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Art&trA Rivista Apr_Mag_2022

Rivista d’arte, cultura e informazione

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anno 14° - aprIlE / MaggIo 2022

98° Bimestrale di arte & cultura - 3,50

Dai Romantici a Segantini

Storie di lune e poi di sguardi e montagne.

Capolavori dalla Fondazione Oskar Reinhart

Elena Modelli

Fantasie necessarie

Art&Vip

protagonisti del mese:

Michael e Andrew Cipriani


Domenico Asmone

L

aboratorio

AccA

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

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“artisti contemporanei”

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registrazione: tribunale di roma

Iscrizione camera di commercio di roma

n. 1294817

1ª di copertina: Elena Modelli

2ª di copertina: Domenico asmone

3ª di copertina: Franco Secci

4ª di copertina: alessio Schiavon

copyright © 2013 acca IntErnatIonal S.r.l.

riproduzione vietata

ACCA INTERNATIONAL Srl

S o M M a r I o

rUBrIcHE

a p r I l E - M a g g I o 2 0 2 2

Dai romantici a Segantini pag. pag. 4

a cura di Silvana gatti

ritratti d’artista. talenti del XXI secolo (Elena Modelli) pag. 30

a cura di Marilena Spataro

Dall’arte concreta all’arte progettuale pag 40

di rita lombardi

carpenter trees pag: 50

di paola Simona tesio

la Biennale di Venezia. 59° Esposizione nternazionale d’arte pag 56

di Marilena Spataro

Stefania cappelletti. anima pittrice pag. 14

di giorgio Barassi

Fabio grassi. Il disegno prima e dentro lo spazio pag. 18

di giorgio Barassi

Elena Modelli. Fantasie necessarie pag. 22

di giorgio Barassi

laboratorio acca. tV, mostre, editoria... pag. 26

a cura della redazione

les fleurs et les raisins. trasversali allegagioni d’arte pag. 36

di alberto gross

Il mondo di Francesca calzolari pag. 48

a cura di Silvana gatti

artisti allo specchio pag. 62

di Sergio Monari

HoMo SUM. la fedeltà alla figurazione di Mario Benedetto pag. 64

a cura di Fabrizio Sparaci

Mostre in corso. Victor Fotso nyie. radici aeree pag. 70

di Fabrizio Sparaci

Biografie d’artista. Victor Fotso nyie pag. 71

a cura di Marilena Spataro

I tesori del Borgo. terra del Sole pag. 74

di Marilena Spataro

giuseppe trentacoste. la personale nel

castello Ducale di torremaggiore è stata un successo pag. 78

a cura della redazione

Il Museo Ugo guidi vince il progetto Wikimedia pag. 80

di Marilena Spataro

Il paesaggio di guerino palomba pag. 84

di Veronica Di lullo

art&Vip - protagonisti del mese, Michael e andrew cipriani pag. 88

a cura della redazione

consigli di lettura. Vita di viaggio pag. 90

a cura di Marilena Spataro

Il fascino del colore pag. 94

di Svjetlana lipanović

art&Events pag. 96

a cura della redazione

Mostre d’arte in Italia e fuori confine pag. 98

a cura di Silvana gatti


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moltitu dine di notizie che verranno continuamente

pubblicate.


4

Dai Romantici a Segantini

Storie di lune e poi di sguardi e montagne.

Capolavori dalla Fondazione Oskar Reinhart

Padova, Centro San Gaetano

29 gennaio - 5 giugno 2022

A cura di Silvana Gatti

Albert Anker

“Louise, la figlia dell’artista” - 1874

Olio su tela - cm 80.5x65

Kunst Museum Winterthur, Fondazione Oskar Reinhart

© SIK-ISEA, Zurigo (Philipp Hitz)

in corso, fino al 5 giugno

è2022, a Padova, la mostra

Dai romantici a Segantini,

realizzata grazie alla collaborazione

tra il Comune e

Linea d’ombra, primo capitolo

di un nuovo progetto espositivo

concepito da Marco Goldin, dal titolo

complessivo “Geografie dell’Europa.

La trama della pittura tra Ottocento e

Novecento”. Un vasto percorso artistico

e storico che documenterà la pittura in

Europa dal XIX al XX secolo.

Un progetto ambizioso che metterà in

luce le relazioni che, fino a inizio Novecento,

intercorrevano tra le diverse

culture figurative nazionali. I pittori

viaggiavano dalla foresta di Barbizon a

Parigi, da Vienna a Monaco, verso le

grandi capitali in cui la modernità avanzava

e verso i luoghi artistici. L’Italia

era una delle mete predilette, basta citare,

tra i tanti artisti che visitarono il

Bel Paese, Turner e Corot, Manet e Böcklin,

Monet e Renoir. Un progetto nato

dallo studio più che ventennale di Marco

Goldin sull’arte dell’Ottocento in

Europa e nel mondo, sfociato nel suo

libro, uscito per La nave di Teseo, “Il

giardino e la luna. Arte dell’Ottocento

dal romanticismo all’impressionismo”.

Questa è la prima mostra del ciclo, ricca

di paesaggi incantati e ritratti volti a documentare

la nascita dell’arte europea a

inizio Ottocento, dunque il romanticismo.

Per questa ragione la Germania è

il fulcro di tale mostra, con la Svizzera

con la quale condivide il versante del

realismo per poi aprirsi, tra Ottocento e

Novecento, grazie a pittori quali Hodler

e Segantini giunto dall’Italia, verso il

nuovo.


Caspar David Friedrich

“Le bianche scogliere di Rügen” - 1818

Olio su tela - cm 90 x 70

Kunst Museum Winterthur, Fondazione Oskar Reinhart

© SIK-ISEA, Zurigo (Philipp Hitz)

Arnold Böcklin

“Pan nel canneto” - 1856-1857

Olio su tela - cm 138 x 99.5

Kunst Museum Winterthur, Fondazione Oskar Reinhart

© SIK-ISEA, Zurigo (Philipp Hitz)

La mostra annovera 75 opere della collezione

Oskar Reinhart, parte della rete

del Kunst Museum di Winterthur, uno

dei poli artistici di maggior interesse

della Confederazione elvetica. Appartenente

a una ricca famiglia di mercanti,

Oskar Reinhart (1885 - 1965) era il figlio

minore di Theodor, molto interessato egli

stesso al collezionismo.

A partire dal romanticismo in Germania,

con i suoi esponenti maggiori da Friedrich

a Runge a Dahl, la collezione comprende

cinque dipinti di Friedrich, padre

del romanticismo, tutti esposti a Padova.

Sette sono le sezioni tematiche che documentano

l’arte svizzera e tedesca dell’Ottocento.

Un viaggio che dalla modernità

dei paesaggi alpini, a fine Settecento,

di Caspar Wolf, arriva fino a Segantini.

Interessanti alcune sezioni monografiche

tra cui quelle dedicate a Böcklin e

Hodler, fino all’impressionismo tedesco

e alle novità coloristiche, di stampo francese,

di pittori svizzeri come Cuno Amiet

e Giovanni Giacometti, vissuti nella

valle incantata tra le montagne intorno al

Maloja.

Da epoche remote la Svizzera ha sempre

avuto rispetto per la natura e la montagna.

Il pensiero di Rousseau diede il via,

nel Settecento, allo sviluppo di una filosofia

della natura che trovò in Svizzera

terreno fertile, come primo passo verso

il romanticismo. Le Alpi furono il soggetto

prediletto dagli artisti, e Caspar

Wolf, con le sue opere delle Alpi dipinte

tra il 1774 e il 1778, anticipatore talvolta

del Turner, le dipinse in maniera del tutto

innovativa. Prima del pittore svizzero,

nato nel 1735 nel canton Argovia e morto

nel 1783 a Heidelberg (Germania), i paesaggi

montani venivano raffigurati in

maniera naturalistica. Wolf ha voluto

rendere un’immagine più “sensuale” ed

esteticamente nuova di catene montuose,

ghiacciai, cascate, caverne, ponti, fiumi,

laghi e altopiani. Una sua opera in mostra,

“Veduta dal Bänisegg sul ghiacciaio

inferiore del Grindelwald e sul massiccio

del Fiescherhorn”, olio su tela del 1774,

regala al pubblico un’atmosfera del tutto

eterea della montagna. Il suo successo è

dovuto anche all’incontro con l’editore

bernese Abraham Wagner, per il quale ha

illustrato una pubblicazione enciclopedica

sui paesaggi delle Alpi svizzere.

Nelle opere di Calame e Menn è riscontrabile

l’influenza francese, attorno alla

metà dell’Ottocento, di pari passo con

quanto avveniva in tutta Europa. Spicca,

tra le altre opere di Alexandre Calame,

“Rocce vicino a Seelisberg”, del 1861,

per la raffigurazione di una natura incontaminata,

di contrasto alla crescita industriale.

Nella parte della Svizzera tedesca,

il realismo legato al paesaggio si

legò ad una vera e propria celebrazione

di una nazione che si avviava sempre di

più verso una condizione di prosperità.

Courbet diventa il riferimento principale

di artisti come Buchser, Koller e Robert

Zünd, come si vede nella sua opera


6

Caspar David Friedrich

“Donna sulla spiaggia di Rügen” - 1818 circa

Olio su tela - cm 21.5 x 30

Kunst Museum Winterthur, Fondazione Oskar Reinhart

© SIK-ISEA, Zurigo (Philipp Hitz)

Arnold Böcklin

“Bambini che intagliano zufoli” - 1865

Olio su tela - cm 64.5 x 96.5

Kunst Museum Winterthur, Fondazione Oskar Reinhart

© SIK-ISEA, Zurigo (Philipp Hitz)

“Prato al sole”, del 1856, dalla forte valenza

espressiva.

La mostra prosegue con la sezione dedicata

al romanticismo in Germania. Oskar

Reinhart aveva in Julius Meier-Graefe il

suo punto di riferimento. La grande

esposizione berlinese del 1906 fece conoscere

al pubblico il romanticismo tedesco,

riscoprendo la figura di Caspar

David Friedrich, caduto inspiegabilmente

nell’oblio dopo la morte. Tra le cinque

opere di Caspar David Friedrich qui

esposte, spicca il dipinto “Le bianche

scogliere di Rügen”, del 1818, in Germania,

dove l’artista si recò nel 1818

per festeggiare le nozze con Caroline

Bommer. Nella tela le scogliere sono incorniciate

dalle chiome dei due alberi in

primo piano, che formano una circonferenza

immaginaria all’interno della quale

sono disposti tre personaggi che scrutano

il mare che si profila oltre le falesie.

A destra un uomo (il pittore stesso),

guarda verso l’orizzonte seguendo il veleggiare

di due piccole barche. A sinistra

una giovane donna, Caroline, vestita di

rosso, indica qualcosa di indefinito ai

piedi del bianco precipizio. Al centro

della scena è raffigurato il fratello che,

posato il bastone e la tuba sul terreno, si

avvicina carponi all’orlo della voragine,

al fine di poter osservare il punto indicato

dalla moglie. Ogni elemento del dipinto

simboleggia un messaggio di matrice

cristiana, tipico di altre opere friedrichiane.

L’uomo che avanza carponi,

per esempio, è un riferimento all’obbedienza

e all’umiltà, così come l’uomo in

contemplazione allude alla speranza. Le

due barchette a vela sono simboli dell'anima

che si apre alla vita eterna, mentre

la tuba poggiata sull'erba è un’immagine

metaforica della caducità della

vita. Anche i colori sono portatori di

messaggi, dall’abito rosso squillante di

Caroline simbolo di carità e amore, al

blu della figura in centro colore della

fede, mentre l'uomo sulla destra indossa

indumenti verdi, colore della speranza. I

tre personaggi restano comunque in secondo

piano rispetto allo spettacolo naturale,

vero e proprio protagonista del

dipinto. Le maestose falesie si stagliano

verso il mare, dipinto con colori che

vanno dalle tonalità verde-blu del mare

sotto costa al rosa dell’orizzonte, che si

confonde nell'infinito, in accordo con la

sensibilità romantica.

La collezione Reinhart presenta opere in

cui il tema della natura resta fondamentale,

anche se non mancano scene di vita

quotidiana come, per esempio, nel quadro

di Kersting “Uomo che legge alla

luce di una lampada”, 1814. Per Runge

l’amore verso la natura era la chiave attraverso

cui l’uomo poteva scoprire i segreti

dell’universo. Runge è, assieme a

Caspar David Friedrich, il maggior esponente

del Romanticismo tedesco, e sviluppò

una concezione del “paesaggio”

come un enorme “geroglifico”, composto

da un’allegoria o un simbolo. All’elaborazione

di questa teoria artistica Runge

contribuì con il suo scritto “La sfera

dei colori”. Runge fu anche poeta e ideò

un ciclo di dipinti, Le fasi del giorno, da

vedersi con l’accompagnamento di musica

e poesia: in questo modo, persegui-


Giovanni Giacometti

“Ottilia Giacometti” - 1912

Olio su tela - cm 61 x 50

Kunst Museum Winterthur, Fondazione Oskar Reinhart

© SIK-ISEA, Zurigo (Philipp Hitz)

Ferdinand Hodler

“Il massiccio Jungfrau da Mürren” - 1911

Olio su tela - cm 88.5 x 66

Kunst Museum Winterthur, Fondazione Oskar Reinhart

© SIK-ISEA, Zurigo (Philipp Hitz)

va il sogno, tipicamente romantico, di

creare l’opera d’arte totale, centrata su

un’elaborata e complessa rappresentazione

dei momenti del giorno, uno dei

quali compare in mostra.

La terza sezione della mostra documenta

il periodo di passaggio che dal romanticismo

tedesco si avvia verso l’impressionismo

con l’opera di Ferdinand Georg

Waldmüller,

austriaco di nascita, “Veduta vicino al

villaggio di Ahorn con i monti Loser e

Sandling”, un olio su tavola del 1833 che

documenta come l’artista trovasse soltanto

nella natura la verità e la bellezza

del creato, al pari di Morgenstern, ancora

in bilico tra una visione tardo romantica

di forte sensibilità atmosferica e gli esiti

del realismo. Con “Il pittore nel giardino”,

1860 circa, di Carl Spitzweg, si

entra nell’ambito preimpressionista, grazie

ad un brillante cromatismo che lo

rese uno dei maestri in Germania nella

seconda parte del secolo. Nel quadro in

mostra è evidente un certo intimismo lirico,

con il pittore raffigurato di spalle,

seduto e riparato dal sole da un ombrello

che evoca i modelli francesi.

Il XIX secolo vede affiancarsi un’arte di

tipo idealista accanto al realismo. Nelle

nazioni legate alla lingua tedesca cresce

l’interesse per gli ideali classici legati

alle dimensioni umane della psicologia.

Artisti del cosiddetto gruppo Deutschrömer,

vale a dire Von Marées, Feuerbach

e Böcklin, presenti nella quarta sezione,

subivano il fascino della cultura italiana

antica. Böcklin incarnò la visione del

mondo espressa da Nietzsche nella sua

opera “La nascita della tragedia”, lavorando

su immagini evocatrici dell’elemento

dionisiaco che si manifesta sotto

la facciata della bellezza apollinea tratta

dalla mitologia e dal mondo delle divinità,

come si vede nei quadri famosi in

questa sezione. Era opinione dei Simbolisti,

e di Böcklin in particolare, che lo

scopo dell’arte fosse quello di rivelare la

realtà «altra» che si cela dietro quella visibile

con l'uso dei sensi e della ragione,

svelando le possibilità offerte dall’esplorazione

della realtà psichica delle cose

per mezzo di simboli di matrice mitologica

come nell’opera “Tritone e Nereide”,

datata 1877 Albert Anker è il più

popolare tra gli artisti svizzeri prima di

Hodler. I suoi ritratti immergono i personaggi

in un silenzio quasi metafisico,

come nel Ritratto della figlia Louise

esposto nella quinta sezione della rassegna.

A metà degli anni cinquanta del

XIX secolo è a Parigi per studiare nell’atelier

di Gleyre, nelle stesse sale in cui

pochi anni dopo sarebbero entrati Monet

e Renoir. Espone al Salon fino ai primi

anni novanta e si mostra interessato al

realismo di Courbet ed alla pittura francese

di artisti come Bonvin e Chaplin.

Trovandosi a Parigi nel pieno della rivoluzione

impressionista subisce l’influenza

della ritrattistica di Manet e del giovane

Renoir. Verso fine Ottocento, una

arte di timbro simbolico e psicologico fu

rilevante non solo in Germania e Svizzera

ma anche in Francia e in Europa.

Tutto questo, nella collezione di Oskar

Reinhart, è documentato dalle opere del

pittore svizzero più importante di quel


8

Giovanni Segantini

“Paesaggio alpino con donna all’abbeveratoio”

1893 circa - Olio su tela - cm 71.5 x 121.5

Kunst Museum Winterthur, Fondazione Oskar Reinhart

© SIK-ISEA, Zurigo (Philipp Hitz)

Caspar Wolf

“Veduta dal Bänisegg sul ghiacciaio inferiore

del Grindelwald e sul massiccio del Fiescherhorn”

1774 - Olio su tela - cm 54 x 76

Kunst Museum Winterthur, Fondazione Oskar Reinhart

© SIK-ISEA, Zurigo (Philipp Hitz)

periodo, Ferdinand Hodler. Egli combina,

anche nei ritratti qui esposti, elementi

del realismo di Courbet ed effetti

impressionistici con reminiscenze di alcuni

maestri antichi, specialmente Holbein.

Il ritratto, ad esempio, della sorella

del poeta simbolista Duchosal, parte dal

tributo verso Holbein passando per Manet,

ma descrive anche la psicologia del

soggetto, nello stile dei simbolisti.

è nell’arte tedesca compresa nella collezione

Reinhart che l’influenza del realismo

di Courbet risulta evidente.

L’interesse verso il mondo rurale era

anche di stampo politico e si espresse

anche nella ritrattistica. Altri pittori compresi

nella sesta sezione, come Von

Uhde e Trübner, celebrano i valori di un

mondo antico e di tradizioni, mentre

Thoma, artista molto amato dal collezionista

svizzero, inserisce in questo legame

con la realtà una nota di lirismo e di

partecipazione emotiva. L’influenza dell’impressionismo

francese arriva anche

in Germania, seppur con anni di ritardo,

come si vede per esempio nell’opera di

Slevogt e Liebermann.

L’ultima sezione della mostra, la più

ampia per numero delle opere, è un ingresso

trionfale dentro la modernità e il

suo colore nuovo. Quattro i pittori che la

compongono: Segantini, Amiet, nuovamente

Hodler e Giovanni Giacometti, il

padre dello scultore Alberto. è tra le valli,

i prati e i picchi attorno al Maloja,

sopra Saint-Moritz, che si forma un nuovo

gusto per la pittura, ampiamente collegato

a quanto di più moderno avveniva

in Europa e soprattutto in Francia. L’arrivo

di Segantini dall’Italia, prima nel

piccolo villaggio di Savognino e poi

nella casa al passo del Maloja, significava

il giungere di una figura che metteva

la pittura al centro della vita.

Segantini si incontrerà più volte con Giacometti,

che abitava a Stampa, lungo la

strada che sale proprio al passo del Maloja

e dove dipingerà per lunghe estati.

Assieme ad Amiet, lo stesso Giacometti

vedrà il pittore di Arco nel 1896, mentre

Hodler esporrà a Zurigo due anni dopo

con gli stessi Amiet e Giacometti. Un

gruppo di artisti che eleggono la montagna

a loro luogo di vita e lavoro, sentendosi

liberi.

Chiudono la mostra i quadri dedicati da

Hodler alle Alpi svizzere, pareti vertiginose

che nel frattempo anche il grande

alpinismo aveva scoperto e conquistato.

