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Art&trA Rivista Ott_Nov 2021

Rivista d’arte, cultura e informazione

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2.0

Speciale:

acca international Srl

anno 13° - ottobre / noveMbre 2021

95° bimestrale di arte & cultura - € 3,50

MONET

Dal museo Marmottan

Monet di Parigi

Piero MaSia

Senza perdere il ritmo

Art&Vip

personaggio del mese:

Guia Jelo


Alessio Schiavon

“Sinfonia” - Olio su tela - cm 69x79

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


www.tornabuoniarte.it

“Due amiche” - 1948 - Olio su tela - cm 30,5 x 39,5

Massimo Campigli

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Milano 20121 - Via Fatebenefratelli, 34/36 - Tel. +39 02 6554841 - milano@tornabuoniarte.it

Forte dei Marmi 55042 - Piazza Marconi, 2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeimarmi@tornabuoniarte.it

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Direttore responsabile

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a cura dell’acca international S.r.l.

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annUario D’arte MoDerna

“artisti contemporanei”

riviSta: biMeStrale art&tra

registrazione: tribunale di roma

iscrizione camera di commercio di roma

n. 1294817

1ª di copertina: Piero Masia

2ª di copertina: alessio Schiavon

3ª di copertina: Mario esposito

4ª di copertina: Mario Schifano

copyright © 2013 acca international S.r.l.

riproduzione vietata

ACCA INTERNATIONAL Srl

S o M M a r i o

rUbricHe

o t t o b r e - n o v e M b r e 2 0 2 1

Monet. Dal museo Marmottan Monet di Parigi Pag. 4

a cura di Silvana Gatti

Stars & Frames Pag 10

a cura di riccardo Ferrucci

Gianmaria Potenza Pag 16

a cura della redazione

Protagonisti del ‘900 (achille bonito oliva) Pag. 38

a cura di Marilena Spataro

Grandi Mostre. inferno Pag 46

di Marilena Spataro

il Mito di venezia. Da Hayez alla biennale Pag 56

a cura di Silvana Gatti

a. r. Penck. Museo d’arte Mendrisio Pag 64

a cura di Silvana Gatti

Grandi Mostre. la commedia di Dante secondo aligi Sassu. Pag 94

di Marilena Spataro

Piero Masia. Senza perdere il ritmo Pag. 22

a cura di Giorgio barassi

andrea bassani. eternità della forma Pag. 26

a cura di Giorgio barassi

Franco Secci. Pittore Pag. 30

a cura di Giorgio barassi

laboratorio acca: buon compleanno! Pag. 34

a cura della redazione

inspire Pag. 42

a cura della redazione

a proposito di acqua Pag. 44

a cura di roberto capitanio

Waves Pag. 49

a cura della redazione

l’arte concreta Pag. 50

di rita lombardi

artisti allo specchio. riti per un nuovo paesaggio Pag. 68

di Paolo buzzi

c’era ‘na vorta... l’ottobrata romana. 2° edizione Pag. 72

a cura della redazione

biografie d’artista. anna Grossi Pag. 75

di Marilena Spataro

les fleurs et les raisins. trasversali allegagioni d’arte Pag. 76

a cura di alberto Gross

Mostra Schiavon-Schifano a Padova. Pag. 80

a cura della redazione

edo Murtić. la forza del colore ” Pag. 86

di Svjetlana lipanović

art&vip - Protagonista del mese, Guia Jelo Pag. 90

a cura della redazione

art&events Pag. 98

a cura della redazione

Mostre d’arte in italia e fuori confine Pag. 102

a cura di Silvana Gatti

Mario esposito in mostra per l’europa Pag. 108

a cura della redazione


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attività e d è a disposizione di chiunque voglia tenersi

aggiornato sul mon do dell’arte con una moltitu dine di

notizie che verranno continuamente pubblicate.


4

MONET

Dal museo Marmottan Monet

di Parigi

Milano, Palazzo Reale

Fino al 30 gennaio 2022

A cura di Silvana Gatti

Claude Monet (1840-1926)

“Londra. Il Parlamento.

Riflessi sul Tamigi” - 1905

Olio su tela - cm 81,5x92

Parigi, Musée Marmottan Monet,

lascito Michel Monet, 1966

Inv. 5007

© Musée Marmottan Monet,

Académie des beaux-arts, Paris

Sono trascorsi sei anni da

quando, alla GAM di Torino,

si tenne un’importante

mostra dedicata a Claude

Monet. Nel 2015 furono le

opere provenienti dal Museo

d’Orsay di Parigi ad essere esposte

ed apprezzate dal pubblico. Sei anni dopo,

gli estimatori del pittore francese

possono vedere le opere di Monet provenienti

dal Museo Marmottan di Parigi in

una importante mostra a Palazzo Reale

di Milano.

“Monet. Dal Musée Marmottan Monet,

Parigi” offre ai visitatori un percorso

espositivo, corredato da fotografie d’epoca

e postazioni didattiche, in grado di

restituire al pubblico l’excursus dell’artista

sul tema della riflessione della luce.

Claude Monet, padre dell’impressionismo,

ha influenzato il suo tempo ed è

stato capace di porre le basi dell’arte moderna

per merito del suo stile rivoluzionario.

Promossa dal Comune di Milano-Cultura

e prodotta da Palazzo Reale e Arthemisia,

la mostra è curata da Marianne Mathieu,

direttrice scientifica del Musée

Marmottan Monet di Parigi, ed è realizzata

in collaborazione con suddetto museo,

da cui proviene l’intero corpus di

opere, e l’Académie Des Beaux - Arts -

Institut de France. La mostra rientra nel

progetto “Musei del mondo a Palazzo

Reale” nato con l’obiettivo di far conoscere

le collezioni e la storia dei più importanti

musei internazionali.

Il percorso espositivo comprende 53

opere di Monet tra cui le famose Ninfee(1916-1919),

Il Parlamento, Riflessi

sul Tamigi (1905) e Le rose (1925-1926),

la sua ultima e magica opera, un prestito

eccezionale. Il percorso cronologico attraversa

l’intera parabola artistica del

Maestro impressionista, letta attraverso

le opere che l’artista stesso custodiva gelosamente

nella sua abitazione di Giverny;

opere che il Maestro non volle

mai vendere e che ci raccontano le più

grandi emozioni legate al suo genio artistico.

La prima sala della mostra milanese è allestita

con mobili originali del periodo

napoleonico, e vuole essere un omaggio

a Paul Marmottan, il fondatore dell’omonimo

museo da cui provengono le opere

qui esposte. Appassionato studioso del

primo Impero, egli raccolse testimonianze

di quel momento della storia europea.

La sua collezione di opere d’arte,

libri, medaglie, stampe, almanacchi, documenti

e cimeli del periodo napoleonico

era conservata in sale arredate in


Claude Monet (1840-1926)

“Ninfee” - 1916-1919 circa - Olio su tela - cm 130x152

Parigi, Musée Marmottan Monet, lascito Michel Monet, 1966 - Inv. 5098

© Musée Marmottan Monet, Académie des beaux-arts, Paris

stile impero e decorate con nicchie e

sculture marmoree in stile neoclassico.

Marmottan curò personalmente ogni dettaglio

dell’arredamento e, per sua volontà,

l’assetto delle sale rimase tale

quando, dopo la sua morte, il palazzo e

le raccolte passarono in eredità all’Académie

des beaux-arts affinché ne facesse

un museo aperto al pubblico. La mostra

si apre quindi documentando le origini

del Musée Marmottan Monet che, nel

corso del Novecento, ha incrementato le

collezioni grazie a donazioni di opere

impressioniste.

Nel 1934, secondo la volontà di Paul

Marmottan, l’edificio fu trasformato in

un museo. Gli arredi in stile Impero e i

dipinti neoclassici di Robert Levre

(1755-1830) e Jean-Victor Bertin (1767-

1842) documentano la passione dello

studioso per l’arte dell’Europa napoleonica.

Un’arte accademica ben lontana

dall’impressionismo. Nel 1966 l’istituzione

ha ereditato la più vasta raccolta al

mondo di opere di Claude Monet (1840-

1926) grazie al lascito del figlio minore

e discendente diretto del pittore, Michel

Monet. Il museo ha aggiunto quindi al

suo il nome del maestro di Giverny. Le

opere di questa prima sezione illustrano

due stili pittorici molto differenti: da un

lato, un ritratto di Robert Levre e un paesaggio

di Jean-Victor Bertin dalla collezione

di Marmottan; dall’altro, un ritratto

di Monet e due tele in cui l’artista ha delineato

rapidamente i tratti del figlio Michel.

Dalla fine dell’Ottocento le innovazioni

tecniche favoriscono la pratica della pittura

en plein air. I cavalletti diventano

pieghevoli, il materiale si alleggerisce, la

tavolozza si arricchisce di nuovi pigmenti.

Nel 1841 l’americano John Goffe

Rand (1801-1873) lancia sul mercato il

tubetto di metallo usato ancora oggi, in

sostituzione della vescica di maiale, materiale

dalla tenuta stagna relativa. Una

decina d’anni dopo la ditta Lefranc sostituisce

il tappo a incastro con un tappo a

vite. Gli artisti hanno a disposizione nuovi

colori, più luminosi e stabili: il giallo

di cadmio ad esempio, commercializzato

a partire dal 1850. Nel contempo cambiano

anche i supporti. Queste trasformazioni

spingono i paesaggisti verso un

approccio differente, si cerca di fissare

sulla tela l’atmosfera del momento e le

impressioni che ne derivano, a scapito

della perfezione del disegno e della

forma.

I continui rifiuti da parte della giuria del

Salon spingono i giovani Indipendenti,

come inizialmente vengono definiti dai


6

Claude Monet (1840-1926)

“Passeggiata vicino ad Argenteuil” - 1875 - Olio su tela - cm 61x81,4

Parigi, Musée Marmottan Monet, dono Nelly Sergeant-Duhem, 1985 - Inv. 5332

© Musée Marmottan Monet, Académie des beaux-arts, Paris

critici, a pensare ad un nuovo modo di

esporre indipendente, come artisti di un

circolo privato. A ospitare la loro prima

mostra collettiva, nel 1874, è lo studio

del fotografo Nadar. L’evento desta scalpore

e polemiche, come documenta l’articolo

del critico Louis Leroy, che è all’origine

del nome ripreso da questi giovani

artisti come un manifesto e una

sfida. Immaginando un dialogo tra due

visitatori:“Che cosa rappresenta questa

tela? Guardate il catalogo: Impressione,

sole nascente. Impressione, ne ero sicuro.

Ci dev’essere dell’impressione, là

dentro. E che libertà, che disinvoltura

nell’esecuzione! La carta da parati allo

stato embrionale è ancor più curata di

questo dipinto!”. Questa ironica battuta

rimarrà negli annali della critica, aprendo

tuttavia la strada ad una nuova era artistica

che stava nascendo.

Prima di giungere a una declinazione

stagionale, quotidiana, addirittura oraria

delle sue opere, Claude Monet inizia a

studiare arte sotto la guida di Charles

Gleyre (1806-1874) presso l’Ecole impériale

des beaux-arts di Parigi. Ma i due

entrano presto in conflitto su quale sia il

modo migliore di rappresentare il paesaggio.

L’allievo, deciso a cogliere l’essenza

stessa della natura, abbandona il

maestro che al contrario lo vorrebbe indirizzare

verso l’idealizzazione: “Ricordatevi,

dunque, giovanotto, che quando

si esegue una figura, bisogna sempre

pensare all’antico”. Due settimane dopo

Frédéric Bazille, Auguste Renoir (1841-

1919) e Alfred Sisley (1839-1899) seguono

l’esempio del loro compagno.

Inoltre la gamma dei colori impiegati, lavorando

in pieno giorno, diventa più

chiara. Monet viene introdotto a questa

pratica da Johan Barthold Jongkind

(1819-1891) e da Eugène Boudin (1824-

1898). Il pittore viaggia molto in giro per

la Francia e si reca anche all'estero per

dipingere marine, paesaggi o anche scene

di vita familiare, come il ritratto della

moglie Camille (1870). Dal 12 settembre

al 25 novembre 1886 Monet risiede a

Belle Ile sul mer, dove esplora il litorale

per carpirne lo spirito selvaggio e fissarlo

sulla tela. Lo aiuta in questo periodo

Hippolyte Guillaume, un pescatore

di aragoste soprannominato Poly, che

per due franchi al giorno diviene il suo

assistente. L’artista lo ritrae con il cappello

nero e la barba lunga e incolta che,

insieme all’incarnato color mattone, dà

l’idea della fatica di vivere sull’isola

come pescatore, in balia del sole e del

vento. Una tela che Monet conserverà

gelosamente per tutta la vita.

Scegliendo di lasciare l’atelier per andare

a dipingere dal vero, gli impressionisti

infrangono la gerarchia dei generi

pittorici. Negli stessi anni si assiste alla

nascita della fotografia, nuovo miracolo

della tecnica, e viene meno il bisogno di

dipingere copiando alla perfezione un

determinato soggetto. Per i nuovi artisti,

diventa importante l’emozione immediata

prodotta da un paesaggio o dalle

scene di vita moderna. Monet, maestro

della pittura en plein air, dedicherà l’intera

vita in maniera quasi maniacale a

cercare di cogliere le variazioni luminose

e le impressioni cromatiche dei luoghi

che osservava. Per catturare la luminosità

che varia di ora in ora, il pittore lavora

in fretta, con pennellate che si susseguono

rapidamente, e si sposta in località

in cui si verificano violenti cambiamenti

climatici. Porta con sé diverse


Claude Monet (1840-1926)

“Barca a vela. Effetto sera” - 1885 - Olio su tela - cm 54x65

Parigi, Musée Marmottan Monet, lascito Michel Monet, 1966 - Inv. 5171

© Musée Marmottan Monet, Académie des beaux-arts, Paris

tele, e le cambia col cambiare dell’ora.

Nascono le serie della cattedrale di Rouen,

la serie dei covoni di fieno, e non

solo.

La costa della Normandia, da Etretat a

Honfleur, e la regione della Creuse, gli

offrono la possibilità di ritrarre l’intensità

luminosa in un ambiente naturale

ancora selvaggio. Monet trascorse la primavera

del 1889 dipingendo il paesaggio

intorno alla confluenza di due fiumi,

la Petite Creuse e la Grande Creuse, nel

villaggio di Fresselines nella Francia

centrale. Opere quali Falesia e porta

d’Amont e Barche nel porto di Honfleur,

dipinte in Normandia, rendono l’idea di

come l’artista lavorasse con pennellate

veloci e frenetiche, cercando di cogliere

l’atmosfera del momento prima di un repentino

cambio del tempo. Il 21 ottobre

1885 Claude Monet confida ad Alice

Hoschedé, sua seconda moglie, la sua

contentezza constatando che a Étretat è

tornato il bel tempo: “Da tre giorni il

tempo è superbo e me lo sto godendo, ve

lo assicuro; le barche si preparano per la

pesca delle aringhe, la spiaggia si è trasformata,

è molto vivace, molto interessante”.

Dall’hotel Blanquet, a due passi

dalla bellissima spiaggia di Étretat, Monet

lavora in prima fila. In Barca a vela,

effetto sera introduce, tra il cielo e il

mare che si annullano, una barchetta delineata

con un tratto fine e preciso; il

profilo scuro della vela contrasta con i

colori pastello che dal giallo al rosa svelano

il sole che tramonta all’orizzonte.

Nella carriera di Monet, Londra è un

vero e proprio laboratorio di sperimentazione.

I paesaggi spettrali generati dai

fumi delle fabbriche e la foschia del Tamigi

gli permettono di lavorare su ciò

che in pittura è difficile da realizzare: la

nebbia impalpabile che copre le architetture

e la luce mutevole che sfiora la superficie

dell’acqua. Come il Turner, anche

Monet vuole rendere l’effetto impalpabile

dei fumi e della nebbia in opere

come Il Parlamento di Londra. Con le

vedute del ponte di Charing Cross e del

Parlamento, dipinte nel corso di vari

soggiorni successivi, si apre per lui una

nuova fase di ricerca. La serie di Charing

Cross Bridge è nata tra il 1899 e il 1904:

rappresenta l’Hungerford Bridge (chiamato

anche Charing Cross Bridge) e sullo

sfondo il Palazzo di Westminster.

Questo era il panorama che Monet vedeva

dalla sua camera al Savoy Hotel,

dove risiedeva nei suoi soggiorni londinesi.

La serie, diverse opere dedicate alla

nebbia che avvolge il Tamigi, comprende

diversi dipinti e si unisce a quella dei

parlamenti di Londra e del ponte di Waterloo.

Sembra che Monet iniziasse la

sua giornata dipingendo il ponte di Charing

Cross e il ponte di Waterloo, per poi

spostarsi con tele, colori e cavalletto dietro

al Parlamento, al tramonto. I mutamenti

delle condizioni meteorologiche e

i veloci spostamenti della nebbia sul

fiume non permettevano a Monet di indugiare

a lungo su un’opera, spingendolo

spesso a cambiare tela per catturare

una nuova scena. Alla fine del suo soggiorno

nel 1901, il pittore aveva prodotto

quasi un centinaio di tele su Londra,

quasi tutte completate. Appese poi nel

suo grande studio a Giverny, molti di

questi furono successivamente ritoccati

o finiti in seguito, fino al 1903. Tornato

a Giverny, con le Ninfee del 1904 e 1907

Monet rivolge la sua attenzione ad un

particolare del suo giardino, le amate


8

Claude Monet (1840-1926)

“Le rose” - 1925-1926 - Olio su tela - cm 130x200

Parigi, Musée Marmottan Monet, lascito Michel Monet, 1966 - Inv. 5096

© Musée Marmottan Monet, Académie des beaux-arts, Paris

ninfee, che diventano le protagoniste di

una nuova serie di dipinti, dal titolo Paesaggi

d’acqua. Qui è lo spazio a diventare

il protagonista della tela. Monet si

diletta a raffigurare la superficie riflettente

dell’acqua, accentuandone l’effetto

con l’eliminazione di ogni riferimento

alla riva. Dai riflessi sull’acqua si evince

che sulle sponde dello stagno crescono

salici piangenti mentre il cielo è solcato

da nuvolette. I fiori sono resi con piccoli

tocchi di colore puro, contribuendo a regalarci

l’immagine di un mondo fluttuante

che sembra preannunciare l’astrattismo.

Dal 1914 fino alla sua morte nel 1926,

Monet esegue ben centoventicinque pannelli

di grande formato che hanno come

soggetto il giardino d’acqua di Giverny.

Una selezione di queste opere - oggi nota

come le Ninfee dell’Orangerie - viene

offerto dal pittore allo Stato francese. Dipinti

monumentali, realizzati nell’atelier,

portano all'estremo la ricerca già iniziata

con le Ninfee del 1903 e del 1907. In

queste opere l’artista annulla la prospettiva

reale immergendo il fruitore in una

distesa d’acqua che si fa specchio, e protagonisti

del dipinto sono le nuvole e le

fronde dei salici che si riflettono sulle

acque dello stagno. Paesaggi, in cui cielo

e terra si confondono, invitano il visitatore

ad un'esperienza contemplativa in

cui la raffigurazione di un semplice fiore

commuove suggerendo l’immensità della

natura.

La passione per i fiori ha accompagnato

tutta la vita di Monet. Amava molto arricchire

il suo giardino con fiori esotici

che si faceva arrivare anche dal Giappone.

Il giardino di Giverny, con piante

che fioriscono in ogni stagione, ancora

oggi è visitabile da chi, facendo un viaggio

in Francia, fa una piacevole sosta in

quella che era la casa di Monet per poi

visitare la cattedrale di Rouen, immortalata

dall’artista nelle diverse ore del

giorno, e giungere finalmente ad Etretat

e poi Honfleur in un pellegrinaggio artistico,

alla ricerca delle atmosfere e delle

emozioni che, grazie alle tele di Monet,

possiamo rivivere ancora oggi.

Verso i 70 anni Monet iniziò a soffrire

per la cataratta ed a dipingere solo in alcune

ore del giorno. Nei quadri eseguiti

in questo periodo i colori perdono le sfumature,

i contorni diventano sfocati,

scompaiono i dettagli e le immagini perdono

di tridimensionalità. A 83 anni si

operò all’occhio destro che era diventato

cieco, ma non volle ripetere lo stesso intervento

all’occhio sinistro. “Con l’occhio

sinistro tutto è rosso, il cielo è giallo,

mentre con l’occhio destro tutto è

blu”. La sua visione dei colori migliorò

con delle lenti gialle prodotte in Germania,

che gli permisero di ritrovare il verde,

il rosso ed il blu attenuato.

La mostra si chiude con Le rose, dipinte

nel 1926 all’età di 85 anni (lo stesso anno

della sua morte). Un’opera come questa

desta commozione a causa del suo

carattere incompiuto, con i boccioli che

leggeri si stagliano delicatamente contro

un cielo azzurro. La composizione raffigura

alcuni rami del suo roseto ed evoca

le stampe giapponesi che il pittore collezionava

con tanta passione. Con Le rose,

Monet rende omaggio alla natura che

ha saputo raffigurare così bene, insieme

alla fragilità e alla caducità di ciò che ci

circonda. Una mostra imperdibile per gli

amanti di questo artista che, ancora oggi,

desta emozione e commozione.


Lucia Arcelli

Senza titolo - 2020 - Tecnica mista su tela - cm 80x120 - Collezione privata

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


PIER TOFFOLETTi STARS&FRAMES

a cura di Riccardo Ferrucci

Pier Toffoletti

STARS S AND FRAMES

a cura di Riccardo Ferrucci

25 settembre – 22 ottobre 2021

Chiesa di San Cristoforo, oro, via Fillungo, Lucca

orari: dal martedì alla domenica dalle 10:30 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 19:30, ingresso libero

In occasione one del Lucca Film Festival 202121

CASA A D’ARTE

SAN LORENZO

1995

San Miniato Via Gramsci, 119/a

www.arte-sanlorenzo.it

Tel. 0571 43595

galleria@arte-sanlorenzo.it


Conferenza stampa con il Sindaco di Lucca Alessandro Tambellini,

il Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca Marcello Bertocchini,

il Presidente di Lucca Film Festival ed Europa Cinema Nicola Borrelli,

il curatore della mostra Riccardo Ferrucci e Roberto Milani della Casa d’Arte San Lorenzo

Il 25 settembre 2021 si

è inaugurata la mostra

Stars and Frames, a

cura di Riccardo Ferrucci,

presso la Chiesa

di San Cristoforo a Lucca

e può millantare della collaborazione

e del patrocinio

del Lucca film festival e di

Europa cinema 2021.

L’esposizione è stata prodotta

da Casa d’Arte San Lorenzo.

Pier Toffoletti, con

questa mostra, dedicata al

mondo del cinema, raggiunge

una intensità poetica nuova,

viaggiando nella bellezza

tra le storie e i volti della settima

arte.


12


L’artista struttura un percorso artistico

che vuol omaggiare le grandi

pellicole e i suoi protagonisti. In

questa mostra le opere si dividono

in due filoni: le Stars e i Frame.

Nelle prime l’artista vuole accendere

un focus sui divi di Hollywood

e i grandi volti del cinema italiano

e internazionale. Troviamo così dei

famosi ritratti resi attraverso la sua

personalissima tecnica. Bellissimi

volti vengono graffiati e colpiti da

potenti getti di colore che riescono

a dare movimento e forza alla figura,

ma allo stesso tempo la preservano

nella loro interezza e peculiarità.

Questo caratteristico modo

di dipingere, all’interno di queste

ultime opere, subisce delle aggiunte

e delle variazioni. I visi diventano

estremamente espressivi e

sulla tela si presentano inserti cangianti

che fanno brillare e vibrare

l’immagine. Riflettendoci non a caso

il titolo di questa inedita serie è

proprio Stars. Nel secondo filone

Pier Toffoletti fa un ulteriore passo

in avanti unendo la sua unica tecnica

pittorica con la tecnologia.

Blocca sulla tela dei fermi imma-


14

gini, Frames, di pellicole e scene

universalmente conosciute, poi, in

un secondo momento, vi interviene

pittoricamente con il suo gesto.

Film che indubbiamente non ci sono

estranei e non ci lasciano indifferenti,

vengono fermati dall’artista

al fine di renderli immortali. Una

mostra che diventa un viaggio con

una sua particolare dimensione narrativa.

Una mostra che rispetta i

tempi di un racconto cinematografico.

Pier Toffoletti costruisce uno

spazio e un tempo filmico, dove

svanisce l’ordinario e appare magicamente

un mondo straordinario

fatto di musica e silenzi, vuoti e delicate

sospensioni.

Questa è un’arte di grande sapienza

compositiva, dove fotografia, segno,

disegno, video e tecnologia si

incontrano, uniscono le loro forze,

per dare origine ad una pittura della

complessità e profondità.

Pier Toffoletti instancabilmente attivo

è riconosciuto non solo a livello

nazionale, ma anche internazionale,

grazie alla sua poetica e al

suo innato talento pittorico.

Selina Fanteria


www.tornabuoniarte.it

“Omaggio all’indecenza” - 1959 - Tecnica mista e collage su tela - cm 40 x 110

Gastone Novelli

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 - info@tornabuoniarte.it

Milano 20121 - Via Fatebenefratelli, 34/36 - Tel. +39 02 6554841 - milano@tornabuoniarte.it

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Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055 2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


16

Gianmaria

Potenza

“Astrolabio” - 2018 - Bronzo, fusione a cera persa

h 230 cm - Salone Nautico di Venezia 2021

“Freccia” - 2021 - Bronzo, fusione a cera persa

h 420 cm - Salone Nautico di Venezia 2021

Il 2020 è stato un anno

difficile, che ci ha insegnato

però nuovi modi di

comunicare, di stare insieme

anche se lontani, e

un rinato senso di comunità.

Dopo oltre un anno di stravolgimenti

e sacrifici, arte e cultura

sono fondamentali per colmare

la fame di evasione, svago

e catarsi.

Questo è lo spirito che ha guidato

l’attività dello scultore Gianmaria

Potenza e del suo studio.

Molte le iniziative durante i mesi

più difficili di questa pandemia,

tra cui due progetti a sostegno

della sanità veneta e della Collezione

Peggy Guggenheim di Venezia.

E poi il lancio del virtual

tour, tante newsletter ed eventi

dedicati ai collezionisti, nel rispetto

delle norme anti-Covid.

“Abbiamo dovuto cancellare mostre

ed eventi ma siamo fortunati.

Il lavoro è andato avanti, seppur

lentamente, e ora, dopo un anno e

mezzo, l’attività dello studio va a

pieno ritmo. Per me è stato un periodo

particolarmente creativo e

produttivo. Ho dedicato tutto questo

tempo interamente alla mia

arte”. Racconta il Maestro e, in

effetti, il calendario del prossimo

anno è ricco di appuntamenti. Il

più importante di questi è certamente

la grande mostra in programma

per Agosto e Settembre

2022 alla Fondazione Majid di

Ascona (Svizzera), nata nel 2019

e che da allora ospita eventi e incontri

di elevato interesse culturale

e sociale.

La monografica arriva a distanza

di oltre tre anni dall’ultima gran-


Gianmaria Potenza nel suo studio (foto di Enrico Fiorese)

Il giardino dello Studio Gianmaria Potenza (foto di Giovanni Zardinoni)

“Piuma rossa” - 2016 - Bronzo, fusione a cera persa - h 200 cm

de mostra del maestro veneziano,

al Museo Sant’Agostino di Genova

nell’inverno 2019. Sarà l’occasione

per esporre in anteprima

le ultime creazioni di Gianmaria

Potenza, insieme ad alcuni dei

suoi pezzi più iconici come i bronzi

e i mosaici. Sarà soprattutto

anche un modo per voltare finalmente

pagina e salutare (incrociamo

le dita) gli anni di restrizioni

e sacrifici dovuti all’emergenza

sanitaria.

Gli eventi dedicati alla sua arte

non sono comunque mancati nei

mesi scorsi. In Giugno ha presentato

in anteprima al Salone Nautico

di Venezia “Freccia”, una

scultura girevole in bronzo che

supera i quattro metri di altezza e

che ha colto la meraviglia di tutti

i passanti. La partecipazione al

Salone era parte del programma

realizzato in collaborazione con il

Rotary Club Venezia, l’Unione Italiana

Ciechi e Ipovedenti della

Provincia di Venezia e Spazio

Thetis.

