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100 anni di Cassa Nazionale del Notariato

Libro del Centenario

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INDICE

5. MOSTRA FOTOGRAFICA/DOCUMENTALE

23. IL NOTARIATO TRA VERITÀ E REALTÀ

di Mario Mistretta

30. FORMAZIONE PERSONALE

E IMPEGNO COMUNITARIO E INTERCULTURALE

di Gianfranco Ravasi

39. DECISIONE ROBOTICA:

CONSIDERAZIONI SUL RUOLO

DEGLI ALGORITMI NELLE

NEGOZIAZIONI FINANZIARIE

di Alessandra Carleo

46. BENEFIT CORPORATION

di Paolo Di Cesare

59. UNA RIVOLUZIONE E

QUATTRO RIVELAZIONI

di Maurizio Ferraris

70. QUALCHE NOTA SUL PRESENTE

E SUL FUTURO DEL GIURIDICO

AD USO DELL’ANTICA

PROFESSIONE DEI NOTAI

di Ugo Mattei e Alessandra Quarta

88. LA STORIA, FONDAMENTO DEL FUTURO

di Lauretta Casadei

97. L’ASSOCIAZIONISMO E LE RETI: FUTURO

DELLA PROFESSIONE NOTARILE?

di Paolo Broccoli

105. LA “FONDAZIONE” PER IL NOTARIATO

DEL FUTURO

di Alessandro Corsi

108. WELFARE DEL SAPERE E

SPECIALIZZAZIONE DEL NOTAIO

di Tommaso Del Freo

111. RIFLESSIONI A MARGINE DEL

CENTENARIO DELLA CASSA NAZIONALE

DEL NOTARIATO

di Andrea Dello Russo

115. QUALE SARA’ IL FUTURO DEL NOTARIATO?

PROPOSTA DI UN NOTAIO

DI PROSSIMITA’: IL NOTAIO DEI “CITTADINI”

di Paola Ghiglieri

118. IL NOTARIATO NEL FUTURO E DUE

DIRETTRICI SU CUI RIFLETTEREI

di Giovanni Liotta

121. LE NUOVE TECNOLOGIE ED IL FUTURO

DELLE PROFESSIONI

di Eliana Morandi

128. IL NOTAIO DIGITALE AL CENTRO

DI UN MONDO DIGITALE

di Michele Nastri e Giampaolo Marcoz

138. ACCESSO ALLA PROFESSIONE E SUE

PROSPETTIVE

di Angelo Nigro

142. TAVOLA ROTONDA: QUALI SERVIZI PER

QUALI NOTAI

di Adele Raiola

144. IL VALORE DELLA MEMORIA

di Grazia Buta

147. LA CASSA: IL PASSATO CHE SI FA FUTURO

di Francesco Giambattista Nardone

151. IL BOLLETTINO: OFFICINA DI IDEE E DI

INFORMAZIONI

di Alessandro de Donato

154. MEDAGLIA DEL PRESIDENTE DELLA

REPUBBLICA

155. IL MONDO PICCOLO DI UN NOTAIO

RURALE

di Carlo Carosi

190. 100 ANNI DI CDA


IL NOTARIATO

TRA VERITÀ E REALTÀ

Mario Mistretta

(Presidente della Cassa Nazionale del Notariato)

Il centenario della Cassa Nazionale del Notariato costituisce l’occasione per una pluralità

di riflessioni su di una professione, il Notariato, e il suo essere nella società di oggi.

Rappresenta l’opportunità di osservarlo nell’età dell’ incertezza, nell’età della iperconnessione,

nell’età dei dati che si fanno diritti. Uno sguardo che parte dal passato diventa contemporaneamente

uno sguardo verso il futuro. I pensieri veloci del mondo dei social

devono far posto ai pensieri lenti che consentono di guardare lontano. Il racconto del

nostro passato, i cento anni di storia e la testimonianza del nostro vissuto professionale

illuminano di valori il nostro presente. Allontanano il potenziale deserto etico della

Lichtung, della “radura dell’essere” nella prospettiva del nichilismo interiore di Heidegger.

La storia dà la forza di leggere il futuro in percorsi di verità e di realtà. La storia diventa

una forma essenziale di conoscenza del nostro tempo, così da comprendere processi

segmentati e non lineari, movimenti complessi e imprevisti. La storia permette di individuare

quello che non cambia sotto le grandi e piccole trasformazioni. Il presente, dalla

percezione agostiniana di “attimo che grida a gran voce di non avere durata”, si fa sintesi

consapevole dei processi vicini e lontani. La memoria di tante esperienze, di tanti saperi,

di tante emozioni di uomini e donne, ai quali è accaduto di essere Notai, è descritta nel

sintagma “Cassa Nazionale del Notariato”. Quella memoria dà conto di vicende passate

che si fanno per noi presente. Consentono la conoscenza del mondo di oggi che corre

inesorabilmente verso il futuro. Marc Augè ha detto: “Il futuro è il tempo di una coniugazione,

il tempo più concreto della coniugazione, se è vero che il presente è inafferrabile,

sempre travolto dal tempo che passa, e il passato sempre oltrepassato, irrimediabilmente

compiuto o dimenticato. Il futuro è la via che si vive individualmente” per conoscere

insieme il mondo. Le stratificazioni di memoria registrate, che il nostro centenario ci consegna,

ci portano a descrivere la contemporaneità, ormai orfana sia della modernità sia

della postmodernità, con l’utilizzo di tre participi: connessa, bloccata insieme, annodata.

Tre participi che descrivono un itinerario tra vari presenti.

Da una realtà di crescenti collegamenti reciproci e delle relative potenzialità, ma sottoposti

al semaforo dell’ “in” o dell’ “out” delle nostre scelte consapevoli, si è passati alle

connessioni automatiche e ai loro intrecci. Cento anni danno dimostrazione e testimonianza

dell’avverarsi della profezia di Leo Strauss che, nei primi anni 50, ha sostenuto

come ci siano sempre stati e sempre ci saranno mutamenti improvvisi e inaspettati della

concezione del mondo, che mutano il senso di tutte le conoscenze possedute in precedenza.

Non vi è infatti una concezione totalizzante, la quale possa accreditarsi di essere

immodificabile in una validazione universale.

Il Presidente della Cassa Nazionale

del Notariato, Mario Mistretta

***

Non possiamo dimenticare che la nostra modernità nasce dal dubbio cartesiano sulla

verità e dalla sua metodologia. Risuona ancora oggi, in noi e per noi, l’eco della domanda

scettica di Pilato a Gesù: “quid est veritas?” (Giovanni 18,38). Il desiderio di trovare il

vero si è scontrato e si scontra con la tragicità della storia degli ultimi cento anni. Da una

idea di verità sbagliata, manifestata dal potere politico, sono derivate violenza e intolleranza.

I nostri cento anni hanno visto salire al potere Mussolini, Hitler, Stalin e l’affermarsi

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di idee verità che hanno portato ai genocidi, con flebile resistenza da parte della metodologia

del dubbio. Mi piace ricordare che nello stesso anno, in cui Hitler conquista il

potere in Germania (1933), un giovane pastore protestante Dietrich Bonhoeffer, ventisettenne

docente di teologia all’università di Berlino, contestò apertamente la politica razzista

del governo tedesco, sul problema ebraico, e l’atteggiamento di parte della Chiesa

protestante Tedesca, che voleva escludere dalla stessa i cristiani di origine ebraica.

Risultato di quella protesta fu che nel 1936 gli vietarono l’insegnamento universitario, nel

1940 gli vietarono di parlare in pubblico, nell’aprile del 1943 la Ghestapo lo arrestò. La

mattina del 9 aprile 1945 fu impiccato. Questo non impedì al grande teologo tedesco di

scrivere, un saggio dal titolo Che cosa significa dire la verità?. Bonhoeffer parla ancora

oggi alla nostra inquietudine di come essere nel mondo. È oggi il tempo nel quale la

nostra autenticità, la verità di noi, è giocata in una realtà dove le nostre scelte raccontano

di pensieri e opere suggeriti da n algoritmi ai nostri smartphone geolocalizzati.

Sorprendentemente ci soccorre Bonhoeffer con un suo lontano racconto sulla verità contenuto

in quel saggio 1 . Un professore chiede a un ragazzo, dinanzi a tutta la classe, se

è vero che suo padre a volte torni a casa ubriaco. La circostanza è esatta, ma il ragazzo

la nega. Alla domanda del Professore risponde con una menzogna, ma contemporaneamente

esprime una verità più profonda: la famiglia è un’istituzione sui generis nella quale

il professore non ha diritto di intromettersi. La risposta del ragazzo è formalmente una

bugia, ma sostanzialmente contiene la verità di tutelare il suo diritto alla riservatezza. La

sua risposta è più conforme alla verità che non avere ammesso davanti a tutta la classe

la debolezza paterna. Ma la vicenda non finisce così. In quella classe vi sono due ragazzi

che abitano vicino all’interrogato e conoscono la realtà dei fatti. Il primo dei due interviene

e dichiara che il padre dell’interrogato è spesso ubriaco. Il secondo invece dice che

il primo si confonde con un’altra persona. Chi fra questi due ragazzi vince il premio della

verità? Bonhoeffer ci dà una risposta spiazzante. Non è il primo, il quale incarna l’atteggiamento

di “colui che pretende di dire la verità dappertutto in ogni momento a chiunque...

(ma) è un cinico che esibisce soltanto un morto simulacro della verità”. Il premio

lo vince il secondo. Il suo intervento, apparentemente falso, dà della verità un valore relazionale:

la colloca all’interno di un dialogo che sorregge la qualità dei rapporti tra esseri

e contestualizza i fatti in una prospettiva dinamica. La tutela della dignità del ragazzo è

una verità profonda 2 . Nel mondo Ebraico il termine verità viene indicata con la parola

“emet”, la cui radice deriva dal verbo “aman” che significa essere solido, essere l’appoggio

che non viene meno. Ricordo che il motto contenuto nel logo del Consiglio Nazionale

del Notariato è “fidei et veritatis anchora”. Verità e Notariato sono uniti nel descrivere il

segmento di realtà che ci coinvolge. Dove l’essere di noi Notai nel mondo, come uomini

e donne che portano le regole dello Stato nelle dinamiche degli interessi contrattuali, ci

fa vicini alla complessità della verità profonda: gli egoismi si fanno comune riconoscimento

di un equilibrio, dai Notai garantito, che accresce la qualità e il valore degli interessi

originali. La verità dell’equilibrio raggiunto diviene essa stessa nuovo valore ricono-

1 Dietrch Bonhoeffer, Che cosa significa dire la verità? (1942), in appendice a Etica, tr.it. di Aldo

Comba, Milano, 1983, pp.310-311

2 Vito Mancuso, La vita autentica, Milano 2009, p.118, il quale ricorda come la “verità è qualcosa

che si muove, esattamente come si muove la vita perché la verità è la vita buona, la vita

autentica. Verità è un concetto integrale, che riguarda tutte le dimensioni umane...è in grado di

contenere in sé anche il negativo, anche il falso e l’errore, ed è davvero universale”.

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scibile sia dal punto di vista esistenziale sia dal punto di vista economico. I cento anni

della Cassa raccontano di centinaia di milioni di operazioni nelle quali quell’equilibrio e

quella verità si sono cercati e si sono raggiunti. Raccontano di una capacità a saper leggere

gli interessi della vita e a intermediarli con le regole del diritto. Questo sguardo, che

proviene da lontano (dai cento anni), dà conto di innumerevoli testimonianze di un diritto

pronto a registrare, nei suoi strati profondi, quei valori che costruiscono, come dice Paolo

Grossi 3 , l’esperienza giuridica, pur nel mutamento, con parole di solidità, resistenza e

quindi di verità. L’età della Mobile Economy, l’età dello smartphone ci fanno consapevoli

di vivere una evoluzione epocale, come quelle create dalla nascita della stampa, dalla

macchina a vapore, dal motore a scoppio e dai computer. Questo impone problemi

potenzialmente ardui a chi vuole tutelare diritti e soggetti nelle immense periferie digitali.

***

Nel nostro tempo l’aporia più rilevante è quella data da miliardi di informazioni disponibili

per noi e dalla contemporanea afasia sulle domande di senso sulla vita.

La quantità di informazioni, da cui siamo bombardati, invece di darci più sapere e più

consapevolezza rende rarefatte quelle domande. L’iperinformazione debole ci fa distanti

da un riconoscimento di noi. Lo strumento del diritto appare affaticato, in ritardo nel riconoscere

e valutare l’esplosione di processi socio- economici nelle piattaforme digitali.

Domina l’asimmetria a favore delle procedure informatiche e versus le regole giuridiche.

Viene confutato il paradosso di Achille e della tartaruga: il veloce mondo digitale (Achille)

raggiunge la tartaruga (le regole giuridiche) e l’acutezza di Zenone viene sconfitta dalla

capacità iperveloce della gestione di un incommisurabile numero dei dati. Sono la connessione

rapida istantanea e contemporanea tra miliardi di soggetti, l’utilizzo di milioni di

applicazioni, l’uso di n algoritmi tra loro intrecciati (intelligenza artificiale) a trasformare n

miliardi di dati in valori economici, oggetto di transazioni. Assistiamo, così, a procedure

di estrazione da tante miniere digitali, che ogni giorno vengono scoperte nel mondo di

internet. Nulla di tutto ciò avviene in un mercato di informazioni perfette, in una simmetria

di conoscenza e consapevolezza da parte di tutti i potenziali attori e spettatori. Il fenomeno

del capitalismo digitale tende ad assumere i contorni del monopolio ed a incrementare

radicali differenze nella allocazione della ricchezza.

***

La disintermediazione nei contratti, conclusi da procedure algoritmiche, colloca

l’intervento delle volontà negoziali in un remoto logico e temporale, probabilmente nella

volontà dei creatori delle procedure non in quella degli utilizzatori delle applicazioni. Tutto

questo non è avvenuto all’improvviso. I cento anni di storia ci aiutano a ricostruire i meccanismi

e la cultura giuridica che hanno permesso al capitalismo di essere il fenomeno

globalizzato di oggi. Gli innumerevoli eventi, che sono descritti dall’espressione “età della

3 Paolo Grossi, Ritorno al diritto, Bari 2015 p.XI

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digitalizzazione”, e la loro relazione con le regole giuridiche possono essere compresi

solo se si presta attenzione non solo ai rapidi accadimenti, avvenuti in un tempo breve,

ma anche alle tendenze che hanno avuto inizio in epoche lontane. Un rapido riferimento

alla storia dello strumento classico dell’economia capitalistica, la società per azioni, ci

aiuta in questa assunzione di consapevolezza. Le due società di questo tipo, che hanno

rappresentato il primo clamoroso successo operativo di soggetti di diritto distinti dalle

persone fisiche nell’esercizio di attività commerciali, sono state fondate nel 1600, a due

anni di distanza una dell’altra. Si sono ispirate a due principi organizzativi diversi, uno

democratico e l’altro oligarchico. La prima, inglese, fu la Compagnia delle Indie, fondata

a Londra proprio nel 1600 e retta da principi democratici. Quella costituzione formalizzò

in un meccanismo giuridico i finanziamenti dei viaggi di navi inglesi da e per le Indie. I

finanziatori facevano proprio il rischio del viaggio, anticipando tutte le spese, e in cambio

ricevevano un numero di azioni. Al ritorno a Londra delle navi le merci trasportate venivano

vendute all’asta e i guadagni divisi fra gli azionisti. Il fenomeno fu rivoluzionario. Si

allentò la relazione diretta tra soggetto e bene, la relazione divenne indiretta e mediata

da un bene di secondo grado, l’azione. La gestione dell’operazione veniva affidata dagli

azionisti a un numero ristretto di soggetti, gli amministratori: quest’ultimi, attraverso un

sistema di regole organizzative, si interessavano della manutenzione delle navi, della

individuazione delle rotte, della acquisizione dei beni in India e dell’organizzazione delle

aste in Inghilterra. Gli amministratori rispondevano agli azionisti che potevano controllare

l’opera dei primi. La riduzione della proprietà, da bene diretto a bene indiretto, era controbilanciata

dal controllo democratico della gestione, sancito e difeso dallo statuto societario.

Così accade che, nel 1624 la richiesta di Re Giacomo I di far parte della società

venne cortesemente respinta con la motivazione che la posizione del Re avrebbe potuto

condizionare la gestione dell’impresa collettiva. La seconda società fu costituita nel 1602

in Olanda e divenne la Compagnia delle Indie Olandesi. La società nacque dall’alto, da

una autorizzazione dello Stato. Gli amministratori, nominati dall’autorità politica, avevano

un potere gestorio assoluto. Non era previsto alcun obbligo di rendicontazione agli azionisti.

Il tutto era retto da regole di tipo oligarchico. In queste due società esisteva sostanzialmente

un solo interesse, quello di incassare dividendi.

26

***

Il fenomeno del commercio internazionale è rimasto governato unicamente dalle

regole organizzative da società di capitali fin quando, con la rivoluzione industriale,

la necessità di cospicui finanziamenti ha fatto entrare nello scenario economico un

nuovo soggetto e i suoi interessi, il sistema bancario. L’entrata del capitalismo finanziario

ha comportato il superamento dell’alternativa tra organizzazione democratica,

secondo il modello della Compagnia delle Indie Inglese, e organizzazione autocratica

della Compagnia Olandese, con il prevalere di un terzo strumento di governo, un nuovo

itinerario, quello del contrattualismo. È così accaduto che nel capitalismo finanziario

maturo, con innumerevoli teorizzazioni nella letteratura economica e giuridica nordamericana,

le società per azioni sono state qualificate come un fascio di contratti (nexus of

contracts). Le relazioni tra manager e azionisti, tra società e risparmiatori, tra società e

banche sono state declinate unicamente con regole contrattuali. L’attuale presente delle

dinamiche economiche dà conto di un’ampio dominio da parte del neo contrattualismo

digitale. L’attenuazione della distinzione tra imprese e consumatori (con potenziale

superamento tra chi riceve le cose e chi fa le cose), ha trovato contemporaneamente

riscontro in un vastissimo e capillare bargaining cioè nel fenomeno di una contrattazione


continua 4 . Lo sviluppo enorme dei processi informatici ha accentuato le tecniche di

dematerializzazione dei diritti. L’economia si è affrancata dall’antico dominio della politica

e della sovranità degli stati. Ha creato forme di globalismo giuridico, con la nascita di

principi e schemi contrattuali completamente nuovi, sconosciuti allo sguardo normativista

dei codici e delle leggi: sempre più economia e regole autocostruite, sempre meno

Stato. Nell’età del superamento del postmoderno si conferma la prevalenza, sotto il profilo

giuridico, dell’effettività creativa dello spontaneismo economico, rispetto alla validi

conformata a modelli generali, autoritariamente imposti dalla legge 5 . Nell’età del dominio

digitale sta accadendo altro. L’alternativa tra giudizi di validità e giudizi di effettività

viene radicalmente superata dalla tendenza da parte dei processi decisionali algoritmici

in un’area giuridica: la soluzione dei potenziali conflitti tra procedimenti digitali, portatori

di interessi contrapposti, viene a posizionarsi all’interno delle stesse procedure automatiche

di scelta e nelle loro reciproche relazioni di auto apprendimento.

***

La realtà dei smartcontracts non nasce improvvisamente. Si inserisce in un percorso

antico. Affonda le sue origini nel contrattualismo del capitalismo finanziario che ha riscoperto

il rapporto bilaterale, senza intermediazioni tra i soggetti del diritto e i beni, all’interno

del filone culturale del “lasciar fare”. Il contrattualismo moderno ha sempre presupposto

interventi degli Stati il più possibile limitati. Tutto questo presenta pericoli, nella tutela

delle posizioni deboli, a causa della asimmetria di informazioni che coinvolge ognuno di

noi nel momento nel quale si voglia esercitare la libera razionalità nelle scelte. Pericolo

accresciuto dalla esponenziale potenza predittiva degli algoritmi dei Big Date. La massimizzazione

dell’interesse proprio di ogni agente, che ha dominato la letteratura economica

contemporanea nella descrizione di un mercato in potenziale perfetto equilibrio

paretiano 6 , ora deve fare i conti con una realtà nella quale il raggiungimento di obbiettivi

socio-economici voluti è fortemente condizionata da quella asimmetria di libertà, che colloca

la razionalità e la coerenza delle scelte in luoghi distanti dalla volontà di ognuno di

noi. Hannah Arendt ci ha ammonito che “spesso un’epoca imprime in maniera più marcata

il suo sigillo su chi ne è stato meno improntato essendone più lontano, dovendo perciò

soffrirne di più.” 7 . Nel contempo il suo grande amico Walter Benjamin ci ha rammentato

che “la storia è oggetto di una costruzione il cui luogo non forma il tempo omogeneo

e vuoto, ma quello pieno di adesso” 8 . Questi pensieri profetici interrogano i cento anni

4 Guido Rossi, Il gioco delle regole Milano, 2006, p.36

5 Paolo Grossi, Ritorno al diritto, op.cit,p.28, ha segnalato come“Nella modernità il diritto veniva

sottoposto alle forche caudine della validità, un setaccio spietato perché esigeva che giuridicità

fosse soprattutto corrispondenza a un modello generale e autoritario confezionato in alto, con

la condanna alla irrilevanza della maggior parte della proliferazione fattuale. Il post moderno

valorizza al contrario la effettività , con la disponibilità ad ampliare i confini della giuridicità fino

a ricomprendervi tutti quei fatti che , muniti di forza interiore , sono capaci di incidere sulla realtà

circostante”.

6 Amartya Sen, Razionalità e libertà Bologna, 2005, p.29

7 Hannah Arendt, Walter Benjamin, L’angelo della storia, testi, lettere, documenti, Firenze, 2017,p.82

8 Hannah Arendt, Walter Benjamin, L’angelo della storia, testi, lettere, documenti, op cit, p.145

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di storia dei Notai, interrogano il nostro presente e la nostra capacità di costruire futuro.

Nell’età delle diseguaglianze digitali e delle diseguaglianze sociali vi sono enormi potenzialità

per tre parole, che vengono da lontano e che possono andare lontano, capaci di

descrivere il passato di noi Notai e illuminare le nostre strade future: competenza, indipendenza

e lealtà.

La competenza necessaria da parte dei Notai, per rispondere con regole efficaci alle

potenziali domande di tutela dell’oggi, non è solamente quella di un giurista tecnicamente

preparato a dare forma giuridica adeguata alla volontà negoziale delle parti, all’organizzazione

dell’impresa, agli assetti familiari e successori. Occorre qualcosa di più: essere

tutti noi Notai i nodi intelligenti e sensibili, ai quali affidare la certezza e il valore anche

di entità positive esistenti nella realtà digitale. La forza delle tecnologie e delle procedure

digitali, il geometrico incremento della capacità di trasmissione di dati e di calcolo, secondo

la legge di Moore 9 , impongono la presenza di presidi di tutela per i diritti e per i valori

in gioco, presidi nei quali i Notai possono avere un ruolo non marginale. Le parole indipendenza

e lealtà, che costituiscono la cifra identitaria di cento anni di presenza del

Notariato nella società, sono qualità antiche e contemporaneamente estremamente

moderne. Danno sostanza a quei nodi di interconnessione ,dove registrare le informazioni

che si fanno valore e il cui valore deve permanere nel tempo. Competenza, indipendenza

e lealtà costituiscono le virtù professionali con le quali gestire interessi contrapposti

e impedire conflitti di interesse. Occorre, quindi, un di più che aiuti ad individuare

e tutelare tutte quelle posizioni deboli, che la negoziazione di diritti e di obblighi presenta

nell’economia di mercato iperdigitalizzata. Le nuove tecnologie multiuso hanno

reso la comunicazione di massa economica e abbondante. Le forze connettive hanno

intrecciato la nostra società. Tutto questo ha influito sulla diffusione delle idee, il cui volume,

la cui varietà e ricchezza si sono obbiettivamente incrementate. Noi viviamo in un

flusso continuo di informazioni che possono rimanere solo un rumore di fondo incomprensibile,

oppure possono diventare lo stimolo per accrescere qualitativamente il nostro

essere individuale e complessivo. Il di più di competenza per noi è quella di avere l’attitudine

a comprendere quelle gigantesche linee di forza, che muovono la società dell’informazione

diffusa. I nodi di garanzia, nella società liquida, si costruiscono dal basso.

Ma perché siano trasparenti e indipendenti occorrono coesioni qualitative: la storia di noi

Notai evidenzia l’esistenza, nelle nostre correlazioni, di questa circostanza. Le coesioni

qualitativamente efficienti consentono di realizzare un sistema di nodi retti da competenza,

indipendenza e trasparenza. Tutto ciò ha bisogno di impegno e di scelte. Occorre

mettersi in viaggio e affrontare la complessità della contemporaneità con coraggio. Per

essere nel futuro e portare in dono gli esiti positivi, del nostro essere Notai nella storia,

occorre la consapevolezza dei segni dei tempi.

9 Nel 1965, il cofondatore di Intel , Gordon Moore, osservò che il numero di transistor che la sua

azienda poteva inserire all’interno di un chip per computer (e quindi la potenza di calcolo del

chip)raddoppiava ogni due anni circa. La cosiddetta “legge di Moore”, nome con cui questa osservazione

è diventata famosa, è tuttora valida.

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***

Il senso del nostro centenario è quello di confermarci nella vocazione ad essere le regole

dello Stato che si fanno vita vissuta tra sentimenti, desideri, aspirazioni, diritti e obblighi

dei nostri concittadini. Il coraggio delle scelte deve essere conquistato ogni giorno e in

ogni momento. Il viaggio presuppone non solo avere una meta, ma sapere anche da

dove si proviene. Non occorre diventare altri e non occorre snaturarsi. Non occorre essere

uomini e donne “inventati”. Non occorre essere novelli Mattia Pascal che recidono “di

netto ogni memoria”. È sufficiente essere fedeli ai valori della nostra storia. Tutto ciò ci

consente di capire dove dirigere nella contemporaneità il nostro percorso. Soren

Kierkegaard ci suggerisce la necessità di scegliere per dare un senso al nostro essere

nel mondo e così scrive nelle prime pagine di Aut aut 10 . “Immagina un capitano sulla

sua nave nel momento in cui deve dar battaglia; forse egli potrà dire, bisogna fare questo

o quello; ma se non è un capitano mediocre, nello stesso tempo si renderà conto che la

nave, mentre egli non ha ancora deciso, avanza colla solita velocità, e che così è solo

un istante quello in cui sia indifferente se egli faccia questo o quello. Così anche l’uomo,

se dimentica di calcolare la velocità, alla fine giunge a un momento in cui non ha più

libertà della scelta, ma perché non l’ha fatto”. Tutto questo è il nostro rischio: essere incapaci

a scegliere e, quindi, incapaci a valorizzare il nostro passato come portatore di futuro.

L’età dell’incertezza tende a costringere tutti noi a una faticosa autoformazione e

autoaffermazione. Questo percorso sconta, a causa della complessità del tempo dell’informazione

illimitata, una strisciante paura di inadeguatezza. L’apparente semplificazione

della trasformazione dei dati analogici in dati digitali, attraverso l’assegnazione di

semplicissimi valori numerici (stringhe di 0 e 1, chiamate bit ), non attenua quella inadeguatezza.

Anzi la smaterializzazione dei contenuti, la capacità di comprimerli e di trasferirli

istantaneamente accentuano i sentimenti di difficoltà. Assistiamo alla narrazione del

mito della misteriosa palingenesi rivoluzionaria del mondo di internet. Ma ne abbiamo

paura. Guardiamo al presente, al mondo iperdigitalizzato, con gli occhi rivolti al passato

come l’Angelus Novus. Dice Walter Benjamin: “C’è un quadro di Klee che s’intitola

Angelus Novus. Un angelo v’è raffigurato che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa

su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la sua bocca è aperta e

dispiegate sono le sue ali. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Il viso è rivolto

al passato. Laddove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, là egli vede un’unica

catastrofe, che accumula incessantemente macerie su macerie e se le scaraventa

ai suoi piedi”. 11 Ma il nostro angelo della storia non è quello di Benjamin, è quello che ci

infonde il coraggio di guardare avanti con le nostre intelligenze e con i nostri valori, per

noi e per il nostro paese: Anchora fidei et veritatis.

10 Soren Kierkegaard aut aut, Milano,2016,p.10

11 Hannah Arent, Walter Benjamin, L’Angelo della storia, op. cit, p.137.

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FORMAZIONE PERSONALE E

IMPEGNO COMUNITARIO

E INTERCULTURALE

S.E. Card. Gianfranco Ravasi

(Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura)

S.E. Card. Gianfranco Ravasi

UNA PREMESSA

La persona umana di sua natura è necessariamente in rapporto dialogico ma talora

anche conflittuale con la comunità. Analizzare questo legame è un’impresa complessa

e vasta che ammette infiniti percorsi di approfondimento e risultati molteplici.

È indubbio, perciò, che la nostra potrà essere solo una riflessione emblematica all’interno

della quale si aprono spazi bianchi, passibili di ulteriori e ampie considerazioni.

Procederemo, dunque, in modo quasi didascalico con un’ampia premessa e un corpus

successivo di quattro ideali “punti cardinali”, iscritti su una mappa che suppone evidentemente

altre definizioni orientative.

Iniziamo con la premessa che sviluppa alcune coordinate generali. Lo scrittore cattolico

inglese Gilbert K. Chesterton affermava: “Tutta l’iconografia cristiana rappresenta i santi

con gli occhi aperti sul mondo, mentre l’iconografia buddhista rappresenta ogni essere

con gli occhi chiusi”. Si tratta, quindi, di due differenti tipologie riguardo al nostro tema.

Da un lato, c’è una concezione più squisitamente trascendentale, assoluta, che cerca di

andare, chiudendo gli occhi, oltre il mondo, la storia, il tempo e lo spazio, con la sua fragilità,

la sua finitudine, i suoi limiti, la sua pesantezza.

Dall’altro lato, invece, c’è la visione cristiana profondamente innervata all’interno della

società e della cultura, tanto da costituire una presenza imprescindibile, a volte perfino

esplosiva. Infatti, come è noto, la tesi centrale del cristianesimo resta l’Incarnazione: “Il

Verbo divenne carne” (Giovanni 1,14). Si tratta di una contrapposizione radicale rispetto

alla concezione greca che non ammetteva che il lógos si confondesse, si stingesse

immergendosi nella sarx, la carne, ossia la storia. Nel cristianesimo si ha, invece, un

intreccio tra fede e storia e, perciò, un contatto tra religione e vita civile.

Trattare, perciò, un tema simile rientra nei fondamenti stessi dell’esperienza ebraico-cristiana,

e quindi della Bibbia, che tra l’altro è anche il “grande Codice” della nostra cultura

occidentale. È noto che Goethe riteneva il cristianesimo la “lingua materna” dell’Europa,

perché rappresenta una sorta di “imprinting” che noi tutti ci portiamo dietro. Per alcuni

forse potrà essere un peso; per altri, invece, rimane un’eredità preziosa. Sono, comunque,

significativi ai nostri giorni alcuni cambi di paradigma culturali, sociali e religiosi che

vorremmo ora evocare.

1. Il primo riguarda lo stesso concetto di cultura che non ha più l’originaria accezione

intellettuale illuministica di aristocrazia delle arti, scienze e pensiero, ma ha assunto

caratteri antropologici trasversali a tutti i settori del pensare e agire umano, recuperando

l’antica categoria di paideia (“educazione, formazione”) e humanitas, i due termini

che indicavano nella classicità la cultura (vocabolo allora ignoto se non per

l’“agri-cultura”). Per questo il perimetro del concetto è molto ampio e coinvolge ad

esempio, la cultura industriale, contadina, di massa, femminile, giovanile e così via.

Essa si esprime, poi, oltre che nelle civiltà nazionali e continentali, anche in linguaggi

comuni e universali, veri e propri nuovi “esperanto”, come la musica, lo sport, la

moda, i media.

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Conseguenza evidente è nel fenomeno del multiculturalismo, che è però un concetto

statico di pura e semplice coesistenza tra etnie e civiltà differenti: più significativo

è quando diventa interculturalità, categoria più dinamica che suppone un’interazione

forte con cui le identità entrano in dialogo, sia pure faticoso, tra loro. Questo incontro

è favorito dall’urbanesimo sempre più dominante. Al dato positivo dell’osmosi tra le

culture si associano alcuni corollari problematici tra loro antitetici. Da un lato, il sincretismo

o il “politeismo dei valori” che incrina i canoni identitari e gli stessi codici

etici personali; d’altro lato, la reazione dei fondamentalismi, dei nazionalismi, dei

sovranismi, dei populismi, dei localismi (tant’è vero che ora si parla di “glocalizzazione”

che sta minando l’ancora dominante globalizzazione).

2. L’erosione delle identità culturali, morali e spirituali e la stessa fragilità dei nuovi

modelli etico-sociali e politici, la mutevolezza e l’accelerazione dei fenomeni, la loro

fluidità quasi aeriforme (codificata ormai nella simbologia della “liquidità” prospettata

da Baumann) incidono evidentemente anche sull’antropologia. Tra le varie questioni

connesse, indichiamo solo il fenomeno dell’io frammentato, legato al primato delle

emozioni, a ciò che è più immediato e gratificante, all’accumulo lineare di cose più

che all’approfondimento dei significati. La società, infatti, cerca di soddisfare tutti i

bisogni ma spegne i grandi desideri ed elude i progetti a più largo respiro, creando

così uno stato di frustrazione e soprattutto la sfiducia in un futuro. La vita personale

è sazia di consumi eppur vuota, stinta e talora persino spiritualmente estinta.

Fiorisce, così, il narcisismo, ossia l’autoreferenzialità che ha vari emblemi simbolici

come il “selfie”, la cuffia auricolare, o anche l’omologazione delle mode. Ma si ha

anche la deriva antitetica del rigetto radicale espresso attraverso la protesta fine a

se stessa o la violenza verbale e iconica sulle bacheche social, oppure l’indifferenza

generalizzata.

3. Si configura, quindi, un nuovo fenotipo di società. Per tentare un’esemplificazione

significativa – rimandando per il resto alla sterminata documentazione sociologica

elaborata in modo continuo – proponiamo una sintesi attraverso una battuta del filosofo

Paul Ricoeur: “Viviamo in un’epoca in cui alla bulimia dei mezzi corrisponde

l’atrofia dei fini”. Domina, infatti, il primato dello strumento rispetto al significato,

soprattutto se ultimo e globale. Pensiamo alla prevalenza della tecnica (la cosiddetta

“tecnocrazia” ) sulla scienza; oppure al dominio della finanza sull’economia; all’aumento

di capitale più che all’investimento produttivo e lavorativo; all’eccesso di specializzazione

e all’assenza di sintesi, in tutti i campi del sapere, compresa la teologia;

alla mera gestione dello Stato rispetto alla vera progettualità politica; alla strumentazione

virtuale della comunicazione che sostituisce l’incontro personale;

alla riduzione dei rapporti alla mera sessualità che emargina e alla fine elide l’eros e

l’amore; all’eccesso religioso devozionale che intisichisce anziché alimentare la fede

autentica e così via.

Un altro esempio “sociale” (ma nel senso di social) che anticipa il discorso più specifico,

che svolgeremo successivamente, è quello espresso da un asserto da tempo

formalizzato: “Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni”, asserto che coinvolge un

tema fondamentale come quello di verità (e anche di “natura umana”). Il filosofo

Maurizio Ferraris, studiandone gli esiti sociali nel saggio Postverità e altri enigmi

(Mulino 2017), commentava: “Frase potente e promettente questa sul primato dell’interpretazione,

perché offre in premio la più bella delle illusioni: quella di avere

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sempre ragione, indipendentemente da qualunque smentita”. Si pensi al fatto che

ora i politici più potenti impugnano senza esitazione le loro interpretazioni e postverità

come strumenti di governo, le fanno proliferare così da renderle apparentemente

“vere”. Ferraris concludeva: “Che cosa potrà mai essere un mondo o anche semplicemente

una democrazia in cui si accetti la regola che non ci sono fatti ma solo interpretazioni?”.

Soprattutto quando queste fake news sono frutto di una manovra

ingannatrice ramificata lungo le arterie virtuali della rete informatica?

4. Infine affrontiamo solo con un’evocazione la questione religiosa. Come si vedrà più

avanti, la “secolarità” è un valore tipico del cristianesimo sulla base dell’assioma

evangelico “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Proprio

per questo ogni teocrazia o ierocrazia non è cristiana, come non lo è il fondamentalismo

sacrale, nonostante le ricorrenti tentazioni in tal senso. C’è, però, anche un

“secolarismo” o “secolarizzazione”, fenomeno ampiamente studiato (si veda, ad

esempio, l’imponente e famoso saggio L’età secolare di Charles Taylor, tradotto da

Feltrinelli nel 2009) che si oppone nettamente a una coesistenza e convivenza con

la religione. E questo avviene attraverso vari percorsi: ne facciamo emergere due

più sottili (la persecuzione esplicita è, certo, più evidente ma è presente in ambiti

circoscritti).

Il primo è il cosiddetto “apateismo”, cioè l’apatia religiosa e l’indifferenza morale per

le quali che Dio esista o meno è del tutto irrilevante, così come nebbiose, intercambiabili

e soggettive sono le categorie etiche. È ciò che è ben descritto da papa

Francesco nell’Evangelii gaudium: “Il primo posto è occupato da ciò che è esteriore,

immediato, visibile, veloce, superficiale, provvisorio. Il reale cede posto all’apparenza...

Si ha l’invasione di tendenze appartenenti ad altre culture, economicamente

sviluppate ma eticamente indebolite” (n. 62). Il pontefice introduce anche il secondo

percorso connettendolo al precedente: “Esso tende a ridurre la fede e la Chiesa

all’ambito privato e intimo; con la negazione di ogni trascendenza ha prodotto una

crescente deformazione etica, un indebolimento del senso del peccato personale e

sociale e un progressivo aumento del relativismo, dando luogo a un disorientamento

generalizzato” (n. 64).

Sottolineiamo la prima frase della dichiarazione papale: in pratica si avalla la concezione

secondo cui la religiosità è solo una spiritualità interiore e personale, è un’esperienza

da relegare tra le volute degli incensi e il brillare dei ceri nello spazio sacro

dei tempi, separata dal pulsare della piazza. Questi due aspetti del “nuovo ateismo”

non escludono, certo, la presenza di un ateismo più conservatore ancora vincolato

all’attacco critico e fin sarcastico (alla Hitchens, Dawkins, Onfray, Odifreddi e così

via), oppure la figura dei cosiddetti nones, che cancellano ogni religiosità, affidandosi

però paradossalmente a rituali pagani...

5. Sono solo alcuni spunti di analisi riguardo a fenomeni che diventano altrettante sfide

culturali e religiose e che si allargano a temi ulteriori rilevanti come i citati concetti

di “natura umana” e di “verità”, con la relativa questione del gender, o come i problemi

sollevati dall’ecologia e dalla sostenibilità (si veda la Laudato si’), o l’incidenza

dell’economia appiattita sulla finanza che crea l’accumulo enorme di capitali ma

anche la loro fragilità “virtuale”, generando crisi sociali gravi e, in connessione,

la piaga della disoccupazione o della sotto-occupazione mal retribuita. Pensiamo

anche a temi più specifici come il nesso tra estetica e cultura, in particolare il rilievo

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dei nuovi linguaggi musicali per i giovani e, a più largo raggio, il legame tra arte

e fede e così via.

Importante, però, è ribadire che l’attenzione ai cambi di paradigma socio-culturali

non dev’essere mai né un atto di mera esecrazione, né la tentazione di ritirarsi in

oasi sacrali, risalendo nostalgicamente a un passato mitizzato. Il mondo in cui ora

viviamo è ricco di fermenti e di sfide rivolte alla fede, ma è anche dotato di grandi

risorse umane e spirituali: basti solo citare la solidarietà vissuta, il volontariato, l’universalismo,

l’anelito di libertà, la vittoria su molte malattie, il progresso straordinario

della scienza, l’autenticità testimoniale richiesta alle religioni e alla politica e così via.

I

IL PRINCIPIO PERSONALISTA

A questo punto cerchiamo, come si era annunciato, di approfondire quattro componenti

o principi emblematici della formazione della persona e del suo impegno comunitario e

interculturale. La prima concezione radicale che proponiamo potrebbe essere definita

come il “principio personalista”. Il concetto di persona, alla cui nascita hanno contribuito

anche altre correnti di pensiero, acquista infatti nel mondo ebraico-cristiano una particolare

configurazione attraverso un volto che ha un duplice profilo e che ora rappresenteremo

facendo riferimento a due testi biblici essenziali che sono quasi l’incipit assoluto

dell’antropologia cristiana e della stessa antropologia occidentale.

Il primo testo proviene da Genesi 1,27, quindi dalle prime righe della Bibbia: “Dio creò

l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò”. Di solito

questa frase è incisa all’interno della tradizione – basti pensare a s. Agostino – come

dichiarazione implicita dell’esistenza dell’anima: l’immagine di Dio in noi è la spiritualità.

Tutto ciò è, però, assente nel testo, anche perché l’antropologia biblica non ha particolare

simpatia per la concezione anima/corpo separati.

Qual è, allora, la caratteristica fondamentale che definisce l’uomo nella sua dignità più

alta, “immagine di Dio”? La struttura tipica di questa frase, costruita secondo le norme

della stilistica semitica, rivela un parallelismo: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine

di Dio lo creò: maschio e femmina (è, questo, il parallelo di “immagine”) li creò”.

Ma forse Dio è sessuato? Nella concezione biblica la dea madre è sempre esclusa,

in polemica con la cultura dei popoli circostanti. E allora, come mai l’essere maschio e

femmina è la rappresentazione più alta della nostra dignità trascendente?

Appare qui la prima dimensione antropologica: essa è “orizzontale”, cioè la grandezza

della natura umana è situata nella relazione tra maschio e femmina. Si tratta di una relazione

feconda che ci rende simili al Creatore perché, generando, l’umanità in un certo

senso continua la creazione. Ecco, allora, un primo elemento fondamentale: la relazione,

l’essere in società è strutturale per la persona. L’uomo non è una monade chiusa in

sé stessa, ma è per eccellenza un “io ad extra”, una realtà aperta. Solo così egli raggiunge

la sua piena dignità, divenendo l’“immagine di Dio”. Questa relazione è costituita

dai due volti diversi e complementari dell’uomo e della donna che si incontrano.

Sempre restando nell’ambito del principio personalista, passiamo alla seconda dimensione

non più orizzontale, ma “verticale” che illustriamo ricorrendo sempre a un’altra

frase della Genesi: “Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo”. Ciò è tipico di

tutte le cosmologie orientali ed è una forma simbolica per definire la materialità dell’uomo.

Ma si aggiunge: “e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere

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vivente” (2,7). Per intuire il vero significato del testo è necessario risalire all’originale

ebraico: nishmat hayyîm, locuzione che nell’Antico Testamento è applicata solo a Dio e

all’uomo, mai agli animali. Questa specifica categoria antropologica è spiegata da un

passo del libro biblico dei Proverbi: “La nishmat hayyîm è una lampada del Signore:

essa scruta dentro, fin nell’intimo” (20,27).

Com’è facile immaginare, mediante tale simbologia, si arriva a rappresentare la capacità

dell’uomo di conoscersi, di avere una coscienza e perfino di entrare nell’inconscio. Si

tratta della rappresentazione dell’interiorità ultima, profonda. Che cosa, dunque, Dio

insuffla in noi? Una qualità che solo egli ha e che noi condividiamo con lui e che possiamo

definire come “autocoscienza”, ma anche “coscienza etica”. Subito dopo, infatti,

sempre nella stessa pagina biblica, l’uomo viene presentato solitario sotto “l’albero della

conoscenza del bene e del male”, un albero evidentemente metaforico, metafisico,

etico, in quanto rappresentazione della morale.

Abbiamo, così, identificato un’altra dimensione: l’uomo, “orizzontalmente” in legame

col prossimo, possiede una capacità ulteriore trascendente che lo porta a essere unito

“verticalmente” a Dio stesso. È la possibilità di penetrare in se stesso, di avere un’interiorità,

un’intimità, una spiritualità. La duplice rappresentazione etico-religiosa molto

semplificata della persona, finora descritta, potrebbe essere delineata con un’immagine

molto suggestiva del filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein (1889-1951) nel suo

Tractatus logico-philosophicus.

Egli affermava che era sua intenzione investigare i contorni di un’isola, ossia l’uomo

circoscritto e limitato. Ma ciò che aveva scoperto alla fine erano le frontiere dell’oceano.

La parabola è chiara: se si cammina su un’isola e si guarda solo da una parte, verso la

terra, si riesce a circoscriverla, a misurarla e a definirla. Ma se lo sguardo è più vasto e

completo e si volge anche dall’altra parte, si scopre che su quella linea di confine battono

anche le onde dell’oceano. In sostanza, come affermano le religioni, nell’umanità

c’è un intreccio fra la finitudine limitata e un qualcosa di trascendente, comunque poi lo

si voglia definire.

II

IL PRINCIPIO DI AUTONOMIA TRA FEDE E POLITICA

Il secondo principio dell’ideale mappa socio-antropologica che stiamo delineando è

parallelo al precedente ed è, come quello, duplice. Potrebbe essere detto “di autonomia”

e, per illustrarlo, ricorreremo a un testo che è fondamentale non solo nella religiosità ma

anche nella stessa memoria della cultura occidentale, sebbene non sia stato sempre

correttamente interpretato. Si tratta di un celeberrimo passo evangelico, già da noi evocato

nella premessa: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di

Dio” (Matteo 22,21). Una formulazione lapidaria, l’unico vero pronunciamento politicosociale

di Cristo, mentre tutti gli altri sono più indiretti e meno espliciti. Per comprendere

correttamente questa affermazione, bisogna entrare nella mentalità semitica che ricorre

molto spesso alle cosiddette “parabole in azione” attraverso le quali il messaggio viene

formulato con un gesto, con una serie di comportamenti simbolici e non solo con le

parole.

Cristo, infatti, all’inizio dice ai suoi interlocutori: “Datemi la moneta”, facendo seguire una

domanda fondamentale: “Di chi è l’immagine e l’iscrizione?”. E la risposta è: “Di

Cesare”. Di conseguenza: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare”. La prima parte

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della frase di Cristo riconosce, dunque, un’autonomia alla politica. Una vera concezione

cristiana dovrebbe sempre escludere qualsiasi tipo di teocrazia sacrale. Non appartiene

all’autentico spirito cristiano l’unione fra trono e altare, anche se nella storia,

purtroppo, il cristianesimo l’ha favorita in molte occasioni.

La concezione giuridica islamica, nella forma più conosciuta della shariyyah, è estranea

allo spirito cristiano: il codice di diritto canonico non può essere automaticamente il

codice di diritto civile o penale, così come la carta costituzionale di uno stato nazionale

non può essere il Vangelo. Si tratta di realtà che devono rimanere sempre ben distinte.

La politica, l’economia, la società civile hanno un loro spazio di autonomia, al cui interno

si sviluppano norme, scelte, attuazioni dotate di una loro immanenza, sulle quali non

devono interferire altri ambiti esterni.

Ma le parole di Cristo non finiscono qui: c’è una seconda parte implicita, sempre basata

sul tema dell’“immagine”. Gesù, infatti, chiedendo di chi sia l’“immagine” a proposito

della moneta, indirettamente fa riferimento al testo biblico già da noi presentato riguardante

l’uomo come “immagine” di Dio. Ecco, allora, una seconda dimensione: la creatura

umana deve, sì, rispettare le norme proprie della pólis, della società, ma, al tempo

stesso, non deve dimenticare di essere dotata di una dimensione ulteriore. È, questo,

l’ambito specifico della religione e della morale, nel quale emergono le questioni della

libertà, della dignità umana, della realizzazione della persona, della vita, dell’interiorità,

dei valori, dell’amore.

Tutti questi temi hanno una loro precisa autonomia e non ammettono prevaricazioni

o sopraffazioni da parte del potere politico-economico. Infatti, se è vero, che non ci

dev’essere una teocrazia, è altrettanto inammissibile una statolatria che incomba

secolaristicamente sull’altro ambito, svuotandolo o addirittura annullandolo. È facile

comprendere quanto sia complessa e fin ardua la declinazione concreta di tale autonomia,

come lo è il contrappunto fra queste due sfere perché unico è il soggetto a cui

entrambe si dedicano, cioè la persona umana e la comunità sociale.

III

IL PRINCIPIO DI SOLIDARIETÀ, GIUSTIZIA E AMORE

Giungiamo, così, al terzo principio che è fondamentale per il cristianesimo e per tutte le

altre religioni, anche se con accenti diversi. Ritorniamo al ritratto del volto umano che,

come abbiamo detto, ha la dimensione di maschio e femmina, ossia ha alla base il

rapporto interpersonale. Nel capitolo 2 della Genesi la vera ominizzazione non si ha solo

con la qualità trascendente della creatura umana; non la si ha neppure soltanto con

l’homo technicus che “dà il nome agli animali”, ossia si dedica alla scienza e al lavoro.

L’uomo è veramente completo in sé quando incontra – come dice la Bibbia – “un aiuto

che gli sia simile”, in ebraico kenegdô, letteralmente “che gli stia di fronte” (2,18.20).

L’uomo, dunque, tende verso l’alto, l’infinito, l’eterno, il divino secondo la concezione

religiosa e può tendere anche verso il basso, verso gli animali e la materia. Ma diventa

veramente se stesso solo quando si trova con “gli occhi negli occhi” dell’altro. Quando

incontra la donna, cioè il suo simile, può dire: “Costei è veramente carne dalla mia

carne, osso dalle mie ossa” (2, 23), è la mia stessa realtà.

E qui si ha il terzo punto cardinale che formuliamo con un termine moderno la cui

sostanza è già nella tradizione cristiana, vale a dire “il principio di solidarietà”. Il fatto di

essere tutti “umani” viene espresso nella Bibbia col vocabolo “Adamo”, che in ebraico è

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ha-’adam con l’articolo (ha-) e significa semplicemente “l’uomo”. Perciò, esiste in tutti

noi una “adamicità” comune. Il tema della solidarietà è, allora, strutturale alla nostra

realtà antropologica di base. La religione esprime questa unitarietà antropologica con

due termini che sono due categorie morali: giustizia e amore. La fede assume la solidarietà,

che è anche alla base della filantropia laica, ma procede oltre. Infatti, stando al

Vangelo di Giovanni, nell’ultima sera della sua vita terrena Gesù pronuncia una frase

stupenda: “Non c’è amore più grande di colui che dà la vita per la persona che ama”

(Giovanni 15,13).

È molto più di quanto si dichiarava nel libro biblico del Levitico, che pure Cristo aveva

citato e accolto: “Ama il prossimo tuo come te stesso” (19,18). Nelle parole di Gesù

sopra citate ritorna quell’“adamicità”, ma con una tensione estrema che spiega, ad

esempio, la potenza dell’amore di una madre o di un padre pronti a dare la propria

vita per salvare il figlio. In tal caso, si va anche contro la stessa legge naturale dell’amare

se stessi, dell’“egoismo” pur legittimo, insegnato dalla natura e dall’etica di molte

culture, si va oltre la pura e semplice solidarietà. Evitando lunghe analisi, illustriamo ora

simbolicamente in chiave religiosa le due virtù morali della giustizia e dell’amore con due

esempi attinti a culture religiose diverse.

Il primo esempio è un testo sorprendente riguardante la giustizia: “La terra – (è il tema

della destinazione universale dei beni, e quindi della giustizia) – è stata creata come un

bene comune per tutti, per i ricchi e per i poveri. Perché, allora, o ricchi, vi arrogate un

diritto esclusivo sul suolo? Quando aiuti il povero, tu, ricco, non gli dai il tuo, ma gli rendi

il suo. Infatti, la proprietà comune che è stata data in uso a tutti, tu solo la usi. La terra

è di tutti, non solo dei ricchi, dunque quando aiuti il povero tu restituisci il dovuto, non

elargisci un tuo dono”. Davvero suggestiva questa dichiarazione che risale al IV secolo

ed è formulata da s. Ambrogio vescovo di Milano nel suo scritto De Nabuthe.

Questo forte senso della giustizia dovrebbe essere un monito e una spina che la religione

innesta nel fianco della società, l’annuncio di una giustizia che si attua nella destinazione

universale dei beni. Essa non esclude un sano ed equo concetto di proprietà

privata che, però, rimane solo un mezzo – spesso contingente e insufficiente – per

attuare il principio fondamentale dell’universale dono dei beni all’intera umanità da parte

del Creatore. In questa linea, volendo ricorrere ancora una volta alla Bibbia, è spontaneo

risentire la voce autorevole e severa dei Profeti (si legga, ad esempio, il potente

libretto di Amos con le sue puntuali e documentate denunce contro le ingiustizie del

suo tempo).

La seconda testimonianza che vogliamo evocare riguarda l’amore e, nello spirito di un

dialogo interreligioso, la desumiamo dal mondo tibetano, mostrando così che le culture

religiose, per quanto diverse, hanno in fondo punti di incontro e di contatto. Si tratta

di una parabola dove si immagina una persona che, camminando nel deserto, scorge

in lontananza qualcosa di confuso. Per questo comincia ad avere paura, dato che

nella solitudine assoluta della steppa una realtà oscura e misteriosa – forse un animale,

una belva pericolosa – non può non inquietare. Avanzando, il viandante scopre, però,

che non si tratta di una bestia, bensì di un uomo. Ma la paura non passa, anzi aumenta

al pensiero che quella persona possa essere un predone. Tuttavia, si è costretti a

procedere fino a quando si è in presenza dell’altro. Allora il viandante alza gli occhi e, a

sorpresa, esclama: “È mio fratello che non vedevo da tanti anni!”.

