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BSKT #10

Il numero di marzo 2022 di BSKT, il magazine ufficiale della Dolomiti Energia Basket Trentino

Il numero di marzo 2022 di BSKT, il magazine ufficiale della Dolomiti Energia Basket Trentino

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MARZO 2022

DOMINIQUE JOHNSON

Partito da Zero

WESLEY SAUNDERS

Lo studente di Harvard

AMOS MOSANER

La pietra d’oro

VITTORIA PIANI

Il Trentino è Rosa

SPORT&STYLE

Il nuovo Shaki


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BSKT – Il magazine di Aquila Basket

Numero 10/ Marzo 2022

Registrazione Tribunale di Trento n° 1275

del 10 gennaio 2006

Direttore Responsabile:

Luigi Longhi

Redazione:

Francesco Costantino Ciampa e Marcello Oberosler

Direttore Artistico: Daniele Montigiani

Grafica e impaginazione:

Lorenzo Manfredi

Hanno collaborato:

Martina Quintarelli e Stefano Trainotti

Fotografie:

Daniele Montigiani, Ciamillo&Castoria, Filippo Rubin/Lega

Volley, Sergio Mazza

Redazione:

Piazzetta Lunelli, 8 -12 – 38122 Trento Tel. 0461

931035, e-mail: bskt@aquilabasket.it

Spazi pubblicitari:

marketing@aquilabasket.it

Tipografia:

Grafiche Dalpiaz - Via Stella, 11/B, 38123 Ravina TN

© Copyright Aquila Basket Trento srl

Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questa rivista

può essere riprodotta con mezzi grafici, meccanici, elettronici

o digitali. Ogni violazione sarà perseguita a norma di

legge. .

Numero chiuso alle ore 23 di giovedì 3 marzo 2022

5 I EDITORIALE

6 I AMARCORD

8 I BEST OF SEASON

10 I APPUNTI SPARSI

12 I LA COPERTINA

Dominique Johnson

16 I LA CONTROCOPERTINA

Wesley Saunders

21 I L’AVVERSARIA

Reyer Venezia

26 I IL PERSONAGGIO

Fabio Mian

30 I SPECIALE OLIMPIADI

Amos Mosaner

34 I L’OSPITE

Vittoria Piani

38 I MONDO STATISTICHE

40 I HELLO MY NAME IS

Luca Franzoi

42 I CAST

C2 Corporate

44 I AQUILAB

One Team Basket

46 I SPORT&STYLE

Shaki

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FORZA AQUILA

LE NOSTRE PASSIONI:

LO SPORT E L’HAMBURGER.

LE TUE?

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05 | EDITORIALE

La mia generazione e la guerra di Danylo

Sono uno di quelli nati all’inizio degli anni 60; sono della generazione del boom

economico, della lira premiata come moneta più forte d’Europa.

Sono della generazione che di guerra ha sentito parlare dai padri e dai nonni.

Sono di una generazione a cui hanno permesso di vivere e di crescere in maniera

bella, senza tanti problemi, che ha potuto iniziare a viaggiare per conoscere, fare

esperienze; sono della generazione che ha potuto scegliere il lavoro che amava fare;

sono della generazione del benessere sfociato in consumismo. Ora però, la realtà mi

ha presentato il conto, sbattendomi in faccia che esiste ancora la guerra.

Anzi, che essa è parte di noi. Quello che sta succedendo in Ucraina è entrato nelle

nostre vite come uno tsunami di emozioni, di rabbia e di paura. Tra le tante storie

che abbiamo sentito in questi giorni, una mi ha colpito particolarmente. Una storia

di sport e di vita, di angoscia e speranza che s’infrange contro la guerra. Una storia

che è stata raccontata dal bravo Stefano Parolari su l’Adige. In questo mondo così

complicato, sospeso tra ansia e paura, un tennista ucraino Danylo, 1.800 della

classifica mondiale, quindi lontanissimo dei guadagni milionari e dalla gloria

garantita dai media, doveva venire a giocare il torneo di Trento. Un torneo dove

i giovani di tutto il mondo cercano un lancio per la loro carriera. Questo ragazzo,

di 25 anni, ha mandato un’email al direttore del torneo chiedendo di averne una

di ritorno in cui si attestava che doveva venire a Trento per giocare. Quell’email si

concludeva con “Vi prego salvate la mia vita”. Purtroppo il tennista non ha potuto

raggiungere il Trentino. La sua vita è cambiata in fretta…svoltando verso una

caserma. In quel “Save my life” c’erano i sogni cullati da ogni sportivo, la passione

che spinge a lottare fino in fondo, ad impegnarsi a credere che dopo una sconfitta

si può tornare più forti. In poche, tragiche parole, è racchiuso il dramma di milioni

di persone di tutte le età che stanno pagando un prezzo altissimo. Giovani che anziché

incrociare una racchetta o un pallone ora sono costretti ad incrociare un’arma

e ciò in quello che da sempre si definisce il cuore dell’Europa, crocevia di storie

millenarie in cui popoli diversi si sono incontrati e talvolta purtroppo anche uccisi.

Le tragedie personali di questi giorni sono le tragedie dell’umanità e lo sport che

dovrebbe essere semplicemente un atto di amore verso la vita svanisce fagocitato

dall’urlo straziante di un popolo martoriato dalle bombe. Certo, ci sono cose ben più

importanti di una partita ma il sopravvivere non può essere considerato vita

e la pace è anche una partita da giocare su un campo perché nessuno può essere

così folle da preferire la guerra alla pace.

Il Pres.

Ps: Questo editoriale doveva essere dedicato ad una riflessione sui miei 10 anni

di presidenza di Aquila Basket. Lo dedico invece a tutti i Danylo e le Danyla del

mondo perché possano costruirsi un futuro senza dover rifugiarsi sotto terra: la

loro sofferenza deve essere anche la nostra sofferenza, perché non esiste un modo

onorevole di uccidere, né un modo gentile di distruggere. Non c’è nulla di buono

nella guerra, eccetto la sua fine, come disse Abram Lincoln.


6 | AMARCORD


Sassari, 16 Maggio 2017

Lega Basket Seria a Quarti

di Finale Playoff 2017

Banco di Sardegna Sassari -

Dolomiti Energia Trentino

Nella Foto: Beto Gomes schiaccia

davanti al pubblico

del PalaSerradimigni

Daniele Montigiani


8 | BEST OF SEASON


Bologna, 27/02/2022

FIBA Basketball World Cup 2023

European Qualifiers

Italia - Islanda

Nella foto: la palla a due all’interno

del Pala Dozza

Sergio Mazza


10 | APPUNTI SPARSI

Io, Giaci, e Lady Gaga

DI FRANCESCO COSTANTINO CIAMPA

Il 22 febbraio del 2009 ero a Bologna. Ok, who cares? Giusto. Però quel giorno si giocavano le semifinali di Coppa Italia al Pala Malaguti

(forse non si chiamava neppure così all’epoca). Io e il solito Giaci, direzione Casalecchio per vedere l’effetto che fa. Due partite, la Virtus

di casa e la solita Siena ma anche Treviso e una squadra scomparsa dai radar: Teramo. Entriamo nel palazzo e veniamo accolti da un

tambureggiante motivo che ricorda la Lambada (chi dice di non ricordarla è un Giuda) e, girandoci verso la tribuna alle nostre spalle,

rimaniamo estasiati dalla muraglia di tifosi abruzzesi in bianco-rosso. Un rumore assordante, da tifo greco per intenderci. Siamo rimasti

cinque minuti a guardarli con la bocca aperta. Ovvio, loro erano i debuttanti al gran ballo e la squadra stava volando in classifica (i

teramani finiranno terzi, eliminati da Milano in un drammatico quarto di finale…sì, c’ero), naturale e giustificato quell’entusiasmo. Però

non è mai scontato portare duemila persone in trasferta. Il bello di giocare la Coppa Italia, un torneo senza domani: vinci o muori. Ma,

chicca delle chicche, in quel consesso andò in scena, al termine della prima semifinale, una cantante dalle forme rotondette e dalla

voce particolarmente aggressiva: Lady Gaga! Sì, avete letto bene. La signorina Germanotta, non molto famosa all’epoca, si esibì per due

annoiati trentenni bresciani che, in linea con la loro lunga storia di giudizi un pelo azzardati, sentenziarono: «Ma chi è questa? Non vale

niente». Dove niente va sostituito con il solito termine scurrile con cui si descrive l’organo riproduttivo maschile. Bravi, pazzi. Lady Gaga

ha, poi, sviluppato una discreta carriera musicale, i due trentenni bresciani, infatti, hanno dimostrato con i fatti di non valere neppure

quel già citato membro riproduttivo maschile. Per la cronaca quelle finali furono vinte da Siena ma io penso ancora a Lady Gaga e alla

sua versione di Poker Face. Vi giuro: non la stava ascoltando nessuno! Almeno io e Giaci le abbiamo riservato un commento sprezzante.