Un’altra grande soddisfazione arriva

dal Concorso per l’adegua-


18

mento liturgico della Cattedrale di

Cremona.

La scorsa primavera, Gianmaria

Potenza ha vinto il bando CEI insieme

al team di lavoro guidato

dall’Arch. Massimiliano Valdinoci,

e sarà impegnato nei prossimi mesi

alla realizzazione degli arredi sacri:

altare, ambone e porta cero pasquale

in marmo e bronzo. Infine,

la cattedra in bronzo, interamente

lavorata, sarà il pezzo più importante

delle nuove proposte.

Dal catanese invece arrivano altri

lavori per due nuove chiese. Di

queste però non possiamo anticipare

ancora molto ma speriamo vedano

la luce nel 2023. Le chiese e

l’arte sacra in generale si confermano

ancora oggi come uno dei

principali capitoli dell’arte di Gianmaria

Potenza. Da i lavori per SS.

Papa Paolo VI negli anni Sessanta,

oggi conservati ai Musei Vaticani,

al grande rosone in mosaico realizzato

per il Monastero di Bose, le

opere di Potenza sono apprezzate

soprattutto per il loro valore intrinsecamente

spirituale e non necessariamente

dichiaratamente religioso.

Sorprende sempre l’artista veneziano,

che a 84 anni non ha mai perso

il suo ottimismo e senso dell’umorismo,

sempre pronto a sorridere e

giocare. Sarà forse questo il segreto

della sua lunghissima carriera e noi

non vediamo l’ora di vedere cosa

ci regalerà in futuro la sua arte.


Maurizio Baiocchini

“La panchina” - 2013 - Olio su tavola - cm 70x121

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

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20

anna Maria tani

“Setttembre” - 2021 - Tecnica mista su tela - cm 100 x 80

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galleriaesserre@gmail.com - cell. 329 4681684


22

Piero MASIA:

Senza perdere il ritmo

di Giorgio Barassi

“I musicisti migliori non sono quelli

che suonano al meglio,

ma quelli che ascoltano di più.”

Pat Metheny

Sono passati gli anni, ma la

voglia di suonare è la stessa

di quando suonava coi Mah,

il gruppo (allora si chiamavano

“complessi”) col quale

ha girato la Sardegna, terra

natia, e l’Italia riscuotendo il successo

dovuto a quei giovani che sapevano far

divertire altri giovani. E, per aggiungere

e precisare, la voglia di suonare e dipingere

è sempre quella, nel continuo tentativo

di migliorarsi, senza un limite.

Perché per gli artisti che hanno veramente

deciso di seguire i propri sogni

non può esistere un limite. Per Piero

Masia la scoperta del nuovo ritmo, dell’assolo

da sfilare come un asso dalla

manica, è una regola fissa. Vale per la

pittura e per la musica, indubbiamente

due amori seguiti con passione e determinazione

dai pantaloni corti in poi. Se

sia stata l’una a sopravanzare l’altra non

è dato saperlo, né cambierebbe le cose,

perché la costanza e la continua ricerca

sono due delle doti del pittore che vive

da sempre in Piemonte, dove ha portato

il suo cuore di sardo autentico e allegramente

determinato. I colori della campagna

attorno ad Ossi sono stati sostituiti

dalle brume e dagli autunni piemontesi,

ricchi di vigneti floridi, allineati in ordine

antico, ma il senso delle tinte e il risuonare

dei turchese, dei gialli e dei verdi

o rossi ficcanti e perfino insolenti delle

sue opere, appartiene al suo recondito

infantile, sanno di Sardegna e non mancano

mai nella sua produzione ricca e vivace.

Mettere in fila quel che ha prodotto è vicenda

che prevederebbe lungaggini che

non ci appartengono, ma una certa magia,

un che di ancestrale e tradizionale si

legge nei lavori di Masia più recenti come

in quelli più datati. L’unità dei concetti

risiede nelle cromie, nella scelta che

può essere a volte insistente o fin troppo

decisa, ma quel che conta, per la sua anima

di musicista e per il talento del pittore,

è l’armonia. Tale si legge nelle

espressioni più strettamente figurative,

evocatrici di atmosfere assolate o narratrici

di vicende di campagna. Una specie

di aria libera e franca che accoglie le sue

opere in cui appaiono personaggi di un

passato che talvolta si può leggere al presente:

figure curve sotto il peso del lavoro

dei campi, uomini dall’aria severa


col loro carico di esperienza, frutta invasa

da una luce sincera che pare pavoneggiarsi

nei cesti o sui tavoli, paesaggi

in cui la fantasia ha dettato a Piero le caratteristiche

che diventano inconfondibili,

come il sole ripetuto due volte nel

dipinto (una doppia razione di energia

vitale, un ottimismo mai scalfito). Potrebbe

bastare.

Ma Masia fa emergere la sua vena da

musicista e allora decide di cambiare

qualcosa, come a cercare il tassello giusto

che renda gradevole l’arrangiamento.

E allora nascono i “Frammentati”, opere

composte come la divisione delle tessere

di un unico mosaico, elementi che potrebbero

anche vivere anche da soli, a

ben guardare. Ma neppure lì il musicista

ha ceduto il passo al pittore. E allora,

come quando le luci del palco si spengono

per lasciare il campo ad un unico

faro, il batterista Masia capisce che è

tempo di assolo. Cominciano le “Trilogie”,

sperimentazioni convincenti basate

sui teoremi della astrazione piana, ma

ricchissime di riconoscibilità e di citazioni,

richiami alla vita, alla storia stessa

degli uomini e della terra, riflessioni ordinarie

rese in maniera straordinaria. In

fondo, in un gruppo (che bello quando si

chiamavano semplicemente “complesso”

o al massimo “complesso vocale e

strumentale”) chi porta il tempo è quel

matto seminascosto dietro i tamburi,

senza il quale nulla sarebbe possibile.

Batte quattro, Piero, e arrivano i suoi informali

strategicamente messi al paio

delle altre esperienze, come a dirci che

del ritmo della pittura sa molto, e molto

ha appreso nelle lezioni assorbite con

avidità. I suoi dipinti informali hanno le

dissonanze del jazz, ma si presentano

come opere che Masia esegue in piena,

assoluta e fiera autonomia. Raccontano

fiori, boschi, spazi aperti o sensazioni

dell’anima in cui pare che l’artista si rifugi

come quando si siede per sentire

con un tocco se la pelle del rullante è ben

tesa, se il pedale della cassa risponde ad

ogni colpo.

È curioso, Masia. Osserva, guarda attorno

e legge, interpreta, vede bene. Rispetta

e tace, poi va in studio a voltare

un’altra pagina della sua maniera di dipingere,

perché quel che vede e sente

servono a rinforzare la sua convinzione,

la sua estraneità al conformismo ed all’


24

appiattimento.

Che le due anime di Masia, quella del

musicista e quella del pittore, convivano

alla perfezione, è ormai chiaro. Anni di

produzione in cui non si è mai partiti dal

ritmo lento e la voglia di fare arrivava

sempre più, inducendolo a migliorarsi ed

a sperimentare senza risparmiarsi, fino

all’ultimo colpo di pennello che ci piace

immaginare sferrato come quello della

bacchetta sul piatto più grande. Un finale

rock che strappa applausi e prelude al

brano successivo, al quadro seguente. E

tutto senza mai perdere il ritmo, anzi,

dettandolo. Piero non ha l’arroganza del

pittore arrivato, né la spocchia di quello

che può vantare mostre e partecipazioni

importanti. Non si vanta neppure di aver

organizzato, in tempi insospettabili, un

gruppo di altri artisti di qualità per creare

scambi artistici di valore mondiale. Per

lui quelle sono tappe e il traguardo non

è un problema ma uno stimolo.

Appaiono infine, dopo le insistenze dei

due di Laboratorio Acca, la trasmissione

a cui Masia partecipa da protagonista da

un bel pezzo, opere che risalgono più direttamente

al corpus delle Trilogie, dinamici

esperimenti messi su con l’istinto

dell’astrattista e insieme la riconoscibilità

della figura. Una sperimentazione

matura che ha sempre il sapore della novità,

della caccia al colore più adatto.

Non un tertium genus, ma una prosecuzione

aggiornata di quelle opere che nacquero

nei primi anni ottanta, ispirate, per

concetto e struttura narrativa, alla tragedia

greca. Nulla nasce in maniera indipendente

dal quadro successivo. La

lucidità e la razionalità scandiscono il

percorso. Cassa, rullante, cassa…avanti

così. E così, anche, sono nate le opere

che omaggiano i grandi della musica,

della sua musica. James Brown, i Beatles,

Tina Turner, i New Trolls, Battisti.

Nel suo produrre c’è un abbraccio virtuale

e grato a tutto quanto ha contribuito

ad irrobustirlo e farne un artista.

Oggi Masia sforna opere che hanno sempre

lo squillare di quei colori mai dimenticati,

che sono agghindati alla maniera

contemporanea, figli di vicende ultime.

Perché è semplice immaginare che il

musicista non può farsi sfuggire l’occasione

di sperimentare ritmiche nuove,

essendo attrezzato per farlo e possedendo

le capacità necessarie, la tecnica, lo

stile e la giusta caparbietà. Né si può

pensare che la storia di Piero Masia abbia

raggiunto un approdo. Perché il suo

è un lavoro che prelude ad altro lavoro.

Senza perdere mai il ritmo.


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“Tigri” - 2013 - Tecnica mista su canapa - cm 210 x 210

Luca Pignatelli

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 - info@tornabuoniarte.it

Milano 20121 - Via Fatebenefratelli, 34/36 - Tel. +39 02 6554841 - milano@tornabuoniarte.it

Forte dei Marmi 55042 - Piazza Marconi, 2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeimarmi@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055-2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


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Andrea BASSANI

Eternità della forma

di Giorgio Barassi

Ciò che desidero, è che tutto sia circolare e

che non ci sia, per così dire, né inizio né fine

nella forma, ma che essa dia, invece, l'idea

di un insieme armonioso, quello della vita

Vincent Van Gogh

Alla fine, dopo aver guardato

attentamente il complesso

degli elementi che

costituiscono un’opera di

Andrea Bassani, capisci

che la spinta e la forza stessa dei suoi lavori

è la ricerca di una armonia. Non

solo quella compositiva, non sempre facile

da afferrare per un artista, ma quella

a cui si tende in una esistenza che non si

intende buttare via. Il fine da perseguire

è vivere bene e bene produrre. E così, ordinato

e caparbio, meticoloso e insistente,

deciso e preciso, Bassani riversa

nelle sue strutture lignee una ambizione

che dovrebbe essere di tutti. L’ordine che

diventa armonico, necessario ed imprescindibile

elemento di tutto ciò che

conta. Insomma per lui vale più il risultato

che la fatica, peraltro tanta, necessaria

a mettere insieme i componenti della

sua ricerca, quelle sue inconfondibili

opere che sbrigativamente qualcuno poco

accorto chiama in maniera impropria

“estroflessioni”. Sia ben chiaro: non lo

sono. Così abbiamo servito quelli delle

definizioni raffazzonate, che non possono

mai attagliarsi ad un artista così

scrupoloso nel creare. Le opere di Bassani

nascono dal legno e con il legno. Gli

elementi su cui viene adagiata con accortezza

una tela finissima e dipinta con

una perfezione impeccabile sono sagome

di legno, pensate e progettate per

convivere in assoluta indipendenza e

nello stesso tempo come forme che non

potrebbero vivere senza quella contiguità,

quell’accostamento e quel coordinamento

che ormai hanno conquistato

un notevole mercato di appassionati e di

intenditori.

Da qualche tempo compaiono sul mercato

i suoi lavori non protetti dal tradizionale

plexiglass, necessario a proteggere

la stesura del colore quanto a cristallizzare,

immobilizzare ed eternare la

natura stessa di quelle forme preziose e

affascinanti, perle di sapienza ordinata.

L’approdo a questa nuova veste è stato

dettato da una esigenza televisiva, essendo

Bassani presente coi suoi lavori

nella rubrica Laboratorio Acca, in onda

su Arte Investimenti TV. Spogliare la

preziosità delle sue creazioni da quella

seppur trasparente veste di plexiglass

aiuta ad entrare nell’imo dell’elaborato

di Bassani e premette riprese televisive

più agevoli, ad esempio. Così si riesce a

capire proprio quella organizzazione armoniosa

e delicata che rende le opere

dell’artista bergamasco uniche, inconfondibili,

piene di un vigore sottaciuto,

perché Andrea odia il baccano.


Nondimeno sono note e degne di nota le

sue opere più estese, più grandi, che volgono

verso il cielo come in un anelito di

spiritualità. Lo schema compositivo non

cambia: legni sagomati, tela, colore,

equidistanza. Una facilità che è semplice

a raccontarsi ma assolutamente complessa

a realizzarsi. Ci vuole pazienza, si

direbbe. Ma anche coraggio e tenacia.

Perché quelli come Bassani, non abituati

al clamore, alle chiacchiere, al presenzialismo,

sono soggetti delicati che preferiscono

alle parole i fatti. Ed è così che

è nata la sua voglia di esprimersi, di racconta-

re una ferma voglia di armonioso

ordine che sfugge alla società ma non

agli spiriti silenziosi ed accorti.

L’ avvicinarsi ed il concordare dei pezzi

che compongono i lavori di Bassani

sembra una danza preordinata scientificamente,

una esibizione colta dalle fattezze

scientifiche, rispondente a calcoli

che sanno di pittura antica, per la composizione

che scava nella geometria, e di

assoluta modernità, di raffinato senso

della attualità, ravvisabile nella scelta dei

colori, essenziali, spesso primari e mai,

assolutamente mai sconnessi dalla forma.

Se il grande architetto e pensatore Le

Corbusier affermava che l’Architettura è

il gioco sapiente, rigoroso e magnifico,

dei volumi assemblati nella luce, si può

per analogia dire che i volumi di Bassani

sono figli di quel gioco magnifico e calcano

sul rigore più che sulla magnificenza.

Non per privare i suoi lavori di

quell’appeal che comunque hanno, ma

per sottolineare ancora una volta quanto

sia severa la forma di impegno che Andrea

Bassani pone nelle sue creazioni,

oggi più riconoscibili e note di ieri, in

forza di una volontà incrollabile, finalizzata

al giusto compiacimento di chi le

sceglie. Spesso i legni, sagomati e coperti

di tela e colore vivo, finiscono in

collezioni che non avevano mai accolto

nulla di moderno. Ed è questa la prova

di una raggiunta indipendenza creativa,

di una affermazione ormai conclamata

che deriva dal sentirsi attratti da forme,

coordinamenti, colori, formati indiscutibilmente

vincenti.

Bassani ha il dono della chiarezza e-

spressiva, della certezza dei contenuti

delle sue opere. Che sono piccoli esempi

di quanto una strategia lucida possa

affascinare quanto un dolce tramonto o

un mazzo di fiori. E forse, per gli illuministi

o i semplici amanti del ragionamento,

anche di più.

Giorgio Barassi


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Concetta Capotorti

“Gorgonia” - 2013 - Tecnica mista su tela - cm 160x100

Galleria Ess rrE

Arte moderna e contemporanea

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Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


www.tornabuoniarte.it

“I Guardiani della primavera Pop (replica con varianti della “Primavera allegra” del 1965)”

2006 - Pittura su tessuto stampato e rilievo (trittico) - cm 210x300 (n°3 tav. di 210 x 100 cad.)

Cesare Tacchi

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 - info@tornabuoniarte.it

Milano 20121 - Via Fatebenefratelli, 34/36 - Tel. +39 02 6554841 - milano@tornabuoniarte.it

Forte dei Marmi 55042 - Piazza Marconi, 2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeimarmi@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055 2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


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Franco SECCI,

pittore

a cura di Giorgio Barassi

La Sardegna, persa tra Europa e Africa, appartiene a nessun luogo.

Appartiene a nessun luogo, non essendo mai appartenuta a nessun luogo.

Alla Spagna e agli Arabi e ai Fenici, più di tutto.

Ma come se non avesse mai veramente avuto un destino. Nessun fato.

Lasciata fuori dal tempo e dalla storia.

(David Herbert Lawrence)

Nel raccontare la pittura, l’esperienza

e la serietà di Franco Secci non possiamo

essere imparziali.

Mettere piede nella sua terra, non

solo per chi scrive, significa farsi

travolgere dalle sensazioni di bellezza inarrivabile

della natura e lasciarsi cullare da quel mare turchese

e trasparente. Da odori, aria, vento, cibi

unici, parole ascoltate e riferite poi come prova

della fierezza, anche linguistica, dei sardi.

Sulla via che collega la antica Karalis a Villasimius,

dopo aver viaggiato in un lungo viale che

attraversa le Saline, si arriva a Quartu Sant’Elena.

Un angolo di terra che guarda in faccia il mare

senza clamori. Case basse di fronte al blu, in ordine

silenzioso, che rispecchiano l’indole di un

pittore capace e convincente quanto riservato e

non incline alla autocelebrazione. Merce, cioè,

rara.

“Io so di essere un pittore, se sono un artista lo

deciderà il pubblico…”.

Parole che raccontano l’uomo meglio di qualunque

descrizione. Secci ha il senso del disegno ed

il talento del pittore vocato da sempre alla ricerca

della bellezza. Dopo qualche frase di circostanza

e qualche domanda, tira fuori un vecchio disegno

colorato degli anni della adolescenza. Una prova

da fanzine dedicata a Edoardo Bennato. Poi un

altro ed un altro ancora, tutti simboli di una ricerca

caparbia che lo ha portato fino alle tele che

non sono mai solo olio o tempera, ma incroci con

carboncini o pastelli ad olio o chissà mai che altro,

pur di ottenere una singolarità ormai riconoscibile

ed evidente quanto la sua convinzione a migliorarsi.

Non ha avuto, e in questo si legge ancor più

la sua volontà incrollabile, un percorso accademico

convenzionale, ma quando i suoi componimenti

hanno preso la via di ciò di cui non puoi

fare più a meno, si è dedicato alle lezioni dirette


di un maestro, Antonello Pintus, che

tiene a bottega gente decisa e non pittori

della domenica. Lì ha potuto sperimentare

e misurarsi con tecniche diverse,

tutte apprese con avidità, in grado di

completare una predisposizione ed una

intenzione narrativa assolutamente indiscutibili.

La vera forza creativa di Secci sta nella

sua indipendenza del suo elaborato, che

tocca temi sociali e sentimentali, storici

e romantici con una leggerezza apparente,

figlia però di una grande capacità

di sintetizzare bellezza e contenuti in

una ammirevole e incontestabile ricerca

del gradevole. Perciò quello che ne risulta

sono volti, particolari, oggetti e

soggetti che non permettono una fugace

visione riassuntiva, ma che invitano alla

obbligatorietà della occhiata attenta, indagatrice.

Solo così ci si rende conto

della capacità di Franco Secci di saper

miscelare con cautela gli elementi tecnici

e quelli artistici al fine di suscitare

esattamente quella attenzione maggiore

che svela combinazioni di terre, grafite,

china, olio ed altre diavolerie riassunte

in opere dall’aspetto severo e insieme

discreto, silenzioso, intrigante. Prorompenti

di vitalità, di citazioni ed indubbiamente

di fascino. Così si legge, per

esempio, quella cupezza dei neri che

hanno dato vita ad un suo grande lavoro,

dedicato ad una figura della antica cultura

popolare sarda, l’Accabadora. Era

una antica figura femminile, scomparsa,

pare, agli inizi del 900, che aveva per

compito quello di mettere fine alla sofferenza

dei moribondi e dei malati terminali,

mai confortata da prove della sua

reale esistenza, ma soggetto di film e

“contos de forredda” (racconti del focolare).

Secci non la ritrae nell’atto di infliggere

la morte, ma in quello di esitare

davanti ad una chiamata. Il suo volto

non è certo quello di femmina crudele,

lo sguardo contiene un insolito “no” ma

anche un dubbio, una esitazione che ritroveremmo

nelle sospensioni e nelle

enigmatiche figure della pittura storica,

sia italiana che europea, quando i personaggi

animavano scene solo apparentemente

facili da interpretare. Pare un dipinto

di Mattia Preti, contornato da un

buio da cui emerge il volto, ma altri particolari,

come la argìa (unico ragno velenoso

presente in Sardegna) danno al

dipinto un tono di ricchezza, magia e sapienza

nella composizione.

E così le opere allusive e sferzanti degli

ultimi periodi, in cui mancano ai soggetti

alcuni frammenti del profilo, come

spazi privi di tessere cadute da un mosaico.

Dipinti che vivono una vita diversa

da quella del consueto lavoro da

tema sociale. Amaramente ironico, Secci

ci guida alle considerazioni sulla identità,

sulla vita stessa e sui problemi del

mondo senza abbandonare la rotta del


32

sogno, né quella della digeribile ricercatezza

stilistica. Nello stesso modo i suoi

ritratti o autoritratti sono inclusi in una

aura di abbondanza di tecnica, di sapienza

e saggezza. Conoscendo Franco,

lui non direbbe mai di averci messo

tutta la sua conoscenza, ma solo il necessario.

Eppure nelle sue opere c’è tanto,

sempre. Vita, glorie, sofferenze.

Nondimeno sono da dimenticare le sue

esperienze da vignettista, vissute con

baldanza da esperto e ricche di note allegre

e cariche senza eccedere nella misura.

Anche lì, Secci ha giocato di fioretto

perché provocare la risata sguaiata

non è faccenda che lo possa riguardare.

Impressionano le sue carte, ricercate operazioni

su volti e soggetti popolari, prevalentemente.

Sono opere che lui stesso

definisce “defatiganti”, cioè realizzate

alla fine di una sessione di lavoro in studio,

quando, pensa un po’, l’attenzione

può calare. Invece la leggera e puntuta

precisione della qualità compositiva prende

corpo nelle carte Fabriano dal peso

notevole, atte a raccogliere mescole di

tecnica e fiammate di autentica classe,

evidentemente in lui innata. Il fatto è che

con Secci si capisce ancor meglio quella

sua magnifica terra, in cui lo spettacolare

ed il meraviglioso sono di casa e

sono certamente vanto ed insieme elementi

silenziati dalla natura della sua

gente, notoriamente taciturna o semplicemente

discreta. “Fache su surdu, betat’a

tontu” (fai il sordo, fingiti tonto)

dice l’ultima strofa di Nanneddu meu, il

canto di libertà ed appartenenza della

tradizione popolare sarda nato dalla poesia

di Peppino Mereu, praticamente un

inno nazionale.

Sarà dunque per un coinvolgimento personale,

per una forma di rispetto e di affettuosa

ammirazione per quell’isola che

De André definì perfettamente (La vita

in Sardegna è forse la migliore che un

uomo possa augurarsi: ventiquattromila

chilometri di foreste, di campagne, di

coste immerse in un mare miracoloso

dovrebbero coincidere con quello che io

consiglierei al buon Dio di regalarci come

Paradiso), ma credo davvero che

sfogliare le pagine della storia artistica

di Franco Secci è pratica da disbrigare

ascoltando ad occhi chiusi “No potho reposare”,

uno struggente canto d’amore

che permetterebbe, a mio parere, di percepire

a cuor leggero i significati ficcanti

della poetica di un bravo e serio

artista.

Si, Artista. Con tanto di maiuscola.

Giorgio Barassi


Conte (Luigi Colombi)

“Geometrie Imperfette” - Tecnica mista su tela - cm 50x70

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

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34

laboratorio acca:

buon compleanno!

a cura della redazione

Lo scorso 13 ottobre Laboratorio

Acca ha compiuto due

anni e durante la trasmissione

dello scorso 17 ottobre

sono andate in onda

immagini della prima, storica puntata

del 2019.

Una bella conferma per una idea che

si è rivelata vincente ed offre sempre

più agli artisti interessati a far conoscere

meglio il loro lavoro. Televisione,

editoria, mostre, eventi d’arte al

centro della attività che culmina con la

trasmissione della domenica sera sui

canali di Arte Investimenti TV.

In due anni di attività Laboratorio

Acca ha presentato un grande numero

di opere ad un pubblico sempre più

nutrito, che ogni domenica si conferma

in aumento nel numero di spettatori,

ha promosso l’attività di artisti talentuosi

ma non esordienti, ha contribuito

a rendere più leggera l’offerta di

Arte Italiana al pubblico ed ha scovato

artisti di evidente bravura che altrimenti

non avrebbero ottenuto quella

visibilità di cui oggi godono.

Molte le novità in cantiere, dopo il

successo della mostra padovana di

Alessio Schiavon che ha fatto da stimolo

per nuovi eventi e contribuito alla

progettazione di nuovi impegni nel

settore della promozione del lavoro

degli artisti. Ma, come sempre, nessuno

parla. I due conduttori, Giorgio

Barassi e Roberto Sparaci, riferiscono

solo che “La Squadra” (Carmelo Ferrara,

Alessandra Pizzioli, Federico

Quartiroli) sta lavorando con la solita

armonia. Staremo a vedere.

Agli artisti interessati ai due progetti

di Laboratorio Acca ricordiamo gli indirizzi

email:

giorgio.barassi@arteinvestimenti.it

oppure galleriaesserre@gmail.com

a cui inviare la richiesta di partecipazione.

Agli spettatori che seguono Laboratorio

Acca va detto il più classico dei

“chi vivrà, vedrà”, perché sentiamo

che più di qualcosa bolle in pentola.

Dalle parti degli studi di A.I. quando

non si fanno vivi nella redazione di

Art&trA, quei due stanno tramando,

ormai lo sappiamo.

Tutte le puntate di Laboratorio Acca si

possono rivedere sul sito:

www.accainarte.it alla sezione Laboratorio

Acca e sul canale YouTube Laboratorio

Acca.


LABORATORIO ACCA

Tutte le domeniche alle 21.30

Can. 868 Sky e 123 DTT

Arte Investimenti TV

Per rivedere tutte le puntate:

www.accainarte.it o YouTube

canale Laboratorio Acca.

Contatti:

giorgio.barassi@arteinvestimenti.it

oppure galleriaesserre@gmail.com

Tel. 329.4681684 / 347.4590939

La domenica in tv con Laboratorio Acca: una nuova finestra sul mondo dell’Arte.

AccA

International


36

Alberto Gallingani

“Crack” - 2019 - Tecnica mista su tela - cm 54x54

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


www.tornabuoniarte.it

Senza titolo (dalla serie Lenzuolo di San Rocco) - 1958-1960

Collage e tecnica mista su tela su tavola - cm 200 x 100

Giulio Turcato

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 - info@tornabuoniarte.it

Milano 20121 - Via Fatebenefratelli, 34/36 - Tel. +39 02 6554841 - milano@tornabuoniarte.it

Forte dei Marmi 55042 - Piazza Marconi, 2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeimarmi@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055 2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


38

Nel segno della Musa

Le interviste diM arilena Spataro

marilena.spataro@gmail.com

“ritratti d’artista”

Protagonisti del ‘900

achille bonito oliva

l’arte è uno sguardo che abbraccia il mondo

Pubblichiamo su questo numero di Art&trA una

mia intervista di alcuni anni fa - ma sempre attuale

- al noto critico e teorico dell’arte Achille

Bonito Oliva, che qui si racconta, così testimoniando

un pezzo di storia della cultura italiana.

Una testimonianza che oggi più che mai, nel difficile

tempo che tutti noi stiamo vivendo, artisti compresi, suona

incoraggiante e carica di stimoli per il futuro.

«Dinamico, nomade e, quindi, con le caratteristiche adatte

per lavorare nella storia e nel nostro presente» dice di sé

stesso e della sua attività Bonito Oliva. Già professore di

Storia dell’arte contemporanea all’Università La Sapienza,

tra i personaggi più famosi del mondo della cultura artistica

italiana, tiene a sottolineare, coerentemente con le sue teorizzazioni

inaugurate al tempo del Movimento della Transavanguardia,

da lui fondato negli anni ’80, di sentirsi più

che critico «storico moderno dell’arte». Nato a Gaggiano

in provincia di Salerno nel 1939, il professore da tempo

vive a Roma, perché, dice, citando Rimbaud, «serve un

luogo da cui andare via e io l’ho avuto, mi sono spostato

nella Capitale e sono molto felice di viverci; è una città in

cui sto bene, abito in Via Giulia, una strada fatta dal Bramante».