Considerato il pittore ‘nazionale’ svizzero

ed uno tra i più importanti ed influenti

della sua epoca (artisti come

Munch e Picasso ne furono influenzati),

Ferdinand Hodler è presente in mostra

con ben 14 opere, A oltre un secolo di distanza

da Wolf molte cose erano cambiate,

rimanendo ferma però la bellezza

della pittura che questa mostra racconta.


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aboratorio

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14

Stefania CAPPELLETTI

Anima pittrice

di Giorgio Barassi

Non fa molta differenza come la pittura

viene applicata

fintanto che qualcosa viene detto.

La tecnica è solo un mezzo

per arrivare a una dichiarazione

(Jackson Pollock)

èproprio dall’anima, o forse

dall’istinto rivolto all’ esprimersi,

che nasce la pittura di

Stefania Cappelletti.

La fretta del raccontare, il bisogno

di farlo con la pittura,

la passione innata e la ricerca sono gli ingredienti

di una maniera di dipingere che

oggi non accetta i limiti del passato, non

si lascia segregare in spazi preordinati e

definisce invece la smania del racconto

pittorico esplosivo, una specie di pittura

dinamitarda e fragorosa che è sunto di

quanto accaduto nelle precedenti esperienze,

e non semplice viraggio verso altri

lidi.

è infatti malcostume di qualcuno dichiararsi

“informale” o “astrattista” dopo aver

capito che le precedenti esperienze vissute

non hanno aggiunto spiccioli alle tasche.

Succede. E invece per Stefania

Cappelletti l’approdo a quello che sbrigativamente

chiamiamo informale è una

evoluzione, una meta che non compromette

un ulteriore evoluzione. Autodidatta,

si. Ma con coscienza. Appassionata

narratrice del paesaggio urbano, sia quello

della sua Spoleto sia quello più complesso

di una New York degli angoli più

singolari, Stefania dedica molti anni ad

espandere, diluire, amplificare gli interventi

tecnici sugli sfondi e le periferie

delle sue opere, dando ai cieli della

Grande Mela solarità inconsuete o velando

di antica malinconia le vedute della

sua Spoleto. Era l’esigenza della ricerca

di un tratto distintivo, di una nota che evitasse

la classificazione sommaria e che

desse qualcosa di più particolare all’arte

antichissima di dipingere quanto si ha attorno.


In verità, la passione di Stefania Cappelletti

per le vedute cittadine è stato il

suo primo amore, perché le prime tele,

realizzate en plein air, raccontano la

dolcezza della campagna umbra e le

vedute urbane ma già recano i segni di

una considerazione differente, personale,

elaborata, per qualcuno a tinte fosche.

Per molti, e questo conta, gradevoli.

Operazioni artistiche che poi

trovano collocazione nelle vedute metropolitane,

fascinose ed eleganti nella

loro singolarità. Questo è accaduto nel

tempo delle opere che erano contemporanee

agli studi sui grandi classici,

alle esperienze a contatto con i pittori

ed i critici che sono stati determinanti

per la sua formazione. Allora, Stefania

non avrebbe mai pensato di vincere tre

volte il Premio Spoletofestival. Eppure

così fu.

Una fase evolutiva comincia invece,

negli ultimi anni, a diventare padrona

dell’area intera del quadro, solenni tavole

di legno che accolgono autentiche

esplosioni creative, grumi di materia

che si espande in tutte le direzioni,

dalle policromie gradevoli. è come se

avesse preso quello che circondava le

sue vedute urbane facendolo diventare

protagonista, spostando cioè la periferia

dell’opera al centro. La storia stessa

della Pittura racconta chiaramente quanto

sia stato importante per i grandi artisti

impostare sfondi, collocare figure

e vedute su spazi di cui non tutti si accorgono.

E così quelle rugginose gocce acidule

che sembravano provenire dall’asfalto

newyorkese, quelle tinte stemperate

dalle mura delle vedute di Spoleto

hanno preso corpo, vigore, energia.

Sono praticamente cresciute, come

l’esigenza di fare la voce grossa, di

farsi sentire meglio. E ne restituiscono

il valore fisico nelle opere recenti, in

cui il colore deciso la fa da protagonista

e la massa centrale sembra aver raccolto

tutto quel pregresso per farne una

allegra squadra vincente, un botto improvviso

e chiaramente avvertibile che

giganteggia non solo nei dipinti di

grande dimensione, ma fa sentire la sua

voce netta anche nella serie “i picco-


16

lini” che, vista la misura, tanto piccolini

poi non sono.

L’esigenza rimane dunque la stessa

delle prime esperienze, quelle in cui la

formazione fu sicuramente determinante

ma soprattutto valse la voglia di

esprimersi senza i limiti, i timori e il

confinamento obbligato dal “…si fa

così”.

Eppure di quei limiti il segno rimane.

Sopra e sotto le sue opere, a volte di

lato, vivono indisturbate linee nere, incrociate

con maestria, che indicano i

tabù, le convinzioni, le idee preconcette

e i dettami. Presenti si, ma innegabilmente

sconfitti da una capacità di

enunciazione pittorica convincente e

senza esagerazioni, ben piantata sull’accoppiata

tra colori gradevoli, mai

banali, sempre lavorati ad hoc. è come

dire ai limiti che non saranno mai il

confine su cui sostare. Anzi, è da lì che

si avanza, senza esitazione.

Daniele Radini Tedeschi, Vittorio

Sgarbi, Paolo Levi, Achille Bonito

Oliva fra i nomi che hanno osservato il

suo lavoro. La Triennale di Roma,

Spoleto Arte Sgarbi, Spoleto Arte incontra

Venezia e il premio alla carriera

a Firenze nel 2019 alcuni elementi del

suo già ricco palmarès.

Ma quello che per noi più conta, e lo si

è visto dalle battute di esordio della

Cappelletti fra i pittori di Laboratorio

Acca, è l’apprezzamento, la conquista

operata dai suoi lavori, diremmo una

“popolarità immediata”, un gradimento

certo che ha ormai fatto riconoscere in

breve tempo i suoi lavori dal pubblico

televisivo, sempre particolarmente accorto.

E di tivù, Stefania aveva già colpito. La

interminabile fiction RAI “Don Matteo”

reca le sue opere tra le scenografie

di molte riprese in diversi anni. Gradevolezza,

buon gusto, conquiste a largo

raggio.

Non semplice, per chi, da artista pura

e motivata come Stefania Cappelletti,

propone una pittura che sa di contemporaneità,

non nega le somme lezioni

del passato e legge lo spartito del bel

dipingere nella chiave più difficile,

quella della materia e del colore. Magie

non concesse a tutti. Certezze di una

concretezza di valori e concetti espressi

con coerenza e vitalità.


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“Dinamica ellittica” - 1967-2011 - Smalto sintetico sui tavola - cm 47x120

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Milano 20121 - Via Fatebenefratelli, 34/36 - Tel. +39 02 6554841 - milano@tornabuoniarte.it

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18

Fabio graSSI:

il disegno prima e dentro lo spazio

di Giorgio Barassi

“Il disegno è l’onestà dell’arte.

Non vi è alcuna possibilità di barare.

O è buono o è cattivo.”

(Salvador Dalí)

Ne hanno dette tante.

Quelli pronti a definire

un disegno meno importante

di un quadro. Quelli

che rivendicano l’importanza

del disegno. E quelli

che non si sa da che parte stanno. Se

c’è da dir bene di un disegno ben fatto,

sbandierano la sua purezza fatta di idea.

Quando invece sopravanza l’esigenza

commerciale, il disegno scade al ruolo

di comprimario della pittura, se non a

quello di figlio di un dio minore. Invece

la forma e la forza della pittura, per la

sua gran parte, dipendono dal disegno e

da esso prendono il via. Fatte salve le rispettabili

operazioni artistiche che nulla

hanno a che vedere con una progettualità.

Per Fabio Grassi, cinquanta anni di

pittura vissuta intensamente, il disegno

è vita, è dinamica e convinzione, senza

le quali il suo spazio, lungamente indagato,

non potrebbe essere rappresentato

e non vivrebbe le mille policrome evoluzioni

che questi ultimi anni hanno visto

sulle sue tele.

Per Grassi, che del disegno è maestro e

rispettoso ammiratore, l’esplosività dei

colori ha il suo valore, certo. Ma nel disegno

eccelle in quella maniera, paziente

e rigorosa, di allineare, intersecare,

sfumare, rinforzare o smorzare con la

sola forza della matita. O della grafite

che ne è madre. Le classificazioni spicciole

dell’arte parlano di “matita su

carta” e nulla dicono della matita o della

carta, né della avventura del comporre

ascoltando solo i battiti creativi, segnando

ed indicando vie che, nel caso di

Grassi, diventano volta a volta volute o


voragini, aperture od involuzioni,

incroci fra masse e movimenti,

ammirevoli esempi di una virtù

semplice e nobile come quella del

tracciare.

Come un antico capomastro, che

segnava col lapis sul mattone nudo

calcoli e progetti in forma

semplice, Fabio Grassi da Massa,

professione pittore, insiste sul tema

dell’ “altrove” e dello spazio,

due vicini mondi che sono fonte

di ricerca e di rifugio insieme. L’

altrove è una dimensione che l’artista

cerca nella distanza dal caos

e dalla confusione che anima questi

tempi sgangherati…come dargli

torto? E lo spazio è quel che

massimamente, in pittura come in

filosofia e nelle scienze, si è cercato

di spiegare senza riuscirvi

completamente.

Il disegno, per Grassi, non è un

esercizio. è una sfida affrontata

per anni, sin dai primi anni. Fino

ad affrontare le insidie del poter

giocare con tratti minuscoli, puntuali,

intermittenti, orizzontali, verticali

e diagonali in grado di far

parte di un tutto come l’uomo fa

parte dell’universo.

Durante una storica puntata di Laboratorio

Acca, quando Fabio venne

in studio, un’opera maestosa

ma umana prese la scena. Era ed

è un disegno su una carta di forma

quadrata da un metro e mezzo di

lato, rivelata come una mappa

della conoscenza, sbalorditiva per

il dettaglio minuzioso quanto per

la gioiosa complessità dell’insieme.


20

Con una cura durata anni aveva

preso forma una sorta di spiegazione

delle possibilità che il disegno

offre, frazionate e colorate

poi nelle versioni delle opere che

l’artista toscano produce su tela e

tavola, incendiando lo spazio stesso

di colori che vivono oggi una

più netta demarcazione, come se

lo spazio stesso, l’oggetto e soggetto

della sua attuale ricerca, si

evolvesse verso nuove pieghe non

ancora indagate.

Quante possibilità dà il concetto

stesso di spazio? E come definirlo,

come farne un soggetto della

pittura se non con una indagine

multiforme, che può essere un

tentativo di descrizione ma è anche

la certezza della minuscola

presenza umana in un altrove (ed

è il caso davvero di definirlo tale)

senza perimetro. Dopotutto Talete,

filosofo, astronomo e matematico

greco, sette secoli avanti Cristo

disse: Noi non viviamo, in

realtà, sulla cima della solida terra,

ma sul fondo di un oceano

d’aria.

Perciò l’indagine di Grassi non

può avere un termine, ma solo

mezzi. E la sua pittura, i suoi cinquanta

anni d’arte ed i suoi lavori

di matita sulla carta sono solo

gradini di una ascesa che sa di conoscenza,

perizia e virtuosismo.

Ai collezionisti la scelta. O avventurarsi

nelle molteplici volute

colorate degli spazi pieni di cromie,

o bearsi della disinvoltura

con cui Fabio, il fuoriclasse della

grafite, narra lo spazio. Centimetro

dopo centimetro. Tratto dopo

tratto.


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22

Elena MoDEllI

Fantasie necessarie

di Giorgio Barassi

Nessun grande artista vede mai le cose

come realmente sono.

Se lo facesse, cesserebbe di essere un artista.

(Oscar Wilde)

Se non esistesse una Elena

Modelli, bisognerebbe inventarla.

La sua visione

che diventa materia in

animali policromi ed allegri

ha radici nella sua

costanza e nel credo ottimistico di

una artista votata alla passione per il

lavoro del plasmare, del dare anima

e colore alla materia rigorosamente

lavorata secondo i canoni accademici

ma con una dose fondamentale di

ironia gentile, che, di questi tempi, è

un toccasana. Appassionata istintivamente

al lavoro del creare con la materia,

Elena Modelli ha cominciato

lavorando il fango delle pozzanghere

davanti al casale nella campagna emiliana,

da bambina. Dunque il sogno

ha radici antiche e non sembra mai

perseguito fino in fondo, perché una

delle domande che si è soliti farsi,

nel guardare le sue creature sfornate

con pazienza è se mai ci sarà uno

stallo in quel produrre così rigorosamente

nuovo e fresco, pieno di ottimismo

e di energia che i suoi animali

sprigionano. Alla fine pensiamo che

non ci sarà stallo, perché l’energia

creativa della Modelli è la ragione

stessa del suo comporre, e chi apprezza

si aspetta sempre nuove e colorate

intuizioni. Insomma, a compiacersi

delle sue operazioni artistiche

non ci si sbaglia, perché riescono

a conferire un’aria allegra agli spazi

che le accolgono e danno una visione

fanciullesca ma molto curata del

mondo affascinante degli animali.

Elefanti dagli occhi strabuzzati, coccodrilli

che più che azzannare sembrano

ridere, scimmiette dalle fattezze

buffe e simpatiche, lumache dalla

faccia paziente, grilli dal fantasioso

corpo a colori vivaci, addirittura camaleonti

policromi che sembrano additarci

la via per resistere al rifiuto

istintivo delle regole costrittive, adattandosi

alle situazioni senza perdere

la propria identità. Un panorama artistico

che ha visto, nelle sue ceramiche

smaltate, un messaggio di positività

senza una pausa. Fare ceramica,

lavorare alle cotture, smaltare con


perizia sono le principali fasi. Ed

Elena Modelli lo sa bene, avendo appreso

quelle arti che hanno completato

il suo istinto naturale verso la

bellezza del plasmare per compiacere,

più che per compiacersene.

Pare davvero che Elena legga la voglia

di serenità che tutti hanno, e così

serve, con le forme affascinanti dei

suoi animali, un momento di gioia e

di libertà. I suoi sono animali letti

come in una fiaba, ma sotto l’aspetto

tecnico nulla sfugge. Precisione, regolarità

e tempi creativi ineccepibili

sono evidenti.

D’altra parte la vicinanza della sua

Imola ad un tempio delle più importanti

scuole d’Arte italiana, l’Istituto

Statale d’Arte per la Ceramica di Faenza,

avrà avuto il suo ruolo, perché

da quelle parte dire ceramica vuol

dire parlare di una creatività che il

mondo intero conosce, e bene, come

uno dei massimi prodotti della genialità

nazionale. Ma ad Elena, appassionata

di arte da piccola, non fu

consentito dai genitori di frequentare

quello che veniva additato (ahimè, i

pregiudizi…) come un luogo di perdizione,

quando l’esigenza era invece

di studiare e cercarsi “un lavoro serio”.

E così fu. La ragazza studia, si

laurea e compie un percorso lavorativo

da insegnante. I bambini, in fondo,

sono una fonte inesauribile di

fantasie, e lei ripaga con momenti didattici

dedicati a stimolare la creatività

degli allievi. Ma il vero sogno

viene seguito con tenacia, con lezioni

da artisti che sono stati fonte di nozioni

e di applicazione continua.

Sandro Pagliuchi, scultore ed incisore

classicista e Guido Mariani, ottimo

scultore e ceramista la indirizzano

verso i teoremi fondamentali, la

allenano alla pazienza del saper attendere

la giusta cottura, il giusto lavoro

per un risultato che sia quantomeno

ineccepibile. Stefano Merli, artista

di impostazione Pop, le suggerisce

la via che oggi mette insieme

una chiara conoscenza della materia

e la capacità di essere gradevole e

popolare in pari grado. Il resto lo


24

fanno le sue invenzioni, la sua caparbietà

nel dare al mondo opere che

siano soprattutto accattivanti, piacevoli,

in grado di far scattare un compiaciuto

sorriso. Non è poco, mentre

impazza la follia e di pari passo fin

troppi artisti ne vogliono tracciare in

maniera greve il percorso. Che sia

compito dell’arte raccontare la storia

di quel che accade, è certo ed acclarato.

Ma una visione serena del mondo

non ha mai fatto del male, anzi.

Perciò, nel sovraffollamento di pitture

e performances che denunciano,

accusano ed indicano, Elena Modelli

è una voce diversa, gentile, intelligentemente

ironica.

Non solo animali, per Elena Modelli.

Le circostanze creative, il desiderio

di migliorarsi e il viaggiare al passo

con i numerosi apprezzamenti fanno

in modo che le sue sfide diventino, in

qualche caso, prova di una sapienza

che la distingue. E così un Minotauro

bifronte o una Madonna con bambino

prendono corpo e fattezze ceramiche

e ci servono l’esempio di una

capacità già più volte premiata.

Quello che sottilmente si avverte, dal

profondo delle sue opere, è una sorta

di monito sommesso, una allusione

alle riflessioni che tutti dovremmo

fare. I suoi animali, nelle loro pose

spavalde o spaventate, sembrano chiedersi

come mai siano finiti in un

posto pieno di gente che si affanna.

Sembrano indicarci che il vero mondo,

per quanto fantastico, sia il loro,

e che noialtri siamo solo dei passeggeri

disordinati. Dunque non è solo

la gradevolezza, non sono i soli apprezzamenti,

dimostrati, ad esempio,

fin dalle prime battute della trasmissione

televisiva Laboratorio Acca

che annovera Elena Modelli fra gli

artisti protagonisti, non sono solo i

premi ricevuti a raccontarne le capacità.

è maggiormente quel modo ironico

e garbato di servirci la sua arte,

è quella somma di colori accesi ed

azzeccati che ricoprono i suoi animali

a farci pensare che la necessità

del vivere sereni potremmo impararla

da un serraglio carico di fantasia

ed intelligente creatività, più che

mai necessaria tra le frenesie del

mondo e le pareti di casa.


Maurizio Baiocchini

L

aboratorio

AccA

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


26

laboratorio acca:

tv, mostre, editoria…

a cura della redazione

La risposta del pubblico dopo

l’ormai avviata (e definitiva)

fase delle trasmissioni di Arte

Investimenti sul nuovo canale

133 DTT è stata decisamente

di successo. Laboratorio Acca rimane ai

vertici tra le trasmissioni più seguite della

tivù milanese e propone nuovi artisti che

aderiscono ai due progetti in essere, visionabili

sul sito www.accainarte.it, sapendo

ormai che la fortunata rubrica di

Giorgio Barassi e Roberto Sparaci costituisce

una vetrina importante per farsi conoscere

ed apprezzare.

Ma Laboratorio Acca non è solo TV. Le

mostre dedicate agli artisti, le iniziative

per i singoli artisti che scelgono la via di

una personale, le iniziative editoriali corredano

il lavoro televisivo, integrandolo.

La novità, legata al ritorno di CalifArte -

gli artisti dipingono le canzoni di Franco

Califano - è il fatto che la mostra dedicata

al Califfo sarà quest’anno riservata ai soli

artisti di Laboratorio Acca. E così i pittori

e gli scultori che entrano nelle case degli

italiani tutte le domeniche alle 21.00 saranno

impegnati nel realizzare opere ispirate

dai testi delle canzoni del Maestro

Franco Califano. Appuntamento fissato:

11 giugno 2022 ore 18 alla Galleria

Ess&rrE del Porto Turistico di Roma.

Dunque Laboratorio Acca esce dagli studi

di Arte Investimenti ed incontra il pubblico,

presentando il valore dei propri artisti,

una squadra ormai consolidata ed

efficace, stando ai continui ed evidenti

apprezzamenti.

La domenica sera sul 133, anche servizi

dedicati alle altre iniziative di Acca International,

come “Roma Contemporanea”,

la grande mostra collettiva nel prestigioso

Palazzo della Cancelleria, proprio

nel cuore della Roma rinascimentale, con

la presenza del Prof. Vittorio Sgarbi.