Ma il resto del pubblico aspettava solo l’inizio della seconda partita. Perché ho raccontato questa storia? Onestamente non ne ho idea.

Non c’è nessuna morale nascosta. Sarebbe bello parlare del “se ci credi ce la fai” e altre cagate del genere motivazionale/buonista di cui

è inondato ogni social network ma non è così. Eppure ancora adesso rido di quella performance e di quanto poco ci becco con i pronostici

carrieristici. Vabbè, un giorno, vi parlerò di quando Giaci divenne amico di Giorgio Armani. Ma questa è veramente un’altra storia. Anche

se non frega niente a nessuno.

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12 | LA COPERTINA

Zero

To

Hero

DI MARCELLO OBEROSLER

FOTO DI DANIELE MONTIGIANI

Zero to hero. Da “zero” a eroe.

Negli Stati Uniti è un modo

di dire per rappresentare un

repentino cambio di sorte

e di destino che ti porta sulla

cresta dell’onda, che ti porta al top:

Dominique Johnson, il nuovo arrivato

in casa Dolomiti Energia Trentino,

ha scelto il proprio numero di maglia

proprio ripensando alle sue origini,

all’inizio del suo percorso.

Quando nessuno avrebbe

scommesso su di lui, quando

sembrava impossibile trovare

una strada che lo portasse ad

affermarsi, a diventare un giocatore

professionista, a fare della

pallacanestro la sua vita.

Lo mettono in discussione fin dalle

scuole superiori, si trova a fatica

un college che gli dia spazio per

giocare: Southwest Tennessee

Community College, poi Azusa

Pacific. Nomi e luoghi che si farebbe

fatica a individuare sulla virtuale

“mappa” del basket collegiale

statunitense. Zero.

Così nel 2010 inizia il viaggio che

trasforma la vita di Dominique: si

parte con la D-League, lega nella

quale entra quasi per sbaglio ma

dove comincia subito a farsi notare.

Ma non è abbastanza.

Tre stagioni nella seconda lega

statunitense lo pongono di fronte

a un bivio, e da buon esploratore del

mondo Dominique sceglie la strada

meno battuta: riparte dall’Europa,

e comincia un vero e proprio giro

del globo.

Due anni in Polonia, poi in Israele,

Turchia, Germania. Il primo contatto

con l’Italia è a Varese, nell’autunno

2016: agli ordini dell’amato coach

Caja DJ diventa subito protagonista

di una grande stagione, una di quelle

che ti proiettano ad alto livello. Non

è un caso se l’anno dopo è a Venezia,

squadra a caccia di trofei che però

sulla sua strada trova una grande

Dolomiti Energia che la elimina in

semifinale: nella conclusiva gara-

4 Dominique segna cinque triple

facendo tremare freddo il pubblico

della BLM Group Arena. Siamo nel

2018, Johnson ha ancora il tempo di

giocare a Pistoia (dove incontra Fabio

Bongi), quindi in Libano e in Francia

prima del ritorno all’Italia. Un Paese

speciale anche per lui, professionista

“nomade” del basket continentale.

Speciale anche quando la sfida è

diventare il punto di riferimento

di un’ambiziosa squadra di Serie

A2, Udine, con la quale sfiora

solamente il salto di categoria e la

promozione in A. Dopo aver aggiunto

il Messico al lungo elenco dei Paesi

in cui ha militato, ora DJ ha un solo

obiettivo in testa: giocare un ruolo

importante nella volata finale della

stagione della Dolomiti Energia tra

campionato e coppa.

«Alla squadra voglio portare

esperienza e leadership – racconta

DJ -, due dei miei tratti migliori:

“Dominique

Johnson, il nuovo

arrivato in casa

Dolomiti Energia

Trentino,

ha scelto

il proprio numero

di maglia proprio

ripensando

alle sue origini,

all’inizio

del suo

percorso”


“La mia famiglia,

mia moglie e nostra

figlia che ha 19 mesi,

mi raggiungerà

presto a Trento,

sono sicuro che

vivremo dei bellissimi

mesi qui, la città

e il posto sono

bellissimi”

è la quinta stagione in cui gioco

in Italia, sono felice di essere

tornato nella massima serie dopo

la stagione a Udine. Mi sembra

un po’ una prima volta in Serie A,

sono molto entusiasta di questa

nuova avventura. Mi sento in forma

fisicamente, sono uno molto attento

alla cura del corpo, un aspetto che

negli ultimi 2-3 anni mi ha davvero

contraddistinto: voglio prendere

velocemente ritmo partita e feeling

con il campo, ma sono pronto a dare

il mio contributo.

Insomma, si riparte da zero. E dallo

zero che ha scelto come numero di

maglia: «Di solito gioco con il 3, ma

qui era già preso, così ho optato per

lo 0: è lo stesso che ho indossato a

Varese nella mia prima esperienza

in Italia, è un numero che mi ricorda

come partendo da zero sia stato in

grado di lavorare giorno dopo giorno

per darmi una chance di farcela, nel

basket e nella vita. Qui a Trento solo

dopo pochi giorni con la squadra

percepisco tanta energia e voglia

di prendere insieme la strada giusta

verso la parte finale e decisiva della

stagione: proveremo a dare tutto ogni

giorno, spinti anche dal pubblico che

sono certo verrà numeroso

a sostenerci al palazzetto.

La mia famiglia, mia moglie e nostra

figlia che ha 19 mesi, mi raggiungerà

presto a Trento, sono sicuro che

vivremo dei bellissimi mesi qui,

la città e il posto sono bellissimi».


16 | LA CONTROCOPERTINA

Lo studente

di Harvard

che ama Trento

DI MARCELLO OBEROSLER

FOTO DANIELE MONTIGIANI

“È raro però

trovarsi di fronte

a qualcuno che

quella laurea l’ha

conseguita in uno dei

College di maggior

prestigio del mondo,

Harvard University”

Quasi tutti i giocatori di basket

professionisti statunitensi che

vengono a giocare in Europa hanno

una laurea, favoriti da un sistema

educativo e sociale che negli USA

permette di affiancare in maniera

spontanea e assolutamente vincente

lo sport ad alto livello e il percorso

scolastico e universitario.

È raro però trovarsi di fronte

a qualcuno che quella laurea l’ha

conseguita in uno dei College

di maggior prestigio del mondo,

Harvard University. La Dolomiti

Energia Trentino ha una delle

eccezioni di questa regola:

il suo nome è Wes Saunders, classe

1993, spirito californiano

e mente acuta.

Intanto Wes, come stai?

Meglio. Non è stato l’ideale doversi

fermare per il virus dopo una

stagione cominciato già con un po’

di problemi.

Ma la pausa mi ha fatto bene e mi

sento pronto a salire di colpi verso la

parte decisiva della stagione.

Il tuo impatto con Trento come

è stato?

Beh, dal punto di vista

dell’organizzazione e del contesto,

eccellente. Sul campo non è

stato facile, perché arrivavo da un

infortunio al polso che mi aveva

fatto chiudere in anticipo la stagione

precedente con la Fortitudo. Più

che ritrovare la forma fisica dopo

l’estate e la riabilitazione, si trattava

di ritrovare ritmo, spaziature,

confidenza, tempi di momento

in campo e fiducia nel fare certi

movimenti e prendere certi contatti.

Poi però piano piano sono cresciuto in

brillantezza fisica e fino

a Capodanno ero contento del mio

contribuito alle vittorie della squadra.

Quale pensi che sia la migliore

qualità di Trento, come squadra?

Direi il modo in cui abbiamo sempre

voluto competere e combattere,

giorno dopo giorno, senza lamentarci

delle avversità ma provando ad

andare oltre e superarle,

con un grande sforzo mentale

e fisico da parte di tutti. Abbiamo

fatto nostro il motto del club “We Die

Hard”, ci piace, ci motiva a dare

il meglio giorno dopo giorno,

ad essere concentrati sul bene della

squadra, a non arrenderci mai.

E di Trento come posto in cui vivere?

Trento per me è un posto speciale,

anche perché qui ho giocato la mia

prima partita in assoluto in Italia

quando vestivo la maglia di Cremona.

È un posto molto bello, circondato

da splendide montagne e abitato da

persone che mi fanno sentire a casa:

si respira l’atmosfera familiare e

rassicurante di una città piccola ma

accogliente,

che ti sa valorizzare e coinvolgere.

A proposito di Cremona, alla

Vanoli hai vissuto due stagioni

entusiasmanti, per te e per la

squadra.


“La tradizione,

la storia,

il fatto che

in ogni posto,

anche piccolo,

in cui

ti ritrovi,

ci sono particolarità

e culture diverse.

