significati, spesso discussi nei secoli,

ma alla fine concordano tuti o quasi nel

definirlo il centro attorno al quale muovere

la concentrazione ed il pensiero perché

diventi rifermento ed insieme universo,

benessere, spiritualità.

E qua potremmo citare i tanti casi in cui

la centralità, non solo nel pensiero orientale,

ha un significato profondo e diffuso,

noto a chiunque ed evocato in vicende

tecniche ed artistiche. È circolare il rosone

del fronte delle chiese, è circolare il

medaglione centrale della gran parte dei


tappeti orientali, è un cerchio il nimbo,

cioè il centro attorno al quale si inscrive

un personaggio delle icone antiche, è il

cerchio un luogo che limita e confina ma

che avvolge e comprende. È circolare, infine,

lo stesso aspetto del punto, ingrandito

a visione d’occhio e almeno percepibile

nella sua completezza. Si parte dal

Mandala e si arriva a significati profondi,

che con la policromia e la accortezza certosina

delle opere di Paù, diventano innanzitutto

gradevoli, ma poi anche affascinanti

ed in alcuni casi decisamente sorprendenti.

Non le è bastato mettersi di buzzo buono

e coltivare il senso di una sacrosanta pazienza

per comporre le sue opere che

sanno di miniatura e contemporaneamente

di grandiosità. Paù ha voluto usare gli

spazi attorno alla descrizione dei suoi lavori

policromi e circolari per disseminarli

di piccoli punti dalla bellezza caleidoscopica.

Punti multicolori a cui arriva l’occhio

di chi cerca di evadere dalla centralità,

linee perfette e colorate che agghindano

il senso di quel benessere e gli

danno il tono delle più avanzate scoperte

della cultura Pop in pittura, cioè quelle

variazioni sul tema centrale che furono i

dripping, le sciabolate di colore, le sovradipinture

rispetto al soggetto centrale, i

piccoli punti o spazi colorati che furono

dall’inizio del XX secolo ragione di accorto

impegno per molti grandi artisti.

Ma così, potrebbero pensare i meno attenti,

si va fuori dal tema, fuori dal cerchio

e fuori dall’analisi di una pittura

completa e precisa. E sissignori è proprio

quello che Paù fa coi suoi dipinti. Fatta

salva quella centralità, che abbiamo detto

appartenente non solo alle culture strettamente

orientali, si tratta di “fare un quadro”

e muoversi senza divagazioni eccessive

verso le mille fantasie che lo spazio

lascia all’artista. Ecco che compaiono

grandi spazi monocromi, in basso ed in

alto resi intriganti da un andare sinuoso

di disegni boteh (la forma a fagiolino che


20

tutti chiamano disegno kashmir) o che

addirittura quel cerchio di colori e segni

concentrici si sposta verso la periferia

delle tele, lasciando grandi spazi al colore

pieno, oppure che quel centro sia ripetuto

più volte a riempire di dualità e senso del

doppio la già ricca operazione artistica di

questa sapiente e paziente artista.

Eppure tutto risponde ad un coordinamento

lenticolare e insieme di imprevedibili,

variopinti segni collocati in spazi

che sarebbero altrimenti semplice scenografia

di bellezza e solo capaci di eccitare

la visuale del semplice sbigottimento.

Paù cerca di indicare una via che renda il

dipinto in grado di sostenere la prova, da

qualsiasi parte lo si incominci a guardare.

Meglio se la scansione visiva si poggia

sul centro, che è nucleo ed insieme punto

di arrivo. Lo fa con una descrittività piena,

curata, intensa. Fino ad affollare di

piccole e convesse virgole di colore un

angolo del quadro, fino a sovrapporre

puntini di colori azzeccati e concorrenti

che tirano la volata ad una visione non

più di insieme, ma totale ed omnicomprensiva.

Come ad indicare una armonia

visibile nei dettagli, ma piena e viva in

tutta l’organicità della sua singolare pittura.

Una unità concettuale dai principi

incrollabili, ma non severi. Una convinzione

del ricercare che sembra accompagnata

dalla grazia dei tanti colori pronti a

squillare su fondi compatti, uniformi e

spesso lucidi, attraenti.

Un punto che non è intermittente, né

semplice decoro. È il senso stesso del significato

della vita delle genti sulla terra,

l’affollarsi attorno, il coordinarsi. Una

speranza di armonia e nel tempo stesso la

certezza del fatto che senza quel concorde

muoversi nessun concerto di idee

sarà mai possibile. Significati e valori che

nascono dall’io profondo, dalla coscienza

di sé che un artista deve mettere nel suo

lavoro perché, ed è proprio il caso di Paù,

quella è l’arte in cui meglio sa esprimersi.

Quello è il modo migliore che ha per rivelarsi,

raccontarsi e raccontarci. Siamo

fragili, di fronte alla immensità. Ma insieme

possiamo affrontare grandi sfide.

E la pittura ha avuto ruoli fondamentali

nell’accompagnare e sottolineare l’avanzare

della conoscenza. Paù lo sa bene.

Ma non distraetela mentre lavora alla sua

prossima opera. Racconterà di qualche

altra collocazione dei suoi punti allineati

e concentrici, lascerà spazio al colore intenso

in fondi significativi quanto un soggetto,

farà andare di qua o di là i suoi

punti, le sue rette pluricolorate, le sue

pennellate Pop… nessuno sa dirlo finché

lei non avrà smesso di chiudere, è il caso

di dirlo, il cerchio attorno ad una sua

opera.

Oppure provate a distrarla. Tanto alzerà

la testa dalla tela solo per fingere di ascoltare.

Poi tornerà a dipingere, perché

quella è la sua missione. Dipingere per

fare arte che sia benessere e non semplice

stupore.


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22

laboratorio acca

porta l’arte in discoteca

la Primavera dell’ arte

nel giardino del cuore

a cura della redazione

Lo scorso 30 aprile, a Poviglio

(R.E.) nella cornice

del Giardino Estivo del

Cuorematto Club, gli artisti

di Laboratorio Acca hanno

esposto le loro opere per un evento che

ha salutato il ritorno alla attività dello

storico locale emiliano. Nato nel 1979

col nome di Rocambole Club, il Cuorematto

è una delle invenzioni di Gigi

Colombi, che, in veste di pittore, è

anche uno dei protagonisti di Laboratorio

Acca, con lo pseudonimo di

“Conte”.

È stata un’idea proprio di Colombi

quella di portare l’arte in discoteca, e,

dal mattino alla sera di domenica 30

maggio, nel Giardino estivo del Cuorematto

sono state esposte le opere di

tutti i protagonisti della fortunata trasmissione

televisiva. Un ambiente singolare

ed unico che ha convolto i

presenti e permesso ai visitatori di conoscere

da vicino gli artisti e porre

loro qualche domanda sul loro operato.

L’operazione è riuscita, complice un

clima ottimo e una atmosfera scanzonata

e fuori dagli schemi classici di

una mostra, in linea con i principi che

animano le trasmissioni della domenica

sera ad Arte Investimenti.

La squadra di Laboratorio Acca ricorda

agli artisti interessati ai progetti

Tv che possono consultare le condizioni

di partecipazione sui siti:

www.accainarte.it e

www.arteinvestimenti.it alla sezione

Laboratorio Acca.

Due le e-mail a cui indirizzare le richieste

di partecipazione:

giorgio.barassi@arteinvestimenti.it e

galleriaesserre@gmail.com

Alla attività televisiva si aggiungono

finalmente gli eventi pubblici che non

è stato possibile realizzare negli ultimi

tempi per le note vicende legate alla

pandemia. Laboratorio Acca annuncia

una serie di eventi collegati alla trasmissione,

finalizzati alla miglior diffusione

del lavoro e del valore degli

artisti partecipanti al progetto.


LABORATORIO ACCA

Tutte le domeniche alle 21.30

Can. 868 Sky e 123 DTT

Arte Investimenti TV

Per rivedere tutte le puntate:

www.accainarte.it o YouTube

canale Laboratorio Acca.

Contatti:

giorgio.barassi@arteinvestimenti.it

oppure galleriaesserre@gmail.com

Tel. 329.4681684 / 347.4590939

La domenica in tv con Laboratorio Acca: una nuova finestra sul mondo dell’Arte.


24

ELENA DI FELICE:

La delicatezza del concetto

di Giorgio Barassi

Si può urlare o parlare sommessamente,

per esprimersi.

Si può nicchiare o rispondere

a tono, di fronte ad una provocazione.

Si può accettare la

realtà, per amara che sia, o ci

si può opporre adducendo valide ragioni,

farcite da una sensata dose di gentilezza.

Elena Di Felice sta permanentemente nel

mezzo di tutte queste forme espressive,

riassunte a titolo di mero esempio, perché

il suo cammino artistico non prevede

soste, né ripensamenti di sorta. Dalla certezza

tecnica con cui costruisce le sue

opere alla pienezza del gradevole che i

suoi lavori emanano, tutto, nel suo operare,

è calibrato secondo schemi di pieno

interesse verso la società e la condizione

dei fragili, di chi è ingiustamente discriminato,

di coloro che a vario titolo subiscono

il rullo compressore della crudeltà

sociale.

Temi difficili che hanno fin qua visto

molte forme espressive a raccontarlo, ma

spesso si è caduti nel ricorrente o nel giudizio

uniformante. “…esprime un concetto…

grida contro… simboleggia la

protesta…”. Si sono stesi chilometri di

parole, e si è ricorso ad un termine abusato,

per quanto rispettabile: concettuale.

Dalla nascita alle sue variazioni, inquinamenti

e storpiature, il “concettuale”, nato

per definire lo spostamento dell’interesse

creativo non più verso il senso estetico di

un’opera ma verso i concetti che essa

esprime. Da qui, attraverso un cinquantennio

di ripetizioni, improvvisazioni e

pseudo-invenzioni, fatte salve quelle produzioni

che hanno davvero colto nel

segno, la stessa parola, “concettuale” è

andata via via dimagrendo nel suo significato,

e si sono accalcati uso e consumo

della stessa in situazioni certamente inadeguate.

Elena di Felice parte dalla espressione più

asciutta dei suoi concetti e delle sue idee,

ma aggira l’ostacolo mettendoci una

creatività che sa di certo di gradevolezza

e colore, di una tecnica sua propria e di

un uso accorto di brandelli di carta, colori

e parole scritte che compongono un concerto

di idee chiare, evidenti ed attraenti

nella loro forma. Dunque è possibile essere

“concettuali” strizzando l’occhio al

gradevole, attirando l’attenzione su temi

fondanti e giuste cause senza urlare né

destare stupore eccedente la misura. E

così, ad esempio, il concetto di “uguale e

diseguale” diventa una distribuzione di

segni matematici agghindati in una poli-


cromia di carta e colori appoggiati con

cura sulla tela, come una pavimentazione

policroma di idee che sia innanzitutto attraente

e non respingente. Lo stesso accade

con temi scottanti come quello della

violenza sulle donne. Elena scrive i nomi,

ideali e purtroppo non solo immaginari,

su un fondo di un giallo calamitante, ed

usa anche lì quel suo preparare le opere

bagnando le carte pregiate per poi passare

alla asciugatura ed alla sovrapposizione

degli elementi che sanno di collage e contemporaneamente

di décollage, perché

quel che è stato già fatto non la interessa,

semmai la stimola a fare meglio.

E così farfalle, ciliegie, stelle ad otto

punte, fiori dai larghi petali, frutta, foglie,

diventano quel che vediamo di colpo, ma

contengono messaggi intensi ed esprimono

concetti, è il caso di dire, chiarissimi.

Quello che appare ha la forma di ciò

che attira, ha l’aspetto bello che cerchiamo

in un’opera, non è superato dalla importanza

di ciò che Elena Di Felice comunica.

Eppure, con quel processo di attenzione

e curiosità che serve nel saper

guardare l’arte, avvicinandoci notiamo le

azzeccate combinazioni di pezzetti di

carta cercati e trovati ad hoc, una ricerca

dell’effetto finale che contiene idee, pensieri,

riflessioni, inviti e considerazioni

altissime. Ad Elena interessa l’efficacia,

non quel che senza guardare bene potremmo

vedere ad occhio distratto. Perciò

si può dire che il suo lavoro abbia sconvolto

l’andare delle solite definizioni ed

abbia portato l’interesse dell’osservatore

a fermarsi su più elementi costitutivi delle

sue opere. Colore, tecnica, temi e contenuti

combinati in una forma affascinante,

un linguaggio stilistico singolare e per

niente confondibile. Coglie nel segno, la

sua arte, perché se è certo che i contenuti

del lavoro di un artista debbano essere

davvero tali, è altrettanto certo che chi

guarda, e accade spesso in questa società,

va attratto, interessato, incuriosito. Questo,

di fatto, accade con le opere di Elena

Di Felice.

La sua è una delicatezza rude e una cruda

garbatezza, perché quel che affronta, a

viso aperto e con grande senso della ricerca,

non è mai il racconto di un fiore o

di una foglia. Ma è il contenuto importante,

sorretto dalla piacevolezza, di quel

che va urlato forte dentro una forma gradevole.

L’operazione artistica con le caratteristiche

di ciò che è chiaro e percepibile

è servita.


26

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28

Nel segno della Musa

Le interviste diM arilena Spataro

marilena.spataro@gmail.com

“ritratti d’artista”

Protagonisti del XXI secolo

lorenzo tugnoli

Pluripremiato fotoreporter di fama

internazionale. romagnolo, classe

1979. apprezzato per i suoi scatti

anche in ambito artistico. ad oggi

unico italiano ad aver vinto, nel

2019, il Premio Pulitzer per la Fotografia

(Feature Photography). cui

si sono aggiunti: World Press Photo

nel 2019 (categoria general

news), nel 2020 (categoria contemporary

issues) e il primo premio

in “Spot news” (categoria Storie)

nel concorso fotografico:

“World press photo 2021” per il

suo foto-racconto “Port explosion

in Beirut” sulla tragica esplosione

al porto di Beirut

Isuoi scatti sono molto apprezzati

sia nel reportage giornalistico che

artisticamente parlando.

Come convivono nel suo lavoro

queste due anime, del fotoreporter

che racconta la realtà e dell’artista

che cerca la bellezza e la perfezione?

«Il mio lavoro parte dal racconto degli

eventi politici in alcuni paesi del Medio

Oriente e dell’Asia centrale, il mio interesse

è quello di costruire una narrazione

basata sulla grammatica visiva del fotogiornalismo.

È chiaro che il processo di

produzione delle immagini richiede attenzione

dal punto di vista formale. Come

tutti gli altri fotografi dedico molte delle

mie energie allo studio della luce e dell’inquadratura.

Con il tempo ho sviluppato

la mia sensibilità visiva ma sono ancora

molto attratto dall’ambiguità intrinseca

delle immagini fotografiche. Personalmente

penso di essere, più che un artista,

un buon artigiano che ha imparato

a costruire e a confezionare immagini che

possano raccontare determinate situazioni.

Sicuramente il linguaggio a cui attingo

maggiormente è quello della fotografia

di reportage anche se sono molto

affascinato dalla fotografia d’arte».

Lei è romagnolo, figlio di una terra orgogliosamente

laica improntata a sentimenti

ed ideali di giustizia sociale e libertà.

Valori, mi risulta, ampiamente condivisi

dalla sua stessa famiglia. Quanto avere

respirato fin da piccolo quest’atmosfera,

ha contribuito a farle intraprendere la

strada del fotoreporter in zone di crisi, di

guerra e comunque di povertà, situazioni,

insomma, che da sempre reclamano giustizia?

«Sono nato in Romagna e la casa in cui

sono cresciuto è sempre stata piena di

libri, tra cui quelli dei grandi maestri della

fotografia. La mia passione per la fotografia

è diventata più forte mentre studiavo

all’università di Bologna, dove ho

iniziato a fotografare le manifestazioni di

piazza negli anni 2000: le manifestazioni

contro la guerra in Iraq e il movimento

studentesco di quegli anni. In seguito è

nata la curiosità di vedere di persona alcuni

paesi del Medio Oriente, luoghi che

vedevo nei giornali e che erano al centro

degli eventi storici di quel periodo. All’inizio

c’era un interesse che scaturiva

dalla militanza politica ma poi questo ha

lasciato strada alla curiosità di scoprire e


raccontare i luoghi che esploravo nei miei

viaggi. All’inizio viaggiavo cercando di

sviluppare delle storie e poi di venderle

ai giornali. Ho anche fatto un tirocinio all’archivio

dell’agenzia Magnum a New

York. Lì mi sono avvicinato ad alcuni fotografi,

ho visto come lavorano i grandi

maestri e ho conosciuto alcuni editor di

grossi giornali. Da quel momento in poi

la mia carriera è rimasta vicina al giornalismo

statunitense e tuttora lavoro soprattutto

per il Washington Post».

C’è qualche figura del passato che l’ha

influenzata nel suo lavoro?

«Siccome a casa mia circolavano molti

libri, ovviamente anche di fotografia, ho

avuto modo di studiare i maestri del passato

e del presente. Partendo dai grandi

classici come Bresson e Salgado. Al tempo

ero molto affascinato in particolare da

una serie di autori che hanno lavorato in

bianco e nero negli anni ‘90 e hanno coperto

i grandi eventi del tempo: la guerra

in ex Jugoslavia, la seconda intifada,

ecc... Maestri come Paolo Pellegrin, Gilles

Peress o James Nachtwey. Queste immagini

hanno sicuramente contribuito a

formare il nucleo della mia fotografia poi

ovviamente il mio gusto si è evoluto e mi

sono interessato anche ad altri autori».

Nel 2019, ha ricevuto, unico italiano, il

prestigiosissimo Premio Pulitzer per la

sezione Best feature photography, assegnatole

grazie al suo reportage dallo

Yemen, realizzato per il Washington Post

nel 2018. A seguire il World Press Photo

nel 2019 (categoria General news), nel

2020 (categoria Contemporary issues) e

il primo premio in “Spot news” (categoria

Storie) nel concorso fotografico

“World press photo 2021” per il suo fotoracconto

“Port Explosion in Beirut” sulla

tragica esplosione al porto di Beirut.

Come ha vissuto umanamente, oltre che

professionalmente, questi riconoscimenti,

a partire dal Pulitzer. Ci parla di quel

servizio sullo Yemen?

«Il lavoro premiato sullo Yemen è relativo

a una storia che ho fatto nel 2018. In

quell’anno ho fatto due viaggi nel paese

insieme a Sudarsan Raghavan, il caporedattore

del Cairo per il Washington Post.

In tutto siamo stati più di due mesi, quindi

un periodo di tempo abbastanza lungo

per gli standard del giornalismo. Il giornale

ha investito moltissime energie in

quella storia, e questo è stato molto im-


30

portante soprattutto perché al tempo non

c’erano molti giornali interessati a coprirla.

Il fatto di spendere un certo tempo nel

paese ci ha dato la possibilità di realizzare

un lavoro molto vasto. Abbiamo viaggiato

in varie parti del paese, sia nelle zone

controllate dal governo che in quelle in

mano ai ribelli Houthi. Il nostro lavoro si

è focalizzato soprattutto sulla crisi umanitaria

scaturita dalla guerra.

Quanto alla mia reazione alla notizia del

Pulitzer, all’inizio non ho mostrato molto

entusiasmo, il che ha anche un po’ sorpreso

la mia editor americana quando mi

ha chiamato per dirmelo. Non mi ero reso

conto dell’importanza del premio. In quanto

europeo tendevo a prestare più attenzione

a premi come il World Press Photo.

Il Pulitzer è un riconoscimento legato soprattutto

ai media americani e io sono

l’unico italiano ad averlo ricevuto perché

lavoro molto con questo mercato. Si tratta

di un premio che viene conferito parimenti

al giornalista ed al giornale quindi

ha inciso molto positivamente nel mio

rapporto con il Washington Post. Ora, sono

più libero di scegliere le storie che voglio

raccontare, e posso prendere più tempo

per realizzarli».

C’è un’occasione in cui svolgendo il suo

lavoro ha sentito la vita in pericolo?

«Lavorando come fotogiornalista passo

molto tempo a pianificare le storie e i

viaggi, soprattutto, in modo da affrontare

le situazioni potenzialmente pericolose

con prudenza e con cognizione di causa.

Cerco di raccogliere informazioni sulla

sicurezza nell’area in cui viaggerò, e sulle

persone che voglio incontrare. È importante

fare un calcolo tra i rischi che si corrono

in una certa situazione e le immagini

che è possibile realizzare, cercare di capire

quanto si sta rischiando e per quale

motivo. Infine è molto importante fare in

modo che i giornalisti locali con cui collaboro

non corrano rischi.

All’inizio ho cominciato a lavorare in

zone meno pericolose come la Palestina

e poi sono gradualmente passato a zone

più difficili come l’Afghanistan. Ma in

genere non ho passato molto tempo in

prima linea perché sono sempre stato molto

più interessato alle cause e alle conseguenze

dei conflitti».

Parlando della sua conoscenza del mondo

arabo, questa è ampiamente confermata

da moltissime foto che testimoniano

con grande delicatezza e poesia la società

e i popoli di civiltà islamica o, comunque,

di realtà molto diverse dalla no-


stra. Il che, spesso, mette in discussione

parecchi degli stereotipi divulgati dalla

maggior parte dei media. Quale il suo

rapporto con quel mondo che lei documenta?