Gli artisti interessati al lavoro di Laboratorio

Acca, che intendono far conoscere

meglio il proprio lavoro, possono contattare

la redazione del programma agli indirizzi

email :

giorgio.barassi@arteinvestimenti.it

oppure acca@accainarte.it .

E, come dicono i due conduttori alla fine

di ogni trasmissione “…ci vediamo domenica

sera alle 21 sul 133 !...”


LABORATORIO ACCA

Tutte le domeniche alle 21.30

Can 133 DTT

ARTE INVESTIMENTI TV

Per rivedere tutte le puntate :

www.accainarte.it o Youtube

canale Laboratorio Acca.

Contatti email:

giorgio.barassi@arteinvestimenti.it

acca@accainarte.it

Tel:

329.4681684

347.4590939

La domenica in tv con Laboratorio Acca: una nuova finestra sul mondo dell’Arte.

AccA

International

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aboratorio

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Elena Di Felice

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30

Nel segno della Musa

Le interviste di Marilena Spataro

marilena.spataro@gmail.com

“ritratti d’artista”

talenti del XXI secolo

Elena Modelli

Un mondo favolistico ispirato alla natura. Un bestiario fantastico coloratissimo,

gioioso e giocoso. Hanno fatto delle sculture di Elena Modelli un raffinato

cult dell'arte ceramica che vede il suo nome suscitare grande interesse

tra galleristi e collezionisti in Italia e all'estero.

Come e quando avviene il suo

incontro con l’arte e come

nasce il suo percorso da ceramista

e poi da scultrice

della ceramica?

«Il mio incontro con l’arte è avvenuto

quando ero ancora una bambina. La sorella

di mio padre, zia Enrica, che viveva

a Milano, dove lavorava come infermiera,

si invaghì di un pittore che abitava

nell’appartamento contiguo al suo. Dopo

un serrato corteggiamento riuscì a farlo

capitolare e a condurlo all’altare. L’ingresso

dello zio pittore, nella nostra famiglia,

ci aprì le porte di un mondo

nuovo legato all’arte.

Lo zio Antonio Soncini ci conduceva a

visitare mostre d’arte e palazzi storici;

essendo insegnante all’Accademia di

belle arti di Brera, ci forniva spiegazioni

esaurienti su quello che i nostri occhi vedevano.

Iniziai ad appassionarmi alla pittura

e mi esercitai decorando le pareti di

casa. Chi entrava a casa mia veniva accolto

da una serie di personaggi dipinti

da me. Questo avveniva quando frequentavo

ancora le elementari.

Alle scuole medie ho avuto come docente

di disegno Dino Boschi, pittore bolognese

molto conosciuto. Era molto severo

e pretendeva che sul foglio non ci

fossero macchie. lo mi davo da fare con

gomme varie per presentargli un foglio

immacolato ma lui trovava sempre qualche

imperfezione. Non riuscivo mai a salire

oltre il 6. A quel punto mi sono focalizzata

verso altri interessi».

Quali sono state le figure di riferimento

e i maestri del passato e della contemporaneità

che l’hanno maggiormente influenzata

nel suo percorso d’artista?

«Uno dei pittore dal quale ho attinto per

i miei lavori è Paul Klee. Di lui apprezzavo

le opere così essenziali dove predominano

linee e campiture colorate che

tuttavia riuscivano ad esprimere sentimenti

e stati d’animo. Poi lungo le vie di

Manhattan mi sono imbattuta nelle scul-


ture di Jeff Koons che mi hanno entusiasmata

per le loro forme sintetiche e per

la brillantezza dei colori e dei materiali

usati. Mi sono spesso ispirata ai suoi lavori,

soprattutto nell’uso dei colori brillanti

e nella semplicità delle forme».

Essere di Imola, città pressoché contigua

a Faenza, nota, quest’ultima, internazionalmente

per le sua grande tradizione

ceramica, ha in qualche modo contributo

ad avvicinarla a quest’arte?

«Un tempo anche Imola aveva una tradizione

ceramica ed era in competizione

con Faenza per il primato, ma poi Faenza

ha avuto il sopravvento. Da quando è

stato eletto sindaco Massimo Isola, persona

molto sensibile a questo tema, gli

eventi dedicati alla ceramica si sono moltiplicati

e la città di Faenza è ancora più

interessante sotto il profilo artistico. A

Faenza c’è il museo dell’arte ceramica

che ospita la raccolta dell larte ceramica

più importante al mondo. Questa città è

per me un polo attrattivo e mi ha fagocitata

a tal punto che ora mi sento più faentina

che imolese».

Per essere dei bravi artisti della terracotta,

a suo avviso, bisogna essere anche

dei bravi artigiani?

«Essere artigiano è fondamentale se si

vogliono produrre opere in ceramica. Ho

studiato scultura per imparare a dar corpo

alle forme, ma parallelamente ho frequentato

i corsi di ceramica.

è indispensabile conoscere i vari tipi di

argilla per scegliere quella più adatta al

lavoro che devi affrontare. Devi conoscere

i tempi e i gradi di cottura per non

incorrere in brutte sorprese. Altrettanto

importante è la conoscenza del mondo

degli smalti. Ne esistono di svariati tipi,

ve ne sono anche con effetti speciali da

usare con parsimonia per non rendere il

lavoro stucchevole».

Come e quanto si integrano e sono complementari

questi due aspetti nel suo fare

artistico?

«La prima parte del mio lavoro è incen-


32

trata sulla scultura, poi una volta modellato,

l’oggetto viene fatto asciugare e affronta

la prima cottura. Arriva il momento

della pittura che è quello che mi piace di

più. Uno dei momenti più belli è la scelta

del colore. Li passo tutti in rassegna nella

mia testa, a volte li penso anche di notte

poi la confusione prende il sopravvento e

il più delle volte mi affido al caso».

Quale è il suo rapporto con il mondo delle

botteghe della tradizione ceramica artigianale

faentina?

«Ho frequentato alcune delle più importanti

botteghe artigiane di Faenza, in particolare

quella di Geminiani in Via Nuova.

All’inizio della mia attività andavo a

cuocere i miei lavori da lui. Era una persona

generosa ed elargiva preziosi consigli,

aiutava i giovani artisti mettendo loro

a disposizione gli spazi nel suo laboratorio.

Ho frequentato altri laboratori che

erano anche luoghi di incontro per artisti

provenienti da tutto il mondo. Uno di questi

era il laboratorio di Emidio Galassi, situato

in una casa colonica. Era un punto

di riferimento per molti artisti che arrivavano

da nazioni diverse, lì ho sperimentato

varie tecniche e modalità di cottura.

Un altro laboratorio importante per il mio

percorso artistico è stato quello di Guido

Mariani, un grande artista e ceramista

purtroppo deceduto prematuramente. Era

un bravissimo insegnante che amava trasmettere

tutte le sue conoscenze agli allievi».

Nelle sue sculture, specie in questi ultimi

anni, lei predilige soggetti del fantastico,

in particolare del mondo animale. Quali

i moventi estetici e culturali di questa

scelta. E quale la poetica che fa da filo

conduttore al suo lavoro e che maggiormente

lo caratterizza?

«Credo che siano gli animali che mi vengono

incontro per chiedermi di riprodurli.

Cerco di rappresentarli usando una forma

poetica, pur senza copiarne le fattezze

reali. Trovo un’immagine che richiami

l’animale che intendo rappresentare, cerco

di presentarlo in veste scherzosa, allegra

e accattivante. L’insieme dei miei animaletti

coloratissimi e allegri crea un'

atmosfera positiva intorno a me».

Quanto è importante il colore e la ceramizzione

nel suo modo di fare scultura e

nella resa plastico espressiva delle sue

opere?

«La ceramizzazione toglie molto alla resa

scultorea dell’oggetto perché la lucentezza

della cristallina e degli smalti attenua

la percezione dei volumi e tende ad


appiattire I’opera. ln compenso viene aumentata

la percezione visiva e l'immediatezza

del lavoro».

Pensa che oggi il mondo femminile, al

contrario che in passato, possa trasformarsi

in soggetto attivo, capace di portare

il suo contributo di creatività nel

mondo delle arti figurative?

«Molte sono le artiste che utilizzano elementi

fino ad ora estranei all’arte classica.

L’artista inglese Julie Arkell si è affermata

nel campo dell’arte contemporanea con

creazioni fatte con la stoffa. Mia nonna

creava dei bellissimi animali utilizzando

ritagli di stoffa, ma all’epoca non veniva

considerata un’artista e i suoi pupazzi finivano

alla pesca di beneficenza della

parrocchia».

Come vede l’arte contemporanea e come

reputa sarà in futuro il rapporto tra le arti

visive legate alle nuove tecnologie e le

arti tradizionali quali la scultura, la pittura

e l’antica tradizione ceramica?

«Il mondo dell’arte si avvale di nuove tecnologie.

Mi affascina il mondo dell’arte

digitale, ho anche avuto esperienze in

questo campo. Vorrei avvicinarmi in particolare

all’arte che utilizza la stampante

in 3D».

Pur essendo arrivata nel mondo ufficiale

dell’arte non più giovanissima, in breve

tempo è riuscita a ottenere l’attenzione di

pubblico e critica con ottimi esiti sul

fronte della notorietà e del mercato.

Quale il segreto che l'ha portata a questo?

«Credo che i miei lavori piacciano per

l’allegria che suscitano, riportando al

mondo di favola dell'infanzia e ai ricordi

ad essa legati».

Se dovesse dare in suggerimento ai giovani

di oggi che intendono intraprendere

la carriera artistica cosa si sentirebbe di

suggerire loro alla luce di questa sua felice

esperienza nel campo dell’arte?

«Un consiglio che do ai giovani artisti è

di non arrendersi di fronte alle prime difficoltà.

L’impegno ripaga sempre, bisogna

credere in se stessi e non demordere.

Non ritenersi mai arrivati, ma continuare

a sperimentare e aggiornarsi. Penso che

sia importante mostrare il proprio lavoro

e trovare un modo personale si fare arte».

Che posto ha il sogno nella vita e nell’arte

di Elena Modelli. C’è ancora un

sogno nel cassetto che l’attende?

«Il sogno c’è sempre. Quando finisce il

sogno finisce l’artista. Il mio sogno? Una

mostra a NY!».


34

Alberto Gallingani

L

aboratorio

AccA

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

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10

aBIENNALE D’ARTE

INTERNAZIONALE

A MONTECARLO

10-11-12 GIUGNO 2023

A TuTTI gLI ARTISTI

SONO APERTE LE SELEZIONI ALLA 10 BIENNALE D’ARTE

INTERNAZIONALE A MONTECARLO 2023, PITTuRA, SCuLTuRA, gRAFICA,

ACQuERELLO, INCISIONE, CERAMICA, FOTOgRAFIA, MOSAICO E

OPERE REALIZZATE AL COMPuTER

TEMA LIBERO E TEMA FISSO: “LA NATuRA DEL DOMANI”

PER POTER PARTECIPARE ALLA SELEZIONE DELLA BIENNALE INVIARE ALLA

MALINPENSA GALLERIA D’ARTE BY LA TELACCIA, N° 5-6 FOTOGRAFIE DI OPERE DIVERSE

(IN FORMATO JPG O TIF CON D.P.I 300 DI RISOLUZIONE),

BIOGRAFIA E CURRICULUM PER POSTA ELETTRONICA ENTRO IL 20 DICEMBRE 2022

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LE OPERE NON DEVONO SuPERARE I 100 X 100 CM ESCLuSA LA CORNICE

E NON DEVONO PESARE OLTRE I 20 Kg

La Galleria d’Arte Malinpensa by La Telaccia organizza la 10° Biennale d’Arte Internazionale a Montecarlo 2023,

affiancata da una giuria composta da critici d’arte, collezionisti, giornalisti, editori, fotografi, artisti e galleristi,

seleziona con scrupolosità, impegno e professionalità, artisti nel vasto panorama artistico a livello internazionale.

È una manifestazione d’arte di grande risonanza e di importante livello artistico culturale grazie anche alla vasta

pubblicità che viene fatta su diverse riviste internazionali specializzate nel settore.

Si può partecipare o per il tema libero o per quello fisso. Dieci artisti per il Tema Fisso verranno premiati,

durante il vernissage, con un trofeo realizzato appositamente per l’occasione.

La Biennale è patrocinata dall’Ambasciata Italiana nel Principato di Monaco. L’esposizione delle opere selezionate,

una per ogni artista, si terrà a Montecarlo nel mese di Giugno 2023 (10-11-12) nelle sale Theatre dell’Hotel Metropole.

CON IL PATROCINIO DELL’AMBASCIATA ITALIANA NEL PRINCIPATO DI MONACO

a

Madrina d’onore alla Biennale

l’artista RABARAMA

“a Torino dal 1972”

Ambasciata d’Italia

Principato di Monaco

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra 51 - 10138 - Torino

Tel/Fax +39.011.5628220 - +39.347.2257267

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36

Les fleurs et les raisins

Trasversali allegagioni d’arte

IL VINO CHE SI FA IN... TRE!

di Alberto Gross

gross.alberto@libero.it

Terreni color crema, l’austera

fierezza di rocce levigate

dalle carezze del tempo,

addolcite dagli schiaffi

del vento e delle piogge

d’autunno che hanno dipinto

i celesti pendii di un territorio tanto

visivamente suggestivo, quanto capace

di produrre frutti dalle peculiarità uniche

ed inconfondibili. Siamo nel comune di

Serrapetrona - e, in parte, in quello di

Belforte del Chienti e di San Severino

Marche, in provincia di Macerata - zona

di produzione di un vitigno antichissimo

e identitario, tanto da guadagnarsi il

nome di “Vernaccia”, appellativo da ricondurre

al “vernaculum” latino (domestico,

del posto, della casa) e con il quale

vengono riconosciute moltissime varietà

di uve differenti in più parti d’Europa.

Nello specifico si tratta della Vernaccia

nera, vitigno non facile da coltivare e

che ben poco si adatta ad altre zone ma

che, a queste latitudini, l’ingegno dell’uomo

è riuscito a declinare e adattare

per la produzione di un vino dalle prerogative

uniche, a partire dallo speciale

metodo di vinificazione.

Mentre il mosto dei grappoli appena

vendemmiati procede alla fermentazione,

una parte delle uve raccolte viene lasciata

ad appassire in locali idonei fino

a gennaio dell’anno successivo: questo

secondo mosto, concentrato di grande

estrazione, rubino e denso, viene aggiunto

al vino dell’autunno per una seconda

fermentazione, aggiungendo dolce

ricchezza estrattiva alla croccante freschezza

del prodotto appena vinificato.

Dopo un congruo periodo di stabilizzazione,

precipitazione tartarica e svolgimento

della malolattica, il vino viene

portato in autoclave con l’aggiunta di

lieviti e zuccheri per la spumantizzazione,

ovvero la terza fase di fermentazione.

Abbiamo assaggiato la versione

secca di Alberto Quacquarini, il maggior

produttore di questo vino esclusivo con

i suoi trentacinque ettari di vigneto dedicati

alla Vernaccia: da viola il calice

s'accende di rubino se lo si lascia attra-


versare dalla luce, profumi immediatamente

varietali, vinosi, delicatezze di

pot-pourri si complicano in una serie di

suggestioni da confetture, ribes rosso,

lampone, ciliegia. Il sorso, brioso ed elegante,

diverte lasciando un palato profumato

e chiudendo scaltro e veloce, nella

quasi certezza del bicchiere successivo.

Una denominazione davvero unica che

ha da poco festeggiato i cinquant'anni dal

primo riconoscimento come DOC - nel

1971 - divenuto poi DOCG nel 2004, a

sottolineare la volontà di proteggere e

valorizzare un vino della cui deliziosa

prelibatezza già si accorse quel soldato

medievale che, attraversando la frazione

di Borgiano, nel comune di Serrapetrona,

e avendo avuto occasione di assaggiarne,

pare abbia esclamato: “Domine, Domine,

quare non Borgianasti regiones

nostras?”.

Le nostre suggestioni, questa volta, partono

da quelle tre fermentazioni per

compiere i tre passi verso un delirio ripido

e prorompente da menade invasata

nel ribollire acido della danza dionisiaca,

per poi ricomporsi nel flusso spumeggiante,

ma elegantemente composto, delle

raffinate Oreadi di Bouguereau, porcellane

di carne viva che disegnano riccioli

di volute, cremosi giochi di burro

sulla schiuma vivace di un sonno soave

e rosso come il diaspro.


38

Aleardo Koverech

L

aboratorio

AccA

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


2

a

edizione

Generazioni

a confronto

Senior:

Salvo Ardizzone

Paul De Haan

Ebby 70

Fabrizio Esposito

Paola Gori

Paola Guia Muccioli

J. J.

Rita Lombardi

Annalisa Macchione

M. C. O.

Franco Pintus

Francesco Ponzetti

Ferruccio Ragno

Maria Grazia Russo

Anna Maria Tani

Junior:

Francesca Bagnarola

Francesca Bezze

Beatrice D’Alessio

Flavio Fortino

Greta Gentile

Beatrice Liberati

Miss Ackerman

Lorenzo Ponzetti

Aurora Rossi

Giada Rossini

Sara Terrinoni

Nuovo appuntamento con

“Generazioni a confronto”

alla Galleria Ess&rrE di

Roberto Sparaci, che nella

programmazione primavera/estate

al Porto Turistico di Roma

ha presentato una nuova bellissima iniziativa

in cui le diverse età artistiche si

sono confrontate tra loro e hanno promosso

il loro modo di fare arte. In questo

secondo appuntamento dedicato, alcuni

artisti hanno abuto inoltre, la possibilità

di far conoscere il loro modo di

“lavorare” con una bellissima estemporanea

in cui il pubblico e gli interessati

sono stati parte integrante. Nelle diverse

espressioni artistiche dove la mostra,

curata da Alessandra Antonelli, promuove

di fatto una stagione tra i più interessanti

talenti della pittura e scultura

e gli interessati e i collezionisti più raffinati,

che da molti anni trovano consensi

nelle varie generazioni artistiche

che si affacciano nel nostro panorama

espositivo, avranno modo di interfacciarsi

con le opere e con gli artisti per

trovare il giusto interesse e soddisfare

ogni curiosità personale. La mostra allestita

con particolare cura da Fabrizio

Sparaci è stata vissuta in modo che i

giovani artisti hanno potuto fare loro i

consigli e le tecniche pittoriche degli

autori più esperti e quotati.

Con inaugurazione sabato 5 marzo 2022,

la mostra è stata visitabile fino 18 marzo

2022.

L’evento è stato completamente ripreso

dalle telecamere di ZTL Tv con servizio

esclusivo dedicato.

Info: 329 4681684

www.accainarte.it

galleriaesserre@gmail.com


40

Dall’Arte Concreta

all’Arte Progettuale

di Rita Lombardi

Fig. 1

Rita Lombardi -

“La scacchiera di Fibonacci”

2022 - Acrilico su tela - cm 80x80

La matematica e le costanti

numeriche hanno un ruolo

centrale in vari ambiti che

vanno dalla ricerca scientifica

alla logistica, dalla meteorologia

all’informatica, dalla finanza

alle carte geografiche. Ma la matematica

ha una sua bellezza intrinseca e senza

tempo che ne fa il fondamento dell’arte.

Molti secoli fa Platone sosteneva che la

bellezza deve essere fondata sui numeri,

sulle rette e sulle curve e quindi su poligoni,

cerchi, solidi e così via, perché sono

Idee imperiture, sempre belle in sé, sono

le Idee che danno origine al cosmo.