E sì, perché nella sua vita l’arte c’entra in tutto,

persino nella scelta della dimora. Ma anche le sue origini

partenopee continuano a influenzare la sua esistenza costituendo

un tratto che ne caratterizza la personalità. Con la

sua terra il professore continua ad avere legami, non solo

perché a Salerno esistono ancora palazzi di famiglia, ma

anche perché in Campania svolge una parte importante

della sua attività intellettuale del “fare”, mettendo a dispo-


sizione la sua esperienza per valorizzare

il grande patrimonio artistico e culturale

di questa regione. «A Napoli - spiega il

critico - abbiamo creato un museo con

oltre 120 opere realizzate da artisti internazionali

e collocate definitivamente all’interno

delle nuove stazioni». Altri progetti

portati avanti sono la costituzione

del Museo Madre a Napoli, dove si realizzano

mostre internazionali e appuntamenti

di arte contemporanea estremamente

qualificati e la valorizzazione della

monumentale Certosa di Padula in

provincia di Salerno.

Il suo amore per l’arte, professore, è

stato influenzato dal suo essere campano?

«Sì perché ho anche un senso dell’esplorazione

e un’immaturità che mi permettono

di riuscire a vedere ancora le sorprese,

per il resto io sono come un chirurgo

che quando torna a casa non ama

trovare sangue alle pareti. Ho visto tante

di quelle opere, ma quando riesco a vedere,

intercettare, inciampare in una cosa

nuova, io sono felice».

Quanto ha influito sulla sua formazione

culturale e umana vivere l’infanzia in

quella terra?

«Per un napoletano all’estero, è un tratto

a favore perché sviluppa velocità, ironia,

associazioni libere, un vitalismo, un valore

aggiunto di tipo antropologico che

mi ha assistito in questi anni e che è a

mio favore, anche in battaglie culturali

mi ha dato la vittoria».

Anche secondo lei, come sostenuto da

più parti, vivere in Campania è un mestiere?

«Sicuramente ci sono dei problemi che

non si possono sottovalutare e che la politica

deve risolvere. La sicurezza, la salute

dei cittadini, devono essere salvaguardate

è solo così che si può avere

maggiore riconoscimento per quello che

abbiamo fatto sul piano culturale».

Quale traccia ha lasciato l’esperienza

della Transavanguardia sulle nuove generazioni?

«Innanzitutto ha scosso alle fondamenta

il pensiero teorico ed è stata una risposta

molto forte al passaggio verso la post

modernità, restituendo un’identità all’arte

italiana, un primato agli artisti italiani,

una circolazione internazionale, un riconoscimento

museografico, collezionistico

e mediatico. Dopo il Futurismo è stato


40

M im m o Paladino - Senza titolo - 2005 (dettaglio). Collezione Madre, Napoli.

Courtesy Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee, Napoli.

Foto © Amedeo Benestante.

il movimento che ha prodotto il maggior

risultato a livello internazionale.

La Transavanguardia è una teoria che ho

sviluppato nella metà degli anni ’70 puntando

sull’intreccio tra arte e figurativo,

che prevalga la statua o il figurativo,

quello che ho teorizzato era l’uscita dall’obbligo

di una ricerca fine a sé stessa,

quindi la capacità per ogni artista di trovare

una propria strada e recuperare un

senso creativo libero da ogni dogma e

anche dall’ideologia. Mi pare che questa

decongestione del sistema dell’arte sia avvenuto

ed è stato un fatto liberatorio per

tutti gli artisti, anche per quelli più giovani

venuti dopo la Transavanguardia. In

questo senso la lesione è stata fertile e sta

sortendo ancora i suoi effetti. Il Movimento

è stato anche un passaggio di costume

molto importante che ha creato la

nascita dell’antistar, l’artista che ha anche

un successo mediatico, che viene intercettato

dai media, dalla televisione, questo

discorso vale sia per gli artisti che per il

critico. Sul piano teorico ha innovato il discorso

sull’arte e sul piano creativo ha

dato un primato all’arte europea e all’arte

italiana capovolgendo un trend che vedeva

fino a quel momento la supremazia

dei modelli forti nordamericani».

Qual è lo stato dell’arte all’Italia e all’estero

oggi?

«Nello stato dell’arte contemporanea oggi

c’è una grande attesa a tutti i livelli, sia

per la parte contemplativa che collezionistica,

con gallerie e riviste; solo che in Italia

lo Stato non ha molta sensibilità verso

l’arte contemporanea, tiene ad esempio

l’IVA troppo alta, anche rispetto all’estero,

non c’è la detassazione che c’è altrove,

negli altri Paesi chi colleziona defiscalizza,

qui da noi invece chi collezione

viene penalizzato in quanto questo

amore per l’arte è indice di ricchezza,

quindi c’è un’insensibilità, ma l’arte contemporanea

italiana è importante al di là

delle politiche statali, che, invece, all’estero

stimolano il mecenatismo dei privati».

Che ruolo gioca oggi il mercato in Italia

e all’estero, in particolare in America, nel

determinare il valore di un artista?

«Esiste un valore commerciale e un valore

estetico, spesso il valore commer-


M im m o Paladino - Senza titolo (cavallo) - 2006. Collezione Madre, Napoli.

Courtesy Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee, Napoli.

Foto © Amedeo Benestante

ciale è più alto di quello estetico perché

accanto alle fiere e alle gallerie c’è il

nuovo fenomeno delle aste che sono

come delle bolle dove c’è la competizione

e il confronto e l’arte non è più un bene

di tutti, ma un bene d’investimento. Il

mercato ha una funzione dinamica e non

solo, dimostra che l’arte è una realtà viva,

alcune volte però, il mercato sopravvaluta,

per motivazioni altre, l’effettivo valore

dell’opera dell’artista».

Vivendo a stretto contatto con l’arte si finisce

per diventare un po’ artisti?

«Non ho questo mito perché la critica è

un’avventura totale come quella dell’artista,

solo che utilizza altri strumenti, in

qualche modo c’è un’influenza reciproca,

io vedo che il ruolo dell’artista e

quello del critico sono complementari,

entrambi sviluppano e producono cultura».

Quindi oggi qual è il ruolo del critico

d’arte?

«Il ruolo del critico non è solo quello del

conoscitore, di chi scrive libri sorpassati.

Il critico è una figura globale, è come un

intellettuale post-rinascimentale, che ha

degli attrezzi complessi, mentre da questa

figura globale si è staccata all’inizio del

secolo una figura, il curatore, che fa anche

“manutenzione”».

A proposito, lei si sente più un teorico,

uno storico o un critico dell’arte, come si

definirebbe?

«Non esiste uno storico d’arte moderna,

ma esiste uno storico dell’arte moderna,

io credo di essere uno storico moderno

dell’arte, dinamico, nomade e quindi con

le caratteristiche adatte per lavorare nella

storia e nel nostro presente».

Ci sarebbe secondo lei nella nostra vita

quotidiana più bisogno di arte e di cultura?

«Ma certamente, anche se in qualche

modo i musei ormai sono sempre pieni di

gente, sarebbe importante che nelle scuole

l’arte contemporanea fosse materia di

studio obbligatoria fin dalle elementari e

non una materia optional.

L’arte contemporanea è il modo di rappresentare

la nostra realtà, è un punto di vista

che dovrebbe diffondersi fino ad appartenere

a tutti. Essere come uno sguardo che

abbraccia il mondo».


42

“Inspire”

Alla Galleria Ess&rrE al Porto turistico

di Roma, nella mostra “Inspire”,

inaugurata sabato 18 settembre 2021

alle ore 18:00, in una cornice di primario

impatto emotivo a ridosso delle

bellissime imbarcazioni a fare da contorno a questa

meravigliosa esposizione dal 18 settembre al 1 ottobre

2021, sono state esposte alcune opere di artisti

di assoluto livello pittorico. Gli artisti presenti sono

stati: Ebby 70, Domenico Balestrieri, Giusy Dibilio,

Fabrizio Esposito, Emanuela Fera, Livia

Licheri, Fernando Longo, Barbara Monti, Paola

Guia Muccioli, Franco Pintus, Michelangelo

Riolo, Maria Grazia Russo e Anna Maria Tani.

Alcuni dei maestri che hanno esposto in galleria

erano presenti contemporaneamente alla Vernice

Art Fair di Padova, che ha riscosso un grande successo,

nello stand allestito da Fabrizio Sparaci.


10

a

BIENNALE D’ARTE

INTERNAZIONALE

A MONTECARLO

10-11-12 gIugNO 2023

A TuTTI gLI ARTISTI

SONO APERTE LE SELEZIONI ALLA 10 BIENNALE D’ARTE

INTERNAZIONALE A MONTECARLO 2023, PITTuRA, SCuLTuRA, gRAFICA,

ACQuERELLO, INCISIONE, CERAMICA, FOTOgRAFIA, MOSAICO E

OPERE REALIZZATE AL COMPuTER

TEMA LIBERO E TEMA FISSO: “LA NATuRA DEL DOMANI”

Per PoTer PArTeCIPAre ALLA seLezIoNe deLLA bIeNNALe INvIAre ALLA

MALINPeNsA gALLerIA d’ArTe by LA TeLACCIA, N° 5-6 FoTogrAFIe dI oPere dIverse

(IN ForMATo jPg o TIF CoN d.P.I 300 dI rIsoLuzIoNe),

bIogrAFIA e CurrICuLuM Per PosTA eLeTTroNICA ENTRO IL 20 DICEMBRE 2022

INFO@LATELACCIA.IT

LE OPERE NON DEVONO SuPERARE I 100 X 100 CM INCLuSA LA CORNICE

E NON DEVONO PESARE OLTRE I 20 Kg

La galleria d’Arte Malinpensa by La Telaccia organizza la 10° biennale d’Arte Internazionale a Montecarlo 2023,

affiancata da una giuria composta da critici d’arte, collezionisti, giornalisti, editori, fotografi, artisti e galleristi,

seleziona con scrupolosità, impegno e professionalità, artisti nel vasto panorama artistico a livello internazionale.

è una manifestazione d’arte di grande risonanza e di importante livello artistico culturale grazie anche alla vasta

pubblicità che viene fatta su diverse riviste internazionali specializzate nel settore.

si può partecipare o per il tema libero o per quello fisso. dieci artisti per il Tema Fisso verranno premiati,

durante il vernissage, con un trofeo realizzato appositamente per l’occasione.

La biennale è patrocinata dall’Ambasciata Italiana nel Principato di Monaco. L’esposizione delle opere selezionate,

una per ogni artista, si terrà a Montecarlo nel mese di giugno 2023 (10-11-12) nelle sale Theatre dell’Hotel Metropole.

CON IL PATROCINIO DELL’AMBASCIATA ITALIANA NEL PRINCIPATO DI MONACO

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“a Torino dal 1972”

Ambasciata d’Italia

Principato di Monaco

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra 51 - 10138 - Torino

Tel/Fax +39.011.5628220 - +39.347.2257267

w w w . l a t e l a c c i a . i t - i n f o @ l a t e l a c c i a . i t


44

a ProPoSito Di acQUa

Fonte Di boniFacio viii, FiUGGi (Fr)

07/08/2021 – 29/08-2021

a cura di Roberto Capitanio

La mostra “A proposito di

acqua” organizzata dalla

Provincia di Frosinone in

collaborazione con il Comune

di Fiuggi ha costituito

il secondo appuntamento

nell’ambito del progetto itinerante

“I grandi artisti contemporanei

raccontano la Provincia di Frosinone”,

iniziativa dell’Amministrazione Provinciale

tesa a valorizzare nel corso degli

anni alcuni siti storici presenti in Ciociaria

e nel Cassinate.

Per l’edizione 2021 di questo evento

sono stati scelti i maestri Antonio Tramontano,

Roberto Franchitti, Nino Barone,

Enzo Iovino e Cosmo Di Florio,

ognuno di essi caratterizzato da un proprio

linguaggio artistico, ai quali è stato

affidato il compito di “leggere e interpretare”

tramite le loro opere i monumenti,

la storia, le risorse e la cultura del

territorio fiuggiano, e in particolare della

famosa Fonte di Bonifacio VIII, sede

della mostra che è stata tenuta durante

la scorsa estate.

Dal sito ufficiale del MIBACT, a proposito

della Fonte di Bonifacio VIII:

Il complesso di Luigi Moretti rappresenta

un esempio di perfetta integrazione

tra corpi architettonici e paesaggio

naturale. Esso si compone di diversi

volumi che aderiscono all’orografia dell’area,

caratterizzata da un pendio coperto

da un castagneto. Un percorso pedonale

porta dall’ingresso principale

all’area centrale destinata alla mescita.

Il viale termina in uno spazio protetto da

una sottile tettoia di forma trapezoidale

che l’architetto ha denominato “tenda

Araba”, sia per la forma che per l’uso

per cui è stata pensata: riparare dal sole.

Lungo l’asse centrale si sviluppa una

promenade segnata da un doppio filare

di alberi e delimitata su entrambi i lati

da edifici lineari che ospitano negozi e

servizi. Ad essi sono anteposti due portici

che offrono agli utenti una vasta

zona in ombra. I portici sono elementi

molto interessanti sia dal punto di vista

formale che strutturale. Ognuno di essi

si compone di una sequenza di sottili superfici

curve, che sembrano vele in balia

del vento. Uno spessore così ridotto è

possibile grazie all’uso di una serie di

travi incrociate in cemento armato precompresso,

innervate nell’estradosso.

Tra i portici e i volumi bassi dei negozi

si definisce uno stacco che permette di

far riaffiorare, lungo il percorso, la vista


della natura. La “tenda Araba” è una copertura

in cemento armato che, poggiando

su quattro grossi pilastri, prende

una forma morbida, come fosse un tessuto:

si piega sui lati lunghi e si curva al

centro. Per produrre questo effetto l’architetto

innerva l’intradosso con una

serie di travi non visibili all’esterno,

dove la superficie rimane levigata. Da

questo spazio si accede agli ambienti

chiusi per i trattamenti invernali o, attraverso

la scala, al livello superiore. Una

lunga scala porta a una terrazza coperta

da un tetto circolare, una cupola rovesciata

forata al centro che è comunemente

chiamata “la Rotonda”. La sua

forma e il foro centrale ricordano il Pantheon

o le antiche terme romane. La

“Rotonda” è adibita alla mescita all’aperto.

Il foro nella sua copertura serve

come impluvio per raccogliere l’acqua

nella vasca sottostante. Lo spazio per la

mescita all’aperto si estende in una serie

di altre terrazze di forma circolare che

coprono le sale adoperate per il periodo

invernale. Da queste terrazze è possibile

godere dello splendido paesaggio circostante.

Il complesso termale disegnato

da Luigi Moretti è in sintesi un’architettura

pensata come un percorso con un

grande fondale scenografico, articolato

su più livelli raccordati da una scala

centrale rettilinea e da due scale laterali

curvilinee. L’uso delle forme circolari

che caratterizzano i volumi, le coperture

e le scale rende l’insieme estremamente

dinamico e perfettamente inserito nel

contesto naturale.

A impreziosire i dipinti e le sculture realizzate

dagli artisti invitati sono state

esposte a corredo anche opere di Vinicio

Berti, Sam Francis e Mark Tobey, provenienti

da una collezione privata.

La curatela della mostra “A proposito di

acqua” è stata affidata al prof. Roberto

Capitanio, che si occuperà di organizzare

anche le successive mostre in sinergia

con il dott. Luigi Vacana, Assessore

alla Cultura della Provincia di Frosinone.

Al vernissage hanno preso parte il Sindaco

di Fiuggi Alioska Baccarini, l’Assessore

alla Cultura della Provincia di

Frosinone Luigi Vacana, il Direttore

delle Terme di Fiuggi Giampiero Paris,

il prof. Giovanni Amati in rappresentanza

della Casa Vinicola Casale del Giglio,

il prof. Roberto Capitanio e tutti gli

artisti.


46

Grandi Mostre

inFerno

Scuderie del Quirinale

15 ottobre 2021 - 9 gennaio 2022

roma

di Marilena Spataro

Pieter Huys - “Inferno” - 1570

Olio su tavola - cm 86x82

Madrid, Museo Nacional del Prado, Inv. P002095

© Photographic Archive. Museo Nacional del Prado. Madrid

Non poteva che essere

Roma, la nostra Capitale,

a celebrare con

una grandiosa mostra

di segno internazionale

il 700esimo anniversario della

morte del Sommo poeta Dante Alighieri,

forse il più illustre dei figli

che l'Italia possa vantare, tra i tanti

cui abbia dato i natali.

Ad accogliere la prestigiosa esposizione,

in corso dal 15 ottobre

2021 al 9 gennaio 2022, dedicata

alla prima Cantica della Divina

Commedia, sono state scelte le

suggestive sale delle Scuderie del

Quirinale.

“Inferno”, questo il titolo della mostra,

curata dal noto storico dell'arte,

il francese, Jean Claire, si

configura come un viaggio che, attraverso

le arti visive, desidera

condurre il visitatore negli Inferi

immaginati e narrati da Dante. Una

rassegna di opere potente, ambiziosa

e spettacolare, capace di e-

splorare territori inattesi attraverso

la forza delle immagini e la profondità

delle idee. Prima grande

mostra d’arte dedicata a questo

tema, “Inferno” racconta la persistenza

dell’iconografia del mondo

dei dannati dal Medioevo al Novecento.

Tanto per iniziare con le sorprese,

già in apertura il pubblico

può ammirare il modello di fusione

in gesso in scala 1:1 della monumentale

e famosissima Porta dell’Inferno

di Auguste Rodin, eccezionalmente

concesso in prestito

dal Musée Rodin di Parigi. Da qui

si dipana un intenso percorso tra


Jan Brueghel - “Le tentazioni di Sant’Antonio Abate”

1601-1625 - Olio su tavola - cm 148x230

Valladolid, Museo Nacional de Esultura, Inv. CE 0879

© Museo Nacional de Escultura. Valladolid - Fotografia: Javier Munoz y Paz Pastor

José Benliure Gil - “La barca di Caronte”

1896 - Olio su tela - cm 103x176

Valencia, Museo de Bellas Artes de Valencia, Inv. 805

© Museo de Bellas Artes de Valencia

duecento e più opere d’arte giunte

in prestito da oltre ottanta grandi

musei, da raccolte pubbliche e da

prestigiose collezioni private provenienti

dall’Italia e dal Vaticano,

nonché dalla Francia, Regno Unito,

Germania, Spagna, Portogallo,

Belgio, Svizzera, Lussemburgo,

Bulgaria.

Accompagnati dai versi della Divina

Commedia, i visitatori possono

così godere di un itinerario

che raccoglie una straordinaria e

vastissima serie di rappresentazioni

che artisti di tutte le epoche

hanno realizzato per figurare il male,

il peccato, i dannati e l’Inferno:

tra i capolavori sono in esposizione

opere di Beato Angelico, Botticelli,

Bosch, Bruegel, Goya, Manet,

Delacroix, Rodin, Cezanne, von

Stuck, Balla, Dix, Taslitzky, Richter,

Kiefer. Ad impreziosire la già

ricca lista di opere in mostra, nelle

prime settimane di apertura, grazie

al supporto della Biblioteca Apostolica

Vaticana è possibile ammirare

anche la voragine infernale di

Sandro Botticelli, capolavoro indiscusso

legato alla grande opera

dantesca. Spiega il curatore Jean

Claire “Con i suoi importanti contributi

internazionali, la mostra vuole

anche richiamare il respiro universale

di Dante e la sua importanza

per tutta l’Europa. Dante

crea la nostra lingua e ancora oggi

ognuno di noi ha le sue sacre frasi

dantesche, ma al contempo è la

summa della cultura classica e della

cultura cristiana. Tanto che l’ultimo

traduttore francese della Di-


48

William Adolphe Bouguereau - “Dante e Virgilio”

1850 - Olio su tela - cm 280,5x225,3

Parigi, Musée d'Orsay, acuis par dation en 2010, Inv. 153692

© 2021.RMN-Grand Palais /Dist. Foto SCALA, Firenze, Photographer: Patrice Schmidt

Anonimo - “Hell” (L’Inferno)

1510 - 1520 c. - Oio su tavola - cm 119x217,5

Lisbona, Museu Nacional de Arte Antiga

© Bridgeman Images

vina Commedia, René de Ceccatty,

ha sottolineato con molta forza la

rilevanza internazionale del Dantedì,

auspicandone la ripresa anche

in Francia”.

Le 10 sale delle Scuderie illustrano

il viaggio dantesco nelle sue rappresentazioni

succedutesi nei secoli,

dalle opere medievali, con la

loro iconografia strutturata e orrifica,

al Rinascimento e al Barocco,

dal tormento delle tele romantiche

alle interpretazioni psicoanalitiche

del Novecento. Afferma Mario De

Simoni, Presidente di Ales - Scuderie

del Quirinale “Con due sale

dedicate alla traslitterazione dell’Inferno

sulla terra: la follia, i totalitarismi,

la guerra. Come è stato

osservato, è proprio nelle battaglie

di massa della I Guerra Mondiale

che si invera l’immagine dantesca

dell’avanzarsi camminando sui corpi

(o meglio sulle ombre) dei dannati.

Dopo questo intenso tragitto,

la mostra si chiude con l’evocazione

dell’idea di salvezza che

Dante affida all’ultimo verso della

Cantica: e quindi uscimmo a riveder

le stelle”.

“Inferno” rientra nella programmazione

delle celebrazioni dantesche,

affermarmandosi già dalle prime

settimane tra gli eventi più gettonati

e spettacolari di questa stagione

espositiva.


“WAVES”

Grande successo per la mostra colletiva

“Waves”, a cura di Alessandra Antonelli,

inaugurata sabato 16 ottobre alle

ore 17.00 nella quale, fino al 29 ottobre,

sono stati presenti i seguenti artisti:

Ebby Settanta, Elio Atte, Balestrieri Domenico,

Roberta Conti, Giusy Dibilio, Fabrizio Esposito,

Davide Favaro, Giusy Cristina, Gaia Maria Galati,

Rita Lombardi, Fernando Longo, Annalisa

Macchione, Marinella Peyran, Franco Pintus,

Francesco Ponzetti, Michelangelo Riolo, Maria

Grazia Russo, Laila Scorcelletti e Anna Maria

Tani.

Numerosissimi sono stati gli amici, i collezionisti e

gli artisti che sono venuti a trovarci anche soltanto

per un saluto.


50

L’arte concreta

di Rita Lombardi

Fig. 1

Theo van Doesburg

Controcomposizione XIII

1925 - Olio su tela

Collezione Peggy Guggenheim – Venezia

Nell’aprile del 1930 esce a

Parigi il primo numero

della rivista “Art Concret”

di Theo van Doesburg

con il manifesto del

gruppo omonimo. Ecco alcuni postulati:

“L’opera d’arte deve essere interamente

concepita e presente nella mente dell’artista

prima di essere realizzata. Non deve

contenere nessun elemento legato alla

natura, alla sensualità ed ai sentimenti.

È bandito il figurativo. Il lirismo, il

dramma, il simbolismo, etc. devono essere

evitati. L’opera deve rivendicare soltanto

l’autonomia di esprimere sé stessa”.

Altri punti essenziali sono la ricerca, il

calcolo, l’analisi, la geometria.

Theo van Doesburg, pittore oltreché teorico

ha già fondato con Piet Mondrian nel

1917 “De Stijl”, la rivista del neoplasticismo.

Come si vede nell’opera in Fig. 1 van

Doesburg, a differenza di Mondrian, introduce

un fattore dinamico che spezza e

sovverte l’equilibrio statico della composizione:

le diagonali. Ed è proprio questo

fattore che crea un dissenso insanabile tra

i due, anche se entrambi hanno una concezione

radicale di un’arte puramente

geometrica e vogliono elaborare un linguaggio

universale.

Nel 1931 i membri di “Art Concret” si

uniscono al gruppo

“Abstraction-Creation”,

su proposta

dello stesso van Doesburg.

L’associazione

raccoglie, pian

piano, la maggior

parte delle correnti

internazionali di arte

non-figurativa finendo

col contare nel

1936, anno in cui si scioglie, più di 400

membri. Nel 1932 aderisce in “Abstraction-Creation”

anche Max Bill, zurighese,

studente tra il 1927 e il 1929 del Bauhaus.

Quando Max Bill aderisce all’associazione

ha già maturato autonomamente

l’aspirazione ad un’arte autosufficiente,

priva di riferimenti al mondo sensibile,

non-figurativa, in cui la struttura logica e

razionale prevalga sulle tendenze irrazionali.

Quando nel 1936 il gruppo si scioglie,

Max Bill raccoglie il testimone e fonda il

“Concretismo”.

Per Max Bill “L’arte non è fine a sé

stessa, deve irradiare qualcosa, deve far

riflettere, deve spingere ad osservare e

deve suscitare anche sensazioni”. È convinto

che siano sufficienti le leggi della

geometria e i colori per concretizzare,

rendere cioè visibile, un’idea. Pertanto

tramite una composizione di forme colorate

ciò che prima non c’era ora c’è, cioè

esiste. Ribadisce: “Noi chiamiamo con il

termine Arte Concreta le opere d’arte

create secondo una tecnica e delle leggi

che appartengono esclusivamente ad

essa, senza alcun riferimento alla natura

sensibile o alle trasformazioni di quest’ultima,

cioè senza l’intervento di un

processo di astrazione. L’arte concreta è

per il suo stesso modo di essere assolutamente

indipendente. Essa è l’espressione

dello spirito umano e di quella precisione,

chiarezza e perfezione che ci si può attendere

da opere dello spirito umano… idee

che esistevano dapprima solamente come

concetto vengono rese visibili se realizzate

in forma concreta. L’arte concreta è

nella sua conseguenza finale la pura

espressione di misura e leggi armoniche.”

E continua: “Obiettivo dell’arte concreta

è di sviluppare oggetti per uso intellettuale

così come l’uomo crea oggetti per

l’uso materiale…”

Espone le sue riflessioni teoriche ne “Il

pensiero matematico nell’arte del nostro

tempo” del 1949 e in “Forma, funzione,

bellezza” del 1953.

Finita la seconda guerra mondiale Max

Bill incontra artisti, viaggia e diffonde il

Concretismo del mondo.

In Fig. 2 una sua opera piena di vitalità

del 1985: sono campi di colori accesi,

puri, vibranti che occupano tutto lo spazio

della tela.

Max Bill ha realizzato opere in ogni

campo, architettura, pittura, scultura, grafica,

design, ma è stato anche saggista ed

insegnante e così si riassume nel 1991 in

occasione di una sua personale a Locarno:

“Io ho perfezionato ed ampliato il

concetto di arte concreta di van Doesburg…

Il mio contributo è stato quello

di averne cercato il più ampio ventaglio

di possibilità di applicazione”.

L’ARTE COnCRETA In ITALIA

Max Bill nel 1947 organizza a Milano,

insieme a Max Huber e all’architetto

Bombelli la grande “Mostra Internazionale

di Arte Astratta e Concreta”.

Questo evento spinge un gruppo di intellettuali

ed artisti a fondare, sempre a Mi-


Fig. 3

Max Bill - Ritmo a cinque colori

Fig. 2

1985 - Olio su tela - cm 100x100 Luigi Veronesi - Composizione - acrilico su carta

1995 - cm 75x56 - collezione privata

Fig. 4

Luigi Veronesi - Uno dei bozzetti del mosaico

della Metropolitana di Roma, linea A

lano, il MAC (Movimento Arte Concreta).

Teorico del movimento è Gill Dorfles,

noto critico e studioso, e allora, anche pittore.

Tra i fondatori Luigi Veronesi, Bruno

Munari, Atanasio Soldati, Mauro Reggiani,

Mario Nigro, Augusto Garau.

Questi artisti sono fermamente intenzionati

a mantenere distinto il loro modo di

creare da tutto l’astrattismo di carattere gestuale

e libero, e vogliono evidenziare l’errore

di molti critici italiani che usano il

termine astratto per indicare sia la scomposizione

neo-cubista o le deformazioni

neo-impressioniste, sia tutte le forme scaturite

dalla fantasia dell’artista. Gill Dorfles

chiarisce così il significato di “Arte

Concreta”: “È quella corrente che non cerca

di creare opere d’arte cogliendo lo

spunto o il pretesto dal mondo esterno ed

estraendone una successiva immagine pittorica,

ma che,

anzi, va alla ricerca

di forme

pure, archetipi,

da porre alla base

del dipinto,

senza che la loro

possibile analogia

con alcunché

di naturalistico

abbia la

minima importanza,

e che, quindi, mira a creare un’arte

concreta in cui i “nuovi oggetti” pittorici

non siano astrazioni di oggetti già noti”.

