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WineCouture 3-4/2022

WineCouture è la testata giornalistica che offre approfondimenti e informazione di qualità sul vino e quanto gli ruota attorno. È una narrazione di terroir, aziende ed etichette. Storytelling confezionato su misura e che passa sempre dalla viva voce dei protagonisti, dalle riflessioni attorno a un calice o dalle analisi di un mercato in costante fermento. WineCouture è il racconto di un mondo che da anni ci entusiasma e di cui, con semplicità, vogliamo continuare a indagare ogni specifica e peculiare sfumatura, condividendo poi scoperte e storie con appassionati, neofiti e operatori del comparto.

WineCouture è la testata giornalistica che offre approfondimenti e informazione di qualità sul vino e quanto gli ruota attorno. È una narrazione di terroir, aziende ed etichette. Storytelling confezionato su misura e che passa sempre dalla viva voce dei protagonisti, dalle riflessioni attorno a un calice o dalle analisi di un mercato in costante fermento. WineCouture è il racconto di un mondo che da anni ci entusiasma e di cui, con semplicità, vogliamo continuare a indagare ogni specifica e peculiare sfumatura, condividendo poi scoperte e storie con appassionati, neofiti e operatori del comparto.

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NUMERO 3/4

Anno 3 | Marzo - Aprile 2022

Poste Italiane SPA - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (convertito in Legge 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, LO/MI - In caso di mancato recapito inviare al CMP di Milano Roserio per la restituzione al mittente previo pagamento resi.

LE STORIE DEL VINO

LE STORIE DEL VINO

Dipinti, ritratti e nuovi colori di un mondo che sta cambiando


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Senza eludere la tragica attualità (prima umana,

poi economica) della guerra tra Russia e Ucraina

e gli strascichi della pandemia, il 2022 ci ha

portato in un territorio inesplorato, che definisce

la cosiddetta “nuova normalità”. Come spesso

accade, sono le piccole-grandi abitudini a rimettere

in ordine e a spingere la quotidianità di

persone, famiglie e imprese. Il ritorno di Vinitaly

in grande stile sancisce una possibile “vera ripartenza”,

che deve assumere la portata di un vero

e proprio “rinascimento” nell’accezione storica

Il “rinascimento” del vino italiano

migliore. Ciò non vuol dire rimuovere i capitoli

precedenti: il mondo italiano (e non solo) del

vino è un patrimonio inestimabile, ben al di là

dei numeri, e ha un ruolo fondamentale. Semmai,

significa andare avanti con passione e decisione

facendo sbocciare nuovi frutti e scrivendo

pagine intense e coinvolgenti, da incastonare

nella cornice operativa che si sta profilando.

In questi due anni di WineCouture, il racconto

di cantine, uomini, donne, imprese, vini e territori

si è arricchito. Abbiamo visto con i nostri

occhi la voglia, la tenacia e il coraggio di chi abita

e costruisce il settore. Anche per questo motivo

la nostra offerta editoriale - completata dalla rivista

cartacea B2C I Quaderni di WineCouture,

con la prima uscita dedicata al Prosecco e dal

rinnovato sito WineCouture.it - si è rafforzata

per dare voce ai cambiamenti. Il grande evento

di Verona è, dunque, una sorta di nuova chiamata

a trovare forme, espressioni e interpretazioni

coinvolgenti e altrettanto (av)vincenti. Che WineCouture

non vede l’ora di raccontare.

04 Experience. La Valtellina 2.0 di Vigne di

Montagna, la nuova linea di Nino Negri

06 Zoom. L’Alto Adige dei masi e delle pietra

rossa di Rottensteiner

08 Interni d’autore. V8+, storyteller

contemporaneo del Prosecco

SOMMARIO

13 Collection. I grandi vini in passerella, tra

nuove uscite, scoperte e grandi classici

22 On Air. Roberto Pizzo di Agenxia ci svela i

trend del vino sotto la Madonnina

27 Champagne. Cristal 2014, il mondo di

Sophie Cossy, il Méthode Fabrice Pouillon

WINECOUTURE - winecouture.it

Direttore responsabile Riccardo Colletti

Direttore editoriale Luca Figini

Cover editor Alice Realini

Coordinamento Matteo Borré

Marketing & Operations Roberta Rancati

Contributors Francesca Mortaro, Andrea Silvello

(founder Topchampagne), Irene Forni

Art direction Inventium s.r.l.

Stampa La Terra Promessa Società Cooperativa

Sociale Onlus (Novara)

Editore Nelson Srl

Viale Murillo, 3 - 20149 Milano

Telefono 02.84076127

info@nelsonsrl.com

www.nelsonsrl.com

Registrazione al Tribunale di Milano n. 12

del 21 Gennaio 2020 - Nelson Srl -

Iscrizione ROC n° 33940 del 12 Febbraio 2020

Periodico bimestrale

Anno 3 - Numero 3-4 - Marzo/Aprile 2022

Abbonamento Italia per 6 numeri: Euro 30,00

L’editore garantisce la massima riservatezza

dei dati personali in suo possesso.

Tali dati saranno utilizzati per la gestione degli

abbonamenti e per l’invio di informazioni

commerciali. In base all’art. 13 della Legge

n° 196/2003, i dati potranno essere rettificati

o cancellati in qualsiasi momento scrivendo a:

Nelson Srl

Responsabile dati Riccardo Colletti

Viale Murillo, 3

20149 Milano


4

EXPERIENCE

La Valtellina 2.0

di Vigne di Montagna

Nasce una nuova linea firmata Nino Negri,

originale rivoluzione del Nebbiolo in tre sfumature

DI MATTEO BORRÈ

C'

è un nuovo racconto che si sta sviluppando nella Valtellina

del vino. Un’evoluzione che punta i riflettori,

ancor più di quanto fatto finora, sulla caratterizzazione

delle sue vigne di montagna. Filari che ne tratteggiano

i panorami, ancorati a quei terrazzamenti che contribuiscono

in maniera decisiva a definire i caratteri delle

uve. Già, perché per comprendere quello che è pronto

a farsi racconto 2.0 della Valtellina del vino occorre rispolverare

qualche nozione di geologia, che in questa

zona gioca da sempre un ruolo chiave. Per intenderci,

si pensi innanzitutto che, a differenza del 99% delle

altre vallate alpine che si sviluppano in direzione Sud-

Nord, la Valtellina è valle orientata Est-Ovest. Questa

caratteristica, già solo in termini di esposizione solare,

conduce a una pluralità di considerazioni legate agli

effetti sulle piante del rilascio di calore da parte delle

rocce o ai tempi di maturazione delle uve influenzati

da quale sole (mattutino o pomeridiano) colpisca il

vigneto durante il giorno. Ma l’elemento più decisivo

da evidenziare è quello che la Valtellina nasce in cor-

rispondenza della zona in cui, tra 25 e 50 milioni di

anni fa, è avvenuto lo scontro tra la placca africana e

quella europea che ha dato origine alle Alpi. La faglia,

ancora oggi, risulta visibile ad occhio nudo ed è chiamata

Linea Insubrica. La Valtellina, di conseguenza,

ha preso forma da un rimescolamento senza precedenti

di rocce, con i diversi minerali che colorano i singoli

terroir a tratteggiare quella biodiversità che definisce

il carattere dei vini di quest’area così vocata. Produzioni

che poggiano le loro fondamenta sul Nebbiolo, che a

queste latitudini è chiamato Chiavennasca.

La nuova rivoluzione del vino di Valtellina lanciata oggi

dalla Casa Vitivinicola Nino Negri, la maggiore realtà

della zona, non fa eccezioni. Si chiama Vigne di Montagna

il nuovo progetto fondato sul Nebbiolo cui Danilo

Drocco (in foto nella pagina a fianco), enologo e

guida della storica cantina nata nel 1897, ha dato vita.

“Arrivando dal Piemonte, la mia forma mentis è molto

influenzata al concetto dei Cru nella realizzazione dei

vini”, spiega a WineCouture. “E quando sono arrivato

qui in Valtellina, ho trovato molte realtà che stavano già

esplorando questa strada di valorizzazione del terroir”.

La Valtellina del vino, d’altronde, nasce già, se guardiamo

al disciplinare di produzione, con una suddivisione

in sottozone: una caratterizzazione storica, con

Maroggia, Sassella, Grumello, Inferno e Valgella che

raccontano di una coscienza, fin dai tempi antichi, che


5

in quelle aree le uve erano migliori. “Ma al di fuori di

quelle 5 zone”, spiega Drocco, “ci sono altri territori

in Valtellina su cui, per le ragioni più diverse, non si

è mai deciso di puntare i riflettori. Ed è un peccato,

perché esistono aree perfette per essere rivendicate

dato il loro carattere unico. All’interno del territorio

della Valtellina del vino, infatti, esiste una straordinaria

biodiversità: da questa presa di coscienza, passata

attraverso prove di vinificazioni dedicate sui singoli

appezzamenti, è nata l’idea di un progetto legato alle

vigne e che va oltre la sottozona”. È una Valtellina del

vino 2.0 quella che nasce così. Evoluzione che non si

fonda sul concetto più esteso di Cru, ma di vigna. Lo

fa proprio per la marcata biodiversità che differenzia

ogni terrazza dall’altra. “Per questo abbiamo scelto di

concentrarci sulla singola vigna, perché la tradizione

nel fare vino in Valtellina, in primis per noi, si è sempre

giocata sul sapere da dove arriva l’uva”. La profonda

variabilità dei suoli è capace di trasmettere al Nebbiolo

realmente ogni sfumatura del terroir. In Valtellina,

infatti, il vitigno presenta una mineralità ben marcata

per via della roccia madre su cui i filari poggiano

e ha un 40% circa di tannini in meno rispetto al suo

fratello di Langa: due elementi che contribuiscono a

vini dalla lunghezza accentuata, caratteristica distintiva

del territorio. “Davanti al nuovo gusto che si va

imponendo oggi tra i consumatori, possiamo dire di

essere nel posto giusto al momento giusto”, sottolinea

Drocco. Il progetto Vigne di Montagna s’innesta lungo

questo solco che definisce da sempre la storia del

vino in Valtellina. “Nel Nebbiolo Nino Negri troviamo

il riflesso degli aspetti più caratteristici della montagna”,

spiega l’enologo. “I suoli, con diversi colori delle

rocce originate dalla genesi delle Alpi; il microclima,

che differenzia i vigneti in base all’esposizione e alla

pendenza dei terrazzi; le temperature, che variano in

base all’altitudine ai venti di montagna e alla rifrazione

solare delle rocce”. Quella che si va ora a comporre

come una nuova linea dell’offerta della storica realtà,

che prende vita da una quota consistente dei 35 ettari

di vigneto di proprietà, è gamma in cui sono incluse

tre etichette che non rappresentano qualcosa di nuovo,

“inventato” in cantina, ma sono formalizzazione nelle

rivendicazioni delle origini attraverso la tracciatura di

quanto già viene fatto da tempo.

“Desideriamo comunicare la bellezza di come, con lo

stesso vitigno, si arrivi a espressioni radicalmente diverse

all’interno del medesimo territorio”, evidenzia

Drocco. “La storia della collezione Vigne di Montagna

parte dalla roccia, che ha ispirato i vini e anche l’estetica

delle etichette, con un design che riproduce le stratificazioni

del suolo e un effetto tattile che amplifica

le percezioni. Vogliamo esaltare le caratteristiche del

terroir Valtellina, e solo quelle. Con l’enologo che, in

questo caso, è chiamato esclusivamente a guidare i

processi nella realizzazione dei singoli vini, senza intervenire”.

Dunque, siamo innanzi a tre prodotti che

parlano contemporaneamente del carattere unico

della montagna, delle differenze tra i singoli vigneti e

della “verticalità” di uve raccolte interamente a mano

lungo i millenari muretti a secco.