Impari senza

neanche aver

bisogno

di studiare,

tanta è la storia

che ti circonda”


Sì, è stata davvero una bellissima

esperienza culminata con la vittoria

a sorpresa della Coppa Italia. Un

successo che inserisco senza

dubbio tra i miei momenti più belli

da giocatore per il modo in cui è

arrivata al termine di una Final Eight

emozionante. Ho avuto la fortuna

di fare parte di un bel gruppo,

composto da tanti bravi ragazzi,

guidato da Meo Sacchetti che è

stato uno dei migliori allenatori che

abbia mai avuto. Peccato per come

è andato il secondo anno, interrotto

dal Covid, mi è dispiaciuto lasciare

in quella stagione “monca”. Giocare

contro Cremona mi dà ancora una

sensazione particolare.

Cosa ti ha conquistato di coach Meo

Sacchetti?

È un allenatore che mette sempre

i giocatori al primo posto, in campo

ti senti libero di fare quello che vuoi

ed essere te stesso: il suo sistema

esalta le qualità dei singoli, nessuno

ha mai paura di sbagliare e per

questo finire in panchina,

tutti si sentono sempre molto

liberi di esprimersi.

Dell’Italia cosa ti piace invece?

La tradizione, la storia, il fatto che

in ogni posto, anche piccolo, in cui ti

ritrovi, ci sono particolarità e culture

diverse. Impari senza neanche aver

bisogno di studiare, tanta è la storia

che ti circonda: nel cibo, in quello

che vedi, nell’esperienza che vivi

direttamente.

In questi anni hai anche imparato

un po’ di italiano?

Sì, qualcosina. Quest’anno in

particolare, essendo il giocatore

americano più esperto del gruppo

ho dovuto rispolverarlo quando

uscivamo insieme o al ristorante.

Come spesso capita con le lingue

straniere che impari “senza

studiarle”, lo capisco abbastanza

bene ma non lo parlo quasi per

nulla. Posso dire “sono stanco”,

oppure “ho fame”. Devo mettermi

d’impegno e imparare qualche frase

più composita.

Parliamo un po’ di Harvard, la tua

università.

Harvard significa molto per me,

l’educazione e l’istruzione sono

sempre state fondamentali per me

e per la mia famiglia: i miei genitori

mi hanno sempre incoraggiato ad

essere un bravo studente,

e crescendo mi sono convinto

che oltre alla pallacanestro era

importante per me avere una

sorta di “piano B” nella vita. Ho

avuto la fortuna di studiare in una

delle università più prestigiose del

mondo, continuando nel frattempo

a giocare a basket, ed è stata una

straordinaria esperienza di vita.

Un’occasione per incontrare tante

persone straordinarie, e di mettermi

alla prova come persona vivendo

esattamente dall’altra parte degli

Stati Uniti visto che io sono di Los

Angeles e Harvard è a Boston.

Credo che quegli anni mi abbiano

insegnato davvero tanto e mi abbiano

preparato al “mondo vero”, anche

nelle piccole cose: banalmente,

prima di andare ad Harvard non

avevo mai visto la neve!

Poi però hai comunque scelto il

basket.

Sì, è la mia passione, lo sport che

amo. Mi ritengo fortunato ad averlo

potuto rendere la mia vita e il mio

lavoro.

Cominciando, da “pro”, nel

campionato finlandese,

non proprio l’Eurolega…

Ripensandoci, mi chiedo come abbia

fatto a sopravvivere a quella stagione

in Finlandia. La squadra ci aveva

fornito delle biciclette per andare

ad allenamento, ma sulle strade

c’erano sempre neve o ghiaccio e

ricordo che alcuni compagni si erano

fatti male scivolando per terra!

Poi era sempre buio, se riposavo il

pomeriggio mi svegliavo senza avere

idea di che ora potesse essere. E ogni

trasferta prevedeva come minimo 4

ore di pullman, più eventualmente

l’aereo: gli avversari però odiavano

venire a giocare in casa nostra! Dopo

quell’esperienza in effetti mi sono

convinto di potercela fare ovunque.


21 | L’AVVERSARIA

Trento-Venezia,

una storia

infinita

DI MARCELLO OBEROSLER

FOTO DANIELE MONTIGIANI

“Quella con Venezia

è una rivalità

che parte sopita

e poi si scatena

all’apice del livello

di contesa”

La nostra storia inizia in una fredda

serata di dicembre. Potrebbe

cominciare così, il romanzo che

racconta la rivalità fra Trento e

Venezia. È il giorno di Santo Stefano

del 2014, e al PalaTrento si gioca

il 12° turno di Serie A: è la prima

volta che l’Aquila padrona di casa

affronta gli orogranata. Certo,

c’erano state le battaglie (e che

battaglie) nelle cosiddette minors,

c’erano state sfide infuocate e serie

di playoff vibranti, ma con l’arrivo

di Trento in Serie A tutto cambia, si

apre un nuovo capitolo. Che da quel

26 dicembre 2014 a oggi ha visto

le due formazioni affrontarsi per

ben 31 volte in partite ufficiali: solo

contro Milano, affrontata per tre

volte ai playoff, la Dolomiti Energia

ha giocato più volte dal suo arrivo in

Serie A.

E quella con Venezia è la storia di

una rivalità che parte sopita e poi

si scatena all’apice del livello di

contesa, i playoff scudetto, le finali.

È proprio vero che la prima volta

non si scorda mai, per quanto male

possa andare: Venezia schianta

i bianconeri con 22 punti, cinque

triple e altrettante stoppate di un

incontenibile Tomas Ress, che

mette prepotentemente la firma sul

66-93 finale. Il miglior realizzatore

di Trento non servirebbe neanche

dirlo: è la stagione 2014-15, ergo

si tratta di Tony Mitchell. Contro

la Reyer vivranno partite da “top

scorer” tutti i grandi attaccanti

passati per l’Aquila nelle otto

stagioni di massima serie: da Julian

Wright a Dada Pascolo, da Marble ad

Ale Gentile. Ma non corriamo troppo

in avanti: ai bianconeri servono due

stagioni abbondanti per trovare

il primo sorriso contro la Reyer,

un successo 59-76 sul campo del

Taliercio. Un palazzetto che diventa

il simbolo “immortale” delle Finali

Scudetto 2017: a Mestre si gioca a

temperature inimmaginabili, senza

un filo di aria condizionata, in un

mese di giugno particolarmente

afoso. E le due squadre si affrontano

con selvaggio desiderio di vincere:

l’Aquila, già falcidiata dagli infortuni,

perde per strada anche Sutton in

gara-2. Ma Craft, Forray, Flaccadori,

Shields, Gomes, Hogue e Lechthaler

(si possono citare tutti, da quanti

pochi fossero rimasti) non mollano

la presa e alla Reyer occorre una

prodezza di Bramos in gara-5 per

prendere lo slancio verso lo Scudetto

2017. Una ferita ancora aperta.

Ancora aperta nonostante l’anno

dopo in semifinale la sua rivincita

Trento se la prenda, eccome: siamo

a maggio 2018, sta sbocciando

tutto lo sfavillante talento di Shavon

Shields: i suoi 27 punti segnano

in maniera indelebile una gara-1

in cui duella splendidamente a

distanza con Austin Daye (27 anche

per il figlio di Darren), poi la serie si

chiude a Trento con un crescendo


travolgente accompagnato da una

BLM Group Arena sold-out con i tifosi

che si accampano all’esterno della

sede di piazzetta Lunelli nella notte

per essere i primi ad entrare

e assicurarsi un biglietto.

In gara-3 la sfida la decidono

soprattutto l’energia e la forza di

Dominique Sutton, gara-4 passa alla

storia grazie alle triple a raffica di

Silins e alla schiacciata di Gomes che

chiude i conti nel finale. Vittoria nella

partita, 3-1 nella serie e accesso alle

Finali. Apoteosi.

Ne abbiamo già viste di tutti i colori

e siamo solo a 18 precedenti,

anche perché gli incroci playoff non

sono finiti: nel 2018-19 però anche

le sfide di regular season regalano

spettacolo. Non tanto l’andata a

Trento, quanto il ritorno a Mestre:

in una partita folle, Venezia rimonta

dal -24 di metà terzo quarto

e trascina addirittura il match

all’overtime con una prodezza

di Watt. L’inerzia sembra tutta dalla

parte dei padroni di casa, il problema

dei 3000 spettatori del Taliercio

è che con la maglia di Trento gioca

Aaron Craft. Oltre alla tripla che fissa

il punteggio finale sul 77-81,

Aaron chiude con 22 punti, 12

rimbalzi e quattro assist. Clamoroso.

E’ solo l’assaggio di quella che, nei

quarti di finale dei playoff,

sarà una serie tra le più equilibrate

e sofferte che si ricordino. Bastano

solo i punteggi, o quasi, per capire

l’andamento dei primi quattro episodi

della serie: Venezia vince le prime

due 67-57 e 69-51, Trento risponde

con un doppio successo 72-59

e 61-51. Si segna poco, pochissimo.