Nel Timeo Platone fonda una filosofia naturale

basata sulla geometria. Egli avanza

l’ipotesi che la struttura della materia si

fondi sui 5 solidi regolari, da allora detti

platonici, facendo corrispondere all’elemento

terra lo stabile cubo, all’acqua lo

sfaccettato icosaedro, al fuoco il puntuto

tetraedro, all’aria il mobile ottaedro e all’intero

Universo il dodecaedro. (1) A

proposito di quest’ultima corrispondenza

di recente alcuni astrofisici francesi hanno

scoperto, elaborando le osservazioni

in microonde dell’Universo, che esso ha

proprio una struttura a dodecaedri, cioè

basata sul pentagono regolare che, a sua

volta, ha un legame con il numero d’oro,

il numero irrazionale 1,618033988…indicato

con la lettera greca φ, una costante

presente spesso in botanica e in biologia.

Al numero d’oro è legata la famosa successione

di Fibonacci 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13,

21, 34, 55….(2)

In Fig. 1 un mio quadro dal titolo “La

scacchiera di Fibonacci”, nel quale ho dipinto

una scacchiera che ho ideato dividendo

i lati della tela secondo i primi

numeri della successione di Fibonacci.

Interamente basata sulla matematica è

l’Arte Concreta, che secondo i principi

enunciati da Theo van Doesburg, deve

produrre opere assolutamente indipendenti

da qualsiasi forma desunta o astratta

dalla realtà, e che siano interamente concepite

e presenti nella mente dell’artista

prima della loro realizzazione. Essendo

interamente basate sulla matematica, queste

creazioni non sono sottoposte alla dittatura

degli stati d’animo.

In Fig.2 un’opera di Bruno Munari, cofondatore

del Movimento Arte Concreta

(MAC) in cui è raffigurata la curva di

Peano, una curva matematica.

L’Arte Concreta è, quindi, un’arte non

solo ancora attualissima, ma in perfetta

sintonia con la nostra epoca. Purtroppo

l’aggettivo “concreto” ha generato non

poca confusione e propongo, pertanto, di

ridefinire quest’arte che è, di fatto, a-

stratto-geometrica, Arte Progettuale.

Osservando il mondo animale scopriamo

tanti progettisti, dall’abile disegnatore, il

“ragno”, agli architetti dell’abitare, le

varie specie di “uccello tessitore”, all’ingegnere

capo, il “castoro”.

E che dire dei progetti che per secoli ha

portato a termine l’uomo? Dalle Piramidi

al Colosseo, dalla torre Eiffel al Golden

Gate Bridge di San Francisco, dalle case

agli aerei e alle navicelle spaziali tutto è

stato ideato, progettato, disegnato, prima

di essere eseguito, utilizzando la matematica

ma in modo che il risultato fosse armonioso

ed equilibrato. Persino le costruzioni

stravaganti di Gaudì, pur nella personalissima

ed originale concezione dello

spazio e del volume sono sempre al servizio

di una funzione risultando anche

molto armoniose ed equilibrate.

Dietro ognuno di questi progetti c’è una

Idea. Così un’opera d’Arte Progettuale

deve partire da un’idea da condividere

con l’osservatore, un concetto su cui soffermarsi

a riflettere in modo che arricchisca

sia il fruitore che l’artista che la sta

elaborando.

Quasi tutta l’Arte Concreta del secolo

scorso si è concentrata sulla percezione,

o quella esasperata dell’Arte Cinetica e

dell’Optical Art o quella basata sui giochi


Bruno Munari

“Curva di Peano”

1976 - Acrilico su tela - cm 120x120

Fig. 2 Peter Halley

“Conversion IV”

Fig. 3

2016 - Acrilico fluorescente su tela - cm 234x178x10

di linee e di colori. Ma noi non siamo solo

percezione. Siamo essenzialmente esseri

spirituali dotati di meravigliose qualità e

quindi le idee da realizzare dovrebbero far

leva, secondo me, su queste qualità, trasmettendo

conoscenza e consapevolezza.

Un artista contemporaneo che utilizza la

geometria per veicolare un concetto in cui

crede fermamente è l’americano Peter

Halley. Nelle sue opere i quadrati o i rettangoli,

che lui definisce “celle” o “prigioni”,

collegati da “passaggi” si accampano

prepotenti per diventare, con i loro

vividi colori, veicoli di una dura critica alla

nostra società “una prigione dorata, che

affascina l’individuo, ma che, di fatto, lo

isola mantenendolo connesso solo artificialmente”.

In Fig. 3 una sua opera.

Dopo l’ideazione si passa al progetto, cioè

si procede pescando nella matematica gli

elementi che meglio possano veicolare

sulla tela l’idea, cioè il concetto, da portare

all’attenzione dell’osservatore.

Nell’operare questa scelta va tenuto presente

che le figure geometriche hanno anche

un valore simbolico, infatti quadrati,

triangoli, cerchi, spirali e così via fermentano

da sempre nell’inconscio umano.

Parallelamente alla scelta degli elementi

geometrici, in questa fase della progettazione,

si scelgono i colori più idonei per il

fondo e per le forme stesse, perché la forma

e la dimensione delle figure vengono

influenzate sia dal colore con il quale esse

vengono colorate sia da quello del fondo e

delle altre figure. I colori poi si influenzano

reciprocamente rafforzandosi od annullandosi,

ed anche il colore va sentito ed

inteso come un elemento non solo ottico

ma anche psichico e simbolico.

A tale proposito vorrei accennare al fatto

che noi possediamo oltre al corpo fisico

dei corpi o “campi sottili” (come ci informano

i sensitivi e come la scienza sta cominciando

a verificare). Sono “campi”

colorati, belli a vedersi nei bambini e nelle

persone che nutrono sentimenti di comprensione,

amore, serenità, sicurezza ed

equilibrio e coltivano pensieri elevati rivolti

alla conoscenza, alla ricerca spirituale

o scientifica, ma diventano di un grigio

spettrale nelle persone che vivono in

uno stato costante di paura o di depressione,

di un verde melmoso o di un fangoso

marrone se la persona coltiva sentimenti

di invidia o di avarizia. E quindi

questi campi, espressioni del nostro sentire

e pensare, sono lenti colorate attraverso le

quali filtriamo la realtà che ci circonda.

Tradotto il progetto in un disegno si possono

scegliere le dimensioni della tela più

adatte e passare alla realizzazione pratica,

cioè al trasferimento su questa del disegno

stesso e alla successiva colorazione con i

colori acrilici perché sono gli unici che

consentono una stesura piatta ed uniforme,

come richiesto da una opera geometrica.

Oggi, dopo molti decenni dal loro ingresso

nelle belle arti, sono disponibili colori acrilici

di ottima qualità e in una vasta gamma

di tinte.

Io, personalmente, prima della realizzazione

eseguo dei bozzetti, anch’essi colorati

con colori acrilici, che valuto attentamente,

per essere sicura che veicolino

esattamente l’idea iniziale e rispondano ai

criteri di armonia e di equilibrio che ho appreso

dagli artisti che più ammiro. In sostanza

opero una valutazione critica, perché

il risultato deve prima di tutto piacere

a me stessa.

Il mondo in cui viviamo è concreto?

I nostri corpi sono concreti?

Negli ultimi decenni si è scoperto che

siamo immersi in un mistero: materia ed

energia oscure. La materia ordinaria di cui

è composto l’Universo - cioè noi, i pianeti,

le stelle, le galassie - occupa solo una piccola

percentuale del totale, quasi il 5%,

mentre quasi un quarto, approssimativamente,

di tutta la materia è costituita da

una sostanza ignota, invisibile: la materia

oscura.

Siamo a conoscenza della sua esistenza dal


42

Rita Lombardi

“Immersi nella materia e nell’energia ignote”

Serie: “IMMAGINI DALLA SCIENZA”

2022 - Acrilico su tela - cm 60x60

Fig.4

1974, in seguito ai calcoli effettuati dall’astronoma

Vera Rubin, soprannominata

la “dark lady” da “dark matter”. Questa

materia è intorno a noi. è come se le fate,

i folletti, gli gnomi delle favole fossero

qui attorno a noi passando attraverso

porte e muri, volando nel cielo e tra le

stelle senza che nessuno possa percepirli!

O anche gli alieni, perchè no?

Poi c’è l’energia oscura, cioè ignota, invisibile

anch’essa. Perché sappiamo che

esiste? Perché nel 1998 gli astrofisici

hanno scoperto che lo spazio si sta espandendo

rapidamente, cioè si sta creando

più spazio tra le galassie, esattamente il

contrario di quanto ipotizzato fino ad allora.

Perché succede? Non si sa e non c’è

nessuna teoria che giustifichi questa

espansione. Con i calcoli gli astrofisici

hanno scoperto che la causa di questa

espansione è un’energia misteriosa, da

allora denominata “energia oscura”. Nel

2004 è stato confermato che la percentuale

di questa energia misteriosa è circa

il 70% del totale. Lo stesso studio ha evidenziato

che l’Universo ha una curvatura

pressoché nulla.

Materia oscura ed energia oscura, completamente

diverse tra loro e con comportamenti

diversi, sono due ingredienti

base dell’Universo perché insieme occupano

circa il 95% del cosmo, ma non

possono essere misurate direttamente eppure

la loro influenza è enorme! Cos’è la

materia oscura? Cos’è l’energia oscura?

Sono le grandi domande alle quali dovrà

rispondere la fisica in questo secolo.

In Fig. 4 un quadro in cui ho cercato di

portare a conoscenza dell’osservatore

l’esistenza di queste misteriose materia

ed energia. La porzione vivacemente colorata

della tela è ciò che ci è noto, misurabile,

il resto, in grigio, è questo mistero.

Non ho rispettato l’effettiva percentuale

perché ho voluto creare una

opera che fosse anche piacevole.

Della materia visibile, ordinaria, sappiamo

molto. Sappiamo che l’atomo non è

indivisibile, ma costituito da elettroni e

quark; tre quark compongono un protone

e tre quark compongono un neutrone;

protoni e neutroni insieme formano il nucleo

dell’atomo. Ma l’atomo è sostanzialmente

vuoto! Se infatti paragonassimo

un atomo ad un campo di calcio, il

nucleo sarebbe la capocchia di uno spillo

al centro del campo, mentre gli elettroni

ruoterebbero al posto degli spettatori

sugli spalti. Gli elettroni e i quark, però,

non sono palline come spesso vengono

rappresentati, ma sono in realtà piccoli

blocchi di onde in vibrazione, stringhe

unidimensionali che si passano energia

avanti e indietro come in una partita di

tennis e, non solo, non esistono in stati

ben definiti fino a quando non vengono

osservati e misurati. La cosiddetta particella

quindi non è né solida né stabile ed

esiste solo come potenziale di ciascuno

dei propri sé futuri, come se fosse una

persona che si guarda in una sala piena

di specchi! è il famoso paradosso del

gatto di Schrödinger (3).

E guardando una persona da fuori sarebbe

impossibile conoscere la sua esatta

posizione confusa tra tutte quelle immagini

riflesse. è questa un’altra caratteristica

delle particelle subatomiche: la famosa

“indeterminazione di Heisenberg”.

Cioè di una particella si può conoscere la

posizione ma non la velocità o viceversa.

In Fig. 5 un mio quadro in cui ho cercato

di raffigurare l’ambiguità del mondo delle

particelle subatomiche. Il punto in bas-


Fig. 5

Rita Lombardi

“Dal basso verso l’alto o viceversa ovvero l’ambiguità

del mondo dei quanti”

Serie: “IMMAGINI DALLA SCIENZA”

2022 - Acrilico su tela - cm 60x60

so a sinistra della tela può essere sia l’origine

di un fascio di luce puntato verso

l’alto, sia la testa di un uccello che punta

verso la preda, piombando dall’alto.

Per decenni si è pensato che le caratteristiche

sconcertanti delle particelle subatomiche

non valessero per le molecole

ma, com’è stato dimostrato una quindicina

d’anni fa, anche le molecole del nostro

corpo e del mondo intorno a noi si

trovano in uno stato di puro potenziale,

non in una realtà conclusa e definita perché

anch’esse obbediscono alle leggi del

mondo quantistico. In definitiva la materia

non è solida, né stabile, né si comporta

necessariamente secondo le leggi

di Newton.

Prima osservazione: tutta questa realtà

instabile non viene recepita dai nostri

sensi troppo grossolani e il nostro cervello

interpreta come può i dati che questi

gli trasmettono.

Seconda osservazione: non esiste, a tutt’oggi,

una teoria comprovata che unifichi

il mondo quantistico, dove non c’è

gravità con la relatività generale di Einstein,

dove non sono contemplate le particelle,

ma solo spazio-tempo, energia e

gravità.

Si è ipotizzato di recente che l’Universo

sia una proiezione olografica di una matrice

bidimensionale di stringhe unidimensionali,

le particelle.

Praticamente la proiezione di uno schermo

televisivo. Evviva la tela bidimensionale

del pittore!

Dove sarebbe questo schermo ultrapiatto?

Fuori di noi? Oppure nella nostra

mente, cioè nel cervello? Proprio negli

anni ‘70 del secolo scorso il neurologo

Pribram ha ipotizzato che il nostro cervello

si comporti come uno schermo olografico

e che l’immagine che si forma

sulla corteccia cerebrale non sia l’oggetto

che stiamo percependo con i nostri sensi,

ma un ologramma tridimensionale artefatto!

L’Universo sarebbe un complesso

di forme d’onda, di schemi di interferenza

che i sensi ed il cervello trasformerebbero

in illusioni tridimensionali: i

corpi e gli oggetti. Le immagini di quello

che sembra reale, concreto, sarebbero

solo deformazioni olografiche di entità di

aspetto diverso e sconosciuto.

Dobbiamo dedurre che il mondo è praticamente

costruito dalla mente, compresi

i colori, è astratto, non concreto!

Non ci è dato sapere cosa sia la realtà!

Secoli fa Platone diceva che della realtà

noi cogliamo solo le ombre e i rishi

dell’antica India hanno lasciato scritto

che quello che percepiamo è pura illusione,

opera del mago cosmico, la Maya.

Siamo immersi in un mondo virtuale

come nel film del 1999 “Matrix” con

Keanu Reeves?

Note:

1) Il cubo a 6 facce quadrate, l’icosaedro

20 facce triangolari, il tetraedro 4 facce

triangolari, l’ottaedro 8 facce triangolari,

il dodecaedro 12 facce pentagonali.

2) Nella successione di Fibonacci, ogni

elemento è la somma dei due numeri precedenti

e il rapporto tra due numeri adiacenti

tende a φ al crescere di questi.

Ad esempio:

8/5 = 1,6 e 55/34 = 1,6176…

3) Questo paradosso è un esperimento

mentale ideato da Schrödinger nel 1935.

Esso descrive un apparato sperimentale

in cui un gatto si trova in uno stato di sovrapposizione

quantistica, vivo e morto

contemporaneamente.


44

Silvana Gatti

La Dea del mare” - 2020 - Olio su tela - cm 40x30

“Osservando le opere di Silvana Gatti, di là della bellezza delle stesse, ci si ritrova trascinati nel

mondo introspettivo e particolarmente raffinato dell’artista. Un luogo dove, con una sua forma di

simbolismo, dal sapore quasi surreale, ella ci propone un’analisi socio-culturale del mondo attuale.

Un viaggio pieno di difficoltà, dove le tante tematiche dei giorni nostri, come l’ambiente e un’etica

globale decadente, sono messe a nudo dall’artista con una personale e sottile trasposizione.

La pittura di Silvana Gatti si può senz’altro definire un atto d’amore di una coscienza evoluta, frutto

di una consapevolezza artistica che attraverso immagini simboliche ci ammonisce con un messaggio

personale, intriso di una grande umanità”.

(D.R. Salvatore Orazio Sambataro)

SILVANA GATTI - PITTRICE FIGURATIVA & SIMBOLISTA

http://digilander.libero.it/silvanagatti

email: silvanamac@libero.it


MOSTRA: “LE DONNE NELL’ARTE”

DAL 10 AL 21 MAGGIO 2022

NADIA MONAI - INES TROPEANI - ELVIRA SIRIO

NADIA MONAI

ELVIRA SIRIO

INES TROPEANI

“Source d’amour” - 2020

Acrilico su tela - cm 100x100

“La mano di Dio” - 2022

Terracotta patinata - cm 50x32x20

“Novembre” - 2020

Fotografia digitale senza uso di filtri - cm 30x50

MOSTRA A CuRA DI MONIA MALINPENSA

REFERENZE E QuOTAZIONI PRESSO LA MALINPENSA gALLERIA D’ARTE By LA TELACCIA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

w w w . l a t e l a c c i a . i t - i n f o @ l a t e l a c c i a . i t

ORARIO GALLERIA: DAL MARTEDI AL SABATO DALLE 10,30 ALLE 12,30 - 16,00 ALLE 19,00


46

Grazia Barbieri

A cura di Fabrizio Sparaci

“Plautilla” - 2021 - Olio su tela - cm 80x80

Grazia Barbieri nasce a

Bologna, dove frequenta

l’Istituto Statale di

Arte conseguendo il

diploma di maestra di

Arte in Pittura. Per diverso tempo

non dipinge, riavvicinandosi alla sua

grande passione solo negli ultimi

anni. Man mano più sicura e fiduciosa

delle proprie capacità, Grazia

inizia ad esporre le sue opere in mostre

personali e collettive a Bologna,

Mantova, Roma, Milano, Budapest,

Parigi. Ammirate ed appezzate, le

sue creazioni ricevono premi e riconoscimenti

e vengono pubblicate su

periodici e libri del settore, fino ad

essere inserite all’interno dell’Annuario

Mondadori con una critica

più che positiva da Parte di Vittorio

Sgarbi. La sua arte può essere definita

un autentico tributo alla donna,

ritratta con realismo in lavori carichi

di espressività: lo sguardo delle protagoniste

è sempre rivolto all’osservatore,

profondo penetrante, accattivante.

Grazia disegna anime, sentimenti

ponendo l’accento sulla forza

e sulla bellezza della donna fiera,

consapevole di sé. Con talento e fare

deciso l’artista modella tratti somatici

netti che esaltano la poeticità dell’eterno

femmineo, lasciando risaltare

la luminosità degli incarnati in

un gioco di rimandi luminosi e chiaroscuri

calibrati tra le cromie brillanti.

Uno stile pittorico che non può

che incantare l’osservatore in ogni

sua declinazione, in cui le narrazioni

sottoli- neano la dimensione emblematica

di una quotidianità in cui la

donna è vessillo di maestosità e grandezza.

Leonarda Zappulla


“Caterina” - 2021 - Olio su tela - cm 80x100

“Spes Ultima Dea” - 2022

Olio su tela stampata, cm40x60

“Alessandra” - 2022 - Olio su tela - cm 50x60


48

Il mondo di

Francesca Calzolari

a cura di Silvana Gatti

Il mondo dell’arte contemporanea è simile

ad un puzzle formato da innumerevoli

tessere spesso difficili da inserire

in un contesto del tutto disomogeneo.

Alcuni artisti mirano ad emulare i

classici, altri tendono ad eseguire opere

del tutto provocatorie, altri ancora desiderano

realizzare dipinti del tutto iperrealistici o

seguire la moda del momento. Ci sono artisti

che scoprono la passione per la pittura in età

matura, e coltivano questo interesse di pari

passo con la professione che permette loro di

sbarcare il lunario.

Non è questo il caso di Francesca Calzolari,

giovane artista del panorama torinese che sin

da bambina sapeva già qual era la sua strada,

ai tempi in cui frequentava con passione i laboratori

artistici presso l’Associazione Artistico

Culturale La Tesoriera di Torino tenuti

dalla scrivente. Già a quei tempi la “pittrice in

erba” usava con dimestichezza pennelli e colori,

impegnandosi nella copia di opere dei pittori

impressionisti e reinterpretandoli talvolta

in chiave personale. La caparbietà nel seguire

i suoi sogni, unita alle sue capacità relazionali,

hanno portato Francesca Calzolari a risultati

piuttosto lusinghieri nel percorso scolastico ed

accademico, sfociando in un presente che la annovera

tra gli artisti emergenti più promettenti.