«Da quando ho iniziato la mia carriera di

fotoreporter, per una serie di motivi, mi

sono sempre trovato a vivere nei paesi

che fotografavo. Ho passato cinque anni

a Kabul e ora sono a Beirut. La decisione

di trasferirmi è stata motivata dal mio interesse

per il paese ma anche dalla maggior

facilità di prendere lavori per i giornali

se ci si trova già in un luogo. Dal

2015 vivo in Libano, un paese che in

qualche modo è diventato la mia seconda

casa perché è dove mi sono sposato e

dove risiede la mia nuova famiglia.

Il mio fascino per il Medio Oriente risale

all’inizio della mia carriera. I primi viaggi

li ho fatti appunto in Libano e in Palestina.

Da lì sono tornato tante volte. Non

c’è dubbio che il modo di guardare certi

paesi da parte di noi occidentali sia filtrato

da una serie di pregiudizi. Penso che

il fatto di passare un po’ di tempo nei

paesi che voglio raccontare possa aiutarmi

a elaborare il mio modo di vedere

un certo luogo. Spesso in me ci sono dei

pregiudizi visivi che sono molto difficili

da superare. In questo caso sto parlando

di modi di vedere e rappresentare un certo

luogo che sono ricorrenti nel fotogiornalismo

e che è molto difficile superare».

Se l’aspettava tutto il successo di oggi

quando ha iniziato la sua carriera?

«Questi riconoscimenti sono certamente

gratificanti dal punto di vista personale e

professionale. Ma ancora più importante

dei premi sono le collaborazioni che ho

costruito nel tempo con una serie di realtà

come il Washington Post in America o

Contrasto, la mia agenzia italiana. Questi

sono interlocutori molto importanti che

sostengono il mio lavoro e mi aiutano a

migliorarmi e penso che questa sia la cosa

che conta di più. I premi sono importanti

ma arrivano e passano, quello che invece

rimane è il rapporto di stima e di fiducia

con le persone con cui si riesce a sviluppare

una collaborazione più a lungo termine».

Quali gli scatti che ama di più?

«I lavori che ho fatto negli ultimi anni

sono stati molto importanti per la mia carriera,

come quello sullo Yemen che è stato

premiato dal Premio Pulitzer. Sono

molto legato al mio lavoro in Afghanistan,

un paese in cui ho viaggiato per la

prima volta nel 2009 e dove ho vissuto


32

per cinque anni. E ovviamente sono molto

importanti per me le immagini che ho

fatto recentemente dopo l’esplosione del

porto di Beirut, perché sono foto che ho

fatto nella città dove vivo. Il 4 agosto è

stato un giorno che ha cambiato molte

cose in Libano ed è stato visto da molti

libanesi come un altro fallimento dello

stato. La mia storia sull’esplosione del

porto di Beirut è stata premiata al primo

posto nella categoria Spot News Stories

del World Press Photo. La mia speranza

è che questo premio contribuisca a fare in

modo che questa tragedia non venga dimenticata.».

Cosa significa essere fotogiornalista in

un’epoca come la nostra, dove l’attenzione

é sempre di più rivolta alla spettacolarizzazione

della notizia e dove la manipolazione

tende a prevalere sulla verità?

«Sicuramente il modo di fare giornalismo

e comunicazione sta cambiando. Molti di

noi ricevono la maggior parte delle notizie

dai social media o arrivano ai giornali

tramite i social. Il ruolo dei giornali e delle

agenzie di stampa è quindi ancora più

importante perché sono le entità che hanno

prestigio e credibilità, che in teoria

controllano l’accuratezza delle notizie

prima di pubblicarle. E questo porta anche

al ruolo dei giornalisti e dei fotogiornalisti,

che in teoria dovrebbero avere

un’etica professionale e quindi essere più

credibili di chi produce citizen journalism.

La differenza fra un manifestante

con un telefono e le immagini di un fotogiornalista

non dovrebbero essere diverse

soltanto da un punto di vista qualitativo

ma anche dell’accuratezza con cui vengono

contestualizzate durante la pubblicazione.».

Quali i suoi progetti e i suoi sogni per il

futuro. Pensa di tornare a lavorare in Italia?

«Voglio continuare a lavorare su alcune

tematiche su cui mi sono concentrato negli

ultimi anni. Continuerò sicuramente a

seguire l’Afghanistan. Questo è un paese

su cui lavoro da molto tempo e al momento

sta vivendo un periodo particolare

quindi sento la necessità di continuare a

seguirlo da vicino.

Continuerò, ovviamente, a seguire il Libano

che considero la mia terra di adozione.

In Italia, virus permettendo, tornerò

spesso, mi auguro come prima, per visitare

amici e famigliari ma anche per organizzare

una serie di mostre che ho in

programma per i prossimi anni. Per il resto

la mia vita è in Libano dove mi sono

trasferito nel 2015. Non credo ritornerò a

vivere in Italia almeno per ora».


Conte (Luigi Colombi)

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


34

scaturisce dal profondo e che ha il potere

di elevare, per chi ne gode, a diventare

lui stesso parte dell’opera. Ho

pianto, ebbene sì, la prima volta che

nella galleria dell’Accademia di Firenze

mi trovai di fronte al David, ma

l’emozione non era tanto legata all’opera

in sé quanto nel mio percepire

quello che Michelangelo era magistralmente

riuscito ad esprimere in

quel gigantesco pezzo di marmo, l’emozione

di un giovane di fronte ad

una sfida impossibile, armato di una

rudimentale fionda, la tensione di o-

gni muscolo del corpo, il volto teso,

ma sereno, la paura della sfida, ma

anche il coraggio di sfidare. Non la

magia della tecnica, ma il dramma che

l’autore ci racconta arriva dritto al

cuore. Come l’emozione non ha cervello,

il pensiero non ha cuore. Il soartisti

allo specchio

Il mio viaggio

le mani nel fango

con Dante negli occhi

di Mario Zanoni

Serpeggia nelle tenebre, Gerione,

spiega le ali e vola,

poi scivola nel fango nel

silente fetore infernale.

Le mani nel ‘fango’ sono

un piacere negato ai bimbi,

ma sono anche l’orgoglio dei tornianti

faentini. Non è facile comprendere,

senza esperienza diretta, cosa

provano le mani immerse in questa

materia fredda e appiccicosa che sembra

non poter esprimere altro che la

sua viscida consistenza. Il fango. Ma

questa fangosa condizione invece dura

poco, basta poco tempo, basta il calore

delle mani e l’acqua lentamente

evapora lasciando tra le dita quella

materia molle ma consistente, malleabile

e plasmabile all’infinito a cui un

pensiero, un sogno, finalmente darà

forma. Inutile ricordare che il primo

ad usare questa, diciamo, materia fu,

a suo tempo, ‘Nostro Signore’ con risultati

a volte deprecabili, figure antropomorfe

incapaci di esprimere quel

che natura prevedeva, a volte invece

parve che quasi l’intera potenza divina

si potesse manifestare attraverso

una creatura umana. Lo conferma il

fatto che alcuni di questi ‘geniali’ seppero

trasformare sogni e sentimenti in

qualcosa che, al sentire umano e forse

anche divino, fosse paragonabile alla

stessa meravigliosa natura del creato.

Sottolineo ‘sentimento’ inteso come

fede, volontà di azione, perseveranza

nell’intenzione. Da non confondere,

mi sia consentito il dire, con l’emozione,

elemento deleterio per chi si

pone, nella propria creatività di orientare

la sua opera verso la più alta aspirazione,

quella tensione spirituale che


gno, l’intuizione, l’idea recano, in potenza,

la sacralità dell’intenzione e

tuttavia, essere fedeli a ciò che si è

concepito non sempre è impresa facile,

a volte è sacro sacrificio.

Non ci sono parole, per descrivere a

coloro che non hanno avuto la tenacia

di ammuffire in biblioteca o esegeti,

filosofi, ermetici ermeneuti, secoli di

timore reverenziale, baratro della ragione

ed apocalisse dell’emozione,

l’infernale e paradisiaco delirio della

Commedia dantesca. Il “sommo poeta”

è sacro ed intoccabile, ogni sua parola,

verso o canto va studiato ed interpretato.

Nasce così la figura del

“dantista”, professione ancora oggi

molto in voga. Il primo di loro fu un

tal Giovanni Boccaccio da Certaldo

che pare abbia diligentemente ricopiato

il manoscritto di Dante e già qui

si alza il venticello della calunnia; conoscendo

il ‘certaldese’ come letterato

di alto profilo, nonché umanista e spirito

creativo, possiamo essere certi

che la copia sia specchiatamente identica

all’originale?

Il Sommo, a mio parere, con la Commedia,

lancia una sfida a se stesso ma

anche al mondo a cui appartiene, a

quel medioevo cristiano che non sa

ancora dimenticare l’antico retaggio

pagano ancorché impegnato nelle infinite

dispute tra potere temporale e

laicità dello stato.

Cosa ci fa, quindi Gerione re dell’Eritea,

oltretutto ucciso da Eracle, quindi

non punibile, nei pantani infernali? La

Commedia contiene, in armoniosi racconti

poetici, fatti reali, personaggi

mitici, epiche gesta senza che Dante

senta minimamente il bisogno di motivarne

la presenza, ci sono perché ce

li ha messi, e basta.

La creatività non si domanda perché

esiste, ma potrebbe dare mille risposte,

anche se tutte false. La mia fascinazione

sull’opera di Dante nasce da

questo, raccontare una storia non perché

vera, ma solo perché mi piace ed

ho voglia di raccontarla. Mitici racconti,

leggende di eroi divenuti archetipi

hanno da sempre ispirato il mio

lavoro, l’opera di Dante in un certo

senso ribalta la prospettiva e fornisce

una visione surreale dove mito e realtà

si confondono lasciando uno spazio

immaginario in cui tutto è possibile

ricreare ed è tutto vero e tutto

fantasia. Ma a quel punto, che importanza

ha?


36

QuellI DI laBoratorIo acca

Mostra dedicata agli artisti

di laboratorio acca

galleria ess&rre – Porto turistico di roma.

a cura della redazione

Con una inaugurazione davanti

al mare di Roma in

una bella giornata di giugno,

ha preso il via la mostra

“Quelli di Laboratorio Acca”

dedicata gli artisti che fanno parte del

team della trasmissione di Acca International

sulle reti di Arte Investimenti.

Rappresentati da una loro opera scelta,

gli artisti di Laboratorio Acca hanno

concretizzato la loro presenza sul mercato

con una esposizione che ha avuto

il compito di avvicinare le loro operazioni

artistiche alla gente, fuori dalla

tivù. Una varietà di stili e condotte artistiche

apprezzata dai visitatori e dei

diportisti, nello scenario del Porto Turistico

di Roma che va man mano affollandosi

come è giusto che sia, nel

segno della ripresa delle attività all’aperto.

Questa ed altre iniziative mirate

sono nei programmi della squadra

di Laboratorio Acca, che continua a segnare

ottimi ascolti ed attenzione verso

gli artisti proposti, oggi conosciuti meglio

dal pubblico grazie alla fortunata

trasmissione della domenica alle 21.30.

Una atmosfera benaugurale per il futuro,

che ha permesso a molti di vedere

da vicino quello che il gruppo di artisti

“della televisione” riesce a realizzare

in pittura e scultura alla Ess&errE, di

fronte al mare ed alle belle barche nel

porto. Interesse consolidato dalla presenza

di altri artisti che hanno potuto

informarsi sui dettagli delle condizioni

di partecipazione a Laboratorio Acca,

consultabili comunque anche sui siti

www.accainarte.it e www.arteinvestimenti.it

La mostra, durata quindici giorni, è un

altro passo importante della squadra di

laboratorio acca, che riserva per la

prossima stagione televisiva ulteriori

novità.



38

Il bianco è in scena

di Rita Lombardi

Fig. 1

Anonimo - Particolare dell’affresco del controsoffitto di un corridoio nella Domus Aurea. Roma.

Il bianco è un colore?

Per i nostri antenati non vi erano

dubbi: il bianco era un vero colore,

addirittura uno dei colori

basilari del sistema antico, insieme

al rosso e al nero. Nelle società

antiche era non-colore tutto ciò che non

conteneva pigmenti e quindi il colore

base del supporto, grigio od ocra della

pietra e della terracotta, grezzo per il filato

naturale e la tavola di legno, beige

per la pergamena, etc. Soltanto quando

la carta è diventata il supporto principale

dei testi e delle immagini, e quindi, dato

per “scontato”, è nata l’equivalenza tra

bianco e non-colore. Ma il bianco è un

colore a tutti gli effetti.

Nel 1600 Newton dimostra che la luce

bianca, fatta passare attraverso un prisma,

si scompone in tutti i colori dell’arcobaleno.

Oggi sappiamo che la luce

bianca contiene energia in regioni diverse

dello spettro elettromagnetico più

o meno nelle stesse quantità. Un oggetto,

quindi, appare bianco quando la luce

bianca che lo illumina viene tutta riflessa

da questo, mentre appare nero

quando tutto lo spettro viene assorbito,

ma, se una parte viene assorbita ed una

parte viene riflessa, l’oggetto appare del

colore della luce riflessa, ad esempio, un

pomodoro appare rosso perché assorbe

gran parte delle componenti blu e verde

dello spettro, riflettendo soprattutto quella

rossa.

Nell’antichità gli unici pigmenti disponibili

per ottenere il colore bianco erano

il bianco di piombo, o “biacca” e il “bianco

di San Giovanni”, un carbonato di

calcio. La biacca è un pigmento molto

coprente che però tende a scurire nel

tempo diventando marrone, ma, usato

nella tecnica ad olio ed evitando miscele

contenenti zolfo, garantisce stabilità.

Non viene usata negli affreschi e nelle

tempere perché non si mescola in modo

omogeneo nell’acqua, oltre al fatto che,

in mancanza, di medium oleosi, quel

bianco diverrebbe in poco tempo marrone.

La biacca, essendo un carbonato

basico di piombo, è un pigmento tossico,

come tutti i composti a base di

piombo. Contiene un residuo radioattivo

che scompare in circa 160 anni, permettendo,

così, di datare i quadri antichi.

Per secoli, dall’Antico Egitto e fino al

1700 la biacca entrava nella composizione

del belletto per le donne e per gli

attori, in quanto permetteva di ottenere

una carnagione diafana e luminosa con

danni, però, irreversibili: pelle rovinata,

pazzia, sterilità, fino alla morte.

Nel 1840 viene sintetizzato il “bianco di

zinco”, poco coprente e nel 1930 il “bianco

di titanio”, molto coprente, oggi il più

usato, mentre la biacca è quasi scomparsa.

Quando sono stata nella stanza della

Segnatura in Vaticano, del gigantesco

affresco (5x7,70 metri) “La Scuola di

Atene” dipinto da Raffaello Sanzio mi

ha colpito soprattutto il bianco dell’immaginario

edificio classico e delle toghe

perché occupa più della metà dell’intera

superficie affrescata. Tutto quel bianco

che mi avvolgeva e dava luce all’intera

stanza mi è apparso come il vero protagonista

dell’opera, simbolo della luce

dell’intelligenza, della saggezza e della

conoscenza che tutti i filosofi raffigurati

hanno accolto e manifestato.

Nel secolo scorso con il neoplasticismo

di Mondrian e Vantongerloo il bianco irrompe

sulla scena e il rosso, il giallo, il

blu e il nero sono relegati nel ruolo di


Fig. 2 Fig. 3

Piet Mondrian - Composizione a losanga con due linee”

1931 - Olio su tela - lati cm 80x80, diagonale cm 112

Stedelijk Museum. Amsterdam.

Kasimir Malevic - “Composizione suprematista bianca su bianco”

1918 - Olio su tela - cm 79,4x79,4 - MoMA. New York.

comparse. In fig. 2 un quadro di Piet

Mondrian.

I MONOLOGHI DEL BIANCO DI

MALEVIC, MORELLET E

SAVELLI.

La rivoluzione russa è appena iniziata e

Kasimir Malevic (1878 - 1935) opera la

sua personale rivoluzione con “La composizione

suprematista bianca su bianco”

(fig.3) del 1918, ora al MoMA di

New York.

Su una tela quadrata bianca campeggia

un quadrato anch’esso bianco, posto in

posizione instabile, ed è tale da generare

nell’osservatore la sensazione che esso

si muova venendogli incontro. Con quest’opera

Malevic raggiunge vertici di

definitiva assolutezza, un punto estremo

oltre il quale non può procedere. Egli

scrive: “Il quadrato porta il mondo bianco

affermando il segno della purezza

della vita creatrice dell’uomo”.

Malevic è un’astrattista e per lui approdare

all’astrazione significa operare una

selezione di forme universali ed incorruttibili

prive di agganci con la realtà,

dove il colore, per esprimere l’astrazione,

deve essere steso in maniera piatta

ed omogenea senza passaggi tonali. Malevic

stabilisce, così, i principi cardine

di tutta la futura astrazione geometrica.

Ed il quadrato, archetipo essenziale, diventa

la porta di accesso alla parte più

profonda dell’essere umano, elemento

di un nuovo linguaggio universale da

opporre alla irrazionalità dell’istinto e

del sogno.

Malevic è, infatti, alla ricerca di una

nuova immagine del mondo, perché così

come è, il mondo, è rovinato ed appiattito

dal materialismo.

La sensazione che comunica l’opera è

quella di una spessa coltre di neve che

copre ogni cosa: bruttezza e bellezza,

ricchezza e povertà. Ma la neve è destinata,

in primavera, a sciogliersi, scivolando

giù come il quadrato e rivelando

un mondo pulito e rigenerato, come quello

che, si sperava, sarebbe sorto dopo la

rivoluzione appena scoppiata. L’utopia

di un artista visionario!

Ma per capire Malevic bisogna conoscere

il suo lato profondamente mistico.

Fin dai primi anni del XX secolo Malevic

entra in contatto con la teosofia e poi

con gli scritti di Pyotr Ouspensky studioso

dell’esoterismo di George Ivanovitch

Gurdjieff (vedi nota) di cui diffonde

le idee specialmente nel libro

“Frammenti di un insegnamento sconosciuto”.

Purtroppo lo Stalinismo impedisce

a Malevic di sviluppare la sua

ricerca spirituale e il suo rivoluzionario

stile pittorico.

È il francese François Morellet (1926-

2016) a raccogliere il testimone di Malevic,

portando avanti sia la sua ricerca

spirituale che il suprematismo. E un sotterraneo

filo “russo” collega Malevic a

Morellet, che nel 1948 si diploma in russo

e si avvicina alla filosofia di Gurdjieff.

Legge “Frammenti di un insegnamento

sconosciuto” di Ouspensky. Lo

affascina la prosa esoterico-iniziatica, i

riferimenti all’Oriente. Dirà poi: “Ciò

che mi interessava era l’idea del controllo

del corpo e della mente, l’idea di

trascendere sé stessi”. Dopo qualche anno

abbandonerà la filosofia e gli esercizi

di Gurdjieff, ma l’aura dei valori orientali

rimarrà per sempre in lui. Si avvicinerà

successivamente alla Meditazione

Zen. Nel 1950 scopre l’artista svizzero


40

Fig. 4

François Morellet - “Steel Life n.3”

1987 - Acrilico su tela e listello di ferro

Max Bill e l’arte concreta. Da questo

momento in poi il suo vocabolario si

fonderà sul quadrato, una struttura elementare

che gli permette infinite variazioni.

Nel 1960 entra a far parte del

GRAV, gruppo di arti visuali. Successivamente

si ispira ai numeri casuali e

sperimenterà le installazioni con tubi al

neon. Più tardi Morellet dirà: “Dell’esperienza

degli anni cinquanta-sessanta

ho conservato una grande fedeltà alla logica,

alla precisione e alla geometria,

tutto ciò mi ha permesso di prendere le

distanze dai miei umori, i miei fantasmi,

i miei drammi”. In fig. 4 un’opera del

1987, Steel Life n. 3, parte di un ciclo.

È ancora un quadrato completamente

bianco in equilibrio instabile con una

cornice che diventa ricciolo e blocca il

suo scivolare verso il basso. È un’opera

che non offre appigli alla mente, né connessioni

culturali. È lì nella sua estrema

purezza e semplicità.

Pare dire all’osservatore: “Accetta il mondo

così come è, non avere aspettativa,

rabbia, nostalgie, rimpianti, accetta il

presente, non rifiutarlo in nome di un

passato che non è più e di un futuro che

non è ancora. Sei qui ed ora”.

Le tecniche di Gurdjieff, la Meditazione

Zen, la logica, la matematica sono tutte

parte dell’uomo Morellet e sono in tutte

le sue opere, da contemplare in silenzio.

E contemplazione è il termine che ci

conduce ad Angelo Savelli.

Angelo Savelli (1911-1995), conosciuto

come Maestro del Bianco, nel 1934 consegue

il brevetto di pilota e 2 anni dopo

si diploma all’Accademia di Belle Arti

di Roma. Combatte nella Seconda Guerra

Mondiale.

Al 1950 risalgono le prime opere astratte

e 7 anni dopo Savelli approda “al periodo

bianco”, la sua fase più celebre.

Da questo momento elimina dalla tavolozza

qualsiasi colore all’infuori del bianco

che diventerà, quindi, per quasi quattro

decenni, il mezzo attraverso il quale

esprime la sua astrazione.

Scrive Savelli: “ci sono due forme di

spazialità, quella reale e terrena di Fontana

e quella mia che definirei eterica”.

Nel 1962 è chiamato ad insegnare nel

Dipartimento di Belle Arti dell’Università

di Philadelphia. A sua volta Savelli

chiama ad insegnare Dorazio e in breve

tempo il Dipartimento diventerà la migliore

Scuola d’Arte degli U.S.A.