La lontananza genera timori e incubi; l’uomo deve avvicinarsi all’altro per vincere quella

paura per quanto comprensibile essa sia. Rifiutarsi di conoscere l’altro e di incontrarlo


equivale a rinunciare a quell’amore solidale che dissolve il terrore e genera la vera

società. Qui fiorisce l’amore che è l’appello più alto del cristianesimo per l’edificazione

di una pólis diversa (il rimando scontato è al celebre inno paolino all’agápe-amore presente

nel capitolo 13 della Prima Lettera ai Corinzi). Ma risuona anche – soprattutto ai

nostri giorni – il monito della Legge biblica anticotestamentaria riguardo all’accoglienza

dello straniero, un tema che sarà esaltato nella visione cristiana. Ecco due commi legislativi

biblici molto sorprendenti nella loro forza precettiva: “Vi sarà una sola legge per

il nativo e per il forestiero che soggiorna in mezzo a voi... Quando uno straniero dimorerà

presso di voi nella vostra terra, non lo opprimerete. Lo straniero dimorante fra voi

lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi

siete stati forestieri in terra d’Egitto” (Esodo 12,49; Levitico 19,33-34).

IV

IL PRINCIPIO DI VERITÀ

Giungiamo, così all’ultimo principio, quello che denomineremo con un termine divenuto,

se non proprio obsoleto, certamente fonte di equivoci e di contrasto, quello di verità.

La cultura, infatti, si fonda sostanzialmente sulla conoscenza che comporta appunto

l’importante profilo della verità, categoria base del conoscere. Se partiamo dalla concezione

contemporanea, anticipata però nei secoli precedenti, si scopre un filo costante

che ora cercheremo di semplificare ed esemplificare.

Se noi seguiamo il percorso culturale di questi ultimi secoli, infatti, possiamo dire che il

concetto di verità è diventato sempre più soggettivo fino ad arrivare alla paradossale

adozione del termine “post-verità” a cui abbiamo accennato in premessa. Si pensi,

ad esempio, alla famosa frase abbastanza significativa e spesso citata, attinta all’opera

Leviathan del filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679): Auctoritas, non veritas

facit legem. In ultima analisi è, questo, il principio del contrattualismo, secondo il quale

l’autorità, sia civile sia religiosa, può decidere la norma e, quindi, indirettamente la verità,

in base alle convenienze della società e ai vantaggi del potere.

Tale concezione fluida della verità è ormai abbastanza acquisita, basti pensare all’antropologia

culturale. Il filosofo francese Michel Foucault (1926-1984), studiando le diverse

culture, invitava caldamente ad accentuare questa dimensione soggettiva e mutevole

della verità, simile a una medusa cangiante, che muta aspetto continuamente a

seconda dei contesti e delle circostanze. Questo soggettivismo è sostanzialmente ciò

che Benedetto XVI chiamava “relativismo”: è curioso notare come la pensatrice americana,

Sandra Harding, faceva il verso alla celebre frase del Vangelo di Giovanni (8,32):

“La verità vi farà liberi”, affermando al contrario in un suo noto saggio che “La verità non

vi farà liberi”, poiché essa viene concepita come una cappa di piombo, come una

pre-comprensione, come una sterilizzazione della dinamicità e dell’incandescenza del

pensiero.

Tutte le religioni, e in particolare il cristianesimo, hanno invece una concezione trascendente

della verità: la verità ci precede e ci eccede; essa ha un primato di illuminazione,

non di dominio. Il filosofo tedesco Theodor Adorno (1903-1969) nella sua opera Minima

moralia parlava della verità comparandola alla felicità e dichiarava: “La verità non la si

ha, vi si è”, cioè si è immersi in essa. Lo scrittore austriaco Robert Musil (1880-1942),

nel suo famoso romanzo L’uomo senza qualità, al protagonista faceva dire una frase

interessante: “La verità non è come una pietra preziosa che si mette in tasca, la verità

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è come un mare nel quale ci si immerge e si naviga”.

Si tratta, fondamentalmente, della classica concezione del filosofo Platone espressa nel

suo dialogo Fedro mediante l’immagine della “pianura della verità”: la biga dell’anima

corre su questa pianura per conoscerla e conquistarla, mentre in un altro dialogo,

Apologia di Socrate, egli mette in bocca al suo maestro, Socrate appunto, questo aforisma:

“Una vita senza ricerca non merita di essere vissuta”. È proprio questo l’itinerario

che la persona singola deve compiere nell’orizzonte oggettivo della verità. Da tale punto

di vista le religioni sono nette: la verità ha un primato che ci supera, la verità è trascendente,

compito dell’uomo è essere pellegrino all’interno dell’assoluto della verità. E questo

è talmente decisivo da far sì che il cristianesimo applichi a Cristo l’identificazione con

la verità per eccellenza (Giovanni 14,6: “Io sono la Via, la Verità, la Vita”).

CONCLUSIONE

La tetralogia di principi che abbiamo delineato in modo discorsivo non esaurisce, certo,

la complessità delle relazioni e le stesse tensioni che intercorrono tra la persona e la

comunità. Altri principi si potrebbero allegare, altrettanto rilevanti e delicati. Pensiamo,

ad esempio, alla citata categoria “natura” umana, al concetto di “bene comune”, alla

questione del rapporto etica-diritto, alla prospettiva progettuale dell’“utopia”.

La nostra è stata solo un’introduzione attorno a quattro assi antropologici. Al centro,

infatti, c’è sempre la persona umana nella sua dignità, nella sua libertà e autonomia, ma

anche nella sua relazione all’esterno di sé, e quindi verso la trascendenza e il prossimo.

Tenere insieme le varie dimensioni della creatura umana nell’ambito della vita sociale e

politica è spesso difficile e la storia ospita una costante attestazione delle crisi e delle

lacerazioni.

Eppure, la necessità di connettere “simbolicamente” (da greco syn-bállein, “mettere

insieme”) queste differenze è indiscutibile, se si vuole edificare una persona e una

società in dialogo tra loro, evitando di spezzarle “diabolicamente” (dal greco dia-bállein,

“separare”) in frammenti fondamentalisticamente opposti l’uno all’altro. È ciò che vogliamo

delineare sinteticamente, in conclusione, ricorrendo a un’altra testimonianza di indole

etico-religiosa desunta ancora una volta da una cultura diversa dalla nostra occidentale.

Ci riferiamo a un settenario proposto da Gandhi che definisce in modo folgorante

questa “simbolicità” di valori necessaria a impedire la distruzione della persona e della

convivenza sociale.

“L’uomo si distrugge con la politica senza principi; l’uomo si distrugge con la ricchezza

senza fatica e senza lavoro; l’uomo si distrugge con l’intelligenza senza la sapienza;

l’uomo si distrugge con gli affari senza la morale; l’uomo si distrugge con la scienza

senza umanità; l’uomo si distrugge con la religione senza la fede (il fondamentalismo

insegna); l’uomo si distrugge con un amore senza il sacrificio e la donazione di sé”.

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DECISIONE ROBOTICA:

CONSIDERAZIONI SUL RUOLO DEGLI

ALGORITMI NELLE NEGOZIAZIONI

FINANZIARIE 1

P

Alessandra Carleo

(Professore Associato di matematica Finanziaria, Finanza delle assicurazioni e dei fondi pensione,

valutazione Finanziaria e gestione del rischio - Università degli Studi “Roma Tre”)

REMESSA

I “robot” sono (e saranno) sempre più in grado di affiancare e – secondo alcuni, in

alcuni ambiti – “sostituire” l’azione umana in molteplici attività. I fattori determinanti

di questo fenomeno sono ben noti: l’aumento della quantità e della qualità dei dati

disponibili, e della velocità di elaborarli grazie all’uso di algoritmi efficienti, diffusi e

“intelligenti”. Non a caso si evoca, in proposito, il termine “intelligenza artificiale”, e si

rimanda all’uso di algoritmi che sono in grado di apprendere e decidere “autonomamente”.

Alcuni degli effetti di questa “rivoluzione robotica” sono già nel nostro quotidiano:

si pensi, ad esempio, ai mezzi di trasporto a guida automatica o agli algoritmi

utilizzati per gestire settori di produzione industriale, nell’assistenza alle persone

anziane, nella medicina, nella negoziazione di contratti finanziari.

In questa ambientazione risuonano domande, dalla storia della scienza e del diritto:

possono le macchine pensare? 2 ; la decisione giudiziale può essere robotica? 3 .

1 Si riprendono elementi da Carleo, A., Sugli algoritmi, nel contratto (finanziario)? per ridurre il contenzioso?,

in Carleo, A., (a cura di), Decisione robotica, Bologna, il Mulino, in corso di pubblicazione.

2 “È una domanda che – in riferimento al calcolo automatico – ricorre dai tempi di Pascal e Leibniz

… “La scienza sta tentando di costruire l’intelligenza. Questa operazione è animata da due sottintesi

di fondo: che si sappia che cos’è l’intelligenza e che l’intelligenza – insieme all’uomo e alle cose –

sia qualcosa di costruibile. Non è poco” … è insostenibile il punto di vista che il pensiero umano sia

«fondamentalmente equivalente all’azione di qualche computer» anche se molto complesso e

molto potente; la mera esecuzione di un algoritmo non può suscitare la “consapevolezza cosciente”.

In un quadro puramente computazionale manca qualcosa di essenziale: “le qualità più poetiche

o soggettive che associamo al termine “mente”“ (De Felice, M., Decisione robotica negoziale. Nuovi

‘punti di presa’ sul futuro, in Carleo, A., (a cura di), Decisione robotica, Bologna, il Mulino, in corso

di pubblicazione).

3 Senza escludere la possibilità di utili applicazioni (in particolari ambiti) del “giudizio formalizzato”,

notava Cass Sunstein: “at the present state of the art artificial intelligence cannot engage in analogical

reasoning or legal reasoning”; ma “(t)here’s no reason (…) in principle to think that in the long

run computers won’t be able to make the empirical and principled judgments that a good analogizer

has to make”, “(i)f a computer can win chess games against pretty good chess players (…) If

they’re doing that, then they’re engaging in legal reasoning. Not yet.” (in Ashley, K., Branting, K.,

Margolis, H., Sunstein, C.R., Legal Reasoning and Artificial Intelligence: How Computers “Think”

Like Lawyers, The University of Chicago Law School Roundtable, vol. 8: Iss. 1, Article 2, 2001, pagg

19, 21).

La Professoressa Alessandra Carleo

39


In questo lavoro si propongono alcune considerazioni sulla decisione robotica di tipo

negoziale 4 . Si discute, in particolare, del ruolo degli algoritmi in casi tipici di negoziazione

finanziaria.

GLI “ALGORITMI DI VALUTAZIONE”, LA “GIUSTIZIA DEL PREZZO”

Un “algoritmo di valutazione”, quando coinvolto nella caratterizzazione di un contratto

finanziario da negoziare, è utilizzato per due finalità:

1. definire formalmente il flusso di cassa (scadenzato nel tempo) generato dal

contratto;

2. calcolare il valore del flusso di cassa.

La complessità (logica, formale, computazionale) delle azioni 1 e 2 dipende dal

numero e dal tipo di “variabili” da considerare per una “rappresentazione adeguata”

degli importi e per una “caratterizzazione soddisfacente” della funzione valore.

In generale si opera in condizioni di incertezza, per cui è necessario trattare in modo

più o meno esplicito con distribuzioni di probabilità e aspettative. Le espressioni “rappresentazione

adeguata” e “caratterizzazione soddisfacente” alludono all’esigenza

di surrogare con un modello la struttura del contratto e le dipendenze del suo valore.

In generale il modello non è “unico”, né si hanno criteri “oggettivi” per definirlo adeguato

o soddisfacente (garantita la correttezza tecnica, anche l’appello alle prassi –

alla best practice – lascia aperto il problema del consensus). È il problema della definizione

(scelta) del modello che rende quella domanda “cruciale”.

40

4 Una decisione è robotica se coinvolge gli algoritmi (in forma di software, gestito dal computer).

Con il termine algoritmo “intendiamo ogni procedimento di calcolo, ossia un complesso di

regole con cui si può operare su certi simboli” (de Finetti, B., Matematica logico intuitiva, Roma,

Edizioni Cremonese, 1959, pagine 27-28). L’algoritmo è anche il mezzo per dare istruzioni di

calcolo al computer (“is basic to all computer programming”); in senso più generale è l’insieme

di regole che definiscono la sequenza delle azioni atte a risolvere un particolare problema.

È usato come sinonimo (in senso esteso) di ricettario, processo, metodo (computazionale),

tecnica, procedura, routine, rigmarole (Knuth, D.E., The Art of Computer Programming.

I – Fundamental Algorithms, New York, Addison-Wesley, 1997, pagine 1, 4.). “È mezzo di conoscenza:

nulla è compreso in modo più approfondito di ciò che si deve insegnare a una macchina,

ovvero di ciò che va espresso tramite un algoritmo. Va costruito con metodo “euristico”:

comprendere il problema, compilare un piano (per l’azione risolutiva), sviluppare il piano, verificare

il risultato e il procedimento” (Pólya, G., How to solve it, Princeton, Princeton University

Press, 1945; edizione italiana: Pólya, G., Come risolvere i problemi di matematica. Logica ed

euristica nel metodo matematico, Milano, Feltrinelli, 1967, pagine 11-13). Nella pratica si richiede

che un algoritmo (di calcolo) sia “buono”: la “bontà” (“goodness”) è caratterizzata innanzitutto

dal tempo necessario alla sua esecuzione; entrano poi nel giudizio l’adattabilità dell’algoritmo

a diversi tipi di computer, la sua semplicità e eleganza. L’“algorithmic analysis” fornisce i criteri

per giudicare le caratteristiche (“quantitative behavior”) dell’algoritmo e per scegliere il migliore

tra più. (De Felice, M., Decisione robotica negoziale. Nuovi ‘punti di presa’ sul futuro, in Carleo,

A., (a cura di), Decisione robotica, Bologna, il Mulino, in corso di pubblicazione).


L’ambito privilegiato (più ricco di significati, implicazioni e difficoltà) di utilizzo di un

algoritmo di valutazione è quello delle contrattazioni “fuori mercato” (over the counter);

sebbene la disponibilità dell’“algoritmo” (del modello) possa essere giovevole

anche come sostegno per valutare l’equità di prezzi quotati (dal mercato), nel confronto

con opinioni soggettive (e coerenti) sul futuro. Ma come definire l’impianto

modellistico per la valutazione?

Per i contratti finanziari, la funzione di valutazione (il modello) dipende da grandezze

“osservabili” sul mercato (i risk-driver individuati dalle clausole contrattuali), o che da

grandezze osservabili sono ricavate; possono entrare in gioco anche le correlazioni

tra queste grandezze.

La gamma dei modelli disponibili è oramai ampia, a diversi livelli di specificità e complessità:

in un manuale considerato di riferimento, sono analizzati nove “classical

time-homogeneous short-rate models”, per avviare un “guided tour” (tra modelli su

altre fonti di rischio, oltre ai tassi di interesse) lungo più di novecento pagine 5 .

La scelta del modello di valutazione non si riduce soltanto a scegliere l’assetto algoritmico

(la formula o l’insieme di formule) per il calcolo del valore. È necessario definire

(scegliere anche) i processi di calibrazione: quali tecniche di stima dei parametri

che entrano nelle formule, su quali dati applicare le stime (definendo tipologia e

ampiezza delle serie storiche), e come (eventualmente) stimare e gestire le correlazioni.

Tipo di modello e tecniche di stima ovviamente incidono sul livello del valore. In

genere le scelte si restringono tra alternative in linea di principio “equivalenti”, tutte

giustificabili nel senso di un’“adeguata approssimazione”. È sul giudizio di adeguatezza

che va cercato l’accordo tra le parti, e quindi arrivare a definire modello e tecniche

di stima come “convenzione concordata” su cui stipulare l’accordo 6 .

Così complessivamente definito l’impianto modellistico, sarebbe possibile l’analisi

dettagliata delle componenti di valore, con una trasparenza che avrebbe evitato

tante dispute, e notevolmente ridotto l’attività dei tribunali 7 .

Resta la domanda: gli algoritmi di valutazione possono (debbono) entrare nel contratto?

L’impostazione discussa non nega la possibilità di un accordo diretto sul prezzo di

5 Brigo, D., Mercurio, F., Interest Rate Models – Theory and Practice. With Smile, Inflation and

Credit, Berlin, Springer, 2006; i “classical time-homogeneous short-rate models” da cui si parte

sono rappresentati formalmente nella tabella a pagina 57.

6 Carleo, A., Mottura, C., Calcolo giuridico e mercati finanziari, in Carleo, A. (a cura di),

Calcolabilità giuridica, Bologna, il Mulino, 2017, pagina 104.

7 Si pensi al “movimento dei procedimenti civili” delle 26 corti di appello e dei 140 tribunali relativi

ai contratti bancari: nel 2017 sono 26.330 i procedimenti “sopravvenuti”; 25.810 quelli

“Definiti”; 80.498 i “Pendenti finali” (Ministero della giustizia - Direzione statistica e analisi organizzativa).

41


scambio: vale sempre il principio per cui “(l)a giustizia del prezzo è nella legalità della

sua formazione: in ciò, che venditori e compratori abbiano osservato le regole della

gara.” 8 . Ma potrebbe essere utile prassi nella fase pre-contrattuale (con ciò tutelando

l’eventuale interesse a mantenere il “segreto industriale” sul processo di valutazione).

IL LINGUAGGIO FORMALE NELL’ANALISI DEL CONTRATTO: IL CASO DEI

CONTRATTI A TASSO VARIABILE “CON LIMITAZIONI”

Si considera un contratto a tasso variabile “con limitazione”. Si pensi, ad esempio, a

un mutuo o a una obbligazione indicizzata al tasso Euribor, che preveda che il tasso

di riferimento della regola di indicizzazione sia “limitato” superiormente, inferiormente

o possa assumere solo livelli all’interno di prefissato corridoio contrattuale.

Dal punto di vista del linguaggio, la regola di indicizzazione non è semplice da enunciare

a parole; ma è immediata con la scrittura in formula 9 ; e il linguaggio formale è

quello da adottare se l’analisi del contratto è impostata dal punto di vista della finanza.

Da questo punto di vista, infatti, il contratto a tasso variabile “con limitazioni” è

tecnicamente analizzato come se fosse un contratto “strutturato”, ossia come un

“portafoglio” costituito da più componenti contrattuali elementari individuabili per

“scomposizione” (unbundling); e, in origine, sono le proprietà matematiche delle funzioni–

coinvolte nella descrizione (formale) della quota interesse caratteristica del

contratto (max; min) – che determinano la “nascita” (tra le componenti contrattuali

elementari) di un cosiddetto “derivato implicito” e, anche, questioni interpretative del

contratto “primario”. Si pensi, ad esempio, a un contratto indicizzato con “limitazione

inferiore”, interpretabile come un contratto a tasso variabile (puro) o a tasso fisso in

funzione del tipo di scomposizione adottata (di tipo put o di tipo call) 10 . Ovviamente,

al di fuori di questo tipo di analisi (finanziaria), nata per rispondere a esigenze di tipo

8 Irti, N., L’ordine giuridico del mercato, Roma-Bari, Laterza, 1988, pagine 69-70.

42

9 Si pensi, ad esempio, ad un contratto indicizzato - in cui il tasso contrattuale (Ik) è uguale, in

ogni scadenza (k), a un tasso variabile (ik, parametro di indicizzazione o indice, che supponiamo

letto direttamente) più uno spread (s) - con clausola “collar”, essendo le limitazioni riferite

all’indice e non all’indice più spread. In tale tipo di contratto, la clausola collar limita il tasso

variabile (ik) tra un minimo (f, solitamente detto “floor”) e un massimo (c, solitamente detto

“cap”). Volendo enunciare a parole la regola contrattuale, bisognerebbe affermare che «in ciascun

periodo, il tasso da aggiungere allo spread per ottenere il tasso contrattuale è: uguale al

tasso variabile se il tasso variabile ik è compreso tra un limite inferiore (floor f) e un limite superiore

(cap c), uguale al limite inferiore se il tasso variabile ik è minore di tale limite inferiore,

uguale al limite superiore se il tasso variabile ik è maggiore di tale limite superiore.». In formule:

Ik=max[min(ik,c),f]+s oppure, equivalentemente, Ik=min[max(ik,f),c]+s.

10 Nel contratto indicizzato con “limitazione inferiore” dell’indice, utilizzando la stessa simbologia

della nota 9, il tasso contrattuale è Ik=max (ik,f)+s. Date le proprietà matematiche della funzione

max, si possono utilizzare, per finalità finanziario-contabili, due diverse scomposizioni del

contratto in un “contratto base” più “opzione (con sottostante ik e valore di esercizio f)”. La

scomposizione di tipo put, dove Ik=ik+s+max(f-ik,0) interpretabile come un contratto a tasso

variabile (puro) con spread più opzione put. La scomposizione di tipo call, dove Ik=f+s+max(ikf,0)

interpretabile come un contratto a tasso fisso con spread più opzione call.


contabile 11 , il “derivato implicito” non esiste né nel contratto né nella sua rappresentazione

formale 12 .

Si tratti di casi in cui la rappresentazione algoritmica degli importi garantirebbe chiarezza

al contratto, senza cedere a quella che fu definita «superfetazione tecnica»

nell’interpretazione del flusso di cassa 13 . L’algoritmo impone chiarezza, distrugge

ambiguità, può evitare dispute.

L’impostazione ha valore generale. Qualsiasi importo futuro è, infatti, aleatorio.

All’estremo (di aleatorietà non esplicita nel contratto) anche il pagamento delle cedole

e del capitale di un’obbligazione qualificata “a reddito fisso” può diventare di valore

incerto per il default dell’emittente (e la rischiosità è comunque testimoniata – implicitamente,

nel contratto – con la dichiarazione del rating). La rischiosità dei contratti

non può essere quindi oggetto di retorica o di classificazione nominalistica: va valutata

con accortezza, e esplicitata (resa trasparente) con valutazioni adeguate; e

anche qui gli algoritmi possono avere ruolo decisivo.

DECISIONE ROBOTICA E USURA

Si discute della verifica usuraria di un’operazione finanziaria, basata sul calcolo del

tasso effettivo globale (teg) dell’operazione. Si consideri, ad esempio, il caso di una

“apertura di credito in conto corrente”.

Come noto: (i) l’operazione finanziaria deve essere classificata secondo quanto previsto

nelle Istruzioni della Banca d’Italia 14 ; (ii) il calcolo del teg si basa sulla “formula”

espressa e discussa nelle Istruzioni per la rilevazione del tasso effettivo globale

medio ai sensi della Legge sull’usura emanate dalla Banca d’Italia (e nelle relative

note esplicative)15; (iii) la legge stabilisce che l’operazione non debba essere considerata

usuraria se il suo teg non eccede il cosiddetto “tasso soglia” per la forma tecnica

considerata, come calcolato periodicamente dall’Istituto di vigilanza 16 .

11 Cfr OIC32, Appendice C – scorporo dei derivati incorporati, Casi di derivati incorporati strettamente

correlati allo strumento primario (da non scorporare), C11: Un contratto floor o cap su

tassi d’interesse incorporato in un contratto di debito o in un contratto assicurativo è considerato

strettamente correlato al contratto sottostante, se il cap è uguale o maggiore del tasso d’interesse

di mercato e se il floor è uguale o inferiore al tasso d’interesse di mercato quando il

contratto è emesso.

12 Carleo, A., Mottura, C., Considerazioni tecniche su alcuni precedenti recenti in casi finanziari,

in Carleo, A. (a cura di), Il vincolo giudiziale del passato. I precedenti, Bologna, il Mulino,

2018, pagine 67-69.

13 De Felice M., Su probabilità, “precedente” e calcolabilità giuridica, in Carleo, A. (a cura di), Il vincolo

giudiziale del passato. I precedenti, Bologna, il Mulino, 2018, pagine 50-51.

14 Ad esempio, il fido per apertura di credito è classificato nella “Cat. 1. Apertura di credito in conto

corrente”, e distinto in funzione della “classe di importo” in cui ricade l’ammontare dell’operazione.

15 La formula: teg = interessi*36.500 /numeri debitori + oneri su base annua*100 /Accordato.

16 Ai sensi della legge 108/96 e del D.L. 70/2011, il tasso soglia è così determinato: (i) fino al

1° trimestre 2011: aumentando della metà i tassi di interesse effettivi globali medi (TEGM) rilevati

trimestralmente dal Ministero dell’Economia e delle Finanze; (ii) dal 2° trimestre 2011:

aumentando di un quarto i tassi di interesse effettivi globali medi (TEGM) rilevati trimestralmente

dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e aggiungendo ulteriori 4 punti percentuali, purchè

l’incremento totale rispetto al TEGM non superi gli 8 punti percentuali.

43


Sembrerebbe un classico caso di decisione robotica sulla differenza tra teg e tasso

soglia. Ma esistono ambiguità definitorie, in particolare nella definizione degli “oneri”

(se e quali voci siano da considerare nel calcolo del teg 17 ). Si tratta di ambiguità che

rendono la decisione tutt’altro che automatica, e che sono all’origine delle (numerose)

dispute presenti in Italia in questo ambito.

Si tratterebbe dunque, in questi casi, di risolvere ex-lege le possibili ambiguità definitorie.

AMMORTAMENTO E ANATOCISMO

Critiche e dispute sono sorte sull’utilizzazione della legge degli interessi composti, in

particolare nella costruzione del piano di ammortamento. È un caso tecnicamente

irrilevante, ma istruttivo da considerare poiché insegna come sia da privilegiare il

principio logico, prima di arrivare alla considerazione degli effetti algoritmici (ovvi, in

particolare sulla “chiusura del piano” 18 ).

L’alternativa da sciogliere è tra capitalizzazione composta e capitalizzazione semplice.

Per risolvere sono sufficienti poche considerazioni (riprese da un mirabile articolo

divulgativo” di de Finetti 19 ). Capitalizzazione semplice significa che un capitale produce

un interesse sempre lo stesso per intervalli di tempo uguali: è “come se” l’interesse

venisse accumulato in un conto a parte, che non produce interessi.

“Non c’è nessuna ragione – scrive de Finetti – perché del denaro lasciato in deposito

(si chiami pure “interesse” o come altro si voglia) non debba dar diritto a interessi.

Perciò la capitalizzazione semplice non può venir considerata che una semplificazione

di calcolo, comoda sì, ma tollerabile soltanto finché l’interesse relegato in un

“conto infruttifero” rimane praticamente trascurabile rispetto al “capitale”. Il modo

logico ed esatto di procedere consiste nel far affluire senz’altro l’interesse nel conto

stesso del capitale rendendolo fruttifero istantaneamente. È questa la capitalizzazione

continua”. Naturalmente sono lecite approssimazioni: “si può pensare che gli interessi

vengano aggiunti al capitale, se non istantaneamente, alla fine di periodi fissi,

più o meno brevi”. Chiarito il punto logico, l’impostazione vale comunque: per datore

o prenditore di fondi, per un mutuo o un conto corrente.

Di conseguenza, in questi casi, occorrerebbe (almeno) chiarire i riferimenti alle diverse

“fonti” normative.

17 Ad esempio, per un’apertura di credito in conto corrente: se rientrino tra gli “oneri” le voci

44

non direttamente riferibili all’operazione oggetto di analisi (spese per invio degli estratti conto e

dei documenti di sintesi); se taluni oneri siano o meno collegati a eventi di tipo “occasionale” (il

che ne determina l’eventuale calcolo su base annua anziché periodale).

18 Esempi di calcolo si hanno in Fersini, P., Olivieri, G., Sull’“anatocismo” nell’ammortamento

francese, Banche e Banchieri, 2/2015.

19 de Finetti, B., Tre personaggi della matematica, Le Scienze, 7(1971), 35, pagina 87.

Considerazioni ampie e approfondite sono in de Finetti, Lezioni di matematica finanziaria,

Roma, Edizioni Ricerche, 1956, in particolare nel capitolo sesto.


PER CONCLUDERE

Per concludere, alcuni spunti sul “governo” degli algoritmi nelle contrattazioni finanziarie.

Il riferimento è alle contrattazioni algoritmiche nei mercati finanziari, in particolare

alla diffusione degli scambi “a alta frequenza” che rappresentano oltre il 50% del

volume totale delle operazioni concluse nel mercato azionario nordamericano.

I sistemi ad alta frequenza possono inviare alle piattaforme di negoziazione anche

più di 5.000 ordini di contrattazione in un secondo. Gli ordini assumono la forma di

“impulsi”: il più veloce scambio realizzato sull’indice Nasdaq è avvenuto in 100

microsecondi (0,1 millisecondi, un lasso di tempo impercettibile per l’essere umano);

e per “aumentare” ulteriormente la velocità degli scambi si sta studiando lo sfruttamento

di raggi laser in sostituzione dei cavi a fibre ottiche. Se, da una parte, la maggior

parte della letteratura accademica è concorde nell’identificare i principali vantaggi

di questo tipo di scambi (aumento della liquidità a disposizione dei partecipanti al

mercato; diminuzione dei costi di transazione, aumento dell’efficienza informativa dei

prezzi, aumento dei collegamenti inter-market), dall’altra, alcune delle strategie di

trading a alta frequenza possono essere utilizzate in modo “perverso”, o produrre

meccanicamente “perversioni”, come anche testimoniano recenti flash crash osservati

sui mercati finanziari.

Si tratta di un fenomeno tecnico, preoccupante e impegnativo per le Autorità di vigilanza:

operativamente, per vigilare sul corretto funzionamento dei nuovi mercati

finanziari è avvertita dall’autorità, forte, l’esigenza di disporre di algoritmi di controllo

(degli algoritmi), nel senso di dotarsi di strumenti di controllo che siano idonei al

nuovo contesto 20 .

Si pongono nuove questioni nella definizione dei contratti nonché nell’attribuzione di

responsabilità. La ricerca delle possibili soluzioni si ritiene non possa che muovere

dalla consapevolezza sulla necessità di “innovazione”, giuridica prima che tecnica.

20 Mottura C., Decisione robotica negoziale e mercati finanziari. Contrattazione algoritmica,

nuovi abusi di mercato, algoritmi di controllo (degli algoritmi), in Carleo, A., (a cura di),

Decisione robotica, Bologna, il Mulino, in corso di pubblicazione.

45


BENEFIT CORPORATION

Paolo Di Cesare

(Co-founder di Nativa srl società benefit)

“Le Benefit Corporation sono imprese a duplice finalità e avranno risultati

economici migliori rispetto a tutti gli altri tipi di impresa.”

Robert Shiller – Premio Nobel per l’Economia, 2013

Paolo Di Cesare

QUALCOSA STA ACCADENDO

Non ricordo esattamente quando accadde, ma ero certamente un bambino. Per la

prima volta sentii parlare di “astronave terra”. A quel tempo, guardavo in televisione il

telefilm Spazio 1999 e per me un’astronave era un mezzo di trasporto per viaggiare da

un mondo a un altro, per incontrare nuove specie. Non capivo perché la terra potesse

essere associata ad un’astronave.

Negli anni, crescendo, ho approfondito il tema e ho appreso uno dei concetti più importanti

della mia vita e che avrebbe poi contributo alla mia formazione e alla mia professione,

il pianeta in cui viviamo ha una caratteristica fondamentale in comune con un’astronave:

la terra è un sistema chiuso per materia e aperto per energia. Il sole raggiunge

la superficie terrestre penetrando l’atmosfera e garantendo la vita, mentre la materia è

la stessa da sempre. A parte qualche asteroide che l’ha colpita e qualche sonda spaziale

che l’ha abbandonata, sulla Terra c’è la stessa materia di 2 o 3 miliardi di anni fa. è

un sistema chiuso, esattamente come la stazione spaziale internazionale che orbita

attorno alla terra da più di 20 anni.

Fig. 1- La Stazione Spaziale Internazionale e l’Astronave Terra (Fonte Nasa - Creative Commons)

46


Se nell’astronave l’allarme di uno dei sistemi di controllo dovesse cominciare a lampeggiare,

l’equipaggio si adopererebbe immediatamente per risolvere il problema.

Conosciamo la scena: tutti sanno esattamente cosa fare e dove intervenire, con competenza

e sincronia degne di una sala operatoria. Il problema è affrontato senza indugio

e risolto per garantire la sopravvivenza dell’equipaggio.

Vediamo cosa succede sull’astronave terra...e partiamo dall’equipaggio.

Non siamo mai stati così tanti sulla terra, con una popolazione di 7,5 miliardi di persone

che si stabilizzerà a 9,5 miliardi nel 2050. Sono nato nel 1970 e poco meno di 50 anni

fa, gli abitanti erano 3,4 miliardi: sono raddoppiati. Sono addirittura triplicati dalla nascita

di mio padre, erano infatti 2,5 miliardi nel 1932.

LA POPOLAZIONE MONDIALE

1 miliardo

di persone

3,8 Mrd di anni

1804

2 Mrd

123 a

1927

3 Mrd

33 a

1959

4 Mrd

5 Mrd

6 Mrd

7 Mrd

15 a

13 a

12 a

12 a

1974

1987

1999

2011

Elaborazione Nativa su dati bbc.co.uk

Fig. 2 - Crescita della popolazione mondiale. Ci sono voluti 3,8 miliardi di anni perché la popolazione terrestre raggiungesse,

nel 1804, 1 miliardo di abitanti. Poi, 123 anni, per aggiungere un ulteriore miliardo di abitanti, poi 33 anni

per il terzo, 15 anni per il quarto…

L’equipaggio è impegnato a produrre sempre di più. Il 55% di tutto ciò che è stato

prodotto dall’uomo nel corso degli ultimi duemila anni, è stato prodotto nel XX secolo, il

24 % nei soli primi 10 anni del XXI secolo. Mantenendo costante il tasso attuale, a fine

secolo il XXI secolo avrà largamente superato il secolo precedente e rappresenterà il

75% del totale mentre (il XX rappresenterà il 15%).

47


GLOBAL ECONOMIC OUTPUT AS % OF TOTALE (YEAR 0 TO 2010)

60

50

40

30

20

10

0

Global Economic Output as % of Total (year 0 to 2010)

Elaboration by Nativa - Data by Angus Maddison and United Nations

Fig. 3 - Distribuzione dell’output economico nel corso degli ultimi 20 secoli.

Non siamo tutti uguali. Nel 2016, 8 individui sono arrivati a possedere la ricchezza dei

3,5 miliardi di persone più povere sul pianeta, erano 388 nel 2010. Sempre nel 2016 per

la prima volta nella storia, l’1% della popolazione terrestre è arrivata a possedere la ricchezza

del restante 99% (dati Oxfam, 2017). Il 10% delle persone a più alto reddito è

responsabile di tante emissioni di gas serra quanto il restante 90%.

Questi sono solo alcuni dei trend che mostrano accelerazioni rapidissime, di carattere

esponenziale, e che stanno emergendo, contemporaneamente, in questo secolo.

Una curva esponenziale mostra un andamento poco significativo nella sua prima traccia,

lasciando credere che nulla stia accadendo, mentre cresce rapidamente dopo aver

superato un punto critico. Pensate alla preparazione dei pop corn. Nulla sembra accadere

nel 95% del tempo, per poi esplodere nella sua ultima parte. Eppure i chicchi di

granturco erano in fase di riscaldamento fin dal primo istante. Questa è un’immagine

utile per provare a comprendere un fenomeno esponenziale.

L’astronave terra vive una moltitudine di fenomeni esponenziali che stanno emergendo

contemporaneamente in questi anni.

48


Fig.4 - Trend esponenziali. (Fonte: “Great Acceleration graphs”. Steffen et al. 2015 - Creative Commons)

è anche vero che non abbiamo mai vissuto un’era così prospera, in cui i livelli di povertà

sono ai minimi e gli indici di educazione, democrazia, longevità sono ai massimi di tutti

i tempi. Il modello economico capitalista è stato il motore di tutto questo: prosperità da

una parte e sfide ambientali – inquinamento, sovrasfruttamento delle risorse, cambiamenti

climatici antropogenici – e sociali dall’altra.

IL PRIMATO DEGLI AZIONISTI

Il business è una tecnologia inventata dall’uomo e come tale ha le proprie regole di funzionamento,

un sistema operativo. La regola di base è basata su un’equazione estremamente

semplice e che ne ha decretato il successo: gli amministratori sono eletti dagli

azionisti e da essi ricevono la piena autorità per gestire l’impresa; questa autorità è soggetta

all’unica finalità per cui l’impresa nasce: creare un ritorno finanziario per gli azionisti

secondo obblighi fiduciari e di fedeltà. Questo paradigma è spesso chiamato “primato

degli azionisti”.

Gli stakeholder, o più in generale la società e l’ambiente, non sono contemplati in questa

equazione. Sono state promulgate leggi che stabiliscono le regole, esistono imprenditori

e manager che pongono grande attenzione alle persone, alle comunità in cui le loro

imprese operano così come all’impatto ambientale che determinano. Tuttavia, codice

civile alla mano, l’unico scopo per cui l’azienda esiste è la distribuzione dei dividendi agli

azionisti. Come conseguenza, a tendere, è inevitabile un sistematico degrado della

società e dell’ambiente, semplicemente perché questi “fattori” non fanno parte dell’equazione.

I sistemi ambientali sono in rapido e sistematico declino, anche perché ad

un’azienda oggi è permesso fare profitti anche se questi derivano dall’avere causato un

danno sociale o ambientale, che fino ad oggi non è stato né misurato né contabilizzato.

49


Ad esempio, è legale produrre combustibili fossili, ma la scienza ci dimostra che sono

milioni, ogni anno, le persone che muoiono per le conseguenze dirette del loro utilizzo

e di come siano una delle cause principali del cambiamento climatico.

Cosa potrebbe accadere se l’equazione alla base del business includesse anche gli altri

portatori di interesse e prevedesse la misura del beneficio apportato nei loro confronti

con lo stesso rigore con il quale viene misurato il ritorno degli azionisti? Qualche anno

fa alcuni imprenditori americani hanno cominciato a rispondere a questa domanda con

lo scopo ultimo di far compiere un salto evolutivo alla tecnologia che esprime la forza

più potente sul nostro pianeta: il business.

COSA SONO LE B CORP E LE BENEFIT CORPORATION?

“Tra cinque o dieci anni guardando indietro diremo: questo è stato l’inizio di una

rivoluzione perché il paradigma esistente non funziona più. Questo è il futuro.”

Yvon Chouinard, Fondatore Patagonia,

prima azienda californiana a diventare Benefit Corporation nel 2011

Le B Corp sono aziende for profit che da aziende a singola finalità (il profitto) si trasformano

in aziende a duplice finalità: profitto e impatto positivo su società e ambiente e

insieme formano un movimento globale che ha l’obiettivo di diffondere un paradigma di

business più evoluto.

La visione del movimento delle B Corp (www.bcorporation.net) è di usare il Business

come forza positiva per creare una prosperità durevole e condivisa. Per questo è necessario

che a) le aziende siano misurate in maniera completa, trasparente e rigorosa per

i loro risultati totali, non solo quelli economici ma anche gli impatti sulla società e sull’ambiente

e b) sia disponibile un nuovo modello giuridico che renda esplicita la loro doppia

finalità.

Il movimento delle B Corp è nato nel 2006 negli USA, quando alcuni imprenditori decisero

che era indispensabile tentare di cambiare il modello dominante e di promuovere

una radicale evoluzione del capitalismo come lo conosciamo oggi. Da allora, l’organizzazione

non profit B Lab ha sviluppato con il sostegno di grandi fondazioni il più robusto

e diffuso protocollo al mondo di misura degli impatti, il B Impact Assessment (BIA).

Il BIA è uno strumento di analisi disponibile online (www.bimpactassessment.net) già

adottato da più di 70.000 aziende nel mondo appartenenti a 140 settori. Lo strumento

fornisce indicazioni sulla performance economica, sociale e ambientale dell’azienda

prendendo in considerazione 5 macro aree di analisi: governance, comunità, persone,

ambiente e modello di business. L’analisi consente di ottenere una misura numerica,

compresa tra 0 e 200 punti, dell’impatto prodotto dall’impresa, il suo profilo d’impatto e

le aree di possibile miglioramento. Le aziende che superano il punteggio di 80/200, una

volta certificata l’analisi attraverso una verifica da parte del team di Review di B Lab,

vengono premiate come Certified B Corp®.

50


Punteggio BIA

Break Even

assoluto

Azienda

Rigenerativa

80

Azienda

Estrattiva

0

Fig. 5 - Break Even Assoluto: il B Impact Assessment (BIA) consente di ottenere un punteggio tra

0 e 200 relativo all’impatto determinato da un’impresa. 80 punti costituisce il punto di equilibrio,

superato il quale l’impresa dimostra di avere un impatto positivo dal punto di vista sociale, ambientale

ed economico

Ogni impresa nell’esercizio della propria attività economica utilizza delle risorse come

input e restituisce del valore per i propri stakeholder come output. Il punteggio di 80 punti

rappresenta il punto di pareggio, oltre il quale l’azienda sta creando valore diffuso non

solo dal punto di vista economico ma anche sociale e ambientale, secondo una prospettiva

di Triple Bottom Line.

A ottobre 2018, le oltre 70.000 aziende che hanno condotto l’analisi hanno raggiunto un

punteggio medio di 55 punti e solo 2.500 hanno superato il punteggio minimo di 80, a

dimostrazione che l’attività di impresa nasce su presupposti molto diversi.

MEDIA

55

70.000 aziende

nel mondo

(ottobre 2018)

2655 B

Corp

MIN

80

TOP

160

MAX

200

Fig. 6 - Ad ottobre 2018 più di 70.000 aziende nel mondo hanno misurato il proprio impatto sociale,

ambientale ed economico. 2655 di queste, poco più del 4% del totale, mostra di avere un impatto

positivo superando 80 punti. La media totale è di 55.

51


Oltre allo strumento di misura, B Lab ha promosso fin dal 2008 l’adozione di una forma

giuridica ad hoc per riconoscere la duplice finalità: Benefit Corporation. Lo Stato USA ad

adottarla per primo è stato il Maryland nel 2010. Ad oggi le Benefit Corporation sono

riconosciute dalla legge in 34 stati USA e, dal gennaio 2016 anche in Italia con la denominazione

di Società Benefit. Nell’Aprile del 2018 anche la Colombia si è aggiunta a

questa lista e 12 Paesi nel mondo hanno processi legislativi in corso.

B Corp ®

• Certificazione di eccellenza

riconosciuta dalla non profit

B Lab

• Un’azienda che soddisfa i più

alti standard di performance

sociale, ambientale e economica.

Si impegna anche da

un punto di vista legale a

tenere in considerazione tutti

gli stakeholder.

• Tutte le imprese for profit

in qualsiasi Paese possono

perseguire la certificazione

B Corp

www.bcorporation.net

Benefit Corporation (US)

Società Benefit (Italia)

• Forma di società a scopo di

lucro, a duplice finalità espressamente

dichiarato: profitto e

impatto positivo su società e

ambiente. Caratterizzata da un

livello più alto di trasparenza,

accountability e scopo.

• Una entità legale che protegge

una missione duplice e considera

gli impatti verso gli stakeholder

e non solo gli shareholder.

• Disponibile in 34 Stati degli

USA, in Italia e in Colombia.

www.benefitcorp.net

www.societabenefit.net

Le B Corp rappresentano una soluzione concreta, operativa e scalabile, perché superano

il più pesante limite del Capitalismo, la sostanziale esclusione delle persone e del

pianeta come stakeholder, senza metterne in discussione i punti di forza: la libertà di

fare profitto per gli shareholder, l’imprenditorialità, la libera iniziativa, l’innovazione, la

competizione, il libero mercato. Costituiscono un esempio concreto di passaggio da una

Shareholder Economy a una Stakeholder Economy, e fanno volontariamente oggi quello

che in futuro tutte le aziende dovranno necessariamente fare per ottenere e mantenere

la license to operate.

52


NATIVA, LA PRIMA B CORP E BENEFIT CORPORATION IN EUROPA

“Gli innovatori fanno cose normali.

Prima degli altri”

- Anonimo

Fig. 7 – Il logo di Nativa rappresenta l’impronta del palmo della mano (handprint). Mentre il footprint

di solito è accidentale, l’handprint è intenzionale ed esprime la volontà di generare un impatto positivo

sulle persone che ci lavorano e sulla società e di rigenerare la Biosfera. (www.nativalab.com)

Con il mio amico Eric Ezechieli sono fondatore di Nativa, una design company dedicata

all’innovazione ‘a prova di futuro’. Nativa opera attraverso ‘Benefit Unit’ che svolgono

attività di strategic advisory, design e consulenza architettonica, sviluppo software, promozione

delle B Corp e attività di comunicazione affrontando i temi da un nuovo punto

di vista che mette al centro la sostenibilità. Nativa inoltre sviluppa nuovi progetti imprenditoriali

che abbiano un impatto positivo sulle persone e sull’ambiente.

Abbiamo fondato Nativa nel 2012 scrivendo, tra le altre cose nell’oggetto sociale che lo

scopo sarebbe stata la Felicità di chi ci lavora. Solo ad anni di distanza ci siamo resi

contro che non solo avevamo creato la prima Benefit Corporation in Europa ma avevamo

di fatto anche costituito un’azienda ‘oltre la legge’ (o forse ‘fuorilegge’ anche se con

questo termine potremmo dare origine ad equivoci).

Lo statuto di Nativa, nella primavera del 2012, fu redatto a partire da una prima traduzione

e adattamento del modello giuridico di Benefit Corporation, che allora esisteva

solo in una decina di stati degli USA. Ci sembrava ovvio scrivere che lo scopo, l’oggetto

sociale di un’azienda, fosse di generare un impatto positivo sulla società e sulle persone,

oltre alla divisione degli utili. Solo che quello che era ovvio per noi non lo era per la

Legge italiana. Dopo alcune ricerche, identificammo un notaio di Milano il dott. Bastrenta

che decise di collaborare con noi per la costituzione. Fin qui tutto bene. Nei giorni successivi,

come di prassi, inviammo il nostro statuto alla Camera di Commercio di Milano

per la registrazione e qui le cose andarono diversamente. Il diligente funzionario registrò

Nativa, tuttavia si premurò di cancellare per intero lo scopo che avevamo esplicitato

nell’oggetto sociale. Rimanevano le attività, ma lo scopo, la ragione per cui avevamo

creato Nativa, non poteva essere messo agli atti, perché la legge non lo contemplava.

Ci rifiutammo di accettare questa ‘amputazione’ e presentammo di nuovo lo statuto originale

per altre tre volte fino a quando, di fronte alla nostra insistenza il funzionario

accettò le richieste integrali, crediamo per sfinimento.

53


Oggetto sociale

Oggetto sociale

LO SCOPO ULTIMO DELLA SOCIETÀ È LA FELICITÀ DI TUTTI QUANTI NE FACCIANO PARTE,

SIA COME SOCI CHE IN ALTRI RUOLI, ATTRAVERSO UN MOTIVANTE E

SODDISFACENTE IMPEGNO IN UN’ATTIVITÀ ECONOMICA DI SUCCESSO.

LA SOCIETÀ VUOLE ACCELERARE UNA TRASFORMAZIONE POSITIVA NEI PARADIGMI

ECONOMICI, DI PRODUZIONE, CONSUMO E CULTURALI, IN MODO CHE TENDANO VERSO LA

SISTEMATICA RIGENERAZIONE DEI SISTEMI NATURALI E SOCIALI.

LE SUE ATTIVITÀ MIRANO A CREARE UN BENEFICIO - INTESO COME UN IMPATTO

POSITIVO - SULLE PERSONE CON CUI INTERAGIRE, SULLA SOCIETÀ E SULL’AMBIENTE DI

CUI È PARTE.

Registro Imprese - Archivio Ufficiale delle CCIAA

Documento n. T 107275383 del 31/07/2012

Pagina 3 di 9

Fig. 8- Stralcio dell’oggetto sociale originario di Nativa, respinto 4 volte nel luglio 2012 dalla Camera di Commercio

di Milano, prima di essere registrato alla quinta presentazione. La Felicità non era ritenuta uno scopo consono per

un’attività economica.

Da questa e altre esperienze è maturata in noi la determinazione che ci ha portato a far

si che nel 2016 venisse introdotta in Italia la legislazione che riconosce le Società

Benefit, oltre 400 oggi in Italia. Subito dopo l’approvazione della legge, abbiamo trasformato

Nativa in Società Benefit e in questo modo abbiamo riportato Nativa, un’azienda

‘fuorilegge’, all’interno delle leggi vigenti. L’essenza dello statuto non è cambiata e questa

volta la Camera di Commercio lo ha registrato esattamente come scritto alla prima

presentazione. Tra le specifiche finalità di Beneficio comune abbiamo esplicitato “- la

promozione e diffusione di modelli e sistemi economici e sociali a prova di futuro, in particolare

il modello di B Corp e la forma giuridica di società benefit in diversi settori economici

italiani”.

Oggetto sociale

LO SCOPO ULTIMO DELLA SOCIETÀ È LA FELICITÀ DI TUTTI QUANTI NE FACCIANO

PARTE, SIA COME SOCI CHE IN ALTRI RUOLI, ATTRAVERSO UN MOTIVANTE E

SODDISFACENTE IMPEGNO IN UN’ATTIVITÀ ECONOMICA.

IN QUALITÀ DI SOCIETÀ BENEFIT LA SOCIETÀ INTENDE PERSEGUIRE UNA O PIÙ

FINALITÀ DI BENEFICIO COMUNE E OPERARE IN MODO RESPONSABILE, SOSTENIBILE E

TRASPARENTE NEI CONFRONTI DI PERSONE, COMUNITÀ, TERRITORI E AMBIENTE, BENI E

ATTIVITÀ CULTURALI E SOCIALI, ENTI E ASSICURAZIONI ED ALTRI PORTATORI DI

INTERESSE.

Fig. 9 - Estratto della visura camerale di Nativa Srl Società Benefit, registrata a inizio 2016, che riporta l’oggetto sociale

‘benefit’ del nuovo statuto.

Nativa è nata come espressione di una nostra chiara visione: da anni lavoravamo assieme

nella realizzazione di progetti strategici di innovazione sostenibile ed entrambi avevamo

un background imprenditoriale. Credevamo anche che il modello classico di business

fosse limitato e per le nostre attività di strategic advisory operavamo come ramo

54


italiano di una delle più autorevoli organizzazioni non profit in questo campo, The

Natural Step Italia, parte del network internazionale che opera in 10 paesi del mondo.

Vivevamo il paradosso di un modello definito da una negazione: ci chiedevamo perché

le nostre attività dovessero essere definite come quello che non eravamo, da un ‘non’

(profit), invece che da qualcosa che correttamente definisse la nostra visione e le nostre

azioni.

Ci siamo allora dedicati a trovare una soluzione a questo paradosso, non ritenevamo

adeguato il modello ‘profit’ classico, perché ci sembrava che gli mancasse un pezzo fondamentale:

lo scopo. Un imprenditore, infatti, non è tenuto secondo la legge ad esplicitare

lo scopo per cui svolge la propria attività: secondo il codice civile e nella nostra cultura

le società esistono con l’unico scopo di distribuire dividendi agli azionisti. Non sono

ammesse altre finalità e se perseguite non sono vincolanti per azionisti e management.

Esistono poi dei vincoli di legge e delle prescrizioni da rispettare, pagare le tasse, non

violare una serie di norme che regolano l’attività d’impresa e i suoi impatti verso le persone

e l’ambiente. Tuttavia, questi limiti di legge stabiliscono soltanto una soglia di ‘compliance’,

di ‘conformità’, che è assolutamente inadeguata per fare si che le attività economiche

abbiano un impatto positivo sul mondo e che possano concorrere così ad

affrontare le grandi sfide del nostro tempo. Era necessario un modello più evoluto. Era

indispensabile. Già dal 2009 avevamo iniziato a definire il nostro lavoro ‘For Benefit’, termine

anche riportato in alcune interviste, e a parlare di ‘Beneficio’ creato, senza sapere

che altrove nel mondo già esistevano ed erano state codificate le Benefit Corporation.

Quando abbiamo conosciuto le Benefit, abbiamo finalmente trovato un modello che ci

rappresenta e in cui poterci riconoscere.

Nativa nel Febbraio 2013 è diventata la prima azienda in Europa a diventare Certified B

Corp. è stata dunque la prima azienda nel continente a misurare i propri impatti attraverso

il B Impact Assessment e a validare la misurazione con B Lab. Ora in Europa si

contano oltre 600 B Corp certificate.

Data la sua proattività, B Lab ha invitato Nativa a ricoprire il ruolo di Country Partner

per l’Italia e da allora siamo diventati il principale catalizzatore e promotore del movimento

B Corp italiano, che attualmente sta crescendo più rapidamente che in qualsiasi

altro paese d’Europa. Nativa nel 2016 ha anche ricevuto da B Lab il più importante

riconoscimento nella intera comunità globale delle B Corp, il ‘Most Valuable

Player Award’: i progressi del movimento italiano B Corp ispirano e accelerano

l’intero movimento globale.

Nativa oggi conta su un team multidisciplinare di 15 persone e coordina una rete di specialisti,

selezionati e formati negli anni, occupandoci esclusivamente di ‘purpose driven

innovation’, ovvero innovazione verso uno scopo di rigenerazione delle persone e della

natura. Il nostro lavoro consiste nel portare innovazione nelle aziende in modo che queste

migliorino i loro risultati economici, migliorando al contempo, gli impatti ambientali e

sociali delle proprie attività. Così facendo le aziende diventano ‘a prova di futuro’.

Applichiamo metodologie e strumenti che abbiamo sviluppato in decenni di attività e

abbiamo contribuito a creare decine di casi che fanno scuola nel mondo. Lavoriamo

soprattutto con aziende di dimensioni medio grandi e, partendo dai vertici e dalla proprietà,

ne acceleriamo il cammino di evoluzione, andando a ridisegnare la strategie e i

modelli di business, approfondendo a 360° tutte le attività che l’azienda svolge.

