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HUMANITAS Gradenigo Magazine, gennaio 2022

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Anno III, n.3 29 gennaio 2022

La storia del nostro ospedale

nelle parole di medici,

infermieri e pazienti

120 ANNI +2

Dal 29 gennaio 1900

riferimento per la città

STORIE DI CURA

Dal Pronto soccorso

all’emergenza Covid-19

GUIDA ALL’ OSPEDALE

Tutti gli ambulatori

e le specialità cliniche


EDITORIALE

LA NOSTRA STORIA

Sommario

3

7

LA NOSTRA STORIA

Gradenigo, una storia

lunga 120 anni +2

SPECIALE

STORIE DI CURA

120 +2

8 Giorgio Carbone

10 Edoardo Vanotti

12 Infermiere ambulatori

14 Claudio Marinaccio e Lucio Buffoni

I volti e i racconti

di questo ospedale

16 Tea Giobbio e Giorgio Matteo Berto

Giuseppe Fraizzoli,

18 Mohammad Ayoubi Khajekini

Amministratore Delegato Humanitas Gradenigo

20 Tiziano Lamberti e Claudio Filippa

22 Antonio Gallo e Gian Paolo Ferrero Regis

Con molto piacere e a nome di tutto l’ospedale scrivo le poche

24 Michele Quinto e Pino Oliveri

righe che introducono il magazine oggi nelle vostre mani.

26 Ilaria Messuti

Questo numero speciale di “Humanitas Gradenigo” illustra

28 Massimo Carpo

120 anni + 2 di storia dell’ospedale e lo fa attraverso le

30 Continuità assistenziale

“Storie di cura” che l’ospedale ha raccontato negli ultimi mesi.

32 Monica Seminara

Si tratta delle voci di medici, infermieri, personale

33 Bruna Giugno

amministrativo e pazienti, di ieri e di oggi. Le loro testimonianze

34 Servizio clienti

sono la prova tangibile che questo ospedale, aperto il 29 gennaio

36 Maria Luisa Longo e Davide Ottaviani

1900 dal professor Giuseppe Gradenigo, ricopre un ruolo

38 Chiara Chiumiento

di grande importanza per Torino ed è percepito dai suoi abitanti

40 David e Valter Rossi

come una “casa sicura”, all’interno della quale trovare assistenza

42 Vito Palandra

e conforto. In una sola parola: cura.

44 Salvatore Caviglia e Francesco Lo Iacono

“Storie di cura” avrebbe in realtà dovuto suggellare il 120esimo

46 Anna Maria e Raffaella

compleanno dell’ospedale, ma l’arrivo del Covid-19 e gli effetti

47 Luigi Laudari

legati alla pandemia ci hanno fatto modificare in corsa tempi

48 Cecilia Deiana e Piero Mandelli

e modi della celebrazione. Fin dalla prima ondata, Humanitas

50 Manuela Costamagna

Gradenigo ha dato un importante contributo nella gestione

52 Team tamponi

dell’emergenza. In più, dal marzo 2021, ha aperto un Centro

54 Carlo Torrielli e Chiara Ferrari

vaccinale che, in piena sinergia con l’ASL Città di Torino,

56 Elena Giubellino

si è messo a disposizione delle esigenze della comunità

58 Covid-19 e medici in corsia

e ha coinvolto lungimiranti forze dell’imprenditoria torinese.

60 Gabriella Manavella e Aldo Montanaro

Dico grazie a tutti. Alle persone protagoniste delle “Storie

SERVIZI

di cura”, a quelle che negli ultimi due anni hanno fronteggiato

direttamente il Covid-19 e a quelle che, dal 1900 a oggi,

62 Guida al nostro ospedale

hanno contribuito a rendere tanto speciale questo ospedale.

ALTRE STORIE DI CURA

Buona lettura.

65 “Storie di cura” su “La Stampa”

NUMERI UTILI

67 Humanitas a Torino è...

Gradenigo, una storia

lunga 120 anni +2

Ha aperto il 29 gennaio del 1900 in via Reggio 2,

si è trasferito quattro anni dopo nell’attuale sede,

è stato ricostruito dopo le bombe della Seconda

guerra mondiale, si è ampliato e modernizzato

e, negli ultimi due anni, ha fronteggiato

l’emergenza Covid-19 con il lavoro del

suo personale sanitario e medico.

2

Humanitas Gradenigo Magazine - N.3 Humanitas Gradenigo Magazine - N.3

3



LA NOSTRA STORIA

29 gennaio 1900

1904

29 gennaio 2022

Giuseppe Gradenigo

2016

Ha compiuto 120 anni nel 2020, alzando un ideale calice il 29

gennaio, giorno in cui nel 1900 l’”Ospedalino Gradenigo” aprì

le sue porte di via Reggio 2, a poco più di un chilometro dalla

sede attuale e con vista sulle acque della Dora Riparia. “Ambulatorio

gratuito per i poveri, clinica a pagamento per gli infermi

e scuola di specializzazione in Otorinolaringoiatria” recitava il

biglietto da visita della struttura voluta, fondata e diretta dal

professor Giuseppe Gradenigo, nato a Venezia il 29 settembre

del 1859, docente ordinario all’Università di Torino, direttore dal

1889 della sezione di Otoiatria del Policlinico di Torino (che si

trovava nella vecchia sede dell’ospedale San Giovanni) e direttore

dal 1894 al 1917 della Clinica speciale che metteva insieme

le discipline specialistiche.

Il fatto che al Policlinico di Torino ci fossero le Figlie della

carità di San Vincenzo de’ Paoli fa sì che al Gradenigo venga

immediatamente legato il ruolo delle suore, calate a pieno titolo

in una struttura nata nel segno di “scienza e carità”.

Ed è proprio una suora, Clementina Campagnoni, a raccogliere

l’indicazione del Direttore e a trovare una nuova sede

per l’ospedale, da subito troppo piccolo per accogliere il gran

numero di malati che vi si rivolgono. Suor Clementina individua

il villino costruito tra le vie Ignazio Porro e Bettino Ricasoli, già

appartenuta prima a un principe russo (che le cronache d’epoca

vogliono espulso per spionaggio) e più avanti a un ingegnere

torinese. Ed è ancora lei a indirizzarne la destinazione: “Il villino

per i pensionanti di prima categoria; il rustico per l’ambulatorio

e la scuola otorinolaringoiatrica; il terreno fabbricabile per i

poveri”.

È così che il “nuovo” Gradenigo apre in via Porro 2 (proprio

dove oggi sorge l’ingresso del Pronto soccorso) nel gennaio del

1904 dando ulteriore linfa a quel legame col territorio che a oltre

cent’anni di distanza lo rende ancora un punto di riferimento

prezioso per moltissimi torinesi. La Prima guerra mondiale militarizza

l’ospedale, pronto ad accogliere soldati feriti e infermi,

mentre il secondo conflitto mondiale lo distrugge con il bombardamento

aereo che il 13 luglio 1943 ne blocca l’attività.

Si posizionano tra le due guerre, nel 1917 la partenza del

professor Gradenigo con destinazione Napoli (dove è stato

nominato direttore della cattedra di Oiatria) e, dieci anni più

tardi, la scomparsa dello stesso. «Voglio che il mio Ospedale

venga conservato come di specialità otorinolaringoiatrica – fa

scrivere nel suo testamento -, che porti il nome di Ospedale

Gradenigo e che alla sua direzione rimangano le Figlie della

Carità che con tanta bontà, amore e intelligenza lo reggono dal

1900 in poi».

Andrà proprio così. E, nel 1948, toccherà ancora a una suora,

Vittorina Clerici, ad avviare la rinascita dell’Ospedale:

vengono ricostruiti ambulatori, laboratori e chiesa, mentre

un’ampia e moderna sala operatoria va a dare lustro al nuovo

piano sopraelevato di via Porro. Un documento del 30 novembre

1952 descrive il Gradenigo come una struttura «di 80 letti divisi

in camerette da 1 - 2 - 3 al massimo sei letti, che cura ammalati

di ORL, Oculistica e Chirurgia generale», dove «gli ammalati

vengono volentieri a farsi curare perché con la carità solita

a ogni Figlia della Carità trovano un ambiente familiare che fa

loro dimenticare la pena della lontananza dalle loro case».

Da lì in avanti l’Ospedale registra tre ulteriori ampliamenti:

tra il 1964 e il 1968, sotto la direzione di suor Claudia

Monghisoni, viene costruito quello che ancora oggi è il corpo

principale del Gradenigo. All’inizio degli anni Novanta la struttura

viene quindi dotata di attrezzature e tecnologie tra le

più moderne che, nell’immediata vigilia del Duemila, vanno a

espandersi sull’area ex Atm concessa dal Comune di Torino:

17mila 500 metri quadri totali, oltre il 60 per cento in più della

versione precedente.

Nel 2016, l’ospedale diventa parte integrante di Humanitas

facendo registrare importanti investimenti in servizi, ristrutturazioni

e tecnologie che lo portano a registrare un’ulteriore

crescita. Il 29 gennaio 2020 Humanitas Gradenigo compie 120

anni e, pochi giorni più tardi, si ritrova in prima fila nell’emergenza

Covid-19: il personale sanitario e medico dell’ospedale

risponde ancora una volta con prontezza alla richiesta del territorio

e, in sinergia con l’ASL cittadina, si mette subito a disposizione

di Torino curando centinaia di pazienti colpiti dal virus e

destinando loro fino a cinque reparti e 120 posti letto, ben oltre

il 60 per cento del totale. Dopo aver vaccinato tra gennaio e

febbraio le circa 1300 persone delle tre strutture Humanitas di

Torino,in modo particolare a ultra 80enni e pazienti fragili. Da

quel giorno, il Centro non ha mai smesso di vaccinare i torinesi

e lo ha fatto coinvolgendo importanti realtà imprenditoriali del

territorio.

Una storia di cura lunga 120 anni. Anzi, 120 +2.

4

Humanitas Gradenigo Magazine - N.3 Humanitas Gradenigo Magazine - N.3

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Centro Prelievi

Scopri le nuove modalità di accesso

per un servizio sempre più completo.

Le STORIE DI CURA

non finiscono mai

Il Centro prelievi di Humanitas Gradenigo è aperto

dal lunedì al sabato e una domenica al mese

Per accedere è necessario prenotare

telefonicamente al numero telefonico 011.1910.1010

online, su www.gradenigo.it

di persona agli sportelli del Centro prenotazioni di corso Tortona, 29

Il giorno dell’esame

dal lunedì al venerdì: ingresso di Via Fontanesi, 2F

fine settimana: ingresso di Corso Regina Margherita, 10

poi effettuare l’accettazione al CUP

www.gradenigo.it

Humanitas Gradenigo Magazine - N.3

7



Responsabile Medicina e Chirurgia d’Urgenza

GIORGIO

CARBONE

Ci sono storie di cura che partono da molto lontano, nel tempo e nello spazio.

Storie che si fondono l’una con l’altra fino a diventare un tutt’uno inestricabile.

Storie che legano un medico, un ospedale e un territorio.

Il dottor Giorgio Carbone lavora al Gradenigo dal 1996 e lo scorso settembre ha festeggiato

le nozze d’argento con l’ospedale che, parole sue, ha: «Scelto di pancia, come quasi tutte

le decisioni importanti della mia vita». Lavorava alle Molinette ed era in procinto di trasferirsi

al San Giovanni Bosco, ma una telefonata ricevuta mentre si trovava su una spiaggia

di Alghero gli aveva fatto cambiare idea.

«L’ospedale apriva il suo Pronto soccorso e le suore vincenziane cercavano un giovane medico

che avesse voglia di rendersi disponibile a creare da zero la cultura della medicina d’urgenza».

Detto fatto. Pioniere della ventilazione non invasiva («Sono stato il primo medico d’urgenza

a praticarla in Italia»), il dottor Carbone è diventato ciò che gli era stato chiesto: il “suo”

Pronto soccorso ha cominciato suturando le ferite degli artigiani di Vanchiglia ed è via via

cresciuto fino a risultare tra i più frequentati di Torino (oggi conta circa 45mila passaggi l’anno).