La ricerca artistica di Francesca è un viaggio

introspettivo volto a scrivere, come in un diario,

le pagine del suo passato e del suo futuro.

Un passato che l’ha vista sperimentare diverse

tecniche, tra cui la ritrattistica a penna.

Raggiunto, a pieni voti, l’importante obiettivo

della laurea triennale conseguita presso l’Accademia

Albertina di Torino, Francesca oggi si

volta indietro per guardare il percorso fatto e,

mai ferma, inizia a programmare i passi successivi

della sua carriera artistica.

Questo importante traguardo è perfettamente

sintetizzato nel dipinto “Eureka!”, dove si ritrae

in bianco e nero con una corona d’alloro

variopinta ed un’espressione che denota l’or-

“Eureka” - Olio su tela - cm 70x50


“Double face” - Olio su tela - cm 70x50

“Trasparenze” - Olio su tela - cm 50x35

goglio e la soddisfazione di chi è riuscita

ad esaudire un sogno.

Un cammino, quello dell’artista, ben descritto

nell’opera “Prima & dopo”, che

sintetizza nella figura frontale il presente

mentre le figure raffigurate di profilo e

di tre quarti appartengono al percorso già

fatto ed a quello tutto da scrivere o, meglio,

da dipingere, lungo le strade dell’arte.

I suoi autoritratti sono racconti autobiografici

scritti con colori e pennelli, frutto

di pensieri catturati nei momenti più impensati

della giornata, come videate che,

una volta fermate sullo schermo della sua

mente, vengono poi trasposte con fedeltà

sulla tela bianca che prende vita tra una

sfumatura in bianco e nero ed uno sfondo

nelle tonalità del pastello.

Nel Taoismo, il colore bianco rappresenta

lo Yang (energia maschile), che assieme

allo Yin (energia femminile, rappresentato

dal colore nero) forma la coppia

delle due nature complementari dell’universo.

Queste due energie coesistono in ciascun

individuo, si compenetrano e si completano

vicendevolmente, come descrive

Francesca Calzolari nel suo dipinto dal

titolo “Double face”. Qui i due lati della

sua personalità, uno bianco e uno nero,

uno chiaro e uno scuro, si contrappongono

e si completano senza l’ausilio del

colore, riflettendo pienamente il carattere

di una artista che cerca in se stessa la

energia per superare gli ostacoli della

vita. La ricerca artistica di Francesca attinge

al suo mondo interiore, per poi

esternare sulla tela il risultato di pensieri

che si rincorrono e si accavallano per poi

sfociare in un’immagine ben precisa, che

viene dipinta di getto senza ripensamenti

e modifiche.

Il colore, quando compare nelle sue opere,

viene usato per evidenziare un particolare,

come nel caso del dipinto “Trasparenze”.

L’occhio azzurro che traspare,

ingigantito, dietro la trasparenza del bicchiere

di vetro, in realtà simboleggia il

suo sguardo che si affaccia sul mondo

per carpirne i segreti.

Un vaso di tulipani, nel suo “Autoritratto”

a colori, la vede assorta in mille

pensieri, perché la sua mente non si ferma

mai ed è intenta a tracciare i sentieri

“Prima e dopo” - Olio su tela - cm 70x100

del suo futuro artistico, che lei pensa di

attuare anche nel mondo dell’arte-terapia,

in quanto è il lato psicologico dell’arte

ad interessarla particolarmente.

Il mese di aprile, dal 1 al 25, la annovera

tra i protagonisti della Biennale Fondazione

Modigliani con l’opera “Prima e

dopo”, che si terrà nella prestigiosa sede

del Palazzo la Pietà di Venezia. Castello

3701,Valle della Pietà 30122.

Perché Francesca Calzolari va a pas- so

deciso, come nel suo dipinto “We will”,

verso le nuove e promettenti tappe della

sua vita. che la scrivente le augura ricca

di soddisfazioni.


50

carpenter trees

l'incontro tra la fotografia di claudia lo Stimolo

e le creazioni di giuseppe Bruno

di Paola Simona Tesio

Nel progetto Carpenter

Trees l’incontro tra Giuseppe

Bruno l’artista creative

designer del legno,

Claudia Lo Stimolo l’innovativa

fotografa che si affaccia sul

panorama contemporaneo attraverso il

concetto di Urbex Nudĭtas e DeliCate

la modella che si fa interprete incarnando

nel suo corpo le loro intuizioni,

diventa un cammino estetico ed esperienziale

di elevata originalità espressiva.

Carl Gustav Jung parlava di sincronicità

definendo gli eventi sincronistici

fenomeni in grado di cambiare l’immagine

che abbiamo di noi stessi e del

mondo, aprendo l’orizzonte verso nuove

prospettive.

Le coincidenze non accadono semplicemente

per caso, ma ampliano la vita

stessa in una dimensione nuova, nello

specifico in tale coesione artistica la

amplificano di riflessione e bellezza,

non intesa in senso meramente estetico

ma interiore.

Robert Hopke nel saggio Nulla succede

per caso afferma: «Quasi ogni giorno

si verifica nella nostra vita un certo

tipo di evento che chiamiamo coincidenza.

Succedono due cose, e per un

motivo o per l’altro il modo in cui sono

collegate richiama il nostro interesse.

Alcune di queste coincidenze quasi non

sembrano toccarci, né emotivamente né

sotto l’aspetto intellettivo. Si tratta, come

si dice di solito, “di una semplice

coincidenza’’. Comunque, se prestiamo

una qualche attenzione all’effetto che

gli eventi hanno su di noi, ci accorgiamo

di avere già sperimentato un diverso

tipo di coincidenza, una convergenza

di eventi […]. Nel momento in

cui si verifica una coincidenza simile

sappiamo che ci sta capitando qualcosa

di importante, carico di significati.

Percepiamo e vediamo, nell’accidentalità,

un elemento significativo».

Lo percepiamo dalle parole degli autori

che si dipanano nel loro farsi artistico,

delineando metaforicamente il profondo

significato della convergenza di

eventi.

Come sottolinea Giuseppe Bruno:

«Le montagne e i boschi mi hanno affascinato

sin da quando ero bambino.

Gli alberi sono esseri viventi straordinari.

Da sempre l’umanità ha cercato

di portare il concetto di natura all’interno

degli spazi intimi o comunitari.

Fin dalla tenera età ho cercato di ricreare

il mondo vegetale con la materia

del legno. Dalle prime forme disegnate


ai successivi tentativi di trasportare le

sensazioni. Per anni la mia ricerca è

stata fallimentare finché, un giorno, ho

iniziato ad utilizzare gli strumenti a mia

disposizione in modo differente. Ho imparato

a realizzare le linee che inseguivo

da tutta una vita fondendole con

il recupero e il riutilizzo di materiali

antichi. Dobbiamo intraprendere un restauro

ecologico, anche all’interno delle

nostre case dove si svolge l’intima

esistenza. Abbiamo l’abitudine di chiuderci

dentro i muri perimetrali della

nostra abitazione, quasi avessimo una

paura ancestrale di quello che viene

dal di fuori. Intraprendiamo viaggi per

ammirare la natura selvaggia primaria,

ma il tutto diventa solo ammirazione

del paesaggio e della bellezza,

senza però, il più delle volte, capire la

vera potenza della vita, la complessità

del convivere che esiste in natura».

Sul progetto Carpenter Trees dichiara:

«Noi e queste fotografie scattate da

Claudia nei luoghi disabitati lo dimostrano,

prendiamo delle cose e poi le

abbandoniamo, non le usiamo più, creiamo

luoghi che divengono inutili, degli

spazi occupati che probabilmente

sarebbe stato meglio lasciarli vuoti.

Attraverso Carpenter Trees abbiamo

voluto rimarcare quanto sia importante

riportare il concetto di Natura in casa

usando la materia del Legno. Grazie

alla collaborazione con Claudia Lo Stimolo

ho intrapreso un nuovo viaggio,

anzi lei ha ridefinito il mio personale

viaggio di ricerca e crescita».

La peculiare ricerca estetica di Claudia

Lo Stimolo si compenetra armoniosamente

in questo cammino, dove il coesistere

dell’Urbex, ovvero l’esplorazione

urbana di strutture artificiali abbandonate

o ridotte in rovine e scheletri

torna ad essere abitata dalla Nudĭtas

umana che non è soltanto visiva ma anche

intima e morale, nonché richiama

una riappropriazione della vita quale rinascita

da una spoliazione: «Ho cercato

di inserire il mio stile fotografico -

spiega l’artista - la ricerca estetica traducendola

in una convergenza con le

opere e le installazioni di Giuseppe per

creare una modulazione originale e che

al contempo potesse unire l’espressività

ed il sentire di entrambi, trovando

nell’armoniosità delle forme della modella

un continuum con la Natura, che

si estrinseca dal legno al corpo umano,

dal concetto del vuoto degli spazi alla

completezza dell’idea».

DeliCate nell’incarnare il progetto che

si fa percorso aggiunge: «Ho rappre-


52

sentato questa figura che unisce i loro

mondi, l’anello di congiunzione che

portava all’esterno la loro creatività

che ho iniziato a percepire in prima

persona quando ho visto le realizzazioni

artistiche di Giuseppe prendere

vita nel contesti suggestivi in cui le

aveva condotte e ritratte Claudia».

I progetti il più delle volte sono frutto

della casualità, o meglio delle coincidenze

significative, che consentono la

unione di varie forme e pensieri, fino ad

arrivare all’idea da cui nasce l’ispirazione

che conduce alla realizzazione di

un capolavoro.

Le creazioni di Giuseppe Bruno si basano

sul concetto di architettura organica

il cui intento è il promuovere la

armonia tra l’uomo e la natura, noto

esponente fu Frank Lloyd Wright la cui

celebre frase risuona nella sua adeguatezza:

«La figura umana mi si rivelò

come la vera base della scala umana

nell’architettura». Il creative designer

Giuseppe Bruno va oltre e cerca di

comprendere e carpire nel profondo le

esigenze delle persone, non solo tecniche,

ma persino intime e personali, seguendo

il vibrare dell’empatia che consente

di ricreare all’interno delle case

l’atmosfera desiderata. Il momento storico

attuale ha portato a riscoprire il piacere

di rivivere il focolare domestico

rivalutando gli spazi. La creazione di un

rifugio a propria misura è il compito

che si è dato come artigiano per guidare

in un percorso di arredamento innovativo

che prende linfa dalle radici naturali

del legno, valutando luci, ombre e i

colori più adatti per le stanze e i vari periodi

dell’esistenza. Sperimentazione ed

originalità gli hanno consentito di svincolarsi

dalle produzioni in serie, per

concentrarsi su una tradizione artigianale

ed originale dedicata a chi voglia

indagare nuove prospettive intes- sute

di morbide curve e dimensioni ispirate

all’ambiente: una visione che si traspone

nel Design in grado di vivificare lo

spazio da arredare connotandolo di fattori

umani quali le esperienze personali,

le emozioni, i sentimenti, gli stato di

animo. Elementi che si concretizzano

nell’autenticità dell’opera d’arte ricavata

dall’essenza lignea, in quei tasselli

di storia e tradizione che diventano le

chiavi di accesso a un percorso continuo

di scambio di esperienze, sia culturali

sia sociali, che lui stesso descrive:

«Come le rughe, le mani screpolate dal

lavoro, le venature del legno: solo il

tempo crea così tanta bellezza».

Carpenter Trees rivoluziona i canoni

del Design e dell’Arte: trascende l’idea

che si materializza in contesti Urbex

dove, con l’ausilio della fotografia, si

incarna nella figura umana, un contrasto

suggestivo ed unificativo che per la

prima volta si affaccia nel settore artistico

ed espositivo diventando puro rinnovamento.

La modella DeliCate diventa il simbolo

di questa filosofia, ritratta in posizione

fetale nello scatto intitolato Émbryon

che significa appunto “fiorire dentro’'.


In uno scenario abbandonato, dove il

muschio si riappropria degli spazi, incarna

l’origine dell’idea, illuminata dalle

curve lievi della creazione. Nella fotografia

Poetic Vision, la ritroviamo dipinta

con gli stessi pigmenti ispirati ai

cromatismi della Natura, mentre in The

Embrace la sua mano si posa lieve su

una sinuosità scultorea che si fa ramo

di albero fondendosi in un intrecciarsi

tra esistenza umana e habitat naturale.

La sedia diventa il fil rouge del viaggio:

sola, abbandonata fra gli spazi desolati

e spogli del vuoto e del pieno ad impersonificare

la pratica che hanno gli esseri

umani di gettare gli oggetti e le cose

quando non sembrano essere più utili

allo scopo per cui sono realizzati, tramutandoli

una mera res che non serve

più. Tuttavia il cammino prosegue e la

sedia inanimata incontra l’anima umana

piegata su se stessa sugli scarti delle

macerie dell’era industriale, in cui risuona

il silenzio dei meandri disabitati

mentre le rovine scricchiolano al calpestio

dei piedi che scalzi le percorrono.

La modella seduta sulla sedia contempla

il futuro, e in quello scenario di degrado

prende forma la sinuosità dell’albero,

che si fa luce nel bianco e nero

del cemento che avvolge come cerchio

restringendo il campo in una sorta di

zero emblema della fine e dell’inizio di

tutte le cose. La mano timidamente si

posa sull’albero divenendo nell’intreccio

quel tutt’uno, compenetrazione e rinascita

nella Natura. L’unione di questi

mondi, umano e naturale, porta lo spettatore

ad interrogarsi sul rapporto tra il

nostro corpo e gli arredi. I luoghi abbandonati

diventano la scenografia e la

cornice dove la materia del legno si

fonde nelle curve della vita. Risuonano

le parole del creativo Giusepe Bruno:

«Carpenter Trees vuole indagare, mettere

in discussione, sovvertire, unire gli

opposti e giocare con i limiti dell’impossibilità.

Mi sono ispirato alle forme

naturali usando la materia del legno attorcigliata

come una corda, ho voluto

creare una struttura leggera, trasparente

e contemplativa, che trasporta in

un mondo immaginario. L’intento è

quello di creare un oggetto che, attraverso

le sensazioni, sia in grado di trasmettere

emozioni positive, aiutando ad

indagare meglio il rapporto tra uomomateria-natura.

Il mobile da oggetto diventa

un tramite in grado di trasportare

in una dimensione primordiale della

natura che spesso non è gentile, ma ci

fornisce i mezzi per vivere, dove non c’è

spazio per il lamento, per il rancore,

per l’insolenza aggressiva scambiata

per sintomo di vitalità, oggi molto praticata

nella vita quotidiana. Abbiamo

bisogno di fare una profonda riflessione

sul nostro ruolo nella società che abbiamo

plasmato, sulle infrastrutture che

abbiamo creato, sul nostro stile di vita

frenetico e sul nostro modo di consumare

in modo incontrollato. Dobbiamo

fermarci e considerare nuove idee, prospettive

e strategie sul lungo termine

per preservare e curare quello che resta


54

gni tecnica e ogni ricerca,

“ Ocome pure ogni azione e

ogni scelta, tendono ad un

qualche bene, come sembra;

perciò il bene è stato

giustamente definito come ciò a cui tutto

tende”.

Tale affermazione - tratta dagli appunti di

Aristotele destinati al giovane Nicomaco

- risulta tanto più vera e incontrovertibile

quanto più, nel corso dei secoli, continuamente

capovolta e disattesa. Non fa eccezione,

tristemente, neppure la nostra epoca,

crudelmente lacerata e vilipesa a vari

gradi e livelli di umanità. Per questo risulta

così importante riaffermare la centralità

dell’arte come linguaggio universale,

capace di creare legami invisibili ma

indissolubili, alfabeto di chi non presuppone

la necessità dell’odio per potere

amare, di chi entra in punta di piedi nello

spazio che non conosce, disposto all’ascolto

e alla crescita, non alla sterile sopraffazione.

In tale contesto la terza edizione del Premio

d’arte Caterina Sforza è un invito a

vivere il tempo senza sprecarne o disperderne

quel poco o tanto di grazia che ci

resta e con fatica si cerca di risparmiare:

così l’arte al femminile - per la quale fin

da subito questo premio è stato pensato e

riservato - è lo specchio di una leggiadrìa,

una venustà, un'intuitiva visione panica attraverso

la quale riuscire a riportare tutto

all’Uno, alla verità di ciò che è incorrotto,

intatto, finalmente puro.

Terra del Sole, come luogo prescelto per

questa edizione, già dallo splendente e

brillante toponimo riconduce ad auspici di

rinascita e palingenesi, riscoperta di una

identità che esplori le pieghe più nascoste

e variegate che il feminino sacro saprà

percorrere: rappresentativo, fin dall'antichità

più remota, di un potere creativo assoluto

e totale il carattere femminile è simbolo

di ciò che è completo e perfetto. Pietra

di Luna che riluce è assieme voce e

silenzio, profondità ctonia e vita nuova,

terra fertile che accoglie, acqua pura che

culla e trascina. Preziosità che nessuna

delle nefandezze umane di cui ancora saremo

capaci potrà mai sbriciolare e che

l'arte ha il dovere di preservare, proteggere,

tutelare al massimo grado, magari

sull'esempio di quegli “Experimenti della

excellentissima signora Caterina da Forlì”

che attraverso le sue peculiari ed enigmatiche

formule di erboristeria ed alchimia

si proponeva di conservare la salute, lo

spirito e la bellezza. Ecco, segnatamente,

cosa potrà fare il femminile nell'arte con

la sua intuitività primordiale, purezza ancestrale:

scrivere la rappresentazione di un

tempo nuovo, una rinnovata epoca, e consegnarla

in appendice al libro del mondo.

Alberto Gross


Calogero Risalvato

“Zeus” - Olio su Damasco avorio - cm 100x70


56

La Biennale di Venezia

a

59 Esposizione Internazionale d’Arte

Il latte dei sogni

A cura di Cecilia Alemani

Venezia (Giardini e Arsenale)

23 aprile - 27 novembre 2022

di Marilena Spataro

Giulia Cenci - “Figura che divora sé stessa” (detail),

2021 - Photo Serge Domingie - Courtesy the Artist;

Museo del Novecento, Firenze - © Giulia Cenci

C

ome nel suo DNA, e in questa edizione 2022 più

che mai, la Biennale di Venezia, 59. Esposizione

Internazionale dell’Arte, guarda al futuro, promuovendo

ed accogliendo le più originali e avveniristiche

istanze delle arti visive nella

interpretazione di artisti provenienti da tutto

mondo.

Aperta al pubblico da sabato 23 aprile a domenica 27 novembre

2022, la 59. Esposizione Internazionale di Arte, intitolata

Il latte dei sogni, è a cura di Cecilia Alemani e organizzata

dalla Biennale di Venezia presieduta da Roberto Cicutto. La

mostra si articola negli spazi del Padiglione Centrale ai Giardini

e in quelli delle Corderie, delle Artiglierie e negli spazi

esterni delle Gaggiandre e del Giardino delle Vergini nel complesso

dell’Arsenale. Sono presenti 213 artiste e artisti provenienti

da oltre 61 nazioni, di cui 26 le artiste e gli artisti

italiani, 1433 le opere e gli oggetti esposti, 80 le nuove produzioni.

Oltre 180 artiste e artisti non hanno mai partecipato

all’Esposizione Internazionale d’Arte prima d’ora. Per la

prima volta la Biennale include una maggioranza preponderante

di artiste donne e soggetti non binari, scelta che riflette

un panorama internazionale di grande fermento creativo ed è

anche un deliberato ridimensionamento della centralità del

ruolo maschile nella storia dell’arte e della cultura attuali.

Sono inoltre presentate opere contemporanee e nuove produzioni

concepite appositamente per la Biennale Arte, messe in

dialogo con lavori storici che datano dall’Ottocento fino ai

nostri giorni.

