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Rivista d’arte, cultura e informazione

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2.0

Speciale:

Tiziano e l’immagine

della donna nel

Cinquecento veneziano

Milano, Palazzo Reale - 23 febbraio - 5 giugno 2022

ACCA IntERnAtIOnAl Srl

Anno 14° - fEbbRAIO / mARzO 2022

97° bimestrale di Arte & Cultura - € 3,50

Aleardo KOVERECH:

Il ragionato sentimento del pittore

Art&Vip

personaggio del mese:

Eleonora Pieroni


Piero Masia

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Iscrizione Camera di Commercio di Roma

n. 1294817

1ª di copertina: Aleardo Koverech

2ª di copertina: Piero masia

3ª di copertina: franco Secci

4ª di copertina: Roma Contemporanea

Copyright © 2013 ACCA IntERnAtIOnAl S.r.l.

riproduzione vietata

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S O m m A R I O

RUbRICHE

f E b b R A I O - m A R z O 2 0 2 2

tiziano e l’immagine della donna nel Cinquecento venziano Pag. 4

a cura di Silvana Gatti

Ritratti d’artista. Protagoisti del XXI secolo (Ignazio fresu) Pag. 30

a cura di marilena Spataro

le radici culturali dell’arte concreta Pag 40

di Rita lombardi

Il colore e la luce nell’arte di Domenico Asmone Pag. 46

a cura di fabrizio Sparaci

Kakemono. Cinque secoli di pittura giapponese Pag 50

a cura di Silvana Gatti

l’invisibile. Valentino Vago incontra Silvio Wolf Pag. 56

a cura di fabrizio Sparaci

AKU. Adriano Cuozzo, pittore pop e filosofo semplice Pag. 14

a cura di Giorgio barassi

Aleardo Koverech. Il ragionato sentimento del pittore Pag. 18

a cura di Giorgio barassi

fausto minestrini: Il monello artista supremo Pag. 22

a cura di Giorgio barassi

laboratorio AccA. Solo tV? Pag. 26

a cura della redazione

les fleurs et les raisins. trasversali allegagioni d’arte Pag. 36

di Alberto Gross

maestri toscani in Romagna. lisandro Ramacciotti Pag. 55

a cura di marilena Spataro in collaborazione con mecenate l.t.D.

Artisti allo specchio. le forme dell’Aurora Pag. 62

di Gianni Guidi

SIlEntIUm. Oltre “il Vangelo secondo matteo” Pag. 66

a cura di marina Sonzini e Sara bargiacchi

biografie d’artista. Andrea Simoncini Pag. 71

a cura di marilena Spataro

I tesori del borgo. Pieve di Cento Pag. 74

di marilena Spataro

Daniela Sangiorgi. “Il colore dei sogni Pag. 79

a cura di Andrea P. Petralia

Sette artisti e i loro demoni Pag. 80

a cura di lara Petricig

I vinarelli di laila Pag. 84

di marina Sonzini

Art&Vip - Protagonista del mese, Eleonora Pieroni Pag. 88

a cura della redazione

mostre in corso. ti racconto l’immagine rivelata Pag. 90

di marilena Spataro

Consigli di lettura Pag. 92

a cura di marilena Spataro

Grandi mostre. maddalena, il mistero e l’immagine Pag. 94

di marilena Spataro

la macchina nel giardino Pag. 98

di Svjetlana lipanović

Art&Events Pag. 100

a cura della redazione

mostre d’arte in Italia e fuori confine Pag. 102

a cura di Silvana Gatti


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notizie che verranno continuamente pubblicate.


4

Tiziano e l’immagine della donna

nel Cinquecento veneziano

Milano, Palazzo Reale

23 febbraio - 5 giugno 2022

A cura di Silvana Gatti

Tiziano

Giovane donna con cappello piumato

1534-1536 ca. - Olio su tela - cm 96x75

San Pietroburgo, Museo dell’Hermitage

Apre il 23 febbraio a Milano,

nelle sale del Palazzo

Reale, un’importante

mostra dedicata all’immagine

della donna

dipinta nel Cinquecento da Tiziano e dai

suoi contemporanei quali Giorgione,

Lotto, Palma il Vecchio, Veronese e Tintoretto.

La mostra è promossa e prodotta da Comune

di Milano-Cultura, Palazzo Reale

e Skira editore, in collaborazione con il

Kunsthistorisches Museum di Vienna. Il

Gruppo Bracco è Partner dell’esposizione.

L’allestimento è progettato da

Studio Cerri & Associati. La mostra è

curata da Sylvia Ferino, già direttrice

della Pinacoteca del Kunsthistorisches

Museum, coadiuvata da un comitato

scientifico internazionale composto da

studiosi del settore, quali Anna Bellavitis,

Jane Bridgeman, Beverly Louise

Brown, Enrico Maria Dal Pozzolo,

Wencke Deiters, Francesca Del Torre,

Charles Hope, Amedeo Quondam. Il

prestigioso catalogo della mostra è pubblicato

da Skira in tre edizioni, italiana,

tedesca e inglese.

Sono circa un centinaio le opere esposte

di cui 46 dipinti, 15 di Tiziano per lo più

prestati dal Kunsthistorisches Museum

di Vienna, cui si aggiungono sculture,

oggetti di arte applicata come gioielli,

una creazione omaggio di Roberto Capucci

a Isabella d’Este (1994), libri e

grafica.

L’esposizione è focalizzata sulla pittura

veneziana del XVI secolo che vede protagonista

la figura femminile, come documenta

il volume di Rona Goffen “Le

donne di Tiziano”, pubblicato nel 1997.

L’immagine femminile è presentata in


Tiziano

Ritratto di Eleonora Gonzaga della Rovere

1537 ca. - Olio su tela - cm 114x103

Firenze, Galleria degli Uffizi

Tiziano

Lucrezia e suo marito

1515 ca. - Olio su legno di pioppo - cm 82x68

Vienna, Kunsthistorisches Museum

tutte le sue sfaccettature, attraverso le

opere di Tiziano e di altri pittori dell’epoca.

Si parte dal ritratto realistico di

donne appartenenti a diverse classi sociali,

passando a quello idealizzato delle

cosìddette “belle veneziane” ed alle celebri

eroine e sante, fino ad arrivare alle

divinità del mito e alle allegorie. Nei ritratti

esposti è interessante osservare

l’abbigliamento e le acconciature delle

dame dell’epoca, che prediligevano tessuti

sontuosi, perle e costosi gioielli.

Esposti anche i ritratti e gli scritti di noti

poeti che cantarono l’amore e la bellezza

femminile, come anche ritratti delle donne

scrittrici, nobildonne, cittadine e cortigiane.

Nella Venezia cinquecentesca, le opere

di Tiziano raffigurano il mondo sensuale

ed elegante delle donne, che nella città

lagunare godevano di notevoli privilegi.

Anche la letteratura decantava in quel

periodo le doti femminili, con il rinnovato

entusiasmo per il Canzoniere di Petrarca,

per l’Arcadia di Jacopo Sannazaro,

per l’Orlando furioso di Ariosto da

parte di importanti letterati come Pietro

Aretino, Pietro Bembo, Giovanni Della

Casa, Sperone Speroni e Baldassarre Castiglione,

questi ultimi presenti in mostra

in ritratti di Tiziano.

L’accresciuta autostima delle donne portava

le più colte a partecipare con loro

scritti alle discussioni di genere nella cosiddetta

“querelle des femmes” che costituisce

il più importante movimento

“proto-femminista” anteriore alla rivoluzione

francese. Donne come Moderata

Fonte con il suo moderno dialogo “Il merito

delle donne”, e poi Lucrezia Marinella

con il suo discorso su ”La nobiltà e

l’eccellenza delle donne” mettono in discussione

la superiorità dell’uomo.

Elementi fondamentali delle raffigurazioni

femminili della Scuola Veneta sono

grazia, dolcezza, potere di seduzione,

eleganza, che vedono in Tiziano il protagonista

assoluto. Per Tiziano la bellezza

artistica è lo specchio della bellezza femminile:

la sua ricerca è indirizzata alla

personalità delle donne raffigurate, esaltandone

la femminilità senza sminuirne

mai la dignità, mettendo il secondo piano

il canone della bellezza esteriore.

Le “belle veneziane” sono donne reali o

presunte tali, ritratte a mezzo busto e fortemente

idealizzate. Grazie allo studio di

testi come “L’arte de’ cenni” di Giovanni

Bonifacio (1616), queste donne non vengono

più considerate come cortigiane ma

come spose. Indossano abiti scollati in

quanto mostrare il seno non è simbolo di

spregiudicatezza sessuale, ma, diversamente,

simboleggia l’apertura del cuore,

l’atto consensuale della donna verso lo

sposo. Queste opere sostituiscono i ritratti

reali di donne delle classi patrizie o

borghesi, avversati dal governo che rifiutava

il culto della personalità individuale.

Quando Tiziano ritrae donne reali si tratta

di figure non veneziane, come Isabella

d’Este, marchesa di Mantova o sua figlia


6

Jacopo Tintoretto

Susanna e i vecchioni

1555-1556 ca. - Olio su tela - cm 146x193,6

Vienna, Kunsthistorisches Museum

Tiziano

Venere e Marte

1550 ca. - Olio su tela - cm 97x109

Vienna, Kunsthistorisches Museum

Eleonora Gonzaga, duchessa di Urbino.

Le cortigiane erano spesso anche colte

ed alcune di loro diventarono famose per

i loro scritti, come per esempio Veronica

Franco, che in una lettera ringrazia Tintoretto

per averla ritratta. Ci sono poi le

eroine come Lucrezia, Giuditta o Susanna

che rappresentano l’onore, la castità,

il coraggio e il sacrificio o Maria

Maddalena nella sua fase spirituale di

penitenza. E infine le figure mitologiche

come Venere che nasce dal mare.

Tra i dipinti più importanti di Tiziano

presenti in mostra segnaliamo: Ritratto

di Eleonora Gonzaga della Rovere

(1538) da Firenze, Gallerie degli Uffizi;

Madonna col Bambino (1510 circa), Ritratto

di Isabella d’Este (1534-1536 circa),

Marte, Venere e Amore (1550 circa)

Danae (1554 circa), Tarquino e Lucrezia

(1570-1576) da Vienna, Kunsthistorisches

Museum; Ritratto di una giovane

donna (1536) da San Pietroburgo Hermitage

Museum; Ritratto di giovinetta da

Napoli, Museo di Capodimonte; Allegoria

della Sapienza (1560) da Venezia, Biblioteca

Marciana.

Tiziano dipinse il ritratto di Eleonora

Gonzaga, moglie del duca di Urbino

Francesco Maria della Rovere, nell'autunno-inverno

del 1536-1537, prima di

eseguire quello del marito. La duchessa,

nel gennaio 1536, comunicò al proprio

ambasciatore a Venezia il desiderio di

essere ritratta da Tiziano, ed il suo desiderio

fu esaudito a Venezia, durante il

suo soggiorno dal settembre 1536 ai primi

mesi dell’anno seguente. Il Vecellio

la ritrasse dal vero, cogliendo pienamente

il prestigio del personaggio attraverso

la ricchezza dei gioielli che testimoniano

una forte personalità. Mentre

l’anello al dito indice rappresenta la determinazione

e l’ambizione, indossare

un anello al mignolo è indice di creatività,

vanità e anticonformismo. L’abbigliamento

è molto ricercato, con la pelliccia

di martora con la testa dell’animale

in oro, impreziosita da perle e rubini,

tenuta nella mano destra; l’abito di

stoffa pesante a righe grigie e nere, ravvivato

da merletti e da ornamenti a forma

di fiocco dorato, richiama i colori

dello stemma dei Montefeltro; il cagnolino

è simbolo della fedeltà coniugale; e

infine l’orologio a torre, simbolo della

caducità del tempo e della vita, riccamente

cesellato e coronato da una statuetta,

è posto sul tavolo rivestito di velluto

verde, al di sotto della finestra che

si apre sul paesaggio sullo sfondo.

Molto bello un altro dipinto di Tiziano

qui esposto, Ritratto di una giovane

donna con un cappello con una piuma.

La dimensione del dipinto, un olio su

tela, è di 96 x 75 cm. Il volto della donna

emana freschezza e giovanile entusiasmo.

Sul berretto sembra soffiare una

leggera brezza che fa ondeggiare le piume

di struzzo. La donna dallo sguardo

malizioso indossa una parure di perle e

lascia scoperta una spalla, mentre le mani

dalla pelle delicata tengono il mantello

di velluto verde scuro che scivola

sulla camicetta di seta resa con abili

drappeggi.

Lucrezia e suo marito Lucio Tarquinio

Collatino o Tarquin è un dipinto ad olio

attribuito a Tiziano, datato intorno al

1515 e proveniente dal Kunsthistorisches

Museum di Vienna. Il dipinto raffigura

Lucrezia in procinto di suicidarsi

per preservare il suo onore dopo aver rivelato

di esser stata stuprata da Sesto

Tarquinio la notte precedente. Il suo viso

è rivolto verso l’illuminazione divina

proveniente dall’alto, mentre cerca di

trovare il coraggio per uccidersi. Il quadro

è ricco di sensualità, attraverso elementi

come la veste cadente di Lucrezia

e il suo seno semi-scoperto. Il verde della

veste è particolarmente brillante, a testimonianza

dell’elevata qualità dei pig-


Tiziano

e bottega Maria Maddalena

1565 ca. - Olio su tela - cm 114x99

Stoccarda, Staatsgalerie Stuttgart

Paolo Veronese

Lucrezia

1580-1583 ca. - Olio su tela - cm 109,5x90,5

Vienna, Kunsthistorisches Museum

menti disponibili a Venezia.

I visitatori della mostra milanese avranno

il piacere di soffermarsi dinanzi a

Marte, Venere e Amore (1550 circa), bellissima

tela che vede le due divinità incontrarsi

in un paesaggio bucolico. È

l’abbraccio tra gli opposti: l’uomo e la

natura; il guerriero che depone spada ed

elmo sconfitto dall’amore e Venere che

si abbandona all’amante. Amore svolazza

qua e là, ma dovrà rassegnarsi a

deporre arco e freccia in quanto la passione

ha già travolto i due amanti senza

bisogno del suo intervento e dal loro incontro

nascerà, non a caso, Armonia. Il

dipinto ci presenta il Tiziano degli ultimi

decenni di vita. Qui il disegno è poco definito

e la pittura quasi “di macchia”

sembra anticipare la pittura impressionista,

anche il paesaggio è evocato in modo

sommario, e le atmosfere inquiete

sono in contrasto con l’ambiente artistico

e la committenza di lungo corso di

quello che era considerato “il pittore”

della Serenissima. Abituati all’armonia

e alla quiete del Tiziano nitido e luminoso,

non lo ritrovavano più in questi

contorni disfatti che ai loro occhi faceva

apparire come opere “non finite” quelli

che oggi riusciamo a leggere come capolavori.

È questo il Tiziano maturo,

quello che si avvia verso l’ultima fase

della sua carriera e, infine, verso la morte,

che sopraggiungerà una quindicina di

anni dopo l’esecuzione di Marte, Venere

e Amore, si dice per febbre ma probabilmente

di peste, il 27 agosto del 1576, a

Venezia, nella sua casa studio di Biri

Grande, da dove riusciva a scorgere le

cime del suo natio Cadore.

Il Vasari narra che agli occhi dei contemporanei

innumerevoli affreschi eseguiti

da Tiziano apparvero così affini all’arte

di Giorgione da indurre in errore gli

stessi amici del maestro. Secondo quanto

attesta Ludovico Dolce, amico di Tiziano,

fu la pittura di Giorgione a dare a

Tiziano “l’idea del dipingere perfettamente”.

Di Giorgione è qui esposto “Laura”

(1506) da Vienna, Kunsthistorisches

Museum. Da uno sfondo scuro

emerge una donna ritratta di tre quarti a

mezzo busto, voltata a sinistra, con rami

d'alloro alle spalle. La donna indossa una

veste foderata di pelliccia e una sciarpa

bianca, oltre a un velo azzurrino in testa.

Il manto è aperto e lascia scoperto un

seno, avvolto da un velo trasparente. In

questo quadro spicca la tecnica pittorica

di Giorgione, che dipinse per campiture

cromatiche dense e materiche, stese direttamente

sulla tela senza contorni netti.

Pennellate chiare danno origine a vivaci

colpi di luce in particolari come la mano.

L’assenza di uniformità è eccezionalmente

moderna e rappresenta un contributo

fondamentale di Giorgione all’evoluzione

della pittura. Si tratta del cosiddetto

tonalismo, tecnica tipica della tradizione

artistica veneta del 1500, legata

ad una nuova percezione del colore.

Con la progressiva stesura, tono su tono,

di velature sovrapposte, si ottiene un effetto

plastico in cui il colore diventa

l’elemento che dona volume e spazio

prospettico. Si ottengono così effetti di

luce, ombra e profondità senza l'uso del

chiaroscuro, ma solo con variazioni di

colore.

Giuditta con le testa di Oloferne (1512),

uno dei capolavori della collezione artistica

BNL, è un prezioso olio su tavola

di Lorenzo Lotto, firmato e datato in alto

a destra “l. Lotus 1512”. Il dipinto qui

esposto riprende uno dei più noti episodi

della tradizione biblica ambientato durante

il regno del re babilonese Nabucodonosor,

che affida al generale assiro

Oloferne la campagna d’Occidente contro

il popolo di Israele. ll dipinto raffigura

l’episodio saliente della storia dell’eroina

ebrea Giuditta - a cui è dedicato

un intero libro della Bibbia cristiana a lei


8

Palma Il Vecchio

Giovane donna in abito blu

post 1514 - Olio su legno di pioppo - cm 63,5x51

Vienna, Kunsthistorisches Museum

Giorgione

Laura

1506 - Olio su tela su legno di abete - cm 41x33,6

Vienna, Kunsthistorisches Museum

intitolato. Nel corso della guerra la città

di Betulia è posta sotto assedio e la sua

popolazione ridotta allo stremo delle forze.

Qui entra in scena il piano della ricca

e bella vedova Giuditta che, con uno

stratagemma, si reca nel campo nemico,

finge di cedere alle seduzioni di Oloferne

e, durante un banchetto, lo fa

ubriacare e lo uccide. L’artista dipinge

Giuditta come una donna elegante del

500, nonostante compia azioni tradizionalmente

ritenute “maschili”. I capelli

biondi sono raccolti in un’acconciatura

molto in voga nel XVI secolo: piccole

trecce di capelli arrotolate a un sottilissimo

panno che era un oggetto molto importante

per le signore e figura in grandi

quantità nei loro corredi cinque-seicenteschi.

Giuditta, subito dopo aver ucciso

e decapitato Oloferne, si accinge, ancora

con la spada in pugno, a nascondere la

testa del generale assiro nella bisaccia

dei viveri tenuta aperta da un’attonita

serva. In ambito veneziano il soggetto è

stato affrontato anche da Giorgione intorno

al 1505 con la scultorea Giuditta

dell’Ermitage. Lotto fonde la lezione

dell’ambiente artistico romano con la

matrice veneziana e, prediligendo il taglio

compositivo a mezza figura, annovera

la sua eroina nella galleria delle

“belle donne”. Osservando il dipinto, si

può notare sotto la scollatura un ornamento

simile a una croce, a ricordare che

Giuditta fu considerata una prefigurazione

della Madonna. Gli orecchini pendenti

con pietre trasparenti multicolori

seguono l’inclinazione del capo e una

ricca fibbia orna i lacci che stringono il

corpetto in cintura. La precisione da “intenditore”

nella resa dei gioielli rivela i

rapporti del pittore con alcuni orefici, tra

i quali Bartolomeo, uno dei tre fratelli

Carpan di Treviso.

Lo stesso episodio è narrato anche da

una tela di Paolo Veronese, databile al

1580 circa, che raffigura con estremo

realismo il momento in cui Giuditta consegna

le macabre spoglie alla sua ancella

Abra, pronta a riceverle nella bisaccia

dei viveri. La testa del generale, successivamente

esposta dalle mura della città

assediata, induce gli Assiri a ritirarsi. Il

confronto tra le due tele è piuttosto interessante,

e dimostra il vivo interesse

degli artisti cinquecenteschi per la figura

femminile vista da un punto di vista

eroico. Sempre del Veronese, Venere e

Adone (1586 circa) dal Kunsthistorisches

Museum e Il Ratto di Europa

(1576-1580), da Venezia, Fondazione

Musei Civici.

Tra le opere esposte figura inoltre Peccato

originale (1550-1553), di Tintoretto,

proveniente dalla Galleria dell’Accademia

di Venezia, che illustra un altro passo

biblico, quello del peccato originale

compiuto da Adamo ed Eva nel giardino

dell’Eden. Su un muretto di pietre a due

livelli sono raffigurati Adamo, nella parte

più bassa e al lato sinistro, ed Eva, in

quella leggermente più alta e al lato destro.

Al centro tra le due figure si trova

l'albero della conoscenza del Bene e del

Male di cui Dio aveva intimato di non

mangiare i frutti. Eva, ingannata dal demonio

sotto forma serpente con in bocca

il frutto proibito, porge ad Adamo il frutto.

Sullo sfondo a destra l’angelo con la

spada infuocata caccia Adamo ed Eva

dal Paradiso.

Il percorso prosegue con due splendidi

dipinti di Palma il Vecchio: Giovane

donna con vestito blu e Giovane donna

con vestito verde (1512-1514 circa), e

Ninfe al bagno (1525-1528 circa) dal

Kunsthistorisches Musem.

Per finire, altre opere di grande forza

espressiva di Paris Bordone, Giovanni

Cariani, Bernardino Licinio, Giovan

Battista Moroni, Palma il Giovane, Alessandro

Bonvicino detto il Moretto arricchiscono

questo interessante percorso

nella pittura di soggetto femminile della

Venezia cinquecentesca. Una mostra

dunque da non perdere, che pone anche

una riflessione riguardo alla panoramica

dei “gender studies”.


Domenico Asmone

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12

Anna maria tani

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(collage su carta giapponese) - cm 50x70

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14

AKU

Adriano Cuozzo, pittore Pop

e filosofo semplice.

di Giorgio Barassi

“Più estroversa che introversa l'arte pop

arriva al dunque istantaneamente”.

(Lucy Lippard)

Interazione. È la chiave di lettura

di tutto il lavoro fin qua

svolto da Aku, che all’anagrafe

è Adriano Cuozzo, nato ad

Eboli, in un lembo bellissimo e

storico d’Italia, approdo dei

Greci e culla della storia della

antica Roma. La lunga scia di costa che

scende a sud di Salerno, supera la pia- na

e trova ad Agropoli, una sorta di limite,

che, ben usato da chi veniva dal mare, era

una protezione dai venti che spiravano da

sud. Lì c’è Paestum col suo splendore

eterno e nella piazza di Agropoli è attivo

Aku, con la sua intelligente pittura che è

contemporanea, Pop, intrigante e piena di

richiami storici e sociali. L’incontro con

la creatività della pittura non è dunque casuale,

perché il luogo fa molto, e quelle

terre hanno la magia del passato che

evoca vicende di condottieri ed artisti,

poeti e guerrieri, marinai, mercanti e vasai.

Aku decide di esprimersi con la pittura

e di dedicarsi ad un tema vitale.

quello delle relazioni fra noi e gli altri e

fra l’uomo e sé stesso.

Chiamarle “relazioni” tout court è però

riduttivo, generalizzante. Sfiora il banale

e perciò ad Aku non interessa. Interagire

è il verbo giusto. Tutta la vita dell’uomo

è punteggiata da interazioni. Gli incontri,

le occasioni, le decisioni, il semplice

“buongiorno” scambiato con un tale nel

bel mezzo della nobile Piazza della Mercanzia

di Agropoli o il relazionarsi con

tanta gente è vita, è storia stessa della vita.

E lo sono i nostri incontri con le difficoltà

ed i successi, lo è il chiedersi come

e cosa, il confrontarsi con sé stessi per risolvere,

ragionare, decidere. Conoscitore

della chimica, Aku, e cioè il Dottor

Cuozzo, laurea in farmacia in tasca, pensa

bene di dare una connotazione grafica

al concetto di interazione, senza ridurre il

tutto ad una formula di quelle che ci fa-


cevano impazzire al liceo ma attraverso

la sua irrefrenabile passione per la pittura.

Esordi da vedutista, figurazione arricchita

qui e là da interventi segnici significativi

e poi l’aprirsi di una via in grado di riassumere

semplicemente, su prevalenti canoni

di astrattismo, quel concetto. È così

che nascono i primi intrecci, verticalità ed

orizzontalità policrome che non danno

l’idea di un confuso intreccio ma di un razionale

composto, in cui un tracciato rettilineo

e verticale del pennello sovrasta

quello orizzontale e viceversa, una resa

chiara ed espressiva di una elucubrazione

che fu alla radice di ricerche sociologiche

e filosofiche.

Così quell’intreccio, quel sovrapporsi di

linee colorate che sanno di assi cartesiani

e di ordine nitido per una pittura di giusto

impatto diventano contorno e scenario, e

nelle sue opere appaiono finalmente le figure.

Corpi, oggetti, atteggiamenti facilmente

individuabili che hanno il valore

degli altri elementi dell’opera e non la

fanno da protagonista. Semmai concorrono

ad esprimere il tema primario, sono

elementi fondanti ed aggiunti insieme. Il

vero problema di chi, con l’arte, intende

affrontare temi così profondi, da esplorazione

esistenziale, è quello di rendere

gradevole un’idea complessa, ed Aku ci

riesce benissimo. Quando staglia due

massicce figure di gladiatori in una campitura

gialla contornata da quegli ormai

noti intrecci, quando sistema la figura

della pin-up nel mezzo di un campo cromatico

diviso in quadrati, quando affronta

temi che la figura individua meglio, arriva

a centrare con precisione e senza il

dubbio interpretativo, insomma. Da qui

l’esigenza di dare temi e titoli in linea,

senza sbavature, inequivocabili. Perché

ad Aku interessa lavorare sul tema della

interazione senza lasciare largo e incontrollato

margine di interpretazione all’os-


16

servatore. Gli piace porre il problema

quanto risolverlo, e così ci si sente coinvolti

in una serie di domande che facciamo

a noi o a gli altri, in situazioni che

abbiamo vissuto o vivremo, con quei due

elementi (gli intrecci e le figure) che sono

preponderanti, determinanti e indispensabili

in pari misura.

I “perché” dell’esistenza vengono resi

noti con una disinvoltura artistica che sa

di ricerca e di accorta perizia ed incontrano

favore immediato da chi guarda.

Dopotutto rendere chiaro quel che è difficile

per definizione è una gran conquista,

che Aku ha raggiunto lavorando di

fino sulla scelta dei colori, sulle stesure e

sui materiali. Ci aspettiamo nuove variazioni

su un tema così importante che è

sempre, costantemente al centro della nostra

vita: noi e noi o noi e gli altri, un continuo

evolversi di situazioni ed accadimenti

che sono, per un artista che ha

molto del Pop ed altrettanto della cultura

classica dell’arte di dipingere, stimoli

continui a creare.

Aku ha il dono della gradevolezza pressoché

incondizionata, ma anche la gusta

coscienza dello scienziato che inventa

solo a condizione di rispettare regole e

formule. È come se i suoi intrecci, fatti di

ascisse ed ordinate, scandiscano il ritmo

di una continua richiesta di conoscenza,

che è possibile soprattutto incontrando

“l’altro”, che però spesso è dentro di noi.

Una continua narrazione dell’esistere e

del conoscere resa in modo semplicemente

popolare. Non è poco, nell’affollamento

di oggi. Davanti ai lavori di Aku

si ragiona. Ma prima di ogni altra cosa si

gode del gradevole e della ricchezza dei

colori. Saranno le magie dei tramonti sul

mare che, beato lui, vede tutti i giorni da

una postazione baciata dalla storia.


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18

Aleardo KOVERECH:

Il ragionato sentimento del pittore

di Giorgio Barassi

“Ciò che si vede dipende da come si guarda.

Poiché l’osservare non è solo un ricevere, uno svelare,

ma al tempo stesso un atto creativo.”

(Søren Kierkegaard)

C

è un’aria di antico e di

futuribile, nelle opere di

Koverech.

O forse la tendenza a

pensare al domani, a

quello che sarà, condiziona

positivamente le scelte di questo

artista che calibra ogni passaggio della

sua costruzione con una saggezza da antico

pittore ed una cura da narratore di vicende

passate. La realtà è che, attraverso

immagini del quotidiano e della sua Roma,

Koverech lascia trasparire una preparazione

accorta ed una atmosfera che

richiama all’intimismo ed a quella pittura

che si credeva dimenticata, come fosse

avvolta in una rete di nostalgie e silenzi

che un forzato ottimismo vorrebbe scacciare

coi colori più decisi.

Invece Koverech, che legge ottimisticamente

le ragioni della storia, colloca

mezzi e protagonisti moderni nella antichità

di Roma, coglie lati ed angoli di visuale

non tradizionali, mai banali o triti.