Gli artisti del MAC sono mossi dalla convinzione

che una società dell’immagine e

della comunicazione, quale è quella che si

va configurando, necessiti di nuove regole

percettive ed interpretative, più razionali,

più universali e meno sottoposte alla dittatura

degli stati d’animo. Pertanto vedono

arte, architettura e design andare di pari

passo sotto l’egida della parola “progetto”.

I componenti del MAC, così come gli artisti

di Forma1 di Roma, si oppongono fermamente

a tutta quell’arte falsamente moderna

che non fa altro che aggiornare moduli

stilistici ormai sorpassati.

Ora un breve profilo di due famosi esponenti

del MAC e poi di altri artisti che, a

mio parere, operano secondo i principi

testé elencati dell’Arte Concreta.

LuIGI VEROnESI

Nel 1932 soggiorna a Parigi e frequenta

Moholy-Nagy e Kandinskij dai quali apprende

i principi del Bauhaus. Inizia dipingere

opere geometriche.

Nel 1936 aderisce al gruppo “Abstraction-

Creation”. Nello stesso anno partecipa, a

Torino, alla prima collettiva organizzata in

Italia di arte astratta, insieme ad Atanasio

Soldati e Mauro Reggiani.

Durante la guerra pone le sue capacità di

grafico al servizio del Movimento di Liberazione

Nazionale diventando un falsario

provetto. È un artista poliedrico, si occupa

oltre che di pittura, di grafica e di fotografia,

è attivo nel teatro e nel cinema.

Si interessa ai rapporti matematici delle

note musicali traducendoli in rapporti tonali

di colore creando numerose trasposizioni

pittoriche di partiture musicali. Per

queste sue ricerche nel colore, percezione

cromatica e musica viene chiamato, negli

anni ‘70 a ricoprire la Cattedra di Cromatologia

e Composizione all’Accademia di

Belle Arti di Brera.

In Luigi Veronesi la Matematica diventa

opera d’arte.

In Fig. 3 un suo acrilico del 1995.


52

Bruno Munari - Curva di Peano

1976 - Acrilico su tela 120x120 cm

Fig.5

Marcello Morandini - Progetto 493

2005 - Scultura tridimensionale in plexiglass

diametro cm 50 - Collezione privata

Fig. 6

In Fig. 4 uno dei bozzetti preparatori conservati

al MACRO di Roma, per il mosaico,

da lui progettato, che si dispiega su

una parete del capolinea Anagnina della

Metro A di Roma.

BRunO MunARI

Nel 1933 espone a Milano le sue prime

“Macchine Inutili”. Confesserà successivamente

“Il Futurismo mi ha lasciato il

senso del dinamismo, della ricerca”.

Munari passa attraverso le esperienze più

diverse, dalle “Macchine Inutili” ai libri

per bambini, al design, alla didattica, alla

pittura (i famosi quadri della serie Negativo-Positivo

sono degli anni ‘50), ma il

suo modo di lavorare è sempre lo stesso,

improntato al rigore e tendente sempre a

semplificare al massimo l’oggetto della

sua ricerca fino a proporlo nel modo più

chiaro, diretto e facile.

È stato un concentrato di creatività ed un

fantasista del design.

In Fig. 5 un suo quadro del 1976 “Curva

di Peano”, opera puramente matematica

perché ispirata ad una celebre curva, di

Peano appunto, che riempie tutto il quadrato

e che è stata una delle scoperte più

inquietanti della dine del diciannovesimo

secolo (1890).

MARCELLO MORAnDInI

Marcello Morandini inizia la sua attività

artistica nei primi anni ‘60.

Confessa: “Bruno Munari e ancor più

Franco Grignani erano il mio punto di riferimento”.

Comincia a lavorare come grafico in uno

studio di Milano e oggi rivela: “La grafica

costringe ad un linguaggio chiaro, semplice

ed efficace. Mi ha fatto scoprire

nella geometria il senso di ogni cosa”.

Nel 1968 Gill Dorfles lo invita alla Biennale

di Venezia, con gli artisti di Arte Cinetica

e Programmata. Da questo momento

per Marcello Morandini è un susseguirsi

di mostre, collaborazioni e progetti

in giro per il mondo. I suoi lavori in

bianco e nero sono vere armonie compositive

di grande rigore geometrico. Rivela:

“In arte uso il bianco e il nero come una

grafica su di un foglio e la forma ha modo

di raccontare unicamente la sua bellezza”

e aggiunge “di ricercare la forma mai esistita

prima, attraverso la semplicità del

linguaggio geometrico, che non è mai finito,

proprio come il pensiero”.

In Fig. 6 una sua scultura in plexiglass del

2005. Cinquant’anni di lavoro che spazia

dalla scultura, ai mobili, agli arredi ed ai

progetti di architettura sono ora esposti a

Varese in una Fondazione.

SERGIO LOMBARDO

Sergio Lombardo, uno dei maggiori esponenti

della “Scuola di Piazza del Popolo”,

psicologo ed artista, può essere considerato

tra i principali innovatori del linguaggio

artistico internazionale.

Nel 1969 rappresenta l’Italia alla Biennale

di Parigi e nel 1970 ottiene una sala personale

nel Padiglione Italiano alla Biennale

di Venezia. Da vero sperimentatore

ha cambiato spesso l’oggetto delle sue ricerche

estetiche, famosi sono i suoi Gesti

Tipici e gli Uomini Politici Colorati degli

anni ‘60. Dal 1980 si dedica alla Pittura

Stocastica e dal 1995 anche ai Pavimenti

Stocastici, ambedue le serie sono strutture

modulari.

In Fig. 7 una Pittura Stocastica del 1993.

L’aggettivo stocastico deriva dal calcolo

delle probabilità e, nell’ambito delle arti,

viene adottato a partire dagli anni cin-


Sergio Lombardo - Senza titolo

1993 - Colori vinilici su 4 tele - cm70x100 cad.

(misura totale cm 140x200) - Collezione privata

Fig. 7

Rita Lombardi - Oltre il pensiero e i sensi

2016 - Acrilico su tela - cm 60x60

Fig. 8

quanta per indicare l’uso di procedimenti

aleatori nel momento in cui si realizza

un’opera artistica.

La pittura stocastica è quindi una pittura

sperimentale creata utilizzando molti strumenti

matematici come la statistica, la

teoria dei grafi, la topologia, il calcolo

delle probabilità. Infatti Sergio Lombardo

tiene a precisare che stocastico non è

sinonimo di casuale, a vanvera, ma di misurato.

Scrive:

“La pittura stocastica non è pittura astratta,

essa vuole dimostrare la bellezza delle

armonie matematiche, non deriva dall’ispirazione

dell’artista… alla fantasia è

stato sostituito l’uso logico di elementi

dati”.

Sergio Lombardo spiega che le sue sono

raffigurazioni di poligoni stocastici, ottenuti

da quadrati o rettangoli e precisa: “Il

principio fondamentale del metodo è l’applicazione

di una successione di poligoni

stocastici su una successione di punti. Tra

le due successioni ci deve essere una corrispondenza

biunivoca”. Sia la Pittura

Stocastica che i Pavimenti Stocastici “sono

stimoli iperambigui realizzati attraverso

un programma di tipo matematico

per suscitare reazioni interattive nello

spettatore”.

RITA LOMBARDI

Laureata in Matematica e appassionata di

scienza e di filosofia orientali, condivido

i pensieri testé riportati di Max Bill e Gill

Dorfles.

“La mia pittura sperimentale nasce assemblando

quadrati, cerchi o triangoli, veri archetipi

o traendo idee dalla topologia dei

nodi. Nell’ideare un quadro applico alcune

conoscenze sulla perczione visiva

come il fatto che quando osserviamo una

immagine inconsciamente ricerchiamo il

centro, notando se questa zona resta vuota,

e tracciamo idealmente le diagonali e

gli assi orizzontale e verticale. Pertanto

sfrutto intenzionalmente l’effetto dinamico

comunicato dalle diagonali e/o l’effetto

di stabilità ed equilibrio che le rette

orizzontali e verticali trasmettono. Ogni

volta che creo un’opera ricerco il bilanciamento

visivo che è un’esigenza propria

del nostro cervello, basata, probabilmente,

su una predisposizione biologica, tenuto

conto che è tipica anche degli scimpanzè.

Scelgo con cura i colori, puri, vivaci, vibranti

sperimentandoli ogni volta e studiando

i loro rapporti reciproci perché due

o più colori sulla stessa tela possono valorizzarsi,

annullarsi o peggio ancora snaturarsi.

Tengo quindi conto della loro

forza poichè i colori sono energia, a diverse

lunghezze d’onda che operano sempre

sulla nostra psiche e sul nostro corpo

anche se non ne siamo consapevoli.

Sono stata selezionata dalla Galleria

Ess&rrE per la trasmissione televisiva Laboratorio

AccA su Arte Investimenti.”

In Fig. 8 un quadro eseguito per il XXVIII

Porticato Gaetano del 2016 che aveva

come tema “Il vuoto tra senso e forma”.

Lo spazio della tela, suddiviso secondo i

primi numeri di Fibonacci, è dominato dal

rombo centrale, instabile, che rappresenta

il “vuoto” che si prova durante la meditazione,

quando si attenua, fin quasi a scomparire,

la percezione degli stimoli esterni

(i campi rossi e gialli), cessa il chiacchiericcio

interno e si calmano respiro e battito

cardiaco (campi blu e viola). Accentua

l’instabilità del rombo il blu di Prussia, un

colore che richiama la pace e il silenzio

della notte e non è dominante come il

nero.


54

S i l v a n a G a t t i

“Luna rossa” - 2021 - Olio su tela - cm 40x30

“Quando soffia il vento” - 2021 - Olio su tela - cm 40x50

Silvana Gatti espone dal 5 al 16 novembre 2021 presso la

Ossimoro Art Gallery - Via Carlo Ignazio Giulio 6 - Torino

dal lunedì al venerdì dalle 15,00 alle 19,00.

Inaugurazione venerdì 5 novembre alle 21,00.

SILVAnA GATTI - PITTRICE FIGuRATIVA & SIMBOLISTA

http://digilander.libero.it/silvanagatti email: silvanamac@libero.it


ugo nespolo

saremo presenti alla xxxi arte padova

dal 12 al 15 novembre 2021 con i seguenti artisti:

piero gilardi - laura marello - ugo nespolo

franz pelizza - fulvia steardo fermi

rabarama - anna maria terracini

rabarama

piero gilardi

“Omnia Vincit Labor”

Acrilici su legno - cm 160 “Nevicata sul fiume” - 1990

Poliuretano espanso - cm 70x70

laura marello

“Partita” - 2004

Bronzo dipinto - cm 36x54x36

franz pelizza

anna maria terracini

“Navigazione Introspettiva Nella Memoria”

2020 - Smalto, acrilico, stoffa, stucco

e olio su tela - cm 100x120

“Semplicemente Sax” - 2019

Fine art print on paper cotton - cm 40x60

“Stupore” - 1990 / 36

Olio su tela - cm 80x100

REFERENZE E QuOTAZIONI PRESSO LO STAND 144 PAD. 8 DELLA MALINPENSA gALLERIA D’ARTE

ORARIO ARTE PADOVA:

VENERDì, SABATO E DOMENICA DALLE 10 ALLE 20

LuNEDì DALLE 10 ALLE 13

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Tel +39.011.5628220 - cell. 347.2257267

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56

Il mito di Venezia

Da Hayez alla Biennale

Novara, Castello Visconteo Sforzesco

30 ottobre 2021 – 13 marzo 2022

A cura di Silvana Gatti

Guglielmo Ciardi - “Veduta della laguna veneziana” - 1882 - Olio su tela - cm 62x102

ANovara l’autunno artistico

si apre, dal 30 ottobre

2021, con la mostra “Il

mito di Venezia.

Da Hayez alla Biennale”,

curata da Elisabetta Chiodini con un prestigioso

Comitato scientifico diretto da

Fernando Mazzocca in collaborazione

con Elena Di Raddo, Anna Mazzanti,

Paul Nicholls, Paolo Serafini e Alessandra

Tiddia.

Sulla nascita della città di Venezia c’è un

grosso punto interrogativo, ed il 25 marzo

421 è stato decretato come il giorno

ufficiale della sua fondazione, secondo

quanto scritto nel Chronicon Altinate

dell'XI secolo, detto anche Origo civitatum

Italie seu Venetiarum, una raccolta

di documenti e leggende sull’emergere

della città lagunare e sull’origine dei veneziani.

Lo scritto non ha un valore storiografico

assoluto, ma è comunque la

fonte sulla base della quale si è deciso di

fissare convenzionalmente una data di

riferimento che oggi permette di festeggiare

i 1600 anni della città lagunare con

questa interessante rassegna proposta da

Mets Percorsi d’arte, dalla Fondazione

Castello e dal Comune di Novara.

Il percorso espositivo prende inizio con

diverse opere dei grandi maestri che

hanno operato nella città lagunare nel

corso dei primi decenni dell’Ottocento,

esercitando la loro influenza sulla pittura

veneziana nella seconda metà del secolo.

Sono ottanta le opere esposte, distribuite

in otto sale nella splendida cornice del

Castello Visconteo di Novara per raccontare

il mito veneziano a partire da

una ricca selezione di dipinti del grande

Hayez, opere spesso mai viste perché

provenienti da prestigiose collezioni private.

La prima sala è dunque dedicata alla pittura

di storia, considerato il “genere” più

nobile della pittura, con cinque importanti

lavori di Francesco Hayez (1791-

1882), tra cui la splendida Venere che

scherza con due colombe (1830).

Quest’opera, un olio su tela di grandi dimensioni:

183 x 137 cm, è considerata

un capolavoro della pittura ottocentesca,

grazie alla sua bellezza intrinseca ed al

suo innegabile valore storico. Ad impersonare

la dea è la ballerina Carlotta Chabert,

amante del conte trentino Girolamo

Malfatti, committente del dipinto. Nella


Pietro Fragiacomo - “Alle Zattere” - 1888 circa - Olio su tela - cm 54x87

Ettore Tito - “Lavandaie sul Garda” - 1888 - Olio su tela - cm 105x150

tela la donna presenta il corpo languidamente

nudo, voluttuoso, morbido e procace,

e durante l’esposizione di Brera del

1830 l’opera suscitò scandalo e fomentò

una diatriba tra il partito dei romantici,

patrocinatori dell’opera, e quello dei classicisti,

indignati dall’esibizione provocante

del corpo formoso della modella.

Notevoli le affinità del dipinto con la Venere

Italica di Canova, bellissima statua

decantata dal Foscolo quale incarnazione

dell’amore fisico: “Io dunque - racconta

il poeta in una lettera a Sigismondo

Trechi - ho visitata, e rivisitata, e

amoreggiata, e baciata e (ma che nessuno

il risappia) ho anche una volta carezzata

questa Venere”, creatura in cui

convergono “quelle grazie che spirano

un non so che di terreno, ma che muovono

più facilmente il cuore”. In contrasto

con il classicismo di inizio Ottocento,

Hayez va verso un audace realismo

riscontrabile anche in un altro dipinto

esposto in questa mostra, Ritratto

di Gentildonna (1835), che probabilmente

raffigura la Contessa Emilia Morosini

Zeltner. L’importanza del dipinto

è dovuta all’eccezionale abilità di Hayez

di ritrarre il personaggio. I contrasti fra

le zone chiare del volto e le parti scure

occupate dalla chioma, dagli occhi e dal

prezioso abito della nobildonna, danno

all’immagine la tridimensionalità, esaltata

dal colletto in organza svolazzante e

dalla delicata sensualità del décolleté che

si intravede sotto la camicetta trasparente.

L’immagine della nobildonna milanese

è caratterizzata da un atteggiamento

fiero e reale, lo sguardo vigoroso

ed il viso intelligente e nobiliare svelano

una grande profondità umana e morale.

Sempre di Hayez è l’imponente Prete

Orlando da Parma inviato di Arrigo IV

di Germania e difeso da Gregorio VII

contro il giusto sdegno del sinodo romano

(1857).

Sempre nella prima sala, sono esposte

opere di Ludovico Lipparini (1800-

1856) e Michelangelo Grigoletti (1801-

1870), artisti di rilievo nonché figure

chiave nella formazione di importanti

autori della generazione successiva, anch’essi

presenti in mostra, quali Marino

Pompeo Molmenti (1819-1894) e Antonio

Zona (1814-1892).

Nella seconda sala sono esposte opere di

autori, non solo veneziani, che hanno


58

Luigi nono - “Idillio” - 1884 - Olio su tela - cm 112x76

Francesco Hayez - “Ritratto di gentildonna”

1835 - Olio su tela - cm 91x72

contribuito alla trasformazione del genere

della veduta in quello del paesaggio.

Tra questi il grande pittore bellunese

Ippolito Caffi (1809-1866) con due

splendide vedute veneziane, Venezia Palazzo

Ducale (1858) e Festa notturna a

San Pietro di Castello (1841 circa). In

quest’ultimo dipinto le case sono riprodotte

con fedeltà, ma quello che colpisce

è l’atmosfera notturna, con eccezionali

effetti e contrasti di luce: la luce naturale

della luna, velata dalle nuvole, crea un

alone di luce più chiara, che accarezza il

mare, mentre quella artificiale dei fuochi,

una luce più calda, illumina le facciate

delle case esaltando le ombre create

dai personaggi in strada. Gli stendardi

sventolano, i personaggi sono resi con

tocchi veloci di pennello mentre dal mare

arrivano le barche e le gondole.

Si prosegue con opere di Giuseppe Canella

(1788-1847), Federico Moja (1802-

1885) e Domenico Bresolin (1813-1899),

quest’ultimo tra i primi ad interessarsi

anche di fotografia e già nel 1854 indicato

tra i soci dell’Accademia come “pittore

paesista e fotografo”. Titolare dal

1864 della cattedra di Paesaggio, Bresolin

fu il primo a portare gli allievi a dipingere

all’aperto, sia laguna che nell’entroterra,

affinché potessero studiare

gli effetti di luce e confrontarsi sulla resa

del vero in un ambiente nuovo, diverso

da quello codificato dai grandi vedutisti

del passato. Tra loro si ricordano Guglielmo

Ciardi (1842-1917), Giacomo

Favretto (1849-1887), Luigi Nono (1850-

1918), Alessandro Milesi (1856-1945) e

Ettore Tito (1859-1941).

La terza sala è dedicata a Guglielmo

Ciardi, apprezzato paesaggista veneto

che frequentò anche il cenacolo dei

Macchiaioli al caffè Michelangelo di Firenze.

Di famiglia agiata, amava dipingere

le atmosfere veneziane e lagunari

senza attenersi alle regole accademiche

ma seguendo il suo stile personale. In

questa sala sono esposte ben dodici

opere che, come in una mini mostra monografica,

partendo dagli anni sessanta

dell’Ottocento documentano l’evoluzione

della sua pittura fino ai primi anni novanta.

Sua la magnifica Veduta della laguna

veneziana (1882), in cui la prospettiva

è resa grazie alle gondole che si

spostano diagonalmente verso destra

mentre altre barche, ormeggiate in riva,

arricchiscono il quadro con i colori sgargianti

delle loro vele. Tra le altre tele di

Ciardi, spiccano quelle ambientate nei

dintorni di Venezia o scorci della città

come il bellissimo olio Mercato a Badoere

(1873 circa).

Nelle sale successive il visitatore trova

opere che hanno per tema la vita quotidiana,

gli affetti e la famiglia come Il


Giacomo Favretto

“Il mercato di Campo San Polo

a Venezia in giorno di sabato”

1882-1883 - Olio su tela,

cm 130x207

Ettore Tito,

“Raggi di sole”

1892 - Olio su tela,

cm 54x81

bagno (1884) di Giacomo Favretto, artista

nato da una famiglia di umili origini

nel 1849, dotato di un precoce talento in

virtù del quale venne avviato dal padre

agli studi artistici, anche grazie all’aiuto

di alcuni benefattori. Ricevette le prime

nozioni nello studio del pittore Vason e

nel contempo studiò la collezione privata

del conte Antonio Zanetti, proprietario

della casa di San Cassiano dove

abitava con la famiglia. Entrato nel 1864

all’Accademia di Belle Arti di Venezia,

ricevette numerosi premi dal 1866 al

1870, una menzione d’onore l’anno successivo

e un incarico come supplente per

gli elementi della figura dal 1877 al

1878.

Proseguendo nel percorso della mostra,

Alle Zattere (1888) di Pietro Fragiacomo

è un’opera che porta il visitatore in un

tempo in cui le donne indossavano lunghe

gonnelle e coprivano le spalle con

scialli variopinti, mentre i bambini erano

vestiti con eleganza, come questa bimba

vestita di bianco che, in primo piano,

sembra chiedere il permesso alle donne

per fare qualcosa. Esposti anche Mattino

della domenica (1893 circa) e La signorina

Pegolo (1881) di Luigi Nono;

Girotondo (1886) di Ettore Tito. Sul

mondo del lavoro scorrono altre opere

vivaci e ricche di dettagli con protagonisti

contadini, lavandaie, raccoglitrici di

riso, venditori di animali, sagre e mercati,

come La raccolta del riso nelle terre

del basso veronese (1878) e Il mercato

di Campo San Polo a Venezia in giorno

di sabato (1882-1883) di Giacomo Favretto;

il malinconico paesaggio Verso

sera presso Polcenigo (Friuli) (1873) di

Luigi Nono; Lavandaie sul Garda (1888)

e Raggi di sole ((1892) di Ettore Tito.

E per chiudere questa triplice sezione di

vita quotidiana alcune tele dedicate agli

idilli amorosi, un soggetto a metà strada

tra il genere e il vero molto amato e frequentato

dai pittori del secondo Ottocento:

al bellissimo Idillio (1884) di

Luigi Nono, si aggiungono tele con indimenticabili

figure di giovani fidanzati

e sposi di Favretto, Tito, e di Alessando

Milesi con un altro Idillio (1882 circa) e

Corteggiamento al mercato (1887 circa).

La settima sala è interamente dedicata a

Luigi Nono e offre un focus su una delle

opere più celebri del pittore, il Refugium

peccatorum, un’opera fondamentale

dell’Ottocento europeo, la cui fortuna

critica ha permesso al cosiddetto rifugio

dei peccatori di trasformarsi da semplice

soggetto a vero e proprio simbolo. Nella

scena del dipinto è raffigurata una giovane

ragazza accasciata davanti alla statua

della Vergine Maria, ritenuta il rifugio

di tutti i peccatori. L’opera è ambientata

presso la Fondamenta del Ve-


60

Luigi nono - “Le due madri” - 1886 - Olio su tela - cm 136x70

scovado a Chioggia e Luigi Nono ne realizzò

diverse versioni. Oltre alle opere

del 1881 e del 1883, grandi tele condotte

ad olio, sono esposti studi, disegni ed

altre significative opere di confronto,

come Le due madri (1886), opera ritrovata

qualche anno fa in una collezione

privata e di cui esistono diverse versioni.

La versione qui presentata, che dalla

firma e data per esteso “NONO 1886”

probabilmente era destinata a una esposizione

o a un collezionista straniero,

spicca per la qualità della composizione,

la delicatezza del cromatismo e il pathos

della scena. Sulla balaustra della Madonnina

di Chioggia, una mamma con il

bimbo in braccio accarezza in segno di

preghiera il piede della statua della Madonna.

Ha smesso di piovere, come si

evince dal pavimento che presenta ancora

numerose pozze d’acqua, sulle quali

il cielo si specchia. Su una lanterna è

appeso un variopinto mazzolino di fiori.

Il cielo al tramonto è colorato di rosa in

segno di speranza ed è impreziosito dal

volo delle rondini. È un artista catartico,

Luigi Nono, al punto di realizzare anche

un dipinto, Il bambino malato, in cui in

un interno rustico e povero una mamma

abbraccia teneramente il figlioletto infermo.

L’ottava e ultima sala della mostra è dedicata

alle opere realizzate dai medesimi

artisti tra la fine degli anni novanta dell’Ottocento

e i primi anni del Novecento,

tele di ampio respiro che documentano

il rinnovamento della pittura veneziana

in seguito al confronto diretto con la cultura

figurativa dei numerosi pittori stranieri

che partecipavano alle nostre

Biennali Internazionali d’Arte. Spiccano

Il Bucintoro (1902-1903 circa) di Gugliel-

mo Ciardi; Visione antica (1901)

di Cesare Laurenti; Piazza San Marco

(1900 circa) di Pietro Fragiacomo; Luglio

(1894) e Biancheria al vento (1901 circa)

di Ettore Tito.

Una mostra da non perdere, ricca di

opere importanti che raccontano Venezia

e l’evolversi della pittura italiana dalla

metà alla fine dell’Ottocento, verso i fermenti

che caratterizzeranno i primi del

Novecento.



62

Rita Lombardi

Senza titolo - 2021 - Acrilico su tela - cm 60x60

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

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MOSTRA DAL 30 NOVEMBRE ALL’11 DICEMBRE 2021

“La Libertà compositiva dell'espressione formale"

“A rm onie in nero” - 2021 - Tecnica m ista su tela - cm 30x40

“La materia, in evidente espansione nell’opera dell’artista Marco Palma, si dirige verso una composizione

di straordinaria libertà espressiva cercando spazi sempre più ampi tra forma, colore e volume.

e’ una dimensione pitto-scultorea ricca di autonoma espressione che si rinnova costantemente e dove

l’energia del colore nero, che si muove in una spazialità assoluta, si trasforma in un’immagine piena di

simbolismo e di contenuto. La libertà di inventiva, le valenze simboliche e la resa dei materiali ci conducono

ad una ricerca in continua evoluzione che conferisce all’iter dell’artista Marco Palma una tecnica

unica dove nuove geometrie astratte vivono in perfetta simbiosi con il processo creativo e progettuale.

si evidenzia un riciclo della materia altamente comunicativo e di chiara valenza concettuale.”

Monia Malinpensa (Art Director- giornalista)

MOSTRA A CuRA DI MONIA MALINPENSA

REFERENZE E QuOTAZIONI PRESSO LA MALINPENSA gALLERIA D’ARTE By LA TELACCIA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

w w w . l a t e l a c c i a . i t - i n f o @ l a t e l a c c i a . i t

O RA RIO G A LLERIA :D A L M A RTED I A L SA BATO D A LLE 10,30 A LLE 12,30 -16,00 A LLE 19,00


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A. R. Penck

Museo d’arte Mendrisio

24 ottobre 2021-13 febbraio 2022

a cura di Silvana Gatti

“The Battlefield (Il campo di battaglia)”

1989 - Acrilico su tela - cm 340x1022

© 2021, ProLitteris, Zurich

AMendrisio una retrospettiva

su A.R. Penck (pseudonimo

di Ralf Winkler,

1939-2017) ripercorre

le principali tappe

di uno degli esponenti più significativi

dell’arte internazionale degli anni Settanta

e Ottanta. Esposti oltre 40 dipinti

di grande formato, 20 sculture in bronzo,

cartone e feltro, oltre una cinquantina di

opere su carta e libri d’artista per conoscere

uno dei più importanti artisti tedeschi

della seconda metà del Novecento,

colui che, insieme ad altri pittori e compagni

(Baselitz, Lüpertz, Polke, Richter,

Immendorff e Kiefer) ha saputo esprimere

le contraddizioni della Germania

post-nazista e del conflitto Est-Ovest

mediante un linguaggio originalissimo

seppur concepito nelle forme espressive

tradizionali, come pittura, disegno e scultura.

Tipica dell’artista è una tavolozza dai

colori forti, usata per dipingere le sue figure

primitive, i teschi e i segni arcaici

che ne hanno fatto un pittore in controtendenza

negli anni Sessanta e Settanta,

periodo in cui l’arte era dominata dall’astrattismo.

E per questo fu considerato

un precursore, secondo storici dell’arte

come Siegfried Gohr, di artisti quali

Keith Haring e Basquiat.

A. R. Penck nasce nel 1939 a Dresda,

nell'allora Germania nazista. Considerato

personaggio non in linea col regime

socialista, contestatore, sovversivo e artista

non tradizionalista, alla fine degli

anni cinquanta del secolo scorso non

viene ammesso né all’Accademia di

Dresda né a quella di Berlino Est. Autodidatta

in campo artistico, studia invece

filosofia, storia delle religioni, scienze,

musica. Più volte a causa dei suoi atteggiamenti

viene anche tenuto sotto controllo

dal Ministero per la Sicurezza di

Stato, comunemente conosciuto come

Stasi. Fino alla fine degli anni Settanta,

tuttavia, espone raramente nell’allora

Repubblica Democratica Tedesca (DDR).

fino ad esserne espulso nel 1980.