55


LE SOCIETÀ BENEFIT ITALIANE

“Le B Corp restituiscono all’imprenditore il comando integrale sull’impulso

originario che muove in profondità l’agire umano: produrre un beneficio,

creare un’innovazione positiva per sé, la comunità e l’ambiente. Fondere

indissolubilmente questa tensione con la ricerca del profitto libera da

condizionamenti culturali negativi che spesso portano le imprese a divorare

quella che dovrebbe essere la loro vera mission”

- Senatore Mauro Del Barba -

Primo Firmatario del DDL 1882/2015 sulle Società Benefit

L’Italia è dunque il primo paese europeo e il primo Stato sovrano al mondo ad aver introdotto,

dal gennaio 2016, l’equivalente della Benefit Corporation, denominata Società

Benefit. Questa forma legale rappresenta una modifica permanente del DNA dell’azienda

e ne protegge la missione in caso di entrata di nuovi investitori, cambi di leadership

e passaggi generazionali. L’articolo 1 della Legge recita “La presente legge ha lo scopo

di promuovere la costituzione e favorire la diffusione di società, denominate società

benefit, che nell’esercizio di una attività economica, oltre allo scopo di dividerne gli utili,

perseguono una o più finalità di beneficio comune e operano in modo responsabile,

sostenibile e trasparente nei confronti di persone, comunità, territori e ambiente, beni

ed attività culturali e sociali, enti e associazioni e altri portatori di interesse.”

Una Società Benefit è chiamata a redigere una relazione annuale – da pubblicare insieme

al bilancio di esercizio – che descrive e misura, utilizzando lo standard internazionale

del B Impact Assessment, l’impatto generato dal perseguimento del beneficio comune

dichiarato nello statuto dell’azienda.

Fig. 10 - Paolo Di Cesare (a destra) e Eric Ezechieli (a sinistra) in senato, il 22 Dicembre 2015, con

il Senatore Mauro Del Barba, pochi minuti dopo l’approvazione della legge di Stabilità 2016, che

ha introdotto in Italia le Società Benefit.

56


Ad oggi centinaia di imprese private italiane hanno scelto questo nuovo modello o sono

prossime alla trasformazione. Dopo Nativa, aziende come Aboca, Chiesi Farmaceutici,

Davines, Herbatint Antica Erboristeria, Fratelli Carli, Assimoco, Slow Food, Damiano,

Zordan, Filippi, Dermophisiologique, Arkage, Litte Genius International, Zordan,

Croqqer, D-Orbit, NWG, Singularity University Italia, VITA e Mondora da semplici S.r.l. o

S.p.A. diventano Società Benefit. Il numero è in rapida crescita ed è possibile consultare

l’elenco aggiornato sul sito www.societabenefit.net.

Il modello di azienda a duplice finalità si adatta perfettamente alla vocazione e alla mission

delle aziende di gestione di servizi pubblici in forma societaria, sia a capitale privato

che a capitale misto, così come ad aziende concessionarie di beni e servizi pubblici.

La legge 208/2015, di cui uno dei punti cardine è il concetto di trasparenza, ben di adatta

anche a quello che è l’impianto normativo che regola le aziende pubbliche (in primis la

l.190/2012 e il d.lgs 33/2013).

In un suo articolo Luciano Cimbolini scrive: (…) Il concetto di società benefit sembra

tagliato su misura soprattutto per le gestioni di servizi pubblici in forma societaria, sia a

capitale in tutto o in parte privato, sia, molto più spesso, a proprietà interamente pubblica

e affidamento “in house providing”. In questi casi, difatti, si tratta dei settori dell’acqua,

dei rifiuti, dei trasporti, dell’energia ecc., ossia di servizi collegati direttamente o indirettamente

ai diritti della persona costituzionalmente garantiti.

Sembra quasi doveroso, dunque, introdurre nell’oggetto sociale di queste imprese

monopolistiche, che oltretutto traggono le loro risorse da tariffe e bilanci pubblici, scopi

diversi dalla (teorica) massimizzazione dei profitti. Trattandosi spesso di gestioni in

pesante perdita, tuttavia, si dovrebbe mirare, più prosaicamente, a un equilibrio economico

unito al benessere della comunità e alla tutela dell’ambiente. (…).

Da questa intuizione, ad esempio, l’amministrazione di Firenze ha deciso di promuovere

il modello Benefit per fare di Firenze la prima città in Italia a recepire in modo ampio questa

importante innovazione. Il 20 marzo 2018 è nata così la prima Società Benefit al

mondo a capitale misto pubblico privato: AFAM SpA Società Benefit (Farmacie

Comunali Firenze), mentre altre aziende partecipate in tutta Italia si stanno muovendo

per intraprendere la stessa evoluzione.

Oggi purtroppo non è possibile conoscere esattamente il numero di Società Benefit nate

in Italia. Per questa ragione riteniamo indispensabile che si provveda all’istituzione di

una Sezione Speciale nel Registro Ufficiale delle imprese per le Società Benefit.

CONCLUSIONI

“C’è una cosa più forte di tutti gli eserciti del mondo,

e questa è un’idea il cui momento è ormai giunto.”

- Victor Hugo -

Immaginiamo per un momento che tutte le aziende del mondo fossero ispirate in un sol

colpo a trasformarsi in Benefit Corporation. Che siano chiamate ad esprimere la propria

vocazione e a trascriverla nello Statuto dell’impresa come un impianto di DNA. Che

siano così chiamate a bilanciare l’interesse degli azionisti e l’interesse degli altri portatori

57


d’interesse e a pianificare azioni volte a perseguire questa vocazione.

Assisteremmo probabilmente alla più grande ondata di innovazione nella storia dell’umanità,

al più grande impatto positivo sulla società e nella biosfera, a un nuovo

Rinascimento.

Siamo convinti che le Benefit Corporation rappresentino l’inizio di una rivoluzione e che

presto le aziende NON benefit perderanno la licenza di operare, non importa se da parte

del legislatore o dei consumatori o da altri stakeholder. Quello che per noi è certo è che

accadrà presto.

Approfondimenti

Le B Corp e SB in due minuti: VIDEO

Chi è B Lab

https://www.bcorporation.net/what-are-b-corps/about-b-lab

Chi è B Lab: Storia

https://www.bcorporation.net/what-are-b-corps/the-non-profit-behind-b-corps/our-history

B Lab, l’inventore del ‘paradigma Benefit’: Case Study di Harvard

https://hbr.org/product/b-lab-building-a-new-sector-of-the-economy/411047-PDF-ENG

B Corps & business results: HBR

https://hbr.org/2016/12/it-pays-to-become-a-b-corporation

Guide sulle B Corp e Benefit Corporation: Yale & Patagonia.

http://cbey.yale.edu/sites/default/files/BCORP_Digital%20version.pdf

B Corps & Media:

https://www.bcorporation.net/news-media/articles

Strumenti delle Benefit a disposizione degli operatori finanziari

http://b-analytics.net/

Altri Standard di misurazione degli impatti

http://benefitcorp.net/businesses/how-do-i-pick-third-party-standard

Le Benefit Corporation negli USA: sito ufficiale di informazione curato da B Lab

http://benefitcorp.net/

Le Società Benefit Italiane: sito ufficiale di informazione curato da B Lab

http://www.societabenefit.net

Benefit Corporation e B Corp nelle Università: Risorse per gli educatori

https://www.bcorporation.net/educators

Il Manuale delle B Corp e Società Benefit

https://bookabook.it/prodotto/manuale-delle-b-corp/

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UNA RIVOLUZIONE

E QUATTRO RIVELAZIONI

Maurizio Ferraris

(Professore Ordinario di Filosofia Teoretica Università degli Studi di Torino)

La moltiplicazione, classificazione e messa a frutto dei dati è il capitale del XXI

secolo. Rispetto a questa trasformazione si insiste molto su problemi di privacy e

di diritti umani, ma forse c’è un errore di prospettiva. Il problema non sono i diritti

umani (che è qualcosa a cui si rinuncia facilmente: si pensi al fenomeno macroscopico

della cessione gratuita dei dati personali sui social), bensì qualcosa che sta più

in alto o più in basso, e che ha a che fare con il lavoro, con una mobilitazione che

produce valore (i dati come capitale, appunto) e di cui non si ha consapevolezza.

Questo perché la situazione presenta delle caratteristiche così originali da non essere

ancora state messe nella giusta prospettiva. Da una parte, si lavora molto meno,

eppure cresce la quantità di lavoro implicito, di servizi che eroghiamo senza saperlo

o senza pensarci, così come aumenta esponenzialmente un enorme lavoro sommerso,

cioè appunto la mobilitazione che ha luogo in ogni istante e in ogni fascia d’età.

Questi dati, oltre a costituire una ricchezza in sé, hanno anche un enorme valore

politico, perché rendono estremamente facile, per i partiti che abbiano comprato

informazioni da agenzie specializzate, l’intercettazione degli umori dell’elettorato;

dunque, diventa relativamente facile confezionare programmi elettorali vincenti, ma

è poi impossibile esercitare un’azione di governo, visto che l’esecutivo deve essere

sensibile alle minime variazioni d’umore dell’elettorato.

In tutto questo, si verificano due fenomeni contraddittori. Da una parte, cresce lo

scontento sociale, generato dalla oscura percezione che ciò che si produce si cede

gratuitamente e che non viene ricompensato né riconosciuto dalle compagnie. Tra i

dati disponibili agli utenti comuni e quelli a disposizione delle compagnie si crea così

quello che propongo di definire “plusvalore documediale”, una differenza quantitativa

e qualitativa a cui sinora non si è prestato attenzione concentrandosi su fenomeni

tutto sommato marginali. Dall’altra, però, almeno in Occidente, si assiste a una crescita

media del benessere individuale, sebbene si abbia l’impressione che non

sia così; ciò dipende dal fatto che effettivamente i servizi offerti dal web migliorano

la vita delle persone. La prova empirica si ottiene proponendo di ritornare agli anni

Cinquanta: nessuno vorrebbe farlo.

Il Professore Maurizio Ferraris

IL COMPITO DEL NOTARIATO

In questo quadro c’è un enorme lavoro da fare per l’università e per le professioni,

a partire da quelle che, come il Notariato, sono tradizionalmente designate alla

comprensione, composizione, conservazione e gestione dei documenti, evitando

che l’innovazione abbia luogo solo in pochi e circoscritti spazi dell’industria, e facendo

sì che le soluzioni proposte dalla politica si basino su competenze certe e possano

quindi fornire soluzioni innovative. Il gesto preliminare per questo obiettivo è la

reale comprensione della trasformazione in corso. Ora, il mondo degli ultimi due

secoli è stato compreso filosoficamente da Marx come il mondo del capitale industriale:

quest’ultimo produceva merci, generava alienazione, faceva rumore, quello

delle fabbriche. Poi è stata la volta del capitale finanziario: produceva ricchezza,

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generava adrenalina e faceva ancora un po’ di rumore, quello delle sedute di borsa.

Oggi si sta facendo avanti un nuovo capitale, il Capitale Documediale: produce documenti,

genera mobilitazione e non fa rumore. Il suo ambiente, e la sua condizione di

possibilità, è il web, che ha prodotto una rivoluzione, che chiamo rivoluzione documediale

1 , innescata dall’incontro fra una sempre più potente documentalità (così

chiamiamo la sfera di documenti da cui dipende l’esistenza della realtà sociale 2 ) e

una medialità diffusa e pervasiva, sia quantitativamente (i cellulari sono due miliardi)

sia qualitativamente (grazie ai social media, ogni ricettore è anche un broadcaster).

Il web, si legge 3 , è una rivoluzione, la quarta, dopo Copernico, Darwin e Freud. Si

dice anche che quella del web sia una rivoluzione silenziosa. Si intende con questo,

a ragione, che è una rivoluzione sottovalutata e incompresa, perché non fa rumore.

Ma, ecco il punto, non fa rumore perché usa una tecnica silenziosa, la registrazione.

Questa rivoluzione antropologica è al tempo stesso, e del tutto significativamente,

una rivoluzione tecnologica 5 in qualche modo correlata con la scrittura (la prima

essendo l’invenzione della scrittura, la seconda il passaggio dal codice al libro, la

terza la stampa con caratteri mobili). Così, il web appare un punto di partenza che

promette dei risultati molto più ampi di quanto non siano quelli che ordinariamente ci

si attende dall’esame di un apparato tecnico.

Ecco perché si rende necessaria una rivoluzione copernicana, che al tempo stesso

riveli le strutture della realtà sociale: invece di chiederci come siano l’umano e il

sociale in se stessi, domandiamoci piuttosto come si manifestino attraverso l’espressività

tecnologica – rivoluzione tanto più significativa in ambito sociale e antropologico

perché, diversamente che nell’ambito naturale indagato da Kant, non c’è ragione

di postulare una essenza dell’umano e del sociale diversa dalla loro apparenza, cioè

dalle loro forme concrete di manifestazione. Dunque, che cosa è cambiato? Qual è

la trasformazione tecnologica da cui dipende questa rivoluzione antropologica?

L’ESPLOSIONE DELLA REGISTRAZIONE

Tutto, nella sua parte decisiva, ha inizio meno di nove anni fa, il 4 dicembre 2009,

quando Google avvisa che inizierà a personalizzare gli avvisi in base agli utenti: se

cerchi “calcio”, in base alle tue navigazioni ti può venir fuori “Juve” o “Roma” (e se

cerchi spread, reddito di cittadinanza, vaccini, Junker che barcolla, avrai risposte

coerenti con le tue credenze, o almeno abitudini). Perché tutto questo ha un valore

epocale? Perché da quel momento si è compreso che la funzione capitale del web

era registrare molto più che comunicare. Chi accede al web ha fisicamente l’impressione

di guardare la televisione, ma in realtà tra il guardare un video in tv o sul telefonino

ha luogo una rivoluzione copernicana. Nel primo caso, siamo noi che guardiamo

il video. Nel secondo, per così dire, è il video che guarda noi, nel senso che

annota quello che guardiamo, i commenti che facciamo, le persone a cui inviamo il

1 T. Piketty, Capital in the Twenty-First Century (2013), Belknap, Cambridge (MA)-London 2014.

2 M. Ferraris, Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce, Laterza, Roma-Bari 2009.

3 L. Floridi, The Fourth Revolution. How the Infosphere is Reshaping Human Reality, Oxford

University Press, Oxford 2014.

4 M. Bunz, The Silent Revolution. How Digitalization Transforms Knowledge, Work, Journalism and

Politics without Making Too Much Noise, Palgrave Macmillan, London 2013.

5 G. Roncaglia, La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro, Laterza, Roma-Bari 2010.

60


link, la frequenza con cui ci ritorniamo. Ecco cosa manca nella pletora di libri che

escono sul web, prima entusiastici, ora per lo più critici, ma che lasciano sempre l’impressione

di non aver colto il punto e di parlare di uno strano oggetto di cui non si è

ancora compresa la natura, e nemmeno i confini.

L’interrogativo che dobbiamo porci non riguarda un semplice apparato tecnico o una

qualche scienza della comunicazione, ma pone un problema non diverso da quello

che si è posto a Marx quando si è confrontato con il capitale. Il web è una fabbrica

di registrazioni ed è per questo che, almeno ai miei occhi, riveste un interesse filosofico

peculiare. In effetti, da un quindicennio a questa parte ho proposto una lettura

del mondo sociale come costitutivamente dipendente dall’esistenza di registrazioni 6 .

Il più grande apparato di registrazione che la storia abbia conosciuto sin qui, e il più

potente. D’accordo con la legge fondamentale della ontologia sociale che vengo proponendo

da quindici anni a questa parte, la definizione degli oggetti sociali è Oggetto

= Atto Registrato: un oggetto sociale è il risultato di un atto sociale (tale da coinvolgere

almeno due soggetti, un soggetto e una macchina delegata, o due macchine

delegate) che ha la caratteristica di essere registrata su un qualche supporto.

Ora, se nel caso della rivoluzione industriale l’impulso tecnologico fondamentale

veniva dalla forza propulsiva del vapore e degli apparati meccanici, in quello della

rivoluzione documediale abbiamo a che fare con l’esplosione della registrazione.

Non è mai stato così facile registrare, in maniera economica, automatica, ubiqua.

Ognuno di noi porta con sé potentissimi apparati di registrazione e di diffusione di

quanto abbiamo registrato, ogni transazione sul web lascia traccia; si sta costituendo

un archivio senza precedenti di tutti gli atti dell’umanità. Nei paesi sviluppati, e progressivamente

in tutto il mondo, atti come comprare un biglietto, fare una telefonata,

accedere a un contenuto sul web, che sino a un passato recentissimo sarebbero

scomparsi nel nulla, vengono capitalizzati. Se infatti gli oggetti sociali (cioè quegli

oggetti che non esisterebbero in assenza di società: denaro, titoli, status…) sono atti

registrati, la crescita della registrazione comporta una crescita proporzionale degli

oggetti sociali, dunque il sorgere di un capitale più ubiquo, informato e potente di

quello che la storia abbia conosciuto, cioè appunto il capitale documediale.

Nella storia dell’uomo, non è mai stato così facile registrare né farlo in maniera più

economica, automatica, ubiqua. Ogni nostro atto sociale, anche minimo, è potenzialmente

registrato sul web. Una umanità abituata a vivere con una scarsità di documenti

ora ne dispone in un modo sovrabbondante. Questo è il vero capitale della

nostra epoca, che insieme getta luce sulla natura di ogni capitale precedente, rivelandone

la natura documentale: il capitale non è stato, nel tempo, che una forma particolare

di archivio, ma nel momento in cui, come oggi, tutta l’interazione sociale può

essere archiviata, appare evidente che si assiste alla capitalizzazione della interazione

sociale, e precisamente di ciò che chiamo “mobilitazione” 7 , il sistema di azioni

6 M. Ferraris, Dove sei? Ontologia del telefonino, Bompiani, Milano 2005 e Id., Documentalità:

perché è necessario lasciar tracce, Laterza, Roma-Bari 2009.

7 M. Ferraris, “Total Mobilization”, in The Monist, vol. 97, n. 2, 2014 April 1, pp. 200–221.

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che ognuno di noi opera attraverso il web. La rivoluzione documediale, come sempre

avviene nel caso di una rivoluzione tecnologica e sociale, permette dunque l’emergenza

di strutture fondamentali che erano presenti sin dall’origine della civiltà

umana. Agire politicamente in modo efficace all’interno di questo contesto richiede

consapevolezza teorica, e a questo fine è importante mettere a fuoco la natura del

capitale quale emerge dalla rivoluzione documediale.

Il cambiamento non è solo quantitativo (si stima che negli ultimi due anni si siano

prodotte più registrazioni che in tutta la storia precedente), ma è anche, e soprattutto,

qualitativo. Se prima del web e delle tecnologie che lo hanno reso possibile l’informazione

era la norma, e la registrazione l’eccezione, nel senso che poteva anche

non aver luogo, ora perché ci sia informazione è necessaria, preliminarmente, una

registrazione 8 . In altri termini, se nell’epoca precedente il web la registrazione era un

atto successivo alla comunicazione, ora ogni comunicazione suppone una registrazione,

che appare come un atto preliminare e trascendentale. Nell’analogico la registrazione

era a monte (per comunicare occorre un codice, e il codice richiede registrazione)

e a valle (la comunicazione è ineffettuale senza memoria, e in particolare,

nel caso del performativo, senza memoria non si possono produrre oggetti sociali).

Nel digitale, che in questo senso rivela l’essenza nascosta dell’analogico, la registrazione

è la condizione di possibilità tecnica della comunicazione, che avviene attraverso

pacchetti di informazione registrata che vengono ricomposti per generare

comunicazione.

Di qui possibilità di capitalizzazione del dato inimmaginabili all’epoca dell’analogico,

giacché nel digitale l’archiviazione è preliminare alla comunicazione, dunque è sempre

disponibile non solo per una classificazione, ma anche per una manipolazione e

rielaborazione, senza considerare poi che l’archivio non comprende soltanto i dati

propriamente detti, ma anche i metadati, raramente accessibili all’utente e generati

automaticamente che registrano il luogo e la data di composizione del documento,

chi ha visto il documento, chi l’ha linkato, chi l’ha taggato.

DAL WEB TOLEMAICO AL WEB COPERNICANO

Come la comprensione marxiana del capitale industriale e delle sue ripercussioni

sociali ed economiche doveva prendere le mosse dalle condizioni materiali di produzione

del capitale, così l’analisi del capitale documediale non può prescindere dall’esame

del web e dalla comprensione delle sue caratteristiche fondamentali, che contraddicono

sistematicamente l’interpretazione mainstream. Invece di pensare a una

registrazione che segue l’informazione – fuorviati dalla visione tradizionale della

scrittura come registrazione della voce – pensiamo che è la registrazione a precedere

e a rendere possibile la comunicazione, giacché il messaggio viene registrato preliminarmente

per poter venire trasmesso e spacchettato 9 .

Tuttavia, la comprensione del web è ancora tolemaica 10 : il web tolemaico interpreta

8 A. Badia, The Information Manifold, forthcoming.

9 B. Bachimont, Between Formats and Data: When Communication Becomes Recording, in

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Towards a Philosophy of Digital Media, a cura di A. Romele e E. Terrone, Palgrave MacMillan,

Basingstoke 2018.

10 L. Floridi, The Fourth Revolution. How the Infosphere Is Reshaping Human Reality, Oxford

University Press, Oxford 2014.


se stesso come una tecnologia della informazione, cioè come la semplice evoluzione

digitale della televisione del tipo amnesico dominante nella metà del secolo scorso.

Lo stesso acronimo ICT, che designa le tecnologie del web, è eloquente sotto questo

profilo: Information and Communication Technologies. In questa prospettiva, la “onlife”,

la vita sul web 11 non è quello con cui abbiamo a che fare – ossia la nostra vita,

povera di virtuale, piena di reale, e circondata da bufale –, bensì una vita puramente

conoscitiva che ha luogo in una infosfera 12 , un termine che richiama in modo significativo

la “noosfera” di cui parlava all’inizio del secolo scorso Pierre Teilhard de

Chardin per designare l’ambito del pensiero umano, una “sfera di riflessione, di

invenzione consapevole e di anime coscienti” 13 .

Se applicata al web, questa concezione interpreta la società documediale come una

società liquida 14 , in cui si danno appuntamento le idee, e non come il campo di una

vita che – se non è “solitaria, povera, brutta, brutale, breve”, d’accordo con l’immagine

della vita dell’uomo fuori della società secondo Hobbes –, di certo è più faticosa,

meno informata e meno trasparente di quanto si vorrebbe. Quel che più conta, però,

è che l’infosfera sottostima la circostanza per cui il web, da un punto di vista ontologico,

non è una rappresentazione della società, bensì è la società, in quanto per l’appunto

la società si compone di oggetti sociali come atti registrati, e la registrazione

ha oggi luogo in modo sempre crescente sul web. Infatti il web è molto più che una

super-televisione che sposta e comunica informazioni passivamente ricevute dall’utente.

Il web registra e archivia, e mentre nei casi della parola e dei vecchi media ci può

essere comunicazione senza archiviazione (la registrazione si perde), con l’avvento

della scrittura, così come del web e dei nuovi media che ne dipendono, la registrazione

è conservata e si dà persino archiviazione senza comunicazione.

Si tratta dunque di spostare il fuoco dalla informazione alla registrazione, in quanto

sua condizione di possibilità. Ecco allora, in forma schematica, le linee guida che

stanno alla base della mia lettura:

1. il web è anzitutto registrazione, e non solo comunicazione; funziona non come

una televisione, ma come un archivio;

2. è azione e performatività prima che informazione, non si limita ad accumulare

conoscenza, ma definisce uno spazio in cui hanno luogo atti sociali come promesse,

impegni, ordini;

3. è reale prima che virtuale, ossia non è una semplice estensione immateriale della

realtà sociale, ma si definisce come lo spazio elettivo per la costruzione della

realtà sociale;

4. è mobilitazione prima che emancipazione, ossia non fornisce immediatamente

liberazione (come si credeva quando il web mosse i suoi primi passi) né semplicemente

si configura come uno strumento di dominio, ma è piuttosto un apparato

che mobilita, ossia fa compiere delle azioni;

11 L. Floridi (a cura di), The Onlife Manifesto. Being Human in a Hyperconnected Era, Springer

International, London 2015.

12 L. Floridi, Infosfera. Etica e filosofia nell’età dell’informazione, Giappichelli, Torino 2009.

13 P. Teilhard de Chardin, Hominization, in Id., The vision of the past, Harper & Row, New York

1923, p. 71.

14 Z. Bauman, Modernità liquida (2000), Laterza, Roma-Bari 2011.

63


5. è emergenza molto più che costruzione, nel senso che non è il progetto deliberato

di qualcuno, ma piuttosto il risultato di molte componenti che sono venute

convergendo in forma non programmatica;

6. infine, è opacità e non trasparenza, ossia non si chiarisce da solo ma, al contrario,

chiede di essere chiarito, anche in questo caso rivelando uno stretto isomorfismo

con la realtà sociale, e in particolare con quella sua punta emersa che è il

capitale.

Questo cambio di prospettiva permette di comprendere ciò che altrimenti era inspiegabile.

In quanto registrazione, il web interviene in modo essenziale nella genesi del

capitale (è esso stesso il principio di formazione del capitale). In secondo luogo,

comprendiamo perché il web sia alla base delle trasformazioni del lavoro, che sempre

più si caratterizza come mobilitazione; il web funziona infatti come un archivio

che tiene traccia delle nostre azioni acquisendo così la forza normativa di un documento,

che spinge a nuove azioni (a titolo di esempio, si pensi alla doppia spunta su

WhatsApp: il messaggio è stato ricevuto e letto, rispondere a questo punto diviene

pressoché obbligatorio). Infine, la registrazione spiega il passaggio dalla visione

postmodernista a quella neorealista. Il postmodernismo si configurava come una

modernità tollerante e senza memoria. Quello che è emerso, invece, è il più potente

archivio di tutti i tempi, che moltiplica e perfeziona il potere della realtà sociale, e che

va dunque interpretato in termini realistici. In concreto, il fatto che l’informazione non

sia data, ma vada estratta e interpretata, mostra che il capitale documediale non è

di per sé un capitale cognitivo – per i mobilitati è un archivio, e diviene una enciclopedia,

la migliore della storia, solo per i mobilitanti. Dopo aver chiarito il ruolo centrale

della registrazione nella costruzione della realtà sociale, possiamo procedere all’esame

dei suoi effetti sul Capitale, sul Lavoro e sul Sapere.

DALLE MERCI AI DOCUMENTI

Per quanto riguarda il capitale, abbiamo a che fare con un passaggio dalle merci ai

documenti. Il principio di base della teoria della documentazione, secondo cui “tutto

può essere documento” 15 , ha trovato una attuazione massiccia proprio nell’età della

rivoluzione documediale: dop, doc, tracciabilità dei processi di produzione e modalità

della produzione sono immediatamente accessibili; brand e logo fanno apparire il

produttore nel prodotto; cataloghi come quelli di Amazon realizzano il sogno barocco

di un dizionario ontologico. Questo principio non è nuovo, in fondo già il catasto degli

immobili (che ora, ovviamente, è trasferito sul web, dopo essere stato di carta per

secoli) trasformava la casa in un documento. Nuova è la crescita esponenziale del

fenomeno: basterà confrontare l’acquisto in un negozio tradizionale, che consisteva

semplicemente nella richiesta di prodotti, con l’acquisto in un supermercato, che è

un lungo compulsare documenti, dalla data di scadenza all’apporto calorico.

15 S. Briet, Qu’est-ce que la documentation?, Édit, Paris 1951. Oltre a Briet, testi fondamentali per

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la definizione moderna del documento sono P. Otlet, Traité de documentation: le livre sur le livre:

théorie et pratique, Mundaneum, Bruxelles 1934; R. Pagès, “Transformations documentaires et

milieu culturel”, in Review of Documentation, XV, 1948, fasc. 3; M.K. Buckland, “What is a ‘document’?”,

in Journal of the American Society for Information Science (1986-1998), Sept. 1998, 48,

9; R. Day, The Modern Invention of Information: Discourse, History, and Power, Southern Illinois

University Press, Edwardsville 2001.


Di qui una conseguenza difficile da sottovalutare. Se una volta (cioè sino a non molto

tempo fa) l’oblio era la regola e la traccia l’eccezione, oggi vale l’opposto. Questa

possibilità, immanente alla natura del web, è emersa nel momento in cui le piattaforme

internet hanno iniziato a raccogliere i dati dei consumatori per profilarli. In questo

senso, il web è stato considerato come una sorta di panopticon 16 . Ma in effetti manifestandosi

come registrazione il web si è qualificato come la forma attuale della

realtà sociale, che consiste per l’appunto in una sfera di atti registrati e definiti come

documentalità. Il web ha cessato di essere considerato com e ovviamente virtuale 17 ;

mentre persistono lotte di retroguardia tra fautori del carattere reale 18 o almeno in

parte reale 19 , appare evidente che, solo lasciandosi dietro queste dispute accademiche,

si può cogliere l’essenza filosofica ed effettuale del web. Il web è un grande

apparato di registrazione, e dalla registrazione trae il proprio potere e la propria forza

normativa.

Oggi, diventa perfettamente chiaro che l’archivio vale perché contiene dei documenti

che sono infinitamente più ricchi della moneta perché tengono traccia di ogni atto

dell’umanità, e insieme riescono a interpretare l’archivio attraverso degli algoritmi

che trasformano quella che in sé è una biblioteca di Babele, un caos privo di significato,

in una fonte di predizione e di conoscenza dei comportamenti umani. Si potrebbe

aggiungere che l’interazione sociale non si riduce ai libri contabili e alla registrazione

dei patrimoni, ma include il Code Napoléon, la Bibbia, il Corano e la biblioteca

di Babele del web (già Weber aveva visto la religione all’origine del capitalismo, ma

aveva omesso di considerare che all’origine di quella specifica religione, il calvinismo,

c’era appunto la privatizzazione della coscienza generata dalla diffusione a

stampa della Bibbia).

La rivoluzione documediale ha reso potenzialmente marginale quel documento informativamente

povero che è la moneta: la moneta, che rappresentava in modo incompleto

l’archivio, è stata sostituita dall’archivio. Se le cose stanno in questi termini, il

documento appare come una supermoneta, avendo le stesse caratteristiche della

moneta, oltre a molte altre proprietà che la moneta non possiede: non stupisce, dunque,

che un capitale documentale sia infinitamente più potente di un capitale finanziario.

Il capitale, come vedremo, si può infatti rappresentare nella forma di una lavagna

universale, in cui siano annotati tutti gli atti sociali (tali che avvengano almeno

tra due persone) in forma indelebile e accessibile alla intera umanità. Se una simile

lavagna fosse realizzabile, non avremmo bisogno né di documenti né di quel tipo

peculiare di documento che è il denaro.

Nel mondo sociale sta dunque sorgendo un nuovo macro-oggetto, quasi un nuovo

mondo, che potenzialmente conterrà tutti gli altri. Si tratta del capitale documediale,

un nuovo capitale più ricco di quello finanziario che avrà un impatto senza precedenti

sul concetto di creazione del valore, sui rapporti sociali e sull’organizzazione della

16 M. Andrejevic, K. Gates, “Big Data Surveillance. Introduction”, in Surveillance & Society 12,

No. 2, 2014: 185-196.

17 R. Rogers, Digital Methods, The MIT Press, Cambridge, MA 2013.

18 B. Latour et al., Enquête sur les modes d’existence: uneanthropologie des modernes,

La Decouverte, Paris 2012.

19 N. Marres, Digital Sociology, Polity Press, Cambridge 2017, p. 106-115.

65


vita delle persone. Sebbene ancora oggi più di un essere umano su due non possieda

un cellulare, è significativo osservare che il numero di dispositivi connessi è pari

a 23 miliardi: più di tre volte la popolazione mondiale. Questa connessione, ogni giorno,

produce un numero di oggetti socialmente rilevanti maggiore di quanto non ne

producano tutte le fabbriche del mondo: una mole immane di atti, contatti, transazioni

e tracce codificati in 2.5 quintilioni (2.5 x 10 30 ) di bytes.

DAL LAVORO ALLA MOBILITAZIONE

Questo capitale, in apparenza, non ha bisogno del nostro lavoro, almeno in ciò che

– ormai in modo così vago – chiamiamo “Occidente”. Il World Economic Forum prevede

che nei prossimi anni si creeranno 2 milioni di posti di lavoro, ma che se ne perderanno

7 milioni. Ciò che fa riflettere è che a sparire non sono i lavori manuali, bensì

quelli burocratici. Non si svuoteranno le fabbriche (vuote da tempo e a volte riconvertite

in magazzini di Amazon), ma gli uffici, poiché il web si propone come forma di

mediazione universale che elimina l’intermediario della burocrazia e, tendenzialmente,

dello Stato.

Tuttavia, sebbene in apparenza il Capitale Documediale richieda pochissimo lavoro

(qualche tecnico, qualche magazziniere, un po’ di fattorini) in realtà mette al lavoro il

mondo intero, e senza retribuirlo. Se il capitale industriale consisteva nella forza

lavoro (retribuita) e nei mezzi di produzione (messi a disposizione dal capitalista) il

Capitale Documediale consiste nella mobilitazione (non retribuita) e nei mezzi di

registrazione (comprati dai mobilitati). Quello che il capitalista documediale mette di

suo sono i mezzi di interpretazione, che costituiscono realmente gli strumenti di un

capitale cognitivo che però (diversamente da quanto credono i teorici del capitalismo

cognitivo) non consiste in alcun modo in una conoscenza diffusa ma, proprio al contrario,

trae vantaggio dalla conoscenza centralizzata e riservata di una mobilitazione

diffusa.

Il nuovo lavoro richiesto dal web, tuttavia, non è automatizzato – come sono stati

automatizzate da tempo molte funzioni (computer invece che operai di massa,

segretarie, impiegati d’ordine, postini, centralinisti, tipografi, cassieri, giornalisti) – ma

trasferito altrove: nella vita degli utenti. L’utente utilizza i propri apparecchi e nel farlo

produce dati e con ciò una quantità enorme di lavoro non riconosciuto né concettualizzato

che propongo di chiamare mobilitazione: il lavoro che tutti noi compiamo

quando, pensando di usare privatamente il nostro tempo, surroghiamo le funzioni di

banche, giornali o agenzie di viaggi. Ma il lavoro non scompare: cambia e si trasferisce

altrove, ovvero nella vita degli utenti, divenendo mobilitazione.

Ecco il grande mistero della nostra epoca. Mentre pensiamo di vivere la nostra vita

extralavorativa, di soddisfare i nostri bisogni, di inseguire i nostri desideri e di esprimere

le nostre idee, surroghiamo le funzioni di banche, giornali, pubblicità e agenzie

di viaggi. Soprattutto, stiamo riempiendo archivi sconosciuti con dossier dettagliatissimi

sui nostri gusti e i nostri guai, sulle nostre abitudini e sugli strappi alla regola che

ci rendono imprevedibili per chi non li conosce (cioè anche per noi stessi), sulla

nostra salute e sulle nostre inclinazioni politiche e sessuali. Non un secondo di que-

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sto tempo, ovviamente, è retribuito (da quando in qua si pagano le persone per il

solo fatto di vivere?) eppure produce una ricchezza molto superiore a quella dei

soldi, perché si limita a dare informazioni su quanto possiamo spendere, ma su quello

che siamo e quello che vogliamo, su quello che il denaro non solo non può comprare,

ma neppure è in grado di rappresentare dettagliatamente.

La mobilitazione non è una nuova versione dell’alienazione tecnologica, tema su cui

sono stati scritti milioni di pagine con l’unico risultato di incrementare la deforestazione

e dunque la produzione e vendita di motoseghe. Piuttosto che una alienazione, questa

mobilitazione ha generato una rivelazione. D’accordo con il principio secondo cui la tecnologia,

ben lungi dal deformare una ipotetica essenza dell’uomo, la manifesta, visto

che l’umano non è tale se non dispone di supplementi tecnologici, la trasformazione in

corso è stata una rivelazione dell’essenza. Questa essenza si è rivelata strettamente

dipendente dai mezzi di registrazione: il Capitale accumula documenti, il Lavoro (e quella

forma più ampia di lavoro che è la Mobilitazione) li produce, la Conoscenza li interpreta.

Se le cose stanno in questi termini, non c’è ragione di stupirsi del fatto che l’enorme

incremento dei mezzi di registrazione prodotto dal web abbia determinato il gigantesco

cambiamento sociale che abbiamo sotto gli occhi.

IL PLUSVALORE DOCUMEDIALE

Quanto siamo consapevoli di questo cambiamento? Ancora nel 2013 Piketty 20 riconosceva

nello sviluppo del capitale finanziario il destino del capitale nel XXI secolo,

in base all’assunto secondo cui il denaro farebbe guadagnare più di qualunque altra

merce e la finanza sia uno spazio di libero gioco della immaginazione umana 21 , una

sfera di pura costruzione che esalta il carattere presuntamente iper-dinamico e fluido

del mondo sociale. Questa idea trascura tuttavia la circostanza per cui i dati, ora,

possono far guadagnare molto più del denaro, costituendosi come una super-moneta

iper-informativa. Abbiamo una registrazione generalizzata che dà vita a una docusfera

nella quale le registrazioni fanno saltare tutte le distinzioni tradizionali e le attività

caratterizzanti tanto nel capitale, quanto nel lavoro, quanto nella conoscenza.

Più niente è come prima, ed è questo cambiamento che si tratta di intercettare e

comprendere. Ma per capire la portata della trasformazione, conviene considerare

che la forza sviluppata dal web non è che il potenziamento di una forza antichissima,

immanente alla registrazione, di cui possiamo trovare le testimonianze all’origine dell’ominizzazione.

I documenti, che sono la base per la costruzione della realtà sociale (non c’è società

senza memorie, archivi, denaro) vengono ora prodotti, grazie alle nuove tecnologie

– che si caratterizzano per una forza di archiviazione, molto più che di comunicazione,

senza precedenti – in forma il più delle volte automatica; la loro produzione costituisce

l’attività prevalente, volontaria e involontaria, della umanità attuale (una economia

di servizi è definita da documenti: persino il viaggio diviene “pacchetto di viaggio”);

sta inoltre alla base di quelle attività paralavorative e non lavorative, ma che

producono profitto, che hanno luogo sui social network; attraverso processi come la

creazione del bitcoin si impossessano di prerogative tradizionalmente appartenenti

20 T. Piketty, Capital in the Twenty-First Century (2013), Belknap, Cambridge (MA)-London 2014.

21 J. R. Searle, Creare il mondo sociale: la struttura della civiltà umana (2010), Raffaello

Cortina, Milano 2010.

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agli stati; più in generale, il web si candida con successo a diventare una forma di

intermediazione universale, alternativa e competitiva rispetto all’industria tradizionale

e alle modalità classiche di incontro fra produzione, lavoro e impresa. Questa intermediazione

universale e distribuita non può essere descritta come un individuo o uno

spazio: è un processo più che una cosa, è un documentare più che un archiviare.

L’esplosione della registrazione fa saltare tutte le distinzioni tradizionali e le caratterizzazioni

produttive. Come i computer possono tendenzialmente fare tutto, tecnicamente,

così la registrazione permette la conversione di tutto in tutto: le merci diventano

documenti, i documenti merci e le attività caratteristiche vengono meno: paghi

le multe in tabaccheria, Amazon diventa una banca, Google una biblioteca e una

agenzia di viaggi, iWatch un centro diagnostico…Questo è dunque il nuovo capitale

con cui dobbiamo fare i conti, non con gli spettri di banksters di altri tempi. Qual è il

mercato prevalente di Amazon? L’esplosione della registrazione fa saltare la nozione

di attività prevalente nel capitale, nel lavoro e nella conoscenza, e questo venir meno

della prevalenza deriva dallo stesso motivo per cui il computer è una macchina universale,

che può sostituire tutte le altre macchine, rappresentando l’essenza della

tecnologia come registrazione. Se ha portato a compimento l’essenza, il Capitale

non ha più bisogno di realizzazioni specifiche, ma può saltare ogni forma di intermediazione

determinata e ogni forma di attività prevalente per proporsi come l’intermediazione

universale.

Nel momento in cui ogni cosa, dal battito cardiaco alle pratiche religiose, può effettivamente

diventare documento, perché ogni atto può essere registrato, si scopre

che quelli che sono prodotti dalle nostre interazioni sul web non sono solo big data,

ma rich data 22 . Le grandi multinazionali che controllano i server destinati alla raccolta

dei rich data dispongono quindi di un capitale più dettagliato di quello monetario,

capace di feed-back, autocorrezione e continuo potenziamento. Questi dati, in altre

parole, non parlano solo di se stessi (spesso millantando), come avviene nel capitale

finanziario, ma raccontano (se raccolti e interpretati a dovere) la vita di miliardi di persone

(coloro che li hanno prodotti) con una estensione quantitativa che può trasformarsi

in una precisione qualitativa che si spinge a conoscere gli individui meglio e

più di quanto si conoscano essi stessi. Se dunque il capitale industriale produceva

merci per il tramite di macchine e forza lavoro, e se il capitale finanziario produceva

moneta attraverso moneta (o quantomeno si augurava di farlo), il Capitale

Documediale produce moneta attraverso i dati che ognuno di noi genera sul web.

Quel che è più importante è però che questi dati non sono costruiti, ma emergono in

seguito alla nostra attività sul web. Google non può stampare dati come la Banca

d’America può stampare dollari; a meno che voglia produrre fake data, può soltanto

raccoglierli registrando la nostra mobilitazione, che è perciò la ricchezza di GAFAM.

Questa cruciale differenza tra quello che diamo alle piattaforme (informazioni abbondanti,

dettagliate, veritiere) e quello che ne riceviamo (informazioni selezionate,

generiche, e magari fake) spesso non è neppure percepita, ma è potentissima: produce

quello che chiamo “plusvalore documediale”, una grande asimmetria che va

riconosciuta, così come va riconosciuto (e retribuito dalle piattaforme) il lavoro che

22 Mayer-Schönberger, T. Ramge, Reinventare il capitalismo nell’era dei big data (2018), Egea,

Milano 2018.

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eroghiamo sul web. A questa ricchezza capitalizzata dalle piattaforme noi non abbiamo

accesso e dobbiamo accontentarci di Wikipedia e delle previsioni del tempo.

Questa differenza è carica di conseguenze. Sul piano del capitale, proprio perché i

dati non sono trasparenti e pubblici, è necessario, filosoficamente e politicamente,

riconoscere il Plusvalore Documediale. In secondo luogo e correlativamente, sul

piano del lavoro, si tratta di far emergere il Pluslavoro Documediale, la produzione di

ricchezza attraverso una mobilitazione che non è neppure riconosciuta come lavoro,

e che invece va remunerata, ridistribuendo gli utili del Capitale Documediale e dando

una risposta onesta e intelligente allo scontento cavalcato dal populismo.

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QUALCHE NOTA SUL PRESENTE E SUL

FUTURO DEL GIURIDICO AD USO DEL-

L’ANTICA PROFESSIONE DEI NOTAI

Il Professore

Ugo Mattei

La Professoressa

Alessandra Quarta

Ugo Mattei 1

(Professore di Diritto Internazionale e Comparato Hastings College of the Law Università della California)

e

Alessandra Quarta 1

(Professoressa di Diritto Civile Università degli Studi di Torino)

LA GRANDE DIPENDENZA

Negli ultimi anni, grosso modo a partire dalla seconda decade del ventunesimo secolo,

la maggioranza dell’umanità è caduta in uno stato di tossicodipendenza collettiva:

3.8 miliardi di persone sono costantemente online e non possono più fare a meno di

esserlo. Questa maggioranza dell’umanità accende il cellulare entro quindici minuti

dal suo risveglio al mattino e trascorre in media otto ore al giorno fissando lo schermo

di un dispositivo smart collegato a internet. La dipendenza si manifesta in sintomi

che ciascuno di noi ha sperimentato su se stesso. Quando siamo all’estero e il collegamento

in roaming costa tantissimo ci sentiamo, almeno inizialmente, molto a

disagio nel non poter controllare liberamente WhatsApp, Twitter, Facebook o la posta

elettronica. Spesso afferriamo automaticamente il cellulare prima di renderci conto di

averlo prudentemente lasciato in modalità aerea. La crisi di astinenza è gravissima

se abbiamo dimenticato il cellulare prima di un viaggio e rischiamo volentieri di perdere

il treno pur di recuperarlo. Del resto un viaggio d’affari senza gli indirizzi e i

numeri di telefono delle persone con cui dobbiamo incontrarci diventerebbe inutile

perché giunti a destinazione forse nemmeno saremmo in grado di ricordarci l’albergo

in cui dobbiamo alloggiare.

È studiato: il nostro cervello non memorizza dati che sa di poter agevolmente ritrovare

e nel nostro cellulare c’è tutto a portata di mano per cui chi mai si ricorderà a

memoria l’indirizzo del collega da visitare o il nome dell’osteria dove abbiamo appuntamento?

Come ogni altra esperienza umana anche la tossicodipendenza è una

relazione sociale con perdenti e vincitori. La c.d. low battery sindrome, ansia da

telefonino quasi scarico (altra esperienza che tutti noi abbiamo provato) consente a

Uber, che ne è al corrente a causa dei segnali che gli arrivano dal nostro cellulare,

di proporci una corsa ad un prezzo personalizzato più alto che noi accetteremo per

paura di non riuscire più a chiamare un taxi in seguito (visto che le cabine telefoniche

sono praticamente scomparse). Le conseguenze politiche di questi piccoli sintomi

(che dobbiamo prima di tutto riconoscere in noi stessi) sono ben più serie della piccola

perdita di denaro che ci viene inflitta dal c.d. discriminatory pricing, praticato

ormai da ogni corporation (lo abbiamo sperimentato tutti anche acquistando online i

biglietti aerei) e teorizzato come efficiente dai soliti micro-economista delle principali

università Statunitensi. La nostra dipendenza prende infatti la fattezza del multitasking,

ossia del fare più cose contemporaneamente (seguire una lezione universitaria,

controllare la mail e i social, acquistare un biglietto aereo, controllare lo stato di

un date su Tinder o partecipare a un’asta di eBay) cosa di cui chiunque abbia non

70

1 Questo scritto si fonda in gran parte sul nostro volume Punto di svolta. Ecologia, tecnologia

e diritto privato. Dal capitale ai beni comuni, Tr. It. Aboca 2018.


dico esperienza di didattica ma anche solo di rapporto quotidiano coi figli adolescenti,

si potrà agevolmente rendere conto. Il multitasking comporta l’impossibilità di

restare a lungo concentrati, di fare davvero attenzione e di pensare profondamente

cosa che personalmente avevo intuito anni fa essendo fra i primi a attirarmi le ire

degli studenti americani vietando l’uso dei computer portatili e dei cellulari in classe.

Non prestare attenzione significa non vedere quanto succede intorno a noi e subire,

senza abbozzare alcuna resistenza costruttiva, il fatto che i nostri spacciatori di

screen culture (cultura dello schermo, altro modo di chiamare il debordiano spettacolo

nella sua forma attuale) siano riusciti a trasformarci in massa in docili consumatori

dello status quo incapaci o disinteressati a capirne i processi politici. Né si creda

che questo stato di dipendenza sia riservato alla generazione dei nativi digitali. Tutti

noi prestiamo meno attenzione politica di quanto sarebbe necessario in questa fase

drammatica del cammino dell’umanità; ognuno di noi è costantemente interrotto da

stimoli elettronici che ci distraggono e che ci illudono di essere in relazione con altri,

presenti non a uno ma a più dibattiti. In realtà, la screen culture ci imprigiona in una

gigantesca camera dell’eco, una filter bubble creata ad arte per noi dai nostri spacciatori

(divenuti infinitamente ricchi) attraverso il sapiente uso di algoritmi e big data.

Questa bolla funziona come una vera e propria ruota per criceti. Ruota che ovviamente

ci viene “regalata” e con cui non si baloccano affatto soltanto gli adolescenti

ma anche, cosa ben più preoccupante, la maggioranza dei leader politici mondiali, a

loro volte tecno-dipendenti e come ogni tossico in uno stato di diniego della propria

condizione.

Questo poche riflessioni non hanno l’ambizione di raccontare nulla che già non sia

abbondantemente documentato in una letteratura non estesissima ma piuttosto

esauriente che si interroga sullo status quo tecnologico. Quello che qui faremo, ad

uso di una professione che storicamente ha svolto una funzione di protezione di soggetti

illetterati, è mettere in connessione questa evoluzione tecnologica capace di

modificare l’antropologia politica contemporanea, con alcuni sviluppi tecnico-giuridici

che l’hanno accompagnata, determinata e che a loro volta da questa sono stati

determinati. È una riflessione su una fase storica, quella attraversata da un adulto

della mia generazione, che ha portato l’umanità a passare da un mondo privo di

computer (il primo computer grande come una stanza fu l’ENIAC del 1946) ad uno

in cui la computazione è ovunque ed in cui, come dicevo in apertura 3.8 miliardi di

persone sono in stato di dipendenza da internet ed in cui la grande maggioranza

degli occidentali si informano soltanto tramite questo mezzo così come presentato

loro dagli spacciatori.

Il Notaio, nella sua quotidianità incontra persone che vivono oggi in questo contesto.

Come cent’anni fa egli doveva proteggere l’analfabeta nei confronti della controparte

più sofisticata, così oggi egli ha di fronte masse di analfabeti informatici, insipienti dei

linguaggi e dei processi che ne determinano i comportamenti. Egli stesso deve

attrezzarsi per comprendere queste dinamiche se vorrà ancora esistere (insieme alla

stessa idea di diritto) da qui a cent’anni.

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72

NEOLIBERALISMO: UN NUOVO CULTO DELLA PROPRIETÀ PRIVATA.

La mentalità estrattiva della modernità sviluppò la visione del singolo proprietario

considerato una “parte”, visione legittimata dalla teoria che lo riteneva individuo titolare

di un diritto soggettivo assoluto che gli consentiva di agire liberamente ed egoisticamente,

senza prendersi affatto cura degli interessi del “tutto”. Nell’ambito di questo

schema, furono stabilite le regole predefinite del moderno diritto della proprietà.

Quando nelle fasi iniziali dell’industrializzazione e conseguente urbanizzazione tale

ideologia vittimizzò eccessivamente il proletariato (i non proprietari), emersero movimenti

rivoluzionari dei lavoratori, coronati da successo in Unione Sovietica e in altri

paesi tra cui la Cina, che in un certo senso domarono il capitalismo e imposero lo

sviluppo di uno stato amministrativo assistenziale. Il processo raggiunse l’apice negli

Anni Settanta del Novecento, che segnarono l’apogeo della limitazione dei diritti di

proprietà del capitale nell’interesse dei non abbienti (i lavoratori e forse anche l’ambiente).

Verso la fine di quel decennio, si verificò un sovvertimento nello scenario

geo-politico mondiale, mentre negli ultimi dieci anni del ventesimo secolo, una trasformazione

tecnologica di primaria importanza (Internet) acuì ulteriormente l’equilibrio

(o lo squilibrio) tra capitale e lavoro, in passato all’origine delle riforme sociali

introdotte nei regolamenti che sostenevano lo sviluppo capitalistico. L’infrastruttura

giuridica fondamentale sulla quale questa nuova trasformazione esercitò il maggior

impatto fu il diritto privato; si trattò di un cambiamento che, se osservato nell’ottica

del diritto di proprietà nella nuova frontiera globale che il capitalismo aprì a se stesso,

rappresentò un “secondo movimento delle recinzioni (enclosures)”.

La fine degli Anni Settanta del ventesimo secolo rappresentò un importante punto di

svolta nella storia economica e sociale mondiale. Nel 1978 in Cina, l’accesso al potere

di Deng Xiaoping, con le sue coraggiose riforme volte all’accumulazione di capitale

e la sua apertura ai leader occidentali, isolò soprattutto l’Unione Sovietica dallo

scenario politico mondiale, proprio alcuni mesi prima dell’inizio della disastrosa guerra

da essa condotta per un decennio in Afghanistan. Nel maggio 1979, Margaret

Thatcher divenne primo ministro del Regno Unito, mentre l’anno successivo Ronald

Reagan fu eletto presidente degli Stati Uniti. Entrambi si impegnarono a favore di

una ripresa delle economie nei rispettivi paesi da attuarsi attraverso una politica economica

reazionaria, nota in seguito sotto il nome di neoliberismo. Esso sfruttò l’occasione

offerta dal cambiamento a livello mondiale nell’equilibrio di poteri tra capitalismo

e socialismo per distruggere il compromesso dello stato sociale, celebrando la

libertà imprenditoriale, i liberi mercati e il libero commercio, che dovevano essere

tutti pienamente garantiti al fine di assicurare il benessere individuale. I governi,

secondo questa teoria, dovevano esclusivamente limitarsi a tutelare la proprietà privata,

interpretata ancora una volta al di fuori di ogni funzione sociale, come diritto

soggettivo illimitato (garante di tutti gli altri diritti) di estrazione e accumulo. Questo

tipo di proprietà privata (delle persone fisiche e delle società) rappresenta la condizione

fondamentale per lo sviluppo del mercato. L’idea di uno stato minimo (visione

elaborata filosoficamente dal pensatore di Harvard Robert Nozick) e parole chiave

nella politica programmatica, quali deregolamentazione, riduzione, esternalizzazione,

liberalizzazione e privatizzazione divennero rapidamente gli elementi salienti del

cosiddetto Consenso di Washington. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, sotto l’in-


fluenza di istituzioni finanziarie internazionali come la Banca Mondiale e il Fondo

Monetario Internazionale, il neoliberismo, che comportò anche massicci trasferimenti

di risorse al settore militare, raggiunse a livello mondiale lo status di “fine della storia”.