Pratica quotidianamente l’hatha yoga -

ha iniziato nel 1947 - e la meditazione

Zen e grazie a queste pratiche riesce a

superare i gravi disturbi fisici che lo affliggono.

Savelli usa corde, gessi, veli e

tulle, modifica le forme, innalzando il

bianco ad unico colore, perché puro, luminoso

ed assoluto. È un astrattista che,

elaborando un’arte monocromatica, realizza

opere di estrema rarefazione e pulizia

formale, libere da qualsiasi riferimento

figurativo ma anche dalle forme

geometriche, pura espressione della sua

necessità interiore di raggiungere la

semplicità universale. Questa necessità,

insieme al rigore formale, trovano, secondo

me, ispirazione nella sua lunga

pratica dell’hatha yoga e della Meditazione

Zen. Penso che in molte sue opere

protagonista sia la colonna vertebrale,

pilastro del corpo e fulcro della vita fisica

e psichica dell’uomo, nonché tema

centrale della pratica delle asana, come

ad esempio per la scultura in fig. 5. A

proposito dell’opera in Fig. 6 “Love letter

to a figure point” Savelli scrive:

“…sentii che io stesso ero diventato

spazio”. L’unico elemento posto sulla

tela bianca di 90 x 70 cm occupa meno


Fig. 5

Fig. 6

Angelo Savelli - Senza titolo

1978 - Ferro smaltato - cm 130x42x30

Fondazione Biscozzi/Rimbaud. Lecce.

Angelo Savelli - “Love letter to a figure point”

1970 - Acrilico, gesso, punte di metallo su tela - cm 90x70

Fondazione Biscozzi/Rimbaud. Lecce.

del 5% di tutta la superficie e si trova

sulla mediana verso l’estrema periferia

di destra dell’osservatore. La tela è sostanzialmente

vuota come la nuda parete

bianca davanti alla quale il praticante

Zen resta a lungo, nel più assoluto silenzio,

con l’unica compagnia del proprio

respiro, mentre nella sua mente i pensieri

galoppano furiosi, fino a quando, dopo

molto tempo e molta pratica, non trovando

attenzione, si dileguano donando

pace e appagamento. Savelli ci comunica

l’importanza di essere centrati e

l’esperienza che ha fatto della piena

consapevolezza dell’essere che è vuoto

ed è infinito, un paradosso che ritroviamo,

non a caso, nei testi esoterici dell’estremo

Oriente. È una conoscenza

che arriva, però, soltanto dopo una continua

e paziente pratica, con un lungo

percorso, per questo Savelli pone il piccolo-grande

punto nella periferia di destra.

Il critico d’arte Alberto Fiz ha scritto:

“L’arte di Savelli presenta un carattere

sacro, è sacra perché reca in sé un

messaggio trascendente, una dimensione

spirituale”.

CONCLUSIONI

Il bianco assoluto scelto da questi artisti

è il colore che ci libera dal dogma, dal

peccato e dalla colpa; non ci sono dei,

né punizioni, solo pura esistenza consapevole,

pura pace. Ritengo Mondrian,

Malevic, Morellet e Savelli ricercatori

spirituali, quasi maestri spirituali, che

hanno tentato di trasmettere nelle loro

opere, che sono espressioni di una religiosità

nuova, l’infinito che ci abita.

Contemplandole, anche in fotografia,

possiamo accogliere, per osmosi, queste

conoscenze nate dalla loro esperienza.

A loro dedico questa frase del cantautore

Franco Battiato: “Per toccare alte

vette di spiritualità si deve togliere, sottrarre,

sfiorando così la musicale eloquenza

del silenzio, anticamera del Divino”.

Ma è l’uomo, prima che l’artista,

che deve togliere, sottrarre da sé stesso,

ammaestrando il corpo alla immobilità,

la mente al silenzio e trascendendo le

proprie emozioni.

NOTA

George I. Gurdjieff di origine greco-armena,

nato nell’Armenia Russa forse

nel 1872, è stato filosofo, mistico, maestro

di danze armene. Ha formato un

primo gruppo a Mosca nel 1912 e un secondo

a San Pietroburgo nel 1913. Nel

1920, per sfuggire alla Rivoluzione Russa

si trasferisce a Costantinopoli e nel

1922 a Parigi. Muore in Francia nel

1949. I suoi insegnamenti che combinano

Cristianesimo, Buddhismo e Sufismo

(in particolare le danze dei dervisci)

si diffondono in tutta Europa e negli

Stati Uniti d’America. Nucleo del suo

insegnamento è la convinzione che la

maggior parte degli esseri umani vivano

come sonnambuli rispondendo meccanicamente

agli stimoli esterni e a tutto

ciò che accade loro. Gurdjieff sostiene

che solo con la continua e costante consapevolezza

e studiando i principi di

questo automatismo ci si può risvegliare.

Egli guarda alle tradizioni esoteriche

orientali ed occidentali per elaborare tecniche

ed esercizi che consentano di superare

questi automatismi, che sono psicologici

ed esistenziali, al fine di ottenere

un livello superiore di vitalità. Questo

complesso di tecniche ed esercizi, tenuto

segreto, viene ancora oggi impartito

non tramite libri, ma da discepoli qualificati.

Fra i suoi discepoli italiani il cantautore

Franco Battiato, Gian Roberto Casaleggio

e la cantante Alice.


42

S i l v a n a G a t t i

“La fuga” - 2021 - Olio su tela - cm 30 x 40

“Aspettando il cavaliere” - 2021 - Olio su tela - cm 30 x 40

Galleria Ess rrE

SILVANA GATTI - PITTRICE Arte moderna e contemporanea FIGURATIVA & SIMBOLISTA

galleriaesserre@gmail.com - cell. 329 4681684

http://digilander.libero.it/silvanagatti email: silvanamac@libero.it


“L’albero dell’amore” - 2018 - Olio su tela - cm 40 x 30

Gli occhi parlano d’amore, hanno sete d’amore,

di quell’amore che non conosce frontiere ma parla il linguaggio dell’arcobaleno (S.Gatti)

Silvana Gatti con “L’albero dell’amore” è tra i vincitori del

Contest I’m Hero indetto dal Museo Villa Bassi di Abano Terme

e partecipa alla

Mostra nazionale “Arte Eroica. Miti di una ritrovata libertà”

che si terrà dall’11 luglio al 29 agosto 2021

presso il Museo Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme.

La premiazione si terrà il 10 luglio alle 18.30.


44

Il bacio

Nella storia dell’Arte

di Francesco Buttarelli

Il bacio ha rappresentato per gli

artisti un simbolo magico, unico,

talmente importante da risultare

presente in ogni momento

storico. Nessun gesto

amoroso possiede l’enfasi ed il trasporto

di un bacio, un atto di naturalezza

e di puro sentimento. Esiste anche

un’iconografia particolare riguardante

il bacio di Giuda, molto spesso

rappresentato come esempio di tradimento

(mirabile l’affresco di Giotto

della cappella degli Scrovegni a Padova);

tuttavia, nella storia dell’arte il

bacio ha sempre evidenziato in ogni

artista il sentimento che guida il mondo

da millenni: l’amore. L’esempio

più emblematico è rappresentato dal

“Bacio” di Francesco Hayes, uno dei

maggiori artisti del Romanticismo italiano.

Il dipinto mostra un travolgente

bacio tra due amanti. Una lettura attenta

ci mostra i protagonisti che vorrebbero

fermare il tempo, regalandosi

un attimo di eternità. Oltre al coinvolgimento

romantico, il dipinto rappresenta

simbolicamente un concetto politico:

un bacio che l’Italia dona alla

Francia per simboleggiare l’alleanza

tra i due popoli durante la Seconda

Guerra d’Indipendenza. L’opera è stata

realizzata in tre copie, in ognuna i

protagonisti indossano vestiti di colore

diverso. Una intensa sensazione

di forza e passione è riscontrabile nell’opera

di Auguste Rodin. Traspare

sensualità e mistero. L’occhio dell’osservatore

si muove da un luogo nascosto

cosi da valorizzare l’intensa intimità.

Il “Bacio” fece scandalo, poiché

l’artista si riferì alla vicenda dei due

amanti cognati, Paolo Malatesta e


Francesca da Rimini, caduti in tentazione

durante una lettura amorosa riguardante

Lancillotto e Ginevra. Il libro

incriminato è visibile nella mano di

Paolo. Rodin si calò nella triste storia

d’amore al punto di cadere svenuto durante

la realizzazione dell’opera. Il bacio

di Klimt appare proiettato come un

simbolo del periodo definito Secessione.

Il fondo del dipinto, in foglia

d’oro fu ispirato all’artista viennese

dalle tessere dei mosaici bizantini di

Ravenna. Un uomo ed una donna sono

uniti da un abbraccio al centro di uno

spazio astratto. L’uomo sembra avvolgere

il viso della donna con le sue mani

in modo affettuoso e sembra chinarsi

sul volto di lei dall’alto. La donna mostra

il volto reclinato di lato, poggiato

sulla spalla sinistra dell’amato. Lui ha

una ghirlanda di foglie di edera tra i capelli

(simbolo attribuito al dio Dioniso),

lei è avvolta in una veste attillata

che lascia scoperte le spalle ed in parte

le gambe. Un’aura dorata sembra avvolgere

i due amanti.

Tenera ed originale la tela del grande

artista Marc Chagal. I personaggi ritratti,

il pittore e sua moglie Bella, si

trovano in una stanza variopinta e si

scambiano un bacio che potremmo definire

di “difficile realizzazione”. L’artista

si mostra sospeso nell’aria in una

posizione strana per poter baciare la

donna amata. La scena è giustificata

dal grande amore e dalla stima che l’artista

nutre nei confronti della sua donna;

lei è capace di rendere perfetta ogni

situazione, ed il bacio diviene così il

simbolo di un amore profondo.


46

Sulla rotta per le stelle

Una settimana dedicata a quattro artisti di assoluto

interesse pittorico che abbiamo voluto

premiare per la loro indiscutibile bravura

nonchè professionalità e valore artistico.

La mostra dedicata a Elio Atte, Annalisa Macchione,

Michelangelo Riolo e Anna Maria Tani si è tenuta nella

prestigiosa location della Galleria Ess&rrE al Porto Turistico

di Roma (locale 876) a ridosso delle meravigliose

imbarcazioni che hanno fatto da cornice a questa esposizione

di assoluto valore.

La mostra si è svolta dal 17 al 23 aprile con inaugurazione

sabato 17 aprile dalle ore 16,00.


Alberto Gallingani

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


48

la mostra

“Sguardo nei movimenti“

opere della collezione del

Museum of Modern art

(ugD)-Dubrovnik

di Svjetlana Lipanović

Nel mese di marzo 2021,

presso il Museum of Modern

Art Dubrovnik (Umjetnička

galerija Dubrovnik

– UGD) è stata allestita

una splendida mostra con numerose

opere provenienti dalla loro collezione.

I tre piani della Villa Banac,

- sede del Museo, con una vista spettacolare

sul mare - hanno accolto nelle

loro ampie sale una rassegna retrospettiva

dell’arte croata moderna dalla

nascita - nei primi anni del Novecento

- fino ai giorni nostri. Al primo

piano si possono ammirare le creazioni

più recenti degli artisti ragusei:

Tolj, Jurjević, Burđelez, Lošić, Ivanišin,

Kardum, Pegan Baće, Opalić,

Ercegović, Bratoš, Vlašić, Dražić,

Selmani, Gverović, Skvrce, Šimunović

e anche di maestri di altre nazionalità,

come Farber, McCurry, Fabre.

Le creazioni sono dedicate al rapporto

tra la politica, le istituzioni e

l’arte, la guerra, ed altro.

L’arte concettuale che ha caratterizzato

vari movimenti d’avanguardia

negli anni 50 e 60 si trova al secondo

piano. Le opere riflettono una ricerca

nata nei movimenti o nel gruppo

“Exat 51”, “Gorgona”, oppure durante

le manifestazioni negli anni 60 e 70

intitolate “Le nuove tendenze”. Le

creazioni astratte che si allontanano

dal figurativo e nelle quali le forme si

perdono, portano le firme di Gliha,

Šimunović, Kinert, Prica, Šebalj. Osservando

i quadri di Murtić e Kuliš si

notano le influenze dell’astrattismo

espressionista americano. I due scultori

Bakić e Džamonja con le loro

sculture fanno parte delle ricerche


nate nei decenni passati e indirizzate

a scoprire le nuove interpretazioni

delle forme in rapporto con la luce.

Inaspettatamente dall’arte astratta si

passa al figurativo con: Fatur. Jakelić,

Peko, Mitrović, Škerlj, Stanić, Hegedušić,

Kulmer, rappresentanti eccellenti

del realismo.

Al terzo piano sono collocati i più bei

quadri degli artisti ragusei: Rajčević,

Job, Ettore, Dulčić, Gusić, Masle,

Vojvodić, Pulitika, Trostmann, Šerbu.

Facilmente riconoscibili per il modo

di dipingere unico, e le loro tele e-

spressioniste sono una sinfonia di colori

acesi dalle mille tonalità. L’attenzione

particolare meritano i pittori

Miljan, Rašica, Murat che con altri

artisti nella prima parte del ventesimo

secolo hanno dipinto all’aria aperta.

Il racconto di nascita della pittura

contemporanea croata tramite i quadri

continua con i classici tra quali sono:

Vidović, Tartaglia, Crnčić, Kraljević

ed altri, per concludersi con i

due grandi fondatori Vlaho Bukovac

e Mato Celestin Medović. Le tele di

Vlaho Bukovac sono di piccole dimensioni

e racchiudono tutta la sua

conoscenza dell’arte di dipingere acquisita

durante il soggiorno a Parigi,

mentre i paesaggi di Mato Celestin

Medović rappresentano un inno alla

natura in cui il colore assume il ruolo

predominante.

La mostra - un vero gioiello - è rimasta

aperta fino il 31 maggio 2021 e,

nei tempi cupi che stiamo vivendo a

causa della pandemia, è un luogo incantato

dalla bellezza eterna che solo

l’arte può creare.

Foto: Miho Skvrce


50

Fabio Grassi

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


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“Testa femminile” - 2014 - tecnica mista su legno, vetro e ferro - cm 147x121x12

Luca Pignatelli

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52

Art&Vip

Protagonista del mese Art&Art

Simona tagli

a cura della redazione

Come nasce la tua passione

per il mondo dello spettacolo?

“Nasce quando ero molto piccola.

Avevo 3 anni. Guardavo

le trasmissioni di Macario e mi piacevano

tantissimo Raffaella Carrà e Carla

Fracci, che erano davvero i miei due modelli

di riferimento. Le alternative erano

dunque due: o la ballerina di danza classica

alla Scala, motivo per cui fantasticavo

anche sul Bolshoi, o la televisione,

emulando appunto i passi della Carrà.

Devo dire che la vita mi ha fatto incontrare

persone molto vicine a Raffaella.

Per esempio, con Gianni Buoncompagni

ho avuto un buon successo televisivo e di

immagine. Ho anche fatto le più belle trasmissioni

di una televisione di altri tempi.

Quelle dove esistevano le sigle e si parlava

ancora di varietà. Il mio amore per

lo spettacolo nasce così, quando ero in

fasce. Nel corso della mia vita ho fatto

tantissime cose in quel campo lì: Caroselli

per la Galbani, le prime trasmissioni

televisive nell’hinterland milanese, ho

studiato vent’anni di danza tra classica e

moderna. Insomma, tutto quello che poteva

servire. Negli anni in cui ero adolescente,

arrivava infatti in Italia la moda

della soubrette, che doveva saper fare

tutto. Non esisteva più soltanto la danza

classica, ma arrivava in Italia il modern

jazz. Le mie lezioni di danza classica

continuavano, ma le alternavo a quelle di

moderno, insieme al canto e alla recitazione

con il metodo Stanislavskij. Facevo

tutto quello che poteva essere utile a una

giovane ragazza che voleva avviare i primi

passi nello spettacolo sapendo fare di

tutto un po’. Il successo televisivo è arrivato

con Domenica In. Poi vorrei ricordare

tutti i giochi della televisione. Come

Giochi Senza Frontiere, Il Grande Gioco

dell’Oca. Ho presentato per quattro edizioni

Castrocaro, il Gran Turismo per Telemontecarlo,

la Formula 1. E poi Le Colombiadi

con Biscardi per il 500enario

della scoperta dell’America. Ho inciso un

disco; ho fatto davvero tante cose, tra cui

una tournee di otto mesi in tutti i teatri più

belli d’Italia”.

Quali ricordi hai nel cuore degli inizi, dei

primi passi negli studi televisivi..

“Il ricordo migliore che ho dei miei primi

passi mossi in televisione è sicuramente

la voglia di arrivare, ossia il senso di rivalsa

che il successo raggruppa in sé.

Quando sta per arrivare il successo si sente

che qualcosa gira intorno; è come una

polvere di stelle che ti inonda. Questo

credo che sia una cosa che provano tutti

gli artisti. C’è sempre qualcosa per cui un

artista soffre e, a un certo punto di questa

sofferenza, arriva il successo, che in un

attimo ti ripaga. Il mondo dello spettacolo

in effetti racchiude un po’ questa cosa, almeno

per le persone che arrivano ad avere

una certa notorietà. Ogni gioia è sempre

costellata da tantissime croci, per cui

non è sempre tutto rose e fiori quello che

capita intorno al successo. Diciamo però

che i momenti in cui si riesce ad ottenere

quello che si vuole, con grande fatica, devozione

e volontà, sono dei traguardi importanti

per la propria crescita e vita.

Traguardi che ti aiutano ancora a credere

e ti fanno andare avanti. Questo io ricordo.

In questo discorso, in cui ho voluto

contenere quello che per me è il significato

del successo, ci sono tutte le trasmissioni

che poi io ho presentato e condotto.

Momenti veramente importanti che mi

hanno lasciato un segno. Da ogni trasmis-


sione ho imparato qualcosa e ho avuto

l’opportunità di incontrare gente favolosa

che, in caso contrario, avrei potuto vedere

soltanto dal teleschermo. Persone che come

me hanno condiviso esperienze sempre

più importanti. Tra tutte queste persone,

che mi sono state vicine in questi anni

di lavoro, ricordo sempre con il cuore

Gianni Boncompagni e Gigi Sabani. Il

primo, tra non so quante ragazze, ha individuato

la sottoscritta per rialzare le

sorti di Domenica In. Avevamo otto milioni

di telespettatori con una gag spontanea,

che era quella della minigonna che

si alzava e io la portavo giù. Avevamo dei

balletti mozzafiato, che solo lui poteva

filmare in quel modo e che mi hanno dato

una notorietà importantissima in quel

momento, di cui vivo ancora di rendita al

giorno d’oggi. Gigi Sabani, invece, è stato

un compagno d’avventura. Credo che

siamo stati una coppia scenica come Fred

Astaire e Ginger Rogers, ma in realtà non

ci amavamo tantissimo in quel mentre.

La condivisione della scena è sempre un

momento delicato, soprattutto se un mattatore

deve condividerla con una ragazza

formosa ma anche con la testa, con dei

contenuti. Ovviamente, sto scherzando,

ma era nato un rapporto scenico considerevole.

Da Gigi ho imparato tantissime

cose ed è stata una scuola per me molto

importante. Ricordo tutti con grande affetto,

ma in particolare Sabani e Boncompagni

perché è stato uno dei momenti più

belli della mia carriera artistica. Sono arrivata

in Rai in una trasmissione importante

come Domenica In e con quel piccolo

ruolo in un contenitore, che era già

impostato perché sono arrivata nelle ultime

otto puntate, ho ottenuto il massimo.

Di questo sarà sempre grata a Gianni e

Gigi”.

Oggi sei spesso ospite nei maggiori salotti

televisivi di successo. Il pubblico ti

ama e ti segue, qual è il segreto del tuo

successo?

“Essere sempre fedeli a se stessi. Penso

di avere impostato la mia carriera non impostando

un personaggio, ma mi sono

concessa il lusso di evolvere, di poter crescere.

Non vesto i panni di quando avevo

20 anni e, grazie a Dio, sono riuscita ad

impostarmi, anche se tutti mi ricordano

per le mie gonne mozzafiato e i balletti

strepitosi a Domenica In. Questo è però

un altro discorso. Credo che la parola

successo si identifichi con il concetto di

rimanere fedeli a se stessi. Non esiste il

successo dei 20 anni, ma esiste il successo

e punto, che uno può avere a 20,

30, 40, 50 anni, ossia quando capita il

momento. Si è sempre pronti a coglierlo.

