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BSKT #11

Il numero di aprile 2022 di BSKT, il magazine ufficiale di Aquila Basket Trento.

Il numero di aprile 2022 di BSKT, il magazine ufficiale di Aquila Basket Trento.

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APRILE 2022

JOHNATHAN

WILLIAMS

Il talento silenzioso

PARTIZAN BELGRADO

La leggenda di Obradovic

EARTH DAY

La storia, il futuro

ANGELIKA RAINER

La regina del ghiaccio

L’OSPITE

Andrea Meneghin


BSKT – Il magazine di Aquila Basket

Numero 11/ Aprile 2022

Registrazione Tribunale di Trento n° 1275

del 10 gennaio 2006

Direttore Responsabile:

Luigi Longhi

Redazione:

Francesco Costantino Ciampa e Marcello Oberosler

Direttore Artistico: Daniele Montigiani

Grafica e impaginazione:

Lorenzo Manfredi

Hanno collaborato:

Martina Quintarelli, Andrea Bonetti, Andrea Orsolin,

Esteban Trueba e Shaki

Fotografie:

Daniele Montigiani, Dragana Stjepanović,

Ciamillo&Castoria.

Redazione:

Piazzetta Lunelli, 8 -12 – 38122 Trento Tel. 0461

931035, e-mail: bskt@aquilabasket.it

Spazi pubblicitari:

marketing@aquilabasket.it

Tipografia:

Grafiche Dalpiaz - Via Stella, 11/B, 38123 Ravina TN

© Copyright Aquila Basket Trento srl

Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questa rivista

può essere riprodotta con mezzi grafici, meccanici,

elettronici o digitali. Ogni violazione sarà perseguita

a norma di legge.

Numero chiuso alle ore 23 di venerdì 26 marzo 2022

5 I EDITORIALE

6 I AMARCORD

8 I BEST OF SEASON

10 I HELLO MY NAME IS

Francesco Costantino Ciampa

12 I LA COPERTINA

Johnathan Williams

17 I L’AVVERSARIA

Partizan Belgrado

21 I IL PERSONAGGIO

Daniel Hackett

27 I SPECIALE EARTH DAY

31 I EARTH DAY

Angelika Rainer

33 I EARTH DAY

Lara Naki Gutmann

35 I L’OSPITE

Andrea Meneghin

38 I MONDO STATISTICHE

40 I CINEMA&SPORT

He Got Game

41 I LIBRI&SPORT

La leggenda di Maci

42 I CAST

Gioiellerie Obrelli

44 I APPUNTI SPARSI

46 I THE NEW SHAKI

Scegli Cavit, bevi responsabilmente.


05 | EDITORIALE

UOVA DI PASQUA

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*Iniziativa esclusa dal DPR 430/2001 in quanto premio non suscettibile a valore economico

Nelle scorse settimane il C.A.S.T., il consorzio delle aziende che

supportano Aquila, ha organizzato grazie al lavoro del presidente

Roberto Locatelli e della dottoressa Sara Biasioni, un incontro con

il Consorzio Basket Universo Treviso. Una giornata intera (presenti

una quarantina di aziende trentine e altrettante trevigiane) trascorsa

nella bella città e ospitati dagli amici veneti in un clima di amicizia e

collaborazione, uniti dalla passione per lo sport più bello del mondo.

A molti potrebbe sembrare una piccola cosa, una delle tante idee

realizzate da Aquila. In realtà si tratta di una iniziativa di straordinaria

importanza, tanto da far interessare i media mass media nazionali.

Nell’incontro con il sindaco di Treviso Mario Conte alla presenza

del primo cittadino di Trento Franco Ianeselli, ho ricordato

come l’appuntamento sia un piccolo passo verso un futuro molto

importante.

Ma perché un evento straordinario? Primo perché è la prima volta che

dei Consorzi di società sportive si incontrano in maniera strutturata

per iniziare un percorso B2B (business to business); secondo perché

si è usciti dagli orizzonti di ciascuno per allargare conoscenze ed

esperienze. Terzo, ma non meno importante, perché si inizia a

discutere su come improntare sotto tutti i punti di vista (giuridico,

governance, sociale, sportivo), un consorzio che è proprietario

di una società sportiva. Sono tutti temi determinanti per il futuro

della pallacanestro italiana. I mecenati sportivi sono ormai merce

rara, abbiamo, quindi, bisogno di dotarci di strumenti efficaci per

affrontare i prossimi anni. Per raggiungere l’obiettivo serve un

coinvolgimento di tutte le componenti e i consorzi sono una delle più

importanti. Percorrere strade innovative fa parte del nostro essere

e ci sprona a diffondere pensieri e idee nuove che insieme a tutti

i soggetti interessati possono far germogliare frutti importanti.

Sono proprio i momenti più difficili che fanno aumentare la creatività

e quindi ecco che abbiamo tante sfide davanti a noi.

Per questo ringrazio il C.A.S.T. che si è assunto un compito

importante con obiettivi ambiziosi che sono certo saranno raggiunti

grazie alla coesione di tutti coloro che operano per Aquila Basket.

Il Pres


6 | AMARCORD

6 Novembre 2018, Belgrado

Eurocup, Partizan Nis Belgrado

VS Dolomiti Energia Trento

Nella foto: Il Capitano Toto Forray

esce dall’area applaudito dai tifosi

del Partizan

Daniele Montigiani


8 | BEST OF SEASON

6 Marzo 2022, Trento

LBA Serie A, Dolomiti Energia

Trentino VS Banco di Sardegna

Sassari

Nella Foto: Il primo ingresso

in campo a Trento per Dominique

Johnson

Daniele Montigiani


10 | HELLO MY NAME IS

Hello

my name is

G R U P P O K O N I G P R I N T

NOME:

FRANCESCO CIAMPA

.....................................................................................................

SOPRANNOME:

CIAMPION

......................................................................................

IN AQUILA DA:

DAL 1 LUGLIO 2021, SONO UN NOVIZIO

................................................................................

TI OCCUPI DI:

RESPONSABILE MARKETING E

COMUNICAZIONE.

.................................................................................

GIOCATORE AQUILA PREFERITO:

TOTO FORRAY

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SPORT PREFERITO:

RUGBY, ANCHE SE TUTTI

CONOSCONO LA MIA

PASSIONE CALCISTICA DALLE

TINTE GIALLO-BLU

.................................................

IG, FB O TW:

INSTAGRAM,

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PRINCIPALE PREGIO:

MI DEFINISCONO UN

CREATIVO.

........................................

PRINCIPALE DIFETTO:

LA

DISORGANIZZAZIONE. E

POI FUMO SIGARI

...............................................

MATERIA PREFERITA:

LATINO, SICURAMENTE.

...........................................................

ANIMALE PREFERITO:

L’ORSO

........................................................

VACANZA PREFERITA:

VALLERANO, IL PICCOLO

BORGO DELLA TUSCIA

........................................................

CITTÀ DOVE VIVERE:

VALENCIA

........................................................

HOBBY:

IL CINEMA, PRIMA DI TUTTO

PIATTO PREFERITO:

PASTA E BROCCOLI COME PRIMO. IL CARCIOFO ALLA

GIUDÌA MI MANDA IN ESTASI

.................................................................................................

VINO O BIRRA:

VINO

............................................................................

LIBRO O FILM:

C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA COME

FILM. FURORE DI STEINBECK COME

LIBRO

...........................................................................

SERIE TV PREFERITA:

BORIS

.................................................................................

ATTORE E ATTRICE PREFERITI:

ELIO GERMANO E JASMINE TRINCA

.......................................................

CANZONE PREFERITA:

ENGLISHMAN IN NEW YORK

.....................................................

BICICLETTA O

MONOPATTINO:

BICI

.................................................

CANI O GATTI:

CANI, IL MIO ZENO

.............................................

ESTATE O INVERNO:

ESTATE

...........................................

TIRO DA TRE O

SCHIACCIATA:

LA PALLA DEVIATA

..........................................................

IDOLO SPORTIVO:

NICOLA FERRARI,

IL BOMBER DI CONDINO

........................................................

IL TUO SALUTO AI LETTORI:

VOLEVO RINGRAZIARE

TUTTI QUELLI (E SONO TANTI)

CHE MI HANNO ACCOLTO

CON AFFETTO E CHE MI

FANNO SENTIRE A CASA

OGNI GIORNO CHE PASSA.

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12 | LA COPERTINA

Johnathan,

talento

silenzioso

DI MARCELLO OBEROSLER

FOTO DI DANIELE MONTIGIANI

Un ragazzo introverso ma

rassicurante, silenzioso ma

deciso, allegro anche se non lo

vedrete sorridere molto: Johnathan

Williams non è sempre facile da

capire e interpretare,

ma dentro le pieghe di un

personaggio che ne ha viste e

vissute di tutti i colori c’è un uomo

determinato a fare strada, con le

idee chiare e con la voglia di crescere

giorno dopo giorno.