Insiste sui temi di un galleggiamento della

nostra società in un ambito che mai

potrà prescindere dalla storia e mai dalle

fatiche degli uomini che costruirono paesaggi

eterni.

Non solo la sua città, ma anche paesaggi

a metà tra l’immaginario ed il visitato, atmosfere

brumose da cui si individua in

fondo una luce ed una speranza, nessun

paesaggio abbacinante, né tristi grigiori

metropolitani. Il giusto modus in rebus

che colloca Aleardo Koverech fra gli artisti

più significativi di una ricerca che

scava nel paesaggio urbano e nel sociale

insieme, affrontando la vicenda con una

disinvoltura artistica propria di chi ha talento.

A spiegare autorevolmente il lavoro

di Koverech ci si sono messi in

tanti. E senza volerli scomodare tutti,


basta una terna di nomi altisonanti

(non solo della pittura) a fare da nobilissima

presentazione. Franco Ferrarotti,

sissignore, proprio lui, sociologo

e docente emerito di sociologia,

scrisse di Koverech nella rivista “La

critica sociologica” nel numero di

gennaio-marzo 2002: “…la pittura di

Aleardo Koverech corrode la certezza

meccanica dei sistemi chiusi, de-dogmatizza

le fedi indossate per abitudine

come abiti confezionati in serie

per tutti e nessuno…”. Una più che

valida testimonianza dell’efficacia di

una analisi non superficiale. L’artista

non costruisce solo le sue opere, ma

smonta la culla delle banalità comode,

dunque. E così altri due nomi. Pittori.

E che pittori…Renzo Vespignani

(da cui ha carpito il segreto dell’afrore

malinconico ed affascinante degli

sfondi al paesaggio urbano) riferisce

della materialità del colore di Koverech,

parla di un mondo visto dall’artista

come “…una scheggia lavica

ancora calda…” e chiude con una certezza

che è il credo di Koverech: “…

egli non è attratto dal significato della

realtà ma dalla possibilità che, alla

fine del viaggio, la realtà ne avrà uno.

Assoluto.”

Verrebbe da scrivere un “amen” a caratteri

cubitali. Non basta. Alberto

Sughi (giù il cappello, prego) parla di

“rovello”, di “inesausta passione”, di

emozione davanti alla tela, di “…

gioco difficile delle attese e dei silenzi…”.

Ed è lì che il cerchio, finalmente,

si chiude attorno agli elementi

fondanti della pittura di un sognatore

che non dimentica di essere uomo di

scienza e coscienza, essendo medico

che immaginiamo comprensivo e coscienzioso.

Passione, tecnica, temi

importanti, energia. Tutto questo, da


20

quei paesaggi urbani rubati alla memoria

dell’attimo al semaforo, da

quelle moto ferme in attesa che il

mondo riprenda la sua corsa, emerge

in maniera evidente. Nondimeno si

manifesta una semplice carezza alla

sua Roma, che la fa da protagonista

facendo fiammeggiare le monumentali

meraviglie sotto ed a fianco alle

quali l’uomo passa quasi ignaro, distrattamente

vivendo un percorso

frenetico, sempre più privo di sentimento.

Perciò Koverech è pittore di sentimento.

Un romantico come gli scrittori

del Romanticismo: passionale,

emozionale, autentico. Limitato nello

slancio dal giusto e doveroso rispetto

delle regole della tecnica, che

conosce bene ed utilizza arricchendo,

ingrossando la materia del colore

o diluendola in un soffio lieve

di cromìe puntuali, che sembrano

aver atteso di essere messe proprio

lì, fra un Cupolone ed una antica palazzina

patrizia. Fa niente se a occultarne

il godimento, seppur parzialmente,

ci siano mezzi moderni,

segnali stradali, impalcature (e dunque

ostacoli), sampietrini accumulati

in attesa di ricollocazione. Il

cuore è enormemente più possente

della cronaca del sociale, e si capisce

dalle sue opere.

Recentemente, due sue opere di arte

sacra hanno fatto il loro ingresso

nella parrocchia di S. Ignazio di Antiochia

a Roma. Una immagine della

Madre di Dio ed una Annunciazione

notevoli. Quest’ultima è un riassunto

chiaro delle capacità di Koverech.

Allo schema classico della

Annunciazione alla Madre, aggiunge,

in alto, una nuvolaglia densa di

policromie modernissime, una descrizione

dello spirituale fatta ai ritmi

della attualità, nel rispetto del- le

sacralità della pittura religiosa. Koverech

porta con disinvoltura e fierezza

la bandiera di quella meraviglia

che nel mondo chiamano Pittura

Italiana.

E ne siamo orgogliosi.


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Fausto Minestrini:

il monello artista supremo

di Giorgio Barassi

“Il genio crea concordanza

tra il mondo in cui vive

ed il mondo che vive in lui”

(Hugo Von Hofmannstal)

Nessuna esagerazione.

Supremo. È giusto dare

a Fausto Minestrini da

Perugia un titolo adeguato

alla significativa e

straordinaria carriera di

artista geniale ed inconfondibile, amato

da chi non sta alla corte delle convenzioni

e mai consegnatosi alle conveni- enze del

mondo dell’arte. Un irregolare, direbbero

i benpensanti. Un geniale artista dal

grande talento e dalla voglia di stupire e

stupirsi che è la radice del suo percorso.

Avventura lunga che ha radici nei bei

tempi della pittura, quando a gareggiare

erano quelli che ci mettevano soprattutto

coraggio. Minestrini è ormai uno di quegli

artisti che si lasciano individuare con

facilità dal cosiddetto “fruitore”. I suoi

bagliori di luci che animano le macchie

di colore delle opere dai grandi o piccoli

formati sono un segno distintivo che non

individua solo la riconoscibilità, ma anche,

e soprattutto, una popolarità eletta,

quella che i geni raggiungono al costo di

notti insonni spese in sperimentazioni, ripensamenti,

cambi di rotta praticati dentro

il proprio mare di talentuosa e forte

capacità creativa.

Un vecchio mulino ad acqua, nel cuore

dell’Umbria, è la sua casa, e Minestrini

ne ha ricavato uno studio che somiglia all’antro

di Vulcano, distruttore dio del fuoco,

Efesto per i Greci, in cui le fiamme ed

il forgiare opere come armi affilate sono

di casa. Dal fuoco del supremo Minestrini

escono le combustioni, le variazioni sugli

effetti di certi colori che paiono nati solo

lì dentro e danno corpo ad opere in cui giganteggia

la genialità, più volte richiamata

qui a ben ragione, del decidere come

e dove possa essere classificato il suo


lavoro. Nell’informale certamente. Ma

aggiungiamoci la singolarità e la unicità

di uno stile che è così cangiante in alcuni

aspetti da essere via via diventato

sempre più inimitabile.

I suoi schizzi di colore pieno e via via

affievolito, l’aggiunta di antichi manoscritti,

tessuti, merletti, foglia oro ed

altre autentiche diavolerie (non a caso la

località in cui vive Minestrini si chiama

Casa del Diavolo, frazione di Perugia)

galleggiano fra i celesti ed i rossi

che sembrano sottratti alle tinte usate

dai Maestri del passato per dipingere le

maestose Madonne, retaggio di una

scuola di pittura alla quale l’artista ha

guardato certamente. I supporti sono

spesso lignei, come usava secoli fa, e la

tela sembra perfino troppo fragile per

contenere le esplosioni della potenza del

colore che Minestrini elabora a suo piacimento,

perché ne possiede il segreto,

dopo anni in cui ha mescolato, diluito,

aggiunto. Un movimento creativo perpetuo

ed incontrollabile che ha generato

una notorietà raffinata, fino alle richieste

da oltreoceano, dove i suoi dipinti

sono stampati su elegantissimi foulard

di leggero cachemire, ad esempio.

Al Mulino della Roscia, nel suo atelier,

ha fondato un centro Artistico Culturale

che è anche scuola di pittura e luogo di

incontro con gli artisti. Sembra davvero

di tornare ai secoli passati, quando il

Maestro era quello seguito per i consigli

essenziali, pur potendo dispensare direttive,

indicazioni certe che non limitano

l’allievo ma lo indirizzano nel cammino

giusto. Minestrini ha dipinto e dipinge

perché la sua ricerca non ha fine,

e lui lo sa. I cannelli che sparano fiamme

direzionate con calma e pazienza

sono il suo accessorio preferito, lo strumento

che gli riporta alla mente un illustre

suo corregionale, l’immenso Alberto

Burri, col quale ha intrattenuto un

buon rapporto di rispettoso scambio.

Eppure, laddove chiunque elargirebbe


24

aneddoti e racconti, Minestrini non dice.

Burri è stato un grande del Novecento e

Minestrini, che ne conobbe aspetti professionali

e umani, non vanta cotan- ta

amicizia, la tiene segreta come fa chi ha

per davvero conosciuto e non ha bisogno

di dirlo. Il fatto diventa chiaro quando,

a volte, nelle opere del genio del

Mulino, appaiono brandelli di sacchi e

combustioni. Non è un omaggio, né un

richiamo, né altro. È cosa di Minestrini,

sua propria. E le analogie o le attinenze

non hanno senso. Semmai è un voler

prolungare il braccio di una ricerca nata

in altri tempi, quello sì. Dopotutto dalle

sue parti si tracciò la strada del Rinascimento

Umbro, sublimazione della fatica

di alcuni straordinari artisti. E dunque

quella aria rarefatta che circonda le più

belle opere di quel tempo così lontano

sembra circondare, nel silenzio della

campagna, le magnifiche invenzioni di

questo artista che chiamare supremo è

giusto. Perché al genio va riconosciuto

il coraggio di essere stato vitale quando

attorno tutto taceva, coerente mentre altri

cambiavano direzione, saggio dispensatore

di tecnica quando prevale

l’egoismo, silenzioso pittore che lascia

esplodere in un fragore inconfondibile

la potenza del gesto che dà il colore ricercato,

raffinato, assolutamente inconfondibile.

Fausto Minestrini ha una profonda passione

per il gioco del golf. E davvero

non stentiamo a credere che nei silenzi

del green si metta a pensare quel che poi

elaborerà nel suo antro, dopo aver gustato

una vittoria. Lo spazio verde è solo

un pretesto per riflettere con la calma e

la giustezza che quello sport richiede.

Nel costruire le sue opere, però, prevale

la trance artistica, solo un po’ stemperata

negli anni da una saggezza che non

può frenare la corsa di un geniale monello

della pittura.


Elena Di Felice

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


26

laboratorio Acca:

Solo tV?

a cura della redazione

Le conferme del successo di

Laboratorio Acca sono sotto

gli occhi di tutti. La trasmissione

della domenica sera alle

21 sul canale 133 di Arte Investimenti

è diventata una abitudine per

molti italiani e presenta sempre più frequentemente

nuovi artisti che non sono

certo esordienti, ma che tendono ad una

maggiore diffusione del loro lavoro. Con

questo principio-base Laboratorio Acca

ha presentato al suo pubblico altri nomi

ed altre opere di artisti di qualità, sistemandosi

nella classifica alta delle trasmissioni

che contribuiscono ad affermare

la riconosciuta genialità di pittori,

scultori e performer che finora avevano

avuto poche occasioni, e non tutte giuste,

per far vedere di cosa sono capaci. Giorgio

Barassi e Roberto Sparaci, i conduttori

della rubrica domenicale, continuano

a ricevere e selezionare le candidature e,

com’è negli schemi della trasmissione,

ed annunciano nuove proposte senza anticipare

niente.

Nello spirito e tra le sfaccettature delle

proposte di Laboratorio Acca ci sono, a

favore degli artisti, anche le mostre personali

e collettive organizzate da Acca

International. L’ultima prodotta, quella

dedicata al talento di Giuseppe Trentacoste

nella Armeria del Castello Ducale di

Torremaggiore (FG), è stata una conferma

del successo dell’artista toscano, che

è del gruppo di Laboratorio Acca sin

dall’inizio, nel 2019.

Dunque non solo la tv, non solo l’editoria

(con la rivista Art&trA e l’Annuario Acca

degli artisti contemporanei) ma anche gli

eventi d’arte e le mostre, che la squadra

di Laboratorio Acca continuerà a produrre

nei prossimi mesi.

Intanto, chi saranno i nuovi artisti che entreranno

a far parte delle proposte televisive

della domenica sera? Dalla redazione

di Laboratorio Acca nessuna notizia.

Come sempre, le sorprese e le novità non

vengono mai preannunciate. Ed è il bello

di un prodotto che domenica dopo domenica

ha conquistato una notevole fetta di

audience.

Gli artisti interessati possono consultare

i siti www.accainarte.it e www.arteinvestimenti.it

alla sezione Laboratorio

Acca, e scrivere a:

giorgio.barassi@arteinvestimenti.it

oppure: acca@accainarte.it


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Tutte le domeniche alle 21.30

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Per rivedere tutte le puntate :

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canale Laboratorio Acca.

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giorgio.barassi@arteinvestimenti.it

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Tel:

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La domenica in tv con Laboratorio Acca: una nuova finestra sul mondo dell’Arte.

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Nel segno della Musa

Le interviste di Marilena Spataro

marilena.spataro@gmail.com

“Ritratti d’artista”

Protagonisti del XXI secolo

Ignazio fresu

materia, forma, pensiero. Da qui si dipana l’opera di questo importante

artista di origini sarde. Opera che, seppure legata all’estetica dell’informale,

non manca di stupirci con rimandi poetici carichi di pathos

ed evocativi di quei mondi arcaici e misteriosi della terra di Sardegna.

La sua vicenda artistica si colloca

a cavallo di due secoli,

tra fine 900 e anni 2000, vedendola

testimone e, da un

certo momento in poi, protagonista

di movimenti e tendenze che

hanno inciso profondamente sul senso e

sul modo di fare arte nella contemporaneità.

Quali gli anni e le tendenze cui si

sente più vicino e che l'hanno influenzata

maggiormente come artista?

«Considero tutte le manifestazioni d'arte

dai tempi delle prime impronte umane

sulle pareti di una grotta alle ultime tendenze

dell’arte contemporanea come qualcosa

di cui faccio parte, qualcosa che

continua e che mi coinvolge nell’operare.

Naturalmente, dal punto di vista formale,

risento maggiormente dei modi espressivi

degli ultimi decenni, conservando

comunque la mia libertà espressiva senza

nessuna adesione a manifesti e a movimenti

artistici».

Come vede l’attuale scena artistica nazionale

e internazionale e cosa è cambiato

rispetto agli inizi della sua carriera?

«Farei una distinzione tra scena artistica

nazionale e internazionale, in quanto la

Italia, nonostante si vanti di annoverare

la più grande collezione di capolavori

d'arte al mondo, fregiandosi d’essere il

Paese che più di tutti gli altri ami l’arte,

disconosce i suoi artisti contemporanei,

ignorando le Raccomandazioni del Parlamento

Europeo che nel 2007 ha promulgato

in materia, non riconoscendo


giuridicamente la figura dell’artista visivo.

Questo, oltre che discriminare, comporta

gravi conseguenze di ogni genere

agli artisti nazionali ed a tutto il sistema

ad essi collegato, determinando un grave

svantaggio nei confronti del resto del

mondo che non prende sul serio la produzione

artistica contemporanea italiana.

Difatti, i pochi artisti italiani che hanno

avuto un qualche riconoscimento internazionale,

vivono all’estero. Fatta questa

premessa, sono due gli aspetti più determinanti

del cambiamento degli ultimi

decenni. Il primo è stato l’irruente ingresso

della finanza nel mondo dell'arte

che ha provocato delle vere e proprie

bolle speculative nel mercato e creato un

sistema parallelo di valori che non sempre

coincide ad una scala di valore artistico.

Il secondo è stato l’avvento di internet

con la globalizzazione che ha permesso

di collegare il mondo dell’arte superando

i ristretti confini geografici in

cui era costretto»,

Quali i moventi esistenziali dai quali

prende le mosse la sua ricerca artistica

ed estetica. Se non sbaglio l’humus culturale

è quello di un pensiero filosofico

e sociale ben determinato...

«Il mio lavoro si prefigge di dare un

volto alla bellezza dell’effimero e di ritrarre

l’eterno inganno perpetrato dal

tempo. Il tema della transitorietà di ogni

cosa, si riflette nella mia attività. A questo

fine le mie installazioni giocano di

continuo sulla percezione della reale

consistenza delle strutture che realizzo

rendendo così il senso della caducità

delle cose che evidenzio con la “pietrificazione”

o la “rugginificazione”. Come

Medusa che con lo sguardo pietrifica,

ciascuno di noi interpreta la realtà pietrificando

ciò che ci circonda in modo diverso,

annullando quella degli altri.

Questo avviene per tutte le cose, come i

pensieri e le azioni, che sono frutto della

nostra coscienza e conoscenza e trascurando

come soltanto la nostra immaginazione

ci consenta di esplorare la dimensione

non governata dalla ragione.

L’uomo, oggi più che mai, preso dalle

cose del mondo, di rado esercita questa

sua facoltà, ponendo tra sé e le cose, il limite

dell’interesse pratico, della funzione,

dell’utilità, mentre è la contemplazione

pura e disinteressata che può rivelare

il legame che stringe il reale in un


32

tutto, trascendendo la realtà apparente.

Quest’ultima, infatti, è un evento e non

una condizione, è un divenire e non un essere.

È solo dopo aver superato questo

primo rapporto percettivo separando ciò

che vediamo dal suo contenuto mondano

e sensibile, astraendone i contenuti dalla

sua dimensione materiale servendoci dell’immaginazione,

che accederemo pienamente

al processo creativo».

Le sue opere quasi sempre sono di grandi

dimensioni e realizzate con materiali riciclati,

inusuali e “segreti”, sia nella loro

composizione che nelle fasi della lavorazione.

Perché questa scelta, c’è una valenza

che va oltre gli aspetti estetico formali.

Ce ne parla?

«La scelta dei materiali ha più di una motivazione.

I materiali che scelgo fanno

parte della nostra vita e di ciò che ci sta

intorno e con cui interagiamo nel nostro

tempo recente: solo fino a qualche decennio

or sono non esistevano le impellenti

problematiche sociali legate ai rifiuti e

alle discariche. I materiali poveri che adopero

hanno avuto una vita, una funzione,

a volte anche molto breve come, ad esempio,

gli imballi. Essi sono la metafora dell’esistenza,

del divenire e dell’impermanenza.

La trasformazione fa parte di tutto

questo, come anche l’apparenza, soprattutto

l’apparenza. Il senso sta proprio in

questo: far assumere a questi oggetti rifiutati

un aspetto “estetico”, farli apparire

di un materiale diverso, infrangere le regole,

le leggi della gravità e del consueto.

Non si tratta di riciclo, non l’utile riutilizzo,

ma, dall’inutilità da cui provengono,

ritrovare, anche per mezzo di essi,

una nuova kantiana utile inutilità propria

dell'arte e della filosofia».

Da anni ormai lei vive a Prato, ma le sue

origini sono sarde. Si dice che i sardi

sono un'isola nell’isola. Quale il significato

profondo di tale affermazione. A

tutt’oggi lei si sente figlio di Sardegna,

anche in merito a questa affermazione.

Quanto e in cosa il fascino del genius loci

di una terra arcana e misteriosa come

quella sarda ha influenzato la sua visione

del mondo e la sua poetica?

«Nonostante viva in Toscana dai tempi

degli studi all’Accademia risalenti a diversi

decenni fa, conservo un forte legame

con la Sardegna e questo non si

limita ad essere solo affettivo, lo definirei

ancestrale. La diffusa presenza dei resti

delle antiche civiltà che si sono succedute

nell’Isola fanno parte di me e influenzano

il mio lavoro. Le scelte formali e le materie

che uso per i miei lavori come, ad

esempio, la pietra o il metallo, sono un

atavico rimando. Questo richiamo è presente

anche attraverso il paesaggio. Proprio

le installazioni che presenterò prossimamente

a Forlì per Vernice, avranno


per soggetto l’ulivo e l’uva, da millenni

protagoniste del paesaggio sardo».

Come giudica il panorama artistico contemporaneo?

Secondo lei quali saranno

gli esiti futuri della ricerca artistica delle

nuove generazioni?

«Il panorama artistico contemporaneo si

presenta particolarmente eclettico sia nelle

forme che nei contenuti. Ed è forse proprio

questa la caratteristica peculiare del

nostro tempo insieme ad una estesa diffusione

delle sue forme favorite dalle nuove

tecnologie e maggiormente utilizzate dalle

nuove generazioni. Nel prossimo futuro

le nuove tecnologie saranno sempre più

determinanti nel panorama artistico ed il

loro utilizzo probabilmente soppianterà

del tutto le forme d’arte che le hanno precedute».

Quale il futuro delle arti figurative tradizionali

in un mondo in cui sempre di più

prevalgono le tecnologie di frontiera e

l’informatizzazione dei saperi?

«Internet è stata una delle più grandi rivoluzioni

per l’umanità paragonabile solo

alla scoperta del fuoco ed all’invenzione

della stampa. Ma avere a disposizione

tutto lo scibile umano, la possibilità di

connettersi ovunque con chiunque, va ben

oltre la fede cieca per la tecnica e dei suoi

prodotti ad uso e consumo della finanza.

Ritengo che internet sia in realtà un primo

passo per trasformarci in quell’ oltreuomo

che profetizzava Nietzsche e non uno

strumento di oppressione, di condizionamento

e di controllo. Internet ci offre le

potenzialità per raggiungere consapevolezza,

permettendoci di acquisire quella

coscienza tanto cara a Kant se usato come

strumento di scienza e conoscenza, nonostante

questo, come avviene per tutti gli

strumenti, possa essere utilizzato sia per

fini positivi che negativi. Sta a noi uomini

saper scegliere con giudizio ed in questo

nutro grandissime aspettative anche per

quanto concerne il mondo dell’arte che ha

permesso agli artisti di uscire dal loro piccolo

“villaggio” in cui erano costretti e

confrontarsi col mondo intero».

Nell’atto creativo c’è anche una valenza

sociale ed etica oltre che estetica?

«Opero con l’obiettivo che un’installazione

meritevole di questa definizione non si

limiti ad occupare solo lo spazio ed interagire

con esso, ma sia tale quando interagisca

col fruitore che ne diventa protagonista

“abitandola”, occupandola e trascorrendo

il suo tempo all’interno di essa

nel paesaggio che si modifica e dialoga

con lui. Il personaggio principale di tutte

le mie installazioni è il fruitore che ne è

protagonista assoluto. A questo fine, una

particolarità comune a tutti i miei lavori è

la costante assenza della figura umana,

che però, pur nella sua assenza, lascia

delle tracce di presenza: per questo mo-


34

tivo i veri e unici personaggi protagonisti

sono i visitatori, con la loro forma ed essenza

e che con il loro esserci sono parte

fondamentale con l'opera».

Quanto è importante oggi cogliere il rapporto

e le intime connessioni che intercorrono

tra l’uomo e la natura?

«Leonardo da Vinci scriveva: “La natura

è la fonte di tutta la vera conoscenza. Ha

la sua logica, le sue leggi, non ha alcun

effetto senza causa né invenzione senza

necessità”. Credo che proprio tra questo

che oggi scopriamo più che mai veritiero

e l’uomo, con i suoi artefatti culturali,

s’instauri il più profondo, privilegiato ed

insieme conflittuale legame simbiotico

che ci accomuna alla natura e per il quale

l’uomo è tale nella misura in cui sarà in

armonia con essa.»

Pensa che l’arte anticipi in qualche modo

la società o che, invece, ne sia il riflesso?

«Il caso di artisti che sono riusciti a cambiare

il contesto sociale sono pochissimi.

Però anche quelli che ci sono riusciti,

hanno proposto più che altro degli esempi.

L’arte tende a proporre una direzione

nella quale si potrebbe andare, non è che

riesca a cambiare il mondo, ci indica il

modo in cui potremmo cambiare il mondo

noi tutti insieme se volessimo e riuscissimo

organizzarci. Non credo nell’arte

che cambia il mondo, credo nell’arte che

pensa il mondo. Questo perché l’arte visiva

resta un mondo elitario, non tocca

abbastanza la popolazione nel vasto numero.

Tra la potenza di comunicazione

che ha la televisione o un social e la potenza

di comunicazione che ha l’arte visiva

non c'è paragone. L’arte visiva è

confinata a una comunicazione elitaria. È

un po’ una contraddizione interna che

l’arte si porta dietro, D’altra parte, allo

stesso modo, è ciò che accade per tutti i

grandi libri, non è che tutti possano leggere

la Poetica di Aristotele, non c’è

tempo, non c’è scolarizzazione. I grandi

libri vengono letti da pochi tranne forse i

grandi libri religiosi. Gli atti comunicativi

più profondi, più importanti, hanno in sé

la contraddizione di essere fortemente elitari.»

E quale il ruolo che essa può giocare nell’aprire

nuove prospettive in uno dei momenti

più tristi della nostra epoca, come

quello che l’umanità intera sta vivendo?

«Senza alcun dubbio è quella di interagire

e di aprire la mente a nuove visioni, che

poi forse è il ruolo che da sempre ha l'arte

tutta con la sua prerogativa di riuscire a

comunicare al di là della ragione e dei

mezzi consueti con cui questa si esercita.»

Un sogno ancora nel cassetto, un’attesa

di Ignazio Fresu uomo ed artista?

«Il mio sogno è quello di poter realizzare

ancora altri lavori in questo tempo che

fugge via».


10

a

BIENNALE D’ARTE

INTERNAZIONALE

A MONTECARLO

10-11-12 gIugNO 2023

A TuTTI gLI ARTISTI

SONO APERTE LE SELEZIONI ALLA 10 BIENNALE D’ARTE

INTERNAZIONALE A MONTECARLO 2023, PITTuRA, SCuLTuRA, gRAFICA,

ACQuERELLO, INCISIONE, CERAMICA, FOTOgRAFIA, MOSAICO E

OPERE REALIZZATE AL COMPuTER

TEMA LIBERO E TEMA FISSO: “LA NATuRA DEL DOMANI”

PER POTER PARTECIPARE ALLA SELEzIONE dELLA BIENNALE INvIARE ALLA

MALINPENSA GALLERIA d’ARTE By LA TELACCIA, N° 5-6 FOTOGRAFIE dI OPERE dIvERSE

(IN FORMATO jPG O TIF CON d.P.I 300 dI RISOLuzIONE),

BIOGRAFIA E CuRRICuLuM PER POSTA ELETTRONICA ENTRO IL 20 DICEMBRE 2022

INFO@LATELACCIA.IT

LE OPERE NON DEVONO SuPERARE I 100 X 100 CM ESCLuSA LA CORNICE

E NON DEVONO PESARE OLTRE I 20 Kg

La Galleria d’Arte Malinpensa by La Telaccia organizza la 10° Biennale d’Arte Internazionale a Montecarlo 2023,

affiancata da una giuria composta da critici d’arte, collezionisti, giornalisti, editori, fotografi, artisti e galleristi,

seleziona con scrupolosità, impegno e professionalità, artisti nel vasto panorama artistico a livello internazionale.

è una manifestazione d’arte di grande risonanza e di importante livello artistico culturale grazie anche alla vasta

pubblicità che viene fatta su diverse riviste internazionali specializzate nel settore.

Si può partecipare o per il tema libero o per quello fisso. dieci artisti per il Tema Fisso verranno premiati,

durante il vernissage, con un trofeo realizzato appositamente per l’occasione.

La Biennale è patrocinata dall’Ambasciata Italiana nel Principato di Monaco. L’esposizione delle opere selezionate,

una per ogni artista, si terrà a Montecarlo nel mese di Giugno 2023 (10-11-12) nelle sale Theatre dell’Hotel Metropole.

CON IL PATROCINIO DELL’AMBASCIATA ITALIANA NEL PRINCIPATO DI MONACO

a

Madrina d’onore alla Biennale

l’artista RABARAMA

“a Torino dal 1972”

Ambasciata d’Italia

Principato di Monaco

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra 51 - 10138 - Torino

Tel/Fax +39.011.5628220 - +39.347.2257267

w w w . l a t e l a c c i a . i t - i n f o @ l a t e l a c c i a . i t


36

Les fleurs et les raisins

Trasversali allegagioni d’arte

IL LATo CALdo deLLA LUnA

di Alberto Gross

gross.alberto@libero.it

Piccola, piccolissima la Valle

d’Aosta, con un clima

difficile ed una conformazione

territoriale quasi impervia:

tuttavia la dedizione,

il genio e la capacità

dell’uomo sono riusciti - nel corso dei

secoli - a gestire tali disagi e impedimenti

volgendoli, al contrario, come

fondamentali punti di forza per ottenere

prodotti dalle caratteristiche uniche.

La viticoltura si sviluppa da nordovest

a sud-est seguendo tutto il corso

della Dora Baltea e prediligendo la sinistra

orografica del fiume, denominata

“adret” (a differenza della destra,

“envers”, esposta a nord e caratterizzata

prevalentemente dalla presenza di

boschi).