Nel mondo televisivo è facile rimanere

schiavi di un personaggio. È un po’ come

il ritratto di Dorian Gray. Si rimane spesso

ancorati a quello che si è stati al momento

del successo. Si rischia così di rimanere

vittime di un sistema che non ci

appartiene. Ogni personaggio dovrebbe

riuscire ad evolvere. Lo star system non

consente questo. Tutti si ricordano di te

in un certo modo, ma svicolarsi da questi

schemi è importante perché ci fa entrare

in relazione con noi stessi, con quello che

siamo, e ci mette nella condizione di

amarci, anche se il tempo passa, anche se

le mode cambiano, anche se nascono altri

personaggi; ad essere sempre fedeli a noi

stessi. Altrimenti si rischia di diventare

fenomeni da circo, con quel personaggio

che non ne può più di rimanere schiavo a

se stesso e rischia di esplodere da tutte le

parti. Quindi diciamo che, per come ho


54

avuto il successo io da ballerina, soubrette

e così via, ho rischiato di rimanere là

nei vecchi tempi, con quei vestiti e quelle

minigonne. Mi sono però data subito uno

scossone per uscire da queste dinamiche

e non rimanere vittima e chiusa in un

ruolo che non mi avrebbe più consentito

di essere spontanea. Considerare l’animo

come un grand hotel, con poche suite nelle

quali entrare a piacimento quando si

vuole, è un passo avanti verso di noi molto

importante. Vivere un’esperienza di vita

monocorde sempre nello stesso modo

è molto limitante. Per la persona che sono

e che crede di avere un carattere poliedrico,

avere la possibilità di spaziare

in tutte le sfaccettature del carattere che

mi appartengono è un grande gesto di libertà,

che ho sempre difeso con le unghie

e con i denti. Fa parte della libertà anche

il mio essere mamma, la Vispa Teresa, il

parrucchiere che ho aperto dieci anni fa

e dove faccio i tagli della Tagli così artistici,

che comunque piacciono e riscuotono

un grande successo. È libertà poter

vivere non costantemente sotto il faro,

con gli occhi puntati addosso, ma entrare

e uscire, vivere dei momenti di privacy

importanti. È libertà vivere bene anche le

piccole cose della vita ed avere una grande

semplicità”.

Questa è una rivista di arte. Se dovessi

racchiudere la tua vita in un opera quale

sarebbe secondo te? E perché?

“Se dovessi racchiudere la mia vita in

un’opera, non posso fare a meno di citare

Lucio Fontana con i suoi quadri incisi

con dei tagli, che fanno sempre parte della

mia vita. Mi chiamo Tagli, taglio i capelli,

mi piace tantissimo il Fontana perché

cambia la prospettiva dello spazio

intorno, no? Nei quadri di Fontana non

c’è più il concetto di prospettiva della realtà

che ci circonda. È una tela strappata

con dei buchi, coi suoi famosi tagli. Questo

spazio senza prospettiva, tagliato, a

me piace perché sono una donna che cerca

sempre di lasciare un segno. Fontana

è stato rivoluzionario nel suo dipingere

perché ha fatto degli attacchi così precisi

alla tele con questi famosi tagli. Questo

mi rappresenta. Attacco come il Fontana,

che può essere paragonato con i suoi quadri

alla Gioconda o a Marylin di Andy

Wahrol. Il suo è un attacco alla tela, un

gesto di grande forza che esprime con

questa sua arte ben precisa. Basti pensare

a queste tele, che prima di lui venivano

racchiuse da una cornice e rappresentavano

uno spazio virtuale che invece, con

il Fontana, invadono lo spazio e che diventano

parte integrante dello spazio perché

lo invadono con questi tagli. Ecco io

trovo che sia geniale. Il concetto di invadere

lo spazio, senza costrizione, mi appartiene

molto. Si nota anche nelle risposte

in questa intervista. Cerco di essere

me stessa, di pormi nello spazio con una

grandissima naturalezza, senza costrizioni

e senza cornici che mi contengano”.

Progetti futuri?

“Rimanendo in tema di tagli e con Fontana.

Il mio progetto futuro è quello di

condurre sempre brillantemente la mia

Vispa Teresa con i tagli della Taglia ed

arrivare a dei tagli di luce importante con

un programma che mi veda alla conduzione.

Per chi non lo sapesse, io ho anche

un Galleria d’arte, la Archeo, che ho ereditato

dalla mia famiglia di antiquari milanesi.

Sono appassionata d’arte. Perché

no? Vorrei condurre brillantemente la galleria

d’arte e dedicarmi anche a questa

parte della mia attività, che è legata perché

no al mondo degli artisti, dei pittori,

degli scultori.”.

Un messaggio per i nostri lettori..

“L’augurio che posso fare a tutti i lettori

di Art&trA è quello di continuare ad essere

appassionati perché la passione per

l’arte, la vita e gli artisti è un qualche cosa

che ci rende liberi, anche se costretti

nelle nostre case in un momento di difficoltà

come questo, che speriamo stia volgendo

al termine”.


Oltre i confini del cosmo

La Galleria Ess&rrE ha ospitato con grande

successo la Mostra “Oltre i confini del

cosmo”.

Gli artisti presenti in mostra sono stati:

Patrizia Almonti, Giusy Cristina Ferrante, Federica

Marin e Enrica Mazzuchin.

Durante il Vernissage è stato presentato il libro

“Una scuola sospesa” di Enrica Mazzuchin.

Il vernissage si è tenuto il 24 aprile 2021 alle ore 16:00

fino al 7 maggio 2021 presso la Galleria Ess&rrE, Porto

Turistico di Roma, Lungomare Duca degli Abruzzi 84,

locale 876


a

9 BIENNALE D’ArTE

INTErNAzIONALE

A MONTE-CArLO 2021

10 ArTiSTi preMiATi coN iL Trofeo deL MAeSTro Ugo NeSpoLo

TeMA fiSSo:

“L’ArTe iN ViAggio ALLA ScoperTA deLL’AMBieNTe”

GIUSEPPE CACCIATOrE

VINCENzO D’Arrò

“Nero in blue” - 2013

stucco edile su tela, inserti di cartone, acrilico - cm 80x80

“Ulisse” - 2012 - tecnica mista su tela,

acrilico, sabbia vulcanica, gusci di

mandorle, bambù - cm 80x60

DADA C

GIANNI DEPAOLI

DANIELE LAUDADIO (Elledì)

“The integrity of the sea” - 2019

tecnica mista su tela colori acrilici

cm 40x80

“Madre natura” - 2020 - tecnica

mista, organico marino, resina,

pigmento - cm 75x45

“Speranza” - 2019

bassorilievo su legno - cm 40x70


10 ArTiSTi preMiATi coN iL Trofeo deL MAeSTro Ugo NeSpoLo

NADIA MONAI

FULVIA STEArDO FErMI

“platamona profondità di un’amicizia” - 2020

acrilico su tela - cm 80x120

“Tunnel” - 2020 - acrilico su tela - cm 100x70

ANTONELLA STELLINI

“Tsunami” - 2014

materiali inglobati nel metacrilato - cm 22x35

EVA TrENTIN

DAVIDE TOrNIELLI

“MAre” - 2020 - tecnica mista, foglia oro,

stampa botanica su tavola - cm 96.5x93.5

“pioggia Artica” - 2019

olio a spatola su Mdf - cm 73x52

Con il patrocinio

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51

10138 Torino

Art Director Monia Malinpensa

Consulente artistico Giuliana Papadia

Tel +39.011.5628220 - cell. 347.2257267

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Rita Lombardi

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


60

“due minuti di arte”

In Due MInutI VI racconto la StorIa DI

WIllIaM turner, Il PIttore Della luce

di Marco Lovisco

www.dueminutidiarte.com

www.facebook.com/dueminutidiarte

William Turner è uno

degli artisti che è riuscito

a cogliere in pieno

l’essenza del romanticismo.

La paura dell’infinito, il

rispetto per le forze ancestrali della

natura, il fascino per ciò che l’uomo

non riuscirà mai a comprendere. Tutto

questo è reso da Turner con un tratto

delicato e fuggevole, che rende le sue

opere simili a sogni impressi su tela.

Ve lo racconto in due minuti,

di arte.

1. Joseph Mallord William Turner

(Londra, 1775 - Chelsea,1851) è considerato

uno dei più importanti artisti

inglesi. È conosciuto come “Il pittore

della luce” per la sua capacità di cogliere

nelle sue opere l’energia ancestrale

della luce, che l’artista considerava

“emanazione dello spirito divino”.

2. William Turner è stato uno degli

esponenti di spicco del romanticismo

ma, grazie al suo modo particolare

e “fuggevole” di ritrarre la

realtà, cogliendone le sfumature percettive,

viene anche considerato un

precursore dell’Impressionismo.

3. Nei suoi dipinti Turner ritrasse per

lo più paesaggi che, grazie agli splendidi

contrasti di luce e al sapiente uso

dei colori, diventano mondi onirici e

allucinati. I suoi dipinti evocano atmosfere

rarefatte in cui la realtà si

fonde con il sogno, come ad esempio

nell’opera “Chichester Canal” del

1828.

4. William Turner era affascinato dal

potere maestoso della natura che nelle

sue opere ha sempre un ruolo attivo:

tempeste, valanghe, naufragi, incendi

sono infatti i soggetti preferiti dall’artista

inglese. La natura appare come

un ente supremo di fronte al quale

l’uomo è piccolo e insignificante. Un

esempio? L’opera “Bufera di neve:

Annibale e il suo esercito attraversano

le Alpi”, realizzata nel 1812.

5. L’estetica di Turner è improntata

sulla concezione romantica di “sublime”,

ossia la paura per ciò che è infinito

e ai limiti dell’umana comprensione

(come i fenomeni naturali estremi),

capace di terrorizzare e affascinare

l’uomo che ne viene incomprensibilmente

attratto.

6. Il 16 ottobre 1834, informato che il

parlamento inglese stava andando a

fuoco, Turner accorse immediatamente

sul luogo della catastrofe armato di

pennello a acquerelli per non perdere

quella fonte di ispirazione. Così nacque

l’opera “Incendio delle Came- re


dei Lord e dei Comuni” (1835). 7.

Si dice che una volta Turner si sia

fatto legare all’albero di una nave

nel corso di una tempesta, per

osservare da vicino quell’evento

maestoso. Secondo molti però,

questa è solo una leggenda.

8. William Turner, nonostante fosse

già in vita un artista riconosciuto

e rispettato, non ebbe mai

molti amici. Preferiva trascorrere

la maggior parte del tempo col

padre che visse con lui per trenta

anni, lavorando nel suo studio come

assistente.

9. Con la morte del padre nel 1829,

Turner andò incontro a un lungo

periodo di depressione che portò

l’artista a isolarsi, limitando al minimo

ogni forma di comunicazione

verbale.

C’è un bellissimo film che traccia

un bel ritratto dell’artista e del suo

carattere ombroso e silenzioso, si

tratta di “Turner”, film del 2014

con il bravissimo attore Timoty

Spall nei panni dell’artista.

10. Alla sua morte William Turner

destinò parte della sua eredità all’istituzione

di un fondo di aiuto

per “gli artisti in disgrazia”. Decise

inoltre di donare le sue opere allo

stato britannico, perché le custodisse

tutte insieme in una galleria

a lui dedicata. Ciò non accade e le

opere di Turner vennero disperse

in vari musei e collezioni private,

disonorando l’accordo con l’artista.


62

MODULO DI

ABBONAMENTO 2020/21

regalati un abbonamento

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Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

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64

La Fondazione MAST presenta

“DISPLACED”

La prima mostra antologica del

fotografo Richard Mosse

7 maggio – 12 settembre 2021

a cura di Silvana Gatti

Lost Fun Zone, Congo serie INFRA

La Fondazione MAST presenta

Displaced, la prima mostra

antologica dell’artista Richard

Mosse, a cura di Urs

Stahel. Una rassegna, questa

del fotografo irlandese, che riflette come

uno specchio le tematiche più scottanti

della nostra epoca: migrazioni, conflitti

e cambiamenti climatici. Unendo il documentarismo

con l’arte fotografica,

Mosse pone davanti ai nostri occhi le

immagini che mostrano i luoghi chiave

degli attuali cambiamenti sociali, economici

e politici.

In mostra alla Fondazione MAST sono

esposte 77 fotografie di grande formato

che includono gli scatti più recenti della

serie Tristes Tropiques (2020), realizzati

nell’Amazzonia brasiliana. Il fotografo

all’HuffPost: L’Amazzonia ha una finestra

temporale di 10 anni dopo i quali

sconfiggerà sé stessa e non potrà più sostenere

il Pianeta.

La mostra propone anche due monumentali

videoinstallazioni immersive,

The Enclave (2013) e Incoming (2017),

un grande video wall a 16 canali Grid

(Moria) (2017) e il video Quick (2010).

Richard Mosse, classe 1980, è un fotografo

documentarista concettuale irlandese

di Kilkenny, vive a New York ed è

uno dei fotografi più apprezzati e quotati

a livello internazionale. Dopo la laurea

al King’s College di Londra in Letteratura

inglese e un Master in fine Art a

Yale, ha preso la decisione di lasciare

tutto e tutti per seguire il suo obiettivo e

partire. Prima in Medio Oriente, poi in

Europa Orientale per finire al confine tra

gli Stati Uniti e il Messico, seguendo

sempre il suo interesse per gli effetti dei

conflitti in zone di crisi dove, utilizzando

una pellicola a infrarosso a colori,

mira a creare nuove prospettive di visione

della realtà. Per dirla con le parole

di Urs Stahel, curatore della mostra,

“Richard Mosse crede fermamente nella

potenza intrinseca dell’immagine, ma di

regola rinuncia a scattare le classiche

immagini iconiche legate a un evento.

Preferisce piuttosto rendere conto delle

circostanze, del contesto, mettere ciò

che precede e ciò che segue al centro

della sua riflessione. Le sue fotografie

non mostrano il conflitto, la battaglia,

l’attraversamento del confine, in altri

termini il momento culminante, ma il

mondo che segue la nascita e la catastrofe.

L’artista è estremamente determinato

a rilanciare la fotografia documentaria,

facendola uscire dal vicolo cieco

in cui è stata rinchiusa. Vuole sovvertire

le convenzionali narrazioni mediatiche

attraverso nuove tecnologie, spesso di

derivazione militare, proprio per scardinare

i criteri rappresentativi della fotografia

di guerra”.

I luoghi protagonisti dei conflitti con le

loro situazioni critiche vengono fotografati

e filmati con l’uso di tecnologie di

derivazione militare, stravolgendo completamente

lo stile tradizionale della


Mineral Ship, State of Para, Brazil serie TRISTES TROPIQUES

Yayladagi refugee camp, Hatay Province, Turkey serie HEAT MAPS

rappresentazione fotografica, ottenendo

immagini che, nonostante la durezza dei

contesti rappresentati, colpiscono per

estetica, suscitando stupore ed incredulità

nel visitatore. Quando attraverso la

bellezza, che l’artista definisce “lo strumento

più affilato per far provare qualcosa

alle persone”, si documenta la sofferenza

derivante dalle tragedie del nostro

tempo, “sorge un problema etico

nella mente di chi guarda”, che si ritrova

confuso, disorientato.

I primi lavori (MAST.Gallery) - Richard

Mosse inizia a occuparsi di fotografia

nei primi anni 2000, durante l’ultimo

periodo degli studi universitari. I

suoi primi scatti vengono effettuati in

Bosnia, in Kosovo, nella Striscia di Gaza,

lungo la frontiera fra Messico e Stati

Uniti e vedono l’assenza quasi totale di

figure umane. Soltanto le immagini che

compongono la serie Breach (2009),

che testimoniano l’occupazione dei palazzi

imperiali di Saddam Hussein in

Iraq da parte dell’esercito americano,

vedono la presenza di alcuni personaggi.

Sono scatti che raccontano il dopoguerra,

mettendo davanti ai nostri occhi non

il conflitto, la battaglia, l’attraversamento

del confine, ma la distruzione, la

sconfitta ed il collasso dei sistemi all’indomani

della catastrofe.

Infra (MAST.Gallery) e The Enclave

(Livello 0) - Tra il 2010 e il 2015, prima

per Infra e poi per The Enclave, articolata

videoinstallazione in sei parti sullo

stesso tema, Richard Mosse si reca nella

parte orientale della Repubblica Democratica

del Congo, nella regione del

Nord Kivu, località in cui viene estratto

il coltan, un minerale altamente tossico

da cui si ricava il tantalio, materiale che

trova largo impiego nell’industria elettronica

e che è presente in tutti i nostri

smartphone. Il Congo, ricco di risorse

minerarie, una delle aree più ricche dell’intero

continente africano, è segnato da

continue guerre e disastri umanitari senza

precedenti: dopo il genocidio in Ruanda

del 1994 le milizie ribelli stabilitesi

nella Repubblica democratica del Congo

non hanno mai smesso di alimentare

nuove ondate di violenza. Basta pensare

all’ambasciatore Luca Attanasio ed al

carabiniere Vittorio Iacovacci, entrambi

uccisi in un attentato il 22 febbraio

2021, per capire il coraggio e lo spirito

giornalistico che spingono Richard Mosse

a esplorare a fini documentaristici

ogni angolo del mondo.

Per i suoi scatti in queste zone devastate

è stata scelta Kodak Aerochrome, una

pellicola da ricognizione militare sensibile

ai raggi infrarossi, ormai fuori produzione,

in grado di localizzare i soggetti

mimetizzati. Ed ecco che, sorprendentemente,

negli scatti di Infra, la pellicola

immortala la clorofilla presente

nella vegetazione rendendo visibile l’invisibile,

regalandoci in una versione del

tutto inedita la lussureggiante foresta

pluviale congolese, trasfigurata in uno


66

Of Lilies and Remains,

Congo serie INFRA

Platon, Congo serie INFRA

splendido paesaggio surreale dai toni del

rosa e del rosso. In Infra sono stati immortalati

paesaggi maestosi, scene con

ribelli, civili e militari, le capanne in cui

la popolazione, sempre in fuga, trova

momentaneo riparo da un perenne conflitto

combattuto con machete e fucili.

Richard Mosse, attraverso le sue foto artistiche,

scardina i tradizionali criteri della

fotografia di guerra. Il contrasto tra la

bellezza della natura e la crudeltà della

guerra viene sottolineato in particolar

modo nell’imponente videoinstallazione

in sei parti The Enclave, progetto gemello

di Infra. Qui Richard Mosse pone

davanti ai nostri occhi il contrasto tra la

natura della foresta della Repubblica Democratica

del Congo e la violenza dei

soldati dell’esercito e dei ribelli. Nella rigogliosa

boscaglia si susseguono azioni

militari, addestramenti e scontri tra i

combattenti. I rumori che accompagnano

le immagini rendono il dolore degli uomini,

grazie al video sui soldati uccisi. I

rumori diventano poi melodie per lasciare

spazio ad un paesaggio contrastante

per la sua bellezza. Il fotografo e

regista, accompagnato dall’operatore Trevor

Tweeten e dal compositore Ben

Frost, ha realizzato The Enclave per il

Padiglione Irlandese alla 55° edizione

della Biennale di Venezia nel 2013, ispirandosi

al celebre romanzo Cuore di tenebra

di Joseph Conrad.

Heat Maps (MAST.Gallery Foyer) e

Incoming (Livello 0) - Dal 2014 al 2018

Mosse ha focalizzato la sua attenzione

sui fenomeni migratori e sulle tensioni

derivanti dalla dicotomia tra accoglienza

e rimpatrio. Mosse, con la sua tenacia, è

stato nei campi profughi Skaramagas in

Grecia, Tel Sarhoun e Arsal a nord della

valle della Beqa’ in Libano, i campi di

Nizip I e Nizip II nella provincia di Gaziantep

in Turchia, il campo profughi

nell’area dell’ex aeroporto di Tempelhof

a Berlino e molti altri. Per Heat Maps e

la video installazione Incoming, è stata

usata una termocamera capace di registrare

le differenze di calore nell’intervallo

degli infrarossi: anziché immortalare

i riflessi della luce, registra le cosiddette

“heat maps”, le mappe termiche.

Questa tecnica militare, usata sin dalla

guerra di Corea, consente di “vedere” le

figure umane da una trentina di chilometri

di distanza, senza tuttavia rivelarne

l’identità.

Incoming (2017) è un’installazione audiovisiva

divisa in tre parti che utilizza

la termografia a infrarosso. Richard Mosse,

che ne è il regista e produttore, e il

suo team - il direttore della fotografia

Trevor Tweeten e il compositore e sound

designer Ben Frost - hanno lavorato su

tre scenari: nella prima parte, sono ripresi

i preparativi su una portaerei per il decollo

di jet militari impegnati in operazioni

di controllo dei cieli mediterranei.

Nella seconda parte, sono immortalati i

migranti su barconi sovraffollati mentre

attendono i soccorsi. Nell’ultima parte, i

migranti sono ripresi nei campi profughi,

tra tende e capannoni, nella loro nuova e

forzata quotidianità in attesa di ripren-


Mineral Ship, State of Para, Brazil serie TRISTES TROPIQUES

dere il loro viaggio di speranza verso

l’Europa centrale. Per produrre il video

wall del 2017 Grid (Moria), Richard

Mosse è stato più volte nel campo profughi

sull’isola greca di Lesbo, un campo

noto per le sue pessime condizioni. Le riprese

sono state effettuate con termografia

ad infrarosso (heat maps).

Ultra e Tristes Tropiques (MAST.Gallery

Foyer). Tra il 2018 e il 2019, Mosse

esplora la foresta pluviale sudamericana

spostando la sua ricerca dai conflitti umani

alle immagini della natura. In Ultra,

con la tecnica della fluorescenza UV,

Mosse scandaglia il sottobosco, i licheni,

i muschi, le orchidee selvatiche, le piante

carnivore e, alterandone lo spettro cromatico,

trasforma queste immagini in uno

spettacolo multicolore e scintillante. L’artista

descrive in maniera spettacolare la

biodiversità, tra proliferazione e parassitismo,

voracità e convivenza tra le specie,

per evidenziare la ricchezza che l’umanità

rischia di perdere a causa dei cambiamenti

climatici e dell’intervento dell’uomo.

