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Art&trA Rivista Dic_Gen 2021-2022

Rivista d’arte, cultura e informazione

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anno 13° - dIcembre / gennaIo 2021-2022

96° bimestrale di arte & cultura - € 3,50

FATTORI

Capolavori e aperture sul ‘900

Fino al 20 Marzo 2022 alla G.A.M. di Torino

Francesco PONZETTI

I sogni e il mago di Ponz

Art&Vip

personaggio del mese:

Giovanni Trombetta


Aleardo Koverech

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

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Senza titolo - 1970 - Smalto su tela - cm 80x120

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redazione - Spazio espositivo

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amministratore Unico

capo redattore: roberto Sparaci

direttore responsabile

Sezione editoriale:

Fabrizio Sparaci

S o m m a r I o

d I c e m b r e - g e n n a I o 2 0 2 1 - 2 0 2 2

Fattori. capolavori e aperture sul ‘900 Pag. 4

a cura di Silvana gatti

ritratti d’artista. maestri del ‘900 (nicola Zamboni) Pag. 28

a cura di marilena Spataro

l’arte concreta in europa e nel continente americano Pag 38

di rita lombardi

levi e ragghianti.

Un’amicizia fra pittura, politica e lettaratura Pag 44

a cura di Silvana gatti

la seduzione femminile nell’arte Pag 72

di Francesco buttarelli

direttore artistico;

dott.ssa Paola Simona tesio

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a cura dell’acca InternatIonal S.r.l.

copertina:

Ideazione grafica acca InternatIonal S.r.l.

Fotocomposizione: a cura della redazione

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Stampa:

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tel. +39 0761527351

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distribuzione a cura di:

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Pubblicazioni:

annUarIo d’arte moderna

“artisti contemporanei”

rIVISta: bImeStrale art&tra

registrazione: tribunale di roma

Iscrizione camera di commercio di roma

n. 1294817

1ª di copertina: Francesco Ponzetti

2ª di copertina: aleardo Kowerech

3ª di copertina: elena modelli

4ª di copertina: elena di Felice

copyright © 2013 acca InternatIonal S.r.l.

riproduzione vietata

ACCA INTERNATIONAL Srl

rUbrIcHe

rita lombardi. arte progettuale Pag. 12

a cura di giorgio barassi

Francesco Ponzetti. I sogni e il mago di Ponz Pag. 16

a cura di giorgio barassi

anna maria tani. Il silenzio che urla Pag. 20

a cura di giorgio barassi

laboratorio acca: la vetrina televisiva per gli artisti Pag. 24

a cura della redazione

les fleurs et les raisins. trasversali allegagioni d’arte Pag. 34

di alberto gross

chiara Piersigilli. artista nel tempo Pag. 50

di Francesco buttarelli

artisti allo specchio Pag. 54

di alessandra bonoli

biografie d’artista. marco gagliardi Pag. 60

di marilena Spataro

mario Zanoni e il suo bonconte da montefeltro Pag. 62

di alberto gross

I tesori del borgo. belforte del chienti e Serrapetrona Pag. 66

di marilena Spataro

art&Vip - Protagonista del mese, giovanni trombetta Pag. 76

a cura della redazione

consigli di lettura Pag. 80

a cura di marilena Spataro

mostra “dante in arte” Pag. 82

di Fulvio Vicentini

maja Sorić. I gioielli per regine moderne Pag. 86

di Svjetlana lipanović

art&events Pag. 88

a cura della redazione

mostre d’arte in Italia e fuori confine Pag. 90

a cura di Silvana gatti


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attività e d è a disposizione di chiunque voglia tenersi

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notizie che verranno continuamente pubblicate.


4

FATTORI

Capolavori e aperture sul ‘900

Fino al 20 Marzo 2022 alla G.A.M. di Torino

A cura di Silvana Gatti

Giovanni Fattori

La signora Martelli a Castiglioncello - 1867-1870 ca.

Olio su tavola - 19,5 x 33 cm

Museo Civico Giovanni Fattori, Livorno

La GAM - Galleria Civica

d’Arte Moderna e Contemporanea

di Torino ospita una

importante retrospettiva dedicata

a Giovanni Fattori

(Livorno 1825 - Firenze 1908), Maestro

dell’Ottocento italiano che interpretò con

un linguaggio personale e innovativo sia

i soggetti delle battaglie risorgimentali

che i soggetti legati alla vita agreste ed

al paesaggio rurale.

La mostra “Fattori. Capolavori e aperture

sul ‘900”, che proseguirà fino al 20 marzo

2022, è organizzata e promossa da

GAM Torino - Fondazione Torino Musei

e da 24 ORE Cultura - Gruppo 24 ORE

in collaborazione con l’Istituto Matteucci

e il Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno.

Il percorso espositivo annovera oltre 60

capolavori dell’artista livornese, tra cui

tele di grande formato, preziose tavolette

e una selezione di acqueforti, e si articola

in nove sezioni coprendo un periodo

che va dal 1854 al 1894, dalla sperimentazione

macchiaiola e da importanti opere

degli anni Sessanta e Settanta fino alle

tele dell’età matura.

Le curatrici del progetto, Virginia Bertone

(Conservatore Capo della GAM) e

Silvestra Bietoletti (Storica dell’arte,

specialista di pittura toscana dell’Ottocento),

affiancate dal Comitato scientifico

composto da Cristina Acidini, Giuliano

Matteucci e Fernando Mazzocca,

hanno dato vita a questo progetto seguendo

una scansione cronologica e tematica

delle opere dell’artista che incontrò,

già nel corso dell’Ottocento, anche

il gusto dei Torinesi, come documenta

la presenza di Fattori alle mostre

allestite - sia alle manifestazioni annuali

della Società Promotrice di Belle Arti di

Torino che alle Esposizioni Nazionali -

dalla primavera del 1863 fino al 1902.

Nella primavera del 1863 Giovanni Fattori

inviava alla mostra della Società Promotrice

di Belle Arti di Torino la sua

Ambulanza militare (Episodio dell’indipendenza

italiana del 1859). Per presentarsi

per la prima volta al pubblico torinese,

l’artista aveva voluto riproporre

il soggetto de Il campo italiano dopo la

battaglia di Magenta che gli aveva assicurato

la vittoria al Concorso Ricasoli,

tappa fondamentale per l’avvio della sua

carriera artistica.

Tra i suoi primi estimatori è il torinese

Marco Calderini, allievo di Antonio Fontanesi

e animatore della scena culturale

cittadina, che lo contatta per l’acquisto di

una cartella di litografie. Durante i primi

anni del Novecento, la fama di Fattori si


Giovanni Fattori

Soldati francesi del ‘59 - 1859 ca.

Olio su tavola - 15,5 x 32 cm

Istituto Matteucci, Viareggio - © Istituto Matteucci, Viareggio

Giovanni Fattori

Pastura maremmana (Cavalli al pascolo) - 1872 ca.

Olio su tela

Istituto Matteucci, Viareggio - © Istituto Matteucci, Viareggio

intensifica e autorevoli collezionisti, come

Riccardo Gualino, arricchiscono le

proprie raccolte con capolavori come il

Ritratto della seconda moglie, conservato

alla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo

Pitti a Firenze e presente in mostra.

Nel 1930, anno in cui aveva assunto la

direzione del Museo Civico di Torino,

Vittorio Viale assicurò alle collezioni torinesi

la preziosa tavola Gotine rosse,

oggi custodita alla GAM.

Chiudono il percorso alcune opere di allievi

di Fattori e di artisti influenzati dalla

suggestione della sua pittura - Plinio Nomellini,

Oscar Ghiglia, Amedeo Modigliani,

Lorenzo Viani, Carlo Carrà, Giorgio

Morandi - a testimonianza della lezione

che il maestro livornese seppe stimolare

nella pittura italiana del Novecento.

A completamento della mostra, un video

racconta i luoghi, le vicende umane e le

relazioni artistiche che hanno accompagnato

la vita del maestro attraverso le parole

dello stesso Fattori, tratte da lettere

e documenti. Un percorso che vuole avvicinare

il visitatore all’artista livornese,

che nonostante il carattere riservato influenzò

future generazioni di artisti grazie

al suo carisma.

La mostra intende evidenziare la versatilità

dell’artista e il suo orizzonte di ricerca

ad ampio spettro, dal breve periodo

dedicato alla “macchia” alla sua interpretazione

del naturalismo, in grado di innovare

radicalmente temi e generi con

esiti sempre originali: dalla pittura di

soggetto militare al ritratto, dal paesaggio

alle scene legate al mondo rurale,

senza trascurare la pratica dell’acquaforte,

vera “palestra di invenzioni figurative”.

Giovanni Fattori è tra i primi frequentatori

del Caffè Michelangelo di Firenze,

città dove, grazie alla discreta agiatezza

della famiglia, l’artista giunge nel 1846

da Livorno, con una lettera di presentazione

del poeta Giuseppe Giusti indirizzata

al maestro del romanticismo Giuseppe

Bezzuoli, e frequenta con scarso

profitto l’accademia delle Belle Arti. La

svolta avviene con l’Autoritratto del

1854, opera che sancisce l’inizio della

carriera artistica di Fattori e che apre la

mostra torinese accogliendo i visitatori

nella prima sala con il suo atteggiamento

spavaldo. Quest’opera evidenzia come

Fattori abbia saputo fondere la lezione di

Giuseppe Bezzuoli, riscontrabile nel dinamismo

del busto raffigurato a tre quarti

e nella chioma in movimento, con il

linguaggio immediato tipico dei frequentatori

del Caffè Michelangelo nella metà


6

Giovanni Fattori

Gotine rosse - 1882 ca.

Olio su tavola

GAM - Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino

dell’Ottocento, impegnati nel rinnovamento

del linguaggio pittorico. Opera di

rilievo è anche Maria Stuarda al campo

di Crookstone, ultimo quadro di storia in

costume al quale Fattori stava probabilmente

lavorando durante una visita di

Nino Costa, che lo indirizza verso la pittura

dal vero. Nel contempo si dedica a

realizzare piccole tavolette, simili a predelle,

divenute famose come quella raffigurante

i Soldati francesi del ‘59.

Questa piccola tavoletta riassume la rigorosa

sintesi di forma-colore tipica della

pittura macchiaiola, e sarà di riferimento

per l’elaborazione di dipinti di

storia quali Garibaldi a Palermo. Quest’ultima

opera incanta il fruitore per la

chiarezza compositiva ed il potente coinvolgimento

emotivo, riscontrabile anche

nel Campo italiano dopo la battaglia di

Magenta, opera imponente con la quale

Fattori vinse il Concorso Ricasoli bandito

dal Governo Provvisorio Toscano

nel settembre 1859.

Dopo il successo ottenuto con Il campo

italiano dopo la battaglia di Magenta,

Fattori torna a Livorno insieme alla prima

moglie Settimia Vannucci malata di

tisi, sperando che l’aria di mare la guarisca.

L’artista ritrae la sua prima moglie

con un'impostazione e uno stile pittorico

che derivano dalle riflessioni di Fattori

sulla grande ritrattistica del secondo Rinascimento:

Raffaele Monti, a proposito

della tela in esame, parla di “Bronzino

rinvigorito dal salmastro livornese”. Fattori

ritrasse più volte Settimia Vannucci,

anche all’interno di scene con più figure.

In questo periodo l’artista si dedica soprattutto

al ritratto e al paesaggio, e

mette a punto un linguaggio figurativo

che coniuga la forma con il sentimento.

Nascono qui i numerosi studi sullo stile

sintetico della “macchia”, come Signora

all’aperto, in cui il rigore analitico col

quale è costruita l’immagine nulla toglie

alla freschezza dell’impressione. Capolavori

straordinari per la qualità compositiva

e il tono poetico sono Costumi

livornesi e Le macchiaiole, composizioni

solenni di semplici scene rurali, fondate

sulla sapiente rilettura delle regole

metriche del Quattrocento toscano e sugli

esiti delle sperimentazioni della macchia.

Nel 1868 l’artista viene premiato al Concorso

Nazionale di pittura bandito dal

ministro Berti con L’assalto alla Madonna

della Scoperta, per il quale aveva

eseguito una serie di studi e di bozzetti,

dei quali quello in mostra è uno dei più

rappresentativi. Fattori tratta i soggetti

militari con estremo realismo, attraverso

scene potentemente evocative della vita

dei soldati. Ne è un esempio eccezionale

In vedetta (noto anche come Il muro

bianco), nel quale - ha scritto Giulio

Carlo Argan - “l’episodio dei cavalleggeri

in avanscoperta in un luogo deserto

e assolato coincide con l’‘universale’

dello spazio geometrico e della luce assoluta”.

In quest’opera, l’interruzione

prospettica del muro sulla sinistra mette

in risalto le figure dei militari a cavallo,

illuminate dalla luce abbagliante del

mezzogiorno che si irradia sul muro.

Molto toccanti anche le scene ambientate

negli accampamenti, in cui Fattori

riesce magistralmente a rendere gli stati

d’animo dei militari grazie alla sua capacità

nell’infondere carattere di verità


Giovanni Fattori

In vedetta - 1872

Olio su tela

Fondazione Progetto Marzotto, Trissino

ai personaggi e alle situazioni.

L’amico e mecenate dei Macchiaioli, il

critico d’arte fiorentino Diego Martelli,

ospitò nell’estate del 1867 Giovanni Fattori.

Personaggio di riferimento importantissimo,

grazie ai molteplici contatti

con le ricerche più avanzate della cultura

impressionista francese, Martelli dal

1861 ospitava i pittori macchiaioli, impegnati

a sperimentare un nuovo linguaggio

pittorico ispirati anche dal clima

marino della località. A partire da questo

periodo, il paesaggio diviene il tema ricorrente

della poetica fattoriana, come

documentano opere quali Bovi e bifolco

in riva all’Arno e Cavalli al pascolo,

opere dal tratto virile che evocano pienamente

lo spirito libero e selvaggio

della maremma toscana.

E’ ambientato a Castiglioncello anche il

ritratto della compagna di Martelli.

Nello scenario apparentemente semplice,

la figura in primo piano di Teresa

Fabbrini, in ombra, è il fulcro di una

scena la cui profondità di campo si spinge

fino alla lontana pineta, oltre la quale

s’intuisce la vastità del mare. Le scene

di vita urbana - affrontate dal pittore nel

Viale Principe Amedeo a Firenze, una

cui versione figurò all’Esposizione Nazionale

di Milano nel 1881 - raffigurano

scorci cittadini animati dalla presenza

occasionale di uomini, animali, carretti,

che passano o sostano indifferenti a

quanto li circonda, confermando la capacità

di Fattori di rendere catartiche le

emozioni quotidiane.

Fattori amava dipingere momenti della

vita militare, e dagli anni Ottanta i suoi

quadri assumono una esasperata spettacolarità

raffigurando i momenti tragici

vissuti dai soldati. Basta osservare Lo

scoppio del cassone per constatare come

l’artista sia stato capace di fissare sulla

tela una scena drammatica in tutta la sua

dinamica teatralità: i cavalli sono spaventati,

i resti del cassone scoppiato volteggiano

per aria e la scena è offuscata

dalla polvere mentre un cavallo ed il suo

cavaliere sono caduti. Anche Linea di

battaglia, opera presentata all’Esposizione

Nazionale di Torino nel 1884 e lì

acquistata per le raccolte nazionali d’arte,

testimonia la delusione per la politica

dell’Italia sabauda, e la capacità narrativa

di Fattori grazie alla sua continua ricerca

nel rapporto tra forma, colore, disegno

e spazio, che culmina nella pratica

dell’acquaforte. A Torino, alle mostre

annuali della Società Promotrice, vennero

presentati dipinti raffiguranti temi

militari.

Nel 1883 il pittore presenta all’Esposizione

di Belle Arti di Roma il Mercato a

San Godenzo, un quadro che attesta l’abilità

di Fattori nell’evocare la realtà

della scena contadina, con un naturalismo

agreste tipico dei pittori toscani.

L’artista, attraverso un linguaggio pittorico

severo e meditato, memore della tradizione

rinascimentale, dona forza epica

alle vite umili dei contadini al pari di

quelle dei soldati. Anche le figure dipinte

da Fattori sono catartiche, basta osservare

La strada bianca, tela in cui la

figura di donna, nonostante sia raffigurata

di spalle, camminando lungo la strada

mostra tutta la sua personalità. Suscita

invece tenerezza Gotine rosse, profilo

infantile dai tratti essenziali acquistato

per la GAM di Torino nel 1930. La


8

Giovanni Fattori

La strada bianca - 1887 ca.

Olio su tela

Istituto Matteucci, Viareggio - © Istituto Matteucci, Viareggio

Giovanni Fattori

Autoritratto - 1894

Olio su tela

Istituto Matteucci, Viareggio - © Istituto Matteucci, Viareggio

fatica del lavoro e degli anni che passano

è invece riscontrabile nel Buttero, bellissimo

ritratto eseguito dall’artista che subiva

il fascino della Maremma e dei suoi

abitanti assoggettati alla fatica. In questo

periodo il motivo del carro diviene spesso

l’elemento narrativo principale anche

in dipinti monumentali come Il carro

rosso qui esposto. Qui è una contadina a

rendere pienamente l’idea della fatica

contadina, nel tentativo di far muovere i

buoi affinché trainino il carro rosso stracolmo

di fieno.

La mostra prosegue con la sezione relativa

alle acqueforti, con una selezione di

tirature originali molto rappresentative,

provenienti dal Museo Civico Giovanni

Fattori di Livorno. Sono acqueforti eseguite

in un periodo compreso tra la fine

del nono decennio dell’Ottocento e le

soglie del nuovo secolo e raffigurano

temi rurali o scene del quotidiano. Fattori

si applica alla tecnica dell’acquaforte

a partire dagli anni Settanta, divenendo

abile al punto da eseguire l’incisione

tratta dal suo dipinto Carica di cavalleria

per donarlo ai soci della Promotrice

fiorentina nel 1883. Nel 1900 ottiene

la medaglia d’oro all’Esposizione

Universale di Parigi.

La mostra prosegue con una serie di opere

eseguite da Fattori nella tarda maturità:

ritratti e paesaggi dallo straordinario

valore pittorico ed emozionale, come Il

bersagliere, e il Ritratto della seconda

moglie, appartenuto al collezionista torinese

Riccardo Gualino, nel quale la

posa canonica e il taglio di tre quarti,

“alla francese”, rendono un’immagine

intensa per vitalità e sentimento; e, ancora,

l’Autoritratto datato 1894, nel quale

la figura del pittore si propone al fruitore

con estrema semplicità. Interessante

è confrontare questo ritratto con quello

giovanile esposto nella prima sala, per

coglierne l’avanzare degli anni e la diversità

di atteggiamento. Non mancano

paesaggi quali Giornata grigia, ispirato

alle coste livornesi, e vedute dell’amata

Maremma, terra dalla natura selvatica e

intatta, in cui l’umiltà degli uomini e

degli animali che la abitano riflettono

pienamente l’indole stessa dell’artista, la

cui ricerca artistica volta a rappresentare

il “vero” continua per tutta la vita.

A conclusione della mostra, La mena in

Maremma, eseguita sulla scorta di appunti

presi alla Marsiliana, ospite del

principe Corsini, nel 1886, documenta

un evento che si svolgeva regolarmente

negli allevamenti di bovini della maremma,

ed è posto accanto ad alcuni dipinti

esemplificativi dell’importanza che

la pittura di Fattori ebbe per il rinnovamento

del linguaggio figurativo nel Novecento.

Si tratta di quattro opere di artisti

che furono allievi di Fattori o che

ebbero la possibilità di apprenderne la

lezione in maniera diretta: Plinio Nomellini,

Amedeo Modigliani, Oscar Ghiglia

e Lorenzo Viani; e di due dipinti, uno di

Carlo Carrà e uno di Giorgio Morandi,

conservati alla GAM di Torino, paradigmatici

dell’influenza che la riscoperta

critica dell’artista ebbe all’indomani della

Prima guerra mondiale per l’evoluzione

dell’arte moderna in Italia.

Una mostra completa su un artista che

ancora oggi incanta i visitatori, portando

davanti ai nostri occhi pagine di storia e

di costume.


Maurizio Baiocchini

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

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12

Rita LOMBARDI

Arte progettuale

di Giorgio Barassi

Per chi ama e sente la Scienza, una scoperta scientifica,

un’equazione parlano come un capolavoro d’Arte.

Antonino Zichichi

Potremmo riassumere col titolo

una tenace convinzione

che da anni trova spazi e

forme geometriche nelle

opere di Rita Lombardi, ma

questo non deve deviare

l’osservatore. Perché Rita, laureata in

matematica, convinta sostenitrice della

logica supremazia del sapere e della

scienza, esprime nelle sue opere una vitale

carica umana, oltre che una precisione

ed una puntualità esecutiva notevoli.

Amante dell’arte, e in particolare di

quella storica, Rita Lombardi ha un bagaglio

di conoscenze scientifiche, storiche,

letterarie e filosofiche di tutto rilievo.

Questo ne rinforza le espressioni

e non fa altro che concretizzare, sulle sue

tele, i passaggi di una creatività ordinata

ma non ordinaria. Semmai inusuale, non

convenzionale e non rispondente in nulla

ai principi della assolutezza istintiva che

hanno caratterizzato gran parte dello

scorso secolo di pittura.

Il suo, però, non è un attacco alla pittura

gestuale, né a quella che ripete la natura

o che la reinterpreta, in vari modi. È

semplicemente una convinzione nata da

studi, ricerche, applicazione e continue

validissime sperimentazioni. Un suo articolo

che parla dell’Arte Concreta traccia

un profilo storico di vicende che,

dagli anni 30 del Ventesimo secolo,

hanno interessato la Parigi del bel dipingere

e di conseguenza anche la nostra

nazione. Art Concret, per dichiarazione

di Theo van Doesburg, traccia nel 1930

il profilo di quei convincimenti:

“L’opera d’arte deve essere interamente

concepita e presente nella mente

dell’artista prima di essere realizzata.

Non deve contenere nessun ele-


mento legato alla natura, alla sensualità

ed ai sentimenti. è bandito il figurativo.

Il lirismo, il dramma, il simbolismo,

etc. devono essere evitati.

L’opera deve rivendicare soltanto la

autonomia di esprimere sé stessa”.

Duro inizio di una avventura che è infinita,

perché infinite sono le declinazioni

di quelle certezze. Diverse ed articolate

furono, all’epoca e dopo, le maniere di

esprimersi di pittori di tutto rilievo:

Bruno Munari, Atanasio Soldati, Mauro

Reggiani, Mario Nigro, Augusto Garau.

E così, dopo, altri grandi nomi seguirono

quei dettami, illuminata visione per

un’arte che doveva avere doti nate nella

scienza, con la scienza. Lei, Rita Lombardi

da Roma, ci aggiunge un pizzico

di sale quando dichiara la nascita di

un’opera dalla progettualità, a cui segue

un bozzetto dal quale poi scaturisce il

prodotto finale.

Semplice: ideazione, progettazione, realizzazione.

Chi la pensa diversamente

non è accusato, né messo alla gogna, ma

la convinzione di Rita è quella che con

estrema saggezza scivola nelle sue opere.

Una chiarezza uguale a quella dei

teoremi matematici, una apparente freddezza

che invece è calore compositivo,

perché i suoi dipinti sono figli di moti di

un animo che sembra voler ringraziare

ogni volta le donne e gli uomini che

hanno lavorato e teorizzato sulla base

della conoscenza scientifica. Mica poco.

Eppure nelle sue opere che palpitano di

colori caldi ed invitanti, nei piccoli dipinti

in cui rette e curve formano addirittura

figure antropomorfe, nelle riuscite

opere in cui attinge alla storia della antica

arte romana o a pensieri filosofici

importanti, Rita esegue il suo mandato


14

con una passione che ne rivela il

lato umano, la sensibilità e la sapienza.

Semmai il suo è un invito a

farci riflettere, in un momento in

cui la non-conoscenza (potremmo

chiamarla ignoranza, ma non sarebbe

un eufemismo) sembra davvero

prevalere, a riprendere i libri

di scuola, a fortificare la conoscenza

ed a chiederci le cose in modo

ordinato, affermativo, giustificabile

in ordine alla esigenza insopprimibile

di conoscere, stupirsi e sapere.

Messa giù così sembra solo una nostalgia

del suo passato di docente in

matematica, ma sta proprio lì il

punto. Dei professori avuti a scuola

ricordiamo caratteristiche e difetti,

ma di chi, nel difficile mestiere

della didattica ci ha veramente insegnato

qualcosa serbiamo un ricordo

indelebile, se ci è piaciuto ciò

di cui ci parlavano. Perciò la scienziata

lascia nelle sue opere una traccia

d’artista, seleziona con cura tele

e colori, colloca i valori e i significati

in base a scelte razionali ma

non perde di vista l’efficacia e il

senso della approvazione che deve

suscitare in chi guarda.

“…Scelgo con cura i colori, puri,

vivaci, vibranti sperimentandoli ogni

volta e studiando i loro rapporti reciproci

perché due o più colori sulla

stessa tela possono valorizzarsi, annullarsi

o peggio ancora snaturarsi…”.

Nulla, ma davvero nulla è lasciato

al caso né al solo istinto.

Rita Lombardi ha anche adattato il

senso della vecchia Art Concret

(che in Italia fu il Movimento Arte

Concreta) a questi tempi, ridisegnandola

con un nuovo nome: Arte

Progettuale. Dopotutto è compito

degli scienziati elaborare e produrre

nuove conquiste. E nel caso di Rita

e del suo astrattismo mai banale c’è

da aspettarsi grossi passi in avanti.


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Francesco PONZETTI

I sogni e il mago di Ponz.

di Giorgio Barassi

“I sogni sono come le stelle,

basta alzare gli occhi e sono sempre là.”

Jim Morrison

Che il sogno, o meglio i

sogni, siano i reali protagonisti

della pittura di

Ponzetti, è abbastanza

chiaro.

Quello che a molti sfugge è la sua facilità

nell’impostazione delle opere,

mescolata ad una difficoltà tecnica che

prevede tanta pazienza e tempi di attesa

lunghi. Per cui incalzarlo per avere

opere nuove è inutile e forse nocivo,

poiché a Francesco Ponzetti, dopo anni

di lavoro singolare e piacevole, va concesso

maggior tempo per sognare quel

che dipingerà. Un mondo apparentemente

astratto e sognatore ma legato a

concetti-chiave realistici e ben saldi.

Il tempo, il percorso, la sperimentazione

sono i suoi riferimenti primari.