Friedrich von Hayek (1899-1992) e Milton Friedman (1912-2006) furono i due

più influenti teorici neoliberisti e soprattutto cercarono di rafforzare il rapporto tra

libertà e proprietà privata, considerate prerequisiti del libero mercato.

Quest’insieme di dottrine politiche ed economiche fu sviluppato negli anni immediatamente

successivi alla Seconda Guerra Mondiale da un consesso informale di economisti

di destra, la Mont Pelerin Society. Il neoliberismo iniziò come reazione alla

politica economica keynesiana che, all’indomani della Grande Depressione degli

Anni Trenta del secolo scorso, era divenuta la corrente di pensiero dominante nel

mediare il succitato compromesso tra capitale e lavoro. Durante il periodo keynesiano,

l’intervento del governo sul mercato era molto esteso e interessava nuovi settori,

dall’industria mineraria, alla chimica, al sistema creditizio, portando all’emergere di

numerose imprese pubbliche. Il blocco capitalista ricercò l’obiettivo di una crescita

economica coerente con un tentativo di compromesso tra mercato e democrazia,

fatto che si rivelò impossibile al di fuori dell’equilibrio mondiale bipolare. Di conseguenza,

gli ultimi anni del ventesimo secolo sono stati caratterizzati da una tendenza

diversa, in cui il settore pubblico – stato e autorità locali – si è progressivamente

indebolito a favore di grandi società private (principalmente multinazionali), che si

sono arricchite in seguito alle privatizzazioni, concentrando enormi capitali nella proprietà

privata e acquisendo un potere politico molto significativo.

La conseguente cattura del sistema politico ha trasformato il neoliberismo in un progetto

fatto proprio da maggioranza ed opposizione, accolto da Clinton, Blair e praticamente

da ogni rappresentante politico in carica negli Stati Uniti e in Gran

Bretagna. Il neoliberismo è divenuto un vero regime del sapere, dominando la cultura

nei media e nelle scienze sociali. La sua logica e le sue dinamiche hanno raggiunto

settori tradizionalmente al di fuori della logica del libero scambio (basti pensare al

mercato dei diritti di inquinamento ai sensi del Protocollo di Kyoto), mostrando così

come l’“oggetto” dei diritti di proprietà può essere artificialmente creato, se solo i giuristi

sono della partita. L’analisi economica del diritto era pronta per assolvere a questa

funzione, sviluppando i sofisticati strumenti del diritto e l’ideologia giuridica dell’efficienza

necessari per subordinare ogni interesse alla logica di mercato e alle sue

modalità di ragionamento. Ciò significa, nel diritto di proprietà, che le “cose” possono

essere considerate soltanto in funzione del loro valore di scambio. Tutto può avere

un prezzo fin tanto che la tecnologia permette l’esclusione: l’acqua, l’aria, il cibo, la

cultura, il genoma umano, le sementi e le orbite spaziali. sono state soggette a questa

logica. Le recinzioni delle terre descritte da Karl Polanyi nella Grande trasformazione

sono oggi rese possibili dalla tecnologia per moltissime cose, mentre per i giuristi

non è difficile cavalcare questa tendenza economica. Basta tornare alla visione

della proprietà quale diritto soggettivo, che precedette il generoso tentativo di elaborare

la funzione sociale del diritto di proprietà. Si rivela però molto più difficile creare

e imporre idee giuridiche che resistano a questa nuova e devastante ondata di estrazione

e sfruttamento.

In tale scenario, l’aspetto della funzione sociale è molto debole (lo stesso diritto si

rivela impotente a proteggere i perdenti nei processi sociali) e non può rappresentare

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una forma forte di tutela per i non proprietari o per i beni comuni sfruttati nel mondo.

In effetti, anche laddove sia presente in un testo costituzionale, non basta a garantire

parità di accesso alla proprietà in un contesto in cui l’esclusione e la disuguaglianza

sono legittimate da corti composte da giudici neoliberali. Val la pena osservare che

nelle più recenti definizioni legislative dei diritti di proprietà a livello europeo, questa

disposizione non è nemmeno contemplata all’Articolo 1 del Protocollo n.1 allegato

alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), né all’Articolo 17 della Carta

dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. La giurisprudenza europea ricorre a

questa esclusione testuale per colpire le legislazioni degli stati membri ancora ispirate

dalla funzione sociale della proprietà, a favore di visioni vieppiù ispirate al diciannovesimo

secolo, dove la proprietà è considerata un diritto fondamentale dello sviluppo

estrattivo.

CITTADINO, CONSUMATORE, MERCE

La comprensione generale delle grandi linee evolutive del diritto civile si rivela cruciale

per qualsiasi operatore giuridico nell’attuale fase di nuova e drammatica trasformazione

tecnologica, ritenuta da molti della stessa portata di quella descritta da

Polanyi e verificatasi agli albori dell’era moderna. Ci riferiamo alla “rivoluzione” di

internet, metamorfosi tecnologica, iniziata grosso modo alla fine della Guerra

Fredda, che ha aperto una nuova frontiera culturale ed economica. Chiaramente, la

portata e la velocità della comunicazione ormai possibili, il grado di concentrazione

di potere e la possibilità di danni di qualità ed entità inimmaginabili hanno ripercussioni

sul diritto privato.

L’ipotesi da noi avanzata altrove suggerisce che la modernità – anziché fornire una

più ampia gamma di strumenti giuridici per affrontare contatti sociali – progressivamente

abbia invece ridotto la varietà qualitativa dei rimedi sociali. Il diritto ha svolto

un ruolo piuttosto importante in questa evoluzione, in quanto ha sostituito la vecchia

struttura di prevenzione ex ante, esistente sia sotto forma di controllo dell’individuo

da parte della collettività, sia sotto forma di tipologie impermeabili di protezione del

diritto di proprietà (compresa l’autotutela), tipiche della struttura del diritto antico, con

la responsabilità ex post.

Da un punto di vista giuridico, la modernità può essere quindi descritta quale era di

liberazione degli istinti estrattivi (a volte denominati individualismo possessivo), attraverso

i quali l’essere umano assume effettivamente il controllo fisico della natura. Il

diritto, anzi, ha fornito gli incentivi per sviluppare la natura. La proprietà individuale

delle terre e la trasformazione di quest’unica porzione di Terra in capitale, determinò

le condizioni dello “sviluppo”, processo incrementale di estrazione tramite il quale in

brevissimo tempo è stato raggiunto l’Antropocene. Lo sviluppo, termine con connotazioni

suggestive anche oggi, era considerato ragionevole per sé, mentre il diritto

civile si trovava lì, bell’e pronto, per esentare da ogni responsabilità coloro che, in

tale processo trasformativo producessero danni. Naturalmente, dato l’antropocentrismo

strutturale, gli unici danni considerati legalmente rilevanti (o addirittura concepibili)

erano quelli che colpivano gli altri esseri umani, non tutti, ma soltanto coloro che

avessero la possibilità formale e sostanziale di rivendicare in tribunale la violazione

di propri diritti individuali.

Lo status di individuo libero, potenzialmente legittimato a far valere i propri diritti,

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divenne vieppiù la base della cittadinanza, condizione giuridica che formalizzava il

nesso tra proprietà e rappresentanza politica: soltanto i cittadini potevano esercitare

i diritti civili e politici. La stessa resistenza contro un governo oppressivo – ancora un

obbligo collettivo delle magistrature inferiori tra gli eruditi giuristi Ugonotti (i protestanti

francesi) del diciassettesimo secolo – divenne un diritto individuale

nell’Illuminismo. Questa interpretazione di cittadinanza, sebbene diffusamente salutata

quale progresso verso l’emancipazione dell’umanità (essa portò in ultima analisi

al suffragio universale e all’accesso alla giustizia per tutti) implicava anche che erano

dimenticati tutti gli altri: divenivano pertanto invisibili i non cittadini, le creature non

umane e gli individui non ancor nati, soggetti che invece, nelle nozioni premoderne

di comunità erano stati considerati legalmente rilevanti. Lo sviluppo avveniva (come

tuttora accade) a loro spese. Infatti, una volta spostato l’equilibrio tra individuo e

comunità nella direzione che conferisce piena libertà al primo, sembrano legittimi

soltanto i controlli ex post, nel senso che ogni singolo titolare di diritti può fare ciò che

meglio gli aggrada. Solamente se ex post risulta che la sua libertà abbia leso quella

di un analogo titolare di diritti, il danneggiante dovrà risarcire i danni ed essere (forse)

inibito dallo svolgere quell’azione. La libertà individuale viene celebrata quale prerequisito

della creatività individuale, la quale a sua volta viene osannata quale condizione

preliminare del progresso, che, insieme allo sviluppo è decantato come valore

per sé. Senza dubbio, il progresso tecnologico fu reso possibile da tale apparato

ideologico e giuridico.

Al progresso tecnologico seguì la produzione di massa e in brevissimo tempo si

crearono così le condizioni favorevoli all’Antropocene. Nel 2015, la stima (in costante

crescita) del numero di automobili in circolazione nel mondo era di un miliardo e

mezzo, mentre cifre altrettanto impressionanti valgono per altri simboli della modernità:

frigoriferi, lavastoviglie, televisori e personal computer. Il progresso tecnologico,

unito alle condizioni di produzione di massa (il cosiddetto fordismo) determinarono

importanti trasformazioni nel diritto. Nella sfera del diritto privato, la responsabilità

civile è stata l’ambito più esposto al terremoto tecnologico, viste le sue profonde relazioni

con il processo di produzione e la trasformazione industriale. La modernità ci

ha resi una società di amanti del rischio, mentre il diritto civile sembrava essere il

campo più idoneo a gestire questo fenomeno in cui rischi inimmaginabili soltanto

alcuni decenni fa, divengono perfettamente normali e di conseguenza ragionevoli.

Basti pensare alla velocità e potenza sempre maggiori delle auto, rispetto ai veicoli

precedenti, oppure all’esistenza dei droni o di altri dispositivi di intelligenza artificiale

introdotti sul mercato con atti di libertà imprenditoriale incontrollata.

Un aspetto strutturalmente problematico del diritto civile, se analizzato in una prospettiva

sistemica (e dalla parte delle vittime dello sviluppo estrattivo) è dato dalla già

discussa sua natura individualistica. Situato dai giuristi moderni nell’ambito della giustizia

commutativa, con un chiaro disconoscimento dell’elemento distributivo, il diritto

civile, per la maggior parte della sua storia moderna, è rimasto distante dalle questioni

più generali di organizzazione sociale e di politica generale. Ovviamente la

definizione dei criteri giuridici (per esempio colpa, responsabilità oggettiva, responsabilità

per fatto altrui) validi per imporre la responsabilità è una finzione e riflette una

valutazione politica, in base alla quale le società decidono quali tipologie di danno

siano risarcibili. Soltanto recentemente sono riemerse questioni di politica generale

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76

legate al diritto civile, quando quest’ultimo è stato oggetto (soprattutto negli Stati

Uniti) di un approfondito dibattito accademico impostato sull’efficienza microeconomica

e la ripartizione dei rischi. L’esito finale del confronto tra posizioni favorevoli alla

colpa e sostenitori della responsabilità oggettiva è stato assai poco promettente per

i rappresentanti di interessi tradizionalmente non tutelati (l’ambiente e le generazioni

future), dato che la discussione si è improntata sul principio dell’efficienza economica,

concetto altamente estrattivo (e simile nella sua natura a quelli di sviluppo e progresso).

Come prevedibile, sono state avanzate proposte di “riforma della responsabilità

civile” volte a garantire la compatibilità della legislazione in materia con i requisiti

dell’estrazione capitalistica e soprattutto per opporsi alle conquiste ottenute dai

movimenti sociali attraverso l’attivismo, il contenzioso, il lobbismo e la partecipazione

politica.

Non si rivela semplice il tentativo di riassumere la lunga e complessa storia della

sensibilizzazione della cittadinanza dinanzi alle condotte illecite delle grandi imprese

alle frontiere dello sviluppo capitalistico. Il movimento denominato dei cittadini-consumatori

iniziò negli Stati Uniti all’indomani della Grande Depressione con una serie

di scioperi e boicottaggi attuati da varie comunità politicamente marginalizzate al fine

di trasformare il loro potere di acquisto in capitale politico. Sono degni di nota i boicottaggi

da parte delle donne afro-americane di Harlem contro le aziende che discriminavano

i lavoratori di colore o in opposizione alle prassi inique ad opera dell’industria

del confezionamento delle carni, che vendevano il loro prodotto a prezzi proibitivi.

Questa sorta di “ginnastica democratica”, frutto della natura collettiva delle proteste,

fu forse all’origine della straordinaria capacità dimostrata dalla comunità dei

neri nel promuovere i diritti civili attraverso occupazioni, boicottaggi e altri atti di resistenza

negli Anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Sicuramente, essa creò

le condizioni favorevoli al successo dei movimenti dei consumatori guidati dall’avvocato

attivista Ralph Nader (in seguito candidato alla presidenza degli Stati Uniti)

durante tutti gli Anni Sessanta. È questo il punto di partenza della responsabilità civile

sul prodotto, reazione alla produzione di massa deregolamentata. Il movimento

dei cittadini-consumatori ottenne un successo straordinario negli Stati Uniti attraverso

l’organizzazione collettiva e partecipò efficacemente all’elaborazione del diritto

civile quale strumento cui potessero ricorrere in gruppo le vittime danneggiate.

Certo, ciò fu reso possibile grazie ad alcuni aspetti specifici del sistema istituzionale

statunitense (per esempio le azioni collettive risarcitorie, class actions, i danni punitivi,

punitive damages, ed efficaci strumenti istruttori a disposizione delle parti), ma

la fattispecie civilistica sostanziale è stata effettivamente ampliata dai suoi utenti politicizzati,

mentre molta giurisprudenza in materia è stata la risposta a reali domande

sociali.

Se sostenuto da un esercizio attivistico di “cittadinanza”, il diritto civile potrebbe

dar adito ad una certa emancipazione dal capitalismo fuori controllo; tuttavia, non

appena si allenta la pressione dal basso, esso viene facilmente domato e cooptato.

Le garanzie di piena soddisfazione del consumatore, introdotte dalla grande distribuzione

mostrano la straordinaria capacità mimetica delle istituzioni capitalistiche, che

non soltanto hanno potuto trarre vantaggi organizzativi da tali trasformazioni favorevoli

ai consumatori, ma hanno anche depoliticizzato e placato il cittadino-consumatore.

Con l’avvento del neoliberalismo, il cittadino è stato trasformato in consumatore


passivo, pronto per essere sfruttato nella successiva trasformazione tecnologica.

Per esempio, tort reform (riforma della responsabilità extracontrattuale) è divenuto il

nome dato negli Stati Uniti a una serie di strategie volte ad alienare il cittadino dal

diritto civile di modo che lo strumentario giuridico attivabile dal privato non divenga

mai più pericoloso per il capitale organizzato. Tra le riforme più efficaci, vi sono state

l’introduzione di un massimale sui danni punitivi, restrizioni sulla class certification

(certificazione della classe, prerequisito per la class action), i vari obblighi di mediazione,

la riduzione effettiva e sistematica del ruolo degli avvocati della parte civile

(soprannominati azzeccagarbugli) e l’esclusione o la riduzione dei processi con giuria

attraverso svariate tecniche, e ciò nonostante la garanzia costituzionale offerta

dalla giuria.

Oggi il consumatore è passivo, ammansito ed ha a disposizione strumenti giuridici

inefficaci. Inoltre, avendo perso capacità di organizzarsi politicamente (il numero di

associati alle organizzazioni dei consumatori è precipitato ovunque nel mondo capitalistico),

si trova impossibilitato a resistere all’attuale metamorfosi che lo rende una

merce. Quest’ultima trasformazione, da cittadino, a consumatore a merce è stata

consentita dai mutamenti sociali, di incredibile portata, provocati da Internet. Sin dai

suoi inizi, ma soprattutto dalla fase 2.0, la rete ha trasformato le nostre modalità interattive.

Gli smartphone, i social media, Internet delle cose e innumerevoli altre applicazioni

hanno praticamente abolito ogni necessità di contatto tra attori del mercato

e individui. Gli utenti dello smart internet costantemente e disinteressatamente lavorano

per il capitale, effettuando essi stessi una serie di attività precedentemente

svolte da altri (si pensi agli agenti di viaggio, ai commessi delle librerie, al personale

delle segreterie universitarie, ai contabili, ai cassieri, ai traduttori e a molte altre professioni

che presto faranno parte della “vecchia economia” ...persino forse i notai che

molti considerano sostituibili attraverso la blockchain.

Non vi è ambito in cui la trasformazione da consumatore a merce sia più visibile che

in quello dei cosiddetti big data. Il valore di mercato sbalorditivo di aziende quali

Amazon, Google o Facebook e la derivante quantità scandalosa di ricchezza accumulata

dai loro proprietari e amministratori delegati è spiegabile unicamente quale

risultato economico di tale trasformazione. I consumatori di aggeggi high-tech, molto

spesso dipendenti e certo ammansiti, solitari (quasi autistici) e pienamente soddisfatti

fruiscono “gratuitamente” di svariati servizi, quali la comunicazione sui social

media e di conseguenza operano costantemente verso la mercificazione della loro

vita personale, in quanto gratuitamente regalano idee, emozioni, creatività e socialità

a piattaforme digitali di proprietà di grandi multinazionali, definite dal filosofo informatico

Jaron Lanier “server sirene”. Le aziende che ricevono tali contributi individualizzati

gratuiti debbono semplicemente ricombinarli quale aggregato e immetterli sul

mercato, dove enti pubblici e privati sono interessati a conoscerli. Quando qualcosa

è gratis, è perché voi siete la merce!

Si tratta di una trasformazione socio-politica di grande attualità e in fortissima crescita.

Il libero sviluppo e l’introduzione sul mercato della tecnologia intelligente e dei

dispositivi di intelligenza artificiale stanno profondamente modificando le relazioni

sociali di base nelle società avanzate. Per esempio, è forse la prima volta nella storia

dell’umanità che le generazioni più anziane debbono imparare da quelle più giovani,

per le quali la tecnologia è praticamente innata. Ne deriva che i vecchi hanno pochis-

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simo da insegnare ai giovani in termini di conoscenze preziose socialmente, dato

che l’unico sapere che pare importante oggi è quello tecnologico. Inoltre, mentre

Internet 2.0 presumibilmente agevola la comunicazione politica (ed è quindi di ausilio

alle pratiche democratiche), la verità storica è che i movimenti sociali non hanno

beneficiato durevolmente dell’accresciuta possibilità di comunicazione dovuta agli

smartphone e ai social media. In realtà, l’illusione di essere politicamente attivi twittando

è di per sé un concetto problematico, suscettibile di produrre maggiore apatia

politica. Inoltre, in ragione del passaggio a Internet 2.0, alcuni enti privati controllano

dati che generano un fortissimo potere politico ed elevatissimo potenziale di controllo.

Un’ulteriore mutazione fondamentale indotta dalla tecnologia è visibile in alcuni

dei pilastri dell’organizzazione giuridica moderna, e cioè nel rapporto tra pubblico e

privato. Certamente la trasformazione da cittadino, a consumatore a merce presenta

una sfida senza precedenti agli istituti del diritto, sempre più manifestamente incapaci

di domare le decisioni estrattive, di breve termine e potenzialmente devastanti

assunte da enti privati fuori controllo. L’entità dei disastri potenziali supera la nostra

immaginazione, dato che buona parte delle nostre vite è determinata da dinamiche

on line che seguono un’evoluzione tecnologica svolgentesi al di fuori da ogni vigilanza

politica.

In questo triste scenario, si situano le difficoltà degli stati nel determinare criteri giuridici

per il risarcimento dei danni provocati negli spazi virtuali e dai dispositivi tecnologici.

Il miglior esempio del primo punto riguarda la responsabilità del fornitore della

rete: negli Stati Uniti e in Europa, esso non è responsabile dei contenuti ospitati e

prodotti dagli utenti. Agli inizi dell’era di Internet, tale schermo posto dal diritto era il

simbolo della libertà della rete; oggi, però, questa posizione viene criticata per via

della violenza di molti contenuti e del ruolo delle piattaforme digitali nell’economia

immateriale. Il secondo punto è emblematico del primato dell’economia sul regno del

diritto: le piattaforme possono realizzare profitti assumendosi pochi rischi legati agli

investimenti e non internalizzano i costi della produzione perché sono immateriali! Il

diritto civile oggi – in ragione della natura immateriale del capitalismo cognitivo – non

è più in grado di adattarsi alle trasformazioni industriali. Tale difficoltà è realmente

problematica, se prendiamo in considerazione le trasformazioni rivoluzionarie prodotte

dalla tecnologia nella nostra vita. Le automobili senza conducente, la robotizzazione

del lavoro e le stampanti tridimensionali rappresentano soltanto tre esempi

di casi in cui risulta praticamente impossibile risolvere nuovi problemi con i vecchi

strumenti. Essi necessitano innanzitutto di una definizione politica, al fine di comprendere

se la miglior soluzione consista nell’ampliamento della sfera della responsabilità

del produttore, oppure nell’ideazione di un nuovo quadro per il diritto in materia

di responsabilità civile, che affronti anche i problemi etici causati dalla tecnologia.

Il proseguire pedissequamente utilizzando strumenti modellati su schemi individualistici

antichi (in primis la privacy) rende il diritto civile straordinariamente inefficace ed

i suoi operatori sempre più agevolmente marginalizzabili.

ALLA FRONTIERA DELL’ECONOMIA DI PIATTAFORMA.

Oggi, la frontiera digitale genera una nuova trasformazione dell’impresa. Aziende

quali Google, Facebook, Twitter, colonizzano in qualità di monopolisti la frontiera di

Internet, fornendo nuovi servizi e creando comunità virtuali. Nell’era neoliberale, l’e-

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gemonia giuridica americana ci ha insegnato a descrivere un’azienda come un

nesso di contratti. Questo cambiamento paradigmatico rispetto alla visione istituzionale

sviluppata in Europa a partire dall’inizio del ventesimo secolo, porta ad un’ancor

più forte deresponsabilizzazione dell’impresa nei confronti dei portatori di interesse,

quali i lavoratori. Infatti, la maggior parte del valore dei giganti nel campo delle tecnologie

dell’informazione e della comunicazione è estratta dagli utenti, mentre la

maggioranza dei lavoratori non mantiene una relazione stabile con l’azienda. Inoltre,

i monopolisti di internet creano un nuovo insieme di regole che disciplinino la vita virtuale

degli utenti: rispetto ad un semplice contratto di servizi, i termini e le condizioni

divengono più incomprensibili e meno concreti, mentre è previsto un sistema autonomo

per la composizione delle controversie, gestito da autorità e meccanismi privati.

Non vi è spazio per la regolamentazione pubblica e in questo quadro le strutture

giuridiche tradizionali dimostrano la loro profonda debolezza.

Contemporaneamente, viene ridotto il rischio di impresa. Per esempio, aziende quali

Uber possono realizzare enormi affari con investimenti comparativamente molto

ridotti, scaricando i costi del servizio sugli autisti che lo forniscono. In tal modo, il

lavoro viene interamente mercificato grazie a una applicazione falsamente presentata

come figlia della logica della produzione tra pari. Nella maggior parte dei casi, le

aziende che investono nell’economia di piattaforma, fanno propria l’idea di condivisione

(proprio come è accaduto con l’economia verde), trasformandola in una nuova

frontiera dello sfruttamento.

Se osserviamo Deliveroo, piattaforma basata in Gran Bretagna, con una vastissima

presenza internazionale, possiamo comprendere questo paradosso. Il ciclista è un

lavoratore precario, che usa la propria bicicletta per la consegna dei pasti; riceve sul

suo smartphone le ordinazioni dall’azienda; nella maggior parte dei casi non ha alcuna

copertura assicurativa. In questo modo, si esternalizza sul lavoratore una porzione

significativa dei costi e rischi legati alla produzione, senza alcuna responsabilità

per l’azienda. Il fenomeno è generalmente descritto come uberificazione del lavoro,

neologismo che sta ad indicare la frontiera digitale della precarietà del lavoro.

Aziende quali la Uber rifiutano di considerare i taxisti loro dipendenti, mentre le autorità

pubbliche preferiscono rendere illegale il servizio, piuttosto che introdurre obblighi

e responsabilità per grandi società di questo tipo. I tribunali sono stati investiti

della vertenza e fino ad ora nelle decisioni in giudizio ci si è pronunciati a favore

dell’idea che gli autisti fossero dipendenti di Uber: tre decisioni diverse – due negli

Stati Uniti e una espressa dal Tribunale del Lavoro di Londra 130 — rappresentano le

uniche frontiere di resistenza del diritto contro questa strategia di sfruttamento.

Nell’Unione Europea, va segnalata la pronunzia della Corte di Giustizia nella causa

C-434/15 Asociación Profesional Elite Taxi contro Uber Systems Spain SL che ha

ritenuto il servizio della piattaforma digitale rientrante nel settore dei trasporti.

Nell’aprile 2018, poi, nella causa C-320/16, Uber France SAS, la Corte ha stabilito

che gli Stati membri possono proibire e anche punire penalmente l’esercizio illegale

di attività trasporto senza dover preventivamente informare la Commissione. La decisione

più attesa, però, è quella che potrebbe pronunciarsi sullo status dei drivers di

Uber, considerandoli dei lavoratori subordinati della piattaforma e limitando, così, le

ipotesi di sfruttamento. Dinanzi ad istituzioni politiche facilmente controllabili, tali

decisioni si riveleranno cruciali nel definire il ruolo di aziende di questo genere sul

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mercato unico europeo. Una decisione della Corte Europea di Giustizia conforme

agli esempi statunitense e britannico, e quindi che andasse nella direzione di riconoscere

la subordinazione dei drivers, potrebbe trasformare le frontiere dell’economia

di piattaforma e determinarne il futuro sviluppo, cambiare l’organizzazione di Uber ed

accrescerne la responsabilità nei confronti dei portatori di interesse, un primo passo,

forse, nella giusta direzione. Tuttavia, il vero rischio che permane è che i nuovi sovrani

onnipotenti sempre più sfoderino tecnologie al posto dei giuristi al fine di evitare

del tutto l’impatto del diritto sulla loro attività.

L’economia di condivisione, o collaborativa, rappresenta lo sviluppo più recente dei

mercati digitali: gli individui possono scambiare o condividere i beni sottoutilizzati,

godendo delle loro capacità in eccesso. Parallelamente, tali beni svolgono un ruolo

fondamentale per la prestazione di servizi: Uber rappresenta il miglior esempio in

questo campo, sebbene sia caratterizzato da molte contraddizioni.

L’economia di condivisione si basa sull’idea che ciascuno possa produrre qualcosa

e assumere un ruolo attivo nel sistema: in questo mercato, tutti gli individui coinvolti

sono considerati pari, diremmo uguali tra loro, in ragione del loro potenziale produttivo

identico. Per questo motivo, i ruoli classici di professionisti e consumatori non

sono idonei a descrivere e disciplinare il nuovo mercato, meglio rappresentato dal

cosiddetto prosumatore, figura ibrida che può assumere il doppio ruolo di produttore

professionista e consumatore. Tali relazioni sono abilitate dalle piattaforme digitali,

che rappresentano gli spazi virtuali per lo scambio e la condivisione di beni e servizi

e sono disciplinate da autorità private, che organizzano tecnologicamente l’interazione

dei prosumatori. Solitamente, grandi aziende gestiscono le piattaforme, fatto che

dimostra l’importanza di tale trasformazione tecnologica ai fini dell’estrazione capitalistica.

Possiamo notare immediatamente che questa descrizione di base supera il

tradizionale squilibrio nel potere di acquisto, rappresentato da un problema di informazione

asimmetrica: nelle relazioni di condivisione, tipo quelle tra guidatore e passeggero

in BlaBla Car, infatti, le parti sono pari e non siamo quindi in grado di identificare

un soggetto più forte e uno più debole che necessiti di tutela giuridica.

Questa forma di “uguaglianza produttiva” poggia sulla struttura, molto enfatizzata, di

rete aperta costituita da internet. Secondo i suoi entusiastici fautori, internet consente

di effettuare transazioni mondiali e di far funzionare il sistema reputazionale. Il

modello dell’economia di condivisione, infatti, si basa su meccanismi di fiducia, dato

che due estranei possono usare qualcosa in comune soltanto se si fidano l’uno dell’altro.

Internet rappresenta un archivio mondiale di informazioni (occasionalmente,

come si sa, false), consultabili dal prosumatore prima che si vincoli.

L’abbondanza attuale di dati e informazioni spiega la trasformazione più recente del

capitalismo. In effetti, stiamo vivendo una fase di transizione dal capitalismo industriale

a quello dell’informazione. Le aziende investono in informazioni e dati, trasformandoli

in una nuova forma di ricchezza. L’interpretazione dominante del fenomeno

suggerisce che l’abbondanza di informazioni andrà a vantaggio di tutta la popolazione,

perché da un lato permetterà di ridurre i costi di produzione, indirizzandosi verso

una società a costo marginale zero. Dall’altro, l’accesso alle informazioni dovrebbe

rendere consumatori e utenti più consapevoli rispetto al passato.

Quest’ultimo punto è di interesse per il diritto contrattuale, in cui gli unici limiti accettabili

alla libertà sono giustificati in quanto protezione della parte debole che si trova


in situazione di svantaggio a causa degli squilibri nell’informazione. La disuguaglianza

si riduce quindi all’informazione asimmetrica: colmando tale lacuna, è possibile

eliminare il sistema di protezione elaborato dal diritto contrattuale nell’ambito della

sua impostazione formale relativa all’idea di giustizia (che si fonde con l’efficienza).

Nell’economia di piattaforma, ipotizziamo che le parti siano in grado di risolvere autonomamente

l’asimmetria problematica con il ricorso alle banche dati reputazionali e

a internet. Se non è più possibile identificare differenze tra di esse, non occorrono

allora più strumenti di giustizia distributiva per garantire l’equilibrio. Secondo la dottrina

dell’economia di piattaforma, infatti, l’avvento dei prosumatori, insieme alla possibilità

di raccogliere informazioni attraverso la rete, rende inutile ogni regolamentazione

pubblica della concorrenza, nonché l’introduzione di speciali obblighi di protezione.

In questo nuovo mercato, quindi, l’unico modo di evitare i contratti ingiusti consiste

in un’ulteriore individualizzazione. La parte debole può essere identificata soltanto:

a) dalla possibilità che ha in concreto di raccogliere informazioni; b) dalle sue

condizioni economiche reali; e c) dalla possibilità che divenga un venditore professionista.

Quando però, da un lato dell’accordo l’attività è permanente e riguarda un

gran numero di beni, come per esempio nel caso del proprietario di molteplici appartamenti

locati tramite Airbnb, è improbabile che si tratti ancora di un rapporto tra pari.

Questo soggetto, infatti, non sarà paragonabile allo studente squattrinato che inserisce

la sua camera nella stessa piattaforma i fine settimana, ma dovrà essere considerato

più vicino a un professionista. L’unico modo – che tuttavia per definizione

rende il diritto insostenibile a causa della mancanza di generalizzazione e astrazione

– consiste nel verificare la situazione concreta delle parti, per controllare se sia presente

uno squilibrio socio-economico tale da influire sul contenuto del contratto. Al

contempo, la probabilità di un’azione in giudizio è piuttosto ridotta, in ragione del

prezzo generalmente basso corrisposto per le transazioni nell’economia di condivisione:

per questo motivo, fino a questa fase dello sviluppo, il ruolo del giudiziario è

piuttosto limitato (opportunità di intervento ex ante per i notai?).

L’unica strategia giuridica da noi adottabile oggi consiste nel difendere il diritto dei

consumatori e la giustizia distributiva nei casi in cui sorgano dubbi circa la loro applicazione.

In tal senso, il rapporto tra piattaforma e prosumatori è un accordo tradizionale

da azienda a consumatori (Business to Consumer, B2C), nel quale i prosumatori

costituiscono la parte debole del contratto (che solitamente include termini e condizioni

relative all’accesso e all’uso della piattaforma). Questo chiarimento non è

considerato acquisito, come lo dimostra il notevole dibattito sulla regolamentazione

dell’economia di condivisione: qualsiasi certezza consente di orientare il legislatore

nella definizione del quadro giuridico di un settore in grande trasformazione, ma

indubbiamente possiamo iniziare applicando la normativa già esistente, quale il

diritto dei consumatori.

GLI SMART CONTRACT

Il capitalismo dell’informazione e la nuova economia improntata sui dati si basano su

nuove infrastrutture digitali da essi sviluppate. Uno degli esempi migliori è la tecnologia

blockchain, che ha reso possibile il funzionamento di criptovalute alternative,

quali Bitcoin o Ethereum. Essa permette di avere sistemi decentrati di pagamento e,

contemporaneamente di archiviare e trasferire automaticamente i dati, offrendo così

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una soluzione alternativa in molti settori, in cui solitamente tali operazioni necessitano

di un intermediario. Oggi sono in corso parecchie sperimentazioni volte a utilizzare

blockchain per la gestione di grandi quantità di dati pubblici, o nell’ambito del censimento

delle proprietà immobiliari, eliminando così il catasto e i notai, grazie alla

creazione di un catasto basato su blockchain, al di fuori di ogni interazione umana.

Con blockchain è anche possibile determinare accordi (contratti?) conclusi, attuati e

resi esecutivi da parte di un computer, mediante l’applicazione di un algoritmo e la

conservazione dei dati in un archivio su di esso basato.

L’ascesa di questa tecnologia rappresenta una sfida importante al diritto contrattuale

tradizionale. Infatti, sebbene l’automazione non sia una novità in ambito giuridico,

blockchain permette una trasformazione inattesa con gli smart contracts. Sono

accordi automatici generati, attuati e resi esecutivi da un computer o da una macchina:

se li confrontiamo con i contratti che possiamo stipulare con un distributore automatico

a moneta, scopriamo che esiste una differenza fondamentale. Le macchine

tradizionali hanno infatti bisogno dell’interazione umana: l’utente inserisce la moneta,

sceglie l’articolo che desidera acquistare e in seguito la macchina accetta la moneta

ed eroga il prodotto. L’automazione caratterizza soltanto l’attività di una delle parti

nell’accordo. Gli smart contract, invece, sono interamente automatizzati grazie alla

tecnologia blockchain e non è necessaria partecipazione umana. Nell’ottica del diritto

contrattuale, la nuova sfida consiste nel fatto che l’intero iter del contratto è generato

ed eseguito da una macchina. La prestazione di entrambe le parti è automatizzata,

mentre anche la loro volontà (in notevole misura) è sostituita dalla macchina.

Possiamo spiegare il fenomeno mediante un esempio. Un gruppo di agricoltori decide

di creare un fondo di risorse quale assicurazione contro le calamità naturali e

desidera gestirlo tramite uno smart contract. Anziché consultare un avvocato, si reca

da un codificatore e acquista un algoritmo informatico in grado di eseguire automaticamente

il contratto. La macchina, verificando le condizioni meteorologiche e in

generale raccogliendo dati via internet e incrociandoli con le informazioni inserite

nello smart contract, può prevedere il disastro naturale. Così, quando questo ha

luogo, può automaticamente distribuire le risorse del fondo tra gli agricoltori. Questo

esempio ci permette di capire come il fattore umano sia eliminato dall’accordo e possiamo

notare anche altri elementi interessanti. Innanzitutto, l’evoluzione del diritto

contrattuale sia stata caratterizzata dalla ricerca di un quadro condiviso, tale da rendere

le promesse umane vincolanti. L’ordinamento giuridico, l’idea di consenso e in

generale tutte le disposizioni che regolamentano tale ambito, rappresentano l’infrastruttura

comune per la costruzione della reciproca fiducia tra le parti.

Relativamente agli smart contract, la tecnologia e l’algoritmo raggiungono questo

obiettivo e proprio per questo motivo molti giuristi discutono oggi la vera natura di

questi accordi. Sono contratti? La risposta affermativa alla domanda significa che

dobbiamo riconoscere un cambiamento paradigmatico fondamentale nel diritto contrattuale

tradizionale. L’esecuzione dei contratti, infatti, è garantita da condizioni particolari

che li legano a un fatto speciale (potremmo dire una condizione tradizionale).

Queste sono redatte secondo il linguaggio e la sintassi dei computer, per cui vi è

un’importante separazione tra la volontà delle parti e la sua espressione, assegnata

a una macchina e a un codice speciale. La conseguenza è grave: il testo non è comprensibile

ad una persona umana e non vi è quindi alcun margine interpretativo.


Al contempo, non si può prendere in considerazione un cambiamento di circostanze

(che può influire sull’accordo originario), né è concepibile una violazione: lo smart

contract è “un pacta sunt servanda in forma assoluta”. Tali caratteristiche strutturali

del pensiero e del funzionamento delle macchine inducono molti giuristi a rifiutare l’idea

che gli smart contract siano contratti in senso tradizionale; secondo loro, la tecnologia

sottesa, rappresenta un’alternativa all’intero sistema giuridico. Come dice

Laurence Lessig, il codice è diritto e quindi la tecnologia è una regola che disciplina

il comportamento degli utenti secondo la propria logica. In un certo senso, questo

è un fenomeno di portata più generale. Se permetto a una tecnologia di decidere

per me e in tal modo perdo la capacità di controllarne il funzionamento, sono completamente

governato da essa, anziché il contrario: non sono più io ad adoperarla.

Si pensi all’uso di Google Maps che ha reso la maggior parte delle persone, soprattutto

i “nativi digitali” incapaci di usare le cartine stradali tradizionali che, nel giro di

pochi anni spariranno, proprio come accaduto alle cabine telefoniche in seguito

all’avvento dei telefoni cellulari. Google decide allora il mio percorso e mi farà raggiungere

il punto B partendo dal punto A in maniera tale che io passi accanto a ristoranti,

negozi o servizi disposti a pagare questa ricerca molto proattiva di clientela.

Sarà l’algoritmo di collegamento di Google con i suoi clienti che stabilirà il mio cammino,

non naturalmente nel mio interesse, ma alla luce del mio valore come cliente,

la merce reale nel capitalismo cognitivo. La sostituzione del fattore umano nell’esecuzione

del contratto determinerà anche la sostituzione progressiva della volontà e

discrezionalità umane.

Ecco perché gli smart contract segnalano pericolosamente la morte del contratto per

riprendere la famosa espressione di Grant Gilmore, o, meglio forse, la loro mutazione

evoluzionistica in una nuova specie (magari al servizio della nuova forma di

merce umana). Grazie a uno strumento tecnologico, gli smart contract realizzano

semplicemente il mito della neutralità, sostituendo le idee generali di equità, giustizia

e protezione della parte più debole con l’efficienza quale massimizzazione della ricchezza

(del capitale). Certezza, efficacia e prevedibilità sono valori più o meno ideologici

introdotti nell’equazione che esclude semplicemente la capacità umana di decidere.

Nel diritto contrattuale intelligente, l’ideologia meccanicistica raggiunge l’apice

attraverso il calcolo informatico. A causa di questa relazione pericolosa tra ideologia

capitalistica promossa dall’efficienza, individualizzazione e disponibilità generale ad

accettare la nostra trasformazione in merci e tecnologia codificata nell’interesse delle

grandi aziende che investono in intelligenza artificiale, gli smart contract sferrano un

ulteriore attacco, forse definitivo, alla sopravvivenza della giustizia contrattuale. Il

profilo auto-esecutorio non lascia alcun margine a valutazioni condotte nei termini

della giustizia, nozione per definizione relazionale e altamente soggettiva e di conseguenza

bisognosa di un’interpretazione umana empatica. L’efficienza è garantita

da un uso incontestabile della matematica attraverso programmi di calcolo e algoritmi

che applicano la propria logica di estrazione indotta dal capitalismo.

Ovviamente, come in qualsiasi ambito alla frontiera dello sviluppo umano, non esistono

promesse o rischi derivanti dalla tecnologia arrivati a un punto tale in cui non

possano essere più sovvertiti o impiegati in un progetto contro-egemonico. Gli smart

contract sono programmati nel modo odierno perché il diritto contrattuale è evoluto

progressivamente verso l’efficienza economica e altri valori favorevoli al capitalismo.

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In contesto neoliberale, la critica di questa evoluzione è stata molto debole. Gli smart

contract oggi non possono andare a sostituire i contratti tradizionali in tutti i mercati;

però, come già avvenuto nella storia, ciò che avviene nella frontiera finisce per conquistare

la terra madre.

CONTROEGEMONIA E NUOVE FRONTIERE DEL DIRITTO DI PROPRIETÀ?

Il diritto di proprietà rappresenta ancora una volta il cuore profondo del diritto moderno:

ne pervade la struttura, è trasversale a tutte le sue categorie. In un sistema capitalistico

la funzione stessa della legge consiste nel garantirlo, tutelarlo e limitarlo.

Oggi, un secolo dopo la Rivoluzione russa e l’inizio dell’esperimento sovietico, sembra

inconcepibile per i giuristi immaginare un ordinamento giuridico senza diritto di

proprietà, confermando, paradossalmente, e ottant’anni dopo la sua tragica esecuzione,

la verità della visione di Evgeny Pashukanis (1891-1937). Secondo il più stimato

giurista socialista del ventesimo secolo, la moderna professione del diritto è

inestricabilmente connessa con la società mercantile borghese, poiché emerge

come inevitabile ossatura dello scambio economico (e dello sfruttamento). In una

società socialista, in seguito all’abbandono della sovranità statale e alla costituzione

di un ordine economico socialista, il diritto sarà inesorabilmente destinato al declino

e in ultima analisi all’estinzione. L’antagonista storico di Pashukanis, Andrey

Vyshinsky (1883-1954) argomentava che il diritto socialista, pur liberandosi del mercato

ed attuando un’economia pianificata, nonostante il suo stretto legame con un

inevitabile stato sovrano, se paragonato al diritto borghese, doveva essere considerato

progresso e non decadenza. Pashukanis cadde in disgrazia nel momento in cui

Stalin ritenne necessario rinunciare all’ambizione internazionalista della rivoluzione

socialista, nel tentativo di consolidarla all’interno delle frontiere sovrane sovietiche.

All’epoca, il dibattito non fu necessariamente accademico, come lo testimonia il suo

tragico esito. Oggi, l’urgenza e la necessità di una rivoluzione ecologica del diritto,

rendono nuovamente attuale e di importanza cruciale la ripresa della discussione.

Giuristi professionisti (in primis i notai) possono allora interpretare il diritto di proprietà,

nucleo centrale del diritto capitalista e in notevole misura prodotto dello stato

centrale, in una maniera compatibile con i bisogni di sopravvivenza della civiltà

umana sulla terra, in un sistema di diritto privato ecologico conciliabile con la proprietà

privata?

La letteratura sui beni comuni, che recentemente ha riaperto questo fondamentale

dibattito, ha affrontato la questione seguendo due impostazioni principali. Da un lato,

e soprattutto negli Stati Uniti, ha sviluppato teorie che interpretano i beni comuni

come una forma diversa di proprietà collettiva, meglio adatta a gestire alcune tipologie

di risorse (le cosiddette risorse comuni) rispetto alla proprietà privata o al potere

normativo (pubblico) del governo. Secondo tale concezione, il diritto dei beni comuni

scaturisce dal basso ed evita la famosa “tragedia”, anche se occupa soltanto uno

spazio relativamente ristretto. L’altra impostazione vede nei beni comuni una struttura

politica, economica e istituzionale incompatibile con il capitalismo, in quanto esistente

al didella dicotomia tra privato e pubblico e quindi necessariamente disgregativa

dell’attuale ordine giuridico nel suo processo costituente. La nostra posizione

considera, vista la situazione odierna, la necessità di adottare una visione fautrice di

trasformazioni radicali, ma compatibile, almeno da un punto di vista tattico, con la

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struttura corrente dell’ordinamento giuridico. In altre parole, suggeriamo un’interpretazione

contro-egemonica del diritto di proprietà esistente, una riflessione che lo colleghi

intrinsecamente e sistematicamente ai bisogni di riproduzione dei beni comuni

anziché alla produzione di capitale. Se nella prima modernità la proprietà assoluta

ed esclusiva si sviluppò quale potente incentivo all’accumulo di capitale, estraendo

e trasformando le risorse comuni e altre forme di cooperazione sociale, la teoria della

proprietà (e in generale del diritto civile) che riteniamo la professione notarile debba

contribuire a forgiare a pena di non celebrare un prossimo centenario, è volta a rendere

nuovamente il capitale (valore di scambio) bene comune (valore d’uso). Se gli

interpreti professionisti (avvocati, giudici e notai) dovessero condividere una visione

più eco-alfabetizzata (e critica) della realtà, parteciperebbero come classe allo sviluppo

di un corpus del diritto civile generativo e non estrattivo. Pur senza sbarazzarsi

della proprietà privata, l’interpretazione contro-egemonica la opporrebbe agli eccessi

dell’accumulo capitalistico, così letali per la sopravvivenza dell’umanità. Per esempio,

il diritto della proprietà generativa distinguerebbe chiaramente la proprietà intesa

come tutela del valore d’uso e degli interessi della vita privata dalla proprietà ossatura

giuridica dell’accumulazione infinita derivante dalla produzione economica e dal

valore di scambio. Svelerebbe l’ideologia insita nella strategia capitalistica,

che sfrutta il desiderio generalizzato di ciascun individuo di vedersi garantita la sfera

privata e la sicurezza del possesso dei beni di base per organizzare invece il consenso

politico necessario a proteggere l’accumulo di valore da parte delle società

multinazionali, gli investimenti internazionali e l’estrazione di risorse considerate

“proprietà”.

Tutela della proprietà non significa necessariamente difesa di un ordine sociale che

tolleri le disuguaglianze generate dall’accumulazione eccessiva. Possiamo avere un

sistema di proprietà ben ordinato, anche senza proteggere l’iniqua parte di risorse

accumulate dai Bezos, Buffet, Zuckerberg e Gates in seguito all’estrazione di valore

sociale ed ecologico. Un’interpretazione contro-egemonica, quindi, si rivela cruciale

per avvalersi del diritto di proprietà quale limite all’estrazione e all’accumulo capitalistici.

È paradossale che, quando la sovranità viene dirottata da interessi privati costituiti,

soltanto i diritti di proprietà sono in grado di resistere a ulteriori privatizzazioni:

una fondazione o un trust creati nell’interesse delle generazioni future costituiscono

uno strumento di protezione istituzionale di un parco molto più efficace del suo essere

pubblica proprietà. Inoltre, quando, come oggi, la proprietà intellettuale è fortemente

concentrata nelle mani delle multinazionali, soltanto la piena tutela del valore

d’uso di un dispositivo intelligente tramite il vecchio e fuori moda diritto di proprietà,

può offrire al suo proprietario la possibilità di contrastare legalmente gli abusi da

parte di tali società. Anche in questo caso, ci troviamo dinanzi a un uso contro-egemonico,

reso necessario dal ritmo e dalla forza travolgenti delle trasformazioni tecnologiche

che avvengono sotto il controllo delle multinazionali. Infine, interpretazioni

eco-alfabetizzate si rivelano di importanza cruciale per difendere il patrimonio culturale,

il territorio e le bellezze naturali dagli eccessi di uno sviluppo insostenibile.

Difficilmente si possono ottenere le medesime tutele con la regolamentazione pubblica,

perché è prigioniera del sistema.

Negli anni che ci separano dalla rivoluzione scientifica, dalla nascita della modernità

e dalla Rivoluzione Industriale, è emersa una nozione di proprietà vista come zona

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di autonomia dell’individuo su un oggetto, protetta dalla legge. Celebrata quale

libertà del proprietario, è stata descritta nel tempo in termini più o meno enfatici

(famosissima, nel mondo anglofono, la definizione di potere “unico e despotico” di

Sir Wiliam Blackstone, precedentemente citata) e limitata in maggiore o minor misura

a favore di altri soggetti, dalla nota metafora del “fascio di prerogative” all’idea più

radicale della Costituzione di Weimar, in cui si dava risalto agli obblighi del proprietario,

quale corrispettivo del suo potere. Nonostante questo ricchissimo dibattito tra

giuristi della tradizione occidentale, nel loro immaginario è talmente dominante la

nozione archetipica di proprietà privata quale potere di esclusione da ingerenze non

desiderate da parte di terzi e senza il consenso del proprietario, che solo recentemente

qualcuno ha potuto notare le trasformazioni radicali in atto nella fase corrente

dello sviluppo capitalistico, in cui tale zona di autonomia si sta progressivamente

riducendo, perturbando il mondo tradizionalmente tranquillo della teoria e della prassi

giuridica. In realtà, nell’era delle trasformazioni tecnologiche della portata dei big

data e del cosiddetto “Internet delle cose”, la proprietà privata in senso tradizionale

è praticamente morta. Il fatto di possedere un tablet o un telefono cellulare è del tutto

inutile se non ne accettiamo le condizioni d’uso fissate dall’azienda produttrice. Il

sistema tradizionale “decentrato” dei diritti di proprietà è quindi sostituito dal potere

decisionale sempre più centralizzato di grandi concentrazioni di entità capitalistiche,

che in remoto “decidono” sul dispositivo che hanno appena venduto in proprietà.

Anzi, si può già considerare in fieri, alla frontiera tecnologica sempre più importante

di internet, un’organizzazione sociale in cui al potere decisionale decentrato della

proprietà privata si sostituisce quello centralizzato di grandi aziende. E certamente,

la proprietà di un dispositivo intelligente, da un telefono cellulare a una TV dell’ultima

generazione a un frigorifero o una smart car, ha pochissimo in comune con la proprietà

tradizionale, vecchio stile. Il proprietario di un dispositivo di questo tipo connesso

a Internet, in effetti non ha né potere di esclusione né potere decisionale su

molti suoi usi. Infatti, quando per esempio accendiamo il nostro nuovo tablet e clicchiamo

un certo numero di volte su “accetto” (e non vi è alternativa se desideriamo

usarlo), conferiamo all’azienda venditrice, titolare dei diritti di proprietà intellettuale,

il potere di intervenire in remoto su di esso. Le case automobilistiche possono far

spegnere il motore della macchina, mentre stiamo guidando, se siamo morosi nel

pagamento della rata; le aziende produttrici di televisori intelligenti sono in grado di

decidere cosa possiamo o non possiamo guardare ed effettuare indagini sul nostro

uso del televisore, per venderne poi i risultati alle aziende di pubblicità che sanno

esattamente quali programmi guardiamo e a quale ora; la Apple può denunciarci se

cerchiamo di modificare abusivamente il nostro dispositivo, per renderlo compatibile

con altri che non vuole farci usare (è addirittura un reato); e non possiamo togliere

la batteria da un cellulare di nuova generazione senza romperlo, fatto che ci impedisce

allora di difenderci in ultima analisi da apparati di sorveglianza. Amazon non ci

lascia rivendere un libro in formato elettronico che abbiamo acquistato per leggerlo

sul Kindle, come invece faremmo con un libro normale in formato cartaceo. Tutte

queste pratiche sono protette dai tribunali mediante accordi di arbitrato, così appositamente

strutturati contro gli interessi del proprietario, che praticamente nessuno se

ne serve per risolvere le controversie. Ciò significa che alla nuova frontiera del capitalismo

non vi è zona di autonomia individuale tutelata legalmente riguardo ai beni


personali molto essenziali che possediamo; questo varrà anche per la proprietà

immobiliare, in ragione delle nuove tecniche dell’edilizia intelligente. Dov’è il potere

fondamentale di esclusione nei confronti delle multinazionali che ci vendono il dispositivo,

ma mantengono il controllo nei confronti dei loro licenziatari? Dov’è il potere

di modificare un oggetto secondo i nostri desideri? E quello di venderlo una volta che

non ci interessa più? Non sono più attributi essenziali della proprietà, ma dipendono

da quanto “accettiamo” di trasferire al venditore o al suo licenziatario, la prima volta

che facciamo funzionare il nostro dispositivo.

Queste trasformazioni fondamentali già in corso richiedono da parte nostra un ripensamento

fondamentale non solo della proprietà ma di tutte le istituzioni fondamentali

del diritto civile che da essa derivano. In effetti, il capitalismo può benissimo sopravvivere

senza la proprietà privata moderna, tradizionale, cosa che già accade nella

frontiera on line. Una volta comprese le trasformazioni dirompenti che si stanno verificando

molto velocemente, potremo effettivamente pensare ad alternative alla proprietà

privata nell’interesse delle persone (e degli ecosistemi viventi) e non del capitale

(e dell’ecosistema on line). Potrebbe forse aver un senso proteggere la proprietà

privata tradizionale da tali trasformazioni della struttura giuridica ad opera delle multinazionali,

di modo da poter sviluppare interpretazioni contro-egemoniche e generative

contro l’illegalità sfrenata del capitalismo e la legge del più forte.

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LA STORIA,

FONDAMENTO DEL FUTURO

Lauretta Casadei

(Consigliere della Cassa Nazionale del Notariato)

isogna conoscere il passato per capire il presente e orientare il

“B futuro” questa frase dello storico greco Tucidide riassume il filo

conduttore di tutte le iniziative che hanno caratterizzato la celebrazione

del Centenario della istituzione della Cassa del Notariato e che cercheremo

di descrivere cercando di riprodurre, più che i fatti, le emozioni.

Il primo incontro con il centenario è avvenuto a Roma il 18 gennaio

2019 nella cornice di Villa Miani, una delle più belle ville di Roma

con il convegno “Futuro, Diritti e Globalizzazione asimmetrica”.

In una delle sale è stata allestita una “Mostra fotografica/documentale”

Il Notaio Lauretta Casadei

Villa Miani, Roma

sulla storia della Cassa e del Notariato in generale con flash sulla società

civile, in modo da permettere a ciascun visitatore, prima di iniziare ad

ascoltare le importanti relazioni di “conoscere il passato” e partecipare

con una maggiore consapevolezza dell’importanza dell’evento.

Le tavole rotonde del convegno sono state totalmente incentrate

sul Futuro perché, in linea con quanto abbiamo già detto, la memoria

deve rappresentare anche l’inizio di una nuova storia, che utilizzi l’esperienza

per continuare ad evolversi e diventare futuro.