Con Tristes Tropiques, la serie

più recente di Richard Mosse, viene documentata

con la precisione della tecnologia

satellitare la distruzione dell’ecosistema

ad opera dell’uomo. La tecnica

fotografica utilizzata è definita da Denis

Woods “counter mapping”, una forma di

cartografia di resistenza che grazie a fotografie

ortografiche multispettrali mostra

i danni ambientali difficilmente visibili

dall’occhio umano. Richard Mosse

ha scattato queste fotografie di denuncia

lungo il fronte di deforestazione di massa

nell’Amazzonia brasiliana. I droni rilevano

come in una mappa le tracce del

fuoco che avanza inesorabilmente lungo

le radici delle foreste, gli effetti dell’allevamento

intensivo, delle miniere illegali

per l’estrazione di oro e minerali. Ogni

mappa di Tristes Tropiques mostra i delitti

ambientali perpetrati su vasta scala,

diventando per il fotografo un archivio

che li documenta.

Chiude la mostra il video Quick del 2010,

un filmato girato dallo stesso Richard

Mosse che ricostruisce la genesi della sua

ricerca e della sua pratica artistica attraverso

i temi a lui cari come la circolazione

del virus Ebola, la quarantena e

l’isolamento, i conflitti e le migrazioni,

muovendosi tra la Malesia e il Congo

orientale.

Una mostra da vedere, per acquisire maggiore

consapevolezza rispetto ai problemi

etici, ecologici, ambientali e sociali del

mondo in cui viviamo. Per non dire “non

lo sapevo” di fronte agli sfruttamenti ambientali

e umani in atto nei paesi extraeuropei,

per capire il perché dei flussi

migratori, per ammirare quel che resta

della bellezza della natura, con l’auspicio

che il monito di Richard Mosse possa essere

ascoltato affinché l’umanità si attivi

per rendere più vivibile l’unico pianeta

disponibile per la nostra fragile vita.

Ingresso gratuito solo su prenotazione

Orari:

martedì - domenica, 10:00 - 19:00


68

Elena Modelli

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

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70

Les fleurs et les raisins

Trasversali allegagioni d’arte

BuTTERFLY EFFECT

di Alberto Gross

gross.alberto@libero.it

Igenerosi, affettuosi e longanimi

lettori di questa rubrica ricorderanno

il viaggio - voluto intraprendere

qualche mese fa - nelle

terre di Romagna, alla scoperta

del vitigno bianco principe e identitario

della regione, l’Albana.

Torniamo ora nelle medesime prossimità,

specificatamente a Castrocaro Terme,

Terra del Sole, a conoscerne l'interpretazione

dell'azienda Marta Valpiani.

Una cantina a conduzione familiare dove

è il cuore a condurre lo sguardo e la natura

a dettare tempi ed intervalli, volontà

e rappresentazioni di un territorio munifico,

nobilmente gagliardo e prodigo di

colori, amore ed eleganza.

Le vigne nascono sopra i pendii della

collina di Bagnolo, a circa trecento metri

sul livello del mare: un territorio variegato

che imprime alle uve peculiarità

differenti a distanza di pochissimi metri.

Le sabbie dorate e l’arenaria, le argille

azzurre a nord, quelle rosse a sud e le

rocce dello spungone, a testimoniare una

antichissima genesi marina che suffraga

e giustifica il carattere sapido e iodato di

tutti i vini dell’azienda. I vitigni coltivati

all'interno dei circa 12 ettari di proprietà

sono gli autoctoni romagnoli: Sangiovese,

Albana e Trebbiano. Il regime biodinamico

asseconda e si lascia condurre

dalle cadenze stagionali, cercando di tutelare

e preservare le caratteristiche del

territorio, evitando di confonderne identità

e conformità aderenti ad un terroir

così profondamente distinto.

L’Albana “Madonna dei Fiori”, in o-

maggio alla patrona di Castrocaro Terme,

nasce soltanto nelle annate più propense,

da vigne che vanno dai 30 ai 60

anni di età: fermentazione spontanea,

senza macerazione, sei mesi in cemento

e almeno altri sei mesi di affinamento in

bottiglia. Il dorato intenso e brillante del

2018 già seduce, promettendo frutta gialla

matura, ammaliante e dalle fantasticherie

esotiche; il naso non tradisce le

aspettative, l'ingresso deciso è di albicocca,

pesca nettarina, prima di intrecciarsi

a delicate sfumature di mango,


frutto della passione, uva passa e

scorza d’agrume candita. Il sorso è

goloso e sapido assieme, note resinose

di tiglio, acacia, la sensazione

tannica ad anticipare un finale accennatamente

tostato di mandorla e

nocciola.

Intrigante l’etichetta a raffigurare il

Hemerocallis, il fiore “bello di giorno”

poiché si dischiude al mattino

per morire la sera stessa; similmente

l’immagine della farfalla che

campeggia sulla capsula delle bottiglie,

simbolo di vita, rinascita,

continuità ed immortalità dell’anima,

trasformazione, metamorfosi e

liquidità del tempo.

Volteggiano nell’aria, volo di burro,

le morbide curve melodiche di “Un

bel dì vedremo” della Butterfly di

Puccini, davanti agli occhi si alternano

le grandi interpretazioni della

tenera vicenda di Amore e Psiche:

l’abbraccio semplice, sobrio e delicato

di Canova, in cui Psiche dona

al palmo dell’amato la propria vita

e anima, trasportate dalle ali di una

farfalla, la fragilità eburnea accarezzata

da Francois Gerard, attraverso

la quale i due amanti paiono

quasi custoditi e protetti dalla vivida

eternità di quello spiegarsi ed

agitarsi d’ali sopra le loro teste.

Un’ultima suggestione da un artista

che trasporta e traduce il surrealismo

storico in una sorta di “realismo

metaforico”: la “Partenza della

nave alata” di Vladimir Kush, allegoria

di vita variopinta, palingenesi,

quasi orfica catarsi, viaggio senza

fine, fino alla meraviglia senza parole,

fino al cuore del prodigio.



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74

I tesori del Borgo

Poppi:

antico Borgo medievale del casentinese, ricco di storia, bellezze artistiche,

architettoniche, naturalistiche e paesaggistiche. e che ancora risuona del

fragore delle armi dell'imponente Battaglia di campaldino, che vide combattere

tra le fila dei guelfi il sommo Dante alighieri. a lui, accolto poi da profugo

nel monumentale castello dei conti guidi, la cittadina toscana ha dedicato,

in occasione del 700esimo della morte, dall'11 a 13 giugno, così come negli

anni a venire, un'articolata iniziativa evocativamente intitolata “l’Inferno a

campaldino”

a cura di Marilena Spataro

Sono innumerevoli i tesori d’importanza

artistica, architettonica,

urbanistica e storica di quel

meraviglioso scrigno che è Poppi,

ridente cittadina in provincia

di Arezzo, adagiata sulla sommità di un

colle nelle terre del Casentino, ancora

cinta delle antiche mura, e da dove si gode

di un panorama assolutamente mozzafiato.

Dare conto di tutte le preziosità

di questo territorio, peraltro insignito della

targa di uno de “I Borghi più Belli

d’Italia”, non è impresa facile. Ci proviamo,

iniziando il nostro itinerario con

una visita al monumentale Castello dei

Conti Guidi, simbolo di queste Terre.

IL CASTELLO

Il Castello sovrasta un bellissimo panorama

ed è stato testimone, l’11 giugno del

1289, della battaglia che si combattè a

Campaldino, nella piana sotto l’abitato;

si trattò di uno dei più grandi scontri campali

d’armi del Medioevo, al quale partecipò,

come Guelfo bianco, anche Dante

Alighieri, il quale successivamente ne ha

immortalato la memoria nel V Canto del

Purgatorio: Firenze contro Arezzo, ovvero

Guelfi contro Ghibellini; i fiorentini

mettono sotto assedio il castello di Poppi;

la Repubblica vince, i conti Guidi sono

esiliati dal Casentino e Poppi passa sotto

il diretto controllo di Firenze, seguendone

le sorti.

Un busto di Dante Alighieri, posto nella

piazza antistante il Castello, ricorda il legame

del Sommo Poeta con questo storico

edificio dove, nel 1310, fu ospitato

per un anno dal Conte Guido di Simone

da Battifolle, durante il suo esilio da Firenze,

la città che gli aveva dato i natali.

L’attuale struttura fu edificata tra la fine

del XII e il XIV secolo dalla famiglia

Guidi, importantissima nella storia di

Poppi: il primo dei conti Guidi di Poppi,

è nominato dall’imperatore Arrigo VI

“conte di tutta la Toscana”; per questo

Poppi diventa il capoluogo politico e amministrativo

del Casentino, conservando

tale ruolo anche sotto il dominio della

Repubblica fiorentina, a partire dal 1440.

Incerta la paternità dell’edificio: la parte

più antica è attribuita non univocamente

a Lapo di Cambio, mentre la più recente,

databile alla fine del XIII secolo, sarebbe

di Arnolfo di Cambio. All’interno dell’edificio

sono presenti, oltre alla cappella,

il museo sulla battaglia di Campaldino,

rappresentanta da un grande plastico

collocato nella sala del Piano Nobile

del Castello, una biblioteca e il Centro di

documentazione Giovanni Gualberto Miniati.

Visitando la cappella, sulla volta

della navata unica si può ammirare uno

dei più importanti cicli di affreschi della

provincia di Arezzo. Quasi interamente

affrescati sono anche i suoi muri: da se-


gnalare i tre cicli sulle Storie di San Giovanni

Battista, San Giovanni Evangelista

e della vita di Maria, oltre alle figure di

santi collocate al di sotto di questi. In una

nicchia posizionata al di sotto di una finestra

è presente un polittico trompe-l’œil

affrescato, mentre su ognuno dei quattro

angoli della volta sono dipinti gli Evangelisti

in trono, la cui paternità è stata attribuita

a Taddeo Gaddi, allievo di Giotto.

ARCHITETTURE, PALAZZI,

EDIFICI SACRI

Oltre che un centro cittadino dalle architetture

armoniose, dotato di ampie piazze

e di gradevoli porticati, nonchè ricco di

edifici e palazzi storici, tra cui il Palazzo

Giorgi, un tempo sede pretorile, oggi Museo

Civico e spazio espositivo di mostre

d’arte contemporanea, sono presenti, sia

a Poppi che nelle località periferiche e

nelle frazioni, diverse chiese ed edifici

sacri, alcuni di antica datazione, e che

vale la pena di visitare. Delle chiese di

Poppi città suscitano particolare interesse:

La Propositura dei Santi Marco

e Lorenzo, edificio sacro eretto nel 1284,

ricostruito e poi riconsacrato nel XVIII

secolo. L’interno ha un impianto a navata

unica, le cappelle laterali mostrano tabernacoli

di gusto tardobarocco con significative

pale, tra cui la Pentecoste (1575

circa) e la Deposizione di Francesco Morandini,

detto il Poppi, e la Resurrezione

di Lazzaro d Jacopo Ligozzi (1619).

Altra interessante chiesa cittadina è quella

di San Fedele, le cui prime notizie risalgono

al X secolo, quando fu fondata.

Sappiamo che nel 1007 era già un monastero

benedettino. Col passare del tempo

l'originaria struttura divenne angusta per

cui, tra il 1185 e il 1195, si trasferì all'interno

del castello di Poppi e la consacrazione

della nuova chiesa di San Fedele

venne fatta dal vescovo di Fiesole.

Ingrandita nei secoli seguenti e internamente

trasformata in stile barocco, nel

1810 l’abbazia venne soppressa e ridotta

a semplice parrocchia. Tra il 1928 e il

1934 sotto la guida dell’architetto Giuseppe

Castellucci fu restaurata e fu ripristinata

nello stile romanico. Tra le opere

di maggiore fascino presenti nell'attuale

chiesa si ricordano: una Madonna col

Bambino in trono attribuita al Maestro

della Maddalena (1280-1290 circa), un

San Benedetto tra i santi Bernardo e Michele,

opera di Carlo Portelli, mentre alla

parete di fondo dell'abside si trovano un

San Giovanni evangelista e una Santa Caterina

del Passignano.

Edificio d’interesse, sotto il profilo dell'architettura

e dell’arte, a Poppi città, è

la chiesa della Madonna contro il Morbo

costruita, tra il 1657 e il 1659, su progetto

del medico poppese Francesco Folli,

aperta al culto nel 1657 e terminata nel


76

1705. La struttura è a pianta esagonale

con tetto coperto da una piccola cupola e

circondata su tre lati da un loggiato.

Nell’interno, sui tre lati opposti, si aprono

tre archi, di cui il centrale accoglie

l’altare maggiore con una tavola con Madonna

con il Bambino e San Giovannino,

attribuita alla scuola di Filippino Lippi.

Recentemente è stata ritrovata, restaurata

e ricollocata nell’altare principale della

chiesa, dove si trovava in origine, una tela

di Lorenzo Lippi, datata 1664, e raffigurante

i Santi Giuseppe, Antonio da Padova

con il Bambino e il Beato Torello

da Poppi con a fianco un lupo.

Tra gli edifici sacri - chiese, conventi e

monasteri - di particolare fascino, di cui

alcuni molto antichi, del territorio legato

a Poppi va segnalato, innanzitutto, il complesso

monumentale dell’eremo di Camaldoli

(sec. XI). Esso è costituito da un

eremo e da un monastero ed è posto alle

falde della catena appenninica che divide

la Romagna dalla vallata del Casentino

in Toscana. Altra località consigliata, in

specie per il suo patrimonio naturalistico,

è Badia Prataglia, collocata com’è nel

cuore verde del suggestivo Parco Nazionale

delle Foreste Casentinesi. A queste

località se ne aggiungono per attrazione

e interesse naturalistico paesaggistico, a

volte urbanistico e, spesso dotate di edifici

e opere importanti sotto il profilo dell’arte

e dell’architettura, molti altri luoghi

del territorio di Poppi, che per essere

“gustate” appieno andrebbero, però, visitate

di persona. Qui ci limiteremo a citarne

quanto meno i nomi: Avena, Becarino,

Fronzola, Larniano, Lierna, Memmenano,

Ponte a Poppi, Porrena, Quorle,

Quota di Poppi, Riosecco, Sala, San Martino

a Monte, San Martino in Tremoleto.

Ad arricchire l’ampio patrimonio artistico

e culturale di questo suggestivo Borgo

storico dell’Aretino, una serie d’iniziative

che ne caratterizzano da sempre la

vita cittadina, in modo particolare durante

la stagione estiva, quando Poppi è

meta di una cospicua presenza turistica

internazionale.

In questo 2021 l’offerta culturale è incentrata

sulle celebrazioni dantesche, nel

700esimo anniversario della morte del

Sommo poeta fiorentino.

In suo onore, dall’11 al 13 giugno, si è tenuta

una originale quanto articolata iniziativa

intitolata “L’inferno a Campaldino”,

dedicata allo storico scontro d’armi

di Campaldino, che, com’è noto, vide

partecipare, tra i cavalieri, anche Dante

Alighieri.

Tale manifestazione da quest’anno in poi,

rappresenta un appuntamento fisso nel

mese di Giugno a Poppi.

Ricco di eventi il calendario delle attività

dell’11, 12 e 13 giugno 2021, che ha visto

mettere in campo, oltre alla suggestiva

rievocazione storica, l’inaugurazione

del museo “L’inferno a Campaldino”

(vedi pag....) presso il piano nobile

del castello, oltre ad esposizione di documenti,

libri, testi storici di grandissimo

interesse, convegni, spettacoli teatrali, ludici

e di vario genere. A tali iniziative se

ne aggiungono molte altre a tema dantesco,

che proseguiranno per tutto il 2021;

in programma prestigiose mostre d’arte

contemporanea, performance poetiche,

conferenze e dibattiti.


Francesco Ponzetti

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78

“l’InFerno a caMPalDIno”

Poppi:

11, 12, 13 giugno 2021

un progetto che sarà confermato e rinnovato ogni

anno in ricordo della giornata di San Barnaba

Castello/P.zza D’Armi/Borgo

di Poppi

Il progetto “L’inferno a Campaldino”

è un programma di

attività ed eventi culturali in

collaborazione con istituzioni, università

ed associazioni del territorio di Poppi e

della Toscana. Si tratta di un percorso

composto di esperienze culturali e di spettacolo

che parte nel giugno 2021, con iniziative

ispirate alla presenza di Dante ed

alle opere dantesche direttamente collegate

al territorio teatro della battaglia di

Campaldino (giugno 1289). La battaglia

può essere considerata l’evento principale

e storicamente più rilevante nelle vicende

del Casentino e della Toscana medievale

ed il culmine dello scontro tra

Guelfi e Ghibellini. Le fazioni incarnano

la rivalità tra le città di Arezzo e Firenze

che andavano organizzando il proprio dominio

anche attraverso la costruzione di

alleanze “forti” per sopraffare la rivale:

Firenze in campo guelfo, Arezzo in campo

ghibellino. Dante Alighieri, che a Campaldino

ha combattuto tra le fila fiorentine

dando il proprio contributo come feditore

(cavaliere di prima linea), riporta

parte della sua esperienza nella Divina

Commedia legando indissolubilmente la

battaglia alla letteratura oltre che alla storia.

Il comune di Poppi celebra quindi il

700esimo anniversario della morte del

sommo poeta con eventi, attività e mostre

di valenza internazionale e con una rievocazione

storica unica nel panorama rievocativo

medievale.

Il progetto si sviluppa su tre linee di

azione:

-Attività storico-museali e scientifica

-Attività rievocativa

-Attività artistico-culturale

Attività storico-museali e scientifica

Castello di Poppi Giugno 2021

Inaugurazione del Museo “L’inferno a

Campaldino” dedicato alla celebre battaglia,

allestito all’interno del castello di

Poppi, dedicato alle vicende storiche che

videro i guelfi e ghibellini scontrarsi nelle

lotte politiche a cavallo tra XIII e XIV secolo,

culminate a Campaldino (1289). Di

proprietà del Comune, l'interessante edificio

costruito dai conti Guidi nel XIII secolo,

è visitabile ma pressoché privo di

arredi. L’allestimento (permanente) del

museo quindi rende particolarmente accattivante

e fruibile tutto il piano nobile

del castello con esposizioni multimediali,

pannellistica e riproduzioni con l’obiettivo

didattico ed espositivo di raccontare la

Toscana in guerra nel XIII secolo, le principali

vicende, gli scontri tra le fazioni

dei guelfi e ghibellini, illustrando la guerra

nel Medioevo e le tecniche di cui si

componeva ovvero in particolare assedi

e battaglie campali con la presenza di

macchine di assedio, fino a culminare

nell’evento direttamente legato a Poppi

ovvero la battaglia di Campaldino che

vide la partecipazione di Dante. Nell’allestimento

è inserito anche il diorama

della battaglia realizzato con oltre 6400

personaggi in piombo raffiguranti gli armati

nelle posizioni degli opposti schieramenti

che si sono affrontati sulla piana

di Campaldino, realizzato da Scramasax

nel 1989 in occasione del 500ario della

battaglia con la collaborazione della Pro-


vincia di Arezzo.

-Implementazione dell’offerta museale con

una esposizione temporanea di particolare

prestigio all’interno della Biblioteca

Rilliana, di un campione di documenti

originali di ambito “Dantesco” dell’Archivio

di Stato di Siena che contengono

preziose testimonianze originali legate ai

personaggi citati da Dante nella Divina

Commedia.

-Conferenze scientifiche affidate a studiosi

di chiara fama afferenti al Festival

del Medioevo, quali storici, scrittori, giornalisti.

Un evento della durata complessiva

di tre giorni (11, 12, 13 giugno 2021)

dedicato a lezioni di storia aperte al pubblico

su Dante, la Battaglia di Campaldino,

la contesa fra Guelfi e Ghibellini, i

Conti Guidi, la via quotidiana all’epoca

del sommo poeta e la storia del Casentino

medievale.

-Realizzazione di un catalogo contenente

i saggi derivanti dagli interventi previsti

nella convegnistica della manifestazione

a scopo divulgativo e promozionale partendo

da ciò che fu raccontato nel 1989.

Attività rievocativa P.zza D’Armi

Poppi/Piana di Campaldino

In concomitanza con la data della battaglia,

11 giugno 2021, il Medioevo prende

vita: quando alcune compagnie di rievocatori

“Gli eserciti del XIII secolo”, ricreano

nell’area del castello dei Conti

Guidi un accampamento di fanteria del

XIII secolo con tende, velari, armerie e

cucine da campo. In tale contesto il pubblico

può sia visitare liberamente l’accampamento,

che partecipare alle sessioni

didattiche sull’uso delle armi e sui metodi

di combattimento utilizzati dalle fanterie

nella battaglia di Campaldino. I rievocatori

danno dimostrazioni di combattimento,

sia in duello che per schieramento,

trasportando il pubblico a diretto

contatto dell’atmosfera “infernale” che

Dante ha realmente vissuto nel giugno

del 1289. Viene inoltre attrezzata un’area

per il tiro con l’arco e con la balestra,

dove il pubblico in piena sicurezza può

sperimentare di persona le due modalità

di tiro, normali per l’epoca della battaglia.