I pochissimi produttori - per la maggior

parte organizzati in cooperative -

si dividono i circa 400 ettari di superficie

vitata tra terrazzamenti, muretti

a secco e sistemi di allevamento a pergola

bassa, per ridurre al minimo i

danni del vento e del gelo invernali e

per sfruttare il calore restituito dal terreno,

giustificando e meritandosi l’appellativo,

oramai comune, di viticoltori

eroici. Ai piedi del Monte Bianco,

tra i comuni di Morgex e di La Salle,

i vigneti si innalzano fino ai 1200

metri di altitudine: è questo il territorio

d'elezione del Prié Blanc, unica varietà

autoctona a bacca bianca dalla

particolarità di essere coltivata a piede

franco, dal momento che anche la fillossera

preferisce evitare di "lavorare"

a queste quote e con temperature più

che rigide. Ulteriore qualità del Prié

Blanc quella di germogliare tardivamente

- evitando così le possibili gelate

primaverili - e di maturare presto,

mantenendo quell'elevata acidità che


lo rende particolarmente vocato anche

per la spumantizzazione a metodo

classico.

L’autentico gioiello però che se ne ricava

appartiene a quella categoria esigua

di vini nati negli angoli più freddi

della mappa vitivinicola mondiale denominati

- a seconda degli idiomi - Eiswein

o Icewine. Qui si parla di Vin de

glace, vini di ghiaccio, quasi una sfida

dell'uomo nei confronti della Natura:

in sostanza i grappoli vengono lasciati

a surmaturare in pianta e vendemmiati

oltre la metà di novembre, di notte,

poco prima dell'alba, con gli acini parzialmente

ghiacciati. La pressatura

immediata permette di eliminare la

parte acquosa gelata e di trattenere un

mosto molto concentrato ma ancora in

possesso di un’elevata acidità.

Lo “Chaudelune” di Cave Mont Blanc,

una volta vinificato, viene affinato per

12 mesi in botti scolme di differenti

carati ed essenze. Il 2020 è uno specchio

dorato nel bicchiere; effluvi di

erbe alpine, ginepro si intrecciano a

profumi più caldi e dolci di camomilla,

miele, cera d’api, fico bianco

essiccato. Al palato la sensazione tattile

è di una cremosità vellutata, la piacevole

acidità lo rende teso e dinamico

chiudendo, senza stancare, su ricordi

gradevolmente speziati.

L’estetica del sublime, con l’intero suo

coté di tensione mistica e spirituale, si

impadronisce di noi come in un dipinto

di Friedrich, ci abbandoniamo alla

brevità aforistica dei contrappunti di

Debussy vagheggiando le fantasie pomeridiane

di un fauno e del suo flauto

e cedendo, infine, al meravigliante sogno

di Méliès, accompagnandolo a

bordo del suo razzo a centrare l’occhio

della Luna.


38

Fabio Grassi

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


Tessendo

e tramando...Arte

Un’ulteriore mostra personale

per Anna Maria

Tani che ha aperto un

ciclo di numerose esposizioni

alla Galleria

Ess&rrE di Roberto Sparaci al Porto

Turistico di Roma,“un’artista che si è

dedicata completamente e totalmente

all’espressione dell’anima, al moto perpetuo

delle vicende che solo gli artisti

sensibili sanno scandagliare. E allora,

solo allora, Anna Maria Tani decide di

riversare sulla tela le immagini dell’anima,

i segni di un mondo esteriore

che lei vede con grande speranza.

Segni, si. Perché la sua principale esperienza

nasce nel segno del segno e non

della pittura che descrive. Dalle parti

del suo studio deve esserci un’aria assai

particolare, come una specie di silenzio

voluto con tutte le forze, ma non esente

da suoni o voci…”.

Cit. Giorgio Barassi

Il Vernissage è stato alle 16:00 di sabato

29 gennaio in cui “Le Maghe”

con Laila e Alice hanno deliziato il

pubblico e tutti coloro che ci hanno

onorato della loro presenza con gli

stornelli e le canzoni romane.

La mostra è durata fino all’11 febbraio

2022 ed è stata ripresa e mandata

in onda da ZTL Tv.

Info: 329 4681684

www.accainarte.it

galleriaesserre@gmail.com


40

Le radici culturali

dell’Arte Concreta

di Rita Lombardi

Fig. 1

Hilma af Klint

“Il cigno n. 17 - gruppo IX” - 1914-1915

olio su lino - cm 155x152

Linizio del XX° secolo segna

uno spartiacque, una

rottura, tra una tradizione

secolare di tipo figurativo,

con canoni estetici ritenuti

ideali ed universali, ed un’espressione artistica

moderna, astratta. Questo passaggio

avviene attraverso due vie apparentemente

distinte tra loro. La prima è la via

formale, lungo la quale si porta alle e-

streme conseguenze la teoria sull’autonomia

dell’arte, mentre la seconda via scaturisce

dalle tensioni ideali e spirituali

che animano la cultura e la società. Entrambi

i percorsi conducono all’astrattismo

negando che l’arte si giustifichi con

l’imitazione della natura o meglio con

l’imitazione della superficie visibile delle

cose.

All’inizio del XX° secolo molti uomini

di cultura pensano che l’arte deve partecipare

all’evoluzione della vita generata

dal progresso della scienza e della tecnica,

e deve confrontarsi, non con la tradizione

di un passato ormai tramontato,

ma con la diversa realtà del presente.

Quindi l’arte deve rinnovarsi: è imperativo!

Teniamo presente a quale incalzante successione

di sbalorditive scoperte scientifiche

ed applicazioni tecnologiche hanno

assistito e continuano ad assistere le donne

e gli uomini di questo inizio secolo.

Dopo la fotografia, il treno ed il telefono

sono comparsi il cinematografo, il grammofono,

la radio, l’illuminazione elettrica,

l’automobile, il telegrafo senza fili

e l’aeroplano.

Nel 1894 Rontgen scopre le proprietà dei

raggi X che permettono di attraversare la

materia e rendere visibile la struttura interna

delle cose e dei corpi.

Nel 1898 le prime scoperte sulla radioattività

dei coniugi Pierre e Marie Curie.

Nel 1900 Max Planck introduce il concetto

di “quanto”.

È del 1905 la famosa equazione E = mc2

con cui Einstein formula l’equivalenza di

materia ed energia, indicando il rapporto

tra esse.

È sempre Einstein nel 1906 a battezzare

“fotone” il quanto di luce.

Nel 1915 Einstein, con la teoria della relatività

generale, dimostra che spazio,

tempo, materia ed energia sono parte di

una più grande simmetria 4-dimensionale.

Tutte queste sconvolgenti novità scientifiche

dimostrano che aldilà di ciò che vediamo,

fuori dalla portata dei nostri sensi,

esistono, senza ombra di dubbio forze,

energie, onde, realtà che popolano l’universo

e interferiscono con noi e che noi

possiamo, se non assoggettare, quantomeno

utilizzare.

E allora come negare a priori l’esistenza

anche di altre forze, di altre energie, di

altre dimensioni che sfuggono ai nostri

sensi? Come negare a priori la chiaroveggenza,

la telepatia, la telecinesi?

Discende da queste premesse l’appello a

studiare i “fenomeni occulti” che l’astronomo

Camille Flammarion rivolge ai colleghi

scienziati. L’appello poggia su questa

dichiarazione di principio “Asserire

che i limiti del nostro sapere e della nostra

osservazione determinano i limiti

della realtà non è un’affermazione scientifica”.

In un certo senso Flammarion incita i

suoi colleghi ad andare oltre, oltre l’apparenza

e ad affrontare l’ignoto.

E così scienziati, intellettuali ed artisti si

interessano di occultismo e spiritismo, seguono

con estremo interesse l’attività di

medium, partecipando addirittura alle sedute

spiritiche, si appassionano a temi

come la chiaroveggenza e la telepatia.

Nell’ignoto rientra anche tutto l’universo

mistico-spirituale e così intellettuali ed

artisti, che desiderano andare oltre le religioni

conosciute, accolgono con entusiasmo

le filosofie orientali e aderiscono


Robert Delaunay

“Primo Disco Simultaneo” - 1912

Fig. 2 Giacomo Balla

Fig. 3

“Compenetrazioni Iridescenti” - 1914

Torino, Galleria d'Arte Moderna

massicciamente alle associazioni “esoteriche”

che si diffondono in Europa. Di queste

la più importante è la Società Teosofica

fondata nel 1875 a New York da madame

Blavatsky (in Italia nel 1902). La Teosofia,

poggiando sul Buddhismo e sull’Induismo,

riporta in occidente i concetti dimenticati

di reincarnazione e karma. Madame

Blavatsky parla dell’essere umano come

portatore di una scintilla divina, a prescindere

dalla sua condizione sociale: gli uomini

sono pertanto tutti uguali e costituiscono

una fraternità universale. Non c’è

artista o intellettuale europeo che non abbia

un contatto diretto o indiretto con la

Teosofia. Tra questi Piet Mondrian che

nei suoi anni giovanili cerca di tradurre letteralmente

nella sua pittura i principi teosofici

che, del resto, lasciano un’impronta

sostanziale anche nelle sue opere più mature

e più note.

Oggi la Società Teosofica è presente in

tutto i mondo, Italia compresa, con numerosi

gruppi e centri studi; ha una sua casa

editrice e un sito internet.

Nel 1913 in Svizzera Rudolf Steiner fonda

la Società Antroposofica.

Steiner si è distaccato dalla Società Teosofica

di cui era segretario e conferenziere a

causa dell’eccessiva segretezza ed eccessiva

aderenza all’Induismo imposta alla

società dalla nuova direttrice Annie Besant.

L’Antroposofia si differenzia dalla Teosofia

non solo perché pone Cristo al centro

della sua visione spirituale, ma anche per

la maggiore importanza data alla natura e

all’uomo. Secondo Steiner la realtà universale

è una manifestazione spirituale in continua

evoluzione e la sottostante essenza

spirituale è accessibile direttamente dopo

un adeguato sviluppo interiore. Steiner

crea anche un metodo educativo basato

sulle sue teorie. Oggi in Italia sono presenti

molte scuole steineriane. Di derivazione

antroposofica è anche l’agricoltura

biodinamica.

Nel 1922 si trasferisce a Parigi, proveniente

dalla Russia, Gurdjieff, che fonda,

a sua volta, una società esoterica. I suoi insegnamenti,

che combinano Cristianesimo,

Buddhismo e Sufismo (in particolare

le danze dei dervisci) si diffondono rapidamente

in Europa.

Egli introduce il concetto di Quarta Dimensione,

una dimensione di ordine superiore

non avvertita dai nostri sensi. Le sue

tecniche e i suoi esercizi, tenuti segreti,

vengono ancora oggi impartiti, non tramite

libri, ma da discepoli qualificati.

È da tutto questo panorama che emerge

l’Astrazione Geometrica.

L’Astrazione Geometrica

Dobbiamo considerare la svedese Hilma

af Klimt come la pioniera dell’Astrazione

Geometrica, perché già nel 1900 dipinge

una grande tela tutta cerchi e ovali dove le

figure non esistono più. L’artista, che nel

1896 aveva aderito alla Teosofia, dichiara

che il suo intento è quello di scoprire il

mondo invisibile che esiste dietro quello

visibile Confessa, inoltre, che i suoi quadri

non nascono da un progetto ma dall’ascolto

delle energie. spirituali invisibili. In

Fig. 1 una sua opera del 1914. Nello stesso

anno partecipa all’esposizione del Baltico

a Malmö.

Successivamente diventa membro della

società antroposofica e, pur continuando a

dipingere, non mostra più le sue opere in

pubblico perché è convinta che non possano

essere capite dai suoi contemporanei.

Muore nel 1944 e nel testamento dispone

che i suoi dipinti sian mostrati al pubblico

dopo il 1964. Nel 2013 le sue opere vengono

esposte a Stoccolma, nel 2014 nel


42

Kazimir Malevic

“Suprematismo Dinamico” - 1916 - Olio su tela

Fig.4

Piet Mondrian

“Composizione A con nero, rosso, grigio, giallo e blu”

1919 - Olio su tela

Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

Fig. 5

padiglione centrale della Biennale di Venezia,

nel 2018 a New York e poi a Berlino.

Hilma af Klimt è stata una pioniera dell’Astrazione

Geometrica, ma non ha influenzato

nessuno! Con la sua convinzione

di non poter essere capita dai suoi

contemporanei e con la conseguente decisione

di non esporre in pubblico le sue

opere ha dimostrato, a mio parere, orgoglio,

presunzione, rigidità e intransigenza:

difetti questi che, purtroppo, si incontrano

in parecchi ricercatori spirituali. Il

vero asceta vive tra la folla.

E sono allora Robert Delaunay e il futurista

Giacomo Balla i veri pionieri dell’Astrazione

Geometrica.

Il punto di partenza di Robert Delaunay,

marito di Sonia Delaunay, è la scomposizione

dei colori e per questo si rifà al

testo La Legge dei Contrasti Simultanei

di Chevreul, usando valori cromatici luminosi

per creare ritmi e movimento. In

Fig. 2 “Primo Disco Simultaneo” del

1912. Il disco simboleggia il dinamismo

della vita moderna e ricorda la ruota,

simbolo magico-religioso del karma e

dell’energia universale.

Nello stesso anno anche Giacomo Balla

arriva all’astrazione geometrica attraverso

un processo analitico di scomposizione

dei colori. In Fig. 3 “Compenetrazioni

iridescenti” del 1914 con lo

schema dei triangoli che rimanda ai principi

teosofici.

In Russia, Kasimir Malevic, profondamente

influenzato dalla teoria di Gurdjieff,

approda tra il 1914 e il 1915, a

moduli geometrici ai quali imprime un

ritmo astratto-dinamico. In Fig. 4 la tela

“Suprematismo dinamico” del 1916.

Secondo Malevic, la forma deve essere

svuotata da ogni contenuto simbolico e

lo spazio pittorico deve essere libero per

la manifestazione di una nuova realtà dominata

dalla razionalità. Inoltre per lui la

pittura deve concretizzare il pensiero e

l’idea nell’astrazione geometrica.

Nel 1917 si arriva, in Olanda, con l’associazione

De Stijl (che è anche il nome

di una rivista) ad una ridefinizione dell’arte

stessa, il cui linguaggio non deve

essere più onirico, allusivo, magico o

simbolico, ma deve essere univoco come

solo nella scienza, e in particolare nella

matematica, avviene. In questa associazione

si trovano artisti che vogliono costruire

“matematicamente” le loro opere

pretendendo anche una lettura matematica

di esse. Il più famoso tra questi artisti

è Piet Mondrian. La sua matematica risiede

in due fattori. Il primo fattore è la

suddivisione non casuale del quadro, ottenuta

con canoni algebrici di tipo rinascimentale.

Il secondo fattore è la calibrazione

del “peso” dei singoli colori che

crea la freschezza e la piacevolezza dell’immagine.

In Fig. 5 una sua opera del

1919.

Nel primo numero della rivista De Stijl

appare un suo articolo Il Neoplasticismo

nella pittura in cui esalta l’armonia intellettuale

e lo spirito matematico in opposizione

all’Impressionismo caldeggiando

la distruzione di ogni forma barocca.

Nel 1926 Piet Mondrian si allontana dal

gruppo per divergenze con Theo van

Doesburg di cui possiamo vedere in Fig.

6 un’opera del 1920. Sono celebri, sebbene

limitati a sporadici studi, le incursioni

esplicite di Theo van Doesburg nel


Theo van Doesburg

“Peinture pure” - 1920 - Olio su tela

Centre Pompidou Mobile - Aubagne

Fig. 6

Theo van Doesburg

“Studio sulla quarta dimensione” - 1927

Schizzo sulla rivista De Stijl

Fig. 7

mondo magico della matematica, per

esempio, nella quarta dimensione. In Fig.

7 un suo schizzo del 1927 apparso sulla

rivista De Stijl.

Nel 1919 Walter Gropius fonda a Weimar

il Bauhaus (Casa della Costruzione,

un Istituto di Arti e Mestieri basato sulla

collaborazione tra allievi e docenti.

Il Bauhaus nasce con l’intento di ristabilire

la armonia e l’unità tra le diverse attività

dell’arte e tra tutte le discipline

artigianali ed artistiche. Agli insegnamenti

pratici se ne affiancano altri teorici

come quelli dedicati alla teoria della visione

e della composizione.

Nella scuola si studiano inoltre le caratteristiche

psicologiche e fisiologiche dell’essere

umano al fine di creare oggetti

ed edifici più funzionali.

Gropius chiama ad insegnarvi gli artisti

allora più all’avanguardia: Itten, Moholy-Nagy,

Kandinskij, Klee, Albers,

Theo van Doesburg.

I principi democratici del Bauhaus, invisi

agli ambienti accademici e alla borghesia

di Weimar, costringono nel 1925 Gropius

a trasferire l’istituto a Dessau. Nel 1932

la scuola viene chiusa una prima volta

dai nazisti, sopravvive un anno in forma

privata a Berlino, ma nel 1933 viene definitivamente

soppressa. Gli insegnanti

emigrano in Svizzera, in Francia e negli

Stati Uniti.

Negli anni Trenta si è ormai fuori dal dichiarato

radicale proposito di voltare le

spalle al passato, proprio degli individui

della generazione che aveva inaugurato

il Novecento. Ormai ci si è abituati alle

scoperte scientifiche e alle innovazioni

tecnologiche e l’Europa vive un momento

difficile. Le spinte irrazionaliste e spiritualiste

di inizio secolo cominciano a

declinare fino a diventare marginali,

mentre prendono via via il sopravvento

istanze di pura razionalità.

Nascita dell’Arte Concreta

Nel 1930 ci si interroga sul significato

dell’astrazione e sulla scelta dei termini

più appropriati per definirla. A causa delle

vicende politiche e culturali che travagliano

l’Europa, Parigi diventa una città

in cui convergono artisti ed intellettuali

di varie estrazioni geografiche, politiche

e culturali. E in questa città si ritrovano

molti artisti che sono accomunati dall’idea

che l’opera d’arte non debba avere

altro significato che sé stessa. Fortemente

critici nei confronti dei colleghi che, a

loro dire, “cercano di umanizzare la geometria

e geometrizzare l’umano”, si riuniscono

attorno a Theo van Doesburg

che fonda la rivista Art Concret in cui

viene formulato un concetto ben preciso

di astrattismo. Nel titolo l’aggettivo concreto

racchiude tale concetto, perché

chiude, di fatto, la porta a tutte le implicazioni

oggettive o simboliche e a tutte

le componenti surrealiste. E questa è la

spiegazione che van Doesburg dà sul

primo numero della rivista: “pittura concreta

e non astratta, perché nulla è più

concreto, più reale di una linea, di un colore,

di una superficie, mentre una donna,

una mucca, un albero diventano astratti

quando sono dipinti”.

E questo apporto teorico sarà il vero riferimento

all’arte concreta nei decenni

successivi al di là dell’apporto formale

degli artisti che aderiscono al movimento

Art Concret nel 1930.


44

La “vita moderna”

di Silvana Gatti

A cura di Massimiliano Bordigoni Denaro

“Tramonto a Grado Pineta” - 2020 - Olio su tela - cm 30x40

Eppure, sullo sfondo del dipinto, oltre un tendaggio,

si scorge lo sfavillìo della luce solare,

che irradia, benigna, sull’azzurra superficie

del mare.

Ma il bambino dalla maglia vermiglia, in un

primo piano che lo palesa soggetto principale della tela,

volge lo sguardo innanzi a sé, verso un oggetto, un robot,

dotato di un monitor, che reca scritto un esplicito invito:

“Gioca con me!”.

Del bimbo, ritratto di spalle, non vi è, ovviamente, il modo

onde poter distinguere il volto, ma la sua postura, con

quelle braccia allungate sui fianchi, suggerisce indizi, per

i quali poter immaginare uno sguardo attonito, e, forse, finanche

indeciso.

Nemmeno può passare inosservato il quadro raffigurato

sulla parete della stanza.

Esso evoca il ricordo di un altro dipinto di Silvana Gatti,

la quale è anche pittrice simbolista, per cui gli oggetti raffigurati

alludono ad un più profondo, celato significato - e

sovente, nel caso dell’artista rivolese, a tematiche di natura

etica e sociale (“character” che abbiamo ravvisato ed apprezzato

fin da subito nella sua produzione artistica); e

quel dipinto ha, infatti, per tema il campo in sommo grado

delicato della fecondazione artificiale.

Potremmo così essere ragionevolmente indotti anche a

supporre che proprio quel bimbo possa essere frutto di un

concepimento in provetta… D’altronde il dipinto che

stiamo commentando si intitola, appunto, “Vita moderna”.

E notiamo altresì che la solitudine, quale peculiare stato

interiore, per opinione diffusa ed ormai comune convincimento,

può ben definirsi un segno caratteristico dei tempi

moderni. Essa, allora, ineluttabilmente, lo sarà anche del

destino del bimbo dalla maglia vermiglia? E, quindi, per

davvero suo solo compagno di giochi una fredda, asettica

intelligenza artificiale, il bianco robot?

Tuttavia, recondito in ogni essere umano vi è un qualcosa,

come una sorta di scintilla, un impercettibile anelito, che,

invece, muove con una forza primigenia alla vita.

Silvana Gatti ci ha piacevolmente abituato alle calde tonalità

di orizzonti marini, che subitaneamente richiamano

l’intensa infinità delle acque, a diafani tramonti dalle atmosfere

soffuse e sfumate, tali da far presagire attimi di

una futura felicità.

Felicità cui, irrefutabilmente, ognuno, in cuor suo, aspira.

Ed a noi piace immaginare che il bimbo dalla maglia vermiglia,

domani, raggiungerà la vicina spiaggia, profumata

di salsedine, dove potrà trovare dei vivaci, e - perché no -

magari anche un po’ chiassosi, compagni di giochi.


“Vita moderna” - 2021 - Olio su tela - cm 40x30

L’artista ha partecipato il 12 febbraio 2022 all’evento ACTS OF TOMORROW, mostra

d’arte contemporanea in PoVenti5 a Torino, spazio in cui design, moda e arte trovano il loro

spazio, in collaborazione con SKT Spaces (Londra).

SILVANA GATTI - PITTRICE FIGURATIVA & SIMBOLISTA

http://digilander.libero.it/silvanagatti

email: silvanamac@libero.it


46

Il colore e la luce nell’arte di

domenico Asmone

A cura di Fabrizio Sparaci

Secondo il pittore e musicista

svizzero Paul Klee, vissuto

a cavallo tra Ottocento

e Novecento, l’arte deve

osservare la natura e l’artista

non deve copiare quanto già esiste,

ma, con l’immaginazione e sperimentando

tecniche e materiali diversi, creare

un nuovo mondo di forme naturali

e astratte. Un pensiero che calza perfettamente

con l’interpretare l’arte di Domenico

Asmone, pittore e scultore e-

clettico tanto nello stile quanto nel linguaggio,

che ha nella natura il punto di

partenza delle sue opere e che ha voluto

intitolare la sua ultima mostra svoltasi

dal 3 al 17 febbraio alla Fondazione

Luciana Matalon di Milano con una

frase proprio di Paul Klee, “Il colore mi

possiede”.

Nel capoluogo lombardo l’artista nato

a Bologna nel 1963 ma trasferitosi giovanissimo

a Pistoia, dove tutt’oggi vive

e crea, ha presentato oltre 20 opere tra

dipinti ad olio su tela, sculture in ceramica

e altorilievi in ceramica smaltata,

tutte realizzate negli ultimi tre anni, in

decisa dialettica con il suo recente passato.

Una produzione che si distacca fortemente

dai suoi primi lavori degli anni

Ottanta, quando partiva da un figurativo

ragionato e oggettivo, dalle forme

delineate e leggibili. Oggi Asmone si

esprime ed emoziona il pubblico attraverso

un’informale fortemente istintuale

e materico, ricco e denso, per una

arte caratterizzata dal colore e dalla

luce, i due elementi che maggiormente

definiscono le sue opere.

Le opere su tela sono la naturale evoluzione

della ricerca poetico-espressiva


delle esperienze informali che guardano

agli anni Quaranta e Cinquanta

del ‘900. Ma per Asmone non si tratta

di espressioni volte a testimoniare una

tensione sociale o un disagio esistenziale,

né tantomeno una critica a tutto

ciò che può essere riconducibile a una

forma. L’artista vuole restituire l’energia

della materia pittorico/cromatica

prendendo a riferimento la natura che,

dell’energia, ne è la fonte più pura.

Asmone parte dal paesaggio circostante

focalizzandosi sulla forza emotiva del

colore. Da qui la decisione di porre davanti

al titolo di ogni opera l’aggettivo

“cromatico”, come ad esempio Cromatico

mare o Cromatico rosso, realizzate

rispettivamente nel 2020 e 2019 proprio

con l’intento di “condizionare” chi

le osserva. Lavori che si basano sulla

forza dei colori, sui contrasti cromatici

e sulle implicazioni percettive che accompagnano

la fase emozionale.

La dimensione emotiva che scaturisce

dal colore è centrale anche nelle sculture

in ceramica, fortemente impattanti

nel richiamo a figurazioni primitive e

ancestrali.

Il punto di partenza è sempre la natura

e la dinamica del cromatismo. Tuttavia,

sebbene ci sia coerenza di stile e di linguaggio,

il risultato percettivo ed emozionale

è del tutto diverso proprio

perché il medium non sono più i colori

a olio stesi a spatola bensì gli smalti ceramici:

la lucentezza della smaltatura,

i gradienti di intensità cromatico-luminosa

variegati, la singolarità delle gamme

cromatiche tipiche degli smalti ceramici,

nonché la fusione di due o più

colori voluta dall'artista, portano a soluzioni

dalla singolare efficacia este-


48

tica, come appare evidente in

Madre Terra, realizzata nel 2020.

Gli altorilievi in ceramica smaltata,

ulteriore evoluzione

delle sculture in ceramica

dipinta, si caratterizzano

per la doppia cottura, prima del

corpo ceramico e poi dello smalto

che lo ricopre, offrendo una

ulteriore varietà di forme e di

effetti cromatici assolutamente

inaspettati.

Ancora una volta l’artista si

ispira alla natura, ma ciò

che maggiormente colpisce

è il forte richiamo alla città

di Pistoia e in particolare alle

chiese in stile romanico-gotico,

che presentano le tipiche facciate

bicrome in pietre bianche e verde

scuro, oltre agli architravi medievali

scolpiti: opere straordinarie dove la

citazione alla bicromia delle facciate,

così come agli architravi, sono

ben intuibili nel connubio forme-colori.

Che si tratti di dipinti o sculture,

immergersi nelle opere di Domenico

Asmone significa ritrovarsi in una realtà

viva e palpabile, nella quale il colore

assume un’importanza fondamentale

nel trasmettere emozioni, e i giochi

cromatici non sono assolutamente

casuali, bensì ricercati con sapienza

e pazienza, impressi sulla

tela o “scavati” nella ceramica.

La mostra alla Fondazione Luciana

Matalon di Milano, realizzata

in collaborazione con la Galleria Colonna

di Appiano Gentile (CO), è

stata accompagnata da un catalogo

edito dalla Casa editrice

“Gli Ori” di Pistoia con

testi critici di Nello Taietti, Siliano

Simoncini e Alessandro

Paolo Mantovani.


saremo presenti alla xvii arte genova

dall’8 al 10 aprile 2022 con i seguenti artisti:

paola arrigoni - piero gilardi - laura marello

ugo nespolo - rabarama - daniela rebuzzi - anna maria terracini

paola arrigoni

laura marello

“Baudelaire. uomo libero amerai sempre il mare!” - 2021

Tecnica mista su tela - cm 50x70

daniela rebuzzi

“Fantasia” - 2021

Stoffa, colla e bitume - cm 48x88

anna maria terracini

“Dualità” - 2017

Piume singole applicate a tela dipinta ad olio

cm 80x70

Senza titolo - 1980

Olio su tela - cm 90x100

REFERENZE E QuOTAZIONI PRESSO LO STAND DELLA MALINPENSA gALLERIA D’ARTE

ORARIO ARTE gENOVA:

VENERDì, SABATO E DOMENICA DALLE 10 ALLE 20

Tel +39.011.5628220 - cell. 347.2257267

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50

KAKeMono

Cinque secoli di pittura giapponese.

La Collezione Perino.

Fino al 25 aprile 2022 al MAo

(Museo d’arte orientale) di Torino

a cura di Silvana Gatti

Kaburagi Kiyokata (1878-1972)

“Una geisha con parasole” - 1920-39 - Dipinto a inchiostro e colori su seta - cm 45,7x50,9

Al Museo d’arte orientale

di Torino (MAO) è in

corso la mostra “Kakemono.

Cinque secoli di

pittura giapponese”, la

prima in Italia focalizzata

su questa forma d’arte, con l’esposizione

di ben 125 kakemono oltre a ventagli

dipinti e lacche decorate appartenenti

alla Collezione Claudio Perino,

un’importante raccolta di opere acquisite

dal collezionista piemontese, fra i

principali prestatori e mecenati del MAO.