«Il mio cuore è da medico d’urgenza, io sono un medico d’urgenza», ripete con orgoglio

spalancando gli occhi verdi che ne colorano il carisma. Perché Giorgio Carbone è un medico

da fiction televisiva ante litteram: di quelli che parlano col paziente e i suoi familiari, di quelli ai

quali affideresti subito i tuoi affetti più cari, di quelli che stanno bene in trincea come in tribuna

autorità. La prima ondata del Covid-19 l’ha sorpreso e costretto al ricovero in un letto del suo

reparto, la seconda l’ha ritrovato sulla tolda di comando e alla terza ha riservato un significativo

benvenuto vaccinandosi per primo nel suo ospedale.

Esperienze da volontario in Africa («Eritrea, Kenya, Uganda e soprattutto Congo: non lo

dimenticherò mai, sulle rive del fiume mi sentivo come Conrad in “Cuore di Tenebra”»),

da autentico pioniere in Cina con il gemellaggio promosso nel 2008 tra il Gradenigo e l’ospedale

universitario di Wuhan, da docente tra i banchi dell’università e le corsie dell’ospedale.

Sempre avendo come principale riferimento le persone e il territorio: «Negli anni, il paziente

di Pronto soccorso è diventato sempre più fragile e, oltre che delle nostre cure, ha bisogno

di una rete socio-sanitaria che lo aiuti a superare la malattia».

Parole e cura del dottor Giorgio Carbone, medico d’urgenza dell’ospedale Gradenigo.

Scopri

la video

storia

8 Humanitas Gradenigo Magazine - N.3

Humanitas Gradenigo Magazine - N.3

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Paziente

EDOARDO

VANOTTI

Ci sono storie di cura lunghissime. Durano molti anni ed è come se non finissero mai.

Si portano dietro emozioni, persone e momenti, spesso drammatici, sempre vivi, capaci

di riprendere in un attimo tutta la loro forza. La storia di Edoardo è una di queste.

Feroce per il suo contenuto, enorme per il patrimonio di sentimenti che si porta dentro.

Edoardo entra al Gradenigo nel 2008 («Ma c’ero già stato nel 2003, per un piccolissimo intervento

all’orecchio», dice) e, di fatto, ne esce un pomeriggio d’autunno del 2020. È un paziente prima

di Oncologia e poi di Fisiatria: un tumore gli porta via la gamba destra e molti dei legittimi sogni

di un ragazzo di 19 anni, la tenacia e la rabbia lo conducono sulla strada di un lungo recupero

(«Nella foto mi vedete seduto, ma io sono in tutto e per tutto abilitato, o meglio riabilitato,

a camminare, seppur con l’aiuto di una protesi»). Il follow up che fa seguito a un tumore come il suo

chiude il cerchio dopo dodici anni: ragazzo sei guarito, non hai più bisogno di venire in ospedale.

Raccontata così, la storia rivela l’inizio e la conclusione, ma non dice nulla di cosa c’è stato

in mezzo e di cosa sia stato ricominciare attraverso il lavoro quotidiano con i fisioterapisti

del reparto di Recupero e rieducazione funzionale. Un cammino faticosissimo, fatto sempre

dell’attimo del singolo esercizio, di un piccolo passo alla volta, a testa bassa, senza mai guardare

la linea del traguardo finale. Edoardo ha lavorato con la determinazione dei suoi anni e ha tenuto

faticosamente a bada la rabbia imposta della situazione. «Nell’arco del ricovero non sono stato

molto collaborativo. Ho rischiato più di una volta di essere cacciato dall’ospedale, scappavo

dal reparto, venivo chiamato dall’interfono o al cellulare, ma rientravo in reparto solo quando

lo decidevo io. Ho però ricevuto molta comprensione, sia per la tipologia della mia malattia

sia per la mia età, avevo 19 anni ed ero poco più che un bambino». Un anno di ricovero in

Oncologia e poi il passaggio in Fisiatria: «Se devo ripensare ai momenti vissuti in ospedale,

ci sono ovviamente stati grandissimi periodi di sofferenza fisica, morale e psicologica, ma anche

tantissimi momenti di ribellione e di divertimento, sia con i pazienti sia con il personale sanitario

in tutte le sue figure professionali». La velocità dell’infusione manomessa («Doveva durare 72 ore,

ma dopo meno di 36 era finita: l’infermiera non capiva come fosse possibile»), il voltaggio

della Tens girato al massimo fino a ustionarsi la schiena («Elisa, la mia fisioterapista, mi chiedeva

cosa fosse successo e io: boh, non ne ho idea…»), tante piccole azioni di disturbo fatte però

con un senso («Avevo una mia etica e ogni volta mi presentavo dal medico responsabile

del reparto»).

«Negli altri pazienti e negli operatori sanitari ho trovato amici, persone con le quali

ancora oggi mi sento. Dal punto di vista umano è stata una bella esperienza».

Sorride a denti stretti, gira la carrozzina rosso fiammante, derapa per i corridoi e,

finalmente, sgomma fuori dall’ospedale.

Scopri

la video

storia

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Humanitas Gradenigo Magazine - N.3

Humanitas Gradenigo Magazine - N.3

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Mirna Esposito, Catia Zandon e Fiorenza Basta

INFERMIERE

AMBULATORI

«Per me, la cura è aiutare una persona a vivere in autonomia e in maniera più felice

possibile. Felice nel senso di sopportare meglio quelli che possono essere i difetti

della sua malattia. La malattia, in fondo, è un “difetto”. Bisogna imparare a gestirlo,

quando possibile, per poter vivere felicemente».

Non è stato facile strappare Catia Zandon dai suoi ambulatori e “costringerla”

a parlare di sé, del suo lavoro e delle sue colleghe. Catia vanta 40 anni di

esperienza («Nel mio lavoro mi sono divertita tantissimo, anche se dopo così

tanto tempo vivo con poca serenità certi problemi generali legati alla mia

professione», dice) ed è una di quelle presenze che in ospedale paiono avere

la capacità di sdoppiarsi, talvolta triplicarsi. La trovi pressoché ovunque e spunta

laddove è appena sorto un problema, quasi sempre per risolverlo. Ha lavorato

per 38 anni in reparto («Dove il tipo di relazione con il paziente è molto intensa,

dura 24 ore su 24 e si completa con la presenza dei parenti»), poi ha scelto

gli ambulatori («Il paziente ambulatoriale conserva giustamente autonomia

e indipendenza e ha perciò un livello di collaborazione e di richieste di tutt’altro

tipo. A volte è più esigente e, di conseguenza, anche più critico»), fino a quando

la prima ondata Covid l’ha costretta a tornare in reparto: «Mi sono ritrovata a

lavorare con un gruppo stabile di infermieri che, per necessità, proveniva

da servizi molto diversi. E mi sono trovata molto bene, perché in quel momento

dovevamo tutti ritrovare una dimensione di assistenza che non riconoscevamo

da anni o che addirittura non avevamo mai conosciuto».

Al suo fianco, in ambulatorio come in reparto, c’è il gruppo di infermiere

che vede nella sua naturale autorevolezza l’esempio da seguire e imitare.

Mirna Esposito e Fiorenza Basta sono due di loro: in perenne movimento

tra quegli ambulatori dell’ospedale che, in primis, si prendono cura di

pazienti stomizzati e perciò impegnati a gestire in modo nuovo una parte

molto intima della loro vita: «Prima con terzi, vale a dire con noi.

E poi, se ci riescono, in autonoma o con un caregiver», spiegano.

Massima attenzione al paziente e rapporto speciale con le colleghe:

«Lavorare insieme in ospedale comporta una relazione che non è

amicale, ma è molto molto intima perché si lavora fianco a fianco per

molte ore. A volte avere troppa confidenza con i problemi altrui rende

più difficile la gestione della situazione professionale, ma sono tutte

relazioni molto arricchenti e che ci aiutano a fare sempre meglio», chiude

con il solito sorriso Catia Zandon.

12 Humanitas Gradenigo Magazine - N.3

Humanitas Gradenigo Magazine - N.3

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Paziente

CLAUDIO

MARINACCIO

Questi due uomini barbuti staresti ad

ascoltarli per ore, tanto che condensare

in appena due minuti e 14 secondi quanto

si può trovare nella loro video-intervista

è stata una fatica enorme. Il dottor Lucio

Buffoni è il responsabile dell’Oncologia

Medica di Humanitas Gradenigo: due

anni fa ha ricevuto il testimone dal dottor

Alessandro Comandone e da allora lo

sta portando avanti con tutta l’energia e

la prospettiva dei suoi 46 anni, Claudio

Marinaccio di anni ne ha 39 ed è uno

scrittore che solo nell’autunno del 2018

aveva scoperto di portare al braccio un

peso poco gradito a nome leiomiosarcoma,

tumore dei tessuti molli molto raro.

I due si sono incontrati in Humanitas

Gradenigo alla fine del 2019 e si sono

in tutta Italia: “Ancora qui”, cortometraggio diretto dal

videomaker torinese Manuel Peluso e interpretato da

Claudio con la partecipazione del suo oncologo preferito,

ha vinto il concorso nazionale “Oncologia e Cinema”,

indetto da AIOM (Associazione Italiana di

Oncologia Medica) e Fondazione AIOM ed

è stato premiato in occasione del 22esimo

congresso nazionale dell’Associazione. I due

sono diventati testimoni naturali di cosa vuol dire

curare ed essere curati.

«Secondo me, la cura è anche un processo di crescita

che ti porta a imparare qualcosa», dice Claudio. Lui,

corrosivo nei suoi scritti e dissacrante sui social, ha

scoperto che con la malattia occorreva cambiare registro:

«Quando ho raccontato del mio tumore su Facebook

mi hanno scritto tantissime persone e per un

attimo mi sono sentito responsabile anche di loro.

Perché quando hai una malattia oncologica, la cosa

Responsabile Oncologia Medica

LUCIO

BUFFONI

messi l’uno al servizio dell’altro. Claudio è

stranissima è che molto spesso tocca a te dover

guarito, Lucio s’è nutrito di tutti gli stimoli

consolare gli altri». E talvolta anche aiutare

forniti da un paziente così giovane e pieno

i medici a esplorare nuovi sentieri di cura:

di interessi. Il racconto del tumore

«Confrontarsi con Claudio ci aiuta a vedere

di Claudio e della sua storia di

le cose in un modo diverso, ecco perché

cura è uscito dai corridoi

mi piace tanto parlare con lui», approva il

dell’ospedale ed è rimbalzato

dottor Buffoni.

Scopri

la video

storia

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Humanitas Gradenigo Magazine - N.3 Humanitas Gradenigo Magazine - N.3

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Oculista

TEA GIOBBIO

Chi si prende cura di chi si prende cura? A quale medico si

rivolge un medico? Da chi si fa operare chi è solito operare?

A volte la risposta a tutte queste domande si trova in casa,

addirittura in un ambulatorio distante meno di trenta passi:

«Sono caduta in montagna un sabato sera d’agosto e mi

sono fatta male a un polso: non potevo scegliere posto,

ora e periodo peggiori», racconta col solito sorriso

incorniciato dalla criniera leonina la dottoressa

Tea Giobbio, oculista della squadra diretta

dal dottor Claudio Panico. In suo soccorso,

prima per telefono e poi in sala operatoria,

è intervenuto il dottor Giorgio Matteo

Berto, chirurgo della mano, responsabile

dell’ambulatorio che, al secondo

piano dell’ospedale, si affaccia proprio sul

corridoio diretto verso gli studi oculistici.

Il dottor Berto e tutti gli specialisti del

Centro di Chirurgia della mano sono letteralmente

abituati a “prendere per mano”

Fa la differenza perché in questo modo possiamo sempre avere

il pieno controllo del percorso di cura del malato, senza

mai “abbandonarlo” all’esterno per rivederlo chissà

dopo quanto tempo e chissà in quali condizioni».