La Mostra è affiancata da 80 Partecipazioni Nazionali negli

storici Padiglioni ai Giardini, all’Arsenale e nel centro storico

di Venezia. Sono 5 i paesi presenti per la prima volta alla

Biennale Arte: Repubblica del Camerun, Namibia, Nepal,

Sultanato dell’Oman e Uganda. Repubblica del Kazakhstan,

Repubblica del Kirghizistan e Repubblica dell’Uzbekistan

partecipano per la prima volta con un proprio padiglione.

Il Padiglione Italia, presente alle Tese delle Vergini in Arsenale,

sostenuto e promosso dal Ministero della Cultura, Direzione

Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie

Urbane, è a cura di Eugenio Viola.

Come spiega la curatrice Cecilia Alemani «La mostra Il latte


Grazia Varisco

“Schema luminoso variabile” - R. VOD. LAB

1964 - Photo Thomas Libiszewski.

Courtesy the Artist; Archivio Varisco

dei sogni prende il titolo da un libro di favole

di Leonora Carrington (1917-2011)

in cui l’artista surrealista descrive un

mondo magico nel quale la vita viene costantemente

reinventata attraverso il prisma

dell’immaginazione e nel quale è

concesso cambiare, trasformarsi, diventare

altri da sé. L’esposizione Il latte dei

sogni sceglie le creature fantastiche di

Carrington, insieme a molte altre figure

della trasformazione, come compagne di

un viaggio immaginario attraverso le metamorfosi

dei corpi e delle definizioni

dell’umano. La mostra nasce dalle numerose

conversazioni intercorse con molte

artiste e artisti in questi ultimi mesi. Da

questi dialoghi sono emerse con insistenza

molte domande che evocano non

solo questo preciso momento storico in

cui la sopravvivenza stessa dell’umanità

è minacciata, ma riassumono anche molte

altre questioni che hanno dominato le

scienze, le arti e i miti del nostro tempo.

Come sta cambiando la definizione di

umano? Quali sono le differenze che separano

il vegetale, l’animale, l’umano e

il non-umano? Quali sono le nostre responsabilità

nei confronti dei nostri simili,

delle altre forme di vita e del pianeta

che abitiamo? E come sarebbe la vita

senza di noi? Questi sono alcuni degli interrogativi

che fanno da guida a questa

edizione della Biennale Arte, la cui ricerca

si concentra in particolare attorno a

tre aree tematiche: la rappresentazione

dei corpi e le loro metamorfosi; la relazione

tra gli individui e le tecnologie; i

legami che si intrecciano tra i corpi e la

Terra».

La struttura della mostra e le capsule

storiche

Da un testo della curatrice, Cecilia Alemani

Distribuite lungo il percorso espositivo al

Padiglione Centrale e alle Corderie, cinque

piccole mostre tematiche a carattere

storico costituiscono una serie di costellazioni

nelle quali opere d’arte, oggetti

trovati, manufatti e documenti sono raccolti

per affrontare alcuni dei temi fondamentali

della mostra. Concepite come

delle capsule del tempo, queste micromostre

forniscono strumenti di approfondimento

e introspezione, intessendo rimandi

e corrispondenze tra opere storiche

- con importanti prestiti museali e inclusioni

inusuali - e le esperienze di artiste e

artisti contemporanei esposti negli spazi

limitrofi. Le capsule tematiche arricchiscono

la Biennale con un approccio transstorico

e trasversale che traccia somiglianze

ed eredità tra metodologie e pratiche

artistiche simili, anche a distanza di

generazioni, creando nuove stratificazioni

di senso e cortocircuiti tra presente e

passato: una storiografia che procede non

per filiazioni e conflitti ma per rapporti

simbiotici, simpatie e sorellanze.

Con una precisa coreografia architettonica

sviluppata in collaborazione con il

duo di designer Formafantasma, queste

sezioni instaurano inoltre una riflessione

sulle modalità con cui la storia dell’arte

viene costruita e su come certi dispositivi

museali ed espositivi stabiliscono gerarchie

di gusto e meccanismi di inclusione

ed esclusione. Queste presentazioni partecipano

così a quel complesso processo

di riscrittura della storia che ha segnato

profondamente gli ultimi anni, nei quali

è apparso quanto mai evidente che nessuna

narrazione storica può essere considerata

definitiva. Le capsule tematiche

raccontano pertanto storie che possono

apparire a prima vista minori o meno

note, non ancora assimilate nei canoni ufficiali.

Le artiste e gli artisti

Da un testo della curatrice, Cecilia Alemani

La mostra Il latte dei sogni trova il suo

fulcro in una sala sotterranea del Padiglione

Centrale, dove la prima delle cinque

capsule presenta una raccolta di

opere di artiste delle avanguardie storiche,

tra cui Eileen Agar, Leonora Carrington,

Claude Cahun, Leonor Fini, Ithell


58

Andra Ursuţa - “Predators ‘R Us”

2020 - Courtesy the Artist; David Zwirner;

Ramiken, New York. © Andra Ursuţa

Alexandra Pirici - “Aggregate”

2017-201 - Photo Andrei Dinu.

Courtesy the Artist. © Alexandra Pirici

Colquhoun, Loïs Mailou Jones, Carol

Rama, Augusta Savage, Dorothea Tanning

e Remedios Varo. Dalle opere di

queste e altre artiste dei primi del Novecento

- presentate in un ensemble ispirato

alle mostre del Surrealismo - emerge un

dominio del meraviglioso nel quale anatomie

e identità sono trasformate seguendo

le tracce di desideri di metamorfosi

ed emancipazione.

Molte di queste linee di pensiero ritornano

nelle opere di artiste e artisti di oggi

esposte nelle sale del Padiglione Centrale:

i corpi mutanti messi in scena da Aneta

Grzeszykowska, Julia Phillips, Ovartaci,

Christina Quarles, Shuvinai Ashoona,

Sara Enrico, Birgit Jürgenssen e Andra

Ursuţa immaginano nuove combinazioni

di organico e artificiale, concepite sia

come possibilità di reinvenzione del sé sia

come inquietanti premonizioni di un futuro

sempre più disumanizzato.

I rapporti che legano esseri umani e macchine

sono analizzati in molte delle opere

in mostra, come, ad esempio, negli esperimenti

di Agnes Denes, Lillian Schwartz

e Ulla Wiggen o nelle superfici-schermo

di Dadamaino, Laura Grisi e Grazia Varisco,

le cui opere sono raccolte in un’altra

capsula dedicata all’Arte Programmata e

all’astrazione cinetica degli anni Sessanta.

Le relazioni che intrecciano corpi e linguaggio

sono al centro di un’ulteriore presentazione

tematica ispirata alla mostra di

Poesia Visiva e Concreta Materializzazione

del linguaggio, allestita alla Biennale

Arte 1978, una delle prime rassegne

apertamente femministe nella storia dell’istituzione.

La scrittura visiva e le poesie

concrete di Mirella Bentivoglio, Tomaso

Binga, Ilse Garnier, Giovanna Sandri e

Mary Ellen Solt sono messe in dialogo

con esperimenti di automatismo e scrittura

medianica di, tra le altre, Eusapia

Palladino, Georgiana Houghton e Josefa

Tolrà, e con forme di scrittura femminile

che spaziano dagli arazzi di Gisèle Prassinos

alle micrografie di Unica Zürn.

Segni e linguaggi affiorano anche nelle

opere di diverse artiste contemporanee

quali Bronwyn Katz, Sable Elyse Smith,

Amy Sillman e Charline von Heyl, mentre

i quadri tipografici di Jacqueline Humphries

sono messi in relazione con i grafemi

di Carla Accardi e con il linguaggiomacchina

che informa le opere di Charlotte

Johannesson, Vera Molnár e Rosemarie

Trockel.

In contrasto con questi scenari ipertecnologici,

i quadri e gli assemblage di Paula

Rego e Cecilia Vicuña inventano nuove

simbiosi tra animali ed esseri umani,

mentre Merikokeb Berhanu, Mrinalini

Mukherjee, Simone Fattal e Alexandra Pirici

tessono narrazioni nelle quali preoccupazioni

ambientaliste e antiche divinità

ctonie si combinano per creare nuove mitologie

ecofemministe.

All’Arsenale l’esposizione si apre con

l’opera dell’artista Belkis Ayón, che, influenzata

da tradizioni afrocubane, descrive

un’immaginaria comunità matriarcale.

La riscoperta della dimensione mitopoietica

dell’arte è apparente anche

nelle grandi tele di Ficre Ghebreyesus e

nelle visioni allucinate di Portia Zvavahera,

nonché nelle composizioni allegoriche

di Frantz Zéphirin e di Thaao Nguyen

Phan, che nelle loro opere intrecciano storia,

sogno e religione. Attingendo a saperi

indigeni e sovvertendo stereotipi coloniali,

l’artista argentino Gabriel Chaile

presenta una nuova serie di sculture monumentali

in argilla cruda che si ergono

come idoli di una civiltà mesoamericana

fantastica.

Molte artiste e artisti in mostra esaminano

nuovi e complessi rapporti con la Terra e

la natura, ipotizzando inedite possibilità

di convivenza con altre specie e con l’am-


Diego Marcon

“The Parents’ Room (still)”

2021 - Courtesy the Artist;

Fondazione Donnaregina per le arti

contemporanee, Napoli

Baya Mahieddine

“Femme au panier et coq rouge”

1947 - Collection Adrien Maeght, Saint Paul

© Photo Galerie Maeght, Paris

biente. Il video di Eglė Budvytytė racconta

di un gruppo di giovani persi nelle

foreste della Lituania, mentre i personaggi

nel nuovo video di Zheng Bo vivono

in una comunione totale - anche

sessuale - con la natura. Un simile senso

di incanto meraviglioso ritorna nelle vedute

innevate ricamate dall’artista Sami

Britta Marakatt-Labba. La riscoperta di

tradizioni millenarie si sovrappone a nuove

forme di attivismo ecologista anche

nelle opere di Sheroanawe Hakihiiwe e

nelle composizioni oniriche di Jaider

Esbell.

Al principio delle Corderie si colloca

un’altra capsula storica, questa volta ispirata

agli scritti dell’autrice di fantascienza

Ursula K. Le Guin e alla sua teoria della

narrazione che identifica la nascita della

civiltà non nell’invenzione delle armi ma

negli oggetti utili alla raccolta, al sostentamento

e alla cura: borse, sacche e contenitori.

In questa presentazione i carapaci

ovoidali dell’artista surrealista Bridget Tichenor

sono accostati alle sculture in

gesso di Maria Bartuszová, alle sculture

sospese di Ruth Asawa e alle creature

ibride di Tecla Tofano. Queste opere storiche

convivono accanto ai vasi antropomorfici

di Magdalene Odundo e ai quadri

di fisionomie concave di Pinaree Sanpitak,

mentre la videoartista Saodat Ismailova

racconta di celle di isolamento sotterranee

che fungono da luoghi di fuga e

spazi di meditazione.

L’artista colombiana Delcy Morelos, che

nelle sue opere si ispira alle cosmologie

delle popolazioni delle Ande e della

Amazzonia amerindia, presenta una grande

installazione ambientale nella quale

costruisce un labirinto di terra. Molti altri

artisti in mostra combinano posizioni politiche

e ricerca sociale con progetti che

rivisitano tradizioni locali, come nelle

grandi tele di Prabhakar Pachpute dedicate

alla devastazione ambientale provocata

dall’industria mineraria in India, o

nel video di Ali Cherri a proposito delle

dighe costruite sul Nilo. Igshaan Adams

infonde nell’astrazione delle sue composizioni

in tessuto significati che spaziano

da una riflessione sull’apartheid alla condizione

di genere in Sudafrica, mentre

Ibrahim El-Salahi racconta la sua esperienza

con la malattia e i farmaci attraverso

una pratica meditativa di disegni

minuziosi e quotidiani.

La parte finale delle Corderie è introdotta

dalla quinta e ultima capsula storica dedicata

alla figura del cyborg. Questa presentazione

riunisce artiste che nel corso del

Novecento hanno immaginato nuove

combinazioni tra l’umano e l’artificiale,

creando gli avatar di un futuro postumano

e postgender. Questa capsula include opere

d’arte, artefatti e documenti di artiste

di inizio Novecento tra cui la dadaista

Elsa von Freytag-Loringhoven, le fotografe

Bauhaus Marianne Brandt e Karla

Grosch e le futuriste Alexandra Exter,

Giannina Censi e Regina. In questa sezione,

le sculture delicate di Anu Põder

rappresentano corpi frammentati in contrasto

con i monoliti di Louise Nevelson,

le figure totemiche di Liliane Lijn, le

macchine di Rebecca Horn e i robot dipinti

di Kiki Kogelnik.

Attraversata la grande installazione diafana

di Kapwani Kiwanga, nelle ultime

campate delle Corderie la mostra prosegue

con tonalità fredde e sintetiche, nelle

quali la presenza umana è sempre più evanescente,

sostituita da animali e creature

ibride o robotiche. Le sculture biomorfe

di Marguerite Humeau, ad esempio, ricordano

esseri criogenici che si contrappongono

ai monumentali esoscheletri di Teresa

Solar. Raphaela Vogel descrive un

mondo in cui gli animali prendono il sopravvento

sull’uomo, mentre le sculture


60

Sara Enrico - “The Jumpsuit Theme” - 2017

Photo Emanuele Pensavalle.

Courtesy PAV Parco Arte Vivente, Turin

Leonora Carrington - “Portrait of Madame

Dupin” 1947 - Gertrud V. Parker Collection. Courtesy

Gallery Wendi Norris, San Francisco. ©

Estate of Leonora Carrington

Artists Rights Society (ARS), New York - SIAE

Candice Lin - “Seeping, Rotting, Resting, Weeping”

exhibition view from Walker Art Center, Minneapolis,

2021 - Courtesy the Artist; François Ghebaly Gallery

di Jes Fan usano materiali organici come

melanina e latte materno per creare nuove

culture batteriologiche.

Scenari apocalittici di cellule impazzite

e incubi nucleari affiorano anche nei disegni

di Tatsuo Ikeda e nelle installazioni

di Mire Lee, animate dai movimenti concitati

di una macchina che ricorda il sistema

digestivo di un animale. Il nuovo

video della pioniera del postumano Lynn

Hershman Leeson celebra la nascita di

organismi artificiali, mentre la coreana

Geumhyung Jeong gioca con corpi ormai

completamente robotici e componibili a

piacimento.

Altre opere oscillano tra tecnologie obsolete

e nuovi miraggi del futuro. Le fabbriche

abbandonate e i macchinari fatiscenti

di Zhenya Machneva trovano una

nuova vita nelle installazioni di Monira

Al Qadiri e Dora Budor che vibrano e roteano

come macchine celibi. A chiudere

questa infilata di meccanismi impazziti,

una grande installazione di Barbara Kruger

concepita appositamente per gli spazi

delle Corderie combina slogan, poesia e

linguaggi-oggetto in un crescendo di

ipercomunicazione al quale fanno da

contrasto le sculture silenziose di Robert

Grosvenor, che svelano invece un mondo

senza presenze umane. Oltre questo universo

immobile cresce il grande giardino

entropico di Precious Okoyomon, brulicante

di nuova vita.

Negli spazi esterni dell’Arsenale completano

la mostra i grandi interventi di Giulia

Cenci, Virginia Overton, Solange

Pessoa, Wu Tsang e Marianne Vitale, che

accompagnano lo spettatore fino al Giardino

delle Vergini, in una passeggiata tra

forme animali, sculture organiche, rovine

industriali e paesaggi stranianti.

Eventi collaterali/Progetti speciali

Sono molti gli eventi collaterali ammessi

dalla curatrice e promossi da enti e istituzioni

nazionali e internazionali senza

fini di lucro; organizzati in numerose

sedi della Serenissima. Altrettanto numerosi

sono i progetti speciali realizzati

dalla Biennale di Venezia.

Il catalogo ufficiale, dal titolo “Il latte dei

sogni”, è composto di due volumi. Il Volume

I, a cura di Cecilia Alemani, è dedicato

alla Esposizione Internazionale e

comprende, oltre al contributo originale

della curatrice, un’ampia serie di illustrazioni

e saggi critici di un gruppo di scrittrici

e pensatori oggi all’avanguardia. Il

Volume II è dedicato alle Partecipazioni

Nazionali e agli Eventi Collaterali.

Sito web ufficiale della

Biennale Arte 2022:

www.labiennale.org

Hashtag ufficiali:

#BiennaleArte2022

#IlLatteDeiSogni

#TheMilkOfDreams


www.tornabuoniarte.it

“Untitled” - 1982 - Legno dipinto - cm 125x76x18

Louise Nevelson

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 - info@tornabuoniarte.it

Milano 20121 - Via Fatebenefratelli, 34/36 - Tel. +39 02 6554841 - milano@tornabuoniarte.it

Forte dei Marmi 55042 - Piazza Marconi, 2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeimarmi@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055 2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


62

artisti allo specchio

Fugaci ierofanie: rivelazione della sacralità

dell'uomo di un tempo

di Sergio Monari

Il mio agire è intellettuale, secolare, problematico nel suo

cercare corrispondenze con i disequilibri della contemporaneità,

affrontato con severa causticità. La mia scultura

possiede una carica narrativa, teatrale, capace di accendere

il dramma davanti allo sguardo dell’osservatore; un andamento

epico, shakespeariano con colte citazioni da tradizioni

umanistiche, caratterizza opere che spesso si sviluppano

anche in forma di dittico, di alfa e di omega fra i quali corre una

separazione in cui risiede la distorsione dell’originale armonia del

mito.

L’opera non formula giudizi, bensì prende atto del volto della società

e lo raffigura senza pudori né moralismi, infondendo nell’indagine

tutta la disillusione dei Cinici. Per questa ragione, il suo

tratto drammatico e cesellato, che potremmo definire scarno, è la

traduzione per immagini della decadenza dell’Età Classica, o meglio

di ciò che è diventata l’umanità allontanandosi dai suoi valori

più profondi.

Le mie sculture si pongono come riletture critiche della società

contemporanea, prendendo come modello quella classica, che pur

non scevra di difetti, aveva la bellezza quale ideale supremo, quale

meta di un cammino civile fatto di coerenza e spiritualità, e che

aveva nel Mito un riferimento sia spirituale sia sociale, essendo la

sua funzione quella di “ponte” fra il vissuto e l’ordine del cosmo.

Alla luce di un tale approccio verso l’Età Classica, si può parlare

non tanto di Neoclassicismo - in quanto legato soltanto agli aspetti

estetici - bensì di Neo classicità, in quanto la mia indagine si sviluppa

sotto forma di analisi psicologica di una società e dei suoi

atteggiamenti verso l’esistenza, dei suoi meccanismi relazionali,

del suo rapporto con il sacro, riletti alla luce della realtà contemporanea.

Il classicismo inteso quindi come complesso di valori di

riferimento che potrebbero essere ancora validi.

Essi infatti, ripartono proprio da quel fallimento che nella nostra

epoca è stato acuito dall’allontanamento dell’individuo dalla sua

interiorità, dalla capacità di porsi domande che lo sospendano sull’infinito.

La civiltà classica è presentata come appesantita e sfregiata

dalle storture della modernità, e non casualmente, una

espressione o un’atmosfera di amarezza accompagna le mie sculture.

Si avverte lo scorrere del tempo, non di quello scandito dal susseguirsi

dei cicli delle stagioni, quanto di quello, ben più impattante

e drammatico, scandito dalle azioni degli uomini, che lascia tracce

sui volti e che ogni specchio rivela quasi a tradimento, eterno monito

di ciò che è stato. Tempo fatto di pensiero e di azioni, che

scorre ossessivo lasciando dietro di sé un senso di amarezza. Un

tempo che definisco “tremulo”, a volerne sottolineare la leggerezza

quasi inavvertibile delle vibrazioni, capaci però di lasciare segni

profondi. Segni d’impazienza; è questo febbrile stato d’animo, infatti,

a turbare la pace che caratterizzava l’individuo antico. Quello

moderno è invece impaziente di fuggire da se stesso, o meglio

dalla sua inevitabile decadenza, non accorgendosi che, paradossalmente,

la accelera.