Nel 1963 si trasferisce a Berlino Est e

nel 1970 partecipa alla fondazione del

gruppo Lucke. Dopo il primo periodo

neoespressionista, che vede l'utilizzo di

tratti stilizzati e “infantili” dal cromatismo

esasperato, i segni di Penck, negli

anni 70, divengono ancora più primordiali,

così da sancire una sorta di primitivismo

della ragione. Traccia ominidi

stilizzati e simboli elementari, prediligendo,

per le sue opere, l’uso del bianco

e del nero. Si dedica anche alla scultura,

utilizzando il marmo, il bronzo e il legno.

È soltanto dall’inizio degli anni Settanta

che Penck riesce a partecipare a

mostre; non in patria, ma in Svizzera,


“Standart”

1969 - Colori a dispersione su tela - cm 127.5x98.5

© 2021, ProLitteris, Zurich

Paesi Bassi e Canada, riscuotendo ampi

consensi. Nel 1972 espone a documenta

5 di Kassel chiamato da Szeemann; all’inizio

degli anni Ottanta è tra i protagonisti

delle rassegne, fondamentali per

la pittura moderna, New Spirit in painting

(Londra) e Zeitgeist (Berlino). Paradosso

della Germania divisa è proprio

il fatto che la sua opera, così fortemente

legata all’analisi della situazione sociopolitica,

sia riconosciuta e apprezzata solo

all’Ovest, e mai nella sua terra d’origine.

Nel 1980, quando, dopo i contrasti con

le autorità, emigra all’Ovest, A.R. Penck

è ormai considerato uno dei protagonisti

della scena pittorica mondiale e ha già

suscitato grande interesse oltre oceano,

a New York. Espone a fianco di pittori e

scultori come Gerhard Richter, Anselm

Kiefer, Georg Baselitz, Jörg Immendorff,

Markus Lüpertz, Sigmar Polke, e

condivide mostre collettive con artisti

italiani come Mimmo Paladino, Michelangelo

Pistoletto, Sandro Chia, Gian

Ruggero Manzoni, Enzo Cucchi, Nicola

De Maria, Nino Longobardi e il gallerista

napoletano Lucio Amelio, per il quale

realizza l’opera Erdbeben in Bierkeller

per la collezione Terrae Motus esposta

alla Reggia di Caserta. Nel 1980 apre

uno studio a Londra. Partecipa a diverse

esposizioni di livello internazionale, tra

cui Documenta 5 Kassel, nel 1972. Nel

1984 viene celebrato con una personale

alla Biennale di Venezia, e partecipa ancora

a Documenta 9 di Kassel, nel 1992.

Jean-Michel Basquiat e Keith Haring lo

ammirano per la sua vigorosa pittura

monumentale, capace di delineare la

complessità del mondo con la spontaneità

e l’immediatezza di un graffitista.

Nel 1988 la Neue Nationalgalerie di

Berlino lo consacra definitivamente con

una grande retrospettiva. Le basi della

sua pittura risalgono alla fine degli anni

Sessanta, con la nascita del progetto

Standart (tuttora inesplorato nella sua

complessità), che simboleggia l’autocoscienza

dell’artista, quella con cui Penck

porta avanti il suo progetto solitario, in

linea con le idee del Bauhaus: la trasformazione

della società moderna secondo

criteri estetici.

È proprio la figura Standart, con cui si

identifica tutto l’universo figurativo di

A.R. Penck, a costituire il punto di partenza

della mostra organizzata dal Museo

d’arte Mendrisio, dove si potranno

ammirare una folta serie di sue opere.

Oltre a presentare dipinti di grande formato,

la mostra di Mendrisio metterà in

evidenza attraverso molti libri d’artista

(esposti su appositi proiettori) la coerenza

strutturale del lavoro penckiano,

dallo schizzo all’opera monumentale:


66

“How it works (Come funziona)”

1989 - Acrilico su tela - cm 340x340

© 2021, ProLitteris, Zurich

una mimesi della natura. La sua formazione

scientifica (dalla filosofia alla cibernetica)

lo porta a orientarsi al modello

evolutivo ricercando nuove forme,

nuovi segni, nuove tipologie figurative.

Nel corso degli anni Settanta, Penck

prende ispirazione dall’avanguardia

storica, da Malevič a Kandinskij, Da Picasso

a Duchamp, da Picabia a Dalí.

Mentre in Occidente la pittura moderna

volge al tramonto, per Penck risulta essere

il prodotto di un’azione collettiva,

dando vita ad un’evoluzione dell’immagine

che, dopo il suo trasferimento nella

Germania dell’Ovest, diventa sintesi

monumentale.

Grazie alla sua tipica figura stilizzata,

di stampo infantile e minimale, l’artista

riscuote fama internazionale, rivelandosi

in grado di trasformare il campo figurativo

in un megafono attraverso il

quale diffondere le proprie convinzioni

teoriche ed estetiche. La sua pittura monumentale

si lega sia al genere storico,

riflettendo gli eventi d’attualità, sia alla

pittura simbolica, a cui dà voce attraverso

figure totemiche ed animali arcaici.

Il cavallo di battaglia dell’ultima fase

della sua opera è tuttavia rappresentato

da un terzo genere, il Weltbild, l’immagine

universale, un’immagine visionaria

capace di rappresentare in un’unica

prospettiva la coralità del mondo. E lo

fa attraverso lo strumento della pittura,

ideale per narrare l’epos della storia

umana in vari formati.

A.R. Penck si occupa anche di scultura

fin dalla giovinezza, e il suo primo

gruppo plastico è costituito dai modelli

realizzati con materiali poveri nell’ambito

del progetto Standart; a metà degli

anni Settanta realizza a colpi d’ascia

sculture in legno. A partire dal 1984 si

concentra sulla tecnica di fusione in

bronzo, lavorando a diversi formati fino

a giungere alla dimensione monumentale.

Una sua grande opera in bronzo

sarà collocata nel chiostro del Museo.

Dopo l’apice della sua carriera a metà

degli anni ‘80, il lavoro di Penck è stato

dimenticato per diversi decenni. Alla fine

degli anni 2000, il lavoro dell’artista

ha cominciato a essere rivalutato come

un’eredità integrante della storia dell’arte.

Dopo una lunga malattia, l’artista

è morto il 2 maggio 2017 a Zurigo, in

Svizzera. Oggi le sue opere sono conservate

nelle collezioni dell’Art Institute

of Chicago, del Museum of Modern

Art di New York, della National

Gallery of Art di Washington, DC, del

Kunstmuseum Basel e dello Städel Museum

di Francoforte. Le retrospettive

degli ultimi due decenni (Francoforte,

Parigi, Dresda, St. Paul-de-Vence, Oxford

e L’Aja) hanno fornito un’ampia

panoramica sulla più importante produzione

penckiana, rivalutando ampliamente

l’artista. Con questo progetto il

Museo d’arte di Mendrisio si pone l’obiettivo

di presentare il percorso creativo

di Penck attraverso le sue espressioni

multiformi, cercando di fornire al

pubblico la chiave di lettura per poter

comprendere la struttura complessa e

profonda di questo grande protagonista

dell’arte contemporanea


www.tornabuoniarte.it

“Odio” - 1970 - Calco su pelle di struzzo - cm 40 x 41

Gilberto Zorio

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 - info@tornabuoniarte.it

Milano 20121 - Via Fatebenefratelli, 34/36 - Tel. +39 02 6554841 - milano@tornabuoniarte.it

Forte dei Marmi 55042 - Piazza Marconi, 2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeimarmi@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055 2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


68

artisti allo specchio

riti per un nuovo paesaggio

di Paolo Buzzi

La natura e i suoi elementi

sono il tema centrale del

mio lavoro da diversi an- ni.

Mi esprimo con soddisfazione

sia con la pittura come

con la scultura e l’installazione,

posso tranquillamente affermare

che tutte e tre mi rappresentano. Anche se,

confesso, mi sento più un pittore che

sconfina nella scultura e nell’installazione.

Credo che quello che alla fine conta è

la lingua e non tanto il linguaggio attraverso

cui mi esprimo. Nei generi che mi

rappresentano c’è sempre, comunque, un

filo conduttore che accompagna il mio lavoro

nella sua totalità, riguarda l’approccio,

che è sempre lo stesso, e che definirei

di tipo comportamentale, inteso come

modo di pormi e di essere nel mondo, e

che altro non è se non la mia modalità affettiva

di stare in contatto o dentro le cose,

una partecipazione fisica con un atteggiamento

ricognitivo: “Il miracolo sta ne- gli

occhi che guardano e non nelle cose guardate”

(Cèsar Calvo, Le tre metà di Ino

Moxo e altri maghi verdi).

La mia pittura è caratterizzata da veri e

propri esercizi di economia segnica e cromatica

nel tentativo di creare degli intervalli,

produrre mancanza, cerco di sottrarre

peso alla ipersignificazione che caratterizza

il dato di realtà inseguendo quel

senso di sospensione e di atemporalità

che mi appartiene e che mi identifica. Una

prassi non diversa nelle sculture o nelle installazioni,

composizioni di elementi naturali

assemblati utilizzando in questo

caso prevalentemente resina e smalto

bianco, entrambi passaggi necessari inoltre

per restituire ogni cosa alla sua semplice,

basilare forma, al di là di tutti gli

aggettivi che saremmo tentati di attribuirgli.

In questo caso, in particolare negli ultimi

lavori, l’elemento naturale viene poi innestato

a strutture in metallo o in terracotta

o ancora terracotta e gesso, creando

delle composizioni che rivestite di una

glassa immacolata assumono una funzione

direi totemica. Reperti della natura

e semplici oggetti, così com’è un semplice

mazzo di fiori, credo possano aiutarci

a dichiarare e affermare una diversa

visione del mondo.



70

Fausto Minestrini

Senza titolo - 2021 - Tecnica mista su tela - cm 70x70

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


DANIELA ROSSO - Prin

MOSTRA DAL 30 NOVEMBRE ALL’11 DICEMBRE 2021

“La Libertà compositiva dell'espressione formale"

“Environm ent Social Im pact” - 2019 - O lio su tela - cm 70x50

“osservare la pittura dell’artista daniela rosso, in arte Prin, è come riscoprire una genuina

ricerca, riconducibile alla realtà, fatta di valori contenutistici e di effetti visivi. Il suo cromatismo,

pieno di profondi significati, si fonde in intense emozioni che attraversano il nostro

sguardo e il nostro animo. Il soggetto si trasforma in riflessioni e in uno slancio vitale di grande

spessore morale a funzione di una poetica dal forte impatto estetico e da un’affascinante interpretativa.

La forza espressiva del colore, il tratto dinamico e lo spirito creativo si muovono

in un processo tecnico di notevole lettura e particolare intensità descrittiva. Il tessuto figurativo

e la rappresentazione della figura vibrano di sentimento e di una funzione esistenziale nell’opera.

è un impianto formale che delinea una pittura fortemente intimistica.”

Monia Malinpensa (Art Director- giornalista)

MOSTRA A CuRA DI MONIA MALINPENSA

REFERENZE E QuOTAZIONI PRESSO LA MALINPENSA gALLERIA D’ARTE By LA TELACCIA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

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O RA RIO G A LLERIA :D A L M A RTED I A L SA BATO D A LLE 10,30 A LLE 12,30 -16,00 A LLE 19,00


72

C’era ‘na vorta...

L’Ottobrata romana

a

2 edizione

Dal 2 al 5 ottobre, si

sono svolte le 4 giornate

di:

C’era ‘na vorta l’Ottobrata

romana, promosse

dall’associazione Le Tartarughe e

dalla Galleria d’arte Ess&rrE del

porto di Ostia.

La tradizione dell’Ottobrata si è articolata

in modo originale, offrendo al

territorio un piacevole connubio tra i

vari linguaggi espressivi dell’arte: pittura,

musica, canto, poesia, street art,

Nei giorni 2 e 3 ottobre, gli eventi si

sono svolti presso la citata galleria ed

hanno avuto anche il patrocinio dell’associazione

Observo.

Il 2 ottobre, il gruppo Le Maghe, con

i canti popolari caratteristici delle Ottobrate

romane, ha allietato il vernissage

della mostra di Laila Scorcelletti,

dal titolo “I vinarelli di Laila”, 16

opere nuove realizzate con penna a

biro nera, vino rosso e caffè. La mostra,

allestita presso la citata galleria,

è stata visitabile fino al 15 ottobre.

Il pomeriggio del 3 ottobre è stato caratterizzato

dalla lettura di poesie , calate

nei temi dell’Ottobrata, lette dagli

stessi poeti compositori: Sandro Angelucci;

Andrev Bulfone; Paolo Buzzacconi;

Fiorella Cappelli; Silvia

Cozzi; Loredana D'Alfonso; Maria

Rizzi, Roberto De Luca.


Nei giorni 4 e 5 Ottobre, il Collettivo Subword

è stato il grande protagonista con

l’inaugurazione dell’opera di street art che

decora il sottopasso tra San Francesco e San

Giorgio di Acilia, dal titolo “Cantico del lupo

e del cielo”, ispirato alla figura di Francesco

e al suo “Cantico delle Creature”. Il progetto

è stato promosso dall’Assessorato alla Cultura

del X Municipio di Roma e finanziato

dall’Amministrazione municipale. Acca International

S.r.l. è affidatario burocratico del

progetto. L’opera è stata realizzata, per la

parte pittorica da Canicola; SMK;

Silvia “Chemutai” Conchione; Aurora Pilati;

per la parte poetica Er Lem;

Laila Scorcelletti; Caterpillar e il Design del

suono Numinalf.

Alla “consegna” dell'opera di street art erano

presenti nel sottopasso i consiglieri Giancarlo

Pressomariti e Raffaele Presta; Roberto

e Fabrizio Sparaci della Galleria Ess&rrE;

tutti gli artisti del gruppo Subword. Inoltre,

altri artisti del territorio, (Anna Menna, Elisa

Dionisi, Lucrezia Bastoni, Domenico Balestrieri;

Claudio Gagliardini; Lorenzo Guidi)

hanno col- locato un loro quadro su cavalletto

per inaugurare lo spazio del sottopasso

come galleria suburbana


74

Elena Modelli

“Camaleonte” - 2021 - Ceramica smaltata - cm 46x22x26

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


Biografie d’Artista

di Marilena Spataro

Anna Grossi

Anna Grossi ha alle spalle un

lungo percorso di restauratrice

della ceramica iniziato

nel 1973 con il corso di

Magistero Restauro presso

il Ballardini di Faenza, di

cui ricordiamo: collaborazioni con Musei

e Soprintendenze, Ministero Italiano degli

Affari Esteri, Istituto di Archeologia di

Torino con Unesco per scavi archeologi in

Iraq, Ministero della Cultura francese per

sette corsi intensivi a studenti dell’Istituto

Francese di Restauro delle Opere d’Arte

di Parigi, altri corsi intensivi a studenti

dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze,

oltre a studenti della Provincia di Macerata

e Mantova, cinque anni di insegnamento

del restauro presso l’Istituto Ballardini

di Faenza, corsi teorici di tecniche

e restauro della ceramica per l’UNIBO

presso il CNR di Faenza, conferenze sul

restauro a Toki (Giappone) e Accademia

di Belle Arti di Firenze, numerose collaborazioni

con IRTEC-CNR di Faenza e

Facoltà di Ingegneria dei Materiali di

Trento con pubblicazioni e partecipazioni

a convegni in Italia e all’estero, Palazzo

del Quirinale Roma-Presidenza della Repubblica

Italiana per il restauro di 335

porcellane pregiate da tavola. Infine diverse

pubblicazioni su monografie e riviste

specializzate in Italia e all’estero.

Parallelamente, negli ultimi dieci anni, ha

fatto parte del gruppo P.A.S. (Percorsi Artistici

di Scultura) presso lo studio dell’artista

Guido Mariani, prematuramente scomparso

ad Aprile 2021.Sotto la sua guida e

insieme al gruppo, ha partecipato a diverse

mostre di scultura tra cui si ricordano:

2013, “Attualità del mito” - Galleria Comunale

Faenza;

2015, “In Campana” - Museo Dino Campana

- Centro Studi Campaniani Marradi;

2018, “Fiera dell’umanità” Chiesa del Carmine

Bagnacavallo;

2019, “Frammenti del Tutto” - Palazzo dei

Salesiani - Faenza.

Commentando un’opera dell’artista, lo

scultore Guido Mariani ha scritto:

“Giocando con il significato del cognome,

Anna, riempie una campana/prigione coi

volti-maschera di tante belle “antiche”, lasciando

poi nella scritta l’anelito di anlzar le

braccia verso il cielo cercando la luce...”

“Frammenti del Tutto. non importa chi o cosa siamo. Siamo frammenti del Tutto”

“Alzo le braccia nella luce”


76

Les fleurs et les raisins

Trasversali allegagioni d’arte

IL VINO LO FA IL MONACO

di Alberto Gross

gross.alberto@libero.it

O

ra et labora” recita il

noto adagio della Regola

benedettina, prescrivendo

che i monaci,

assieme alla contemplazione

ed alla preghiera, dovessero

praticare le attività atte al sostentamento

di sé e della comunità, compresa

l'agricoltura. Così le antiche costituzioni

dei Camaldolesi - nate proprio

sulla spina dorsale dell’Ordine di

San Benedetto - edificarono una fattoria

denominata “La Mausolea”, una

grancia come riportano alcuni documenti

secenteschi, ovvero un complesso

di edifici per l’organizzazione e la

custodia di beni economici, prodotti

agricoli e quanto favorisse il lavoro manuale

dei monaci stessi. Una piccola

comunità con cappella e locali di soggiorno

- anche per i pellegrini - con a

capo il camerlengo incaricato della direzione

delle varie attività agricole.

La struttura come la vediamo oggi risale

alla fine del XVII secolo ed è diventata

una Cooperativa agricola e forestale

attrezzata anche per l’accoglienza

turistica con antiche case coloniche

dai pavimenti in cotto e soffitti ad arco.

Due piccoli gioielli le cappelle adiacenti

alla fattoria, una in particolare

dalle cui pareti rosso carminio spicca -

sul soffitto - un dipinto che descrive la

vicenda di San Giorgio e il drago.

La superficie agraria si estende per circa

270 ettari, la maggior parte costituita

da prati e pascoli per l’allevamento dei

bovini; 9 ettari con esposizione a sud,

alle spalle della villa, sono tuttavia dedicati

al vigneto, in completo regime

biologico, all’interno del quale sono

coltivate le uve storiche della tradizione

vinicola toscana.

Tra le cinque tipologie proposte abbiamo

assaggiato il “Farnetino”, bianco

da Trebbiano e Malvasia: un vino dai

profumi freschi di ginestra e glicine, in

filigrana si svela il varietale della Malvasia

con sbuffi di frutta gialla esotica

ed un sospetto di spezie d’Oriente.

Dritto e verticale al palato, spicca una

evidente sapidità sospinta da una nota

quasi gessosa, con un finale accenatamente

amaricante.

Il “Mausolea” 2020 è un rosso senza

solfiti aggiunti che invita fin da subito

con profumi leggeri ma composti e or-


dinati: piccoli frutti rossi, mirtillo, mora,

cassis, fragolina di bosco. Un’idea

di carbonica irrisolta rende il palato dinamico

e scattante, la buona acidità sottolinea

il carattere nervoso di un frutto

croccante che conduce ad una beva facilissima

e conviviale.

Di ben altra stoffa “Il vino dei Romiti”,

da uve Merlot e Canaiolo con un saldo

di Sangiovese: dopo un passaggio in

acciaio il vino riposa in barriques di rovere

per almeno un anno. Il 2015 si presenta

impenetrabile, sentori evidenti di

frutta matura - ciliegia, prugna - si intrecciano

con le note più fresche di

macchia mediterranea - alloro, timo, rosmarino

- in un piacevole ed equilibrato

gioco di rimandi. Lasciando che il vino

si abitui alle pareti del calice escono i

terziari di cacao amaro, caffè, carruba,

avvolti da una inconsistente aria di polvere

da sparo. Il palato è austero ed elegante

ad un tempo per un vino dalla

vita potenzialmente ancora molto lunga.

Dopo essere stati accompagnati tra le

gigantesche botti settecentesche delle

antiche cantine, nel delizioso silenzio

di un luogo che racconta la compostezza

e la gioia semplice della vita e

del lavoro, il pensiero è corso a un pittore

che in quelle terre è nato e ha vissuto

e forse con quei vini avrà brindato

e festeggiato: Francesco Morandini - il

“Poppi” - con la sua interpretazione

delle tre Grazie. Una pennellata dolce

a declinare elegantemente le forme

morbide e burrose delle tre donne disposte

in cerchio mentre intrecciano le

mani in una danza sottile e armoniosa,

dall’equilibrio levigato e quieto. E danzando

quei corpi flessuosi e lucenti arrivano

fino al secolo XX caricandosi di

un colore acido, rossastro, prettamente

“fauve” delle figure di Matisse. Ciò che

non cambia è quella grazia vorticosa

dove gli spazi vuoti dimensionano e

misurano la prudenza leggera dei movimenti,

quella fluttuante leggiadrìa

evanescente che è un inno alla vita, al

suo inarrestabile rinnovarsi nell'armonia

di un cerchio non concluso, ancora

e sempre in soave e melodioso divenire.

In sottofondo Ponchielli e la sua “Danza

delle Ore”, e il cuore sarà leggero.

Alberto Gross



FuLVIA STEARDO FERMI

MOSTRA DAL 14 AL 23 DICEMBRE 2021

“Dare corpo e vita alla materia”

“Incanto” - 2021 - Tecnica m ista su tela - cm 100x150

“Quella della Fulvia steardo Fermi è un’espressione pittorica di straordinaria scansione formale sempre tesa a stupirci,

dove la gestualità dinamica del segno e l’immediatezza della resa materica, traducono un concetto astratto ricco di

una notevole ricerca sia estetica che interiore. Ampie e larghe pennellate, di solida intensità espressiva, vivono nell'opera

con chiare valenze simboliche trasformando l’immagine e la percezione visiva in un processo di creazione di

grande talento. Tracce di ricordi, di vissuto e di fantasia lasciano un contrassegno al suo iter fortemente evocativo che

penetra nell'intimo del fruitore. L’interpretativa dell’artista Fulvia steardo Fermi è un susseguirsi di segni, forme e colori

che si innestano con estrema forza su affascinanti campi ottici intrisi di immensa energia che spaziano in un linguaggio

pittorico-informale denso di indipendente stile.”

Monia Malinpensa (Art Director- giornalista)

MOSTRA A CuRA DI MONIA MALINPENSA

REFERENZE E QuOTAZIONI PRESSO LA MALINPENSA gALLERIA D’ARTE By LA TELACCIA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

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aLESSIO

SchiAVON

SchiFANO

MARIO

15-29 ottobre 2021

p a l a z z o s a n t o s t e f a n o - p i a z z a a n t e n o r e - p a d o va


Mostra

SCHIAVON-SCHIFANO

A PADOVA:

CRONACA DI UN SUCCESSO

a cura della redazione

Non possiamo definirlo altrimenti.

Il successo della mostra

SCHIAVON-SCHIFANO

a Palazzo Santo Stefano,

nel cuore della bella Padova è stato davvero

tale.

Una mostra pensata due anni fa, il cui

corso è stato interrotto dalle chiusure

conseguenti alla pandemia, che ha preso

finalmente il via lo scorso 15 ottobre in

una delle più belle sale di un grandioso

palazzo padovano, ricco di storia e di

cultura. Alessio Schiavon, padovano,

pittore ormai noto come Alessio de’Fiori

per la analisi continua e persistente dei

soggetti delle sue opere, ha messo in mostra

i suoi lavori scelti accanto a quelli

del suo idolo Mario Schifano, il genio

della Pop Art italiana.

Andando con ordine e ricordando la decisione

presa dai due curatori, Giorgio

Barassi e Roberto Sparaci, cioè quella di

inventare una accoppiata a qualcuno parsa

addirittura irriverente, viene subito in

mente l’apporto attivo e l’incoraggiamento

di chi ha creduto più di tutti in

questo evento: Vincenzo Gottardo, vicepresidente

della Provincia di Padova,

che non ha smesso mai di incitare la

squadra al lavoro su questo progetto.

Gottardo ha sentito l’importanza di una

mostra che fosse il riassunto del lavoro

di un artista padovano e insieme la ragione

che permette alla gente di entrare

nei palazzi istituzionali per goderne appieno.

Il Presidente della Provincia di

Padova Fabio Bui ha poi sottolineato

questo ultimo aspetto: “…i Palazzi sono

della gente, che magari passa lì sotto e

non è mai entrata. Ecco, questo evento

offre una possibilità che deve diventare

consuetudine…”.

I ritardi, i nodi e le difficoltà evidenti che

hanno solo rinviato la data del vernissage

hanno consolidato un gruppo che si

è stretto attorno a Schiavon per fare in

modo che la sua mostra, tutta sentimento

ed istinto, avesse luogo nel migliore dei

modi. La raccolta di opere di Mario

Schifano, provenienti da una collezione

privata romana e in gran parte mai esposte,

ha completato il quadro. Si tratta di

rari dipinti di Schifano degli anni 70-80.

Praticamente il periodo del culmine delle

attività frenetiche di una creatività assolutamente

unica.


82

Schiavon ha prodotto opere ad hoc ma

sono state esposte anche opere storiche

del suo percorso di pittore, risalenti agli

esordi, quando ancora non era delineata

la figura di quell’ Alessio de’Fiori (pseudonimo

inventato da Barassi ricalcando

quello di Mario Nuzzi, pittore barocco

romano, a tutti noto come Mario de’-

Fiori) che oggi attrae e conquista per una

scelta cromatica intelligente che costeggia

la predominanza del forte istinto

creativo. Una mostra che tiene insieme

Schiavon e Schifano in nome di alcune

attinenze non appariscenti ma spiegate

con molta cura nel bel catalogo progettato

da Fabrizio Sparaci (traduzioni in

inglese affidate a Valeria Barassi). A parte

la somiglianza delle prime quattro lettere

dei due cognomi, Schiavon, che ha

sempre guardato con ammirazione a

Schifano, usa a tratti il completamento

delle sue opere alla maniera di Schifano:

dripping, cornici invase, fiammate improvvise

di tinte fortissime nella campitura.

Ma soprattutto è stato importante,

come ha spiegato Barassi durante l’inaugurazione,

il senso stesso del Pop colto

dall’artista veneto. Schifano ha dato libero

accesso a chiunque volesse dare il

giusto significato al termine Pop, volgendolo

“all’italiana”. Popolare, cioè della

gente e per la gente, arcinoto, consumato

soggetto od oggetto per la memoria

visiva e l’immaginario collettivo. Così

nacquero, dalla mano di Schifano, le biciclette,

i paesaggi interrotti, il sole, gli

animali. E con la stessa struttura creativa

Schiavon si appella all’elemento onnipresente

nelle poesie, nelle canzoni, nell’amore

e nelle celebrazioni: i fiori.

Assonanze, vicinanze e contrasti, perché

no, per due anime artistiche differenti

per generazione e obiettivi. Ma è proprio

questo che ha affascinato i tanti presenti

alla “prima” e il nutrito gruppo di visitatori.

L’ambientazione, in Palazzo Santo

Stefano, è sontuosa. Un luogo stracarico

di vicende storiche, che comprende anche

un museo ed un rifugio antiaereo,

oltre che, a solo titolo di esempio, il lavoro

dell’Ingegnere Marco Zaccaria e

dell’Architetto Angelo Pisani, che dal

1934 al 1937 realizzarono il magnifico

ingresso con le ordinatissime e luminose

scalinate, tutto con materiali italiani. E

nel giorno della inaugurazione, a chi ha

lavorato intensamente per questa mostra,


il palazzo sembrava ancor più luccicante

della sua semplice e fascinosa bellezza,

arricchita dai dipinti di due artisti che

hanno fatto risuonare l’eco di quel “Gli

artisti italiani sono i migliori…” che da

qualche parte qualcuno dimentica.