Nel calice, quel che è il racconto di Vigne di Montagna

si sviluppa iniziando dalla riflessione solare del Vigna

Ca’ Guicciardi Valtellina Superiore Docg Inferno

2019, dove i raggi solari incidono direttamente sulle

pareti scoscese delle vigne e il colore chiaro delle tante

rocce affioranti incrementa l’intensità del sole, regalando

un Nebbiolo che matura con più energia. Questa

vigna, che deve il nome alla casa colonica al centro

della proprietà, propone un vino, che affina due anni

di cui uno in botte di rovere grande, più concentrato,

dal tannino solido ma non asciutto a cui si aggiunge

una mineralità che offre freschezza e piacevolezza.

A seguire, è il Vigna Sassorosso Valtellina Superiore

Docg Grumello 2019, che prende forma in un appezzamento

nella zona storica del Grumello esposto alle

brezze della valle. Vigna Sassorosso si trova su un promontorio

isolato rispetto al versante della montagna

che è stato completamente eroso dal ghiaccio nel corso

dei secoli. Oggi, i pochi centimetri di terra presenti costringono

le radici della vite a svilupparsi direttamente

nella roccia madre dando vita a un vino di grande eleganza,

molto diretto e verticale, con una trama tannica

particolarmente setosa. Croccante, succoso, persistente,

pronto, è Nebbiolo di rara freschezza.

A chiudere il cerchio del progetto Vigne di Montagna

il Vigna Fracia Valtellina Superiore Docg Valgella

2018, figlio di una vigna, situata sulla confluenza di

vallate alpine ricche di ghiacciai nelle quali le fredde

brezze determinano temperature più basse della media,

di proprietà della Nino Negri dal 1897. È vino che

ha bisogno di un po’ più di tempo per sviluppare i suoi

profumi, data la maturazione tardiva legata al clima

più freddo. Per questo, rispetto alle altre due etichette

che lo affiancano nella linea, affina un anno in più. Nel

calice si avverte il cambio dell’annata, l’attesa prolungata

in bottiglia, ma soprattutto il carattere peculiare

di un vigneto dove matura un Nebbiolo dalle note balsamiche

e che presenta caratteristici sentori di spezie

mediterranee come rosmarino e lavanda, vegetazione

spontanea che si rintraccia anche tra gli stessi filari. Tre

sfumature, una Valtellina del vino realmente 2.0

EXPERIENCE


6

ZOOM

L’Alto Adige dei masi

e della pietra rossa

Dal Pinot Bianco alla Schiava, viaggio in anteprima

nell’annata 2021 secondo Rottensteiner

DI MATTEO BORRÈ

que, il comun denominatore che si dipana lungo le diverse

sfumature di territorio e altitudini, spaziando tra varietà

autoctone e internazionali, con una particolare predilezione

per i frutti più tipici dell’Alto Adige del vino. Una

narrazione, come detto, capace di rinnovarsi di vendemmia

in vendemmia e che oggi parla del debutto di un’annata

2021 “strana” in quello che ne è stato il progressivo

dispiegarsi. “Un’annata senza una vera e propria estate”,

spiega a WineCouture Hannes Rottensteiner. “Tardiva

fin da principio, ma che poi si è conclusa con l’autunno

perfetto. Così, oggi parliamo di una 2021 pronta a dimostrarsi

annata superiore a quella che l’ha preceduta: se

la 2020 si è distinta per la sua grande eleganza, quella in

uscita si caratterizzerà per la struttura, chiamando a tempi

di evoluzioni più lunghi”. E a dimostrare nel calice questi

tratti sono i vini stessi, iniziando dall’iconico Pinot Bianco

Alto Adige Doc Carnol. Selezione delle uve di due vigneti

situati in aree diverse e ad altitudini differenti, ma che

poggiano entrambi sulla pietra rossa. “Un vino che, con

la sua sapidità e verticalità, mostra proprio cosa il porfido

offre”, sottolinea Hannes. “Il Pinot Bianco, a mio avviso,

deve essere così: elegante, sapido, che richiama la beva”.

Il carattere strutturato dell’annata 2021 si nota in questa

nuova uscita, con una spalla ad annunciare un felice invecchiamento

in futuro. Spazio poi al Sauvignon Alto Adige

Doc, blend discreto tra i frutti di due vigneti, uno nel

comune di Appiano e l’altro a Bolzano, che ricerca, quasi

in punta di piedi, la sua armonia al palato. È espressione

Si apre un nuovo capitolo nel racconto firmato

Rottensteiner. È quello che si rinnova,

vendemmia dopo vendemmia ormai da più

di 500 anni, per una famiglia caposaldo della

viticoltura nell’area di Bolzano. Una storia

che, di generazione in generazione, ha sempre trovato

espressione in vini con radici saldamente ancorate nel

territorio. Oggi, è Hannes Rottensteiner a dettarne la narrazione:

insieme alla moglie Judith e con il sostegno di

una famiglia numerosa perpetua il cammino avviato, nella

sua chiave moderna, dal nonno e fondatore Hans Rottensteiner

nel 1956 e poi portato avanti, a far data dagli anni

’80, dal padre Toni. Circa 12 gli ettari di vigneti a definire

il perimetro delle proprietà di famiglia, produzione da

sempre integrata dalle uve di 45 masi della zona, collaborazioni

storiche necessarie per perseguire quella visione

identitaria che i vini Rottensteiner puntano a trasmettere.

Già, perché la cantina altoatesina, fin da principio, ha

fatto della scelta di concentrarsi sulle tipicità un cardine.

L’altro è quello dettato dalle origini di un cognome che

si è tramutato in vocazione e stile. “Roter Stein” significa

pietra rossa: quel porfido, tipico dei suoli a queste latitudini,

che caratterizza in modo determinante la mineralità

dei vini Rottensteiner. In questo elemento s’individua il fil

rouge che unisce ciascuna delle produzioni della cantina

altoatesina: etichette capaci di trovare ognuna la propria

specifica collocazione, ma conservando la verticalità e freschezza

che ne determinano il carattere. Nel porfido, dundell’unione

tra uve cresciute su suolo calcareo, che regalano

un Sauvignon morbido, cremoso, fruttato, e quelle

dell’appezzamento bolzanino che poggia invece sul porfido,

per un Sauvignon più fresco, minerale, vegetale. “A

differenziare la mia interpretazione dalle altre altoatesine,

la presenza di una leggera nota di salvia”, svela il suo artefice.

Ma “differente” è anche il Gewürztraminer Cancenai,

in cui si percepisce la forte impronta speziata impressa dal

terreno di Termeno, in cui prende vita in un appezzamento

ad un’altitudine relativamente alta che gli dona maggiore

acidità garantendone migliore bevibilità. Vino moderno,

democratico, versatile nel suo perfetto equilibrio tra

leggerezza e sostanza è il Lagrein Rosato Alto Adige Doc.

“La versione originale del Lagrein, come dettata dalla tradizione:

un vitigno che si presta al rosato, che ricerco più

scuro e robusto”. Non vino che vuol imitare le mode del

momento, ma interpretazione originale, con la sua marcata

freschezza figlia dell’annata. Quella stessa modernità

nel calice che è raccontata da un altro figlio prediletto

dell’Alto Adige del vino, la Schiava Vigna Kristplonerhof.

“La Schiava è la nostra storia”, evidenzia Hannes. “In particolare,

questa che arriva dal maso di nascita di mia mamma,

nei pressi di Bolzano. Un vigneto da sempre scenario

dei raduni di famiglia (in foto a fianco, ndr). Ed è esattamente

l’atmosfera che questo vino vuole trasmettere attraverso

il suo carattere beverino e l’interpretazione molto

tradizionale, ma assolutamente moderna, con la 2021 che

si dimostra annata da Schiava”. A testimoniarlo è anche

l’interpretazione nella versione Santa Maddalena, in cui

incontra il Lagrein, con il Classico Vigna Premstallerhof

e il neonato Select: entrambe anteprime che debutteranno,

rispettivamente, non prima di giugno e settembre. Il

primo, Schiava più minerale e persistente, “più vino rosso

da bistecca”; il Vigna Premstallerhof Select, invece, Santa

Maddalena internazionale, con tanta struttura e spalla. A

chiudere la lunga carrellata, due vini che raccontano l’altro

volto in rosso dell’Alto Adige di Rottensteiner. Il Select

Pinot Nero Riserva 2018 nasce su un terreno calcareo in

zona Appiano, dove un appezzamento situato ad un’altitudine

relativamente bassa regala un’interpretazione molto

morbida e strutturata. “Nei prossimi mesi uscirà l’annata

2019, che si caratterizzerà per una nota di ciliegia molto

meno accentuata dell’annata che l’ha preceduta e un profilo

più tannico”, anticipa Hannes Rottensteiner. L’ultima

etichetta, invece, conduce al cuore di Bolzano, con il Select

Lagrein Gries Riserva 2019 che nasce per l’appunto in

un angolo particolarmente vocato alla coltivazione di una

varietà che sfida alla necessità d’individuare appezzamenti

abbastanza fertili per supportare la sua vigoria, ma non

troppo per non eccedere nelle rese. “L’equilibrio giusto lo

abbiamo individuato a Gries, con il suo miscuglio tra granito

e porfido a regalarci vini dai tannini più morbidi e vellutati”.

Per un altro racconto fondato sulla pietra rossa.


8

INTERNI D’AUTORE

V8+, storyteller

contemporaneo del Prosecco

Informale, inclusivo e democratico:

come la comunicazione di un vino iconico si è fatta pop

DI MATTEO BORRÈ

cettature di questo successo internazionale, cui da sempre

dedica particolare attenzione. Ed è dai terroir, al plurale,

che occorre partire. Perché vendemmia dopo vendemmia,

è proprio l’eccellenza e l’espressione dei singoli territori

d’elezione del Prosecco quello che le etichette V8+ desiderano

esprimere.

Tutto ha inizio dalla cura nella coltivazione dei vigneti tra

la pianura veneta e friulana e le colline di Valdobbiadene,

patrimonio Unesco. Poi, grazie agli articolati processi di

spumantizzazione, l’uva Glera si nobilita, sviluppando

nuovi sentori e profumi, sublimati in ciascuna etichetta.

Nasce in questo modo una linea che nella parola versatilità

identifica la propria cifra distintiva: sette diverse declinazioni

e una narrazione che prende il via dalla veste stessa di

ogni singolo vino. Già, perché lo storytelling parte proprio

dalla bottiglia. Il nuovo design, che ha fatto il suo esordio

nel 2021, esprime lo spirito giovane e scanzonato V8+,

ma ne rinnova il look. L’etichetta ripercorre il processo di

spumantizzazione con il metodo Martinotti, indicando

fin al primo colpo d’occhio quale sia il “segreto” alla base

del successo di questi spumanti freschi e profumati, dove

aromi e sapori esaltano al meglio le note fruttate e floreali

dell’uva, conferendo al tempo stesso al vino un perlage

unico e inconfondibile. È, dunque, una scelta informata e

consapevole quella che V8+ desidera porre al centro, assumendo

il ruolo di divulgatore della cultura del Prosecco.

Un messaggio colorato e nominale. Già, perché a ciascu-

Quello del Prosecco è il racconto di un

universo variegato che ruota attorno

alla comprensione delle sue molteplici

e differenti sfumature. Una storia di

valori, terroir e dirompente passione.

Fondamenta su cui poggia anche quella di un brand che,

oggi, ha scelto di farsi storyteller del Prosecco: V8+. Nato

nel 2010, affonda le sue radici in un antico patrimonio di

saperi oltre che in vigneti dove crescono le migliori uve

Glera. È figlio di una expertise interamente votata proprio

al Prosecco che si lega a un metodo orgogliosamente italiano,

dando forma a sette etichette che parlano di esperienza,

tradizione e ricerca. Ma c’è di più, molto di più. È

infatti un racconto informale, inclusivo e democratico, che

punta a trasmettere quei valori di autenticità, qualità e innovazione

che sviluppa dalla vigna fin nel calice. Elementi

che ora sono ulteriormente accentuati grazie a un look che

si è rinnovato, puntando così ad avvicinare ulteriormente

un target di consumatori alla ricerca di un’esuberante versatilità

anche in termini di consumi. Il Prosecco, grazie a

V8+, allarga i propri orizzonti, sorprendendo proprio con

la sua dirompente comunicazione di un prodotto di alta

qualità, ma al tempo stesso eclettico, accessibile, fresco e

beverino. È un know-how verticale nella categoria quel

che sviluppa il marchio parte de Le Tenute del Leone Alato,

il progetto che porta sul mercato i vini di Genagricola,

raccontando in modo spontaneo e originale tutte le sfacna

etichetta corrisponde un nome proprio, un carattere

definito e una tonalità che la distingue dalle altre. Ogni

capsula, poi, contiene una breve frase che suggerisce le caratteristiche

del prodotto, instaurando un dialogo diretto

con il consumatore e trasmettendo al contempo l’energia

non convenzionale di un brand dall’approccio contemporaneo.