Pur nella loro conflittualità, rivelano l’urgenza di un recupero della

dimensione spirituale, e in virtù di ciò si offrono all’osservatore

come tante fugaci ierofanie, fugaci rivelazioni di quella sacralità

che un tempo apparteneva all’individuo.



64

HOMO SUM

La fedeltà alla figurazione di

Mario Benedetto

In occasione della mostra di Mario Benedetto “Homo sum”, a cura di Vera Agosti

e in programma alla Bipielle Arte di Lodi dal 10 giugno al 3 luglio 2022, pubblichiamo

in anteprima e in esclusiva il testo critico di Carlo Adelio Galimberti

A cura di Fabrizio Sparaci

“Caino e Abele” - 2018 - Olio - cm 100x150

Mario Benedetto ha quel

dono celeste che si chiama

talento: è una peculiarità

che donano gli

dei, e, come dice Leonardo, non s’impara,

non è una competenza di mestiere:

è quella maniera del vivere che

si condivide coi poeti. Si tratta della capacità

di osservare l’esistente penetrandone

la superficie apparente per cavarne

d’ogni cosa il senso nascosto.

Quella di Mario Benedetto è una maestria

che non si nasconde dietro il filtro

di teorie estetiche, ma rivela d’impeto

la scioltezza di una manualità felice, intuitiva,

vitalissima. Una manualità che

ha confidenza con una sensibilità cromatica

e formale che lo porta con serena

freschezza e intensa poesia a rivelarci

le brume malinconiche dei paesaggi

calabresi o l’intrigo dell’esuberante

cromia di corpi avvinghiati nella

lotta (Caino e Abele), od anche tenerissime

sembianze di fanciulli (Exit, 2010),

per liberarsi al fine nel gesto solido e

sicuro delle sagome di avvincenti figure

femminili (Ragazze col cellulare,

2017).

Mario Benedetto è un artista fedele alla

pittura figurativa, mostrando così il coraggio

di restare seguace della migliore

tradizione pittorica mediterranea, resistendo

alle sirene delle mode artistiche

contemporanee. Certo oggi è problematico

ascoltare quest’imperativo ed è per

questo che parliamo di coraggio. Infatti,

ad un secolo di distanza dall’esordio

delle avanguardie storiche, la forma

delle opere ha spesso dismesso il riscontro

naturale, la riconoscibilità dei

soggetti delle opere d’arte, abbandonando

i sapienti sentieri della mimesi

sui quali s’era da millenni incamminata

la storia dell’espressione artistica. Ecco

perché ho parlato di coraggio nella poe-


tica di Mario Benedetto, come quello di chi sfida le

mode e le facili scorciatoie poetiche, rappresentate

da coloro che si affidano a segni improvvisati magari

per giustificare pretese concettose attorno a

prodotti che il “sistema dell’arte” etichetta come artistici,

ammantando di pretesi e ponderosi concetti

filosofici la loro illustrazione, rivelando come si

possa bistrattare la filosofia pasticciandola con

l’arte, facendo quindi due danni in un colpo solo.

Ma non si tratta solo di coraggio: esiste nell’opera

di Mario Benedetto anche una sorta di moralità

delle immagini che sgorgano da una religiosa,

lunga, lenta, preziosa conduzione del proprio lavoro.

Che è quella di chi ha lo sguardo che appartiene

agli artisti: uno sguardo che non soffoca

l’esistente nella costrizione delle definizioni funzionali

cui la nostra cultura l’ha ridotto, ma l’osserva

e lo sollecita da innamorato per stimolarne la

rivelazione dei sensi più nascosti.

è un tragitto che Benedetto percorre attento alle

proprie memorie, come quelle delle storie che nella

sua terra narravano gli anziani (Interno, 2017), dove

il rilucente vestito pittorico si fa narrazione dei territori

e dei personaggi della terra dove è nato l’artista.

Benedetto ci invita all’ammirazione di quei

segni di vita impressi nei volti dei personaggi o

nello sguardo sorpreso d’un animale domestico.

Sono dettagli che accarezzano l’ambiente e la vita

che in esso si svolge, esercitando quell’attenzione

quasi sacra con cui si accostano i poeti: è l’esistenza

che si fa quotidiana, diviene consuetudine ordinaria,

quasi che il mistero del senso del lavoro di

donne e d’animali sia elemento costitutivo della naturalità

della vita di tutti, a cui la pittura di Benedetto

aggiunge quell’incanto tonale che trasforma

le sue figure in plausibile e convincente spiegazione

dell’esistenza, oltre che domestico conforto per le

fatiche quotidiane.

Ecco allora il tenerissimo raccogliersi del viso

d’una bimba (Proximus tuus, 2018) che non sa ancora

decifrare le asprezze della vita, od anche il deambulare

ignaro di figure in un ambiente senza

orizzonte e senza meta, (Spaesati, 2018) con la sola

pittura a far loro accoglienza. Una pittura che rivela

il sapiente controllo del mestiere, come rivelano

quegli accostamenti arditi dei complementari d’azzurro

e d’arancio, che suggeriscono come Mario

Benedetto conosca e governi la migliore tradizione

pittorica dei maestri che ci hanno preceduto. Ed ancora

le citazioni di opere classiche, riprodotte nell’ironico

accostamento con il seducente corpo di

una modella contemporanea (Il pittore, 2016), che

pare assumere una sorta di fedeltà ad un’antica

fonte di feconda bellezza, unita alla consapevolezza

del tempo trascorso di cui però si conserva l’immutata

seduzione.

“Exit” - 2013 - Acrilico - cm 92x90

“Ragazze con cellulare” - 2017 - Olio - cm 120x120

“Interno” - 2017 - Olio - cm 120x120


66

“Proximus tuus” - 2018 - Olio - cm 100x150

“Spaesati” - 2018 - Olio - cm 120x150

Credo si possa infatti parlare di un lavoro pittorico

di intenso valore, in un tempo che celebra stilemi e

maniere dell’arte che sovente hanno il respiro poetico

di una sola stagione e che sono costituite

spesso da opere che impiegano talvolta pochi

istanti per essere generate. Qui, invece, viene mostrata

una serie d’opere d’arte che chiedono una

lunghissima e paziente gestazione per il loro prodursi.

Sono tutte opere che trattengono nella loro

materia il tratto della mano e il gesto dell’artista. è

quindi prassi lenta, paziente, ostinata e appassionata,

che sembra contraddire i ritmi della contemporaneità,

quando la precarietà dei materiali che

spesso costituiscono le proposte della cosiddetta

avanguardia, pare perfettamente rappresentare.

Prassi lenta, dunque, governata dalla penetrazione

dello sguardo e dalla cura dei gesti delle mani che

conducono gli strumenti della pittura guidati dalla

sensibilità dell’artista. La sensibilità, appunto. Quel

territorio particolarissimo in cui trovano ospitalità

i sentimenti e le passioni, per i quali non c’è ragione

temporale che ne misuri l’efficacia e il risultato.

Quando si ascolta l’artista mentre mostra le

sue opere si avverte la sua vibrante partecipazione

che rivela passione e sentimento. Ma allora è per

passione e sentimento che ancora Mario Benedetto

si attarda sulle evidenze d’una familiare bicicletta

appoggiata ad una fanciulla orientale dal viso pensieroso

(Attesa, 2017), quasi a meditare l’impegno

necessario per colmare le distanze che le figure retrostanti

qualificano in termini culturali e quindi

non solo di spazio.

Ma passione e sentimento sono quindi i sigilli della

sicura appartenenza al territorio dell’arte del lavoro

di Mario Benedetto. L’arte che ha nel senso d’ogni

cosa le proprie radici, per le quali fiorisce la sensibilità

dell’artista che ne indaga ogni possibile

espressività per mostrarcene l’inesauribile tragitto.

Ecco allora che il talento di Benedetto si estende

anche alla pratica della scultura così come dell’acquaforte.

Un’indagine poetica che non si è limitata

a queste tecniche tradizionali, ma si è spinta fino

alla sperimentazione espressiva attraverso l’Accept-painting,

dove convivono grafica, disegno, pittura

e fotografia. La lacerazione dei supporti giustapposti

a scritte stampate non è mai banale e

cerca sempre un significato tra parole ed immagini,

riuscendo a far emergere ironia, critica e giudizio

sull’apparenza frammentaria (Il primo Cavaliere,

2007). Un lavoro di manualità diligente che sgorga

“Il Pittore” - 2017 - Olio - cm 150x100


“Attesa” - 2017 - Olio - cm 120x120

“Il primo cavaliere” - 2007 - Accept-painting

dalla stessa fonte felice delle mani dell’artista come

quando si cimenta nella scultura monumentale (Timpano

di san Rocco, Scilla, 2003): ho “ascoltato” la

sua stretta di mano. Una mano sicura, forte e gentile

come quella di chi è abituato a corteggiare la materia,

vincerne la resistenza affinché mostri e renda la poesia

che custodisce. E d’altronde è la medesima mano

che scalfisce il rame o lo zinco delle sue acqueforti.

è questa un’arte di chi ha con la materia quel rapporto

d’amore come quello di chi, ostinato e cocciuto,

lo considera fatto ancora di gesti e di tatto. Di

chi si rivolge ai corpi non chiedendo loro cosa servano,

ma chiedendo loro cosa siano. E di tutto questo

fa la ragione e il sentimento del proprio segno e ci

restituisce quello splendido spettacolo dell’acquaforte,

frutto di quello straordinario dialogo che ha nel

Nero e nel Bianco i due interlocutori dalla inesauribile

facondia. Un percorso condotto nel mistero

dell’esistente, che la opera d’arte non svela perché

non è suo compito fornire spiegazioni, bensì restituircene

solamente il seducente spettacolo.

è tutto quanto si riscontra nelle opere di Benedetto,

nelle quali l’artista chiede alla materia ed ai colori di

oltrepassare quella soglia di plausibilità formale che

permetta la semplice riconoscibilità dei soggetti rappresentati,

per pervenire a quella maggiore rivelazione

di senso che le libertà compositive e di rappresentazione

consentono. è quanto è rivelato dal

guizzare del suo gesto pittorico, che nell’irrequietezza

delle pennellate rivela la felice sorgente naturale

del talento dell’artista. Mario Benedetto si rivolge

all’esistente considerandolo non più come un

oggetto inerte offerto alla propria osservazione ma

come un soggetto con cui entrare in rispettosa relazione

affinché la seduzione dello spettacolo naturale

si esalti nel fascino della pittura.

Il tutto per inseguire quel traguardo che da sempre

governa l’opera del dipingere: si tratta della bellezza

che, in fondo, rappresenta la legge segreta della vita.

MARIO BENEDETTO

“HOMO SUM”

Mostra a cura di Vera Agosti

Bipielle Arte

Via Polenghi Lombardo

Spazio Tiziano Zalli, Lodi

10 giugno – 3 luglio 2022

Ingresso libero

Inaugurazione

Venerdì 10 giugno dalle 16 alle 20

Mario Benedetto

Informazioni al pubblico

0371.580351 bipiellearte@fondazionebipielle.it


68

Fausto Minestrini

L

aboratorio

cc

A A

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


MOSTRA: “IN SCENA LA NATURA”

DAL 24 MAGGIO AL 4 GIUGNO 2022

ENZO FORGIONE - BIANCA SALLUSTIO

FULVIA STEARDO FERMI - VANNI

ENZO FORGIONE

BIANCA SALLUSTIO

“Fallen Angel” - 2021

Olio su tela - cm 75x92x3

FULVIA STEARDO FERMI

“Frittilarie” - 2021

Olio su tela - cm 100x70x4

VANNI

“Pioggia” - 2020

Acrilico su tela - cm 90x90

“Camargue” - 2015

Tecnica mista su tavola - cm 60x80

MOSTRA A CuRA DI MONIA MALINPENSA

REFERENZE E QuOTAZIONI PRESSO LA MALINPENSA gALLERIA D’ARTE By LA TELACCIA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

w w w . l a t e l a c c i a . i t - i n f o @ l a t e l a c c i a . i t

ORARIO GALLERIA: DAL MARTEDI AL SABATO DALLE 10,30 ALLE 12,30 - 16,00 ALLE 19,00


70

Mostre in corso

Victor Fotso nyie

radici aeree

26 marzo/5 giugno 2022

pieve di cento (Bo)

di Fabrizio Sparaci

èin corso presso Le Scuole

di Pieve di Cento (Bo) e

Vetrina del Palazzo del

Governatore, Cento (Fe),

fino al 5 giugno 2022,

“Radici aeree”, mostra personale di

scultura, di Victor Fotso Nyie, a cura di

Ada Patrizia Fiorillo, Massimo Marchetti

e Valeria Tassinari.

L’artista, camerunense, che vive e lavora

a Faenza, è vincitore della terza

edizione della Biennale d’Arte “Don

Franco Patruno”. La giuria tecnica di

tale premio ha con esso voluto riconoscere

al giovane artista l’originalità e la

qualità tecnica della sua ricerca.

Adesso, dopo quasi due anni di lavoro,

Victor Fotso Nyie è protagonista di una

suggestiva esposizione nella quale emerge

una poetica ormai definita e matura,

ancorata alla grande sapienza tecnica

perfezionata nei migliori laboratori ceramici

di Faenza, e ispirata al forte desiderio

di comunicare valori e temi

della sua cultura di origine. La mostra

offre una chiave di interpretazione

esplicita delle sue ceramiche, nel- le

quali figure umane rappresentate con

notevole realismo ricordano con ironia

e determinazione il saccheggio al quale

l’arte africana è stata sottoposta per secoli,

e il sogno profondo di riappropriarsene.

Come dichiarato dallo stesso Victor, il

tema individuato “è quello della “riappropriazione”

del patrimonio culturale

africano da parte delle nazioni d’origine.

“I miei antenati sono stati privati

dai coloni occidentali di oggetti molto

importanti per le loro funzioni sociali,

politiche e religiose perché considerati

‘souvenir’ esotici”.

Il grande problema dell’esportazione

coattiva di questi strumenti e della loro

alienazione in altri Paesi sta affliggendo

più che mai le nuove generazioni. La

gioventù africana è costretta a venire in

Europa per conoscere la propria storia,

per vedere da vicino cose di cui ha solo

sentito parlare o di cui ha letto nei libri.

[…] Di conseguenza essi hanno il dovere

di custodirli ed esporli, incuranti

dell'irreversibile processo di disidentificazione

e devalorizzazione che hanno

innescato. Il mio lavoro intende dar

voce a questa necessità di riscoperta

identitaria e di riscatto morale”.


Biografie d’Artista

a cura di Marilena Spataro

Victor Fotso Nyie

Nato a Douala, Camerun, nel 1990,

Victor Fotso Nyie, vive e lavora a Faenza.

Attivo in Italia da molti anni, ha incentrato

la sua ricerca artistica sulla

condizione dell’uomo africano contemporaneo,

alienato e sofferente a causa di un passato

non concluso di asservimento e sfruttamento.

Nei soggetti raffigurati la dimensione emotiva e spirituale

è onnipresente e suscita un impatto visivo immediato

che si contrappone all’invisibilità e al disprezzo

a cui di solito è sottoposto il corpo nero al di

fuori del continente africano. Attraverso l’uso di

forme primarie e di suggestive vibrazioni di colori, i

lavori di Victor, si caricano di energie che producono

un continuum spazio-temporale: così opere che richiamano

la forza generatrice della terra si fondono

con altre che rappresentano in chiave metaforica il

mondo globalizzato.

Molte le mostre tenute dall’artista camerunense, in

Italia e all’estero, che lo hanno visto protagonista con

le sue sculture e installazioni.

Ha esposto in collettive e personali tra cui: Rimembranza,

Palazzo Turchi di Bagno, Ferrara, (p. 2021).

Mediterranea 19 Young Artists Biennale, School of

Waters, Repubblica di San Marino, SM (2021). Resilienza,

Museo MAGA, Gallarate (p. 2021); MCZ

Territorio, Victor Fotso Nyie, Museo Carlo Zauli, Faenza

(p. 2021); MAD per Black History Month Florence

2021, Le Murate, Firenze (2021); Medi-

TERRAneo - XXVII concorso di ceramica contemporanea,

Chiostro del complesso conventuale del

Paolotti, Grottaglie (TA) (2020); III Biennale d’Arte

don Franco Patruno, Museo MAGI ’900, Pieve di

Cento (BO), (2019); To be going to, P420, Bologna,

(2019); Il colore interiore, Le strade bianche, Prioria

di S. Lorenzo, Montelupo Fiorentino, (2019); Banca

BCC, Faenza, IT (p. 2018); Galleria Artforum, Bologna,

(2018); Open Tour, Accademia di Belle Arti

di Bologna, Bologna, (2018); Biennale d’Arte Don

Patruno, Cento, (2017); Terza edizione del Concorso

Nazionale 2017 “CeramicAppignano” Convivium,

Appignano, (2017); ArtSTORIA 5x5x5: 5 film, 5 artisti,

5 poetiche, Cinema Astoria, Ravenna, (p. 2017),

Off Gallery, Bologna (p. 2022), Galleria comunale

d’Arte, Faenza, (p. 2022), Istituto italiano della cultura,

Parigi, FR (2022), Homo Faber, Venezia (p.

2022). Attualmente è in mostra con una personale

nella Pinacoteca Civica a Pieve di Cento.

Hanno scritto di lui, tra gli altri:

Ada Patrizia Fiorillo, Massimo Marchetti, Valeria

Tassinari, Elettra Stramboulis.


72

3

a

edizione

della mostra collettiva

Senior:

Claudio Alicandri

Domenico Balestrieri

Grazia Barbieri

Jessica Congiu

Barbara Cotignoli

Maria Daloiso

Paul De Haan

Ebby 70

Emanuela Fera

Clorinda Fisichella

Paola Gori

Paola Guia Muccioli

M. C. O.

Barbara Monti

Stefania Nicolini

Germana Ponti

Francesco Ponzetti

M. G. Russo

Claudio Sbordoni

Generazioni

a confronto

Junior:

Andrei Alexandra

Leonor Ciccarino

Flavia Costantino

Marialorena Decupis

Maria Giannetti

Roberto Giordani

Emma Guerra

Andrea Iachella

Andrea La Rocca

Alessandro Livero

Noemi Martinelli

Aurora Martorana

Flavia Mastrogiovanni

Melissa Pinna

Samuele Taglialatela

Ginevra Unfer

Continuano con grande successo

le mostre

“Generazioni a confronto”

nelle quali gli artisti “senior”

e la categoria “junior”

si confrontano nella splendida location

del Porto di Roma della Galleria

Ess&rrE.

Giunti alla terza edizione abbiamo, così

come nelle precedenti, alcuni artisti che

orbitano negli spazi della Galleria che

dipingono “en plan air” alcuni lavori

con cui si sono relazionati con il pubblico

sempre numeroso, curioso e attento.

Ai giovanissimi autori ancora in età

scolastica sono stati dati gli attestati di

partecipazione sugellando così il loro

lavoro espositivo sperando nella continuità

dell’estro artistico che la direttrice

della Galleria, Alessandra Antonelli, auspica

per l’indiscusso interesse degli

eventi con cui riesce a travolgere un

pubblico esaltato dalle iniziative collaterali

delle mostre.

Un ringraziamento particolare all’artista

Francesco Ponzetti che sta dedicando

con estrema cura il suo prezioso tempo

creativo esaltando ogni volta, graficamente

parlando, gli eventi stessi della

galleria curando personalmente ogni

dettaglio grafico degli inviti e delle locandine.

