RUOTE E MOTORI - Luglio 2021

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In ferie ma

non troppo

IIl nostro giornale è in ferie e

riprenderà la regolare e piena

attività a settembre, ma le pagine

della rubrica Ruote & Motori,

dedicata attualmente alla raccolta

di notizie utili a ricostruire

la storia dei costruttori di motociclette

italiane da fuoristrada degli

anni Settanta ed Ottanta, non

potevano attendere così tanto

senza pubblicare una nuova puntata

dell’epopea del fuoristrada a

due ruote che ha caratterizzato un

periodo di oltre vent’anni per diversi

aspetti, da quello economico,

quindi produttivo ed occupazionale

a quello della moda e dei

costumi della nostra società degli

anni del boom. Per questo abbiamo

deciso a livello redazionale di

pubblicare questa edizione estiva

che offriamo come edizione speciale

ai nostri lettori, facendone

omaggio ai nostri inserzionisti,

grazie ai quali riusciamo sempre a

garantire la continuità alle pagine

de l’inchiostro fresco.

Fausto Piombo

LAVERDA

La storia di questo altisonante

nome dell’industria motociclistica

italiana iniziò nel

1949 grazie a Francesco Làverda,

membro di una famiglia titolare

dell’omonima fabbrica, in cui dal

1983 si producevano orologi per

campanile, trebbiatrici ed altri

macchinari agricoli necessari ad un

settore lavorativo che si stava adeguando

alle nuove esigenze produttive

che imponevano sempre più il

ricorso alla meccanizzazione. Passarono

gli anni e nel 1949 nacque a

tutti gli effetti la Moto Làverda che

iniziò la sua storia produttiva realizzando

una piccola motocicletta

dotata di un motore a 4 tempi

di appena 75 cc ma con un’ottima

prerogativa pe quanto riguardava

l’esiguo consumo di carburante, in

quanto era in grado di percorrere

ben 60 Km di strada con un solo

litro di benzina. La Moto Làverda

proseguì e nei primi anni 50 l’organico

superò i 200 dipendenti con la

produzione che si attestò in diverse

decine di motoveicoli al giorno.

Nell’immediato futuro dell’azienda

ci furono però le moto stradali e

da corsa di grande cilindrata che

diedero alla Moto Làverda fama e

notorietà a livello mondiale, mentre

per quanto riguarda quelle dotate

di ruote artigliate l’impegno

dell’industria Veneta

si limitò ad

un breve periodo

compreso tra la

prima metà degli

anni settanta

e l’inizio degli

anni novanta.

I modelli da

fuoristrada

prodotti dal

costruttore

vicentino di

Breganze furono

la Trail

125 (1966

– 1969), la

LAVERDA

Pagine a cura di Fausto Piombo

Chott 250 scrambler (1974), la regolarità

125 LH (1975 – 1979) e le

Atlas enduro 50 e 600 (1986-1990).

Giacomo Piombo

LEGNANO

Nome assai conosciuto

nell’ambiente ciclistico

Legnano, fu anche costruttore

di ciclomotori per i quali

utilizzò motori Garelli e Sachs. La

sua produzione

di modelli

destinati

ad un uso

utilitario

trovò l’ottima

risposta

del

m e r c a t o

degli anni

Sessanta,

esportando

i suoi

ciclomotori

anche

all’estero dove il marchio

era molto conosciuto ed apprezzato.

Negli anni Settanta,

Legnano decise di ampliare la

propria gamma inserendo nel

catalogo nuovi modelli senza

marce e ciclomotori stradali in

versione sportiva ed anche fuoristrada,

realizzati in collaborazione

con l’azienda bolognese Testi

Velomotor. Per la motorizzazione

la scelta cadde sul collaudato Minarelli

a 4 e 6 velocità inseriti, per

quanto riguarda i modelli fuoristrada,

in un telaio a doppia culla

chiusa che seguiva la linea ad ampia

triangolatura centrale diffusa

sulla maggior parte dei modelli da

fuoristrada dell’epoca. Nonostante

quest’ultimo impegno del produttore

lombardo la Legnano interruppe

la costruzione di ciclomotori

nel 1979, proseguendo l’attività nel

settore ciclistico.

Giacomo Piombo

LEGNANO 50 CROSS

MAER

La storia della Maer iniziò dalla

passione del suo costruttore

per la meccanica e soprattutto

per il motocross, quindi dalla pratica

di questo bellissimo sport motoristico

e dalla consequenziale frequentazione

dei campi di gara. Il marchio

Maer nasce dopo varie “prove tecniche

di trasmissione” nel 1977 dall’unione

imprenditoriale tra Marco Leoni ed

Eros Magnanini. Questo connubio

non ebbe lunga durata e presto alla

guida della Maer rimase solo Leoni

che cercò di organizzare al meglio i

vari passaggi necessari alla produzione

delle sue moto, delocalizzando

la produzione dei telai ad un’azienda

modenese specializzata e concentrando

il resto, compresa la realizzazione

di molti particolari tra cui gli stampi

del serbatoio e dei portanumeri laterali.