La mostra è a cura di Matthi Forrer, professore

di Cultura materiale del Giappone

premoderno all’Università di Leida.

Il kakemono ( 掛 物 ? letteralmente “cosa

appesa”), o kakejiku ( 掛 軸 ?), è un dipinto

o una calligrafia giapponese, realizzato

su un rotolo di seta, cotone o

carta, e concepito per essere appeso durante

occasioni speciali o utilizzato come

decorazione nelle varie stagioni dell’anno.

Il kakemono si apre verticalmente

ed è una decorazione murale da interno.

Viene esposto temporaneamente

in determinati periodi dell’anno nel tokonoma,

una piccola alcova rialzata all’interno

delle case giapponesi, e poi

riposto, accuratamente arrotolato, in apposite

scatole oppure sostituito da un

altro kakemono più appropriato alla

nuova data. Vi sono famiglie giapponesi

che ne possiedono in gran numero, addirittura

centinaia. Un po’ come nel mondo

occidentale si usano le decorazioni

natalizie o pasquali, per poi accantonarle

fino al nuovo anno. Rotoli preziosi estremamente

diffusi in Giappone e in tutta

l’Asia orientale, dove assume nomi differenti.

Oltre al Giappone, la tradizione

dei rotoli appesi è tipica anche dell’arte

in Cina, Corea e Vietnam, e rappresenta

il corrispettivo del “quadro” occidentale.

Mentre le nostre tele o tavole hanno un

supporto rigido, i kakemono presentano

una struttura piuttosto morbida e sono

concepiti per una durata limitata nel

tempo.

Esposti nel tokonoma (alcova) delle case

giapponesi o esposti per qualche ora soltanto

nell’atmosfera ariosa di un giardino,

queste particolari opere d’arte danno

l’idea del tempo e del movimento,

mentre i dipinti su tela o tavola tipici

della tradizione occidentale restano immutabili

nel tempo. Differenze che sono

lo specchio di una diversa concezione

estetica e filosofica: alla base delle opere

su rotolo si trova infatti un’allusione all’instabilità

e al mutamento quali elementi

della vita.

In questa mostra i kakemono sono allestiti

in cinque sezioni tematiche (fiori e

uccelli, animali, figure, paesaggi, piante

e fiori) che trasportano il visitatore in un

viaggio interessantissimo, in cui raffigurazioni

minuziose e naturalistiche, cu-


Itō Jakuchū (1713-1800)

“Sette gru” - 1755 circa - Dipinto a inchiostro e colori su seta - cm 110,8x51

rate nei minimi dettagli, si alternano ad

altre di stampo minimale e rarefatto, dove

la forma si dissolve diventando segno

evocatore di potenti suggestioni che

anticipano l’astrattismo.

In Oriente i pittori dipingevano contemporaneamente

in maniera “impressionistica”,

“espressionistica”, “astratta” secoli

prima che analoghe forme espressive

cominciassero ad apparire in Occidente.

A differenza dell’Occidente, i diversi

stili pittorici hanno convissuto,

senza escludersi a vicenda nel tentativo

di definire veri e propri movimenti artistici.

Fra i kakemono esposti al MAO figurano

alcune opere dei maggiori artisti

giapponesi, tra cui Yamamoto Baiitsu,

Tani Buncho, Kishi Ganku e Ogata

Korin. Nella tradizione giapponese i Kakemono

vengono osservati dal basso, seduti

sul “tatami”. L’allestimento delle

opere nella mostra rispetta questo punto

di vista.

Fin dai tempi antichi il genere kacho-ga, ¯

“dipinti di fiori e uccelli”, è stato tra i

principali delle tradizioni pittoriche cinese

e giapponese. Gli uccelli vengono

dipinti in associazione predefinita con

determinati fiori, piante o alberi. Anche

gli uccelli esotici, come i pavoni, importati

in Giappone per lo più da mercanti

olandesi, sono stati rappresentati nei dipinti,

come in quello di Araki Kanpo

(1831 - 1915), Coppia di pavoni su un

pino, dipinto a inchiostro e colori su seta

esposto in questa mostra. Questi volatili

erano importati dall’estero e, nel periodo

Edo, erano molto apprezzati dai samurai

e venivano allevati in grandi voliere.

Gallo e gallina, meglio se con pulcini,

rappresentano la famiglia felice, come

nel kakemono dipinto da Cho ¯ Gessho¯

(Kyoto, Nagoya, 1772-1832), Un gallo

con una gallina che protegge un pulcino,

presso una pianta di amaranto. Il gallo

domina la scena passeggiando, mentre

la gallina si prende cura del piccolo: una

bellissima rappresentazione di famiglia

felice e armoniosa.

Simbolo di fedeltà coniugale, raffigurate

sempre in coppia nei dipinti, sono anche

le anatre mandarine, protagoniste di diversi

kakemono esposti. Diversi uccelli,

poi, sono associati alle diverse stagioni,

come ad esempio gli usignoli che richiamando

la primavera sono raffigurati

spesso su rami di pruno, ad inizio fioritura.

I ciliegi fioriti sono associati al

terzo mese dell’anno e sono simbolo di

provvisorietà. I passeri sono spesso dipinti

con il bambù, mentre gli aironi si

trovano tra le canne palustri. Le immagini

delle gru, adatte a ogni periodo dell’anno,

sono usate per celebrare l’inizio

dell’anno nuovo in segno di augurio,

come nell’opera di Itō Jakuchū (1713-

1800) Sette gru, dipinto a inchiostro e

colori su seta, del 1755 circa.


52

Chō Gesshō (Kyoto, Nagoya, 1772-1832)

“Un gallo con una gallina che protegge un pulcino, presso una pianta di amaranto” - Inizio XIX secolo

Dipinto a inchiostro e colori su seta - cm 98,1x37,3

Rispetto all’iconografia degli uccelli,

gli altri animali sono poco rappresentati

nei dipinti giapponesi che si ispirano

al mondo naturale. Si possono

tuttavia trovare cervi, scoiattoli, volpi,

cagnolini, gatti e tassi, anche se gli animali

più frequenti sono i dodici che

corrispondono ai segni dello zodiaco

asiatico. È piuttosto raro che buoi, tigri,

lepri, cavalli, capre, scimmie, serpenti

e perfino draghi siano protagonisti

di raffigurazioni pittoriche.

I buoi compaiono in ambiti rurali, in

supporto alle donne di Ohara ¯ nel trasporto

di legna da ardere o come cavalcatura

di Sugawara Michizane, patrono

dei letterati. Le scimmie sono spesso

raffigurate mentre si cibano di larve o

di miele, attaccate da vespe o api, ma

anche in questi dipinti si trova il culto

della famiglia, come nell’opera di Mori

Sosen (Osaka, 1747-1821) Famiglia di

scimmie, in mostra. Qui la madre si occupa

del piccolo, mentre il maschio è

in allarme per una vespa in volo. Le

carpe, raffigurate in diversi kakemono

esposti, sono simbolo di perseveranza

e rappresentano un modello per i giovani

nella scalata verso il successo. Si

ritiene infatti che la carpa, risalendo la

cascata e attraversando il Portale del

Drago, possa trasformarsi in drago.

I draghi sono creature mitiche cinesi,

hanno testa di cammello, corna di cervo,

scaglie di carpa e artigli da tigre.

Poiché vivono in mare, ma sono anche

in grado di librarsi in cielo, si crede che

siano messaggeri degli dei e rappresentino

dunque lo Spirito e il Cielo. Nell’iconografia

tradizionale il drago è

spesso in coppia complementare con la

tigre, anch’essa di origine cinese, simbolo

della Materia e della Terra. Ne

sono un esempio, in mostra, alcuni dipinti

di Kishi Ganku (Kyoto, 1749 o

1756-1839) tra cui, molto bello, il kakemono

in cui una tigre volge lo sguardo

verso terra, attirata da qualcosa, e

un drago vola libero nel cielo. Nei dipinti

di tigri e draghi normalmente la

tigre guarda con rispetto e timore verso

il drago; in questo caso il pittore allude

alla credenza secondo la quale vedere

un drago a corpo intero può condurre

a morte immediata. Motivo per cui, nei

dipinti, una parte del corpo dell’animale

è sempre omessa.

Nella pittura tradizionale giapponese la

rappresentazione delle figure antropomorfe

è circoscritta ad alcune immagini

di divinità buddhiste, come Bodhidharma,

il fondatore dello Zen, di alcuni

seguaci o discepoli del Buddha, o

a ritratti di noti abati, così come ad alcune

figure shintoiste, ad esempio gli

Dei del Vento e del Tuono, o a personaggi

della tradizione cinese, come i

monaci Kazan e Jittoku, e la figura

protettiva dell’uccisore di demoni Shoki. ¯

È solo con le tradizioni pittoriche di

città nel diciottesimo e diciannovesimo

secolo, come la scuola Shijo-Maruyama

a Kyoto e la scuola Ukiyo-e a

¯

Edo, che cominciano ad essere raffigurati

personaggi comuni. In mostra spicca

il dipinto su seta di Kaburagi Kiyokata

(Tokyo, 1878-1972), raffigurante

una geisha con parasole, sotto un acero

con foglie autunnali (momiji). In quest’opera

variopinta traspare la nostalgia

dell’atmosfera di un mondo che va

scomparendo.

Mentre piante e fiori, alberi fioriti e cespugli,

sono collegati in modo più spe-


Araki Kanpo (Edo/Tokyo, 1831-1915)

“Una coppia di pavoni su un albero di pino” - Fine del XIX secolo - Dipinto a inchiostro e colori su seta - cm 102,6x39,6

cifico alle stagioni e ai mesi dell’anno,

gli uccelli sono visibili per quasi tutto

l’anno. Associati alla primavera sono

anche il gelso, il rododendro, la criptomeria,

la viola, il dente di leone, la camelia,

il glicine, il salice piangente, la

rosa giapponese e molti altri. L’iris è

collegato al quinto mese, in cui ricorre

la Festa dei Bambini maschi, con carpe

di carta che sventolano su paletti di

bambù, entrambi simboli fallici. I fiori

di loto sono tipici dell’estate, come le

peonie e i gigli. L’autunno regala il blu

intenso della bella di giorno ed i colori

dei crisantemi fioriti. Ci sono poi le

fioriture delle erbe palustri, le orchidee

e le foglie rosse dell’acero che cadono

una dopo l’altra, in una notte. Tra le

piante con un significato simbolico la

più importante è il bambù, che rappresenta

sia la flessibilità sia la resistenza,

nonché la sicurezza - essendo rifugio

per la tigre che spesso accompagna. La

rappresentazione pittorica del bambù

era un esercizio importante, collegato

per caratteristiche tecniche alla calligrafia,

tanto che alcuni dedicavano a

questa ricerca tutta la vita. Dipingere il

fusto di bambù interrotto dai nodi, per

poi passare al fogliame, richiede una

lunga pratica e una grande padronanza

nell’uso del pennello.

Non poteva mancare, in mostra, la sezione

dedicata ai paesaggi. Nei dipinti

- diversamente che nelle stampe xilografiche

giapponesi tradizionali del diciannovesimo

secolo - la maggioranza

dei paesaggi raffigura un’immagine

ideale della natura e solo raramente di

luoghi reali o vedute di località famose.

Fa eccezione la serie di dipinti raffiguranti

il monte Fuji, la montagna più

alta del Giappone considerata sacra sin

dall’antichità, di cui in mostra si trovano

diversi dipinti.

Sia i testi cinesi sulla pittura dell’undicesimo

secolo che gli esemplari di dipinti

cinesi erano giunti in Giappone,

influenzandone la pittura paesaggistica

che raffigura di fatto vedute in stile cinese.

Il termine “paesaggio”, in entrambe le

nazioni, è reso come “montagne e acque”

(sansui). Lo documentano le opere

esposte in questa sezione della mostra,

in cui troviamo fiumi, laghi, corsi

d’acqua, pozze o ruscelli in primo piano

e picchi montuosi sullo sfondo. Ci

sono poi, in scala minore, ponti, templi,

padiglioni, edifici e piccole figure

umane. Caratteristica della pittura paesaggistica

è il suo essere quasi sempre

realizzata con il solo inchiostro, con

rare note di colore.

La mostra e il bellissimo catalogo,

pubblicato da Skira e disponibile in italiano

e in inglese, entrambi a cura dello

studioso olandese Matthi Forrer, storico

dell’arte orientale ed esperto di

pittura giapponese, nascono da una

collaborazione tra MAO e MUSEC-

Museo delle Culture di Lugano - e, a

un livello superiore, tra la Fondazione

Torino Musei e la Fondazione culture

e musei di Lugano - dove l’esposizione

è stata presentata al pubblico nel luglio

2020.

La mostra “Kakemono. Cinque secoli

di pittura giapponese. La Collezione

Perino” rientra nell’ambito dei progetti

di sviluppo internazionale recentemente

avviati dalla Fondazione Torino

Musei.


54

Rita Lombardi

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


Presentano

maestri toscani in Romagna

lisandro Ramacciotti

mostra di pittura - Dal 25 febbraio 2022

Viale Degli Orsini, 19, lugo (RA)

A cura di Marilena Spataro in collaborazione con Mecenate L.T.D.

info@giardinolugo.it

Nato a Viareggio, nel 1950,

dove vive e lavora e dove

ha iniziato a dipingere negli

anni ‘70, Lisandro Ramacciotti

è un artista con

una carriera ricca di successi e riconoscimenti

di pubblico e di critica. Ha esposto

in gallerie ed enti pubblici sia in Italia che

all’estero. Alla fine degli anni ‘90 ha esposto

nella Galleria d’arte Pegaso di Viareggio

e di Forte dei Marmi. Ha tenuto una

sua personale alla Galleria Bottega dei Vageri

a Viareggio. Ha collaborato per diversi

anni con la “Galleria Spagnoli” di

Renzo Spagnoli e le sue opere sono presenti

in collezioni private e collezioni

pubbliche quali il Museo “Gal” in Danimarca

e il Museo Arte Moderna “Lorenzo

Viani” di Viareggio. Alcune mostre cui

l’artista è particolarmente legato sono

quelle tenutesi a “Palazzo Zenobio” a Venezia,

“Palazzo Ruspoli” a Roma, “Palazzo

Panichi” a Pietrasanta, “Villa Paolina”

a Viareggio, alla “Antica Centrale

Elettrica” a Vittoria di Ragusa ed infine la

personale a Parigi nel 2009. Ha esposto,

inoltre, a “Palazzo Ducale” a Lucca, nel

“Chiostro S. Agostino a Pietrasanta ed alla

“Galleria20” a Torino. Ha partecipato a mostre

inserite nel progetto “Universo donna:

un genere, due sguardi” la prima alla “Galleria

Factory 291” a Viareggio e quindi a

“Villa Gori” a Stiava-Massarosa (LU).

È presente,come artista, nel libro “L’arte

in cucina - Gli artisti incontrano gli chef”

edito da Giorgio Mondadori. Di lui hanno

scritto critici e letterati quali: Manlio Cancogni,

Dino Carlesi, Marco Palamidessi,

Giuseppe Cordoni, Vera Giagoni, Giovanna

Maria Carli, Paolo Fornaciari, Giorgio

Polleschi, Claudio Giumelli, Claudia Baldi,

Lodovico Gierut, Claudio Bertolini,

Giuseppe Recchia, Angela Rosi, Silvia

Arfelli, Mattea Micello, Andrea Petralia,

Denitza Nedkova, Anna La Donna, Francesca

Bogliolo.


56

L’invisibile

Valentino Vago incontra Silvio Wolf

A cura di Fabrizio Sparaci

Quaranta opere di grande respiro

e dal forte impatto visivo

per due differenti ricerche

sull’Invisibile attraverso

la pittura e la fotografia.

La nuova mostra del Comune di Milano

dal titolo “L’invisibile” si svolgerà dal

22 marzo al 5 giugno alla Casa Museo

Boschi Di Stefano in via Giorgio Jan 15

e vedrà Valentino Vago e Silvio Wolf,

due fra gli artisti più rappresentativi delle

proprie rispettive generazioni, in dialogo

attorno a due diverse idee di astrazione.

La mostra, curata da Luca Pietro Nicoletti

e realizzata in collaborazione con

l’Archivio Valentino Vago, racchiude due

esposizioni dal forte afflato poetico: “Valentino

Vago. Figure e orizzonti” e “Silvio

Wolf. Prima del Tempo”.

Valentino Vago

“Figure e orizzonti”

Una visione essenziale della pittura,

un’arte astratta straordinaria e modernissima,

mistica e pura, capace di emozionare

nella sua costante ricerca dell’Invisibile.

La retrospettiva sull’opera di Valentino

Vago (1931-2018), inserita nella collana

Visti da Vicino, prende spunto dai cinque

dipinti già presenti nella collezione Boschi

Di Stefano per ripercorrere la evoluzione

del suo percorso artistico sviluppatosi

attorno a due elementi cardine, la

luce e il colore.

Venti opere, tutti olii su tela, testimoniano

come la vocazione artistica di uno dei

maestri della pittura astratta italiana si sia

sempre intrecciata a una ricerca spirituale

che lo ha portato a creare un universo

poetico straordinario e unico.

La mostra, che si svolge nelle stanze


dell’ex scuola di ceramica di Casa Boschi

Di Stefano al piano terra, parte dall’opera

accademica Senza Titolo del 1953, in bilico

tra figurazione e metafisica, per poi

immergersi immediatamente nelle formulazioni

astratte delle opere di Valentino

Vago degli anni Sessanta, inconfondibili

nel segno così come nella luce di

colori uniformi, intensi e dalla visibilità

silenziosa, perfetti nella rappresentazione

dell’Invisibile.

L’espressività astratta di lavori come Immagine

Verde (1959), Colori nella luce e

La mia estate, entrambi del 1960, o ancora

Composizione (1964) e Presenza

obliqua (1965), mostrano come il linguaggio

di Valentino Vago sia eloquente

nella sua sintesi cromatica e di come la

sua pittura sia intimamente sacra ma allo

stesso tempo potente.

Tra le opere presenti in mostra spiccano

Spazio Solare (1960), mai più esposta al

pubblico dopo la mostra presentata da

Guido Ballo al Salone Annunciata di Milano

nel 1960, e Orizzonte nero, quadro

emblematico del 1965 dove il tema del

paesaggio, interiorizzato e mentale, entra

nella pittura di Vago come eliminazione

di qualsiasi riferimento figurativo, avvio

di un percorso ascetico e visionario che

lo porterà a dipinti di grande respiro, diafani

e rarefatti, come C. 268 del 1970, acquistato

da Mercedes Garberi in occasione

della mostra di Vago al PAC- Padiglione

di Arte Contemporanea di Milano

nel 1983 e oggi nella collezione del

Museo del Novecento.

La mostra dedicata a Valentino Vago è

inoltre arricchita da documenti, cataloghi,

fotografie, disegni inediti e da una serie

di incisioni che evidenziano il passaggio

dalla figurazione all’astrazione.


58

Silvio Wolf

“Prima del tempo”

La seconda mostra, “Prima del Tempo”,

si svolge al terzo piano dello spazio

espositivo e presenta sedici opere

della serie “Orizzonti”. Inoltre, all’interno

della collezione permanente situata

al secondo piano del palazzo

progettato dall’Architetto Portaluppi,

tre opere di Silvio Wolf (Vuoto di Memoria

del 1978-2002, Icona di Luce 24

del 1992 e Icona di Luce 30 del 1994)

entrano come ospiti nel progetto Sostituzioni,

ideato da Maria Fratelli, prendendo

il posto dei tre dipinti di Valentino

Vago normalmente esposti nella

collezione:

Due Forme del 1960, Composizione

del 1964 e Rettangoli del 1961 e ora

esposti in mostra.

Silvio Wolf lavora da sempre alla fotografia

come oggetto di luce che si trasfigura

in immagine portandola verso

un radicale concetto di astrazione e gli

Orizzonti sono sicuramente uno dei risultati

più interessanti della ricerca di

Wolf sulle potenzialità linguistiche,

percettive e cognitive della fotografia.

Il titolo stesso della mostra, “Prima del

Tempo”, sottolinea come queste opere

siano immagini pre-fotografiche create

dal- la luce direttamente sul frammento

iniziale della pellicola, prima che essa

registri la prima immagine, a prescindere

dalla volontà del fotografo. Queste

esposizioni non intenzionali sono scritture

di luce, immagini non ottiche che

si manifestano sulla superficie fotosensibile

durante il processo di carica-


mento della macchina e prima dell’inquadratura

di alcun soggetto esterno, trasformandosi

così in forme e linguaggio

nella mente di chi le osserva.

“In questi lavori Wolf recupera quello che

il fotografo tradizionalmente scarterebbe

dopo lo sviluppo della pellicola, riconoscendo

a quel frammento iniziale una sua

qualità estetica e pittorica affine come

resa a certi effetti della pittura astratta

contemporanea” - sottolinea Luca Pietro

Nicoletti - “Una volta stampati su carta,

infatti, questi dettagli hanno rivelato immagini

dal forte impatto visivo, capaci di

evocare spazi di grande intensità.”

Come per Valentino Vago con la pittura,

la riflessione sulla fotografia di Silvio

Wolf pone al proprio centro la luce, vera

protagonista di ogni sua opera fotografica.

Gli squarci di luce e colore in spazi

sospesi che si manifestano nelle sue fotografie

astratte, così come nelle pitture di

Valentino Vago, evidenziano come entrambi

gli artisti aspirino a una restituzione

astratta del Reale, con lo scopo di

condurre lo sguardo oltre il visibile.

Per informazioni

Casa Museo

Boschi Di Stefano

Email:

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“Itenerari” - metà anni 70 - Olio e tecnica mista su tela - cm 120x60

Giulio Turcato

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 - info@tornabuoniarte.it

Milano 20121 - Via Fatebenefratelli, 34/36 - Tel. +39 02 6554841 - milano@tornabuoniarte.it

Forte dei Marmi 55042 - Piazza Marconi, 2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeimarmi@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055 2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


62

Artisti allo specchio

le forme dell’Aurora

di Gianni Gudi

“Quando scendevano sulla terra, gli dei dell’Olimpo

assumevano per lo più sembianze animali.

Questa la dice lunga sulla stima che avevano per gli umani.”

e.M Cioran.

Quaderni 1952-1957

Penso sia un innato desiderio di

solitudine a manifestarsi in

quel sottile - credo anche contraddittorio

piacere - che avverto

nel sentirmi appartato,

lontano dalla tirannide del mondo

moderno e dal piccolo inferno della vita

ordinaria. In questo stato di solitudine preme

un’intima e autentica necessità di dare forma

alle immagini e alle idee che la mia mente

produce. Esse esistono, infatti, non tanto nella

zona raziocinante, produttrice di teorie e

ideologie, quanto piuttosto nelle eterne norme

della bellezza e canoni di armonia, nel

mondo degli archetipi e nella tradizione che

esprime contenuto, simbologia e stile.

Cioè una tradizione antichissima di analogie

e corrispondenze poiché è il nesso tra creatore

e creato, punto d’incontro fra tempo ed

eternità celati e rivelati nello stesso medesimo

istante.

Ogni immagine, ogni idea che realizzo porta

con sé necessariamente la sua particolare

legge di armonia distante quindi da buona

parte del pensiero contemporaneo che vede

il “disordine” delle forme artistiche giuste e

buone. Ecco allora Le Bilance: simbolo di

ordine, equilibrio e misura.

Le Campane: il cui suono unisce la terra al

cielo come criterio di armonia. Le Farfalle:

spesso considerate simbolo di leggerezza e

metamorfosi. I Labirinti: come viaggio iniziatico

verso un centro nascosto. L’Occhio

Alato: organo della percezione sensibile e intellettuale

e metafora del volo iniziatico.

È così che in questi lavori si genera una fascinazione

che viene appagata solo quando,

in quell’opera che sta prendendo identità si

trasferisce fra luce e ombra anche l’astratta

e pura entità del valore estetico, in una sua

particolare materializzazione.

Solo allora l’opera è terminata, portata in superficie,

mi pare, da una profondità di cui

non voglio conoscere l’arcano.

Il mio interlocutore ideale è dunque colui

che cerca gli oggetti da “eleggere”, per godere

di essi in una sorta di epochè, lontana

per alcuni istanti dalla frenesia teorizzante

della nostra epoca.



64

Elena Modelli

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


LuISA PICCOLI

MOSTRA DAL 12 AL 23 APRILE 2022

“L’indagine sull’esistenza umana si carica di sentimento”

“Innaturavis” - 2020 - Tecnica m ista e collage su carta - cm 50x70

“L’artista Luisa Piccoli, con un linguaggio di grande spessore umano, porta alla luce una figurazione di notevole tensione

lirica e di poetica creatività che si distingue rilevante e personale. L’artista, che concepisce opere sulla condizione umana

e sociale con profonda essenza emotiva, offe al fruitore vari e importanti spunti di riflessione e di significativi messaggi

sempre con rispettabilità e sentimento. Sono racconti di pura contemplazione che suscitano emozioni e che svolgono

una funzione molto impegnativa e simbolica. Singolari cromatismi, fantasia di composizione e azione formale offrono

alle opere una ricchezza di valori pittorici notevoli dove il gioco delle figure vive in perfetta simbiosi con i diversi materiali

usati dall’artista. L’intera visione pittorica dell’artista Luisa Piccoli si presenta attraverso un’intensa spiritualità in cui si sublimano

pensieri, ricordi e valori di chiaro effetto emozionale e concettuale. I soggetti si avvalorano di uno stile unico che

si riconosce appieno e che si esprime con un linguaggio comprensibile tanto da comunicare all’osservatore una libertà

essenziale e suggestiva che sa far pulsare l’opera di sentimento e di purezza dell’animo. è un’arte altamente psicologica

che si anima di vita interiore e di una rielaborata scena universale del mondo costantemente ritmata da una dinamica

realistica e da uno stile ben definito. Luisa Piccoli, artista intensamente emotiva che indaga sia sull’esistenza che sulle

proprie emozioni, trasmette universali messaggi di pace e amore.”

Monia Malinpensa (Art Director- giornalista)

MOSTRA A CuRA DI MONIA MALINPENSA

REFERENZE E QuOTAZIONI PRESSO LA MALINPENSA gALLERIA D’ARTE By LA TELACCIA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

w w w . l a t e l a c c i a . i t - i n f o @ l a t e l a c c i a . i t

O RA RIO G A LLERIA :D A L M A RTED I A L SA BATO D A LLE 10,30 A LLE 12,30 -16,00 A LLE 19,00



Danilo Mauro Malatesta

Un’idea ambiziosa e apparentemente

folle, quella

di far dialogare in una

mostra il Cristo di Pasolini

con quello di alcune

opere a noi contemporanee. In realtà

l’amore e il rispetto profondo per il

grande maestro del Cinema hanno guidato

ogni decisione, ogni dettaglio, ogni

parola, perché a un uomo e a un intellettuale

come Pasolini dobbiamo così

tanto che possiamo solo riconoscere

che, senza di lui, la seconda parte del

Novecento italiano mancherebbe di un

racconto e di un’analisi mai più raggiunte.

Perché “Il Vangelo secondo Matteo” per

questa mostra?

Le ambrotipie di Danilo Mauro Malatesta

(la Sindone di Vetro, le Schegge Mistiche

e De Secunda Pietate), realizzate

tra il 2017 e il 2019 e già esposte nella

Chiesa Rettoria di Sant’Andrea al Celio

grazie alla disponibilità di Monsignor

Marco Cocuzza, raccontano il percorso

di un artista del nostro tempo che si confronta

con il sacro e con l’immagine di

Cristo. Percorso in qualche modo simile

a quello che 60 anni fa fece Pier Paolo

Pasolini attraverso il cinema con Teorema,

La Ricotta e soprattutto con Il

Vangelo secondo Matteo.

L’anniversario dei 100 anni dalla nascita

di Pasolini cade in un periodo storico in

cui l’idealismo e la lotta per la libertà,

che animavano il giovane Enrique Irazoqui

quando Pier Paolo lo conobbe e

lo scelse per interpretare il suo Gesù,

sembrano scomparsi dall’Europa postindustriale

e globalizzata di oggi, e

questa nostra società, come predetto da

Pasolini, sembra aver perduto il senso

della pietà e della compassione, la purezza

e la capacità di riconoscere il sacro

e forse chissà, l’umiltà di lasciarsi

salvare da esso.

Come dichiarò Pasolini stesso, Il Vangelo

Secondo Matteo non racconta la

storia di Gesù Cristo, ma il mito di Cristo,

narrato da un marxista, da un intellettuale

laico si, ma con un senso della

ricerca del sacro che pochi come lui

hanno osato raccontare senza inibizioni.

In quanto narrazione di un mito, il film

di Pasolini ha un valore profondamente

simbolico e al tempo stesso sociale, va

alla radice del significato sacrale che la

nostra cultura attribuisce ai personaggi

e alle esperienze trascendentali narrate,

e allo stesso tempo scava alla radice

della nostra civiltà.