Il polso e la mano della dottoressa Giobbio

sono rapidamente tornati a posto e hanno

consentito all’oculista di riprendere in fretta

l’attività in sala operatoria. «Essere curata

da un collega dello stesso ospedale è stata

una fortuna che mi ha fatto pensare ancor di

più alla natura di questo ospedale – spiega

la dottoressa –. Al nostro arrivo in Gradenigo,

io e i miei colleghi oculisti siamo

rimasti molto sorpresi dalle tante parole di

benvenuto ricevute da persone completamente

sconosciute. Erano quelle abituate

da sempre a rivolgersi al “loro” ospedale

per i problemi dei loro occhi. Quasi come

un “negozio di zona”, al quale ti rivolgi

Chirurgo della mano

GIORGIO

MATTEO

BERTO

i pazienti fino alla loro completa guarigione.

perché sai che troverai ciò che ti serve.

«Visita, diagnosi, eventuale intervento,

È una dimensione particolare, molto

fisioterapia. C’è una figura di riferi-

bella, avvertibile in tutte le persone

mento che segue il paziente fin dall’i-

che ogni giorno entrano nei nostri

nizio – conferma il dottor Berto --.

ambulatori».

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Responsabile Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva

MOHAMMAD AYOUBI

KHAJEKINI

Quel volto sereno arriva da molto lontano e da ben ventinove anni si prende cura dei pazienti

di quest’ospedale. Quel volto appartiene al dottor Mohammad Ayoubi Khajekini, per tutti

il “dottor Ayoubi”, da pronunciarsi come se fosse una parola unica, musicale ed evocativa

della sua terra d’origine.

Il dottor Ayoubi è il responsabile della Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva di Humanitas

Gradenigo. Lavora in quest’ospedale dal 1993, ma è nato in Iran, paese che ha lasciato nel 1979

per venire a studiare in Italia: «Ho cominciato da Perugia e dalla sua Università per stranieri

– racconta –, ho completato tutti i cicli di lingua italiana e sono stato trasferito a Catania, dove

mi sono laureato e specializzato». Nella città etnea, il dottor Ayoubi ha anche conosciuto colei

che sarebbe diventata sua moglie e con lei, dopo aver vinto un concorso da guardia medica, ha

lasciato la Sicilia per il Piemonte: «Ho cominciato a frequentare il Gradenigo nel 1993, medico

volontario con borsa di studio – aggiunge –. Abitavo a Fossano, facevo le mie otto notti mensili

di guardia medica a Ciriè e proseguivo dritto per l’ospedale, già in quegli anni importante

Centro di riferimento per l’Endoscopia, diagnostica e interventistica, sotto la guida del dottor

Lorenzo Bonardi».

Era un Gradenigo assai diverso da quello attuale, l’ospedale era gestito dalle suore vincenziane,

quelle che nel ’95 hanno poi assunto il dottor Ayoubi: «Con loro mi sono trovato sempre bene,

al punto da essere diventato nel tempo il loro endoscopista di fiducia. Persone meravigliose,

disponibili e molto aperte. Abbiamo passato tanti anni insieme e, quando è stato il momento,

si sono preoccupate di lasciare l’ospedale in mani sicure: “Abbiamo trovato chi si comporterà

bene con voi”, ci aveva tranquillizzato Suor Raffaella dopo l’accordo con Humanitas».

In corsia, il dottor Ayoubi ha sempre osservato il mantra della fiducia: «Se il medico sta vicino

al paziente, quest’ultimo si fida e diventa più tranquillo e collaborativo in ogni situazione».

Anche quelle più gravi: «Vediamo molti pazienti per il trattamento palliativo di tumori

dell’apparato digerente. Per tutti loro, ogni giorno è un giorno in più: per loro che sono malati

e per i loro parenti che se ne prendono cura. Ogni giorno è un giorno in più: noi dobbiamo

comprenderlo e tenerlo presente».

«Dopo tanti anni, questo ospedale è come casa mia: io cerco di fare bene il mio lavoro, sorretto

dal progresso continuo della medicina. Se scegli un lavoro come il nostro ti deve piacere: può

significare maggiore responsabilità, ma vale sempre la pena di farlo».

Un lavoro e un ospedale da vivere come se fossero una cosa unica, parola del dottor Ayoubi.

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Humanitas Gradenigo Magazine - N.3 Humanitas Gradenigo Magazine - N.3

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Paziente Chirurgo

TIZIANO CLAUDIO

LAMBERTI FILIPPA

Si può diventare amici per la pelle in ospedale? Sì, soprattutto

Il paziente si chiama Tiziano e alle sue parole è affidata una storia di cura che è diventata una grande

quando uno dei due (il medico) salva la pelle del secondo (il

storia di amicizia: «Avevo dei problemi alla cistifellea ed ero in attesa di essere operato. Avevo crisi dolorosissime,

una roba veramente straziante. Tanto che un giorno sono dovuto correre al Pronto soccorso

paziente). Negli anni, il dottor Claudio Filippa, chirurgo generale

di Humanitas Gradenigo, ha operato centinaia di pazienti.

del Gradenigo, dove questo medico a me ancora sconosciuto mi ha detto: “Non c’è tempo da perdere,

Mai poteva però immaginare che quel giovane tutto argento

bisogna intervenire. Non ti preoccupare, ci penso io”. Io l’ho guardato e ho notato due o tre dettagli

vivo incontrato in un giorno qualunque del 2011 in Pronto

che mi hanno fatto subito capire come avessimo qualcosa in comune: la sua espressione, la collanina

soccorso sarebbe diventato un amico vero, di quelli che

che intravvedevo sotto il camice e così mi sono fidato. Completamente e ciecamente. Mi hanno operato

entrano nella tua vita e ci rimangono.

e si sono presi veramente cura di me. Claudio mi ha anche intrattenuto venendomi a trovare in stanza,

chiacchierando e facendo le passeggiate con me nei corridoi».

E non è finita qui: «A me era rimasta la sfiducia nei confronti del cibo: avevo

ormai collegato che ogni cosa mangiata mi avrebbe fatto venire un

dolore pazzesco. Quindi, anche dopo l’operazione continuavo a non

mangiare. Finché un giorno Claudio mi ha detto: “Adesso sei

guarito, puoi mangiare. Anzi, devi mangiare”. Ma io continuavo

a non fidarmi. E allora ha aggiunto: “Andiamo a cena insieme,

così se ti succede qualsiasi cosa sei con me e ti opero di

nuovo. Ti opero lì al ristorante!”. E così mi ha convinto.

Ma la cena è andata benissimo e non c’è stato bisogno

di una nuova operazione. E da lì in poi io ho ripreso a

mangiare».

Dal tavolo di quel ristorante Tiziano e Claudio non si sono

idealmente mai alzati: con le rispettive famiglie hanno condiviso

momenti preziosi, quelli che sono caratteristici

dell’amicizia vera, nata per una volta sulla

barella di un Pronto soccorso.

20 Humanitas Gradenigo Magazine - N.3

Humanitas Gradenigo Magazine - N.3

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Paziente

ANTONIO

GALLO

Venticinque anni di conoscenza, di storie, di amicizie nate

su un lettino di ospedale. La cura può essere anche questo e

coinvolgere un’intera famiglia e le sue generazioni. Quattro,

per la precisione. Succede al dottor Gian Paolo Ferrero Regis,

ortopedico di Humanitas Gradenigo e ad Antonio Gallo, suo

paziente. E ancora prima di lui alla madre di Antonio, una

sciatrice provetta che sulle piste da sci è salita fino

a ottant’anni e che dal dottor Ferrero Regis è stata

operata all’anca: «È l’episodio che ci ha fatto

conoscere – racconta il dottor Ferrero Regis – e

risale a metà degli anni Novanta. Da lì in poi

si è creato un rapporto di amicizia per cui ho

curato i suoi figli e poi i figli dei figli, fino ad

arrivare alla quarta generazione della famiglia».

Una famiglia unita dalla passione per lo sport,

come racconta Antonio: «Ho fatto sport per

settant’anni e anche adesso che ne ho 82 ogni

tanto vado in montagna, cammino molto e faccio

anche un po’ di tennis da fermo. Ma questo è

meglio che il dottore non lo sappia…».

Ridono entrambi, come medico

due amici quali sono. «Poi – continua Antonio – è arrivato il

momento di operarmi: protesi alle ginocchia. Nella cura ho

messo tutta la disciplina che non ho mai avuto nella vita, mi

sono fidato ciecamente del mio medico e questo mi ha fatto

recuperare molto in fretta».

Il dottor Ferrero Regis annuisce: «Antonio è stato un

paziente modello. Le operazioni al ginocchio provocano

spesso difficoltà, ma lui ha incanalato nella

cura tutte le energie di solito dedicate allo sport.

È una doppia soddisfazione: operare madri,

sorelle, figli e nipoti di una stessa famiglia e

raggiungere insieme lo stesso obiettivo, con

impegno e dedizione».

Ridono e scherzano il dottor Ferrero Regis e

Antonio, con quella complicità che solo alcuni

legami riescono a creare: «Il nostro è un rapporto

che va oltre quello tra medico e paziente. È una

grande famiglia allargata, di cui sono fiero di

fare parte», racconta il dottor Ferrero Regis.

Poi i due si guardano, si capiscono, sorridono.

Ortopedico

GIAN PAOLO

FERRERO REGIS

e paziente ma anche come

Come i protagonisti di una grande storia,

di amicizia e di cura.

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Manutentori Ufficio tecnico

MICHELE QUINTO

PINO OLIVERI

Il loro paziente è l’ospedale e i loro strumenti di cura li

custodiscono dentro le tante tasche dei loro ampi giubbotti

blu. Che sia un banale acciacco curabile cambiando una

lampadina o che si tratti di un serio malanno richiedente

un intervento lungo e multidisciplinare, al capezzale di

Humanitas Gradenigo troviamo sempre loro: la squadra dei

manutentori dell’Ufficio tecnico dell’ospedale.

«È vero, l’ospedale è il nostro paziente. Va accudito dalla A alla Z sapendo che curarlo bene fa star meglio tutti, pazienti

e personale». Parola di Pino Oliveri, coordinatore dei nove uomini che hanno in carico la manutenzione di Humanitas

Gradenigo e delle altre strutture torinesi di Humanitas. Oliveri è qui da quasi vent’anni: «Ho visto l’ospedale cambiare e

crescere – aggiunge – e altrettanto ha fatto la figura del manutentore, una volta generico e oggi specializzato». Idraulico,

elettricista e meccanico, ciascun componente della squadra ha una competenza specifica, messa al servizio degli altri.

Come ogni cura che si rispetti, anche in questo caso la componente umana gioca un ruolo determinante. «All’interno

dell’ospedale ci muoviamo quasi sempre in coppia, garantiamo una reperibilità che copre le 24 ore e lavoriamo insieme da

molti anni. Tutto questo ci rende molto uniti e fa sì che ci si aiuti l’uno con l’altro, anche dal telefono

quando siamo già a casa. È questa la nostra forza», dichiara Michele Quinto, da diciotto anni

al servizio del Gradenigo. «Fare l’idraulico in un ospedale non è come farlo in un cantiere –

osserva -. Qui lavori anche per le persone che ci sono dentro e impari a farlo in collaborazione

con le figure sanitarie di riferimento, coordinatori infermieristici su tutti, assieme ai quali

si cercano le giornate e gli orari migliori per eseguire un lavoro riducendo al minimo il

disagio per i pazienti».

Una cura continua che copre l’intero perimetro dell’ospedale. «Eppure il nostro lavoro non

si vede molto, tanto che a volte ci sentiamo come fantasmi – sottolinea Oliveri –. Gli altri

vedono solo un paio di persone che vanno avanti e indietro senza fare apparentemente

nulla. Ma un attimo prima eravamo su un tetto e un attimo dopo saremo dentro una

centrale». Un movimento perpetuo che muta in base alle esigenze del momento:

«Hai presente la carta “Imprevisti” del Monopoli? Ecco, noi la peschiamo in

continuazione, è una componente del nostro lavoro quotidiano».

Che con il Covid-19 ha registrato un’impennata.