In particolare nella mattinata ciascun relatore ha esaminato, con diversa

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angolatura, il rapporto tra

futuro, diritti, tecnologia e

globalizzazione, definita

“asimmetrica” perché non sta

garantendo la democrazia che

aveva promesso, governata

ormai da poteri economici e

tecnologici concentrati in

poche mani. Spunti sul futuro

del diritto” e “dei diritti”,

quindi, in un mondo sempre

più globalizzato e in un

momento in cui la realtà presente

è superata con velocità

sempre maggiore a causa

dello sviluppo tecnologico ma

anche dalla mentalità che si

trasforma conseguentemente.

In questo panorama

una domanda è stata inevitabile:

i Notai in questo contesto

che ruolo svolgono e svolgeranno?

Nelle relazioni della tavola

rotonda del pomeriggio alcune

risposte e alcuni suggerimenti

di Notai per i Notai perché il

futuro e il cambiamento siano

governati e non subiti.

Ma le eccellenti relazioni,

tutte contenute nel presente

volume, non sarebbero riuscite

da sole a testimoniare la

parte celebrativa del convegno

e di questo intenso anno. Per

questo ogni evento è stato

riprodotto sul sito www.cassanotariato.it

a partire dal

video introduttivo, realizzato

sui temi della tecnologia e

globalizzazione, che suggerisce

quale risposta alla sfida

del futuro i valori da sempre

difesi dal Notariato.

Tante iniziative sono state organizzate per rendere il giusto tributo a

questo importante appuntamento e alcune sono ancora in corso. Abbiamo

La tavola rotonda del mattino

La tavola rotonda del pomeriggio

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Il video realizzato per il centenario

La mostra documentale e fotografica

del centenario

già accennato alla mostra documentale

e fotografica, riprodotta

nelle prime pagine del volume,

realizzata da una giovane Notaio

con grafica moderna, in modo da

consentire di avere una visione

d’insieme e di “passeggiare”

attraverso questi 100 anni osservandone

le “tappe fondamentali,

le sfide e i personaggi”. La mostra

ha rappresentato il punto finale

di tanti mesi di ricerca di documenti

rinvenuti soprattutto nei

verbali del Consiglio di

Amministrazione della Cassa, nei

libri editi in occasione di ricorrenze

importanti, come quelli per i

50 e 90 anni della Cassa e per i 50

anni del CNN. E’ stata inoltre

arricchita da documenti, foto e

ricordi personali condivisi da singoli

colleghi La ricerca non è stata

facile e forse andrebbe approfondita

e ampliata a vantaggio delle

generazioni future perché “La storia

ci insegna a capire le dinamiche

del presente, a relativizzarne le

problematiche e ad inserire i fatti

all’interno di un processo di evoluzione

continuo. Essa può essere la

migliore maestra, a patto che la

sua memoria sia sempre rinfrescata”.

E per rinfrescare questa

memoria siamo partiti dai padri

fondatori della Cassa, i Notai

Antonio Russo Ajello e

Giuseppe Micheli che attraverso

le righe della rivista “Il

Notaro” hanno dato avvio ai

dibattiti sulla previdenza e sulla

solidarietà professionale già dal

1913, sei anni prima che con il

Regio Decreto del 9/11/1919 n.

2239 venisse approvato il testo istitutivo della Cassa Nazionale del

Notariato, nata per assistere con un assegno integrativo i Notai titolari

di sedi disagiate ma che poi assumerà anche finalità pensionistiche con

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il decreto legge n.1324 del 27 maggio 1923. Tutte le notizie riportate sono

degne di nota ma particolare attenzione va prestata a quelle che riportano

la testimonianza del Notariato durante la seconda guerra mondiale

(1943), la nascita delle Riviste per eccellenza, Rivista del

Notariato e Vita Notarile (1947), l’istituzione del Consiglio

Nazionale del Notariato (1949) e delle prime scuole di Notariato, la

commemorazione dei primi 50 anni della Cassa con i vecchi ritagli dei

giornali e le foto delle personalità intervenute alla celebrazione, la

Privatizzazione nel 1993 con la legge n.573 di delega al Governo.

Una particolare attenzione è riservata alla presenza delle

donne, non numerose all’inizio ma presenti fin dal 1927. L’attuale

femminilizzazione parte da una coraggiosa prima donna Notaio, Elisa

Resignani, divenuta Notaio quando le donne non avevano ancora neanche

diritto al voto e prima di lei, dalla dottoressa Adele Pertici che ingaggiò

una lunga battaglia legale perché le donne fossero ammesse nel

Notariato.

Una mostra per “Conoscere il passato”, un regalo di esperienza per tutti.

E a proposito di regali non possiamo non segnalare il racconto inedito,

“Il mondo piccolo di un Notaio rurale” scritto dal Notaio Carlo Carosi

ultimo contributo nel presente Volume, nel quale viene descritta

attraverso la vita del

Notaio “Italo D.”e dei suoi

discendenti, la storia del

Notariato e dell’Italia in

questi 100 anni.

“Il regio Notaio Italo D. fu

Alvaro era nato e cresciuto in

un paese arroccato lungo una

strada statale, poco lontano

da un importante valico

dell’Appennino. Un paese

come tanti….” . Lo consigliamo

perché anche questo racconto

accompagna il lettore

lungo la storia di questi 100

anni con una minuziosa ricostruzione

storica calata nella

vita quotidiana familiare e

professionale di questo simpatico

Notaio.

Per il logo del centenario è

stato indetto un concorso che è stato vinto da una studentessa del liceo

artistico Felice Casorati di Novara: Alessia Albertin.

Ci è sembrato importante e utile coinvolgere i giovani di settori lontani

al Notariato per scoprire il loro punto di vista. Il risultato è stato soddisfacente

e nei lavori dei partecipanti abbiamo scoperto un inaspettato

Da sinistra i Notai Antonio Caputo,

Alessandro Corsi in rappresentanza del

Notaio Carlo Corsi, Alessandro de Donato

e Giulia Proietti

91


Da sinistra: il Preside del Liceo Artistico di

Novara “Felice Casorati”, Arch. Salvatore

Palvetti, la studentessa Alessia Albertin,

vincitrice del concorso per la realizzazione

di un bozzetto per annullo filatelico e

coniazione di una medaglia e il Presidente

della Cassa, Notaio Mario Mistretta

Il sondaggio SWG

interesse alla nostra professione

rappresentata spesso, nel logo

vincitore, con penna e calamaio,

simboli tradizionali di una professione

autorevole, resi attuali con

computer e reti. A riprova di

quanto detto la spiegazione del

logo vincitore recita: ”La lente di

ingrandimento sottolinea l’importanza

e la centralità della Cassa

Nazionale del Notariato”. Il logo

vincitore è stato riprodotto nella

medaglia coniata dalla Zecca

dello Stato e nell’annullo

postale effettuato il 18 gennaio

2019. Per il 9 novembre, inoltre,

è prevista una cerimonia per l’emissione

del francobollo per il

centenario, ulteriore importante

simbolo da noi voluto e concesso

dal MISE. In questa occasione

sarà consegnato a tutti i presenti

un Folder contenente il francobollo

e la Busta Primo Giorno. Al

convegno sono stati anche presentati

i risultati di un sondaggio

della SWG sulla Cassa con interessanti

riflessioni sul futuro

dell’Ente.

Ma oltre alle “testimonianze”

dei documenti e all’importanza

delle “cose” il valore di questi

100 anni è data dalle persone, dai

Notai che hanno reso grande

il Notariato. Per questo abbiamo

voluto dedicare una sezione del

convegno alla premiazione, consegnando

il presente Volume e la

Medaglia a quei Notai, o ai loro

eredi, con un significato simbolico

ben più alto del dono consegnato.

E così abbiamo invitato sul palco

gli eredi dei Notai Micheli e

Ajello, padri della Cassa, i Notai

“centenari”, le prime donne

Notaio elette in Consiglio

92


Nazionale e in Cassa, i più

giovani Notai d’Italia, i Notai

che hanno contribuito alla

preparazione del centenario, i

Presidenti del Consiglio

Nazionale del Notariato, i

Presidenti della Cassa

Nazionale dalla sua privatizzazione.

Una grande emozione vedere

sul palco tutti insieme questi

protagonisti della

nostra storia, rivivere con i

loro commenti l’emozione e la

responsabilità di aver condotto

il Notariato nel corso degli

anni, nei momenti di successo

e in quelli di crisi. Le foto di

questa premiazione ma

soprattutto le foto con tutti i

presidenti valgono più di ogni

commento, rappresentano la

nostra storia nelle persone

di coloro che hanno traghettato

il Notariato fino

ad oggi. E, con una attitudine

controcorrente in un

mondo che dimentica spesso

di farlo, questa mi sembra

l’occasione giusta per ringraziare

questi uomini e

donne che insieme hanno

dato al Notariato una grandissima

opportunità: quella di

essere ancora oggi tutori della

legalità.

.”La Cassa …...rappresenta la

sicurezza per i propri iscritti,

la certezza del loro futuro,

come ha dimostrato nei primi

cento anni della sua esistenza

osservando e dando corpo al

patto intergenerazionale fondamento

della nostra

Previdenza” (Notaio Prospero Mobilio) “un modello di Previdenza efficiente

e sostenibile, retto da un patto intergenerazionale che va mantenuto

Il Presidente Mistretta con i Presidenti del

CNN Lombardo, D’Errico, Mariconda,

Barone, Laurini e Piccoli

Franco Di Mare e il Presidente Mistretta

consegnano medaglia e volume ai

Presidenti Cassa Mobilio e Attaguile

93


Il Notaio Massimo Panvini Rosati nipote

del Notaio A. Russo Ajello

La figlia del Notaio centenario Giovanni

Del Gaudio

e rafforzato e che si distingue nel

panorama delle Casse professionali

per la qualità e la quantità

dei servizi che eroga ai suoi iscritti”

(Notaio Francesco Attaguile)

“La Cassa è la nostra memoria

storica, è l’eredità che ci è pervenuta

dalle generazioni dei Notai che

si sono succeduti per un secolo e i

Notai hanno il dovere non solo

istituzionale ma anche etico di

amministrarla con saggezza…”

(Notaio Paolo Pedrazzoli) “I cento

anni sono il luogo dove, al didi

ogni sapere tecnico, si sono unite

una moltitudine di capacità che si

sono fatte competenza profonda.

Sono la lungimiranza, il riconoscimento

del rischio e la sua mitigazione.

…..Sono una storia di

futuro, il nostro futuro” (Notaio

Mario Mistretta)

“La Cassa in questi cento anni è

stata amministrata con saggezza,

prudenza e lungimiranza; sono

state adottate tutte le misure volte

ad assicurare l’equilibrio tra

entrate contributive e spese per

prestazioni pensionistiche ed è

ottimamente patrimonializzata…

….. Il nostro passato deve rappresentare

la rampa di lancio da cui

partire per disegnare il nostro

futuro, per migliorare il nostro

sistema previdenziale rendendolo

più rispondente alle mutate esigenze

e aspettative dei Notai……

.”.(Notaio Francesco Giambattista

Nardone)

Ci è sembrato giusto concludere

con le parole degli ultimi cinque

Presidenti della Cassa, dalle quali

traspare la loro visione e il senso

profondo di responsabilità nell’amministrare

la Cassa. Mi piace

aggiungere il ricordo del momento

94


I Notai Maria Pantalone Balice, Flavia Pesce Mattioli e Matilde

Atlante le prime consigliere di Cassa e CNN

I giovani Notai Gabriele Scaglia e Greta Feroleto De Maria ricevono la

medaglia e il volume del centenario

I Notai Attaguile, Mobilio, Corsi, Buta, Mistretta, Montali, Simone, Nardone e il giornalista Franco Di Mare

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96

finale della celebrazione del 18 gennaio in cui tutti i componenti degli

ultimi due CDA presieduti da Mario Mistretta sono stati da lui chiamati

sul palco per ricevere il suo ringraziamento da estendere a tutti i

CDA di questi 100 anni e all’intero staff dei dipendenti, nella consapevolezza

che nessun Presidente avrebbe potuto ben amministrare né potrà

farlo nel futuro senza una squadra competente, efficiente e collaborativa.


L’ASSOCIAZIONISMO E LE RETI:

FUTURO DELLA PROFESSIONE

NOTARILE?

Paolo Broccoli

(Notaio in Colognola ai Colli - Verona)

Oggi il mondo notarile si trova a dover affrontare due sfide che viaggiano

su livelli diversi, una tattica che investe i temi della politica e una strategica

che dipende dalle scelte individuali, che potrebbero convergere in una

strategia comune, dei notai.

La prima sfida è quella della politica. E’ almeno un decennio che

l’ideologia liberista si è tradotta in una serie di scelte politiche che hanno

profondamente inciso sul mondo professionale, dall’abrogazione delle tariffe

professionali a tutta una serie di provvedimenti che hanno cambiato radicalmente

il nostro modo di lavorare.

Con l’abrogazione delle tariffe professionali, il mercato è diventato selvaggio

per tre motivi fondamentali, a cui ne va aggiunto un quarto che riguarda

specificatamente il mondo notarile.

Il primo motivo è che i contraenti forti hanno fatto valere la loro

forza di mercato per cui le prestazioni professionali rese nei loro confronti

sono crollate economicamente e questo ha creato spesso problemi anche di

abbassamento della qualità.

Il secondo motivo è la mancanza da parte della maggioranza dei

notai di conoscenze atte a costruire e comunicare “valore” relativo alla prestazione

professionale in modo efficace al cliente, mancanza attribuibile al

fatto che il notaio quale pubblico ufficiale non ritiene di dover “vendere” la

propria professionalità. Questo perché i notai sono “tecnici” (bravissimi nel

loro settore) abituati per decenni ad avere una tariffa nella quale era lo

Stato a stabilire il compenso per la pubblica funzione. Pochissimi professionisti

hanno nozioni di marketing o di comunicazione, di strategia di posizionamento

nel mercato, sono tutti temi non previsti nel percorso professionale

per diventare notai ma che forse oggi diventano fondamentali per esercitare

la professione.

Il terzo motivo è simmetrico al secondo, e riguarda le asimmetrie

informative dei cittadini acquirenti dei servizi notarili. Se un notaio non è

in grado di comunicare il valore del proprio servizio, l’asimmetria informativa

del cittadino acquirente dei servizi farà sì che spesso lui percepirà i servizi

dei vari professionisti come indifferenziati, quasi delle commodities, e

quando si sceglie una commodity la scelta razionale del consumatore è principalmente

fatta in base al prezzo.

Il quarto motivo, peculiare del mondo notarile, è che molto spesso

si arriva dal notaio dopo aver incontrato altri professionisti che sempre più

spesso cercano di intermediare anche l’opera professionale del notaio addirittura

cercando di intervenire sui preventivi di spesa senza peraltro toccare

i propri compensi, cercando, in altri termini, di offrire anche l’eventuale

“sconto” sul compenso del notaio come propria opera professionale ben

pagata.

Il Notaio Paolo Broccoli

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98

Come si esce da questa dinamica?

Va chiarito subito che, secondo chi scrive, la soluzione non è la reintroduzione

della tariffa, ma la declinazione in termini moderni del valore economico

ed oggettivo della prestazione: se il professionista vale è giusto che sia pagato

per quello che vale e per quello che riesce a far percepire al suo cliente

come valore della sua opera. Dove i professionisti devono lavorare è, quindi,

sulla comunicazione del loro valore e sulla differenziazione.

In questa ottica credo sia fondamentale il ruolo dell’Ordine che deve favorire

innovazione e differenziazione qualitativa all’interno delle categoria. In

primo luogo con i codici deontologici, da elaborare principalmente per favorire

la differenziazione professionale sulla qualità e dare garanzie ai cittadini

che fruiscono dei servizi: questa dovrebbe essere prima di tutto la loro

funzione sociale.

Una differenziazione sulla qualità, che si nutre per forza di una

comunicazione efficiente, è a vantaggio dell’intera categoria professionale,

perché l’innovazione sarà presa a spunto da altri che proveranno a loro volta

a migliorarla e questo in ultima analisi farà progredire la categoria tutta

(funzione maieutica dell’innovazione). Andare in senso contrario, oltre ad

essere antistorico, costringerebbe tutte la categoria a competere esclusivamente

sul prezzo e questo non può fare il bene della categoria stessa.

Veniamo alla seconda sfida: la rivoluzione digitale. Questa è ancora

più “disruptive” di quella politica, perché non ha bisogno di leggi, passa

sopra le teste della politica e cambia le regole di mercato. Pensiamo a cosa

è stato Uber per i tassisti oppure a cosa è stato immobiliare.it nel mondo

immobiliare, o ancora Mutui online per i mutui o Moneyfarm per il settore

del risparmio. Una volta nati, hanno per sempre alterato le dinamiche di

questi settori.

Immobiliare.it ha reso più fruibile e semplice la vendita e ricerca di immobili

per i cittadini, ma al tempo stesso ha intermediato profondamente il settore

per gli agenti immobiliari; Mutuionline.it ha reso semplice la comparazione

dei tassi di interesse e delle offerte di mutui tra più banche per i cittadini,

ma ha spinto ad una concorrenza sui prezzi che ha ovviamente ridotto di

molto i margini del mondo bancario e lo stesso sta avvenendo nel mondo del

risparmio con Moneyfarm.it.

Il mondo del digitale corre velocissimo, a dei ritmi di cui noi professionisti

non siamo consapevoli e quando ci accorgiamo della novità spesso è

già tardi.

Vediamo un esempio concreto: immobiliare.it. Il suo modello di business si

struttura principalmente nell’offrire gratuitamente ai privati la possibilità

di pubblicare annunci, incrementando così il portale, mentre lo stesso servizio

è a pagamento per gli agenti immobiliari, che sono in ogni caso obbligati

a usarlo perché la visibilità del portale è tale che altrimenti non fanno una

pubblicità adeguata del bene. In sostanza immobiliare.it non è una vera e

propria disintermediazione perché non elimina un intermediario dal mercato,

ma ne riduce solo i margini. Adesso però è arrivata Homepal.it, che al

contrario può essere considerata come una vera e propria disintermediazio-


ne nel settore immobiliare, perché a differenza di immobiliare.it, prova ad

eliminare gli operatori immobiliari dal mercato. Si tratta di una piattaforma

online per la compravendita e l’affitto di immobili residenziali tra privati, un

vero e proprio marketplace perché permette di arrivare fino alla chiusura

della transazione senza mediazione immobiliare.

“Ma tanto noi siamo professionisti, questo a noi non può succedere”. Siamo

proprio sicuri?

In realtà stanno sorgendo alcuni portali, ad esempio dottori.it, che cercano

di portare i meccanismi ormai da tutti utilizzati per scegliere un viaggio o

un ristorante anche alla scelta del professionista.

Come mai molte delle start up nel mondo professionale operano sul settore

dei marketplace e della comunicazione? La risposta è semplice: i professionisti

hanno dei limiti molto rigorosi sulla comunicazione, per cui queste

start up approfittano dei limiti dei professionisti per autoimporsi e cercare

di occupare questi spazi.

In sintesi alcune realtà digitali cercano, in ogni caso, di occupare spazi dell’attività

del professionista: o quello del posizionamento nei rapporti con la

clientela oppure direttamente quello dei servizi professionali sia offrendo

direttamente servizi non soggetti a riserva di legge sia trasformando il professionista

in un subfornitore del servizio offerto dal portale.

Come reagire a queste dinamiche?

In primo luogo a queste dinamiche concorrenziali esterne si deve necessariamente

reagire con gli stessi strumenti, altrimenti si è per forza perdenti,

perciò diviene fondamentale che gli Ordini consentano, con norme deontologiche

liberali, ai professionisti di poter competere con i concorrenti esterni

alla professione perché per regolare in modo troppo rigido il mercato interno

ai fini del controllo si rischia di condannare i professionisti rispetto ai nemici

esterni (che sono i più pericolosi perché spesso dietro di loro ci sono multinazionali

e grandi operatori finanziari).

Come si reagisce alle sfide politiche e digitali?

Ci sono due modalità di reazione: una organizzativa e una digitale.

Per quanto riguarda quella organizzativa, in realtà in qualunque settore

liberalizzato un operatore razionale reagisce aggregandosi, come ad esempio

accaduto nel mondo bancario, quindi la razionalità vorrebbe che anche i

professionisti andassero in questa direzione, ma questo spesso non avviene

perché tendono a far prevalere aspetti individualistici rispetto a quelli strategici.

Da un’aggregazione i professionisti avrebbero tutto da guadagnare,

infatti sicuramente i singoli studi da soli possono molto poco perché hanno

minore forza economica ed know-how per poter competere con il digitale e le

sfide della concorrenza.

Le strade organizzative sono sostanzialmente due. La prima di queste

riguarda la creazione di grandi associazioni che consentano sinergie sia

99


professionali che economiche. L’associazionismo si scontra però con la

necessità di trovare equilibri economici sulla ripartizione del fatturato non

sempre facili da gestire con la necessaria anche se minima cessione di

sovranità che spesso impedisce o fa andare in crash le strutture stesse

Oggi la maggioranza del notariato è composta da tantissime monadi individualistiche

ed un associazionismo fatto nella maggioranza dei casi da associazioni

legate a logiche tradizionali, padri e figli, mariti e mogli, fratelli e

cugini et similia, molto lontane da un’idea di moderno associazionismo.

Questo tipo di organizzazione del notariato non è altro che il riflesso di un’epoca

in cui, vigente la tariffa, la necessità di sinergie era molto poco avvertita

dagli studi notarili, ma oggi tutto è cambiato nel mondo notarile, per cui

è naturale pensare a forme di organizzazione diverse, che favoriscano il contrario

dell'individualismo e cioè la rete e l'associazionismo.

Eppure ogni volta che si parla di questi temi arrivano i timori, le

obiezioni, si dice che l'associazione non risolva nulla, che anzi costituirà una

prevaricazione dei grandi sui piccoli, senza comprendere che questo fenomeno,

ineluttabile, o lo si governa e favorisce, ed allora sarà maggiormente

democratico, o lo si subisce ed allora sarà una vera e propria acquisizione.

Il notariato nel futuro, secondo il punto di vista di chi scrive, è fatto da grosse

associazioni su base territoriale che possono realizzare sinergie ed economie

di scala, federate in reti di rilievo nazionale, perché l’associazionismo

che ha maggiori prospettive strategiche è quello di dimensioni maggiori,

come ad esempio non più di 4/5 studi per distretti di 100 notai ed in questo

modo anche gli effetti sulla valorizzazione della prestazione sarebbero

rilevanti.

Al contrario oggi la maggior parte delle strutture associative sono di tipo

artigianale e non aziendale e questo non consente di potersi strutturare e

fare quegli investimenti tecnologici e di formazione necessari. Gli studi non

dovrebbero essere composti da 2/3 professionisti, ma essere strutture da

almeno 8/10 professionisti perché solo in questo modo si passa a dinamiche

aziendali, che consentono investimenti e stemperano le criticità che possono

sorgere nelle strutture artigianali, garantendo agli associati un legittimo

vantaggio competitivo.

Gli stessi Ordini dovrebbero favorire, anche deontologicamente, le

associazioni perché i professionisti che fanno quel percorso di maturazione

culturale che porta verso la cessione di sovranità devono poter fruire di un

vantaggio competitivo.

Vediamo ora in concreto i vantaggi dell’associazione.

In primo luogo un associazionismo territoriale ben fatto offrirebbe

ai cittadini/clienti un servizio più efficiente e qualitativamente elevato,

determinato dal numero dei notai disponibili nello studio e dall’incremento

di know-how derivante dalla collaborazione tra gli stessi. Un altro effetto

positivo dell’associazionismo è la razionalizzazione delle strutture e dei

costi.. Da grandi associazioni si produrrebbero economie di scala molto rilevanti,

razionalizzazioni dei costi che abbasserebbero il costo medio per atto,

100


aumentando l’utile marginale anche senza un aumento dei prezzi. Queste

strutture più grandi, inoltre, potrebbero permettersi investimenti in professionisti

del settore che consentirebbero di rendere davvero efficienti gli

studi, perché spesso il singolo non ha le dimensioni economiche ed il know

how per poter procedere ad una razionalizzazione.

Ovviamente l'associazionismo non può e non deve essere coatto, ma

deve essere frutto di una libera scelta volontaria dettata dalla lungimiranza

di chi crede nel progetto. Quello che potrebbero fare le istituzioni notarili è

favorire lo sviluppo di queste strutture perché moderne e adeguate ai tempi.

Ma non solo per questo, c’è un fondamento etico oltre che economico alla

base dell’associazione: la rinuncia alla sovranità individuale per qualcosa di

più grande presuppone un processo di maturazione culturale, una rinuncia

al proprio ego, che consentirà

anche un legittimo vantaggio

competitivo, derivante dalla

sinergia, rispetto a coloro che,

altrettanto legittimamente,

questa scelta decidono di non

fare.

Strettamente connesso

a questo vi è anche il tema, da

non eludere, della democraticità

delle strutture associative.

Oggi siamo in una situazione

di mercato che consente ancora

la creazione di strutture associative

a base democratica perché

le dinamiche associative si

esauriscono nella dialettica tra

notai.

Una struttura associativa

democratica consente una

crescita anche al collega giovane

che ne fa parte , crescita però inscindibilmente collegata al crescere delle

sue responsabilità all’interno della struttura. Fuori da questo schema il

rischio è un’associazionismo verticale con notai partner e notai quasi- dipendenti

e questo non è compatibile con la funzione notarile anche se , di fatto,

esistono già alcune associazioni c.d. asimmetriche.

I relatori della tavola rotonda

del pomeriggio

Perché è ora il momento delle associazioni?

Oggi il mercato interno ed esterno consente ancora la nascita di queste

strutture, domani potrebbero aumentare le differenze tra professionisti o

arrivare concorrenti esterni tali da renderle più complesse, perciò è oggi il

momento di realizzarle.

Una minima diversità di ruolo in un’associazione all’inizio può essere anche

ragionevole perché comunque l’ingresso in un’associazione consente al

101


notaio di avere un vantaggio immediato. Ciò che conta è che all’interno della

struttura ci siano meccanismi meritocratici che consentano la crescita economica

al crescere delle responsabilità.

D’altronde gli atti oggi sono più complessi e fonte di potenziali

responsabilità di quanto erano anche solo 15 anni fa. Oggi è tutto molto più

complesso e richiede un livello di competenza che il singolo notaio fa molta

fatica a raggiungere: il mercato chiede risposte rapide a problemi sempre

più difficili. Ed è di tutta evidenza che l’associazione, creando una sinergia

di competenze, consente di risolvere questioni complesse in tempi più rapidi,

di diversificare i servizi e tutto questo va nella giusta direzione di ritrovare

centralità agli occhi del cliente.

Si andrà verso la “superspecializzazione", il notaio tuttologo one man show

farà sempre più fatica .mentre l’associato potrà rimanere punto di riferimento

del proprio cliente in ogni materia attraverso la propria associazione.

La reazione all’omologazione

L'associazionismo è anche un elemento di differenziazione. Nella categoria

dei notai c’è chi pensa che i notai non debbano differenziarsi Ma, come già

detto , la competenza elevata di tutti i notai tende a trasformarsi in un ostacolo

alla giusta remunerazione.

Negli ultimi vent’anni il messaggio che si è voluto dare all'esterno è

che i notai ed i loro atti sono tutti uguali, oltretutto questo è anche confermato

dalla bassa percentuale di contenzioso, anche se crescente, per cui il

messaggio si è sedimentato nell'immaginario collettivo. Il cittadino che compra

i nostri servizi standard ritiene con qualche fondamento dal suo punto

di vista che i notai siano tutti uguali. Se tutti i notai sono egualmente bravi

valgono lo stesso e quindi io consumatore vado dal meno caro. Già oggi questo

non è vero, ogni notaio ha un rapporto diverso con il proprio cliente e

molti già oggi scelgono con altri criteri che non è il solo compenso.

Sicuramente la comunicazione della complessità del lavoro del notaio

potrebbe già bastare a modificare questa percezione ma bisogna operare

anche nella direzione della differenziazione in quanto escluso il ritorno alla

tariffa che appartiene alla speranza e non alla realtà, occorre cercare qualcos’altro

per rompere questo stallo. La differenziazione deve essere intesa

come un modo più moderno ed adeguato al mercato di erogare il servizio e

di gestire il cliente, per fare questo bisogna investire in formazione del personale

e dei notai e nella comunicazione del nostro valore professionale.

Ed è di tutta evidenza che un processo del genere possa essere realizzato

in modo più efficace in una struttura associativa per due motivi fondamentali:

il fatturato di una struttura associativa consente investimenti

formativi, strategici e tecnologici e all’interno dell’associazione ci sono diverse

competenze ed è molto più facile dedicare risorse ad hoc al tema della differenziazione

anche sfruttando il digitale.

E riprendendo quanto sopra già anticipato la creazione ed il successo

di un’associazione dipende anche dalla cessione di sovranità.

Il notaio è abituato ad esser il dominus assoluto del suo studio, l’associazio-

102


ne mette in crisi questo dogma. Associarsi significa condividere ma anche

accettare che ci sia qualcuno più bravo di noi a fare qualcosa, ecco che diventa

fondamentale il tema delle deleghe interne che se viste in un’ottica

costruttiva generano un vantaggio, dove ognuno viene valorizzato per le sue

migliori attitudini.

Quando tre anni fa ci eravamo associati con Alessia Fabbri la mia socia prematuramente

scomparsa la delega per l’organizzazione interna di studio era

di esclusiva competenza sua, e per me nonostante avessi molti anni in più

di notariato, era naturale seguire le sue direttive sul tema, semplicemente

perché era la più brava a fare quel lavoro, io avevo altri compiti come la formazione

e la comunicazione.

Il vantaggio di un’associazione moderna è proprio quello di valorizzare le

peculiarità di ciascuno nell’interesse comune, con un corretto sistema di

deleghe interne in cui ognuno trovi la realizzazione delle sue attitudini.

Le reti

In aggiunta alle associazioni territoriali ma anche in alternativa per chi proprio

non riesce a dividere lo studio altro strumento che può sicuramente

essere usato oggi nella direzione di efficientamento e diminuzione dei costi

è la rete tra professionisti.

Ricordiamo che lo stesso legislatore con il Jobs Act delle professioni ha previsto

espressamente la possibilità di costituire reti tra professionisti, che

potrebbe essere intesa come non limitata ai soli appalti pubblici.

Il contratto di rete, che nasce proprio dalla necessità di coniugare l'individualismo

tipico delle PMI italiane con le esigenze dettate dalla globalizzazione,

potrebbe essere lo strumento da adattare al nostro mondo per coniugare

sinergie ed autonomia, in modo da non privarsi della propria soggettività

ma per fruire dei vantaggi della sinergia.

Quali sono i vantaggi della rete rispetto ad una struttura associativa

tradizionale?

In primo luogo la flessibilità. La rete consente di fare sinergie in settori strategici

per i professionisti senza dover scontare le difficoltà delle associazioni

tradizionali in materia di conflitti economici e di sovranità, e già oggi molti

notai stanno provando a sperimentare l’esperienza della rete con ottimi

riscontri.

Per costruire una rete che sia un progetto solido bisogna partire da

valori condivisi, da comunicare poi in modo efficace per creare unione tra

coloro che appartengono alla rete e differenziazione di qualità nella categoria

professionale.

La rete può essere anche uno strumento prodromico a creare una

struttura associativa, perché se si lavora assieme e si condividono per un

certo periodo valori e strategie sarà molto più facile poi fare il percorso verso

l’associazionismo e questo non può che essere un bene per la categoria.

Tanto l’associazionismo che la rete possono essere strumenti fondamentali

per investire nel settore strategico per il futuro della professione: il

103


I partecipanti alla tavola rotonda: “Quale futuro, quali servizi, per quali Notai”

digitale.

Seppur non è questa la sede per approfondire il tema, come meriterebbe,

teniamo solo presente che ben presto diventeranno clienti i “nativi digitali”

e a quel punto bisognerà essere capaci di intercettare le loro esigenze nel

digitale e di soddisfarle utilizzando anche strumenti digitali, in caso contrario

semplicemente per loro non esisteremo e la domanda di servizi professionali

rischierà di essere assorbita da altri competitor.

Perciò l’innovazione, che apparentemente è una scelta, è in realtà

un percorso obbligato per la categoria. Non c’è cosa più pericolosa che continuare

a fare le cose come sono sempre state fatte.

Alla sfida del digitale si deve rispondere con le stesse armi dei competitors

esterni perché solo offrendo un servizio altrettanto efficace potremo

reggere la sfida.

Ben vengano quindi le iniziative professionali volte a creare portali digitali

che offrano gli stessi servizi di alcuni dei nostri competitors esterni e quando

mi sono occupato del tema nella commissione innovazione del consiglio

nazionale del notariato ho fatto le mie proposte proprio in questa direzione.

Ciò che bisogna fare è essere coraggiosi ad innovare. Puntando sulle

associazioni, sui valori differenzianti, sulla superspecializzazione e sulla

relazione con le persone utilizzando anche gli strumenti digitali, se sapremo

farlo in modo efficace sono convinto che il futuro ci sorriderà.

Siccome il tempo scorre costantemente, innovare è l’unico modo per restare

contemporanei.

104


LA “FONDAZIONE” PER

IL NOTARIATO DEL FUTURO

Alessandro Corsi

(Consigliere della Cassa Nazionale del Notariato - Vice Presidente della Fondazione Italiana del Notariato)

Il tema del Notaio del futuro non può prescindere dall’interrogarsi sul ruolo

della Fondazione Italiana del Notariato, la quale è stata costituita per promuovere

iniziative idonee a migliorare le qualità professionali e culturali dei

notai, non in modo corporativo, ma con la finalità di garantire i diritti del

cittadino.

In questa prospettiva va letta l'indagine che la Fondazione conduce

sul ruolo del notaio, tesa a valorizzarne la funzione. Questa indagine, recentemente,

si è particolarmente soffermata sul fenomeno, evidente agli occhi

del giurista, della fine del monismo legislativo e dell’emergere del pluralismo

delle fonti.

L’affermazione dello Stato come unica fonte del diritto, nata con la rivoluzione

francese, dalla seconda metà del secolo scorso va perdendo forza a vantaggio

di una concezione pluralista delle fonti di diritto.

In tal senso si osservano una serie di fenomeni che hanno messo in crisi la

primitiva concezione: l’attuazione dei dettati costituzionali, il sorgere delle

Regioni; il nascere della legislazione europea e le sentenze della Corte di

Giustizia; la globalizzazione; l'affermarsi delle figure alternative di risoluzione

delle controversie, di natura privatistica (arbitrato - ADR) - le prassi

del commercio internazionale; l'attività della Autorità Indipendenti,

tutto ciò ha favorito l'affermarsi della concezione pluralista delle fonti del

diritto, alla quale si è accompagnato il diffondersi della visione del giudice

non più quale esegeta, applicatore della legge in base a mere deduzioni sillogistiche,

ma quale inventore (da invenire - ricercare) e quindi creatore

della norma.

La stessa evoluzione si può osservare nell’attività del notaio: la giurisprudenza

sulla responsabilità giuridica del notaio ci ha ormai da anni

insegnato che il notaio non è un mero documentatore, ma è responsabile dell'interpretazione

da lui scelta tra le tante possibili.

La recente ricerca della Fondazione dal Titolo "Crisi della legge e produzione

privata del diritto" curata da Massimo Palazzo e dal Prof. Giuseppe

Conte, ha avuto ad oggetto proprio il tema del pluralismo delle fonti.

Va ribadito il prevalente ruolo che la legge ha in una società complessa

quale la nostra; ma occorre recuperare quel pluralismo giuridico che è rimasto,

per troppi aspetti, un disegno sepolto nel testo costituzionale.

Da tale contesto emerge l’attività del notaio quale artefice del diritto, al pari

dei giudici, ma in maniera preventiva, interprete e non semplice documentatore.

Da decenni ormai il notaio non è più quel mero diligente certificatore dipinto

nella legge del 1913, e a cui farebbe pensare la collocazione sistematica del

codice civile del '42; egli è invece un fine interprete della legge, e come tale

creatore di regole nel mondo del diritto.

Il Notaio Alessandro Corsi

105


106

E ciò in forza di una prassi negoziale che non nasce dall'attività di un singolo

soggetto, ma da una evoluzione di pensiero della categoria notarile, che, con

diversi metodi, in maniera non subitanea, ma riflettuta, si orienta ad accogliere

determinate figure giuridiche, avallandole con la sua competenza.

Per dare al discorso quella concretezza che si addice ad un pratico, ricorderò

figure negoziali che sono state piegate a nuove esigenze, quali la permuta di

cosa presente con cosa futura, le servitù di non edificare onde disciplinare le

cessioni di cubatura, figure nuove, talvolta poi fatte proprie dal legislatore,

quali i contratti di affidamento fiduciario, i vincoli di destinazione, il rent to

buy.

Una menzione particolare meritano le massime notarili, che molti consigli

notarili e comitati interdistrettuali periodicamente emanano, che sono la

più compiuta espressione del formarsi di un pensiero notarile comune; esse

non sono soltanto l'opinione di stimata dottrina, ma godono del supporto dell'esperienza

pratica, che ne fa un autorevole esempio della c.d "soft law".

Tirando la fila di quanto si è detto fin qui e tornando alla domanda iniziale:

"quale futuro, quali servizi, per quali notai” la prima risposta della

Fondazione del notariato è di supporto all’immagine del notariato, come

categoria di autorevoli giuristi e di veicolo di tale realtà al fine di diffonderla

nel mondo dell'Accademia, della politica e della società civile.

Il notaio che immaginiamo per il futuro è un notaio sempre più colto e professionalmente

preparato, sempre più aggiornato e in grado di rispondere

alle richieste dei cittadini e delle imprese, e cioè in grado di rispondere alle

esigenze della società in cui vive.

In questa direzione si muove fin dal suo sorgere l'attività della Fondazione.

Il mondo della cultura notarile deve muoversi nella direzione di supportare

il notaio per essere non solo dominus dell'atto che egli è chiamato a redigere,

ma dominus dell'operazione economica in cui l'atto si colloca.

Questo consentirebbe di ribaltare la tendenza, propria di altre professioni,

a rivolgersi al notaio quando le soluzioni dei problemi sono già state

effettuate senza possibilità, a quel punto, di percorrere strade e scelte diverse.

E’ ancora da osservare come la pubblica funzione che caratterizza l'attività

notarile richieda che i cittadini possano rivolgersi al notaio (o, meglio, richiedere

il servizio notarile) qualunque sia il campo del diritto interessato; nel

momento attuale pare opportuno incentivare l'associazione fra notai, i quali

potrebbero approfondire ciascuno un determinato settore, per fornire risposte

sempre più immediate e di eccellenza. In linea con questo scopo nel presente

e nel futuro del notaio vediamo anche il c.d. Welfare innovativo o attivo

(e lungimirante): con questo termine, caro all’attuale Presidente della

Cassa Mario Mistretta, vogliamo intendere un Welfare teso più che a sostenere

associati in difficoltà (come il nostro assegno di integrazione), a favorire

un migliore e più proficuo esercizio della professione.

In altre parole un intervento teso non a soccorrere il notaio che sia

venuto a trovarsi in difficoltà economica, ma a fornire gli strumenti per renderlo

più competititivo e ad evitare che possa venire a trovarsi in difficoltà.


E’ evidente che tale tema chiami in causa soprattutto la Cassa Nazionale del

Notariato e la Fondazione che, in effetti, hanno effettuato un primo esperimento

in questo senso offrendo al notariato italiano la possibilità di frequentare

un seminario di apprendimento delle tecniche di accesso ai fondi comunitari

europei.

Recentemente, inoltre, la Fondazione, sempre in collaborazione con la

Cassa, si è aggiudicata un bando di ricerca della Commissione Europea per

lo sviluppo della lingua giuridica comune nell'ambito giudiziario europeo,

mediante la formazione di formatori (notai e magistrati) che poi svolgeranno

il ruolo di docenti della lingua giuridica inglese nei confronti dei propri colleghi.

Ciò non significa l'abbandono dell'istituzione dell'assegno di integrazione

(che costituisce la prima pietra del nostro edificio assistenziale/previdenziale)

o di altre forme di assistenza attualmente in vigore, ma un'apertura

verso un settore nuovo di intervento.

Dovrà trattarsi di attività che muovendo sul piano culturale e della formazione,

forniscano occasioni di perfezionamento dell'attività del notaio, a

beneficio di tutti gli appartenenti alla categoria.

Mi piace accennare ad un progetto in discussione in questi giorni nel Cda

della Fondazione e del Consiglio nazionale del Notariato (nello specifico

della Commissione Accesso): mi riferisco all'aiuto da offrire ai futuri notai

nella preparazione al concorso, mediante la costituzione di un'apposita scuola,

in collaborazione con le attuali scuole dei Consigli Notarili.

Da ultimo, vorrei ricordare il recentissimo accordo tra la

Fondazione e l'Accademia della Crusca, teso a diffondere nel mondo del

notariato un uso della lingua italiana che rinnovi le tralaticie, e talvolta un

pò astruse, formule dei nostri atti, che forse non sono in linea con la figura

dinamica attuale del notaio essendo convinti che un uso corretto e snello

della lingua possa, anch'esso, concorrere a dare un contributo alla cultura

giuridica che, come abbiamo detto dovrà essere uno degli aspetti che il

notaio del futuro dovrà curare.

Da destra i Notai: Buta, Corsi, Dello Russo, Nigro, Ghiglieri, Morandi e Marcoz

107


WELFARE DEL SAPERE

E SPECIALIZZAZIONE DEL NOTAIO

Tommaso Del Freo

(Notaio in Firenze)

Il Notaio Tommaso Del Freo

Quando si affronta il tema della specializzazione di un professionista, è

necessario preliminarmente definirne i contorni e valutarne le modalità

di attuazione. Se, infatti, l’acquisto di competenze specifiche e settoriali permette

di ritagliarsi spazi di lavoro a “concorrenza ridotta”, spesso tale fenomeno

si accompagna all’abbandono della competenza generica; è innegabile,

infatti, che la cifra della modernità sia la complessità e che tale complessità

abbia bisogno di strumenti nuovi per essere compresa e affrontata: tutto sta

nell’individuare quelli corretti.

Nel caso del Notariato italiano, il tema della specializzazione deve

essere declinato alla luce delle peculiarità del nostro sistema in cui il Notaio

è un pubblico ufficiale nell’esercizio di funzioni che vengono svolte con organizzazione

di mezzi propri. Il Notaio è chiamato a dare alle pattuizioni private

la forza di legge su espressa delega dello Stato che affida allo stesso tale

prerogativa pubblicistica sul presupposto, verificato dal concorso, che il

livello di cultura giuridica dello stesso sia alto, si rivolga indifferentemente

a tutti gli atti che gli possano essere richiesti, e venga svolto in qualunque

parte della nazione in cui ce ne sia bisogno.

Se, quindi, sviluppiamo il tema della specializzazione del notaio italiano

sulla base delle elementari considerazioni sopra svolte, risulta del tutto evidente

che il mantenimento della delega dello Stato e delle prerogative di

pubblico ufficiale sussistono (o lo dovrebbero) fintanto che il notai assicuri

in ogni parte dello “stivale” la possibilità che il cittadino acceda ad un servizio

giuridico di alta qualità ed avente ad oggetto tutti gli atti di cui l’utenza

possa aver bisogno 1 .

Si comprende, quindi, che la specializzazione debba essere intesa come

capacità di approfondire tematiche complesse senza la perdita della competenza

generica; come capacità di interpretare la complessità di situazioni

particolari senza perdere di vista il fatto che le stesse sono pur sempre

espressione di un fenomeno più generale.

Un’ulteriore riflessione da svolgere è quella di comprendere se la

necessità della specializzazione sia questione che interessi solo il singolo

professionista o se, invece, la stessa sia un problema collettivo, di categoria.

La prima risposta ovviamente sarebbe quella di delegare a ciascuno l’onere

di delineare i confini del proprio sapere sul presupposto, anche questo da

verificare, che solo su quest’ultimo ricadranno le conseguenze delle proprie

scelte; se l’affermazione rispondesse al vero, sarebbe innegabile propendere

per la soluzione appena delineata; ma ogni sistema ordinistico vede convivere

le capacità del singolo con la fiducia che la collettività ripone nella cate-

1 Diversamente in Olanda dove l’abolizione del numero chiuso ha portato il notariato locale

ad adottare la soluzione della “settorialità” degli studi notarili la cui competenza è limitata ed

esclusiva a determinate materie.

108


goria generalmente intesa. Una categoria che non merita la fiducia della collettività

affonda solitamente anche il migliore dei professionisti, così come

una categoria efficiente e stimata riuscirà a tollerare anche l’esistenza di

casi isolati di incompetenza.

Se questo è vero, si comprende come il tema della specializzazione sia un

tema non solo e soltanto del singolo ma anche una esigenza dell’intera categoria.

E’ proprio in questa ottica che è possibile affrontare il tema in oggetto

e comprendere perché lo stesso venga svolto nell’ambito di una giornata

di approfondimento sui temi del welfare di categoria interrogandosi, intelligentemente,

su quale sia la connessione tra specializzazione del professionista

e prestazioni assistenziali di una cassa privata di previdenza.

Credo che la risposta sia nella necessità di introdurre un concetto

nuovo, “innovativo”, di Welfare: il “welfare del sapere”; un welfare basato su

un diritto soggettivo alla formazione e alla specializzazione come soluzione

di continuità per garantire e mantenere inalterate competenze, redditi e

flussi di lavoro. Non è più il tempo in cui le casse di previdenza impegnino

le proprie risorse per erogare in favore dei propri iscritti somme di denaro a

fondo perduto, ma è il tempo in cui le stesse si adoperino perché questi ultimi

possano sempre meglio competere in un mondo globalizzato, complesso,

in continuo divenire, dove il singolo tende a sparire e dove le formazioni

aggregate e i grandi operatori economici dettano le regole.

Tale Welfare va inteso come diritto alla conoscenza continuativa lungo tutto

l’arco della vita professionale per far fronte alle sfide poste dai nuovi saperi

e dalle nuove tecnologie; la condivisione del sapere può essere il tessuto connettivo

tra le diverse anime e generazioni della professione perché tutti, a

loro modo e per diverse ragioni, hanno lacune verso la direzione che prende

il mondo.

Come, quindi, attuare questo “welfare del sapere”? In concreto,

volendo affrontare la problematica come esigenza di categoria, al fine di permettere

a tutti la migliore e più facile modalità di approfondimento non

lasciando indietro nessuno, serve istituire una Scuola Superiore del

Notariato che non sia rivolta solo alla formazione degli aspiranti notai, ma

sia l’ente di formazione principale dei notai in esercizio.

La Scuola Superiore del Notariato (SSN), come espressione della fondazione

italiana del Notariato, (e quindi espressione paritetica degli organismi istituzionali

del Notariato italiano) deve accentrare ogni aspetto della formazione

e divulgazione notarile.

La SSN, abbandonando la logica del convegno (salvo per finalità di contatto

con l’accademia e le altre professioni) deve organizzare corsi, seminari,

master di alto profilo tenuti da docenti di chiara fama. Al termine di tali

occasioni di studio, deve esservi un vero e proprio esame al cui solo superamento

segue il rilascio di un attestato (titolo) che il Notaio possa “spendere”

in quanto certificazione di una competenza ulteriore acquisita.

Nell’epoca della globalizzazione è assolutamente necessario poter vantare

competenze peculiari e specialistiche ed aver, nel contempo, attestazioni

109


Da sinistra i Notai: Mistretta, Raiola, Liotta, Broccoli, Del Freo e Nastri

curricolari che all’esterno possano confermare il percorso formativo intrapreso

e tradursi in una comunicazione, non millantata, che crea la “reputazione”,

anche digitale, del Notaio.

La SSN potrebbe essere anche l’editore delle riviste e delle pubblicazioni

(oggi private) notarili che sono alimentate, per la maggior parte, dai

contributi scientifici dei colleghi.

Del pari potrebbe rendersi parte attiva della formazione informatica

del Notaio volta, tra l’altro, alla implementazione dei sistemi di gestione

dei flussi di lavoro promuovendo l’analisi aziendalistica dell’organizzazione

dello studio notarile e l’utilizzo di sistemi di monitoraggio del work-flow.

Nell’ottica del Welfare, la Cassa Nazionale del Notariato potrebbe

finanziare l’istituzione e la gestione iniziale della SSN (anche mettendo a

disposizione della sede della scuola uno degli immobili in patrimonio) ed

abbattere le quote di partecipazione ai corsi.

Volendo poi introdurre un ulteriore riflessione e quindi sviluppare

ulteriormente il ragionamento precedente secondo cui il tema della formazione,

ed il suo rapporto con il welfare, sia questione “di categoria”, probabilmente

dovremmo ricordarci che il sistema previdenziale notarile è caratterizzato,

nell’attualità, da una contribuzione solidaristica pura; è allora

opportuno quantomeno chiedersi quale sia il danno, per tutti, di un notaio

impreparato e quali sia il vantaggio, per tutti, di un notaio specializzato.

Qualora, come credo, l’analisi portasse a comprovare i riverberi sulla categoria

della formazione del singolo, dovremmo anche chiederci se questo

possa o debba avere un riflesso nella contribuzione valutando diversità di

regimi per chi non si aggiorna e/o sgravi contributivi per chi lo fa: una categoria

inefficiente o impreparata è un costo per la Cassa; specularmente, una

categoria performante è garanzia di contribuzione e quindi di sostenibilità.

110


RIFLESSIONI A MARGINE

DEL CENTENARIO DELLA CASSA

NAZIONALE DEL NOTARIATO

Andrea Dello Russo

(Notaio in Cervia - Ravenna)

Buongiorno a tutti. Grazie per l’invito e soprattutto grazie al Presidente

Mistretta e a questo Consiglio di Amministrazione, che ha organizzato

un evento collegato a questo irripetibile anniversario della nostra Cassa.

Lascio da parte le proposte di miglioramento del nostro sistema previdenziale,

che nel tempo ho elaborato e affidato agli organi della Cassa, augurandomi

possano trovare i loro frutti, per entrare subito nel merito del mio

intervento, andando a trattare nello specifico un argomento che mi auguro

in futuro possa essere sempre più oggetto di approfondimento.

Si tratta dell’importanza della informazione e della formazione previdenziale

.

Cercherò pertanto di evidenziare l’importanza di conoscere il tema previdenziale,

anche fornendo alcuni dati che riguardano la nostra Cassa e alcune

utili (spero) informazioni previdenziali.

Era il Congresso Nazionale del Notariato 2014 a Roma quando lanciai l’idea

che fosse opportuno vi fosse almeno un evento annuale che parlasse di previdenza

notarile e il 27 giugno 2016 ho avuto l’onore e l’onere di essere il promotore

a Roma del primo evento in tema di previdenza notarile, dove relatori

di primo piano nel mondo previdenziale e non solo, hanno animato, per

la prima volta in seno al Notariato, un dibattito in tema di previdenza.

Ed è partendo dalle considerazioni operate in quell’occasione da Maurizio

Sacconi e Cesare Damiano, nonché dai presidenti dell’Adepp e di

Confprofessioni: Alberto Oliveti e Gaetano Stella che intendo prendere le

mosse. Gli stessi hanno fatto capire, in maniera esplicita, l’importanza di

parlare di previdenza, al pari di ogni questione giuridica, anche perché, se

da un lato, la voce Cassa Nazionale del Notariato, soprattutto in assenza di

una tariffa, incide molto sul bilancio di ogni studio notarile, dall’altro, è

importante che ciascuno conosca il proprio sistema pensionistico, per non

trovarsi di fronte ad eventuali e inaspettate sorprese al termine della propria

vita lavorativa, in un momento in cui si è sicuramente più deboli per

poter affrontare qualsiasi tipo di sfida.

E’ oggettivo che dal 2007 ad oggi vi è stata:

• un’erosione delle nostre competenze esclusive, che ha portato tra l’altro

all’eliminazione di settori come quello del trasferimento dei veicoli e

delle cancellazioni ipotecarie. Solo queste due voci hanno, da sole, immediatamente

diminuito le entrate della Cassa per il 12% ;

• dal 2007 al 2016 le compravendite, e in genere gli atti notarili, si sono

dimezzati e, per poter continuare a pagare le pensioni con le entrate correnti,

le aliquote contributive sono quasi raddoppiate, rendendo quasi

insostenibili gli atti di valore inferiore ai 37.000 euro;

• un aumento esponenziale del numero dei notai, senza contare che di qui

ad un anno e mezzo vi saranno altri 500 nuovi notai in esercizio (che

Il Notaio Andrea Dello Russo

111


equivale ad un aumento del 40% circa in 10 anni).

Fino al 2008 i nostri contributi pesavano circa il 14% del fatturato, ma da

allora essi sono aumentati al 18%, arrivando in alcuni casi fino al 29% (stante

la mancanza di tariffe e i prezzi a cui alcuni colleghi propongono la loro

opera professionale).

Peraltro ben il 34% dei notai è iscritto da meno di 5 anni e ben presto

tale quota supererà il 50%, ponendo così un problema pensionistico non

indifferente che riguarderà le nuove generazioni.

E’ importante dunque conoscere il tema previdenziale. Ed è importante che

uno degli obiettivi della nostra Cassa sia implementare la formazione e

l’informazione previdenziale, non solo per i componenti della Cassa, ma per

tutti gli iscritti.

Pochi sanno ad esempio che nel 2017 con decreto del Ministro dell’Economia

e delle finanze, di concerto con il Ministro dell’istruzione, dell’università e

della ricerca e con quello dello sviluppo economico, in attuazione della legge

n. 15/2017, è stato istituito il Comitato per la programmazione e il coordinamento

delle attività di educazione finanziaria, che ha lo scopo di promuovere

e coordinare iniziative utili a innalzare tra la popolazione la conoscenza e le

competenze finanziarie, assicurative e previdenziali e migliorare per tutti la

capacità di fare scelte coerenti con i propri obiettivi e le proprie condizioni.