Ma l’intensità messa in campo dalle

due squadre è selvaggiamente

spettacolare. I punti di Marble

e Beto, una delle difese più toste

del campionato e della giovane storia

dell’Aquila Basket. Non basterà per

fermare Venezia, che vincerà

gara-5 e si involerà a vincere un altro

Scudetto. Gli ultimi capitoli,

in ordine temporale, arrivano

tra Supercoppa e regular season:

memorabile quello che lo scorso

anno vede i bianconeri trionfare

in rimonta, in casa, risalendo dal -21

con una grande prova di Luca Conti

e JaCorey Williams (33 punti).

Brilla anche il talento di Victor

Sanders, l’uomo che in estate

è tra i primi a cambiare maglia

e passare ai rivali orogranata:

l’Aquila ha appena firmato Dominique

Johnson, che a Venezia giocava in

quella serie di semifinale del 2018.

Insomma, quando il 13 marzo

si alzerà la palla a due

di Venezia-Trento, non si giocherà

una semplice partita di campionato.

Si giocherà il 32° round di una sfida

infinita che promette di continuare

ad emozionare e, perché no,

sorprendere. Non vediamo l’ora

di godercela.


26 | IL PERSONAGGIO

Fabio Mian

maledetto

Covid..

DI MARCELLO OBEROSLER

FOTO DANIELE MONTIGIANI , CIAMILLO E CASTORIA,

Anche per Trieste è stata una

Final Eight di Coppa Italia

breve ma intensa, eliminata

da Tortona nei quarti di finale: da

lì riparte la corsa dell’Allianz e di

Fabio Mian, guardia goriziana vista

a Trento per una stagione e mezzo

tra 2018 e 2020. È la stagione dei 30

anni (compiuti il 7 febbraio), è l’anno

della paternità con il primo figlio in

arrivo a luglio. È la stagione in cui

il tiratore di lungo corso in Serie A

sta provando a trascinare in alto una

squadra ambiziosa con un coach,

Franco Ciani, che nel suo numero 9 ci

crede tantissimo.

Però la stagione con l’Allianz mi

pare che stia riservando buone

soddisfazioni, a te e alla squadra.

Abbiamo un’ottima squadra e

abbiamo cominciato bene in

campionato, ma la classifica è molto

corta e una partita vinta o persa

ti fa scalare diverse posizioni in

graduatoria: c’è molta incertezza,

molto equilibrio. Ecco perché

nonostante il buon avvio non

possiamo permetterci di rialzarci,

dobbiamo continuare a spingere: al

rientro dopo la pausa ci aspettano

tre partite contro avversarie di

alto livello come Venezia, Milano e

Sassari, ma in generale nel mese

di marzo giochiamo cinque partite

fondamentali, che credo ci diranno

dove saremo a fine campionato.

L’obiettivo è quello di “rubare”

punti a qualche big e continuare a

migliorare la nostra pallacanestro,

trovando nuovi equilibri in quella che

si preannuncia come un’ultima parte

di stagione molto intensa.

La partenza a sorpresa di Juan

Fernandez vi ha un po’ spiazzati?

Di sicuro è stato un evento

inaspettato, ma la squadra ha

reagito lavorando duramente e

voltando pagina. A livello emotivo

non è sempre facile ma alla fine è

un lavoro, bisogna andare avanti:

aggiungere un giocatore nuovo

nel delicato ruolo di playmaker a

febbraio di sicuro ti mette davanti a

tante sfide da affrontare.

Il coach però è una certezza: con

Franco Ciani non è un segreto che tu

abbia un rapporto particolare.

La presenza in panchina di coach

Ciani è stato uno dei principali fattori

che mi ha convinto a sposare il

progetto di Trieste: è una scelta che

sta pagando, un’occasione che ho

colto al volo e che si sta rivelando

una decisione giusta per me e per il

mio percorso da giocatore.

Un percorso che tra il 2018 e il 2020

ti ha portato a vestire la maglia della

Dolomiti Energia: che ricordi hai di

quelle due stagioni?

Parto dal rimpianto di non aver

potuto concludere la seconda annata,

quella interrotta dal Covid a marzo

2020: avevamo trovato la quadra,

eravamo un gruppo potenzialmente

molto forte, e proprio nel momento

in cui eravamo in fiducia e con i giusti


“Con l’Aquila

ho avuto

la possibilità

di debuttare

in EuroCup,

una competizione

che ho sempre

ritenuto molto

emozionante

e stimolante”

equilibri ci siamo dovuti fermare.

È stato un peccato, anche perché

avevamo superato il turno di

EuroCup. I ricordi più belli sono

quelli legati alle persone che ho

conosciuto e con le quali ho ancora

un rapporto importante di amicizia,

che sento ancora anche dopo aver

cambiato squadre. Nella vita c’è la

pallacanestro che finisce, ma altre

cose non finiscono. Le persone con

cui ho legato di più a Trento e con cui

mi sento più spesso sono Toto,

Mezza e Dada. E anche Daniele

Montigiani, il fotografo della squadra.

Sono persone con cui ho passato

tutto il mio periodo a Trento anche

in un momento confuso e difficile

come è stato il lockdown e l’inizio

della pandemia.

Di quegli anni a Trento ti manca

un po’ la coppa europea e il fascino

della doppia competizione?

Sì, devo dire che un po’ mi manca.

Con l’Aquila ho avuto la possibilità

di debuttare in EuroCup, una

competizione che ho sempre

ritenuto molto emozionante e

stimolante: giocare una coppa

europea significa mettersi in mostra

su grandi palcoscenici, giocare

contro squadre che avevano appena

disputato l’Eurolega o che avevano

l’obiettivo di andarci. E poi hai la

possibilità di viaggiare e vedere

posti magnifici: ricordo la trasferta

di San Pietroburgo nel 2018, ci

eravamo arrivati due giorni prima

della partita così avevamo avuto

qualche ora di tempo per visitarla

e innamorarcene. Poi in campo

vincemmo una partita incredibile con

una rimonta clamorosa nell’ultimo

quarto per completare una trasferta

davvero indimenticabile. Come altro

aspetto importante della coppa credo

che ci sia anche il senso di onore

e responsabilità nell’indossare la

maglia di una società all’estero e in

giro per l’Europa, è una delle tante

piccole cose che l’esperienza della

doppia competizione ti trasmette.

A proposito di maglie pesanti,

quella Azzurra della Nazionale

è ancora un obiettivo

da conquistare?


Non so se riuscirò a tornare nel giro

della Nazionale, ma di certo rimane

uno dei miei obiettivi. Sono arrivato

a 30 anni, ma non voglio smettere

di provarci: fosse anche solo per un

raduno o per qualche allenamento,

fino a quando gioco ci provo.

Chiaro che poi è una questione

di scelte, ma io per quello che è sotto

al mio controllo darò giorno

per giorno il massimo. Vedremo.

Hai compiuto 30 anni a inizio

febbraio: in cosa ti senti più

cresciuto e cambiato rispetto

al Fabio Mian che debuttava

giovanissimo in Serie A?

Mi sento molto più tranquillo e

maturo nel vivere la pallacanestro,

nell’arrivare a fine giornata con la

capacità di avere la giusta misura

delle cose, la giusta prospettiva.

Magari non tutto è andato come avrei

voluto, in partita o in allenamento,

ma ho più capacità di tenere lontani i

pensieri negativi e di dedicare tempo

e “testa” alle persone che amo e alla

vita fuori dal parquet. Non è cambiata

invece la voglia di mettermi in gioco e

di voler sempre migliorare.

A proposito di persone che ami, a

luglio diventerai papà: come ci si

sente?

E’ stata una sensazione strana

quando ho avuto la notizia. Io e Biti

dobbiamo abituarci a pensare in

maniera diversa, ad adeguarci ad

una nuova vita: non vediamo l’ora di

vivere questa avventura ed essere

i migliori genitori possibili. Stiamo

fremendo, sarà davvero bellissimo.

Arriverà un maschietto.

E nel frattempo stai anche

proseguendo gli studi universitari.

Sì, dopo la laurea triennale in

Scienze Motorie ho proseguito

iniziando la Magistrale sempre al

San Raffaele di Milano. Sono molto

contento di questo percorso, che

spero possa trasformarsi in un

futuro professionale dopo la carriera

da giocatore. Mi piacerebbe fare il

preparatore atletico, è un ruolo da

cui ho sempre cercato di imparare

qualcosa in questi anni.

Chiudiamo con uno sguardo alla

Serie A: qualcuno può impensierire

le super big Milano e Virtus

Bologna?

Il livello quest’anno è davvero alto,

anche perché le due neopromosse

sono “false” neopromosse. Per

roster, budget e ambizioni. Le Final

Eight di Coppa hanno dimostrato il

valore di Tortona, squadra che gioca

molto bene ed è molto completa,

arrivata in finale non per caso e non

per una serata di grazia. Però in una

serie di playoff è difficile pensare che

qualcuno possa avere la meglio su

Milano e Bologna, che per qualità del

roster, esperienza e numeri partono

davvero molto avanti al resto della

concorrenza.