In questi temi colloca il suo costrutto,

disseminato di simbologia e abbondante

di colori vivaci. Il colore, per

Ponzetti, nasce squillante e nitido nella

sua mente, i suoi lavori, per sua stessa

ammissione, non potrebbero essere dipinti

differentemente. Lui dice che la

faccenda riguarda un dato istintivo, ma

ci piace pensare che Francesco abbia

recepito il messaggio di Federico Fellini,

cioè di uno che ci ha abituato a

leggere un mondo onirico in bianco e

nero, pur essendo l’autore di una uscita

molto nota: Guai a chi non sogna a colori!

E con la stessa disinvoltura Ponzetti

dichiara di non sapere, all’inizio

di un’opera, come finirà. Anche il solo

realizzare un dipinto è un percorso,

cioè uno dei suoi punti di riferimento.

Sospeso, incantato, intrigante. Il tempo

per Ponzetti è questo ed altro, idea resa

in diverse ed ampiamente gradite maniere,

da cui emerge una cura accorta

dei particolari quanto la creazione assoluta

e poliedrica di soggetti, oggetti

e simboli grazie ai quali la riconoscibilità

delle sue opere è ormai facile ed

è diventata dato acquisito dai collezionisti

e dagli appassionati. Nel racconto

dell’elemento “Tempo” nasce un suo

personaggio, che lui chiama “Il guardiano

del tempo”, una figura riconosci-


bile, dalle fattezze di un mago di antica

memoria fanciullesca. E allora, durante

una delle puntate di Laboratorio Acca,

la rubrica televisiva a cui Ponzetti partecipa

con i suoi lavori, il regista Carmelo

Ferrara inventò un nome che è

piaciuto molto alla gente: Il Mago di

Ponz. Quel personaggio si intrufola

nelle costruzioni di Ponzetti e sbuca

dalle prue delle antiche navi, tra gli

archi dei campanili, si affaccia dai balconi

delle costruzioni multiformi ed allegre

che Ponzetti realizza per fare da

promemoria, a ricordare che il tempo

è una risorsa unica e non riproducibile.

Le navi, già. Ne compaiono diverse,

nel dipingere di Ponzetti. Hanno fattezza

da galea o prue somiglianti a

quelle delle gondole, o addirittura sono

enormi natanti che non galleggiano in

acqua, fatte di legno antico e rattoppi

in ferro, del tutto e decisamente frutto

di una grande fantasia. Non solcano il

mare ma affrontano lo spazio, appese

fra presente e futuro in cieli turchesi e

popolate non da marinai ma da strutture

architettoniche urbane o da una

accozzaglia di elementi apparentemente

sconnessi tra loro. Unica eccezione,

per ora, “La nave dei folli”, che prende

le mosse nientemeno che da Hieronymus

Bosch e naviga su acque agitate.

Lì il tema è il “Percorso”. Ponzetti dice

che la parte più bella di un percorso

non è la meta, ma il percorso stesso. E

allora le sue entità natanti, che spesso

sono nel bel mezzo del cielo, raccontano

al meglio gli stati d’animo di chi

viaggia, sia pur solo con la mente, che

possono essere parimenti affollati di

gioie ed insidie, di paure e conferme.

E nulla più di una descrizione solare ed

immaginaria può descrivere quel miscuglio

di sensazioni, che sono poi il

vero motore del creare.

La “Sperimentazione” fa parte delle

opere del Ponzetti più equilibrista ed

azzardatore, che si spinge oltre il margine

della sua mera e fervida capacità

creativa ed affronta temi tutt’altro che

semplici. L’ introspezione, i tempi del-


18

la vita dell’uomo, una città navigante,

la nascita… tutto concorre ad applicare

tecniche e concetti base su temi di diversa

impostazione. Insomma a Ponzetti

non sfugge nulla, e ciò complica

le faccende commerciali perché avere

una sua opera ultimata è un’autentica

fatica, tanto è puntiglioso ed accorto

nella costruzione di ogni aspetto del

quadro.

Qualunque tema affronti, Ponzetti non

può prescindere dall’esigenza di colpire

con la varietà del colore, che dribbla

le consuetudini ed arriva dritto all’occhio

di chi osserva anche distrattamente,

coinvolgendo in una visione

che rivela angoli sempre concatenati

ed affascinanti, come quelli delle sue

strutture urbane di un tempo, dei campanili

dall’impossibile equilibrio, della

miscela giocosa di elementi ed oggetti

che sembrano provenire da un magazzino

della fantasia che deve essere ricchissimo

ed affollato, perciò foriero di

nuove avventure pittoriche.

Quel che resta invariato, ma non sempre

facile da individuare alla prima

vista è il Mago di Ponz. La sua tunica

e l’ineffabile aspetto di entità permanente

salta fuori da un ombra, da un

angolo, da un oggetto che lo contiene.

Quella figura reca il significato di una

presenza innegabile ed inconfutabile:

quella del tempo che si abbatte come

scure quando abbiamo fretta e che invece

passa lento quando vorremmo che

volasse.

E poi dicono che la fantasia, anche se

non eccessiva e garbata come quella di

Francesco Ponzetti, non può prevalere

sul costrutto. Si vede che sono male informati.

Per Ponzetti la fantasia è il vero

motore, con buona pace di chi si

trincera dietro la convenzione. Perciò

aspettiamoci ancora altre capriole creative,

sempre illuminate dalla luce e dal

colore delle invenzioni vincenti di un

artista indipendente, saggio e libero.


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20

Anna Maria TANI

Il silenzio che urla

a cura di Giorgio Barassi

L’arte è sempre più astratta di quanto noi immaginiamo.

La forma e il colore ci parlano della forma

e del colore, e tutto finisce lì.

Oscar Wilde

Potrebbe, ma non lo fa, vantarsi di roba che ad altri

colleghi farebbe venire i brividi nella schiena. Perché

si tratta di pratiche e tecniche difficili, complesse,

da studiare e ristudiare, da sperimentare a

costo di notti insonni e delusioni assortite. E non è

detto che tutto riesca come si vuole.

Potrebbe anche solo dire di essere stata la sola, in difficili momenti,

a credere in forme espressive figlie di emozioni pure,

immediate e diremmo popolari, senza quasi occuparsi di come

le forme si manifestavano, ma col solo istinto creativo a farla

da padrone. Ma non lo fa.

Quando le chiediamo di sbandierare il sacrosanto curriculum

che la riguarda, quasi evita e lascia che i soli interessati se ne

occupino, se ne hanno voglia. Si tratta insomma di una artista

che ha dalla sua centinaia di esperienze nazionali ed internazionali,

un corso di studi dettagliati su argomenti non certo facili

ed una attitudine alla riservatezza che sovrasta e sopprime qualsiasi

istinto di spavalderia, in molti sopravvenente senza motivi

veri. Una artista che si è dedicata completamente e totalmente

all’ espressione dell’anima, al moto perpetuo delle vicende che

solo gli artisti sensibili sanno scandagliare. E allora, solo allora,

Anna Maria Tani decide di riversare sulla tela le immagini dell’anima,

i segni di un mondo esteriore che lei vede con grande

speranza. Segni, si. Perché la sua principale esperienza nasce

nel segno del segno e non della pittura che descrive. Dalle parti

del suo studio deve esserci un’aria assai particolare, come una

specie di silenzio voluto con tutte le forze, ma non esente da

suoni o voci. Certamente l’abbaiare dei suoi cani, che da persona

dal grande cuore nutre ed alleva con gioia, altrettanto certamente

la musica, che le piace. Ma il silenzio interiore, quello

si, le serve. Perché nulla della sua esperienza di artista è svincolato

dal sentire profondo e da una umanità espressa dal sorriso

accomodante, materno.

Il suo percorso artistico dice di esperienze con la ceramica e

prima ancora col legno ed il metallo, nelle botteghe artigiane di

Roma. Arriva all’arte incisoria, che è nobile e raffinata, presso

la Associazione Internazionale Incisori Atelier 50, fondata a

Roma da Riccardo Licata e Nicola Sene. Ma è a Venezia che si

chiude il cerchio, con la frequentazione del centro Internazio-


nale di Grafica Venezia Viva. Per la Tani

non sono più segreti, da un bel pezzo, le

tecniche calcografiche e la stampa su

vari supporti. E così nei lavori successivi

le citazioni di materiali diversi, le inclusioni,

le aggiunte di “altro” rispetto al

tradizionale uso del pennello e della tela

diventano rituale certo, consuetudine celebrata

ad ogni evoluzione, ad ogni ciclo

della sua creazione mai ferma e mai,

proprio mai assestata su posizioni ripetute

all’infinito. Qualcun altro sbandiererebbe

i richiami all’ Arte Povera, altri

si direbbero performers, altri la metterebbero

sul piano della rarità. Lei no. E

questo fa la differenza. Anna Maria lascia

parlare le sue emozioni fino a farle

urlare.

Tra le sue evoluzioni, quella forse più significativa

per spiegare il suo gesto creativo

è la serie dedicata ai “Mosaici”. Incontrollata

sovrapposizione di stoffe, a

volte carte pregiate che si completano

come tessere di un mosaico ed evocano

soprattutto una allegra gradevolezza, pur

essendo nate da una sofferenza.

Le “pezze”, cioè gli avanzi di stoffa che

le nonne usavano per altro impiego in

casa, sono entrate nella sua pittura quando

Anna Maria ha seguito da vicino il

calvario di una amica malata, a cui,

come conforto e palliativo venivano appoggiate

delle pezze sulla fronte, un po’

come facevano le mamme per dare meno

forte la sensazione della febbre alta

ai figli. La Tani prende da quello spunto

tragico il motivo per ricordare l’amica

ma senza malinconie o tristezze, colorando

quegli avanzi di stoffa e modellandoli

come rilievi di una presenza

concertata, policroma, vivace. A volte vi

inserisce stracci dorati, argentature fatte

a pennello, pizzo, ricalchi. È la sua creatività

che pare mossa da un’anima ribelle

ed invece viene fuori dalla placida

osservazione di una signora della pittura

molto calma e riflessiva.

In alcuni suoi lavori compaiono frasi

scritte di pugno, componimenti accennati,

poesie, segni. Certamente è il retaggio

dei principi fondanti della pittura di

Licata, che Anna Maria ha frequentato.

Ma è esattamente quel mettere sulla tela

con grande determinazione le emozioni

recondite, disarmoniche e affollate per

dar loro non tanto un ordine ma una visibilità.

E qua va detto anche che se si

cerca di raccogliere o di indirizzare il

suo enorme lavoro per catalogarlo ci si

sbaglia di grosso. Anna Maria Tani ha

una tale volontà propulsiva da spiazzare

qualunque forma di catalogazione, perché

il suo esprimersi non ha un compimento

e prelude ad altre esperienze, ad

altre forme espressive, ad altra storia da

raccontare in forme imprevedibili e ap-


22

parentemente diverse dalle precedenti.

Ne consegue una autonomia artistica

che la rende decisamente singolare nella

sua unicità.

Nel maggio del 2020, alla Galleria

Ess&rrE del Porto Turistico di Roma va

in scena una sua mostra dal titolo azzeccatissimo:

Immaginario astratto.

Compaiono cerchi irregolari, a volte

concatenati, figli di una pennellata di un

sol colpo, decisa, incisiva, caparbia.

Quelle forme espressive, che stavolta

pescano nel segno compiuto e riconoscibile,

sono frazioni di emozioni, una trasmigrazione

dell’espressione della Tani

dallo straordinario all’ordinario. Come

se volesse sottolineare o mettere in grassetto

e caratteri cubitali il fatto che la sua

verve creativa può passare anche da

forme riconoscibili e sarà sempre associata

a quel silenzio che urla, a quella

capacità di far gridare l’anima senza

freni pur rimanendo inappuntabile. Insomma,

la dote dei forti. In quella stessa

mostra compare una installazione fatta

di cerchi irregolari in materiale plastico

che pendono dall’alto come a consentire

all’aria ed ai passanti di attraversare e

toccare quelle emozioni, coinvolgendo

altre anime in quella policromia apparentemente

solo allegra ma piena zeppa

di significati. È il suo Carnevale di

Rio…

…a gente trabalha o ano inteiro / por

um momento de sonho / pra fazer a

fantasia / de rei ou de pirata ou jardineira

/ e tudo se acabar na quartafeira

(A Felicitade, A.Carlos Jobim) :

Lavoriamo tutto l’anno per un momento

di sogno per fare il costume da re, da pirata

o o giardiniera e tutto finisce il mercoledì.

Conosce razionalmente il senso dell’effimero,

Anna Maria. E sa che la sua attuale

popolarità potrebbe affievolirsi ed

addirittura svanire. Non accadrà, perché

ha ancora molto da dare e dire, ma intanto

lei lavora, sperimenta, colora, include,

incolla, incide, scrive.

Non conosce altro credo, da artista affidabile

e seria.

Anna Maria Tani riserva sicuramente

altre invenzioni. Non si affretta a proporle,

né calca dove potrebbe, come ad

esempio sulle riuscitissime opere grafiche

singole e non seriali, riuscitissime

combinazioni di segno e colore. Lei non

ha fretta di mostrare le sue innegabili capacità.

Forse perché vorrebbe che tutti

ci mettessimo maggior concentrazione e

più tempo per gradirle, sicuramente perché

il chiasso mediatico non fa per lei.

Ma ogni volta che le sue opere appaiono

inquadrate nella rubrica Laboratorio

Acca in tv, il successo arriva veloce.

E qualcuno apprezza subito quell’arte figlia

di tanta pazienza e tanta applicazione

silenziosa.


Fabio Grassi

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


24

laboratorio acca:

la vetrina televisiva per gli artisti

(da gennaio 2022 sul canale 133 dtt)

a cura della redazione

La domenica sera della tivù ha

ormai consegnato a Laboratorio

Acca il titolo di trasmissione

dedicata alle proposte

d’arte più seguita. Lo dicono

i dati, le continue richieste di informazioni,

le numerose telefonate ed i contatti

che per tutta la settimana si concretizzano

via telefono e via email. Il format, nato

nel 2019 e trasmesso da Arte Investimenti

TV, è ormai una consolidata realtà

che pone al centro dei suoi obiettivi la

promozione e la valorizzazione del lavoro

degli artisti che ottengono così una

visibilità indiscutibilmente efficace con

uno stile singolare ed opposto rispetto ad

altre proposte televisive del genere. Arriva,

con gennaio 2022, il nuovo canale

per Arte Investimenti TV: 133 DTT. Per

vedere Laboratorio Acca basta risintonizzare

il televisore.

Non solo televisione, ma anche editoria,

con gli articoli sulla rivista bimestrale

Art&trA, le pubblicazioni sull’ Annuario

Acca degli artisti contemporanei e sul

sito di Acca International, gli eventi specifici

come le mostre alla Galleria

Ess&rrE al Porto Turistico di Roma ed in

altri luoghi istituzionali. Un pacchetto

completo che interessa a quanti, e sono

tanti, avrebbero altrimenti poche e fin

troppo consuete occasioni di mettere validamente

in mostra le proprie capacità

artistiche.

Un servizio che permette dunque una

maggiore esposizione ed una maggiore

possibilità di diffusione del lavoro di artisti

selezionati con cura, in grado di soddisfare

le esigenze dei collezionisti quanto

quelle della audience composta da chi

si avvicina per la prima volta all’arte.

Il 2022 comincia con le migliori intenzioni,

visto che dai due conduttori della

rubrica domenicale si apprende che saranno

più numerose e diversificate le

forme di interventi espositivi su diverse

piazze italiane, in luoghi importanti e palazzi

storici della Penisola. Il ritorno

degli artisti ospiti in studio sancisce, almeno

nelle intenzioni, un ritorno alla

normalità, ma c’è da aspettarsi qualche

novità che cadrà imprevedibilmente nella

struttura delle trasmissioni della domenica,

nel pieno stile scelto da Giorgio Barassi

e Roberto Sparaci sin dall’inizio:

evitare di uniformarsi al mare magnum

delle proposte televisive di arte in tivù

con formule ormai logore.

La squadra degli artisti si arricchirà ancora

di nuove firme e tutto contribuisce

a rendere davvero singolare una trasmissione

ormai entrata nella ritualità delle

scelte dei telespettatori italiani, che possono,

volendolo, rivedere ogni puntata

dal sito www.accainarte.it (sezione Laboratorio

Acca) o dal canale YouTube

“Laboratorio Acca”. Cosa accadrà nelle

pros- sime puntate? Nessuno parla, come

sempre. Ma da alcune notizie di corridoio

pare che i due stiano pensando ad una

primavera 2022 scoppiettante. Cosa accadrà?

Per saperlo basta accendere la TV

e sintonizzarla, la domenica sera alle

nove e mezza, sui canali della prestigiosa

Arte Investimenti TV, che da gennaio si

sposta sul proprio nuovo canale 133

DTT.


LABORATORIO ACCA

Tutte le domeniche alle 21.30

Can 133 DTT

ARTE INVESTIMENTI TV –

Per rivedere tutte le puntate :

www.accainarte.it o Youtube

canale Laboratorio Acca.

Contatti email:

giorgio.barassi@arteinvestimenti.it

acca@accainarte.it

Tel:

329.4681684

347.4590939

La domenica in tv con Laboratorio Acca: una nuova finestra sul mondo dell’Arte.

AccA

International


26

Piero Masia

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

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Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055 2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


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Nel segno della Musa

Le interviste di Marilena Spataro

marilena.spataro@gmail.com

“ritratti d’artista”

maestri del ‘900

nicola Zamboni

Una vita per l’arte. alla ricerca della grande bellezza

Frequentazioni importanti le

sue, Maestro, fin dagli esordi

della carriera, parliamo di

Henry Moore e Quinto Ghermandi,

due giganti, seppure

con fama diversa, del mondo dell'arte del

'900, nello specifico della scultura. Come

è avvenuto il suo incontro con la scultura

e con questi maestri. E quanto essi hanno

influito sulla sua formazione artistica?

«L’incontro con Moore avvenne grazie al

mio professore dell’Accademia di Belle

Arti. Era l’agosto del ‘68 e siccome il

maestro inglese compiva 70 anni, la Tate

Gallery per l’occasione gli aveva organizzato

una grande mostra. Io e un mio

compagno di accademia chiedemmo al

nostro docente di aiutarci ad andare da

Henry Moore, lui ci accontentò, mettendoci

però alcuni paletti: non chiedere soldi,

né fotografie. Ci recammo così in Inghilterra

dove ci fermammo per un mese

lavorando a ripulire e lucidare le sculture

di Moore, praticamente le abbiamo accarezzate

tutte, il che è stato davvero emozionante.

Ci dedicammo pure a dipingere

le basi e a mettere a posto lo studio del

grande scultore, lavori abbastanza semplici

quindi, ma che ci riempirono d’orgoglio!

Il maestro a sua volta fu straordinariamente

accogliente e gentilissimo

nei nostri confronti. Esperienza proficua

e indimenticabile quella, come peraltro

indimenticabile fu l’altra legata al nome

di Quinto Ghermandi, che prima fu mio

insegnante e poi mi ha voluto con lui a

fargli da assistente per 15 anni. Un periodo

al quale, grazie a lui e alla sua straordinaria

personalità di uomo e di artista,

ma anche grazie a tutti gli altri colleghi

del tempo, rimango particolarmente legato.

Non che gli anni successivi non

siano stati anch’essi belli, eh! Ammetto

che nella mia carriera ho vissuto sempre

delle vicende molto piacevoli».

Al tempo quali i suoi modelli estetici di

riferimento anche per quanto riguarda il

passato?

«Quanto ai modelli di allora è difficile indicare

univocamente dei riferimenti. Al

tempo c’era una grande confusione, certo

é che la parola d’ordine, cui non si poteva

trasgredire, era di essere astratti o informali,

la figura, infatti, era messa al bando.

Essere figurativi era assolutamente

sconsigliabile. In realtà ognuno si muoveva

per conto proprio, cercando però di

essere originale, l’altro imperativo di allora

era infatti l’originalità. Personalmente

queste tendenze non mi attiravano

granché. Da tutto quel calderone in ebollizione

non sentivo di poter trarre nulla

che mi si confacesse. A me piaceva guardare

più alla bellezza che alla originalità.

E mi sono rivolto in quella direzione con

il mio lavoro sin dagli inizi. L’originalità


fa prevalere l’artista, mentre la bellezza

fa prevalere l’opera. Io ho scelto con

convinzione la seconda strada e ne sono

profondamente soddisfatto».

Come giudica il panorama artistico contemporaneo.

Secondo lei quali saranno

gli esiti futuri della ricerca artistica delle

nuove generazioni? Pensa che questa lascerà

tracce definitive come è stato per

la sua generazione?

«Il mondo delle arti figurative, pittura,

scultura e quant’altro, nella nostra società

è irrilevante. Il mio mestiere come

quello dei miei colleghi ormai non ha alcuna

importanza. Può avere una certa

importanza solo in una visione americana

in cui sono il successo e il denaro

che fanno diventare bella un’opera. Il

che succede grazie ad interventi esterni,

che hanno a che fare con il mercato invece

che con l’arte. Per ottenere questo

ci sono dei metodi ormai consolidati e

che non afferiscono all’artista, ma a figure

capaci di creare le condizioni per il

successo in correlazione al valore economico

da assegnare a un’opera. È così che

anche la peggiore delle porcherie può diventare

ed essere considerata una bella

opera d’arte, se non a volte un capolavoro.

Un qualcosa che però, in realtà,

con l’arte non c’entra nulla. Dalla mia

lunga esperienza di insegnante nelle accademie

di Bologna e di Brera, ho potuto

constatare che ormai l’opera fatta con le

mani non conta più, tende a diventare

sempre più inutile. I bambini sono da

tempo educati ad interagire con un computer,

con un telefonino, e si avvalgono

di questo strumento sempre di più.

Ormai fanno di tutto con tali strumenti,

nella quiete dalla loro stanzetta senza disturbare

nessuno. Il futuro è legato ad

una tastiera anche per l’arte. Le mani,

quelle che un tempo producevano arte

sporcandosi, faticando, sollevando polvere

e facendo rumore non sono gradite

in questa società. Le mani meglio tenerle

al loro posto. In tasca o magari legate,

utilizzandole semmai solo per toccare un

tasto o meglio sfiorare un semplice bottone.

Le mani sono strumenti da mettere

in disarmo, si sporcano facilmente, quindi

sono sporcaccione, meglio renderle

inattive e innocue il più possibile. Vedo

così il futuro delle arti figurative, anch’esse

calate nella omologazione e appiattimento

voluti per questa nostra società.

Una speranza mi nasce però nel

constatare che in molti giovani sta emergendo

il desiderio di tornare a fare arte

in termini classici. Anche se questo poi,

come ben sappiamo, li espone spesso a

vedersi bastonati da critica, galleristi e

pure dai musei. In tal senso vorrei incoraggiarli,

dicendo loro che il coraggio di

seguire le proprie aspirazioni e desideri


30

profondi, alla fine paga».

Nell’atto creativo c’è anche una valenza

sociale o esso nasce da una esigenza individuale?

Quanto è importante per l’uomo,

oltre che per l’artista, di oggi cogliere

il rapporto tra arte, ambiente e società

dove si vive. Pensa che l’arte anticipi

in qualche modo la società o che,

invece, ne sia il riflesso?

«Per quanto mi riguarda ho sempre cercato

un rapporto tra la creatività e la società.

Mi reputo uno scultore sociale che

combatte in nome della kalokagathía, del

bello e del buono, come principio etico.

Questo soprattutto perché il mio interesse

dal punto di vista artistico è rivolto all’epica

più che agli aspetti lirico poetici,

è il mio uno sguardo verso un tempo perduto,

che non si allinea né alle mode né al

potere dell’ovvio. Tornando alle figure

epiche che contraddistinguono molte delle

mie opere, certo è che, dopo aver fatto

un lavoro che magari ti ha impegnato per

anni, poi senti l’esigenza di realizzare

opere piccole e che nascono esclusivamente

dalla tua immaginazione. Questo

oscillare tra committenza pubblica, che io

peraltro amo molto, e opera privata e personale,

è sempre molto soddisfacente e

proficuo per un artista. Mi piace occuparmi

del mio io, così come moltissimo

mi piace ed è importante dialogare con la

società dove vivi. L’Arte non anticipa la

società, ma ne è il riflesso. A volte si ha

l'impressione contraria in quanto i mutamenti

molto spesso sono soggetti a un difetto

di informazione, l’arte, invece, li intercetta

prontamente e li rappresenta prima

che emergano tra la gente, molto spesso

male informata. Ecco l’arte e l’artista

hanno questa capacità interpretativa, ma

su cose e fenomeni ampiamente in atto».

E quale il ruolo che l’arte può giocare in

uno dei momenti più tristi della nostra

epoca, come quello che l’umanità intera

sta vivendo?

«Penso che i momenti di oggi, nonostante

quello che il mondo sta vivendo, siano

tuttavia migliori rispetto alle tragedie del

‘900. Reputo vi sia una eccessiva drammatizzazione

specie da parte dei media.

Ma sono certo che pure nelle attuali condizioni

limitanti di alcune precedenti libertà,

riusciremo a uscirne fuori. A mio

modo di vedere le vere devastazioni nascono

dalle guerre. Per il resto le soluzioni

si riescono a trovare in una società

ormai evoluta come la nostra. Bisogna

avere un po’ di pazienza, ottimismo e tanta

voglia di continuare a vivere e godere

della vita nelle varie fasi in cui essa si presenta».

Per un artista come lei, che da anni tiene

importanti esposizioni, localmente e internazionalmente,

e che ha opere collocate

un po’ dappertutto, cosa significa

l’esposizione del grande gruppo scultoreo

Umanità, prorogata fino al 5 giugno

2022, e inaugurata la scorsa estate al Castello

di Ferrara?

«Una mostra importante, soprattutto perché

popolare. È nata quasi per caso.

L’idea è stata di Pietro di Natale, direttore

di Ferrara Arte e curatore, insieme a Vittorio

Sgarbi, di questa rassegna di grandi

opere mie e di Sara Bolzani. Con un costo

minimo si è riusciti ad animare il bellissimo

cortile del Castello di Ferrara con lavori

che suscitano grande curiosità nel

pubblico, che può visitare gratuitamente

l’esposizione essendo un luogo aperto e

senza troppe restrizioni antivirus come

per gli eventi al chiuso. Il successo è stato

e continua ad essere strepitoso, come peraltro

si può dedurre dalla proroga dell’esposizione,

con migliaia e migliaia di

visitatori. Unica nota dolente, la totale as-


senza di galleristi e operatori del mercato

dell’arte, il che però non mi stupisce più

di tanto. Sia in questo gruppo di opere, intitolato

Umanità e da anni work in progress,

e che qui a Ferrara ha assunto il

titolo Le donne, i cavallier, l’arme, gli

amori, riprendendo dei versi del poema

Orlando furioso di Ludovico Ariosto, sia

nelle altre opere, il nostro obiettivo è di

ottenere figure che suscitano ammirazione

per la loro bellezza e armonia, capaci

di esprimere concetti universali con

semplicità e umiltà. Non ci preoccupiamo

di essere “originali”, ma piuttosto di essere

compresi da tutti».