Il 15 ottobre scorso, nella sala consiliare

di Palazzo Santo Stefano, la Acca International

(che produce la trasmissione

Laboratorio Acca), rappresentata da Roberto

Sparaci e Giorgio Barassi, il Presidente

della Provincia di Padova Fabio

Bui, il vicepresidente Vincenzo Gottardo,

l’assessore alla Cultura del Comune

di Padova Enrico Turrin, hanno

illustrato i temi e le finalità della mostra,

alla presenza degli invitati, fra i quali la

Senatrice Roberta Toffanin. Presente anche

“Euridice” Elena Baldan, Tribuno

della Goliardia Patavina, a rappresentare

la storicità dei princìpi di “cultura e intelligenza”

della Goliardia vissuta da secoli

nella storica Università. Molto apprezzato

il videomessaggio di Franco

Boni che ha illustrato in particolare il valore

e la forza delle opere di Schifano in

mostra.

Definirlo solo un successo è poco. L’

apertura dei palazzi istituzionali alla

gente è stata fatta nel migliore dei modi,

affiancando due artisti che raccontano

due epoche, aprendo le porte alle visite

ed alla conoscenza di un luogo bello ed

importante e confermando, semmai ve

ne fosse bisogno, che gli artisti italiani

hanno la fortuna di essere nati tali e perciò,

oltre che per secolari doti riconosciute

nel mondo, possono vantarsi a ben

ragione di essere davvero i migliori.

Domenica 17 ottobre, a completamento

del successo della mostra che è durata

fino al 29 ottobre, Alessio Schiavon è

stato ospite della trasmissione Laboratorio

Acca, in onda tutte le domeniche alle

21.30 sui canali di Arte Investimenti TV,

868 Sky e 123 DTT. La squadra degli artisti

e del gruppo di Laboratorio Acca, di

cui Schiavon fa parte da due anni, può

andare orgogliosa di un successo costruito

in collaborazione e col patrocinio

della Provincia di Padova. Conoscendo

l’entusiasmo di tutti coloro che hanno

contribuito alla realizzazione dell’evento,

tra cui i tanti amici dell’artista, la redazione

di Art&trA prevede che da qui

nasceranno altri eventi d’arte di qualità.

Speriamo presto.


Numero Verde

800 599444


saremo presenti alla baf - bergamo arte fiera

dal 14 al 16 gennaio 2022 con i seguenti artisti:

sandra andreetta - piero gilardi - ugo nespolo - rabarama

rolando rovati - fulvia steardo fermi - alessandra triscHitta

sandra andreetta

piero gilardi

alessandra triscHitta

“Ascoltando Franco Battiato,

la stagione dell’amore...” - 2021

Tecnica mista su tela - cm 100x70

“Castagno bruciato” - 2006

Poliuretano espanso - cm 50x50

fulvia steardo fermi

rabarama

“Nuvole... Lontane Dal Rumore Della Terra,

Lontane Dal Silenzio Del Cielo”

2021 - Fotografia/Arte digitale

cm 60x60

rolando rovati

“Tunnel” - 2019

Acrilico su tela - cm 100x70

“Viaggio” - 2005

Bronzo dipinto - cm 40x37x34

“City by night” - 2014

Tecnica mista su tavola - cm 60x60

REFERENZE E QuOTAZIONI PRESSO LO STAND 43 DELLA MALINPENSA gALLERIA D’ARTE

ORARIO ARTE BERgAMO:

VENERDì DALLE 15.00 ALLE 20.00

SABATO E DOMENICA DALLE 10.00 ALLE 20.00

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86

edo Murtić

“la forza del colore”

di Svjetlana Lipanović

AZagabria, per commemorare

Edo Murtić, celebre pittore

croato nel centenario

della sua nascita, sono state

allestite varie mostre nei mesi

passati. La magnifica mostra intitolata

“Murtić 100” si è svolta presso il

“Meštrovićev paviljon”/ Dom HDLU

(Il Padiglione di Meštrović/ La Casa di

HDLU) dal 25 maggio al 18 luglio

2021, mentre un’ altra esposizione (“La

nuova astrazione”) è stata allestita nella

moderna galleria “Lauba” dall’1 al 10

giugno 2021. Edo Murtić con le sue tele

astratte, ha lasciato una traccia indelebile

nella seconda metà del secolo scorso

fino al 2005, l’anno della sua scomparsa.

Nato nel 1921 nella cittadina di

Velika Pisanica, in seguito frequentò

l’Accademia di Belle Arti a Zagabria e

la scuola di Petar Dobrović a Belgrado.

La sua prima mostra vide la luce nel

1935, con scene inizialmente figurative

che - con il passare degli anni - hanno

lasciato il posto a una pittura astratta,

colorata, espressiva. Durante la seconda

guerra mondiale l’artista si è schierato

con il movimento antifascista, seguendo

i suoi ideali ai quali rimase fedele per

tutta la vita. Dopo il conflitto armato,

Murtić viaggiò molto entrando in contatto

con artisti in Francia, Stati Uniti,

Italia, riportando le conoscenze ed esperienze

acquisite nei suoi quadri. Con le

mostre del 1953 a Zagabria e Belgrado

presentò per la prima volta l’arte astratta

poco conosciuta nella società socialista.

La sua notevole produzione artistica è

stata ammirata in oltre 300 mostre personali

e altrettante esposizioni collettive

in vari paesi, comprese quelle alla Biennale

di Venezia. Le collezioni private ed

istituzionali includono le sue opere più

rappresentative. L’enorme creatività di

Murtić si è espressa anche nella realizzazione

di: scenografie teatrali, murales,

mosaici, sculture, ceramiche, smalti e

altro. Fu premiato con vari riconoscimenti

in patria e all’estero. All’interno del

“Meštrovićev paviljon”/Dom HDLU”, le


“La luna gialla” - 2004 - Acrilico su tela - cm 180x300

“Il concetto verticale” - 1965 - Olio su tela - cm 160x130

“Il ramo dell'abbraccio” - 2004 - Acrilico su tela - cm 200x260

“La cattedrale” - 2003 - Acrilico su tela - cm 210x340

sue opere sono state esposte secondo i

periodi e così nella Galleria Bačva erano

visibili i quadri che con la impostazione

strutturale esprimono il colorito dinamico

e i tratti evidenti ottenuti con i

gesti decisi che saranno una delle caratteristiche

della sua pittura. Nella Galleria

PM hanno trovato il posto i quadri

con le scene di grande impatto drammatico,

ad esempio “Gli occhi della paura”,

realizzati negli anni 80 in cui predomina

il contrasto tra bianco e nero, sostituendo

i colori. Il ciclo è una sua protesta

personale contro la guerra e un suo contributo

per non dimenticare gli orrori del

terrore fascista.

Nella terza Galleria Prsten erano visibili

varie opere tra i quadri, disegni eseguiti

con diverse tecniche grafiche, nonché

opere in ceramica ed in smalto. Un’installazione

costruita nello spazio separato

da Ivan Marušić Klif rappresentava

composizioni come murales e i mosaici

creati da Murtić in edifici pubblici. Le

ampie sale della galleria “Lauba” sono

state un perfetto sito per il ciclo “La

nuova astrazione” per quale si può dire

senza nessun dubbio che racchiudeva l’

esperienza pittorica dell’artista maturata

negli anni delle sue incessanti ricerche.

Vari esperti concordano sul fatto che

questo ciclo si può ritenere come il migliore

realizzato da Murtić. I colori, gli

spazi e i tratti dipinti con decisione si alternano

in un modo armonioso, mentre

si nota la quasi assenza del colore nero

prima spesso presente nei quadri. C’è

una grande energia ottenuta con i colori

nelle opere intitolate ai posti, oppure al

singolo evento legato, con un colore particolare.

Le sue interpretazioni del mondo

circostante sono molto personali, codificate

con il linguaggio dei segni. Questi

sono tutti da decifrare, ma forse questo

specchio magico della realtà che propone

con tanta forza dei colori è proprio

per questo affascinante.


88

MODuLO DI

ABBOnAMEnTO 2020/21

Regalati un abbonamento

alla rivista Art&trA

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gIuSEPPE CACCIATORE

MOSTRA DAL 18 AL 28 gENNAIO 2022

"La materia interprete di un'evoluzione vitale e iconica"

“D esert Flow er” - 2021 - Stucco edile,inserti di cartone,m ateriale vario e acrilico su tela - cm 50x50

“L’artista giuseppe Cacciatore, con un’ ottica di autentico stile e originalità, realizza opere di attenta analisi descrittiva

e lo fa con un costrutto formale ricco di valori tecnici e di notevole comunicazione. Le sue elaborazioni,

mai statiche, sono l’espressione di un profondo e riflessivo studio in cui, la forma, la luce, il colore e la materia,

vivono in perfetta simbiosi e vengono armonizzate con abilità, rivelando così un piano prospettico ed uno spazio

volumetrico di evidente maestria. egli trasforma la materia in una forza interpretativa altamente concettuale e

creativa sempre supportata da una padronanza nell’uso della tecnica ad acrilico su tela. giuseppe Cacciatore,

servendosi di diversi materiali quali stucco e cartoncino, esegue le sue opere con magistrale capacità di elaborazione

e ben calibrata sintesi formale. vi è nel suo iter un chiaro senso estetico e raffinatezza descrittiva; è

un’arte di lirica partecipazione dove egli riesce a creare intense sensazioni a chi le osserva.”

Monia Malinpensa (Art Director- giornalista)

MOSTRA A CuRA DI MONIA MALINPENSA

REFERENZE E QuOTAZIONI PRESSO LA MALINPENSA gALLERIA D’ARTE By LA TELACCIA

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90

Art&Vip

Protagonista del mese Art&trA è l’attrice

siciliana Guia Jelo, volto della televisione,

del cinema e del teatro d’eccezione.

Un’intervista a 360° in cui ci ha

parlato del suo grande amore per l’arte

Questa è una rivista di arte. Qual è l’artista

che ami di più e perché?

“Impazzisco per tutte quello che mostra

l’arte, da sempre. Perché mi procura delle

emozioni fortissime pari alla musica e forse

più forti e profonde. La musica predomina,

va sopra la mia sensazione d’arte. Invece,

l’immagine è mia. Rimane scolpita dentro di me.

Più una cosa mi piace, più io sto male al pensiero che le

persone non vedenti non possono godere di quello che in

quel momento io sto godendo e tanto diniego per chi rimane

indifferente e/o assente davanti alla grandezza di

tale arte. Guardo le riviste d’arte e le trasmissioni. Si, amo

immensamente, con impeto e furore, Leonardo Da Vinci.

Ho poi tutta la casa tappezzata di David di Michelangelo.

Sono dieci anni che non vado a Firenze e ci sto male.

Ogni volta, mi prendo la seggiolina, distante, e sto ore ed

ore col cuore che mi batte. La potenza dell’essere umano

nell’essere creatore di cose d’arte è quando il tempio di

Atena, a Segesta, si scaglia all’improvviso nel panorama.

Quando tu arrivi a Segesta, con la macchina, te lo vedi

all’improvviso e ti entra dappertutto. Nelle vene, dappertutto.

In questi mie apprezzamenti, si, c’è tutta la mia italianità.

Ma apprezzo anche, come no, un po’ di transavanguardia,

certo con l’attenzione però di chi è profana,

come me. Ma vengo da un percorso di quando avevo 30

anni, di una certa ammirazione per l’arte informale ed

anche per il sublime immenso Monet, con le sue “Ninfee”,

in un fluire di acque”.

Se dovessi descrivere la tua vita in un dipinto quale sarebbe?

“Un dipinto di mia madre, che però non fa il figurativo e

che appunto è ispirata maggiormente all’arte informale

di cui è grande esponente l’americano Jackson Pollock e

che inconsapevolmente è ispirata dall’inizio al grande

Monet. Quella è la mia vita, io sono quel quadro, molto

suggestivo. Sono quel dipinto di mia madre, Giovanna

Marraro. Una grande artista, apprezzata da Sgarbi, seppur

non fa il figurativo, infatti fa un tipo di astratto che parte

dalle viscere anti-transavanguardia. Questo dipinto lei lo

ha nominato “creazione acqua”, sono io con tutte queste

cose che mi smuovono dentro, che fluiscono , rischiando

di annegarvici, con questa grandissima voglia di amare e

di amore. Proseguendo, è chiaro che è l’artista che amo

di più e non perché è mia madre. Vidi la prima volta un

suo quadro grandissimo, immenso. Non sapevo che era

suo. Mi facevo i fatti miei. Ero all’inizio, al Piccolo di

Milano. Lo vidi e stavo svenando. Poi il fatto che piace a

Sgarbi è da segnalare, dato che di certo non si interessa

all’astratto. Mia madre, la Marraro, merita”


Sei un’artista impegnata su diversi set. Sei

sempre in viaggio in posti diversi, ti capita

di visitare musei?

“Dico la verità: i musei mi sento in colpa,

ma non ho mai tempo. Da ragazzina sì, ne

visitavo tanti. Ma ora sono sempre in giro,

con i minuti contati, trafelata, con duemila

valigie. Anzi, il vero museo degli orrori

sono le mie valigie. Guardo quelle, mi tormento.

Non ho tempo, anche perché non

farei mai che vado in un museo e sto poco.

Quando andavo a vedere, almeno due volte

l’anno, il David a Firenze, rimanevo finché

non mi buttavano fuori. Stavo là, tornavo

stanca. Lo sezionavo, guardavo quindici

minuti una parte, poi l’altra parte. A

proposito d’arte, stavo tentando di andare

a vedere tutte le meraviglie di Caravaggio,

perché ho fatto questo film, dove sono

stata in un cameo. Rappresentavo una sua

figura, Anselma, uno dei quadri più famosi

del Caravaggio. Purtroppo, però, il mio

ruolo, per una tempistica di intralci Covid

(fortunatamente tutti risolti) ha dovuto subire

tagli; è diventato un piccolo ruolo, ma

per me è stato un “esserci”, ho raffigurato

un quadro di Caravaggio!!! E ne è valsa la

pena farlo perché diretto da Michele Placido.

E c’è una possibilità concreta di fare

il prossimo film con lui sul giudice Levatino.

Devo fare la madre. E questo per me

è il top, il massimo. Provo un amore sconfinato,

immenso, per Michele. E sono ricambiata.

Sono molto attaccata a lui, alla

sua famiglia, alla moglie. Parlo di un amore

che assorbe veramente tutte le parti

della mia mente e del mio cuore. Ci conosciamo

da ragazzini e abbiamo una stima

l’uno dell’altro, un’ammirazione l’uno

dell’altro, concreta”.

Dal 30 dicembre, sarà una delle protagoniste

di Le Befana Vien Di Notte 2 - Le

Origini, dove ha recitato al fianco di

Fabio De Luigi. Oltre a questo, a quali

altri lavori si sta dedicando in questo periodo?

“Sto finendo di girare, con moltissima felicità,

Le Più Belle Frasi di Osho con Neri

Marcorè per la regia di Laura Moscardin.

Verrà distribuito da RaiPlay. Per passare

poi a The Bad Guy con la regia di Giancarlo

Fontana e Giuseppe Stasi. È pazzesco,

meraviglioso. Io sono un magistrato

particolare. Non posso svelare che cosa accade

a questo magistrato. Non posso dire

nemmeno se appartiene ai buoni o ai cattivi.

Posso dire che la genialità di Fontana

e Stasi mi ha molto colpito e mi valorizza

giorno dopo giorno. Sono stanca, perché

mi sono divisi tra due set, ma ognuno di

loro mi dà degli amori diversi. Qui sono

con Luigi Lo Cascio. Non posso dire altro

se non ‘lo spessore e la grandezza di noi

attori siciliani’. Io lo paragono a De Niro.

Con questo gli do tanto ed è nostro”.

Un’altra delle sue grandi passioni è il teatro.

Ci sono progetti legati ad esso?

“Stiamo cercando di riprendere il lavoro

su Nino Martoglio, Stonchiti. È molto bello,

con la regia di Turi Giordano. Sono coprotagonista

insieme a Fabio Costanzo e

poi ci sono i musicisti Flaminia Chiechio,

Davide Sciacca, Anselmo Petrosino. Ci

tengo moltissimo. I costumi sono di Rosy

Bellomia. E poi…e che fa taccio? Io non

sono più tornata al Teatro Stabile di Catania.

In tanti anni della mia carriera, mi

sento una colonna di quel teatro, insieme

a tanti veterani. Non ho mai detto: ‘Non

sono al Teatro Stabile di Catania’. Mi pare

una cosa assurda. È come se io dovessi

dire: ‘Non ho più casa’. Ma ora, evviva,

sono proiettata per il Teatro Nino Martoglio

a Belpasso (CT) di Videobank, della

grande Amministratore Unico Maria Guardia

Pappalardo e un po’ anche mio, che io

dirigo. Ma che il Teatro Stabile di Catania

ci abbia esclusi a noi anziani è una cosa

dolorosissima. Però io non gliene voglio.

Non mi sento rottamata, ecco. Rispetto le

scelte artistiche. Si è voluto dare, forse,

una sterzata per fare gli originali, i diversi,

ma non so fino a che punto questo giova.

Quello sì. Non mi sono offesa, no, ma addolorata,

dispiaciuta. E lo dico senza falsa

modestia. Non è positivo per il teatro perdere

chi è amato dal pubblico così tanto…

chi attira la benevolenza per quello che noi

veterani sappiamo dare, ma che sappiamo

anche ricevere: amore. Ce l’hanno tolto. È

positivo? Quando c’è qualcosa che distrugge

l’amore, di qualunque specie di


92

amore si parla, non è mai positivo. Questo

mi addolora, mi tormenta, ma tornerò? È

una sfida, ma spero presto, sbrighiamoci

(anzi in siciliano “annachiamoci”) perché

di questo passo…a 80 anni dove saranno

tutti questi ruoli? Già non ce ne sono più

ora”.

A breve esordirà dietro la macchina da

presa per girare un mediometraggio. Di

che cosa si tratta? Come mai ha deciso di

dedicarsi alla regia?

“Come dicevo prima, Lupo Bianco è il top

di questo momento, perché mi lega ad Antonio

Chiaramonte, Cinemaset con cui io,

diciamo, sono in procinto, in predicato,

nella speranza, voglio dire concreta, di fare

un film, un mediometraggio per il Miur,

con la mia regia, di un mio trattamento/soggetto;

come autrice. La sceneggiatura

conto che possa essere affidata ad Aurelio

Grimaldi, se tutto va bene, soprattutto

se lo deciderà il Produttore, il magnifico

Antonio Chiaramonte, con la sua Produzione

Cinemaset, proiettata al benessere

sociale e legale, e che Dio lo benedica. E

se il maestro Grimaldi avrà tempo, perché

è super impegnato: è un regista importante

e soprattutto uno sceneggiatore di grandissimo

spessore, col quale ho fatto numerosi

film, anche da protagonista, vedi: “Le buttane”,

candidata alla Palma D’oro al Festival

di Cannes 1994. Si tratta di un mediometraggio,

il cui titolo non lo dico perché

è molto forte, perché serve per raccontare

alla società, al mondo e all’opinione pubblica,

quanto ci sia bisogno di dare una

sferzata, di aiutare per poter debellare il fenomeno

del bullismo, attirando al massimo

l’attenzione, anche in modo brutale. È

anche un inno all’animalismo, perché vi si

intreccia una storia che riguarda la guarigione

di una giumenta, curandola, anche

un modo, come curare l’anima delle persone

che l’hanno macchiata, che hanno

delle ombre, che sono andate al buio con

la propria anima, facendo i bulli. Ecco, attraverso

la cura di un animale e questo solo

posso accennare. Ci saranno dei momenti

molto struggenti ed altri che esaltano il mio

grande, forse eccessivo, amore equino.

Posso anche aggiungere che è dedicato a

Giovanni Pascoli. Ha a che fare, diciamo,

con la sua “Cavallina Storna”, che racconta

di una madre che chiede alla giumenta chi

sia stato ad uccidere il proprio figlio. C’è

tutto per la scuola: parlo della famiglia,

della società, delle forze dell’ordine. Tutti

devono contribuire il modo a debellare

questa deviazione umana, questa tragedia

che, ahinoi, porta sovente ai suicidi”.

Infine, è direttore del teatro Nino Martoglio

di Belpasso Catania. Sicuramente un

ostacolo da superare è stata la pandemia.

Come vi siete organizzati per la ripresa?

“Come dicevo, amo il teatro Nino Martoglio

di Belpasso. Pertanto, vorrei riaprire il

teatro con Videobank. Avremmo intenzione

di fare qualcosa, magari sperando su un

sostegno da parte delle Istituzioni, per valorizzare

il territorio, questo è un mio

scopo come direttore artistico, a fianco del

mio “capo” Amministratore Unico, Maria

Guardia Pappalardo, perché nel territorio

noi abbiamo delle risorse e che sono nazionali,

perché la Sicilia è nazione. Quindi

smettiamola di dire: l’attore locale, l’attrice

locale, l’autore locale. Ma scherziamo? La

Sicilia è Italia. Però il territorio e noi abbiamo

il diretto di essere valorizzati anche

a km zero. Quindi, faremmo anche questo.

La crisi del Covid, ovviamente, ci ha fatto

male perché non abbiamo avuto determinati

sostegni dallo Stato, che ha pensato a

sostenere gli Enti Pubblici, quello di loro

appartenenza o tutti coloro, anche privati,

che avevano svolto una programmazione

triennale. Noi purtroppo ci siamo ritrovati

davanti al “mostro”, soltanto dal primo anno

di programmazione. Con questo, non

biasimo lo Stato. È una regola. Però ci rimboccheremo

le maniche per cercare di fare

vibrare ancora questo mio sipario”.

Un saluto speciale ai lettori di Art & Art.

“L’arte è un coito d’amore, non solo di

sesso, che non ha nessun limite e nessuna

fine. Infinito, sia epicureamente, che platonicamente”.

PS: concludo con un doveroso omaggio al

grandissimo, vanto della Sicilia, maestro

pittore Alfredo Cavallaro, che ci offre un

omaggio all’arrivo dell’Autunno, che mozza

il fiato dalla bellezza (vedi foto).


Dada c

MOSTRA DAL 29 gENNAIO AL 9 FEBBRAIO 2022

“La rinascita della stoffa si evolve in vibrazioni tonali"

“Silver” - 2021 - Tecnica m ista su lino - cm 80x80

“L’artista dada c, con una continua evoluzione e con una propria resa stilistica, modella magistralmente la materia

del tessuto che fluttua leggera all’interno della sua rappresentazione con una unicità di stesura senza confini e

con un costrutto compositivo intriso di immaginazione, riflessione e sensazione. L’avvolgente fusione del tessuto

con il significativo linguaggio del colore si trasforma in un’emozionante leggerezza lirica che si concretizza attraverso

un assoluto rapporto di prospettiva e di forma, evidenziando costanti valori sia estetici che contenutistici.

L’artista dada c elabora una personale e sicura dialettica dove il felice connubio tra materia e colore dimostra una

padronanza nell’uso della tecnica mista su tela evidente. La sua è una pitto-scultura complessa realizzata con attenzione,

professionalità dei mezzi e abilità di ideazione in cui l’elaborazione si alimenta di una chiara vocazione

concettuale volta ad indagare sul dinamismo materico.”

Monia Malinpensa (Art Director- giornalista)

MOSTRA A CuRA DI MONIA MALINPENSA

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Mostre in corso

come una fiamma bruciante.

la commedia di Dante

secondo aligi Sassu

Dal 4 settembre 2021 al 9 gennaio 2022

bagnacavallo (ra)

di Marilena Spataro

In occasione della festa patronale

di San Michele la

bella cittadina di Bagnacavallo,

in provincia di Ravenna,

continua a sorprendere

con le sue mostre d'arte di elevata

qualità e prestigio che puntualmente

si tengono nelle suggestive

sale del Museo civico delle

Cappuccine.

E nell’anno dantesco certo non poteva

mancare una esposizione di

opere a tema dedicata all’immortale

poema del Sommo Dante Alighieri,

che tra l’altro fece nella sua

Divina Commedia un brevissimo

accenno a Bagnacavallo nel XIV

canto del Purgatorio.

Le opere scelte dedicate al Divin

poema sono quelle del maestro del

Novecento Aligi Sassu (Milano,

1912 - Pollença, 2000) da lui realizzate

tra il 1981 e il 1986.

La mostra “Come una fiamma bruciante.

La Commedia di Dante secondo

Aligi Sassu”, in corso fino 9

gennaio 2022 presso il Museo civico

delle Cappuccine, è curata da

Patrizia Foglia e Martina Elisa Piacente

con la collaborazione di Diego

Galizzi e Carlos Julio Sassu Suarez,

ed è organizzata dal Comune

di Bagnacavallo in collaborazione

con l’Archivio Aligi Sassu.

Il percorso espositivo è composto

da un ciclo pittorico di oltre 110


opere, non esposto al pubblico nella

sua interezza da oltre venti anni.

Aligi Sassu fu un artista a tutto

tondo che, nel corso della sua carriera,

si è più volte cimentato nell’illustrazione

dei grandi testi della

letteratura italiana e straniera. Per

sua stessa ammissione, il lungo

confronto della Commedia è stato

tuttavia un’esperienza unica «non

una prova illustrativa di pura rappresentazione,

ma una drammatica

determinata azione. Affondare il

bisturi nella carne viva della mia

pittura». Intenzione dell’artista milanese

non era infatti illustrare pedissequamente

i canti danteschi,

bensì entrare in sintonia con Dante

stesso e con l’atmosfera che si respira

leggendo il Poema. Per raggiungere

questo scopo Aligi Sassu,

grazie agli intensi e vivi colori

acrilici, dà vita a una serie di opere

che trasformano la musicalità delle

celebri terzine in una emozionante

sinfonia cromatica.

Elemento che caratterizza l’artista

milanese sin dai suoi esordi è il colore,

indiscusso protagonista anche

della suite di tavole dantesche. Sono

colori squillanti che trascendono

le regole della realtà e che immergono

in un universo emotivo

adatto a rappresentare la complessità

della Commedia.

Come per Dante il confronto con i


96

dannati e i beati è un’occasione di

meditazione e bilancio della propria

vita, così per Sassu, ormai

giunto alla soglia dei 70 anni, le

tante anime del Poema lo portano

a scandagliare la propria vita personale

e artistica. Parallelamente

alla partecipazione umana del pittore

di fronte agli interrogativi esistenziali

che sorgono dalla lettura

delle celebri terzine, nelle tavole

dantesche si può trovare un’eco

delle diverse fasi artistiche attraversate

da Sassu, dall’iniziale e

breve adesione al Futurismo, al periodo

degli Uomini Rossi, alla produzione

d’arte sacra.

Il progetto espositivo alle Cappuccine

di Bagnacavallo si pone come

un invito a compiere un emozionante

viaggio attraverso le tavole

dantesche cariche di colore e passione,

un lento cammino che porta

dal buio degli inferi, del dolore e

del peccato alla luce dell’empireo,

così che ognuno possa compiere

quel percorso di purificazione che

è sostanza del “poema umano” dantesco,

interpretato da Sassu nei

suoi intenti più profondi e in modo

totalmente originale.

Info:

tel. 0545 280911

www.museocivicobagnacavallo.it


Francesco Ponzetti

“Il Cardinale” - 2021 - Tecnica mista e sabbia su tela - cm 40x30

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


98

Art&Events

Massimo Paolucci - Art&trA

Si prospettano mesi di

grandi soddisfazioni per

Massimo Paolucci, che

nei prossimi mesi sarà

nelle sale cinematografiche con i

primi due film che lo vedono

esordire in qualità di regista. Il

primo, intitolato Medium, sarà

disponibile nei cinema a partire

da giovedì 14 ottobre 2021 e

vede nel cast, oltre a Tony Sperandeo

e Hal Hamanouchi, l’attore

esordiente Emilio Franchini

e la giovane attrice Martina Marotta.

La pellicola è stata prodotta

da Emy Productions, che ha voluto

Paolucci alla regia anche di

una Preghiera Per Giuda, colossal che ha coinvolto le star americane

Danny Trejo e natalie Burn. Al centro della scena, per quest’ultimo

lavoro, ci sarà il conflitto tra un padre, interpretato da Tony Sperandeo,

e un figlio (Emilio Franchini) che non ha mai potuto conoscere per via

dei tanti anni trascorsi in carcere. Gli impegni per Massimo Paolucci

non sono però finiti qui: nei prossimi mesi, il regista tornerà sul set

per le riprese di Soldato Sotto La Luna, che girerà in Umbria come i

due precedenti film.