30 | SPECIALE OLIMPIADI

Amos,

da Cembra

all’oro olimpico

DI MARCELLO OBEROSLER

FOTO FISI TRENTINO

L’abbraccio di Gimbo Tamberi

a Marcell Jacobs è per l’Italia

l’immagine simbolo delle

Olimpiadi di Tokyo, credo siamo

quasi tutti d’accordo. I volti copertina

dell’Olimpiade Invernale di Tokyo

2022 invece sono quelli di Amos

Mosaner e Stefania Constantini.

Avanzo io questa candidatura,

doverosa per le emozioni che la

magica coppia del curling ci ha

regalato nelle settimane di giochi

a cinque cerchi. Amos Mosaner è

un ragazzo di 26 anni di Cembra:

fisico possente più da cestista che da

sport del ghiaccio (sfiora i 2 metri di

altezza), carattere mite e tranquillo,

trentino nell’anima. Cresciuto con

i poster di LeBron James e del

pluricampione canadese di curling

Kevin Martin e con il sogno di fare

dello sport la sua vita. Di sport ne

prova parecchi, da piccolo: ciclismo,

calcio, pallavolo. Con la bicicletta

corre fino alla categoria Allievi, poi

cominciando le superiori si trova ad

un bivio e sceglie il cuore, sceglie

quello che per la famiglia Mosaner è

un vero e proprio “affare di famiglia”:

il curling. Papà Adolfo è un giocatore

ed è “icemaker” del ghiaccio di

Cembra.

E dal quel momento, Amos,

comincia la tua avventura nel mondo

del curling.

Nel 2012 ho raccolto le mie prime

soddisfazioni alle Olimpiadi giovanile

e negli Europei “under”: nel 2013 e

2014 mi sono qualificato ai Mondiali

junior divisione A, un risultato che

praticamente l’Italia non aveva mai

raggiunto.

Bei risultati che ti hanno portato

a continuare con ancora più

entusiasmo e consapevolezza.

Nel 2017 grazie all’aeronautica

militare il curling è diventato il mio

vero e proprio lavoro: in Italia a fare

i giocatori professionisti tra uomini e

donne siamo in cinque. Un numero

che fa capire quanto questo sport

possa e debba crescere nel numero

di partecipanti e di considerazione

da parte di tutti: speriamo con questi

risultati di aver contribuito a dare una

bella spinta per fare appassionare

più persone possibile.

Quali devono essere le qualità di un

grande giocatore di curling?

Dall’esterno forse non si percepisce,

ma questo è uno sport difficile e

anche faticoso, bisogna avere grande

qualità in tutti gli aspetti. Prima di

tutto tanta, tantissima tecnica. Poi

c’è una fondamentale componente

di tattica, di strategia, di lettura delle

situazioni. E infine, ma non meno

importante, c’è anche l’aspetto

fisico: lo “sweeping” richiede tanta

sostanza, e le partite sono lunghe.

Avevi già preso parte alle Olimpiadi

del 2018: come è stata l’esperienza

in Cina dal punto di vista della vita

fuori dalla pista?

Di sicuro in questa edizione è

mancato lo spirito olimpico,


quell’atmosfera carica di entusiasmo

e adrenalina che si respira al

villaggio olimpico: per colpa della

pandemia bisognava stare il più

isolati possibile, c’era obbligo

di mascherina ovunque, stanze

singole, plexiglas tra i tavoli alla

mensa. Il cibo tra l’altro non era

proprio di grande qualità, diciamo

così. È stato tutto molto particolare,

comprensibile visto il contesto

ma di sicuro non ideale per gli atleti.

A Pechino tu e Stefania nel double

mixed avete cominciato a vincere

nel girone di qualificazione

e non vi siete fermati più: quando

hai capito che potevate puntare

a qualcosa di importante?

Il nostro obiettivo era qualificarci

tra le quattro coppie che sarebbero

andate in semifinale: sapevamo

di poterci riuscire, conoscevamo

le nostre qualità. Una volta che dopo

la sesta partita abbiamo ottenuto

la matematica qualificazione alle

semifinali ci siamo resi conto di

giocare davvero per una medaglia,

che alla fine siamo riusciti a

conquistare.

Un oro storico, la prima medaglia

di sempre alle Olimpiadi per l’Italia

nel curling.

Sì esatto. Una soddisfazione

incredibile.

Si riesce davvero a fare gioco di

squadra anche nel curling?

Assolutamente sì, è un aspetto

fondamentale. Forse più accentuato

nelle gare che ho fatto con la

squadra maschile, dove si gioca

in quattro, ma anche in coppia:

serve avere feeling, sintonia, intesa

sulla strategia e sulle sensazioni

durante la partita. Con Stefania è un

rapporto molto particolare, non ci

conosciamo benissimo nel senso che

abbiamo cominciato a gareggiare

assieme solo dai primi mesi del

2021. Paradossalmente il fatto di

non essere ancora familiari al 100%

uno con l’altra ci ha fatto tenere

altissima la concentrazione, abbiamo

tirato fuori il meglio di noi stessi

mantenendo standard molto elevati.

Questo aspetto credo sia stata una

delle chiavi del nostro successo.

E gara dopo gara aumentava

il livello di partecipazione ed

entusiasmo anche del pubblico

italiano che ha cominciato a

seguirvi, sostenervi, esultare per le

vostre vittorie.

È una vicinanza che abbiamo

colto soprattutto con il numero di

messaggi, chiamate, reazioni dei

social che vedevamo ogni giorno.

È stato davvero strano, non c’era

pubblico in tribuna ovviamente ma

sentivamo come se ce ne fosse.

Cosa si prova a vincere un oro

olimpico?

Mah, non so se abbia ancora

realizzato esattamente cosa

sia successo. È stato talmente

inaspettato e talmente intenso.

Quando hanno suonato e ho cantato

l’Inno di Mameli sul gradino più

alto del podio è stato un momento

incredibile, una delle cose più belle

che possano capitare nella carriera

di qualunque atleta. Lì a Pechino non

ci sono stati grandi festeggiamenti,

per la situazione organizzativa nella

pandemia e perché in pratica il


giorno dopo per me già cominciavano

le gare con la squadra maschile.

Però è stato davvero emozionante

sia il modo in cui sono stato accolto

a Milano al mio rientro in aereo

e poi ancora di più a Cembra con

tutti i miei amici e parenti. Io sono

legatissimo al mio paese e al mio

territorio, il Trentino è un posto

davvero speciale per me.

Al rientro in Italia posso solo

immaginare la valanga di messaggi,

complimenti, interviste.

C’è stato qualcosa che ti ha

emozionato più di altre?

La chiamata del presidente Malagò,

il giorno dopo aver vinto la medaglia.

Non me l’aspettavo, è stato un onore

e un’emozione fortissima. Non ci

avevo mai parlato di persona prima.

Poi specialmente sui social abbiamo

ricevuto i complimenti di personaggi

sportivi che io stimo e apprezzo come

Berrettini o Barella. Sono piccole

cose ma che ti fanno rendere conto

delle dimensioni della tua impresa.

Sei venuto alcune volte a vedere

l’Aquila giocare a Trento dal vivo in

questi anni, LeBron è uno dei tuoi

idoli: cosa ti piace così tanto della

pallacanestro?

Prima di tutto mi piace l’atmosfera

del palazzetto e della partita in

generale. E mi esaltano i gesti atletici

dei giocatori. Stoppate e schiacciate.

Spero di venire presto a vedere

qualche altra partita a Trento.

“Prima di tutto

mi piace

l’atmosfera del

palazzetto

e della partita in

generale.

E mi esaltano

i gesti atletici dei

giocatori.

Stoppate e

schiacciate”


34 | L’OSPITE

Vittoria Piani.

Madunina

brasileira

DI MARCELLO OBEROSLER

FOTO FILIPPO RUBIN /LEGA VOLLEY


Se Trento è una delle città d’Italia

più dinamiche e ricche di squadre

sportive di alto livello in tantissime

discipline diverse, la BLM Group Arena

è il suo cuore pulsante: non solo per la

presenza ormai “storica” della Dolomiti

Energia Trentino nel basket e dell’Itas

Trentino nel volley, ma anche, a partire

da questa stagione, per essere la casa

delle partite interne della Delta Despar

Trentino. La squadra di pallavolo

femminile al suo secondo anno di Serie

A1 sta combattendo con le unghie e

con i denti per mantenere la categoria,

in un’accesa lotta salvezza che tiene

tutti col fiato sospeso. Tra i volti della

Delta battagliera ed entusiasta che non

si arrende davanti a nulla c’è quello

fresco e determinato di Vittoria Piani: la

schiacciatrice lombarda classe ’98, al

terzo anno a Trento, è una delle leader

tecniche e carismatiche del gruppo

allenato da coach Matteo Bertini. Non

fatevi ingannare dal sorriso e dalle

curatissime treccine di Vittoria: in campo

la ragazza si trasforma in una pantera

capace di arrivare su tutti i palloni e di

prendersi sulle spalle l’attacco in palla

alta della sua squadra, con gli occhi

da cacciatrice e la determinazione

“brasileira” che le scorre nel sangue.