Quello stesso che richiama a sette diverse esperienze

per soddisfare le più svariate occasioni di consumo a

fronte del comun denominatore di una ricerca di qualità

senza compromessi. Ogni etichetta racconta di aperitivi

in compagnia e oltre. Si spazia dal pregiato Superiore di

Cartizze Docg, perfetto anche per un gustoso dopo cena,

al sofisticato Valdobbiadene Docg, fedele ai dettami della

tradizione di un territorio iconico ma capace di sposare in

tavola uno stile fusion, passando per i Millesimati, che racchiudono

il top della produzione d’annata e che amano le

combinazioni perfette e anche i sapori internazionali, fino

a giungere alle sorprendenti Cuvée, avvolgenti e aromatiche.

È così che ogni bottiglia V8+ racchiude un intero

universo: a partire dal territorio in cui è nata e che influenzerà

i suoi sentori, passando per la vendemmia, manuale o

meccanica a seconda dell’etichetta, le peculiarità di un’annata,

nel caso dei millesimati, fino alle scelte compiute

in cantina, a determinarne le note olfattive. Un racconto

dell’universo Prosecco in tutte le sue sfaccettature, storia

inesauribile di amore incondizionato per la terra e i suoi

doni straordinari.


10

FOCUS ON

Villa Sandi

oltre i record

Sfondato il muro dei 100 milioni di euro di fatturato

nel 2021, le strategie nel futuro del Gruppo

Èstato un 2021 da record quello di Villa Sandi.

Per la prima volta, la realtà di Crocetta

del Montello (Treviso), tra i leader nella produzione

di vini e di Prosecco Docg e Doc in

Veneto e Friuli, ha sfondato il muro dei 100

milioni di euro di fatturato. Un risultato spumeggiante,

che parla di ricavi superiori del 28% rispetto anche

al 2019, riferimento pre-Covid. Su cosa sia cambiato

nei due anni della pandemia ci siamo confrontati con

Giancarlo Moretti Polegato, presidente di Villa Sandi

(in foto, in alto). E il punto di partenza per sviluppare

il ragionamento sono proprio le belle notizie portate

dal bilancio 2021. “Davvero un anno straordinario in

termini di fatturato e di crescita”, sottolinea Giancarlo

Moretti Polegato. “L’ultimo esercizio parla di un risultato

record pari a 121 milioni di euro, in incremento

del 33% sul 2020. Un traguardo significativo e stimolante,

seppur raggiunto con 12 mesi di ritardo rispetto

alle nostre stime, causa Covid”. Il 2020, nonostante lo

stop, non ha però fatto registrare ripercussioni pesanti

per Villa Sandi. “La flessione è stata davvero minima.

E questo grazie all’impostazione già multicanale del

nostro Gruppo”. Operando, infatti, oggi in 126 Paesi

e tanto nel canale Horeca, con i marchi Villa Sandi e

Borgo Conventi, quanto all’interno delle grandi catene

distributive, con La Gioiosa, la realtà trevigiana ha saputo

governare anche le difficoltà impreviste della pandemia.

“Il consumo fuori casa andato in crisi durante

DI MATTEO BORRÈ

i periodi di lockdown è stato largamente recuperato

da quello in casa, riequilibrando l’andamento nel giro

d’affari. E l’exploit del 2021 è figlio di quanto abbiamo

seminato, in maniera differente rispetto agli incontri

faccia a faccia del passato, anche nei momenti delle

chiusure. Grazie alla nostra qualità e forza commerciale,

oltre alla capillare diffusione, con tecnologia, call, i

contatti da remoto e le degustazioni a distanza, non ci

siamo lasciati sfuggire nessuna possibilità”. Ora, però,

è tempo di ritornare a guardarsi negli occhi, conferma

il presidente di Villa Sandi. “La presenza, per noi, resta

un fattore decisivo, avendo investito molto sull’accoglienza

in azienda. E già vediamo la ripresa nelle prenotazioni

e sono fiducioso in un ritorno, presto, alla

normalità: c’è voglia di viaggiare, muoversi e visitare,

tanto si parli di operatori, quanto di appassionati”. La

voglia di Villa Sandi di proseguire nella propria ascesa,

invece, è testimoniata anche da un highlight di questo

inizio 2022: la sponsorizzazione della Snow Polo World

Cup, sul palcoscenico esclusivo di St. Moritz. “È stata

un’occasione per valorizzare il Prosecco portandolo in

un contesto di stile, prestigio e rilievo dove ha rappresentato

il gusto e l’eccellenza italiana in un ambiente

dal respiro internazionale. Una vera investitura: per la

prima volta nei 37 anni della Snow Polo World Cup, ha

affiancato lo Champagne, tradizionale partner dell’evento,

dimostrando una volta di più di poter coesistere

con la bollicina francese e rafforzando il suo status

di vino premium, apprezzato da consumatori di fascia

alta”. Per celebrare la partnership, Villa Sandi ha realizzato

una bottiglia dedicata, con riflessi argentei sfumati

e prodotta in serie limitata, che ha riscontrato un

grandissimo successo. “La mission che ci diamo ogni

giorno è proprio quella di elevare il Prosecco, portando

un valore aggiunto in termini di posizionamento,

immagine e qualità del prodotto”, sottolinea Moretti

Polegato. “E il futuro di questo successo internazionale

è legato al territorio e alla capacità di interpretarne e

comunicarne le differenze, in un condiviso impegno

di sostenibilità a includere coltivazioni a basso impatto

ambientale, utilizzo di energie pulite e responsabilità

sociale. Siamo, infatti, molto più di una tipologia di

vino o un brand: siamo custodi e depositari di un patrimonio

di tradizioni e bellezze naturali di un territorio

generoso da tutelare e preservare”. Quegli stessi valori

portati anche nel Collio, con il progetto Borgo Conventi

che prosegue il suo sviluppo. “Abbiamo registrato

una crescita superiore al 30% nel 2021 e in questo inizio

d’anno giungono ulteriori importanti segnali positivi,

grazie alla sinergia della nostra rete commerciale e

al lavoro messo in atto per ridare visibilità e forza ad un

marchio tra i più storici del Collio. Abbiamo innestato

con successo l’esperienza e la dinamicità di Villa Sandi

sulla grande tradizione friulana”. E il futuro parla proprio

di sinergie, innanzitutto tra generazioni. “Il vino

è cultura. Ed è questo l’aspetto che sempre più va fatto

cogliere ai più giovani. In questa direzione, il contributo

dei miei due figli è decisivo. Cittadini del mondo, cosmopoliti,

il loro approccio da nativi digitali facilita ed

agevola l’esplorazione e l’implementazione delle nuove

opportunità tecnologiche applicate in ogni settore del

nostro lavoro. Parlano lo stesso linguaggio dei potenziali

nuovi consumatori e ne conoscono le abitudini e

gli stili di vita. E se mia figlia Diva (in foto, in basso)

risiede a Londra, da dove si occupa dei mercati Uk e

Usa, Leonardo ha fatto il proprio ingresso in azienda

lo scorso settembre e si occupa della gestione interna.

La loro presenza, inoltre, è fondamentale anche per

garantire la continuità come famiglia nei nostri impegni

aziendali”. Ed è un incedere, quello di Villa Sandi,

che non ha alcuna intenzione di arrestarsi, come dimostra

la grande novità 2022. “All’interno dell’aeroporto

di Venezia, terzo hub in Italia, dopo Roma e Milano,

per traffico aereo, apriremo uno spazio brandizzato

assieme ad Allegrini. Un luogo dove far degustare le

eccellenze che oggi fanno grande il Veneto del vino:

il Prosecco e l’Amarone”, annuncia Moretti Polegato.

“Si tratta di un’intesa che avevamo già raggiunto nel

2019, ma che le vicissitudini della pandemia hanno costretto

a posticipare: ora siamo fiduciosi di poter dare

corpo a questo magnifico progetto quanto prima”.


f u t u r o a n t i c o


12

VISIONI

Photo: Henrik Blomqvist

Il nuovo corso

di Bocca di Lupo

Cosa cambia nel progetto della tenuta simbolo

del Rinascimento enologico pugliese al cuore della Doc Castel del Monte

DI MATTEO BORRÈ

C'è una Puglia del vino che guarda ben oltre il colore rosa. E oggi si

pone quale capofila di una nuova ambiziosa visione, valorizzando

un’area che dista solo qualche decina di chilometri dalle zone in cui

i confini tendono a sfumare, intersecando le narrazioni enoiche.

Siamo in agro di Minervino Murge, al cuore dell’area Doc Castel

del Monte, e se la Basilicata del Vulture e la Campania dell’eccellenza irpina si stagliano

all’orizzonte, è un territorio vocato, unico per caratterizzazione, questo conosciuto

come la “Puglia Imperiale”. Un angolo dove l’uomo, dopo tanto lavoro e ancor più pazienza,

è premiato, vendemmia dopo vendemmia, con i frutti di una terra dove vitigni

autoctoni e internazionali convivono, dando vita ad espressioni che nulla hanno di che

invidiare ai più grandi racconti del vino italiano.Terra d’adozione dell’imperatore Federico

II di Svevia, da cui deriva il curioso appellativo, la zona di Castel del Monte si

estende nel perimetro del parco nazionale dell’Alta Murgia, identificandosi nell’area dei

comuni di Andria, Barletta, Bisceglie, Canosa di Puglia, Corato, Margherita di Savoia,

Minervino Murge, San Ferdinando di Puglia, Spinazzola, Trani e Trinitapoli. Ed è qui,

dove le geometrie degli uliveti si alternano ai filari di vigneti, che nel 1998 la famiglia

Antinori, insieme a Renzo Cotarella, decise di compiere il primo passo investendo sulla

Puglia. Il sogno di produrre grandi vini da autoctoni pugliesi, alcuni dei quali risalenti

alla civiltà della Magna Grecia, ha preso in seguito vita in due diverse realtà: Bocca di

Lupo, la tenuta a Castel del Monte, e Tormaresca, con Masseria Maime in Salento e

Carrubo a Manduria.“Da allora non ci sono dubbi su quale sia stata la direzione intrapresa:

qualità, identità, voglia di emergere”, sottolinea Vito Palumbo, brand manager

Tormaresca. E se 25 anni fa la Puglia non era quella attuale, il duro lavoro su stile, distribuzione

e immagine ha condotto a una vera svolta. “Riteniamo che ora sia arrivato

il momento di fare un passo in più, un passo necessario per dare più attenzione e risalto

ad ognuna delle realtà che abbiamo creato in Puglia”. E quella che è nata come storia

di riscatto per un territorio magnifico e vocato, oggi vuole trasformarsi in qualcosa di

diverso. Un racconto ancora più dedicato, capace di mostrare e valorizzare l’unicità di

terroir, filosofie e relativi contesti produttivi, con le diversità a farsi annuncio della grandezza

dei vini che qui affondano le loro radici. Una rivoluzione che prende il via proprio

dalla realtà su cui il Rinascimento enologico pugliese dipinto dalla famiglia Antinori ha

poggiato in principio le proprie fondamenta. Una terra arcaica, narrata anche da Lina

Wertmüller nel suo primo film, I Basilischi, dove oggi prendono vita vini eleganti, vibranti

e verticali. “Bocca di Lupo è una Puglia che non sembra Puglia, lontana dall’immaginario

del grande pubblico che pensa alle terre rosse e ricche della Valle d’Itria e del

Salento”, riprende Vito Palumbo. “Un paesaggio rado, quasi lunare, dove grande storia

e civiltà contadina s’intrecciano in un’atmosfera magica e misteriosa”. Una terra povera,

tipica dei terreni carsici, dove si vuole ora esaltare, ancora di più e senza compromessi,

le caratteristiche e l’anima del territorio raccontandone l’eccellenza e l’unicità dei

suoi vini. “Ritengo che in Puglia siamo riusciti a ottenere risultati importanti sia per la

qualità dei vini prodotti ma anche dal punto di vista del contributo all’immagine e alla

vivacità culturale della regione”, sottolinea Renzo Cotarella, amministratore delegato

di Marchesi Antinori. “Adesso che si celebra la rinnovata attrattività della Puglia, riteniamo

che le zone in cui abbiamo investito, Castel del Monte e il Salento, meritino un

racconto dedicato e identitario. Vogliamo che ogni realtà possa brillare di luce propria”.