Non scontato per un giocatore che

nel giro di tre anni si è ritrovato

a passare dalle rotazioni NBA

di Lakers e Wizards al basket

europeo, un mondo che ha avuto

bisogno di tempo per comprendere

appieno. Eppure paradossalmente,

ripensando alle tappe della sua

carriera, Johnathan sceglie proprio

l’annata a Los Angeles da compagno

di squadra tra gli altri di LeBron

James come il periodo più duro della

sua carriera: un anno che per noi

tifosi si traduce negli highlights su

YouTube in cui duetta con The King,

e che invece ha significato enormi

sacrifici e instancabile lavoro.

Johnathan, spiegaci un po’ come

è andata quella stagione.

È stata davvero impegnativa,

a livello fisico e mentale.

Ogni giorno lavoravo come fosse

il più importante della stagione,

ed essendo un giocatore “twoway”

dovevo essere disponibile

sia per le partite e gli allenamenti

della NBA che per quelle della

G-League. Bisognava sempre farsi

trovare pronti, in NBA il livello di

competizione per tutti i giocatori è

altissimo: ho avuto l’opportunità di

avere spazio nella massima lega

mondiale, ho cercato di sfruttarla

sempre al massimo.

E soprattutto sono cresciuto tanto

grazie ai consigli e alle indicazioni

di due geni del gioco come LeBron

James e Rajon Rondo.

Non fu una stagione semplice

per i Lakers, ma vestire quella

maglia a Los Angeles dev’essere

stato speciale.

I Lakers sono una delle squadre

più vincenti della storia della NBA,

tutti sognano di poter giocare per

organizzazioni del genere: con la

maglia gialloviola hanno giocato

campioni che vanno oltre

al tempo come Kobe Bryant

e Magic Johnson.

Però sono stato molto felice

anche della mia esperienza a

Washington con i Wizards: Bradley

Beal è un realizzatore fantastico,

e in squadra con me c’erano Ish

Smith, un veterano che mi ha preso

letteralmente sotto la sua ala,

e il mio ex compagno all’università

Rui Huchimura.

A proposito di college, come è stata

la tua carriera universitaria?

Ho giocato i miei primi due anni

a Missouri, poi ho avuto la chance di

unirmi ad un programma ambizioso

“I Lakers

sono una

delle squadre

più vincenti

della storia

della NBA,

tutti sognano

di poter giocare

per organizzazioni

del genere”


“Beh da piccolo

volevo fare in tutto

e per tutto quello

che faceva mio fratello

Johnny: lui giocava

a baseball,

così ho iniziato

anche io

con quello”

e di grande prestigio come Gonzaga

dove abbiamo raggiunto le finali

NCAA nel 2017, era una storica prima

volta per i Bulldogs: perdemmo in

finale contro North Carolina.

Ma fu un’esperienza fantastica,

ho solo ottimi ricordi di quegli anni

in cui ebbi anche la fortuna di giocare

per coach Mark Few che è stato uno

degli allenatori migliori che abbia

mai avuto.

Hai fatto il bracket prima della

March Madness quest’anno?

No, in effetti no. Però ovviamente tifo

Gonzaga, sono emozionato del fatto

che giocheranno anche a Memphis

che è la città in cui sono nato. Il

basket NCAA è molto spettacolare

e incerto, mi piace guardarlo. Ma

seguo ovviamente molto anche la

NBA, che rimane il campionato

migliore del mondo,

e ultimamente sto seguendo anche

un po’ di Eurolega. A Madrid gioca

Nigel Williams-Goss con cui ho

giocato a Gonzaga e che è un mio

ottimo amico, è la scusa buona

per vedere un po’ di partite sue

e della maggiore competizione

europea.

È un gioco che ti piacere in tutte le

sue forme insomma.

Sì, diciamo che è stato amore

a prima vista, anche se tutto è nato

un po’ per caso.

Racconta.

Beh da piccolo volevo fare in tutto

e per tutto quello che faceva mio

fratello Johnny: lui giocava

a baseball, così ho iniziato anche

io con quello. Un giorno però venne

colpito piuttosto forte da una palla da

baseball e decise di cambiare sport,

così anche io lo imitai

e cominciammo entrambi con la

pallacanestro. Mi sentivo molto a mio

agio, portato per questo sport quasi

naturalmente.

Al liceo ho capito che lo avrei potuto

far diventare la mia professione,

mentre mio fratello oggi si occupa di

tutt’altro. Però rimane sempre

un grande esempio per me.

E’ stato duro l’impatto con l’Europa,

il gioco un po’ diverso, la vita un po’

diversa?

All’inizio le cose che ho sofferto di

più sono state la distanza da amici

e famiglia e la barriera linguistica,

ma poi ci si abitua. Cerco di sfruttare

il tempo fuori dal campo per fare

qualcosa di costruttivo, da un po’

sono nel campo degli investimenti

real estate. Potrebbe essere quello

il mio futuro dopo la carriera da

giocatore, sono laureato in Business

Management e ho un master.

Non so se starò nel mondo della

pallacanestro dopo il ritiro.

A Trento come valuti la tua

stagione?

Avevamo cominciato molto bene

in campionato, in EuroCup per

un motivo o per l’altro non è mai

scattata la scintilla quest’anno:

però sono contento di come il gruppo

stia stringendo i denti e provando

a combattere contro le avversità,

siamo una squadra molto unita

anche fuori dal campo e devo dire

che vado molto d’accordo anche con i

ragazzi italiani con cui magari

ci potevano essere più differenze tra

lingua e cultura. La cucina italiana?

Se la gioca con quella messicana in

cima alle mie preferenze.

Fuori dal campo che tipo sei?

Silenzioso, tranquillo. Mi piace

trascorrere tempo con la mia

famiglia, gli amici. E oltre al

business mi concedo qualche film

e serie TV: sono un grande fan del

regista Christopher Nolan, scelgo

Interstellar come mio film preferito.

Come serie, al momento

so guardando “Snowfall”.

Dateci un occhio, ma poi il weekend

se giochiamo in casa vi voglio tutti

alla BLM Group Arena!

“Potrebbe essere

quello il mio futuro

dopo la carriera

da giocatore,

sono laureato in

Business Management

e ho un master.

Non so se starò

nel mondo della

pallacanestro dopo

il ritiro”


17 | L’AVVERSARIA

Fucina di talenti,

ecco a voi

il Partizan

DI FRANCESCO COSTANTINO CIAMPA

FOTO DRAGANA STJEPANOVIC

È

difficile trovare una data d’inizio

perché ce ne sarebbero troppe.

Facciamo un esercizio di stile

e poniamo gli Europei di Roma

del 1991 come architrave della

nostra costruzione.

La Yugoslavia si chiama ancora

Yugoslavia e la sua squadra

di basket è un concentrato purissimo

di talento: Perasovic (sì, l’allenatore

del Kazan), Djordievic (si, Sasha),

Kukoc (sì, quello di The Last Dance),

Paspalj (sì, quello che fumava 130

sigarette al giorno), Danilovic (sì,

quello del tiro da quattro contro

la Fortitudo), Divac (sì, quello che

ha insegnato basket in California),

Komazec (sì, quello che ha insegnato

basket a Varese), Radja (sì,

quello che ha esaltato Roma

e non solo) e Savic (sì, quello che ha

reso la Virtus leggenda…insieme a

Danilovic e altri bravini). E, poi,

c’era Zoran Sretenovic.

Chi? Beh, non che fosse proprio uno

sconosciuto visto che aveva vinto

tre Coppe dei Campioni con Spalato.

Giusto, ma vicino al playmaker

di Belgrado ci doveva essere

un suo connazionale che, per inciso,

era anche il capitano di quella parata

di stelle: Zeljko Obradovic.

Stiamo parlando di un trentunenne

ancora nel pieno delle sue forze

reduce dal campionato del mondo

vinto nel 1990. Bene, in quell’estate

del 1991 la nazionale plava finisce

il proprio camp di preparazione

agli Europei nella cittadina di Porec

e lascia liberi i propri giocatori per

una notte prima di partire alla volta

dell’Italia.

E proprio in quella notte, Obradovic

viene chiamato dal board del Partizan

Belgrado che gli propone di lasciare

il basket giocato e di diventare

l’allenatore della squadra.

Quando? Subito. Il Nostro chiama

l’allenatore della Nazionale Ivcovic

e gli comunica che non sarà del

torneo e che da quel momento

i due saranno colleghi.

Obradovic è innamorato del Partizan,

dei suoi colori, della sua gente. Lui

che è nato e cresciuto cestisticamente

a Cacak, 150 chilometri a Sud di

Belgrado, ma che nel 1984 vestirà una

maglia per sempre sua.

Per lui è una chiamata del cuore, non

può rifiutare. Certo, Zeljko

è giovane. Dovrà allenare giocatori

che, fino a un minuto prima, erano

suoi compagni di squadra.

Difficile capire come andrà, i dubbi ci

sono. Istanbul, 14 aprile 1992: Sasha

Djordievic infila sulla sirena

il più iconico dei canestri e il Partizan

diventa campione d’Europa battendo

in finale la Joventut Badalona. Ok,

dubbi non ce ne sono più.