Cos’è dunque l’Arte per Nicola Zamboni?

«Negli anni ho elaborato una mia visione

su ciò che è Arte, selezionando tre elementi

che contribuisco alla sua individuazione.

Innanzitutto un’opera deve essere

tale da far sì che in sua presenza, anche

l’occhio più distratto la noti restandone

ammirato. Altro elemento indicativo si ha

quando in un disastro, di qualunque genere

esso sia, terremoto, esplosione o

quant’altro, se tra le macerie vi è un’opera

d'arte, chi la vede, pur non conoscendo la

provenienza, istintivamente la mette in

salvo o fa qualcosa per la sua conservazione.

Cosi come è peraltro accaduto con

le opere del passato, greche, romane eccetera,

anche grazie a questo arrivate fino

a noi. Il terzo elemento si configura quando

persone di diversa cultura e provenienza,

sia quindi del continente asiatico,

africano o di qualunque altra parte del

mondo, persino la più recondita, di fronte

a un lavoro artistico rimangono affascinate.

Ecco, secondo me, a questo punto siamo

di fronte a una vera opera d’arte! Mi piacerebbe

vedere quanti dei lavori degli artisti

considerati i grandi dell’arte contemporanea

siano in grado di superare

questa prova!».

Lei nasce scultore, se non sbaglio. Perchè

questa scelta rispetto a tutte le altre forme

espressive dell’arte figurativa. Cos’è per

Nicola Zamboni la scultura?

«Io sono ragioniere. Ma ho sempre avuto

voglia di fare cose con le mani. A 11 anni

mi cimentavo a riprodurre in piccole sculture

il corpo di alcune donne del mio vicinato

che insieme a dei miei compagni

di scuola avevamo visto nude mentre facevano

il bagno, spiando attraverso il buco

della serratura di un portone. Prima di

scultura ho fatto per un po’ pittura, comunque

sempre molto materica. Il rapporto

con la materia e con il corpo é importantissimo,

direi anzi indispensabile,

nella mia vita. Ed è proprio questo mio

rapporto privilegiato con il corpo che

passa attraverso le mani, gli occhi, l’udito,

ovviamente filtrato dalla mente, che mi ha

spinto a scegliere la scultura quale mia

forma espressiva ed artistica».

Quali i materiali che oggi predilige nel

suo fare scultura e quali i soggetti che

sente maggiormente rappresentativi della

sua poetica?

«Oggi le mie opere sono quasi tutte realizzate

in rame e molto spesso sono di

grandi dimensioni. Il mio rapporto con

questo materiale risale alla mia giovane

età: sui 15 anni presi a frequentare il laboratorio

di in simpatico e estroso artigiano,

un batti rame amico di mio padre.

Con lui mi divertii tantissimo a realizzare

cose folli, oggetti strani e giocosi soprattutto,

tra cui ricordo con particolare simpatia

le casette sull'albero. Si giocava ma

al contempo si imparava ad usare le mani,

a fondere e modellare. Una vecchia esperienza

che rispolverai quando mi accorsi

che per le mie opere utilizzando il rame

invece che il bronzo andavo a risparmiare


32

almeno del sei per cento in termini di

costi. Il che se si lavora per la realizzazione

di opere finanziate attraverso bandi

pubblici è un grande vantaggio. L’esito

dal punto di vista artistico è uguale, seppure

più faticoso rispetto alla fusione in

bronzo, inoltre comporta la possibilità di

risparmiare moltissimo e quindi di continuare

a lavorare con gli enti pubblici per

cifre esigue e, spesso, per chiamata diretta.

Lavorare il rame comporta anche il

fatto che l’opera non è riproducibile come

con la fusione, per cui i miei lavori sono

pezzi unici. Alla resa dei conti non so se

questo sia un vantaggio, in un’epoca come

la nostra sembra più che altro uno

svantaggio, assistiamo, infatti, al diffondersi

di opere d’autore riprodotte per business

e al loro gradimento da parte del

mercato».

C’è ancora un sogno nel cassetto per il

maestro Nicola Zamboni?

«Sono ancora tanti i miei sogni nel cassetto

e coincidono con la mia voglia di

fare, di realizzare e scoprire cose nuove e

sempre più belle continuando ad evolvermi.

Poi non so se ci riuscirò, vista la

mia non più giovanissima età. Magari

resto fermo o torno indietro, tuttavia la

volontà di continuare ad evolvermi c’è

sempre. Parlando di sogni nel cassetto, mi

viene in mente che purtroppo quello a cui

forse tenevo di più mi è stato impedito

dalla fatalità. Si trattava di un’opera grandiosa

già da me progettata da realizzare

nel Kurdistan iracheno: una grande piazza

ricoperta in vetro sotto il quale si sarebbero

viste le brutture e le tragedie della

guerra, ormai sepolte, però per sempre. E

sopra, nella piazza si poteva assistere a

gente vera che pullulava, “gente in carne

ed ossa”. Gente risorta e che ritornava a

vivere ed a sperare nel futuro. Il progetto

avrebbe visto all’opera me, la mia compagna,

una ventina di miei studenti e circa

40 giovani kurdi. Purtroppo il ritorno dei

conflitti nelle aree vicine con invasione di

migliaia di profughi e una crisi economica

enorme, pose fine a quel sogno che tanto

mi sarebbe piaciuto realizzare».

Un suo auspicio per il futuro rivolto ai

giovani che desiderano dedicarsi all’arte?

«Quello che mi preme dire ai giovani di

oggi che desiderano dedicarsi all'arte è di

farlo, anche a costo di dover essere sostenuti

dalle proprie famiglie per più anni,

dico questo perché sappiamo che più o

meno tutte le famiglie oggi sono in condizioni

economiche tali da essere in grado

di aiutare i figli a realizzare i propri sogni.

Quindi, piuttosto che accettare un lavoro

qualsiasi tanto per ottenere l’indipendenza

economica, è bene che i giovani approfittino

di questa grande opportunità che la

società del benessere oggi offre loro. Non

dimentichiamo che quasi tutti i grandi artisti

del passato appartenevano a famiglie

ricche che li hanno sostenuti negli studi e

nei loro percorsi artistici e formativi. Un

altro auspicio è che vi sia un ritorno all'arte

come è stato nei secoli e fino a non

molto tempo fa: frequentare e vivere i laboratori.

Laboratori intesi come luoghi

vivi dell’arte. Oggi l’arte la si visita solo

nelle gallerie, nei musei o anche su internet,

pensando che essa si esaurisca lì. Invece

non è così. L’Arte è vita. Ed è innanzitutto

nei luoghi in cui si produce. Ma lo

sa che un tempo i laboratori erano luoghi

di visita quasi come le gallerie, da parte

di appassionati, di studenti, addetti ai lavori,

ma anche di gente comune? Ed oggi

magari il mio vicino non sa nemmeno che

accanto alla sua casa c’è un laboratorio

d’artista! È qui, nei laboratori, che ci si

forma davvero e che si acquisiscono i saperi

sia delle mani che della mente per

fare arte. Insomma è qui che si diventa artisti.

Ed è qui che si può vedere l’arte in

tutta la sua potenza e vitalità. Un ritorno

al laboratorio è più che auspicabile, perciò,

per tutti, artisti e pubblico. Farebbe

bene agli occhi e all’anima».


10

a

BIENNALE D’ARTE

INTERNAZIONALE

A MONTECARLO

10-11-12 gIugNO 2023

A TuTTI gLI ARTISTI

SONO APERTE LE SELEZIONI ALLA 10 BIENNALE D’ARTE

INTERNAZIONALE A MONTECARLO 2023, PITTuRA, SCuLTuRA, gRAFICA,

ACQuERELLO, INCISIONE, CERAMICA, FOTOgRAFIA, MOSAICO E

OPERE REALIZZATE AL COMPuTER

TEMA LIBERO E TEMA FISSO: “LA NATuRA DEL DOMANI”

Per PoTer PArTeCIPAre ALLA seLezIone deLLA bIennALe InvIAre ALLA

MALInPensA gALLerIA d’ArTe by LA TeLACCIA, n° 5-6 FoTogrAFIe dI oPere dIverse

(In ForMATo jPg o TIF Con d.P.I 300 dI rIsoLuzIone),

bIogrAFIA e CurrICuLuM Per PosTA eLeTTronICA ENTRO IL 20 DICEMBRE 2022

INFO@LATELACCIA.IT

LE OPERE NON DEVONO SuPERARE I 100 X 100 CM INCLuSA LA CORNICE

E NON DEVONO PESARE OLTRE I 20 Kg

La galleria d’Arte Malinpensa by La Telaccia organizza la 10° biennale d’Arte Internazionale a Montecarlo 2023,

affiancata da una giuria composta da critici d’arte, collezionisti, giornalisti, editori, fotografi, artisti e galleristi,

seleziona con scrupolosità, impegno e professionalità, artisti nel vasto panorama artistico a livello internazionale.

è una manifestazione d’arte di grande risonanza e di importante livello artistico culturale grazie anche alla vasta

pubblicità che viene fatta su diverse riviste internazionali specializzate nel settore.

si può partecipare o per il tema libero o per quello fisso. dieci artisti per il Tema Fisso verranno premiati,

durante il vernissage, con un trofeo realizzato appositamente per l’occasione.

La biennale è patrocinata dall’Ambasciata Italiana nel Principato di Monaco. L’esposizione delle opere selezionate,

una per ogni artista, si terrà a Montecarlo nel mese di giugno 2023 (10-11-12) nelle sale Theatre dell’Hotel Metropole.

CON IL PATROCINIO DELL’AMBASCIATA ITALIANA NEL PRINCIPATO DI MONACO

a

“a Torino dal 1972”

Ambasciata d’Italia

Principato di Monaco

Madrina d’onore alla Biennale

l’artista RABARAMA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra 51 - 10138 - Torino

Tel/Fax +39.011.5628220 - +39.347.2257267

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34

Les fleurs et les raisins

Trasversali allegagioni d’arte

METTI, uNA sERA A CENA

di Alberto Gross

gross.alberto@libero.it

Si è tenuta a dicembre scorso,

presso un raffinato hotel

bolognese, una serata

per celebrare il terzo anno

dalla nascita di Fashion

Diamond, una luxury vodka

ottenuta al 100% da grano italiano

e prodotta da La Distilleria Friulia di

Udine. Nata e creata attraverso l’intuizione

di Giulio Massimo Cario - imprenditore

e professionista del settore

che ha contribuito alla crescita commerciale

di importanti marchi internazionali

- Fashion Diamond si distingue

per essere un prodotto in cui è il dettaglio

a divenire regola, l’estrema pulizia

e purezza l’unico indice con cui

relazionarsi: frutto di sette distillazioni

- a fronte delle 3/5 di altri prodotti già

di alto livello - e preparata con l’eccellente

qualità dell'acqua prealpina,

si presenta trasparente e brillante alla

vista, morbida e raffinata al palato, la

percezione alcolica è la carezza di un

istante, il finale caldo e confortevole

non risulta scomposto né slegato. Ottima

se degustata liscia, sicuramente

sorprendente all’interno dei più eleganti

long drinks, durante la speciale

serata ne è stata altresì posta in evidenza

la piacevole versatilità attraverso

i piatti preparati da Michele

Cannistraro - noto al grande pubblico

per essere risultato vincitore del programma

televisivo MasterChef All

Stars - all’interno di un divertente e

accattivante percorso gustativo.

La cena ha inoltre visto la presenza di

un altro prezioso protagonista ad affiancare

i piatti che si sono succeduti

durante l’intero menù: MAIA, vino

spumante brut Metodo Martinotti,


Garda doc.

Il nome, dal sapore antico, rimanda ad

una delle sette Pleiadi della mitologia

greca, avvicinata al dio Vulcano nel

mondo romano - il pittore fiammingo

Bartholomaus Spranger la ritrarrà accanto

al dio che la vezzeggia in uno

dei dipinti più intelligentemente raffinati

del manierismo europeo - e simbolo

del rinnovato risveglio primaverile

della Natura dopo l'indolenza dell'inverno.

Nato all’interno del comprensorio del

Garda, tra le province di Brescia,

Mantova e Verona, viene prodotto con

uve autoctone coltivate su terreni prevalentemente

morenici e argillosi; le

ottime escursioni termiche caratteristiche

della zona completano un vino dai

profumi fini e delicati, garbatamente

floreale con accenni di acacia, poi

pera e mela verde: freschissimo e dinamico

al palato, la bollicina è briosa

e cremosa assieme, l’impatto di grande

sapidità si mescola - nel finale - ad

un piacevole sospetto di tostatura, lasciando

sulle labbra la profumata allegria

del suo passaggio.

Infine il suo abito in “total black” lo

avvicina a quelle pennellate elegantemente

nervose che Boldini impresse

sulla tela delineando la fisionomia

slanciata di Franca Florio: sciabolate

di colore che costruiscono volute,

stoffe che danzano disegnando i movimenti

della dama intenti a disimpegnarsi

dall'infinito filo di perle che le

seguono il petto, vivaci fino alla sfacciataggine,

esuberanti e briose come il

vino che - ci scommettiamo - tra poco

le verrà offerto.

Alberto Gross


36

Fausto Minestrini

Senza titolo - 2019 - tecnica mista su tela - cm 60x60 - Collezione privata

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


Generazioni

a confronto

Gli artisti che hanno partecipato suddivisi in due categorie:

Senior:

Senior:

Stefano Agostini

Domenico Balestrieri

Leonardo Bartolomucci

Paolo Bernacca

Erika Di Gioia

Giovanna Di Filippo

Giusy Dibilio

Fabrizio Esposito

Claudio Fabbricatore

Giusy Cristina Ferrante

Claudio Gagliardini

Gaia Maria Galati

Fabio Giuli

Paola Guia Muccioli

Rita Lombardi

Annalisa Macchione

Francesca Maggi

Francesco Ponzetti

Maria Grazia Russo

Laila Scorcelletti

Mario Spagnoli

Anna Maria Tani

Junior:

Alyssa Ackerman

Andrea Bevilacqua

Chloe Bucci

Elisabetta Casella

Marissa Chinappi

Michela Chiostri

Ginevra Colonna

Giulia Di Giammaria

Fedora Grandis

Beatrice Liberati

Sara Luraschi

Noemi Martinelli

Jasmine Mercaldo

Emma Panzarotto

Sara Polidori

Anime diverse, epoche diverse,

generazioni e modi

dissimili di vedere e creare

la pittura. Per tante ragioni

riuniti sotto la regia

della Galleria Ess&rrE di Roberto Sparaci,

che nella programmazione autunnale

della galleria al Porto Turistico di

Roma, ha calato una carta importante,

quella dei giovani artisti e quella dei talenti

di ultima generazione. Diverse

espressioni del recente passato e del

presente e futuro di un’arte, quella italiana,

a nessuno seconda. In questi termini

va letta la scelta delle opere che

sono state esposte dal 30 ottobre nei locali

della Ess&rrE, di continuo protagonista

con le personali e collettive di

artisti italiani di diversa estrazione. La

mostra, curata da Alessandra Antonelli,

direttore artistico della galleria, tende a

cercare il consenso di chi non limita

l’orizzonte delle sue scelte alla certezza

del grosso nome, e ha inaugurato di fatto

una stagione di collimazioni, avvicinamenti,

contiguità fra i più interessanti

talenti della nostra pittura. Una operazione

apparentemente azzardata, che

come ci ha raccontato Fabrizio Sparaci

che allestisce la mostra, permette ai giovani

talenti, di cercare la scena a fianco

di nomi comunque da tempo affermati

nel mondo della pittura nazionale. Chi

con le proprie sperimentazioni che

hanno viaggiato a corrente alternata

nella radice delle ispirazioni, miete successi

tra i collezionisti più raffinati da

molti anni, e trova consensi tra i più o

meno giovani, nelle riletture degli anni

più o meno recenti, vissute appieno dagli

artisti facente parte del panorama artistico

della Galleria Ess&rrE.


38

L’Arte Concreta in Europa e

nel Continente Americano

di Rita Lombardi

Fig. 1

Richard Paul Lohse

“Movimento attorno al centro di quattro quadrati”

1958 - Olio su tela - cm 60x60

Gli artisti che, a partire dei

primi decenni del secolo

scorso, operano nel campo

dell’astrazione geometrica

seguono, di fatto,

i principi enunciati da Theo van Doesburg

nel primo numero della rivista “Art

Concret” e successivamente ribaditi da

Max Bill nel suo manifesto del “Concretismo”(1).

Richard Paul Lohse

Quando nel 1936 Max Bill fonda il suo

gruppo è seguito, in questa sua avventura

artistica, da molti artisti svizzeri. Tra questi

Richard Paul Lohse, grafico e pittore

come Max Bill. In comune hanno anche

l’amore per i colori squillanti e le composizioni

basate su schemi geometrici

semplici.

In figura 1 un suo olio su tela del 1958.

Richard Paul Lohse è considerato in

Svizzera un pioniere del “modern graphic

design”.

Nel 1958 fonda una rivista “Neue Graphic”

con l’obiettivo di divulgare la nuova

grafica svizzera e discutere i principi

artistici e spirituali della grafica contemporanea.

Fritz Glarner

Anche Fritz Glarner è svizzero. Fortemente

influenzato

da Piet Mondrian di

cui è stato allievo,

nel 1929 aderisce al

gruppo “Abstraction-

Creation”.

Nel 1936 emigra negli

USA dove rimane

fino al 1971, anno

in cui torna in

Svizzera.

Le sue opere sono caratterizzate da lunghi

rettangoli grigi o bianchi rigorosamente

ortogonali che si incontrano sulla

tela generando quadrati blu, rossi o gialli.

L’artista definisce la sua pittura “relazionale”.

Nel 1963 riceve da Nelson Rockeffeller

l’incarico di decorare la sala da pranzo

del suo appartamento a New York. L’artista

dipinge, ad olio, grandi pannelli da

posizionare, poi, sulle pareti della sala.

Un raro esempio di decorazione di interni

in arte concreta.

In figura 2 la sala, come si presenta oggi,

nel Museum Haus Kunstruktiv di Zurigo.

L’istituzione zurighese ha infatti acquistato

tutti i pannelli messi in vendita dagli

eredi di Rockeffeller nel 1989 e ha ricostituito

la sala con mobili contemporanei.

Di Fritz Glarner resta anche un gigantesco

murales (4x17,5 metri circa) in arte

concreta che si trova ora in Albany (New

York) nel “The Governor Nelson Rockeffeller

Empire State Plaza Art Collection”.

Sonia Delaunay

In Francia, dove già prima del 1930 esisteva

il gruppo “Abstraction-Creation”,

sono numerosi gli artisti che condividono

i principi dell’arte concreta. Tra i primi

aderenti l’ucraina Sonia Terk Delaunay,

moglie del pittore Robert Delaunay, che

contribuisce con la sua boutique a Parigi

a diffondere questo stile ovunque. L’artista,

oltre che realizzare quadri, trasferisce

i suoi disegni geometrici vivacemente colorati

sui tessuti con i quali confeziona

cappelli, ombrelli, abiti, costumi da bagno,

cuscini, paralumi, tappeti e persino

interni di automobili. Come si può notare

nell’opera in figura 3 l’artista usa accostare

colori vibranti in contrasti dinamici

che fanno risaltare le forme geometriche.

Sonia Delaunay si rivela in questa frase:

“Amo la creazione più della vita e sento

di dover esprimere me stessa prima di

scomparire”.

L’artista è famosa in Francia anche per il

suo impegno in favore delle donne, perché

ha sempre lottato affinché alle donne

fossero riconosciute pari dignità e piena

autonomia.

Nel 1964 il Louvre le dedica una retrospettiva

insieme al marito Robert Delaunay

e nel 1975, quattro anni prima di morire

novantaquattrenne, riceve la Legione

d’Onore.

Victor Vasarely e François Morellet

In questa grande famiglia dell’arte concreta

bisogna inserire, a mio parere, il

padre dell’ “Optical Art” Victor Vasarely

(2), le cui opere rivendicano l’autonomia

di esprimere sè stesse. Vasarely è un artista

che basa la sua opera sulla ricerca e

sulla geometria.

Egli studia gli effetti, sulla percezione visiva,

sia delle combinazioni di forme rigorosamente

geometriche che dell’interazione

dei colori. In figura 4 un acrilico su

tela del 1965, uno dei tre famosi Alfabeti.

Come ho già scritto nel mio articolo (3)

ritengo che François Morellet sia rimasto

essenzialmente fedele ai postulati dell’arte

concreta e abbia trattato i temi co-


Fritz Glarner

“Pannelli della Sala da pranzo” - 1963

Zurigo, Museum Hans Kunstruktiv

Fig. 2

Sonia Delaunay

“Ritmo” - 1938 - Parigi, Musée d’Art Moderne de

la Ville de Paris

Fig. 3

Fig. 4

Victor Vasarely

“Alfabeto - C” - 1965 - Acrilico su tela,

cm 103x97 - Collezione privata

me l’ordine, il metodo e la geometria portandoli

al limite estremo con uno stile personalissimo

e specifico. In Figura 5 una

sua opera del 1954.

Josef Albers e Anni Albers

Con la chiusura del Bauhaus ad opera dei

nazisti nel 1933, insegnanti ed allievi si disperdono

nel mondo. I tedeschi Josef Albers

e la moglie Anni, ambedue insegnanti

di questa istituzione, si trasferiscono negli

Stati Uniti dove esportano la formula pedagogica

del Bauhaus. Qui inizia per loro

una nuova vita. Intraprendono molti viaggi.

Visitano ben 14 volte il Messico e poi

sono a Cuba, in Perù, in Cile e in Argentina.

Hanno così la possibilità di entrare in

contatto con nuove culture e nuovi territori.

Josef Albers tiene conferenze e insegna in

vari college e università americane, pubblica

poesie, articoli e libri, è fotografo e

pittore. Come teorico e come insegnante

esercita una notevole influenza sulle generazioni

di giovani artisti. Nel 1949 inizia

a lavorare alla famosa serie degli “Omaggi

al quadrato”. In figura 6 uno di questi,

realizzato nel 1964. Sono immagini magiche.

I quadrati sembrano inizialmente

portoni da varcare con i lati che arretrano

verso il centro, per trasformarsi poi, all’improvviso,

in piramidi precolombiane

viste da un aereo in volo, oppure viceversa,

da piramidi diventano portoni.

Hanno la solidità del quadrato, simbolo

dell’elemento terra e l’ambiguità data dalla

ricercatissima combinazione di colori.

Anche a Roma, presso la Galleria d’Arte

Moderna e Contemporanea (GNAM), si

possono ammirare due “Omaggi al quadrato”

di Albers così come si può ammirare

una scultura di Max Bill. Lo dobbiamo

a quel diamante raro che è stata Palma

Bucarelli.

In una conferenza Josef Albers legge alcuni

dei pensieri che ha formulato durante

il suo primo viaggio in Messico:

L’arte è creazione,

L’arte è spirito e ha vita propria.

L’arte è per sua natura anti-storica perché

l’attività creativa guarda al futuro.

Può essere legata alla tradizione, ma e-

merge, consapevolmente o meno, dal modo

di vedere dell’artista.

L’arte è rivelazione.

Il Museum of Modern Art di New York organizza

nel biennio 1965-1967 un’importante

mostra itinerante che presenta le sue

opere in Sudamerica, in Messico e in varie

città degli Stati Uniti. Nel 1971 il Metropolitan

Museum of Art di New York gli

dedica un importante retrospettiva.

Muore nel 1976.

Nel “Manifesto e programma” del Bauhaus

Walter Gropius scrive: “Non ci deve

essere diffrenza tra il sesso più bello e

quello più forte” e in effetti più di 1/3 degli

iscritti alla scuola sono donne. In pratica,

però, le studentesse non possono frequentare

tutti i corsi disponibili. E così, nel

1923, Anni Albers, al suo secondo anno al

Bauhaus, è costretta, a malincuore, a scegliere

il corso di tessitura, ma impara ben

presto ad amare questa disciplina.

Artista tessile e designer, produce arazzi,

copriletti e tappeti geometrici molto richiesti.

Il MoMA nel 1949 organizza una personale

delle sue tessiture pittoriche. In

figura 7 uno di questi esemplari in lino e

cotone. Anni Albers, a partire dal 1963, si

dedica esclusivamente a serigrafie e litografie.

Muore nel 1994 a 95 anni.

Nell’ottobre del 2015 il MUDEC di Milano

inaugura una grande mostra “A beautiful

Confluence - Anni e Josef Albers e

l’America Latina” che termina nel febbraio

del 2016. Nel 2018 la Tate Modern

di Londra dedica ad Anni Albers una retrospettiva.

Raul Lozza

In Sudamerica l’arte concreta assume sottintesi

libertari, e d’altronde questi sono fa-


40

François Morellet

Fig.5

“Bleu - Vert - Jaune - Orange” - 1954 - Olio su tavola - cm 100x100

Josef Albers

“Omaggio al quadrato” - 1954 - Olio su masonite

cm 30,5x30,5 - Collezione privata

Fig. 6

cilmente veicolati da opere che sono indipendenti

non solo dalla figurazione ma

anche da qualsivoglia astrazione desunta

dalla realtà.

Il più importante è l’argentino Raul Lozza

giornalista e teorico dell’arte concreta sudamericana.

Le sue opere luminose e colorate,

quasi mai su una tela standard, sono

praticamente delle sculture bidimensionali,

come ad esempio “Obra n°0” del

1945 in figura 8.

Il padre di Raul, pittore e musicista emigrato

dalla Lombardia, trasmette al figlio

la vena artistica e la passione per il teatro.

Purtroppo Raul perde entrambi i genitori

a 12 anni e viene allevato da una zia materna.

Per motivi economici e politici anziché

studiare arte in Italia, come vorrebbe,

diventa disegnatore di biancheria.

Recita in teatro mentre realizza quadri ad

olio da autodidatta. Diventa membro del

Partito Comunista Argentino e passa un

mese in prigione nel 1935. Nel 1937 contrae

la tubercolosi ma continua a dipingere

e fonda persino una sua azienda di biancheria

femminile, la Lingerie Feminil.