Dunque, è la naturale continuazione del percorso avviato oltre 20 anni fa ciò che ha

condotto a iniziare a trattare le due differenti aree di produzione in modo diverso. Un

mutamento di paradigmi nella narrazione celebrato oggi con l’uscita delle nuove annate

dell’Aglianico Bocca di Lupo e dello Chardonnay Pietrabianca, due estremi – uno

rosso, l’altro bianco, il primo autoctono pugliese, il secondo espressione internazionale

– molto diversi tra loro, ma che si presentano entrambi con un’etichetta rinnovata che

spiega al meglio il progetto intrapreso. Dove tutto è cominciato, dunque, la sfida si rinnova.

Tra i 140 ettari di vigneto di Bocca di Lupo, in piena Murgia, a 300 metri s.l.m.

dove Aglianico, Fiano Pugliese, Moscato Reale e Nero di Troia affiancano Chardonnay

e Cabernet Sauvignon. E dove, nel 2023, è annunciato all’esordio un Cabernet Franc

in purezza, con cui la sfida ai grandi rossi d’Italia entrerà ufficialmente nel vivo.


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COLLECTION

Novità pronta a scendere in pista, progetto nato nel segno della solidarietà. Un

successo planetario, il Prosecco Doc. Due etichette, firmate Serena Wines 1881. Tre

obiettivi: eliminare pregiudizi, creare modelli positivi, unire nello sport. Sono pronti

per fare il loro debutto l’elegante e morbido, con una vena piacevolmente zuccherina,

Prosecco Doc Treviso Extra Dry Millesimato e il fresco e armonico, 88% Glera

e 12% Pinot Nero, Prosecco Doc Rosé Brut Millesimato Serena Wines 1881,

con cui l’azienda trevigiana supporterà in maniera diretta l’associazione Obiettivo3

di Alex Zanardi. Per ogni bottiglia venduta, infatti, parte del ricavato sarà devoluto

al progetto che coinvolge atleti disabili per avviarli allo sport. Un’iniziativa il cui

lancio sarà anticipato da un “aperitivo”, quando le due etichette saranno bollicine

ufficiali alla presentazione della mostra Passage, racconto fotografico della grande

staffetta Obiettivo Tricolore, nata nella primavera del 2020 per lanciare un segnale di

speranza all’Italia dopo il lockdown e ripartita nel 2021 con il medesimo spirito.


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Il primo e unico vino single vineyard di una realtà simbolo,

con radici che affondano fin al 1585, del vino in

Valle d’Aosta. Le Prisonnier Maison Anselmet si rifà

alla lettura di un saggio del 1838 di Lorenzo Francesco

Gatta ed è simbiosi di una famiglia con la montagna. Circa

2mila bottiglie, blend di uve autoctone che si compone

di Petit Rouge, Cornalin, Fumin e Mayolet. Omaggio

alla Vallée che prende forma da una piccola vigna secolare

incastonata tra gli audaci declivi di Villeneuve, a 750

metri s.l.m. Terrazzamenti “imprigionati” tra le pareti

rocciose che lo sovrastano, in un microclima unico ed

eccezionale frutto di quelle stesse rocce. Al tempo stesso

custodi e benefattrici con la loro capacità di trattenere

e rilasciare il calore, contribuiscono infatti a generare

uve dal profilo aromatico intenso e dal perfetto bilanciamento

tra acidi e zuccheri. Per un rosso al palato potente,

ricco, strutturato, dove il fumé della barrique, lo

spirito alcolico, la qualità del frutto e la trama tannica

compongono un quadro armonico, appagante e aristocratico.

COLLECTION

Solo 880 Magnum, come il numero degli anni festeggiati nel 2022, e una quantità altrettanto

limitata di bottiglie da 0,75 lt, vale a dire 1142, in onore della data di fondazione. Il Cor Unum

et Anima Una Sylvaner Alto Adige Valle Isarco Doc 2020 Abbazia di Novacella è edizione

limitata che celebra 880 anni di storia: quella di una delle più speciali cantine altoatesine. Una

storica realtà del vino, che si racconta in questa etichetta, incisa direttamente sul vetro della bottiglia,

iniziando dal nome, ispirato da una delle norme della Regola agostiniana che stabilisce

l’organizzazione della vita monastica. L’accurata selezione delle migliori uve Sylvaner dell’annata

2020, lo stile e la filosofia dei migliori vini dell’Abbazia di Novacella.


15

COLLECTION

Una passione che non conosce barriere né tantomeno confini. Attrazione per i vitigni autoctoni ormai dimenticati che oggi raggiunge Valeriano, nell’Alta Grave

Friulana, dando vita al progetto Terre di Plovia. L’incontro tra la famiglia Armani e il wine manager Walter Filiputti. Una coppia di vini, bianco e rosso, cimeli

dell’enologia che conducono alla scoperta della genetica viticola nel suo inscindibile legame col territorio. Varietà internazionali che convivono con autoctoni

tanto sconosciuti quanto promettenti. Flum Terre di Plovia è un omaggio, in lingua friulana, al fiume, quel Tagliamento che influenza l’aria e tratteggia la terra

della Grave. Un bianco dove predomina lo Chardonnay, reso ancor più elegante dalla presenza di Friulano e di Sciaglin. Piligrin Terre di Plovia, invece, è cenno

alla storia, quella di una terra di passaggio per i pellegrini diretti in Terra Santa. Il Piculit Neri, lungo il Cammino del Tagliamento, spartisce il palcoscenico con

il Merlot, dando forma a un rosso, fresco connubio dove il frutto emerge con vitalità. “Cosa rende un vino grande con la G maiuscola? Non il prezzo, non la fama,

non i punteggi della critica, ma la sua capacità di portare il peso di un’identità e di comunicare il territorio che lo rende unico, perché nessun posto, nessuna cultura,

nessuna tradizione è replicabile altrove”. Parole e vino di Albino Armani.


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COLLECTION

Un nuovo capitolo, di grande equilibrio, complessità,

densità e freschezza, si apre sul vino icona di

Petra, azienda Toscana del gruppo Terra Moretti

Vino nata sul finire degli anni ’90 da un’intuizione

di Francesca Moretti. Il Petra 2018 Toscana

Rosso Igt rinnova l’impegno assunto 25

anni fa: offrire l’espressione più pura,

capace di rinnovarsi vendemmia dopo

vendemmia, mostrando le peculiari

caratteristiche dell’annata e la specifica

identità agronomica dei due diversi

micro-terroir da cui provengono le

uve. E oggi si aggiunge una novità.

Quella di Petra di Petra è infatti equazione

enoica in cui, tra i vitigni più

rappresentativi della zona di Suvereto

che ne compongono il blend, fa

il suo ingresso il Cabernet Franc, ad

accompagnare gli storici Cabernet

Sauvignon e Merlot. Una scelta che

completa, rendendo più seducente

al palato questo vino, in cui potenza

e volume sono mitigati da freschezza

e mineralità, con un dolce ritorno di

frutta fresca e un tannino equilibrato,

a lasciare intravedere un’ottima

capacità di invecchiamento.

Gran Selezione al debutto, simbolo di un progetto “d’altura” che si

rinnova nel segno di una ancora più marcata sostenibilità. Dalle vocate

pendici di Lamole giunge con la prima annata bio certificata la

grande novità del Chianti Classico Gran Selezione Docg Vigna

Grospoli 2018 Lamole di Lamole. Un’etichetta firmata da Andrea

Daldin, per stratificazione al palato differente dalle altre che compongono

la linea della Tenuta, ad affiancare la storica e pluripremiata

Gran Selezione Vigneto di Campolungo, mostrando nel calice tutta

la bellezza delle differenti sfumature di territorio, in single-vineyard

distanti solo poche centinaia di metri, quintessenza espressiva delle

rispettive caratteristiche uniche. Il figlio di un vero e proprio cru tra

i 540 e i 580 metri s.l.m., vigna posizionata in piena luce, terrazza

naturale accarezzata dai venti, dove le viti sono coltivate nell’arcaica

forma dell’alberello lamolese. Così prende forma un vino dalla struttura

complessa e dalla beva seducente. Una Gran Selezione che, nel

sorso, gioca su un perfetto equilibrio tra assenza di peso e presenza di

materia. Un vino “territoriale”, che è esattamente quel che a Lamole

di Lamole si è sempre ricercato tra le sue viti “spettinate”.


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Due annate mito, la 2015 oggi sul mercato e la 2016 presto in

commercio, per un’etichetta chiamata ad esprimere la massima

espressione della visione della famiglia Tommasi del Brunello

e di Montalcino. Il Colombaiolo Brunello di Montalcino

Riserva Docg Casisano parla di rispetto del territorio con

la sua naturale elevata acidità e freschezza. Tratti che raccontano, nel

segno dell’eleganza e della bevibilità, la caratterizzazione di altitudini che

oggi favoriscono le maturazioni delle uve Sangiovese Grosso e danno forma

a un grande rosso. Colombaiolo non è il vigneto situato più in alto a Casisano,

ma di certo il cru più storico e vocato: circa due ettari di cui sono utilizzate

solo le parcelle al suo cuore per il naturale equilibrio che offrono al frutto.

Vinificazione e affinamento nel solco della tradizione della botte grande, con

la Riserva 2016 ad aver introdotto un primo anno in tonneaux di primo passaggio,

ad anticipare la paziente attesa dei restanti tre in botte di rovere di

Slavonia da 18 e 25 hl. Al palato siamo innanzi a un vino austero, con tannini

maturi e vellutati nell’equilibrio tra grande struttura ed eleganza. Il finale è

fresco e armonico, la capacità evolutiva importante.

COLLECTION


18

COLLECTION

Un rosato annuncio spensierato di Primavera,

nuova stagione, non solo per il vino, da vivere

anche al calice in un viaggio tra sentori,

aromi e sensazioni. Una sinfonia composta

in vigna capace di restituire il grande lavoro

della natura, preservando la ricchezza

dei singoli areali. Terre vocate, al confine

tra Veneto e Friuli, dove il Carmen Rosato

Trevenezie Igt Tenute Tomasella

prende forma. Una declinazione in

rosa dell’incontro tra le uve Merlot

e Refosco dal Peduncolo Rosso,

che in bocca si rivela morbido,

elegante e di lunga persistenza

con una sottile ed intrigante

vena sapida. Perfetto aperitivo,

parla di serate a tavola tra

antipasti leggeri, pesci crudi

o cucinati delicatamente e

formaggi freschi.

L’expertise spumantistica di Canevel e lo stile Diesel s’incontrano in questo Prosecco

Doc Bio nato sotto il segno della comune vocazione alla sostenibilità. A distinguere

ed elevare il Casa Canevel Diesel Prosecco Doc Bio Extra Brut, la

vinificazione e spumantizzazione naturale, con un’unica fermentazione senza alcuna

interruzione o aggiunta di saccarosio che conserva intatto l’aroma dell’uva

Glera. Dal perlage fine ed elegante, nel calice si caratterizza per l’esplosione di

note fruttate e floreali. Bollicina che, ben oltre l’aperitivo, accompagna con grazia

salmone e crostacei, ma altrettanto bene sposa i salumi della tradizione italiana.