Una squadra formata da soli slavi,

una squadra con i leader formati nel

proprio settore giovanile,

una squadra allenata da un ragazzo

che ha il sangue bianco e nero.

Il Partizan Belgrado è pura leggenda.


“Un nome su tutti:

Dule Vujosevic.

C’è lui dietro

la seconda ondata

di “mostri”

che troverà piena

maturazione

nella straordinaria

vittoria in coppa

Korac nel 1989”

A cominciare dagli anni ’70 quando

la generazione dei Dalipagic (visto in

tarda età anche a Venezia e Verona)

e dei Kikanovic (due stagione a

Pesaro) riuscì a mettere il nome

del club sulla cartina geografica del

basket europeo vincendo due coppe

Korac (la vecchia Eurocup, tanto per

intenderci), la prima nel 1978

contro il Bosna Sarajevo e la seconda

nel 1979 contro gli italiani della

Sebastiani Rieti.

È l’inizio di una mistica che fa

di questa squadra un modello di

riferimento per tutta la pallacanestro

europea. Un modello fatto di talento

ma, soprattutto, di sacrificio

e maniacale cura dei fondamentali.

Un modello in cui gli allenatori

non sono solo maestri in palestra

ma assurgono al ruolo di veri e

propri santoni. Un nome su tutti:

Dule Vujosevic. C’è lui dietro la

seconda ondata di “mostri” che

troverà piena maturazione nella

straordinaria vittoria in coppa Korac

nel 1989, avversaria di turno è la

Vismara Cantù (lo avete capito,

anche gli italiani dettavano legge…

ma stavano cominciando a perdere

terreno). Quella è la squadra di

Sasha Djordievic e Vlade Divac ma

è, soprattutto, la squadra di Predrag

Sasha Danilvoc, il figlioccio prediletto

di Dule. Fast forward. 1994,

palazzetto San Filippo:

il Basket Brescia gioca un anonimo

campionato di serie B d’eccellenza

ma in panchina c’è Vujosevic, durante

una altrettanto anonima partita

di campionato si verifica l’incredibile

quando fa la sua apparizione sua

maestà Danilovic tra lo sconcerto

dei pochi presenti.

Il campione affermato rende

onore al suo mentore. Perché

essere del Partizan non significa

solo indossare una maglia ma è,

soprattutto, rimanere attaccati a

un cordone ombelicale che ti nutre

quotidianamente e ti definisce come

giocatore e come uomo. E in un

infinito meccanismo

di riconoscimento dei ruoli,

Danilovic diventa presidente del

club nel 2001 e chi chiama come

allenatore? Facile, Vujosevic.

È l’inizio di una nuova Golden Age con

la Final Four di Eurolega conquistata

nel 2009 facendo leva su risorse

economiche limitate che, però,

ben si sposavano con l’ennesima

infornata di giovani virgulti dalla faccia

tosta e dalla mano caldissima unita a

un paio di americani (Lawrence

e McCalebb) fortissimi.

Il Partizan viene eliminato ai

supplementari dall’Olympiacos del

serbo Teodosic e perde, sempre ai

supplementari, la finalina col CSKA.

È l’ultimo, grande, squillo di un club

che sta vivendo, manco a dirlo,

un nuovo cambio di pelle in campo

ma che può contare sempre su quella

che è, a buon diritto, la caratteristica

che lo definisce come uno dei

più affascinanti del mondo: il suo

pubblico. Stipati nella vecchia (1973)

Pionir Arena (vero, dal 2016 si chiama

Nikolic...), trovano ottomila anime

torride che vengono guidate dal tifo

organizzato dai Grobari, i becchini.

Un nome che spiega molto bene il

carattere intimidatorio della curva

bianco-nera. Un valore aggiunto

che rende ogni trasferta in terra serba

una vera e propria via crucis per le

squadre avversarie. Non bastasse la

forza attuale di una squadra guidata

da un allenatore il cui nome mette

i brividi (di ammirazione)

al solo nominarlo. Questo è il Partizan

Belgrado, signori.

L’ultimo avversario di Trento in

Eurocup.

“Il Partizan

viene eliminato

ai supplementari

dall’Olympiacos

del serbo Teodosic

e perde, sempre

ai supplementari,

la finalina

col CSKA”


21 | IL PERSONAGGIO

Hackett,

il colpo

dell’anno

DI MARCELLO OBEROSLER

FOTO CIAMILLO&CASTORIA

“A Los Angeles

è il primo di sempre

a firmare

una tripla doppia,

ed è tra

i protagonisti

della vittoria

della Pac 10”

Ha le radici tra Forlimpopoli e

Pesaro, dove è cresciuto. Ha

il cognome del padre, Rudy,

cestista che ha sfiorato la NBA e

che negli anni ’80 ha giocato a lungo

in Italia dove ha conosciuto Katia,

imolese. Daniel Lorenzo Hackett

ha il cuore e il sangue freddo da

campione assoluto.

A trentaquattro anni uno degli

esterni più forti del basket europeo

ha deciso di tornare in Italia, e di

farlo vestendo la maglia della Virtus

“pigliatutto”.

Un colpo con cifre da capogiro (si

parla di un milione all’anno fino al

2024) ma che proietta le Vu Nere

verso una dimensione europea da

Eurolega e che regala alla Serie A

un giocatore e un personaggio da

prima, primissima pagina. Non solo

per il valore tecnico e cestistico di

un giocatore che nella sua carriera

è sempre costantemente migliorato

di anno in anno, ma anche per

le qualità di leadership, durezza

mentale, esperienza.

Daniel è uno di quei giocatori che

sa che cosa serva per vincere,

e che non solo lo sa, ma lo fa:

non è per caso che si vestono le

maglie di Treviso, Pesaro, Siena,

Milano, Olympiacos, Bamberg e

CSKA Mosca, oltre a quella della

Nazionale. Che si vince tutto quello

che Daniel ha vinto in Italia

e in Europa.

La storia comincia sul lungomare

di Pesaro, giovanili della VL: il

giovane Daniel mostra lampi da

promessa, si intravede il potenziale

di un grande atleta dal grande

impatto difensivo e con un arsenale

d’attacco tutto da costruire. A 15 anni

salpa verso gli Stati Uniti alla ricerca

di occasioni: finisce il Liceo alla St.

John Bosco High School, poi entra

a USC, l’Università della Southern

California. È il perfetto trampolino

di lancio verso le alte sfere celesti

del basket: al college è compagno

di squadra, tra gli altri, di future

stelle NBA come Demar DeRozan,

Nikola Vucevic, Jaj Gibson, OJ Mayo

(con il quale avrà peraltro qualche

storia tesa). A Los Angeles è il

primo di sempre a firmare una tripla

doppia, ed è tra i protagonisti della

vittoria della Pac 10. Una prima volta

assoluta nella storia dell’università.

Hackett è uno di quei giocatori a cui

il tabellino delle statistiche spesso

non rende giustizia per la quantità di

piccole grandi cose che determinano

l’andamento di un possesso, di

un periodo, di una partita, della

stagione. Un giocatore di grande

intelligenza cestistica, impulsivo ma

sotto controllo: qualità che sviluppa

ed assembla anno dopo anno,

rimettendosi in gioco continuamente

e cambiando tante squadre. La

freccia però punta sempre in alto: il

rientro in Italia è a Treviso, poi Daniel

si sposta a Pesaro, quindi da Pesaro

alla Mens Sana Siena. La squadra


“Nel 2013

vince tutto quello

che si può vincere

con la squadra

e a livello individuale

MVP delle Finali,

della Coppa Italia

e della Supercoppa”

con cui “diventa” Daniel Hackett. Nel

2013 vince tutto quello che si può

vincere con la squadra (Scudetto,

Supercoppa e Coppa Italia, tutti trofei

poi revocati) e a livello individuale

(MVP delle Finali, della Coppa Italia e

della Supercoppa). Pochi mesi dopo il

grande salto all’Olimpia Milano, con

cui però riuscirà a vincere un altro

Scudetto l’anno successivo, piegando

in Finale proprio la “sua” Siena: è

l’estate che, a seguito della celebre

“fuga” dal ritiro della Nazionale, gli

costa sei mesi di squalifica e una

relazione con l’Azzurro difficile da

risanare. Daniel Hackett, prendere o

lasciare.

All’estero decidono di prendere,

eccome. L’Olympiacos lo firma

con un ricco biennale per fare

da “guardia del corpo” all’eterno

Spanoulis, un ruolo che reciterà poi

anche a Bamberg (con Nikos Zisis)

e infine a Mosca, dove alla corte di

coach Itoudis e del CSKA diventa

uno dei giocatori simbolo della

corazzata russa. Solleva finalmente

un’Eurolega nel 2019, il trofeo che ti

consegna alla storia. Nel salutarlo, il

CKSA lo ha definito una delle colonne

degli ultimi anni della squadra: non

male per uno su cui spesso sono

circolati dubbi e perplessità.

Il suo motto è “Keep Pushing”.