Se ci si collega all’indirizzo http://www.quellocheconta.gov.it/it/strumenti/previdenziali/

si possono trovare diverse informazioni, che permettono

di valutare l'opportunità di integrare la pensione di base per migliorare

il tenore di vita futuro. Esistono varie forme di previdenza complementare

a cui aderire in base alle proprie esigenze ed è importante conoscere le diverse

possibilità prima che ci si trovi in età pensionabile, perché in quel

momento si potrà non essere più in grado di modificare la propria condizione.

Per confrontare la diversa onerosità degli strumenti previdenziali che il

mercato offre si può visitare il sito web della COVIP, dove vi è l’elenco delle

Schede dei costi e il Comparatore dei costi di tutte le forme pensionistiche

(http://www.covip.it/isc_dinamico/). Si trovano facilmente gli esempi in tema

di previdenza complementare per un 35 enne e un 50 enne.

Ma torniamo alla nostra Cassa.

La Cassa eroga prestazioni previdenziali e assistenziali:

• prestazioni previdenziali che sono costituite da: Pensione diretta,

Pensione indiretta e di reversibilità, Indennità di cessazione, Assegno

di integrazione, Riscatto e Ricongiunzione , Totalizzazione, Cumulo;

• prestazioni assistenziali che sono costituite da: Indennità di maternità,

Contributo apertura studio Assegni di studio e profitto Assegni assistenziali

Contributi fitti sedi Consigli Notarili, Polizza Sanitaria.

Il trattamento pensionistico unitamente all'indennità di cessazione e l'indennità

di maternità rappresentano il 98% circa del totale delle prestazioni

erogate dalla Cassa.

Il patrimonio delle casse professionali, secondo l’ultimo rapporto sulle attività

finanziarie presentato nel novembre 2017 dall’Adepp (l’Associazione

112


che raggruppa le 19 Casse professionali), supera gli 80 miliardi di euro,

patrimonio che per il 58% rimane investito in Italia.

Il patrimonio della nostra Cassa, che ammonta a circa 1,5 miliardi,

risulta investito come segue:

• 110 milioni di euro circa in titoli di stato solo italiani

• 15 milioni di euro circa di obbligazioni a capitale garantito

• 37 milioni di euro circa di altre obbligazioni

• 1 miliardo di euro circa in fondi comuni di investimento e gestioni patrimoniali.

Il patrimonio immobiliare ha un valore di 252 milioni circa, con un rendimento

di circa 11 milioni.

Dai documenti depositati risulta che le rendite patrimoniali, al netto dei

relativi costi di produzione, garantiranno presumibilmente alla Cassa nel

2019 un’entrata netta di 18,081 milioni di euro (22,894 milioni di euro nelle

proiezioni finali 2018) che coprirà solo parzialmente la spesa derivante dall’

indennità di cessazione, prevista per il prossimo anno in 41,050 milioni di

euro. In merito al computo degli oneri per le indennità di cessazione si ricorda

che il 31 dicembre 2017 è scaduta la normativa transitoria introdotta

nell’ambito dell’art. 26 del Regolamento per l’attività di Previdenza e di

Solidarietà che ha modificato la modalità di corresponsione delle indennità

nel quadriennio 2014/2017 per coloro che hanno deciso di porsi in quiescenza

a domanda, prima del compimento del 75° anno di età.

Attualmente se però da un lato non si riesce a coprire l’indennità di

cessazione con le rendite patrimoniali, dall’altro la nostra Cassa riesce a

coprire tranquillamente il pagamento delle prestazioni correnti con i contributi

incassati, grazie anche all’attenzione con la quale i nostri organi amministrano

il patrimonio .

I contributi incassati nel 2018 ammontano a 290 milioni di euro circa.

I costi per le prestazioni correnti istituzionali sono quantificati per il 2019

in 217,745 milioni di euro (214,580 milioni di euro per la previdenza e 3,165

milioni di euro per l’assistenza).

Le prestazioni di quiescenza continuano ad evidenziare un andamento

crescente legato fondamentalmente a fattori demografici e all’aumento

della vita media della popolazione. Il trend di crescita delle prestazioni

a domanda, che aveva subito un rallentamento nel 2015/2016 in occasione

dell’incremento dei repertori notarili, dal 2017 sembrerebbe essere tornato

a salire, anche se a livelli significativamente inferiori rispetto ai periodi

della crisi 2013/2014.

Concludo ribadendo la necessità che il futuro della nostra Cassa sia

orientato a fornire un costante aggiornamento formativo previdenziale sia

internamente che esternamente.

E’ fondamentale che coloro che intendono candidarsi al CdA della Cassa

seguano corsi preventivi di formazione in tema di previdenza e assistenza,

così come è importante che corsi di formazione vegano seguiti periodicamente

dagli stessi consiglieri eletti e da coloro che fanno parte dell’assemblea dei

rappresentanti, in modo che tutti possano adottare decisioni con maggiore

113


consapevolezza.

Corsi di formazione che potrebbero essere organizzati anche a favore dei singoli

notai, in modo da poter rendere gli stessi edotti e consapevoli del proprio

futuro pensionistico e fare in modo che tale consapevolezza possa orientare

le proprie scelte, essendo utile, in determinati casi, affiancare in tempo una

previdenza complementare, che possa aumentare l’importo della propria

pensione.

Non tutti sanno ad esempio che se si aspira ad un tasso di sostituzione

del 20 – 25 %, occorre accantonare ogni anno almeno il 10% della base

reddituale imponibile.

Così come in tale ottica sarebbe utile organizzare e istituzionalizzare un

incontro annuale nazionale in cui si possa discutere di previdenza e assistenza,

come peraltro questo Consiglio ha iniziato a fare.

Utile sarebbe altresì istituire un servizio e un software che, sulla

falsa riga della busta arancione Inps, permetta di simulare quella che sarà

presumibilmente l’importo della propria pensione che si riceverà al termine

della propria vita lavorativa e che possa permettere eventualmente al soggetto

di ricorrere in tempo alla previdenza complementare, nonchè individuare

nuove forme di assistenza che non si traducano in un contributo a

fondo perduto, ma che possano coadiuvare gli iscritti a trovare occasioni

vantaggiose sul mercato e a individuare e sfruttare i finanziamenti non solo

europei, ma anche regionali e/o locali e infine individuare forme di contributi

che possano favorire forme di associazionismo tra Colleghi e che possano

rendere più competitivi gli studi notarili e il Notariato tutto.

Da sinistra i Notai: Marcoz, Morandi, Ghiglieri, Nigro, Dell Russo, Corsi e Buta

114


QUALE SARÀ IL FUTURO

DEL NOTARIATO? PROPOSTA

DI UN NOTAIO DI PROSSIMITÀ:

IL NOTAIO DEI “CITTADINI”

Paola Ghiglieri

(Notaio in Villa Cidro - Cagliari)

Siamo chiamati ad effettuare una riflessione approfondita, con lo sguardo

volto al futuro, per capire che cosa possiamo portare con noi, della

nostra professione, in questo viaggio nel tempo che sarà.

La domanda è, dunque, cosa riteniamo possa essere ancora attuale,

quali i correttivi da apportare e quali le nuove proposte da suggerire.

La mia risposta è: il notaio vicino ai cittadini, che privilegia il rapporto

umano con il cliente e che annulla le distanze, con la sua presenza costante

e rassicurante.

Quale Sara' Il Futuro Del Notariato?

Proposta Di Un Notaio Di Prossimita': Il Notaio Dei Cittadini

Domani sarò ciò che oggi ho scelto di essere. Lo schema-messaggio più

attuale, che possiamo portare ancora di più nel futuro, si racchiude nelle

parole:

Il Notaio Paola Ghiglieri

TUTELA

COMPRENSIONE

SUPPORTO

DEDIZIONE

SORRISO

Concetti senza tempo...........

Questo dovrebbe essere il format standard e obbligante da offrire ai nostri

interlocutori.

Il mondo cambia e noi, insieme all'evoluzione delle tecniche, abbiamo capito

e messo in pratica le esigenze che abbiamo percepito: l'aspetto umano.

Oggi viviamo in un'era che si fa sempre più digitale ed in qualche modo lontana

dalle persone; noi dobbiamo continuare a ridurre questa distanza,

seguendo il cambiamento, anzi precedendolo ed indirizzandolo, con la nostra

impronta.

Cosa cercano oggi le persone?

• in primo luogo un'assistenza globale, al fine di proteggere e difendere le

proprietà e l'attività lavorativa;

• in seconda battuta informazioni VERE e non solo FORMALI, per capire

appieno le operazioni da compiere, in modo da poter scegliere in modo

sereno;

• infine un supporto costante e concreto, che crei sicurezza.

La risposta è: IL NOTAIO.

Quali, dunque, dovrebbero essere le linee guida?

• il professionista deve stare in mezzo alle persone;

• deve offrire contatto ed empatia;

• deve consentire un approccio più semplice, quasi "familiare", con una

115


I notai Ghiglieri e Nigro

maggiore disponibilità al dialogo ed alla spiegazione;

• deve consentire una maggiore comprensione delle operazioni svolte;

• deve dare certezza ed offrire informazione;

• deve creare, in ultimo, soddisfazione e gratificazione.

Dobbiamo modificare l'immagine con la quale i clienti percepivano la nostra

categoria: venivamo visti come professionisti indiscutibilmente molto preparati

e competenti, ma poco vicini alle persone nonché considerati una figura

professionale molto seria, magari non tanto empatica. In ogni caso apparivamo

molto complicati, quasi enigmatici e non venivamo compresi appieno.

Tutto questo veniva accettato come normale, anche perché va evidenziato

che l'intera società era diversa.

Le proposte per il futuro potrebbero essere queste:

1 la continua presenza umana: l'automazione ed i computers

ci aiutano a svolgere il lavoro, con tempi ed efficienze

maggiori, ma non sostituiscono la competenza poliedrica

e imprescindibile del notaio;

2 un contatto, anche da remoto, con il cliente che, comodamente,

anche da casa può ricevere una consulenza ed un

supporto importante;

3 il lavoro mobile e la consulenza personalizzata on-line.

La nostra professione deve essere un servizio di consulenza

personalizzato per il cliente, un prodotto su misura, come un

vestito di sartoria. La mia esperienza professionale si svolge

anche in un centro di provincia, dove il rapporto diretto con le

persone è fondamentale e fa la differenza. Mi capita di ascoltare

tante storie, divertenti o tristi, storie di persone che

hanno lavorato all'estero, con tutta la famiglia, storie di sacrifici,

di impegni, di rinunce, di nostalgie, tutte importanti allo

stesso modo. Con il mio lavoro mi sento di valorizzare queste

realtà.

Dobbiamo mettere il cittadino al centro dei nostri interessi,

con l'altissima qualità delle nostre prestazioni; facciamo

anche capire il nostro lavoro, rendendo noto ciò che si verifica

nel back stage. Rendiamo vivo il nostro mondo, non fatto solo

di aride norme e gelide regole, ma fatto di persone, con un

cuore, un'anima ed una grande sensibilità. Siamo notai, ma

anche suggeritori, arbitri, portatori di pace, perché si tratta di

un lavoro svolto con passione, al servizio dello stato e delle

persone, talvolta anche con un fine sociale. Il cliente non è un

contenitore da riempire di nozioni, ma è come un allievo: va

preso per mano.

Questo importante messaggio è passato anche ai ragazzi delle scuole,

elementari, medie e superiori, nelle quali ho tenuto, con altri colleghi, per

due anni di seguito, le lezioni sulla legalità e sulle professioni di magistrato,

avvocato e notaio: dovete essere informati.

Informare significa dare forma alla mente, perché quando ottieni informa-

116


Villa Miani in Roma, sede della celebrazione del Centenario della Cassa

zioni crei delle idee.

Riporto, per sorridere, ma anche per riflettere, quanto contenuto in un cartello

appeso nella sala d'attesa di un medico:

1) Vorrei ricordare che la mia laurea in medicina non è paragonabile alla

vostra ricerca su Internet;

2) Coloro che si sono già diagnosticati da soli tramite Google, ma desiderano

un secondo parere, per cortesia controllino su Yahoo.com.

Anche per noi non esiste il notaio fai - da - te e noi dobbiamo essere capaci

di porgere bene le nostre consulenze e la nostra attività, in modo da portarla

anche nel futuro, con orgoglio e competenza.

Possiamo scegliere di cambiare il mondo. Noi siamo le nostre scelte.

Scegliamo bene.

WHY NOT(AIO) sarà una risposta, non solo una domanda................e non è

tutto........

117


IL NOTARIATO NEL FUTURO

E DUE DIRETTRICI

SU CUI RIFLETTERE

Giovanni Liotta

(Notaio in Spadafora - Messina)

Il Notaio Giovanni Liotta

La Tavola rotonda organizzata nel Congresso per i 100 anni della Cassa

ha tra i suoi obiettivi immaginare o suggerire una possibile visione del

notariato che verrà.

La mia presenza quale presidente di Federnotai, il sindacato dei notai italiani

da oltre quaranta anni e la personale esperienza nel notariato internazionale,

mi inducono a muovermi in una duplice dimensione e a lanciare

anche delle provocazioni. Il notariato del futuro deve certamente avere le

sue radici nel passato e conservare la sua essenza ma non può guardare

sempre e solo al suo passato per continuare a rendere il suo servizio. E sottolineo

la formula “continuare a rendere il suo servizio” perché troppo spesso

leggo o ascolto proposte di riforma o di restaurazione che servirebbero a far

“sopravvivere” il notariato. Tuttavia non credo che sopravvivere sia ciò che

ciascuno di noi si augura per la nostra professione; credo che ciò che ciascuno

voglia per il notariato è un maggior riconoscimento della nostra funzione

e un ampliamento dei servizi che essa può rendere.

Due sono i temi che pongo all’attenzione dei colleghi per una riflessione

pacata e tenuto conto anche della ripartizione dei compiti che sono

stati dati ai partecipanti della Tavola rotonda: la crescita dimensionale e

culturale degli studi notarili e il nuovo salto digitale con il tema dell’atto a

distanza o su piattaforma web e dell’atto (come già un paio di volte ho scritto

1 e detto in altre occasioni pubbliche) multimediale, esaminando alcuni

esempi europei.

Crescita dimensionale dello studio notarile: la sempre maggior

complessità della normativa, l’assenza di sistematica e coerenza con il

resto del sistema normativo, i continui cambiamenti in particolare nella

materia fiscale, con innumerevoli contrasti tra le posizioni dell’Agenzia delle

Entrate e della giurisprudenza della Corte di Cassazione, sono fattori che

rendono impegnativo in modo esponenziale il nostro lavoro. Se a tutto ciò

sommiamo l’incremento delle pretese risarcitorie dei clienti verso i notai,

con una giurisprudenza che allunga potenzialmente all’infinito la data di

decorrenza del termine di prescrizione e trasforma la prestazione sempre

più di risultato e sempre meno di mezzi, si può ammettere che il rischio di

non riuscire a esser pronti e preparati appare concreto per il singolo notaio

da solo nel suo studio. Indipendentemente dalla sede notarile, grande città

o piccolo centro (e chi scrive ha avuto a lungo entrambe le esperienze), nell’arco

della stessa giornata ci si potrà imbattere nell’esame delle norme più

1 Il notariato tra tradizione e innovazione: formula vuota o ipotesi di lavoro in Infonews –

Newsletter di informazione trimestrale di Notartel società informatica del notariato, n. 4 dicembre

2017, reperibile a questo link:

http://www.infonews.notartel.it/opencms/infonews/articoli/n4_2017/n4_17_editoriale.html?hn

=4&hd=1514459220000&categoria=Editoriale&indice_cat=0

118


varie. Potrà esser necessaria la lettura del Regolamento UE sulle successioni

internazionali con l’onere di conoscenza del diritto straniero, anche solo

per poi presentare una dichiarazione di successione (telematica!) e fare una

tradizionale donazione da padre a figlio o un testamento e, poche ore più

tardi, costituire una S.r.l., tradizionale anch’essa si spera, con attività costituente

l’oggetto sociale che richiede complesse verifiche per i minimi di capitale

o le riserve. E, tra queste due temi da studiare, potrà esser necessario

verificare alla luce del diritto dell’informatica, la possibilità di rilasciare un

estratto di libri digitali o di pagina web.

Si può fare tutto da soli? All’inizio dell’attività forse si, ma con il

tempo forse no. L’esperienza delle altre professioni ci dimostra che le strutture

associate o in rete riescono a offrire maggiori servizi e, probabilmente,

un livello medio di preparazione più certo. Non si tratta di avere notai specializzati

che siano in grado di fare una fusione ma non una donazione, ma

un insieme di notai che, con un reciproco e quotidiano scambio di conoscenze,

rendono ciascun appartenente alla struttura più rapidamente e facilmente

preparato e aggiornato. Anche per non assistere più all’imbarazzante

proliferare di post su social network o forum con la classica domanda che

lascia intravedere un’improvvisazione nel fissare la data di stipulazione di

un atto. Ma come far crescere gli studi di dimensione? Non reputo utile una

sola opzione. Di contro immagino un ventaglio di strumenti che, in base

all’ubicazione della sede e al carattere di ciascun notaio, si utilizzeranno. Si

potrà ricorrere al modello dell’art. 82 della legge notarile o ammettere forme

societarie ritornando alla c.d. società civile del vecchio codice sul modello, se

occorre, dell’esperienza in tal senso del notariato francese. Si potranno e

dovranno prevedere modelli, specifici per i notai se occorre, derivati dal contratto

di rete tra imprese o dal più tradizionale consorzio. E occorrerà

accompagnare la regolamentazione di tali modelli, flessibili, con un idoneo

e favorevole trattamento fiscale nonché, molto probabilmente, con eventuale

deroga alle norme sull’ufficio secondario. In quest’ultima prospettiva, se si

condivide l’utilità della crescita aggregativa, migliorando l’attuale e sibillino

rapporto tra l’art. 26 e l’art. 82 della legge notarile e per stimolare alla creazione

di strutture associate, si potrebbe immaginare di non conteggiare gli

studi degli associati – a certe condizioni o entro certi limiti da studiare a

fondo – nel numero degli uffici secondari.

Atto digitale: la stipulazione con modalità informatiche di un atto notarile

è ormai un fatto acquisto a livello normativo; purtroppo lo è meno a livello

pratico. Non è questa la sede per affrontare le ragioni di questa ritrosia del

notaio a utilizzare l’atto informatico con la firma grafometrica in particolare

2 . La prospettiva che qui s’intende indicare è diversa: trasformare l’atto

informatico da mera conversione del cartaceo in file pdf/A a file multimedia-

2 Federnotai ha presentato al Cnn una serie di proposte dirette a promuovere l’atto informatico

e con firma grafometrica mediante la semplificazione di alcune fasi della procedure e l’introduzione

di una norma che – sulla base della prassi dei notai francesi – consenta una postilla

elettronica dopo la stipula dell’atto a cura del notaio e da allegare alle pratiche telematiche per

Agenzia Entrate e Registro delle Imprese.

119


le che possa aggregare altri dati o produrre nuovi effetti a servizio dei clienti

e della pubblica amministrazione; ragionare sulla possibilità di stipulare

atti a distanza come forma evoluta dell’atto al telefono della nostra legge

notarile.

Sul primo profilo e ci si collega anche al tema degli smart contracts, l’atto

multimediale è da immaginare come uno strumento che contenga i dati per

aggiornare gli archivi dello stato civile per la residenza o le utenze dei servizi

domestici quali luce, gas o internet o, ancora, che al verificarsi di una

certa condizione o termine, potrà essere ciò che autorizza e consenta un

pagamento da parte della banca dell’acquirente in favore del venditore,

senza dover ricorre ad altre attività dopo la firma davanti al notaio.

Sul secondo profilo un notariato che vuole provare a proporre una visione

del proprio futuro deve, a mio avviso, iniziare a parlare di atto a distanza.

Le nuove generazioni con molta probabilità lo riterranno quasi una ovvietà

ma già oggi la Commissione Europea con una serie di proposte normative,

tra le quali il Digital Single Market che potrebbe rivoluzionare il modo di

creare e far vivere le società in ambito UE, ci impone di discuterne senza

pregiudizi. Altri notariati lo stanno facendo o lo hanno già fatto: mi riferisco

tra gli altri al notariato austriaco che ha realizzato e ha già operativo un

sistema per costituire le società senza la presenza fisica dei clienti e al notariato

francese che sta lavorando concretamente a questa modalità per gli

atti immobiliari. Sperimentare appare necessario insieme a proposte di

aggiornamento delle norme su errore, violenza e dolo per tale tipologia di

“forma”.

Le direttrici di queste brevi note e il mio auspicio per una loro realizzazione

dovranno, ovviamente, esser discusse, approfondite, studiate tra

i notai e dai vertici politici degli stessi. Ciò che credo non debba accadere è

ciò che ormai in modo ingiustificabile, di contro, accade: impedire il dibattito,

accusare chi fa proposte o suggerisce temi di riflessione non condivisi di

essere nemico del notariato dal suo interno, ricorrere ad attacchi personali

o verbali, presumere la mala fede. O ancora ritenere che solo una proposta

condivisa all’unanimità possa essere promossa e presentata allo Stato.

Accade anche questo tra i notai ma significa abdicare alle regole della democrazia,

al rispetto delle altrui libertà e alla funzione stessa della delega che

con il nostro voto abbiamo dato e daremo al Consiglio Nazionale del

Notariato cui, per legge, spettano precisi compiti. Per dirla da notai, significa

tradire quel principio di legalità che attuiamo ogni giorno con le nostre

firme sugli atti notarili. Nel mio breve articolo sulla newsletter di Notartel 3

concludevo così “Far convivere tradizione e innovazione nel notariato, di

fronte ad azioni dirette a considerarci come parte solo della tradizione e del

passato, impone a ciascuno di noi di navigare oltre le colonne di Ercole dell’attuale

modo d’immaginare, non il notaio, ma gli strumenti con i quali ciascuno

svolge la sua ancor attuale funzione. D’altronde Cristoforo Colombo

nel suo viaggio verso le Indie aveva con sé un Notaio.”.

Mi sembra applicabile anche allo spirito della Tavola rotonda.

3 V. nota 1.

120


LE NUOVE TECNOLOGIE ED

IL FUTURO DELLE PROFESSIONI

Eliana Morandi

(Notaio in Trento)

Le mie riflessioni sulla prevedibile evoluzione della nostra professione

nel prossimo futuro si incentrano su due filoni: uno nuovo, l’altro ricorrente,

entrambi rilevabili anche sullo scenario internazionale, che quindi

può costituire un palcoscenico interessante, sia perché i fenomeni che in esso

si verificano si riflettono inevitabilmente (almeno in parte) anche nel nostro

ordinamento; sia per poterne trarre alcuni stimoli e suggerimenti per evitare,

se possibile, di incorrere in errori che altri hanno già fatto.

I due filoni di cui intendo parlare sono:

• Innovazione tecnologica: Incombente pericolo o straordinaria opportunità?

• Innovazione normativa europea

Law Tech: l’innovazione tecnologica e l’impatto sulla funzione

notarile e/o sulle sue modalità di svolgimento.

L’innovazione tecnologica è il primo elemento - addirittura rivoluzionario -

che a livello internazionale viene richiamato con sempre maggiore frequenza

e, da molti, anche preoccupazione. Il suo sviluppo rapidissimo, travolgente,

da molti temuto come incontrollabile, può o potrà avere conseguenze non

del tutto prevedibili sulla nostra vita, come già rilevato – per fermarsi a due

esperti del settore – da Stephen Hawkings e Elon Musk.

Per quanto qui ci interessa, chi è familiare con la stampa anglofona sa bene

che da almeno due – tre anni il mondo legale angloamericano è in grande

fermento proprio per i timori che lo sviluppo tecnologico sta sollevando,

paventandosi la “sostituzione” dei legali – ma anche dei notai e dei commercialisti,

e più in generale delle professioni intellettuali – da parte della evoluzione

tecnologica e, in questo ampio campo, in particolare dalla temutissima

“Intelligenza Artificiale – acronimo inglese A.I.” E poiché il mondo

anglo-americano è tecnologicamente più avanti di noi (almeno in apparenza),

questa profonda preoccupazione ci deve indurre a riflettere sul fenomeno.

Si parla di Legal technology o Legal Tech o LawTech (di cui esistono in

Italia 2 gruppi di studio universitari: a Trento e Pavia) ricomprendendovi

tutte le varie forme di innovazione informatica che influiscono su, e con cui

possono essere svolte determinate funzioni tipiche del mondo legale.

Si parla, quindi: di cloud ed edge computing; Internet delle cose (IoT) (scarpe

Nike e seggiolino che avverte del bambino in macchina, sveglia che suona

prima perché c’è un blocco di traffico), Mobility, performance tracking, On-

Line communities, Robo-lawyers, Blockchain, ChatBot, TAR (technology

assisted Research), machine learning/analytics e soprattutto AI (artificial

Intelligence)….

In che modo, in concreto, l’innovazione tech quindi incide o può incidere oggi

Il Notaio Eliana Morandi

121


sulle attività legali?

1 Piattaforme (cloud e edge computing) che garantiscono e consentono

trasparenza e maggiore comparabilità tra notai, maggiore mobilità al

notaio, maggiore efficienza e “vicinanza” tra studio e cliente : quindi i

notai devono partecipare ed essere presenti con gli strumenti ai quali gli

utenti sono abituati (ad esempio le Chat Bot: possibilità di dialogo – più

o meno in diretta – tra utente e studio; possibilità per il notaio di interrogare

vocalmente la propria banca dati totale (tutte le pratiche); possibilità

di fare acquisire documenti nella pratica grazie a invii fatti direttamente

dal cliente con il proprio smartphone o tablet;

2 Contratti autocompilati: ci sono quelli di affitto in rete; ci sono quelli

delle Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT), ma dubito che in

Italia qualcuno si fiderebbe a compilare da solo, con la controparte, un

contratto di acquisto di casa; per alcune grandi compagnie (JPMorgan

e Clifford Chance) questi contratti autocompilati sono diventati un

grande business, a cui applicano la c.d. freemium price strategy. In

sostanza, sul sito delle società sono disponibili gratuitamente alcune

bozze di contratto che, mediamente, dovrebbero soddisfare le esigenze

del cliente. Poi però, se il cliente vuole essere sicuro di avere il contratto

giusto e completo, naturalmente deve affidarsi ai legali delle società, a

pagamento. Così, in sintesi, le società guadagnano di più perché ricavano

gli stessi compensi impegnando un minor costo/uomo.

3 Revisione automatizzata dei contratti: il programma LawGeex (USA)

può individuare molto rapidamente quali clausole manchino, siano inusuali

o malformulate in tempi rapidissimi; i principali clienti di

LawGeex sono avvocati di impresa. Noi, come notai, la utilizziamo già:

e’ quello che fanno i programmi estrattori di dati per preparare gli

adempimenti o per fare il controllo sulle formalità di legge notarile.

Ovviamente richiede che ci siano regole prefissate. Certamente stanno

progredendo molto in termini di capacità e rapididi ricerca.

L’americana JP Morgan ha affermato che il loro programma ha revisionato

contratti commerciali (i più standardizzati in assoluto) risparmiando

360.000 ore/anno di avvocati e dipendenti. A parte valutare l’attendibilità

di JPM (è una delle 5 shadow banks che hanno generato la

crisi finanziaria mondiale…) è davvero difficile immaginare come poter

fare una controprova , ed essendo molto standardizzati potrebbero mancare

date, sigle, etc. Lo stesso studio legale Clifford Chance riconosce

che non si persegue più la precisione, bensì il bilanciamento tra costo e

sicurezza: se vuoi pagare meno, devi accettare un margine di errore più

alto.

4 Il c.d. Robo-lawyer, Arbitration and mediation: consultazioni, decisioni

stragiudiziali e giudiziali fatte da AI, tramite procedimenti di machine

learning (autoapprendimento). In sostanza ci si può concentrare su due

strumenti su cui si basano tutte le innovazioni che possono maggiormente

influenzare l’attività notarile (o, più ampiamente, legale). AI:

per intelligenza artificiale, in termini semplici e forse semplicistici,

122


si intende lo sviluppo e l’utilizzo di programmi che pongono in essere

attività che normalmente richiedono l’intervento dell’intelligenza

umana. In questo momento storico e nel futuro prossimo, l’AI può raggiungere,

attuare o superare solo alcune, ma non tutte le funzioni cognitive

umane. Non ha senso preoccuparsi per la maggior parte degli

ambiti legali, per il nostro in particolare ma anche per quello forense e

giudiziale perché il grado di sviluppo che in questo momento ha raggiunto

l’intelligenza artificiale nel settore legale comunque comporta

che restino ampiamente indispensabili il giudizio umano, l’intuito, il

buon senso, le capacità di relazione interpersonale e quindi in realtà

l’intelligenza artificiale in questo momento non sembra possa essere un

pericolo ma, al contrario, uno straordinario strumento lavorativo. E’,

infatti, in grado di analizzare e verificare a velocità irraggiungibili un

numero spropositato di dati, che per un umano richiederebbero giorni di

lavoro… però non è

in grado di cogliere

le sfumature, le differenze,

perché non

può riconoscere ciò

che il suo programmatore

non ha inserito

nel suo software

e il programmatore

non può inserire

tutte le possibili,

infinite variabili. Ci

sono poi un numero

crescente di questioni

legali nate dall’utilizzo

di queste tecnologie,

soprattutto

legate alla responsabilità

dei danni che

esse in qualunque

modo provocassero,

non essendo affatto

chiaro in capo a chi

dovrebbero ricadere.

Ma la principale domanda di fondo è: come si può garantirne l’accuratezza,

la legalità e la correttezza giuridica, se non sappiamo chi scrive le

regole e chi controlla le regole di autoapprendimento? Un autore americano

ironicamente si è chiesto se dovremo, quindi, chiamare alla sbarra

dei testimoni queste macchine per farle deporre sui criteri indipendenti

che hanno utilizzato nelle loro decisioni. Non è un caso se, per la prima

volta a livello mondiale, la Commissione europea per l’efficienza della

giustizia (CEPEJ) del Consiglio d’Europa ha promulgato la “carta etica

I Notai: Marcoz, Morandi e Ghiglieri

123


europea sull’uso dell’intelligenza artificiale (IA) nei sistemi giudiziari e

negli ambiti connessi”. Machine learning: lo sviluppo dell’A.I. porta al

machine learning, vale a dire alla ideazione di programmi di intelligenza

artificiale che si auto addestrano, ed imparano qualcosa da ogni esperienza

che fanno per migliorare la prestazione nella successiva. Ma,

ancora una volta, il problema di fondo, che non tutti focalizzano, è che

le regole con cui scegliere gli elementi da cui imparare e come utilizzarli

(algoritmi di auto-apprendimento) vengono scritti da uomini che ne

hanno il vero, totale ed invisibile controllo, impercettibile e inafferrabile

da chi li “subisce”, mentre chi utilizza l’AI autodidatta è nelle mani di

chi lo ha programmato! Sono già emersi, al riguardo, anche problemi di

“errori involontari”, di “pregiudizi inconsapevoli” che il programmatore

inserisce nei programmi che scrive.

Come è stato ben sintetizzato: Bias data, Bias results. Se entrano criteri

distorti”, escono regole “distorte”.

Ironicamente, potremmo dire che al già famoso GI-GO (Garbage In –

Garbage Out), lo sviluppo ha affiancato anche la locuzione acronima Bi-BO

(Bias In – Bias Out)

Ad esempio una ricercatrice dell’MIT (Joy Buolamwini) che si occupava di

programmi di riconoscimento facciale si è resa conto che il programma riconosceva

più facilmente e più esattamente visi maschili e di pelle chiara,

rispetto a visi femminili e di pelle più scura. Dato che i programmi di riconoscimento

facciale sono sempre più usati nella vita quotidiana (ad esempio

nella ricerca di persone scomparse, nella sicurezza etc.) questa circostanza

è molto importante.

Ha segnalato la cosa ai colleghi dell’MIT, che hanno corretto gli algoritmi

per escludere questi insospettati “bias”, ma i rimedi si sono dimostrati inefficaci

nel 60% dei casi.

Cos’hanno, dunque, in comune tutti gli strumenti di Law-tech?

La mancanza di sicurezza, la mancanza di privacy e la mancanza di

affidabilità:

o perché sono violabili tecnicamente; o perché manca qualsiasi controllo sui

contenuti immessi in catene che magari sono inviolabili, ma non si sa cosa

contengano e chi abbia immesso il contenuto; o perché dietro un’apparente

“assoluta oggettività e razionalità (machine learning)” ci sono pur sempre

algoritmi (cioè regole di apprendimento) stabilite da uomini, non si sa chi,

non si sa come e non si sa con quali finalità.

Quindi, in sintesi, ci si può chiedere quale possa essere la reale utilità di dati

di cui non si conosce l’origine e l’affidabilità: come già detto: garbage in, garbage

out (GI-GO), Bias in Bias Out (BI-BO).

La tecnologia non ha poteri taumaturgici.

La funzione notarile, se ben esercitata, ne esce esaltata: garantisce la qualità

e la affidabilità giuridica dei dati immessi in una catena ed in registri

accessibili a tutti. Dominando la tecnologia, ne rende davvero fruibili i vantaggi

in termini di rapididi trasmissione ed accesso, e quindi di reale effi-

124


cienza, assumendone la piena, riconoscibile ed indiscutibile responsabilità.

Conclusioni

Dalla lettura della letteratura in materia (sia italiana che straniera) (solo)

due elementi si ritrovano costantemente:

1 Cambiano e devono cambiare le modalità con cui si esercitano le professioni

legali e la notarile in particolare; ma, devo aggiungere, perché per

noi la tecnologia sia una straordinaria opportunità di affermazione (e

non un pericolo esiziale) è essenziale che rimanga invariata – ed anzi

venga rafforzata – la funzione di controllo e garanzia che ci spetta. Il

notaio deve rimanere il dominus, deve mantenere il dominio sugli strumenti

tecnologici. E ciò vale ancora di più per la funzione notarile: la

tecnologia, qualunque forma assuma, mostra sempre lo stesso punto

debole: opacità e mancanza di trasparenza e controllo su chi realmente

“scrive le regole” (algoritmi); insicurezza, vulnerabilità agli attacchi,

incertezza. La funzione notarile ne può uscire fortemente rafforzata, ma

deve essere rigorosamente protetta contro i danneggiatori interni.

Quindi mi sembra indispensabile che venga rafforzato il controllo sull’esercizio

corretto della funzione, perché chi la mette in discussione mette

in pericolo tutta la categoria. Noi dobbiamo, senza eccezioni, garantire

sicurezza, certezza e responsabilità dei dati e delle transazioni.

2 È essenziale la formazione (riskilling e upskilling) nelle nuove tecnologie:

sia per il notaio, sia per il personale. Tutto il mondo intorno a noi sta

adottando e adotterà sempre di più queste tecnologie, quindi bisogna

assolutamente imparare a conoscerle ed utilizzarle, e insegnare al proprio

personale a conoscerle ed utilizzarle, perché è necessario dominarla

per farla rimanere al suo posto che è quello di fantastico strumento, che

deve rimanere STRUMENTO. Lo sviluppo tecnologico che rappresenta

la quarta rivoluzione ci costringe ad un salto culturale enorme, che

impone al notaio stesso di conoscere e saper utilizzare (almeno saper

comprendere) gli strumenti che le nuove tecnologie offrono, perché è

necessaria una nuova forma di leadership, quella inclusiva, per cui è il

leader (notaio) che motiva la squadra nell’utilizzo degli strumenti tecnologici

che verranno messi a disposizione. E questo è indispensabile perché

la categoria deve apparire sempre, all’esterno, tecnologicamente

all’avanguardia. Ma anche, se vogliamo, perché il migliore utilizzo degli

strumenti (chatbot, mobility, performance tracking, Customer satisfaction

report, Technology Assisted Research) consentirà al singolo notaio

di essere più efficiente e soddisfare di più il cliente. E dobbiamo cominciare

subito, perché questo grande salto culturale richiede tempo. La

tecnologia sta arrivando: se non la padroneggiamo e il nostro personale

non la padroneggia, ne diventiamo vittime. Sarebbe molto opportuno

anche inserire queste materie nei corsi di formazione dei praticanti

notai e/o nel concorso notarile, nei corsi di aggiornamento professionale

per i notai dei notai (come la deontologia).

Voglio chiudere con due notazioni.

125


Una è la nota esortazione di Robert Kennedy, ancora attuale, secondo

cui: “Il solo fatto che non vediamo la fine della strada non giustifica che

non iniziamo il viaggio. Al contrario, un grande cambiamento domina il

mondo e, se non ci muoviamo con il cambiamento, ne diventeremo vittime.”

Infine una buona notizia, apparsa sul Corriere della Sera del 17

gennaio 2019: un famoso albergo giapponese, entrato nel Guiness dei

primati nel 2015 per aver utilizzato i più grande numero di androidi, ha

licenziato metà personale: facchini, addetti alla reception, alle pulizie ed

al room service si ammalavano troppo spesso, costavano troppo ed infastidivano

gli ospiti con il loro comportamento. Era accaduto che l’albergo

aveva “utilizzato” 243 androidi, che però si sono manifestati inadeguati:

non sapevano consigliare luoghi da visitare, fornire informazioni su

come arrivare in tempo all’aeroporto; si inciampavano facendo i gradini,

se prendevano umidità si bloccavano e una “assistente” da camera ha

continuato ad infastidire il cliente tutta la notte continuando a chiedergli

”ripeti per favore, non ho capito la domanda” mentre il poveretto stava

russando.. e non è riuscito in nessun modo a risolvere il problema…

Quindi sembrerebbe che anche per mansioni relativamente semplici gli

androidi siano ancora abbastanza lontani dal poter realmente sostituire

l’umano, anche se possono senz’altro essere per l’uomo strumenti di

enorme utilità come “espansione” della sua velocità di elaborazione e

capacità di conservazione ed analisi di dati.

INNOVAZIONE NORMATIVA:

Europa e riforme delle professioni protette (regulated professions)

Da almeno 20 anni la UE cerca in tutti i modi, ripetutamente, di promuovere

riforme delle professioni protette e delle riserve di competenze, in nome

di una asserita ricerca di maggiore competitività ed efficienza e quindi di

vantaggi per i consumatori.

Da ultimo vengono in evidenza, in questo senso, il rapporto OECD che regolarmente

cerca di promuovere riforme delle professioni protette, sulla base

della apodittica affermazione di una correlazione tra diminuzione della

regolamentazione delle professioni ed aumento della produttività del sistema,

nonché dei vantaggi per i consumatori.

Non si può poi dimenticare la Direttiva 2018/958, che obbliga gli Stati ad un

test di proporzionalità prima dell’adozione di nuove normative di regolamentazione

delle professioni. La Direttiva ha, appunto, lo scopo di promuovere

l’analisi delle restrizioni vigenti al fine di eliminarle per quanto più

possibile. Senza dilungarsi troppo, è importante ricordare due documenti

che concludono, invece, che non esistono dati che supportino chiaramente ed

inequivocabilmente l’affermazione dell’ OECD.

Il primo è della Direzione Generale Mercato Interno e Servizi: “Study to

provide an inventory of reserves of Activities linked to professional requirements

in 13 EU Member States and assessing their economic impact”, Final

126


Sala interna di Villa Miani, Roma

Report 2012, Centre for Strategy and Evaluation Services, DG Internal

Market and Services. Tra le altre, si leggano le pagg. 97, 111 e 113, dove

viene rilevata una connessione tra la maggiore regolamentazione e una

minore produttività, ma poi si riconosce che tale correlazione è statisticamente

insignificante.

Il secondo è uno studio commissionato dal Ministero dell’Economia

Olandese ad una società di ricerca (Ecorys) con lo scopo di valutare quali

normative relative alle professioni avrebbero dovuto essere riformate per

rendere più efficienti le professioni e dare maggiori vantaggi ai consumatori.

La società “Ecorys” ha rilasciato il suo rapporto “Modernising regulated professions,

Economic importance and impact” nel 2014. Il rapporto ha svolto

un esemplare lavoro di raccolta di tutti (o certamente tutti i più importanti)

studi svolti in questa materia, giungendo alla conclusione che tutti gli studi

fatti finora dichiarano che riforme normative di vario genere (eliminazione

dei limiti di accesso, eliminazione degli obblighi di iscrizione ad albi e quindi

eliminazione delle riserve di competenze o delle corrispondenti riserve di

titolo) produrrebbero miglioramenti in termini di efficienza (e ognuno dà i

numeri che vuole….) ma, utilizzando criteri e metodi di valutazione diversi

e pervenendo a dati numerici diversi, finora nessuno studio è riuscito a

dimostrare in modo scientificamente convincente che sia realmente così, né,

tantomeno, si è preoccupato di analizzare e dimostrare che l’eliminazione o

riduzione di regolamentazione – che sono ovunque dirette alla tutela di interessi

pubblici – non finirebbe, invece, per danneggiarli irreparabilmente, ad

esempio riducendo la qualità delle prestazioni.

Lo studio conclude, quindi, con l’insufficienza assoluta di dati per corroborare

riforme di tal genere e la necessità di valutarne, comunque, anche tutti i

possibili effetti negativi, tenendo presenti gli interessi pubblici che con tali

normative vengono perseguiti.

127


IL NOTAIO DIGITALE AL CENTRO

DI UN MONDO DIGITALE

Michele Nastri e Giampaolo Marcoz

(Consiglieri del Consiglio Nazionale del Notariato)

Il Notaio Michele Nastri

Il nostro proposito è di rispondere, nel limitato tempo a disposizione, al

quesito posto dalla tavola rotonda delineando alcuni degli scenari che si

prospettano nel breve e nel medio periodo.

E’ necessario però far precedere l’esame degli argomenti che riteniamo

esemplari da due considerazioni di carattere generale:

• Il passaggio alla contrattazione informatica diffusa, superata la fase

della sola documentazione, pone problemi nuovi, come quelli della

gestione delle identità digitali, che attengono all’essenza stessa delle

funzioni notarili, e che devono essere gestiti in modo nuovo e senza

indugio. Ciò richiede una metamorfosi culturale e di preparazione del

notariato che richiederà un grande sforzo negli anni a venire e senza il

quale siamo destinati a soccombere;

• La gestione della sicurezza della contrattazione informatica anche a

distanza, del documento informatico, della sua autenticità, della sua

conservazione, richiedono mezzi e capitali che non sono alla portata dei

singoli notai; questo richiede un ripensamento strutturale dell’organizzazione

del notariato, per trovare un giusto equilibrio tra ciò che deve

essere compito degli organi di categoria (si pensi alla conservazione

degli atti notarili informatici) e ciò che deve essere invece lasciato alla

libertà dei singoli e delle associazioni.

Per raggiungere questi obiettivi (che sono di sopravvivenza) e trovare nuovi

equilibri, occorre una condivisione che occorre costruire nella dialettica

interna, a partire dalla formazione delle nuove generazioni.

L’impatto dell’intelligenza artificiale

L’utilizzo della Intelligenza Artificiale è entrato, senza che noi ce ne siamo

resi conto, nei nostri studi professionali: ogni volta che chiediamo al nostro

programma operativo di estrarre i dati dall’atto per predisporre l’adempimento

unico stiamo utilizzando un sistema di intelligenza artificiale.

Il Notaio Giampaolo Marcoz

L’utilizzo sempre più diffuso di tale strumento a servizio dei professionisti

avrà sicuramente un impatto significativo sulla nostra professione, che inciderà

sia sulla quantità che sulla qualità della nostra attività professionale;

si passerà “dal lavoro morto al lavoro vivo” (Ferraris) con più tempo da

impegnare nelle attività intellettuali importanti; nel nostro ambito giuridico

“l’informatica potrà essere d’aiuto nel fornire ed elaborare i precedenti in

modo da trarre da ciò che fu deciso indici di prevedibilità di ciò che si deciderà”

(Marchetti).

La diffusione di strumenti tecnologici di intelligenza artificiale e il

loro impatto sulle professioni e sulla occupazione in generale ha imposto alle

autorità competenti di riflettere sul tema per dettare alcuni principi di

128


carattere etico che disciplinino e limitino anche l’evoluzione tecnologica; con

la “Carta etica europea sull'uso dell'intelligenza artificiale (AI) nei sistemi

giudiziari e in ambiti connessi”, (https://rm.coe.int/ethical-charter-en-forpublication-4-december-2018/16808f699c

), la Commissione europea per l'efficienza

della giustizia (Cepej) del Consiglio d'Europa ha dettato alcuni principi

da applicare al trattamento automatizzato delle decisioni e dei dati giudiziari,

sulla base di tecniche di AI.

L’utilizzo di sistemi di AI deve avvenire in modo responsabile, nel rispetto

dei seguenti principi fondamentali:

• la protezione dei dati personali;

• il rispetto dei diritti umani e la non discriminazione;

• la qualità e sicurezza nelle metodologie di analisi e nel trattamento

automatizzato delle decisioni giudiziarie che devono provenire da originali

certificati,

• la trasparenza, l’imparzialità e l’equità nel trattamento delle decisioni

giudiziarie;

• il controllo dell’utente, che deve essere informato, in un linguaggio

chiaro e comprensibile, e sulle diverse opzioni disponibili.

La Commissione informatica del Consiglio Nazionale e la Notartel

hanno iniziato e stanno compiendo le prime attività di approfondimento sull’impatto

che l’intelligenza artificiale potrà avere nella quotidianità del lavoro

notarile. Tali progetti, che vedranno la luce nel primo semestre dell’anno

2019, si incentrano principalmente sui seguenti temi:

• Elaborazione del Linguaggio Naturale: la tecnologia di ELN si

pone il traguardo di poter leggere i testi liberi scritti da persone “qualunque”

e di poterli interpretare in maniera corretta e di fare evolvere

un contratto notarile in uno Smart Contract, cioè nella “traduzione”

o “trasposizione” in codice di un contratto, al fine di verificare in automatico

l’avverarsi di determinate condizioni (controllo di dati di base del

contratto) e di auto-eseguire in automatico azioni (o dare disposizione

affinché si possano eseguire determinate azioni) nel momento in cui le

condizioni determinate tra le parti sono raggiunte e verificate. In altre

parole, lo Smart Contract è basato su un codice che “legge” sia le clausole

che sono state concordate sia la condizioni operative nelle quali

devono verificarsi le condizioni concordate e si auto-esegue automaticamente

nel momento in cui i dati riferiti alle situazioni reali corrispondono

ai dati riferiti alle condizioni e alle clausole concordate.

• Creazione di una Banca Dati Notarile Predittiva: attraverso un

sistema di Apprendimento Automatico, più conosciuto come Machine

Learning, si cerca di “insegnare” alla banca dati di analizzare il contenuto

dell’atto notarile al fine di valutarne la correttezza e la completezza.

L’atto informatico a distanza

Il tema dell’atto a distanza, intendendosi per tale un atto notarile concluso

129


non alla presenza fisica del notaio, ma attraverso il collegamento dello stesso

ai clienti con strumenti telematici, è di straordinaria delicatezza e complessità,

riguardando argomenti quali la formazione della volontà delle

parti, l’espressione della stessa, la funzione di adeguamento notarile, la personalità

della prestazione e la competenza territoriale dei notai al fine della

corretta diffusione del servizio ai cittadini.

Prima di entrare nel merito delle questioni occorre chiarire che il

tema viene affrontato solo de jure condendo, in quanto l’attuale testo dell’art.

47 della legge notarile, richiedendo che l’atto sia ricevuto in presenza

delle parti, prescrive senza dubbio alcuno, per ragioni sistematiche prima

che storiche, la presenza fisica dinanzi al notaio, e non consente nessuna

forma di telepresenza. Non essendo questa la sede per un approfondimento

di carattere tecnico giuridico, sarà importante limitarsi a precisare che le

forme di contrattazione a distanza, o più in generale di relazione giuridica a

distanza, attraverso strumenti di telepresenza, nei casi in cui è richiesta la

contestuale presenza di più soggetti, costituiscono ad oggi ancora fenomeni

eccezionali dal punto di vista sistematico: le decisioni degli organi collegiali

delle società di capitali, della presenza nell’udienza penale ai sensi dell’art.

146 disp. Att. C.p.p. e delle prassi (invero come minimo praeter legem) per

il rilascio a distanza dei dispositivi per la firma digitale.

Ciò non toglie che l’argomento sia divenuto ormai di pressante

attualità, al punto che appare immaginabile che il diffondersi di simili previsioni

normative possa nel tempo arrivare ad invertire il rapporto

regola/eccezione. Tutto questo, in mancanza di un’idonea regolamentazione,

potrebbe avere effetti destabilizzanti per la funzione notarile.

A conferma della tendenza ordinamentale verso la progressiva

ammissibilità della contrattazione in telepresenza, è la presentazione dell’ancora

non approvato emendamento alla Direttiva 2017/1132 (cd.

Company Law Package) tendente ad introdurre, per facilitare gli scambi

transfrontalieri, la possibilità di costituire società con sistemi di contrattazione

in telepresenza, attraverso quindi la preventiva digitalizzazione dell’atto

costitutivo.

Occorre quindi una strategia complessiva per l’atto a distanza,

peraltro già possibile oggi in presenza di tanti notai quanti sono i luoghi in

cui si trovano le varie parti. Tale strategia che dovrà essere accuratamente

valutata dal Consiglio Nazionale potrà per esempio ipotizzare un’introduzione

graduale dello stesso, non essendo totalmente prevedibili e controllabili le

conseguenze e le insidie di una tale forma di contrattazione. Si potrà ad

esempio ammetterlo inizialmente solo per alcune categorie di atti, o solo in

caso di consenso unanime delle parti, o con particolari accorgimenti quanto

all’identificazione e alle modalità di formazione della volontà. Quello che è

certo è che si tratta di una questione che dovrà essere affrontata in modo

organico e per tempo, essendo illusorio ogni tentativo di fermare la diffusione

di tali forme di contrattazione o di limitarla a settori come quello societario.

Il punto cardine di ogni ragionamento sull’atto a distanza non deve però

130


essere la tecnologia utilizzata, ma la salvaguardia e la valorizzazione

della funzione sociale del notaio, attraverso meccanismi anche normativi

che incrementino i profili di personalità della prestazione finalizzata

alla funzione di adeguamento in questa nuova operatività.

Sviluppi dell’atto informatico e conservazione: la postilla elettronica

L’utilizzo dell’informatica, nato come sistema per rendere più efficienti

dapprima le procedure interne agli studi (risalgono alla fine degli anni ’70

dello scorso secolo i primi software per l’automazione degli studi notarili), si

è via via esteso alla predisposizione degli adempimenti rivolti alla

pubblica amministrazione, quali in particolare la registrazione e l’esecuzione

della pubblicità immobiliare e commerciale attraverso, in un primo

tempo, la preparazione attraverso strumenti informatici di adempimenti

destinati ad un passaggio su carta, pur se nati da (e destinati a) sistemi

informatici (si pensi alle note di trascrizione meccanizzate che, fino a buona

parte degli anni 90, erano predisposte informaticamente nello studio del

notaio, stampate, e riacquisite negli uffici dei registri immobiliari, con gran

dispendio di energie e possibilità di errori). Successivamente l’informatizzazione

si è estesa, con strumenti dapprima solo informatici e poi gradualmente

telematici, alla trasmissione degli adempimenti, ferma restando la redazione

su carta dell’atto notarile, che con la sua copia, costituiva, e costituisce,

il punto fondante della valididelle procedure.

Il vero snodo è stato l’introduzione della firma digitale: risolta

in questo modo la questione fondamentale della imputabilità del documento

ai firmatari anche nell’ambito della contrattazione informatica, e non

dovendosi così più ricorrere ad artifizi di vario genere, ma soprattutto a

sistemi chiusi le cui condizioni fossero o accettate dall’unanimità degli utenti,

o imposte da una norma, si è potuto procedere dapprima alla trasmissione

di documenti aventi il valore sostanziale e probatorio dell’atto notarile (le

copie) e successivamente alla redazione di veri e propri atti notarili. Ciò in

base ad una evoluzione normativa che trova tuttora i suoi capisaldi nel CAD

(codice dell’amministrazione digitale, D.Lgs. 82/2005) e nella novella alla

legge notarile contenuta nel D.Lgs. 110/2010, che ha definitivamente introdotto

nel nostro ordinamento l’atto notarile informatico.

Questo è stato, almeno dal punto di vista ordinamentale, il vero

punto di svolta nel passaggio dalla carta all’informatica, anche se dobbiamo

riconoscere che si tratta ancora di un’incompiuta. L’atto informatico,

infatti, è tuttora diffuso meno di quanto sarebbe lecito aspettarsi, a causa

probabilmente di un fattore di resistenza culturale tuttora presente non solo

e non tanto nel notariato, quanto nella società tutta, ed anche delle permanenti

rigidità formali contenute nell’impianto della legge notarile, che mal si

adattano alla documentazione informatica (si pensi alla fisica impossibilità,

in presenza di firme digitali apposte al documento, di rimediare anche nell’immediatezza

ad errori materiali senza ricorrere all’atto di rettifica).

Ciò nondimeno numerosi passi avanti sono stati fatti ed altri sono prossimi:

131


132

accanto alla firma digitale è stata introdotta la possibilità, per le parti dell’atto,

di una firma grafometrica, che facilita di molto il procedimento di sottoscrizione,

attraverso il software iStrumentum. La firma di un atto informatico

avviene quindi ora in una sessione che non deve tenere conto delle

tecnologie delle diverse firme digitali delle parti, e non necessita di una predisposizione

dello strumentario tecnologico, essendo ormai sufficiente l’installazione

di un unico software.