Qualità, tra le tante, presa da mamma

Malù, nativa di San Paolo.

Vittoria, partiamo dall’inizio: come è

iniziata la tua passione per la pallavolo?

In effetti è una passione nata un po’ per

caso. Da piccola non ho mai praticato

sport di squadra, ho fatto un po’ di tennis

e golf, poi ho giocato a ping-pong. Nel

palazzetto di fianco a dove facevo tennis

tavolo si allenava una squadra di pallavolo.

Io avevo 13-14 anni, ero alta, i miei genitori

mi convinsero a provare con quella.

A ping-pong però me la cavavo, non

ridere, ricordo che vinsi perfino il mio

primo torneino giovanile.

I tuoi genitori sono entrambi sportivi.

Mia mamma viene dal mondo dell’atletica

leggera, mio papà da quello degli sci.

Delle radici brasiliane di tua madre cosa

hai preso?

La voglia di far festa. E la grinta.

E da tuo padre Vittorio?

La testa dura. Da milanese doc.

Mi dicono che ho preso tanto dai pregi

di entrambi, ma anche tanto dai difetti:

ho fatto un bel miscuglio!

Torniamo alla tua carriera da

pallavolista: quando hai capito

che il volley sarebbe potuto diventare

la tua vita?

A dire la verità non ci ho mai pensato, ho

sempre vissuto il momento, il presente.

Mi sono tuffata dentro questo mondo

e dentro questo bellissimo sport

senza costruire nella mia testa troppe

aspettative o obiettivi se non quello

di migliorarmi come persona e come

giocatrice giorno dopo giorno, anno dopo

anno. Il mio trasferimento nel settore

giovanile di Orago però mi ha fatto capire

di avere un futuro davanti, quello sì.

A quel punto comincia un percorso ricco

di soddisfazioni, anche con le Nazionali

giovanili.

Un autentico sogno, un’esperienza

straordinaria. La Nazionale in sé

è un’opportunità incredibile, chi è

abbastanza fortunato e bravo da

conquistarla deve assolutamente

sfruttarla.

L’oro ai Mondiali Under 18 nel 2015

dev’essere stato un’avventura

di quelle da raccontare.


Si giocava in Perù, partimmo senza alcun

tipo di favore del pronostico. Anzi, come

squadra eravamo piccole di statura,

nessuno avrebbe scommesso su di noi. Il

primo giorno arriviamo in albergo e alla

reception troviamo in fila le nazionali di

Stati Uniti, Russia e Cuba. Erano tutte

enormi, un livello di fisicità assolutamente

fuori scala rispetto al nostro. Ricordo

che ci siamo guardate come a dire “Che

ci facciamo qua?”. Poi una partita alla

volta ci siamo convinte che non avremmo

perso contro nessuno, avevamo una

sfacciataggine e una voglia di vincere

incredibile. Credo che fino ad oggi quella

medaglia d’oro sia la mia più grande

soddisfazione sportiva della carriera.

Tanto che hai addirittura il tatuaggio con

la data del successo in finale.

Sì, 16/8/2015 in numeri romani. E come

me quel tatuaggio lo hanno fatto molte

altre compagne di quell’avventura

pazzesca.

Facciamo un salto in avanti: siamo

nel 2019, l’anno del tuo arrivo a Trento.

Cosa ti ha spinto a lasciare la Serie A1

e rimetterti in gioco in A2 con la Delta?

Avevo bisogno di giocare, di avere più

spazio e responsabilità in campo.

Non avevo pazienza di stare in panchina,

anche se in A1. Dentro avevo solo la voglia

di dimostrare chi fossi e quale fosse il mio

valore. Trento di mettere nelle condizioni

ideali per provarci e ho colto al volo questa

occasione.

Sono state tre stagioni molto diverse,

quelle vissute qui.

Il primo anno è stata una grande sfida

per tutte, eravamo una squadra quasi

completamente nuova. Però ci siamo

proprio “trovate”, siamo diventate un

gruppo che ha fatto del suo essere

completamente fuori di testa un punto

di forza. Vivevamo tutto con grande

leggerezza, ironia, autoironia: giocavamo

con il sorriso, ma anche con grande

concentrazione e con la giusta dose di

ambizione. Quel gruppo che ha ottenuto

la promozione in A1 è stato quasi tutto

confermato anche l’anno scorso, il nostro

primo nella massima serie, abbiamo

affrontato nuove sfide ma con la stessa

mentalità sbarazzina. Questa stagione

la squadra è cambiata molto, ha più

elementi di esperienza e abituate alla

categoria: il livello del campionato però

si è alzato tanto, dovremo combattere in

questo finale di stagione.

Come vi trovate a giocare alla BLM Group

Arena?

Ci è dispiaciuto non poter giocare più a

Sanbapolis, ormai era il nostro campo,

casa nostra. Ci alleniamo ancora tanto lì,

ma anche per i numeri del nostro pubblico

lì ci sentivamo più a nostro agio. Certo non

possiamo lamentarci, il PalaTrento è una

bellissima struttura.

Trento ti piace, come città?

È una città molto piccola, dove si vive

tranquilli: mi piace molto. Non è forse

proprio la città ideale per i giovani, ma non

manca nulla. Per un’atleta è un contesto

perfetto!

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Non saprei dirti. Ogni mese ho un obiettivo

diverso. Di sicuro come dicevo anche

prima voglio essere una persona e una

giocatrice migliore. La Nazionale? Se ci

sarà occasione, sarò felice e onorata di

poterne fare parte. Ma ora ho in testa solo

la Delta e questo finale di stagione in cui

dobbiamo tirare fuori tutto quello che

abbiamo.


38 | MONDO STATISTICHE

Mondo

statistiche

DI BASKET DATA SCOUTING

Le squadre che concedono meno canestri in eurocup per zona

Arrivati al rush finale della fase a gironi andiamo ad analizzare le

migliori difese della lega partendo dalle squadre che subiscono meno

canestri. Joventut Badalona è la squadra che ha concesso meno

canestri dal campo a partita agli avversari (opp FG/G) a testimonianza

della grande aggressività difensiva degli spagnoli. L’Umana Reyer

Venezia, autrice di una grande seconda parte di stagione in europa, è la

squadra che concede meno tiri realizzati da tre punti a partita (3PT/G).

A conferma di questo la troviamo come miglior difesa per canestri

concessi oltre l’arco in tutta la zona a sinistra del ferro, sia in angolo

che in posizione di guardia. Sul lato opposto chi subisce meno canestri

da tre punti sono Valencia, in angolo, e Badalona, sia in posizione di

guardia che in zona centrale. Gran Canaria risulta la squadra che

concede meno canestri a partita da due punti (opp 2PT/G). La prova

risiede nella leadership degli spagnoli sotto canestro e nella zona

centrale del mid-range essendo le due zone maggiormente utilizzate

nelle realizzazioni da due punti. Il mid-range a destra del ferro vede

Virtus e Lietkabelis come le squadre che subiscono meno canestri,

rispettivamente dall’angolo e da destra della lunetta. Dal lato opposto

della lunetta invece troviamo Slask Wroclaw, prossimo avversario di

Trento, che è anche la squadra che subisce meno tiri liberi segnati

a partita dagli avversari (opp FT/G). Infine a completare il mid-range

Hamburg Towers è la miglior difesa per realizzati concessi dall’angolo a

sinistra del canestro.

Le squadre che concedono la peggior percentuale al tiro agli avversari

in Eurocup per zona

Andiamo ora ad osservare la stessa mappa di tiro ma guardando

l’efficienza al tiro degli avversari, quindi le squadre che concedono la

percentuale peggiore. Anche in questo caso Badalona dimostra le sue

grandi doti difensive. Infatti gli spagnoli risultano essere la squadra che

concede la percentuale peggiore agli avversari dal campo (opp FG%),

da due punti (opp 2P%) e dai tiri liberi (opp FT%). Inoltre sono la miglior

difesa per percentuali concesse anche da sotto canestro, da due punti a

sinistra del ferro e dalla zona centrale oltre l’arco dei tre punti. Valencia

invece è la squadra che costringe gli avversari alla peggiore percentuale

da tre punti (opp 3P%). A sostenere questo dato troviamo gli spagnoli

come miglior difesa per percentuali concesse sia in angolo a destra

del ferro, sia in posizione di guardia a sinistra del canestro. Nelle altre

due zone oltre l’arco troviamo il Partizan e Venezia, rispettivamente

in posizione di guardia a destra del ferro e nell’angolo alla sinistra

del canestro. Nel mid-range vengono confermate le stesse squadre

che concedono meno canestri agli avversari come le migliori anche

per le percentuali concesse, ad eccezione della sopra citata Badalona

nell’angolo a sinistra del ferro. Ritroviamo quindi la Virtus nell’angolo

destro, Lietkabelis a destra della lunetta, Gran Canaria in posizione

centrale e Slask a sinistra della lunetta. Non sempre la squadra che

subisce meno canestri è anche quella che concede la percentuale più

bassa agli avversari, ma laddove succede la difesa in quella zona della

squadra in questione è performante sia per volumi che per efficienza.