Continua a spingere. Un campione

che profuma di Die Hard Mentality

che per colpa della guerra lascia la

Russia e arriva in Italia. A Basket

City. Alla Virtus Bologna. A rafforzare

un gruppo fortissimo che con lo

Scudetto 2021 già cucito sul petto

cerca il bis e lo cerca in maniera

spettacolare. Non c’è dubbio alcuno

che Daniel Lorenzo Hackett sia il

colpo dell’anno. Bentornato in Italia.


27 | EARTH DAY

Earth

Day

Everyday

DI ANDREA BONETTI

FOTO DANIELE MONTIGIANI

L’ anima Green di Aquila Baket.

“Save the Earth, it’s our playground”.

Questo slogan esprime in maniera

efficace perché la salvaguardia

dell’ambiente rappresenta una sfida

da cui nessuno può sentirsi escluso. I

cambiamenti climatici, l’esaurimento

delle risorse, la deforestazione,

l’inquinamento dei corsi d’acqua,

solo per citare alcuni esempi, sono

passati da essere temi di discussione

nei convegni di settore a realtà

tangibili. La tempesta Vaia, che nel

2018 ha devastato i boschi delle

Dolomiti, lo ha fatto capire con tutta

la sua irruenza: è giunto il momento

di scendere in campo.

Aquila Basket, consapevole di

rappresentare un territorio montano

che basa gran parte della sua unicità

sulla simbiosi tra uomo e natura, si

è impegnata dal 2019 a celebrare la

Giornata Mondiale della Terra (22

aprile) attraverso un progetto con

due obiettivi specifici: sensibilizzare

sui temi ambientali e coinvolgere

attivamente tutte le anime del club,

tifosi compresi, nell’ottenere risultati

concreti.

Da queste premesse è nata la

prima edizione dell’Aquila Basket

Earth Day: una giornata in cui il

bianconero lascia spazio al verde e

lo sport diventa uno strumento per

raggiungere e coinvolgere migliaia di

persone.

Una maglia speciale a tinte “green”,

una settimana di comunicazione

dedicata a consigli e pratiche per

salvaguardare l’ambiente, una

camminata da piazzetta Lunelli alla

BLM Group Arena il giorno della

partita assieme ai tifosi in una vera

e propria “marcia” per raggiungere

il palazzetto “a impatto zero”. Dopo

la vittoria con Pistoia, spazio infine

ad un’asta per le canotte indossate

dai giocatori il cui ricavato è stato

devoluto alla S.A.T. per un progetto

di ripristino dei sentieri boschivi

martoriati dalla tempesta Vaia.

È stato grazie al coinvolgimento di

tutti, sponsor compresi, se la prima

edizione dell’Aquila Basket Earth

Day ha rappresentato un successo

tale da porre le basi per trasformare

l’iniziativa in un appuntamento fisso

della stagione.

Nel 2020, purtroppo, il Covid

ha segnato la fine anticipata

della stagione e la conseguente

impossibilità di dare seguito alle

idee e agli obiettivi della seconda

edizione. Senza perdersi d’animo,

e sviluppando ulteriormente alcuni

spunti, è bastato attendere il 2021

per ampliare ulteriormente il

progetto coinvolgendo anche gli

studenti dell’Istituto Martino Martini

di Mezzolombardo.

Nell’ambito dell’alternanza scuolalavoro,

per l’edizione 2021 si è deciso

di lavorare assieme agli studenti per

fare tesoro della spiccata sensibilità

per i temi ambientali che le nuove

generazioni hanno dimostrato


“Momento centrale

dell’Aquila Basket

Earth Day 2021

è stato il videomeet

nel quale i ragazzi si

sono confrontati con

sei partner

del progetto”

attraverso le mobilitazioni, le

marce dei “Fridays for the Future”

e l’impegno diretto in progetti di

sostenibilità ambientale.

Fra idee, proposte e tanta voglia di

essere coinvolti, gli studenti hanno

voluto approfondire il tema dell’acqua

e del suo spreco, presentandoci dei

progetti ricchi di azioni da mettere

in campo per coinvolgere i loro

coetanei nel sensibilizzare il maggior

numero di persone possibili. Ne è

nato un progetto che dall’inizio di

aprile alla Giornata Mondiale della

Terra ha coinvolto i ragazzi in una

#GoGreenChallenge sui social

nella quale ognuno veniva sfidato

a comunicare le piccole azioni

che intraprende ogni giorno per

risparmiare acqua o per ridurre il

proprio impatto sull’ambiente.

Alle sfide hanno partecipato anche

giocatori come Conti e Ladurner,

mentre tutta la squadra è stata

coinvolta in uno shooting con le

divise Nike “green edition”, indossate

poi nella vittoria in casa contro

Brindisi (purtroppo senza pubblico

a causa del Covid) e messe all’asta

per raccogliere fondi da destinare

al progetto “Tutti nello stesso

campo” dell’associazione La Rete

con l’obiettivo di portare l’acqua

in un orto coltivato da ragazzi con

disabilità.

Momento centrale dell’Aquila Basket

Earth Day 2021 è stato il videomeet

nel quale i ragazzi si sono confrontati

con sei partner del progetto (Dolomiti

Energia, La Sportiva, Trote Astro,

Codipra, Coldiretti e Netafim) i quali

hanno raccontato quanto l’acqua

sia centrale per le loro attività, dalla

produzione di energia elettrica

all’irrigazione a goccia, passando

per l’itticoltura di montagna,

l’utilizzo di materiali sostenibili e

la preservazione delle colture dalle

gelate.

Francesca Dallapè, medaglia

d’argento alle Olimpiadi di Rio 2016

nei tuffi, è stata coinvolta come

madrina dell’evento e ha raccontato

ai ragazzi il suo rapporto con l’acqua,

dallo sconfiggere la paura del primo

tuffo a costruire una carriera ai

massimi livelli in simbiosi con questo

elemento.

L’intero progetto è stato un successo

tanto da vincere il premio di “Miglior

Progetto Marketing” agli LBA

Awards 2021, i premi assegnati

dalla Legabasket alle eccellenze del

campionato. Questo riconoscimento,

oltre a premiare gli sforzi dello staff

e dei ragazzi, ha dimostrato quanto

sia fondamentale che un tema come

questo sia condiviso e sentito da tutte

le anime del club. Se è vero che la

forza comunicativa riesce a colpire

nel segno, è altrettanto vero che i

risultati concreti possono essere

raggiunti solo attraverso pratiche

quotidiane le quali, goccia dopo

goccia, rendono fertili anche i terreni

più aridi.

E nel 2022? Il tema sarà ancora

l’acqua, ma questa volta in una

consistenza diversa. In fondo, si

capisce l’importanza di qualcosa solo

mentre rischi di perderla. Lo avete

capito, no? Copritevi, farà molto

freddo.

“Se è vero che la forza

comunicativa riesce

a colpire nel segno,

è altrettanto vero

che i risultati

concreti possono

essere raggiunti solo

attraverso pratiche

quotidiane le quali,

goccia dopo goccia,

rendono fertili anche

i terreni più aridi”

PARTNER EARTH DAY


31 | EARTH DAY

Le regina

del

ghiaccio

DI ANDREA ORSOLIN

FOTO MARCO SERVALLI

Tra Angelika Rainer e il ghiaccio

c’è un rapporto di rispetto e di

attenzione, di grande passione

per le emozioni che una scalata

su una superficie così delicata può

dare. Classe 1986,

nata a Merano, in Alto Adige,

è diventata tre volte campionessa

mondiale di arrampicata su ghiaccio

e due volte vincitrice della Coppa

del mondo. Oggi abita ad Arco,

culla dell’arrampicata trentina,

dove si sta concentrando nella

scalata su roccia per provare ad

aprire qualche via difficile in zona.

Da qualche anno ha smesso con le

competizioni ufficiali, ma rimane

attiva come atleta con sempre nuovi

progetti da sperimentare in giro

per il mondo.

Angelika, raccontaci un po’ di te

e dei tuoi inizi con l’arrampicata.

Ho cominciato a 12 anni in palestra,

praticando l’arrampicata sportiva.

A 18 anni ho iniziato quasi per caso

a scalare il ghiaccio e per tanti anni

ho fatto gare di Coppa del Mondo.

Quali sono stati i tuoi più grandi

successi?

Ho vinto tre titoli mondiali

di arrampicata su ghiaccio e due

Coppe del Mondo.

Oltre alle gare ufficiali sono salita

sul gradino più alto anche in diversi

master internazionali come l’Elite

mixed climbing competition

a Ouray in Colorado ed il Red Bull

White cliffs event sull’isola di Wight.

Quali sono state le tue ultime

esperienze con il ghiaccio?

Ho fatto due viaggi in Islanda

per arrampicare sui ghiacciai,

una novità per me.

È un’arrampicata particolare,

rispetto alle solite cascate

ghiacciate. Questo ghiaccio

è diverso, è più compatto e più duro,

è più difficile battere la piccozza

e i ramponi. Dal punto di vista

sentimentale poter scalare in questi

luoghi è stato un privilegio.

Quali sono le tue discipline

preferite?

Mi piacciono tutte, è bello alternare

la roccia in estate e il ghiaccio

in inverno, così non mi annoio mai.