Le compagnie, inoltre, danno dimostrazione

di come ci si alimentava nel

Medioevo al seguito degli eserciti, cucinando

i propri cibi direttamente sul posto

sia per gli strumenti utilizzati sia per la tipologia

di cibarie. Una particolare sezione

della rievocazione è dedicata alla vita

civile con arti e mestieri del tempo, secondo

un percorso che ricostruisce alcune

attività del XIII secolo (tintura e lavorazione

della lana, produzione di cosmetici,

profumi e saponi, laboratorio di scrittura

e miniatura, lavorazione del ferro per armi

ed utensili). Il visitatore ha la possibilità

di partecipare a momenti di spettacolo

e narrazione con giullaria, musici e

duelli di spada, epici e comici, per un’esperienza

di living history particolarmente

attraente per un pubblico curioso ed interessato,

ma garantendo momenti di spettacolo

adatto a famiglie e appassionati,

permettendo a tutti di fare un viaggio nel

Medioevo. La rievocazione storica dell’Inferno

di Campaldino presenta al pubblico

avvenimenti, personaggi, mestieri,

del passato riproposti in modo fondato

scientificamente e credibile, oltre che in


80

maniera attrattiva, con l’intenzione di rendere

nota soprattutto la fase dell’attesa

della battaglia vissuta dalla popolazione,

molto spesso poco raccontata. In tale ottica

la rievocazione storica, è la ricostruzione

di un preciso evento storico, non

solo militare, ma che non prescinde dallo

svolgimento in campo aperto di uno

spaccato della Battaglia di Campaldino

con la partecipazione di numerose compagnie

di rievocatori in abiti storici del

XIII secolo, provenienti da tutta Italia, divisi

per schieramenti e riconoscibili grazie

alle insegne e ai colori delle varie forze

in campo. I rievocatori si affrontano in

campo aperto ricostruendo lo scontro

combattuto tra le opposte fanterie, con

l’obiettivo, nelle edizioni successive, di

rievocare anche la parte principale della

battaglia, sostenuta dalla cavalleria. In

questo senso, sin dalla prima edizione,

particolare cura è dedicata alla ricostruzione

del feditore fiorentino, ruolo in cui

ha combattuto Dante. La rievocazione

storica è quindi il tramite per divulgare la

conoscenza di un periodo lontano come

il XIII secolo, giunta sino a noi anche

grazie alla grande opera di Dante Alighieri,

ma che in questo caso mostra un Dante

meno conosciuto al grande pubblico, l’uomo

d’arme che attraversa veramente un

inferno, quello della Battaglia di Campaldino

nei luoghi in cui si è scritta quella

storia.

A completamento di questa seconda linea

di azione è attiva una rete di relazioni istituzionali

e culturali con i Comuni che

condividono la presenza di Dante e di

quelli coinvolti nella battaglia, nello specifico

Firenze e Arezzo.

Attività artistico-culturali Castello e

Borgo di Poppi

Il programma di eventi e spettacoli mette

in scena negli spazi del Castello e nel

Borgo, letture teatralizzate e musicate,

oltre che spettacoli dedicati ai personaggi

ed accadimenti storici che videro Poppi

come protagonista, a cura di “In arce

Dantis” (Il Convivio Dantesco). Si ha,

inoltre, la partecipazione al ciclo di spettacoli

“Dell'arte contagiosa”, all’interno

della Pieve della Badia S. Fedele in Poppi,

in particolare dedicato al canto XXXIII

dell’Inferno il cui protagonista, tra gli

altri, è il conte Ugolino, la cui politica è

stata a volte a favore dei ghibellini, a

volte a favore dei guelfi.

Partners:

Associazione culturale Scannagallo:

promuove e realizza iniziative di carattere

rievocativo-culturale, si caratterizza

come gruppo storico che organizza e partecipa

ad eventi storici ed in particolare

attua e gestisce iniziative utili al recupero

delle antiche tradizioni storiche, contadine,

religiose. Collaborerà con l’Amministrazione

comunale per l’attività rievocativa.

Associazione culturale Festival del Medioevo:

organizzatrice del celebre Festival

del Medioevo di Gubbio. Collabora

con l’Amministrazione comunale per la

realizzazione dei convegni scientifici.

Archivio di Stato di Siena:

collabora con l’Amministrazione comunale

nella realizzazione della mostra

“L’inferno a Campaldino” è patrocinato

dal Comitato Nazionale Dante

2021 promosso dal MIBACT


Il silenzio dell’arte

Bruna Bonelli, Ornella De Rosa, Giuseppa

Matraxia e Mirella Scotton. Quattro

artiste molto talentuose per

un’esposizione tutta al femminile.

La mostra, curata da Alessandra Antonelli, ha preso

il via alle 16.30 di sabato 8 maggio 2021 a ridosso

delle acque del Porto Turistico di Roma, presso la

Galleria Ess&rrE, in un’atmosfera di luce ed aria,

cioè quello che maggiormente è mancato in quel particolare

periodo.

La mostra è stata disponibile dall’8 al 21 maggio

2021.


82

Art&Events

Miriam Tirinzoni conquista le passerelle romane

10 anni di unesco de “I longobardi in Italia”

Bagnati con i grandi vini del Sannio dalla

fiorentina Elisabetta Rogai – EnoArte

Grande successo per Miriam Tirinzoni all’evento “Fashion,

food and design” svoltosi mercoledì scorso presso l’Istituto

di Moda Burgo di Roma. La Creative Director ha fatto sfilare

per la prima volta in passerella le sue creazioni, presentando la

collezione “Dive”. Abiti esclusivi ispirati alle grandi donne del passato

e del presente famose per personalità e glamour. Quelle scese in passerella

e presto disponibili anche a livello internazionale sono le creazioni

di Miriam Tirinzoni, una donna, un’imprenditrice di successo

con un occhio e un piede sempre più rivolto al mondo della moda.

Èstata l’Artista Elisabetta Rogai, portando dalla Toscana la

sua EnoArte, a

dipingere con i magnifici vini del Sannio i 10 anni di Unesco

del sito “I Longobardi in Italia”. Su invito dell’assessore

alla cultura di Benevento Dssa Rossella Del Prete l’Artista ha eseguito

con l’Aglianico del Consorzio La Guardense una performance live davanti

a ospiti e autorità.

Roberto chevalier – Art of Art

Edoardo Siravo – Art of Art

Sono tanti i progetti che attendono Roberto Chevalier da qui

ai prossimi mesi. L’attore e doppiatore è infatti a capo della

direzione del doppiaggio di Grand Hotel, la nuova serie iberica,

trasmessa dal 2011 al 2013 su Antena3, con protagonisti Yon

Gonzalez, Amaia Salamanca e Megan Montaner che andrà in onda,

su Canale 5, nel corso dell’estate. Tuttavia, Chevalier sarà nuovamente

la voce di Tom Cruise, che ha doppiato in oltre 35 lavori, sia nel seguito

di Top Gun, in uscita tra luglio e settembre 2020, sia nel settimo

capitolo di Mission: Impossible. Tra le altre cose, Roberto sarà impegnato

come doppiatore di Andy Garcia nella serie Rebel, la cui uscita

è prevista sulla piattaforma Disney+. Tutte e tre progetti nei quali Chevalier

crede tanto e che ritiene possano diventare dei grandi successi.

C

è ancora Ferzan Özpetek nel futuro dell’attore, regista

e doppiatore romano Edoardo Siravo. Proprio in queste

settimane, l’ex volto di Vivere, dove ha interpretato

per tanti anni il commissario Vincenzo Leoni, è sul set

de Le Fate Ignoranti, serie destinata a Disney+ diretta dal regista

turco e ispirata all’omonimo film uscito nel 2001. Un sodalizio artistico,

quello tra Siravo e Özpetek, che è cominciato lo scorso

anno, quan- do Edoardo è stato scelto proprio da Ferzan come

volto della pubblicità Unicredit che ha diretto. Una carriera sempre

più costellata di successi, dato che Siravo, a luglio 2020, è stato

insignito a Pescara del Premio Ennio Flaiano alla Carriera. Merito

della sua bravura e dedizione, che gli permette di farsi carico anche

delle esi- genze dei suoi colleghi. Nel 2018 è stato infatti nominato

Presidente della Fondazione Nicolò Piccolomini per l’Accademia

d’Arte Drammatica, che ha come scopo il ricovero di artisti drammatici

indigenti e l’elargizione in denaro a favore degli stessi.


Sher B. – Art of Art

Guia Jelo – Art of Art

Non c’è soltanto la musica nel futuro di Sher B., che

proprio negli scorsi mesi ha lanciato il suo ultimo

album di inediti, che si intitola ‘M Ashanty ed è

composto da 12 tracce, con cui Mario Spataro, attraverso

le sonorità tipiche della dancehall, ha voluto mandare

dei profondi messaggi. Il cantante ha deciso infatti di mettere

sul mercato la sua personale linea di profumi. Ogni fragranza

raccoglierà al suo interno tutta l’esperienza che l’uomo ha accumulato

nei decenni che ha trascorso a creare tendenze dal

punto di vista musicale. Le varie culture internazionali, che ha

potuto conoscere grazie al suo lavoro, gli permetteranno così

di offrire sensazioni inedite e imperdibili a tutti quelli che decideranno

di acquistare i suoi profumi. Un’iniziativa sorprendente

con cui Sher B. mira ad imporsi sempre più come guida

di riferimento per chi lo segue.

L

a poliedrica attrice siciliana Guia Jelo sarà una delle grandi

protagoniste del cinema nei prossimi mesi. Oltre ad interpretare

la madre di Fabio De Luigi nel film La Befana

Vien di Notte 2 - Le Origini, la donna avrà infatti un piccolo

ruolo nell’opera, diretta da Michele Placido, ispirata alla vita di

Caravaggio. Inoltre, proprio in questi giorni, la Jelo sta girando la pellicola

Lupo Bianco, inserita nel ciclo legalità e temi sociali e umanitari

per il MIUR e scritta dall’autrice Stephanie Beatrice Genova con la

regia di Tony Gangitano. Un lavoro a cui Guia tiene molto poiché è

prodotto da Cinemaset di Antonio Chiaramonte, produzione dove è

impegnata come Coach Director. Neanche a dirlo, tutti questi impegni

rafforzeranno la presenza artistica di Guia nel mondo dell’arte, dato

che è persino direttore artistico del teatro Nino Martoglio di Belpasso

Catania per Videobank (padron del film Festival di Taormina).

Gianluca Ramazzotti – Art of Art

Da Vittorio a Trastevere eccellenza del food 2021

Tre spettacoli teatrali simboleggiano la ripartenza dell’attore

e produttore Gianluca Ramazzotti dopo i due anni di fermo

innescati dalla pandemia. Con Ginevra Media Production,

l’uomo sta infatti riportando in scena, in tre location aperte

di Roma, C – Ω – N – T – @ – T – T- O, un format ideato in Francia,

che sta facendo il giro delle Europa ed è arrivato anche negli Stati

Uniti, che permette agli spettatori di seguire l’opera, in piazze e luoghi

esterne, attraverso l’utilizzo di un’App per il cellulare che permette

loro di cogliere tutta la narrazione. Un lavoro che vede anche l’intervento

del doppiatore Luca Biagini. Inoltre, nei prossimi mesi, Ramazzotti

sarà nuovamente tra i protagonisti di Se devi dire una bugia

dilla grossa, il riadattamento dell’opera di Pietro Garinei, dove recita

al fianco di Paola Barale, Antonio Catania, Nini Salerno. Infine, a

gennaio, spazio all’anteprima di Buoni da Morire, scritta da Gianni

Clementi e con l’esordio alle regia come regista il collega Emilio Solfrizzi.

Tra gli interpreti Debora Caprioglio e Pino Quartullo.

In questo numero di Art&trA l’eccellenza del

comparto enogastronomico, un ristorante di qualità

che porta il cliente verso i sentieri del gusto

con sapori e odori della cucina romana rivisitata.

Da tanti anni, “Da Vittorio” è simbolo di Trastevere e

di Roma in generale: perché i suoi gestori non perdono

mai quel buonumore e quello spirito di inventiva che

servono per lasciare un buon ricordo non solo al palato

ma anche alla mente.

Un piccolo polo gourmet sempre alla ricerca della qualità,

da qualche settimana richiama l’attenzione per gli

amanti dei vini, con appuntamenti periodici che ospitano

cantine ricche di storia e tradizione. Art&trA riconosce,

per questo numero, “Da Vittorio” come

ristorante dell’estate 2021.


84

MOSTRE D’A R T E In I T

a cura di Silvana Gatti

BOlOGnA

PAlAZZO AlBERGATI

fInO Al: 26 SETTEMBRE 2021

AnDREA PAZIEnZA

Andrea Pazienza, il fumettista che con le

sue vignette ha rinnovato il mondo del

fumetto, a Bologna ha vissuto il periodo

più stimolante della sua carriera. Fino all’estremo.

Così si intitolava la prima stesura

di quello che sarebbe poi diventato

Gli ultimi giorni di Pompeo, il vertice artistico

e narrativo di Andrea Pazienza.

Classe 1956, fumettista, disegnatore, illustratore

e pittore. Nel 1974 si iscrisse

DAMS e iniziò nel ’77 la sua carriera

sulle pagine di “Alter Alter”, vivendo fino

all’84 il suo periodo più creativo. In

mostra oltre 100 opere provenienti dagli

archivi dei familiari, tra tavole originali

dei fumetti e opere pittoriche fatte con

diversi materiali: dai pennarelli alle tempere,

dalla matite ai colori acrilici e non

solo. Arricchisce la mostra una selezione

di storiche immagini del fotografo e artista

Enrico Scuro. Partendo dalla sua produzione

artistica che poggia sui tre pilastri

Pentothal, Zanardi e Pompeo, la mostra

è un viaggio nella vita dell’artista e

nelle vie di Bologna durante i movimenti

studenteschi del ’77. Un racconto di rivolte,

amori, guerre politiche e turbamenti

di una generazione che sognava la

libertà e la rivoluzione. Ci raccontano

tutto ciò i fumetti con i quali Andrea Pazienza,

nel giro di un solo decennio (muore

infatti a soli 32 anni nella sua casa di

Montepulciano il 16 giugno 1988), lascia

la sua firma nella narrativa illustrata non

solo coi bianchi e neri dell’epopea di

Fiabeschi, ma anche coi colori del Giallo

Matematico e delle Notti di Carnevale di

Zanna, Colas e Petrilli, i pennarelli sui

fogli a quadretti coi quali Pompeo correva

incontro al suo destino, ma anche

tutte le illustrazioni che - da Betta sullo

squalo al Corteo di Bologna - hanno fatto

di Andrea Pazienza uno dei più grandi

maestri del colore di tutti i tempi.

cOllEGnO (TO)

SAlA DEllE ARTI

DAl: 10 SETTEMBRE 2021

fInO Al: 9 nOVEMBRE 2021

lOREnZO AlESSAnDRI

TRA IncOnScIO E SuRREAlE

A una manciata di chilometri da Torino,

questa mostra, organizzata dall’associazione

culturale Le Tre Dimensioni, a cura di

Monica Col, è ad ingresso gratuito. La mostra

è realizzata col sostegno e il patrocinio

del Comune di Collegno e il contributo di

Baricalla S.p.A., il patrocinio di R. Piemonte

Città metropolitana di Torino e città

di Giaveno. A 21 anni dalla morte di Alessandri,

questa mostra coinvolge dieci collezioni

private per un totale di 49 opere.

L’obiettivo è quello di far conoscere questo

artista, definito il primo dei surrealisti

italiani, ad un vasto pubblico, per svelare

l’uomo che si cela dietro all’artista, in un

percorso tra le opere di diversi periodi.

Quello degli studi, della soffitta macabra,

delle bambole e dei mostri, e della scoperta

della religione. Alessandri, artista enigmatico,

noto per la sua peculiarità pittorica,

universo onirico in grado di suscitare

interrogativi profondi tra il mistico e l’occulto.

Dava denaro in beneficenza per ogni

quadro venduto. Si commuoveva leggendo

i fatti di cronaca nera nel mondo. Parlava

di anima, di spirito, del senso della vita,

della ricerca interiore. Vantava conoscenze

come Padre Pio, Madre Teresa di Calcutta

e il famoso medium torinese Gustavo Rol.

Nel 1944, a diciotto anni, fonda la “Soffitta

Macabra”. Una solaio torinese devastato

dai bombardamenti, punto di riferimento

d’intellettuali, artisti, giornalisti, filosofi

e studenti attratti dall’irreale e dal

misterioso. Nel 1954 crea il periodico “La

Candela”. Negli anni sessanta progetta e

costruisce a Giaveno la sua casa studio,

presso il Trucco Surfanta, nome scelto per

fondare il movimento formato dai pittori

fantastici e visionari Abacuc (alias Silvano

Gilardi), Lamberto Camerini, Enrico Colombotto

Rosso, Giovanni Maciotta, Mario

Molinari e Raffaele Ponte Corvo (che

si staccherà dagli altri componenti per un

mutamento di stile). Morì il 15 maggio del

2000 a Giaveno. La sua arte è un’analisi

dell’inconscio umano, capace di descrivere

e preannunciare il tragico. Un universo

magico e irrazionale in grado di sottendere

gli aspetti reconditi della realtà. Nelle

sue creazioni permane qualche accenno

dell’universo popolato dalle creature di

Hieronymus Bosch.

ERIcE

ISTITuTO WIGnER-SAn fRAncEScO E

POlO MuSEAlE “AnTOnInO cORDIcI”

fInO Al: 3 nOVEMBRE 2021

TRA METAfISIcA E IPERREAlISMO:

A ERIcE DE cHIRIcO IncOnTRA VEnTROnE

A Erice, in un duplice spazio, il maestro

della metafisica incontra quello che Federico

Zeri definì il “Caravaggio del XX secolo”.

Filo rosso tra Giorgio de Chirico e

Luciano Ventrone è il trionfo di uva, mele,

cocomeri, melograni che, negli spazi dell’

Istituto Wigner-San Francesco e del Polo

Museale “Antonino Cordici”, inaugurano

un viaggio tra metafisica e iperrealismo.

Nata da un’idea di Giordano Bruno Guerri,

Lorenzo Zichichi e Vittorio Sgarbi, che ne

è il curatore assieme a Victoria Noel-Johnson,

la mostra è organizzata dalla Fondazione

Erice Arte del Comune di Erice, dalla

Fondazione Ettore Majorana e dalla Fondazione

Giorgio e Isa de Chirico. Negli

spazi dell’Istituto che racconta la storia di

Erice dall’VIII secolo, sede dell’Annunciazione

in marmo del 1525 dello scultore Antonello

Gagini, due opere di de Chirico,

Interno metafisico con pere e Natura morta,

frutta nel paesaggio con tenda rossa affiancano

le iperrealistiche Solleone, In scena,

Orto romano. Lavorando direttamente

dalla fotografia, e sulla ricerca dell’invisibile,

Ventrone, scomparso lo scorso aprile,

coglie dettagli impercettibili ad occhio nudo,

catturando particolari quasi invisibili,

per creare mondi carichi di vissuti. “Mediante

la meticolosa applicazione di una

tecnica e di uno stile iperrealistici - sottolinea

la co-curatrice, Victoria Noel Johnson

- Ventrone entra in profonda risonan- za

con la produzione metafisica di de Chirico,

in primis attraverso il rispettivo uso della

luce. Insieme rappresentano la grande illusione

di una ‘iper-realtà’ che alimenta il nostro

bisogno primordiale di un mon- do

soprannaturale”.


A l I A E fuORI cOnfInE

GAllARATE

MA*GA

fInO Al: 9 GEnnAIO 2022

IMPRESIOnISTI

AllE ORIGInI DEllA MODERnITà

Al MA*GA oltre 180 opere dei maggiori

esponenti dell’Impressionismo, da Courbet

a Pissarro, da Degas a Manet, da

Monet a Renoir, da Cézanne a Sisley, a

molti altri. La rassegna ha ottenuto il riconoscimento

della Medaglia del Presidente

della Repubblica. Le opere conducono il

pubblico alla scoperta dei cambiamenti

della cultura visiva europea nella seconda

metà del XIX secolo, che spazia dal Realismo,

all’Impressionismo e al Post-Impressionismo,

e raccontano, come scrive in

catalogo Emma Zanella, “la definitiva u-

scita dell’arte dal regno del mito e la sua

compromissione con la vita moderna, terreno

in cui cercare la nuova bellezza”. La

prima sezione, intitolata Correspondances

come la famosa poesia, tratta da Les Fleurs

du mal di Charles Baudelaire del 1857, si

concentra sul rapporto tra uomo e natura e

propone i capolavori di Gustave Courbet,

Claude Monet e Alfred Sisley. L’anima naturalista

di Émile Zola che si ritrova nel

suo Le Ventre de Paris, stimola uno sguardo

diretto sulla durezza della vita sia urbana

che rurale, lo stesso che si ritrova ne

La barricade(1871) di Éduard Manet o ne

La faneuse (1890) di Camille Pissarro. La

sezione La Comedie Humaine, dalla raccolta

di scritti di Honoré de Balzac, analizza

la pratica di ritrarre i propri amici. In

mostra una serie di ritratti tra cui quello di

Bracquemond realizzato da Édouard Manet

e quelli di Wagner eseguiti da Pierre-

Auguste Renoir e da Pierre Bonnard. À

Rebours, il romanzo di Joris-Karl Huysmans,

ispira le ricerche di artisti quali

Paul Cézanne o Paul Gauguin che lasciano

la lezione impressionista per seguire percorsi

autonomi. La mostra prosegue con

Auguste Renoir, Berthe Morisot, Giuseppe

De Nittis, Giovanni Boldini e Federico

Zandomeneghi, capaci di rappresentare le

trasformazioni sociali di quella che Baudelaire

definiva La Vie Moderne (1863).

Esposti anche abiti da cerimonia originali

di fine Ottocento, provenienti da una collezione

privata, già di proprietà della regina

di Portogallo e di nobildonne francesi,

e vetri Art Nouveau che testimoniano la moda

Parigi fin-de-siècle.