Molto conosciuto al di fuori dell’Argentina

partecipa a collettive in giro per il

mondo. Nel biennio 1989-1990 è la volta

di una mostra itinerante che tocca Londra,

Stoccolma e Madrid e nel biennio 1992-

1993 la mostra itinerante di arte sudamericana

porta le sue opere a Siviglia, Parigi

e Colonia. È presente più volte negli USA.

Tra il 2003 e il 2004 le opere di Raul

Lozza vengono presentate a Bergamo

presso la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea

nella collettiva:

“Arte Abstracta Argentina”.

Raul Lozza muore nel 2008 a 97 anni.

Neo-Concretismo

Negli anni Cinquanta molti governi del

centro e sud America, a partire da quello

messicano, utilizzano i pittori per creare

murales di propaganda politica. Di fronte

al dilagare di governi repressivi, allo scopo

di rifiutare il loro sostegno a questi regimi

politici con l’arte figurativa, molti artisti

riscoprono l’arte concreta e nel 1959,

in Brasile, fondano il Neo-Concretismo.

Nel manifesto del gruppo ribadiscono che

vogliono prendere le distanze non solo dai

pittori europei, come Malevic, Mondrian

e Theo van Doesburg, ma anche degli artisti

sudamericani della generazione precedente

e affermano con forza di voler

creare opere che generino nell’osservatore

la consapevolezza di essere parte di una

unica esistenza umana tramite un linguaggio

universale. A mio parere, al di là delle

parole altisonanti, i membri di questo Movimento

vogliono solo ribadire la loro distanza

da qualsivoglia coinvolgimento

politico e da qualunque ideologia.

Gli artisti più noti del Neo-Concretismo,

Lygia Clark, Lygia Pape ed Helio Oiticica

vengono invitati alla Biennale di Venezia

del 1960.

Carmen Herrera

Tra Cuba, Parigi e New York c’è una donna

eccezionale, Carmen Herrera. L’artista

nasce a Cuba nel 1915. Nell’adolescenza

frequenta il liceo a Parigi, tornata in patria

studia all’Università de L’Avana architettura

e storia dell’arte. Dice di quell’esperienza

“Qui mi si è aperto un mondo straordinario,

un mondo che non si è più

chiuso: il mondo della linea retta che mi

affascina ancora adesso”. Completa il suo

percorso artistico a New York dove si trasferisce

nel 1939 e nello stesso anno si

sposa. Finita la seconda guerra mondiale

Carmen e il marito si trasferiscono a Parigi.

In questa città multiculturale, Carmen

Herrera frequenta artisti ed intellettuali di

ogni nazionalità. Ed è a Parigi che l’artista

matura il suo stile astratto-geometrico che

ha tutte le caratteristiche dell’arte concreta.

Purtroppo quando torna a New York nel

1954 la sua arte non viene capita: sono gli

anni dell’espressionismo astratto di Pollock

(4).

Sebbene le sue creazioni precedano di una

decina d’anni l’“Hard Edge” neanche

quando questo nuovo stile si impone la

sua arte viene riconosciuta e apprezzata.


Fig. 7

Anni Albers

“Meandro Rosso” - 1954 - Tessitura pittorica in

lino e cotone - cm 52x37,5 - Collezione privata.

Raul Lozza

“Obra N°0” - 1945 - Collezione privata

Fig. 8

Perché donna? O perché è cubana di nascita?

Gli Stati Uniti sono in piena crisi di

Cuba.

E in America, ancora oggi, nonostante

abiti a New York dal 1954, Carmen Herrera

è considerata cubano-americana!

Comunque l’artista continua imperterrita

a produrre opere d’arte. Crede nell’adagio

“Less is more” e restringe la sua tavolozza

iniziale fatta di tre colori a due soltanto,

bianco e rosso, bianco e nero, bianco e

blu, bianco e verde, rosso e blu, nero e

arancio.

Vende il suo primo quadro nel 2004 a 89

Carmen Herrera

“Horizontal” - 1995 - Acrilico su tavola

Collezione privata

Fig. 9

anni!

È poi un crescendo di successi. Nel

2009 le sue opere arrivano in Europa,

prima in Inghilterra e poi in

Germania. Nel 2016 al Whitney Museum

di New York viene organizzata

una retrospettiva dal titolo: “Lines of

Sight”.

La curatrice della mostra, Dana Miller,

che durante l’organizzazione

l’ha frequentata quasi ogni giorno,

afferma che la Herrera è più vitale e

creativa di molti artisti che hanno un

quinto della sua età.

Sempre nel 2016 la prestigiosa galleria

di New York, la Lisson Gallery,

organizza una personale delle sue

opere più recenti: “Carmen Herrera:

recent Works”.

Limitando al minimo i colori e le

forme, con le infinite variazioni della

linea retta, Carmen Herrera crea opere

vibranti di vita in un processo di sottrazione

iniziato oramai settant’anni fa e che

ricomincia ogni giorno. Il suo lavoro è il

risultato di una esplorazione disciplinata

e altamente sofisticata della forma e del

colore. In figura 9 una sua opera del 1995.

Ancora oggi all’età di 106 anni Carmen

Herrera continua a lavorare ogni giorno

nel suo studio di New York. Alle 9:30 del

mattino è davanti al suo tavolo di lavoro

armata di matita e foglio millimetrato. Disegna

la sua idea sul foglio che poi trasferisce

su un foglietto di carta per acrilici.

Quindi colora questo disegno con i pennarelli

acrilici. A questo punto studia a

lungo il risultato e se questo le piace il disegno

viene riportato su tela dal suo assistente

Manuel Belduma, sotto la sua attenta

supervisione. L’artista segue poi con

attenzione la fase successiva di stesura del

colore sempre ad opera del suo assistente.

Carmen Herrera confessa: “Io credo di

aver sempre avuto soggezione della linea

retta ma la sua bellezza è ciò che mi spinge

a dipingere”.

Carmen Herrera, Anni Albers e Sonia Delaunay,

insieme ad altre 107 artiste sono

presenti nella grande mostra “Elles font

l’abstraction” organizzata dal Guggenheim

di Bilbao, dove è ora allestita fino al

27 febbraio 2022, e dal Centre Pompidou

di Parigi che l’ha ospitata l’estate scorsa.

Note

1. Rita Lombardi “L’arte concreta”.

Art&trA ottobre/novembre 2021 pag. 50

2. Rita Lombardi “Victor Vasarely. Una

vita che abbraccia il secolo”.

Art&trA febbraio/marzo 2019 pag. 36.

3. Rita Lombardi “La ricchezza e la complessità

dell’opera di Francois Morellet.

Una panoramica”.

Art&trA agosto/settembre 2021 pag. 38.

4. Rita Lombardi “Jackson Pollock: inizio

e fine di una rivoluzione”.

Art&trA febbraio/marzo 2021 pag. 6.


42

S i l v a n a G a t t i

“Inverno” - 2020 - Olio su tela - cm 40x50

SILVANA GATTI - PITTRICE FIGURATIVA & SIMBOLISTA

http://digilander.libero.it/silvanagatti

email: silvanamac@libero.it


saremo presenti alla xvii arte genova

dall’11 al 14 febbraio 2022 con i seguenti artisti:

paola arrigoni - piero gilardi - laura marello

ugo nespolo - rabarama - daniela rebuzzi - anna maria terracini

paola arrigoni

laura marello

“Baudelaire. uomo libero amerai sempre il mare!” - 2021

Tecnica mista su tela - cm 50x70

daniela rebuzzi

“Fantasia” - 2021

Stoffa, colla e bitume - cm 48x88

anna maria terracini

“Dualità” - 2017

Piume singole applicate a tela dipinta ad olio

cm 80x70

Senza titolo - 1980

Olio su tela - cm 90x100

REFERENZE E QuOTAZIONI PRESSO LO STAND DELLA MALINPENSA gALLERIA D’ARTE

ORARIO ARTE gENOVA:

VENERDì, SABATO E DOMENICA DALLE 10 ALLE 20

LuNEDì DALLE 10 ALLE 13

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - cell. 347.2257267

www.latelaccia.it - info@latelaccia.it


44

Levi e Ragghianti.

Un’amicizia fra pittura, politica

e letteratura

Lucca, Fondazione Ragghianti

17 dicembre 2021 - 20 marzo 2022

A cura di Silvana Gatti

«Lucca può diventare un laboratorio permanente di

studio, un centro di esperienze culturali che aggiunga

nuove potenzialità alle sue grandi tradizioni»

(C.L. Ragghianti)

Carlo Levi - Madre e sorella - 1926

La vita culturale di una comunità è caratterizzata

dai rapporti sociali che

nascono tra personaggi che, vivendo

lo stesso periodo storico, intrecciano

amicizie scambiandosi opinioni, idee,

esperienze. Parte da questo concetto la mostra

ideata e organizzata in occasione del quarantennale

della Fondazione Centro Studi Ragghianti,

con l’obiettivo di analizzare un tema sinora trascurato

dalla storiografia e dagli studi accademici:

quello dell’amicizia fra Carlo Ludovico Ragghianti

(Lucca, 1910 - Firenze, 1987) e il pittore,

scrittore e uomo politico Carlo Levi (Torino, 1902

- Roma, 1975). Realizzata in collaborazione con

la Fondazione Carlo Levi di Roma, a cura di Paolo

Bolpagni, Daniela Fonti e Antonella Lavorgna,

l’esposizione sarà aperta fino al 20 marzo 2022.

E’ durante l’occupazione nazista che l’amicizia tra

Ragghianti e Levi si rafforza, grazie alla comune

militanza politica nella Resistenza, soprattutto

dopo che Levi, nel 1941, trova rifugio clandestino

nella casa di Anna Maria Ichino in piazza Pitti,

dove scrive il suo romanzo più conosciuto, Cristo

si è fermato a Eboli, cui è dedicata una sezione

della mostra.

Il romanzo è ambientato nella campagna lucana,

verso la fine della seconda guerra mondiale. Levi

denuncia le condizioni di vita disumane dei contadini

del Sud, dimenticati dalle istituzioni dello


Carlo Levi - Il negro delle Tuileries - 1928 Carlo Levi - Leone Ginzburg - 1933

Stato, a cui “neppure la parola di Cristo

sembra essere mai giunta”. L’autore, ponendosi

dalla parte dei contadini, denuncia

le loro condizioni di vita descrivendone

l’ambiente, sottolineando tuttavia

la loro ricchezza di valori umani. Il romanzo,

nato dai ricordi di confinato in

Lucania (Basilicata), è la descrizione

poetica di un periodo a contatto di quelle

misere popolazioni e rappresenta quindi

una denuncia nei confronti del regime

del suo tempo. Il successo ottenuto dal

romanzo mette in secondo piano la sua

attività di pittore. La stessa pittura di

Levi è influenzata dal suo soggiorno in

Basilicata, diventando più rigorosa ed

essenziale, fondendo la lezione di Modigliani

con un sobrio, personale realismo.

Levi e Ragghianti, uniti politicamente

nelle file del Partito d’Azione, sono accomunati

anche dall’interesse verso le

questioni dell’arte contemporanea e la

condivisa sensibilità per il patrimonio artistico

del Paese. Da ricordare il loro intervento,

congiuntamente all’architetto

Giovanni Michelucci, per evitare l’abbattimento

della Torre di Parte Guelfa a

Ponte Vecchio, dopo che i nazisti avevano

fatto saltare cinque ponti a Firenze,

un “salvataggio” attuato dal comando

alleato.

Carlo Levi, pittore e scrittore italiano

(Torino 1902 - Roma 1975), laureato in

medicina, fin dal 1923 si dedicò alla pittura

frequentando lo studio di Felice Casorati.

Amico di Piero Gobetti e dei

fratelli Rosselli, accanto all’opposizione

politica Levi continuò la sua ricerca artistica,

in particolar modo dopo il soggiorno

a Parigi (1927-28), guardando

alle esperienze europee postimpressioniste.

Fece parte del gruppo dei Sei di Torino,

in contrapposizione all’accademismo

del Novecento. Nelle sue opere, in

particolar modo nei ritratti e nelle nature

morte, è riscontrabile un vivace e vibrante

linguaggio espressionista, pur virante

ad esplicite istanze realistiche che

sfociano nella sua successiva produzione

comprendente anche al paesaggio. Ragghianti,

nel 1936, inserisce Levi nel suo

articolo dedicato alla pittura italiana contemporanea,

e nel 1939 ne recensisce

sulla rivista «La critica d’arte» la mostra

a New York. La loro amicizia si consolida

durante la formazione del Comitato

Toscano di Liberazione Nazionale e del-


46

Carlo Levi - Ritratto Montale - 1941 Carlo Levi - Ritratto Bobo (Bazlen) - 1941

Carlo Levi - Magnani - 1954

la direzione della «Nazione del Popolo»,

e quando Levi, in seguito alla liberazione

di Firenze, diventa membro della commissione

per la ricostruzione del centro

storico della città. Il loro rapporto si intensifica

grazie alla condivisione del discorso

artistico, al punto che Ragghianti

presenta la mostra personale di Levi alla

Galleria dello Zodiaco di Roma nel 1946;

ed è sempre Ragghianti a proporre la

prima storicizzazione della figura di Carlo

Levi nel 1948, attraverso la pubblicazione

di un “catalogo” dell’opera leviana,

nel quale sono datati e repertoriati i dipinti

realizzati dal 1923 al 1947. Nel

libro, fra l’altro, figura anche il testo di

Levi “Paura della pittura”, tornato di recente

all’attenzione degli studiosi così

come la riflessione più estesa “Paura della

libertà”, scritta nel 1939, sulla crisi

della società europea, oggi quanto mai attuale.

Ragghianti valorizza costantemente la

produzione artistica di Levi: ne sono

chiari esempi il suo inserimento

nella grande mostra

del 1967 Arte moderna in

Italia 1915-1935 e la selezione

di opere dell’antologica

allestita a Firenze

dopo la morte dell’artista

(Carlo Levi si ferma a Firenze,

1977).

La mostra e il catalogo offrono

una testimonianza,

attraverso opere d’arte, lettere,

documenti, fotografie

e filmati, del significato

dell’amicizia fra Ragghianti

e Levi, anche alla luce

della loro formazione culturale.

Oltre ai documenti,

sono esposti numerosi disegni

e circa 80 dipinti di

Carlo Levi, che ricostruiscono

non soltanto la struttura

della monografia del

1948 e delle mostre del 1967 e del 1977 curate da Ragghianti, ma anche la cerchia


Carlo Levi - Pasolini Carlo Levi - Autoritratto - 1930

di intellettuali e amici cui i due appartenevano

- Eugenio Montale, Giovanni Colacicchi,

Paola Olivetti, Aldo Garosci e

altri, unitamente ai ritratti realizzati da

Levi non solo nell’ambito familiare, ma

avendo anche come modelli personalità

illustri della politica e della cultura italiana

e straniera di circa un cinquantennio,

tra cui personaggi stimati da entrambi,

come Italo Calvino e Frank Lloyd

Wright.

Un aspetto interessante e nuovo presentato

dalla mostra è quello del comune interesse

dei due per il cinema: Levi lavora

come sceneggiatore e scenografo per alcuni

film, disegna il manifesto di Accattone

di Pier Paolo Pasolini, e dagli anni

Cinquanta in poi, a Roma, diventa un ritrattista

ambìto da molti personaggi del

mondo del cinema, da Silvana Mangano

ad Anna Magnani, per un periodo sua vicina

di casa, da Franco Citti allo stesso

Pasolini: tutti questi ritratti sono presenti

in mostra, insieme con quelli di Ragghianti

e di loro comuni amici, come Eugenio

Montale e Carlo Emilio Gadda.

Nell’archivio della Fondazione Ragghianti,

così come in quello della Fondazione

Carlo Levi di Roma, si conservano documenti

che riguardano la sfera storico-artistica

e critica, che fu al centro di questa

amicizia. A Lucca si trovano un consistente

nucleo di lettere che partono dal

1943 e si protraggono fino al 1971, e testi

dattiloscritti di Ragghianti su Levi; nell’archivio

romano sono conservati autografi

della monografia di Ragghianti,

corredati da annotazioni per la stesura del

volume destinate da Levi al suo curatore,

nonché fotografie inedite. Molti di questi

materiali sono esposti nella prima e nell’ultima

sala.

Nel catalogo, pubblicato dalle Edizioni

Fondazione Ragghianti Studi sull’Arte,

sono presenti i testi di Roberto Balzani,

Paolo Bolpagni, Daniela Fonti e Antonella

Lavorgna.

Levi e Ragghianti. Un’amicizia

fra pittura, politica e letteratura

17 dicembre 2021 - 20 marzo 2022

Fondazione Ragghianti,

via San Micheletto 3, Lucca

apertura dal martedì alla domenica,

ore 10-13, 14:30-18:30

Mostra realizzata e prodotta dalla

Fondazione Centro Studi sull’Arte

Licia e Carlo Ludovico Ragghianti di

Lucca in collaborazione con la

Fondazione Carlo Levi di Roma

con il contributo della Fondazione

Cassa di Risparmio di Lucca

sponsor: Banco BPM

partner tecnico: Unicoop Firenze

con il patrocinio della Regione Toscana,

della Provincia di Lucca e del

Comune di Lucca


48

Silvia Paci

“There is no reason to be happy” - 2018 - Olio e resina su tela - cm 100x100 - Collezione privata

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


mostra d’arte

dal 18 febbraio al 3 marzo 2022

“materia e tecnica vibrano in perfetta sinergia”

gianni depaoli - alessandra rota

davide tornielli - gennaro trematerra

gianni depaoli

alessandra rota

“Porzione di mare” - 2019

Tecnica mista, pelle di pesce,

legno marino, plastica, resina nera - cm 60x70x50

davide tornielli

“L15, L16, L17, L18 Vegetali al microscopio” - 2017

Tessere in legno di frassino - cm 22,2x30,3x4,2 cad.

gennaro trematerra

“Notturno sul mare” - 2021

Olio a spatola su tela - cm 100x120

“Blood moon” - 2020

Tecnica mista su tela - cm 80x80x4

MOSTRA E PRESENTAZIONE A CuRA DI MONIA MALINPENSA

REFERENZE E QuOTAZIONI PRESSO LA MALINPENSA gALLERIA D’ARTE By LA TELACCIA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

w w w . l a t e l a c c i a . i t - i n f o @ l a t e l a c c i a . i t

O RA RIO G A LLERIA :D A L M A RTED I A L SA BATO D A LLE 10,30 A LLE 12,30 -16,00 A LLE 19,00


50

Cecilia Piersigilli:

Artista nel tempo

di Francesco Buttarelli

Larte è stata spesso associata

all’idea di “infinito”;

di superamento

dei limiti corporei e

mentali, l’arte può essere

eterna e durare oltre il limite

inesorabile della morte, e può dare

la sensazione di essere sempre vivi

in un continuo divenire di estasi.

Cecilia Piersigilli riesce con i suoi

dipinti ad esprimere interamente

questi concetti. Artista poliedrica,

nelle sue tele proietta sole, luce,

fuoco, stelle, cielo, vento e volo:

tutto ciò che appare bello, illimitato

e libero da vincoli. L’energia, la leggerezza

e la forza che sprigionano i

quadri ci conducono per mano verso

una lettura attenta e pregnante.

Innamorata del disegno sin da giovanissima,

Cecilia si è dimostrata

versatile riguardo ogni forma e-

spressiva; tuttavia è nel nudo che ha

raggiunto i migliori traguardi riuscendo

a far parlare i corpi ritratti,

rendendoli umani e partecipi agli

occhi temporali dell’osservatore .


Figure calde, appassionate, simili a

messaggeri d’amore e di eros. Successivamente

la sua evoluzione la

condotta a scavare nel passato per

dipingere il futuro; rappresentare il

vero andando oltre le immagini soffermandosi

sulla materia sfruttando

le emozioni che provengono dal suo

inconscio spesso legato e collegato

alla società attuale. Un sogno nuovo

quello di Cecilia descritto ed illustrato

in una personale tenuta a San

Gemini, curata da Giuseppe Salerno;

qui l’artista utilizzando diversi

materiali, compreso l’oro, ha realizzato

opere materiche. Un percorso

artistico in pieno svolgimento, ove

introspezione e futuro si fondono

in- sieme nella sintesi divisioni interiori.

L’artista è intenta a realizzare

qualcosa che sta al di là della

semplice osservazione entrando in

contatto con una spiritualità nuova

e profonda, fatta di esperienza e di

sogno, come in una realtà sospesa

ove si mescolano mistero ed inquietudine.



www.tornabuoniarte.it

“Amleto” - 2010 - Tecnica mista su tela - cm 100x150

Renato Mambor

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 - info@tornabuoniarte.it

Milano 20121 - Via Fatebenefratelli, 34/36 - Tel. +39 02 6554841 - milano@tornabuoniarte.it

Forte dei Marmi 55042 - Piazza Marconi, 2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeimarmi@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055 2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


54

artisti allo specchio

Io come un albero con le radici ben

piantate in terra verso mondi sepolti ma

con i rami proiettati nell’infinito cielo

di Alessandra Bonoli

Lo so che quello che sto per

dire può sembrare un racconto

fantasioso, ma è andata

così.

Mio padre lavorava con il

marmo e una sera (avrò avuto

8 anni più o meno) tornò a casa con un

piccolo pezzo di marmo chiaro, grezzo e

mi disse “Sandra, ci sono stati uomini,

erano grandi artisti del passato, che da

una pietra hanno creato sculture che respirano”.

Io non capii bene il concetto, ma

questa frase mi incuriosì e mi ronzò per

anni nella mente. L’idea che ci fossero

stati artisti così bravi mi spinse a guardare

la storia dell’arte. Dico, guardare, perché

da bambina soprattutto sfogliavo i libri,

in cerca di sculture ‘vive’. È così che iniziò

il mio primo approccio con l’arte che

divenne, poi, un grande amore per l’archeologia.

Un amore che mi spinse a

viaggiare non come turista, alla ricerca di

mondi perduti, alla ricerca della nostra

origine, della cultura umana diramata in

molteplici e complesse tradizioni. Fin dall’inizio

sono stata attirata dall’insieme,

ossia dallo spazio della costruzione, nei

suoi rapporti tra pieni e vuoti e non dalla

forma in sè. Un’opera scultorea, infatti, è

soprattutto spazio nello spazio, massa nel

vuoto, movimento nell’aria. Quando parlo

di opere scultoree mi riferisco anche all’architettura

ed in particolare alle architetture

sacre dell’antichità, che erano

complessi sistemi scultorei abitabili, le

cui strutture matematicamente formali,

non tralasciavano il sapere universale dei

simboli. In Accademia ho sperimentato

vari materiali e tecniche. Conclusi gli

studi è iniziata la mia vita di viaggiatrice

instancabile. Durante i viaggi i miei taccuini

annotavano antiche scritture, simboli,

architetture, sensazioni, visioni, suoni

e odori da cui, poi, prendevano forma i

miei pensieri fatti di parole e di tracciati

grafici. Alcuni miei disegni scritti (testi

poetici) sono stati musicati dal compositore

tedesco Hans Jurgen Gerung e presentati

in varie occasioni (anche nel duomo

di Costanza). In conclusione, le mie

sculture nascono dagli abissi del passato,

dal ‘dimenticato’, dalla natura che ci circonda

e mi sento come un albero con le

radici ben piantate in terra verso mondi

sepolti ma con i rami proiettati nell’infinito

cielo.



56

Paù (Paola Belluco)

“Frequenze, vibrazioni” - 2021 - Olio su tela - cm 50x60

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


DADA c

MOSTRA DALL’8 AL 19 MARZO 2022

“La rinascita della stoffa si evolve in vibrazioni tonali"

“G old” - 2020 - Tecnica m ista sutela,colori acrilici - cm 80x80

“è una visione ottica sorprendente, quella dell’artista dada c, di inimitabile eleganza e di autonomia assoluta che raggiunge,

in una sintesi di solida rappresentazione, risultati evidenti di singolare rilievo e di emozioni pure. La ricerca continua,

il gusto compositivo e l’evidente simbologia ci conducono in una ricerca assolutamente personale che ne sottolinea

una emotiva profonda capace di comunicarci sensazioni continue. Il recupero e l’attenzione ai materiali, quali l’elemento

primario della stoffa modellato sempre con sapienza, si identifica nel lavoro di dada c con uno straordinario equilibrio e

con una solida strutturazione di affascinante raffinatezza e armonia. Tra le pieghe della stoffa vive, in piena sintonia con

la sapienza di contenuti, una spazialità di forte valenza formale costantemente ritmata di atmosfere e di una prospettiva

magistrale. L’artista esalta la materia e ne sottolinea l’importanza del suo riciclo apportando all’opera un’ essenza spirituale

ricca di valori umani. Tra istinto e profonda analisi, le opere dell’artista dada c, si avvalorano di una personale

espressiva animata dalla capacità introspettiva che si concretizza di una concezione dinamica e di un senso volumetrico

di evidente indagine denso di maestria e di resa assoluta.”

MOSTRA A CuRA DI MONIA MALINPENSA

REFERENZE E QuOTAZIONI PRESSO LA MALINPENSA gALLERIA D’ARTE By LA TELACCIA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

w w w . l a t e l a c c i a . i t - i n f o @ l a t e l a c c i a . i t

Monia Malinpensa (Art Director- giornalista)

O RA RIO G A LLERIA :D A L M A RTED I A L SA BATO D A LLE 10,30 A LLE 12,30 -16,00 A LLE 19,00


58

Gaia Maria Galati

Gaia Maria Galati nasce a Roma nel quartiere Prati,

dove tutt’ora vive.