Certo, arrampicare sulle nostre

cascate di ghiaccio ha un fascino

unico.

Come ti approcci al tuo sport?

Ho un carattere ambizioso,

mi piace crescere per me stessa,

inseguire nuovi limiti, lavorare su

nuove discipline.

Nell’arrampicata non bisogna

allenare solo il corpo, ma anche

la testa. È uno sport dove l’aspetto

mentale ha un grande peso,

serve essere concentrati al 100%

durante la prestazione per trovare

appigli e appoggi giusti.

A volte bisogna anche combattere

con la paura.

Pratichi altri sport?

Una volta a settimana mi alleno con

la corsa, inoltre vado con la bici da

corsa e con la mountain bike

e mi piace camminare in montagna.

Non ho invece nessun talento per gli

sport con la palla.

Quando ero a scuola se arrivava un

pallone verso di me, io ero quella

che lo prendeva sul naso.

Cerco però di seguire un po’ tutti gli

sport e chissà che, vista la vicinanza

con casa mia, un giorno non venga

alla Blm Group Arena a fare il tifo

per l’Aquila Basket.


33 | EARTH DAY

Poesia

in

movimento

DI MARCELLO OBEROSLER

FOTO DIEGO BARBIERI

Lara Naki è il nome, Gutmann

il cognome. Età, poco meno di

20 anni. Segni particolari: un

carattere deciso, e una passione

enorme per il ghiaccio e per il

pattinaggio. Ah, ci sarebbero anche

due titoli italiani e la partecipazione

alle ultime Olimpiadi invernali. La

sua “casa” sportiva è il PalaGhiaccio

a Trento, lei che a Trento è nata

ma che vive a Rovereto. Tecnica,

eleganza, forza. Il pattinaggio

artistico è uno sport che emoziona

come pochi altri: la musicalità, la

leggerezza della danza sul ghiaccio,

quei salti irreali e quelle piroette a

velocità incredibili. Non si può non

rimanere affascinati dalla grazia

e dalla poesia di uno sport senza

tempo: se ne è innamorata quasi

per caso anche Lara, atleta delle

Fiamme Oro Moena, quando a

quattro anni in televisione vedeva

Carolina Kostner volteggiare sul

ghiaccio di Torino 2006 e se ne

innamorava a tal punto da chiedere

ai genitori di farla pattinare.

Lara, cosa ti ha conquistato del

pattinaggio?

La leggerezza, la fluidità sul

ghiaccio di Carolina era qualcosa

di speciale. Anche crescendo lei

è sempre stata una dei miei idoli,

anche perché italiana come me.

Un’altra straordinaria pattinatrice

che ho adorato è stata la coreana

Juna Kim. Avevano qualcosa di

diverso dalle altre, sembrava

facessero proprio un’altra cosa per

la qualità con cui facevano sembrare

tutto facile e naturale, per il modo in

cui interpretavano la musica.

Per arrivare a quei livelli di facile

però non c’è nulla…

Il pattinaggio è uno sport che

richiede tanti sacrifici, non c’è

dubbio. Impegno, costanza,

disciplina. Però è talmente bello

che ne vale la pena: fino allo scorso

anno ogni giorno andavo a scuola

e poi il pomeriggio pattinavo, oggi

seguo l’Università di scienze motorie

online e ho raddoppiato il tempo

sul ghiaccio sfruttando anche le

mattine. Poi ci sono gli allenamenti

in palestra, di danza classica

e contemporanea, l’attenzione

all’alimentazione e al sonno.

Il primo titolo italiano ha in parte

ripagato quegli sforzi.

La carriera e la vita giorno dopo

giorno di un’atleta come me si

basa sul raggiungere i propri

obiettivi. Ogni volta si alza un po’

l’asticella, e quando si raggiunge un

risultato la testa è già all’obiettivo

successivo. Tenere alta la tensione

e la concentrazione è determinante

in uno sport in cui i piccoli dettagli

fanno enormi differenze, e in questo

è fondamentale la presenza

e il ruolo del mio allenatore

Gabriele Minchio.

Mi segue da quasi dieci anni,

mi sprona sempre a perfezionarmi,

a non accontentarmi mai. C’è

sempre qualcosa da poter

fare meglio.

E a febbraio eri a Pechino per le

Olimpiadi: che immagine porti via

da quella esperienza?

La prima volta in cui sono entrata

sul ghiaccio del palazzetto. Non

era ancora un giorno di gare, tante

atlete non erano neppure ancora

arrivate in Cina. Sono entrata ed ero

da sola, nel silenzio rotto solo dal

rumore delle mie lame, a scivolare

sul ghiaccio su cui erano stampati,

enormi, i cinque cerchi olimpici. È

stato davvero emozionante.

Da qualche parte ci sarà qualche

bambina che come te 16 anni

fa avrà cominciato a pattinare

vedendoti in televisione…

Lo spero! Questo è uno sport

bellissimo che spero possa avere

sempre più partecipanti e sempre

più seguito.

A proposito, oltre al pattinaggio che

sport segui?

Fino a un annetto fa seguivo tanto

il tennis, oggi non mi dispiace la

NBA: è un mondo che mi ha molto

affascinato dopo aver visto la serie

Netflix su Michael Jordan, The Last

Dance, certo se non giocassero la

notte sarebbe più comodo seguirla!

Tra un allenamento e l’altro però

potrei accontentarmi e venire a dare

un’occhiata al basket italiano al

PalaTrento…


35 | L’OSPITE

Andrea Meneghin,

campione anche

al commento

DI MARCELLO OBEROSLER

FOTO CIAMILLO

Nel basket delle piattaforme

streaming e dei prodotti

digital, una delle voci

più riconoscibili e divertenti del

panorama nazionale è quella di

Andrea Meneghin: il figlio d’arte

classe ’74, campione d’Europa con

la Nazionale nel ’99, uno Scudetto

e una Supercoppa conquistate con

la sua Varese, una volta conclusa la

sua strepitosa carriera da giocatore

ha infatti seguito un lungo percorso

che lo ha portato a diventare

commentatore e “showman” della

pallacanestro. Tra le telecronache e

la co-conduzione della trasmissione

Basket Zone il “Menego” è

diventato uno dei riferimenti della

comunicazione cestistica e una delle

spalle tecniche più apprezzate da

spettatori e addetti ai lavori.

E’ un mondo a cui mi sono avvicinato

per caso, o per l’intuizione di altre

persone. Devo ringraziare Fabio

Guadagnini. Fu da lui che ricevetti

una chiamata a fine estate nel 2013,

mi propose di fare il commentatore

per la stagione di Eurolega che

sarebbe stata poi trasmessa da Fox.

Mi sembrava una bella occasione e

accettai, senza sapere bene quello

che mi aspettava.

Andrea, quale fu la sua prima

partita da telecronista?

Indimenticabile. Una partita di Siena

al Mandela Forum di Firenze: 16

ottobre 2013. Vinse il Galatasaray,

ma porto un bel ricordo di quel

debutto. L’inizio di un percorso.

L’evento più emozionante vissuto a

bordo campo?

Sono stati molti, ma scelgo le Final

Four di Eurolega ospitate da Milano,

in cui alla fine vinse il Maccabi.

L’intensità di quelle partite, all’atto

finale della massima competizione

europea, era davvero qualcosa di

unico e speciale.

Facciamo un passo indietro: dopo

aver smesso da atleta aveva

comunque intenzione di rimanere

nel mondo del basket?

Finita la mia carriera da giocatore

sono stato un anno fermo, poi ho

ricominciato a giochicchiare con

la Serie C ma poi mi sono arreso

all’età... L’anno successivo ho svolto

il corso allenatori a Bormio, ero

“compagno di classe” di Marco

Ramondino, uno che oggi è tra i

candidati al premio di allenatore

dell’anno in Serie A con la sua

Tortona. Ancora ci scherziamo su

quando ci incrociamo. Così poi

diventato allenatore mi sono subito

messo in gioco a Varese con i

giovani, e devo dire che lavorare con

i ragazzi è un’esperienza davvero

appagante, divertente,

che ti mantiene la mente

fresca e giovane. E’ una grande

soddisfazione vedere i gruppi

crescere durante la stagione,

percepire l’entusiasmo e la passione

dei ragazzi.

Però diciamolo, in televisione

commenta più “da giocatore” che

“da allenatore”...

Ah, su questo non c’è dubbio! In

ogni partita che vivo in cabina di

commento o in tribuna stampa

con cuffie e microfono mi metto

sempre nei panni dei giocatori

in campo, quasi li invidio perché

giocano partite importanti dello

sport più bello del mondo! So che

ci sono le giornate in cui va tutto

storto o quelle di grazia, conosco

le dinamiche tra avversari o con

gli arbitri. Cerco di far entrare le

persone in quella che è la testa di un

giocatore professionista in campo in

quel momento.

Però il basket è cambiato davvero

molto negli ultimi anni.