Seguendo scrupolosamente le parole del

testo evangelico (che Pasolini considerava

poetico e letterario, non religioso),

il regista costruì delle immagini che

sono tra le più potenti del cinema di

ogni tempo: dall’Annunciazione, alla

morte sulla croce, alla resurrezione. Al

tempo stesso però raccontò il lato semplice

e umano di un Cristo giovane uomo

con le sue emozioni, dalla mitezza

alla rabbia, e il lato umano di sua Madre,

fanciulla innocente nella maternità

e poi maschera di dolore di fronte alla

morte (nelle scene girate ai piedi della


68

David Parenti

croce che Pasolini come sappiamo affidò

a sua madre Susanna). Questa umanità

del Cristo di Pasolini ci scuote

profondamente, perché è al tempo stesso

vera e primordiale.

È con lo stesso intento e coraggio che

Danilo Mauro Malatesta iniziò a realizzare

i suoi scatti a soggetto sacro con la

tecnica antica del collodio umido su

vetro. Due opere di dimensioni imponenti

(le figure sono in scala 1:1): prima

la Sindone di Vetro (esposta con le

Schegge Mistiche a Torino nel 2018 nella

chiesa del Santissimo Sudario), poi

De Secunda Pietate, in cui un Cristo

martoriato dai segni della flagellazione

e della croce prende in braccio la Madre

(l’umanità tutta) in un gesto di tenerezza

e compassione.

Un Cristo “portatore di umanità”, una

pietà rovesciata nella quale è il Cristo risorto

ad essere vivo, mentre l’umanità

mostra la sua fragilità, la sua natura

mortale. Un Cristo che rinasce nella

pietà, nella misericordia, nel perdono.

Il pensiero corre ovviamente all’iconografica

immagine del murale di Ernest

Pignon-Ernest (realizzato nel 2015, a 40

anni dalla morte di Pier Paolo) in cui Pasolini

porta in braccio il cadavere di se

stesso assassinato. Quella era però una

immagine prettamente umana, di denuncia:

un Pasolini che guardava dritto negli

occhi i suoi carnefici, un “guardate

cosa avete fatto”. Un Pasolini vivo nel

suo corpus di opere e nel suo messaggio,

ma morto (brutalmente ucciso e

straziato senza pietà) nel suo corpo

umano.

Quello compiuto da Malatesta è invece

un rovesciamento della pietà che mette

al centro non la morte, ma la compassione.

Cristo, con gli scandalosi segni

della passione, è risorto e si volge con

sguardo tenero e amorevole alla madre

che tiene tra le braccia. La compassione

di un Cristo fattosi uomo e morto uomo,

che porta all’umanità il rivoluzionario

messaggio di salvezza del perdono.

Un Cristo umano, sia quello di Pasolini

che quello di Malatesta: dissacrante nell’iconografia,

ma al tempo stesso altamente

spirituale. Il Cristo del Vangelo,

sì, ma indagato dall’arte, al di fuori dei

dogmi della religione.

E proprio per mostrare ed allargare l’indagine

artistica, questa mostra mette di

fronte alle ambrotipie di Danilo Malatesta

(La Sindone di Vetro, le Schegge

Mistiche e De Secunda Pietate) le locandine

originali del 1964 de Il Vangelo secondo

Matteo di Pasolini, le foto realizzate

sul set del film dal fotografo di

scena Angelo Novi e gli scatti del set di

Matera realizzati da Domenico Notarangelo

(giunte in mostra grazie alla preziosa

collaborazione del figlio Toni che

ne custodisce l’archivio, dichiarato nel

2011 Bene storico di interesse nazio-


Francesco Tonarini

nale; tra questi, il celeberrimo scatto di

Pier Paolo ed Enrique appoggiati al muretto

di fronte ai Sassi di Matera). Il

banco ottico Tailboard del 1890 di Malatesta

sarà di fronte a una cinepresa Arriflex

originale e funzionante uguale a

quella con cui Pasolini girò il film e

questo dialogo sarà impreziosito da

quattro importanti opere dell’artista

David Parenti: Pasolini e Irazoqui sul

set del Vangelo, due ritratti di Pasolini

con l’Arriflex e la celeberrima “Con TE,

contro TE - II”, l’opera più iconica di

questo maestro del disegno iperrealistico

a matita (scelta quest’anno per la

copertina del libro “Tutto Pasolini” di

Piero Spila, ed. Gremese, appena pubblicato).

Ci sarà inoltre una serie di preziosi

disegni su carta realizzati dall’artista

livornese Francesco Tonarini e provenienti

dalla stessa collezione privata.

All’interno della mostra verrà presentata

anche l’opera di Danilo Malatesta “Triclinium

Pauperum”, una fotografia in

scala 1:1 di oltre tre metri, realizzata

nell’adiacente oratorio di Santa Barbara

nel 2021. L’opera ritrae 24 braccia e

mani appoggiate sul tavolo di marmo

del III sec. d.C., il Triclinium Pauperum

appunto, su cui Papa Gregorio Magno e

sua madre Santa Silvia offrivano da

mangiare ai poveri. Dodici persone qualunque

e senza volto, richiamo ovviamente

ai 12 apostoli a cui Cristo offrì il

suo sacrificio nell’Ultima Cena, ma anche

12 persone in rappresentanza dell’umanità

tutta. La tradizione vuole che

in quella mensa sia nata la Caritas cristiana

e che per questo un giorno a quel

desco apparve un tredicesimo commensale:

un angelo.

“Silentium” è il titolo del libro curato

da Andrea Manganelli con la raccolta

delle opere fotografiche a soggetto sacro

di Danilo Mauro Malatesta, stampato

nel 2021 e presentato in anteprima al

MIA di Milano, che sarà disponibile

presso la mostra.

“Oltre Il Vangelo Secondo Matteo” è

l’omaggio di questo talentuoso fotografo

italiano al grande maestro del cinema

e all’intellettuale Pier Paolo Pasolini,

il cui messaggio è andato infinitamente

oltre il suo film, ed è giunto a noi

potente, attuale, necessario.

La Mostra sarà visitabile gratuitamente

nell’Oratorio di Santa Silvia, Chiesa

Rettoria Sant’Andrea al Celio - Piazza

San Gregorio 2 - Roma (Metro Circo

Massimo).

5/6 marzo 2022

Orario 10.00 -19.00

12/13 marzo 2022

Orario 10.00 -19.00

19/20 marzo 2022

Orario 10.00 -19.00

26/27 marzo 2022

Orario 10.00 -19.00


70

mostra concorso

PREmIO D'ARtE CAtERInA SfORzA lOGOS,

2022, III Edizione

Salone del Commissario, Palazzo Pretorio di

terra del Sole, Comune di Castrocaro (fC)

Dal 18 giugno al 3 luglio 2022,

Inaugurazione Sabato 18 giugno, ore 18,00.

finissage e Premiazione ufficiale delle vincitrici,

Domenica 3 luglio 2022, ore 18,30

A cura di francesca Caldari e marilena Spataro, con l'intervento del

critico d'arte Alberto Gross.

l'evento, è collegato alla giornata internazionale contro la violenza

sulle donne, e si avvale della collaborazione dell’associazione Voce

Donna, associazione socio – culturale di volontariato che vuole dare

Voce soprattutto alle donne e che è attiva sul territorio da 17 anni

sostenendo la lotta contro ogni forma di violenza sul femminile.

La MOSTRA CONCORSO

Premio d’arte Caterina

Sforza, giunta quest’anno alla

sua terza edizione, si interroga

sulla natura e sull’identità

dell’arte al femminile, cercando un

“carattere”, un fil rouge che - pure nelle

naturali discrasie e disparità - leghi tra loro

le varie manifestazioni della contemporaneità,

scaturite da un medesimo incedere

sospeso tra leggerezza e comprensione.

Il Premio è un omaggio a Caterina Sforza,

signora di Imola e contessa di Forlì,

emblema di ingegno, coraggio e risolutezza,

sicuramente importante esempio di

femminilità.

A seguito della mostra concorso una giuria

preposta (costituita da collezionisti, esperti,

docenti e critici d’arte, artisti affermati)

selezionerà due pittrici (I e II premio) ed

una scultrice (premio unico).

I premi consisteranno in:

-Esposizione delle opere delle tre premiate

in occasione di Vernice Art Fair di marzo

2023 a Forlì.

-Pubblicazione delle tre opere sul catalogo

di Vernice Art fair 2023.

-Possibilità di acquistare uno spazio espositivo

a Vernice Art fair 2023 con tariffa

agevolata.

-Mostra delle tre finaliste dall’8 Luglio al

17 Luglio presso Salone del Commissario,

Palazzo Pretorio di Terra del Sole, Comune

di Castrocaro (FC).

-Attestato di riconoscimento

-Medaglia d’artista in ceramica con l’effige

di Caterina Sforza firmata dallo scultore

Mario Zanoni.

-La pubblicazione di una pagina sul prestigioso

Annuario di Arte Moderna e Contemporanea

2022 edito dalla casa editrice

Acca International di Roma.

-Un pubbliredazionale di 2 pagine con

foto delle opere premiate e testo critico di

Alberto Gross sulla prestigiosa rivista di

arte e cultura Art&Art di Acca International

srl di Roma.

-Un video in occasione della premiazione

ufficiale del 3 luglio.

Inoltre, la Galleria Ess&rrE di Roma offrirà

alle vincitrici la possibilità di partecipare

in qualità di ospiti, con due quadri

(I premio) un quadro (II premio), con una

scultura, ad una delle mostre collettive che

si terranno nel 2023 presso lo spazio espositivo

della sede del Porto turistico di

Roma della medesima galleria.

Il Premio d’arte Caterina Sforza è promosso

e realizzato da Associazione culturale

LOGOS, in collaborazione con la Pro

loco Terra del Sole e del patrocinio del

Comune di Castrocaro.

Partner: Galleria Ess&rrE Porto turistico

di Roma, Acca International srl di Roma,

Romagna Fiere di Forlì, Associazione

Voce Donna di Castricaro.

Media partner Art&trA rivista d'arte e cultura,

Tv.

Per info sulla partecipazione

caterinasforzapremio@gmail.com

Francesca Caldari - cell. 346.5050521

Marilena Spataro - cell. 339.7325579


Biografie d’Artista

a cura di Marilena Spataro

Andrea Simoncini

Nato il 12 settembre 1950, a Firenze, dove risiede

e lavora, Andrea Simoncini, è un artista

di lungo corso e attento conoscitore della storia

dell’arte.

Dopo la maturità ha iniziato a dedicarsi alla

pittura frequentando lo studio di Mario D'Elia.

Ha esposto su invito in mostre personali e collettive in Toscana

e in molte città italiane ed estere, conseguendo numerosi

riconoscimenti, tra cui varie edizioni del “Premio Italia

per le Arti Visive” e del “Premio Firenze” (2008 e 2009). Tra

le sue mostre più importanti si ricordano: Palazzo Bastogi

della Regione Toscana, Palazzo Ghibellino di Empoli, Galleria

Via Larga Palazzo Medici Riccardi sede della provincia

di Firenze, sala Consiliare del Comune di Fiesole, Seminario

Arcivescovile di Fiesole, Complesso monumentale di San Severo

al Pendino sede del Comune di Napoli, Biblioteca del

Comune di Signa (Fi), Comune di San Casciano Val di Pesa,

Foyer del Teatro di Castiglion Fiorentino (Ar), Sala Gino Severini

del Comune di Cortona (Ar). Nel 2019 personale

presso il Caffè storico Le Giubbe Rosse a Firenze. Nel 2021

partecipa a diverse mostre ed eventi in occasione del centenario

dantesco: a Milano, a Ravenna, a Budrio (Bo) e a Poppi

(Ar) con l’Associazione culturale LOGOS. Tra le mostre all’estero

ricordiamo Bratislava nel 2016 e Amsterdam nel

2017.

Numerose inoltre le mostre personali e collettive presso la

Società di Belle Arti Circolo degli Artisti Casa di Dante (di

cui è stato Vice Presidente) dove tra quelle tenutesi più recenti

si segnalano: le mostre a tema su Prometeo nel 2020 e su

Dante nel 2021. Ha tenuto anche diverse esposizioni presso

il Centro Studi Leda e Gabriella Gentilini (Firenze) di cui è

Vice Presidente.

Sue opere sono presenti in sedi istituzionali, gallerie, collezioni

private e in permanenza presso il Centro Studi Leda e

Gabriella Gentilini.

Scrive Gabriella Gentilini in una delle presentazioni in catalogo:

“...Il territorio sterminato e mutevole che da sempre stimola

la creatività di Andrea Simoncini si concilia con le sue

grandi doti artistiche ed intellettuali e con le sue profonde conoscenze

di studioso a tutto campo, rigoroso nella ricerca e

nella tecnica, libero e fantasioso nella rappresentazione, capace

di offrirci spunti di seria riflessione al pari di momenti

da sdrammatizzare con un velo di ironia”.

www.andreasimonciniarte.it

andreasimoncini1@yahoo.it


Sospensioni

Il 12 febbraio si è inaugurata

una nuova mostra di

elevata qualità. Tre artisti

di assoluto interesse che si

sono confrontati negli spazi

ormai noti della Galleria

Ess&rrE sita al Porto di Roma.

Mirella Bitetti già nota per le sue

meravigliose opere in cui la delicatezza

delle ali delle farfalle si frappongono

alla bellezza dei corpi femminili

fondendosi in una sensibile e

bellissima unica figura dall’eleganza

assoluta.

Ciro Palumbo, artista eclettico in

cui la fantasia la fa da padrone.

Nelle sue opere sempre innovative

riesce a far “entrare” anche i neofiti

che non appena si avvicinano si appassionano

all’arte figurativa di un

Maestro della pittura che strizza

l’occhio ai grandi della metafisica.

Francesco Ponzetti con le sue navi

volanti, paesaggi fantasiosi per nulla

scontati e figure dalla immaginazione

acuta e mai ripetitiva propone

fantasia, qualità, innovazione e perfezione.

Tre artisti diversi tra loro per caratteristiche

e tecniche pittoriche ma

molto vicini nel fissare nelle tele la

loro indiscriminante fantasiosa qualità.

Dal 12 al 25 febbraio 2022 alla galleria

Ess&rrE circa 25 opere in cui

il pubblico ha potuto immergersi e

godere della prerogativa di opere

magnifiche, sognanti.

Info: +39 3294681684

galleriaesserre@gmail.com


ALESSANDRA TRISChITTA

MOSTRA DAL 12 AL 23 APRILE 2022

“Il gioco cromatico delle emozioni”

“N uvole...lontane dal rum ore della terra,lontane dal silenzio del cielo” - 2021

Fotografia/A rte D igitale/Stam pa/G iclèe su tela in edizione lim itata e num erata - cm 60x60

“Le rappresentazioni che si raccontano nell’arte di Alessandra Trischitta assumono un’intensa espressività e si avvalorano

di uno scenario accurato all’insegna di una concreta comunicazione che sa elevarsi in un’affascinante e sognante dimensione

personale e spirituale. Ecco allora che le sue opere diventano motivo d’analisi e di pensiero tanto da riuscire a valorizzare

le immagini di una straordinaria intonazione poetica. Il rigore tecnico-formale, di grande capacità e suggestione, e l’essenziale

resa simbolica, di assoluta ricerca, permettono all’artista Alessandra Trischitta di raggiungere risultati notevoli di ottima preparazione.

è un’arte che sa far meditare e che ci da l’esatta narrazione dei propri stati d’animo sempre pervasi dal sentimento,

da un particolare entusiasmo e da una sensibile intuitiva. Ogni composizione è concepita con vera interiorità,

evoluzione stilistica e aspetto contenutistico in cui, l’innegabile maestria e l’esigenza descrittiva vengono saldamente armonizzate

fra loro dando pieno risalto al suo operare. Il tempo passato si unisce al presente creando un profondo legame fra

l’universalità e il soggetto che,nato da un’emozione libera, si esprime in un perfetto equilibrio di sintesi.Ogni elemento nell’iter

di Alessandra Trischitta desta interesse e riflessione, la realtà si fonde con la memoria divenendo referente di molteplici

espressioni e sensazioni e sempre nel totale rispetto dei valori umani. La tecnica della fotografia/arte digitale, realizzata con

profondo studio e con notevole impegno di elaborazione, trova nelle opere una precisa compostezza compositiva che segna

un’armonia raffinata e un’inventiva ben strutturata.

Monia Malinpensa (Art Director- giornalista)

MOSTRA A CuRA DI MONIA MALINPENSA

REFERENZE E QuOTAZIONI PRESSO LA MALINPENSA gALLERIA D’ARTE By LA TELACCIA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

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74

I tesori del borgo

Pieve di Cento

Come un gioiello antico che nella sua preziosità

narra storie cariche di suggestioni

e di bellezze artistiche e architettoniche.

di Marilena Spataro

Un patrimonio artistico e

architettonico, quello di

Pieve di Cento, che è

un genuino tesoro accresciutosi

nel tempo

grazie all’impegno di associazioni, enti

e personaggi del territorio, nonché

ad opera di una miriade di iniziative

pubbliche e private, religiose e laiche.

Appartenente oggi all’area metropolitana

di Bologna, Pieve di Cento, è una

cittadina situata lungo il corso di pianura

del fiume Reno laddove esso inizia

a segnare il confine con la provincia

di Ferrara. Nel 1376 divenne

comune autonomo, mentre prima di

questa data con la vicina Cento formava

un unico comune. Ma la sua storia

risale a molto tempo prima. Nell’VIII

secolo era già un centro civico

e religioso ben strutturato formatosi

intorno alla chiesa (“Pieve”) più importante

del territorio, il che ha creato

nella comunità pievese un singolare

spirito di unitarietà e di passione comune.

I primi documenti relativi ad

insediamenti in un’area corrispondente

all’attuale territorio dei comuni di

Cento e di Pieve risalgono all’VIII e

IX secolo d.C. La regione si presentava

allora come una vasta e omogenea

zona paludosa, ricca di valli da

pesca, segnata dal corso del fiume

Reno: il cento-pievese. Esso costituiva

una “pieve”, un’area territoriale soggetta

ad una chiesa, detta appunto

“pievana” (l’unica a possedere un fonte

battesimale), che presiedeva alle altre

chiese del territorio. In prossimità

del luogo dove sorge l’attuale Collegiata

di S. Maria Maggiore di Pieve di

Cento si costituì un borgo elevato rispetto

alle paludi circostanti, mentre

un altro piccolo centro si formò più

tardi, poco dopo il Mille, attorno alla

chiesa di S. Biagio di Cento.

Quando, tra il IX e il XIII secolo, le

città e i borghi iniziarono a fortificarsi

per difendersi dalle incursioni nemiche,

chiesa e centro abitato furono

compresi entro le stesse mura. Nacquero

così due borghi fortificati isolati

l’uno dall’altro, seppur vicini: il Comune

di Cento, costituente un’unica


comunità amministrativa, e Pieve di

Cento, con una pieve che continuava

a mantenere il suo primato ecclesiastico.

Pieve di Cento si forma sotto il dominio

del vescovo di Bologna, diventa libero

Comune, subisce la dominazione

estense prima e pontificia poi. Secoli

di storia che hanno lasciato testimonianze

artistiche, culturali e religiose

che ancora oggi sono patrimonio della

città. Un patrimonio cui gli abitanti di

Pieve hanno riservato nel corso dei secoli

una grande attenzione sul fronte

conservativo, della tutela e della valorizzazione,

operando al contempo per

accrescerne l’entità attraverso acquisizioni

di opere da parte pubblica

quanto di mecenati privati.

Di grande rilevanza sotto l'aspetto culturale

fu la presenza a Pieve dell’ordine

dei Padri Scolopi, i quali vi giunsero

nel 1641. La loro importanza fu

legata soprattutto alla scuola annessa

al convento: l’impegno educativo dei

Padri Scolopi cercò, infatti, di indirizzarsi

verso bambini e ragazzi di qualsiasi

ceto sociale. Negli archivi storici,

presso la biblioteca comunale, è conservata

l’antica biblioteca dei Padri

Scolopi dotata di circa 2000 volumi

dei secoli dal XV al XIX.

Tra le opere architettoniche militari

identitarie della storia di Pieve di Cento

abbiamo quattro porte: Porta Cento,

Porta Asìa, Porta Bologna e Porta Ferrara,

che insieme costituiscono un edificio

storico di difesa utilizzato come

torre armata per vegliare l’accesso alla

cittadina. Le porte sono state erette in

legno nel XIII secolo, per poi essere

ricostruite in muratura nel corso degli

anni. Altra struttura militare è la Rocca

che fu costruita nel 1387 dal Comune

di Bologna su progetto di Antonio

di Vincenzo (il progettista della

Basilica di San Petronio a Bologna)

quale baluardo difensivo. In seguito a

lavori di consolidamento, dal 2015, la

Rocca è diventata una delle due sedi

del Museo delle Storie di Pieve, l’altra

sede è presso Porta Bologna, in cui si

racconta la millenaria storia culturale,

economica e sociale della città, attra-


76

verso un percorso espositivo che impiega

moderne tecnologie.

Gli edifici religiosi di maggiore valore

storico e artistico - architettonico presenti

nel territorio di Pieve di Cento

sono la Collegiata di Santa Maria

Maggiore, la Chiesa della S.S ma Trinità,

la Chiesa di Santa Chiara, la

Chiesa di San Rocco e San Sebastiano

(inagibile dal terremoto del 2012). Tra

tutte merita particolare attenzione la

Pieve, oggi Collegiata di Santa Maria

Maggiore. Sorta nel secolo VIII come

Pieve avente giurisdizione sulle chiese

di Cento e di Pogetto, è menzionata

per la prima volta in un documento del

1207.

Sempre nel Basso Medioevo la Pieve

assunse il titolo di collegiata, essendosi

formato un capitolo. Molti furono

nel corso dei secoli i rifacimenti e i

tentativi di restauro di questa struttura,

ma con esiti sempre poco felici. Nel

1681 si tentò di riedificarla ex novo,

però il progetto apparve ben presto

fallimentare e fu interrotto. La struttura

attuale risale al 1702, progettata

dai fratelli modenesi Silvestro e Giuseppe

Campiotti, fu terminata nel

1710. Subì restauri e modifiche varie:

nel 1816, poi a più riprese nel ‘900.

Danneggiata gravemente dal terremoto

del 2012, è stata riaperta al pubblico

dopo una seria ristrutturazione, nel

2018. La facciata, in stile barocco,

ospita nelle relative nicchie, sei statue

raffiguranti i santi Rocco, Isaia, Luca,

Giuseppe, Sebastiano e Fabiano ed un

bassorilievo, realizzati nella bottega

veronese dei Guidottini e collocate nel

1708. Opere di pregio conservate all’interno

della Pieve sono il crocifisso

miracoloso, di fattura medievale, una

pala seicentesca di Guido Reni con

l’Assunzione della Beata Vergine Maria,

la tela del 1646 del Guercino proveniente

dalla soppressa chiesa dei

Padri Scolopi con soggetto l’Annunciazione

e quella della Nascita della

Vergine, realizzata nel 1605 da Ippolito

Scarsella, un quadro raffigurante

Santa Maria Maddalena con Gesù Risorto

- Cristo e la samaritana, eseguita

tra il 1665 ed il 1675 da Cesare Gennari,

la pala con San Giuseppe Calasanzio

riceve la visione della Vergine,

dipinta nel 1749 da bolognese Giuseppe

Varotti, quella con San Giuseppe

assieme al Bambino appare ai Santi

Antonio di Padova e Francesco di


Paola, opera di ignoto bolognese del

XVIII secolo, il quadro della Crocifissione

di Gesù con, vicino, la Beata

Vergine Maria e i Santi Ignazio, Francesco

e Giovanni Apostolo ed Evangelista,

realizzato da Bartolomeo Gennari

nel 1637, la tela raffigurante la

Nascita di San Giovanni, eseguita tra

il 1552 ed il 1577 da Orazio Samacchini,

la pala del Ritrovamento della

Vera Croce, dipinta da Bartolomeo

Passarotti tra il 1585 ed il 1589, e il

quadro con l’Assunzione di Maria,

opera di Lavinia Fontana.

Pieve di Cento è sede anche di una Pinacoteca

Civica, dove insieme al Museo

che dispone di un rilevante numero

di importanti opere d’arte, antiche,

moderne e contemporanee, è presente

una biblioteca comunale che custodisce

28.000 volumi, 20 periodici,

88 posti studio, archivi storici fondo

dei Padri Scolopi.

La pinacoteca è stata inaugurata nel

1980 presso il settecentesco Palazzo

Mastellari, nella piazza principale del

paese. A seguito di un impegnativo lavoro

di ristrutturazione delle Scuole,

nel 2021, la pinacoteca è stata trasferita

presso il nuovo centro culturale

“Le Scuole”, luogo che consta di oltre

1000 opere dal 1300 ad oggi, e che è

anche la nuova sede della biblioteca

comunale.

La collezione di arte antica comprende

opere fino al XIV secolo. Tra queste

sono presenti: una statua lignea

che rappresenta la Madonna con Bambino,

una scultura-reliquiario di origine

spagnola portata a Pieve probabilmente

da un pellegrino e dorata nel

1452 da Marco Zoppo; un antifonario

chiamato Codice A che era stato acquisito

dalla collegiata nel XV secolo,

il dipinto dello Scarsellino rappresentante

San Michele Arcangelo combatte

contro Satana. E ancora a Pieve di

Cento, grazie all’iniziativa di un imprenditore

locale, è stato creato negli

ultimi decenni il Museo d’arte delle

generazioni italiane e MAGI ‘900, dove

sono presenti più di 2.000 opere

d’arte contemporanea per 9.000 metri

quadrati di spazio espositivo, che si

espandono in un singolare edificio di

archeologia industriale - un silo granario

degli anni 30 riconvertito - cui

nel tempo sono state accostate due

nuove strutture espositive e un grande

giardino dedicato alla scultura.


nuovi mondi

Alla Galleria Ess&rrE di

Roberto Sparaci al Porto

Turistico di Roma si è

inaugurata la mostra di

una nostra carissima amica, Giusy Dibilio,

una persona, un’artista, una

amica che ricordiamo con estremo affetto.

“Un personaggio che ha fatto della

pittura la sua passione e alla quale ha

dedicato tutto. Giusy nell’anima ha

voluto lasciarci un ricordo meraviglioso

sia del suo modo di essere che

nel suo modo di proporre arte e ha

voluto fortemente trasportarci con la

sua innata forza in quel panorama artistico

degno di lei dipingendo opere

che saranno parte del nostro sentimento

lasciando i segni di un mondo

esteriore che lei ha vissuto con grande

carattere e speranza. Il suo amato

Gianni è stato con noi nel vernissage

a cui abbiamo dedicato i nostri ricordi

e i nostri sorrisi trasportandoci nel

passato più recente per i giorni vissuti

insieme nelle mostre nelle quali abbiamo

avuto momenti bellissimi”.

Nel vernissage di sabato 26 febbraio

abbiamo fatto in suo ricordo un brindisi

di saluto con tutti coloro che ci

hanno onorato della loro presenza.

La mostra è durata fino al 4 marzo

2022.

Info: 329 4681684

www.accainarte.it

galleriaesserre@gmail.com


Daniela Sangiorgi

“Il colore dei sogni”

A cura di Andrea P. Petralia

Sala espositiva terme beach Resort

Punta marina terme, Ravenna

A

rtista ravennate, Daniela

Sangiorgi, dopo

una laurea in

Conservazione dei

Beni Culturali, intraprende,

dal 2005, un intimo percorso

di studio e crescita nel mondo

della pittura; seguendo istinto e

passione, scopre e sperimenta pigmenti

e supporti diversi in una continua

evoluzione.

Nel 2019, grazie all’incontro con il

curatore Andrea Petralia di Mecenate.online

e con la conoscenza ed

i consigli del Maestro Paolo Nuti,

partecipa ad alcune mostre collettive

a Ravenna e a Milano e, di recente,

alla sua prima mostra personale

“Il colore dei sogni” a Ravenna.

Su di lei hanno scritto i critici Francesca

Bogliolo, Stefania Reitano,

Filomena Volpe.

Francesca Bogliolo sottolinea la

“matrice post impressionista ed

espressionista” delle sue opere che

sono caratterizzate da “presenze

enigmatiche e visionarie” in un

processo di continua metamorfosi.

Mentre il critico, Filomena Volpe,

scrive il testo “Daniela Sangiorgi e

le stagioni della sua vita” in cui

analizza l’evoluzione nel tempo

della donna, protagonista indiscussa

delle opere di questa artista.

Nel mese di aprile la pittrice parteciperà

al Contemporary Art Talent

Show di Genova.


80

Autore: Andrea Baffoni

Titolo: Dannati romantici. Da Géricault a Ligabue. Artisti tormentati tra genio, sregolatezza e follia.