Recentemente ha esposto in due personali alla galleria:

“I Preferiti” di Roma e presso la Chiesa

Cardinalizia di San Gioacchino in Prati, inoltre in

collettiva al “Menotti Art Festival di Spoleto” collegato al Festival

dei Due Mondi e presso l’Ambasciata della Repubblica Araba

d’Egitto. È stata ospite ad ottobre 2019 della trasmissione: “Stai

Con Me” di Radio Onda Libera, da Gennaio 2020 entra a far

parte del cast fisso in qualità di speaker della trasmissione

radiotelevisiva Stai Con Me, in cui ha avuto uno spazio dove

presentava le sue poesie e in una successiva, il presentatore ha

declamato la sua poesia: “I Bambini Speciali” che è stata letta

anche alla galleria: “94 Tele presso il Rione Monti” durante una

rassegna di poesia e arti visive. Dal 12 al 18 Gennaio prende

parte alla collettiva di arte contemporanea organizzata dalla stessa

galleria e anche dal 23 al 29 Febbraio alla collettiva d’arte

contemporanea organizzata da 94 Tele dal titolo “L’Amore

Sospeso”. Partecipa alle due edizioni della Art Encounters, del

2019 e del 2020 presso l’Ambasciata della Repubblica Araba

d’Egitto a Roma. Il 25 Gennaio ha esposto alla mostra “Sogno

e Realtà” Premio Dea Bendata nella galleria “Il Laboratorio” a

Roma Trastevere. Nell’agosto del 2020 pubblica il suo volume

di poesie dal titolo “Il filo delle mie emozioni” con la casa editrice

AccA International. Nel mese di marzo 2021 partecipa alla

collettiva: “I Colori dell’anima” alla Galleria Ess&rrE presso il

Porto Turistico di Roma. Fa parte dell’Annuario di Arte Moderna

e figura come fotografa artista per la casa editrice AccA

Intenational per gli anni 2020, 2021 e 2022. Dal 09 al 20 giugno

espone ancora in una collettiva presso il 94 Tele, in V. Madonna

dei Monti 94. Partecipa all’edizioni 2020-2021 alla II e III edizione

negli anni del concorso nazionale Fotogrammi per la Dantebus

Edizioni e Dantebus Margutta. Nel 2021 ha preso parte all’iniziativa

di solidarietà “Spesa Sospesa Poetica” con la sua

poesia “Cara Mamma”, organizzata da Maria Concetta Dragonetto

promossa insieme a: Impronte Poetiche, Rete dei Giovani per

Salerno, Legambiente Campania, LIPU Salerno, Leo Club Salerno

Host, Rotaract Club Campus dei Due Principati, Il Mondo a

Colori e altri. Ha esposto dal 16 al 29 ottobre 2021 nella collettiva

dal titolo “Waves” presso la Galleria Ess&rrE di Roberto Sparaci

e in questa occasione ha declamato anche alcune sue poesie dal

suo libro “Il filo delle mie emozioni”. Ha preso parte all’iniziativa

“Racconta Spinaceto” il 17 ottobre esponendo quattro scatti artistici

organizzato per i 50 anni dalla nascita del quartiere Spinaceto con

il sostegno di Roma Capitale e Municipio IX in collaborazione

con la Consulta della Cultura, su un progetto di Officine della

Cultura e viene realizzato un calendario 2022 con le migliori

fotografie degli artisti selezionati. Dal 30 ottobre al 12 novembre

ha esposto nella collettiva “Generazioni a Confronto” alla Galleria

Ess&rrE di Roberto Sparaci al Porto Turistico di Roma. Nel mese

di novembre 2021 ha partecipato alla nuova iniziativa di “Spesa

Sospesa Poetica” dal titolo Verde Poesia! Contest artistico poetico

dedicati al tema della sostenibilità, in cui ha preso parte in entrambe

le sezioni quella poetica e quella fotografica con un suo scatto

artistico, la sua fotografia artistica e la sua poesia sono racchiuse

in un calendario e altri gadget distribuiti nei punti vendita aderenti

all’iniziativa solidale. È stata curatrice di alcune mostre fotografiche

tra cui quelle dell’attore - fotografo Adriano Lazzarini

presso la galleria d’Arte “I Preferiti”. Dal 4 dicembre 2021 all’8

gennaio 2022 è stata nella VI Collettiva di Natale alla galleria Art Saloon: framens art & design. Dal 18 dicembre prende parte

all’ultima collettiva del 2021 dal titolo “L’ arte sotto l’albero” nella Galleria Ess&rre. Nel mese di gennaio 2022 è stata presente

nella rivista bimestrale del settore artistico “Art&trA”. Nei mesi di febbraio e marzo 2022 esporrà delle sue opere nella Galleria

Ess&rrE. È inserita come fotografa tra gli artisti contemporanei dell’Annuario d’Arte Moderna della AccA International per il

2020, 2021 e 2022. È insegnante a scuola.


Dicono di lei:

“...un’artista fotografa e poetessa che ama raccogliere su

carta le sue sensazioni di ogni tipo, su argomenti personali,

come di attualità, situazioni positive, come negative, liberando

le sue emozioni che fluiscono da differenti stati

d’animo; trasforma istintivamente sia i momenti di gioia, che

quelli di tristezza, in poesia, il cui filo conduttore è rappresentato,

non da un argomento, ma dalle sue emozioni e sensazioni

relativamente a tutto ciò che è dentro di sé o che la

circonda; persona molto eclettica, spazia da pensieri introspettivi,

quindi a risvolto personale, fino a toccare argomenti

di carattere sociale e di attualità, andando al centro di ciò che

la colpisce nell’anima e le trasmette emozioni, sia in poesia

che attraverso l’arte della fotografia, in cui spazia su vari argomenti

essendo portata a cogliere immagini in viaggio e per

la strada, di qualunque luogo, persona o situazione che susciti

in lei particolare interesse e lo fa istintivamente; si diletta

anche su vari stili, sperimentando dal bianconero al colore

vivace, dall’immagine naturale a quella elaborata, talvolta

anche in modo piacevolmente pittorico. Gioca ottimamente

con la luce e con la grafica. È un’autrice che di slancio libera

le sue emozioni, i suoi sentimenti, i suoi pensieri, aprendosi

verso orizzonti luminosi."

(Adriano Lazzarini - fotografo e attore)


60

Biografie d’Artista

a cura di Marilena Spataro

Marco Gagliardi

Artista romagnolo, nato nel 1984, Marco

Gagliardi, vive e lavora a Lavezzola. Il suo

percorso formativo in campo artistico inizia

seguendo i corsi triennali nella scuola

secondaria del maestro Lamberto Caravita.

Un percorso che Marco ha poi proseguito

da autodidatta dedicandosi con passione e grande serietà

professionale alla ricerca e alla sperimentazione di tecniche

decorative sempre nuove, il che gli ha consentito di

raggiungere una serie di risultati importanti, ottenendo

negli anni il consenso della critica e del pubblico.

Le sue opere sul tema della Natività sono state selezionate

ed esposte in varie città italiane, a partire dalla Città del

Vaticano a Roma in occasione di diverse edizioni della

prestigiosa rassegna espositiva “100 presepi in Vaticano”,

fino ad Assisi, basilica della Sacra Porziuncola, nel 2019,

ed a Bologna presso le basiliche di San Petronio, San

Francesco, Santa Maria Della Vita. Tutte queste creazioni

sono di grande eleganza e rifinite nei minimi particolari

con cura maniacale, per la loro realizzazione l’artista romagnolo

si ispira al mondo dell’arte, con particolare interesse

per quella sacra dal 1300 al 1500. Un lavoro, il

suo, che, però, non si esaurisce al soggetto sacro, egli realizza,

infatti, creazioni artistiche e artigianali votate alla

decorazione e alla fruizione estetica, dando nuova vita ad

oggetti inutilizzati che trasforna decorandoli e vivacizzandoli,

anche attraverso l’uso di materiali di riciclo, a questo

si aggiungono il restauro di mobili d’epoca e vecchie cornici

e, presso il proprio laboratorio, l’insegnamento attraverso

corsi ad hoc di paste modellabili e di tecnica shabby

rivolti ad associazioni e a privati. Da diversi anni i suoi

lavori sono pubblicati su riviste specializzate del settore,

inoltre è membro della Dècoupage Artists Worldwide.

“Il suo lavoro, in bilico tra sacro e profano è un connubio

di Arte e Mestiere” scrive di Marco Gagliardi, il maestro

Lamberto Caravita, curatore della sua prima mostra personale

allestita a Villa Verlicchi/DART a Conselice in occasione

delle recenti feste natalizie 2021.

“L’anno che si conclude con questa esposizione personale

- precisa Caravita - è stato per Marco particolarmente

ricco di riconoscimenti che voglio elencare:

“Premio internazionale Assteas 2021” per il riciclo creativo

presso il Museo Archeologico del Sannio Caudino di

Montesarchio (BN). Premio “Galleria De’ Marchi 2021”,

Bologna. “Premio Giacomo Leopardi 2021” presso la

Galleria la Chimera Lecce “Premio Michelangelo Buonarroti

2021” presso il Palazzo Mediceo di Seravezza

(Lucca), Premio Art Influencer “Arte Eroica Miti di Ritrovata

Libertà” presso Villa Bassi ad Abano Terme

(PD)”.

www.creazionimarcogagliardi.it


Storia dei “100 Presepi”,

Città del Vaticano

“100 Presepi” è una rassegna d’arte presepiale iniziata

nel 1976, da un’idea di Manlio Menaglia, per riaffermare

una tradizione tipicamente italiana che in questi

anni rischiava di essere soppiantata dalla moda dell’albero

di Natale estranea alla nostra cultura. L’ ulteriore

finalità è quella di promuovere il presepe per diffondere

sempre di più la conoscenza all’estero, anche nei

paesi professanti altre religioni, attraverso i numerosi

turisti stranieri che visitano l’esposizione nel periodo

natalizio a Roma. La denominazione “100 Presepi” è

solo un riferimento storico, in quanto indica il numero

dei presepi esposti nelle prime edizioni. Nell’ esposizione

i visitatori hanno l’occasione, attraverso la grande

varietà di proposte, di approfondire la conoscenza

dell’arte presepiale. I presepi si rinnovano ogni anno e

provengono da quasi tutte le regioni Italiane e da circa

25 paesi esteri, sono opere di artisti italiani e esteri,

sono realizzati con vari materiali dal corallo, all’argento,

alle porcellane, all’argilla, legno e ferro battuto.

Dal 2018 l’esposizione presepistica è passata al Pontificio

Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione

presieduto dall’Arcivescovo Monsignor

Rino Fisichella ed è stata denominata “100 Presepi in

Vaticano”. Per le prime due edizioni la mostra è stata

allestita nella sala Pio x in via della Conciliazione,

negli ultimi due anni, causa la pandemia in atto, la mostra

è allestita presso il colonnato Berniniano adiacente

alla Basilica Vaticana.


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Mario Zanoni

e il “suo” Bonconte da Montefeltro

di Alberto Gross

gross.alberto@libero.it

Chiede aiuto, attenzione e

ascolto, lo sguardo infinito

cancellato, levigato

dall'acqua rapinosa e vorace

che lo ha inghiottito,

sommerso e disperso in punto di

morte con l'anima aggrappata ad una

mano di luce divina.

Mario Zanoni ritrova e recupera il corpo

disperso di Bonconte da Montefeltro e

lo annovera tra le sue - oramai molteplici

- visioni dantesche, con la bontà di

riaccompagnarlo là dove terminò di

consumare la propria vicenda terrena

l'undici giugno del 1289, guidando la

cavalleria ghibellina nella battaglia di

Campaldino.

Gonfi di dolore, pietà e speranza sono i

versi del canto V del Purgatorio, nei

quali Dante ricostruisce - per bocca del

protagonista stesso - le vicissitudini che

condussero alla morte e alla scomparsa

del corpo di Bonconte: il condottiero,

morente e “forato ne la gola” arriva dove

il fiume Archiano sfocia in Arno e lì

perde il respiro e la vita, non prima di

avere rivolto una preghiera a Maria e di

avere ripiegate in croce le braccia sul

petto oramai spento. Allora mentre un

angelo di Dio riconduce l’anima in

cielo, per il pentimento in extremis, un

diavolo - per vendetta - ne rivendica il

corpo: scatena una feroce tempesta “per

la virtù che sua natura diede” che nella

voragine ingoia il corpo del cavaliere

spingendolo dall’Archiano in Arno, “voltòmmi

per le ripe e per lo fondo, poi di

sua preda mi coperse e cinse".

Il maestro Zanoni restituisce per intera

la vicenda tormentosa e infausta smarcandosi

dal suo distintivo carattere goticheggiante,

con l’unica eccezione - fon-


Mario Zanoni, Bonconte da Montefeltro, ferro e marmo.

Scultura in esposizione permanente al Castello dei Conti Guidi di Poppi

damentale - riservata al volto: penoso e

pensoso, una smorfia pesante scavata

dalla crudeltà spietata del turbine tempestoso

chiede di considerare la sua storia,

di averne sensibilità, pietà e rispetto.

Ognuno di noi, al suo cospetto, si trova

ad esser Dante mentre ascolta la durezza

greve di quel volto muto eppure eloquente,

una voce di pietra tra le cui onde

risiede l’infinita, indulgente e dolce carità

della compassione.

Il corpo non è più che un relitto rinvenuto

sulla rena, soltanto lo stemma di

famiglia a farne copertura: esile e leggero

ricorda il volo lieve - ma ancora

non del tutto sgravato dal tormentoso

fardello dell’immanenza - di una celebre

opera di J.H.Fussli.

Gli arti superiori e inferiori della figura

del condottiero sono risolti da Zanoni

come due semplici semicerchi, occhi di

mezzaluna, profili di foglia a slanciarne

linee e movimento: assieme all’inclinazione

del capo da una parte e di una

estremità dell’elmo dall’altra, non è difficile

intuire e seguire tratti dinamici affini

alla sezione aurea oppure - quantomeno

- una consuetudine e familiarità

con certe “misure sacre”.

Uno slancio vitale, una volontà di volontà

che liberino finalmente anima e

corpo si affermano in una dimensione

sempre ascensionale e la testa entro cui

si risparmia un volto ancora travagliato

dalle angustie - unico elemento visivamente

pesante e grave - pare incastrarsi

tra due parentesi come tra i due mondi

ultraterreni tra loro in contiguità.

Purgatorio e Paradiso così si accennano

e si sfiorano, richiamando l'anima di un

corpo sospeso, ancora in punta di procella.


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Aspettando Natale

In vista del Natale alla Galleria Ess&rrE di Roberto

Sparaci, che nella programmazione autunno/inverno

al Porto Turistico di Roma, ha

presentato una selezione di opere dall’elevato

interesse pittorico. Diverse espressioni artistiche

dove la mostra, curata da Alessandra Antonelli,

ha promosso di fatto una stagione tra i più

interessanti talenti della nostra pittura e scultura.

Opere che con la loro particolare attenzione richiamano

ai gusti dei collezionisti più raffinati che da molti

anni trovano consensi nelle varie generazioni artistiche

che si affacciano nel nostro panorama espositivo. Le

mostre assemblate con particolare cura da Fabrizio

Sparaci, sono vissute con estrema attenzione e notevoli

apprezzamenti.

Gli artisti che hanno partecipato alla mostra sono stati:

Patrizia Almonti, Bruna Bonelli, DRO (Ornella De

Rosa), Didif (Daniela Delle Fratte), Fabrizio Esposito,

Giusy Cristina Ferrante, Rosy Mantovani, Federica

Marin, Enrica Mazzuchin, Barbara Monti, Francesco

Ponzetti, Mirella Scotton, Anna Maria Tani.

Il vernissage è stato accompagnato dagli inserti musicali

della violinista Federica Quaranta.


Installazione

“The Voice OFF The Planet”

Io Michele Tombolini, artista, ho

progettato l’opera installativa

“The voice OFF the Planet”.

La volontà di questo intervento

artistico è legata al desiderio di

contribuire a consapevolizzare

e coinvolgere maggiormente l’umanità

sulle questioni ambientali che sempre di

più stanno mettendo a dura prova la sostenibilità

del pianeta.

Sono consapevole che quando si interviene

su opere pubbliche questo deve essere

fatto nel massimo rispetto delle stesse,

senza arrecare danno alcuno.

Tutto ciò premesso, dichiaro che le installazioni

realizzate nello stesso giorno,

nelle città di: Venezia, Padova, Verona,

Milano, Bologna, Roma, Firenze, Torino,

Napoli, Palermo sono frutto del mio lavoro

d’artista.

Da diverso tempo ormai dialogo con il

mondo sulle intimità socio-culturali incontrate

negli anni, esprimendo e rafforzando

i concetti che desidero rendere

maggiormente sensibili.

Con l’installazione “The voice OFF the

planet” affronto per la prima volta i temi

legati alle questioni ambientali per incoraggiare

una maggiore presa di responsabilità

in merito alle problematiche che

riguardano l’inquinamento, i cambiamenti

climatici, la perdita delle biodiversità,

quel disastro ecologico che ormai tutti

abbiamo sotto gli occhi.

Il teschio, che ho spesso utilizzato in altri

miei lavori, qui assume il valore simbolico

della morte della pianeta, e nel contempo,

anche della sua rinascita. Una

terra che possiamo salvare quindi, perché

dalla mente, possono uscire le idee più

distruttive come le soluzioni più giuste,

le tecnologie più efficienti, le innovazioni

più straordinarie. Dipende dall’uso, abuso

e disuso che se ne fa... I teschi sono infatti

composti dall’apposizione di alcune

piante sul cranio, come simbolo di una

delle possibili vie di redenzione, e dal

simbolo della “X” sulla bocca.

La croce nera, che contraddistingue gran

parte della mia produzione rappresenta la

censura di cui siamo vittime. Quella censura

che per primo combatto con sempre

più convinzione e forza, dando voce a

chiunque non possa parlare o dire la verità.

Sorprendere per comprendere è un concetto

su cui si fondano molti miei interventi

street, e visto che desideravo dare

vita ad un progetto artistico unico al mondo

per potenzialità di diffusione del messaggio

che porta con sè, collaboro con il

gruppo Extinction Rebellion per la loro

identità ambientalista non violenta e creativa

e per dare all’installazione temporanea

il carattere della sincronicità, grazie

alla loro presenza in più di 80 paesi.

Con l’appoggio di Extinction Rebellion

saranno posizionati tre teschi in tre monumenti

principali delle varie città elencate.

In tutte le città nel primo mattino del

19 ottobre 2021 appariranno i teschi di

The Voice off the Planet.


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I tesori del borgo

belforte del chienti e Serrapetrona

la Val di chienti:

delizia per gli occhi e per il palato

di Marilena Spataro

Scrigno prezioso custode di

capolavori dell’arte e dell’architettura.

Ricco di storia e

vecchie leggende. E dove un

paesaggio mozzafiato fa da

splendida cornice ad una natura generosa

di sapori in un felice connubio con

gli antichi saperi della cucina e del gusto.

È la Val di Chienti. Non solo arte e

bellezza paesaggistica, i tesori presenti

tra Belforte del Chienti e Serrapetrona

vanno oltre, allargandosi al mondo del

gusto con una serie straordinaria di eccellenze

e specialità dell’enogastronomia.

Prodotti che nell’unicità dei loro

sapori contengono e conservano tutta la

natura e l'identità di questi territori. Vero

e proprio genius loci, in cui il lavoro legato

alla terra per la sopravvivenza degli

antichi abitanti di questi luoghi si va intrecciando,

nel tempo, lungo percorsi

carsici con ogni altra attività, artigianale,

artistica o creativa, che sia. E che, nell’insieme

ne qualifica la gente culturalmente

e antropologicamente, nella sua

identità e nei luoghi di sua appartenenza.

Visitando Belforte del Chienti lo sguardo

rimane colpito dalla splendida posizione

di questa cittadina arroccata su

un’altura che domina la sottostante Valle

del Chienti, mentre all’interno dell’antica

cinta muraria, risalente al XIV secolo

e ristrutturata di recente, vede snodarsi

un caratteristico dedalo di strade

strette che giungono nella piazza principale

dove sorge il palazzo comunale.

Nella medesima piazza, sorge la chiesa

di Sant’Eustachio, risalente al 1218, ma

le cui forme attuali vanno fatte risalire

al XVII-XVIII secolo, dopo il terremoto

del 1741. Ed è proprio all’interno di

questo edificio sacro che è custodito un

tesoro assulto del Rinascimento marchigiano:

lo spettacolare polittico del 1468,

firmato e datato da Giovanni Boccati.

La grandiosa opera (pare sia il polittico

più grande d’Europa) è racchiusa in una

elaborata e preziosa cornice in legno dorato

e misura quasi cinque metri di altezza

per una larghezza di oltre tre metri.

Si compone di dodici pannelli di cui cinque

costituiscono il registro inferiore e

sette quello superiore; da diciotto specchi

di cui sei sono inseriti nei pilastri laterali

e dodici nella predella, e da cinque

medaglioni. Complessivamente le tavole

figurate ammontano a trentacinque;


ad esse si aggiungono i due cartigli laterali

con le iscrizioni nelle quali compaiono

i nomi dei committenti e l’anno

di esecuzione. La firma del pittore si

trova nel gradino alla base del trono della

Vergine. Nel cuore del centro storico,

è presente, anche, Palazzo Bonfranceschi,

elegante dimora storica, che prende

il nome dall’ultima famiglia che lo ha

posseduto. Si tratta di una costruzione

risalente al XVII-XVIII secolo, esempio

di architettura di palazzo nobiliare che

si sviluppa su tre piani: al primo piano

si apre un’ampia sala con soffitto a cassettoni

e l’adiacente cappellina abbellita

da stucchi. Prima dell’800 l’immobile

apparteneva alla famiglia Farroni Silvestro

e poi attraverso l'asse ereditario alla

famiglia Valentini e quindi alla Bonfranceschi.

Oggi è di proprietà del Comune

che lo ha sottoposto a interventi di restauro

terminati nel 2003 ed è Residenza

d’epoca, le cui sale sono adibite per ricevimenti,

per presentazione di libri e

per ogni tipo di eventi culturali, spazi

espositivi, visite guidate e laboratori di

arte. È in questa cornice di bellezze artistiche,

architettoniche, paesaggistiche

e ambientali che vanno ad inscriversi un

po’ tutte le attività produttive, artigianali,

nonché le colture del territorio. Basta

pensare agli uliveti delle colline circostanti,

in particolare agli ulivi del piccolo

Borgo medievale in località Pievefavera,

che degradano verso il lago di

Caccamo e che nelle sue acque, nelle

giornate più limpide, si riflettono insieme

all’antico Castello di Pievefavera,

fornendo uno spettacolo di rara suggestione.

Dalle olive di questi alberi, presenti

anche nei territori limitrofi, si ricava

un delizioso olio tipico, il Coroncina,

delizia per il palato, magica scaturigine

di una terra generosa e gentile. Sempre

e ancora dalla terra di Belforte del

Chienti, dall’amenità delle sue colline e

dei suoi verdi pascoli, nonché da una

tradizione casearia, custode di antichi

saperi e sapori, trae la sua origine, a partire

dal nome, Belfortino (in omaggio

appunto a Belforte), un gustosissimo

formaggio. Ultimo rampollo di una prestigiosa

azienda casearia della Val di

Chienti, la Dipetrantonio Andrea &c., il

Belfortino è un prodotto caseario stagionato

bovino che si ispira al parmigiano

reggiano e che, quindi, si presenta prin-


68

cipalmente come formaggio da grattugiare,

sebbene, grazie a un registro di sapori

tutto proprio, sia ottimo da pasto e

sfiziosissimo per gli aperitivi, gli antipasti

e le merende. Oltre a questo gustoso

e giovane formaggio, presentato ufficialmente

al mercato di recente, molte sono

le eccellenze prodotte dall’azienda Di

Pietrantonio, fin dal lontano ‘86. Essa si

estende su oltre 300 ettari dove coltiva

cereali e foraggi producendo poi carni,

latte e yogurt, tutti biologici, seguendo

ogni fase della lavorazione, per il controllo

sull’intera filiera. Qui il latte ovino

dei propri allevamenti allo stato brado

nei pascoli collinari, fin sulle alture dei

Monti Sibillini, si trasforma in una vasta

gamma di formaggi, freschi semistagionati,

come alcuni pecorini, e stagionati,

che raccontano di tutta la poesia dei pascoli

di questi luoghi incantati. Dal 2004

l’azienda produce anche carne bovina e

insaccati tramite propri allevamenti. Nel

2014 ha acquisito una mandria di mucche

da latte trasformando tutta la produzione

di latte direttamente nel proprio

caseificio in una visione virtuosa a ciclo

chiuso.

Proseguendo da Belforte del Chienti verso

la vicina Serrapetrona, lo sguardo si

perde su ettari ed ettari di terreni collinari

coltivati a vigneto. Lunghi filari di

verdi vigneti in primavera, in autunno

vestiti di splendide foglie cangianti dal

giallo, all’ocra, al rosso, al viola, annunciano

con questa fantasmagorica festa di

colori e di paesaggi di rara bellezza, che

si è giunti dove si produce sua maestà la

Vernaccia DOCG, denominazione ottenuta

nel 2004, primo tra i vini delle Marche.

Mentre il DOC si ottenne esattamente

50 anni fa. La vinificazione della

Vernaccia nera di Serrapetrona risale al

XV secolo, da qui e dalla sua lunga vinificazione

si comprende che si tratta

dell'antesignana del prodotto tipico per

eccellenza del territorio con le sue tre

aziende vitivinicole di punta: Serboni,

Poderi sul lago di Sandrino Quadraroli,

Alberto Quacquarini. A Serrapetrona,

amena cittadina adagiata su un'altura a

500 m. sul mare, tra un assaggio di Vernaccia

e l’altro, va assolutamente visitata

la chiesa di San Francesco, dove ammirare

il meraviglioso polittico, di fine

‘400, di Lorenzo D’Alessandro, opera

definita da Vittorio Sgarbi “vanto del Rinascimento

in ambito marchigiano”.

Precedentemente attribuito al folignate

Niccolò Alunno, solo all’inizio del ‘900

il polittico viene identificato come opera

di Lorenzo d’Alessandro, detto il Severinate.