Non è cambiato lo sforzo dei

giocatori, i sacrifici che ti portano a

certi livelli. Poi certo, forse si vede

meno attenzione ai fondamentali

e un maggior livello di fisicità e

atletismo: oggi c’è la tendenza al

cercare con estrema continuità il

pick and roll centrale. Ma ripeto, il

basket è sempre basket.

La sua declinazione di

pallacanestro ideale è quella

europea?

Rispetto alla NBA preferisco

l’Eurolega, sì. Per prima cosa, ogni

partita ha un peso specifico molto

superiore e le squadre si danno

battaglia per 40’, è sempre molto

avvincente: e poi piano piano stiamo


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“Però Milano

quest’anno ha tutto

per inseguire i suoi

ambiziosi obiettivi:

sono lunghi, grossi

fisicamente,

tosti, esperti”

assistendo al grande ritorno dei

sistemi difensivi impenetrabili,

chiaro esempio Milano così come il

Fenerbahce o la Stella Rossa.

A proposito di Milano, crede che

l’Olimpia possa ambire ad arrivare

in fondo alla competizione?

Sì, anche se molto dipenderà dalle

condizioni anche fisiche con cui

le squadre si presenteranno al

momento decisivo della stagione:

il ricordo del 4-0 per la Virtus in

Finale Scudetto credo basti come

esempio per capire quello che

intendo. Però Milano quest’anno ha

tutto per inseguire i suoi ambiziosi

obiettivi: sono lunghi, grossi

fisicamente, tosti, esperti. Nei

finali di partita sono spesso stati

chirurgici. Replicare tutto questo

sotto pressione nelle partite senza

domani però chiaramente non è

facile.

Guardando alla Serie A italiana

invece c’è qualche giovane che l’ha

impressionata in questi mesi?

Rimango un po’ in “casa mia” e

nomino Virginio e Librizzi, due

giovani talenti di Varese che hanno

giocato minuti importanti con una

maglia pesante, e in un momento

di difficoltà della squadra sono stati

protagonisti di ottime prestazioni

e del cambio di passo di un club

dalla storia importante come quello

lombardo. E’ stato emozionante

vederli in campo in Serie A, io li

conosco bene. Però ci sono altri

rappresentanti della “generazione

Z” che stanno avendo spazio:

Spagnolo è fortissimo, Procida avrà

un grande futuro, Casarin avrei

voluto vederlo di più in campo a

Treviso ma si rilancerà dalla A2 con

Verona.

Da quest’anno sta anche lavorando

come co-conduttore di Basket Zone,

trasmissione tv sul mondo della

palla a spicchi in onda il mercoledì

sera su DMAX: come valuta

l’esperienza finora?

Mi diverto tantissimo, è

un’occasione in più per vivere

in maniera leggera lo sport,

analizzandolo e raccontando i suoi

protagonisti ma in modo gioioso e

giocoso. Non mancano le battute,

le ormai celeberrime “menegate”

e tanti temi che affrontiamo con il

fantastico Gianluca Gazzoli.

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38 | MONDO STATISTICHE

IL MIGLIOR MARCATORE: WILL COMMINGS

Mondo

statistiche

DI BASKET DATA SCOUTING

MIGLIORI MARCATORI EUROCUP

Arrivati ormai alla fine della fase a gironi andiamo ad osservare

i migliori marcatori della competizione. Will Cummings del

Metropolitans è il giocatore che in assoluto ha messo a referto più

punti di tutti, collezionandone 276 in 16 partite giocate (media di 17.2

punti a partita). McCollum, dell’ormai escluso Lokomotiv, rimane

attualmente il secondo in classifica pur avendo giocato solo 12 partite

(media di 22.2 punti a partita). Il podio è completato da Cobbs che

a Podgorica sta registrando la sua miglior stagione realizzativa in

Eurocup. A seguire, a soli due punti totali di distanza, due giocatori

di grande esperienza in campo europeo come Punter del Partizan

e Christon dell’Ulm. Successivamente troviamo Blossomgame,

compagno del sopracitato Christon. I due assieme producono 32.9

punti a partita e risultano la coppia più produttiva dell’Eurocup.

Chiudono la top ten dei marcatori due giocatori del Cedevita, Blazic e

Pullen, rispettivamente al settimo e decimo posto, Dylan Ennis di Gran

Canaria prima in classifica nel girone B, e Sulaimon del Bourg.

MIGLIORI MARCATORI IN EUROCUP PER ZONA

E PER TIPOLOGIA DI TIRO

Andiamo ora ad osservare i migliori marcatori da ciascuna zona del

campo e per tipologia di tiro. Il miglior marcatore in assoluto, Will

Cummings non poteva mancare. Infatti il play del Metropolitans risulta

il giocatore con più tiri dal campo realizzati (FG) e il miglior marcatore

da tre punti in posizione di guardia a sinistra del ferro. Homesley degli

Hamburg Towers, fuori dalla top ten solo per via del numero inferiore

di partite giocate, è il migliore per triple realizzate (3PT). A controprova

è anche il migliore marcatore da tre punti sia nell’angolo destro, sia in

zona centrale. Ritroviamo Cobbs come giocatore con più liberi a segno

(FT), e lo è stato per tutta la stagione. Grant del Promitheas Patras

risulta invece il giocatore con più tiri da due punti realizzati (2PT).

Pullen del Cedevita è il miglior realizzatore da tre punti in posizione

di guardia a destra del canestro. Sempre dietro l’arco ma in angolo

a sinistra troviamo invece Lopez-Arostegui di Valencia. Jaiteh della

Virtus è il giocatore che più realizza sotto il ferro, mentre a sinistra e

destra del tabellone troviamo Johnson del Turk Telekom Ankara. Nella

zona del mid-range i migliori marcatori sono Seeley del Buducnost,

Punter del Partizan e Christon dell’Ulm, rispettivamente a destra, al

centro e a sinistra della lunetta. Christon e Punter confermano la loro

presenza in queste zone come già era avvenuto quest’anno.

Come abbiamo visto, Will Cummings è il miglior marcatore della

competizione. Scopriamo ora da dove preferisce tirare e da dove è

più efficace. Dalla mappa di tiro risulta evidente che nonostante la

sua altezza (187 cm) è un giocatore che prende la maggior parte

delle sue conclusioni vicino al ferro, tirando anche con delle ottime

percentuali (57.55%). Nel mid-range concentra quasi la totalità delle

sue conclusioni nella zona centrale e dall’angolo destro con risultati

però differenti. Dal centro infatti sfiora il 50% mentre in angolo realizza

solo una conclusione ogni tre. Di poco impatto, come numero di

conclusioni, le restanti zone da due punti, mantenendo comunque una

percentuale complessiva da due ottima (52.50%). Dietro l’arco da tre

punti, come abbiamo osservato nel precedente grafico, è il miglior

realizzatore dalla posizione di guardia a sinistra del ferro. Da questa

zona è anche il più efficiente della competizione con una percentuale

che sfiora il 60%. Negli angoli tira poco o nulla e non ha mai realizzato

un singolo tiro in questa stagione. Dalla posizione di guardia a destra

del ferro e dalla zona centrale concentra i tiri da tre punti rimanenti ma

con percentuali lontane dal suo spot preferito. Complessivamente però

mantiene un’elevata percentuale da tre punti (41.00%). Dalla lunetta è

uno dei giocatori con la percentuale più elevata, quasi al 90% (87.30%).

Si assicura parecchi falli e di conseguenza i suoi viaggi in lunetta sono

abbastanza frequenti. In conclusione Will Cummings è un marcatore

affidabile e efficace negli spot che predilige e dove non ha la stessa

efficienza prende molte meno conclusione a dimostrazione di una

grande intelligenza nella ricerca del tiro da dove ha maggior impatto.

CHI SIAMO

FOCUS STATISTICO DEL MESE: STATISTICHE AVANZATE

Il nostro focus mensile questa volta ricade sulle statistiche avanzate

legate a un singolo giocatore. Un modo efficace per avere un’idea della

forza complessiva del giocatore passa sicuramente da variabili offensive

quali i punti di media realizzati (PTS/G), l’offensive rating (OFF RTG),

ovvero quanti punti produce su cento possessi giocati, e la percentuale

di utilizzo dei possessi (USG%). Quest’ultima è una stima di qual’è la

percentuale dei possessi che passa tra le mani del giocatore e che

questo utilizza per attaccare (con un tiro o con un assist) e ci fornisce

un’indicazione di quanto il giocatore sia coinvolto nel sistema offensivo

della squadra. Il quadro di produzione offensiva così risulta completo

in quanto da questi dati possiamo sapere quanto realizza, con quale

efficienza lo fa e a quale ritmo rispetto ai propri compagni. Non può

mancare per misurare la forza del giocatore anche il punto di vista

difensivo rappresentato dal defensive rating (DEF RTG). Questa statistica

è una stima di quanti punti subisce per cento possessi. E’ una statistica

individuale stimata attraverso una statistica di squadra quindi necessita

di qualche puntualizzazione. Infatti sarebbe più corretto pensare a questa

statistica come i punti subiti dalla squadra per cento possessi quando il

giocatore è in campo. Basti pensare che la responsabilità difensiva non

è esclusivamente una responsabilità individuale ma parte di un sistema

di squadra, fatto di aiuti, rotazioni, e riferimenti dettati alla squadra.