Fabrizio Fabbri Editore - 2021


recensione di Lara Petricig

Sette artisti e i loro demoni

Una storia di uomini

tormentati da un demone

interiore che li

rende capaci di esprimersi

in grandi opere

d’arte. L’autore è lo storico dell’arte

umbro, Andrea Baffoni, che ripercorre

la biografia di sette artisti, scelti

perché romantici. Lo sono nel loro

modo di porsi e di vivere, al di là di

appartenere o meno al Romanticismo

storico, sono accomunati da una personale

inquietudine interiore che li accompagna

per sempre.

Con stile narrativo, sciolto, equilibrato

e piacevole alla lettura, Baffoni

racconta in un libro di duecento pagine

le vite di Théodore Géricault,

Vincent van Gogh, Giuseppe Pellizza

da Volpedo, Amedeo Modigliani, Nicolas

de Staël, Mark Rothko e anche

quella di Antonio Ligabue.

La scelta di considerare questi artisti

- e non altri - è del tutto personale, ma

scopriamo che chi possiede dentro di

sé il demone sarà condotto insostenibilmente

a cedere sempre ad una soluzione

e a un destino che può essere:

la decisione del suicidio a compimento

di una missione; il veloce consumo

e logorio nel corpo compiendo

atti estremi e fino al punto estremo,

l’avvento della follia o della depressione

per un finale tragico perché “per

le anime tormentate il lieto fine è un

lusso impossibile”.

Nelle singole narrazioni l’autore contestualizza

le opere pittoriche più significative

all’interno dei segmenti di

vita, di intensa vitalità dell’animo, che

le ha generate. E’ così che nel libro la

biografia diventa complice dell’opera

d’arte! L’intento è quello di mettere in

risalto il particolare legame tra il vissuto

interiore e l’opera che ne deriva,

a volte si tratta del quadro più importante,

quello che ha reso onore all’autore

stesso, altre volte no.

L’idea romantica di fondo emerge

prepotentemente già nella premessa

dove l’artista si scontra contro il demone,

è incapace di dominarlo e si

sottomette a lui. Essa conferisce profonda

unità alla lettura dei capitoli che

seguono, dedicati ai singoli artisti.

Legati alla solidità del tema ci sono i

momenti creativi; l’impulso, la pulsione

incontrollabile, un latente senso

di morte, e poi l’istinto e il motivo

della bestia carico di mistero, che ritorna,

discreto, più volte, indossando

svariate vesti e anticipando le manifestazioni

dell’animo dell’ultimo artista

del libro, Ligabue che arriverà ad appropriarsi

della bestia.

Poi è la volta dei sentimenti, mentre

alle numerose donne incontrate nel

corso della vita è riservata l’ultima

parte del libro “L’altra metà del romantico”di

questo travagliato mondo

maschile. Tutti concetti di primaria

importanza che si trovano legati gli

uni agli altri; attraverso il diniego di

Ursula, Vincent diventa il vero van

Gogh spiegato senza troppi riferimenti

alle opere: solo qualche titolo. L’autore

(affascinato) affascina il lettore

con la semplicità della vita di van

Gogh e indugia per lo più sulle scelte

dell’artista; lo racconta scandendo e

legando, con abile coesione, le vicende

per lo più cronologiche, dando un

senso, cogliendone i cambiamenti,

quelli che lo porteranno gradatamente

a scegliere l’arte e a tralasciare il resto

che a poco a poco aveva perso di importanza

e di consistenza.

Non solo la vita di van Gogh ma tutte

quante, sono proposte suddivise in più

paragrafi per condurre il lettore alla

scoperta di questo originale percorso:

non si tratta della solita biografia datata

anno per anno. Ma non è neanche

un manuale d’arte illustrato che ambisce

a fornire una nuova interpretazione

critica dell’opera pittorica e forse

proprio per questo alcune analisi

frutto di grande spontaneità meritano

una attenta lettura. A conclusione di

ogni capitolo un moderno codice Qr

nasconde alcune foto.

Ogni pittore è spiegato con un approccio

differente. L’autore non scivola in

divagazioni, offre collegamenti con

altri artisti, vuole essere calibrato e dimostrare

cose possibili.

In linea di massima lo stile della narrazione

con Géricault, van Gogh, Pellizza

da Volpedo, nasce sobrio con un

lessico essenziale.

Proseguendo, il tono del racconto si

accende sulla Parigi scintillante della

Belle époque di inizio secolo nella

storia di Modigliani; fino al dopoguerra

la vita di Modì si mescola al

variegato mondo cittadino francese

tra le figure di spicco del panorama

artistico europeo. Pagine ricche, articolate,

scritte con un linguaggio figurativo

che trasporta il lettore ad assaporare

sensazioni fortemente emozionali.

Più statico e intimistico con un inizio

ispirato alla policromia, il racconto di

De Staël. L’artista si perde nel chiuso del

proprio io da cui derivano ampie sequenze

descrittive e in qualche modo

riflessive con un bel finale che fa scivolare

il lettore sull’unica scelta possibile

davanti l’immensità del cielo…

Ampio il capitolo dedicato a Rothko,

coinvolgente e quasi un romanzo dentro

il libro la storia del piccolo mondo

di Ligabue.

Baffoni è riuscito a calarsi nei panni

di ciascun artista mettendo in luce le

travagliate dinamiche interiori. Un’interessante

biografia.


82

Francesco Ponzetti

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


MARIA VIRSEDA

MOSTRA DAL 26 APRILE AL 7 MAggIO 2022

“Come dare corpo e anima alla materia”

“C arm en” - 2022 - Scultura in m etallo,gesso alabastrino e tessuto lavorato - cm 168x45x40

“Attraverso una sapiente modernità scultorea, che va al di la della forma naturale della donna, l’artista Maria virseda modella

concettualmente e manualmente figure femminili che si caratterizzano per la loro rinnovazione simbolica e per la

loro forma sensoriale. La rappresentazione e l’analisi stessa della materia evidenzia nell’opera l’aspetto più intimo dell’essere

umano sottolineandone la loro personalità. L’incessante inventiva nell’uso dei vari materiali naturali quali sabbia,

piume, vetro, oro e tessuti sviluppa una riflessiva importante nell’opera che si carica di emotività, di esistenza umana e

di interazione tattile con il fruitore. La conoscenza dei materiali, il ritmo compositivo e la potenza strutturale evidenziano

un racconto scultoreo dinamico che vive in continua trasformazione come lo stato d’animo delle sue sculture. Questo ci

conduce in una personale interpretazione sempre vibrante di energia e di risonanza interiore. L’arista virseda riesce a

trasfondere alle sue opere sentimenti, emozioni e sensazioni immediate che si avvalorano di suggestivi cromatismi, di

volumi stilizzati e di sinuose valenze formali. Ogni scultura è da contemplare in silenzio perché è intrisa di liriche identità

e di singolare lirismo. Sono opere simboliche che mostrano una molteplicità di significati e di riflessioni che conducono

l’osservatore a una nuova sensorialità, non solo attraverso la vista ma anche tramite il tocco, a volte pungente, ruvido,

morbido e delicato.”

Monia Malinpensa (Art Director- giornalista)

MOSTRA A CuRA DI MONIA MALINPENSA

REFERENZE E QuOTAZIONI PRESSO LA MALINPENSA gALLERIA D’ARTE By LA TELACCIA

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84

I vinarelli di Laila

I“Vinarelli” sono una serie di acquerelli

realizzati dalla pittrice,

scrittrice, poetessa e donna straordinaria

Laila Scorcelletti, usando

vino e caffè come colori: una

serie di paesaggi esposti per la

prima volta presso la Galleria Ess&erre di

Ostia nel 2021.

Laila inizia a disegnare alcuni anni fa con

la biro. Opere per la maggior parte in

bianco e nero, dove il colore è sostituito

dalle onde delle linee e dai passaggi di

vuoti e riempimenti. Una monocromia in

movimento, viva e vibrante. Opere spesso

autobiografiche o legate alla realtà contemporanea

narrata attraverso figure mitologiche

o angeliche, evocata e sublimata.

Poi, in un preciso momento (il lockdown

del 2021), arriva l’esigenza di cambiare

tecnica. Ma non verso i colori di una paletta

di acquerelli tradizionale, bensì quelli

di due sostanze precise: il vino e il caffè.

Il vino

La vite è la pianta che gli antichi Romani

portavano con sé e piantavano nelle terre

conquistate, cosa che per loro significava

portare lì la propria casa e affermare

“siamo venuti per restare”. Per questo

messaggio usavano una pianta che dà

frutto dopo tre anni e vive quasi un secolo

e le cui radici affondano nel terreno più

profonde di qualunque altro albero da

frutto. Una pianta che ha bisogno di un sostegno

per crescere, una pianta che richiede

l’ attenzione e la cura dell’uomo.

Laila queste cose le sa bene: ha una figlia

e un genero enologi. Ma il significato profondo

va oltre, spingendosi dove questa

pianta che si fa casa, che rappresenta le

radici più profonde e che si appoggia ad

un tutore per crescere e generare frutti,

istintivamente richiama la figura della

donna.

A Laila, che è stata per decenni maestra

quando la scuola era ancora un luogo di

conoscenza, non sfugge neppure il significato

simbolico dell’uva: dai riti dionisiaci

pagani, dove il vino era il nettare

degli dei e l’uva il simbolo della vita vissuta

pienamente nel suo fluire attraverso

i sensi, sino ad arrivare ai riti cristiani,

dove il vino “frutto della vite e del lavoro

dell’uomo” diventa simbolo del sangue di

Cristo fattosi uomo tra gli uomini. La vite

rappresenta la fecondità della terra donata

dal Signore e preannuncia una vita di

quiete e pace nell’Antico Testamento;

simboleggia il sacrificio (sacrum facere)

per la rinnovata alleanza nel Vangelo. In

entrambi i casi, rappresenta l’inscindibile

legame tra il frutto della terra e il divino.

Il caffè

Così come la vite, ancora di più il caffè

contiene il senso del viaggio attraverso il

Mediterraneo da oriente a occidente. Ma

a differenza del vino, a diffonderlo furono

le culture arabe e musulmane. Laila aveva

una amatissima nonna libanese. È la cultura

antica di queste radici arabe che riemerge

nel caffè; e con essa, il dono della

divinazione che da sempre viene trasmesso

per via femminile.

L’elemento acqua

Cosa accomuna vino e caffè? il fatto che

entrambi siano costituiti principalmente

da acqua.

E l’acqua, oggi lo sappiamo con certezza

(gli studi di Masaru Emoto lo hanno dimostrato),

contiene la memoria, è il veicolo

fisico della memoria.

I soggetti rappresentati in questo ciclo di

Vinarelli sono appunto paesaggi della memoria.

Per raccontarli, Laila non usa colori, ma

sfumature e toni. Ogni ricordo ha una sua

luce, una trasparenza, un’ora del giorno

(alba, meriggio o crepuscolo, sole o tramonto),

un’aria immobile o solo intuìta.

Il tono deriva in parte dal vino scelto in

parte dalla diluizione, appunto dall’acqua

che in quantità maggiore o minore modula

nell’immagine l’intensità del ricordo.

La varietà dei vini utilizzati per dipingere

fornisce la varietà di toni : una palette di

liquidi rossi che tornano ad essere le tinte

brune della terra ma anche il color seppia

di fotografie ingiallite dal tempo.

Solo le linee hanno contorni precisi, affermando

forse più la precisione del ricordo,

che quella del paesaggio in esso cristallizzato,

mentre alle tinte brune del vino e del

caffè spetta il compito di ricreare l’atmosfera,

il sentimento di quella situazione

(sentimento che rinasce nel ricordo). L’atmosfera

è fatta di luci e trasparenze, di

odori, sentori, di profumi, aromi, di sfumature.

La realtà è fatta di colori, mentre

il ricordo di essa vibra su un’altra corda:

non è più una vibrazione di verde o di

giallo, ma quella della nostalgia e dell’af-


fetto.

Semplici cartoline di momenti passati sarebbero

diventate fotografie o paesaggi

realistici. Queste no: queste sono cartoline

dal cuore. Questi vinarelli non sono stati

dipinti guardando quel paesaggio o quel

luogo, ma lasciandoli riemergere dalla memoria.

Ecco perché serviva una sostanza

liquida per raccontarli: perché l’immagine

deve tornare a galla da dove ha sedimentato

per anni, trasformandosi in una materia

diversa da quella da cui è nata. Come

il vino, appunto, che non è più uva: è stato

uva, pianta, foglie, frutto, paesaggio, terra,

radici, sole, aria, pioggia o sete, vento e

cura e attraverso un passaggio “alchemico”

è diventato altro. È diventato sentori,

colori e trasparenze molto più intensi, fini,

complessi e profondi. Così i ricordi: sono

stati sensazioni, immagini catturate dagli

occhi e dai sensi, poi rielaborati nel cuore

e aggiuntasi la dimensione temporale, sono

diventati emozioni.

I vinarelli sono sensazioni vissute che sono

diventate le emozioni del ricordo.

Il disegno del grande albero

Uno dei disegni però, non rappresenta un

luogo reale, ma una dimensione del desiderio

e dell’inconscio che il tempo non ha

ancora svolto. Una sorta di Terra Promessa

(che a Mosè viene indicata con la vite…).

L’antica sapienza femminile che Laila ha

nel DNA sa da sempre che il Tempo è una

convenzione. Il cervello percepisce la temporalità

lineare (passato, presente, futuro

o il mai avvenuto), mentre il cuore sa vivere

in un contemporaneo ed eterno presente,

dove il tempo può essere piegato,

dove nel ricordo possiamo viaggiare indietro

nel tempo e nel desiderio viaggiare in

avanti; dove un paesaggio di ieri può essere

vivo ora e sempre, mentre un paesaggio

sognato può materializzarsi in una

visione.

Dopo una carrellata di ricordi, Laila approda

al disegno di sé nel Tempo. Il grande

albero è insieme il paesaggio di approdo

di mille naufragi e finalmente, il luogo del

riposo e della sicurezza. Dove il vino torna

ad essere pianta, foglie, radici, terra. Compiuto

il viaggio e la trasformazione, l’osservatrice

si ferma e inquadra la protagonista.

Gli occhi che prima col vino e il

caffè hanno fatto riemergere e rivisto i ricordi

riportandoli attraverso le immagini

nel presente, ora guardano il proprio sé.

L’osservatore smette di guardare il mondo

fuori da sé e si guarda dentro. E si vede

pianta viva, rami, radici.

E per quella magia che solo nell’arte può

avvenire, in questo quadro e solo in questo

(perché solo questo è una visione, non una

veduta) compaiono inconsciamente i simboli

archetipi. L’albero (la vita, le radici

solide e immutabili nella terra e i rami che

da esso emanano) proietta a terra un’ombra

quadrata (cubica, essendo ombra immateriale

che discende) a simboleggiare la

coscienza che si fa realtà, mentre nel cielo

incombe un grande sole nero, che è insieme

sfera e primo stadio del processo alchemico,

la nigredo. È la dissoluzione del

corpo che, compiuta l’opera alchemica nel

cuore, tornerà nel Tutto attraverso il rosso

del vino per comprendere la sua natura di

albero radicato nella terra e proteso verso

il cielo.

L’albero è insieme vita, ombra che dà ristoro,

solidità, ma anche rami, frutti, figli,

nipoti, braccia parte ed accoglienti, radici

che conoscono la connessione antica e

femminile con la terra e foglie a sposare il

Maschile Sole.

Il Sole nero è la rinascita del sole e della

luna in senso spirituale, le nozze alchemiche

di maschile e femminile; è la luce di

un mondo ultraterreno che vediamo con

gli occhi dell’anima, è reminiscenza inconscia

che ha bisogno di questo quadro

fatto con vino e caffè per prendere forma

perché gli strumenti razionali della scrittura

(che Laila conosce molto bene) e del

disegno a questo territorio non possono arrivare.

Ecco perché doveva avvenire il

passaggio di tecnica e di materia dai disegni

a biro ai vinarelli: perché solo la materia

viva e carica di memoria del vino e

del caffè potevano consentire il racconto

di questo processo “alchemico” di sedimentazione

della coscienza, riemersione

dei ricordi, e infine inconscia reminiscenza

del punto di partenza e di ritorno che, ora

Laila ne è certa, coincidono e si fanno

(fanno dei lei) albero solido e finalmente

compiuto, meravigliosamente sposa e ponte

tra la terra e il cielo.

All’amica Laila, pittrice, donna meravigliosa

e sorella.

M. Sonzini


86

MODULO DI

ABBONAMENTO 2022/23

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88

Art&Vip

Eleonora Pieroni:

icona della bellezza italiana e

del made in Italy in America!

Qa cura della redazione

uesta è una rivista di arte. Qual è l’artista

che ami di più e perchè..

“Difficile poterne scegliere solo uno, vorrei

citare i miei artisti preferiti: il primo è indubbiamente

Leonardo Da Vinci per le

opere Gioconda e la Dama con l’ermellino;

Gustav Klimt perché utilizza uno dei miei

colori e metalli preferiti: l’oro; Modigliani poiché aveva la

capacità di rappresentare l’anima di una donna attraverso

il suo sguardo e poi Guttuso per le sue pitture colorate e

per la bellissima storia con Marta Marzotto, grande esempio

di amore per sempre alla quale ha dedicato tante opere.”

Se dovessi descrive la tua vita in un dipinto quale sarebbe?

“La mia vita è molto legata all’arte per vari motivi, sin da

quando ero studentessa adoravo ascoltare la prof di arte e

portare a casa bei voti per i disegni realizzati.

A NY poi nel nostro flagshipstore “The Domenico Vacca”

sulla Fifth Avenue avevo una galleria d’arte.

Difficile però descrivere la mia vita attraverso un’opera

d’arte ma poiché Guttuso è uno dei miei preferiti, direi la

“Vucciria”.

La donna di spalle sensuale ed elegante che attraversa il

mercato è come un viaggio metafisico, nella vita si attraversa

un sentiero e si incontra di tutto. Adoro quel quadro,

ci vedo un po’ la mia città natale, e in quella donna ci vedo

un po’ mia mamma. C’è la vita reale, la quotidianità e anche

se è solo un quadro io ci sento le voci delle persone e

gli odori del mercato.

La scorsa estate ho visto dal vero il dipinto alla mostra realizzato

da Vittorio Sgarbi a Noto in Sicilia, piangevo e non

riuscivo a staccarmi dal quadro. Uno shock.

Tuttavia posso dire di aver avuto l’onore di essere stata più

di una volta il soggetto di un quadro.

Il maestro Raimondo Galeano mi ha dedicato un ritratto

grandissimo 3x3 con luce magnetica, cioè un quadro che

si può vedere al buio illuminandolo con una torcia.

Un altro ritratto mi è stato dedicato da Ashley un pittore indiano

e poi da un artista francese Yann Messence in cui appare

il mio corpo coperto da veli e la tecnica è stile Picasso.

E poi l’opera di Stephen Lupino una scultura di donna in

bronzo in versione futurista, alta circa 3 m chiamata “The

woman in fire”.

Pensate che ho conosciuto gli artisti solo ad opera compiuta,

l’emozione è stata ancora più grande!”

Sei un artista impegnata su diversi set. Sei sempre in viaggio

in posti diversi, ti capita di visitare musei?

“Adoro visitare i musei e trovo che sia anche un momento

quasi intimo con se stessi, un tu per tu con la tela l’arte e i

propri pensieri.

Per questo adoro andare al museo da sola o con una guida

che possa arricchirmi di tante informazioni.


Potrei restare ore e ore in un museo.

Uno dei musei più belli visitati di recente,

sono stati i Musei Vaticani, una meraviglia

che toglie il respiro.

Però non dimenticherò mai lo stupore avuto

nel visitare il MOMA a NY (a pochi

metri da casa mia) e il Metropolitan museum

a New York per me il più bello al

mondo.”

Vivi da tanti anni ormai negli States ma il

tuo cuore è sempre rivolto alla tua Italia,

cosa ti manca del tuo paese?

“Uno dei motivi per cui scelsi New York

anziché Miami è proprio perché è piena di

musei e luoghi di cultura, elementi per me

di grande benessere ed ispirazione.

Attualmente sono in Italia da quasi un anno

e in procinto di tornare a NY, ma devo

dire che una delle cose che mi manca dell’Italia

quando sono negli States è l’architettura

a misura d’uomo: le piazze italiane

sono uniche e indiscutibili! E poi le piccole

abitudini tipo sedere su una panchina

al sole, andare al bar e sentire il rumore

delle tazzine mentre aspetti il caffè, comprare

il mio solito giornale in edicola, e soprattutto

il “dolce far niente” cioè apprezzare

il momento senza correre contro il

tempo come invece si fa a NY.

Ieri ad esempio per l’ora di pranzo ho

scelto di sedermi sulla panchina sotto la

palma a Piazza di Spagna e mangiare un

panino anziché stare comoda a tavola.

Questo per me è una libidine che non ha

prezzo!”

Hai vinto numerosi premi sia in Italia che

all’estero, qual è il segreto del tuo successo?

“Credo che il motivo (preferisco chiamarlo

così) sia composto da più fattori.

Penso che sia dovuto al mio modo di

esprimermi: semplice, coinciso e soprattutto

sincero.

Dicono che quando parlo al pubblico sia

nei momenti da conduttrice che nei momenti

in cui svolgo altri progetti, trasmetto

emozione.

Ecco questo è l’ingrediente: ci metto la

“verità”, parlo con il cuore, con l’emozione

e credo che questo la gente lo capisca.

Sono una persona concreta, amo il

buon senso e mi adopero per un mondo

migliore, per la meritocrazia e le cose giuste.

Mi occupo di diverse associazioni in

cui aiuto i meno fortunati e questo mi fa

essere una persona migliore e con i piedi

per terra.

Qualunque cosa io faccia che sia retribuita

o no, la faccio con professionalità, con studio

e il massimo impegno altrimenti dico

NO sin da subito e rifiuto.

Il premio ricevuto come “Ambasciatrice

d’arte che promuove il Made in Italy e la

cultura italiana” ricevuto dall’attuale sindaco

di New York, ed il premio come “Eccellenza

italiana” ricevuto al Vaticano,

hanno rappresentato una grande soddisfazione

personale sopratutto perché ha premiato

il mio tanto impegno e sacrificio per

quei progetti che non erano lavori retribuiti,

ma bensì progetti in cui gli obiettivi

erano: la promozione del turismo, della

cultura italiana e del Made in Italy.

Obiettivi che io ho interpretato come una

missione verso la rinascita del nostro

paese.”

Progetti futuri?

“Diversi progetti artistici tra cinema e

spettacolo, e poi progetti di business e turismo,

fiduciosa nel futuro della nostra nazione

e del Made in Italy.”

Un saluto speciale ai lettori di Art&trA.

“Leggete tanto, vedete film e respirate

Arte! Un abbraccio grande a tutti i lettori

di Art&trA.”


90

mostre in corso

ti racconto l’immagine rivelata

lorenzo Galligani

Andrea Simoncini

mostra di pittura e scultura

Dal 19 marzo al 3 maggio 2022

Galleria Civica/Palazzo Giorgi, Poppi (AR)

di Marilena Spataro

Dal 19 marzo al 3 maggio le

suggestive sale espositive

di Palazzo Giorgi a Poppi,

oggi Galleria Comunale di

arte moderna e contemporanea,

ospitano le opere di due noti artisti

fiorentini, Lorenzo Galligani e Andrea

Simoncini.

La mostra, a cura di Gabriella Gentilini,

consta di circa 70 lavori, tra pittura e

scultura, ed è incentrata sul tema del mito

che abbraccia i vari aspetti della storia e

della vicenda umana, dal passato fino alla

contemporaneità.

I lavori sono rappresentativi della figurazione

classica e dell'interpretazione

espressionista, in modo da comprendere

tendenze e cifre stilistiche che nella storia

dell’arte seguono un preciso percorso di

sviluppo.

Simoncini e Galligani hanno già esposto

insieme su invito in più occasioni, presso

sedi istituzionali, riscuotendo interesse ed

apprezzamento.

Hanno avuto l’onore, inoltre, di essere

presentati da Mina Gregori, nota storica

dell’arte, già titolare della cattedra di storia

dell’arte presso la Facoltà di Lettere e

Filosofia dell’Università

di Firenze e Presidente della Fondazione

Roberto Longhi. Di Andrea Simoncini si

riporta nella pagina precedente la sua

biografia completa. Quanto a Lorenzo

Galligani, egli oltre a essere insegnante

di scultura in marmo presso l’Accademia

ADA di Firenze, ha alle spalle una ricca

carriera artistica, nonché una vasta esperienza

nell'arte scultorea acquisita nel

corso degli anni a contatto con i maestri

dell'Officina dell’Opera del Duomo di Firenze.



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Consigli di lettura

a cura di marilena Spataro

Il tempo del corvo e del ragno

Raccolta di versi di francesca tuscano

Francesca Tuscano

Pubblicato pochi mesi fa

(Settembre 2021), da Bertoni

editore, per la collana

Miele, presentiamo qui il

libro dell’ultima raccolta

di versi di Francesca Tuscano, pregevole

opera poetica, suddivisa in più sezioni

e intitolata “Il tempo del corvo

e del ragno”. Francesca Tuscano, laureata

in Russo e in Italianistica, ha

pubblicato diversi saggi sui rapporti

tra la cultura russa e quella italiana e

la monografia La Russia nella poesia

di Pasolini (Book Time, Milano 2010).

Ha scritto della storia e della lingua

della comunità greca di Bova in Bova

di Domenico Alagna (2005); Due storici

e operatori culturali del 1700: il

pievese Cesare Orlandi e il bovese Domenico

Alagna. (2006), e Storia e vita

di San Leo (2012) con il saggio Fra

grecità e latinità - Due manoscritti settecenteschi

bovesi a confronto e la traduzione

dal latino del Compendium

gloriosae vitae et mortis S. Leonis. Ha

scritto libretti d’opera per Fausto Tuscano,

Juan Garcia Rodriguez e Renato

Miani. Ha pubblicato le raccolte

di poesia La notte di Margot, (Hebenon-Mimesis

2007), Gli stagni di Mosca

(La Vita felice 2012), Thalassa

(Hebenon-Mimesis 2015), Nella notte

di San Lorenzo (per l’Associazione

parenti delle vittime della strage di

Ustica, Corraini edizioni 2016), Il

tempo del corvo e del ragno (Bertoni

editore 2021).

Scrive, nella prefazione al libro, il critico

letterario e scrittore Piero Pieri

(già docente di Letteratura italiana

contemporanea al Dams dell’Università

di Bologna):

«Probabilmente, Francesca Tuscano è

la sola poetessa italiana che padroneggi

la forma poesia attraverso una

determinante tanto storica e ancestrale,

quanto ricca di vissuti privati e collettivi

- quelli propri dell’identità femminile

della donna in magico rapporto

con le proprie radici calabresi, e quelli

provenienti da una coscienza lirica slava

(che le viene dalla conoscenza profonda

della lingua russa e della sua tradizione

poetica e narrativa). Calabria

e Russia determinano il nervo sensibile

della poesia di Tuscano, ne predispongono

l’orizzonte, ne movimentano

l’alto tasso simbolico, la cruda

quanto esatta rarità delle movenze discorsive.

E in Lei, nella sua poesia ,

parla il testimone storico di una Russia

in transito e in bilico fra una certa sua

storia e una storia in divenire, storia

radicale quanto percussiva di inquietudini

sociali, che nel proprio smarrimento,

nel proprio disancorato divenire,

definiscono lo stato dell’abbandono

e quello della speranza come schizza

la ballata del vento al Cremlino».


“ballata del vento al Cremlino”

Quel giorno mi ero svegliata per non fare niente,

nella città dei lavoratori.

Andai a guardare le scarpe dei passanti

dietro il muro rosso.

Contai i passi, le velocità, le pause.

Chiusi gli occhi per non sognare.

Passò una sposa, molti militari

(uno con un falcone al braccio),

e donne stanche, uomini ubriachi,

trafficanti svogliati, e brave persone.

Mi sfiorarono tacchi a spillo, stivali,

scarpe sfinite o appena indossate.

Le aiuole erano esatte. I fiori allineati.

Il chiosco dei gelati dove l’avevo lasciato.

Mi ricordai di te, dello stagno,

della chiesa del perdono, del giorno dopo.

Tutto era rimasto. Tutto era finito.

Guardai il cielo grande sopra il disincanto.

Il vento spegneva la sigaretta, con un’ultima fiamma.

E mi dissi - ricordati di dimenticare.