Lo splendore dei colori e la luce


che fluttua collocano l’opera nel primo

periodo della maturità del maestro, chiamato

probabilmente ad eseguire l’affresco

raffigurante la Madonna con Bambino

fra i Ss. Giovanni Battista e Sebastiano

per la chiesa di Santa Maria Grazie

su commissione dei Padri francescani

di Serrapetrona. Lorenzo, cresciuto nel

clima culturale locale, più che alle domestiche

botteghe del concittadino Bartolomeo

Frinisco o di Cristoforo di Giovanni,

preferisce volgere il proprio interesse

verso altri artisti, quali il camerte

Girolamo di Giovanni, l’umbro Niccolò

Alunno, e il veneto Carlo Crivelli. Dalle

loro opere apprende gli insegnamenti derivanti

dalla lezione luministica di Piero

della Francesca, l’uso di una narrazione

favolistica, la stesura di una pittura smaltata

e preziosa, la nervosa secchezza anatomica

e l’impiego di ampi panneggi,

senza mai giungere ad una rilettura critica

dei suoi modelli. La collaborazione

tra due grandi maestri della maniera

adriatica, l’intagliatore Domenico Indivini

e il pittore Lorenzo d’Alessandro,

rende, nel polittico di Serrapetrona quella

plasticità propria dell’arte rinascimentale,

come concordemente omai riconosciuto

dalla critica. Al magnifico Polittico

di Lorenzo D’Alessandro, si affiancano

a Serrapetrona opere d’arte del passato,

alcune di maggiore interesse, altre

meno, tuttavia ognuna testimonianza della

storia e della identità di questa cittadina

e del suo territorio. Per chiudere il

nostro viaggio tra le tante e diverse meraviglie

nella Val di Chienti, tra Belforte

e Serrapetrona, è importante visitare in

quest'ultima cittadina, Palazzo Claudi,

dove ciclicamente vengono esposti interessantissimi,

a volte persino strabilianti,

reperti archeologici. Per tutto il 2022

sarà presente, “Fossili, il passato ritrovato”,

nuova tappa per scoprire lo straordinario

patrimonio di reperti rinvenuti

nella cittadina marchigiana nel 2006. Si

va dal mini-dinosauro all’enorme uovo

dell’uccello-elefante, in un viaggio affascinante

tra questi antichissimi narratori

di mondi perduti.

Il nostro viaggio tra queste terre, alle

pendici dei Monti Sibillini (oggi Monti

Azzurri) dove, è utile ricordare, da secoli

aleggia l'enigmatica figura della Sibilla,

conferendo un pizzico di mistero alla solare

Val di Chienti, si ferma qui. Ma non

si esaurisce. Molti ed altri sono ancora i

tesori artistici, architettonici, del paesaggio

e del gusto che qui meritano di essere

conosciuti.

Per cui ci lasciamo con un arrivederci!


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Alessio Schiavon

Senza titolo - 2021 - Acrilico su tela - cm 100x100 - Collezione privata

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


L’arte sotto l’albero

Nuovo appuntamento in vista del Natale alla Galleria

Ess&rrE di Roberto Sparaci, che ha aperto

la programmazione invernale al Porto Turistico

di Roma, presentando una selezione di opere dall’elevato

interesse pittorico. Diverse espressioni artistiche

dove la mostra, curata da Alessandra Antonelli, ha promosso

di fatto una stagione tra i più interessanti talenti della nostra

pittura e fotografia. Opere che con la loro particolare attenzione

ai gusti dei collezionisti più raffinati che da molti anni

trovano consensi nelle varie generazioni artistiche che si affacciano

nel nostro panorama espositivo. Le mostre assemblate

con particolare cura da Fabrizio Sparaci, sono vissute

con estrema attenzione e notevoli apprezzamenti. Il Vernissage

si è tenuto sabato 18 dicembre alle ore 16.00.

Gli artisti che hanno partecipato alla mostra sono i seguenti:

Elio Atte, Cecilia Bossi, Giusy Dibilio, Fabrizio Esposito,

Gaia Maria Galati, Fabio Giuli, Aurora Iogà, Rita Lombardi,

Annalisa Macchione, Barbara Monti, Paola Guia Muccioli,

Francesco Ponzetti, Michelangelo Riolo, Maria Grazia Russo

e Laila Scorcelletti.

Durante il Vernissage è stato presentato il romanzo di Massimiliano

Cignitti “Racconti d’amore” e si è esibito il gruppo

artistico “Le Maghe”.

Info: 329 4681684

www.accainarte.it

galleriaesserre@gmail.com


72

La seduzione

femminile nell’arte

di Francesco Buttarelli

Molti sono stati gli artisti

che on ogni epoca si

sono cimentati sul tema

della seduzione. Il

mito della seduzione femminile è rintracciabile

nella mitologia mesopotamica

come nella tradizione giudaico-cristiana,

sino alla letteratura greca

e romana. Nella storia dell’arte la

donna che seduce non rappresenta un

archetipo negativo, in quanto la seduzione

può rivelarsi uno strumento prezioso

per sconfiggere poteri altrimenti

invincibili come ci insegna la storia di

Giuditta e Oloferne. Stremata dall’assedio

delle truppe assire, alla città di

Betulla non rimane altro che la bellezza

di una giovane donna nel tentativo

di sconfiggere un oppressore militarmente

più forte, ma pur sempre un

uomo. Le sacre scritture ci narrano

che Giuditta prima di recarsi da Oloferne

si orna con cura per essere ancora

più attraente. Nel dipinto di Caravaggio,

conservato presso la Galleria

di arte antica di Roma, la drammaticità

della scena si focalizza sullo

sguardo intenso di Giuditta che appare

distaccata ma consapevole del

gesto compiuto. La presenza della

schiava Abra serve da contrasto con la

bellezza di Giuditta irradiata da una

forte luce che mette in risalto ogni

particolare, tipico nei dipinti di Caravaggio.

L’elenco storico delle seduttrici

è lungo, così come quello delle

loro vittime, mentre risultano rari gli

uomini che hanno saputo resistere alla

seduzione femminile: Ulisse per la

mitologia greca, i santi per la tradizione

cristiana. Nella tela di Rubens

dedicata a Dalila colpisce soprattutto

l’intensa carica erotica della protagonista,

così potente da annientare Sansone

che addormentato sulle ginocchia

della donna, appare un uomo vulnerabile

malgrado la sua straordinaria

presenza fisica. Nel dipinto , Rubens,

a differenza di altri artisti non fa tagliare

i capelli a Dalila ma ad uno dei

filistei, limitando il compito della

donna a quello della seduzione.Diversa

l’interpretazione di Gustave

Moreau in Salomè. La figura di Salomè

rappresenta una vera e propria

ossessione per Moreau che produsse

diversi schizzi prima di realizzare la

tela. Il quadro risulta carico di sensualità

ed erotismo. L’ambiente in cui si

svolge la fatale danza di Salomè presenta

tratti ispirati alla tradizione indiana,

egizia e persiana. Elemento dominante

in questa versione è il corpo


tatuato della protagonista. La pantera

nera è simbolo della lussuria, lo stimolo

seduttivo che culminerà con la

decapitazione di Giovanni il Battista.

Nella Giuditta di Klimt entriamo nel

concetto della “femme fatale” e di

“eros” e “thanatos”. In Klimt il concetto

di seduzione ha qualcosa in comune

con il pensiero, con il sogno e

la poesia. Il dipinto di Giuditta, conservato

alla galleria Osterreichische di

Vienna, evidenzia uno stile dorato, capace

di mettere in rilievo la superficie

ed attenuare il rapporto spazio-corpo.

La figura di Giuditta appare densa di

una sensualità nervosa e vibrante. Nel

dipinto “Giuditta II”, conservato nella

galleria d’arte moderna di Venezia ,

Klimt rende più “piccante” questa sua

nuova versione introducendo l’osservatore

ad una chiara lettura psicologica.

Due curve circondano simili ad

una tenaglia, le mani convulse della

figura immersa in uno stato di “trance”.

Esse suggeriscono l’atto di una

seduzione quasi violenta.Con Giovanni

Cariani, il dipinto “La seduzione”,

conservato al museo dell’Ermitage

a San Pietroburgo , riprende concetti

già trattati da Giorgione e Tiziano.

La tela ha per protagonisti un

vecchio con lo sguardo desideroso fisso

su di una giovane come in attesa.

La borsa di denari già offerti sulla tavola,

posta in primo piano, porterebbe

a pensare a un momento di seduzione,

se non fosse che la ragazza tiene tra le

sue mani una sfera. Una veggente che

tiene il potere su un vecchio che crede

di poter ancora avere desideri di gioventù.


74

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76

Art&Vip

giovanni trombetta:

I sogni diventano realtà

Il tuo unico dovere è salvare i tuoi sogni.

(Amedeo Modigliani,

da una lettera a Oscar Ghiglia, 1905)

S

ono solo un ragazzo che insegue i suoi

sogni. Da qui a diventare una celebrità ce

ne vuole”

Me lo ha scritto Giovanni Trombetta,

mio compaesano attore, in un messaggio

qualche tempo fa. Non avevo bisogno di punzecchiarlo,

lo conosco da che era un bambino. Gli avevo

solo detto che volevo fare un’intervista con lui per

Art&trA. In quella sua risposta c’è la sua maniera di

vivere la propria favola, affrontando senza paure le

fatiche che comporta il farsi largo nel rutilante mondo

dello spettacolo.

Ho sempre avuto una autentica passione, una attrazione

per il palcoscenico, le luci, lo spettacolo. Quando ero piccolo

e i miei mi portavano in vacanza nei villaggi turistici

saltavo sul palco con gli animatori, volevo una parte e ci

riuscivo. E così a scuola ottenevo sempre un ruolo nelle

recite, mi piaceva troppo.

Giovanni ha la bella faccia di quelli determinati, conosce

le asperità che lo attendono e quelle che ha brillantemente

superato. Certo, convincere i suoi non

deve essere stato semplice, ma proprio durante il periodo

scolastico accadde qualcosa di magicamente determinante.

Il mio liceo fu scelto come set per alcune riprese cinematografiche.

Non stavo nella pelle. Sentire il regista che

avvia le riprese, vedere macchinisti, attori, truccatrici…

avevo deciso: volevo fare l’attore. Lo dissi a casa quel

giorno stesso e dopo un po’ mi ritrovai a Milano a studiare

in una Accademia. Tre anni. Ma sapevo che non era

quello il posto in cui respirare cinema. Mi trasferii a

Roma. Facevo di tutto: il cameriere, l’autista, la mascotte

della Roma (il lupacchiotto Romolo), l’animatore per


feste private e compleanni per bambini…

Basta vederlo mente racconta una

vita giovane ma già ricca di esperienze

e di incontri, per capire

quanta sana determinazione ci

mette. E così Giovanni finisce in un

laboratorio per attori e va a caccia

di una agenzia che creda in lui.

Di porte chiuse ne ho viste, poi qualcuno

si interessò a me e non mi pareva

vero. La salita è dura, ma avevo

voglia di fare e di fare bene. Firmai

un contratto e dopo poco iniziai coi

provini. Un giorno di dicembre mi

chiamarono per un provino. Si trattava

della fiction “Le indagini di Lolita

Lo Bosco”. Pareva fatta, ma la

conferma non arrivava. Qualche

mese e il telefono squillò: avevo

avuto il ruolo di un poliziotto. Fu una

gioia indescrivibile.

Diventa difficile chiedergli altro,

va a braccio, Giovanni. Salta i dettagli

ma si capisce che quella strada

percorsa era quella giusta, lo dicevano

i fatti. E così affronta il

primo giorno di set, le emozioni,

quella atmosfera che gli è sempre

piaciuta. Era dove voleva essere.

Poi altri provini, telefonate, attese.

Il telefono porta altre buone nuove,

Giovanni è stato scelto per un

ruolo in “Generazione neet”. La

strada è davvero quella giusta, ma

lui non perde la testa. Sa che per

arrivare in alto ci vogliono pazienza

e costanza, e di certo a lui

non mancano.

Dico a chi sta affrontando un percorso,

a chi è di fronte ad un bivio di

scegliere sempre la via più difficile,

perché quella è la sola maniera per

vivere la propria favola. Ora sta per

iniziare un’altra avventura, ma rimango

coi piedi per terra. Non ne

parlo, semplicemente. Questo è un

lavoro faticoso ma non ho paura.

Anche stavolta ho atteso con impazienza

che arrivasse la telefonata attesa,

e quando è arrivata è stata

davvero una gioia immensa. Lo so,

sembra esagerato, ma la realtà è che

questa scalata la voglio fare, perché

senza le atmosfere del cinema, le urla

dei registi, i colleghi che ripassano la

parte, il personale di scena che va e

viene senza sosta, le lacrime e i sorrisi

proprio non ci so stare. Cosa farò

dopo? Semplice: seguirò i miei

sogni.

Intervista di Giorgio Barassi



Franco Secci

“Millennials, generazione diggitale” - 2021 - Olio su tela - cm 90x60

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80

consigli di lettura

a cura di marilena Spataro

alle porte del silenzio bussa l'assenza

Poemetto di giovanni Scardovi

Uscito ad agosto del 2021, per la casa editrice di Udine, capanotto di carlo

conti, questo poemetto, presente in un piccolo opuscolo, è un testo carico

di riflessioni sul nostro tempo, ma, soprattutto, capace di evocare attraverso

il verso atmosfere e sentimenti di rara suggestione poetica.

Qui una sintesi della postfazione di carlo marcello conti al testo. Seguono

una breve presentazione biografica di giovanni Scardovi e la sua poesia.

buona lettura

Postfazione al testo

di carlo marcello conti

La letteratura non è tutta la

cultura di un popolo, ma la

scrittura bifronte di Giovanni

è partecipe e si confronta,

in continuo svelamento,

con l’universo e la universalità

che raggiunge è il centro della sua

poesia. Il grande foglio di terra cotta

delle sue parole.

Un racconto oracolo del mondo.

Ci conosciamo da molti anni e in questo

significare si fa sempre più solida

la mia approvazione.

Raramente la poesia squarta anche il

pensiero.

L’opera diventa svelamento, dell’occulto

è una forma, la forma data al taciuto

di questo mondo (pubblico e privato).

Una voce certa rapita al silenzio,

carne della carne che si fa incarnata

libido del tempo, utilità dell’inutile,

innaturalità della natura, orecchio

del cosmo.

Nota biografica

Nato il 18 dicembre 1944 in Romagna,

Giovanni Scardovi poeta e scultore è

stato docente di plastica ornamentale

alle Accademie Di Belle Arti di Bologna,

Ravenna e Venezia.

Ha tenuto corsi sugli archetipi dell’immaginario,

sul simbolico e sull’allegoria,

pubblicando un testo sulla scultura

dal titolo Solida imago, Campanotto

Editore, Pasian di Prato (Udine), e due

raccolte di poesie dal titolo Preˆt-à

porter Campanotto Editore, Pasian di

Prato (Udine), e Le virtù dell’assenza,

Edit Faenza.

Le sue poesie e le sue sculture sono

caratterizzate da immagini metamorfiche

e surreali che portano ad una tensione

oracolare ed enigmatica, dove

l’ossimoro celebra nel bifrontismo la

congiunzione degli opposti.


ALLE PORTE DEL SILENZIO BUSSA L’ASSENZA

Anche se non appari

in questo deserto d’attesa,

tu, miraggio dell’assenza

bussi alle porte del silenzio.

Io dimenticai le parole

che spalancano il vuoto

e riempiono l’abbandono.

Qui mentre incedi

i tuoi fianchi rinnovano avanzando

l’oscillante equilibrio dell’equinozio.

La notte

adagia

la sua carezza

sul volto del giorno,

tutto ciò che avevo dimenticato ora ritorna,

tutto ciò che avevo nascosto ora riappare

e sotto la pioggia battente

del possibile,

frana l’intransigenza del mio orgoglio.

Io sono stato graffiato

da un artiglio di passato

che induce la memoria a credere

che tu non esisti,

io vengo da un luogo in cui

la notte dura quanto il giorno

e la bellezza nasce

dall’imperfetta simmetria,

ora ti dico:

ti ho vista

alle porte del buio,

dove bussa la mancanza,

alle soglie dell’assenza,

dove l’abbandono

deposita la memoria.

Sei tu che percorri con la carezza

gli anfratti del tempo

tu che vieni dal futuro trascorso

dove si ricava

ogni conoscenza.

Tu che abiti nella congiunzione

degli opposti

che altri credono contraddizione,

tu che accoglievi

l’inesorabile intransigenza del tempo,

ora io ti chiamo

a testimone di un’armonia che

induce il possibile.

Qui sotto gli archi di allora

sussurrano i muschi,

sotto questi portici

le nostre voci lontane

intonano la nenia

che accompagna un’alba

che sembra un tramonto,

perchè in questo luogo

inizio e fine si assomigliano.

così io risalgo contro corrente

dalla foce per vedere

lo smarrirsi del procedere della nostra

storia,

in questa idea di progresso

che genera incubi,

incubi che conducono

ad un madido risveglio

perplessità che tarlano

il pensiero

con l’ossessione del profitto,

e il globalismo omologante delle somiglianze.

Ora risalgo la sorgente

per ritrovare i fantasmi

primordiali dell’origine

occultati dagli strati

della ragione.

qui risalgo alla scaturigine del tempo

là dove tutto ricomincia

e le differenze

scoprono somiglianze,

mentre il potere

nega nelle omologazioni

l’epifania di un altro possibile.

Noi abitanti il quando

sonno e risveglio si intrecciano,

siamo percorsi

da luci ed ombre

tra disvelamento e nascosto.

Renè Magritte: “souvenir de voyage”:

riflessa memoria

delle apparenze

nello specchio del ricordo,

immagine della parola

che dice l’oggetto che non c’è,

potenza della letteratura

che dice l’assenza,

bocca che contiene tutto

e tutto dice e predice.

Le parole

si svegliano dal letargo del silenzio

appaiono le ombre del taciuto,

silenzio che

può rompersi,

vocazione del vuoto,

enigma del nulla.

Qui la voce ritorna eco

e bussa alle porte dell’attesa,

qui il presente è memoria

e da corpo all’assenza.

Chiamami!

Io sono il ritorno

ma tu non mi riconosci

perchè qui lo specchio

non riflette l’identico,

ma l’altro,

alterità del medesimo.

Tu che attraversi

l’altipiano delle perplessità

percorrendo

l’eventualità dell’incerto

e arrivi serenamente al dunque,

ora sai

che dall’accettazione del dolore d’esistere

colgo l’immagine di un altro possibile.

Nell’unità degli opposti

abita il cosmo,

opposti che si congiungono:

in giorno e notte,

guerra e pace,

sazietà e fame,

risacca dei contrari

giano bifronte che avanza e recede

nella carezza ripetuta

dell’invisibile armonia.

Ora fa giorno sulle rovine degli indizi

è l’alba sugli interrogativi

delle perplessità.

In questo luogo

dove si celebra la dimenticanza

si commemora l’oblio:

siamo nel “qui ed ora”,

il presente non ha storia

e il futuro è già passato,

domani è il fantasma di ieri

narrazione di un doppio già accaduto

nell’eterno ritorno.

Qui è la divina opposizione

che ti parla

è lei l’occhio della spirale

che s’avvolge e si svolge

nel centro e dal centro,

come questo gomitolo

che sciolgo e avvolgo

per uscire da questo labirinto

e in questo perdermi mi ritrovo:

gorgo della spirale,

onfalos, ruota immobile

che si rinnova ricominciando,

scia di luce

pulviscolo in cui

si manifesta apeiron l’illimitato

principio dell’archè

dai cui contrari

tutte le cose hanno origine.

Giovanni Scardovi


82

mostra “dante In arte”

bolzano 30/09/2021- 28/10/2021

comitato di bolzano

Società dante alighieri

Di Giulio Clamer - Presidente Società Dante Alighieri

“Paolo e Francesca” Inf. V, 70-75 (tecnica mista)

Dante in arte. “Interpretazioni dantesche

contemporanee: viaggio grafico

nell’oltretomba” è il titolo dell’iniziativa

proposta dalla Società

Dante Alighieri Comitato di Bolzano

in collaborazione con l’Ufficio Cultura - Ripartizione

Cultura Italiana della Provincia Autonoma

di Bolzano - Alto Adige. Iniziativa che ha

ricevuto il patrocinio e il sostegno del Comitato

Nazionale per le celebrazioni dei 700 anni dalla

morte di Dante Alighieri istituito presso il Mi-

BACT Ministero per i Beni e le Attività Culturali

e per il Turismo (attuale Ministero della Cultura).

Il fulcro è stato una mostra, ospitata presso il Centro

Trevi TREVILAB di Bolzano, che inaugurata

il 30 settembre è durata fino al 28 ottobre 2021.

Sono state esposte 50 opere dalla collezione privata

di Fulvio Vicentini, studioso di Dante, cultore

d’arte ed esperto di editoria artistica, appassionato

fotografo e film - maker bolzanino, in cui artisti

italiani ed esteri hanno interpretato, con diverse

sensibilità e differenti tecniche e materiali, momenti

della Divina Commedia. Dai lavori di Aligi

Sassu che ha realizzato circa centocinquanta tavole

ad acrilici sulla Divina Commedia - alla foto

scattata da Giovanni Umicini alla Biennale di Venezia

1995 che riprende Luigi Ontani con la sua

opera “PavonDante”, Foto alle immagini dell’altoatesino

Markus Vallazza, che ha dedicato a

Dante e alla Commedia una considerevole parte

della sua attività artistica. Lo stesso Fulvio Vicentini

era presente con una scultura in vetro fuso raffigurante

“Caron dimonio”, realizzata da Glass Art

Design Vetroricerca. Tra i nomi degli artisti internazionali,

basti citare quelli dello statunitense Mil-


“Pavon Dante” Par. XXII, 135 (fotografia)

“Nel mezzo del camin di nostra vita…” Inf. I, 1 ( disegno in china)

ton Glaser, noto per il logo I <3 NY, o

quello del disegnatore francese Moebius

(pseudonimo di Jean Giraud).

“Dante in arte” era in continuità con la

realizzazione del calendario 2021 “Interpretazioni

Dantesche. Viaggio grafico nei

regni dell’oltretomba” che raccoglie alcune

delle opere presenti anche in mostra

e ha suscitato molti consensi, tanto da essere

stato interamente pubblicato sull'Annuario

di Arte Moderna 2021-Artisti

Contemporanei- Acca International Srl.

La particolarità della mostra consisteva

nell’associare a ciascuna opera la cantica,

il canto e le terzine dantesche che l’hanno

ispirata: i personaggi storici o della mitologia,

le situazioni, le emozioni, i luoghi

descritti da Dante, rappresentati graficamente

dai diversi artisti, compaiono

insieme ai testi che li hanno ispirati. Il

contenuto delle terzine è stato volutamente

riproposto con semplicità per garantire

l’accessibilità dei contenuti ampliati

anche grazie ai codici Qr associati ad

ogni scheda descrittiva delle opere.

La particolare attenzione data al tema

dell’accessibilità, ha previsto anche alcuni

testi “in lingua facile”, in collaborazione

con l’Ufficio Persone con disabilità

della Provincia. È stata esposta anche una

stampa in rilievo del volto di Dante, così

come è stato raffigurato da Sandro Botticelli

nel XV secolo, messa a disposizione

dal Museo Tattile Statale Omero di Ancona.

Questo tipo di stampe rendono fruibili

le opere d’arte alle persone non

vedenti e ipovedenti.

Ad arricchire l’esposizione, c’erano 9

medaglie a tema dantesco di importanti

scultori tra cui Manzù, Greco e Moschi e

quella del 700° anniversario della morte

di Dante coniata quest’anno, messe a disposizione

dalla Centro Dantesco dei

Frati minori di Ravenna e infine una

scelta di francobolli provenienti dalla

collezione privata di Aurelio Molfa.

La mostra “Dante in arte” si è conclusa

come previsto il 28 ottobre 2021 dopo effettivi

20 giorni di apertura al netto dei

giorni di chiusura; i risultati ottenuti sono

stati eccellenti come testimoniato dai numeri:

873 visitatori complessivi anche se

ciò che ha assegnato particolare valore

alla mostra è stato il numero delle classi

che hanno usufruito delle visite guidate

proposte a cura della dott.ssa Marina Mascher.

Infatti sono state 19 le classi di Istituti superiori,

di cui 4 del Classico Carducci e

6 dell’Istituto Galilei; sono state pure

presenti classi dei licei Pascoli, Torricelli,

Pertini, Rainerum e Istituto Battisti. Si

trattava generalmente di classi terze, ma

c’erano anche alcune classi quarte. Non

sono mancate 2 classi terze delle medie

Foscolo e Archimede.

Quindi in tutto 21 classi. I docenti accompagnatori

hanno espresso soddisfazione

per la visita ed in alcuni casi sono

tornati con un’altra classe.

Gradita inoltre la presenza di una classe

terza dell’Istituto Tecnico commerciale

in lingua tedesca e la visita di un gruppo

di funzionari della ripartizione 14 - Cultura

Tedesca.


84

“Volto di Dante” Pur. XXX, 73 (monotipia)

“Trionfo della Vergine” Par. XXXI, 16 (acquerello)

“Caron dimonio, con gli occhi di bragia” Inf. III, 109 (fusione in vetro)

Folto anche il numero delle Associazioni culturali

che hanno richiesto una specifica visita guidata e che

hanno gradito la mostra.

Tentando di fare un’analisi dei motivi che hanno determinato

questo successo si ritiene che abbiano inciso

parecchi fattori oltre al valore delle opere

esposte, insieme ad una vera e propria carrellata dei

metodi adottati dagli artisti contemporanei per esprimere

la propria arte. La qualità delle medaglie commemorative,

la Divina Commedia del 1564 esposte

sono state fonte di interesse, ma hanno inciso soprattutto

la correlazione tra le opere e le terzine dantesche

che attraverso una parafrasi semplice ma corretta

hanno avvicinato Dante, come si voleva, agli

studenti e al pubblico adulto, fino a diventare un’opportunità

divulgativa e didattica in particolare per le

classi.

Ritenendo di fare un servizio alle scuole e a chi ne

avesse interesse, il Comitato di Bolzano della Dante

Alighieri ha deciso di caricare nel sito www.danteinarte.info

tutti i materiali presenti in mostra, le opere

quindi il catalogo, le schede con il curricolo degli

autori, i versi di Dante e la loro parafrasi insieme al

codice QR e gli approfondimenti così da consentirne

l’utilizzo anche dopo la chiusura della mostra e favorire

la diffusione dell’opera di Dante rendendola

più vicina e meno complessa.


Giuseppe Trentacoste

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


86

maJa SorIĆ

I gioielli per regine moderne

di Svjetlana Lipanović

Lartista croata Maja Sorić nata a Zagabria

negli anni 50, conosciuta a livello internazionale

- è creatrice di stupendi gioielli,

simili a sculture che sorprendono

con le loro forme innovative. Finora la

sua esistenza si è svolta tra Zagabria, Belgrado ed

all’estero, negli Stati Uniti, in Tanzania ed Egitto.