I prossimi avversari

Il mese di Marzo vedrà quattro delle ultime cinque partite che mancano

al termine della stagione regolare. Per l’Aquila, all’ultimo posto, le

possibilità di passaggio del turno sono limitate ma non impossibili. Ad

oggi l’ottavo posto, l’ultimo valido per la qualificazione, dista quattro

vittorie quindi Trento dovrebbe vincere tutte o quasi le partite che

mancano sperando che le dirette concorrenti non ottengano punti. A

vantaggio di Trento c’è il calendario che metterà di fronte all’Aquila

tre partite su quattro contro le squadre dal settimo al nono posto.

Fondamentale partire bene il 09/03 in casa dello Slask Wroclaw,

penultima in classifica. I polacchi distano solo una vittoria in classifica e

all’andata alla BLM Group Arena andò in scena l’unica vittoria trentina

in Europa grazie alla grande prestazione di Flaccadori (22 punti, 6

rimbalzi e 4 assist) e alla doppia doppia di Williams (17 punti e 10

rimbalzi) dopo l’overtime. I polacchi sono la peggior squadra al tiro

da tre punti (29.20%) nonostante una mole importante di conclusioni.

Trovano maggior efficacia negli angoli mentre toccano il minimo nelle

posizioni di guardia, dove tentano però il maggior numero di triple. Sotto

canestro la loro percentuale è positiva (54.52%), ma sotto media rispetto

al campionato. Lo Slask sopperisce in parte questo dato con un volume

molto importante di conclusioni da questa zona. In media rispetto

alla competizione dalla linea della carità (73.60%). Successivamente

Trento tornerà a casa per ospitare il Lokomotiv il 15/03 per provare

l’impresa che non riuscì per pochissimo in terra russa. Poi seguiranno

due trasferte per provare ad agganciare il treno playoff. Infatti il 22/03

l’Aquila volerà in Turchia per affrontare il Turk Ankara, settimo in

classifica e che tra le mure amiche ha perso una sola partita. Infine il

30/03 sarà di scena la sfida con l’Hamburg Towers sempre fuori casa.

Ad oggi sono proprio i tedeschi ad occupare l’ultimo

posto utile per il passaggio del turno.

Focus statistico del mese: punti ed efficienza al tiro

Il nostro focus mensile questa volta ricade sulle abilità di produrre

punti e sull’efficienza nel farlo. Sarebbe estremamente riduttivo

soffermarsi solo sui punti segnati a partita (PTS/G). Infatti la qualità

nel saper segnare dipende fortemente dal saper sbagliare meno

tiri possibili per non perdere occasioni e possessi senza smuovere il

punteggio. Inoltre i tiri sbagliati aprono possibilità di contropiede agli

avversari, aumentando le loro probabilità di marcatura. Tre statistiche

di efficienza al tiro largamente utilizzate e conosciute sono legate alla

tipologia del tiro tentato: la percentuale di tiro da due punti (2P%), da

tre punti (3P%) e dai tiri liberi (FT%). Queste statistiche forniscono una

chiara indicazione dell’efficienza del giocatore nelle diverse opzioni

offensive che può utilizzare per mettere a referto dei punti. Per avere

un quadro complessivo dell’efficienza si utilizza un indice che considera

tutte e tre le variabili sopra citate. Questa statistica è chiamata True

Shooting Percentage (TS%). Per ricavarla si dividono i punti realizzati

per il doppio dei possessi in cui il giocatore ha effettuato un tiro. Per

calcolare il numero di possessi bisogna sommare ai tiri dal campo

i tiri liberi con un peso dello 0.44. (solo il 44% dei tiri liberi coincide

con un possesso, ad esempio un fallo su un tiro da due punti genera

due tiri liberi ma questi sono attribuiti allo stesso possesso). Un’altra

statistica avanzata che descrive l’efficienza globale del giocatore nel

produrre punti è l’offensive rating (OFF RTG). Il calcolo in questo caso

è più complesso perché si ricerca quanti punti il giocatore produce

(direttamente o dagli assist) in 100 possessi. I possessi sono totali e

non limitati a soli possessi dove il giocatore ha tentato un tiro, quindi

dobbiamo considerare anche assist, palle perse e rimbalzi offensivi,

ovvero le altre situazioni di gioco con cui si può concludere un possesso

oltre a un tiro. Ora consideriamo Andrea Mezzanotte che segna 6.5

punti a partita risultando il settimo marcatore dell’Aquila in Europa

ad oggi. Mezzanotte sembrerebbe un marcatore nella media ma se

osserviamo le statistiche di efficienza risulta il migliore dei suoi. Infatti è

abbondantemente sopra la media della lega in tutte e 5 le statistiche di

efficienza e leader di squadra per 3P% , 2P% e TS%

CHI SIAMO

Siamo una StartUp innovativa che studia, progetta e sviluppa soluzioni digitali per la pallacanestro. Uniamo

informatica e statistica al servizio della palla a spicchi. In quest’articolo tutti i dati forniti provengono dal

nostro database, creato appositamente tramite il nostro strumento di scouting e analisi statistica. Vieni a

trovarci sui nostri canali!

@data_basket basket_data_scouting @BasketDataScouting


40 10 | HELLO | IL PERSONAGGIO

MY NAME IS

Hello

my name is

NOME:

LUCA FRANZOI

.....................................................................................

SOPRANNOME:

LIUGASH

.........................................................................

IN AQUILA DA:

LUGLIO 2021

..........................................................................

TI OCCUPI DI:

FISIOTERAPIA

.......................................................................

GIOCATORE AQUILA PREFERITO:

BRANDON TRICHE

...................................................

SPORT PREFERITO:

CALCIO

...........................................

IG, FB O TW:

TWITTER

...................................

PRINCIPALE

PREGIO:

LA PAZIENZA

........................................

PRINCIPALE DIFETTO:

PERMALOSO

.............................................

MATERIA PREFERITA:

LINGUE STRANIERE

...................................................

ANIMALE PREFERITO:

VOLPE

........................................................

VACANZA PREFERITA:

CAMPEGGIO

........................................................

CITTÀ DOVE VIVERE:

DUBLINO

........................................................

HOBBY:

LEGGERE

PIATTO PREFERITO:

POLLO AL CURRY

...................................................................................

VINO O BIRRA:

BIRRA

......................................................................

LIBRO O FILM:

LIBRO TRATTO DA UN FILM

.......................................................................

SERIE TV PREFERITA:

ALL OR NOTHING

........................................................................

ATTORE E ATTRICE PREFERITI:

CHRISTIAN BALE E NATALIE

PORTMAN

..................................................

CANZONE PREFERITA:

GOOD RIDDANCE

............................................

BICICLETTA O

MONOPATTINO:

BICI, MA DI SOLITO

CAMMINO

........................................

CANI O GATTI:

SCELTA IMPOSSIBILE

.............................................

ESTATE O INVERNO:

ESTATE

...................................................

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IDOLO SPORTIVO:

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Universal

expert

VARO

Il faretto VARO per binari elettrificati è ideale nelle aree di vendita

con collezioni che cambiano di continuo. Il faretto è disponibile

in tre misure. In questo progetto è stata usata la variante 80 S,

che vanta una forma particolarmente contenuta. Inoltre, lo si può

cambiare di posizione ogni volta che serve dato che si orienta e

ruota facilmente. La flessibilità è dovuta anche al fatto che il faretto

si fissa e si sposta nel binario elettrificato senza bisogno di utensili.

Flessibilità, emissione precisa e ottima resa cromatica (CRI > 90)

sono gli attributi che permettono ai vetrinisti di mettere in scena gli

highlights stagionali senza provocare abbagliamenti.

The light

jungle

JANE

JANE aggiunge una dimensione alla flessibilità di design.

L‘apparecchio a LED realizzato in silicone, simile ad una corda,

è incredibilmente flessibile. Garantisce una completa libertà di

utilizzo che gli permette di essere predisposto sia a soffitto sia a

parete. In soli 18 mm di diametro, Jane fornisce una distribuzione

estremamente omogenea della luce. Disponibile in lunghezze fino

a 10 metri, è ideale per grandi e piccole ambientazioni. I cavi di

alimentazione si dispongono facilmente, creando personalizzazioni,

con clip a soffitto e kit di fissaggio. JANE è disponibile in tonalità

3000 K o 4000 K e il suo CRI ≥ 90 offre la massima resa cromatica.

L‘aspetto di questo apparecchio è unico. XAL fornisce così un

prodotto fresco ed innovativo, e altamente decorativo; artistico

ed esclusivo allo stesso tempo.