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Il Brutto Asolo Prosecco Superiore Docg

Sui Lieviti Montelvini è netto richiamo alla

cultura contadina trevigiana e di Asolo in

particolare. “Brutto” perché è vino naturale,

non filtrato, con una limitata presenza naturale

di solfiti e pochissimi zuccheri (2 g/lt). Si

può bere scaraffato, come da tradizione per

separare il fondo, oppure versato dalla bottiglia

per gustarlo velato, sapido e corposo. La

duplice scelta di servizio ne aumenta la versatilità

e quelle che ne sono le occasioni di

consumo: da degustare da solo in aperitivo

o a tutto pasto con svariati abbinamenti.

Fiore all’occhiello della Fondatore Collection,

la Grande Cuvée del Fondatore

Motus Vitae Valdobbiadene Docg Prosecco

Superiore Extra Brut Millesimato

Rive San Pietro di Barbozza Bortolomiol

è omaggio a Giuliano Bortolomiol e

racchiude tutta l’esperienza spumantistica

della famiglia. Pluripremiato, è un Rive

prodotto esclusivamente con le uve provenienti

dal vigneto di San Pietro di Barbozza,

Millesimato per rappresentare al

meglio le peculiari caratteristiche di ogni

annata ed Extra Brut che sosta sui lieviti

per 10 mesi, per poi pazientare ancora

per 2 o 3 mesi in bottiglia. Una sfida

all’incedere stesso del tempo, ripercorrendo

nel calice le gesta del fondatore,

grande sperimentatore sempre

alla ricerca di nuove vie. Un

Prosecco Superiore da scoprire

anche nella sua profondità: “l’altro

volto”, quello di vino longevo,

capace di arricchirsi di

note sempre più complesse.

COLLECTION


20

COLLECTION

Un mito senza tempo. Leggendario Premier Cru

Classé Supérieur, in un nuovo capitolo della sua

storia che oggi mira a sedurre anche da giovane.

Il Château d’Yquem 2019 si presenta in

un’annata di grande brillantezza aromatica

che punta a rivoluzionarne lo storytelling.

Per un vino unico che vuole farsi universale,

andando dritto al cuore di chiunque lo

assaggi, la prima volta come le successive,

perché non by the glass. Cambio di passo e

di paradigmi nel consumo tutto da assaporare,

etichetta che in questa nuova uscita si

caratterizza per l’assemblaggio unico, dove

la percentuale di Sauvignon Blanc dedicata

ad accompagnare il Sémillon è la più alta

nella storia, con un buon 45%. Ne nasce un

Château d’Yquem 2019 che si fa trasversale,

anche negli abbinamenti, spaziando al

calice dal pollo arrosto al più classico fine

pasto, senza tralasciare la possibilità di un

regale aperitivo a base di Cevice.

Il Sauternes Aoc 2015 Château Landion è l’impronta che la famiglia

Dubourg ha impresso all’interno dell’areale di produzione di uno dei

vini francesi più noti. Una produzione parcellare, in questo caso, che si

sviluppa su poco meno di 2,5 ettari di vigne tra gli abitati di Bommes e

Preignac. Un figlio prediletto di una zona dove l’andamento climatico

autunnale unico favorisce lo sviluppo della Botrytis Cinerea, rendendo

il Sauternes eccezionalità celebrata in tutto il mondo per la sua eleganza.

Dorato blend di 85% Sémillon e 15% Sauvignon, il Sauternes Aoc

2015 Château Landion al palato è vibrante armonia dalla consistenza

setosa, esplosione di aromi di limone candito, marmellata e albicocca.


21

Photo: Arcangelo Piai

Conegliano Valdobbiadene:

dove e perché il Prosecco

è Superiore

GIRAMONDO

DI MATTEO BORRÈ

Iconico, tradizionale, italiano:

il Prosecco è senza

dubbio la bollicina più

conosciuta al mondo, un

riferimento importante e

profondo per la nostra cultura

enogastronomica. Tante le vesti

che ha indossato nel corso del

tempo, ma senza dubbio determinante

è stato il modo in cui

questo vino ha saputo evolversi

e affermarsi. Esistono certamente

molti modi per parlare di

Prosecco, mille le angolazioni e

innumerevoli punti di partenza,

tuttavia, ci resta sicuramente

molto utile capire la sua natura

geografica e culturale, che disegna

con estrema attenzione e

naturalezza i contorni stilistici

e gustativi percepibili ad ogni

sorso. Fresco, versatile e dalla

moderata alcolicità, il Prosecco,

icona dell’italianità e del suo stile

nel mondo, non è tutto uguale. Si

tratta di un universo colorato di

tante sfumature che danno forma

a un insieme dove spicca quella

bollicina che, per geografia e posizionamento,

è detta Superiore.

È nel territorio collinare in provincia

di Treviso, a metà strada

tra Venezia e le Dolomiti, che la

magia dello spumante più bevuto

al mondo si trasforma in mito. Lo

fa lungo la dorsale che collega 15

comuni: Cison di Valmarino,

Colle Umberto, Conegliano,

Farra di Soligo,

Follina, Miane,

Pieve di Soligo,

Refrontolo, San

Pietro di Feletto,

San Vendemiano,

Susegana, Tarzo,

Valdobbiadene, Vidor,

Vittorio Veneto, in rigoroso

ordine alfabetico. Con i due

a dare il nome alla Docg, Conegliano

e Valdobbiadene, a rappresentare

l’una la capitale culturale

e l’altra il cuore produttivo. Le

colline del Prosecco Superiore,

dal 2019 Patrimonio dell’Umanità

come paesaggio culturale

dove proprio l’opera dei viticoltori

ha contribuito a creare uno

scenario unico, si estendono – da

Est a Ovest – tra i suoi due paesi

simbolo. Nel versante esposto

a Sud, rigogliosi si sviluppano i

vigneti, godendo della migliore

esposizione solare. Sul versante

a Nord, invece, la biodiversità

regna sovrana, grazie ai boschi

che contribuiscono a

garantire quella marcata

eterogeneità

territoriale che è

il punto di forza

di un paesaggio in

cui natura e uomo

convivono a stretto

contatto.

È poi un patrimonio di segreti

e tradizioni, tramandati generazione

in generazione lungo i

secoli dai viticoltori che costellano

le colline del Prosecco Superiore

Conegliano Valdobbiadene

Docg, a perpetuare il “saper fare”

di queste terre, dove oltre alla

vocazione del territorio e la sua

cultura enologica, a risultare decisiva

è la passione degli uomini

e delle donne che le abitano. Su

questi scoscesi pendii, infatti,

per ogni ettaro di vigneto collinare

sono necessarie circa 600

ore di lavoro annue, a differenza

delle 150 medie della pianura. E

oggi sono oltre 3mila i viticoltori

che custodiscono il Conegliano

Valdobbiadene. Una viticoltura

“eroica”, la loro, fatta di perizia

manuale e fatica, che fin dal 1962

è tutelata e promossa dal Consorzio

di Tutela del Conegliano

Valdobbiadene, ente nato per

disciplinare la produzione e proteggere

la qualità e l’immagine

di un vino unico, dal 1969 trasformatosi

in Doc riconosciuta

dal Ministero dell’Agricoltura.

Una Denominazione poi riorganizzata

nel 2009, con l’istituzione

della Docg, massimo livello

qualitativo italiano, per la zona di

Conegliano Valdobbiadene. Ed è

così che il Prosecco di queste colline

così vocate è diventato anche

“ufficialmente” Superiore.


22

que sono i bianchi a rappresentare circa il 65% delle vendite.

Tra i vitigni a far segnare le performance migliori,

in prima fila oggi c’è il Vermentino, poi la Ribolla Gialla

e il Gewürztraminer. Ma interessante, di recente, sono

le risposte che si stanno registrando su alcuni vitigni

che iniziano a “uscire dal guscio”, come gli altoatesini

Silvaner e Kerner: fino a poco tempo fa sconosciuti al

grande pubblico milanese, vivono un momento di scoperta.

Poi, altri bianchi performanti sono i classici dalla

Campania e dalla Sicilia. Ma il milanese, in linea generale,

è abbastanza predisposto ad assaggiare nuove cose.

E se parliamo di bollicine?

La bolla è Champagne. Poi, Milano è piazza sempre

molto attenta alla Franciacorta. Negli ultimi due anni,

però, abbiamo assistito anche a una crescita importante

del TrentoDoc, che ha ripreso a funzionare bene. Alta

Langa ancora in sofferenza, seppur anch’essa in crescita:

il grande pubblico, però, la deve ancora “intercettare”

come tipologia di proposta.

Come partner per il mondo Horeca, qual è il plus che

vi contraddistingue?

Il plus di Agenxia è sempre stato quello di proporsi ai

nostri partner un po’ meno come venditori e più come

consulenti. L’idea è di arrivare dal cliente innanzitutto

per confrontarci col nostro interlocutore sulla qualità. Il

focus è comprendere le sue necessità per poi individuare

insieme la giusta soluzione, che magari può anche condurre

a suggerimenti super partes al di fuori del perimetro

del nostro catalogo.

ON AIR

Milano ritorna

“da bere”

Roberto Pizzo, founder di Agenxia, ci svela i trend del

vino e il clima che si respira oggi sotto la Madonnina

Agenxia è un’agenzia di rappresentanza leader

nel milanese nella promozione di vini

pregiati italiani e stranieri per ristoranti,

bar, winebar, enoteche e tutte le attività

appartenenti al mondo dell’Horeca. Punto

di riferimento sotto la Madonnina, nel suo portfolio

vanta alcuni monumenti dell’enologia tricolore. A Roberto

Pizzo, founder e Ceo di Agenxia (nella

foto, in ginocchio a destra), abbiamo

domandato di raccontarci quelli che

sono i trend del vino e il clima che

si respira in città post pandemia.

Come nasce Agenxia e dove opera?

Nasciamo nel 2009, progetto in

cui si fondono due agenzie di Milano,

una delle quali era quella storica

di Felice Solci, grande protagonista

dell’epopea della “Milano da bere”.

Quando nel 2008 decise di andare in pensione,

i suoi agenti, con cui già collaboravamo, optarono

per unirsi a noi, che eravamo nati nel 1989. Dopo

13 anni di attività, oggi in Agenxia siamo in 10 persone

operative, di cui 7 dispiegate sul territorio ogni giorno.

Copriamo così le provincie di Milano, Monza e Lodi.

Come sviluppate la vostra offerta?

Proponiamo uno studiato mix di grandi nomi e piccole

DI MATTEO BORRÈ

realtà realizzato con estrema consapevolezza. L’idea, fin

da principio, è stata proprio quella di affiancare il grande

marchio con la valorizzazione di realtà più locali e

meno note, cantine dalle dimensioni contenute ma capaci

di proporre etichette di altissima qualità. Il nostro

mercato di riferimento è esclusivamente il canale Horeca

e l’idea è sempre stata quella di offrire ai nostri clienti

la possibilità di scegliere. Prendo l’esempio

della Langa, dove spaziamo da un grande

marchio come Michele Chiarlo a più

piccole, ma altrettanto espressive,

eccellenze di quel territorio, come

possono essere Massolino o Marziano

Abbona. Stesso discorso vale

in Valpolicella: collaboriamo con

Masi Agricola, ma anche con Terre

di Leone o con Graziano Prà. Arriviamo

in questa maniera a presentare

un mix di prodotti capaci di soddisfare

ogni necessità dei diversi operatori.

Cosa bevono oggi i milanesi fuori casa?

Il trend, se parliamo di ristorazione a Milano, oggi

è molto dettato dalla cucina etnica, principalmente

orientale. Nel nostro mix di vendita, il vino bianco la fa

da padrone, con i rossi che ultimamente hanno ripreso a

funzionare bene, innanzitutto col Piemonte, ma anche

con Valpolicella e Toscana. Escludendo le bolle, comun-

Come è cambiato il vostro lavoro in questi ultimi

due anni di pandemia?