GEnOVA

PAlAZZO DucAlE

DAl: 9 SETTEMBRE 2021

fInO Al: 2O fEBBRAIO 2022

EScHER

Palazzo Ducale di Genova ospita una

esauriente mostra antologica dedicata al

grande genio olandese Maurits Cornelis

Escher, uno degli artisti più amati a livello

mondiale e i cui mondi impossibili

sono entrati nell’immaginario collettivo

rendendolo una vera icona del mondo dell’arte

moderna. La mostra, suddivisa in

otto sezioni, analizza la sua produzione

artistica con l’esposizione di oltre duecento

opere. I visitatori potranno scoprire

opere tra le più rappresentative come

Mano con sfera riflettente (1935), Vincolo

d’unione (1956), Metamorfosi II

(1939), Giorno e notte (1938) e la serie

degli Emblemata. A Genova il pubblico

potrà esperire l’immaginifico universo

escheriano tramite inedite sale immersive

e strutture impossibili che saranno messe

a confronto con opere di grandi artisti visionari

del calibro di Giovanni Battista

Piranesi (1720 - 1778) e di Victor Vasarely

(1906 - 1997). Un’arte, quella di

Escher, che si muove tra arte, matematica,

scienza, fisica, natura e design, svelando

la genialità di un artista inquieto,

riservato ma indubbiamente originale,

che si misura attivamente con i tantissimi

paradossi prospettici, geometrici e compositivi

che stanno alla base delle sue o-

pere e che ancora oggi continuano a ispirare

generazioni di nuovi artisti in ogni

campo. Promossa e organizzata dal Palazzo

Ducale Fondazione per la Cultura e

Arthemisia, in collaborazione con M. C.

Escher Foundation, la mostra è curata da

Mark Veldhuysen - CEO della M.C.

Escher Company - e Federico Giudiceandrea

- uno dei più importanti esperti di

Escher al mondo.

MERAnO

KunSTHAuS

DAl: 17 luGlIO 2021

fInO Al: 24 OTTOBRE 2021

KunST MERAn MERAnO ARTE

Kunst Meran Merano Arte celebra i 25 anni di

fondazione e i 20 anni di attività della Kunsthaus

nell’attuale sede sotto i portici, con la

mostra ARTE È. Il progetto, ideato da Ursula

Schnitzer, è sviluppato in collaborazione con

Martina Oberprantacher, e vede protagonisti 8

curatori e critici - Valerio Dehò, Luigi Fassi,

Sabine Gamper, Günther Oberhollenzer, Andreas

Kofler, Anne Schloen, Magdalene

Schmidt e Susanne Waiz - che hanno collaborato

con l’istituzione meranese, contribuendo

a plasmare la sua attività espositiva, e che propongono

le opere di 18 artisti - Quayola, Ludovic

Nkoth, Claudia Barcheri, Barbara Gamper,

Maria CM Hilber, Selene Magnolia, Maria

Walcher, Letizia Werth, Christian Bazant-Hegemark,

Hannes Egger, Oliver Laric, Roberta

Lima, Rosmarie Lukasser, Bernd Oppl, Simone

Salvatore Melis, Erika Hock, Zora Kreuzer,

Ludwig Thalheimer - impegnati su tematiche

quali il ruolo delle donne nella società, la

migrazione, la digitalizzazione, la giustizia sociale,

la pianificazione territoriale. ARTE È

rappresenta un coro a più voci rappresentato

dalla frase “Le opere d’arte sono suggerimenti

per esperienze future”, formulata dal teorico

dei media e filosofo della comunicazione ceco,

ma naturalizzato brasiliano, Vilém Flusser

(1920-1991). Di origine ebrea, Vilém Flusser

fuggì alle persecuzioni naziste in Cecoslovacchia,

emigrando in Brasile. Ritornato in Europa,

alla metà degli anni settanta trovò ispirazione

nella realtà di Merano, città situata al

centro di una regione che - dopo due guerre

mondiali e due regimi totalitari - raggiunse un

modello esemplare di autonomia. Per Flusser,

il soggiorno meranese fu fondamentale per lo

sviluppo delle successive teorie degli anni ’70

e ’80. Le contrapposizioni tra paese e città e tra

montagna e pianura hanno assunto un’importanza

crescente in relazione al binomio, centrale

nel suo pensiero tra dialogo e discorso.

Numerosi aspetti della sua impostazione teorica

trovano un corrispettivo nelle questioni

poste dalle mostre tematiche a Merano Arte: ad

esempio, il dibattito sull’arte contemporanea o

la concezione di sé e del proprio operato in

qualità di associazione artistica.


86

MOSTRE D’A R T E In I T

PARMA

PAlAZZO TARAScOnI

fInO Al: 29 AGOSTO 2021

lIGABuE E VITAlOnI.

DARE VOcE AllA nATuRA

Nel nuovo spazio espositivo di Palazzo Tarasconi

una mostra con opere di Ligabue accanto

a quelle di Michele Vitaloni che condivide con

l’artista di Gualtieri l’empatia verso il mondo

naturale e animale. L’esposizione, ideata e realizzata

da Augusto Agosta Tota, Marzio Dall’Acqua

e Vittorio Sgarbi, organizzata dal Centro

Studi e Archivio Antonio Ligabue di Parma,

promossa dalla Fondazione Archivio Antonio

Ligabue di Parma, inserita nel calendario d’iniziative

di Parma Capitale Italiana della Cultura

2020-21, presenta 83 dipinti e 4 sculture di Ligabue,

capaci di analizzare i temi tipici della

sua parabola artistica. Il percorso prevede, inoltre,

una sezione con 15 opere plastiche di Michele

Vitaloni (Milano, 1967). L’allestimento,

progettato da Cesare Inzerillo, porta il visitatore

nell’immaginario creativo di Ligabue, a

partire dagli autoritratti, che svelano uno stato

di angoscia, di desolazione e di smarrimento.

Un nucleo di opere è dedicato al mondo naturale,

sia a quello della bassa padana, ambientato

nel duro lavoro nei campi (Aratura del

1961), o di semplice vita agreste (Cortile del

1930), ma anche a quello selvatico, dove protagonisti

sono tigri, leoni, leopardi, iene, che Ligabue

studiava sui libri e poi dipingeva, identificandosi

con loro a tal punto da assumerne

gli atteggiamenti: Esemplari sono alcune opere

esposte a Par- ma, come Leopardo con bufalo e

iena (1928), Tigre assalita dal serpente (1953),

Re della foresta (1959), Vedova nera (1951).

L’eredità di Ligabue si spinge fino alla contemporaneità.

L’esposizione, infatti, dà conto di alcuni

lavori di Michele Vitaloni, rappresentante

di spicco della Wildlife Arte dell’iperrealismo

scultoreo. Vitaloni è affascinato dalla figura animale

selvaggia, dall’eleganza dei loro corpi che

riflettono la parte selvatica della natura umana.

Tra le volte delle cantine di Palazzo Tarasconi,

15 sculture si confronteranno con i capolavori

di Ligabue raccontando l’urgenza di quell’energia

del mondo animale che appartiene a tutti

gli esseri umani. La rassegna è dedicata alla

memoria di Flavio Bucci, l’attore scomparso lo

scorso 18 febbraio che ha interpretato Antonio

Ligabue, nel film diretto nel 1982 da Salvatore

Nocita.

RAVEnnA

MAR, MuSEO D’ARTE

DEllA cITTà DI RAVEnnA

DAll’ 11 SETTEMBRE 2021

fInO Al: 9 GEnnAIO 2022

DAnTE. GlI OccHI E lA MEnTE

un’EPOPEA POP

Questa mostra viaggia su un doppio binario: la

fortuna popolare di Dante, a cura di Giuseppe

Antonelli. E, in parallelo, un percorso d’arte contemporanea,

a cura di Giorgia Salerno, con artisti

contemporanei. Promuovono la mostra, nell’ambito

delle Celebrazioni per il Settimo Centenario

della morte di Dante, il Comune di Ravenna,

l’Assessorato alla Cultura e il MAR col contributo

della Fondazione del Monte di Bologna e

Ravenna. Il percorso inizia con Dante vivente e

approda all’oggi. La fortuna di Dante inizia nel

Trecento e giunge fino alla cultura «pop», con

Dante diventato un’icona internazionale. C’è il

Dante simbolo dell’identità culturale italiana ed

europea, la cui effigie passa dalle lire agli euro.

C’è l’immagine di Dante usata come marchio

commerciale e in chiave pubblicitaria, e il Dante

protagonista nelle trame di libri, film e giochi. Il

MAR propone inoltre un percorso d’arte contemporanea,

a cura di Giorgia Salerno, con opere di

artisti contemporanei dedicate a Dante. La grande

architettura, un tempio, sarà posto al centro

del chiostro del Museo d’Arte della città, originariamente

sede del monastero dei canonici di S.

Maria in Porto dediti al culto della Madonna

Greca e che proprio Dante cita nel Paradiso. Con

l’architettura di Tresoldi, il pubblico entrerà fisicamente

nell’opera e idealmente nel Nobile Castello

e, in un’azione quasi performativa, percorrerà

il viaggio dantesco. Un viaggio che portò il

poeta da Firenze a Ravenna, in un peregrinaggio

qui rappresentato dalle opere di Richard Long.

Si racconta, così, l’esperienza del viaggio, colmo

di incontri e momenti di riflessione attraverso le

sezioni del sogno e della figura femminile, interpretata

da artiste come Kiki Smith, Rä di Martino,

Elisa Montessori, Tracey Emin. Non mancheranno

anche rimandi alle riletture della Commedia,

come le tavole dell’Inferno di Robert

Rauschenberg e opere della collezione permanente

del Museo, come Stella-acidi di Gilberto

Zorio, che chiuderà il percorso con il tema della

luce. La stella rappresenta un’immagine guida,

la stessa a cui Dante rivolge lo sguardo e lascia il

compito di concludere ogni cantica: “E quindi

uscimmo a riveder le stelle”; “Puro e disposto a

salire alle stelle”; “l’Amore che move il sole e

l’altre stelle”.

ROMA

cASA BAllA

fInO Al: 29 AGOSTO 2021

Casa Balla, un’opera d’arte totale. Le immagini

dell’allestimento. L’appartamento in via Oslavia

al civico 39B dove la famiglia Balla si trasferì

nel giugno 1929 apre finalmente al pubblico dopo

27 anni di “stato sospeso” e di chiusura. Le

figlie dell’artista Elica e Luce, che hanno abitato

la casa fino alla loro morte, si spensero infatti rispettivamente

nel 1993 e nel 1994. Casa Balla è

stata dichiarata di interesse culturale dal Ministero

nel 2004, e ha subito un primo intervento

di restauro condotto dall’Istituto Centrale per il

Restauro; successivamente, la Soprintendenza

Speciale di Roma e gli eredi, con il sostegno della

Banca d’Italia, hanno promosso ulteriori lavori.

Oggi, grazie al Maxxi in collaborazione con

la Soprintendenza Speciale di Roma, e la curatela

di Bartolomeo Pietromarchi e Domitilla Dardi,

è stata restituita al suo antico splendore. Da

questo momento è possibile dunque entrare e immergersi

in questo vero e proprio laboratorio artistico.

Qui ogni arredo e oggetto è stato realizzato

da Giacomo Balla con l’aiuto della sua famiglia

(dalle sedie ai tavoli, dalle bottiglie alle

tovaglie ai tovaglioli alle lampade, dai mobili

agli abiti). Un aspetto interessante di questo ambiente

è il carattere di lavoro collettivo: la famiglia

ha infatti attraversato momenti di difficoltà

e di ristrettezze economiche, e ne è uscita unita,

costruendo un intero mondo letteralmente dal

nulla. Molti oggetti sono infatti ricavati da materiali

di scarto e di recupero, come un cavalletto

composto di canne di bambù. Questo appartamento,

unico nel suo genere, è un’opera d’arte

che annulla i confini tra luogo dell’esistenza e

territorio dell’arte, realizzando nell’intimità dello

spazio domestico quella Ricostruzione Futurista

dell’Universo immaginata da Balla con Depero

nel 1915. La riapertura di Casa Balla è affiancata

dalla mostra omonima ospitata nella Galleria 5

del MAXXI, in cui disegni, bozzetti, mobili, arredi

e arazzi di Balla dialogano con opere inedite

realizzate per l’occasione da Ila Bêka e Louise

Lemoine, Carlo Benvenuto, Alex Cecchetti, Jim

Lambie, Emiliano Maggi, Leonardo Sonnoli,

Space Popular, Cassina con Patricia Urquiola.


A l I A E fuORI cOnfInE

ROVERETO

MART

fInO Al: 29 AGOSTO 2021

GIOVAnnI BOlDInI. Il PIAcERE

È dedicata a Giovanni Boldini la nuova

grande mostra del museo di Rovereto. 170

opere provenienti da collezioni pubbliche e

private, molte delle quali appartenenti al

patrimonio del Museo Boldini di Ferrara,

chiuso al pubblico dopo il terremoto del

2012. I caffè mondani, gli abiti da capogiro,

l’eleganza della borghesia, il vaporoso romanticismo

dei salotti raccontato dal più

celebre ritrattista dell’epoca, tra i più virtuosi

e fecondi pittori del suo tempo. Boldini

coglie l’essenza di un ambiente sfolgorante,

di cui è uno dei più importanti protagonisti.

Da Ferrara a Parigi, passando per

Firenze e Londra, il maestro italiano studia

Raffaello, frequenta i Macchiaioli e il Caffè

Michelangelo di Firenze, conosce Courbet,

Manet, Degas e, stabilitosi definitivamente

a Parigi, si afferma come uno degli artisti

più richiesti. Grazie anche a una spiccata

intraprendenza e a notevoli doti relazionali,

Boldini diventa il pittore dei ritratti di società.

I suoi dipinti finiscono per descrivere

e allo stesso tempo definire lo stile, le tendenze

e l’estetica della Ville Lumière, indiscussa

capitale europea.Nella mostra l’attività

del pittore italiano viene ricostruita nella

sua completezza attraverso un ricco percorso

cronologico, che lascia spazio all’approfondimento

di alcuni temi e relazioni

che ne hanno segnato la lunga e proficua

carriera. In particolare, vengono analizzati

i rapporti con il poeta Gabriele d’Annunzio,

attraverso figure di comuni muse ispiratrici

come la “Divina Marchesa” Luisa Casati,

colta e trasgressiva, interprete per antonomasia

dell’eleganza e dell’eccentricità della

Belle Époque. Per favorire l’immersione

del visitatore nelle atmosfere boldiniane, il

percorso di visita è accompagnato da una

sonorizzazione site-specific realizzata per

il Mart dal pianista e compositore Cesare

Picco e dal violinista Luca Giardini. L’allestimento

è curato da Contemplazioni.

ROVERETO

MART

fInO Al: 29 AGOSTO 2021

BOTTIcEllI E Il SuO TEMPO.

E Il nOSTRO TEMPO

Restiamo sempre al MART per un’altra

mostra che pone a confronto artisti e movimenti

di epoche diverse. Protagonista

atemporale è Sandro Botticelli, presente

a Rovereto con opere quali Pallade e il

Centauro, proveniente dagli Uffizi, la Venere

della Galleria Sabauda di Torino e il

Compianto sul Cristo morto in prestito

dal Museo Poldi Pezzoli di Milano. La

prima sezione della mostra, dedicata a

Botticelli e alla sua bottega, presenta la

figura e l’o- pera dell’artista, tra i prediletti

di Lorenzo il Magnifico. I capolavori

ripercorrono le diverse fasi della vita dell’artista,

interprete dei mutamenti sociali,

politici, culturali e artistici in atto a Firenze

nella se- conda metà del Quattrocento.

Esposte an- che opere di Filippo

Lippi, di Filippino e di altri grandi artisti,

come Antonio del Pollaiolo e Andrea del

Verrocchio. La seconda parte della rassegna

documenta, attraverso capolavori

dell’arte contempora- nea dagli anni Sessanta

a oggi, come Botticelli sia l’artista

a cui tutta la nostra cultura visiva fa riferimento.

A lui hanno guardato artisti

della Pop art italiana, co- me Mario Ceroli,

Giosetta Fioroni e Cesare Tacchi,

ma anche in anni successivi figure come

Michelangelo Pistoletto e Renato Guttuso.

Le influenze di Botticelli si ritrovano

nelle opere di artisti internazionali

come Fernando Botero, David LaChapelle,

Oliviero Toscani, John Currin; rivivono

nella moda e nel cinema,

invadono le riviste su cui posa Kate Moss

e sono coprotagoniste alle foto di Chiara

Ferragni. L’esposizione è accompagnata

dalle video introduzioni alle opere di Vittorio

Sgarbi, Alessandro Cecchi, Elisa Infantino,

Riccardo Venturi e da un volume

pubblicato da Silvana Editoriale.

TORInO

MuSEO AccORSI OMETTO

fInO Al: 19 SETTEMBRE 2021

IVAn THEIMER | SElVA SIMBOlIcA

La Fondazione Accorsi-Ometto riapre all’arte

contemporanea con un’interessante

mostra dedicata all’artista franco-ceco

Ivan Theimer. In un periodo storico come

quello contemporaneo il bisogno di simboli

e miti è molto sentito, e l’opera di

Theimer ne è l’emblema. La vita ed il lavoro

dell’artista sono l’incontro di due

aspetti: uno, minoritario, di rappresentazione

della realtà e uno, preponderante,

di allegoria, metafora, mito, simbolo. E

un simbolo caro a Theimer è proprio

quello del mito. Nel cortile del museo torinese

sono collocati una serie di obelischi

che fanno da cornice a un gruppo di

bambini che “gioca”. Su di essi trionfa la

scultura di Arione, un unicum nella produzione

dell’artista. La mostra prosegue

nelle sale espositive del museo con numerosi

disegni, i primi lavori (i cosiddetti

“trous”), ed altre opere bidimensionali.

Una sala è dedicata alla rappresentazione

scenografica della “selva simbolica” con

le opere concentrate al centro e svettanti

sin quasi a toccare il soffitto, creando una

sorta di foresta di obelischi. Un gatto che

sormonta un’erma trova il suo corrispondente

“reale” in un gatto di terracotta.

L’allestimento di questo ambiente mira

così a creare uno spazio etereo, ma coinvolgente

che consente di isolare lo spettatore

dallo spazio museale. Il percorso

espositivo termina con dei pilastri/lampade

e gli acquerelli di viaggio dedicati

ai luoghi visitati dall’artista nell’arco della

sua vita, in cui prevale uno sguardo attento

e appassionato sul rapporto dell’uomo

con la natura e lo spazio.


88

MOSTRE D’A R T E In I T

BElGIO

BEAufORT 21

fInO Al: 7 nOVEMBRE 2021

TRIEnnAlE DI BEAufORT

Le Fiandre hanno una splendida costa lunga

67 chilometri che ogni tre anni accoglie la

Triennale Beaufort. Opere che ridisegnano il

paesaggio che si estende da De Panne a Knokke-Heist

lungo un itinerario percorribile anche

in bicicletta o a piedi. Lungo dighe, spiagge e

dune spuntano opere d’arte ispirate al mare.

Per la settima edizione della triennale di Beaufort,

la curatrice Heidi Ballet ha selezionato

21 artisti contemporanei internazionali tra cui

due italiane, Rossella Biscotti e Rosa Barba.

L’assoggettamento dell’uomo alla natura, la

transitorietà dell’uomo e della materia sono i

temi centrali di questa edizione del festival. Le

opere si ispirano a racconti locali e alla storia

dell’umanità e della natura. La novità dell’edizione

2021 è una creazione musicale dello statunitense

Ari Benjamin Meyers che verrà eseguita

in ognuna delle città della costa che partecipano

alla triennale. La manifestazione artistica

triennale di Beaufort ha avuto inizio nel

2003 e mira a realizzare un parco di sculture

permanenti, il Beaufort Sculpture Park, in cui

sono già esposte 30 opere delle edizioni precedenti.

Una selezione delle opere create per

Triennale Beaufort 2021 si andrà ad aggiungere

al parco permanente. Il percorso artistico

è fruibile anche con il tram costiero che percorre

l’intero tratto della costa fiamminga. Beaufort

21 è un festival di arte contemporanea

gratuito, organizzato dalla Provincia delle Fiandre

occidentali e da Westtoer. Fermata d’obbligo,

lungo la costa, a Ostenda. Oltre a visitare

la città, dal 14 luglio riapre al pubblico la

casa natale di James Ensor (1860-1949), dove

sono stati inaugurati nuovi spazi che offrono

la possibilità di vivere esperienze interattive e

conoscere a fondo il pittore e l’ambiente circostante.

Gli stessi ambienti ospitano anche rassegne

temporanee, a cominciare da Ensor and

Ostend (fino al 27 settembre), che analizza il

legame tra il pittore e Ostenda attraverso 27

opere di Ensor tra disegni, incisioni e dipinti.

E c’è anche una challenge su TikTok, #MyEnsor:

chi creerà la miglior maschera vincerà un

soggiorno a Ostenda.

fRAncIA - PARIGI

MuSEO JAcQuEMART

DAl: 10 SETTEMBRE 2021

fInO Al: 24 GEnnAIO 2022

BOTTIcEllI

Il museo Jacquemart-André celebra il

genio creativo di Sandro Botticelli (1445-

1510) e l’attività del suo atelier, esponendo

una quarantina di opere del raffinato

pittore italiano accompagnati da qualche

dipinto di artisti fiorentini suoi contemporanei

sui quali il Botticelli ha avuto

particolare influenza. La carriera di Botticelli,

uno dei più importanti artisti fiorentini,

testimonia i cambiamenti profondi

avvenuti sotto il dominio dei Medici.