Laureata in scienze politiche a Zagabria nel 1979,

negli anni a venire ha frequentato vari corsi di formazione

per imparare l’arte pittorica - a Duluth e

Minneapolis (USA) dal 1970 al 1972 - e del disegno

a Dar es Salaam (Tanzania) dal 1980 al 1985. In

Egitto, presso l’Università Hellwan a Cairo, nella

Scuola d’arte applicata, ha appreso le tecniche della

lavorazione dei metalli preziosi e della creazione di

gioielli dal 1998 al 2001 e, nello stesso periodo, la

sua incessante ricerca l’ha portata a Bled. Nella città

slovena ha partecipato ai corsi di pittura, per approfondire

le sue conoscenze nel campo d’arte. Sicuramente,

per la sua originale produzione artistica, è

stato fondamentale il soggiorno con gli studi effettuati

in Egitto. La grande storia egiziana si rispecchia

nei suoi gioielli fiabeschi, che sono una combinazione

in cui le reminiscenze dell’arte orafa esistente

nel passato si notano nelle forme nuove, stilizzate e

arricchite con materiali ricercati. Il mondo scintillante

di Maja Sorić ha qualcosa di magico, che restituisce

la bellezza persa nella notte dei tempi alla

società contemporanea. Guardando i suoi gioielli si

possono immaginare notti orientali con le odalische

ricoperte dei preziosi ornamenti. La creatività dell’artista

si è indirizzata anche verso forme più attuali

e informali, nelle quali predomina il colorito acceso

di svariati materiali. Le sue raffinate creazioni non

sono dei semplici accessori dell’abbigliamento ma

vere opere d’arte che possono presentarsi autonoma-


mente, poiché hanno una propria forza

espressiva e un indubbio valore estetico.

Le magnifiche collane con le pietre

semi-preziose - onice, turchese, topazio,

corallo, cristallo del deserto, ametista,

lapislazzulo - che brillano inserite nell’argento

dorato, i grandi braccialetti e

gli anelli simili ai piccoli scudi, gli orecchini

dorati, oppure le spille preziose,

sono un omaggio alla storia delle donne

mediterranee e orientali che hanno sempre

portato gioielli per abbellirsi, anche

come talismani per ottenere la protezione

contro influssi negativi di varia natura.

È interessante scoprire tutti i nuovi

materiali, spesso “poveri”, usati dall’artista

con altri molto preziosi come: la

pietra vulcanica, i tubi piccoli e multicolori

delle reti in plastica, la pelle colorata

dei pesci, ed altro. Il suo processo creativo

inizia con disegni preparatori, spesso

accompagnati da un modello in carta,

tessuto, cera, plastica. In seguito le sue

idee vengono realizzate - con la sua continua

partecipazione - dall’orafo. Il risultato

sono i gioielli pronti a essere indossati

dalle persone che sanno apprezzare

la grande bellezza delle forme perfette,

riccamente decorate.

Maja Sorić ha partecipato a innumerevoli

mostre internazionali ed in patria,

dal 1983 in poi. In Italia, l’artista ha

esposto le sue stupende creazioni - come

body-art - al Primo e al Terzo Biennale

Internazionale Donne, a Trieste nel 2017

e 2021.

Inoltre le sue opere hanno ottenuto un

meritato successo in importanti esposizioni

presso gallerie prestigiose in: Egitto,

Tanzania, Arabia Saudita, Francia,

Regno Unito, Slovenia, Croazia, Bosnia

ed Erzegovina, Libano, Kuwait, Malta

ed altri paesi sparsi nel mondo. Il pubblico

internazionale ha potuto ammirare

i suoi gioielli-sculture fuori del tempo,

con i quali ogni donna si potrà sentire

una regina moderna.


88

Art&Events

Tattoo Art Festival

Domenico Vacca - Art&trA

Si è svolta con grande successo a Roma la nuova edizione

del Tattoo Art Festival, la manifestazione dedicata ai professionisti

del settore e appassionati di tatuaggi e body painting.

Tanti i concorrenti provenienti dallo stivale rispettando le normative

vitenti anticovid eseguendo tamponi e controlli dei green pass.

Il vincitore di questa prima edizione è il tatuatore Alessandro Dulizia

(nella foto con il conduttore Tv Anthony Peth). Presenti numerosi

personaggi dello show biz. Non poteva che essere un’edizione di successo

per iniziare il nuovo anno all’insegna dell’arte.

Èlo stilista di tante star

del mondo di Hollywood

e, nell’ultimo

periodo, sta aprendo

una serie di alberghi

di lusso all’estero, ma anche in

Italia. Parliamo di Domenico

Vacca, che col suo brand di

moda è sempre più in espansione.

Un percorso iniziato grazie

alla nonna che, ad Andria in

Puglia nel 1920, aveva aperto un

atelier dove, insieme ad altre

trenta sarte, preparava abiti da

donna. A un certo punto, Domenico

ha deciso di lanciare il suo

brand oltreoceano grazie ad un

negozio sulla Quinta Strada, a

New York. Da lì sono sorte le collaborazioni con diversi divi dello

spettacolo: da Denzel Washington a Dustin Hoffmann, passando per

Al Pacino, Harrison Ford, Glenn Close, Renée Zellweger, Diane

Keaton e Michael Nouri. Sposato con l’attrice Eleonora Pieroni,

Vacca si sta avvicinando sempre più, col suo lavoro, ad un concetto

lifestyle. I suoi clienti possono, infatti, vivere un’esperienza nel lusso

marcato Domenico Vacca, attraverso gli alberghi che, a partire dalla

Puglia, sta inaugurando. Infine, in Via della Croce, vicino alla magnifica

Piazza di Spagna di Roma, è stata di recente aperta la prima boutique

in Italia di Domenico Vacca.

Cristina Moglia - Art&trA

Arriva in sardegna l’eccellenza olistica

Impegno internazionale

e cinematografico per

Cristina Moglia. L’attrice,

volto di tante fiction

nostrane, è tra i

protagonisti di Christmas Witch

- La Buona Strega Di Natale,

pellicola diretta da Francesco

Cinquemani, sequel di

The Christmas Thieves - Ladri

di Natale, che ha nel cast anche

i divi Tom Arnold e William

Baldwin, con i quali la donna

è riuscita a creare una bella sinergia.

Un ruolo, dai tratti fatati,

che ha appassionato fin da subito Cristina, che aveva sempre

sognato di poter girare una vera e propria commedia all’americana.

Il personaggio che interpreta in questa fiaba dedicata ai bambini, a

detta della Moglia, ha dei tratti che la rispecchiano anche nella vita

di tutti i giorni. Come se non bastasse, il film le ha permesso di mettere

in risalto altre due sue passioni: le fate e l’Irlanda. Un lavoro

con cui Cristina ha potuto lavorare, fianco a fianco, con l’amico e

regista Cinquemani, con cui non era mai nata una collaborazione sul set.

Arriva ad Uri vicino ad Alghero il primo centro total relax

diretto da Lucia Casiddu. Ahimsa Massaggi Olistici

coniuga varie tecniche di massaggio che agiscono sui

canali energetici affinché venga ripristinato l equilibrio

psicofisico stimolando e rilassando corpo e mente.

Ahimsa Massaggi Olistici si avvale per i suoi trattamenti, solo oli

essenziali puri al 100% visibilmente certificati. Eccellenza di livello

per tutti i tipi di trattamenti.


Eletta la Ragazza dell’anno 2021

Vincenzo Della Corte - Art&trA

Martina Nobile, 17 anni di Barcellona Pozzo di

Gotto, è la Ragazza dell’Anno 2021 eletta ad

Oliveri (Me).

La nuova Miss ama il mondo della recitazione e

la moda.

L’evento è stato presentato dal conduttore televisivo Francesco

Anania e ha visto come presidente di giuria Anthony Peth

supportato da altri due giurati d'eccezione, il direttore Umberto

Garibaldi e il presidente del premio Apoxiomeno Orazio

Anania.

Per la categoria Teenager affermazione di Giorgia Pelleriti.

Da diverse settimane, gli abbonati di Amazon Prime

Video possono guardare Italian Horror Stories,

film a episodi, supervisionato da Claudio Fragasso,

dove l’attore Vincenzo Della Corte recita al fianco

di Giovanna Rei in “Amore non è ammore se muta quando scopre

mutamenti”, che ha scritto e diretto. Ex volto di Un posto al

sole, dove ha interpretato diversi personaggi così come ne La

squadra, l’uomo si è avvicinato al mondo del cinema e della televisione

grazie al mito di Bruce Lee e, dopo alcuni anni trascorsi

sul ring come pugile, si è fatto sempre più strada nel

mondo dell’arte e della recitazione. Non a caso, lo scorso gennaio,

ha ricevuto il Premio Vincenzo Crocitti come attore

emergente. Nel suo curriculum anche Un medico in famiglia e i

Cesaroni ed il film Tris di donne e abiti nuziali di Vincenzo Terracciano,

che aveva nel cast anche Sergio Castellitto e Francesco

Di Leva.

Giuseppe Longo - Art&trA

Cantando, ballando

Nuovi progetti attendono il cantautore siciliano Giuseppe

Longo. L’interprete de Il volo di Icaro, uno dei suoi brani

di maggiori successo che si può vedere e ascoltare su Youtube,

sarà infatti impegnato nella primavera del 2022 con

uno spettacolo teatrale e, attualmente, sta svolgendo la post produzione

del suo nuovo disco, tutto da scoprire. Certo del fatto che la

musica rappresenti l’opportunità di liberare, attraverso la sua primordiale

natura evocativa, le emozioni fossilizzate nell’inconscio più profondo,

Longo ha cominciato a dare sfogo della sua arte quando aveva

soltanto 15 anni, facendosi influenzare, con la sua chitarra, da Lucio

Battisti, che considera il padre dei cantautori, ma anche da Paolo

Conte, Ivano Fossati, Francesco De Gregori. Non a caso, i suoi

testi sono molto impegnati e danno importanza all’alchimia di musica

e parole, non cadendo mai in già sentiti cliché.

La 7a edizione del Festival “Cantando Sanremo”,

che si è svolta a San Filippo del Mela, ha visto la vittoria

di Francesco Pirri di Novara di Sicilia.

Sul podio anche Maria Elena Torre e Antonio Cannistrà.

La Kermesse canora è stata presentata da Francesco

Anania. Tra i giurati il conduttore TV Anthony Peth, l’attore

Fabio La Rosa e il musicista Filippo Lui.


90

MOSTRE D’A R T E In I T

a cura di Silvana Gatti

ASTI

PAlAZZO MAZZETTI

fInO Al: 1 MA GGIO 2022

I MAccHIAIOlI. l’AVVEnTuRA

DEll’ARTE MODERnA

A Palazzo Mazzetti una mostra con una novantina

di capolavori dell’arte dell’Ottocento

italiano dalla macchia al naturalismo,

in gran parte provenienti dalle più prestigiose

collezioni private europee. Un’occasione

unica per scoprire i Macchiaioli, il

movimento pittorico più importante dell’avanguardia

italiana risorgimentale.

Esposte opere quali Mamma con bambino

(1866-67) di Silvestro Lega, Tramonto in

Maremma (1900-05) di Giovanni Fattori,

Bambino al sole (1869) di Giuseppe De

Nittis, accanto a Alaide Banti sulla panchina

(1870-75) di Cristiano Banti, Una visita

al mio studio (1872) di Odoardo Borrani.

In mostra anche opere a cavallo tra Ottocento

e Novecento che raccontano come

i Macchiaioli abbiano influenzato le successive

generazioni di pittori. Opere dai

contenuti innovativi per l’epoca che vertono

sulla potenza espressiva della luce,

che rappresentano la punta di diamante di

ricche collezioni di grandi mecenati di quel

tempo, talvolta donate dagli autori stessi e

spesso acquistate per sostenere ì pittori. Ponendo

a confronto i capi d’opera della

“macchia” (1856-1868)e del naturalismo

toscano (1865-1900), la mostra propone un

percorso che va dalla nascita all’evolversi

e al termine dell’esperienza dei Macchiaioli

e del loro entourage, dal 1856 fino al ‘900

inoltrato. La mostra, curata da Tiziano Panconi,

è realizzata dalla Fondazione Asti

Musei con la Fondazione Cassa di Risparmio

di Asti, la R. Piemonte e il Comune di

Asti, col contributo della Fondazione Cassa

di Risparmio di Torino. È organizzata da

Arthemisia, in collaborazione col Museoarchives

Giovanni Boldini Macchiaioli di

Pistoia. Sponsor il Gruppo Cassa di Risparmio

di Asti.

bASSAnO DEl GRAPPA

MuSEO cIVIcO

DAl: 4 DIcEMbRE 2021

fInO Al: 30 MA GGIO 2022

EbE cAnOVA

La statua di Ebe, simbolo dell’eterna giovinezza,

fu distrutta dal bombardamento

alleato su Bassano del 24 aprile 1945, ed i

suoi frammenti venero raccolti come reliquie.

Frammenti rimasti nei depositi dei

Musei Civici per più di 70 anni, perché la

loro ricomposizione era ritenuta impossibile.

In seguito, nuove tecnologie hanno

permesso alla mitica Ebe di Bassano del

Grappa di ritrovare la sua forma, grazie all’intervento

finanziato dal Rotary Bassano

e dal Rotary Asolo Pedemontana del Grappa,

con la collaborazione del Comune di

Forlì, proprietario della versione marmorea

di Ebe cui il gesso bassanese è collegato.

Per celebrare l’evento, la Città di

Bassano del Grappa propone il capolavoro

quale protagonista di questa mostra sulla

rivisitazione canoviana della figura di Ebe.

Canova tradusse questa divinità nell’immagine

della gioventù all’apice della sua

bellezza, realizzandone due versioni che,

trasposte in marmo, fanno parte di quattro

collezioni: dagli Staatlichen Museen di

Berlino all’Ermitage di S. Pietroburgo,

dalla Collezione Devonshire a Chatsworth

ai Musei di S. Domenico di Forlì. Nel Salone

Canoviano del Museo bassanese, la

Ebe “restituita alla sua primitiva bellezza”

è a confronto con la prima versione in

gesso dello stesso soggetto, patrimonio

della padovana Collezione Papafava. I due

capolavori sono al centro di un percorso

che evoca l’alterna fortuna del mito di Ebe

nelle arti figurative. Un mito che ha influenzato

pittori del Rinascimento quali

Parmigianino e Rosso Fiorentino; fino all’invenzione

canoviana alla fine del XVIII

secolo. Un’immagine, quella di Ebe, che

accompagnerà la carriera dello scultore e

che trova eco tanto nel tema delle figure

danzanti protagoniste dei disegni e dei monocromi

su tela grezza, quanto nei ritratti

delle celebri donne del suo tempo acconciate

alla moda, fino alle teste ideali, genere

di successo in cui lo scultore veneto

sperimenta sottili e infinite variazioni del

“bello ideale”. Un capitolo illustra il complesso

intervento di restauro che ha ridato

dignità alla Ebe bassanese.

bOlOGnA

PInAcOTEcA nAZIOnAlE

DAl: 4 DIcEMbRE 2021

fInO Al: 20 fEbbRAIO 2022

AnTOnIO cAnOVA E bOlOGnA

AllE ORIGInI DEllA PInAcOTEcA

L’esposizione, a cura di Alessio Costarelli,

è promossa in sinergia con l’Accademia di

Belle Arti di Bologna e si è avvalsa della

collaborazione della Società di Santa Cecilia.

Amici della Pinacoteca Nazionale di

Bologna, del Dipartimento di Architettura

dell’Università di Bologna e della casa editrice

Electa. Il Salone degli Incamminati del

museo statale di via delle Belle Arti con

questo allestimento approfondisce il tema

dei rapporti tra Antonio Canova (1757-

1822) e la città di Bologna, le sue istituzioni

ed i suoi artisti, evidenziando il ruolo dello

scultore nella storia della collezione della

Pinacoteca. Il maestro del Neoclassicismo

italiano adoperò infatti la sua diplomazia

per recuperare il patrimonio artistico della

città dalla Francia, dove era stato accumulato

dopo le spoliazioni napoleoniche. Dipinti,

sculture, manoscritti e documenti provenienti

da diverse istituzioni museali, biblioteche

e archivi affiancano le opere del

museo, il cui percorso espositivo permanente

è parte integrante del progetto. Di particolare

rilevanza è il contributo dell’Accademia

di Belle Arti di Bologna e quello

dei Musei Civici di Bassano del Grappa.

Fondamentali sono stati anche i prestiti generosamente

concessi da istituzioni bolognesi

come le Collezioni Comunali d’Arte,

la Biblioteca dell’Archiginnasio, l’Università

di Bologna e la Fondazione Carisbo,

oltre che dalla Pinacoteca Civica di Cento.

La rassegna è corredata dal catalogo edito

da Electa, con un progetto grafico dello Studio

Leonardo Sonnoli.


A l I A E fuORI cOnfInE

bREScIA

PAlAZZO MARTInEnGO

DAl: 22 GEnnAIO 2022

fInO Al: 12 GIuGnO 2022

DOnnE nEll’ARTE.

DA TIZIAnO A bOlDInI

La rassegna, curata da Davide Dotti, presenta

oltre 90 opere di artisti quali Tiziano,

Guercino, Pitocchetto, Appiani, Hayez,

Corcos, Zandomeneghi e Boldini che

hanno rappresentato il mondo femminile.

Il percorso è suddiviso in otto sezioni -

Sante ed eroine bibliche; Mitologia in rosa

e storia antica; Ritratti di donne; Natura

morta al femminile; Maternità; Lavoro;

Vita quotidiana; Nudo e sensualità. Tra i

capolavori esposti, la Maddalena penitente,

un olio su tela di Tiziano, proveniente

da una collezione privata tedesca,

per la prima volta in Italia. A questo, si aggiunge

Coppia di amanti in piedi, un disegno

di Gustav Klimt (1862-1918), che

anticipa lo stile de Il bacio e de L’Abbraccio

del Fregio Stoclet, capolavori del maestro

austriaco. Ispirandosi a testi sacri e

libri agiografici, gli artisti hanno eseguito

tele raffiguranti sante: Maddalena col vasetto

di unguenti; Caterina con la ruota

dentata; Barbara con la torre; Margherita

con il drago; Cecilia con gli strumenti musicali.

Inoltre le eroine bibliche quali Giuditta,

Salomè, Dalila, Susanna e Betsabea.

Anche la letteratura classica e la mitologia

hanno ispirato gli artisti (Diana, Venere,

Minerva, Giunone), figure mitologiche

(Leda, Europa, Onfale, Circe, Dafne) e

donne che hanno preferito la morte al disonore.

Si pensi, a Cleopatra; a Lucrezia,

che si trafisse il petto col pugnale dopo essere

stata violentata da Sesto Tarquino; e a

Sofonisba, che bevve il veleno inviatole

dal marito per non vivere come schiava dei

romani. Nell’ambito della pittura dell’Ottocento,

la donna è stata colta nella quotidianità,

ma anche in atteggiamenti maliziosi

e intimi per esaltarne la sensualità,

come testimoniano i capolavori di Giovanni

Boldini, artista italiano della Belle

Époque. In occasione della mostra, il Museo

Diocesano di Brescia organizza unA

esposizione, a cura di Davide Dotti, sul

tema della raffigurazione femminile nella

pittura sacra.

bREScIA

PInAcOTEcA TOSIO MARTInEnGO

fInO Al: 27 fEbbRAIO 2022

VElàZQuEZ PER cERuTI.

L’eccezionale prestito dall’Ermitage di

San Pietroburgo a favore di Pinacoteca

Tosio Martinengo di Brescia permette di

ammirare uno dei capolavori di Diego Velázquez

(1599-1660) e di creare un dialogo

con la pittura di Giacomo Ceruti, il

Pitocchetto (1698-1767). Quella tra Velázquez

e Ceruti è una vicinanza di intenti

che trova forma, a un secolo di distanza,

sotto l’egida della pittura della realtà. Il

dipinto, intitolato Il pranzo, olio su tela

datato intorno al 1617 e parte della collezione

di Caterina la Grande, è esposto

all’interno della sala della Pinacoteca di

norma dedicata alla pittura pauperistica di

Ceruti e riallestita per questa occasione,

sottolineando i punti di incontro e la dimensione

europea dell’artista milanese di

nascita e bresciano d’adozione. Intorno a

Velázquez, le opere di Ceruti: Donne che

lavorano (1720-1725), Ritratto di due ragazze

(1720-1725), I calzolai (1725-1730),

Due poveri in un bosco (1730-1735), Due

pitocchi (1730-1734), Portarolo (1730-

1734). La curatela del progetto è affidata

a Guillaume Kientz, direttore di Hispanic

Society Museum & Library di New York,

già responsabile delle collezioni di arte e

scultura spagnola, portoghese e latinoamericana

al Museo del Louvre di Parigi,

e curatore, nel 2015, della grande retrospettiva

su Diego Velázquez al Grand Palais

di Parigi. Il pranzo di Velázquez

arriva per la prima volta in Italia, e più in

generale permette al pubblico di ammirare

una delle rare opere del Maestro nel

nostro paese. Con questo progetto Fondazione

Brescia Musei, presieduta da Francesca

Bazoli e diretta daStefano Karadjov,

conferma l’importante e attiva

rete di scambi con istituzioni culturali del

mondo. In particolare, la stretta collaborazione

con Museo Statale Ermitage prevede

il prestito di Velázquez e, contemporaneamente,

la presenza nelle sale del

museo russo di due capolavori di Ceruti

come Lavandaia (1735) e Filatrice (1730-

1735), parte della collezione bresciana.

Foto in alto: Diego Velázquez, Il pranzo,

olio su tela, ca. 1617. Photograph © The

State Hermitage Museum, 2021 © Vladimir

Terebenin.

lEccE

MuST MuSEO STORIcO cITTà DI lEccE

fInO Al: 13 MARZO 2022

GIAncARlO MOScARA.

OPERE 1955-2019

La retrospettiva del MUST rende omaggio

alla figura di Moscara nei vari settori della

sua ricerca artistica e attività professionale:

la comunicazione d’impresa, il disegno politico

italiano e l’attività editoriale dove la

sua attitudine di comunicatore deve un grande

tributo alla sua arte. La mostra è realizzata

dalla Regione Puglia - Assessorato alla

Cultura, attraverso Teatro Pubblico Pugliese

e Polo bibliomuseale di Lecce e al Comune

di Lecce - Assessorato alla Cultura con il

supporto della Casa Museo Moscara e di un

comitato scientifico formatosi ad hoc. Pugliese,

classe 1940, scomparso nel 2019,

Giancarlo Moscara si è espresso in linguaggi

diversi, dalla pittura alla grafica, dall’illustrazione

alla poesia, giocando spesso con

la tecnologia e manifestando la sua attitudine

di sperimentatore nella scelta di materiali

diversi a cui affidare colori e armonie.

La comunicazione industriale lo ha visto, tra

gli anni ‘70 e ‘90, rivoluzionario innovatore

dell’immagine di Iri, Eni, Agip, Vorwerk,

Olivetti o dell'illustrazione politica - accanto

ad Altan, Tullio Pericoli e Alfredo Chiappori

tra i massimi rappresentanti in Italia di questa

‘scuola’ - con i disegni/editoriali per il

periodico culturale Rinascita e i “Giornali

murali” dell’ARCI. Per la casa editrice De

Donato ha realizzato il volto della collana

Dissensi e disegnato centinaia di copertine.

Tutto ciò gli ha dato fama nazionale lasciando

ai margini della notorietà la sua ricerca

artistica. La Mostra, il cui progetto

curatoriale è affidato alla Casa Museo Moscara/Archivio

d’artista Giancarlo Moscara,

si avvale del supporto della famiglia dell’artista

- la compagna di vita Titti Pece, storica

dell’arte e il figlio Marcello Moscara, artista,

fotografo e graphic designer - ha l’obiettivo

di diffondere la conoscenza della sua

opera restituendole valore e riconoscendo

l'importanza e l’influenza che ha avuto nello

sviluppo di tutta la sua attività professionale.

Il percorso cronologico si sviluppa dagli

anni ’60 (la formazione dell’artista) sino

agli ultimi lavori, realizzati nel 2019.


92

MOSTRE D’A R T E In I T

MATERA

cHIESE RuPESTRI MADOnnA DEllE

VIRTÙ E S. nIcOlA DEI GREcI

fInO All’ 11 GIuGnO 2022

DAlì.

lA PERSISTEnZA DEGlI OPPOSTI

Nella suggestiva località dei Sassi di Matera,

Salvador Dalí - La Persistenza degli Opposti è

un percorso espositivo articolato in quattro

macro-aree tematiche, accompagnato da una

narrazione che si snoda lungo tutto il percorso,

che racchiude alcuni tra i principali dualismi

concettuali che formano l’arte di Salvador Dalí,

quella contrapposizione di opposti che trovano

compensazione soltanto attraverso l’ispirazione

artistica. La Persistenza degli Opposti è un

percorso pensato per rappresentare i principali

dualismi concettuali dell’arte di Dalí. La sua

arte rappresenta l’espressione del grande dualismo

fra razionale e irrazionale. I quattro temi

scelti per il percorso museale sono il Tempo,

gli Involucri, la Religione e le Metamorfosi. Il

tempo per Dalí è una costante incostante, rappresentata

nella sua mollezza. È impossibile,

dopo le scoperte scientifiche del ventesimo secolo,

interpretare il tempo come qualcosa di

fisso. La relatività permea ogni cosa, e porta

con sé la paura della morte, del passare dei

giorni, e tutte le ansie dell’uomo. Dalí ne è

sommerso: tramite il metodo paranoico-critico,

egli scandaglia ogni agitazione del proprio inconscio,

trasponendo su tela quella “paranoia”

che è per lui una malattia cronica. Centrale nel

pensiero di Dalí è il contrasto tra un esterno

duro e un interno molle. Il contrasto esterno/interno

rappresenta il concetto secondo cui gli individui

costruiscono difese protettive (dure)

intorno alla vulnerabile psiche (morbida). Lo

stesso Dalí è duro e morbido al medesimo

tempo. Quello che di lui vede la gente è l’esterno

duro. Il suo gusto per lo spettacolo, le

azioni bizzarre, le affermazioni stravaganti, deviano

gli occhi degli spettatori dal vero Dalí.

La religione ha giocato un ruolo centrale nella

vita del pittore dagli anni ‘50 in poi. Dalí aveva

sviluppato la cosiddetta “mistica nucleare” dopo

l’esplosione atomica del ‘45. Iniziò così a

reinterpretare figure religiose attraverso l’utilizzo

di concetti scientifici e giochi spaziali.

Con Dalí si sovrappongono due universi: quello

della realtà pura, atavica e geologica e quello

della coerenza oggettiva del mondo onirico.

Egli vede, secondo la luminosità, una roccia

trasformarsi in un cammello o in un gallo. La

corrente surrealista rappresentava i processi

dell’inconscio, proiettando liberamente pensieri,

immagini e parole senza alcun freno inibitorio,

indebolendo i confini tra mondo onirico

e mondo reale. Spesso i soggetti surrealisti

perdono le loro forme originarie e la loro naturale

collocazione.