La gru era immensa,

sospesa nell’ansia meccanica

di dare un nome all’ordine delle scelte,

di affidare agli archivi delle crepe

le distanze delle intenzioni;

e quando divorava le innocenze

già marchiate dalle necessità,

il silenzio era un fascio di luce

che creava volumi nell’inesistente;

c’era chi ne calcolava il volo,

chi ne nascondeva l’ombra,

chi sperava di somigliarle;

ma i brandelli delle costruzioni

erano simili all’acciaio delle torri di guardia;

tutto si assomiglia

nella paura del nulla,

e non c’è assassino che non sappia

che il vuoto è la resa di un prestito


94

Grandi mostre

maddalena. Il mistero e l’immagine

musei San Domenico di forlì

Dal 27 marzo al 10 luglio 2022

di Marilena Spataro

Overbeck - Magdalena

La prima stagione di questo

anno dei Musei San Domenico

di Forlì si inaugura con

un’altra grande mostra dal

titolo “Maddalena. Il mistero

e l’immagine”, attraverso cui si indaga

il mistero irrisolto della figura di Maria

di Màgdala. La rassegna, che rimarrà

aperta fino al 10 Luglio, è suddivisa in 11

sezioni, tra pittura, scultura, miniature,

arazzi, argenti e opere grafiche, e consta

di oltre 200 capolavori dedicati alla figura

di Maddalena, donna e Santa, da

sempre sospesa tra storia e leggenda. La

mostra, a cura di Cristina Acidini, Paola

Refice, Fernando Mazzocca, va dal III

secolo d.c. al Novecento, snodandosi dai

precedenti iconografici di epoca classica

pre-cristiana, centrati sull’estetica del dolore

e la teatralità delle emozioni, lungo

il Medioevo il Rinascimento e il Barocco,

fino alle rappresentazioni ottocentesche

e novecentesche nelle quali la figura

di Maddalena diviene emblema della

protesta e del dramma di un’epoca. A lei,

Maria di Màgdala, e al fascino del suo insondabile

personaggio, l’arte, la letteratura,

il cinema hanno dedicato centinaia

di opere e di eventi. L’arte soprattutto,

ponendola al centro della propria produzione,

e dando vita a capolavori che segnano,

lungo la trama del tempo, l’arte

stessa e i suoi sviluppi. E come in uno

specchio, ogni epoca l’ha guardata, guardandosi;

l’ha contemplata, cercando l’ideale

di sé, della propria immagine; l’ha

sorvegliata e spiata, scoprendo i propri

vizi dentro le proprie virtù.

“Con lei - osserva il direttore generale

della mostra Gianfranco Brunelli - l’arte

si è confrontata trovando occasioni interpretative

per ridefinire volta a volta sé


Allori - La Maddalena

Canova - Maddalena penitente

Guido Reni - Maddalena

Alonso Cano - Noli me tangere

stessa e rappresentare il sentimento del

proprio tempo, fino a trasformarla in un

mito”.

Tra i grandi maestri presenti in mostra

che i visitarori possono ammirare: Masaccio,

Crivelli, Van der Weiden, Bellini,

Perugino, Barocci, Savoldo, Mazzoni,

Tiziano, Veronese, Tintoretto, Domenichino,

Lanfranco, Mengs, Canova, Hayez,

Delacroix, Böcklin, Previati, Rouault,

Chagall, De Chirico, Guttuso, Melotti,

Sutherland, Bill Viola.

Ideata e realizzata dalla Fondazione Cassa

dei Risparmi di Forlì in collaborazione

con il Comune di Forlì e i Musei San Domenico,

l’esposizione si avvale di un prestigioso

comitato scientifico presieduto

da Antonio Paolucci e della direzione generale

di Gianfranco Brunelli. Il progetto

espositivo porta in Italia capolavori provenienti

dalle più importanti istituzioni

nazionali e internazionali.

Il percorso espositivo, curato nel suo allestimento

dagli studi Wilmotte et Associés

di Parigi e Lucchi & Biserni di Forlì,

si articola all’interno della Chiesa di San

Giacomo e delle grandi sale che costituirono

la biblioteca del Convento di San

Domenico è accompagnato da un catalogo

edito da Silvana Editoriale.

Si ricorda come le grandi esposizioni forlivesi

abbiano visto, a partire dal 2006,

eventi espositivi apprezzatissimi da critica

e pubblico, quali: Marco Palmezzano.

Il Rinascimento nelle Romagne

(2005-2006); Silvestro Lega. I Macchiaioli

e il Quattrocento (2007); Guido Cagnacci.

Protagonista del Seicento tra Caravaggio

eReni (2008); Antonio Canova.

L’ideale classico tra scultura e pittura

(2009); Fiori. Natura e simbolo dal Seicento

a Van Gogh (2010); Melozzo da


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J. J. Lefebvre - Maddalena nella grotta

Garofalo - Noli me tangere

Forlì. L’umana bellezza tra Piero della

Francesca e Raffaello (2011); Wildt.

L’anima e le forme da Michelangelo a

Klimt (2012); Novecento. Arte e vita in

Italia tra le due guerre (2013); Liberty.

Uno stile per l’Italia Moderna (2014);

Boldini. Lo spettacolo della modernità

(2015); Piero della Francesca. Indagine

su un mito (2016); Art Déco. Gli anni

ruggenti in Italia (2017); L’Eterno e il

Tempo tra Michelangelo e Caravaggio

(2018), Ottocento. L’arte dell’Italia tra

Hayez e Segantini (2019); Ulisse. L’arte

e il mito (2020), Dante. La visione dell’arte

(2021) hanno portato 1.450.000 visitatori

e un riconoscimento scientifico

internazionale. Le mostre “L’Eterno e il

Tempo tra Michelangelo e Caravaggio”

e “Ulisse. L’arte e il mito” hanno vinto

l’oscar del Global Fine Art Awards rispettivamente

nelle categorie Best Renaissance,

Baroque, Old Masters, Dynasties

- Group or Theme (5° edizione del

premio, 2019) e Best Ancient (7° edizione

del premio, 2021).

Anche in questa occasione continua la

preziosa collaborazione con Mediafriends,

l’Associazione Onlus di R.T.I. Spa,

Mondadori Spa e Medusa Film Spa, nel

segno della solidarietà. Una collaborazione

consolidata che ha consentito, nel

tempo, di finanziare molti progetti sul

territorio nazionale, senza dimenticare

realtà complesse in aree del terzo mondo,

grazie alla vendita dei biglietti di ingresso

alla mostra.


Giuseppe Trentacoste

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


98

“la macchina nel giardino”

25 gennaio – 24 aprile 2022 presso il

museo nmmU a zagabria

di Svjetlana Lipanović

La grande mostra collettiva

intitolata “La macchina nel

giardino” è stata allestita

presso Il Museo nazionale

dell’arte moderna ( Nacionalni

muzej moderne umjetnosti –

NMMU), a Zagabria, capitale della Croazia,

e durerà dal 25 gennaio al 24 aprile

2022. Il titolo originale riporta quello del

libro che ha scritto Leo Marx, storico

americano: “The Machine in the Garden

- Technology and the Pastoral Ideal in

America”, nel 1964.

L’autore e curatore dell’esposizione Klaudio

Štefančić ha raccolto nelle ampie

sale 54 opere custodite nel museo zagabrese

ed anche altre tre prestate da:

Museo dell’arte e dell’artigianato (Muzej

za umjetnost i obrt ), Museo dell’arte

moderna (Muzej moderne umjetnosti) e

Collezione dott. Josip Kovačić (Zbirka

dr. Josip Kovačić).

Il tema principale che collega tutti i dipinti

sono le macchine e lo sviluppo tecnologico

dall’inizio del ventesimo secolo

fino a oggi. L’inarrestabile progresso

industriale e le immagini della società

moderna sono immortalati nelle tele firmate

da: Atelier Tri, Vladimir Becić, Ivo

Deković, Marijan Detoni, Jadranka Fatur,

Vilko Gecan, Dubravko Gljivan,

Griesbach e Knaus (l’officina), Karlo

Mijić, Georg Hermann, Fréres Huguenin,

Nina Ivančić, Hinko Juhn, Leo Junek,

Slavko Kopač, Anka Krizmanić,

Mihovil Krušlin, Nenad Opačić, Ivan Pi-

Milivoj Uzelac

“I platani” - 1933 - Olio su tela - cm 117x89


L’esposizione nel Museo NMMU

Anka Krizmanić

“Il sobborgo degli operai” (Nova Ves) - 1912 - Olio su tela- cm 40,5x50

Marijan Detoni

“La stazione ferroviaria” - 1939 - Olio su tela - cm 56x80

celj, Vjenceslav Richter, Josip Seissel,

Robert Šimrak, Miroslav Šutej, Frano

Šimunović, Ernest Tomašević, Milivoj

Uzelac, Vladimir Varlaj, Mladen Veža,

Jelka Struppi Wolkensperg. Sarebbe difficile

se non impossibile descrivere tutte

le opere della ricca collezione, che oltre

ai quadri comprende varie locandine,

numerose targhe e altro. Come esempi

rappresentativi si possono prendere alcuni

quadri che simboleggiano bene il

tema centrale della mostra.

Uno di questi è sicuramente “Il sobborgo

degli operai” realizzato da Anka Krizmanić

nel 1912. Con olio su tela ha dipinto

una veduta di Nova Ves, periferia

della grande città nella quale l’insediamento

di varie industrie aveva cominciato

a cambiare il paesaggio.

La pittrice con occhio attento e disincantato

dipinse la prima fabbrica rappresentata

nell’arte croata, una vera novità all’inizio

del secolo scorso. La realtà è descritta

con tonalità spente, senza nessun

abbellimento. Inoltre, la tecnologia collegata

alle macchine assume un aspetto

inquietante, un presagio preoccupante

per il futuro dell’umanità.

Marijan Detoni nel 1939 creò il quadro

“La stazione ferroviaria”. La sua visione

è diversa poiché vede nell’edificio un

simbolo di progresso ottenuto con lo sviluppo

della rete ferroviaria, una utile innovazione

per velocizzare il trasporto.

“I platani” opera del pittore Milivoj Uzelac,

datata 1933, è dedicata all’automobile.

Fino allora, un soggetto poco rappresentato

come l’automobile all’improvviso

acquista importanza notevole,

dato che le macchine e le persone vivono

in simbiosi nella società moderna.

L’intenzione dell’artista fu quella di descrivere

anche un viaggio notturno immerso

nelle varie tonalità del colore

verde, rischiarato con la luce debole dei

fari.

Altre opere raccontato diverse interpretazioni

di cambiamenti tecnologici che

si sono succeduti, con una grande accelerazione,

dal 1900 in poi. La visita per

ammirare la magnifica esposizione -

molto ben curata - è un tuffo pieno di nostalgia

nella memoria collettiva e nella

ricerca del tempo passato.

Tutte le opere fanno parte della collezione

del Museo nazionale dell’arte

moderna (Nacionalni muzej moderne

umjetnosti - NMMU - Zagreb)

Foto:

Goran Vranić@Nacionalni muzej moderne

umjetnosti Zagreb - 2022


100

Art&Events

“Lo sport è vita” di Giulia Cima

Viterbo. Week end dedicato al Fitness e al benessere fisico

presso la Welness, diretta da Emanuele Tomi.

Due giorni dedicati agli amanti dello sport con il supporto

della campionessa mondiale Giulia Cima che, seguendo

le normative anticovid del governo, hanno accolto centinaia di persone

suddivise nelle varie fascie orarie, con corsi di approfondimento e discipline

multifunzionali come messaggio di rinascita attraverso uno

slogan “Lo sport è vita”. Testimonial delle due giornate il conduttore

Tv Anthony Peth da poche settimane approdato in Rai.

Veronica Maya regina di successi

Un bel momento per

Veronica Maya.

Dopo essere stata la

regina di Casa Sanremo

nell’ultima settimana festivaliera,

festeggia l’amore e il

successo con suo marito Marco

Moraci, chirurgo estetico tra i

più apprezzati tra Milano, Roma

e Napoli.

In attesa di rivederla in un programma

tutto suo (pare accadrà

a breve!), la Maya torna al timone

di Miss Europe continental

2022 dopo due anni di fermo

pandemico, per un’edizione scintillante

nella cornice del teatro

Mediterraneo di Napoli fortemente voluta dal patron Alberto Cerqua.

E nel backstage, ancora confermato con lei dopo anni, il bravissimo

Marco Senise.

A coadiuvarli, una bella novità: Antonella Salvucci. La conduttrice e

attrice, al fianco di Marco, coadiuverà i lavori e i commenti a caldo

con le ragazze provenienti da tutti i Paesi europei.

Intanto, si lavora alla giuria: grandi nomi sono attesi per il 9 aprile,

data della finalissima europa.

E il beauty contest internazionale vedrà altre cinque date ulteriori sino

a maggio, arricchite da tanti vip in giuria e un red carpet delle grandi

occasioni.

La Brambilla paladina degli amici a 4 zampe

Il nuovo libro di Paciullo

Prosegue l’impegno dell’Onorevole Michela Vittoria

Brambilla “Dalla Parte degli Animali”. Ogni domenica,

alle 10.50 su Rete 4, la donna è infatti alla guida

del programma nato nel 2017 e diretto da Fabio Villoresi,

dove presenta al suo pubblico le storie di diversi amici pelosi.

Una trasmissione, come sottolineato dall’Onorevole, che

“usa la televisione come strumento per promuovere le adozioni

e contribuire a sconfiggere la piaga degli abbandoni e del randagismo”.

Non a caso, la Brambilla, da sempre portavoce per i

diritti degli animali, è anche presidente e fondatrice di LEIDAA,

la Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente.

Da diverse settimane, in tutte le librerie si può facilmente trovare

Ricetta in Quarantena, il libro scritto dall’attore, conduttore

tv e radiofonico Paciullo. Nata durante il periodo

del lockdown, al fine di “ricordare le difficoltà che abbiamo

attraversato tutti quanti”, l’opera racconta del periodo in cui l’artista

ha incominciato a cucinare, di notte, per se stesso e per tutte quelle

persone che erano sveglie e seguivano le sue dirette social, nelle quali

- tra una ricetta e l’altra - esponeva i suoi pensieri e alcuni monologhi

comici che ha trascritto in questo suo ultimo lavoro. Un periodo, quello

del Covid, che Paciullo - attualmente alla conduzione di Vipiace su

RadioRoma insieme a Danilo Brugia - non dimenticherà mai e che

ha voluto immortalare in questo libro.


Marco Moraci rivelazione del 2022

Il nuovo capolavoro di Luis Navarro

Sempre più personaggi del mondo dello spettacolo e

non solo scelgono di rivolgersi al dottor Marco Moraci,

esperto in chirurgia plastica, estetica e ricostruttiva.

La sua attività si snoda su tre città principali

italiane: Napoli, Milano e Roma. Per stare meglio con se

stessi, il dottor Moraci è la soluzione più adeguata. Professionale

e competente, sa soddisfare i desideri di ogni cliente. E

nella vita di tutti i giorni, tolto il camice, è marito della bella

e popolare conduttrice televisiva Veronica Maya: la splendida

coppia ha tre meravigliosi figli .

Angel” è il nuovo brano di Luis Navarro e il produttore

uruguaiano Alkimista Hitmaker, nel segno del reggaeton

Made in Italy. Disponibile su YouTube e in tutti i

digital stores “Angel”, il nuovo brano dell’artista pioniere

della musica latina in Italia Luis Navarro, e il produttore uruguaiano

Alkimista Hitmaker.

Il brano è un reggaeton cantato interamente in lingua italiana, intenso

ed emotivamente coinvolgente.

Il brano è distribuito da Key Music/Believe Digital.

Il video è prodotto da Midea Video per la regia di Michele De Angelis.

Il brano racconta di un amore perduto per via di una disavventura e

del tormento di chi non si rasssegna a non poterlo stringere di nuovo

tra le sue braccia. Gli attori protagonisti del video sono la modella

Marlena Lesiak e l’attore Peppe Riccardi.

A“

Daniele Pompili pronto per nuovi set

Arte e moda al Terminillo

Tanti impegni cinematografici e televisivi attendono Daniele

Pompili. Nei prossimi mesi, l’attore sarà infatti nel cast di

Una Preghiera per Giuda, film diretto da Massimo Paolucci

e in uscita nel 2022, dove ha potuto recitare con divi

internazionali come Danny Trejo e Natalie Burn. Pompili è anche

uno dei volti di Canonico, la serie tv in onda su Tv2000 dallo scorso

14 dicembre con Michele La Ginestra. Quest’anno l’attore, che ha

recitato anche in Per niente al mondo di Ciro D’Emilio, è stato inoltre

al Festival del Cinema di Venezia per presentare La Cosa Giusta, il

corto prodotto da Starlight di Francesca Rettondini in cui è stato

protagonista assoluto. E ora ha appena finito di girare il film Soldato

sotto la luna sempre diretto da Massimo Paolucci.

Nel corso di una conviviale, che ha visto riuniti studenti

provenienti da diverse città d’Italia, è stata

presentata una collettiva di giovani artisti.

Al termine della serata è stata premiata la giovan

modella Marian Labbas.


102

MOSTRE D’A R T E In I T

a cura di Silvana Gatti

BOlOGnA

MuSEI cIVIcI D’ARTE AnTIcA –

MuSEO cIVIcO MEDIEVAlE

fInO Al: 18 A PRIlE 2022

VETRI DAl RInAScIMEnTO All’OTTOcEnTO.

lA DOnAZIOnE

cAPPAGlI SERRETTI

Donata al Comune di Bologna nel 2020, la

collezione Cappagli Serretti documenta le

manifatture europee dal Seicento all’Ottocento

e le loro evoluzioni stilistiche. A cura

di Mark Gregory D’Apuzzo, Massimo Medica,

Mauro Stocco, la mostra è in collaborazione

con Fondazione Musei Civici di

Venezia, col patrocinio di Association internationale

pour l'histoire du verre - Comitato

Nazionale Italiano e International Year of

Glass. Con la destinazione all'Istituzione Bologna

Musei, il pubblico può fruire di una

collezione di pezzi databili dal XVII al XIX

secolo. Nelle sedi del Museo Civico Medievale

e del Museo Davia Bargellini si trovano

raccolte con capolavori dell’arte vetraria, tra

cui il calice blu decorato a smalto e dorature

con l’Adorazione dei Magi, uno dei vetri più

antichi del Rinascimento italiano attribuito

ad Angelo Barovier (1405-1460), inventore

del vetro cristallino simile al cristallo di

rocca. La donazione include oltre 50 pubblicazioni

sulla storia dell’arte vetraria, consultabili

presso la Biblioteca dei Musei Civici

d’Arte Antica. La mostra documenta il mondo

vetrario anglosassone e spagnolo del Settecento,

con i calici decorati a spirali ed i motivi

di matrice islamica dal brillante cromatismo,

e la produzione boema del periodo

Biedermeier, con vetri smaltati e incisi. Spiccano

le fantasiose opere del Seicento veneziano.

Nata nel XVI secolo grazie al successo

del vetro veneziano in Europa e grazie

alla diaspora dei vetrai muranesi verso Paesi

Bassi, Germania, Inghilterra e Spagna, la

produzione “à la façon de Venise” continua

per due secoli, ed in pittura trova riflesso in

mostra nel dipinto Lot e le figlie di Alessandro

Tiarini (1577-1668), in cui le figlie del

patriarca servono al padre del vino in un calice

veneziano. La mostra documenta la produzione

veneziana ed europea settecentesca

a imitazione di quella boema, testimoniando

la crisi economica veneziana e il nascere di

nuove centri produttivi. La svolta settecentesca

nella storia del vetro è dovuta a nuove

tecniche nate nell’Europa del nord e all’utilizzo

di nuovi materiali, come il piombo e il

potassio. Catalogo Silvana Editoriale.

fERRARA

cASTEllO ESTEnSE

fInO Al: 2 GIuGnO 2022

DE PISIS.

Il SEnSO DEllE cOSE

Nella Sala dei Comuni del Castello Estense,

una mostra documenta uno dei filoni

più noti della produzione di De Pisis: la

natura morta marina. Una importante opera

entra ad arricchire le collezioni delle

Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea

di Ferrara: il dipinto di Filippo de

Pisis, Natura morta marina con peperoni,

una melanzana e una conchiglia. La tavola

è stata acquisita nel marzo 2021 dal Ministero

della Cultura su proposta dell’Ufficio

Esportazione di Venezia per le Gallerie

dell’Accademia e concessa in deposito al

museo ferrarese. L’opera, eseguita nel

1946 durante un soggiorno a Venezia, documenta

lo stile maturo di De Pisis, caratterizzato

da tocchi rapidi di pennello, e da

un’atmosfera ariosa, delicata, rarefatta. Il

cielo e il mare sono due strisce lontane,

mentre sulla spiaggia deserta, in un’atmosfera

sospesa e immobile, sono raffigurati

gli ortaggi e una solitaria conchiglia dalle

tenere tonalità rosacee e dai riflessi madreperlati.

Quest’opera è esposta in questa

mostra dossier unitamente ad una selezione

di olii e litografie di De Pisis appartenenti

ai musei civici ferraresi. In queste

composizioni, il tema nasce dalla dialettica

fra l’infinitamente piccolo (una conchiglia,

degli ortaggi abbandonati sulla sabbia) e

l’infinitamente grande (il mare sullo sfondo

e il cielo appena segnato da qualche nuvola).

Opere in cui De Pisis concilia le sue

riflessioni metafisiche - maturate a seguito

dei contatti con De Chirico e Carrà - con

quell’attaccamento alla realtà dei sentimenti

e delle cose che aveva sviluppato

leggendo Pascoli, Govoni, Palazzeschi e

Comisso. Esemplare è la Natura morta con

il martin pescatore (1925), in cui è raffigurato

il tema pascoliano del ricordo, mentre

nelle atmosfere misteriose e sospese delle

Cipolle di Socrate e delle nature morte marine,

realizzate tra il 1927 e il 1932, il poeta-pittore

riconsidera il legame con la metafisica

di De Chirico, conosciuto a Ferrara

nel 1915. Completano il percorso sette litografie

eseguite da De Pisis tra il 1945-46

a corredo di alcune sue poesie.

fORlì

MuSEI SAn DOMEnIcO

DAl: 27 MARZO 2021

fInO Al: 10 luGlIO 2022

DA TIZIAnO A cHAGAll, 200 cA-

POlAVORI InDAGAnO Il MISTERO

DEllA MADDAlEnA

Una mostra con oltre 200 opere dedicate

alla figura di Maddalena, a cura di Cristina

Acidini, Paola Refice e Fernando Mazzocca,

e supportata da un comitato scientifico

presieduto da Antonio Paolucci. Nelle undici

sezioni dell’esposizione, capolavori di

maestri di ogni tempo: da Masaccio a Sandro

Botticelli, da Tiziano ad Antonio Canova,

da Tintoretto a Guido Reni, e poi

Crivelli, Bellini, Van der Weiden, Donatello,

Perugino, Veronese, Hayez, Delacroix,

fino a Marc Chagall, Giorgio De Chirico,

Bill Viola, solo per citarne alcuni. Partendo

dall’arte paleocristiana, il percorso della

mostra decolla verso il Medioevo, il Rinascimento

e il Barocco, sino alle rappresentazioni

otto e novecentesche, dove secondo

i curatori “Maddalena diventa l’emblema di

una protesta e del dramma di un’epoca”.

Dipinti, sculture e splendide miniature,

arazzi, argenti e opere grafiche evidenziano

come il mito di Maddalena abbia pervaso

l’immaginario cristiano dell’Occidente.

Collegata a episodi della vita e della morte

di Gesù di Nazareth, prima ancora degli

apostoli Maria di Magdala riceve il compito

di annunciare il messaggio della Resurrezione.

Ma il suo passaggio sulla terra non

lascia tracce nella storia ufficiale: la figura

di Maddalena è frutto di leggendari travisamenti.

Vizi e virtù, malizie e desideri proibiti

che aleggiano attorno al suo personaggio

sono il frutto di duemila anni di storia.

E l’arte riveste un ruolo di primo piano in

questo processo. “Maria di Magdala, la

Maddalena”, è tra le figure più rappresentate

nella storia dell’arte. Attorno alla sua

figura gli artisti hanno creato nei secoli iconografie

complesse e mutevoli, destinate a

grande successo e a capillare diffusione”,

racconta la curatrice Cristina Acidini. Figura

in alto: Francesco Hayez, S. Maria

Maddalena penitente nel deserto, 1825.

Olio su tela, cm 125x102x4. Collezione

Franco Maria Ricci, Labirinto della Masone,

Fontanellato (Parma).


A l I A E fuORI cOnfInE

GAllARATE (VA)

MA*GA

fInO All’8 MAGGIO 2022

unTITlED - Michele lombardelli

(cremona, 1968)

Questa mostra ripercorre i diversi linguaggi

di Michele Lombardelli, evidenziando

come l’interesse, la ricerca e il

pensiero laterale dell’artista si muovano

contemporaneamente verso la pittura come

segno, l’immagine fotografica come testo,

il libro come oggetto d’indagine, e il suono

come materia di esplorazione e dimensione

priva di misure e confini. Al MA*GA una

serie di dipinti recenti, fondati su variazioni

cromatiche e geometriche che ridefiniscono

il concetto di astrazione, dissolvendo

qualsiasi connessione referenziale

con la rappresentabilità del reale. Nella

poetica di Lombardelli, le opere pittoriche,

così come le fotografie e i progetti sonori

e musicali si allontanano dall’idea di sintesi

o referenzialità del segno e dell’immagine

per dare spazio alla presenza muta e

allo stesso tempo sonante del significante.

Ogni lavoro si pone come frammento ed

elemento di un discorso estetico intenzionalmente

mai concluso. Per Lombardelli

l’opera sembra essere segno in cui significato

e significante si scambiano e ruotano

in una mobilità continua, dimensione in cui

centro e origine sono assenti e la logica

della causalità sovvertita. Ogni volta che

la poetica si definisce in una forma, sia

essa plastica, visiva o sonora questa non è

mai fissata in modo definitivo e diviene

parte di un sistema aperto, dinamico e di

continue correlazioni e rimandi tra i percorsi

indagati, i linguaggi sperimentati e i

diversi esiti formali raggiunti. L’opera di

Lombardelli estremamente libera nelle

scelte dei mezzi espressivi (dipinto, fotografia,

disegno, serigrafia, suono) e dei

supporti (tela/tavola, carta, moquette, ceramica,

vinile) è caratterizzata da una vocazione

ambientale e da una qualità espansiva

in cui scorre una costante e sottile tensione

tra equilibrio e precarietà, disordine

e controllo: elementi di una dialettica ancor

più serrata quando l’artista performa il

suono. Per l’occasione è stata pubblicata la

monografia Michele Lombardelli. Untitled

(Postmediabooks).

GEnOVA

PAlAZZO DucAlE

DAll’11 fEBBRAIO 2022

fInO Al: 22 MA GGIO 2022

cAPOlAVORI DAl MuSéE

MARMOTTAn MOnET DI PARIGI

A Genova, dopo il successo al Palazzo

Reale di Milano, 50 capolavori provenienti

dal Musée Marmottan Monet di Parigi

presentano una parte della produzione

artistica di Monet, con le opere a

cui l’artista teneva di più, le “sue” opere,

quelle conservate gelosamente nella casa

di Giverny fino alla morte, quelle da cui

non ha mai voluto separarsi.

Nelle sue tele, Monet ha sempre unito il

suo amore per la natura con l'arte, ed ha

creato e riprodotto giardini ovunque abbia

vissuto. Sebbene trascorresse molto del

suo tempo a Parigi e viaggiasse molto in

Francia e all’estero, Monet preferì la

campagna e visse per più di cinquant’anni

lungo la Senna, accrescendo sempre più

il suo interesse per il giardinaggio, per le

aiuole che allietavano le sue prime case

ad Argenteuil e per i suoi magnifici giardini

a Giverny, che divennero un piacere

per gli occhi, un luogo rilassante per contemplare

la natura e fonte di ispirazione.

La sua casa a Giverny può essere considerata

come il luogo di rinascita per lo

stesso artista; una sequenza di nuovi elementi

dettati da una brillante innovazione

formale, geografica e di ricerca stilistica

che lo ha portato a interessarsi sempre di

più soggetti impregnati di nuova lirica e

colori vivaci. In mostra opere come le sue

amatissime e iconiche Ninfee (1916-1919

ca.), Iris (1924-1925 ca.), Emerocallidi

(1914-1917 ca.), Salice piangente (1918-

1919 ca.), le varie versioni de Il ponte

giapponese e la sua ultima e magica opera

Le rose (1925-1926 ca.). Ma non solo.

Verdeggianti salici piangenti, viali di rose

e ponticelli giapponesi fanno da cornice

a una natura ritratta in ogni suo più sfuggente

attimo, variazione di luce, tempo o

stagione.

lEccE

fOnDAZIOnE BIScOZZI | RIMBAuD

DAl: 6 fEBBRAIO 2022

fInO Al: 25 SETTEMBRE 2022

SAlVATORE SAVA.

l’AlTRA SculTuRA

La Fondazione Biscozzi | Rimbaud dedica

una mostra a Salvatore Sava, classe 1966,

importante scultore salentino. Due sue opere

- Sentieri interrotti del 1998 e Rosa selvatica

del 1999 - fanno parte dell’allestimento permanente

della sede museale della nuova

Fondazione leccese, in virtù dell’ammirazione

nutrita per lui dalla coppia di collezionisti

costituita da Luigi Biscozzi (scomparso

nel settembre del 2018) e dalla moglie Dominique

Rimbaud, attuale presidente della

Fondazione. In mostra una trentina di lavori,

che coprono un ampio arco della produzione

dell’artista, che vanta critiche di Luciano

Caramel e di Giuseppe Appella. Curatore

della mostra è il direttore scientifico Paolo

Bolpagni, che ha voluto esporre anche diverse

opere inedite - di datazione fra gli anni

Novanta e oggi - che svelano aspetti rimasti

in ombra, ma meritevoli di grande attenzione.