«In un attimo siamo passati dalla routine al delirio

–. Siamo entrati decine e decine di volte dentro i

reparti Covid-19 per sistemare un interruttore, una

serranda o un riduttore di pressione dell’ossigeno

– concludono i due –. C’è voluto un cambio di

mentalità e, ancora una volta, avere con sé

persone fidate che non mollano mai ha fatto la

differenza».

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Endocrinologa

ILARIA MESSUTI

«Spiegare le cose ai pazienti è l’aspetto che più mi piace del mio lavoro». La dottoressa Ilaria Messuti lo dice con

la voce e con il corpo: le mani in perenne movimento, gli occhi che si illuminano e la risata piena e sonora che

puntella i passaggi più significativi del suo discorso.

Ha 34 anni la dottoressa Messuti: «Non ho mai avuto dubbi, avrei fatto il medico e, in particolare, l’endocrinologa.

Di questa specialità mi ero innamorata durante gli anni dell’Università. Lì avevo pensato che non avrei voluto fare

altro e, a distanza di tempo, non posso che confermarlo. Mi aveva colpito perché ampia, collegata a tutto e logica.

Lavorandoci tutti i giorni, mi sono resa conto che è ancora più complessa e che, per quanto mi piace, non avrei

potuto fare né il chirurgo né qualsiasi altra specialità». Un amore a prima vista e pienamente corrisposto: «Anche

per merito delle persone che ho incontrato – sottolinea –. Ho cominciato a frequentare il Gradenigo nel 2010 con

il professor Fabio Orlandi, eccellente in aula come in corsia e ho trovato persone che mi hanno fatto crescere

senza mai farmi avvertire il peso di lavorare in un’équipe tanto qualificata e professionale».

«Tengo tantissimo al rapporto con il paziente – conferma la dottoressa Messuti –. Il confronto è la metà del

percorso di cura: dedicarsi un po’ di più alla spiegazione e all’ascolto rende il paziente più partecipe e anche più

disponibile a fidarsi e a curarsi. Oggi quel rapporto non è così scontato perché il paziente non è più “suddito”

del medico: si informa, magari non sempre bene, ma ha un’aspettativa forte. E allora il medico deve essere bravo

a inserirsi senza perderne la fiducia. Questa è la parte che mi piace di più del mio lavoro: cogliere la parte umana

di chi mi sta di fronte».

«Nel mio ambulatorio mi occupo prevalentemente di tiroide, ma mi interessa molto anche l’Endocrinologia

ginecologica». E cita l’ovaio policistico: «Molto comune, ma poco noto e perciò curato da tutti e da nessuno, al

punto che spesso le donne non sanno a chi rivolgersi. Andrebbe curato in team da endocrinologo, ginecologo e

nutrizionista perché l’aspetto metabolico è di frequente risolutivo. Deve essere seguito da tutti e tre: affrontarlo

senza una delle tre specialità è come sedersi su uno sgabello senza una gamba che, ovviamente, traballa».

L’Endocrinologia ginecologica ha altresì favorito “Endocrinologica”, il profilo Instagram da quasi 30mila follower

che la dottoressa Messuti ha aperto in piena era Covid-19 e che è diventato un prezioso e aggiornato punto

di ascolto e informazione. Storie spiegate bene. Sui social, ma anche con la voce, le mani, gli occhi e quella

risata più forte di tutto.

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Paziente

MASSIMO

CARPO

ÈÈ un normale giovedì sera di ottobre: alle ore 18 Massimo giunge in Gradenigo per una visita di prevenzione dermatologica,

un controllo dei nei. Non se ne era mai occupato prima, aveva sempre convissuto senza alcuna preoccupazione

con “la cartina geografica” dipinta sulla sua pelle. E, con serenità, Massimo si toglie la camicia. Di fronte a lui, la dottoressa

Alessandra Farnetti, scrupolosa discepola del professor Luigi Santoro, sbarra gli occhi: “Ma voi arrivate sempre

tutti a quest’ora?”. Una domanda che apre una storia di cura lunga dodici anni.

«Mi è bastato un momento per capire che la persona che avevo davanti avrebbe cambiato la mia vita», racconta

Massimo. La diagnosi di melanoma, piovuta così all’improvviso, lo travolge: è attitudine comune dell’essere umano

quella di sentirsi distante dall’idea della malattia come la Terra dal Sole, fino a quando non capita “proprio a te” e allora

sembra che la vita non abbia più punti di riferimento. C’è chi piange, chi si incupisce, chi prega: Massimo si affida alla

capacità umana di adattarsi al cambiamento, un movimento che parte dall’interno di ognuno di noi e che progressivamente

porta a uno stato di convivenza con la malattia e di consapevolezza dell’importanza della vita e della salute.

Massimo oggi è fuori dalla malattia e incontra ogni sei mesi la dottoressa Farnetti per follow up e prevenzione costante:

tutti considerano Massimo guarito da quando è stato sottoposto all’intervento chirurgico di dermo-oncologia, che ha

strappato via quell’ospite sgradito. Massimo, invece, sente che il suo percorso di guarigione è iniziato molto prima:

la sua cura sono state le persone. Da subito, la “sua” dottoressa è diventata il suo angelo custode, perché gli ha salvato

la vita certo, ma anche perché da quel primo giovedì sera ha custodito le sue paure, i suoi momenti più bui,

le sue reazioni più drammatiche e quelle di gioia.

«Io continuo ad essere convinto che l’occhio e l’esperienza dell’uomo vadano oltre alle capacità di qualsiasi macchina.

Ancora oggi, a ogni visita di controllo, nel bene o nel male io sono tranquillo solo quando la dottoressa mi dice “Questo

neo non mi piace tanto: lo toglierei”. Una macchina non sarebbe in grado di dire questo, un essere umano sì»,

sono le parole consapevoli di Massimo.

E la vita sembra dargli ragione, quando ancora oggi tra le corsie dell’ospedale incontra le persone che erano

con lui in sala operatoria, che magari ha visto per pochi minuti. Tutte le volte si salutano, si guardano negli

occhi, si riconoscono nonostante la mascherina e si scambiano un sorriso, due chiacchiere, un gesto

di assenso. Perché alla malattia, in fondo, non si è mai preparati psicologicamente, ma il cambiamento

è più facile se qualcuno ti tende una mano.

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Martina Elia e Stefania Fabbri

CONTINUITÀ

ASSISTENZIALE

Per molti pazienti la storia di cura non finisce al momento della dimissione

dall’ospedale. Anzi. È proprio in quel momento che comincia il difficile: il

trasferimento a casa o in una residenza sanitaria assistita, il percorso fatto

di moduli, certificati e scadenze. Sempre complicato, talvolta improbo in

epoca Covid-19.

A sbrogliare la matassa, a gestire questo crocevia di possibilità provvede

il Servizio di continuità assistenziale di Humanitas Gradenigo: le

scrivanie e i computer di Martina Elia e Stefania Fabbri, infermiere

dalla missione speciale, traboccano di fogli, nomi ed elenchi che

si aggiornano di continuo, come i tabelloni dei treni in partenza.

«I medici dell’ospedale ci segnalano in tempo reale i pazienti che

possono essere dimessi e le loro situazioni familiari – spiegano

le due infermiere –, noi contattiamo le famiglie e concordiamo

assieme a loro come proseguire il percorso di cura».

È un compito che richiede esperienza e velocità di esecuzione,

perché non è sempre facile trovare un posto al paziente in

dimissione. Il rischio è quello di lasciarlo in coda ad attendere.

«Ci aiutano la disponibilità e la sensibilità dei medici e il

rapporto che il personale dei reparti instaura per telefono con

i parenti dei ricoverati – continuano Martina e Stefania -.

Ogni giorno la famiglia di ciascun paziente riceve la telefonata

che la aggiorna sulle condizioni del congiunto.

È un’azione che favorisce il rapporto di fiducia

reciproca e facilita la nostra ricerca». Al resto

pensano la professionalità e il grande cuore

di chi ha avuto la fortuna di apprendere

la materia da Marisa Toso, in pensione

dalla primavera di due anni fa dopo

aver fatto capire a tutti che ogni

paziente va sempre curato nel

migliore dei modi, anche dopo

essere uscito dall’Ospedale.

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Psiconcologa

MONICA

SEMINARA

«Io mi occupo di supportare le persone che stanno attraversando un’esperienza di malattia

oncologica e, nello specifico, di chi ha anche una famiglia con particolari fragilità: la

presenza di minori o di altri malati, situazioni traumatiche pregresse o in corso, disagio

psichiatrico al proprio interno». È il lavoro della dottoressa Monica Seminara, psiconcologa,

una parola che pare uno scioglilingua e che invece applica “semplicemente” la psicologia

all’oncologia.

«Per le caratteristiche che presenta a seconda della fase in cui si trova, la malattia oncologica

attiva a livello psicologico tutta una serie di emozioni, atteggiamenti, comportamenti

e dinamiche che vanno tutti affrontati. Il mio lavoro comincia al momento della

diagnosi, quando c’è improvvisamente da elaborare il lutto per la perdita

della propria salute, ma prosegue anche con la terapia, chirurgica o

medica che sia. Quando le cose vanno bene e il percorso oncologico

si chiude, si lavora sul reinserimento della quotidianità, che ovviamente

non è più la stessa perché turbata dall’esperienza della

Gestione Operativa

BRUNA

GIUGNO

Bruna Giugno entra in Gradenigo un giorno del 1994: varca la soglia del civico 8 di

corso Regina Margherita, unico ingresso allora esistente, accolta da due suore vincenziane,

all’epoca padrone di casa dell’ospedale. Infermiera professionale proveniente da

una struttura sanitaria pubblica più ampia e frenetica, Bruna si ritrova a svolgere la sua

mansione in un Gradenigo che è ancora una piccola realtà territoriale, commisurabile

a un’azienda familiare. Inizia così la storia di cura di una donna che, oggi, è reputata la

memoria storica delle mura in cui lavora da quel lontano 1994.

Quando Bruna ripensa agli anni trascorsi, la memoria va a tutti i cambiamenti che i suoi

occhi hanno registrato. Un sorriso spunta sulle sue labbra: «Già all’inizio ero molto autonoma,

non sempre riuscivo a rispettare i protocolli previsti dalle suore». La sua figura

professionale cresce e si fa ricca di cure: lavora prima in Chirurgia, poi in Pronto soccorso

nel momento in cui rimane aperto anche la notte. Qui Bruna capisce che l’adrenalina

dell’emergenza è il suo carburante. Diventa così coordinatrice infermieristica, a

capo di una squadra salda di infermieri dedicati alla Medicina d’urgenza.

malattia: le persone non escono dal percorso oncologico come

sono entrate, ne escono sempre differenti».

È il 2016 quando l’ospedale Gradenigo entra a far parte della famiglia

Humanitas e la vita di Bruna cambia di nuovo, ma soprat-

Da tredici anni la dottoressa Seminara e il dottor Ferdinando

tutto cambia il suo modo di prendersi cura. Dopo vent’anni di

Garetto, medico palliativista di Humanitas Gradenigo, si

assistenza al malato, Bruna entra a far parte della Gestione

occupano anche di fine vita con il progetto “Oltre”.

operativa, come responsabile della Programmazione ricoveri:

«È un mondo emotivo che ha bisogno di essere gestito

uno di quei ruoli apparentemente invisibili, ma che tesse

con modi, tempi e comportamenti particolari. Le persone

le fila di tutto il percorso di cura del paziente in ospedale,

vanno accompagnate e preparate alla separazione»,

dall’ingresso fino alle dimissioni.

spiega. Un protocollo di attenzioni che all’interno

dell’ospedale è anche un percorso formativo, risultato

Un percorso che nel 2020 subisce una momentanea inver-

ancor più prezioso nei giorni del Covid: «I nostri

sione di rotta per via del Covid-19: dopo anni, per Bruna torna

medici si sono trovati a lavorare dentro un fine

il momento di indossare nuovamente il camice: «La sensazione

vita drammatico e stravolto. I nostri malati non

è stata quella di “È scoppiata la guerra e quindi tutti dobbiamo

avevano la possibilità di potersi accomiatare dai

partecipare”. Perciò ho indossato la mia armatura e ho affron-

loro cari, l’attenzione alla relazione imparata

tato la precarietà dell’emergenza».

durante il percorso formativo ha permesso

Un adattamento camaleontico quello di Bruna, che in ventotto

ai nostri operatori di avere un’attenzione

anni ha visto un ospedale trasformarsi e vivere più volte fasi

particolare anche nella gestione di quel

critiche, superate con successo grazie alla forte identità e all’at-

momento».

tenzione per il paziente. «L’essere cresciuta qui ha certamente

ha fatto la differenza. Quello che ci rende forti è il nostro senso

di famiglia e di appartenenza, che in un modo o nell’altro ci

ha sempre reso quello che siamo».