Gramiccia e Franchini - Art&trA

Emilio Franchini - Art&trA

un autunno ricco di

Èappuntamenti per l’attore

esordiente Emilio

Franchini.

Nei prossimi mesi, il

romano sarà infatti il protagonista

di due film prodotti da Emy

Productions e diretti da Massimo

Paolucci. Dal 14 ottobre

2021, uscirà in tutte le sale cinematografiche

il thriller-horror

Medium, nel quale Emilio ha

prestato il volto a Walter, criminale

che si troverà a fare un

colpo nel bar utilizzato come

copertura per traffici illeciti dal

mafioso Cagliostro (Toni Sperandeo)

e che, per salvarsi la

vita, dovrà accettare di rubare

un giada preziosa a Hung (Hal

Yamanouchi), il proprietario di una villa in Umbria dove, insieme al

suo gruppo di criminali, dovrà combattere con il male in persona, scontrandosi

faccia a faccia con la morte. Di recente, Franchini ha inoltre

finito di girare Una Preghiera per Giuda, film di mafia dove ha recitato

al fianco di Danny Trejo e Natalie Burn, celebri attori di Hollywood.

Questi sono soltanto gli ultimi due impegni di Emilio, che si prepara

ad affrontare altre nuove sfide. Come ha rivelato in una recente intervista,

nei prossimi mesi sarà infatti impegnato con le riprese di un

nuovo film horror.

Martina Marotta - Art&trA

Tra i produttori di Emy

Productions ci sono

an- che Daniele Gramiccia

e Giovanni

Franchini. Grazie al loro lavoro

hanno infatti visto alla

luce i film Medium e una Preghiera

Per Giuda, entrambi diretti

da Massimo Paolucci.

Il primo, di genere thriller-horror,

debutterà nel sale il 14 ottobre

e vedrà tra gli attori protagonisti

Emilio Franchini con

la partecipazione di Tony Sperandeo,

che interpreterà il boss

Cagliostro, la seconda pellicola,

di genere drammatico, è invece

un colossal che ha coinvolto anche gli attori internazionali Danny

Trejo e natalie Burn. Produzioni che vanno ad arricchire il vasto curriculum

dei due produttori, che nei prossimi mesi torneranno sul set

del sequel di una Preghiera per Giuda e di altre produzioni. Ad

esempio, Franchini svilupperà un film sulla storia dell’ex ministro

Antonio Guidi, affetto da tetraparesi spastica. Ma i progetti della Emy

Productions, che coinvolgono pure Gramiccia, non sono finiti qui:

entro il 2021 è prevista l’uscita nelle sale di I Follow You, film dove

reciterà ancora una volta Emilio Franchini e che è stato diretto da Vincenzo

Petrarolo. Nel cast anche Jennifer Mischiati e Andrea Scarduzio,

che stanno avendo un discreto successo all’estero.

Doppio impegno cinematografico

per l’attrice

toscana Martina

Marotta. Dal 14 ottobre

2021, la giovane sarà infatti

in tutte le sale cinematografiche

con il film thriller-horror Medium,

diretto da Massimo Paolucci

e prodotto da Emy Productions,

dove interpreta il personaggio

di Patrizia, una ragazza

della Roma bene che, per

amore del protagonista criminale

Walter (Emilio Franchini), accetterà

di partecipare ad una rapina

dalle drastiche e diaboliche

conseguenze. Un lavoro dove ha avuto colleghi importanti come

Tony Sperandeo e Bruno Bilotta, che ha ritrovato sul set di una

Preghiera per Giuda, film di mafia firmato dallo stesso regista e

dalla stessa casa di produzione di Medium che vanta nel cast gli

attori americani Danny Trejo e natalie Burn. Una carriera, quella

della Marotta, sempre più in ascesa, che ha preso il via con Infernet

di Giuseppe Ferlito. Una passione, quella per la recitazione,

iniziata fin da bambina, grazie ai film di Totò e Sophia Loren che

guardava insieme a suo nonno. Un percorso che è ancora tutto da

scrivere ma che sicuramente riserverà delle belle sorprese.


SETTIMANA DELLA MODA A MILANO

La moda sta diventando sempre più green

La creatività di Spazio Margutta

in Via Tortona per la MFW 09/’21

MuSICA, COLORE, MODA SOSTEnIBILE:

Con la colonna sonora “Chiclete com banana" di

Jackson do Pandeiro a fare da sfondo alla sfilata

all’Orto Botanico a Brera ha chiuso i battenti la

Settimana della Moda Milanese dove è stata notata una grande

attenzione ai temi della sostenibilità e dell'inclusione, l’industria

della moda sta davvero diventando più green anche su

esempio del Team degli 8 designer presentati dalla Brasil Eco

Fashion Week - BEFW, la prima Fashion Week dell’America

Latina interamente dedicata alla moda green, al tessile circolare,

al riciclo. Organizzazione: Fashion Vibes.

Via Margutta è diventata, da alcuni anni, il nuovo polo

della moda, della creatività e dello scouting della

Capitale, grazie a “SPAZIO MARGuTTA” un progetto

innovativo, nel quale è possibile vivere uno

stile preciso di avanguardia e di unicità. Un concept innovativo

che ha come settore trainante “l’Universo dei Creativi”, nel

quale il forte legame con l’artigianalitàe l’alta sartoria, ben si

amalgama alla promozione di fashion e jewellery designers italiani

e stranieri.

Un forte background nel settore ed eterogenee esperienze dirette,

sono alla base degli ideatori del format “Spazio Margutta”

Grazia Marino e Antonio Falanga, che dal 20 al 26 settembre

hanno coronato uno dei loro più ambiziosi progetti, promuovere

durante la settimana della moda milanese una serie di capsule

collection firmate da diverse griffe dell’alta moda, del prêt-àporter,

della gioielleria e di accessori moda luxury.

Luca Nannipieri tradotto e pubblicato

in Francia e in Inghilterra

Consacrazione internazionale per il noto critico d’arte

7° edizione RunWay Show Fashion Vibes

Alla Settimana della Moda 2021 a Milano

Il noto critico d’arte Luca nannipieri, vola in Francia, a

Parigi, e poi in Inghilterra: i suoi libri infatti vengono tradotti

e pubblicati nei due paesi, e ad essi saranno affiancate

conferenze in luoghi pubblici.

Luca Nannipieri, è riconosciuto dalla stampa francese come uno

dei più autorevoli critici d’arte italiani, infatti il suo ultimo libro

“A cosa serve la storia dell’arte”, pubblicato in Italia da Skira

e presentato al Senato della Repubblica è pubblicato in Francia

col titolo “À quoi sert l’histoire de l’art” (Editions L’Harmattan,

2021), approfondisce il rapporto tra patrimonio storico-artistico,

persona e comunità, e riflette sulla responsabilità sociale

dello storico e del critico d’arte, mettendo a confronto il suo pensiero

con i fondatori o punti di riferimento della disciplina.

La 7a edizione della piattaforma digitale del RunWay

Show Fashion Vibes racconta un’eleganza naturale che

dà valore a quello che dobbiamo preservare, è stata visibile

su piattaforma digital il 28 settembre ore 20,00.

Un viaggio virtuale che si è concretizzato con delle immagini nuove,

ecologiche, che raccontano un nuovo corso della natura a cui ispirarsi,

una esortazione ad essere aperti al mondo, godere delle piccole

cose, le più importanti.

I designer presenti sono stati VAn M, BY VEL e TuRTLEHORn

www.fashionvibes.com


100

Expo Dubai:

Il Made in Italy torna in passerella con le creazioni

della Maison Furstemberg

Enogastronomico, il Regno di Babbo Natale

Il Life Motive di Expo 2021, esposizione universale

degli Emirati Arabi in programma da ottobre 2021 a

Dubai. Nell’ambito di questo evento internazionale, nel

cuore della città, presso il Feirmont Hotel l’ esclusività

della catena super lusso del Bistot 90 vedrà protagoniste ogni

settimana le più grandi Maison in Passerella simbolo del

Made in Italy. La prima a calcare la scena del Fashion Show

è stata la Maison Egon Von Furstemberg, con l’occasione

è stato conferito il premio alla carriera al Brand Manager

Vincenzo Merli e come rivelazione dell’ anno all’ imprenditore

Ivan Conte, da sempre promotore delle eccellenze enogastronomiche.

A condurre la manifestazione il presentatore

Tv Anthony Peth.

Quando si pensa al natale, non si può non pensare alla cucina.

Esiste un posto fatato nelle colline di Vetralla, dove

il Natale si festeggia quasi tutto l’anno e dove l’offerta

culinaria va di pari passo a questa tradizione.

Il Regno di Babbo natale, nel viterbese, è il magico

luogo in cui si respira l’aria natalizia da settembre fino a gennaio

inoltrato, ogni anno. Ma oltre a respirare l’atmosfera, si assapora il

gusto gourmet di prodotti tipici e di piatti ricercati. La Tuscia è terra

di prelibatezze che tutta Italia, e spesso il mondo, conosce e apprezza.

Dove tra funghi, olio, castagne, salumi e formaggi ogni tipo di palato

può soddisfare anche i desideri più nascosti. Ecco perché tra le tante

offerte di addobbi e decorazioni, disponibili in tutto il Regno, Babbo

Natale giustamente ha strizzato l’occhio anche ai fornelli.

I migliaia di visitatori che invadono la Fabbrica degli Elfi, il Bosco

Glaciale, gli scaffali che propongono ogni tipo di decorazione, alcune

realizzate esclusivamente nel Regno di Babbo Natale, al Victoria

Village, uno spazio a cielo aperto in stile vittoriano dove da quest’anno

sorgono alcune attrazioni anche per i più piccini, tra bar, punti

ristoro e un elegantissimo outlet del buon gusto possono trovare prodotti

di altissima qualità scelti appositamente per il Regno.

Il successo di Girodibozze

Il libro di Andrea Lomoro diventa un cult

Messo online da pochi mesi, girodibozze.it, il blog

del giornalista Antonio Murzio, continua ad incrementare

il numero dei visitatori. La formula

scelta è quella del blog collettivo: a scrivere su

girodibozze non è solo Murzio, ma chiunque, spiega il giornalista,

“ritenga abbia qualcosa da dire e cerca uno spazio dove

potersi esprimere liberamente”. Il discrimine usato è quello

della qualità dei contenuti e della buona scrittura, per questo il

nome del blog è ispirato al “giro di bozze” che avviene nelle

case editrici prima della pubblicazione di un testo, che viene

vagliato da più persone che ne valutano la correttezza.

La vita dell’uomo è fatta di scelte, regolate da due fili in continua

trazione: la curiosità e la paura.

La curiosità lo fa avanzare e la paura lo blocca. È sempre

stato così, da che mondo è mondo, un tira e molla efficiente,

solo se in equilibrio.

In un College, nelle colline di Bruges in Belgio, alcuni tra i migliori

studenti e professori, diventano protagonisti, in tre giorni e a loro insaputa,

di eventi difficilmente inquadrabili.

E l’equilibrio si spezza.

Un libro di grande successo spopola sulle librerie e sulle piattaforme

web. Consigliato da Art&trA.


Sostenibilità e creatività: le proposte

dei finalisti del contest #roadtogreen

Poncho trendy e sostenibili, un abito da sposa fatto di mascherine e un

minibus urbano a zero emissioni. Molti i progetti del contest bandito da

Road to green 2020

Sempre più spesso sentiamo parlare dell’esigenza di

rendere le nostre vite più sostenibili e di ridurre lo

sfruttamento della terra. In quest’ottica, ben vengano

tutte quelle iniziative che spingono a concepire

il futuro e ad innovare in ottica green.

Tra queste, particolarmente interessante è il contest

#roadtogreen, bandito annualmente dall’associazione Road to

green 2020, e rivolto a designer e creativi. Un’occasione di

confronto e dibattito, dando visibilità a idee originali ed interessanti

e creando nuove relazioni e collaborazioni.

Quest’anno ad aggiudicarsi il primo premio (un voucher per un

corso a scelta presso la prestigiosa Accademia del Lusso di

Roma) è stato Carlos Miguel Commettant Arrieta, che ha realizzato

dei poncho con vecchi abiti. Da jeans dismessi ha creato

l’esterno patchwork, cucendo all’interno delle calde magliette

intime ormai vecchie. Un’idea originale per recuperare capi che

non mettiamo più, donando loro una nuova vita.

Oltre ai poncho di Carlos Miguel, sono stati molti i progetti proposti,

alcuni dei quali hanno ottenuto delle menzioni speciali. A

conseguirne il numero maggiore è stato Giovanni Di Mauro,

con il suo romantico “Il cigno nero”. Un abito da sposa elegante

e femminile, realizzato interamente con mascherine chirurgiche

igienizzate e cucite insieme. Un modo originale per riciclare

quei dispositivi per la protezione individuale e gridare che

l’amore vince su tutto, anche sul covid.

Molto interessante anche il minibus urbano a zero emissioni

“Eco Line”, presentato da Joe Zarpellon e Alessandro Marabelli.

Il mezzo utilizza per la propulsione un motore ad idrogeno,

i cui scarti vengono poi assorbiti dalla tecnologia Air- Gent, per

poi essere convertite in energia elettrica utilizzata dai vari accessori

del veicolo

Di seguito, tutti i finalisti con i relativi progetti:

Giulia Valentini, natasha Delle Monache e Stefania Di Marcoberardino

hanno presentato la collezione di abiti sostenibili

“Recycled Fashion Pills”;

Maria Mirt è ideatrice della “Borsa Fashion Color”, realizzata

ad uncinetto con cotone biologico e sostenibile, libero da sostanze

tossiche;

“La carta da parati si fa bella” è la linea di gioielli di Anna

Paparella fatta con scampoli di carta da parati;

Pasqualina Tripodi è l’ideatrice degli agri-gioielli “Eterea

Collection”, fatti con sugheri, fossili, legni, metalli e fibre

grezze naturali;

Marcella Stilo ha presentato gli anelli “Cartalana”, fatti con

filati ottenuti dalla carta e lavorati con il fuso;

Giovanni Galizia ha proposto “Balcone Ri… fiorito”, un balcone

abbellito utilizzando elementi di scarto;

“Per guardare a un futuro sostenibile” è il progetto di Giulia

Bonardi, occhiali da sole ecosostenibili, adattabili ad ogni persona

e gender free;

Elisa Carpentieri ha presentato “Concrete Fashion”, abiti innovativi

realizzati con materiali eco-sostenibili;

Grazia urbano ha proposto “La figlia del mare”, un abito in

seta con un copri abito ricavato da una rete da pesca in cotone e

cintura è dello stesso materiale, arricchita da conchiglie di mare;

“Mediterranea”, il progetto presentato da nunzia Ogliormino,

è una collana in frammenti di PET di bottiglie, spago, conchiglie

di mare, e PLA, un polimero derivato dall’amido di mais;

Paolo Marozzi ha partecipato con “Confuso Brand”, una minicollezione

di borse ispirata a farfalle, fiori, piume e dettagli naturali.


102

MOSTRE D’A R T E In I T

a cura di Silvana Gatti

AncOnA

MOlE VAnVITEllIAnA

DAl: 27 nOVEMBRE 2021

fInO All’ 8 MAGGIO 2022

TERRA SAcRA

Questo progetto pone a dialogo le opere antiche

del territorio, restaurate dopo il sisma

di cinque anni fa che colpì le Marche e il

Centro Italia, e l’arte contemporanea. Esposti

120 lavori di 36 autori: da Gina Pane a

Quayola, da Titina Maselli a Leonardo Cremonini,

da Gregorio Botta a Flavio Favell.

Dopo il sisma, la città di Ancona mise a disposizione

un importante spazio della Mole

Vanvitelliana per il recupero delle opere

d’arte danneggiate. Da questo intervento,

nacque l’idea di realizzare un progetto che

facesse dialogare queste opere con quelle

di protagonisti dell’arte contemporanea. E

così, la Mole Vanvitelliana, progettata nel

1732 da Luigi Vanvitelli nel porto di Ancona,

è il centro di questo progetto che aiuterà

il pubblico anche a riflettere sul rapporto

tra natura e uomo. La mostra si apre

con una gigantografia del Mediterraneo del

fotografo Filippo Piantanida. Entrando nello

spazio del Magazzino Tabacchi il visitatore

incontra il bosco digitale di Quayola:

le immagini degli alberi sono accostate a un

lacerto di una scultura classica, rivisitata in

chiave tecnologica, che richiama il Gruppo

del Laocoonte, associando due degli elementi

significativi dell’esposizione, la natura

e l’uomo. Cinque le sezioni della mostra.

Pittura. Antropologia dello spazio.

Luoghi degli altri. La casa, i senzatetto.

Paesaggio interiore paesaggio esteriore-

Accompagna l’esposizione, un catalogo

Skira, con testi di Flavio Arensi, curatore

della mostra, dell’antropologa Piera Talin e

dei documentaristi Alessandro Tesei e Danilo

Garcia Di Meo

cASTElfRAncO VEnETO (TV)

MuSEO cASA GIORGIOnE

VIllA MARInI RuBEllI, SAnZEnOnE

fInO Al: 16 GEnnAIO 2022

nOé BORDIGnOn.

DAl REAlISMO Al SIMBOlISMO

Nel centenario della morte di Noé Bordignon,

una prima mostra monografica viene

a lui dedicata dai due Comuni che hanno

segnato la sua vita: Castelfranco Veneto,

dove nacque (nella frazione di Salvarosa)

e San Zenone degli Ezzelini, dove

si ritirò negli ultimi anni di vita. L’artista

ha dipinto opere iconiche come “I Migranti”.

La vicinanza alla povertà delle

campagne, e la mancata adesione alla Massoneria

con le sue posizioni anticlericali,

potrebbero essere i motivi del rifiuto della

Biennale verso la sua opera. L’influenza

dei suoi maestri, Michelangelo Grigoletti

e Carl Blaas, e il sentimento cristiano spinsero

Bordignon a perpetuare la tradizione

iconografica del racconto evangelico, realizzando

affreschi nelle chiese. Agli affreschi

realizzati nella Chiesa di S. Zenone

degli Ezzelini con il Giudizio Universale

del 1879, si affianca La Mosca cieca del

1873. La mostra inizia a Castelfranco, con

l’universo femminile visto dal pittore e le

prime due sezioni “La formazione artistica

e il pensionamento romano” e “La pittura

del vero”. Esposta una selezione di disegni

e studi ed il taccuino di appunti del viaggio

del 1878 a Parigi. La mostra prosegue a S.

Zenone, completando la fase pittorica del

realismo e soffermandosi su “Il ritratto” e

“La svolta simbolista”. Esposti per la prima

volta i dipinti dei familiari conservati

nella sua abitazione e quei quadri - Inverno,

Lieto Ritorno ed il bozzetto di Matelda

- con cui Bordignon si mostra capace

di stare al passo con i tempi: paesaggi

dell’anima, atmosfere diluite, veloci tocchi

e frantumazione del colore, con una resa

luministica che narra in modo nuovo l’avventura

del quotidiano. Una sezione collaterale

è dedicata al rapporto tra Noé Bordignon,

i Padri Armeni Mechitaristi e la

Congregazione di San Lazzaro degli Armeni,

nella cui Abbazia si conservano altre

opere del pittore.

fIREnZE

cOMPlESSO MOnuMEnTAlE DI

SAnTA cROcE

fInO Al: 10 GEnnAIO 2022

fElIcE lIMOSAnI.

DAnTE. Il POETA ETERnO

A Firenze un progetto che racconta Dante

Alighieri e l’attualità del suo messaggio

universale, attuato grazie alla collaborazione

tra il FEC - Fondo Edifici di Culto del

Ministero dell’Interno, il Comune di Firenze,

l’Opera di Santa Croce e Felice Limosani

Studio s.r.l. Società Benefit. Nel suo

saggio politico De Monarchia (1312-1313)

Dante si definì un albero che fruttifica e non

una voragine che inghiotte. È a questa visione

che Felice Limosani si è ispirato nel

concepire questo progetto che trova spazio

nel Complesso Monumentale di Santa Croce

di Firenze. La rassegna nasce dall’idea

di Felice Limosani di attualizzare l’opera

dell'incisore Gustave Dorè per raccontare

Dante partendo dalla sua eredità culturale,

morale e spirituale. Un progetto che in Santa

Croce, spazio dantesco per eccellenza,

riconcilia la figura di Dante con la sua città

natale - Firenze, riportandola nei luoghi che

ne hanno intrecciato la biografia, e che vuole

rendere vivo e attuale il suo messaggio

attraverso il linguaggio delle Digital Humanities,

di cui Limosani è uno dei principali

interpreti, con un approccio che associa discipline

umanistiche e tecnologie digitali.

L’opera Dante. Il Poeta Eterno verte sulle

incisioni di Gustave Doré - incisore francese

illustratore della Commedia dantesca

- dalle quali Limosani ha sviluppato un progetto

multimodale, creando una mostra dai

contenuti anche didattici. Partendo dalla digitalizzazione

di 135 tavole di Dorè - rese

disponibili dalla Fondazione Alinari Firenze

- le immagini del viaggio di Dante dall’Inferno

al Paradiso si fondono in armonia con

il Chiostro del Brunelleschi, la Cappella

Pazzi, la Cripta e il Cenacolo di Santa Croce.

La transizione digitale sta alla base delle

Digital Humanities: l’incontro con le nuove

tecnologie dà modo divalorizzare il patrimonio

culturale, modificando il nostro modo

di interpretare la tradizione.


A l I A E fuORI cOnfInE

fORlì - cESEnA

MuSEI DI SAn DOMEnIcO

fInO Al: 30 GEnnAIO 2022

ESSERE uMAnE.

lE GRAnDI fOTOGRAfE

“Essere umane. Le grandi fotografe raccontano

il mondo”, un percorso per immagini

dedicato alle grandi fotografe curato

da Walter Guadagnini. Si rinnova la tradizione

delle mostre fotografiche del Buon

Vivere inaugurata nel 2015 con Steve

McCurry.

Tra le 314 fotografie in mostra, sono da segnalare

le leggendarie immagini di Lee

Miller nella vasca da bagno di Hitler, la

serie delle maschere di Inge Morath, realizzata

con Saul Steinberg, gli iconici volti

dei contadini durante la Grande Depressione

di Dorothea Lange, il servizio di Eve

Arnold su una sfilata di moda ad Harlem

negli anni Cinquanta e i rivoluzionari scatti

di Annie Leibovitz per un’edizione del Calendario

Pirelli. Un viaggio per immagini

nell’evoluzione del linguaggio fotografico,

portando l’attenzione sullo “sguardo femminile”,

a partire dagli anni Trenta del Novecento,

quando grazie alla diffusione delle

prime riviste illustrate la fotografia è diventata

il principale linguaggio della comunicazione.

In mostra si può seguire questa

evoluzione attraverso i grandi reportage

di guerra e i mutamenti dei costumi sociali,

la ricostruzione post-bellica e le questioni

di genere, l’affermarsi della società dei

consumi e l’osservazione del ruolo della

donna nei paesi extra-occidentali. Una mostra

dedicata al lavoro delle autrici che,

dagli anni ’30 ad oggi, hanno interpretato

la fotografia come strumento di indagine e

di riflessione, con timbri espressivi talvolta

poetici, talaltra più crudi, sui grandi temi

che hanno attraversato la società nei diversi

archi temporali del XX e degli inizi

del XXI secolo. La selezione ampia per

quantità e qualità di nomi e di opere che è

stata operata in questo caso (30 autrici e

314 opere), fa si che “Essere Umane” si

candidi ad essere la prima e la più importante

in Italia e non solo, come ricognizione

di ampio respiro internazionale e di

valore storico, artistico e culturale.

GAllARATE (VA)

MuSEO MA*GA

fInO Al: 9 GEnnAIO 2022

IMPRESSIOnISTI.

AllE ORIGInI DEllA MODERnITà

C’è tempo fino a inizio 2022 per visitare

la mostra al Museo MA*GA che vanta

oltre 180 opere dei maggiori artisti impressionisti.

La rassegna ha il riconoscimento

del Presidente della Repubblica, ed

è promossa da Fondazione Silvio Zanella

- Museo MA*GA e dal Comune di Gallarate,

con la collaborazione di RJMA

Progetti culturali e Diffusione Italia International

Group, il contributo di R. Lombardia

e Fondazione Cariplo, il sostegno

di Ricola e Lamberti spa. La rassegna si

articola in sezioni intitolate ai capolavori

letterari di fine ‘800, con opere degli artisti

protagonisti delle mostre ufficiali dell’impressionismo

dal 1874 al 1886. La

prima, intitolata Correspondances come

la poesia tratta da Les Fleurs du mal di

Charles Baudelaire del 1857, indaga il

rapporto tra uomo e natura con opere di

Gustave Courbet, Claude Monet e Alfred

Sisley, e non solo. L’anima naturalista di

Émile Zola nel suo Le Ventre de Paris, stimola

una riflessione sulla durezza della

vita, al pari de La barricade (1871) di

Éduard Manet o ne La faneuse (1890) di

Camille Pissarro. La sezione La Comedie

Humaine, dalla raccolta di Honoré de

Balzac, analizza la pratica di ritrarre

amici e compagni. Esposti ritratti tra cui

quello di Bracquemond di Édouard Manet

o quelli di Wagner eseguiti da Pierre-

Auguste Renoir e da Pierre Bonnard. À

Rebours, il romanzo di Joris-Karl Huysmans,

ispira artisti quali Cézanne o Gauguin

che si allontanano dall’impressionismo

per seguire percorsi precursori delle

avanguardie. Si prosegue con Renoir,

Berthe Morisot, De Nittis, Boldini e Zandomeneghi,

che rappresentano le trasformazioni

sociali di quella che Baudelaire

definiva La Vie Moderne (1863). Esposti

anche abiti da cerimonia originali di fine

‘800, provenienti da una collezione privata,

e vetri Art Nouveau che testimoniano

la moda e la modernità della Parigi

fin-de-siècle.

GEnOVA

PAlAZZO DucAlE

DAl: 14 OTTOBRE 2021

fInO Al: 20 MARZO 2022

HuGO PRATT.

DA GEnOVA AI MARI DEl SuD

Questa mostra è dedicata a Hugo Pratt ed al

suo personaggio Corto Maltese, con 200

pezzi originali tra tavole e acquerelli. Il visitatore

viene accolto dall’atmosfera prattiana:

donne seducenti, ribelli, indipendentisti,

indiani, boschi e praterie. Nella prima

sezione, si racconta la storia che unisce Pratt

a Genova tramite Florenzo Ivaldi, il creatore,

nel 1967, della rivista “Sgt. Kirk”, che

pubblica per la prima volta in Italia la produzione

di Pratt realizzata in Argentina dal

1950 al 1962; storie nate da una serie creata

dell’argentino Oesterheld. Nel primo numero

della rivista, appare Corto Maltese.

Nella seconda sala le opere sono esposte per

temi. Ci sono i riferimenti letterari, le donne

seducenti delle sue avventure e i ribelli:

quelli del Sertao, della Cina prerivoluzionaria

e gli indipendentisti irlandesi. Non possono

mancare Venezia e l’Argentina. Nella

sala 3 i lavori sugli indiani del nordest americano

del XVIII secolo. Le letture di autori

come Kenneth Roberts, Fenimore Cooper,

James Oliver Curwood, hanno trasmesso a

Pratt suggestioni che lo hanno aiutato a realizzare

due serie: Wheeling e Ticonderoga.

La sala 4 è un omaggio all’Africa che per

Pratt ha rappresentato un momento fondamentale

dell’adolescenza. Giunto in Abissinia

a 10 anni, durante l’occupazione italiana,

i paesaggi, le popolazioni, le tradizioni

e la cultura di quei popoli lo marcheranno

per sempre dandogli lo spunto per realizzare

serie quali “Gli Scorpioni del deserto”, “In

un cielo lontano”, “Baldwin 622” e i 4 episodi

delle “Etiopiche” con Corto Maltese.

La sala successiva è interamente dedicata a

Corto Maltese e trasmette un’idea dello spirito

del personaggio. Nell’ultima sala, una

carrellata di tutti quelli ai quali Pratt ha dato

un nome e che ha fotografato con lo stile

della foto tessera. Seguono le opere dei

quattro artisti che hanno reinterpretato sia la

serie di “Corto Maltese” che quella de “Gli

Scorpioni del deserto”.


104

MOSTRE D’A R T E In I T

MAnTOVA

PAlAZZO TE

fInO Al: 12 DIcEMBRE 2021

VEnERE DIVInA.