MIlAnO

MuSEO DEllE culTuRE

fInO Al: 27 MARZO 2022

un AlTRO MOnDRIAn

Partendo dal paesaggio olandese, la ricerca artistica

di Piet Mondrian mira all’essenzialità,

giocando sulla tela con linee e quadrati molti

anni prima di dare vita alle sue opere più mature.

Questo processo evolutivo che affonda

le radici nel naturalismo e nell’impressionismo

per continuare con il post-impressionismo,

i fauves, il simbolismo e il cubismo - e

che condusse l’artista dalla rappresentazione

del paesaggio olandese allo sviluppo del suo

stile - è il filo conduttore di questa mostra.

Prodotta da 24 ORE Cultura - Gruppo 24

ORE, promossa dal Comune di Milano Cultura

con il patrocinio del Consolato dei Paesi

Bassi a Milano, l’esposizione è stata realizzata

in collaborazione col Kunstmuseum Den

Haag. Esposte anche due opere di Mondrian

provenienti dal Museo del Novecento di Milano

e un quadro neoplastico proveniente dal

National Museum of Serbia di Belgrado. La

rassegna documenta anche “De Stijl” (Lo

Stile), il movimento originatosi nei Paesi Bassi

nel 1917 da Mondrian e Theo van Doesburg,

promotori di un rinnovamento nell’arte,

nell’architettura e nel design, con opere - tra

gli altri - di Gerrit Thomas Rietveld. Dal 1908

l’artista volta le spalle ai paesaggi naturalistici

e trova ispirazione nella teosofia e nelle novità

artistiche provenienti dall’estero dipingendo

variazioni di temi diversi, dal faro al mulino

a vento, dai paesaggi marini alle dune. Gli

anni parigini sono documentati in mostra con

paesaggi grigi influenzati dal cubismo di Pablo

Picasso e Georges Braque, gli stessi che

danno avvio a un linguaggio espressivo definito

dallo stesso Mondrian “Neoplasticismo”,

con le sue linee rette, i colori primari, i piani

rettilinei. Tuttavia, Mondrian resta agganciato

alla pittura realista olandese. Nelle sue prime

opere fu un realista figurativo e - come amava

dire - nelle opere più tarde, un realista astratto.

Il percorso invita il visitatore a scoprire i capolavori

di Mondrian presentando il maestro

come uno dei più importanti coloristi del suo

tempo. Così prende forma un Mondrian che

influenza tanto l’exhibition design quanto la

moda (basti pensare alla collezione-tributo di

Yves Saint Laurent del 1965), e che ha un

ruolo centrale nel design italiano.

Foto in alto: Piet Mondrian, Mulino Oostzijdse

con cielo blu, giallo e viola, 1907-

1908 circa, Olio su tela, Kunstmuseum Den

Haag.

MODEnA

MuSEO cIVIcO

fInO Al: 25 APRIlE 2022

uMbERTO TIREllI

Al Museo Civico di Modena, nei rinnovati

spazi del Complesso San Paolo, una mostra

per celebrare Umberto Tirelli (Modena, 1871

- Bologna 1954), uno dei maestri della caricatura

del primo Novecento, a 150 anni dalla nascita.

L’esposizione, curata da Stefano Bulgarelli

e Cristina Stefani, propone 230 opere, tra

disegni, sculture, pitture, maschere e burattini,

per conoscere un artista che facendo della caricatura

l’unico mezzo di espressione si impose

a livello nazionale ed europeo. Tirelli ha

offerto uno sguardo acuto e ironico sulla borghesia

e sull’establishment locale e nazionale

nel complesso dei loro aspetti sociali, politici

e culturali, in un periodo compreso tra la Belle

Époque e la Grande Guerra, il fascismo e la

Seconda Guerra Mondiale, fino all’inizio della

Guerra Fredda e gli albori del primo boom

economico. Il percorso espositivo, nell’allestimento

progettato dalla Facoltà di Architettura

di Bologna con il coordinamento di Matteo

Agnoletto, in collaborazione con Leo Piraccini

e Matteo Giagnorio, prende avvio dallo

studio dell’artista con gli arredi disegnati da

lui stesso, i libri, le riviste, gli oggetti e gli

strumenti che documentano il metodo di lavoro

e la personalità di Tirelli. Il cuore della

rassegna è rappresentato dall’originale “Teatro

nazionale delle Teste di legno”, alto più di 6

metri, completo di scenografie e burattini, e-

sposto al pubblico a un secolo dalla sua creazione

nel 1921. Questo manufatto di teatro

caricaturale raffigura i più noti esponenti della

politica, del costume e della cultura nazionale

del periodo, tra cui il re Vittorio Emanuele III,

Gabriele D’Annunzio, Papa Benedetto XV,

Giovanni Giolitti, Giosuè Carducci, Giacomo

Puccini, Mussolini, Eleonora Duse, fino alle

maschere della Commedia dell’arte e quella

modenese di Sandrone. Umberto Tirelli ha diffuso,

attraverso la caricatura, la consapevolezza

nei confronti di un tempo segnato da

inquietudini, populismi e ambizioni che dal

fascismo hanno portato alla seconda guerra

mondiale. Lo spettacolo teatrale condensa la

pluralità dei linguaggi utilizzati da Tirelli,

nonché l’affinamento di uno sguardo già “globale”

sul proprio periodo storico e i suoi protagonisti

internazionali, come sarà in occasione

della sua ultima produzione scultorea, in

parte esposta alla Quadriennale di Roma del

1951, tra i cui soggetti figurano Stalin, Churchill

e Roosevelt, ma anche Totò, De Gasperi

e Togliatti. Foto in alto:U. Tirelli - Il grande

ristorante della pace, tempera su cartone,

1917, coll. privata.


A l I A E fuORI cOnfInE

PADOVA

cEnTRO SAn GAETAnO

Orari: 9:00 - 19:30; chiuso martedì

DAl: 29 GEnnAIO 2022

fInO Al: 5 GIuGnO 2022

DAI ROMAnTIcI A SEGAnTInI - Storie di lune

e poi di sguardi e montagne. capolavori dalla

fondazione Oskar Reinhart

In questa mostra opere della collezione Oskar

Reinhart Foundation. Meno interessato all’impressionismo

francese, rispetto ai collezionisti

svizzeri del suo tempo, Oskar Reinhart aveva

nei libri e nelle teorie di Julius Meier-Graefe il

suo punto di riferimento. Il suo collezionismo

nacque dalla mostra berlinese del 1906, che lo

stesso Meier-Graefe, assieme a Lichtwark e

Von Tschudi, dedicò alla riscoperta dell’arte tedesca

del XIX secolo. Fu quella mostra che

portò in auge il romanticismo tedesco e la figura

di Caspar David Friedrich, caduto nell’oblio

dopo la morte. La collezione Reinhart

include cinque dipinti di Friedrich, padre del

romanticismo, tutti esposti a Padova. Tra essi

spicca Le bianche scogliere di Rügen, capolavoro

assoluto. 76 opere dalla Oskar Reinhart

Foundation, selezionate da Marco Goldin, a-

prono questa rassegna partendo dal romanticismo

in Germania, con i suoi esponenti maggiori

da Friedrich a Runge a Dahl. Sette sezioni tematiche

condurranno i visitatori all’interno dell’arte

svizzera e tedesca dell’Ottocento.

Il pubblico viaggerà attraverso opere di grande

bellezza, entro una pittura che dalla modernità

dei paesaggi di fine Settecento in Svizzera di

Caspar Wolf arriverà fino a Segantini, procedendo

dal romanticismo ai vari realismi sia tedeschi

sia svizzeri. Vere e proprie sezioni monografiche

come quelle dedicate a Böcklin e

Hodler, fino all’impressionismo tedesco e alle

novità, francesizzanti, di pittori svizzeri come

Cuno Amiet e Giovanni Giacometti, il papà

dello scultore Alberto. Le parti della mostra dedicate

agli artisti svizzeri, saranno dedicate alla

poesia della montagna, con i grandi ghiacciai, i

picchi, i prati nel sole, i ruscelli, il Monte Bianco,

il lago di Ginevra. Tra Hodler e Segantini

nasce la devozione per la montagna. La mostra

ne darà ampia testimonianza. Foto in alto: Caspar

Wolf, Veduta dal Bänisegg sul ghiacciaio

inferiore del Grindelwald e sul massiccio del

Fiescherhorn,

1774 - Kunst Museum Winterthur, Fondazione

Oskar Reinhart © SIK-ISEA, Zurigo (Philipp

Hitz)

PISA

PAlAZZO blu

fInO Al: 17 APRIlE 2022

KEITH HARInG

Questa mostra è realizzata dalla Fondazione

Pisa in collaborazione con MondoMostre e con

la partecipazione della Nakamura Keith Haring

Collection, a cura di Kaoru Yanase, Chief Curator

della Nakamura Keith Haring Collection.

Esposte oltre 170 opere dell'artista statunitense,

mai state in Europa prima d'ora e provenienti

dalla Nakamura Keith Haring Collection, la

collezione personale di Kazuo Nakamura, che

si trova nel museo dedicato all'artista, in Giappone.

In mostra opere che vanno dai primi lavori

di Haring fino agli ultimi, molte serie

complete quali Apocalypse (1988), Flowers,

(1990) e svariati altri disegni, sculture nonché

grandi opere su tela come Untitled (1985).

Viene ripercorsa l'intera carriera artistica di Haring

e l’ampia gamma di tecniche espressive da

lui indagate - pittura, disegno, scultura, video,

murales, arte pubblica e commerciale - iniziando

dai disegni in metropolitana, Subway Drawings,

1981-1983 (gesso bianco/carta/pannelli

di legno) che restano tra i suoi lavori più noti e

acclamati, fino alle diciassette serigrafie dal titolo

The Bluprint Drawings, la sua ultima serie

su carta che riproduce le prime e più pure narrazioni

visive nate nel 1981, pubblicata nel

1990, un mese prima della sua morte. Keith Haring

ha soggiornato a Pisa nel 1989, per dipingere

su una parete del convento di S.Antonio,

il celeberrimo murale “Tuttomondo”, ancora intatto,

unico rimasto in Italia. Il monumentale dipinto,

che occupa una superficie di 180 metri

quadri, è una delle grandi attrazioni della città

di Pisa: un inno alla gioia che tutt’oggi è considerato

il testamento artistico di Haring. La mostra

è un’occasione importante per conoscere da

vicino l’artista statunitense, annoverato tra i

padri della street-art, sempre impegnato attraverso

i suoi lavori a sensibilizzare il pubblico

su temi quali l’energia nucleare, l’era tecnologica,

la salvaguardia dell’ambiente, il razzismo

dilagante, l’uso delle droghe e la prevenzione

contro l’AIDS. Simbolo indiscusso della cultura

e dell’arte pop degli anni Ottanta, le opere

di Haring sono familiari e note anche a chi non

sa niente di lui: i suoi omini stilizzati e in movimento,

i suoi cuori, i suoi cani e i suoi segni,

sono nel nostro immaginario collettivo.

ROMA

PAlAZZO bARbERInI

fInO Al: 27 MARZO 2022

cARAVAGGIO E ARTEMISIA: lA

SfIDA DI GIuDITTA. VIOlEnZA E

SEDuZIOnE nEllA PITTuRA TRA

cInQuEcEnTO E SEIcEnTO

Ospitata nelle nuove sale al pian terreno di Palazzo

Barberini, la mostra celebra i cinquant’anni

dall’acquisizione da parte dello Stato

italiano e i settant’anni dalla scoperta del celebre

dipinto di Caravaggio conservato a Palazzo

Barberini: Giuditta e Oloferne. Il percorso si

snoda in quattro sezioni e si apre con Giuditta

al bivio tra Maniera e Natura, opere cinquecentesche

che mostrano l’inizio di una nuova rappresentazione

del tema. La tela Giuditta che

decapita Oloferne del Merisi è il fulcro della

seconda sezione dedicata a Caravaggio e i suoi

primi interpreti e inscena un omicidio mediante

decapitazione, rompendo con la tradizione e

trovando un corrispettivo solo nella coeva produzione

di rappresentazioni sacre e drammi

teatrali. La massima interprete del soggetto è

stata, senza dubbio, Artemisia Gentileschi, cui

è intitolata la terza sezione. Artemisia, insieme

al padre Orazio, si cimentò più volte con il

tema, che diventerà un genere richiesto nelle

corti europee. La quarta e ultima sezione, Le

virtù di Giuditta. Giuditta e Davide, Giuditta e

Salomé è dedicata al confronto tra il tema di

Giuditta e Oloferne e quello di Davide e Golia,

accomunati dalla lettura allegorica della vittoria

della virtù, dell’astuzia e della giovinezza

sulla forza bruta del tiranno che finisce decapitato.

La decapitazione è alla base anche del

testo evangelico del martirio di Giovanni Battista,

e il tema di Salomé viene spesso confuso

nella raffigurazione pittorica con quello di Giuditta.

La mostra è accompagnata da un catalogo

edito da Officina Libraria.


94

MOSTRE D’A R T E In I T

TORInO

AccADEMIA AlbERTInA

fInO Al: 1 MARZO 2022

DISEGnARE lA cITTà

All’Accademia Albertina una mostra che ha

l’obiettivo di far rivivere l’energia creativa e

innovativa che rivoluzionò l’aspetto di Torino

durante la Belle Époque. In quel periodo, infatti,

i grandi artisti dell’Albertina lavoravano

per innumerevoli committenti, dal mondo ecclesiastico

a quello civile. L’esposizione è dedicata

al Liberty e all’Eclettismo dei lavori di

Giulio Casanova, docente di Decorazione all’Accademia.

Per documentare la poliedricità

di Giulio Casanova, in mostra ci sono opere

appartenenti a entrambi i mondi. Sono infatti

esposti i progetti per la teca della Santa Sindone

e per l’urna di San Giovanni Bosco, mentre

Palazzo delle Poste rappresenta l’esempio

più importante dei lavori realizzati per Torino.

Sono esposte opere originali che erano conservate

nel caveau della Pinacoteca. Accanto a

queste, scenografie multimediali preparate nei

mesi scorsi dagli allievi del corso di Scenografia.

Questa rassegna, voluta dalla presidente

Paola Gribaudo, ha ottenuto gli elogi dal Wall

Street Journal, è un viaggio affascinante che

attraversa il il periodo della Belle Époque, attraverso

la storia dell’arte e dell’architettura

torinese. La mostra è stata definita da Emanuela

Borgatta Dunnet, giornalista del Wall

Street Journal, come “un evento mozzafiato”.

La giornalista è stata colpita particolarmente

dalle opere di Casanova esposte nelle sale

della Pinacoteca. Casanova, infatti, desta ancora

meraviglia per la maestria con cui ideò e

dipinse gli elementi artistici dei suoi progetti.

Tra questi, il Caffè Baratti & Milano in piazza

Castello e il Treno Reale pensato per il matrimonio

tra Umberto di Savoia e Maria Josè del

Belgio. Casanova infatti progettò l’arredo e la

decorazione delle carrozze. Oltre all’Accademia,

la mostra prosegue anche a Palazzo Biandrate

Aldobrandino di San Giorgio, sede del

Museo Storico Reale Mutua, al Palazzo delle

Poste e al Caffè Baratti&Milano.

TREnTO

GAllERIA cIVIcA

A

fInO Al: 27 fEbbRAIO 2022

WAInER VAccARI.

cERTEZZE SOGGETTIVE

La mostra, da un’idea di Vittorio Sgarbi,

presenta la produzione di Vaccari. Curata da

Gabriele Lorenzoni, è dedicata alla memoria

di Carl Grosshaus e propone una rilettura

del lavoro di Vaccari la cui attività è emersa

negli anni Ottanta. Nonostante l’adesione al

linguaggio mediale, il lavoro di Vaccari è

del tutto personale. Esposte oltre trenta opere

e disegni che tracciano la parabola di una

continuità che caratterizza l’opera dell’artista

dai suoi esordi negli anni Ottanta fino

alla fine degli anni Novanta, allorché intraprende

strade differenti. Tra il 1999 e il

2015, si allontana dal figurativismo per ricerche

ai confini dell’astrazione. Soggetti e

atmosfere dei primi decenni riaffiorano però

nei lavori degli ultimi anni. La mostra sottolinea

il filo di “andata e ritorno” della produzione

dell’artista. Pur coerente nei temi,

la produzione di fine millennio ha contorni

più definiti, colori piani, pennellate più piatte;

quella più recente è invece caratterizzata

da scomposizioni della forma e da sovrapposizioni

di tocchi pittorici. Significativa è

la sezione dedicata ai disegni, accanto a

quella sui ritratti maschili. Elementi più

classicheggianti si mescolano a dettagli attuali,

come volti e tagli di capelli. Pur conoscendo

la pittura dei maestri antichi e coevi,

Vaccari mantiene un’autonomia che è anche

solitudine, autoesclusione dalle mode. L’aspetto

che caratterizza la ricerca pittorica di

Vaccari è quella grammatica visiva che

dagli anni Ottanta segnerà il suo percorso

portandolo a delineare un proprio universo

visivo popolato da personaggi quasi “felliniani”,

dissonanti e ironici. Nelle pose, nelle

proporzioni, nelle composizioni pittoriche e

nelle espressioni dei protagonisti la forzatura

del reale è sì straniante e parossistica,

ma non al punto di rendere implausibile la

scena. Realizzati in due secoli diversi le sue

opere sono accomunate da rappresentazioni

surreali, gesti privi di senso, allusioni sessuali,

ambientazioni metafisiche, atmosfere

sospese. La mostra si chiude con l’opera

scelta come immagine guida, La Tuffatrice,

e con un Autoritratto del 1982, un’operamanifesto

in cui Vaccari viene morso al

cuore dal dio Pan che rappresenta la natura

pagana e libera della sua infanzia in Svizzera.

VEROnA

MuSEO ARcHEOlOGIcO Al TEATRO

ROMAnO

fInO Al: 2 OTTObRE 2022

VASI AnTIcHI

La mostra sui ‘Vasi antichi’, a cura di Margherita

Bolla, dedica un focus speciale alle

ceramiche etrusche. Una sezione presenta alcuni

dei pezzi più suggestivi della raccolta di

ceramiche preromane, un’ottantina di vasi dal

VII al IV secolo a.C. circa, che fanno parte

della ricca collezione del Museo Archeologico,

normalmente non esposta al pubblico.

Di particolare impatto la vetrina dedicata alle

“ceramiche nere degli Etruschi”, con un vaso

monumentale, parte di un gruppo di vasi in

bucchero donato al Museo di Verona nell’Ottocento

da Bernardino Biondelli (nato a Zevio

nel 1804), linguista di fama, archeologo,

curatore delle collezioni numismatiche del

Comune di Milano per più di trent’anni. Le

ceramiche nere degli Etruschi, chiamati anche

buccheri, si distinguono grazie al tipico

colore nero che si trova sia sulla superficie,

più o meno compatta e lucente, sia nel corpo

ceramico. Non si tratta infatti in questo caso

di vernice sovrapposta alle pareti del vaso,

ma di un particolare procedimento di cottura

in assenza di ossigeno per impedire le trasformazioni

chimiche di ossidazione che facevano

assumere la tipica colorazione aranciata

ai minerali di ferro contenuti nell’argilla. La

parola “bucchero” non è etrusca, ma di origine

spagnola, e designava una ceramica di

colore nero di produzione sudamericana importata

nel XVII secolo, molto simile alle ceramiche

etrusche che presero dunque il suo

nome. L’invenzione del bucchero etrusco si

deve alla volontà di creare oggetti che potessero

assomigliare ai costosi servizi in bronzo,

di colore metallico e lucenti, ma che fossero

meno costosi. L’uso di crateri, brocche, calici

e mestoli in bronzo era infatti previsto durante

i banchetti degli esponenti più ricchi

della società etrusca, che molto probabilmente

aveva assimilato questa abitudine dai

Greci, con i quali da secoli intrattenevano

rapporti commerciali.


A l I A E fuORI cOnfInE

fRAncIA - PARIGI

fOnDAZIOnE luOIS VuITTOn

8, avenue du Mahatma Gandhi - Parigi

fInO Al: 22 fEbbRAIO 2022

lA cOllEZIOnE MOROZOV

La Fondazione Louis Vuitton di Parigi presenta

una mostra ricca di circa 200 opere

d’arte collezionate all’inizio del XX° secolo

dai mecenati moscoviti Mikhaïl e Ivan

Morozov. La collezione Morozov. Icons of

Modern Art riunisce una serie di opere di

artisti francesi quali Manet, Rodin, Monet,

Pissarro, Lautrec, Renoir, Sisley, Cézanne,

Gauguin, Van Gogh, Bonnard, Denis,

Maillol, Matisse, Marquet, Vlaminck, Derain

e Picasso a confronto con artisti russi

quali Repin, Korovine, Golovine, Sérov,

Larionov, Gontcharova, Malévitch, Machkov,

Kontchalovski, Outkine, Sarian o

Konenkov. Concepita dalla curatrice Anne

Baldassari. La mostra si articola attraverso

un allestimento che evoca i riferimenti storici

e l’atemporalità di opere emblematiche

che sono il preludio della nascente modernità

artistica di fine ‘800 e inizio ‘900.

Foto in alto: August Renoir - Ritratto di Jeanne

Samary - Reverie - Parigi - 1877 -

Museo statale di Belle Arti Puskin, Mosca.

SPAGnA - MADRID

MESTInI MuZEJ (MuSEO cIVIcO)

calle Alcalá Galiano, 6 28010

fInO Al: 31 luGlIO 2022

cOllEZIOnE MASAVEu. PITTuRA

SPAGnOlA DEl XIX SEcOlO.

DA GOYA Al MODERnISMO

La nuova sede della fondazione spagnola

María Cristina Masaveu Peterson ospita

una mostra con 117 opere delle sue collezioni

di pittura spagnola del XIX secolo.

La Colección Masaveu è nata dalla passione

collezionistica di diverse generazioni

di questa famiglia di imprenditori. Il percorso

inizia con Francisco de Goya e termina

con il modernismo e il postmodernismo

catalano. Sono inclusi importanti artisti

spagnoli, tra cui due grandi opere di

Francisco de Goya e Agustín Esteve, un ritratto

neoclassico di Zacarías González Velázquez

e quadri di Vicente López. Anche

i pittori madrileni eccellevano nella ritrattistica,

come dimostrano le tre opere di Federico

de Madrazo. Le opere di Eugenio

Lucas Velázquez riflettono la vena “goyesca”,

legata ai cartoni d’arazzi e alle scene

di guerra e violenza. Con i dipinti di genere

di Dionisio Fierros ed Eduardo Rosales è

documentato l’interesse per le scene di costume

nel passaggio dal romanticismo al

realismo. L’esposizione continua con le

correnti sorte nell'ultimo terzo del secolo

in cui c’è stato spazio per il genere storico

e si sono distinti Ignacio León y Escosura

e Francisco Domingo; il paesaggio nel suo

aspetto realistico con Carlos de Haes, Agustín

Riancho, Martín Rico, Mariano Fortuny

e Luis Álvarez Catalá; e quello naturalista

con Aureliano de Beruete, Eliseo

Meifrén, José Moreno Carbonero e Cecilio

Pla. In mostra anche opere di Joaquín Sorolla

e del postmodernismo catalano con

quattro scene di gitane datate tra il 1901 e

il 1909 di Isidro Nonell e due paesaggi di

Joaquín Mir e Joaquín Sunyer. Foto in alto:

Mi mujer y mis hijas en el jardín, 1910,

Colección Masaveu © Riproduzione: Fondazione

María Cristina Masaveu Peterson.

Autore: Marcos Morilla.

SVIZZERA - Rancate

(Mendrisio), cantone Ticino

PInAcOTEcA cAnTOnAlE

GIOVAnnI ZÜST

fInO Al: 25 APRIlE 2022

l’IncAnTO DEl PAESAGGIO. DI-

SEGnO, ARTE, TEcnOlOGIA

Questa mostra, a cura di Paolo Crivelli, Giulio

Foletti, Filippo Rampazzi e coordinata da Mariangela

Agliati Ruggia e Alessandra Brambilla,

illustra le intuizioni e le tecniche utilizzate da

coloro che, da metà Ottocento, guardarono e interpretarono

con nuovi il loro territorio. Nacquero

così le prime elaborazioni cartografiche,

le carte topografiche Dufour e Siegfried, allestite

secondo criteri geodetici e trigonometrici,

misurati e stabiliti con precisione sul terreno. In

seguito fu elaborata una catalogazione dei monumenti

più importanti del territorio ticinese,

guidati dal padre della storiografia artistica elvetica

Johann Rudolf Rahn (1841-1912). In mostra

è esposta una serie di disegni del suo allievo

e aiutante Hermann Fietz (1869-1931), che illustrò

e rilevò sia i principali monumenti che il relativo

paesaggio. Con uguale impegno operarono

i primi naturalisti - tra tutti Luigi Lavizzari

(1814-1875) uomo di scienza e politico - che descrissero

le componenti del paesaggio naturale

raccogliendo e catalogando i più differenti materiali.

La prima parte dell’esposizione documenta

questa operazione analitica, che fu accompagnata

non solamente dal disegno e dalla

cartografia ma anche dalla fotografia. La seconda

parte è dedicata alla presentazione di alcuni

aspetti del territorio ticinese (il bosco e la

selva castanile; il vigneto; il territorio alpino e

glaciale; l’ambiente lascustre) grazie alle opere

di artisti (quelli noti come Luigi Rossi, Edoardo

Berta, Filippo Franzoni, Ugo Zaccheo ma anche

meno noti come Remo Patocchi, Regina Conti,

Emilio Maccagni…) che interpretarono e diedero

un nuovo significato a questi paesaggi. Dipinti

messi a confronto, ove possibile, con i materiali

elaborati da naturalisti, geografi e fotografi.

Chiude l’esposizione uno sguardo sul futuro.

Oggi il paesaggio è letto attraverso l’informatica,

le nuove tecnologie (il rilevamento

fotogrammetrico; il Laser scanner e i droni) e la

geomatica. Strumenti che permettono di avere

una percezione e un’interpretazione nuova e inedita

del paesaggio. Una postazione presenta inedite

e suggestive riprese con i droni e la loro

rielaborazione attraverso un modello in 3D.



Elena Modelli

“Camaleonte” - 2021 - Ceramica smaltata

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


Elena Di Felice

“Un sogno ambizioso” - 2021 - Tecnica mista su carta applicata su tela - cm 100x100

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

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