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SERVIZIO

CLIENTI

Elena Gobessi, Valentina Bazzarone, Glenda Iannuzzi

Se è vero che la storia di cura di un paziente inizia da quando varca la soglia d’ingresso dell’ospedale

o, addirittura, dalla prima telefonata al CUP, allora si può affermare con certezza che Valentina Bazzarone

e i “suoi” ragazzi e ragazze del Servizio clienti sono i primi protagonisti della storia di cura di

ogni paziente.

Il Servizio clienti di Humanitas Gradenigo è un crocevia cosmopolita di caratteri, voci, età, esperienze:

dal CUP al centralino, dall’accettazione tamponi alla libera professione, tutto è guidato dal

piglio inconfondibile di Valentina. Da quindici anni è una sorta di colonna portante dell’ospedale: la

vedi camminare veloce per i corridoi, scuotendo la sua massa di capelli ricci e ruotando i suoi occhi

azzurri in ogni direzione, sempre attenta ad intercettare qualsiasi cosa accada in ospedale.

Un solo obiettivo: «Noi siamo la prima immagine che il paziente ha di Humanitas

Gradenigo, per questo cerco tutti i giorni dare il meglio e di rappresentare al

meglio questo ospedale».

In quasi due minuti di video girato assieme a Elena e Glenda non si può certo

dire che il concetto di Valentina sia passato inascoltato: in loro, come in

tutti gli altri compagni del team, sembra di rivedere una grande orchestra,

composta da strumenti diversi ma tutti accordati per suonare lo stesso

spartito. Non si tratta solo di rispondere al telefono, prenotare, accettare,

dare referti: accogliere il paziente vuol dire ascoltarlo, comprendere le

sue esigenze, cercare di andargli incontro e soddisfare le sue aspettative

e, quando non è del tutto possibile, proporre comunque soluzioni

alternative in tempi brevi. Garantire una risposta onesta significa

acquisire fiducia e questo è fondamentale perché: «I pazienti

devono fidarsi prima di noi come, in un successivo momento, si

fideranno del medico», sono le parole di Valentina.

E se, come in ogni rapporto tra esseri umani, ci sono dei

momenti-no, fatti di tensione, di mille cose da fare contemporaneamente,

di arrabbiature e di incomprensioni, non

c’è competenza che tenga e cura migliore di un pizzico

di umanità: alzare lo sguardo, distoglierlo dal monitor

e dire al paziente: «Io sono qui per te, dimmi di cosa

hai bisogno».

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Oncologo

DAVIDE

OTTAVIANI

La sua disciplina sportiva richiama direttamente gli eroi della Marvel e lei non sfigurerebbe affatto in

un fumetto d’autore o in un grande film d’azione. Maria Luisa Longo è una “Ironman”, cioè un’atleta

capace di percorrere in sequenza 3,86 km di nuoto (vale a dire un abbondante Stretto di Messina),

180 km in bicicletta (come pedalare da Torino a Bergamo) e 42,195 km di corsa (la distanza di una

maratona). Una disciplina faticosissima, già appannaggio di pochi eletti, alla quale la 57enne torinese

aggiunge un ulteriore carico da undici: la chemioterapia successiva al carcinoma operato nel

2015 e attualmente in trattamento. «Luisa è un raggio di sole, l’entusiasmo che esprimono i suoi

occhi quando parla di queste cose scalda il cuore», dice coccolandola con lo sguardo il dottor Davide

Ottaviani, oncologo e referente del Day Hospital di Humanitas Gradenigo, che da sei anni è il custode

della sua storia di cura.

L’entusiasmo di Luisa è tangibile come la sua forza. Ha cominciato con il triathlon nel 2014,

coinvolgendo prima il marito Riccardo e poi il primogenito Jacopo, dopodiché ha alzato

l’asticella e virato sull’Ironman: «Tutta colpa di una trasmissione di Sky sulla gara di Kona,

nelle Hawaii. L’ho vista e ho subito pensato che avrei voluto farla anch’io». Quindi allenamenti

mirati con l’aiuto di un nutrizionista e ben due Ironman portate a termine a Cervia,

sede del maggior appuntamento nazionale della disciplina: nel 2019 in 13 ore e mezza e il

18 settembre 2021 in 15 ore e 5 cinque minuti.

Una volontà di ferro per nulla scalfita dalla malattia, anzi. «Lo sport diventa filosofia di vita

– sottolinea Luisa -: avere la forza di tagliare un traguardo, avere un obiettivo, combattere,

arrivarci e mai arrendersi». Dice queste cose tutte d’un fiato, con il sorriso e i modi gentili.

«In Humanitas Gradenigo mi sento curata e in famiglia, per me in ospedale hanno sempre

le parole giuste», rivela. E il dottor Ottaviani risponde: «Quello fortunato sono io,

perché i pazienti mi danno la forza e, ogni volta, mi fanno crescere un po’. Luisa è

sempre stata uno spettacolo, anche durante il primo trattamento chemioterapico:

“Come stai?” le chiedevo e lei sorridente: “Bene, ieri ho corso 20 km”.

Paziente

MARIA LUISA

LONGO

Lo sport sa essere un alleato fantastico, per lei e per tanti altri pazienti».

E lo sport regala emozioni irripetibili. Al traguardo di Cervia, la prima volta,

lo speaker ha declamato a gran voce le parole tanto desiderate: “Maria

Luisa Longo, you are an iron man!”. «Me lo sognavo e mi sono emozionata»,

confessa. Anche se in questo caso “iron man” appare riduttivo: lei è più che

mai una “iron woman”, una donna di ferro dal grande sorriso.

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Infermiera

CHIARA CHIUMIENTO

Chissà a cosa stava pensando la giovane Chiara, testa china sul suo banco del PalaAlpitour, la

mattina di martedì 22 maggio 2018 mentre rispondeva alle domande del concorso pubblico per

diventare infermiera dell’ospedale Humanitas Gradenigo. «Per me era una porta verso il futuro,

ci speravo tanto», ricorda oggi. Certo, quel giorno non poteva sapere che il concorso lo avrebbe

vinto piazzandosi tra i primi dieci classificati dei quasi duemila partecipanti, che poco meno di un

anno dopo sarebbe nata la sua Irene e che, soprattutto, all’inizio del 2020 sarebbe arrivato quel

virus capace di cambiare le vite di tutti e di stravolgere quelle di chi lavora in ospedale, medici e

infermieri in primis.

Chiara Chiumiento ha 30 anni ed è un’infermiera di Humanitas Gradenigo. «Che cos’è per me la cura?

È accogliere l’altra persona considerandola come tale, rispettandone valori e peculiarità, accompagnandola

nel percorso di malattia e di guarigione», afferma. Il noviziato professionale e

l’emergenza pandemica l’hanno già portata a lavorare in diversi reparti dell’ospedale: Ortopedia,

Medicina interna, Chirurgia, Urologia e Oncologia («Non saprei dire quale sia il “mio”, mi

sono piaciuti tutti»). Ha evitato i reparti Covid-19 della prima ondata («La mia paura maggiore

era quella di non poter uscire dall’ospedale: come avrei allattato mia figlia?»), ma ha risposto

presente alla chiamata dell’autunno 2020: «Mi sono presa un giorno per decidere, ho detto sì e

sono rimasta al quarto piano fino a quando non abbiamo dimesso l’ultimo paziente». Sei mesi

tutt’altro che semplici: «All’inizio, vista la precedente esperienza dei miei colleghi, temevo di non

farcela a livello fisico. Ci sono riuscita grazie al sostegno della mia coordinatrice, Manuela Costamagna

e di tutto il gruppo. So che l’hanno detto in molti, ma io lo voglio ripetere: la multidisciplinarietà

delle diverse figure sanitarie è stata la chiave vincente.

Nel reparto Covid-19 ti trovavi in un vortice costante e, a volte, avevi la sensazione di non poterne

uscire, ma alla fine in qualche modo ce la facevi proprio grazie a chi divideva il lavoro con te».

Un rito tutto consumato all’interno dell’ospedale e difficile da trasferire all’esterno: «La nostra era

davvero la solitudine dei numeri primi», dice.

Dopo questa esperienza, Chiara si sente cresciuta: «Non mi spaventa più niente, anche nella

gestione del paziente. Sento di avere una forza interiore maggiore, nata nella drammaticità

di quei mesi.

Il mio mestiere richiede passione e grande forza di volontà. La voglia di curare gli altri non

ti viene così, o ce l’hai o non te la puoi costruire. Nel mio caso, so che quello dell’infermiera

è l’unico mestiere possibile».

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Figlio e paziente

DAVID E VALTER ROSSI

Valter Rossi ha 64 anni e nel 2010 ha affrontato un tumore del tratto gastroenterico:

lievi disturbi avevano suggerito al medico di famiglia un esame approfondito,

capace di rivelare la diagnosi tumorale, seguita da un intervento chirurgico e dai

necessari cicli di chemioterapia. In quei giorni, Valter era già uno sportivo coi

fiocchi, bulimico di pedali e pallone, un “fachiro” dell’attività fisica che all’improvviso

si trovava di fronte all’ostacolo più tosto, piazzato nel bel mezzo del sentiero

della sua vita di uomo, padre di due figli e sportivo.

«La motivazione interiore è fondamentale. Non è una sensazione, bensì un dato di fatto. Lo sport, in chi è uno sportivo di

base, gioca un ruolo determinante. I pazienti ne sentono il bisogno e non devono abbandonarlo». Il dottor Davide Ottaviani,

oncologo di Humanitas Gradenigo, riconosce che il suo paziente ne è l’esempio vivente: «Non si fermava mai, neanche

quando aveva addosso il CVC (il catetere venoso centrale, funzionale ai farmaci chemioterapici) e mi toccava sgridarlo bonariamente:

“Fermati un paio di giorni”, gli dicevo».

Valter si limitava, ma a modo suo: allenamento in bici al pomeriggio e partita di calcio la sera («Ma se avevo addosso il

catetere, facevo solo l’arbitro»). Così tutti i giorni: «Era per occupare il cervello», aggiunge, senza mai fermarsi. Pedalando

tra i boschi e correndo sul campo di gioco entrava nella sua dimensione agonistica: «Mi concentravo e non pensavo più alla

malattia, era come se venissi ripulito dai pensieri negativi che, talvolta, mi arrivavano».

Un autentico percorso di cura diventato ancora più brillante con l’arruolamento di David, il figlio del paziente che non si

ferma mai. «È cominciato tutto per caso – spiega il ragazzo –. Avevo un preparatore atletico per la mia

attività di calciatore, mio papà mi ha affiancato e abbiamo subito scoperto che andava come un

treno». Il connubio tra i due Rossi genera un profluvio di medaglie, ogni corsa è un podio,

quasi sempre sul gradino più alto. Sui 100 metri

piani Valter vanta un primato personale di 12

secondi e 36 centesimi, stabilito nel 2017 in

Nuova Zelanda, dove ha vinto la medaglia

d’oro dei World Master Games battendo

anche gli avversari a stelle e strisce.

«Allenandomi con mio padre l’ho sempre

visto come un atleta», aggiunge ancora

David. «Non mi capita mai di pensare

né alla malattia che ha avuto né a come

l’ha affrontata. In fondo, si è sempre

comportato come se non avesse

avuto niente e io mi sono adeguato.