Altro snodo, che costituisce per il Notariato un vero punto di forza,

anche in relazione alla situazione del sistema-Paese, è la conservazione

del documento informatico: la conservazione documentale, intesa anche

come mezzo di prova nel processo civile, è una delle funzioni principali dell’attività

notarile, ed è prevista addirittura all’articolo 1 della legge professionale;

gli atti notarili costituiscono un bene pubblico la cui perdita è severamente

sanzionata, e sono destinati ad essere conservati a tempo indeterminato,

dopo la cessazione del notaio dall’esercizio, presso gli Archivi

Notarili. Nel passaggio all’atto informatico, con il D.Lgs. 110/2010, è stato

introdotto l’articolo 62 bis della legge notarile, che prevede un sistema di

conservazione a norma dedicato alla conservazione degli atti notarili, tenuto

dai singoli notai presso una struttura centrale tenuta a cura del Consiglio

Nazionale del Notariato, conforme alla normativa vigente in materia di conservazione

del documento informatico, e contenente gli originali degli atti

notarili informatici, muniti delle annotazioni prescritte dalla legge, e le

copie certificate conformi di tutti gli atti notarili cartacei. Per i notai cessati

dall’esercizio è prevista la realizzazione di analogo archivio da parte

dell’Amministrazione degli Archivi Notarili. La scelta di centralizzare la

struttura, ma non gli archivi, che restano nella disponibilità esclusiva del

notaio fino alla cessazione dall’esercizio nel distretto, è dettata dall'esigenza

di garantire la massima sicurezza nella conservazione dei dati, demandando

ad un soggetto pubblico la predisposizione e la gestione delle infrastrutture

necessarie. E’ infatti risultata evidente la difficoltà, per i singoli notai, di

dotarsi di una struttura autonoma che dia uguali garanzie in conformità

alla normativa vigente. La struttura centralizzata assicura poi l’unicità

degli originali informatici dei notai, nonché l’individuazione dell’archivio

informatico di deposito, evitando dispersioni degli atti e duplicazioni di

archivi. E’ evidente che il documento informatico, per sua natura duplicabile

all’infinito senza possibilità di distinzione tra originale e copia, rende una

patologia di tale tipo molto più semplice rispetto a quanto può accadere con

il documento tradizionale cartaceo, con evidenti conseguenze negative sul

complesso dell’attività notarile, ed in particolare sulla sua controllabilità e

sulla garanzia che la conservazione del documento notarile fornisce al sistema

giuridico nel suo complesso, nell’ambito del sistema delle prove e della

pubblicità legale. Inoltre è necessario assicurare, oltre che la sicurezza, l’uniformità

tecnica di archivi informatici destinati a confluire nell’unico grande

archivio pubblico costituito dal complesso degli atti conservati dagli

archivi notarili. Il sistema, la cui attivazione avrebbe dovuto attendere l’emanazione

dei decreti di cui all’art. 68 bis, è pienamente operativo dal gen-


naio del 2013, quando sono stati depositati i primi atti informatici a norma

dell’art. 6 comma 5, del d.l. 18.10.2012 n. 179, convertito, con modificazioni,

dalla l. 17.12.2012 n. 221 il quale recita: 5. Fino all'emanazione dei decreti

di cui all'articolo 68-bis della legge 16 febbraio 1913, n. 89, il notaio, per la

conservazione degli atti di cui agli articoli 61 e 72, terzo comma della stessa

legge n. 89 del 1913, se informatici, si avvale della struttura predisposta e

gestita dal Consiglio nazionale del notariato nel rispetto dei principi di cui

all'articolo 62-bis della medesima legge n. 89 del 1913 e all'articolo 60 del

decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, in conformita' alle disposizioni degli

articoli 40 e seguenti del medesimo decreto legislativo. Ai fini dell'esecuzione

delle ispezioni di cui agli articoli da 127 a 134 della legge n. 89 del 1913

e del trasferimento agli archivi notarili degli atti formati su supporto informatico,

nonché per la loro conservazione dopo la cessazione del notaio dall'esercizio

o il suo trasferimento in altro distretto, la struttura di cui al presente

comma fornisce all'amministrazione degli archivi notarili apposite

credenziali di accesso. Con provvedimento del Direttore generale degli

archivi notarili viene disciplinato il trasferimento degli atti di cui al presente

comma presso le strutture dell'Amministrazione degli archivi notarili.”

Tale norma, unitamente al citato comma 3 del medesimo articolo dello stesso

decreto, che obbliga alla modalità informatica per la conclusione di appalti

pubblici, ha reso pienamente operativo l’atto pubblico informatico e la sua

conservazione nella struttura, peraltro da tempo predisposta a cura del

Consiglio nazionale del Notariato.

Il sistema di conservazione del CNN costituisce oggi un’eccellenza

nel campo della P.A., fornisce ospitalità all’amministrazione degli archivi

notarili per la conservazione degli atti informatici dei notai cessati, e costituisce

(assieme al Ministero della Difesa) una delle due eccellenze che costituiscono

la base della Rete dei Poli di Conservazione della P.A., della cui

creazione si sta occupando l’AGID in collaborazione con l’Archivio Centrale

dello Stato.

Questo, molto in breve, lo stato dell’arte.

Quali saranno a questo punto i prossimi passi che ci attendono, riassunti in

poche parole? L’integrazione di tutta l’attività notarile in procedure informatiche

capaci di dialogare tra loro, lo sviluppo di nuove attività in grado di

intercettare le mutate esigenze della società che cambia e la modifica conseguenziale

in chiave evolutiva di competenze e ruoli, senza perdere di vista

la funzione essenziale di garanzia delle contrattazioni e degli scambi.

Individuiamo gli elementi essenziali di questa prossima evoluzione e, per

la parte futuribile, le prospettive più probabili su cui si sta lavorando.

Quali sono i punti fermi di questo sviluppo?

In primo luogo la piena diffusione dell’atto informatico attraverso

il miglioramento delle procedure e la crescita culturale di tutti gli

utenti (notai e clienti).

In secondo luogo la sviluppo della conservazione documentale,

anche al didell’atto notarile, intesa non solo e non tanto come sicurezza

della memoria, ma come strumento di tutela dei diritti.

133


134

Importantissime sono inoltre le attività che portano all’inserimento del

notaio, quanto più possibile sin dalla fase delle trattative, nella filiera immobiliare

in questa fase di transizione verso la contrattazione via web ed in

tutte le attività di interscambio documentale (si pensi alle piattaforme per

l’interrelazione col sistema bancario, ma anche con i clienti di grandi dimensioni,

in un’ottica più evoluta che punti non solo all’interscambio documentale,

ma alla gestione dei dati e delle transazioni).

La tematica della contrattazione su web porta la necessità di fare i

conti con una tracciabilità allo stesso tempo totale e dispersiva, e la riflessione

sull’utilizzo (in parte ineluttabile) di tecnologia presentate come salvifiche

come la Blockchain e che pure non possono essere acriticamente accettate.

In questa area di interessi si inseriscono anche le iniziative del notariato

in materia di nuovi pubblici registri, e di pubblici registri sussidiari,

che devono purtroppo fare i conti con un sistema paese arretrato, lento, e

troppo burocratizzato.

Lo sviluppo dell’uso dell’atto pubblico informatico, e più in generale,

degli strumenti informatici nell’attività notarile, suggeriscono un intervento

normativo di semplificazione relativo alle modalità di formazione

dell’atto notarile, in aggiunta ed a specificazione di quanto già previsto

dall’art. 59 bis della legge 16 febbraio 1913 n. 89, introdotto dal D.Lgs. 2

luglio 2010, n.110. In particolare si ravvisa l’utilità di consentire al notaio di

intervenire a sanare errori materiali, quali indicazioni relative alle parti ed

agli oggetti dell’atto, ed errori ed omissioni relativi a prescrizioni specifiche

dell’ordinamento del notariato, che siano per loro stessa natura oggettivamente

rilevabili e che siano effettivamente rilevati in pendenza del termine

utile per l’esecuzione degli adempimenti di registrazione e pubblicità. Ciò al

fine di evitare inutili aggravi di costi e tempi per la redazione di atti di rettifica

o certificazioni ex art. 59 bis l.n.. Tale attività si svolge tramite una

certificazione che costituisce allegato successivo all’atto, secondo una procedura

già consolidata e mutuata dall’ordinamento francese. La redazione di

tale certificazione non riguarderebbe le menzioni e gli adempimenti obbligatori

previsti da altri settori dell’ordinamento quali quelli previsti dalla legislazione

urbanistica e da quella in materia di conformità catastale, la cui

mancanza determina nullità sanabile ai sensi delle specifiche discipline di

settore (art. 40 L. 28 febbraio 1985 n, 47, art. 46 D.P.R. 6 giugno 2001 n.

380, art. 29 ter L. 27 febbraio 1985 n. 52).

Altro settore in sviluppo continuo è quello della conservazione

documentale. Accanto alla conservazione degli atti notarili è stato

recentemente rilasciato un sistema di conservazione che consentirà ad

ogni notaio di conservare la documentazione informatica di tipo sostanziale

(es. fascicoli, corrispondenza, documenti depositati fiduciariamente)

e fiscale, sia propria che dei clienti. Si apre un campo nuovo di attività,

da svolgersi quindi sia nell’ambito dei compiti tradizionali del

notaio, sia in direzione di nuove funzioni. Alcuni colleghi si stanno già

muovendo in questa direzione, in una prospettiva creativa del diritto e

delle fattispecie giuridiche che è sempre stata tradizionalmente propria


del notaio, utilizzando nuove forme per lo sviluppo della funzione.

La notarchain

Da alcuni anni uno dei temi dominanti nel dibattito sull’innovazione tecnologica

è costituito da blockchain, criptovalute (bitcoin, ethereum etc.) e

smartcontracts. Si afferma spesso (anche se in verità sempre meno man

mano che i temi vengono approfonditi), che questa tecnologia, indipendente

da chi la usa e sostanzialmente neutrale, renda inutili i controlli e le garanzie

umane, e quindi, nel settore dei contratti e dei registri pubblici, l’intervento

del notaio. Blockchain è presentata come una tecnologia autoportante,

in cui è essa stessa a garantire l’immodificabilità del dato e la sua permanenza

nel tempo da parte di chi la usa, per ciò stesso idonea alla gestione di

registri. Essa sicuramente costituisce un’opportunità di sicurezza e semplificazione,

ma, come tutte le tecnologie, può avere utilizzi con finalità opposte.

Una Blockchain può essere permissionless o permissioned, con la conseguenza

nel primo caso che tutti possano essere miners, ovvero nodi dell’infrastruttura

(ma a quali costi per chi partecipa e con quali rischi sul controllo

del sistema se si affermano attori troppo forti? l’uso dei bitcoin per fini criminali

sta emergendo come preoccupante realtà) oppure, nel secondo caso,

che possano esserlo solo alcuni (ma a quali condizioni e poste da chi?).

Bisogna, quindi, chiedersi cosa comporti l’adozione di nuove tecnologie

in termini di sicurezza e tutela dei diritti delle persone, e se queste

siano effettivamente neutre o non possano favorire alcuni (in genere i più

forti) a discapito di altri. L’analisi condotta porta alla conclusione che la

blockchain nulla può aggiungere al sistema dei pubblici registri, laddove la

garanzia dello Stato e l’immissione dei dati a mezzo di intermediari qualificati

(notai) garantisca l’affidabilità, e può anzi risultare più costoso e meno

efficiente; ciò nonostante vi possono essere situazioni in cui la creazione del

registro ha necessità di prescindere da un’autorità centrale (come in caso di

registri transnazionali).

Il notariato ha individuato alcuni settori nei quali è immaginabile

l’intervento del notaio con un uso virtuoso della tecnologia Blockchain, assumendo

un ruolo fortemente proattivo nell’analisi delle possibili applicazioni

delle blockchain, anche in relazione alla costatazione che tale tecnologia, che

potrebbe aprire nuove prospettive alla categoria, allo stato trova principalmente

applicazione in attività collegate al settore dei pagamenti elettronici.

Le aziende informatiche stesse sono in una fase di ricerca di campi applicativi.

Bisogna tenere conto che elementi imprescindibili di ogni valutazione sono:

• la salvaguardia del ruolo notarile con la sua funzione di tutela della

volontà delle parti e delle funzioni legate alla pubblicità degli atti;

• la differenza tra gli ordinamenti giuridici (civil law e common law), che

rendono le applicazioni non sempre adattabili a diversi contesti normativi;

• le norme sulla tracciabilità dei pagamenti;

• le prassi e le dotazioni informatiche in essere.

Le attività d’interesse del notariato con riferimento all’applicazione dei

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136

sistemi di blockchain si sono concentrate su:

1. analisi di applicazioni innovative in diversi settori economici che, grazie

allo sviluppo delle applicazioni telematiche, richiedono procedure che

prevedono la registrazione di atti da parte di diversi soggetti qualificati,

dotati di poteri autonomi di registrazione. In questo contesto nasce la

necessità della condivisone di informazioni non privando i soggetti delle

proprie autonomie e prerogative relativamente ai poteri di registrazione.

Sono applicazioni per cui non è previsto dalla norma un registro unico;

2. la funzione notarile nello sviluppo di attività basate su smart contract.

Le proposte sono state analizzate con contatti diretti con operatori del settore

informatico e con potenziali Enti interessati.

Le attività svolte si possono classificare in tre principali filoni:

a) albo unico dei professionisti. Il progetto in fase realizzazione è basato

su una rete di nodi autonomi operanti in blockchain, gestiti dai singoli

ordini professionali. Tale progetto, approvato dal CNN, è svolto sotto la

guida della Commissione Informatica, che ha dato grande impulso per

definire le attività con gli altri o ordini professionali, e dalla Notartel per

quanto attiene alla realizzazione tecnologica. Il progetto è un’efficace

applicazione della realizzazione di un registro tra soggetti qualificati,

che può essere gestito solo mediante meccanismi di condivisione tra

ordini nel rispetto della norma;

b) analisi di proposte innovative provenienti da soggetti operanti nel settore

delle applicazioni della Blockchain. Tale attività è stata condotta

attraverso un hackathon del CNN in cui sono emerse 12 proposte, che

sono in fase di valutazione per l’individuazione di Enti realmente interessati

a partecipare alla realizzazione di nuove applicazioni. Le proposte

di maggiore interesse sono quelle relative alla possibilità di un ruolo

attivo dei notai nella gestione ed esecuzione degli smart contract e di

supporto alla tracciabilità dei pagamenti elettronici;

c) studio di proposte di attività sperimentali con qualificate aziende del

settore informatico (IBM e SAP). I progetti sono stati analizzati in termini

di definizione di nuove applicazioni rilevanti per il ruolo notarile,

subordinando l’attuazione dei progetti: alla reale disponibilità di coinvolgimento

di altri Enti, interessati alle applicazioni, alla partecipazione

a sistemi di registrazione operanti in blockchain, all’analisi dei costi e

dell’impatto tecnologico sulle infrastrutture informatiche del notariato.

Tali attività sono state condotte mediante incontri (Design Thinking) nei

quali il Notariato ha avuto modo di essere protagonista, proprio nella specificazione

delle possibili applicazioni con i relativi vincoli normativi di grande

interesse anche per le aziende, che non avevano tali specifiche competenze

nei loro gruppi di lavoro.

Le proposte analizzate con IBM sono relative all’esecuzione e alla gestione

dell’intero fenomeno successorio nel quale il Notaio svolge un ruolo essenziale

e al deposito di opere d’ingegno con il possibile collegamento a smart

contract per la definizione di rapporti relativi allo sfruttamento dei diritti

d’autore. Questa seconda proposta ridefinisce quella precedentemente svi-


luppata con la collaborazione della stessa IBM. In questo caso le parti, a

seguito di un confronto, hanno condiviso la necessità di riformulare il progetto

iniziale negli obiettivi e nelle specifiche, riservandosi successivamente

di valutare gli aspetti implementativi alla luce delle possibilità di coinvolgimento

degli altri partecipanti alla blockchain e alle preesistenze del notariato,

così come anche rappresentato dai partecipanti agli incontri e dalla

Notartel.

La proposta analizzata con SAP è relativa al reperimento della

documentazione per la formulazione di un atto e alle possibilità di interazione

con le compagnie pubbliche (acqua, luce, gas, tassa rifiuti) per la gestione

degli adempimenti successivi alla stipula di un atto di compravendita.

Inoltre il notariato tutto dovrà muovere verso la gestione dell’attività

in rete attraverso iniziative come quelle dei registri sussidiari. Lo scopo

pratico dell’istituzione dei registri sussidiari (in fase iniziale quelli delle

Designazioni degli amministratori di sostegno, dei testamenti olografi fiduciariamente

depositati, e delle procure generali, ma la disponibilità del notariato

in materia di registro pubblico delle DAT è parte di tale strategia), in

funzione di un interesse generale, è quello di consentire la reperibilità di

documenti necessari in momenti delicati delle vite delle persone. Lo sviluppo

di tali registri è stato sinora frenato dalla necessità di un definitivo chiarimento

con il Garante Privacy, e si spera di poter giungere ad una soluzione

che consenta lo sviluppo di servizi di sicuro interesse pubblico.

Cardini dell’iniziativa sui registri pubblici sussidiari sono da una

parte la presenza di un sistema centralizzato e controllato lì dove manca

l’intervento diretto dello Stato, dall’altra la garanzia della qualità del dato

inserito attraverso il notaio. L’affidabilità di qualunque registro, infatti,

dipende dalla qualità e attendibilità di chi lo gestisce e di chi lo alimenta, a

partire dalla identificabilità per arrivare all’attribuzione di pubbliche funzioni

o pubblici poteri. Per questo è necessaria una funzione di controllo e

garanzia da parte di soggetti che siano terzi e non attori del sistema, ed in

questo contesto si inquadra un ruolo tecnologicamente evoluto del notaio.

I risultati positivi sono attesi in termini di:

sicurezza: risponde a questa esigenza il registro delle procure e delle

relative revoche. Il registro conterrà, quanto meno nella prima fase, le sole

procure generali. Si tratta di atti per i quali non esiste un sistema di conoscibilità

legale, ma per i quali è previsto un onere di conoscenza;

fiducia e conoscibilità da parte dei cittadini e di alcuni altri soggetti

qualificati (es. magistrati) di informazioni e documenti oggi difficilmente

reperibili: testamenti olografi, designazioni di amministratore di sostegno

ricevuta dai notai mediante atto pubblico o scrittura privata autenticata ai

sensi dell’art. 408 c.c.; per entrambe queste ipotesi attualmente non vi è

alcuna forma di pubblicità;

valorizzazione della funzione del notaio come centro di servizi per il

cittadino e come garante della conservazione di dati ed informazioni.

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ACCESSO ALLA PROFESSIONE

E SUE PROSPETTIVE

Angelo Nigro

(Notaio in Olevano Romano - Roma)

Il mio intervento riguarderà riflessioni e proposte di riforma per l’accesso

alla Professione da intendere in senso ampio e non semplicisticamente

riferite al concorso. Impegnato sempre a riflettere sulle sfide che ogni giorno

occorre affrontare per rispondere alle aspettative della società, il Notariato

è chiamato oggi ad affrontare e a interrogarsi sul tema esistenzialmente più

importante qual è la formazione dei Notai di domani.

Il Notaio Angelo Nigro

La mutazione genetica dell’aspirante Notaio.

L’animale concorsuale, “meccanicamente” e “ in termini di casistica”

più pronto a rimanere in pista nei fatidici tre giorni, ha sviluppato capacità

tali da superare ostacoli quali case mobili o comparenti che parlano solo in

dialetto, divisioni senza la presenza di tutti i condividenti, giusto per citare

qualche recente esempio.

Sarebbe a mio avviso tuttavia opportuno chiedersi se abbia una

proporzionale e matura consapevolezza del ruolo che è chiamato a svolgere

il solo minuto dopo avere ottenuto il sigillo.

Se abbia la consapevolezza che il Notariato è una categoria professionale

talmente particolare per funzioni e ruolo che l’operare quotidiano di

ciascuno dei suoi componenti, nel bene e nel male, riguarderà tutti coloro

che ne fanno parte.

Se nei momenti, tanti, in cui viene assalito da dubbi e incertezze

abbia la possibilità di confrontarsi con chi si è fatto carico della sua formazione

oppure se ritenga preferibile, forse per assenza di alternative, porre

qualsiasi tipo di domanda in ambienti “social” talmente “smart” da ridurre

spesso il tutto ad un “like”.

Cosa si vuole per il Notariato?

Quale tipo di percorso formativo si ritiene più utile proporre per il

Notariato del domani?

Chi si occupa di formazione deve solo limitarsi a fare da navigatore

al concorrente/pilota anticipando quali birilli potrebbe trovare sul percorso

ad ostacoli dei tre giorni oppure dovrebbe proporre percorsi di preparazione

teorica sì ma nel contempo assolutamente agganciati a quella che sarà la

realtà della professione con cui l’allievo sarà chiamato a confrontarsi fin dal

primo giorno di esercizio e quindi, necessariamente, orientati anche all’insegnamento

della materia deontologica?

Io credo che ormai non sia più rinviabile il confronto con quella corrente

di pensiero, radicata purtroppo sempre più negli aspiranti notai e

spesso avallata e alimentata da alcuni corsi di preparazione, secondo cui il

superamento del concorso notarile possa prescindere da qualsiasi ancoraggio

alla realtà professionale.

138


A me sembra che l'articolo 5 comma 6 bis della legge 89/1913 riguardante

l’obbligo di tirocinio post superamento del concorso sia stato esso stesso

un’ammissione di colpa.

A chi è rivolto infatti il Tirocinio se non al vincitore di concorso che

abbia frequentato poco o nulla uno studio Notarile per la prescritta pratica?

Non s’intende con ciò assolutamente discutere della preparazione

dei colleghi i quali scelgono fin dal primo giorno di esercitare poco o molto

poco la Professione Notarile e di dedicarsi, invece, all’organizzazione di corsi

privati di preparazione. Tra birilli e purtroppo, anche in questo caso, assenze

di comparenti che vorremmo interessati all’argomento, a questi colleghi

va di certo riconosciuta una notevole capacità organizzativa accompagnata

da arguzia imprenditoriale.

Non s’intende neanche giudicare che ciò lo si faccia appunto a pagamento

con un giro di affari presumibilmente di sensibile rilevanza - sebbene

qualche imbarazzo e riflessione autocritica in termini previdenziali da parte

di questi maestri delle nuove generazioni non sarebbe del tutto fuori luogo

– credo invece che sia arrivato il momento di essere chiari su quale sentiero

si intenda incamminarsi.

Osservare impassibili questa realtà senza fare una necessaria

riflessione non giova di certo al futuro del Notariato.

In altri termini è dalla visione che si vuole dare del Notariato a partire

dal suo accesso che occorrerebbe partire.

Un Notariato che s’interroghi giustamente sul suo futuro ma che

con pari attenzione non indaghi quale possa essere il suo nuovo punto di

partenza risulterebbe comunque un Notariato miope con la possibile conseguenza

che esso diventi sempre più una scelta praticata da chi ha alle spalle

un’azienda Notarile familiare o da chi, senza falsi moralismi e ipocrisie,

possa rendersi cessionario di uno studio già avviato oppure, cosa ancor meno

augurabile, da chi ritenga un obiettivo verso cui mirare quello di farsi assumere

da studi avviati e molto strutturati magari inseriti in realtà associative

notarili di cui tanto si parla ma che, in assenza di adeguata regolamentazione,

potrebbero fare l’occhiolino al modello “Airbnb” contribuendo a stravolgere

il tessuto umano-professionale notarile.

In occasione di questo confronto per il quale mi sembra giusto e

doveroso ringraziare il Consiglio di Amministrazione della Cassa Nazionale

del Notariato è stato chiesto di produrre proposte evitando inutili lamentele

sempre poco costruttive.

Sull’argomento quindi mi permetto di portare all’attenzione riflessioni

e proposte frutto di molte ore impiegate insieme a tanti colleghi, esercenti

quotidianamente la professione notarile, che testardamente continuano

a credere nel ruolo fondamentale che le scuole di preparazione “istituzionali”

potrebbero e dovrebbero avere durante la formazione del candidato

notaio.

Nel più ampio processo di Riforma dell’accesso alla professione, le

scuole istituzionali potrebbero ben assumere un ruolo determinante quali

tutor certificatori di un compiuto percorso formativo propedeutico alla par-

139


tecipazione al concorso.

Potrebbe immaginarsi un percorso di formazione professionale in cui non

solo la pratica ma anche la frequenza di un corso scolastico istituzionale sia

certificato con previsione del “libretto del praticante”. Di seguito una proposta

operativa di riforma:

1 Al momento dell’iscrizione presso il Consiglio Notarile competente nel

Registro dei Praticanti, verrebbe consegnato al praticante il “libretto

della pratica” valido per i 18 mesi già prescritti dalla legge.

2 Il “libretto della pratica” dovrebbe contenere mese per mese durante i

18 mesi di pratica l’indicazione delle attività di studio compiute.

3 Il praticante dovrebbe conseguire, durate i 18 mesi di pratica, un numero

di crediti formativi da stabilire indispensabile per poter ottenere il

certificato definitivo di compiuta pratica che quindi non deriverà unicamente

dalla corretta certificazione bimestrale della compiuta pratica

ma anche dal raggiungimento del punteggio minimo da stabilire di crediti

formativi.

4 In ipotesi di mancata raggiungimento del punteggio minimo da stabilire

di crediti formativi, si potrebbe prevedere il prolungamento del periodo

di pratica (minimo per un bimestre) fino al raggiungimento almeno del

minimo previsto.

5 Le attività svolte durante il periodo di pratica andrebbero annotate dal

praticante nel “libretto della pratica”, corredate dalle relative attestazioni

di cui in seguito al fine del conteggio dei crediti formativi.

6 Le attestazioni delle attività compiute con conseguente riconoscimento

di crediti formativi potrebbero essere le seguenti:

a) attestazione del Notaio circa l’effettiva frequenza in studio per un

minimo di ore settimanali da stabilirsi;

b) attestazione del Notaio che certifichi il profitto del praticante in relazione

all’attività dello studio da un minimo ad un massimo di punti

da stabilirsi;

c) attestato di frequenza dei corsi di studio istituiti presso le Scuole

Istituzionali del Notariato per un minimo di un anno con riconoscimento

di punti da stabilire in ragione di un numero di punti per ciascun

anno;

d) attestato di partecipazione a convegni e giornate di studi (a cui il praticante

potrà partecipare sempre gratuitamente) organizzati da

organismi istituzionali del notariato con riconoscimento di un numero

di punti da stabilire uguale per ogni partecipazione e relativo

accreditamento ad opera dall’organismo organizzatore.

Con riferimento ai punti a) e b) e in alternativa a quanto in essi indicato,

il compito di avere praticanti in giro per il proprio studio e di “certificarne”

la frequentazione, compito spesso percepito come gravoso da parte di

tanti notai, potrebbe essere assunto dalle medesime scuole istituzionali previa

frequentazione da parte del praticante di appositi “corsi - laboratorio”

che le stesse scuole, a mezzo dei propri docenti, potrebbero assumersi il compito

di organizzare.

140


L’Inno Nazionale ad apertura dei lavori del convegno

Concludo con una riflessione basata sulla mia esperienza maturata

nel corso di questi anni a più vario titolo (prima come allievo poi come docente

infine come componente del Direttivo di una scuola istituzionale):

nelle scuole dei consigli Notarili l’incontro tra docenti di diverse

generazioni, di diversa sensibilità giuridica ed esperienza produce un circuito

virtuoso il cui valore, spesso poco considerato, rappresenta un vantaggio

non solo per gli allievi ma per l’intera categoria che - anche grazie a queste

scelte di campo - potrebbe riappropriarsi di una propria identità

Professionale in cui riconoscersi e da custodire ancor prima del sigillo.

Il testo di una canzone che mi piace sempre ricordare nelle occasioni, sempre

troppo poche, in cui si parla di futuro del notariato recita:

“La storia siamo noi, attenzione nessuno si senta escluso”

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QUALI SERVIZI PER QUALI NOTAI

Adele Raiola

(Notaio in Milano)

Il Notaio Adele Raiola

Le relazioni e gli interventi della sessione mattutina hanno evidenziato

come sia cambiata la società in cui viviamo, nonché come questo

inarrestabile processo di evoluzione avanzi a velocità sostenuta.

Il cambiamento è progresso ed innovazione e rifiutare il cambiamento

sarebbe da miopi.

L’evoluzione a cui assistiamo potrebbe rischiare di travolgerci se decidiamo

di rimanere fermi e di non accettare questa sfida.

Dobbiamo prendere consapevolezza del fatto che non possiamo pensare

di arrestare questo processo, non possiamo fermare il cambiamento,

bensì dobbiamo cambiare noi stessi. “Dobbiamo diventare il cambiamento

che vogliamo vedere.”

E allora dobbiamo interrogarci e chiederci quali notai dovremmo essere?

Come conservare il ruolo e l’autorevolezza della nostra funzione?

I diversi argomenti analizzati dai colleghi sono sicuramente notevoli;

rappresentano, difatti, gli ingredienti necessari per creare la ricetta del

ruolo del notaio nei prossimi anni.

Tuttavia, a mio avviso, l’elevata specializzazione e le competenze richieste

nel settore informatico ed internazionale non possono bastare.

Dobbiamo interpretare la realtà e capire la società in quale direzione va.

Dobbiamo cogliere le nuove esigenze della collettività.

Il ruolo del notaio è stato, senza dubbio, scalfito dall’ingombrante presenza

di altri professionisti che, spinti anche dal momento storico di crisi,

cavalcando l’onda del malcontento, aiutati da interventi legislativi e proposte

di riforma, hanno compiuto un’invasione di campo, cercando di far

confinare il nostro ruolo a livelli marginali, alimentando i pregiudizi presenti

quanto meno nel sentire comune.

Al contrario è indispensabile superare tali luoghi comuni ed essere percepiti,

così come realmente siamo stati e continuiamo ad essere, indispensabili

al processo di un futuro che non sacrifichi i diritti e questo

anche e soprattutto nella digitalizzazione. Ovviamente, in quest’ottica

fondamentale è la comunicazione con i clienti, attraverso il contatto

diretto e l’ascolto che ci contraddistinguono.

Il ruolo del notaio è indiscutibilmente cambiato rispetto alla Legge del

1913, ma non per questo è diventato, ai nostri giorni, meno importante.

Anzi, l’aumento dell’uso della tecnologia e degli strumenti informatici

rende, di fatto, necessario e rilevante l’intervento di una figura come

quella del notaio che assuma le vesti di un filtro interpretativo, e cioè

quelle di un soggetto che, dotato di alte competenze specifiche, attraverso

lo strumento informatico, si renda mediatore tra le specifiche esigenze e

i diversi interessi in gioco, da un lato, e le norme generali e astratte,

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dall’altro lato.

Inoltre, non deve pensarsi che la digitalizzazione renda meno importante

l’atto pubblico notarile. Tutt’altro. Ancora più che in passato, in un contesto

come quello attuale di dematerializzazione dei documenti, si avverte

la necessità dell’atto pubblico notarile in quanto in grado

di conferire quella certezza documentale che non può essere

garantita dal web, in considerazione della struttura

delle reti telematiche e della facilità del loro accesso.

Si avverte, così, l’esigenza di un interprete imparziale, di

un mediatore tra le dinamiche dei fatti e il diritto, sempre

in continua evoluzione.

Uscendo fuori dal mondo del diritto, basti pensare che una

delle più grandi aziende mondiali, Facebook, che ha fondato

tutta la sua essenza sul mondo del digitale, si è dovuta

ricredere e ha affidato a delle persone, in particolare alla

figura professionale del Community Moderator, il controllo

dei contenuti dei post sulle singole bacheche, in quanto ha

avuto modo di constatare che la medesima attività demandata

ai computer, sulla base di automatismi e algoritmi

preimpostati, non è stata in grado di dare la stessa garanzia,

in quanto talvolta sono sfuggite a detto controllo alcune

parole o frasi che non potevano essere tradotte in un

mero codice binario.

Allo stesso modo, il notaio si pone quale mediatore tra le

mutevoli istanze della società e i principi astratti, tra la

volontà delle parti e il testo legislativo, assumendo in alcuni

casi un ruolo da protagonista nella costruzione della

soluzione negoziale.

Di fronte ai bisogni nuovi della realtà contemporanea in

continuo cambiamento, il notaio, bilanciando e componendo

i diversi interessi in conflitto, può trovare la soluzione tecnica adeguata

alle situazioni concrete, addirittura arrivando a svolgere il ruolo di

creatore del diritto, proprio come è avvenuto con alcuni istituti poi tipizzati

dal Legislatore, come per il caso del rent to buy.

Il notaio giacché è calato nella realtà del vivere quotidiano, è in grado di

intercettare le istanze della società e di fornire, altresì, soluzioni adeguate

ai problemi che gli si rappresentano, essendo, in questo senso, “un

passo avanti” rispetto al Legislatore.

Ciò soprattutto in considerazione del fatto che in una società, come la

nostra, incentrata sulla prestazione di servizi, le professioni sono oramai

sempre più proiettate verso la consulenza. E noi possiamo essere, più degli

altri, in grado di fornire una consulenza altamente qualificata, che sia tale

da farci distinguere all’interno di un panorama così vasto e affollato di professionisti;

compito nostro nei nostri studi ma anche dei nostri organi rappresentativi

sarà quello di far conoscere e percepire tutto questo come valore

aggiunto che proprio per questo deve essere adeguatamente retribuito.

Da sinistra: i Notai Mistretta, Raiola,

Liotta, Broccoli, Del Freo e Nastri

143


IL VALORE DELLA MEMORIA

Grazia Buta

(Segretario Consigliere della Cassa Nazionale del Notariato)

Il Notaio Grazia Buta

La Cassa Nazionale del Notariato, istituita con R.D. del 9 novembre

1919, festeggia quest’anno il suo centenario, un anniversario davvero

significativo per la nostra categoria, che celebra l’origine del nostro sistema

previdenziale, nato da un’idea di “mutuo soccorso” tra i Notai d’Italia

e da sempre caratterizzato da un forte spirito di solidarietà.

Ma perché ricordare? E perché ricordare un fatto lontano nel tempo?

Domande di fronte alle quali ci pone il tema della ricorrenza: l’uomo ha

sempre portato sulle proprie spalle il ricordo e il peso del passato, non

potendolo cancellare dal proprio presente.

Se spesso ci interroghiamo sul nostro futuro e sui cambiamenti che la

tecnologia e la rivoluzione digitale hanno portato nelle nostre vite e

nella nostra professione, non meno importante è l’attenzione al passato,

perché la memoria riveste un ruolo di primaria importanza nello sviluppo,

nel progresso e nel progetto per il futuro.

Il legame che intratteniamo con la nostra memoria fonda l’idea stessa

che abbiamo della storia, che spinge ognuno di noi a comprendere il passato

e di conseguenza il presente, perché i luoghi del passato rappresentano

una vasta esperienza delle varietà umane, un luogo di incontro

degli uomini. Senza il passato non potremmo costruire alcun presente e,

di conseguenza, alcun futuro, perché privi delle basi necessarie. Sarebbe

come costruire una casa, senza aver prima edificato solide fondamenta.

Uno dei più grandi filosofi del ‘900, Martin Heidegger, definisce “storicità

autentica” l’assunzione dell’eredidel passato, la ripresa volontaria e

consapevole delle possibilità tramandate, senza però commettere l’errore

di cadere in una inutile restaurazione di ciò che è già stato. Heidegger

invita alla consapevolezza di dover determinare noi stessi partendo da

chi eravamo e costruendo su basi soggettive la nostra vita futura: unica

via per non ‘scadere nel presente’.

Non è quindi possibile sciogliere il tema delle ricorrenze da quello della

memoria. Tanti sono gli eventi che vengono celebrati, eppure sono niente

rispetto a quelli che cadono nell’oblio della storia. Allora ricordare e

dimenticare appaiono legati a doppio filo: l’oblio del proprio passato

modifica l’identità di un popolo, plasmata non solo dal patrimonio di

memorie ereditato, ma anche da quanto si dimentica o si è obbligati a

dimenticare.

Cosa, quindi, illumina i fatti del passato che sfuggono all’oblio del trascorrere

del tempo? Il significato che NOI attribuiamo ai fatti stessi.

Possiamo considerare le ricorrenze come la periodica “liturgia” di un

gruppo che si riconosce nel valore attribuito ad un evento.

Sono molti gli anniversari di grande importanza che cadono in questo

anno. Per tutti, 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, artista, inge-

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gnere, scienziato, genio dalla creatività inesauribile; 100 anni dalla

nascita di Primo Levi, il quale, con la consapevolezza del grande pensatore,

esortava a considerare l’Olocausto come ‘una pagina del libro

dell’Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria’;

90 anni dalla nascita di Anna Frank, il cui diario è divenuto uno

degli strumenti più potenti ed importanti della memoria di ciò che è stata

la brutalità dell’Olocausto e della guerra; 50 anni dalla strage di Piazza

Fontana, 40 anni dagli omicidi del giudice Emilio Alessandrini e

dell’Avv. Giorgio Ambrosoli, 80 anni dalla nascita di Giovanni Falcone,

che ci ricordano gli anni bui del terrorismo e le stragi di mafia; 30 anni

dalla caduta del muro di Berlino, che segna la fine della Guerra Fredda;

e ancora 30 anni dalla nascita del web, che ha portato un profondo cambiamento

in ogni settore della nostra società, rivoluzionando per sempre

l’accesso all’informazione; e infine 100 anni dalla istituzione della nostra

Cassa Nazionale del Notariato, prima Cassa di Previdenza di professionisti,

che, dall’idea innovativa e rivoluzionaria per l’epoca di alcuni

Colleghi di fornire uno strumento di sostegno ai Notai in difficoltà, ha

creato le basi per la nascita della previdenza professionale.

E nel nostro Centenario, che ha a cuore il valore della legalità e della

memoria, tutti questi argomenti, creatività e genio artistico e scientifico,

legalità “ferita” da leggi razziali,

Olocausto, omicidi di magistrati

e uomini che hanno sacrificato la

loro vita a servizio del nostro

Paese, terrorismo, globalizzazione,

rivoluzione digitale, appaiono

in qualche modo legati tra

loro: sono segni di un tempo che

sentiamo ancora importante, che

ci riguarda nel profondo, che va

ricordato per trasmettere ai più

giovani un patrimonio di memorie,

in cui identificarsi e riconoscersi,

senza ripetere gli errori

del passato.

In questa età dell’iperconnessione

e dell’informazione veloce e

spesso superficiale, il senso di

questa celebrazione degli anniversari e delle ricorrenze va inteso, pertanto,

non come sguardo nostalgico al passato, ma come orientamento e

responsabilità per la costruzione del futuro. Ecco allora che risuonano

come un avvertimento le parole del premio Nobel per la letteratura José

Saramago, “noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci

assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse

non meritiamo di esistere”.

E se algoritmi, tecnologia e intelligenza artificiale vanno studiati ed ana-

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lizzati per governare il cambiamento e l’evoluzione, senza esserne travolti,

la conoscenza della storia, la bellezza dell’arte e della creatività

umana, l’insegnamento che ci deriva da avvenimenti lontani nel tempo

ci consentono di costruire la nostra identità di cittadini consapevoli e

responsabili.

Memoria e storia costituiscono il nostro presente, rafforzano il profilo

“passionale” della nostra “identità collettiva”; la conoscenza del nostro

passato e delle ragioni che hanno fondato le nostre scelte ci permette,

come Notai, di rafforzare quel senso di appartenenza alla categoria e ai

suoi valori di solidarietà, legalità e imparzialità che sono stati alla base

della nascita della nostra Cassa e del sistema previdenziale, consolidando

l’unità della categoria, per consentirci di affrontare le sfide dei prossimi

cento anni, con il contributo di autorevolezza, competenza e prestigio

che il Notariato ha sempre garantito alla società.


LA CASSA: IL PASSATO CHE SI FA

FUTURO

Francesco Giambattista Nardone

(Presidente della Cassa Nazionale del Notariato)

Il 9 novembre 1919, a pochi anni di distanza dall’emanazione della

legge sull’ordinamento del notariato, fu promulgato il Regio Decreto

Legge istitutivo della Cassa Nazionale del Notariato che attuava un progetto

unico nella storia delle professioni e fortemente innovativo perché

prevedeva (e prevede tutt’ora) un sostegno diretto al reddito dei Notai

con integrazione degli onorari percepiti.

Celebrare la sua nascita non deve assumere una connotazione nostalgica,

tutt’altro. Deve essere l’occasione per interrogarsi sugli strumenti con

cui affrontiamo il presente e costruiamo il futuro perché non si può

costruire il suo futuro, senza memoria di quanto di grande e giusto abbiamo

ereditato da chi ci ha preceduto.

Se oggi la Cassa è quella Istituzione che noi tutti ben conosciamo lo dobbiamo

a quei colleghi che, animati da un grande spirito di solidarietà

umana, lottarono per ottenerne l’istituzione. La sua istituzione rappresentò

una conquista non tanto di carattere economico quanto di alto valore

morale. Fu anche una straordinaria iniziativa di avanguardia sul

piano sociale e un’opera di grande generosità perché la solidarietà che

oggi appare del tutto ovvia rientrando, nelle sue declinazioni dell’assistenza

e della previdenza, fra i compiti dello Stato, cento anni fa non lo

era affatto.

L’impostazione solidaristica costituisce l’anima del nostro sistema

previdenziale e rappresenta in maniera sintetica il ruolo del notaio,

la sua funzione identica in tutto il territorio, la sua vicinanza e appartenenza

allo Stato, e si erge a difesa della pubblica funzione, dell’autonomia

e dell’indipendenza dei notai. Perdere il senso di questa solidarietà

e di questa unità significa dimenticare la nostra storia e la nostra identità

e non ci aiuta ad orientarci in un futuro che dobbiamo affrontare, con

apertura a cambiamento e innovazioni, ma tenendo presenti le nostre

connotazioni essenziali e i valori di cui siamo portatori.

Il Notaio Francesco Giambattista Nardone

In questo secolo di vita la Cassa ha sempre rispettato il progetto originario

e, nonostante i periodi di crisi, che pure ha dovuto affrontare, ha

avuto la capacità di adeguare nel corso del tempo le proprie attività alle

diverse condizioni e alle esigenze che via via cambiavano. Se analizziamo

le prestazioni che oggi vengono erogate nel campo previdenziale e in

quello assistenziale ci rendiamo conto di come la Cassa nel corso di questi

lunghi anni sia stata capace di migliorare continuamente l’intuizione

iniziale adattandola ai tempi nuovi. E questa capacità di adattamento

non può che rappresentare “l’occhiale” che anche noi amministratori di

oggi dobbiamo indossare per disegnare il futuro.

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Viviamo in un tempo di trasformazioni straordinarie che si susseguono

a un ritmo davvero incalzante: si modificano i bisogni, cambiano

le esigenze. Decifrare la nostra contradditoria contemporaneità e capire

meglio il senso e la direzione dei cambiamenti non è certo facile ma in

ogni caso i cambiamenti vanno letti attentamente perché possono rappresentare

un’opportunità soprattutto per i più giovani che, giustamente,

hanno più desiderio di futuro ma anche maggiori preoccupazioni

Negli ultimi venti anni il Notariato ha vissuto una stagione difficile a

causa del susseguirsi di provvedimenti legislativi che, volendo liberalizzare

e semplificare per rilanciare l’economia, sono intervenuti pesantemente

sul mondo delle libere professioni e hanno inciso in modo significativo

sulla funzione notarile (sottrazione di alcune competenze, eliminazione

della tariffa, aumento del numero dei notai) e sulla previdenza

notarile; il tutto inserito in un contesto di crisi economica senza precedenti

per gravità e durata che ha causato, tra l’altro, una decisa riduzione

dei redditi della categoria notarile e delle entrate contributive, conseguenza

questa che ha costretto la Cassa ad adottare misure non indolori

per i notai ma necessarie per il mantenimento dell’equilibrio gestionale.

Il tema della previdenza notarile è sempre di grandissima attualità

e rilevanza.

Alla nostra Cassa sono riconosciute solidità economica, efficienza della

gestione, stabilità finanziaria sia nel breve che nel lungo periodo, bilanci

in regola; gli addetti ai lavori ci assicurano che non vi sono motivi di

apprensione circa la sostenibilità della nostra previdenza.

Ma i dati economici che conosciamo, nonostante la positiva inversione di

tendenza registrata nell’ultimo quadriennio, ci devono suggerire di mantenere

alta l’attenzione e di non abbassare la guardia. La sicurezza assoluta

circa il futuro non esiste, così come non esiste in alcun settore della

nostra società e sarebbe presunzione sostenere che tutto andrà sempre

bene o addirittura meglio per la nostra Cassa.

La politica previdenziale della Cassa è esposta a rischi di natura demografica

(longevità e aumento degli attivi), di natura economica (diminuzione

delle contribuzioni) e di natura finanziaria (andamento sfavorevole

dei mercati, rischio di tasso di interesse, rischio derivante dal disallineamento

tra scadenze future delle attività e delle passività). Per fronteggiare

gli effetti dei rischi cui è esposta, la Cassa ha realizzato nel tempo

diversi interventi: a sostegno delle entrate ha aumentato l’aliquota contributiva,

a contenimento delle uscite ha bloccato la perequazione pensionistica,

ha modificato le modalità di erogazione dell’indennità di cessazione,

ha contenuto i costi assistenziali, ha innalzato l’età pensionabile e

nell’ambito della gestione del proprio portafoglio si è dotata di una struttura

di asset-liability management.

È innegabile che a seguito dell’azionamento di queste leve il

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sistema previdenziale notarile è stato messo in sicurezza ma oggi non

possiamo limitarci a constatare tale situazione, dobbiamo iniziare a

ragionare insieme, con coraggio e senza preconcetti, del nostro futuro

previdenziale per modificarlo, se necessario, per migliorarlo, se possibile.

L’obiettivo che connota l’impegno degli amministratori è di conservare

una Cassa sempre più forte e impermeabile ai diversi attacchi esterni. In

questo percorso il Notariato deve essere non solo presente ma anche partecipare

ai problemi senza paura di indicare soluzioni. La prima forza e

motore di un Ente è, infatti, la convinta anche se, talvolta, critica partecipazione

dei propri iscritti e la conoscenza e consapevolezza da parte

loro dei problemi e della realtà della Cassa.

Iniziamo il secondo secolo di vita della Cassa con coerenza, forte

determinazione e tenacia, convinti che la Cassa continuerà a contribuire

al processo di evoluzione del Notariato, che riuscirà ad adeguare le sue

politiche alle esigenze e ai bisogni di una società in continuo e rapido

cambiamento nelle sue condizioni sociali, economiche e culturali, che,

come per il passato, trovi la forza e l’energia per affrontare e superare

momenti difficili e dimostri, anche nell’emergenza, la sua capacità di realizzare

progetti sociali, economici, solidali di ampio respiro e innovativi

per il futuro previdenziale dei notai.

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IL BOLLETTINO:

OFFICINA DI IDEE

E DI INFORMAZIONI

Alessandro de Donato

(Direttore del Bollettino)

Il Bollettino della Cassa Nazionale del Notariato nasce nel 2005 come

“notiziario di informazione dei servizi offerti alla categoria e delle attività

svolte dalla Cassa nell’interesse degli iscritti, trattando argomenti attinenti

ai fini per i quali venne istituito l’Ente” (D.A. Zotta), con cadenza trimestrale.

Il primo Direttore Responsabile è stato il Notaio Domenico Antonio

Zotta; dal 2007 (n. 3/2007) ho assunto io la carica di Direttore Responsabile.

Nel corso degli anni sono stati nominati nel Comitato di Redazione vari

Notai, i cui nominativi sono elencati in calce al presente intervento; il

Comitato di Redazione si è avvalso della preziosa collaborazione dei giornalisti

Franco Albanese e Gianfranco Astori (consulenti editoriali), ai quali

devo quel po’ di “mestiere” che ho appreso.

Nei vari numeri sono presenti le vignette dalla bellezza, non facile

né immediata, “inintenzionale” del notaio Salvatore La Rosa (Toto).

Nell’articolo di presentazione dell’iniziativa editoriale il Notaio Adriano

Crispolti (Coordinatore della Commissione Rapporti esterni, immagine e

comunicazione) ha spiegato la scelta non casuale del nome: il termine “bollettino”,

giornalisticamente umile, è parso “il più appropriato ad evidenziare

il carattere informativo del periodico”; non una vera e propria rivista, ma

una struttura comunicativa tesa ad avvicinare amministratori ed amministrati.

Il linguaggio oggi, rispetto al passato, richiede l’utilizzazione di

spartiti differenti sempre tuttavia in armonia con il messaggio che si intende

trasferire; la complessità dei dati ed il flusso di notizie, in campo previdenziale,

richiedono inevitabilmente che si articoli un argine alla confusa

tendenza a semplificare della comunicazione digitale.

La grande tela di ragno che ci avvolge (M. McLuhan) può sorreggerci o

annientarci; i codici di ogni rete comunicativa devono essere diretti, trasparenti

e facilmente fruibili; la linearità del linguaggio deve essere sostenuta

da ritmo e contenuti.

L’urto comunicativo non ha mai offuscato il flusso narrativo delle parole;

con un metodo che si è rivelato diverso nel tempo, progettato e a volte

casuale, la dimensione del comunicare ha sottratto alla scrittura lo spazio

per immagini, grafici, diagrammi, cercando sempre di saldare astrazione e

concretezza. Il Bollettino ha sempre mantenuto una propria identità; la corporalità

carnale della carta e del segno scritto sono stati non l’emblema di

uno stile, ma una forma di linguaggio auto-significante, una strategia d’uso

per sottrarre alla contingenza dell’attualità il messaggio.

E, così, il nostro piccolo scrigno racchiude memorie e storie; il ricordo,

il mondo di ieri, diventano il luogo stesso della costruzione del futuro e

il destino del nostro “essere” resta plasmato dalla possibilità di un’idea

comune.

Il Notaio Alessandro de Donato

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Se la verità è sempre un rischio, il rischio aumenta con frasi dal forte impatto

emotivo e diminuisce con ragionamenti per convincere.

La scelta dell’immagine che, a lungo, è stata il logo della testata rappresentava,

per simbolo, la cornice strategica della Cassa, custode del nostro futuro,

“con i piedi fissi nella tradizione e lo sguardo rivolto al futuro” (Et la

Providenza regge il timone di noi stessi e da speranza al viver nostro).

La Previdenza come Giano, l’antica divinità romana degli inizi e dei passaggi,

portatore della civiltà, ha due volti che guardano in direzioni opposte: l’inizio

e la fine, il passato ed il futuro.

Ma Ianus è anche il dio del passaggio, che si compie in origine attraverso

una porta (in latino ianua), rappresentando così la coscienza del tempo (E.

Husserl); ed essere nel tempo radicalizza le priorità del futuro e consente di

intrecciare numeri ed emozioni, algoritmi ed ideali.

Il senso primario della temporalità (essere-stato, essere-presente,

futuro) presenta in una visione statica il venire a sè, nel senso di un continuo

diventare sempre se stessi e così del tornare ciclicamente a sè, pur nel

costante variare dei vissuti.

La nostalgia di quelle straordinarie stagioni del passato, dove tutto sembrava

possibile e, in fondo, era possibile, offriva ai giovani Notai, con la sola vittoria

del concorso, opportunità crescenti di lavoro e affermazione professionale.

Ora sono cambiati profondamente non solo i costumi e le modalità di

approccio al lavoro, ma anche il livello condiviso di un comune sentire, con

la convinzione che il mercato e le leve economiche da soli potessero bastare

a metter ordine nelle cose.

Presi dalla spirale dell’incertezza, si è spinti ad esaltare le sole logiche

individuali; un’idea libertario-individualista, senza limiti, che rischia di

generare disordine e sconcerto. Ma la libertà individuale “se non vuol perdersi

nel labirinto che essa stessa costruisce” (G. Simmel), deve vestire l’abito

della responsabilità sociale.

Non può sopravvivere il concetto stesso di Notaio, se non sopravvive il concetto

di Notariato come un insieme di idee e di valori, di immagini, di rappresentazioni,

che costruisce se stesso in modo unitario.

La strada che costruisce il presente e progetta il futuro non può non

partire da una contaminazione di idee e da una condivisone di valori.

Occorre analizzare senza pregiudizi le diffuse criticità, scovare e liberarsi

da illusioni, risentimenti, invidie, per ridiventare ciò che siamo e tornare ad

avere il senso dell’oltre, resistendo al dominio delle cose e dei numeri con la

giusta gerarchia dei valori.

La crisi dei filtri istituzionali di mediazione delle diversità porta a

valutare con prudenza se esista ancora un luogo di composizione di identità

anche non coerenti; il primo passo è rinunziare all’illusione che la salvezza

possa arrivare “da fuori” (K.Kavafis).

L’essenza, la radice umana della nostra previdenza può essere sintetizzata

da un antico auspicio: homo homini deus est (Erasmo da Rotterdam).


Comitato di Redazione del Bollettino

luglio 2005 – maggio 2007

Notaio Domenico Antonio Zotta (Direttore Responsabile)

Notaio Francesco Maria Attaguile

Notaio Paolo Chiaruttini

Notaio Adriano Crispolti

Dott. Valter Pavan

Prof. Franco Albanese

maggio 2007 – maggio 2010

Notaio Alessandro de Donato (Direttore Responsabile)

Notaio Francesco Maria Attaguile

Notaio Paolo Chiaruttini

Notaio Adriano Crispolti

Notaio Salvatore La Rosa

Dott. Valter Pavan

Prof. Franco Albanese

maggio 2010 – maggio 2013

Notaio Alessandro de Donato (Direttore Responsabile)

Notaio Brunella Carriero

Notaio Salvatore La Rosa

Notaio Giuseppe Mammi

Notaio Domenico Antonio Zotta

Dott. Valter Pavan

Prof. Franco Albanese

maggio 2013 – maggio 2016

Notaio Alessandro de Donato (Direttore Responsabile)

Notaio Brunella Carriero

Notaio Giuseppe Mammi

maggio 2016 – maggio 2019

Notaio Alessandro de Donato (Direttore Responsabile)

Notaio Grazia Buta

Notaio Brunella Carriero

Notaio Lauretta Casadei

Comitato di redazione in carica

Notaio Alessandro de Donato (Direttore Responsabile)

Notaio Grazia Buta

Notaio Lauretta Casadei

Notaio Mario Mele

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MEDAGLIA DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Medaglia che il Capo dello Stato

ha voluto destinare, quale suo

premio di rappresentanza, al

Convegno “Futuro, diritti e

globalizzazione asimmetrica”,

promosso in occasione del

Centenario della Cassa

Nazionale del Notariato svoltosi

a Roma il 18 gennaio 2019.