È cambiato più nella modalità di approccio, soprattutto

in tempo di lockdown. Perché il fatto di non poter

incontrare di persona i clienti ha costretto tutti a individuare

metodi alternativi di rapporto. Ma dopo la riapertura,

in quel che è il nostro lavoro siamo ritornati a

gran parte della normalità di prima: il vino d’altronde è

convivialità e questo è dato imprescindibile.

Ma qual è oggi il clima che si respira nella Milano di

ristoranti ed enoteche?

Milano oggi è una Ferrari che viaggia in seconda marcia

in autostrada. La mia convinzione è che siamo seduti

su una miscela davvero esplosiva e pronta a detonare.

Appena si potrà lavorare seriamente a pieno regime,

Milano ha davvero tutto per esplodere: oggi, infatti, c’è

una ristorazione di altissimo livello, che negli ultimi 10

anni è mutata compiendo un salto di qualità verso l’alto

meraviglioso; c’è poi un livello professionale che si è

sviluppato tantissimo all’interno del settore; c’è inoltre

una nuova generazione che sta emergendo; infine, c’è

un pubblico sempre più competente e ricettivo rispetto

a un’offerta che ha alzato di molto il suo livello. Anche in

confronto a tante altre città cosmopolite, Milano sono

certo che in futuro potrà sempre più dire la sua.

E commercialmente il barometro cosa indica?

Milano è stata una delle ultime città a fermarsi e una delle

prime a ripartire dopo il lockdown. A parte un mese di

gennaio che quest’anno è risultato un po’ “sottotono”, i

successivi per le vendite di vino in città parlano di numeri

in crescita sulle cifre registrate lo scorso anno. E se

ci lasciano lavorare come sappiamo, l’auspicio concreto

è di poter vivere un’estate da sogno.

Con quale novità avete inaugurato il 2022?

La novità di questo inizio 2022 è l’accordo con Deluxewine,

realtà che distribuisce in Italia i prodotti Les Grands

Chais de France, distributore di vino numero uno Oltralpe

e gruppo guidato fin dalla fondazione nel 1979 dalla

famiglia Helfrich. Un vero mosaico di proprietà, il suo, che

spazia dalla Francia all’Ungheria, passando per la Spagna,

e che ha arricchito ancor di più il nostro portfolio.


24

Gli ultimi sono stati anni di grande cambiamento per il Consorzio del

Vino Nobile di Montepulciano. Anni durante i quali, nonostante la

pandemia, la Denominazione ha fatto i conti con tutte quelle criticità,

più o meno note, che non permettevano quel salto identitario e

di mercato che il territorio può meritare. Un’analisi importante, che

ha portato ad un’autocritica indispensabile per gettare le basi di questo forte cambiamento

che si è manifestato nella forma ma anche nella sostanza, spinto da motivazioni

assai nobili e utili in termini di valorizzazione del territorio e miglioramento

delle performance produttive e commerciali. Un progresso che ha visto, nel corso

degli anni, non solo la forte spinta istituzionale ma anche una grande partecipazione

dei produttori, che credono fortemente nelle capacità della Denominazione e che

si sono concretamente uniti nel riconoscimento delle origini e delle tradizioni, ma

anche nelle nuove visioni e obiettivi che le nuove generazioni propongono.

In occasione dell’Anteprima del Vino Nobile di Montepulciano, andata in scena

a marzo, nessuna stella è stata assegnata all’annata 2021, almeno per il momento.

Questo per decisione del Consorzio del Vino Nobile, che preferisce rimandare tale

attribuzione al momento della messa in commercio. Tuttavia, la 2021 mette alla luce

uno dei risultati di questo grande progetto di ricostruzione della Denominazione,

un lungo processo di analisi e ricerca compiuto dal consorzio e che porta a Montepulciano

l’identificazione e “nascita” di unità geografiche aggiuntive (Uga).

Tali unità sono state individuate attraverso uno studio storico della geologia e della

geografia del territorio che ha reso possibile l’individuazione di 12 zone (Cervognano,

Cerliana, Caggiole, S. Albino, Valiano, Ascianello, San Biagio, Le Grazie,

Gracciano, Badia, Argiano, Valardegna), definite nel disciplinare di produzione e

che saranno anteposte con la menzione “Pieve” in etichetta. La scelta del nome nasce

da un approfondimento di tipo storico, paesaggistico e produttivo vitivinicolo

e si rifà all’uso di toponimi territoriali riferibili a quelli delle antiche Pievi, suddivisione

già presente fin dall‘epoca romana e longobarda. La nuova tipologia Pievi,

dunque, presenterà un vino che avrà come caratteristiche le peculiarità del territorio

e di queste sottozone, con l’uvaggio che sarà legato al Sangiovese e ai soli vitigni autoctoni

complementari ammessi nel disciplinare e con uve esclusivamente prodotte

dalle aziende imbottigliatrici. Per accertare e certificare lo studio e la creazione delle

nuove Uga il Consorzio sta lavorando alla creazione di una commissione interna

composta da enologi e tecnici, la quale fornirà grande sostegno e avrà il compito di

valutare, prima dei passaggi previsti dalla normativa, che le caratteristiche corrispondano

al disciplinare stesso. Un lavoro molto attento e ben coordinato, in sintesi,

per rendere la tipologia Pieve un importante tratto distintivo della Denominazione.

Successivamente sarà la Regione Toscana che insieme alla commissione presenterà

tutta la documentazione relativa allo studio al Comitato Vini del Mipaaf, che darà

responso entro il 2022.

Già oggi, però, c’è un importante dato da segnalare: a riconferma del forte sostegno

dei produttori al progetto, la rivendicazione della Pieve in etichetta è già sostenuta

da oltre 40 aziende per la vendemmia 2021 – annata ufficiale nella quale la tipologia

dovrebbe prendere vita –, una stima che racconta di circa 500mila bottiglie, pari al

10% della produzione di Vino Nobile di Montepulciano. Stiamo assistendo, dunque,

a un determinante cambio di rotta nella Docg toscana, che già si era manifestato in

parte quando nel 2020 venne fatta la semplice, ma importantissima, modifica che

vedeva l’aggiunta della determinazione “Toscana” per tutte le etichette prodotte nel

territorio poliziano: Rosso di Montepulciano, Nobile di Montepulciano e Vinsanto

di Montepulciano. Una svolta decisiva, sia a livello di mercato sia di riconoscibilità

per il territorio. E oggi Montepulciano prosegue in quei passi necessari, e che in

molti attendevano, per affermarsi al meglio nel panorama vitivinicolo regionale –

all’interno del quale è in buona compagnia – ma anche certamente agli occhi della

viticoltura nazionale e internazionale. E ben oltre il singolo progetto Pievi, è bello

assistere alla coesione e all’unità d’intenti fra i produttori e l’ente che ne tutela il

lavoro, perché anche da questo passa il successo delle nuove strade del Nobile.

DI IRENE FORNI

NUOVI CODICI

Le nuove strade del Vino

Nobile di Montepulciano

L’annata 2021 porta con sé la nascita della tipologia “Pievi”,

molto più di semplici unità geografiche aggiuntive


26

Valdo

16 milioni di euro

per raddoppiare

la capacità produttiva

Mandrarossa

lancia il

Vermentino Bio

made in Sicilia

TITOLI DI CODA

Pasqua Vigneti e Cantine

vola con i suoi vini

Unconventional

Nuovo anno, nuovi traguardi. Con l’asticella spinta

una volta di più verso l’alto, facendo segnare un

nuovo record. Ma soprattutto andando a indicare

la bontà di una strada intrapresa ormai da 5 anni.

Il 2021 di Pasqua Vigneti e Cantine ha parlato di

nuovo di futuro, come ormai è diventata costanza

dalla svolta aziendale del 2015. Lo sguardo fisso

in avanti, ancora una volta, direzione nuovi orizzonti,

da intendersi non solo come il raggiungimento

di traguardi commerciali, ma anche d’innovativi

approcci in termini di visioni, strategie e

modalità di comunicarsi. Con i numeri a indicare

di un fatturato record e un Ebitda in crescita. Pasqua

Vigneti e Cantine, infatti, ha chiuso il 2021

con un giro d’affari consolidato di 63 milioni di

euro, a fronte di un +4% in confronto al 2019.

A soddisfare maggiormente nella performance

degli scorsi 12 mesi, però, il valore Ebitda, attestatosi

al 14% sui ricavi, per 8,6 milioni di euro,

contro i 7,3 del 2019 (circa un 12%). Il segno di

una società non solo in salute, ma anche in grado

di poter proseguire nel proprio consolidamento,

come azienda e nelle idee. “I nostri investimenti

e progetti di premiumizzazione”, commenta l’amministratore

delegato Riccardo Pasqua (in foto

col padre Umberto, presidente), “sono visibili in

tutti i mercati a partire dall’Italia, dove la vendita

degli Icons è cresciuta di 4 volte rispetto al 2014

e del 30% comparata al 2019”. Nel 2021, proprio

la vendita dei vini di fascia più alta ha rappresentato

la maggioranza (53%) del fatturato complessivo

di Pasqua, con gli Icons a guidare, passando

dai 25 milioni di euro del 2019 ai 32 milioni nel

2021, mentre Cecilia Beretta dai 4,4 milioni del

2014 è arrivata agli attuali 9,6 milioni.

Una crescita del 30% e un 2021 spumeggiante per Valdo

Spumanti, che ha mandato in archivio nel migliore dei

modi un anno iniziato in un clima di grande complessità.

La storica azienda di Valdobbiadene ha realizzato un risultato

da record, col fatturato attestatosi sugli 80 milioni di

euro e un Ebitda pari a 6,5%, e oggi sceglie quali direttive

per consolidare la crescita di puntare sull’export, sull’evoluzione

del mercato italiano e sull’e-commerce. “Nel

2021, sono stati stanziati nuovi investimenti strutturali

per ottimizzare la gestione attraverso il raddoppio della

capacità produttiva dell’azienda”, annuncia il presidente

Pierluigi Bolla, “i lavori cominceranno a inizio giugno e

si completeranno entro il 2025/26 con un investimento

complessivo di circa 16 milioni di euro”.i.

Bertani Domains

diventa

Angelini

Wines & Estates

Un nuovo nome per rafforzare appartenenza e identità.

A conferma della volontà di continuare a investire nel

settore vitivinicolo. È la scelta del Gruppo Angelini, con

Bertani Domains che diventa Angelini Wines & Estates.

“Stiamo lavorando sul grande potenziale delle tenute e

sull’individuazione di nuove direttrici di sviluppo”, sottolinea

Ettore Nicoletto, presidente e amministratore delegato

del gruppo vinicolo da marzo 2020. “Abbiamo iniziato

il 2022 mantenendo i forti trend di crescita registrati nel

2021 nonostante lo scenario di mercato stia diventando

sempre più mutevole e complesso. Abbiamo un progetto

pluriennale molto ambizioso e puntiamo ad accelerare lo

sviluppo del business attraverso una coerente e ragionata

strategia di portfolio e mercati”.

Una nuova etichetta per Mandrarossa.

Il racconto di un’inedita

espressione della vitivinicoltura

siciliana. Insieme al restyling grafico

della sua linea Innovativi, il top

brand della menfitana Cantine Settesoli

introduce Larcéra, Vermentino

Terre Siciliane Igt Bio 2021.

“Un’importante aggiunta alla

gamma”, spiega il presidente

Giuseppe Bursi. “Introdurre

un Vermentino siciliano sul

mercato vuole ulteriormente

affermare l’intenzione

di valorizzare le espressioni

più straordinarie e inaspettate

della nostra isola,

dando realizzazione concreta

a studi e analisi che

da an ni la nostra realtà ha

portato avanti”. Larcéra restituisce,

infatti, una vivida

fotografia dei vigneti della

Sicilia Sud Occidentale, distinguendosi

per struttura,

eleganza e un intenso bouquet

aromatico di note fruttate

e marcatamente saline che definiscono l’identità

sicula di questo vino.

Settimo Pizzolato sbarca

nel Chianti Colli Senesi con

Casale III

Una nuova tenuta, lontano da casa, per la cantina trevigiana

leader nella produzione ed esportazione di vino biologico.