Vederlo andare così forte a 64

anni mi dà soddisfazione e mi

serve da stimolo, per non

fare brutta figura devo dare

ancora di più».

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Operatore socio-sanitario

VITO PALANDRA

Dietro ogni sigla c’è un nome e dietro questo nome si nascondono mille storie.

Come quella di Vito Palandra, OSS di Humanitas Gradenigo, ospedale per il

quale lavora da trent’anni. OSS è la sigla che identifica l’Operatore socio-sanitario,

figura professionale istituita nel 2001 per definire chi si occupa di assistenza

di base nell’area sanitaria e nell’area sociale. «Ho iniziato nel 1991 nei

reparti dell’ospedale in veste di ausiliario e svolgendo i lavori legati a quella

mansione: distribuzione delle vivande, rifacimento dei letti, pulizie – racconta

Vito –. Poi ho seguito i corsi di formazione interna e sono diventato un OSS,

acquisendo nuovi compiti e responsabilità».

Vito Palandra è, in particolare, un OSS di sala operatoria, vale a dire uno dei

punti nevralgici di un ospedale. «Va preparata la sera prima e allestita la mattina

presto – spiega -, sistemando il letto operatorio e tutti gli attrezzi che possono

essere utili per le tipologie di intervento in programma, affiancando lo strumentista

e l’infermiere presente in sala. Durante l’intervento, l’OSS segue fino alla

fine le esigenze di medico, infermiere e strumentista, poi aspetta il risveglio del

paziente assieme all’infermiere prima di provvedere alla pulizia di tutta la sala:

pavimento, letto, lampade scialitiche. Tutto quello che si vede va perfettamente

pulito: se l’ospedale deve essere un luogo pulito, la sala operatoria deve essere

un luogo perfetto. Dopodiché si parte con un altro intervento e, finito il

programma operatorio della giornata, si comincia a lavorare al giorno

dopo, concordando scadenze e materiali con gli OSS delle altre sale e

con i coordinatori infermieristici».

Sembrerebbe un lavoro meccanico, ma è tutt’altro: «OSS e infermiere

sono le due figure che in sala hanno il contatto maggiore

con i pazienti – rivela Vito -. Con i pazienti, io chiacchiero molto,

faccio la battuta anche più ridicola del mondo e cerco di non

farli sentire in ospedale. Provo a metterli a loro agio, scaricando

la tensione. In genere ci riesco bene». Ma se è vero

che quella tra Vito Palandra e il Gradenigo è una storia lunga

e solida, è altrettanto vero che le premesse non erano state

le più incoraggianti: «Sulle prime non ero così convinto di

andare avanti – rivela -. L’ospedale in sé non mi piaceva molto,

anzi lo trovavo un luogo di sofferenza. Ma poi impari, diventa

il tuo lavoro e ti scopri motivato per stare con il paziente:

impari ad apprezzarlo e ad andargli incontro. È una palestra

che ti serve anche nella vita. Ecco, avere un contatto con la

sofferenza delle persone ti permette di avere un contatto

diverso con gli altri».

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Ortopedico Paziente

SALVATORE

CAVIGLIA FRANCESCO

LO IACONO

Francesco Lo Iacono esplode i suoi calci a due metri d’altezza con assoluta scioltezza e facilità. E se a giurarlo seduto accanto

a lui non ci fosse il dottor Salvatore Caviglia, ortopedico di Humanitas Gradenigo, risulterebbe davvero difficile credere che il

48enne taekwondista siciliano ha, alle estremità di due gambe scattanti e potenti, altrettante protesi d’anca, impiantate proprio

dal dottor Caviglia nel 2007 e nel 2017.

«Ho cominciato con il taekwondo quando avevo 13 anni – racconta Francesco –, quasi per caso, perché al tempo era sicuramente

più facile giocare per strada che andare in palestra. Impegno e voglia di riscatto si sono tradotti in attività agonistica a livello

regionale, nazionale e internazionale. Ho acquisito una forza interiore che mi ha cambiato. Lo sport mi ha aiutato e migliorato,

ma ha altresì favorito l’usura delle mie anche, fatte in un certo modo e penalizzate da allenamenti obsoleti che

oggi, per fortuna, non si fanno più».

L’anca sinistra è la prima a dare importanti segnali di sofferenza ed è lì che entra in scena il

dottor Caviglia: in un incontro casuale d’estate a Bagheria, la Città delle Ville raccontata da

Giuseppe Tornatore e luogo d’origine dei due protagonisti della nostra “Storia di cura”.

«L’ho visto scendere dall’auto con fatica e ho subito capito la situazione – ricorda il medico di

Humanitas Gradenigo –, così gli ho parlato a muso duro: “Oggi hai 33 anni, zoppichi e sei

invalido, hai due figli e fai una vita che non ti piace. Se aspetti ancora rischi di rovinarti per

sempre”, gli ho detto, da amico ancor prima che da medico».

«Io non avevo capito la gravità della situazione e aspettavo, bloccato da chi mi sconsigliava

l’operazione. Ma intanto non potevo più fare attività fisica e sopportavo un dolore costante

e profondo – aggiunge Francesco –. Ho riflettuto su quelle parole e ho detto sì».

L’intervento ha dato il risultato sperato e ha subito consentito al giovane di riprendere il

suo sport e di continuare con l’insegnamento dello stesso nella palestra di Bagheria e

in quella di Lampedusa, nata per i giovani rifugiati e presto diventata uno spazio di

crescita anche per i ragazzi del posto.

L’anca è il punto di forza di questa disciplina e quando pure quella

destra comincia a dare segni di cedimento, Francesco non ci pensa

due volte e torna sull’aereo di dieci anni prima. «Della mia vita

rifarei tutto, sia il percorso sportivo sia quello chirurgico

– osserva Francesco –. Il dottor Caviglia mi ha fatto rivivere.

Ringrazierò per sempre lui e tutta la sua équipe.

Mi ero bloccato e mi hanno fatto rinascere. Mi hanno

anche permesso di conoscere persone splendide e

di apprezzare cose che di solito non consideri, sul

senso della vita e sui rapporti umani. Ogni volta

che torno per una visita di controllo ci penso

e mi emoziono: penso a cosa riesco a fare

adesso e a cosa non avrei potuto fare senza

l’aiuto di chi mi ha curato».

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Pazienti

ANNA MARIA

E RAFFAELLA

Anestesista e terapista del dolore

LUIGI LAUDARI

Il dottor Luigi Laudari approda in Humanitas Gradenigo cinque anni fa: anestesista giovane

e ricco di talento, si ritrova tra le corsie di questo ospedale per seguire il suo mentore, il dottor

Luigi Parigi, all’epoca primario di Anestesia e Rianimazione. Da torinese, conosce la buona

reputazione di cui l’ospedale gode e soprattutto, da curioso qual è, viene attratto dalla multidisciplinarietà

delle sale operatorie: per un giovane medico, significa avere l’opportunità di acquisire

un ampio ventaglio di competenze e di sperimentare interventi chirurgici di varia intensità,

dal tunnel carpale alla chirurgia vertebrale.

L’entusiasmo del dottor Laudari si fa ancora più palpabile quando

gli viene offerto anche il ruolo di referente del Servizio del

dolore acuto e cronico: lui si occupa di terapia antalgica,

utilizzando nuove metodiche e tecniche per eliminare

i dolori persistenti e donando al paziente il diritto di riacquistare

una qualità della vita migliore.

Quando entra in sala operatoria, invece, Luigi entra

nel suo ruolo più intimo, in un rapporto uno-a-uno con

il paziente: dal punto di vista oggettivo, l’anestesista si

occupa di preparare il paziente per l’intervento, di praticare

l’anestesia più sicura e più funzionale alla cartella

clinica, di addormentarlo e di vegliarlo durante l’operazione

e durante il risveglio, sino alla 24 ore successive.

Guai a pensare che questi meccanismi e passaggi siano

qualcosa di meccanico e asettico: anzi, il dottor Laudari

ne dà un’immagine quasi sacra.

L’occhio della madre, ma anche quello della figlia. Due volte. Mamma Anna Maria e la sua Raffaella.

Entrambe operate di cataratta all’occhio destro e, a distanza di qualche mese, entrambe operate di cataratta

all’occhio sinistro. Sempre lo stesso giorno, sempre insieme, una subito dopo l’altra negli ambulatori

di Oculistica di Humanitas Gradenigo: «Quando mi hanno chiamato per il primo intervento – racconta

mamma Anna Maria –, ho fatto notare che anche mia figlia era in attesa per lo stesso motivo. Ho perciò

chiesto se potevamo presentarci insieme, io abito piuttosto lontano dall’ospedale e mi avrebbe fatto molto

comodo essere accompagnata in auto da mio genero».

E così è andata. «Gli occhi sono importanti e un po’ d’ansia c’era, soprattutto la prima volta», aggiunge

ancora Anna Maria. Che, cuore di mamma, è sempre stata la prima delle due a entrare in sala: «Aspettavo

fuori, anch’io con un po’ di ansia – ammette Raffaella -, ma poi mamma è uscita e mi ha detto che era tutto

a posto e che non dovevo avere paura di niente».

«Dopo l’operazione non riuscivo a crederci – aggiunge ancora Raffaella –. Era da un po’ di anni che non

vedevo bene e, sinceramente, non pensavo di poter recuperare così tanto e così in fretta. Prima non

riuscivo neanche più a leggere i messaggi al telefonino, ora ho recuperato tutto e vedo pure il pelo per

terra, il massimo per me che sono maniaca delle pulizie».

Le due donne si abbracciano, si stringono le mani e si toccano in continuazione: la loro storia di cura

è piena di luce e va condivisa con tutta la famiglia e con le amiche: «Lo abbiamo raccontato a tutte.

Chi avrebbe mai potuto immaginare una cosa del genere?».

«Siamo gli angeli custodi dei pazienti.

Siamo lì nei momenti in cui sono più fragili

e vulnerabili: il sonno e il risveglio.

Siamo lì mentre loro dormono e

quando si risvegliano: non c’è condizione

più delicata nella loro permanenza

in ospedale. Si inizia rassicurando,

placando paure e ansie,

poi accompagnando al sonno,

vegliando e dando una carezza

al risveglio. Esiste forse una

storia di cura più profonda?».

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Coordinatrice infermieristica Medico d’urgenza

PIERO

MANDELLI

CECILIA

DEIANA

Quando si entra in un Pronto soccorso, si entra in un vortice. Di persone, emozioni, stati d’animo.

Nell’era del Covid-19, il vortice si è stretto ancora di più attorno a queste corsie, ne ha sovvertito

le regole, trasformato i percorsi, rivoluzionato l’organizzazione. Ma le fondamenta del Pronto

soccorso di Humanitas Gradenigo sono forti e ben salde: tra queste, due volti simbolo

dell’ospedale, quei volti che tutti conoscono e cercano, in grado di rassicurare anche solo con uno

sguardo. I volti di Cecilia Deiana e Piero Mandelli.

Rispettivamente coordinatrice infermieristica e medico del Pronto soccorso, Cecilia e Piero

lavorano da anni nell’ambito dell’emergenza e hanno risposto alla battaglia contro il Covid-19

fin dalla prima ondata. È stato difficile anche per loro, soprattutto dal punto di vista umano:

«Abbiamo cercato di colmare la mancanza di contatto con la parola e con il tempo, attraverso un

concetto di cura in grado di annullare in qualche modo le distanze, sia nei confronti dei pazienti

che dei loro familiari», racconta il dottor Mandelli.

Perché da quelle corsie, abituate da sempre all’emergenza, il Covid-19 ha cercato di portare via

la cosa più preziosa per un operatore sanitario: la vicinanza alle persone. Il Pronto soccorsoha

raccolto la sfida e si è reinventato: «Abbiamo dovuto ampliare il gruppo, relazionarci con persone

diverse, gestire una nuova squadra. Insieme, abbiamo lavorato per l’obiettivo più importante:

assicurare le migliori cure al paziente, facendogli percepire la nostra “vicinanza nella lontananza”

e nonostante tutto», ricorda Cecilia.