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IL MONDO PICCOLO

DI UN NOTAIO RURALE

Carlo Carosi

(Notaio)

Il regio notaro Italo D. fu Alvaro era nato e cresciuto in un paese arroccato

lungo una strada statale, poco lontano da un importante valico

dell’Appennino. Un paese come tanti, con l’antica chiesa in stile romanico,

l’oratorio della confraternita, il santuario mariano, l’ufficio postale, la

stazione dei carabinieri, i ruderi delle mura e del castello medievale. Gli

unici divertimenti per la gente di lassù erano costituiti dalle feste patronali

e dalle serate musicali in piazza ad opera del barbiere che suonava il clarinetto,

al quale si univano il medico condotto con il suo mandolino e il droghiere che

era stato da giovane un autentico virtuoso della fisarmonica. Il portalettere,

dotato di una bella voce baritonale, si cimentava spesso nelle più note arie

verdiane. Quando sullo spiazzo usato per il mercato del bestiame veniva

alzato il tendone del circo equestre era una festa per tutti, grandi e piccini.

Se il giro d’Italia passava da quelle parti, la gente accorreva a vedere i girini

arrancare a fatica lungo i tornanti fino al valico. Lungo quella strada si svolgevano

di frequente anche le gare di automobili e la gente accorreva per

vedere sfrecciare fra nuvole di polvere quei bolidi rombanti. Ogni tanto, nelle

sere d’estate, un giovane signore di città veniva sin lassù, sfoggiando la sua

Fiat 501 nuova di zecca, a far visita alla nonna, una nobildonna ottuagenaria

che abitava nella villa di famiglia, in alto sul Poggio, fuori dall’abitato. Il

nipote arrivava accompagnato di solito da ragazze e da amici studenti universitari

che, nel salone della villa, facevano notte con i balli di moda.

Le vicende del campionato di calcio erano vissute un po’ da lontano

perché, per vedere giocare le grandi squadre, bisognava andare allo stadio in

città; però nel terreno di proprietà del santuario era stato ricavato un

campetto ove si svolgevano animati tornei fra i seminaristi ed i giovani dei

dintorni. In quel borgo, Italo aveva cominciato gli studi (“che freddo nelle

aule del seminario minore, e come si battevano i denti, la notte, in quelle

camerate!...”), vi si era fidanzato e poi sposato, e conosceva in pratica tutti i

suoi conterranei. Appassionato di opera lirica, andava spesso in casa del farmacista

che possedeva un grammofono a tromba e alcuni rari dischi di

Caruso.

Un brutto giorno, dopo quasi due anni dall’entrata in guerra, era

stato richiamato alle armi, come sottufficiale degli alpini. Aveva dovuto

abbandonare il lavoro, la moglie Lucia, la piccola Angelica ancora da svezzare,

per vivere la terribile esperienza della guerra in alta montagna a difesa

della patria. Era stato un colpo terribile per lui e per la sua famiglia, rimasta

senza fonti di reddito costretta a sopravvivere con il sussidio militare e l’aiuto

dei parenti e degli amici.

Per fortuna, era arrivata la legge sul Fondo Comune. La bella

notizia gli era giunta mentre si trovava in trincea in un avamposto

sull’Ortigara. Con la posta militare gli era stata recapitata una lettera della

Il Notaio Carlo Carosi

155


156

moglie con una copia del periodico Il Notaro del 15 giugno 1917. Aveva

appreso che gli onorari di tariffa superiori alle 10 lire erano stati aumentati

del 15% e che tale aumento era devoluto per intero alla formazione di un

Fondo comune. Ogni notaio del distretto avrebbe dovuto versare al fondo

anche il 20 % dei propri onorari. Aveva calcolato che, nel suo caso, l’assegno

avrebbe potuto giungere fino ad un massimo di 200 lire al mese: una cifra

modesta, tutto sommato (due dozzine di uova costavano 3 lire e 50, un chilo

di zucchero 3 lire e 20 e un chilo di carne di manzo 10 lire), ma si trattava

comunque di un aiuto provvisorio concesso in tempo di guerra per affrontare

i gravi disagi economici, una forma di associazione obbligatoria alla quale

tutti i notai del distretto avrebbero dovuto aderire contribuendo in proporzione

ai rispettivi repertori. Nel suo distretto, per la verità, c’erano molti

colleghi che, come lui, avevano dei repertori da fame, ma per fortuna non

mancavano, nella città capoluogo, alcuni notai che stipulavano atti di

grande valore e che avrebbero potuto contribuire al Fondo con generosità.

Secondo quanto aveva letto nelle pagine de Il Notaro, l’associazionismo

obbligatorio era un provvedimento avversato dai cd. “plutocrati” della categoria

ma auspicato soprattutto dai notai del Meridione d’Italia e dei centri

rurali periferici, titolari (come lui) di sedi improduttive: veri e propri “proletari

del Notariato”.

Ritornato a casa, dopo la fine della guerra, aveva dovuto ricominciare

da capo a prendere contatto con la clientela, anche se la cosa gli era costata

molta fatica a causa dei tanti cambiamenti che vi erano stati nella società. I

traffici rimanevano molto scarsi. Alcuni suoi ex clienti benestanti si rivolgevano

ormai ai notai della città, anche a costo di fare ore di strada polverosa

per scendere con ampi tornanti verso la pianura, perché pensavano che in

città, come erano più alte le case, così fossero più alti gli intelletti dei professionisti.

Ma soprattutto quello che incideva negativamente era l’inflazione. Il

costo della vita si era quadruplicato rispetto a quello di anteguerra, mentre

le tariffe erano rimaste in sostanza quelle del 1913, e gli atti annotati ogni

mese a repertorio dal nostro notaio si contavano sulle dita di una mano.

La risorsa del Fondo comune, nel suo distretto, si era rivelata illusoria dal

momento che erogava cifre del tutto insufficienti ad assicurare una vita dignitosa.

Sperava che fossero presi provvedimenti urgenti ed era molto preoccupato

perché, in caso contrario, la famiglia si sarebbe trovata a mal partito:

un chilo di zucchero costava adesso 4 lire e 90 e un chilo di carne di manzo

11 lire. Gli atti annotati a repertorio erano sempre più scarsi: soltanto

qualche compravendita di terreni per lo più boschivi di scarso valore. Non

era possibile andare avanti con le misere somme provenienti dal Fondo

comune del suo distretto, alimentato in pratica soltanto dai versamenti dei

colleghi esercenti in città.

Quando qualche collega gli faceva osservare che con la legge del ’13

non c’era più l’obbligo di rimanere ancorato alla propria sede e che avrebbe

potuto lavorare anche in altri luoghi del distretto, aprendo ad esempio un

recapito in città, ribatteva che ciò avrebbe comportato soltanto nuove ingenti


spese e che non se la sentiva di subire le intromissioni di avvocati, mediatori,

speculatori, faccendieri e mestieranti che si aggirano di solito attorno alle

contrattazioni immobiliari. E poi, non vantava aderenze politiche, non aveva

la tessera di un partito e non apparteneva ad alcuna setta, quindi sarebbe

partito sfavorito nella gara per fare incetta di clientela, ed avrebbe dovuto

soccombere di fronte a quelli che si accaparravano il lavoro ricorrendo ad

espedienti contrari alla legge notarile. La città, in poche parole, non faceva

per lui, non era il suo ambiente, egli voleva rimanere lì, nel suo paese, e lavorare

al servizio della sua gente, anche a rischio di passare intere giornate

senza che nessuno bussasse alla porta della sua abitazione (non aveva uno

studio vero e proprio e riceveva i clienti in casa sua). Gli capitava di trascorrere

intere giornate facendo lunghe passeggiate nei viali al didelle mura,

nella zona del seminario minore, o all’osteria nella piazza della chiesa a giocare

a scopone con gli amici. Non mancava di fare una capatina alla bottega

del barbiere dove si dava appuntamento, per discutere quasi esclusivamente

di politica, il solito gruppetto di intellettuali: l’avvocato, seguace di Turati, il

parroco, simpatizzante del partito fondato da don Sturzo, il medico condotto,

acceso nazionalista conquistato dai discorsi di D’Annunzio sulla cd. “vittoria

mutilata” e sulla dignità italiana offesa dal cedimento dei vili “rinunciatari”

di fronte al problema dell’italianità della Dalmazia e di Fiume.

Al sabato sera, tempo permettendo, dirigeva in piazza il coro dei suoi

ex commilitoni che si esibiva in canti di guerra come Il testamento del capitano

e Tapum, o accompagnava al pianoforte il cugino dell’avvocato, applauditissimo

interprete di canzoni allora in voga come Addio mia bella signora

e Come pioveva. Era stato sul punto di lasciarsi convincere da quei colleghi

che avrebbero voluto fare del notaio un impiegato stipendiato dallo stato, ma

aveva messo da parte quel genere di prospettiva, più che altro, per il timore

che ciò comportasse l’eventualità di essere trasferito d’ufficio lontano dalla

sua terra. Anche l’altra soluzione ventilata da parecchi colleghi, circa la

restrizione della competenza al territorio del mandamento, non l’aveva convinto

perché ciò non avrebbe risolto il problema economico, dato che nella

maggioranza dei comuni, anche se gli affari fossero stati affidati tutti quanti

al notaio titolare della sede, non avrebbero prodotto un reddito sufficiente

neppure per i più elementari bisogni della vita. Né riteneva che la panacea

fosse costituita dalla cd. associazione obbligatoria, con la messa in comune

dei guadagni a livello distrettuale (“mio nonno diceva che la miseria, anche

se divisa in parti uguali, non può mai trasformarsi in agiatezza”). Si sentiva

sicuramente più vicino a chi parlava di solidarietà universale, di un imperativo

morale per cui i notai più agiati e favoriti dalla fortuna, titolari di

grossi repertori, avrebbero dovuto contribuire a risolvere il problema

del disagio economico in cui versavano, senza colpa, i tanti loro colleghi

meno fortunati. Sperava particolarmente nel lavoro della Commissione

ministeriale e guardava con estrema simpatia al progetto di assicurare a

tutti i notai un reddito minimo di sussistenza, mediante erogazione di un

assegno che andasse ad integrare i repertori di coloro che non avessero raggiunto

una certa quota minima prestabilita.

Riponeva tutta la sua fiducia nella politica condotta al riguardo dal

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notaio Giuseppe Micheli (“l'ho conosciuto personalmente quando è venuto

qui in uno dei suoi giri elettorali per il Partito Popolare”), e soprattutto nella

campagna di stampa condotta dal notaio Russo-Ajello sul quindicinale Il

Notaro. Sperava che si riuscisse a far approvare quella legge con la massima

urgenza, e che il notaio Serina, relatore del progetto di legge, presidente del

Consiglio notarile di Milano, non tenesse conto delle critiche provenienti in

particolare dal notaio Federico Guasti che, in un articolo del quotidiano Il

Sole, aveva affermato che quella legge avrebbe consentito a chiunque di assicurarsi

un certo reddito a vita, soltanto procurandosi la nomina in una delle

tante sedi improduttive.

Il giorno in cui i colleghi incontrati all’Ufficio del Registro gli avevano

mostrato la prima pagina de Il Notaro che annunciava con toni trionfali

l’istituzione di una Cassa Nazionale per assicurare ogni anno a ciascun

notaio un minimo di 4.000 lire di onorari di rogito, gli era parso di essere

uscito da un incubo e aveva salutato tutti in gran fretta per correre al paese

dalla moglie e festeggiare insieme quella bella notizia. Tuttavia, lungo la

strada del ritorno, pensando alla pratica attuazione di quel provvedimento,

aveva finito per riempirsi la testa di pensieri inquietanti. Le sue preoccupazioni

erano costituite dal fatto che l’amministrazione dei fondi sarebbe

passata a Roma e che gli assegni di integrazione sarebbero stati pagati posticipatamente

e con cadenza annuale. Lo spaventava l’idea che le domande

di integrazione confluissero tutte presso il Ministero della Giustizia e che

l’iter di liquidazione diventasse lento e complicato a causa delle pastoie burocratiche

e dei tanti moduli che di sicuro sarebbero stati richiesti. Lo atterriva

il pensiero che, una volta cessata la risorsa del Fondo comune, la sua

famiglia potesse rimanere priva di entrate sin tanto che il Consiglio distrettuale

non avesse trasmesso a Roma alla Commissione amministratrice i dati

contabili necessari per approvare la domanda di integrazione.

Si augurava ardentemente che, in ogni caso, la gestione dei fondi non passasse

in mano ai funzionari del Ministero, perché quello era denaro versato

dai notai ed era giusto che ad amministrarlo fossero i notai stessi, soprattutto

per controllare che non venisse impiegato per scopi diversi da quelli previsti

dalla legge istitutiva.

Era arrivato a casa piuttosto perplesso sull’efficacia dei nuovi

provvedimenti. Ne avevano parlato a lungo con la moglie, quella sera, dopo

aver messo a letto la bambina, e alla fine avevano concluso che, tutto sommato,

la riforma era positiva non soltanto perché istituiva l’assegno di integrazione,

ma anche perché prevedeva la costituzione di un “fondo speciale”

da utilizzare ogni anno per sovvenire alle necessità dei notari cessati dall’esercizio

o alle loro famiglie, realizzando finalmente un progetto, avanzato sin

dal lontano 1905, di creare una forma di solidarietà e di previdenza esclusiva

per il ceto notarile.

Nei mesi seguenti, si erano manifestati sintomi di una ripresa degli

affari soprattutto nel settore delle compravendite di terreni. Anche il suo

repertorio aveva registrato un significativo incremento, essendo sempre più

spesso richiesto di ricevere atti di vendita di aziende agricole da parte di piccoli

proprietari che, usciti a fatica dalla crisi provocata dalla guerra, erano


stati messi alle corde dalla recente ondata di scioperi ed occupazioni e

preferivano disfarsi delle loro proprietà prima che si arrivasse, come in

Russia, alla socializzazione delle terre. Nella bottega del barbiere, ci si

accalorava in discussioni interminabili in merito alle notizie dei disordini,

delle agitazioni, delle occupazioni delle fabbriche e delle terre incolte, delle

serrate e degli scioperi e si sfogliavano le pagine dei giornali che riportavano

i nomi dei manifestanti rimasti uccisi o feriti negli scontri con le forze dell’ordine.

Si stava diffondendo il timore che anche da noi potesse scoppiare una

vera e propria rivoluzione. In quelle giornate burrascose del ’21, mentre si

correva il primo Gran premio automobilistico d’Italia, le giornate del notaio

erano turbate dalle notizie di continui episodi di violenza.

Gruppi di squadristi armati e “militarizzati”, affiancati dagli affiliati

ai Fasci Italiani di Combattimento fondati da Benito Mussolini, incendiavano

municipi, devastavano camere del lavoro e sedi delle cooperative,

combattevano le leghe contadine, aggredivano i socialisti, soffocavano con

violenza la libertà di stampa ed ogni forma di protesta sindacale. Dopo una

campagna elettorale funestata da violenze di ogni genere, erano entrati in

parlamento i primi 35 deputati fascisti confluiti nelle liste del cd. blocco

nazionale capeggiato dai conservatori e dai liberali. Mentre a Livorno, in

seguito alla scissione dei socialisti, era nato il Partito Comunista italiano, a

Roma i Fasci italiani di combattimento si erano trasformati nel Partito

Nazionale Fascista. Si prevedeva che gli scontri si sarebbero ripetuti anche

a livello parlamentare.

Quell’anno, le tariffe notarili erano state finalmente raddoppiate nel

tentativo di adeguarle al costo della vita, ed il nostro notaio aveva riscosso

dalla Cassa Nazionale il suo primo assegno d’integrazione. Si trovava in

buona compagnia, visto che, per quell’anno, ben 1219 colleghi non avevano

raggiunto il reddito minimo di 4 mila lire (“un quarto dei notai del Regno si

trovano nella mia stessa situazione, capite?...”). Aveva appreso questa notizia

durante l’ultima assemblea del suo collegio, nel corso della quale il presidente

aveva anche detto che l’importo complessivo erogato dalla Cassa per le

integrazioni era stato pari a 2.300.000 lire, mentre le entrate, superando le

aspettative, avevano toccato i 13 milioni di lire e tutto lasciava supporre che

al termine dell’anno le eccedenze avrebbero raggiunto i 20 milioni. Il presidente

aveva anche spiegato che quegli ottimi risultati dipendevano dall’efficace

metodo di riscossione previsto dalla legge, collegato alla registrazione

degli atti ed affidato ai Ricevitori del Registro (incentivati con l’aggio del 2%

sulle somme riscosse) e che si era rivelata molto opportuna, ai fini della

liquidazione degli onorari, la parificazione degli atti privati autenticati a

quelli ricevuti in forma pubblica. Il nostro notaio si era unito ad altri colleghi

presenti in assemblea per chiedere che la Cassa utilizzasse subito le cospicue

entrate soprattutto per aumentare l’assegno d’integrazione e che il capitale

accantonato sul “fondo speciale” servisse per dare una pensione ai notai dispensati

per malattia o per vecchiaia ovvero alle vedove e ai figli minorenni dei

colleghi defunti. Un collega aveva poi esternato il sospetto che le lungaggini

dipendessero dal fatto che la Commissione amministratrice della Cassa era

di nomina governativa e aveva proposto che i Commissari fossero eletti dalla

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base, per modo che il denaro versato dai notai fosse amministrato da rappresentanti

designati direttamente dai colleghi, sia pure sotto il controllo degli

organi dello stato. Le critiche più feroci avanzate da quel collega riguardavano

la figura del presidente della Commissione amministratrice, avvocato

Antonini, direttore generale del Notariato e dei Servizi di Cancelleria presso

il Ministero, colpevole di aver dichiarato che il denaro della Cassa, essendo

pagato dai cittadini ai notai in forza di una tariffa stabilita dalla legge, era

“denaro pubblico” e che spettava quindi al governo riscuoterlo ed amministrarlo

in piena autonomia.

In occasione di una successiva riunione tenutasi nella sede del

Consiglio distrettuale, si era ampiamente discusso su tutti questi argomenti

ed il rappresentante di zona della Federazione Notarile Italiana aveva

riferito ai colleghi sull’incontro avuto a Roma con i componenti della

Commissione amministratrice della Cassa. Alle richieste avanzate dalla

Federazione di utilizzare integralmente la cospicua eccedenza dei fondi della

Cassa per corrispondere immediatamente una congrua pensione ai notai cessati

dall’esercizio e alle vedove e figli dei notai defunti, era stato risposto che

bisognava attendere l’espletamento di numerose e complesse indagini statistiche

e attuariali necessarie per stabilire il fabbisogno in rapporto al

numero dei futuri assegnatari e alla misura dell’assegno pensionistico.

L’anno seguente, cedendo alla pressione della Federazione e della

redazione de Il Notaro, il Guardasigilli aveva finito per stabilire che, a partire

dal ’23, le rendite del fondo speciale costituitosi con le eccedenze degli

anni passati sarebbero state destinate alla erogazione di “assegni pensionistici”

a favore dei notari o ai loro familiari superstiti. Il nostro notaio aveva

accolto quella novità con una punta di orgoglio: per la prima volta, nelle

libere professioni, si prevedeva la creazione di una forma di previdenza che

si basava esclusivamente su un principio di mutua solidarietà, prevedendo

l’erogazione di importi diversificati soltanto in base agli anni di effettivo

esercizio e all’età del beneficiario, del tutto indipendenti perciò dalla storia

contributiva individuale del medesimo. Anche se gli importi degli assegni

previsti da quel decreto erano piuttosto bassi, era sicuro che quello fosse un

primo passo significativo verso un settore destinato ad espandersi negli anni

futuri, compatibilmente con le entrate della Cassa. Lo stesso giorno in cui era

giunta notizia dell’elezione del nuovo papa Pio XI, c’era stata l’aggressione

subita dall’avvocato ad opera di una squadraccia di fascisti arrivata dalla

città a bordo di un autocarro. Quella sera, in casa del notaio c’era stata burrasca.

La moglie lo rimproverava per il fatto di aver pronunciato in pubblico

alcune parole di condanna per quella vile aggressione, perché a suo parere

quelli erano tempi difficili e i discorsi a difesa della legge e della giustizia si

dovevano mettere da parte, se si volevano scongiurare guai seri. Si era già

inimicato i proprietari terrieri della zona per aver difeso le riforme sui terreni

agricoli promosse dal notaio onorevole Micheli, nella veste di ministro dell’agricoltura

dei governi Nitti e Giolitti: di questo passo avrebbe finito per

perdere anche quella poca clientela che gli era rimasta. Prima di tutto doveva

pensare agli interessi della famiglia (“prima di aprir bocca, prima di

esporti e metterti nei guai, pensaci bene Italo e non dimenticare di avere una


moglie e una figlia!”).

Nei mesi seguenti, all’indomani del misero fallimento di quel “patto

di pacificazione”, che sua moglie aveva sperato ponesse fine alle tante violenze,

il nuovo governo presieduto dall’onorevole Facta si era mostrato ancor

meno capace e autorevole dei precedenti e il Paese era sull’orlo della guerra

civile. Ogni giorno, il notaio trovava sulle prime pagine dei giornali notizie

di continue aggressioni alle leghe rosse, di incendi alle camere del lavoro e ai

consigli di fabbrica, e di scioperi di protesta funestati da gravi episodi di

violenza. Molto clamore aveva destato la minaccia pronunciata durante

l’adunata fascista di Napoli dall’onorevole Mussolini: “o ci daranno il governo,

o lo prenderemo calando su Roma!”.

In quelle giornate d’ottobre del ’22, aveva visto mobilitarsi, anche nel

suo paese, un gruppetto di concittadini, piuttosto in là negli anni e corpulenti,

che, in camicia nera, il fez in testa, pugnali alla cintura, armati di vecchi

moschetti e fucili da caccia, sfidando il ridicolo, erano saliti su di un camion

requisito al povero grossista di granaglie, sventolando gagliardetti con teschi

e tibie incrociate, per raggiungere il centro di raccolta delle “legioni” pronte

a marciare sulla capitale. Dopo un decina di giorni, avevano fatto ritorno,

fieri di poter raccontare agli amici che Sua Maestà aveva preferito rinunciare

alla proclamazione dello stato d’assedio, che erano sfilati per le vie di Roma

sotto la guida dei quadrumviri e che Mussolini aveva ricevuto l’incarico

di formare il governo.

A differenza di molti suoi concittadini, il notaio non era convinto che

il passaggio del potere in mano al Partito Nazionale Fascista avrebbe portato

alla pace sociale e soprattutto che gli squadristi, quantunque inquadrati

nella nuova Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, avrebbero desistito

dal fare ricorso ai loro metodi abituali. Evitava però di parlare in pubblico

di politica e riservava le sue critiche alle discussioni casalinghe con la sua

Lucia che sembrava propensa a prestar fede a quel nuovo governo, soprattutto

perché aveva promesso di ristabilire l’ordine e la tranquillità sociale.

Del resto, anche molti colleghi e la stessa stampa di categoria, avevano

assunto un atteggiamento favorevole nei riguardi del nuovo corso politico,

specialmente dopo che, nei primi mesi del 1923, il ministro Guardasigilli

Oviglio aveva firmato un decreto legge per la riforma della Cassa Nazionale

(predisposto dal suo sottosegretario, il cattolico Fulvio Milani) che accoglieva

gran parte degli emendamenti richiesti a gran voce dalla categoria nel corso

di quegli anni. Nel ceto notarile, lo sdegno verso gli episodi di violenza e di

intolleranza nei confronti delle opposizioni era stato messo da parte per

applaudire alle misure prese dal governo con il decreto Oviglio, giungendo

perfino a manifestazioni di entusiastica adesione e di incondizionato consenso.

Tutto ciò aveva suscitato profondo fastidio nell’animo del nostro notaio il

quale pensava che gli organi rappresentativi della categoria non dovessero

fiancheggiare questo o quel partito, ma avere sempre di mira soltanto gli

interessi del Notariato ed in particolare le giuste aspirazioni dei numerosi

notai assegnati alle sedi improduttive. Nelle rare riunioni collegiali alle

quali aveva partecipato, la sua voce era stata sovrastata però da chi guardava

con simpatia alle prime misure poste in essere dalla nuova compagine

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ministeriale. Ammirava sinceramente il notaio Micheli che, in segno di dissenso

verso il fascismo, aveva deciso di rinunciare ad ogni incarico ufficiale

professionale e politico.

In famiglia, il notaio trascorreva le poche ore di libertà dal lavoro in

occupazioni non impegnative: aiutava la bimba a fare i compiti, si immergeva

nella lettura dell’ultimo romanzo di Italo Svevo, si dedicava a piccoli

lavoretti manuali canticchiando le canzoni in voga come Silenzio cantatore

e Addio tabarin, seguiva i resoconti del campionato di calcio italiano e la

squadra del Genoa che si avviava a conquistare il nono titolo nazionale, si

aggiornava sulle tappe del Giro d’Italia, reso interessante dalla sfida tra

Girardengo e Brunero e si esaltava per l’impresa di Libero Ferrario, campione

iridato di ciclismo su strada. Nelle serate in casa del farmacista, messa al

bando la politica, si parlava fino alle ore piccole delle opere di Mascagni e di

Puccini e dei grandi successi di Beniamino Gigli al Metropolitan. In quell’anno,

il notaio aveva cominciato ad usare il linimento Sloan per il mal di

schiena, la lozione Migone a base di petrolio contro la caduta dei capelli e la

nuova pasta dentifricia Odol che prometteva alito fresco e denti bianchissimi

anche per quelli, come lui, che fumavano il sigaro.

L’anno dopo, la Commissione amministratrice della Cassa aveva

ottenuto che il ministro firmasse il decreto per l’istituzione formale della

Cassa pensioni, un evento osannato dalla stampa di categoria come “alto e

nobile istituto che poneva al coperto delle ingrate sorprese del tempo la condizione

personale e famigliare dei sacerdoti del Tabellione” e come «una di

quelle felici creazioni del genio italico che gli stranieri, ammirati, potevano

bene invidiarci ed imitare». Anche il nostro notaio era decisamente fiero di

quel risultato, soprattutto perché la pensione, erogata con fondi accantonati

dai notai, senza alcun contributo da parte dello stato, si basava sul principio

rigoroso della mutualità già attuato per gli assegni d’integrazione:

nonostante la notevole differenza dei contributi versati dai singoli iscritti, la

misura dell’assegno dipendeva sempre e soltanto dalla durata dell’esercizio

professionale. Verso il Guardasigilli, poi, egli nutriva una certa simpatia

dopo che in una sua allocuzione aveva riconosciuto che “Il Notaro invero

eccelleva fra tutte le altre classi forensi, perché, mentre l’avvocato interveniva

nella controversia, egli invece coll’opera sua la preveniva, concorrendo

a dare alla legge una efficace funzione di equilibrio sociale, e, coll’eliminazione

delle cause di dissenso, divenendo così un elemento integratore della

prosperità nazionale”.

L’aumento del 50% dell’importo delle pensioni, concesso dopo solo un

anno dal nuovo Guardasigilli professor Alfredo Rocco, era stato, a suo

parere, il mezzo posto in essere per ingraziarsi il ceto notarile, dopo che

Mussolini si era assunto la responsabilità politica, morale e storica del rapimento

e dell’uccisione di Giacomo Matteotti, suscitando l’indignazione della

popolazione e dei mezzi di informazione che vi avevano dedicato le prime

pagine per parecchi giorni. L’avvenimento aveva generato nella famiglia del

notaio la convinzione che la nazione stesse per precipitare in una avventura

assai pericolosa ed avevano deciso di sottrarsi a qualsiasi manifestazione

esteriore che potesse far pensare ad una adesione al regime.


Era stato uno dei rari abitanti del suo paese a non provare soddisfazione

per la cd. Battaglia del grano propagandata dal regime con trasmissioni

radiofoniche, allora agli esordi, e soprattutto con i documentari prodotti

dall’Istituto LUCE, anche se le misure varate dal governo per favorire il

credito agrario, gli avevano indirettamente procurato un incremento di

lavoro. Gli era parso scandaloso il manifesto degli intellettuali fascisti promosso

dal filosofo Giovanni Gentile, mentre aveva letto con soddisfazione

quello redatto da Benedetto Croce e pubblicato il primo di maggio sui giornali

Il Mondo e Il Popolo. Piena d’orgoglio nazionale per l’impresa ciclistica

di Bottecchia, vincitore per la seconda volta consecutiva del Tour de France,

la sua gente aveva subito senza reagire nuove assurde imposizioni come ad

esempio l’abolizione della festa del primo maggio sostituita con quella del

natale di Roma, e l’obbligo del saluto romano nei rapporti con i superiori.

Una nuova questione si era aperta, in famiglia, quando si era

presentato il problema dell’adesione al sindacato notarile fascista, dal

momento che la Federazione, dopo aver messo in chiaro di non essere affatto

ostile al fascismo “che aveva dato prova di sapere incamminare la Nazione

nella via retta che potrà guidarla alla sua redenzione”, aveva lasciato libero

ciascun notaio di iscriversi o meno al sindacato, precisando che l’adesione

era aperta a tutti ad eccezione degli iscritti ai partiti socialista e repubblicano.

Alla fine, aveva prevalso ancora una volta il punto di vista della

moglie, incline a considerare l’adesione al sindacato un passo per incrementare

la clientela ed accrescere ulteriormente il repertorio (“ringraziando

il Cielo, negli ultimi tempi hai potuto lavorare ed avere un reddito abbastanza

buono. Ora ti prego di non fare imprudenze. Ho la sensazione che se non

ti iscrivi al sindacato, potresti avere molti fastidi anche per il tuo lavoro...”).

Non meno infuocata era stata la schermaglia a proposito

dell’iscrizione di Angelica al reparto delle Piccole italiane. Il notaio aveva

cercato di opporsi a quel passo perché non voleva che sua figlia partecipasse

a quelle squallide manifestazioni di regime, ma aveva finito per cedere da un

lato all’insistenza della figlia, ansiosa di indossare l’uniforme con il berretto

in maglia di seta nera, la camicetta a maniche lunghe in piqué bianco e la

gonna nera, e dall’altro ai rimproveri della moglie (“non puoi impedire alla

bimba di partecipare a quei corsi di ginnastica, di cui ha tanto bisogno per

crescere, e non devi esporla, poverina, alle critiche velenose delle sue

amichette!”).

Sulle prime pagine dei giornali giganteggiavano le fotografie di

Alfredo Binda, campione del mondo, e di Lindbergh, l’audace solitario

trasvolatore dell’Atlantico, mentre la stampa di categoria, impegnata ad

illustrare la nuova legge sul concorso per esami e quella sulla riforma dei

Consigli (non più elettivi ma di nomina governativa), dedicava largo spazio

all’introduzione della dispensa d’ufficio con il compimento dei 75 anni d’età,

provvedimento che era stato contestato anche da parte del nostro notaio

(“questa idea di mandare in pensione la gente coattivamente, di obbligare un

professionista a lasciare il lavoro da un giorno all’altro, di imporgli di rinunciare

alla clientela conquistata con anni e anni di sacrifici, è qualcosa di

profondamente ingiusto e inaccettabile!”).

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Negli ultimi tempi, si era accorto che la gente lo trattava con maggior

rispetto per il fatto di avere legami di parentela con personaggi del

potentato locale (“lo fanno, secondo me, perché mio cugino è diventato membro

della Milizia Forestale ed un lontano parente di mia moglie è stato nominato

podestà in sostituzione del sindaco”). L’unica persona con cui poteva

arrischiarsi a fare discorsi di politica era il farmacista, nel corso delle periodiche

serate dedicate alla musica lirica, nelle quali potevano entrambi dare libero

sfogo alle loro antipatie verso il regime e criticare pesantemente le leggi

eccezionali liberticide varate di recente dopo l’attentato a Mussolini. Anche

l’avvocato era stato vittima del giro di vite voluto dal regime: dopo che era

stato portato via in manette dalle camicie nere e tutti i suoi libri erano stati

bruciati nella piazzetta sotto le finestre del suo studio, di lui non si era più

avuto alcuna notizia.

Uno di quei giorni, mentre il barbiere gli tagliava i capelli e gli

aggiustava baffi e barba, aveva assistito ad una accesa discussione fra il

macellaio, strenuo difensore della cd. Tassa sul celibato, e il giovane portalettere

che ne parlava come di un iniquo ed inutile balzello. La discussione s’era

interrotta soltanto al momento in cui tutti quanti si erano raccolti attorno

all’apparecchio radio per ascoltare la radiocronaca della partita con cui

Italia e Ungheria disputavano a Roma la finale per la Coppa internazionale

di calcio, vinta dalla nostra nazionale per 4 a 2.

Nel mese di maggio del ’28, la piccola Angelica aveva trepidato per

la sorte dei superstiti della sfortunata spedizione del dirigibile Italia ed era

rimasta col cuore sospeso per le difficili operazioni di soccorso del generale

Nobile e degli altri superstiti della tenda rossa, ma il padre aveva ben altro

in mente.

Era molto felice perché la sua Lucia aveva scoperto di essere incinta:

Angelica non sarebbe rimasta figlia unica e avrebbe avuto un fratellino o

una sorellina a cui fare da mammina. Nei mesi seguenti, ai momenti sereni

in cui la futura mamma, piena di vita e di salute, cantava le canzoni di

moda come Balocchi e profumi o il Tango delle capinere, si erano alternate

giornate di tensione per le nausee e i dolori alla schiena. La rottura delle

acque era arrivata all’improvviso in una notte del febbraio del ’29, quando il

freddo aveva toccato livelli mai raggiunti in Italia sino ad allora. Quella

notte, il paese dormiva sotto una spessa coltre di neve e tutte le strade erano

bloccate per il gelo. Si era temuto che la levatrice non potesse arrivare in

tempo e che Lucia dovesse partorire assistita soltanto dalle vicine di casa,

prontamente accorse alle sue richieste di aiuto. Quando Angelica aveva

avuto il permesso di prendere in braccio il grosso involto di coperte da cui

spuntava a fatica il visino del fratellino, i raggi del sole indoravano le candide

cime dell’Appennino. La levatrice era giunta in tempo e il parto si era

svolto regolarmente. Lucia, quasi distrutta ma felice, lo aveva voluto abbracciare

stretto a sé e insieme avevano ringraziato il Signore con le lacrime agli

occhi.

Per la scelta del nome da dare al neonato questa volta aveva prevalso

la sua opinione e il piccolo, anziché essere chiamato, secondo la consuetudine,

con il nome del nonno paterno, era stato battezzato con il nome di


Libero (“mio figlio sarà sempre contrario ad ogni forma di tirannia!”).

Nei primi mesi, il piccolo aveva avuto qualche problemino e piangeva

di frequente, anche la notte, tenendo sveglia l’intera famiglia. La sorellina,

malgrado ciò le fosse stato proibito dai genitori, cercava in tutti i modi di

calmarlo (“devi lasciarlo stare nella sua culla e non devi dargli vizi, altrimenti

lui se ne approfitta e piange di continuo fino a che qualcuno non lo

prende in braccio; hai capito?”). Col tempo, la vita in famiglia aveva ripreso

il suo ritmo. Il bimbo cresceva a vista d’occhio ed era in buona salute.

Angelica a trascorreva ore e ore a giocare con il fratellino. Il lavoro, per fortuna,

non mancava e il notaio, tutto sommato, era soddisfatto. Un giorno,

aveva trovato nella stampa di categoria la notizia della prima donna-notaio,

la ventisettenne Elisa Resignani, figlia di un alto magistrato del Regno,

iscritta a ruolo in un paesino nella zona di Vercelli, e di ciò aveva discusso a

lungo con la moglie. Lucia era stata favorevole alla novità (“è giusto, secondo

me, che la donna sia promossa e valorizzata in tutti i campi, compreso quello

professionale”), mentre il marito era stato al riguardo molto più cauto (“come

potrà curarsi del marito e dei figli, se deve dedicarsi totalmente alla professione?

E poi, te la immagini una donna capace di tenere per sé notizie riservate,

senza parlarne con le sue amiche?”). Quando aveva ricevuto copia della

circolare ministeriale che imponeva ai notai di aggiungere nella data di ogni

rogito l’anno dell’era fascista accanto a quello dell’era cristiana, la cosa gli

aveva provocato un profondo disgusto ed avvertito i primi problemi al fegato

per cui era diventato abituale consumatore di rabarbaro, una radice cinese

reclamizzata come speciale rimedio per le disfunzioni epatiche. Nel frattempo,

gli erano giunte brutte notizie in merito al bilancio della Cassa

Nazionale: le entrate registravano continue diminuzioni. Si dava la colpa di

tale situazione non soltanto alla grave depressione che colpiva l’economia del

Paese, ma anche ai pesanti reiterati tagli degli onorari operati dal governo

per favorire questa o quella categoria sociale a danno naturalmente del ceto

notarile (“continuano a ridurci gli onorari a metà, ad un terzo, ad un quarto,

ad un quinto...e in qualche caso ci chiedono addirittura di lavorare gratis!”).

A tutto ciò si erano aggiunte le leggi che, con i governi precedenti ed in particolare

con quello in carica, avevano operato l’attribuzione di competenze

notarili ai funzionari di numerosi enti statali e parastatali. Erano ancora

assai numerosi i notai che, vittime dell’illecita concorrenza e del

“recapitismo” incontrollato, non riuscivano a trarre dalla professione un reddito

sufficiente, al punto che la rivista Il Notaro aveva chiesto ai lettori di

suggerire il modo per assicurare un minimo di lavoro a ciascun notaio,

rispettando i diritti dei singoli e bandendo ogni proposta demagogica e teorica.

Lo stesso ministro Rocco, che nell’aprile del 1930 aveva emanato il testo

unico in materia di pensioni nel quale, per la prima volta, erano stati previsti

sussidi a favore dei notai in esercizio in caso di gravi ed eccezionali bisogni,

nel suo intervento al primo Consiglio nazionale del sindacato notarile, tenutosi

a Roma nel gennaio del ’32, aveva dichiarato “di ben conoscere la situazione

penosa in cui si dibattevano i tanti notai di provincia che si dovevano

accontentare del reddito minimo assicurato dalla Cassa notarile”. Gli

amministratori della Cassa, dal canto loro, recentemente trasferitisi nel

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moderno edificio di Via Flaminia, constatando che le eccedenze annue di

bilancio diminuivano paurosamente, allarmati dalle stime attuariali effettuate

dagli esperti, nel maggio 1934, avevano ottenuto, fra roventi polemiche,

l’approvazione di un decreto ministeriale per la riduzione delle pensioni.

Angelica era diventata ormai una signorinetta e si era trasferita in

città presso una parente del padre per frequentare il liceo. Partecipava di frequente

con le sue compagne di scuola alle sfilate e alle manifestazioni ginniche

organizzate per la visita di qualche gerarca, e quando in città era venuto

in visita il duce in persona, alla parata aveva dovuto assistere suo malgrado

anche il notaio, perché la moglie voleva portare il piccolo Libero a

vedere la sorella sfilare con la divisa delle giovani italiane.

Negli ultimi tempi, superati i difficili momenti provocati anche in

Italia dalla grande crisi economica americana del ’29, il tenore di vita della

famiglia era sensibilmente migliorato. Potevano permettersi il lusso di frequentare

il teatro in città per la stagione lirica e di andare nella sala cinematografica

aperta di recente in un locale di proprietà della parrocchia, per

commuoversi con Luci della città di Charlie Chaplin, per divertirsi con Gli

uomini che mascalzoni interpretato da Vittorio De Sica che cantava Parlami

d’amore Mariù, o per assistere, con il bimbo, alla proiezione dei cartoni animati

di Walt Disney. Avevano rinnovato l’arredamento del salotto con un

grande divano ed una libreria in noce. Le due novità più importanti erano

costituite, comunque, dal bel telefono in bachelite nera e da un apparecchio

radio dotato di un grazioso mobiletto. Come regalo di compleanno, avevano

abbonato il figlio agli album di Topolino pubblicati dalla Mondadori. Lucia

era entrata nel gruppo delle signore che si riuniva ogni settimana in casa del

direttore dell’Ufficio postale per prendere il tè e giocare a ramino.

Durante quelle partite si parlava soprattutto delle mirabolanti imprese

aviatorie di Italo Balbo, del premio nobel conferito a Pirandello, dei misteriosi

esperimenti condotti da Marconi sulla nave Elettra nel golfo del

Tigullio, della Giornata della fede in cui alcune di loro avevano donato alla

patria le proprie fedi nuziali per sostenere i costi della guerra in Africa

Orientale e dello strascico dell’abito da sposa di Edda Ciano che si diceva

fosse lungo addirittura cinque metri.

Il notaio aveva seguito con grande interesse le vicende del campionato

mondiale di calcio, e il giorno in cui la nazionale di Vittorio Pozzo aveva

vinto ai tempi supplementari la finale con la Cecoslovacchia, si era unito alla

gente che esultava per le strade sventolando il tricolore.

Continuava a frequentare il farmacista e nei loro incontri gli argomenti

trattati, oltre naturalmente la questione del discutibile finale di

Turandot scritto da Franco Alfano, erano le voci dei grandi tenori come

Lauri Volpi, Gigli, Malipiero, Martinelli e Pertile, i concerti lirici sponsorizzati

dalla ditta Martini & Rossi trasmessi alla radio tutti i lunedì sera, e il

comportamento del mitico maestro Toscanini che aveva subito l’aggressione

delle camicie nere per essersi rifiutato di eseguire Giovinezza e la Marcia

Reale al Teatro Comunale di Bologna. Da qualche tempo, il farmacista era

solito sfidare il notaio in lunghe partite a scacchi, nel corso delle quali, fra

l’altro, parlavano spesso della inquietante situazione politica della


Germania, dopo l’ascesa al potere del partito nazionalsocialista guidato da

Adolfo Hitler. Il motivo di allarme era costituito soprattutto dalle persecuzioni

antisemite, dal momento che il farmacista, membro autorevole della

piccola comunità ebraica locale, temeva che anche in Italia si scatenasse

un’ondata di odio razzista.

I giornali di quei giorni dedicavano largo spazio alla nostra vittoria

in Africa Orientale, alla nascita dell’impero, alle olimpiadi di Berlino, alla

guerra civile in Spagna e alla presentazione da parte della FIAT della vetturetta

Topolino, messa in vendita al prezzo di 8.900 lire, equivalenti a venti

volte lo stipendio medio di un operaio specializzato. Al circolo delle signore,

nei pomeriggi del tè e delle partite di ramino, si commentava con orgoglio

l’impresa della nostra Ondina Valla, medaglia d’oro olimpica negli 80 metri

a ostacoli, e si gridava allo scandalo per l’abdicazione del re Edoardo VIII a

causa della sua storia d’amore con Wallis Simpson (“vi rendete conto? un

membro della casa reale che vuole unirsi ad una americana di umili origini,

due volte divorziata!”). Ma, in famiglia, quell’anno era ricordato soprattutto

come quello in cui Libero si era preso il morbillo ed aveva rischiato serie complicazioni,

e Angelica aveva cominciato ad interessarsi dei compagni di università

e a tenere un diario.

All’inizio del 1938, appena era stata chiara per tutti l’intenzione

del governo di adottare quanto prima leggi razziali antisemite come quelle

naziste, l’amico farmacista era corso da lui per stipulare il contratto di

cessione della farmacia e l’indomani aveva fatto imballare il grammofono,

i dischi, la radio e le altre poche cose di valore che possedeva ed era partito

alla volta della Svizzera dove lo attendevano altri membri della comunità

ebraica. Dopo alcune settimane, i giornali avevano dato enorme risalto alle

nuove leggi, firmate dal capo del Governo e promulgate da Vittorio

Emanuele III a difesa della razza e della “documentata continuità storica

dell’unità razziale raggiunta dal nostro popolo sin dal tempo della grandezza

augustea di Roma”. Quella volta, anche Lucia era stata d’accordo con lui

nel condannare le inique assurde discriminazioni poste in essere contro

intere famiglie con le quali avevano stretto da molto tempo legami di sincera

amicizia. In quel tempo, ai notai del regno era stato rivolto l’invito ad astenersi

dal ricevere atti di alienazione di immobili e di aziende da parte di

appartenenti alla razza ebraica fino all’emanazione di ulteriori norme regolatrici

della materia, ma il nostro notaio non aveva obbedito (“questi signori

non possono obbligarmi a fare cose contrarie al dovere professionale!”).

Aveva continuato a stipulare atti di acquisto di immobili a favore di ebrei,

limitandosi a darne notizia all’ufficio distrettuale delle imposte, e si era spinto

fino a ricevere atti di alienazione di immobili da parte di ebrei, anche

prima che l’Intendenza di Finanza li dichiarasse compresi nella ‘parte consentita’

(5 mila lire d’estimo per i terreni e lire 20 mila d’imponibile per i fabbricati),

se i venditori erano suoi concittadini ed amici di vecchia data (“non

mi serve la certificazione dell’Intendenza, so benissimo che questo è l’unico

immobile di proprietà del venditore!”).

La radio e i giornali diffondevano notizie sempre più allarmanti e il

nostro notaio era di pessimo umore (“..qui va a finire che il duce, abbagliato

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dai successi militari di Hitler, ci trascinerà in un’altra guerra”), e se la prendeva

anche con la moglie per il fatto di aver accettato che il figlio frequentasse

le riunioni dei Balilla dove i ragazzini erano addestrati ad imbracciare

il moschetto come veri e propri soldatini. Fra le tante notizie negative,

una soltanto gli era parsa di segno opposto e cioè che la Commissione

amministratrice della Cassa nel luglio del 1939 avesse riportato a soli 10

anni l’esercizio minimo dei notai per il diritto alla pensione (“la cosa non mi

riguarda, perché non penso neppure lontanamente alla pensione, ma mi fa

piacere sapere che i soldi che versiamo alla Cassa sono amministrati

oculatamente nell’interesse dei colleghi cessati dall’esercizio o dei loro eredi”).

L’anno dopo, vi era stato l’incontro con l’anziano regio notaio

Giovanni M. fu Luigi. Era stato quest’ultimo a fargli visita, una mattina di

luglio. Si era presentato con aria familiare, dicendogli di trovarsi lì, nella

villa ereditata dai suoi nonni, per un breve periodo di vacanza e per riposare

qualche giorno prima di ritornare al suo studio. Gli aveva ricordato che il

suo era uno dei tre studi professionali più grandi del capoluogo, nel quale

lavoravano ben cinque impiegati e che richiedeva un carico di lavoro eccessivo

per uno come lui, avanti negli anni e vicino alla dispensa per limiti d’età.

Il discorso, poco alla volta, si era spostato sulle vicende della Cassa

Nazionale ed entrambi si erano trovati d’accordo nell’elogiare la

Commissione amministratrice per l’opera svolta in quegli anni per difendere

le prerogative dell’ente di fronte a concezioni demagogiche e massimaliste e

per opporsi ai tentativi di “fagocitazione” da parte della Confederazione

nazionale delle corporazioni sindacali dei professionisti e dell’Istituto

Nazionale Assicurazioni. Avevano scoperto di essere entrambi soddisfatti per

il cambio di passo operato dalla Commissione in materia di pensioni, con il

ritorno ad un trattamento pensionistico simile a quello già in vigore prima

dei tagli del ’34, e di avere accolto con favore i recenti decreti del nuovo

guardasigilli Dino Grandi, con cui erano stati concessi aumenti agli onorari

di tariffa ed erano state revocate le autorizzazioni ad esercitare funzioni

notarili già concesse ai diversi enti e istituzioni. Terminati quei discorsi,

l’anziano collega, senza ulteriori preamboli, aveva cambiato argomento e gli

aveva chiesto se era disposto a venirgli in aiuto, concludendo con lui un

accordo di collaborazione che gli avrebbe assicurato una importante percentuale

dei redditi dello studio. Sorpreso ed incredulo di fronte a quella

inattesa proposta giunta come fulmine a ciel sereno, egli aveva formulato sul

momento poche frasi di ringraziamento per la fiducia accordatagli e si era

riservato di dargli al più presto una risposta, dopo averne discusso in

famiglia.

La moglie aveva accolto la notizia con estremo favore, dal momento

che la loro vita sarebbe cambiata radicalmente e molti sogni sarebbero diventati

realtà: immaginava di poter avere un tenore di vita agiato, di avere a

disposizione finalmente un appartamento in cui non vi fosse l’andirivieni

della clientela e in cui invitare persone influenti, possedere una bella automobile

e permettersi perfino il lusso di una cameriera. Anche Angelica era

favorevole ed entusiasta perché ciò le avrebbe permesso di frequentare tutte

le lezioni universitarie e soprattutto di incontrarsi ogni giorno con un certo


studente di medicina del quale di recente si era invaghita. La prospettiva di

cambiar vita, al contrario, non piaceva affatto a Libero, perché ciò avrebbe

significato lasciare per sempre il suo mondo, le scorribande con i compagni,

le levatacce per andare nei boschi con il papà in cerca di funghi, le battute di

pesca alla trota nelle acque del torrente, le spedizioni alla vecchia casa

abbandonata in cui si diceva ci fossero i fantasmi, i combattuti incontri di

calcio con gli ospiti del seminario. Non gli andava soprattutto l’idea di

trasformarsi in uno di quei “signorini” che d’estate venivano a trascorrere

qualche giorno lassù per togliersi dall’afa della città e che costituivano il

bersaglio preferito delle loro prese in giro. Anche il padre era molto perplesso,

soprattutto perché ciò lo avrebbe costretto a cambiare radicalmente il suo

modo di esercitare le professione. Non si sentiva pronto ad affrontare problematiche

inconsuete come quelle riguardanti il mondo delle grandi imprese,

delle società quotate, dei gruppi industriali e finanziari; non era mai

stato padrone del formulario di alcuni contratti atipici usati soltanto negli

studi delle grandi città; non immaginava neppure come avrebbe dovuto comportarsi

con i dipendenti dello studio; non gli riusciva di accettare l’idea che

gran parte del lavoro potesse essere delegato a questi ultimi e che, in pratica,

il notaio conoscesse la clientela soltanto al momento della stipula.

Quel fatidico 10 di giugno del ’40, a toglierli d’impaccio era giunto

un avvenimento di straordinaria importanza per l’intera nazione: con un

discorso del duce, diffuso dalla radio, seguito da un proclama del re e imperatore,

era stata annunciata l’entrata in guerra dell’Italia, a fianco del

Fuhrer. Lo scenario era cambiato, in famiglia si era cominciato ad avere la

sensazione che stava per aprirsi una stagione di rinunce e di sacrifici. Il

notaio era sicuro che l’economia di guerra, prima o poi, avrebbe reso necessario

il razionamento dei generi di prima necessità e la partecipazione dell’intera

popolazione allo sforzo bellico, che la politica di autarchia avrebbe

fatto crescere l’inflazione e richiesto sempre maggiori privazioni. Molto

meglio rimanere nel paese natale piuttosto che trasferirsi in città fra persone

sconosciute (“qui, almeno, saremo fra gente amica, pronta a venirti in aiuto

in caso di necessità”). Al termine di una lunga discussione, anche Lucia ed

Angelica s’erano convinte che quello non era il momento adatto per aderire

alla proposta del collega. In ogni caso bisognava fargli capire che, se la guerra

fosse terminata presto (“così dicono i giornali, ma, secondo me, non è vero:

è tutta propaganda di regime!”), la sua proposta sarebbe stata presa in seria

considerazione. Il collega s’era mostrato assai comprensivo ed aveva condiviso

le loro perplessità. Al momento del commiato, mentre gli stringeva la

mano, aveva osservato che, nello stesso momento in cui la nazione era entrata

in guerra, il ceto notarile stava esultando per l’aumento delle pensioni: per

chi avesse maturato 40 anni di esercizio, l’assegno pensionistico lordo

avrebbe raggiunto le 8 mila lire all’anno, pari a 1500 lire al mese (la canzone

diceva: Se potessi avere mille lire al mese...)

Angelica, dopo essersi laureata in lettere e filosofia, aveva cominciato

a frequentare un suo coetaneo membro di una famiglia dell’alta borghesia

cittadina che stava preparando la tesi di laurea in medicina, ma Piermaria

(questo il nome del futuro medico) era stato arruolato e spedito in Grecia

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(“non piangere tesoro, spero di tornare presto in licenza... Appena possibile ti

manderò una lettera con il mio indirizzo…”) e così da quel momento ebbe

inizio un faticoso scambio di lettere divenuto sempre più aleatorio in seguito

alle disastrose vicende del fronte balcanico.

Quell’anno, mentre la sorella attendeva invano notizie dalla Grecia,

Libero aveva ricevuto in dono a Natale una bellissima bicicletta Bianchi da

corsa, con la quale si era procurato una paurosa caduta con lussazione della

spalla ed escoriazioni varie alla gamba destra.

Gli anni di guerra avevano segnato un crescendo di difficoltà per la

famiglia del nostro notaio. La moglie aveva avuto il suo daffare alle prese con

il razionamento dello zucchero (mezzo chilo al mese procapite), dell’olio, del

burro e dello strutto (quattro etti al mese pro-capite), della pasta, della fari