Per quanto riguarda la componentistica

la Maer si affidò a nomi

prestigiosi quali Stilmotor, Bertolani,

Marzocchi e Grimeca, mentre per

la motorizzazione le scelte caddero

inizialmente su Yamaha ma successivamente

su Hiro e Villa (entrambi

eccellenze italiane dell’epoca). Purtroppo

anche per la Maer la passione,

l’impegno, la perseveranza ed i

notevoli sacrifici del titolare non impedirono

anche a questo marchio di

soccombere ad un mercato che imponeva

la concorrenza insostenibile dei

colossi nipponici così nel 1983 svanì

un altro sogno italiano.

Giacomo

Piombo

MAER CROSS MOTORE VILLA

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C.so Marenco, 47 - Novi L.

MALAGUTI

Lo stabilimento Malaguti

faceva bella mostra di sé

a San Lazzaro di Savena

fino al 2011 quando anche questo

importante nome dell’industria

meccanica motociclistica italiana

si arrese agli attacchi di un’economia

che considerando solo il

mero profitto fagocitava impietosamente,

allora come oggi, anche

i più meritevoli. La Malaguti vide

la luce negli anni ‘30, a cavallo

tra le due guerre mondiali, per

volontà di un giovanissimo ma

intraprendente Antonio Malaguti

che avviò una piccola attività di

vendita e riparazione di biciclette

dove non tardò a produrre cicli

con il suo marchio.

Dopo la seconda guerra mondiale

la piccola azienda iniziò

a svilupparsi incoraggiata dalla

crescente richiesta di veicoli a

due ruote pratici ed economici

definiti “velomotore”, ovvero biciclette

dotate di un piccolo motore

con trazione a rullo, quale fu

ad esempio il Mosquito prodotto

dalla Garelli.

La Malaguti produsse fino alla

metà degli anni Sessanta prevalentemente

ciclomotori di categoria

economica rivolti a soddisfare

esigenze di pratica utilità

quotidiana ma la svolta giunse

con l’avvento del nuovo mercato

dei ciclomotori ad uso ricreativo

alimentato dalle richieste dei una

Malaguti cavalcone


2

l’inchiostro fresco

I - Luglio-Agosto 2021

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vasta platea di quattordicenni ai

quali il produttore emiliano offrì

nuovi modelli stradali ed uno tra

i primi “motorini” da fuoristrada

italiani, il Roncobilaccio 50 cc.

Nel corso degli anni ‘70 la Malaguti

ebbe un buon successo

commerciale con il Fifty che, tra

i cosiddetti “tuboni”, fu indubbiamente

quello che riscosse il

maggior consenso, mentre con

il Cavalcone 50 il marchio emiliano

arricchì il panorama dei

“cinquantini” da fuoristrada con

un modello molto curato sia

esteticamente sia per quanto riguardava

la qualità del prodotto.

In ambito fuoristradistico Malaguti

non fu così presente da

lasciare un segno marcato ma

si limitò a poche realizzazioni

MALAGUTI - anni ‘70: La moto era anche una

compagna di giornate spensierate

come quella del modello 125 da

enduro denominato Runner 125,

presentato sul mercato nel 1985.

Negli anni ‘90 l’attenzione dell’azienda

si spostò verso il comparto

degli scooter, che in quel periodo

era trainante, proponendo il

nuovissimo Phantom che venne

prodotto e commercializzato fino

al 2007. Trascorso infine un positivo

periodo di collaborazione

con Ducati la Malaguti decise nel

2011 di abbandonare la scena ma

con la certezza di aver lasciato

un segno importante di cui noi

italiani non possiamo che essere

orgogliosamente fieri.