Tra quelle stesse corsie, Cecilia e Piero affrontano ogni giorno il vortice dell’emergenza, senza

mai dimenticare l’importanza della componente umana: «Perché la cura è terapia, ma è anche

l’aspetto emozionale e tutto quello che alla terapia sta dietro: storie, persone, emozioni», raccontano

entrambi attraverso quei volti inconfondibili, che insieme a tutta la squadra, hanno reso

il Pronto soccorso un luogo sicuro. Anche in mezzo alla tempesta.

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Coordinatrice infermieristica

MANUELA

COSTAMAGNA

Il suo volto è finito in tutte le clip che nel 2020 SkyTg24 ha dedicato al Covid-19 per ricordare

l’impatto che il virus ha avuto sulle nostre vite. Il volto è quello di un’infermiera che si strappa

il cerotto dal naso, mostrando i solchi rossi sulla pelle, le ferite di una guerra chiamata

pandemia. L’infermiera si chiama Manuela Costamagna e questa è la sua Storia di cura.

In Humanitas Gradenigo, dal 2015 Manuela è coordinatrice infermieristica del reparto di

Urologia: in anni di attività ha visto pazienti arrivare, essere operati e tornare sereni alla

propria vita. Un reparto tranquillo che, nel giro di ventiquattr’ore, s’è trasformato in reparto

Covid e di ordinario e regolare non ha avuto più niente.

Nessuno può affrontare senza paura qualcosa di cui non ha conoscenza, nemmeno una

professionista esperta come Manuela. Di fronte all’ignoto, ogni ruolo è caduto: non c’erano

infermieri, non c’erano medici, non c’erano Oss, c’era solo un grande “noi” fatto di persone

che si prendevano cura di altre persone. Dietro alle tute da astronauta che hanno popolato

le immagini dei telegiornali e che hanno annientato l’identità singola dell’individuo, si è

costruita un’identità ben più forte: un gruppo coeso, legato dal filo impercettibile, ma saldo,

della collaborazione.

Gli intensi occhi verdi di Manuela e i suoi capelli rosso acceso sembrano rappresentare

il contrasto di emozioni che il Coronavirus ha portato tra le mura dell’ospedale: la paura

profonda ha generato adrenalina, benzina infallibile per resistere a quattordici ore di lavoro,

ma anche conforto, sentimento intimo e sottile che nutre l’animo. La solitudine è stato il

prezzo assurdo che tutte le persone coinvolte nella lotta al Coronavirus – pazienti e non –

hanno dovuto scontare. Manuela è stata infermiera, ma anche famiglia dei suoi malati: si è

presa cura del loro aspetto clinico, del loro umore, del loro contesto e rete sociale, della loro

sfera relazionale. Forse, proprio per questo, nella mente di Manuela rimane indelebile

il momento in cui l’ospedale ha adottato – tra i primi in Italia – i tablet per le videochiamate:

uno schermo che ha significato tantissimo, perché dopo giorni o settimane di annebbiamento,

i pazienti hanno potuto riscoprire i volti di figli, mogli, mariti, madri, padri, ritrovando un

primo sorriso o lasciandosi andare a un pianto liberatorio. Qualcosa tornato reale, pur nella

surrealtà dell’emergenza.

Emergenza che non finiva in corsia. Racconta Manuela: «Anche io ho usato le videochiamate

per mesi: è stato l’unico modo per vedere i miei figli. In questo reparto, in questo mondo

che non potevamo immaginare, ci siamo trovati tutti dalla stessa parte». E i suoi occhi verdi,

pur nella commozione, sanno ancora sorridere.

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52 Humanitas Gradenigo Magazine - N.3 Humanitas Gradenigo Magazine - N.3

«Quando un giorno mi chiederanno della pandemia, sicuramente la prima parola che mi tornerà alla mente sarà

“tampone”» racconta il dottor Luca Raimondo, responsabile dell’Otorinolaringoiatria di Humanitas Gradenigo e

ideatore dell’ambulatorio dedicato ai disturbi di olfatto e gusto post Covid-19.

La vita quotidiana di un otorino ha ben poco a che fare con i tamponi molecolari, ma anche in Humanitas Gradenigo

l’arrivo della pandemia ha stravolto tutto e i professionisti sanitari sono stati coinvolti il più possibile nella lotta al

virus. È così che Aurora Drago, biologa del Laboratorio analisi dell’ospedale, l’infermiera Sabina Canova e il dottor

Raimondo si sono ritrovati a comporre il cosiddetto “Team tamponi”, la squadra incaricata di eseguire e processare

i tamponi molecolari di tutto il personale ospedaliero e dei pazienti ricoverati durante la prima ondata.

«Non sono solita occuparmi della cura. Io vivo analizzando e studiando, ma in quei giorni ero quella che dava la

sentenza, bella o brutta che fosse. Per questo la mia paura non era tanto quella di prendermi

il Covid, quanto quella di cedere psicologicamente alla stanchezza» afferma

Aurora Drago confrontando quei mesi alla sua quotidianità pre-Covid.

Anche Sabina Canova, infermiera, da circa due anni lavora in Laboratorio analisi:

«Per me la cura è sempre stata accoglienza. Con la pandemia si è ritornati

ancora più saldamente al concetto di attenzione ai dettagli: soprattutto verso

le fragilità psicologiche che un tempo il paziente avrebbe espresso al parente

seduto a fianco e che ora siamo noi a dover ascoltare».

“Ascoltare”: parola cara al dottor Raimondo, che tra una donna più pragmatica

e una più empatica, ha fatto da ponte, proprio ascoltando. Dodici

ore di esecuzione tamponi non sono mai state alienanti per lui, perché le

ha trascorse facendo quello che, da medico, era abituato a fare in ambulatorio.

«Ho incontrato tante persone in quel periodo e non le ho mai

viste come una catena di montaggio: con loro ho parlato, ho ascoltato

le loro storie e ho tristemente appreso come quel Sars-Cov-2 stesse

cambiando le loro famiglie».

Chissà se un giorno, ritornando nei corridoi dell’ospedale,

qualcuna di quelle persone “tamponate” incontrerà

il volto di Aurora, Luca o Sabina. Chissà se li

riconosceranno nonostante il vestiario diverso,

chissà se si chiederanno: «Ma sono loro o non

sono loro?». Ebbene sì, saranno proprio loro,

tre professionisti diversi ma uguali nella

loro umiltà ed etica, che hanno saputo fare

squadra per dare vita a una grandissima

storia di cura.

Aurora Drago, Luca Raimondo e Sabina Canova

TEAM

TAMPONI

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Paziente Anestesista

CHIARA

FERRARI

CARLO

TORRIELLI

La cura può essere una corsa. Contro il tempo, il dolore o un virus che non si conosce. La lotta al Covid–19 è stata

anche questo: una corsa contro un nemico subdolo e invisibile, una battaglia da vincere a tutti costi.

Così inizia la storia del paziente Carlo Torrielli e di Chiara Ferrari, al tempo responsabile della Terapia intensiva di

Humanitas Gradenigo. Il loro incontro avviene durante il primo turno di Chiara nella Terapia intensiva riservata ai

pazienti Covid-19: «Quella mattina, entrando in stanza, ho notato un paio di scarpe rosse sotto al letto di un paziente,

le stesse che usavo io per fare sport – racconta –. In mezzo a tute bianche tutte uguali, quelle scarpe sono state per

me un segno inconfondibile, il simbolo di appartenenza a una stessa squadra».

Il fischio d’inizio era arrivato per Carlo in una mattina di marzo 2020: «Quel giorno mi ero svegliato

senza fiato. Avevo chiamato l’ambulanza e, nella fretta, messo le prime scarpe che avevo trovato:

il destino ha voluto che fossero proprio quelle rosse, con cui avevo già corso alcune gare.

Non avevo idea che quella mattina le avrei indossate per affrontare la sfida più importante

della mia vita».

Carlo è abituato alla disciplina, alla fatica per raggiungere l’obiettivo, per cui scende in

campo con tutte le sue forze. Combatte e non si perde d’animo, nemmeno quando la strada

sembra tutta in salita, una salita a forma di maschera senza la quale non riesce a respirare.

La dottoressa Ferrari è al suo fianco e a quello di tutti i pazienti, che aiuta, sostiene, incita con

i suoi colleghi nella battaglia che ogni giorno si svolge tra le corsie dell’ospedale:

«In quei mesi, siamo diventati la famiglia dei nostri pazienti e abbiamo

toccato con mano che cos’è la resilienza. Insieme, abbiamo

provato a trasformare la malattia in una sfida, la difficoltà in

un incitamento a raggiungere la meta».

Carlo e Chiara affrontano la partita insieme, lui atletico

da sempre, lei amante dello sport. La passione li

unisce, così come la voglia di vincere. Soprattutto

questa battaglia. Carlo ricorda lo spirito con cui

ha affrontato la sua partita: lui, un guerriero

nato, costretto in un letto ma animato dalla lotta

più istintiva e viscerale che esista, quella per

la vita. Chiara, dall’altra parte, vive e rivive la

dimensione surreale di quei giorni, ma anche il

senso di vicinanza nonostante le tute, i caschi,

la mascherina. Nonostante tutto. Insieme,

hanno unito le forze per affrontare la corsa più

lunga verso lo stesso traguardo: la cura.

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Farmacista

ELENA

GIUBELLINO

Questa storia di cura inizia oltre vent’anni fa e conosce una brusca accelerazione negli ultimi due:

l’arrivo del Covid-19, lo sforzo per curarlo, il sollievo del vaccino che diventa speranza. «Per la prima

volta, non riesco a pensare a questo vaccino come a un farmaco. In ogni dose preparata rivivo ogni

giorno passato in ospedale alla ricerca di una cura che sembrava non arrivare mai, rivedo il nostro

lavoro, i mesi passati pensando a un giorno migliore, il nostro domani migliore che finalmente

acquista speranza in queste fiale».

Sono le parole di Elena Giubellino, farmacista di Humanitas Gradenigo, impegnata nella preparazione

del vaccino per il Centro vaccinale dell’ospedale. Parole che rivivono i primi giorni del Covid–19,

arrivano al presente e guardano al domani, all’idea di rinascita che il vaccino porta con sé. «Abbiamo

iniziato questa guerra senza armi: non c’erano farmaci e la malattia non si conosceva. È stata dura,

soprattutto all’inizio. Poi, piano piano, i farmaci sono arrivati e con loro la possibilità di aiutare i

pazienti», ricorda la dottoressa Giubellino.

Perché il farmaco è cura. Palliativo o risolutivo che sia, può alleviare il dolore, lenire le ferite, guarire.

Anche per questo, racconta la dottoressa Giubellino, il rapporto tra paziente e farmacista a volte va

oltre il solo aspetto professionale: «Davanti e dietro al bancone si ritrovano due persone, di cui spesso

una ha paura o più semplicemente bisogno di conforto. Così iniziano dialoghi che diventano storie,

in cui ci si racconta e si ascolta. Perché la cura è anche questo: una storia. Di terapie, di percorsi,

di malattie che cambiano. E di ascolto. I pazienti hanno bisogno di essere ascoltati, e noi abbiamo

bisogno delle loro voci. È un rapporto reciproco di fiducia e di scambio».

Così la cura cambia, si evolve e si trasforma, pur rimanendo sempre l’obiettivo del percorso.

Una cura che passa anche attraverso le parole, strumenti in grado di lenire il dolore, esattamente

come il farmaco. Per questo, in ogni sua esperienza, la dottoressa Giubellino ha sempre cercato

di mettersi a disposizione dei suoi pazienti: «Il nostro compito è quello di prenderci cura della persona

e delle sue necessità, in tutti i modi possibili. Quando i pazienti riescono a lasciarsi andare, a raccontarti

le loro piccole conquiste quotidiane nonostante la malattia, allora capisci che l’ospedale è esattamente

il posto in cui dovresti essere».