L’artista usa per le sue creazioni materiali

e media differenti, tra cui il ferro, la

pietra leccese, l’acciaio, e recentemente i

colori fluorescenti. In particolare, sono

esposti per la prima volta i cicli dei “neri”

polimaterici, dei lavori in legno, in resina,

in fibra di vetro e smalto, dei collages metallici

su cartone, che rivelano un lato diverso

dell’artista. Per l’artista, che resta

fedele alla terra del Salento, è importante il

tema della natura, e anche il dramma della

xylella, il batterio che ha distrutto una grande

parte dei secolari ulivi, è stato interiorizzato

nelle sue opere. Alcune recenti sculture

di Sava evocano arbusti disseccati, nei quali

la natura vegetale è stata sostituita dal metallo

e dalla pietra, come a seguito di una

metamorfosi dovuta ai disastri ambientali

minacciano l’umanità.


104

MOSTRE D’A R T E In I T

MAMIAnO DI TRAVERSETOlO (PR)

fOnDAZIOnE MAGnAnI-ROccA

fInO Al: 3 luGlIO 2022

lucIO fOnTAnA.

Autoritratto

Questa mostra prende il via dal legame il maestro

dello Spazialismo e la storica dell’arte

Carla Lonzi, allieva di Roberto Longhi, che ha

rivoluzionato l’idea della critica con il suo libro

di interviste Autoritratto. Accardi Alviani Castellani

Consagra Fabro Fontana Kounellis

Nigro Paolini Pascali Rotella Scarpitta Turcato

Twombly edito da De Donato, Bari, nel 1969.

Composta di circa cinquanta opere, la mostra

è curata da Walter Guadagnini, Gaspare Luigi

Marcone, Stefano Roffi. Carla Lonzi (Firenze

1931 - Milano 1982) ha collaborato con gallerie

e periodici, presentando poi il lavoro di

Carla Accardi alla Biennale di Venezia del

1964. Nello stesso periodo, inizia a raccogliere

interviste ad artisti, edite nel volume Autoritratto

del 1969. Ogni artista espone riflessioni

sulle proprie ricerche, sul sistema dell’arte e

sulla propria vita privata. Emergono le idee di

complicità tra il critico e l’artista, con giudizi

schietti da parte di Fontana su artisti come

Jackson Pollock e Robert Rauschenberg. Autoritratto

segna anche l’uscita di Carla Lonzi

dal sistema dell’arte per fondare, l’anno seguente,

il gruppo Rivolta Femminile. L’esposizione

segue il dialogo tra Fontana e Lonzi,

con lavori che toccano i momenti salienti della

ricerca di Fontana, che riteneva che l’arte dovesse

essere vissuta attraverso una nuova dimensione,

all’interno della quale entravano

anche nuove tecnologie e materiali. Esposte

opere di vari periodi, dalle sculture degli anni

Trenta ai “Concetti spaziali” dagli anni Quaranta

ai Sessanta, oltre ai “Teatrini” e alle “Nature”

bronzee; New York 10 del 1962, pannelli

di rame con lacerazioni e graffiti, in dialogo

con la luce evoca la modernità della metropoli,

e La fine di Dio, 1963, grande opera realizzata

a olio, squarci, buchi, graffiti e lustrini su tela,

emblematica della concezione spazialista e religiosa

dell’artista. Il percorso si chiude con

opere di E. Baj, A. Burri, E. Castellani, L. Fabro,

P. Manzoni, G. Paolini, P. Scheggi, della

collezione personale di Fontana. Suggestive le

fotografie scattate da Ugo Mulas a Fontana.

Una peculiarità del progetto è il file audio della

conversazione originale e integrale, dove si può

ascoltare la voce di Fontana.

Foto in alto: Lucio Fontana, Concetto spaziale.

Attese. 1961. Idropittura su tela. 100x84 cm.

MIlAnO

PAlAZZO REAlE DI MIlAnO |

SAlE DEGlI ARAZZI

DAl: 3 MARZO 2022

fInO Al: 3 APRIlE 2022

RITRATTE - DIRETTRIcI DI MuSEI

ITAlIAnI

Nelle Sale degli Arazzi a Palazzo Reale di Milano

la mostra fotografica promossa e prodotta

da Palazzo Reale, Comune di Milano

Cultura e Fondazione Bracco per valorizzare

l’expertise femminile presentando le professioniste

che dirigono i luoghi della cultura italiani.

Il progetto artistico con gli scatti d’autore

del fotografo Gerald Bruneau si colloca

nell’impegno della Fondazione per valorizzare

le competenze femminili e contribuire al

superamento dei pregiudizi, così da incoraggiare

una sempre più nutrita presenza di donne

in posizioni apicali. La mostra documenta

vita e conquiste professionali di 22 donne alla

guida di primarie istituzioni culturali del nostro

Paese, in 14 città italiane da Nord a Sud:

da Trieste a Palermo, da Napoli a Venezia per

citarne solo alcune. Il soggetto principale di

“Ritratte” è la leadership al femminile. I musei,

“luoghi sacri alle Muse”, sono spazi dedicati

alla conservazione e alla valorizzazione

del nostro patrimonio artistico. Inoltre, sono

imprese con bilanci e piani finanziari, che

contribuiscono alla nostra economia. Dirigere

tali istituzioni comporta competenze multidisciplinari,

un connubio di profonda conoscenza

della storia dell’arte e di capacità

gestionali e creative.

Tra le protagoniste della mostra figurano i ritratti

di Francesca Cappelletti, Direttrice della

Galleria Borghese di Roma; Emanuela Daffra,

Direttrice Regionale Musei della Lombardia;

Flaminia Gennari Santori, Direttrice delle

Gallerie Nazionali Barberini Corsini di Roma;

Anna Maria Montaldo, già Direttrice Area

Polo Arte Moderna e Contemporanea del Comune

di Milano; Alfonsina Russo, Direttrice

del Parco Archeologico del Colosseo; Virginia

Villa, Direttrice Generale Fondazione Museo

del Violino Antonio Stradivari di Cremona;

Rossella Vodret, Storica dell’arte, già Soprintendente

speciale per il patrimonio storico artistico

ed etnoantropologico e per il Polo Museale

della città di Roma; Annalisa Zanni, Direttrice

del Museo Poldi Pezzoli di Milano.

Fondazione Bracco è impegnata per contribuire

alla costruzione di una società paritetica,

in cui il merito sia il criterio per carriera e visibilità.

MIlAnO

MuSEO DIOcESAnO cARlO MARIA

MARTInI

DAll’ 11 MARZO 2022

fInO Al: 5 GIuGnO 2022

lA PASSIOnE. ARTE ITAlIAnA DEl ‘900

DAI MuSEI VATIcAnI. DA MAnZù A GuT-

TuSO, DA cASORATI A cARRà

Nel museo milanese, 40 opere dei maggiori

artisti del Novecento italiano, provenienti dai

Musei Vaticani, interpretano la Passione di

Cristo. La mostra è a cura di Micol Forti e

Nadia Righi, e copre un ampio arco del Novecento

italiano, in particolare il periodo tra le

due guerre mondiali. Esposte opere di protagonisti

dell’arte contemporanea italiana, quali

Felice Casorati, Carlo Carrà, Marino Marini,

Ottone Rosai, Renato Guttuso, Fausto Pirandello,

Pericle Fazzini, Giacomo Manzù, e

nomi meno noti, quali Aldo Carpi, Giuseppe

Montanari, Antonio Giuseppe Santagata, Felice

Carena, Gerardo Dottori, capaci di interpretare

la Passione di Cristo come segno della

sofferenza e, nel contempo, di considerare la

sua Resurrezione come speranza. Il percorso

inizia con un focus su episodi che precedono

la Passione di Cristo, come il Bacio di Giuda

di Giuseppe Montanari e Felice Casorati, e la

Flagellazione di Salvatore Fiume. Le sale centrali

sono dedicate alla Crocifissione, dalla tela

di Gerardo Dottori del 1927, al Crocifisso

bronzeo di Giacomo Manzù del 1937, dal bassorilievo

di Marino Marini del 1939, ai disegni

di Renato Guttuso, alla Via Crucis di

Pericle Fazzini del 1957-1958 per la chiesa di

Santa Barbara a San Donato Milanese. La mostra

prosegue con il tema della Pietà e della

Deposizione, con Carlo Carrà, Felice Carena,

Francesco Messina, Marino Marini e chiude

con un disegno e un bozzetto in bronzo di Pericle

Fazzini. Una sezione è riservata alla figura

di Paolo VI. Qui alcuni bozzetti per la

Via Crucis realizzati tra il 1960 e il 1961 da

Guido Strazza per la chiesa di Ponte Lambro,

nella periferia sud-est di Milano. Catalogo Silvana

Editoriale. Foto in alto: F. Casorati - Crocifissione

- 1951-1952.


A l I A E fuORI cOnfInE

ROMA

cHIOSTRO DEl BRAMAnTE

fInO All’ 8 GEnnAIO 2022

cRAZY. lA fOllIA nEll’ARTE cOn-

TEMPORAnEA

A Roma, 21 artisti con oltre 11 installazioni realizzate

appositamente per CRAZY. Per la prima

volta le opere d’arte invadono anche gli spazi

esterni del Chiostro, in quanto la follia non ha

limiti. Basta pensare ad artisti quali Vincent

Van Gogh e Ligabue, per comprendere che la

percezione del mondo è del tutto personale e

talvolta sfocia nella follia. In mostra, nulla è

scontato a favore di un’esplosione creativa capace

di espandersi, come le colate di pigmento

di Ian Davenport sulla scalinata esterna tra piano

terra e primo piano, e di modificare la percezione

spaziale, come gli ambienti di Lucio

Fontana (1968) e Gianni Colombo (1970).

Un’onda d’urto che invade ogni stanza, dal bookshop

con il lavoro di Max Streicher, alle

scale interne con 15000 farfalle nere di Carlos

Amorales, sino all'immersione totalizzante di

Fallen Fruit/David Allen Burns e Austin Young

nella Sala delle Sibille, come omaggio all’iconografia

e alla tradizione della pittura italiana:

uno spazio normalmente dedicato al relax del

pubblico, con vista sull’affresco di Raffaello

nella Chiesa di Santa Maria della Pace, diventa

un’immersione nell’arte. Un’energia che modifica

il punto di vista e impone di guardare in

ogni direzione: Thomas Hirschhorn sfonda un

soffitto; Janet Echelman fa sbocciare fiori sopra

la testa dei visitatori; Alfredo Pirri riveste il pavimento

con specchi rotti e calpestabili; i candelabri

sospesi in cera di Petah Coyne parlano

di precarietà e fragilità. L’imprevedibilità e il

fervore ideativo regalano forti salti espressivi

fra le opere, dai neon di Alfredo Jaar al video

che indaga la costruzione identitaria tra riferimenti

culturali e citazioni letterarie di Yinka

Shonibare CBE, fino all’installazione realizzata

con materia filiforme e colorata da Hrafnhildur

Arnardóttir / Shoplifter. Foto in alto: Fallen

Fruit/David Allen Burns e Austin Young, Chiostro

del Bramante, 2022 I Ph. Giovanni De Angelis.

ROVERETO

MART

fInO Al: 18 APRIlE 2022

cAnOVA TRA InnOcEnZA E PEccATO

In occasione del secondo centenario della morte

dell’artista, il Mart celebra lo scultore Antonio

Canova (1757 - 1822). Una grande mostra analizza

l’attualità della sua opera nei linguaggi

contemporanei. Con la sua arte Canova, massimo

esponente del Neoclassicismo italiano, ha

incarnato l’ideale di una bellezza senza tempo,

fondata su principi di armonia, misura, equilibrio.

La sua ricerca, ricca di rimandi al passato,

si apre al futuro, lasciando in eredità un ideale

estetico ancora attuale. Con oltre 200 opere la

mostra documenta come Canova abbia influenzato

i linguaggi contemporanei, presentando alcune

tra le più significative esperienze artistiche

nel campo della fotografia e della scultura. In

un allestimento nel quale predominano il bianco

e il nero, il vero protagonista è il corpo. Se alcuni

degli artisti in mostra scelgono di idealizzarlo

o estetizzarlo, altri descrivono una bellezza

anti-canonica e “anti-canoviana” che contempla

e contiene il suo contrario. La mostra si

snoda in cinque sezioni in cui opere di Canova

si confrontano con quelle di artisti contemporanei.

L’ambiente centrale della mostra presenta

suggestivi dialoghi tra Canova e i più grandi fotografi

di nudo del Novecento: Helmut Newton;

Jean-Paul Goude, Robert Mapplethorpe, Edward

Weston, Irving Penn, Horst P. Horst. Una

vera e propria indagine sulla perfezione della

tecnica e della forma. A questi fanno da contraltare

i fotografi che hanno perseguito ricerche di

segno opposto, come Miroslav Tichý, Jan Saudek

e Joel-Peter Witkin. Infine, una sezione è

dedicata ai fotografi che hanno prestato il loro

obiettivo alla documentazione e all’interpretazione

dell’arte di Canova: i fratelli Alinari, Aurelio

Amendola, Paolo Marton, Massimo Listri,

Luigi Spina. Nella piazza del museo al centro

della fontana è esposta l’opera dello scultore

Fabio Viale che ama sovvertire, tatuandoli, i capolavori

dei maestri classici.

ROVIGO

PAlAZZO ROVEREllA

fInO Al: 26 GIuGnO 2022

KAnDInSKIJ.

l’OPERA / 1900-1940

La retrospettiva curata da Paolo Bolpagni e Evgenia

Petrova, per il Roverella di Rovigo, approfondisce

la ricerca su Vasilij Kandinskij, per

iniziativa della Fondazione Cassa di Risparmio

di Padova e Rovigo, con la collaborazione del

Comune di Rovigo. «Dopo alcune mostre mirate

a porre in risalto singoli aspetti di Kandinskij,

l’obiettivo di questo progetto è di aiutare

a cogliere l’arco unitario del percorso dell’artista»,

anticipano i curatori. Ciò avverrà «individuandone

le costanti che, dai primi anni del

Novecento sino alla fine, innervano il suo modo

personalissimo di dipingere: la ricerca di

un’autenticità interiore, la volontà di creare un

mondo visivo nuovo e libero, il riferimento alla

musica, l’irrazionalismo spiritualistico e il legame

con l’arte popolare russa e soprattutto

con le espressioni creative dei popoli della Siberia,

le cui tracce agiscono alla stregua di un

fil rouge. La componente musicale e quella etnografica

rivelano una comune radice spiritualistica».

Il tutto mentre prende vita il graduale

passaggio dalla figurazione all’astrazione, che

si impone come chiave di volta di una rivoluzione

radicale della pittura nella prima metà del

XX secolo. Il fascino di Kandinskij sta anche

nella sua imprendibilità, nello sfuggire a spiegazioni

razionali. E l’obiettivo dell’esposizione

è di analizzare il costante mutare ed evolvere

della sua arte evocativa e visionaria, anzitutto

nel passaggio fondamentale dalla figurazione

all’astrattismo, nella dialettica tra libertà e-

spressiva e princìpi ordinatori. Il percorso della

mostra prende avvio dagli esordi dell’artista, a

Monaco di Baviera, per approfondire poi il suo

approdo a Murnau e la scoperta dello “spirituale

nell’arte”, per sfociare quindi nel magico

momento del “Cavaliere azzurro” e della conquista

dell’astrattismo (1911-1914). Poi il ritorno

in Russia (1914-1921) e l’esperienza al

Bauhaus (1922-1933), sino agli ultimi anni in

Francia. Un percorso che entra nel vivo di tutti

i momenti creativi della vita di Kandinskij, documentandola

attraverso una sequenza di opere

concesse da musei russi e da numerose istituzioni

europee.


102

MOSTRE D’A R T E In I T

TORInO

WunDERKAMMER GAM - GAllERIA

cIVIcA D’ARTE MODERnA E cOnTEM-

PORAnEA

fInO All’ 8 MAGGIO 2022

cARlO lEVI - VIAGGIO In ITAlIA:

luOGHI E VOlTI

In occasione dei 120 anni dalla nascita di

Carlo Levi, la GAM di Torino, in collaborazione

con la Fondazione Circolo dei lettori, dedica

all’artista questa mostra per rileggerne la

figura di pittore, scrittore, intellettuale, giornalista,

protagonista della vita culturale del

Novecento italiano. Con 30 dipinti realizzati

tra il 1923 e il 1973 si documenta la vita dell’artista,

tra Nord e Sud dell’Italia. Opere che

testimoniano la sua ricerca stilistica, partita da

una pittura ‘oggettiva’, per poi volgere verso

uno stile espressionista, e infine sfociare, nel

secondo dopoguerra, in un moderno realismo.

La scelta dei curatori Elena Lowenthal e Luca

Beatrice analizza due filoni dell’arte figurativa

di Levi, il ritratto e il paesaggio, con 11 dipinti

provenienti dalla Fondazione C. Levi di Roma,

8 opere attinte dal patrimonio della GAM,

oltre che dalla Pinacoteca C. Levi di Aliano

(MT) e da collezioni private. I ritratti sono dipinti

dedicati sia ai familiari che a personaggi

del mondo della cultura e della politica italiana

e straniera. Tra le 25 opere di Levi custodite

dalla GAM, esposti 8 lavori, tra cui importanti

ritratti, come Edoardo Persico che legge del

1928, che testimonia l’amicizia con questo intellettuale,

vicino alle aspirazioni dei pittori

che formarono il gruppo dei “Sei di Torino”.

Intensi anche il Ritratto di Carlo Mollino e il

piccolo e familiare autoritratto A letto, scelto

alla Biennale di Venezia nel 1930. Opera rilevante

I fratelli, anch’esso acquistato alla Biennale

di Venezia del 1954. Dalla Fondazione

Carlo Levi di Roma, istituita per volontà testamentaria

dell’artista, provengono paesaggi naturali

e vedute urbane, l’altro tema costante

nella produzione di Levi che, dal 1926 al 1974,

raffigura le città che frequenta: Torino, Alassio,

Parigi, la Lucania e Roma. In mostra, La

casa Bombardata del 1942 e Tetti di Roma del

1951, Lungomare realizzato ad Alassio nel

1928 e Gli amanti della terra del 1973. Catalogo

edito da Silvana Editoriale.

TRIESTE

MuSEO REVOlTEllA

DAl: 4 fEBBRAIO 2022

fInO Al: 5 GIuGnO 2022

MOnET E GlI IMPRESSIOnISTI

In nORMAnDIA

A Trieste oltre 70 opere raccontano il movimento

impressionista e i suoi legami con

la Normandia. In questa regione, pittori

come Monet, Renoir, Delacroix e Courbet

- in mostra insieme a molti altri - colgono

la bellezza del paesaggio imprimendo sulla

tela i cambiamenti del cielo, lo scintillio

dell’acqua e le valli verdeggianti della Normandia.

La mostra è incentrata soprattutto

sul patrimonio della Collezione Peindre en

Normandie - tra le collezioni più rappresentative

del periodo impressionista - affiancata

da prestiti provenienti da Musée

Marmottan Monet di Parigi, dal Belvedere

di Vienna, dal Musée Eugène-Boudin di

Honfleur e da collezioni private e ripercorre

le tappe salienti della corrente artistica:

opere come Falesie a Dieppe (1834)

di Delacroix, La spiaggia a Trouville

(1865) di Courbet, Camille sulla spiaggia

(1870) di Monet, Tramonto, veduta di

Guernesey (1893) di Renoir - tra i capolavori

esposti - raccontano gli scambi, i confronti

e le collaborazioni tra gli artisti che

hanno trovato in Normandia il piacere di

dipingere. Furono gli acquarellisti inglesi

come Turner e Parkes che, attraversata la

Manica, trasmisero la loro capacità di tradurre

la verità e la vitalità naturale ai pittori

francesi: gli inglesi parlano della Normandia,

della sua luce, delle sue forme ricche

che esaltano i sensi e l’esperienza visiva.

Luoghi come Dieppe, l’estuario della Senna,

Le Havre, la spiaggia di Trouville, il litorale

da Honfleur a Deauville, il porto di

Fécamp – rappresentati nelle opere in mostra

al Museo Revoltella - diventano fonte

di espressioni artistiche di grande potenza.

VARESE

cASTEllO DI MASnAGO

DAl: 4 fEBBRAIO 2022

fInO Al: 2 OTTOBRE 2022

GIAPPOnE: DISEGnO E DESIGn |

DAI lIBRI IlluSTRATI MEIJI AI

MAnIfESTI D’ARTE cOnTEMPORAnEA

Questa mostra, a cura della prof.ssa Rossella

Menegazzo e della dott.ssa Eleonora Lanza,

si apre con dei video sulla tecnica silografica

giapponese e di presentazione dell’editore

d’arte Unsōdō di Kyoto, che conserva le matrici

originali da cui nacque gran parte delle

opere in mostra. Cinque le sezioni: la prima,

La tradizione pittorica si fa design, presenta

volumi in policromia con motivi decorativi

utilizzati come modelli da applicare su tessuti

e manufatti d’arte. La seconda sezione, Immagini

di “Fiori e uccelli”: realismo o naturalismo?

mostra volumi illustrati in inchiostro

nero e pochi tocchi di colori tenui con

soggetti di fiori e uccelli, un genere tipico della

pittura giapponese su rotoli, paraventi, porte

scorrevoli. Nella sezione seguente, Libri di

modelli e motivi decorativi, i libri esposti

presentano modelli decorativi per tessuti, kimono

e giacche haori, ventagli, vasi e manufatti

artigianali. La quarta sezione, Luoghi

reali, luoghi immaginari, riporta al Giappone

reale del tempo con riproduzioni dei luoghi e

dei momenti celebrati nei libri e nelle stampe

policrome tra cui il Monte Fuji e ospita la

mappa del Giappone del 1876 con le nuove

province dell’arcipelago. La quinta sezione,

Manifesti d’artista: guardando al passato, parlando

al futuro, presenta 60 poster provenienti

dagli archivi della Fondazione Dai Nippon

Printing di Tokyo, con opere dei più noti

graphic designer del dopoguerra. I poster evidenziano

gli sviluppi della decoratività giapponese

classica e il passaggio dal disegno

(zuan) al design. Foto in alto: Kamisaka

Sekka, Mille erbe [Cose di tutti i generi] (Chigusa),

vol.1, silografia policroma, Unsōdō,

Kyoto 1903 (Meiji 36), Biblioteca Civica di

Varese.


A l I A E fuORI cOnfInE

AuSTRIA - VIEnnA

BElVEDERE

fInO Al: 29 MAGGIO 2022

DAlì E fREuD

Al Belvedere di Vienna una mostra accende

i riflettori sul legame tra Dalì e

Freud, ripercorrendo in ordine cronologico

il periodo che va dalla scoperta di Freud

da parte di Dalí, fino al loro personale incontro.

A Vienna, il 25 aprile del 1937,

mentre Salvador Dalí effettuava il suo

check-in al Krantz-Ambassador Hotel,

sperava di incontrare finalmente il suo

idolo Sigmund Freud.

Il pittore degli orologi molli, l’artista delle

giraffe in fiamme, delle donne dalle teste

di rosa, degli uomini dalle sembianze di

pesce, dei paesaggi fuori dal tempo, sperava

di ottenere dall’intellettuale il riconoscimento

del suo approccio creativo, incentrato

sulla teoria psicoanalitica che il

pittore considerava il suo contributo più significativo

al Surrealismo. L’incontro tra

l’artista dall'espressione altezzosa e i baffi

all'insù e il padre della psicoanalisi avvenne

solo un anno dopo, quando, il 19 luglio

1938, a Londra, grazie all’intercessione

del suo mecenate Edward James e

dello scrittore austriaco Stefan Zweig,

Dalí, con sottobraccio la sua ultima opera,

La metamorfosi di Narciso, incontrò finalmente

il suo idolo. “Per Dalí - spiega il curatore

Jaime Brihuega - la lettura di Freud

apre una prospettiva completamente nuova

sul mondo. Attraverso le teorie di

Freud, l’artista riesce a comprendere paure,

fantasie, desideri e frustrazioni. Questa

esperienza lo ha anche incoraggiato a trasformarli

in immagini che sono entrate a

far parte del nostro patrimonio storico-artistico”.

Fig. in alto: S. Dalí, Acadèmia

neocubista, 1926, Barcellona, Museu de

Montserrat, donata da Josefina Cusí ©

Salvador Dalí, Fundació Gala-Salvador

Dalí / Bildrecht, Vienna 2022

fRAncIA - PARIGI

MESTInI MuZEJ (MuSEO cIVIcO)

DAl: 12 APRIlE 2022

fInO Al: 17 luGlIO 2022

GAuDì

Il Musée d’Orsay ospita una grande mostra

che ripercorre la carriera di Antoni

Gaudí, uno degli architetti più noti del

primo Novecento nonché uno dei più

originali e brillanti esponenti del modernismo.

Molti dei suoi edifici figurano

nella lista dei patrimoni dell’umanità

dell’UNESCO. L’esposizione, organizzata

in collaborazione con il Museu Nacional

d’Art de Catalunya, si concentra

sul processo creativo di questo singolare

artista che ha rivoluzionato l’architettura

della Catalogna tra la fine del XIX e

l’inizio del XX secolo.

Attraverso progetti, modelli e creazioni

spettacolari come mobili mai esposti in

Francia, la mostra intende offrire una

nuova visione di Gaudí e mettere in luce

il suo approccio alla resa dello spazio e

all’uso dei colori, elementi preponderanti

nei suoi interventi. Ad arricchire il

percorso espositivo film, fotografie e documenti

dell’epoca che testimoniano la

vitalità della carriera dell’architetto, ma

anche gli sconvolgimenti sociali, politici

e urbanistici che hanno segnato la Barcellona

di inizio XX secolo.

SVIZZERA - cHIASSO

M.A.x. MuSEO

DAll’ 8 MAGGIO 2022

fInO Al: 25 SETTEMBRE 2022

VITO nOTO. 40 AnnI DI GRAfIcA

E DESIGn. Il SEnSO DEllE

IDEE

La mostra, curata da Mario Piazza e Nicoletta

Ossanna Cavadini, ripercorre l’iter

creativo e professionale di Vito Noto, mostrando

l’iter concettuale dal quale sono

nati i progetti che hanno caratterizzato la

sua carriera. La rassegna propone oltre un

centinaio di pezzi fra modelli, prototipi, disegni

tecnici, bozzetti preparatori, studi di

logo, prodotti e macchinari. La sua vasta

produzione comprende il visual design, il

product design e l’industrial design.

Prima di iniziare la sua specifica formazione

sul design, Vito Noto ha conosciuto

Max Huber. Conseguito il diploma alla

Scuola Politecnica del Design, ha proseguito

la formazione a Zurigo, Parigi e Amburgo,

per poi rientrare in Cantone Ticino

aprendo uno studio a Cadro. Si dedica a

progetti importanti soprattutto nel settore

industriale tessile, per ditte svizzere e italiane

di alto calibro, così come nell’ambito

labomedicale. Si occupa inoltre di corporate

image, di branding e identità visiva

anche per ditte del territorio ticinese. Si è

dedicato anche al disegno di francobolli

svizzeri e alla realizzazione di monete

commemorative per la Confederazione elvetica.

Tra i vari riconoscimenti, si ricorda

le due edizioni (1985, 1990) di Die gute Industrieform,

il Design Preis Schweiz (1995)

con il progetto F.A.M.E. Hamilton, l’ADI

Design Index (2002). Diversi suoi progetti

sono stati selezionati per Compasso d’Oro.



Franco Secci

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


Roma Contemporanea

Mostra d’arte

La Acca International in

collaborazione con il

Prof. Vittorio Sgarbi

comunica che sono aperte

le adesioni per

Roma Contemporanea,

le prestigiose mostre che saranno

organizzate per il biennio 2022/23 presso Palazzo della Cancelleria sita nel centro di

Roma sede storica della

Cancelleria Apostolica ed unica nel suo genere.

Sono ammesse le diverse espressioni artistiche (pittori, scultori, fotografi, acquarellisti,)

e per ogni artista saranno scelte due opere. Le mostre sono, curate da Fabrizio Sparaci,

Alessandra Antonelli, Giorgio Barassi e Roberto Sparaci che fanno parte, inoltre, del comitato

scientifico per la selezione degli artisti.

Agli eventi sarà dato ampio risalto sulle maggiori testate giornalistiche on-line,

sui social e a mezzo riprese tv, oltre che interamente pubblicati sul sito

www.accainarte.it

ACCA

International

INFO:

329 4681684 – 388 6378032 – 392 2289810

acca@accainarte.it

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