La Settimo Pizzolato Holding, proprietaria de La

Cantina Pizzolato, azienda vitivinicola veneta che produce

oltre 8 milioni di bottiglie certificate bio esportate in

oltre 30 paesi nel mondo, annuncia l’acquisizione in Toscana

di Casale III. Una nuova sfida, che porta le idee della

famiglia Pizzolato a Colle Val d’Elsa, nel Chianti Colli Senesi.

Obiettivo nella nuova avventura: diversificare la sua

produzione portando, però, in Toscana la stessa filosofia

produttiva che caratterizza da sempre i vini Pizzolato. Un

racconto di rispetto della naturalità, produzione biologica

e massima qualità dei vini.

WineCouture

ha cambiato

veste:

scopri il nostro

nuovo sito


27

Photo: Emmanuel Allaire

Il Cristal

che non ti aspetti

Debutta l’annata 2014 della Cuvée de Prestige pluriparcellare

Louis Roederer, eloquente complessità di Climat e Craie

CHAMPAGNE

DI ANDREA SILVELLO E MATTEO BORRÈ

In una Champagne che va ritrovando la centralità della viticoltura, dove sempre più

l’enologia si pone al servizio delle uve e della caratterizzazione dei terroir in cui prendono

vita, la sublimazione della materia prima, il tirarne fuori il meglio, senza imporgli

una traiettoria predefinita dal gusto “storico” della Maison, è oggi missione che

unisce le visioni di grandi e piccoli. A evidenziarlo una volta di più è il nuovo capitolo

scritto da un mito come Louis Roederer, storica Maison fondata nel 1776 a Reims, con la

Cuvée Cristal Brut 2014. Uno Champagne per cui ogni introduzione è del tutto superflua.

L’iconica bottiglia dal fondo piatto, nata nel 1845, ritorna oggi con l’interpretazione che

Jean-Baptiste Lécaillon ha dato a un’annata da lui definita “un valzer climatico a tre

tempi, con contrasti forti, netti e determinanti”. La “chiave” del millesimo va

ricercata nel suolo, con Cristal che una volta di più si conferma figlio della

Craie, “che è la Champagne”, come ha sottolineato giustamente lo chef de

cave di Louis Roederer. Cuvée de Prestige pluriparcellare, prende forma

su suoli scelti tra i più bianchi, laddove il Climat garantisce il miglior carattere

alle uve. All’interno del Domaine Cristal, composto da 80 ettari,

parliamo di 45 eccezionali e diversi appezzamenti coltivati in regime di

agricoltura biologica e biodinamica. Cru selezionati di Verzenay, Verzy, Beaumont-sur-Vesle,

Ay, Avize, Mesnil-sur-Oger e Cramant, di cui, proprio come

nel caso della creazione di un grande profumo, si conserva solo l’essenziale. E nella

“composizione” della Cuvée Cristal Brut 2014 sono state 39 le parcelle trattenute. “Cristal

è vino di Climat e di suolo”, ha spiegato nel corso dell’anteprima italiana il suo artefice.

Con lo chef de cave di Louis Roederer che per la nuova uscita ha confermato, dal punto di

vista dell’uvaggio, la ricetta consolidata della Maison: 60% Pinot Noir, 40% Chardonnay.

Poi, nessuna fermentazione malolattica, mentre continua il graduale abbassamento del residuo,

che da 8 passa a 7 in quest’ultima annata. Ma cosa racconta nel calice il millesimo

2014? È il Cristal che non ti aspetti. Nella nostra esperienza di assaggi della Cuvée de Prestige

di casa Roederer siamo sempre stati piuttosto neutri nei giudizi dopo il primo approccio.

Cristal, infatti, è Champagne che ha bisogno di tempo. “Come tutti”, si dirà. Sì, come

tutti: ma Cristal forse un po’ di più. “La capacità d’invecchiamento è il suo grande segreto”,

ha ribadito non a caso Lécaillon. “E bisogna davvero lasciarlo invecchiare per goderne al

meglio. Così, tra i 15 e i 20 anni raggiunge un equilibrio interessante”. E nella Cuvée Cristal

Brut 2014 proprio questo equilibrio si avverte già in nuce, espresso dalla forza della Craie

e dalla concentrazione dell’annata, che gli consentirà di maturare bene, con la componente

aromatica ad attenuarsi lungo il corso del tempo e la mineralità a caratterizzarsi sempre più

attraverso note iodate. “Siamo innanzi a un Cristal che si presenta bene già da giovane, e

non è sempre il caso in questa particolare cuvée che ha la tendenza a debuttare un po’ chiusa”,

le parole di Lécaillon. Esattamente come la nostra esperienza ci insegna. Appena

uscita, ad esempio, la 2008 non era assolutamente in linea con quello che ricerchiamo

nel calice in uno Champagne di tale livello e prestigio, ma a distanza

di un paio d’anni dalla sboccatura il film è cambiato, e non poco. Lo stesso

vale per la 2012, annata che ci piace davvero molto e troviamo spesso, fin

da subito, molto più pronta della 2008. Al primo assaggio, però, anche Cristal

2012 ci ha fatto dire: “Aspettiamolo almeno 6 mesi prima di formulare

un giudizio e ne verremo ricompensati”. Abbiamo avuto ragione, il nostro

pensiero. Questa 2014, come anticipato, non è però il solito Cristal: proprio

per niente. All’olfatto è molto aromatico: si sente tanto la mela, una visione amplificata

della maturità delle uve. È un gran vino al naso, ancora prima di essere uno

Champagne. In bocca, poi, l’attacco prosegue sull’aromaticità ma chiude estremamente sapido,

iodato. La bollicina è fine, finissima, e la sua è un’effervescenza quasi salina. L’acidità

si fa sentire, la salivazione continua a lungo dopo aver deglutito. Che dire: si può affermare

che sia già pronto appena uscito? A nostro avviso, comunque no: è pur sempre sua Maestà

lo Champagne degli Zar, lasciamogli un po’ di tempo per trovare il perfetto equilibrio. In

questo caso, però, c’è da scommettere che non ce ne vorrà poi molto. Freschezza, struttura,

acidità sono già ora abbastanza bilanciate: qualche mese ancora e forse saranno in perfetto

equilibrio. Non l’aspettavamo così. E forse per la prima volta nella nostra esperienza con

Cristal potremo molto presto dire: “Per noi ora è perfetto da bere”.


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Nel 2003, alla morte del padre, Sophie Cossy prende in mano la cantina di famiglia.

Ha solo 26 anni. Il suo obiettivo? Modificare, cambiare, completare

il lavoro fatto dal padre per produrre i “suoi” Champagne: moderni, giovani,

complessi, ma con un fil rouge legato all’idea di creare differenti tipologie di

bollicine in modo da offrire a tutti i palati la possibilità di assaggiarne una. La

storia del Domaine rimanda al 1764, data in cui la vite entra a far parte della famiglia Cossy,

che all’inizio conferisce le uve alle grandi Maison. È il nonno di Sophie a prendere la decisione

d’iniziare a vinificare. Dapprima producendo Champagne dallo stile marcatamente

classico, il più tipico della Champagne, poi con il passare degli anni e delle generazioni gli

Champagne Cossy trovano un proprio stile, una propria identità. Oggi, sono 7 le tipologie

di Champagne prodotte da Sophie, tutte molto diverse tra loro per uvaggio, assemblaggio,

tempo di permanenza sui lieviti e dosaggio. La proprietà ha circa 7 ettari Premier Cru

suddivisi in 34 diverse parcelle situate nei villaggi di Jouy-lès-Reims, Arcis-le-Ponsart, passando

per Pargny-lès-Reims, Ville-Dommange, Courmas, Bouilly, fino a Serzy-et-Prin. Il

Meunier la fa da padrone, con un 53%, mentre l’estensione di Pinot Noir e Chardonnay è

rispettivamente del 32% e del 15%. Mediamente Sophie Cossy produce 45mila bottiglie

l’anno, ma in base all’andamento dell’annata non sempre realizza tutte e 7 le tipologie, sacrificando

in alcuni casi i millesimati. “Quando ho preso in mano la cantina”, racconta a

WineCouture, “sono partita da quello che c’era, da ciò che avevano fatto mio padre e mio

nonno. Per me era importante preservare lo stile già esistente. Ma allo stesso tempo volevo

metterlo in discussione, farlo evolvere, appropriarmene anch’io. Ho quindi, nel corso degli

anni, rielaborato ciascuna delle Cuvée. E ancora non è finita... Non è mai finita”. Il progetto

enologico di Sophie, infatti, è in continua evoluzione, tanto che, ma con molta pazienza,

arriveranno sul mercato nuovi vini, nuovi millesimati, concepiti ed elaborati da Sophie seguendo

nuove idee. Questa Vigneron modifica, poi, su misura per il mercato italiano, con

dosaggi, affinamenti sui lieviti e tempi di attesa post-sboccatura prolungati, alcuni Champagne

per esaltarne in esclusiva le caratteristiche. Grazie all’importatore Andrea Venturelli

a Milano, al ristorante San Maurì, è stato possibile organizzare una degustazione di diverse

bottiglie di questa piccola cantina, confrontando lo stile del padre con quello della figlia,

ma anche le diverse sboccature. Alcuni dei vini assaggiati erano pezzi davvero unici, come

la Jéroboam di Grande Réserve o i due Patrem proposti nei millesimati 2004, con sboccatura

originale, e 2006, con sboccatura tardiva. Ma procediamo con ordine. Abbiamo avuto

il piacere di degustare, con altri appassionati riuniti per l’occasione, Origine Reserve deg.

2021, Origine Magnum deg. 2018, Vieilles Vignes 2011 deg. 2019, Vieilles Vignes 2013

deg. 2020, Grande Réserve Jéroboam, Patrem 2004 deg. 2011, Patrem 2006 deg. 2021

e il Rosé Magnum deg. 2018. Siamo partiti in aperitivo con la nuova annata di Origine,

Cuvée composta dai 3 vitigni principali della Champagne e – solo per il mercato italiano –

con prolungata permanenza sui lieviti. Annata base 2013, sboccatura 2021. Non si poteva

iniziare meglio. Una bottiglia che doveva apparentemente servire per preparare la bocca

agli assaggi successivi si è rivelata di una piacevolezza e una beva incredibile. La Magnum

successiva, sorella maggiore di quest’ultima, ha confermato la capacità d’invecchiamento

di questa Cuvée. Maggiore complessità e struttura con note evolutive sia al naso sia in

bocca, ma ancora una freschezza e un’acidità importante. Il confronto successivo tra le due

bottiglie di Vieilles Vignes (2013 vs. 2011), assaggiate rigorosamente con un doppio calice

per consentire un confronto immediato, ci ha confermato come l’annata sia importante e

determinante in quello che poi ritroviamo nel bicchiere: un naso molto più ricco e fresco

per la 2013, maggior struttura per la 2011. La discussione tra i presenti, con poche eccezioni,

ha decretato la preferenza per la prima. La Jéroboam di Grande Réserve ha confermato

e amplificato il concetto già espresso sulla capacità di evolvere in bottiglie degli Champagne

Cossy. Le vere protagoniste della serata, però, sono state le due bottiglie successive,

etichette che esistono ormai solo nella cantina personale della Vigneron: Patrem 2004 e

2006. A parere di chi scrive – senza voler nulla togliere alla sorella – la 2004 con sboccatura

originale 2011 è stata senza dubbio la bottiglia della degustazione. Al naso una ricchezza di

aromi che andavano dalla frutta esotica, alla pasticceria, alla frutta secca. Una bocca piena,

complessa, buona acidità, equilibrata e piacevole. È quel calice che non si vorrebbe finisse

mai. Anche perché in questo caso sarà difficile poter ripetere l’esperienza, ahinoi.

DI FRANCESCA MORTARO E ANDREA SILVELLO

CHAMPAGNE

Il fantastico mondo

di Sophie Cossy

Photo: Giorgia Spina

Di calice in calice, alla scoperta delle Cuvée di una grande

Vigneron e della sua nuova visione dello stile di famiglia


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Photo: Marcello Brunetti

La Champagne 100%

uva di Fabrice Pouillon

Una visione che si è fatta Méthode.