Fausto Piombo

MALANCA

Come per tanti altri produttori

italiani di motociclette

del secolo scorso anche per

Malanca la storia ebbe inizio in una

piccola officina meccanica dove

dopo tanti anni di lavoro nella seconda

metà degli anni cinquanta si

avverò il sogno con la realizzazione

di un ciclomotore di 48 cc motorizzato

Franco Morini e ben presto la

produzione crebbe al punto da imporre

il trasferimento in una sede

adeguata. Attorno al 1965, assecondando

le richieste del mercato che

indicavano una crescente domanda

di versioni sportive di ciclomotori

e motociclette, l’azienda bolognese

mise a punto un motore di propria

costruzione denominato “Testarossa”

che vantò subito prestazioni ai

vertici del settore delle piccole cilindrate

ed equipaggiò i ciclomotori

prodotti dalla Malanca per svariati

anni, caratterizzando l’impegno

della casa bolognese in ambito

sportivo. Con l’inizio degli anni

settanta giunse anche il debutto nel

comparto più agguerrito delle 125

cc. Per quanto concerne il settore

fuoristrada Malanca non fece mancare

il suo impegno e tra i modelli

di ciclomotori prodotti si distinse

il Caribù, un 50 cc. equipaggiato

con il motore già adottato sul “Testarossa”

che si dimostrò per l’epoca

un buon prodotto caratterizzato

anche da una linea agile e attraente.

Ben incastonato nella culla del telaio,

il motore Malanca sfoggiava

un cilindro con una nuova ed ampia

testa definita a “ventaglio” ed i

carter laterali non più tondeggianti

ed alettati, mentre la ciclistica era

impreziosita da un’ottima forcella

teleidraulica ed ammortizzatori

posteriori con possibilità di regolazione

(era prevista anche una

versione denominata Export il cui

motore era alimentato da un carburatore

Dell’Orto UB 20 S dotato di

filtro F 20 per il quale la Malanca

dichiarava una potenza di ca. 7 cv).

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l’inchiostro fresco

I - Luglio-Agosto 2021

3

Fausto Piombo

Il Caribu era spinto da un motore a

2 tempi di 48 cc con distribuzione

a luci contrapposte, alimentato con

miscela di benzina ed olio al 5%

contenuta nel serbatoio in acciaio

con capacita di lt. 11 compresa la riserva.

La potenza rispettava ovviamente

il codice della strada ed era

di 1.5 cv a 5200 g/min. La frizione

era del tipo a dischi multipli in bagno

d’olio ed i rapporti comandati a

pedale erano 5 con ingranaggi sempre

in presa. L’accensione a volano

magnete e contatti era a 6 v – 18 W,

la trasmissione primaria era ad

MALANCA CARIBU’ 50 CC

ingranaggi e la secondaria a catena

mentre l’avviamento era il consueto

a pedale o “kick starter”. La parte

ciclistica era costituita da un telaio a

doppia culla rinforzata, con cannotto

di sterzo dotato di cuscinetti ed

un forcellone posteriore montato su

silentbloch, mentre per le sospensioni

era montata all’anteriore una

forcella idraulica a doppio effetto ed

al posteriore una coppia di ammortizzatori

idraulici regolabili. I freni a

tamburo erano azionati entrambi a

filo, l’anteriore con comando al manubrio

sulla destra ed il posteriore

a pedale sulla destra. I cerchi erano

del tipo in acciaio cromato e le coperture

tassellate avevano le misure

seguenti: ant. 2.50 x 19”; post. 3.00

x 17”. Anche questo storico marchio

nella seconda metà degli anni ‘80

seguì il destino della maggior parte

delle aziende italiane del comparto

e purtroppo nel 1986 cessò definitivamente

la produzione.

Giacomo Piombo

MAV

La MAV affonda le proprie

radici nei primi anni Settanta

ad Arese in Lombardia.

Purtroppo non siamo riusciti a

trovare notizie dettagliate su questo

marchio italiano e non possiamo,

per il momento, che pubblicare una

breve descrizione della sua attività

produttiva attraverso l’illustrazione

sommaria dei modelli più conosciuti,

riservandoci eventuali integrazioni

nel caso riuscissimo ad ottenere

informazioni utili, magari grazie

anche a qualche nostro appassionato

lettore spinto dallo spirito

collaborativo. Molto probabilmente

i primi modelli erano datati 1974

e per

questi

la MAV

utilizzò

dapprima

i prop

u l s o r i

Sachs e

successivamente

gli italiani

Hiro e

Villa, con

quest’ultimo

motore venne

allestito

nel 1980 un

modello cross

125 cc dotato

di raffreddamento

ad

acqua, mentre

per le piccole 50 cc il Sachs adottato

inizialmente fu sostituito verso

la fine degli anni Settanta dal più

performante Minarelli. Non abbiamo

informazioni ulteriori utili a

ricostruire la storia di questo marchio

molto conosciuto nell’ambito

del motociclismo fuoristrada degli

anni ‘70 e ‘80 ma siamo certi che

tutti gli appassionati concorderanno

che le moto MAV rappresentarono

uno dei prodotti eccellenti

creati dai costruttori italiani che in

quegli anni si collocavano “qualitativamente”

e per soluzioni innovative

ed originali ai vertici del settore.

Fausto Piombo

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