Infine, per avere un quadro completo della forza del giocatore andiamo

ad analizzare due statistiche che offrono un quadro complessivo della

sua utilità in campo. La prima è puramente descrittiva ed è la valutazione

media a partita (VAL/G). Questa statistica non è altro che la somma di

tutte le statistiche positive (punti, assist, rimbalzi, palle rubate, e falli

subiti) meno le statistiche che portano un impatto negativo alla squadra

(tiri sbagliati, falli commessi, palle perse). La seconda statistica, ben più

complessa è il Player Efficiency Rating (PER) e prende in considerazione

tutti gli aspetti della valutazione ma pesa questi dati con le medie del

campionato dando una visione dell’impatto del giocatore rispetto a tutti

gli altri giocatori della competizione. Caroline Jordan, miglior marcatore

dell’Aquila, con 14.3 punti a partita risulta sopra la media del campionato

in tutte le stats tranne il defensive rating. E’ nella top25 della lega per

punti segnati a partita, valutazione, e per USG% a testimoniare il grande

impatto avuto per Trento e nella competizione.

Siamo una StartUp innovativa che studia, progetta e sviluppa soluzioni digitali per la pallacanestro. Uniamo

informatica e statistica al servizio della palla a spicchi. In quest’articolo tutti i dati forniti provengono dal

nostro database, creato appositamente tramite il nostro strumento di scouting e analisi statistica. Vieni a

trovarci sui nostri canali!

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40 | CINEMA E SPORT

41 | LIBRI E SPORT

He

got

game

La

leggenda

Maci

LA PELLICOLA SPORTIVA

DI FRANCESCO COSTANTINO CIAMPA

IL LIBRO SPORTIVO

DI FRANCESCO COSTANTINO CIAMPA

Regia di Spike Lee. Un film con Denzel Washington, Ray Allen,

Milla Jovovich, Rosario Dawson, Hill Harper, Zelda Harris.

Genere Drammatico, USA, 1998, durata 134 minuti. Uscita

cinema venerdì 4 settembre 1998. Distribuito da 20th Century

Fox Italia

Autore: Marco Pastonesi

Editore: Libreria dello Sport

Anno edizione: 2014

In commercio dal: 27 gennaio 2014

Pagine: 168, brossura

La trama

Perché il protagonista è, nientepopodimeno che, RAY ALLEN.

Sì, uno dei Big Three di Boston. Guardia di talento purissimo

che litigò con Kevin Garnett quando decise di scappare ai Miami

Heat per vincere un titolo con Lebron. Proprio quel Ray Allen.

Che, per inciso, se la cava benissimo anche come attore. Ma non

solo per questo il suddetto film meriterebbe un’attenta visione.

Trattasi, infatti, di pregevole compendio di come gli americani

intendono la vita di una (futura) stellina del basket universitario

tra pressioni, voglia di riscatto, fidanzate rapaci e addetti ai lavori

dagli atteggiamenti lupeschi in abiti ovini.

Perché guardarlo

Perché il protagonista è, nientepopodimeno che, RAY ALLEN. Sì,

uno dei Big Three di Boston. Guardia di talento purissimo che

litigò con Kevin Garnett quando decise di scappare ai Miami

Heat per vincere un titolo con Lebron. Proprio quel Ray Allen.

Che, per inciso, se la cava benissimo anche come attore. Ma non

solo per questo il suddetto film meriterebbe un’attenta visione.

Trattasi, infatti, di pregevole compendio di come gli americani

intendono la vita di una (futura) stellina del basket universitario

tra pressioni, voglia di riscatto, fidanzate rapaci e addetti ai lavori

dagli atteggiamenti lupeschi in abiti ovini.

La scena cult

Ce ne sono veramente tante. Anche perché il montaggio di

Spike è geniale, oltre che modernissimo. Però, forse…una in

particolare ci sarebbe. Beh, Jesus visita un college che lo vuole a

tutti i costi. Il capitano della squadra gli fa da anfitrione, il coach

s’inventa un patetico discorso strappalacrime e viene anche

organizzata un’entrata al palazzo che farebbe emozionare un

pezzo di ghiaccio. Ma non è qui che casca il nostro asino. Alla

fine del giro turistico, Jesus viene fatto entrare in una stanza

del dormitorio dove lo aspettano due procacissime bionde in

stile californiano. È il benefit che potrebbe farlo crollare. Ok, la

scelta della scena può sembrare un attimo sessista ma dovete

calcolare che io avevo 21 anni quando ho visto il film per la prima

volta e il basket non era, sempre, il mio primo pensiero.

La musica, prima di tutto. Ma soprattutto le immagini

iniziali. Spike Lee in purezza, questo è quello di cui

parliamo. He Got Game è il film di basket che il regista

newyorkese voleva con tutto sé stesso e lo ha fatto. Anno

di grazia 1998, sembra passata un’era geologica.

Eppure la pellicola regge, grazie anche a un Denzel

Washington ipertricotico che ci sa fare con la spicchia.

REGIA

DCDCDCCDCC

SCENEGGIATURA

DCDCDCCDCC

ATTORI

DCDCDCCDCC

MUSICA

DCDCDCCDCC

FOTOGRAFIA

DCDCDCCDCC

MEDIA:

7,22

I VOTI

Il rugby è il meno italiano degli sport. Noi siamo così

lontani dai valori di questa disciplina che, secondo la

leggenda del Tolosa Pierre Villepreux, allenare l’Italia

“significa allenare quindici squadre diverse”. Difficile

dargli torto. Eppure, anche nel Belpaese, ci sono posti

leggendari in cui il rugby ha attecchito scrivendo pagine

leggendarie. Nella mia classifica, la leggenda di Maci è di

gran lunga il miglior libro a matrice rugbistica. Perché

lo ha scritto quel gigante di umanità e perizia letteraria

di Marco Pastonesi. Perché si parla di Rovigo, città

capace di far venire la pelle d’oca a chi calza scarpe con i

tacchetti. Perché il protagonista è Mario Battaglini, figlio

di un’Italia povera di denari ma immensamente ricca di

cuore.

LESSICO

DCDCDCCDCC

STILE

DCDCDCCDCC

GIUDIZIO

DCDCDCCDCC

MEDIA:

7,66

I VOTI

La trama

Questa è la storia del più grande giocatore di rugby italiano.

Non ha la faccia plastificata degli eroi moderni e non spopola

sui social eppure i francesi lo amavano senza ritegno. Segno che

Maci (per maciste) qualcosa valeva con quella vescica di maiale

in mano. Battaglini nasce a Rovigo, gioca a Rovigo. Non solo a

rugby. Ma anche a calcio. E tira pure di boxe. Poi si trasferisce

all’Amatori Milano e vince due scudetti. Arriva la guerra e parte

per la Russia. Porta a casa la pelle e si trasferisce in Francia

dove milita prima nelle file del Vienne e poi in quelle del Tolone.

Ma lui ama Rovigo e con Rovigo vuole vincere. Risultato? Tre

scudetti consecutivi. Il 29 dicembre del 1970 viene investito da

una macchina mentre pedala con la sua bicicletta. Finisce così

tragicamente la storia del Grand Batta, le roi de buteurs. Il re dei

calciatori, così lo avevano soprannominato oltralpe, per la sua

capacità di centrare i pali da distanze siderali.

Perché leggerlo

Perché a voi non vene frega nulla del rugby ma qui non si fa il

solito resoconto cronicistico. Qui ci sono aneddoti incredibili e

personaggi letterari che prendono forma grazie a una narrazione

avvincente e terribilmente (in senso positivo) facile. L’Italia del

dopoguerra raccontata attraverso un personaggio dai tratti

picareschi, un uomo dalla forza sovrumana che adorava sua

moglie e le sue figlie. Un arciveneto che aveva due case, anzi tre:

quella del cuore, quella del campo e quella del Bar Luce. Maci

era di San Bortolo, il quartiere malfamato di Rovigo. Non che ci

fosse droga o violenza, c’era solo fame. Tanta fame. E quando i

camion pieni di frutta arrivavano dalla campagna per salire verso

Milano, i bambini di San Bortolo saltavano come gatti nei cassoni

e si passavano le angurie come palloni da rugby. Forse la storia

della proverbiale bravura rodigina con l’attrezzo ovale nasce da

lì. O forse no. Di sicuro mio suocero (Antonio, detto Franco) era

uno di quei bambini e di sicuro lui ha vinto tre scudetti giocando

nella Rugby Rovigo.


42 | CAST

Il futuro

incontra

la tradizione

DI MARTINA QUINTARELLI

L’incontro con Aquila Basket

“Condividiamo i valori che

muovono Aquila e siamo molto

contenti di essere partner

di una realtà sportiva che

rappresenta un fiore all’occhiello

del territorio trentino con

un’esposizione anche a livello

italiano e internazionale, grazie

alla partecipazione all’EuroCup.”