Botticelli è indubbiamente uno dei pittori

più conosciuti del Rinascimento italiano,

nonostante i misteri che ruotano ancora

oggi intorno alla sua vita ed all’attività

del suo atelier, dove sono stati realizzati

lavori in serie e creazioni uniche. L’esposizione

documenta l’importanza del lavoro

d’atelier, laboratorio foriero di idee

e formazione, tipico del Rinascimento

italiano. La mostra segue un ordine cronologico

e tematico, documentando lo

sviluppo stilistico personale di Botticelli,

i legami tra le sue opere e la cultura del

suo tempo, oltre all’influenza da lui esercitata

sugli artisti fiorentini del Quattrocento.

L’esposizione ha ottenuto dei prestiti

dal museo del Louvre, dalla National

Gallery di Londres, dal Rijksmuseum dI

Amsterdam, dai musei e biblioteche del

Vaticano, dagli Uffizi e dalla Galleria Sabauda

di Torino, dalla Galleria dell’Accademia

et dal Museo nazionale del Bargello

di Firenze, dalla Gemäldegalerie di

Berlino, l’Alte Pinakothek di Monaco e

lo Städel Museum di Francfort.

RuSSIA - S. PIETROBuRGO

MuSEO ERMITAGE

fInO Al: 22 AGOSTO 2021

ARTS Of THE MIDDlE AGES.

MASTERPIEcES fROM THE GAllERIA

nAZIOnAlE DEll’uMBRIA

L’Ermitage accoglie questa mostra curata

da Marco Pierini e da Veruska Picchiarelli,

con la collaborazione di Zoya Vladimirovna

Kuptsova del Dipartimento di Arte Europea

Occidentale dell’Ermitage. Esposte

una quarantina di opere conservate dal museo

perugino, scelte tra dipinti, sculture e

oreficerie di area centro-italiana (umbre,

toscane e marchigiane) datate tra la fine del

Duecento e l’inizio del Quattrocento. Tra

queste, capolavori di artisti quali il Maestro

di San Francesco, Arnolfo di Cambio, Vigoroso

da Siena, Duccio di Boninsegna,

Giovanni Baronzio oltre a Taddeo di Bartolo,

Iacopo Salimbeni e Gentile da Fabriano,

cantori di quell’‘Autunno del Medioevo’

che si preparava ad accogliere il Rinascimento.

Esposti oggetti religiosi e manufatti

in uso nella società cortese, come la

valva di scatola per specchio in avorio o il

gemellion, un bacile per la pulizia delle

mani presente sulle tavole, ornati da scene

galanti. Documentate anche le commissioni

civiche per la città di Perugia, con elementi

scultorei concepiti per la decorazione

di opere pubbliche, come la fontana in

pedis platee di Arnolfo di Cambio e il portale

del Palazzo dei Priori. L’occasione offerta

alla G. Nazionale dell’Umbria di trasferire

momentaneamente all’Ermitage alcuni

capolavori, durante i lavori di riallestimento,

ha permesso di compiere nuove

scoperte, tra cui l’attribuzione di due tavolette

ad altrettanti maestri riminesi, Baronzio

e Francesco da Rimini, l’individuazione

del patronimico (il ‘cognome’) del pittore

senese Vigoroso Ranieri, finora indicato

solo col nome di battesimo, il riconoscimento

di Santa Marta (al posto di Dorotea)

nella tavola di Andrea di Bartolo, la

scoperta di iscrizioni del dossale del Maestro

di San Francesco. A questa iniziativa

farà seguito una mostra che sarà accolta,

nell’autunno del 2022, dalle sale della Galleria,

con opere della collezione di arte italiana

del Medioevo e del Rinascimento

dell’Ermitage.


A l I A E fuORI cOnfInE

SVIZZERA - ST. MORITZ

MuSEO SEGAnTInI

fInO Al: 20 OTTOBRE 2021

GIOVAnnI SEGAnTInI.

MAESTRO DEl RITRATTO

Questa mostra, curata da Annie-Paule Quinsac e Mirella

Carbone, documenta la carriera di Segantini come ritrattista.

L’artista, noto per i paesaggi e le scene di vita contadina,

considerava il ritratto come il più nobile dei generi pittorici.

In mostra ventidue ritratti e autoritratti, realizzati

lungo la carriera di Segantini, dagli esordi a Milano (1879)

fino alla morte in Alta Engadina (1899). Questi lavori documentano

l’evoluzione della ritrattistica segantiniana da

specchio a simbolo, tramite la trasformazione del linguaggio:

partendo dalle opere giovanili, in cui ricerca la fedeltà

delle fisionomie, giunge alla concezione del ritratto come

mezzo per esprimere un’idea o un simbolo. Il percorso si

apre con opere del periodo milanese, come il ritratto di

Leopoldina Grubicy (1880), sorella di Vittore Grubicy de

Dragon, rimasta vedova con due bambini, raffigurata con

uno sguardo di infinita tristezza. A seguire, lavori realizzati

durante il soggiorno in Brianza (1881-1886), tra cui il disegno

del primogenito dell’artista, addormentato dopo

aver subito una operazione. È del 1886 l’effige della contadina

Maria Paredi che, grazie alla pennellata violenta,

spessa e filamentosa, si potrebbe definire quasi espressionista.

Dopo il trasferimento a Savognin, nel Cantone dei

Grigioni, Segantini realizzò il ritratto di Vittore Grubicy

(1887), circondato da alcune tele appena coperte, nell’intento

di definirne il lavoro di mercante d’arte. Del 1890 è

l’elegia simbolista Petalo di rosa (1890), l’ultima rappresentazione

della compagna Bice Bugatti, un capolavoro ridipinto

sopra un’opera dal titolo Tisi galoppante (1881).

Il pittore cancellò il precedente messaggio di malattia e

morte, sostituendolo con un simbolo di vita, reso grazie

all’utilizzo di una sperimentazione tecnica, che affondava

le proprie radici nel Rinascimento: essa prevede l’utilizzo

della polvere e della foglia d’oro, per giungere a una valenza

iconica, che coesiste con effetti morbidi di forte sensualità.

Esposti anche gli autoritratti, tra cui quello del

1882, imperniato sul rapporto effigie/morte, immagine

macabra in cui l’artista si dipinge con teatralità, allucinato,

spada alla gola, pronto al sacrificio di chi si immola all’ideale

di un nuovo culto. Altro capolavoro è l’autoritratto

del 1895, in cui il simbolismo trascende la resa mimetica

della fisionomia verso sembianze bizantineggianti da Cristo

Pantocratore, dominante sulla catena dei “suoi” monti.

Grazie al grafismo monocromo, rotto solo da tocchi d’oro

e gesso bianco, l’immagine si fa icona, mentre la fisicità

del colore ne avrebbe intaccato il senso di sacralità. Accompagna

la mostra un catalogo bilingue (italiano e tedesco),

pubblicato dalla casa editrice Hatje Cantz.

SVIZZERA - luGAnO

GAllERIA MIcHElA nEGRInI

Via Dufour 1

fInO Al: 10 SETTEMBRE 2021

PAST/PRESEnT

Questa mostra esplora, attraverso il lavoro di Elisabetta

Benassi, Liliana Moro, Melik Ohanian, Namsal Siedlecki,

le implicazioni dell’esperienza del tempo, della sua essenza

e della sua percezione. La mostra nasce da una riflessione

sul tempo “congelato” che stiamo vivendo a

causa della pandemia Co- vid-19. Attraverso il recupero e

la trasformazione di materiali e di simboli, Elisabetta Benassi

esplora il rapporto tra ieri e oggi, interrogandosi sulla

condizione e l’identità del presente. In mostra Atlas Shrugged,

un lavoro del 2018 che si inserisce nell’esplorazione

di un mondo in cui l’idea di comunità è sparita e in cui

regna “l’individuo sovrano”. In mostra anche opere inedite

di Liliana Moro: sculture in ceramica bianca, a forma di

melagrana, simbolo primitivo del ciclo morte-vita, che ne

rappresenta l’energia vitale. Melik Ohanian analizza l’immagine

e il suo potere allegorico, e la dimensione spaziale

e quella temporale identificano i nodi centrali della sua

poetica. Esposte nuove opere della serie Tomorrow Was.

In mostra anche opere della serie Portrait of Duration - Cesium

Series, lavoro che presenta i passaggi dallo stato solido

a quello liquido del Cesio 133, elemento il cui

decadimento radioattivo è stato usato dal 1967 per stabilire

la durata del secondo universale negli orologi atomici.

Melik Ohanian investiga così l’osservazione e la rappresentazione

della misura del tempo. Ohanian propone uno

scenario cosmico sospeso tra poesia e scienza. Gli ex voto

hanno rappresentano fin dal paleolitico un elemento di legame

col divino. Questa antica forma di preghiera è portata

in mostra dal Namsal Siedlecki, con una scultura in

argento nata da alcune scansioni 3d che l’artista ha realizzato

in Francia nel 2019, a Clermont Ferrand, nei cui pozzi

votivi negli anni 60 sono stati ritrovati una serie di reperti

archeologici risalenti al 50 a.C.. Ex-voto scolpiti in legno

di faggio e gettati in acqua come offerta ad una divinità

dei Galli, Maponos. Gettate invece nella Fontana di Trevi

sono le monete d’argento usate per realizzare questa scultura.

Siedlecki si sofferma sull’idea che in oltre 2000 anni

l’umanità continua a ripetere il rituale di gettare qualcosa

in acqua cercando un aiuto soprannaturale. Questi due desideri

di due epoche distanti, entrambi legati all’acqua, qui

si uniscono in un unico desiderio potenziato all’interno del

liquido di una vasca galvanica.


90

Premio d’arte

Caterina Sforza

La Mostra Concorso/Premio d’arte

Caterina Sforza, si interroga sulla natura

e sull’identità dell’arte al femminile,

cercando un “carattere”, un fil

rouge che - pure nelle naturali discrasie e disparità

- leghi tra loro le varie manifestazioni della

contemporaneità, scaturite da un medesimo incedere

sospeso tra leggerezza e comprensione.

Il Premio è un omaggio a Caterina Sforza, signora

di Imola e contessa di Forlì, emblema di

ingegno, coraggio e risolutezza, sicuramente

importante esempio di femminilità.

Le opere in concorso saranno esposte per due

settimane nella Rocca Sforzesca di Bagnara di

Romagna.

A seguito di tale mostra concorso una giuria preposta

(costituita da collezionisti, esperti, docenti

e critici d’arte, artisti affermati) selezionerà due

pittrici ed una scultrice che esporranno le loro

opere in una tripersonale nella medesima Rocca

Sforzesca, messa a disposizione dal Comune,

quale riconoscimento ufficiale del Premio d’arte

Caterina Sforza, al quale, il giorno della premiazione,

si andrà ad aggiungere il prestigioso “Premio

Acca International di Roma”.

Il Premio d’arte Caterina Sforza è patrocinato

dal Comune di Bagnara di Romagna.

L’intera manifestazione è promossa dall’Associazione

culturale LOGOS in collaborazione

con la Galleria Ess&rrE di Roma ed è a cura di

Marilena Spataro e Alberto Gross.

Media partner Art&trA rivista d’arte e cultura,

ed Acca International di Roma.

PER INFO E ISCRIZIONE:

logosartecultura@gmail.com - Cell 339 7325579


Alessio Schiavon

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


92

ArteDivina

in collaborazione con

Pallavicini22 Art Gallery, Spazio espositivo

Galleria Ess&rrE Porto turistico di Roma

PRESENTA

Incipit VITA NOVA. Mirabile visione

Mostra d’arte in omaggio a Dante Alighieri nel 700esimo della morte

a cura di Marilena Spataro e Alberto Gross

Dal 10 al 24 luglio 2021

Pallavicini22 Art Gallery, Spazio espositivo

Via Giorgio Pallavicini, 22, Ravenna

Partecipano:

Meme Baccolini

Nicoleta Badalan

Grazia Barbieri

Nadia Barresi

Luciana Ceci

Eleonora Dalmonte

Paola Fabbri

Elena Modelli

Andrea Simoncini

Giorgio Strocchi

Roberto Tomba

Mario Zanoni

Incipit VITA NOVA.

Mirabile visione

Inizia la vita rinnovata, una nuova giovinezza,

un nuovo amore, forse un nuovo

modo di poetare. In molti modi potrebbe

essere interpretato il significato delle tre

parole inserite nel proemio della “Vita

nova” di Dante, opera che anticipa di poco

la stesura della Commedia e si volgeidealmente

- ai ricordi della giovinezza e

all’amore per Beatrice.

Parole di rinascita che vorremmo pronunciare

con convinzione nell’anno 2021,

proprio quello che saluta la celebrazione

dei settecento anni dalla morte del Poeta

che ha ridefinito i canoni estetici e compositivi

non soltanto in letteratura, ma

nell’intero immaginario della creazione

artistica. Attraversare l’universo dantesco

- non solo quello della Commedia -

significa addentrarsi in un intrico di meraviglianti

visioni dalla forza eversiva

estrema, fulminanti nella loro lucidità,

avanti di secoli - oggi come allora - rispetto

alla comune sensibilità contemporanea.

Misurarsi e cercare di penetrare la complessità

fantastica di questo firmamento,

seguire il percorso delle comete che lo

valicano, diviene una sfida stimolante

per qualsiasi artista che non si accontenti

di rimanere all’interno dei confortevoli

limiti del conosciuto, ma intenda esplorare

le infinite possibilità e visionarie

ipotesi interpretative. Ancora di più acquista

significato poterlo fare nella città-

Ravenna - che ha veduto gli ultimi anni

della vita di Dante e ancora oggi ne conserva

le spoglie, assieme allo spirito che

non ha mai smesso di alimentarne la salute

culturale e artistica. Gli artisti invitati

a partecipare a questo progetto potranno

imbarcarsi in uno dei numerosi

fiumi d’abbondanza che sfociano nell’oceano

dantesco, sfidando l’intelligenza

creativa, gli orizzonti del visibile immaginabile,

il chimerico, il fantastico, il divino.

Ad introdurci idealmente nell’itinerario

e ad accompagnarci nella peregrinazione

troviamo il “Caronte” di Mario Zanoni,

episodio tratto dal “Divin Bestiario” ,

opera aperta e monumentale in continuo

aggiornamento e ridefinizione che il maestro

scultore ha voluto dedicare all’immaginario

iconografico dantesco. Il per-


Mario Zanoni

Meme Baccolini

Nicoleta Badalan

sonaggio assume le sembianze medesime

del proprio traghetto in una sorta di

sineddoche figurata in cui la prora incede

con la misteriosa fissità del suo sguardo,

quasi rassegnato alla ripetitività del viaggio

da psicopompo. Certamente insensibile

di fronte al disperato errare di chi

non possiede l’obolo per pagarsi il passaggio

del fiume. Il viaggio si produce

come esperienza esoterica, natura viva,

principio fondante di trasmutazione interiore.

La fascinosa malìa dell’acquerello di

Meme Baccolini ci precipita in un abisso

di sognanti divagazioni tra mimesi e mediazione

pittorica: la trasparente limpidezza

dei colori dimensiona forma, essenza

e struttura all’interno di una visione

dinamica, sincretica dell’immagine.

L’episodio diventa allora occasione, suggestione

restituita da un continuo fluire

privo di soluzioni, vissuto nella durata

psichica ed empirica dell’individuo. La

pittrice Nicoleta Badalan propone la visione

serena di un notturno stellato in cui

è l’ombra a definire la centralità luminosa

della lattiginosa punteggiatura del

cielo: il cono di luce che sale dal basso

verso l’alto diviene ideale simbolo di rinascita,

una dimensione ascensionale sia

visiva che spirituale e riconduce finalmente

alle stelle, parola che ritorna nel

verso finale di ogni cantica della Commedia,

a ricordare la direzione e la meta

dell'intera spedizione.

Di una luminosità dorata è l’opera dell’artista

Paola Fabbri “Sotto ‘l velame de

li versi strani”: il titolo riconduce tra le

pieghe più oscure e sommerse della visione

dantesca e volge in parallelo a

quell’ermeneutica - con un celebre saggio

di René Guenon come capostipite -

che legge nell’intera Commedia un’impostazione

ed un’architettura di matrice

esoterica. L’oro è certamente uno dei

simboli del sacro, in quanto nobile e incorruttibile

conduce alla conoscenza e

perfezione spirituale necessarie per il

raggiungimento di Crisopea, città mitica

e immaginaria, traslato iconico di una

sorta di trascendenza. Ma forse è necessario

possedere la chiave che dischiuda

le porte di quel mondo, distribuita solamente

a quanti hanno “li ‘ntelletti sani”...

L’opera di Giorgio Strocchi riconduce -

perlomeno visivamente - ad una materialità

più cruda, dolente, impastata nella


94

Grazia Barbieri

Nadia Barresi

Luciana Ceci

Eleonora Dalmonte

carnalità sofferente di corpi stremati dal

castigo e dalla penitenza. Corpi deformati,

quasi dissolti nel tempo assoluto

dell’eterno ritorno, a volte ricostruiti nella

giustapposizione e frammentazione

degli elementi, a ricordare l’iconografia

fantastica medievale così bene raccontata

da Jurgis Baltrusaitis.

Tra ispirazione metafisica e suggestioni

espressioniste pare invece muoversi il lavoro

di Andrea Simoncini: la figura è ancora

protagonista ma spogliata di una

narratività diretta. È probabilmente l’uso

del colore - giocato tra toni acidi, saturati,

contrastivi - a divenire vettore di

un’intimità magmatica, vorticosa, in cui

la “maschera” intesa come carattere individuale,

peculiare inclinazione ad ogni

istante cangiante e contraddittoria, è rivelatrice

di sofferenze, solitudini, dannazioni

riconducibili alla sostanza dell’essere

umano, tra volontà di trascendenza

e incombenza della carne.

La tattilità visiva dell'opera di Nadia Barresi

riconduce alla materia, alla terra, alla

capricciosa veemenza delle increspature

sabbiose di cui è composta. Il titolo

“Vacuo” pare sottolineare il carattere effimero

e transitorio della natura del viaggio,

ma è tanto vicino anche al termine

“fatuo” e a quei fuochi fatui veduti - soprattutto

nella tradizione narrativa popolare

- come l’epifania dello spirito dei

defunti, le anime dannate che reclamano

la propria esistenza bruciando l’affermazione

di una presenza eterna.

Di una seduttività graffiante l’opera di

Luciana Ceci che ci riporta di nuovo nel

magma, nell’intreccio e nell’affermarsi

di forme e antinomie caratterizzanti l’intervallo

di terreno tra le une e le altre.

Una immersione piena nell’alveare delle

sorti umane con un qualcosa di inconciliante

che lascia ferite aperte, ombre che

accadono come apparizioni stanate nell’oscurità

greve di un passaggio, grumi

prima densi e fitti, poi stilizzati e distesi,

comunque aggrappati alla contingenza di

una esperienza quotidiana e assoluta.

La naturale ieraticità icastica delle donne

ritratte da Grazia Barbieri apre il sipario

di un immaginario spettacolo teatrale

punteggiato da controversie equivoche,

recrudescenze di storie inesauribili ed

universali; così la figura di Circe, una

afroditica incantatrice ai margini del

mondo, viene ritratta dall’artista mentre

accarezza il risultato del suo sortilegio

con ancora negli occhi la grazia e l’insolenza

della seduzione. Figura ibrida, luciferina,

sempre in bilico tra l’olimpico

e lo ctonio, bellissima e crudele, appare

in sogno a Dante prima come donna dalle


Paola Fabbri

Elena Modelli

Andrea Simoncini

Giorgio Strocchi

fattezze orribili, poi come sirena, irrimediabilmente

definita da qualcosa di

offuscato, torbido, controverso.

La stravaganza e l’iperbole con le quali

le sculture di Elena Modelli intrattengono

massima confidenza propongono

l’immagine bestiale del Minotauro: il

busto eburneo come il bellissimo toro

al quale si unì Pasifae per generarlo, le

corna dorate, in un evidente contrasto

con la natura violenta della creatura

ibridata tra umano e ferino. La postura

è comunque fiera, superba, altera, quasi

raffinata, sempre degna di un custode,

di un sorvegliante di anime, seppure infernale.

“Il diavolo a dondolo” di Roberto

Tomba riporta alla mente, in maniera

quasi giocosa, la figura forse più spiccatamente

comica della Commedia,

quella del diavolo Alichino: sorvegliando

il mare di pece bollente entro il quale

ribollono i barattieri, viene ingannato

da uno dei dannati e - infine - trascinato

dall’ottusità malvagia del suo collega

Calcabrina a ribollire in quella stessa

pece della quale solo il caldo “sghermitor

sùbito fue”. Ora si balocca, chissà

dove, dondolando senza più responsabilità

e senza posa.

Lo squarcio in maiolica dipinta proposto

da Eleonora Dalmonte offre una visione

rasserenante, una redenzione celeste

a cui tende l’intero viaggio dantesco;

viste quasi come da un cannocchiale,

le nuvole che transitano sono

candide, oramai sgravate da ogni turbamento,

appare ora, finalmente, una mirabile

visione.

Alberto Gross

Roberto Tomba



Rita Lombardi

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

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Concetta Capotorti

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