ARMOnIA SullA TERRA

Da dove nasce il mito di Venere? Da dove vengono

i suoi poteri capaci, grazie ad Amore e

Bellezza, di condizionare i desideri e le azioni

degli uomini, di proteggere o tormentare innamorati

umani e divini?

Prodotto e organizzato da Fondazione Palazzo

Te e Museo Civico di Palazzo Te, e promosso

dal Comune di Mantova col patrocinio del Mi-

BACT e col contributo di Fondazione Banca

Agricola Mantovana - tre mostre e un programma

di eventi cercano di rispondere a questo

quesito, esplorando il mito di Venere. La

rassegna parte da una ricognizione sul patrimonio

iconografico di Palazzo Te per porre una

ampia riflessione sulla potenza del mito della

dea. Esposti capolavori dell’arte occidentale tra

cui opere di Cranach, Guido Reni, Tiziano e

Dosso Dossi. La mostra si apre con Il mito di

Venere a Palazzo Te, con oltre 25 rappresentazioni

di Venere, tra stucchi e affreschi, presenti

nel Palazzo. Un percorso tra miti e favole antiche,

raccolto anche in una guida cartacea e

multimediale, che si arricchisce con l’esposizione

della scultura Venere velata della collezione

del Comune di Mantova, e dell’arazzo

Venere nel giardino con putti, realizzato da tessitori

fiamminghi su disegno di Giulio Romano.

Venere. Natura, ombra e bellezza, a cura

di Claudia Cieri Via, indaga le origini del mito

e la sua creazione, grazie al recupero cinquecentesco

di leggende e di iconografie antiche.

L’esposizione dedica parte del percorso alla

diffusione del mito nelle corti europee, al legame

della divinità con le acque, i giardini e i

parchi, e con la bellezza delle donne della

epoca. Una sezione è dedicata ai “pericoli” di

Venere e al legame di maghe e streghe con il

culto della dea. Il progetto di allestimento è a

cura di Lissoni Associati.

MIlAnO

GAllERIA SAlAMOn

DAll’ 11 nOVEMBRE 2021

fInO Al: 17 DIcEMBRE 2021

BAGlIORI GOTIcI DAl MAESTRO

DEl 1310 A BARTOlOMEO VIVARInI

Questa mostra attraversa due secoli di pittura

italiana, da fine Duecento ai maestri del Tardo

Gotico, con 18 dipinti su tavola. Alcune tavole

- tra cui la Madonna col Bambino di Agnolo

Gaddi - hanno ricevuto la dichiarazione d’interesse

culturale dal Ministero della Cultura.

Il percorso inizia da una tavola dell’anonimo

‘Maestro del 1310’, ritenuta da Tartuferi una

prova giovanile dell’autore, databile al 1303-

1305, e documenta una persistente tradizione

gotica in Italia, alternativa al classicismo di

Giotto e segnata da influenze francesi. Il Trecento

italiano è documentato da un dittico di

Jacopo del Casentino, di un altarolo di Giovanni

Gaddi, un Cristo in pietà fra Santi Margherita

e Giovanni dell’anonimo artista senese

noto come Maestro del Trittico Richardson, e

di due tavole di scuola bolognese, una Madonna

e un S. Giovanni Evangelista, di Lippo

di Dalmasio. Il dossale col Giudizio finale di

Niccolò di Tommaso testimonia il carattere retrospettivo

e quasi ‘neobizantino’ della pittura

toscana dopo la peste del 1348. Risalgono al

periodo del Gotico Internazionale un altarolo

di Cenni di Francesco, due Madonne di Lorenzo

di Bicci e una tavola con S. Francesco

di Andrea di Bartolo; e una Madonna col

Bambino fra S. Giovanni Battista e S. Giovanni

Evangelista del pittore portoghese Álvaro

Pires de Évora, attivo in Italia nel primo

‘400. Allievo di Gentile da Fabriano a Venezia

era l’artista indicato da Zeri come il ‘Maestro

dell’Annunciazione Ludlow’, del quale è e-

sposta una Madonna in trono col Bambino. Il

Cristo in pietà di Antonio Vivarini interpreta

la cultura umanistica padovana, e l’analogo

soggetto di Bartolomeo mostra come a Venezia,

nella seconda metà del XV secolo, avesse

attecchito la concezione prospettica della forma

dei maestri fiorentini. Chiudono la rassegna

una Crocifissione di Giovanni Antonio

Bellinzoni e una Madonna col Bambino e

quattro santi di Ventura di Moro, tavola della

metà del Quattrocento.

nAPOlI

PAlAZZO fOnDI

fInO Al: 9 GEnnAIO 2022

fRIDA KAHlO.

Il cAOS DEnTRO

Frida Kahlo, straordinaria e poliedrica artista

messicana, approda a Napoli attraverso una

mostra che farà conoscere ai visitatori la sua

vita, la sua arte e il suo grande amore verso

Diego Rivera. La rassegna mostra, perfettamente

ricostruiti, gli spazi in cui visse la pittrice,

come il suo studio e la camera da letto

dove ha dovuto trascorrere una parte della sua

vita a causa di un grave incidente. “Frida

Kahlo - Il Caos dentro” è articolata in varie e

scenografiche sezioni a tema che permettono

di approfondire la conoscenza di questa grande

pittrice messicana che ha rappresentato

l’avanguardia artistica e culturale del suo paese

ed è stata una delle icone femminili più

celebrate ed amate del secolo scorso. Nella

mostra a Palazzo Fondi anche delle opere originali

mai esposte prima, provenienti da collezioni

private, e poi delle interessanti ricostruzioni

degli ambienti in cui visse Frida

Kahlo tra oggetti di vita quotidiana e fotografie

esclusive. Nella mostra anche un film 10D

che racconta la straordinaria vita di Magdalena

Carmen Frida Kahlo y Calderón, in arte

Frida Kahlo, iniziando dal terribile incidente

che ebbe a 18 anni, quando l’autobus su cui

si trovava fu travolto da un tram. Frida subì

32 operazioni chirurgiche prima di riprendersi

e questo episodio segnò profondamente la sua

vita. La lunga degenza in ospedale e a casa

portò Frida verso la pittura e la sua vita cambio

completamente anche perché, quando si

riprese, decise di sottoporre i suoi dipinti a

Diego Rivera, illustre pittore dell’epoca divenuto

poi il suo grande amore.


A l I A E fuORI cOnfInE

nAPOlI

MAnn - MuSEO ARcHEOlOGIcO

nAZIOnAlE DI nAPOlI

Orari: 9:00 - 19:30; chiuso martedì

fInO Al: 10 GEnnAIO 2022

OMERO. IlIADE. lE OPERE DEl MAnn

nEllE PAGInE DI AlESSAnDRO BARIccO

Al MANN archeologia e letteratura si fondono

in una mostra che intreccia la rappresentazione

iconografica di quindici reperti (databili tra VI

e IV sec. a.C.) alla riscrittura dei poemi omerici

da parte di Alessandro Baricco. Apre la mostra

il busto di Omero in marmo pentelico. I racconti

omerici sono “riesaminati” da una prospettiva

che ne ribaltano l’impostazione. Nella

sezione “Omero, Iliade. Un’epopea umana”, è

ripresa l’idea di Baricco provando a rileggere

il poema senza le parti che narrano l’intervento

divino nelle vicende umane. Il secondo reperto

è un vaso attribuito al Pittore di Syriscos e risale

al 470-460 a.C. In questa sezione, tre reperti: la

coppa da vino con scene di combattimento; il

cratere a volute con scene di combattimento tra

opliti con carri; la coppa da vino con guerrieri.

Si prosegue con un focus sulle donne: Iliade e

Odissea testimoniano il ruolo della donna nel

mondo occidentale. Nei brani di Baricco le

donne acquistano “voce”, palesando la propria

condizione di vittime di violenza. Esposti quattro

reperti: la loutrophoros con donne in un

tempietto; il cratere a campana con la nascita di

Elena; lo stamnos con Menelao che insegue

Elena. Umanità e passioni anche nella sezione

sulla morte di Patroclo e la discesa di Achille

in battaglia: qui è esposta un’anfora a collo distinto

con guerriero che si arma; due anfore a

collo distinto con scene di combattimento tra

guerrieri sul corpo di un caduto; il cratere a mascheroni

con Achille che trascina il corpo di Patroclo.

Si giunge all'ultima notte di Troia, con

una simmetria tra il destino di Ettore e la caduta

della città: nella riscrittura Baricco introduce

Demodoco, il cantore che, nell’VIII libro dell’Odissea,

canta alla presenza di Ulisse della

presa di Troia. Qui esposti tre reperti: un’anfora

a collo distinto a figure nere e un cratere a mascheroni

a figure rosse con Aiace che aggredisce

Cassandra presso il tempio di Atena; chiude

l’allestimento un vaso attico con Enea che

fugge da Troia col padre Anchise.

PARMA

PAlAZZO DEl GOVERnATORE

fInO Al: 3 OTTOBRE 2021

OPERA: Il PAlcOScEnIcO DEllA

SOcIETà

Nell’ambito di Parma Capitale Italiana della

Cultura 2021, a Palazzo del Governatore è

aperta Opera, mostra curata da Gloria Bianchino

e da Giuseppe Martini, su allestimento

scenografico a cura di Margherita Palli Rota,

prodotta da Comune di Parma e realizzata da

Casa della Musica, in collaborazione con la

Fondazione Teatro Regio di Parma. La rassegna

esplora il rapporto fra opera e società:

514 i pezzi esposti tra quadri, volumi antichi,

stampe, fotografie, libretti, riviste, documenti

d’archivio, costumi, oggetti di scena e materiali

audiovisivi e sonori. Tra le opere in

mostra: i quadri di Francesco Hayez I vespri

Siciliani (1846) dalla Galleria di Arte Moderna

e Contemporanea di Roma, e Papa Urbano

II sulla piazza di Clermont predica la

prima Crociata (1835) dalla Collezione della

Fondazione Cariplo di Milano; il dipinto Au

théatre di Federico Zandomeneghi (1885-

1895) dall’Istituto Matteucci di Viareggio;

una sezione di ritratti di Lina Cavalieri, tra

cui il Ritratto di Lina Cavalieri di Cesare

Tallone (1905) dalla G. Campari di Milano,

e la serie di fotografie di Francesco Paolo

Michetti da Archivio Alinari di Firenze; il lacerto

‘W Verdi’ dai Musei Civici di Treviso;

il libretto originale dell'Orfeo di Monteverdi

dalla Biblioteca Teresiana di Mantova; abiti

di scena e da sera. Lungo 20 sale del Palazzo

del Governatore viene documentato il legame

dell’opera con i processi di autonomia

nazionale, i valori civili della comunità e la

riflessione sulla propria identità. A partire

dal territorio di Parma - ricco di tradizione e

nomi quali Giuseppe Verdi e Arturo Toscanini

- i visitatori possono scoprire il segreto

della longevità dell’opera che si rivela plasmabile

al mutamento dei tempi e conservatrice

dei riti del vivere insieme, dall’abbigliamento

alla gastronomia, dalla gestualità

all’immaginario visivo. Esposte anche locandine,

cartoline e caricature su riviste e calendari

che hanno cambiato il modo di rappresentare

l’opera, i suoi personaggi e i momenti

scenici più popolari.

RAVEnnA

MAR, MuSEO D’ARTE

fInO Al: 9 GEnnAIO 2022

DAnTE. GlI OccHI E lA MEnTE

DI un’EPOPEA POP

Questa mostra racconta l’epopea popolare di

Dante Alighieri e del suo poema. Una narrazione

di parole, suoni e immagini, dal cinema

alle canzoni, dalla pubblicità ai fumetti, dal writing

agli oggetti che ne riproducono l’icona,

fino alle visioni dell’arte contemporanea. Una

Epopea POP, curata da Giuseppe Antonelli, docente

di linguistica italiana all’Università di

Pavia, nota firma del Corriere della sera, conduttore

e ospite di trasmissioni radiofoniche e

televisive, prima ispiratore, col suo Il museo

della lingua italiana pubblicato nel 2018 da

Mondadori, e ora coordinatore del progetto

MULTI. Museo multimediale della lingua italiana,

finanziato dal MIUR. La mostra si articola

in diverse sezioni: La memoria di Dante,

Dante e l’immagine, Dante e la pubblicità, La

divina parodia, Dante personaggio, Dante e

Beatrice, con più di un centinaio di opere e oggetti

tra i più disparati e contributi audio e video,

anche interattivi. Intrecciato all’intera e-

sposizione, si snoda un percorso d’arte contemporanea

a cura di Giorgia Salerno. Una voce

fuori campo che vede il dialogo fra le opere di

artisti internazionali scelte per reinterpretare alcuni

temi danteschi che fanno da guida al pubblico.

Per ogni tema scelto - le anime, le figure

femminili, il sogno, il viaggio e la luce - sono

stati individuati uno o più artisti e, ad aprire il

percorso, con il tema delle anime, si trova nel

chiostro del MAR un’architettura di Edoardo

Tresoldi che rilegge idealmente il Nobile Castello

o Castello degli Spiriti Magni, luogo citato

da Dante nel quarto canto dell’Inferno. All’interno

della sezione dedicata alle figure femminili

Letizia Battaglia, Tomaso Binga, Irma

Blank, Adelaide Cioni, Rä di Martino, Maria

Adele Del Vecchio, Giosetta Fioroni, Elisa

Montessori e Kiki Smith reinterpretano, attraverso

le loro opere, le donne di Dante. Il percorso

prosegue con il tema del sogno con le 34

tavole dell’Inferno di Robert Rauschenberg,

esponente della pop art americana, mentre raccontano

il viaggio le opere del padre della Land

Art, Richard Long. La mostra si chiude con

un’opera delle collezioni del MAR, Stella-acidi

di Gilberto Zorio, come rimando al tema della

luce e alle stelle, tanto care a Dante.


106

MOSTRE D’A R T E In I T

ROMA

cEnTRAlE MOnTEMARTInI

fInO Al: 15 GIuGnO 2022

cOlORI DEI ROMAnI. I MOSAIcI

DAllE cOllEZIOnI cAPITOlInE

Questa mostra presenta un’ampia selezione di

mosaici, capolavori delle collezioni capitoline

poco noti al grande pubblico. Accanto ai mosaici

sono esposti anche gli affreschi e le sculture

che insieme ad essi costituivano l’arredo

degli edifici di provenienza. Un allestimento

che offre uno spaccato della società romana in

un ampio periodo compreso tra il I secolo a.C.

e il IV d.C. La documentazione d’archivio,

messa a corredo delle opere esposte, illustra i

rinvenimenti con foto storiche, acquarelli e disegni,

testimonianze che raccontano il clima e

le circostanze che determinarono queste scoperte:

le trasformazioni urbanistiche e il fervore

edilizio che caratterizzarono la storia di

Roma tra gli ultimi decenni dell’800 e i primi

decenni del secolo scorso. L’esposizione si articola

in quattro sezioni tematiche.

Sezione 1. L’arte del mosaico presso i romani.

La storia e la tecnica

Sezione 2. Vivere e abitare a Roma tra la fine

dell’età repubblicana e l’età tardo-antica: le dimore

di lusso e i contesti domestici

Sezione 3. Gli spazi del sacro: la basilica Hilariana

Sezione 4. I mosaici degli edifici funerari nelle

necropoli del suburbio di Roma

La mostra è a cura di Claudio Parisi Presicce,

Nadia Agnoli e Serena Gugliemi.

TORInO

SAlE cHIABlESE DEI MuSEI

REAlI

fInO Al: 9 GEnnAIO 2022

cIPRO.

cROcEVIA DEllE cIVIlTà

Le Sale Chiablese ospitano la mostra Cipro.

Crocevia delle civiltà, allestita partendo

dalla più importante collezione cipriota

italiana, quella dei Musei Reali di

Torino, arricchita dai prestiti delle istituzioni

straniere, tra cui il British Museum di

Londra, il MOMA di New York, il Fitzwilliam

Museum di Cambridge, il Medelhavetmuseet

di Stoccolma, il Kunsthistorisches

Museum di Vienna e il Museo di

Cipro a Nicosia. Il Museo di Antichità

conta più di 1.000 reperti, frutto di donazioni

avvenute a partire dal 1847 sotto il

console del Regno di Sardegna Marcello

Cerruti prima e grazie agli scavi condotti

da Luigi Palma di Cesnola, console americano

sull’isola ma nato a Rivarolo (TO).

La raccolta torinese costituisce nel contempo

l’alter ego della collezione cipriota

allestita al Metropolitan Museum of Art di

New York dallo stesso Luigi Palma di Cesnola,

in veste di primo direttore. Tra i pezzi

qui esposti, alcuni reperti conservati

presso il Museo di Antichità, tra cui una

piccola testa di divinità o sacerdotessa, in

terracotta, risalente al 625-550 a.C.; un unguentario

a forma di dattero, in vetro, della

prima età imperiale; e una statua di Afrodite

assisa in trono, arrivata a Torino nel

1847, il cui corpo e testa risalgono a età diverse,

montate insieme secondo un uso caratteristico

del collezionismo antiquario

dell’epoca. Arriva da Vienna la statua di

dea assisa in trono del periodo cipro-arcaico,

in prestito dal Kunsthistorisches Museum,

mentre dal The Metropolitan Museum

of Art di New York una statua votiva

in abito assiro, in calcare, datata tra 550–

525 a.C., per la prima volta esposta al pubblico.

VEnEZIA

fOnDAZIOnE BEVIlAcQuA lA MASA

fInO Al: 7 GEnnAIO 2022

OMAGGIO A VIRGIlIO GuIDI cOn unO

SGuARDO AllA cOllEZIOnE SOnInO

Nell’anno in cui Venezia festeggia i suoi 1600

anni, un’antologica presenta il percorso artistico

di Virgilio Guidi, padre e ispiratore di

generazioni di artisti veneziani. Le musiche

di un altro Maestro veneziano, Pino Donaggio,

accompagnano il pubblico. La mostra,

inserita nella programmazione ufficiale di Venezia

1600, presenta 180 opere in tre sedi

espositive. Nella sede di Piazza San Marco

della Fondazione Bevilacqua La Masa sono

presenti capolavori degli anni Dieci e Venti.

L’esposizione continua con le Venezie e le Figure

degli anni Trenta e Quaranta, proseguendo

nel documentare il periodo dello Spazialismo

veneziano del dopoguerra con tutti i cicli

come le Figure che si levano, i Tumulti, i

Cieli antichi, le Marine Zenitali, le Baronesse,

concludendo con le ultime opere dei Bianco

su Bianco della fine degli anni Settanta. A Palazzetto

Tito le opere degli ultimi 25 anni

della produzione di Guidi, insieme a una selezione

della collezione Sonino, composta soprattutto

da marine. L’esposizione termina al

secondo piano della Ca’ d’Oro, con dipinti

come La Vecchia del 1915, alcune Nature

morte, sempre del 1915, I carabinieri a cavallo

del 1920, l’Uomo che legge del 1927 e

alcuni Bacini di San Marco, sempre della fine

degli anni Venti. Esposti anche altri capolavori

del Rinascimento Italiano, tra cui ritratti

di Sebastiano del Piombo, Tintoretto e Bonifacio

de’ Pitati e tre vedute di Francesco

Guardi, oltre ad alcune Nature morte fiamminghe,

presenti nella collezione permanente

di Ca’ d’Oro.


A l I A E fuORI cOnfInE

fRAncIA - PARIGI

MuSEO jAcQuEMART-AnDRé

fInO Al: 9 GEnnAIO 2022

BOTTIcEllI ARTISTA E DESIGnER

A Parigi, Il museo Jacquemart-André celebra

il genio creativo del fiorentino Sandro

Botticelli (1445 - 1510) e l’attività della

sua bottega, con una quarantina di opere di

questo raffinato pittore italiano accompagnate

da alcuni dipinti dei suoi contemporanei

sui quali Botticelli esercitò un’influenza

particolare. La carriera di Botticelli,

divenuto uno dei più grandi artisti europei,

testimonia l'influenza dei profondi cambiamenti

che trasformarono Firenze sotto il

dominio dei Medici. Botticelli è senza dubbio

uno dei pittori più famosi del Rinascimento

italiano nonostante la parte di mistero

che ancora avvolge la sua vita e l’attività

del suo studio. Inesorabilmente, ha

alternato creazione unica e produzione di

massa completata dai suoi numerosi assistenti.

La mostra documenta l’importanza

di questa pratica di bottega, un laboratorio

brulicante di idee e di formazione, tipico

del Rinascimento italiano. Botticelli è documentato

nel suo ruolo di creatore, ma

anche di imprenditore e formatore. Seguendo

un ordine cronologico e tematico,

il percorso illustra lo sviluppo stilistico personale

del pittore, i legami tra la sua opera

e la cultura del suo tempo, nonché l'influenza

che egli stesso esercitò sugli artisti

fiorentini del Quattrocento. La mostra beneficia

di prestiti di prestigiose istituzioni

come il Louvre, la National Gallery di Londra,

il Rijksmuseum di Amsterdam, i Musei

e Biblioteche Vaticane, gli Uffizi, la

Galleria Sabauda di Torino, la Galleria dell’Accademia

e il Museo Nazionale del Bargello

di Firenze, la Gemäldegalerie di Berlino,

l’Alte Pinakothek di Monaco e lo Städel

Museum di Francoforte.

SlOVEnIA - luBIAnA

MESTInI MuZEj (MuSEO cIVIcO)

fInO Al: 2 GEnnAIO 2022

Il ROSSO E Il nERO. l’EuROPA Al

cOnGRESSO DI luBIAnA nEl 1821

Nella capitale slovena la mostra Il rosso e

il nero. L’Europa al Congresso di Lubiana

del 1821.

Nella prima parte del 1821, Lubiana ospitò

l’incontro dei rappresentanti degli Stati europei

del tempo, tra i quali l’imperatore

Francesco I d’Austria, l’imperatore Alessandro

I di Russia e Ferdinando I di Borbone,

re delle Due Sicilie. All’ordine del

giorno fu la risposta alle insurrezioni manifestatesi

l’anno precedente, tra cui quelle

in Sicilia e a Napoli, dove il sovrano si era

visto costretto a firmare una Costituzione:

uno degli esiti fu la richiesta di Ferdinando

I di un intervento austriaco sul proprio territorio.

In occasione del semestre di presidenza

sloveno del Consiglio dell’Unione

Europea, l’esposizione approfondisce, attraverso

materiali documentari e opere

d’arte, le vicende del Congresso di Lubiana

nel suo bicentenario, documentando un

momento in cui la città si trovò al centro

dell’attenzione europea - e al tempo stesso

contribuendo allo studio di un periodo storico

in cui le forze della restaurazione, all’opera

dopo il Congresso di Vienna, fronteggiarono

moti liberali con finalità costituzionali.

Tra le opere in mostra, si segnalano

i prestiti concessi da musei italiani

quali i Musei Provinciali di Gorizia, il

Museo Civico del Risorgimento di Bologna

e, con la collaborazione dell’Istituto

Italiano di Cultura di Lubiana, dalla Reggia

di Caserta (ritratto di Ferdinando I, opera

di Giuseppe Cammarano). Nel corso dell’autunno,

al progetto si affiancherà una

serie di proiezioni di film storici ambientati

nel medesimo periodo. Immagine: Giuseppe

Cammarano - Ritratto di Ferdinando

IV di Napoli (Ferdinando I delle Due Sicilie),

1815. (Diritti: Ministero della Cultura,

proprietà dello Stato; licenza: https://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/4.0/).

SVIZZERA - BASIlEA

MuSEO fOnDAZIOnE BEYElER

fInO Al: 2 GEnnAIO 2022

clOSE-uP

Una mostra al femminile con opere di artiste il

cui lavoro rappresenta posizioni di spicco nella

storia del Modernismo dal 1870 ai giorni nostri.

È in questo periodo che nasce la possibilità per

le artiste in Europa e in America di essere attive

professionalmente attive su vasta scala nella

raffigurazione di persone, ritratti e autoritratti.

La francese Berthe Morisot e l’americana Mary

Cassatt, entrambe attive negli anni Settanta e Ottanta

dell’Ottocento a Parigi, all’epoca metropoli

dell'arte contemporanea; la tedesca Paula

Modersohn-Becker intorno al 1900-1907 tra la

provincia tedesca settentrionale di Worpswede

e la cosmopolita città di Parigi; la tedesca Lotte

Laserstein intorno al 1925-1933 nella Berlino

metropolitana durante la Repubblica di Weimar;

la messicana Frida Kahlo dalla fine degli anni

'20 al 1950 circa a Città del Messico; l’americana

Alice Neel dalla fine degli anni ‘20 all’inizio

degli anni ‘80, prima a Cuba, poi a Manhattan,

dal Greenwich Village allo Spanish Harlem

all’Upper West Side; Marlene Dumas, cresciuta

in Sud Africa durante il periodo dell’apartheid,

ad Amsterdam dal 1976; nello stesso

periodo l’americana Cindy Sherman a New

York, fulcro occidentale dell’arte contemporanea

plasmata da una nuova generazione; e infine

l'americana Elizabeth Peyton dagli anni ‘90, tra

New York e l’Europa occidentale. La mostra è

incentrata sulla visione specifica che le artiste

hanno del proprio ambiente, che si esprime nei

ritratti e nelle immagini di se stesse e degli altri.


108

Mario Esposito In... Mostra per l’Europa

Gennaio 2021 mostra collettiva presso la galleria Wikiarte di Bologna

Saper raccontare il

mondo che ci circonda

e la meraviglia

che esso suscita è, fin

dai tempi antichi, un

modo per insegnare

a rapportarsi con la

realtà, con la propria

interiorità, con

le proprie emozioni.

L’indiscussa capacità

narrativa di Mario

Esposito esprime

le proprie potenzialità

attraverso il progetto

dei “piccolini”:

elementi formali che, attraverso tratti grafici essenziali e colori accesi

permettono la rappresentazione delle possibilità dell’uomo e l’allenamento

della sua capacità immaginativa. L’impianto narrativo viene

garantito da una serie di componenti che, associati tra loro, permettono

– in modo analogo alle carte di Propp - di scrivere una storia del tutto nuova e personale. Attraverso la propria chiarezza iconografica

le piccole tele rivelano l’instaurarsi di un dialogo tra chi crea e chi, osservando, decide di accostarle effettuando

una scelta, riportando l’arte alla centralità della sua funzione relazionale. Critica d’arte dottoressa Francesca Bogliolo

Maggio 2021 mostra personale a Bologna Galleria Wikiarte


...Con la Galleria Wikiarte di Bologna

La composizione, cifra distintiva di

Mario Esposito. La cui iniziale passione

per la fotografia è convogliata,

attraverso la didattica del counseling

d’arte, verso un registro la cui tecnica

amplia le possibilità di espressione.

Di uno sfondo acrilico iniziale, seguito

dall’intervento di addensanti e

diluenti che forgiano le immagini, per

ravvivare e rendere durevole il manufatto

con un velo di resina finale.

Da cui affiorano soggetti evocativi del

mare, principalmente, e di tutto ciò

che attiene al suo vivere. Di animali,

piante ed alberi, questi ultimi in particolare

ma non solo, spaziando talvolta

nella eco di grandi maestri quali

Mirò o Kandisky. E ‘Piccolini’, ampia

serie su tele di piccole dimensioni

nonchè emblema dell’artista, la cui

peculiarità risiede nel rendere se stesse

combinabili secondo proprio gusto,

in un numero definito dal solo

supporto scelto, sia esso una lastra di

plexiglass che una cornice. una libertà

concessa che marca e rinnova

l’idea di condivisione tra l’artista,

l’opera ed il suo fruitore, che ne diventa

attore.

Curatore: Pietro Franca


110

2021


27 / 29 agosto 2021

Monaco - Montecarlo


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Losanna 30 settembre 3 ottobre 2021

Alta Savoia - 8 / 10 ottobre 2021


Marsiglia 22 / 24 ottobre 2021

marioartista61

+39 339 6783907

marioespo@gmail.com



Mario Esposito

Artista in permanenza Galleria WIKIARTE di Bologna

Galleria d’Arte – Galleria Falcone e Borsellino 2D

40123 Bologna Telefono 051 4841864 info@wikiarte.com

Me61

marioartista61

marioespo@gmail.com - +39 339 6783907


Mario Schifano

Senza titolo - 1979 - Smalto su tela - cm 100x63

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it

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