La rivoluzione del Vigneron di Mareuil sur Aÿ

CHAMPAGNE

DI FRANCESCA MORTARO E MATTEO BORRÈ

La storia di Fabrice Pouillon potrebbe apparire come una delle tante della Champagne.

Vigneron, vini da sole uve di proprietà dei 7 ettari del Domaine, circa

50mila bottiglie prodotte, a seconda dell’andamento dell’annata, l’Italia tra i

mercati di riferimento (dov’è distribuito da Pellegrini), una tradizione di famiglia

ereditata da chi è venuto prima di lui, in epoca moderna il nonno Roger,

fondatore della Maison nel 1947, e il padre James, che subentrò nel 1965. Ma la storia di

Fabrice Pouillon non è come le altre. La sua, infatti, è una rivoluzione in Champagne, che

ci ha spiegato in prima persona in una masterclass lui dedicata in occasione del Sabrage

Tour Le Grand Gala, andato in scena il 26 marzo a Reggio Emilia. In Champagne, infatti,

Fabrice Pouillon è stato il primo, nel 2006, a introdurre il tiraggio con mosto per innescare

la seconda fermentazione. Una scelta che oggi è diventata marcatore dei suoi vini

e della sua visione. In sintesi, come un noto giornalista commentò all’epoca dell’esordio

della Cuvée Chemin du Bois, che è all’origine della rivoluzione di oggi, siamo innanzi a

uno Champagne “100% uva”. In che senso è presto spiegato: il Vigneron di Mareuil sur Aÿ

ha dato vita a un suo metodo che si separa dai dettami della presa di spuma classica, così

come tradizionalmente concepita, non aggiungendo in questo decisivo passaggio saccarosio

e lieviti esogeni che non abbiamo effettuato la prima fermentazione. Ma perché la

scelta del tiraggio con mosto? Per comprenderla c’è da fare un passo indietro, spiegando

l’offerta del Domaine Roger Pouillon & Fils. “La maggior parte delle nostre vigne sono

nella Vallée de la Marne”, racconta a WineCouture Fabrice Pouillon. “Solo una parcella

si trova sulla Montagne de Reims, nel villaggio di Tauxières, ed è quella in cui nasce la

Cuvée Les Terres Froides”. Sono 6 i villaggi coperti e 40 le parcelle, tutte condotte e vinificate

singolarmente. “Per noi è decisivo individuare la personalità e le caratteristiche di

ciascuna parcella e di ciascun villaggio, per poi offrire nel calice, anche grazie a dosaggi

Extra Brut studiati su misura, la migliore espressione del territorio”. Per questo la gamma

degli Champagne di Fabrice Pouillon è stata costruita seguendo un principio geografico.

“Si parte dalla prima Cuvée, oggi denominata Grande Vallée, una sorta di denominazione

regionale col suo assemblaggio delle uve di 5 villaggi della Vallée de la Marne. Poi, ci sono

gli Champagne di origine locale, da singoli villaggi: come nel caso del Rosé e della Solera,

che nascono a Mareuil sur Aÿ. Seguono le Cuvée che arrivano da un solo Lieux-Dits o da

un Terroir ben specifico di qualità superiore, che si distinguono tra quelli per cui applichiamo

un invecchiamento sui lieviti più corto, come nel caso di Le Montgruguet e Les

Terres Froides, e quelli invece che vantano tempi di affinamento prolungati, come Les

Valnons, Les Blanchiens e Les Chataigniers. Ultimo e prima applicazione del Méthode

Fabrice Pouillon, lo Champagne Chemin du Bois”. La visione che Fabrice Pouillon persegue,

e che dal 2019 ha trasferito dal Chemin du Bois alla Grande Vallée e al resto della

gamma, è di creare un legame tra la prima e la seconda fermentazione. A essere utilizzati

nel Méthode Fabrice Pouillon, infatti, sono gli stessi lieviti che hanno fatto la prima fermentazione

e gli zuccheri dell’uva che sono stati conservati per il passaggio della messa

in bottiglia. “Già al momento della vendemmia, realizziamo una prova di prima presa di

spuma con i lieviti isolati per il millesimo, così da verificare che siano capaci di attivare

anche alla seconda fermentazione, non solo la prima”. A cosa conduce questa scelta? “Una

migliore integrazione dell’effervescenza nel vino, perché è come se la prima fermentazione

proseguisse il suo cammino in bottiglia qualche mese dopo”. Dal 2019 tutti i vini

del Domaine sono prodotti seguendo questi principi. Da quest’anno, Grande Vallée (ex

Brut Réserve) e Rosé sono sul mercato nella prima versione Méthode Fabrice Pouillon,

nel 2023 arriveranno Le Montgruguet e Les Terres Froides, nel 2024 la cuvée Solera e

poi tutti gli altri Champagne. “Di anno in anno, l’obiettivo è utilizzare i lieviti del millesimo

identificati per la messa in bottiglia dei vini dell’annata, non concepire una selezione

Pouillon da poter sfruttare per i prossimi 20 anni. La sfida, poi, è assicurarsi che quelli che

hanno fermentato il vino in barrique, siano in grado di far partire la seconda fermentazione”.

L’obiettivo di Fabrice Pouillon, dunque, è quello di lavorare più naturalmente possibile,

ma ancor prima di fare grandi vini e grandi Champagne. “Per far questo c’è bisogno

di una garanzia: per raggiungere il traguardo, ci deve essere il controllo dell’essere umano.

La vigna senza l’uomo non produce uva. E le uve senza l’uomo non si trasformano da sole

in vino”. In un grande Champagne Méthode Fabrice Pouillon, per la precisione.


30

Laurent-Perrier

rarità Millésimé

Vallepicciola lancia

la nuova linea

Champagne Petite

Vallée

CHAMPAGNE

Laurent-Perrier, negli anni,

ha fatto della sostanza

dei propri annunci una

delle sue cifre distintive.

Mai la Maison guidata

dalla famiglia de Nonancourt

parla, senza aver

qualcosa d’importante

da dire. Uno stile che si

rispecchia nell’uscita

dei suoi Champagne,

che avviene sempre

esattamente quando

il momento è quello

giusto. Il lancio

del nuovo Brut

Millésimé 2012,

al suo esordio

in Italia, ne è

riprova. Parliamo

di un’annata

spe ciale,

che nei suoi 12

mesi racchiude

sia una grande

vendemmia, sia

la celebrazione

del bicentenario

della Maison.

Ma nel

Brut Millésimé

2012 ritroviamo

un ulteriore

elemento di eccezionalità:

già, perché Laurent-Perrier è marchio

che molto raramente millesima, meno di

un’annata su due a fronte di una media di mercato

di più di tre annate su quattro. Dunque,

la curiosità non può che essere tanta innanzi

a questo nuovo Champagne in uscita, figlio di

50% Chardonnay dei cru della Côte des Blancs

(Le Mesnil-sur-Oger, Oger, Cramant, Chouilly)

e di 50% Pinot Noir della Montagne de Reims

(Bouzy, Ay, Verzy, Mailly, Rilly-la-Montagne). A

venire espresso nel calice è il carattere dell’annata

in stile Laurent-Perrier. E oggi, dopo un

invecchiamento di quasi 10 anni in cantina, abbiamo

la conferma che la Maison della famiglia

Nonancourt ha dato vita a uno dei suoi millesimi

migliori. Il Brut Millésimé 2012 è, infatti, un

vino cesellato e perfettamente equilibrato ed

esprime tutta la freschezza, la finezza e l’eleganza

che caratterizzano lo stile Laurent-Perrier. Al

palato l’attacco è vivace, la sua grande finezza

lascia poi spazio ad una bella mineralità per finire

con note di pompelmo. Un nuovo capitolo

scritto dalla Maison della

famiglia de Nonancourt,

proseguendo

in quello spirito pionieristico

e innovativo

che da sempre

ne determina l’approccio

e le bollicine.

Perrier-Jouët presenta

l’esclusiva

Collezione Anemone

La Maison Perrier-Jouët lancia la nuova Collezione Anemone,

edizione esclusiva di sei cuvée Perrier-Jouët Belle

Epoque decorate con una preziosa opera d’arte realizzata

da uno dei più antichi artigiani orafi di Francia. Consolidando

sempre più il legame tra vini rari e alta artigianalità,

è disponibile in grandi formati e in quantità estremamente

limitate, con solo 35 Magnum e 18 Jeroboam disponibili

al mondo, ciascuno numerato. La Collezione Anemone

di Perrier-Jouët mette in risalto lo stretto legame tra la

Maison e il movimento Art Nouveau, oltre che il suo eccezionale

savoir-faire nell’art du millésime. Le sei etichette

selezionate e personalizzate dagli artigiani dell’Orfèvrerie

Felix sono Belle Epoque 2007 e 2012, Belle Epoque Blanc

de Blancs 2006 e 2007 e Belle Epoque Rosé 2010.

La Grande

Année 2014

Bollinger,

pazienza ricompensata

Il savoir-faire artigianale di Bollinger si riaffaccia sugli

scaffali con un nuovo capitolo de La Grande Année.

Etichetta iconica, è Champagne figlio dell’annata 2014,

che ha dato vita a un vino allo stesso tempo preciso, fine

e complesso nella sua intensità e mineralità. Il risultato

di un anno molto contrastato, che è stato interpretato da

Bollinger attraverso un blend di 61% Pinot Noir e 39%

Chardonnay. Uve di 19 cru, principalmente Aÿ e Verzenay

per il primo vitigno, Chouilly e Oiry per il secondo,

La Grande Année 2014 è vino intenso, in cui la varietà

di aromi si rivela gradualmente. Con il palato ad aprirsi

con un’effervescenza fine e intensa, seguita da una vinosità

bilanciata da una delicata acidità.

Una nuova linea di Champagne, che porta un po’ d’Italia

al cuore della Montagne de Reims. Esordio per lo Champagne

Petite Vallée, gamma nata dall’amicizia tra Bruno

Bolfo, proprietario di Vallepicciola, e Michel Forget e

Frédéric Jorez della Maison Forget-Brimont. La cantina

toscana arricchisce così la sua proposta di vini d’alto livello,

festeggiando i 35 anni di attività con la registrazione

del marchio Champagne P. Vallée al Comité Champagne

(MA-4696-33-00193). A comporre l’offerta, 4 etichette: il

Brut Premier Cru, il Blanc de Blancs Premier Cru, il Millésime

2010 Premier Cru e il Brut Premier Cru – Riserva

Jre, speciale cuvée, quest’ultima, destinata esclusivamente

ai ristoranti della famiglia dei Jeunes Restaurateurs italiani

in tiratura limitata di sole 5mila mila bottiglie. Diversi

tra loro, sono accomunati da classe, finezza e bevibilità, tre

tratti caratteristici che ne determinano la cifra stilistica.

I numeri da record

dello Champagne in Italia

e nel mondo nel 2021

Sono arrivati dal Comité Champagne i numeri ufficiali a

raccontare l’anno record per le bollicine francesi in Italia.

Nel 2021, le bottiglie spedite nel nostro Paese sono state

9,2 milioni, con un incremento del 32,8% rispetto al 2020

e del 10,8% rispetto al 2019. A valore, l’Italia raggiunge

quota 200,1 milioni di euro e fa registrare una crescita del

36,3% sul 2020 e dell’11,3% sul 2019. Nello scenario globale,

il mercato italiano si conferma il quinto sbocco per

giro d’affari dello Champagne e il settimo a volume. Le

spedizioni totali nel mondo, nel 2021, hanno raggiunto le

320 milioni di bottiglie (140 milioni destinate alla Francia

e 180 milioni per l’export), in crescita del 31% rispetto al

2020 e del 9% rispetto al 2019. Il mercato francese è tornato

al livello del 2019 (+25%), mentre le esportazioni

hanno visto un incremento del 37% sul 2020 e del 15% sul

2019. Il giro d’affari globale dello Champagne nel 2021 ha

raggiunto un nuovo record con 5,7 miliardi di euro e una

crescita del 36% rispetto al 2020 e del 14% rispetto al 2019.

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