XAL S.R.L.

Via Enrico Fermi 20

39100 Bolzano, Italia

T +39 347 640 1293

office.it@xal.com

xal.com


42 | CAST

C2 Corporate,

innovare

e valorizzare

DI MARTINA QUINTARELLI

AQUILA BASKET, UNA SCELTA

FUORI DAL…TERRITORIO

C2 Corporate, un partner ideale

per chi vuole innovare

e valorizzare la propria azienda

“L’avvicinamento

ad Aquila nasce sicuramente

dalla nostra passione

per il basket”

– prosegue Gianluca Nidasio –

“e dalla condivisione

dei valori trasmessi

dalla società in questi anni. La

volontà è quella

di farci conoscere

sul territorio trentino

e il modo più efficace

per farlo è viverlo direttamente,

entrando a far parte

di un CAST formato da aziende

che lavorano in squadra

per lo sviluppo di questo

grande progetto condiviso”

C2 Corporate è il partner ideale per chi

vuole innovare e valorizzare la propria

azienda. C2 Corporate è una divisione

informatica a valore di un’azienda già

presente sul territorio cremonese e

nazionale da circa 30 anni, la scissione

nasce dal desiderio di seguire nel

particolare l’aspetto corporate aziendale,

in riferimento a tutta la parte informatica.

L’azienda di Cremona nello specifico

si prende cura del cliente a 360

gradi, partendo della realizzazione

di infrastrutture, grazie a processi

tailor-made, per arrivare alla fornitura

di prodotti hardware. Dalla stesura

dell’impianto di rete si passa alla

protezione del dato, grazie a server

Syneto, studiando delle metodologie e

degli approcci che le aziende dovrebbero

seguire per essere in sicurezza.

«Capiamo col cliente cosa manca

all’interno dell’azienda, - racconta

Gianluca Nidasio, responsabile

commerciale per le aree Veneto e

Trentino di C2 Corporate – si va dallo

studiare assieme soluzioni di backup,

di firewall e sistemi di antivirus a

fare il monitoring dell’infrastruttura

e formazione del personale sul tema

sicurezza informatica aziendale. Oltre

a ciò, creiamo delle vulnerability

assessment per capire dove l’azienda può

essere più o meno penetrabile».

C2 Corporate fornisce anche soluzioni

audio-video con la possibilità di avere

applicazioni per la gestione del palinsesto

digitale, la realizzazione di sale riunioni,

soluzioni di prenotazione delle stesse

direttamente da applicativi.

«Siamo partner diretto Eizo, brand di

monitor molto importante nel campo

medicale, monitor da refertazione e per

sale operatorie” - continua Nidasio -”e

per tutto ciò che riguarda il settore arti

grafiche e office».

Per quanto riguarda il printing, l’azienda

di Cremona si occupa da un lato del

printing per l’office con la classica

multifunzione a noleggio in costo

copia (Konica Minolta e Canon) con la

possibilità di creare dei work flow per

le aziende, e dall’altro lato la divisione

printing relativa alle stampanti termiche

per la stampa di etichette e la fornitura

di materiali di consumo relativa a questo

settore.C2 Corporate si occupa inoltre

di soluzioni per la gestione di sistemi

di lettura di codici a barre, quindi per

tutto quel che riguarda il mondo della

logistica.

C2 Corporate e lo Sport

C2 Corporate è sempre stata molto

legata al mondo dello sport, tanto che,

oltre ad essere partner del basket

Cremona, ha sempre affiancato le

realtà sportive del proprio territorio,

come la Cremonese calcio e la pallavolo

femminile: «Il gioco di squadra è un

fattore fondamentale per raggiungere

grandi obiettivi” – racconta Gianluca

Nidasio – “in un club sportivo come

in un’azienda o in un’organizzazione,

lavorare come parte di una squadra fa

sempre la differenza».


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44 | AQUILAB

La One Team

Week, passo

dopo passo!

DI STEFANO TRAINOTTI

“One Team è il

nome del progetto

di responsabilità

sociale di Euroleague

Basketball, che vuole

usare la pallacanestro

per raggiungere un

vero impatto nelle

nostre comunità”

Dall’8 all’11 febbraio è stata celebrata la

One Team Week, la settimana dedicata

ai progetti One Team delle società di

Eurolega ed EuroCup, che in questa

stagione hanno festeggiato il decimo

anno di attività: One Team è il nome

del progetto di responsabilità sociale di

Euroleague Basketball, che vuole usare

la pallacanestro per raggiungere un

vero impatto nelle nostre comunità.

In particolare, quest’anno la Dolomiti

Energia Trentino sta sviluppando

la propria iniziativa One Team in

partnership con Appm, l’Associazione

Provinciale per i Minori, un’associazione

non profit operante sul territorio

provinciale trentino nel campo

dell’educazione, dell’assistenza sociale

e socio-sanitaria.

Ma quest’anno il One Team non è

stato solo pallacanestro: infatti, nella

settimana degli One Team Games,

Eurolega ha coinvolto tutti i club nella

OT Walk, ossia in un’iniziativa che aveva

come scopo quello di sensibilizzare i

tifosi di tutta Europa ad adottare stili

di vita sani e sostenibili stimolando le

persone a camminare, contando i propri

passi con una app dedicata.

Ogni società ha provato a coinvolgere i

propri tifosi in questa iniziativa e così ha

fatto anche la Dolomiti Energia Trentino.

Oltre 100 tifosi bianconeri si sono

registrati, tra cui anche il Presidente

Luigi Longhi e il capitano bianconero

Toto Forray, e in soli quattro giorni

hanno totalizzato oltre 3 milioni di passi.

Tra questi si sono distinti Aldo e Antonio

(nella foto premiati dal One Team

Manager Massimo Komatz) che hanno

camminato per oltre 100.000 passi in

così pochi giorni.


46 | SPORT AND STYLE

the new

Shaki

Parole di una mascotte rinnovata nel fisico

Ciao a tutti, sono Shaki. Perché mi chiamo così è presto detto, il

mio papà putativo è Shaquille O’Neal.

Un signore parecchio grosso che dominava nel pitturato

ma che tirava male i liberi. Questo non gli ha impedito di vincere

qualche anello NBA e di essere nominato come il Most Dominant

Player della storia da parte del suo compagno Kobe Bryant. Io mi

chiamo quasi come lui e sono quasi la Most Dominant Mascotte del

basket italiano. Me la gioco con Leo Rey, quello di Venezia. Vivo

alla BLM Group Arena di Trento, dentro un magazzino. Il 12,

per la precisione. Detta così sembra una brutta storia

ma le cose non mi vanno così male: lavoro una trentina di giorni

all’anno e, per il resto del tempo, mi rilasso.

I bambini sono pazzi di me, ogni tanto mi menano

ma lo fanno con affetto. E poi sono così grosso e morbido che non

sentirei neppure una carezza di Jordan Caroline. Mi piacerebbe

tirare come Cameron Reynolds ma le mie mani hanno solo quattro

dita e il pollice opponibile è un mero desiderio più che una realtà.

Riesco, però, a dare parecchi cinque ai tifosi che, per inciso, sono

più dei quattro.

Come spiegato. Lo ammetto: ho fatto una cura dimagrante. E sono

andato in palestra. Anche perché ci vivo in palestra. Adesso sono

molto più muscoloso e faccio la faccia brutta più di Amedeo della

Valle. Ovvio, rimango sempre un buono. Non farei male a una

moeca veneziana.

A parte il fatto che sarei un cacciatore di piccoli roditori, anche

se mi nutro di mele Melinda e, ogni tanto, mi apro una Forst

rigorosamente analcolica. Qualche volta ci scappa un uovo Indal,

specie sotto Pasqua. No, tranquilli, l’uovo non lo covo io.

Ci vorrebbe una Shakira, giusto per farsi compagnia quando sono

nel magazzino 12. Ogni tanto vengono a trovarmi Giando e Ale,

quante risate ci facciamo insieme. Mi fanno andare giù di testa,

così giù che il corpo rimane sullo scaffale e la crapa l’appoggiano

per terra. Da grande vorrei diventare come Toto ma anche Flacca

non mi dispiace. Perché, alla fine, guardo tutte le partite da bordo

campo e la voglia di varcare quel bordo c’è sempre. Palla a Shaki…

tre..due…uno…canestro! Vince l’Aquila per merito di un’Aquila!

Titolo perfetto. Io, intanto, aspetto nell’angolo il mio turno.

Vedi tu che un giorno Lele mi butti in campo!

Shaki

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