- spiega Gianfranco Obrelli,

concludendo con un augurio:”

Dal cuore vogliamo fare un

grande in bocca al lupo alla

squadra, per la fine di questa

stagione c’è bisogno di tutti i

tifosi per sostenere i ragazzi

al palazzetto! Forza Aquila!”

Gioiellerie Obrelli nasce nel 1929 quando

Italo Obrelli, padre degli attuali soci

proprietari, i fratelli Cristiana, Maurizio e

Gianfranco, decide di prendere in mano

il negozio di famiglia sfidando i tempi

duri della grande crisi mondiale. Da

quel momento la Obrelli ha cominciato

a svilupparsi sempre più e oggi, con

l’entrata di Stefania e Giordana, l’azienda

è giunta alla terza generazione.

Grazie a questa importante tradizione

l’impresa vanta una grandissima

esperienza tramandata negli anni

che, unita alla passione per il proprio

mestiere, spinge la famiglia Obrelli verso

la ricerca costante dell’in

novazione e la crescita continua.

La sede storica è sempre stata a

Lavis, 10 anni fa è stato aperto il punto

vendita in via Mazzini a Trento, per

arrivare poi all’apertura dell’ufficio

nel cuore di Milano, al fine di ottenere

un posizionamento centrale su tutto il

territorio italiano.

Anche la sede stessa è cresciuta nel

tempo, da un semplice negozio ora

comprende un intero palazzo del 1577

su quattro piani adibiti a punto vendita,

showroom, laboratori e uffici.

La Obrelli nasce come negozio di

orologeria con servizio di assistenza

per poi specializzarsi in oreficeria e

gioielleria, che adesso costituiscono il

main business dell’impresa.

Il centro produttivo è a Valenza in

Piemonte, distretto dell’oro, eccellenza

italiana del settore riconosciuta a livello

mondiale.

Gianfranco Obrelli, amministratore

della società e Gemmologo esperto,

grazie al conseguimento dei diplomi

in Gemmologia presso l’Istituto

Gemmologico Italiano e presso la

Federazione Europea delle Scuole

Gemmologiche, ci racconta di come

la cura del dettaglio e la qualità dei

prodotti siano i capisaldi dell’attività

dell’azienda:” La selezione attenta delle

pietre ci permette di garantire grande

qualità nella produzione dei gioielli. Un

altro nostro punto di forza, di cui andiamo

molto fieri, è l’assistenza al cliente, che

unito alla credibilità, alla reputazione e

alla storicità, ci permette di superare la

sfida data dal mercato online: la presenza

di un gioielliere esperto che consiglia

il cliente e ci mette la faccia e il nome,

rappresenta un plus determinante.”

Dare valore ai valori

Gioiellerie Obrelli rappresenta una

vera e propria eccellenza trentina e il

radicamento al territorio costituisce un

forte valore aziendale.

Un altro fattore importante per l’impresa

è la sostenibilità: “L’estrazione delle

materie prime, come del resto tutta

la filiera, è estremamente controllata

grazie a consorzi e associazioni che

garantiscono il rispetto del lavoro e

dell’ambiente. Ci assicuriamo che i

diamanti e l’oro non provengano da zone

toccate dalla guerra e che non ci sia

sfruttamento del lavoro e inquinamento

ambientale” - specifica Gianfranco

Obrelli.


44 | APPUNTI SPARSI

L’intervista

a un giocatore

di Trento

DI FRANCESCO COSTANTINO CIAMPA

«Sono nato in una piccola città, la classica strada che si vede nei film. Non c’era violenza dove sono cresciuto e io non ho una storia

triste da raccontare quando parlo della mia famiglia. Anzi, mio padre era un uomo di legge e mia madre era mia madre. Poi c’è anche

una sorella. Tutto nella norma. Sì, avevo anche dei nonni stupendi». La prima volta che sei arrivato a Trento cos’hai pensato? «Mi hanno

colpito i germani reali di piazza Dante. Li ho visti tranquilli e molto ordinati. E poi c’erano dei ragazzi che mi hanno offerto di comprare

felpe e magliette dell’Aquila Trento, ho trovato la cosa molto divertente visto che ero lì per giocare proprio per la squadra di cui loro

vendevano materiale». Cosa ti piace della città? «Mi piace l’attesa che tutti hanno per il sole, per quel piccolo raggio caldo che bacia le

piazze e che spinge le persone a uscire dalle tane per rosolarsi al punto giusto. Io amo andare in piazza Duomo e sedermi sui gradini

della fontana, rimango lì e guardo gli studenti che mangiano piccoli tranci di pizza. Ridono spesso, mi mettono allegria». Ti sei già

confrontato con la cucina locale? «Certo! Lo ammetto, sono molto esigente in materia. Mio nonno era un grandissimo cuoco. Eppure

anche a Trento ho trovato spunti interessanti che sono diventati motivi di crescita personale. Ho scoperto i canederli, ad esempio. Quelli

classici con lo speck sono buoni ma quelli al formaggio mi fanno impazzire. E poi mi piace la mortandela. Non dovrei dirlo (per ovvi motivi

di corretta alimentazione…) ma capita che la mangi a morsi. Come un panino ma senza il panino!». Se tu dovessi descriverti ai tifosi di

Trento cosa diresti dal punto di vista cestistico? «Sono un lottatore, sempre e comunque. Il contatto fisico mi esalta, quando la battaglia

diventa totale vado in estasi. Non ho un grande tiro ma i miei punti li faccio sempre. Sono un uomo di campo, dico sempre quello che

penso anche se questo può essere un problema. Specie con i permalosi». Che rapporto hai con il basket? «Di amore totale. Ma un amore

che ha un risvolto anche tragico visto che sono letteralmente divorato dalla tensione che solo questo sport riesce a farti vivere». C’è una

persona che vuoi ringraziare in questa tua esperienza trentina? «Ce ne sarebbero tante. L’ambiente è stupendo e molto professionale.

Ma se devo proprio scegliere dico Massimo Komatz. È una persona dotata di buon senso, dote molto rara in questo mondo. Ho parlato

poche volte con lui ma mi è piaciuto subito. Quello che lui e Stefano (Trainotti – nda) fanno per il sociale è stupendo». Tu sei americano

ma c’è una caratteristica italiana che ti descrive? «La passione. Senza di quella sopravviveremmo e basta. E io, invece, voglio vivere.

Ogni giorno».


46 | SPORT AND STYLE

the new

Shaki

La bambina educata tifa Aquila

Sono il nuovo Shaki, ho fatto il mio esordio contro Sassari e

abbiamo perso. Quindi verrò ricordato come un menagramo di

un menagramo. Vi prego, non è colpa mia. Una palla entra, una

esce. La mascotte non ha grande potere decisionale in merito. Io

ce l’ho messa tutta. Ho provato anche a sparare delle magliette

ma abbiamo calcolato male la potenza di fuoco e non è uscito

nulla. EPIC FAIL. Ok, lo ammetto. Devo sparare meglio. Sono

andato ad allenarmi con Reynolds, perché, come sapete, lo amo e

perché lui spara parecchio bene quando si parla di basket. Perché,

purtroppo, ci sono altri che sparano meglio ma l’obiettivo, per

loro, non è vincere una partita ma distruggere un nemico. Sigh. Io

odio la guerra. Non che ne abbia viste molte, anzi nessuna. Vivo

sempre nel magazzino 12, detto il lungo. Ma quando esco è una

festa per tutti. Specie il giorno della partita. Cerco di rimanere

concentrato sulla spicchia ma sono rapito dai tifosi. Specie quando

partono le musiche d’intrattenimento. Ci sono bambini che si

alzano e muovono le braccia in maniera così sincronizzata da

meritare una chance alle olimpiadi, disciplina ginnastica ritmica.

Ma come fanno? Che, poi, ridono pure mentre producono una

prestazione coreografica di quel tipo! Fantastici. E vogliamo

parlare del momento Indal? Quando lanciamo le caramelle viene

giù il palazzetto. Adesso vi racconto questa…Distribuisco i piccoli

sacchetti ripieni di dolci a bambini entusiasti e cerco, nel farlo, di

essere il più equo possibile. Ovvio, non mi ricordo le facce di tutti

i beneficiari e, allora, può capitare di sbagliarsi ma quando una

bambina microscopica mi guarda dicendomi no, grazie. Le ho già

ricevute, beh, io mi sciolgo tutto. Allora c’è speranza in un mondo

migliore! Allora i bambini non riconoscono la furbizia come mezzo

per l’indebito accaparramento! Allora c’è un vero confine nella

terra dell’abbastanza! Mi piace pensare che quella bambina fosse

una tifosa dell’Aquila Basket. Bello sforzo, direte, se si trovava lì

per forza tifava Aquila Basket. No, invece. Io penso che fosse una

tifosa di quella squadra che è portatrice sana di valori condivisi.

Così condivisi da farti rinunciare alle caramelle nella speranza che

possa goderne un altro bambino. Perché, in fondo, tu le hai già

ricevute. Chapeau.

Spazio all’energia, largo alla meraviglia.

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LE NOSTRE PASSIONI:

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