Ospedale in cui la cura trova oggi l’arma più importante nella sua battaglia contro il Covid-19, la nostra

battaglia: «Con il vaccino, alla cura del virus si aggiunge la possibilità di sconfiggerlo.

È una nuova storia da vivere insieme, una storia di speranza, di libertà, di rinascita».

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Elena Cavallone, Leonardo Lombardi, Elena Ferrari, Ferdinando Garetto, Maria Chiara Montalbano,

Salvatore Giarrizzo, Natalia Afonso de Souza Freitas

COVID-19 E MEDICI

IN CORSIA

Se chiedete a chi lavora in ospedale quale sia stato il momento peggiore dell’

emergenza Covid-19, molto probabilmente vi risponderà così: l’arrivo della seconda

ondata. Sì, perché se nella primavera del 2020 si lottava anima e corpo contro un

nemico sconosciuto, nell’autunno dello stesso anno si era già consapevoli della forza

di quel nemico e di quanto fosse ostico: riaprire i reparti Covid-19, ricominciare la

disperata conta di ricoveri e decessi, ritornare all’alienazione di giornate passate in

corsia bardati come palombari, ripetere l’atto di una battaglia dalla durata e dall’intensità

tutte da scoprire.

C’era tutto questo negli occhi di chi, in quei giorni, percorreva i corridoi di

Humanitas Gradenigo e incrociava le tante persone in predicato di ripiombare nella

stessa dimensione di sei mesi prima. Tra loro anche un gruppo di sei giovani medici,

di lì a poco fiondati in una situazione tanto inedita quanto carica di stimoli professionali

e umani. Un’esperienza diventata ancora più significativa per mezzo della

condivisione, vissuta durante e dopo quelle

lunghe settimane di pura trincea. Assieme

ai medici di Pronto soccorso e Medicina

interna e a quelli di altri reparti “prestati”

all’emergenza, come il dottor Ferdinando Garetto, medico palliativista di Humanitas Gradenigo dal 2001.

«Abbiamo lavorato insieme in corsia e ci siamo ritrovati quando l’emergenza si era attenuata – racconta proprio il dottor

Garetto –. I sei giovani medici, seduti in cerchio, hanno raccontato e si sono raccontati, nel segno della condivisione e dell’ascolto

profondo e reciproco». Il dottor Garetto li definisce: «La “generazione nuova” di questo incredibile periodo Covid-19 –

dice –. Medici neo-laureati o al primo anno di specializzazione che hanno tutti accolto con slancio generoso la sfida di mettersi

in gioco da subito, in nome di un giuramento appena pronunciato, ma mai tanto vero come questa volta. Dai libri sono passati

direttamente alle ambulanze, al Pronto Soccorso travolto dalla pandemia, alle Terapie intensive e ai reparti Covid».

Come la dottoressa Elena Ferrari, laureata alla Sapienza di Roma e specializzanda di Hunimed, l’Università di Humanitas.

Come la dottoressa Maria Chiara Montalbano, laureata all’Università degli Studi di Torino e un futuro nell’Ematologia e la

sua coinquilina, nei giorni del primo Covid, dottoressa Elena Cavallone, laurea a Torino e la Cardiologia nel mirino. Come

altri due specializzandi di Hunimed, il dottor Leonardo Lombardi, laureato a Trieste e il dottor Salvatore Giarrizzo, laureato

alla Sapienza. Fino alla dottoressa Natalia Afonso De Souza Freitas, 29 anni con laurea a Buenos Aires e in Humanitas

Gradenigo dopo aver affrontato la prima ondata Covid-19 negli ospedali di Argentina e Brasile.

«La vera scoperta del Covid è stata la cura – conclude il dottor Garetto –. Anche cura

reciproca, che ha rivestito un aspetto decisivo. Medici, infermieri e operatori

socio-sanitari, tutti insieme. È il lavoro più bello del mondo, ragazzi non

perdete mai questo entusiasmo».

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Infermieri in pensione

GABRIELLA

MANAVELLA

ALDO

MONTANARO

Aldo Montanaro e Gabriella Manavella sono due tra i tanti infermieri in pensione che hanno risposto “presente”

all’appello rivolto loro un anno fa dalle Direzioni sanitarie delle strutture Humanitas di Torino per la campagna di

vaccinazione anti Covid-19. Tra i tanti, ma non come tanti. Aldo è andato in pensione all’inizio del 2020, quando era il

responsabile dei Servizi assistenziali sanitari di Humanitas Torino, Gabriella ha lasciato il lavoro dopo ben 43 anni di

attività tra Molinette (i primi otto), Humanitas Cellini e Clinica Fornaca.

Ed è stata proprio Gabriella a occuparsi dei primi vaccini anti-Covid che Humanitas ha riservato ai dipendenti delle

tre strutture torinesi, nel gennaio 2021: «Ero andata in pensione in pieno lockdown – racconta –. I primi due o

tre mesi erano più o meno andati senza troppi problemi, poi la situazione si è fatta sempre più pesante e quando in

autunno s’è cominciato a parlare di vaccini ho subito detto ad Aldo che mi sarei resa disponibile. È accaduto con

Humanitas a inizio anno, io e i miei colleghi (Remus Lovin, Monica La Salandra e Giada Baglio) abbiamo vaccinato

dipendenti e collaboratori di Cellini, Fornaca e Gradenigo: un’esperienza che mi ha permesso di ritornare

nell’ambiente del lavoro e di rivedere tutte le persone con le quali avevo lavorato negli anni. In quei giorni mi sono

sentita di nuovo utile», aggiunge.

Con i vaccini Aldo ha invece cominciato ad aprile: «Nei miei oltre 45 anni di attività lavorativa avevo sempre vissuto

con passione il fatto di essere il responsabile di una famiglia/comunità professionale (infermieri, operatori sociosanitari,

fisioterapisti, tecnici e altro) e di questo mi ero sempre sentito privilegiato e grato. Ma negli ultimi anni mi

erano mancati i pazienti e l’assistenza alla persona, tanto che cercavo di comportarmi con il personale con la stessa

attenzione che si dedica ai pazienti – spiega -. Quindi la scelta di tornare in pista per

i vaccini è stata naturale, anche perché l’aveva già fatto Gabriella e perché

mi sentivo un po’ in colpa per essere andato in pensione proprio un attimo

prima che arrivasse il Covid-19».

«Quella dei vaccini è stata un’avventura straordinaria – riconosce Aldo

– che mi ha permesso di apprezzare ancora di più quanto l’infermiere

sia strategico al momento del contatto con la persona. Non bisogna

fare l’errore di pensare che la vaccinazione sia un atto tecnico che

inizia e finisce con l’inoculazione di un liquido. È invece il risultato

di un gioco di squadra, dove tante figure professionali fanno sentire in

sicurezza su una prestazione di fronte alla quale tutti arrivano con

paura, anche quelli che non lo danno a vedere. Ecco perché è

importante che ognuno faccia al meglio il proprio pezzo di

strada. Noi siamo spesso riusciti a fare tutto nel migliore

dei modi ed è stata una sensazione bellissima».

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SERVIZI

Guida al

nostro ospedale

L’elenco completo di ambulatori, servizi di Diagnosi,

Chirurgie, Medicine e servizi di Humanitas Gradenigo

MEDICINE E SERVIZI

Medicina interna

Medicina d’urgenza e pronto soccorso

Oncologia

Anestesia e rianimazione

Cardiologia

Dott. Giorgio Carbone

Dott. Lucio Buffoni

Dott. Fabio Gobbi

Dott. Francesco Milone

Endocrinologia e metabolismo

Gastroenterologia ed endoscopia

digestiva

Neurologia

Prof. Fabio Lanfranco

Dott. Mohammad

Ayoubi Khajekini

Dott. Pietro Pignatta

Pneumologia

Reumatologia

Medicina del lavoro

Dott. Giovanni Donna

D’Oldenico

CHIRURGIE

Chirurgia generale

Endocrinochirurgia

Dott. Renzo Leli

Chirurgia oncologica mininvasiva

Chirurgia maxillofacciale

e gnatologia

Dermochirurgia oncologica

Chirurgia post-bariatrica

Dott.ssa Alessandra

Farnetti

Dott. Andrea Margara

Oculistica

Dott. Claudio Panico

Otorinolaringoiatria

Dott. Luca Raimondo

Proctologia

Urologia e Andrologia ricostruttiva

Dott. Omid Sedigh

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SERVIZI

ALTRE STORIE DI CURA

Ginocchio

ORTOPEDIE E

RIABILITAZIONE

Ortopedia e Traumatologia

Chirurgia della mano

Chirurgia del piede

Chirurgia vertebrale

Dott. Pierfranco Triolo

Dott. Giorgio Matteo Berto

Dott. Giorgio Gaetano

Pivato

Dott. Marco Bozzaro

Dott. Davide Caldo

Dott. Andrea Vecchi

Piede

Colonna vertebrale

Scoliosi

Spalla

Anca

Osteoporosi

Le “Storie di cura” su

“La Stampa”

Recupero e rieducazione

funzionale

Dott. Carlo Mariconda

Cefalee

Epilessia

Parkinson

I NOSTRI SERVIZI SPECIALISTICI

DI DIAGNOSI E CURA

AMBULATORI

Agopuntura

Andrologia

Aritmologia

Audiometria

Logopedia

IBD (malattie infiammatorie

croniche intestinali)

SERVIZI DI DIAGNOSI

Diagnostica per Immagini (RX,

TAC, Risonanza magnetica,

Ecografia, MOC)

Diagnostica vascolare

(ecodoppler)

Dott. Andrea Ferraris

Dott. Claudio Rabbia

Il quotidiano torinese ha raccolto una

serie di “altre storie di cura” relative

alla vita della città: dai volontari Abio

alla nascita del Basic Village,

dallo sprinti del Cus Torino

agli “angeli” della San Vincenzo.

Fisiatria

Diagnostica cardiologica

Flebologia

Foniatria

Tamponi vaginali

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Dott. Renato Parente

Dott.ssa Gabriella

Galligani

“Storie di cura” è la campagna che Humanitas

Gradenigo ha lanciato nell’aprile

2021 per raccontare come l’ospedale,

da oltre un secolo, si prende cura, attraverso

il lavoro di medici e infermieri, di

Torino e della salute dei suoi cittadini.

Dal settembre dello stesso anno, attraverso

articoli e video curati dal quotidiano

“La Stampa”, “Storie di cura” ha

poi aperto alla città, raccontando una

serie di realtà torinesi – sociali, culturali,

imprenditoriali, sportive e amministrative

– che si prendono cura di

Torino e dei suoi abitanti attraverso un

lavoro non sempre così visibile, ma di

radicale importanza per gli effetti generati.

Dall’opera delle Biblioteche civiche

torinesi a quella dei volontari Abio, dal

miracolo trasformativo che è la storia

del “Basic Village” di corso Regio Parco

all’asticella sempre più alta del Cus

Torino, fino al contributo che il Banco

farmaceutico o gli “angeli” della San

Vincenzo forniscono a chi ha maggiormente

bisogno.

Un viaggio lungo e profondo nel cuore di

una città che sa anche abbinare la solidarietà

al suo timbro sabaudo e che non

di rado inventa e sperimenta soluzioni

destinate a essere adottate nel resto

d’Italia e nel mondo.

Inquadra il QR code

o vai su www.lastampa.it/

speciale/torino/storie-di-curaper-la-citta/

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Humanitas Gradenigo Magazine - N.3

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Humanitas Gradenigo Magazine

Anno 3 - Numero 3 - 29 gennaio 2022 | Autorizzazione del Tribunale di Torino N. 44 del 20 giugno 2018

Direttore responsabile: Walter Bruno | Responsabile Comunicazione: Alessio Pecollo | Ufficio Stampa: Salvo Anzaldi | Redazione: Salvo Anzaldi, Federica Bernard,

Martina La Porta, Alessio Pecollo.

Grafica: Tortuga s.r.l. | Immagini: Archivio Humanitas Gradenigo, iStockphoto | Stampa: Tipografia Gabo - Torino

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