Fabrizio Sparaci, curatore delle mostre,

riesce sempre ad evidenziare il lavoro

di ogni singolo artista strutturando con

estrema attenzione gli spazi messi a disposizione

del gallerista.

INFO:

www.accainarte.it

galleriaesserre@gmail.com

3294681684

3886378032

3922289810


MOSTRA: “L'ENERGIA DELLA MATERIA”

MOSTRA DAL 7 AL 18 GIUGNO 2022

DANIELE LAUDADIO - FAUSTO NAZER - ANDREA ZANATTA

DANIELE LAUDADIO

FAUSTO NAZER

ANDREA ZANATTA

“Speranza” - 2019

Bassorilievo in legno - cm 50x70

“Movenze e pensieri” - 2022

Olio su tela - cm 80x70

“Verso l’infinito” - 2001

Fotografia non ritoccata entro light-box - cm 60x80

MOSTRA A CuRA DI MONIA MALINPENSA

REFERENZE E QuOTAZIONI PRESSO LA MALINPENSA gALLERIA D’ARTE By LA TELACCIA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

w w w . l a t e l a c c i a . i t - i n f o @ l a t e l a c c i a . i t

ORARIO GALLERIA: DAL MARTEDI AL SABATO DALLE 10,30 ALLE 12,30 - 16,00 ALLE 19,00


74

I tesori del Borgo

terra del Sole

gioiello dell'architettura rinascimentale.

città ideale.

nata 500 anni fa all'insegna del Sole

di Marilena Spataro

Correva l’anno 1564, del

giorno 8 del mese di dicembre

(secondo il calendario

liturgico della

Chiesa cattolica, festa

dell’Immacolata Concezione), quando,

il Granduca di Toscana, Cosimo I

de’ Medici, decideva di fondare Terra

del Sole, una città pianificata ex novo,

tra le pochissime che ancora oggi possano

vantare un preciso atto di nascita.

Secondo alcune testimonianze del tempo,

durante la Messa che si celebrava

normalmente in quel giorno di festa e

che, in quell’anno, andava a suggellare

anche l’inizio dei lavori per la nascita

di Terra del Sole, accadde che il

cielo, dopo giorni di nebbia fittissima,

si aprì ed il sole illuminò il luogo in

cui si sarebbe costruita la città, per richiudersi

a cerimonia conclusa. Questo

episodio fu interpretato come segno

di augurio e contribuì moltissimo

ad avvolgere la nascita di Terra del

Sole in un’aura di leggenda ed a rafforzare

l’identificazione tra la figura

di Cosimo I de’ Medici e la simbologia

del sole, segno di quell’ordine e di

quella razionalità che l’etimo del nome

proprio del Duca intendeva celebrare.

Egli, infatti, decise (come riportato

in un antico bando) «di edificare

una nuova terra, con procinto di mura,

sue porte et propugnacoli, in un sito

buono et molto conforme alle sue intenzioni»,

il che corrispondeva alla

precisa volontà di fare della nuova

piazzaforte il centro amministrativo,

militare, giudiziario e anche religioso

di tutta la Romagna - Toscana. Concepita

non come semplice fortilizio, ma

come città fortezza, un rettangolo bastionato

con iscritto un centro abitato

ad uso civile e militare, Terra del Sole,

fu progettata e costruita dai migliori

ingegneri e architetti del tempo: Camerini

come progettista, Baldassarre

Lanci, Genga e Buontalenti come suoi

collaboratori. Frutto di quell’umanesimo

che mise l’uomo al centro dell’universo,

essa rappresenta la realizzazione

di quella «città ideale» vagheggiata

dagli uomini del Rinascimento

e ispirata al pensiero filosofico


neoplatonico.

Assieme agli altri Comuni della “Romagna-toscana”,

rimase sotto l’amministrazione

provinciale di Firenze fino

al 1924, quando entrò a far parte della

provincia di Forlì. La cittadina fu capoluogo

di Comunità fino al 12 febbraio

1925, allorché venne aggregata

a Castrocaro Terme con cui oggi forma

il Comune unico di Castrocaro

Terme e Terra del Sole.

Terra del Sole, o Eliopoli, è situata

nell’entroterra romagnolo con alle

spalle la catena dell’Appennino Tosco-Romagnolo

e davanti le ultime

propaggini della pianura padana che si

estende fino al mare. Essa vanta un

centro storico rinascimentale che dal

sole prende il nome: una “città ideale”

fortificata, mirabile esempio del nuovo

modello urbanistico che si impose

in Italia nel ‘500, per influenza delle

teorizzazioni e delle esperienze degli

ingegneri militari.

Edificata per presidiare il confine con

lo Stato Pontificio, conserva intatto il

fascino della città-fortezza, cinta da

mura alte 13 metri che si sviluppano

su pianta rettangolare per più di 2 chilometri,

sormontata da due castelli,

quello del Capitano delle Artiglierie,

a difesa del borgo fiorentino e quello

del Governatore, a difesa del borgo romano.

Attorno alle mura fu lasciato un

fossato, a spianata, di circa quaranta

metri di profondità con un accenno di

controscarpa, tuttora leggibile tra le

coltivazioni che hanno gradualmente

occupato l'invaso, ma le opere esterne

di completamento al sistema difensivo

del fronte bastionato, non furono mai

eseguite nella forma e nella successione

che la elaboratissima tecnica del

tempo prevedeva. Entro il perimetro

delle mura si sviluppa l’insediamento

simmetrico comprendente quattro isolati.

Due Borghi, Romano e Fiorentino,

l’attraversano da Porta a Porta,

secondo il decumano, affiancati da

quattro Borghi minori. Due similari

angolati Castelli fanno da sfondo. Il

tutto è raccordato dalla vasta Piazza

d’Armi, vero cuore della città, dove si

affacciano edifici monumentali: la


76

chiesa di Santa Reparata, il palazzo

dei Commissari o Pretorio, quello dei

Provveditori, quello della Provincia

(Cancelleria) ed altri palazzi padronali,

tra cui il Palazzo Paganelli (affrescato

anche da Giovanni Marchini) ed

il Palazzo Giulianini.

Chiesa di Santa Reparata

Prospiciente alla Piazza d’Armi, fu

iniziata nel 1594 e terminata nel 1609:

impianto monumentale classico a croce

latina. Di pregio i quadri della Madonna

del Carmine (1575) di Pier

Paolo Menzocchi e quello della Madonna

del Rosario (1610) di Francesco

Longhi, paliotti di legno dipinti e

a scagliola, un crocefisso ligneo di

scuola Toscana del ‘500, un coro in

noce (secolo XVI) nell’abside.

Presenti anche un prezioso organo del

1734 di Feliciano Fedeli da Camerino

ed un organo positivo del 1759 di Pietro

Agati da Pistoia. In sacrestia sono

custoditi due rari canterani del ‘600 e

del ‘700.

Palazzo Pretorio

Il Palazzo Pretorio o dei Commissari

granducali, è un’imponente costruzione,

classico esempio di architettura rinascimentale,

a pianta quadrata, con

all’interno il cortile delimitato da un

triportico a due ordini. Era sede del

Tribunale di prima istanza per tutta la

Romagna toscana a cui ci si doveva

appellare per tutte le cause civili

escusse nei vari capitanati della Provincia.

All’interno del Palazzo Pretorio è presente

il Museo dell’Uomo e dell’Ambiente

che illustra l’origine e lo sviluppo

della cittadella. Di importanza

notevole la sala del tribunale criminale,

riccamente affrescata con le armi

gentilizie dei Commissari granducali

che governarono la provincia toscoromagnola

per oltre due secoli.

Tradizioni e appuntamenti

La prima domenica di settembre rivive

il “Palio di Santa Reparata” con

oltre 300 figuranti delle contrade storiche

nei costumi del ‘500. Il paese si

trasforma: borghi dipinti, palazzi e castelli

imbandierati, piazze popolate di

mercanti, imbonitori e guitti, cambi di

guardia. Sfilano i cortei di rappresentanza,

i contendenti del tiro alla balestra

antica e del tiro alla fune, i musici

e gli sbandieratori.


Impulsi

Altro importante appuntamento

al Porto turistico di Roma

con la mostra “Impulsi”

con gli artisti Romano Buratti,

Fernando Longo, Franco Pintus

e Diego Veneziani alla Galleria Ess&rrE

di Roberto Sparaci.

Nella programmazione primavera/estate

2022 al Porto Turistico di Roma abbiamo

presentato una nuova bellissima iniziativa

in cui quattro artisti di concezione e tecniche

diverse hanno avuto modo di presentare

i lavori di elevato equilibrio e

assoluta tecnica pittorica. In questo ennesimo

importante appuntamento con oltre

25 opere esposte, il pubblico e gli interessati

sono stati parte integrante dell’evento

in cui gli artisti presenti per l’occasione

si sono confrontati con il pubblico illustrando

i lavori ed esporre le tecniche pittoriche.

Le diverse espressioni artistiche

sono la giusta promozione per la nuova

stagione pittorica tra i più interessanti talenti

della pittura e scultura che la galleria

propone ai collezionisti più raffinati, che

da molti anni trovano consensi nelle varie

generazioni artistiche che si affacciano

nel nostro panorama espositivo e hanno

modo di interfacciarsi con le opere e con

gli artisti per trovare il giusto interesse e

soddisfare ogni curiosità personale. La

mostra allestita con particolare cura da

Fabrizio Sparaci è stata vissuta al Porto

di Roma con il solito entusiasmo con un

brindisi inaugurale con gli artisti.

La mostra è curata da Alessandra Antonelli,

direttore artistico della galleria.

Inaugurazione sabato 2 aprile 2022, la mostra

è stata visitabile fino 15 aprile 2022.

L’evento è stato completamente ripreso

dalle telecamere di ZTL Tv con servizio

esclusivo dedicato.

Info: 329 4681684

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78

Giuseppe Trentacoste:

La personale nel Castello Ducale

di Torremaggiore (FG)

é stato un successo

a cura della redazione

Vi avevamo già informato

della personale di Beppe

Trentacoste a Torremaggiore.

Il bello è che, a distanza

di mesi, nella cittadina

dell’Alto tavoliere delle Puglie e

non solo, se ne parla ancora con entusiasmo.

I sacchi di Trentacoste, la loro manipolazione

realizzata ormai da anni con

uno stile inconfondibile dall’artista toscano,

hanno decisamente conquistato un

pubblico attivo e curioso che ha frequentato

le sale della Armeria del Castello

Ducale “De Sangro” dove sono state

esposte dallo scorso 19 febbraio per una

esaltante settimana. In mostra, nel cortile

del Castello, in una atmosfera signorile

ed antica, anche le due installazioni di

Trentacoste, che rappresentavano in maniera

evidente e con la loro dimensione

tutto il lavoro svolto dall’artista che recupera

sacchi di juta per poi farne bassorilievi

creati lavorando la superficie sotto

la qual, in fase di modellatura, si cela un

materiale plastico adattabile, che viene

quindi rimosso per lasciare spazio al rinforzo

delle resine.

La conferenza stampa di presentazione,

avvenuta due giorni prima dell’inaugurazione

nel salone Federico II del Palazzo

di Città aveva già evidenziato un

grande interesse verso l’opera di Trentacoste,

e il fatto che un antenato di Beppe,

cioè Domenico Trentacoste, sia stato il

maestro dello scultore torremaggiorese

Giacomo Negri, autore del Monumento

ai Caduti del centro Dauno, ha rinforzato

la vicinanza dell’artista toscano ai visitatori

locali. La collaborazione del Sindaco

di Torremaggiore Dr. Emilio Di

Pumpo, dell’Assessore alla Cultura Ilenia

Coppola e dell’Ufficio Cultura è stata

totale e prelude, chissà, ad altri appuntamenti

con l’Arte in un luogo di grande

fascino.

Acca International, attraverso la realizzazione

delle personali in luoghi diversi

d’Italia, intende rinforzare l’immagine


degli artisti che partecipano alla trasmissione

Laboratorio Acca e così conferisce

un significato di apertura al contatto diretto

con le opere, dopo il prezioso lavoro

in tivù.

Trentacoste ha presentato opere scelte di

varia dimensione e tema, che hanno riassunto

una carriera ormai consolidata nelle

sue fasi principali. Nel catalogo della

mostra, ancora disponibile in qualche

copia, oltre ai testi critici dei due curatori

Roberto Sparaci e Giorgio Barassi, sono

pubblicate le foto delle opere esposte,

che nei tempi successivi all’evento hanno

ottenuto molti consensi e confermato

ancora una volta la validità di una operazione

artistica singolare, unica, dalle

caratteristiche decisamente riconoscibili.

In visita alla mostra anche alcune attente

classi delle Scuole Medie e la locale Associazione

Borgo Antico, che ha ritrovato

nel recupero dei sacchi di juta i temi

della conservazione delle tradizioni. Insomma,

anche a distanza di qualche tempo,

si parla ancora di un evento che ha

soddisfatto le curiosità di tanti fra i molti

che sono attratti dalla magia delle creazioni

di Beppe Trentacoste, artista di Laboratorio

Acca sin dalle prime battute del

programma nel 2019.

L’ attività delle mostre, tornata finalmente

ai ritmi usuali, dopo due anni di

restrizioni, integra così il piano delle attività

dei progetti di Laboratorio Acca, e

nei prossimi mesi saranno anche altri artisti

della “Squadra della domenica sera”

i protagonisti di esposizioni in diverse

città italiane.

è anche con questi eventi che viene integrata

la qualità delle proposte di Laboratorio

Acca, dando agli artisti la possibilità

di incontrare la gente, vivendo i

momenti di una esposizione come un incontro

con quegli artisti che destano un

interesse ormai riconosciuto tutte le domeniche

dal canale 133 di Arte Investimenti

TV.


80

Il Museo Ugo Guidi

vince il progetto Wikimedia

di Marilena Spataro

La Casa Museo Ugo Guidi

di Forte dei Marmi vince

il Bando nazionale “Musei

Archivi Biblioteche 2022”

di Wikimedia Italia, associazione

per la diffusione della conoscenza

libera; il bando è stato promosso

da ICOM Italia e Creative Commons

Italia e finanziato da Wikimedia Italia

ente nazionale di Wikimedia Foundation

Inc. (organizzazione non profit che sostiene

Wikipedia in tutto il mondo) per

il sostegno al libero riuso in rete delle

immagini di pubblico dominio e dei

contenuti con licenze libere, che costituisce

un'opportunità di diffusione della

conoscenza del patrimonio culturale con

le tecnologie digitali. Il libero riuso è un

corollario diretto della Convenzione di

Faro, che sancisce il diritto, individuale

e collettivo “a trarre beneficio dal patrimonio

culturale e a contribuire al suo arricchimento”

ed evidenzia la necessità

che il patrimonio culturale sia finalizzato

all’arricchimento dei “processi di

sviluppo economico, politico, sociale e

culturale e di pianificazione dell'uso del

territorio”.

Il bando, aperto a tutte le istituzioni culturali

con sede in Italia, ha visto la partecipazione

di 32 Enti e i progetti finanziati

sono stati 7 in 6 differenti regioni

italiane.

Wikimedia Italia ha premiato il progetto

“Ugo Guidi Digital” del Responsabile

Scientifico Lorenzo Belli presentato dall’associazione

Amici del Museo Ugo

Guidi che gestisce la Casa Museo Ugo

Guidi di Forte dei Marmi(LU).

L’attuazione del progetto avverrà in collaborazione

con due importanti realtà

culturali come Openart Project e Alkedo

aps e prevede la digitalizzazione,

ovvero la fotoscannerizzazione, elaborazione,

archiviazione e condivisione su

Wikimedia Commons con licenza libera

di circa 100 opere di scultura e pittura

del Maestro Ugo Guidi conservate nella

Casa Museo a lui dedicata. Il materiale

risultante, ovvero le fotografie delle

sculture e dei quadri, le riproduzioni digitali

delle opere su carta e i video documentari

realizzati saranno caricati su

internet con licenza libera.

Il fine del progetto è quello di ampliare

il pubblico della Casa Museo Ugo Guidi

coinvolgendo, attraverso la promozione

web, nuovi target come millennials e

persone a mobilità ridotta che non

avrebbero la possibilità di visitare l’intera

casa museo a causa delle barriere

architettoniche presenti.



Gli artisti dipingono le canzoni di Franco Califano

Dall’11 al 17 giugno 2022

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

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Silvia Paci

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aboratorio

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Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


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Il paesaggio di

Guerino Palomba

Riflessione sugli “anni ‘70/’80 del novecento”

di Veronica Di Lullo

“Casolare” - 1983

èil paesaggio la prima fonte

d’ispirazione di Palomba, lì

tra le aspre montagne e dolci

pendii dell’Alto Molise,

poco più che giovinetto, inizia

l’attenta osservazione di

forme e colori: si nutre di

questi elementi così primitivi e autentici,

offerti da quella natura aspra e incontaminata

dove vive i primi anni della propria

vita.

Nel mondo rurale, nella semplicità di vita

condotta dai contadini, la sua forma artistica

nasce e si accresce fino ad esprimere,

con un certo lirismo, luoghi silenziosi,

disturbati solo da pennellate rapide

le quali sembrano evocare il canto

di quel vento che distingue il paesaggio

molisano. Il vento del Molise spira, tira,

è spesso improvviso e violento, costringe

tutte le cose che incontra ad impegnarsi

in danze forsennate senza fine sullo sfondo

di un cielo terso il quale non conosce

ancora i colori dell’industrializzazione.

Sembra proprio che l’energia del vento,

così familiare al nostro artista, sospinga

anche la sua mano a descrivere una dimensione

impervia dove le case dei contadini

e le loro campagne povere sono

raccontate da pennellate quasi “impressioniste”

le quali, cariche di un istintivo

senso cromatico e compositivo, materializzano

la verità di un paesaggio fatto di

emozioni più che di concetti.

Nella rappresentazione del mondo rurale

di Guerino Palomba dimostra, già nelle

prime opere, le prime incertezze, il dubbio;

è davanti un bivio e deve fare la sua

scelta artistica: rappresentare i luoghi con

la stessa dolcezza e l’incanto dei poeti

impressionisti, oppure spingersi fino ad

una ricerca intensa e drammatica come

quello di Courbert o Van Gogh?

Come per Van Gogh anche la sua pennellata

è semplificata rispetto al tocco impressionista

e, in alcuni esempi, è quasi

inquieta ma, diversamente dal maestro

olandese, Palomba non trova negli “uomini

la radice di tutto”, non si esprime

per protestare violentemente contro la società,

ma dimostra comunque, senza eccessi,

la consapevolezza della precarietà

di certi valori che, ostinatamente e gelosamente,

il mondo contadino non vuole

abbandonare: l’artista non ci vuole raccontare

la sofferenza e la fatica dei contadini,

la quotidianità degli uomini ma,

come il suo vento, si eleva al di sopra

della realtà tangibile per fermare sulla

tela le “forze creative”, stabilire un nuovo

rapporto natura-artista.

In questo aspetto mi sembra di cogliere,

come nella pittura di Paul Klee, la stessa

volontà di trovare nella natura, negli alberi,

nel cielo terso del sud, nei tetti delle

piccole case la presenza di Dio: ogni

qualvolta la linea di Palomba si spezza,

procede dritta e si presenta con colori accesi,

manifesta l’inquietudine di trovare

nelle cose il giardino di Dio.

C’è in Palomba la volontà di rappresentare,

con grande semplicità, un’autentica

dimensione mistica, cercando nelle “piccole

cose” -tanto care ad Herman Hesseil

senso della vita che è nel grembo della

natura: nel vento. Come il vemto, che per

i cristiani e gli ebrei rappresenta “l’immagine

visibile del Dio invisibile”, la

fonte di vita nella pittura paesaggistica di

Palomba diventa un elemento energetico,

una forza capace di modellare una realtà

fenomenica che sospemde le cose tra una

dimensione tangibile e esperibile e un

sentimento di dolce speranza. Nella sua

pittura infatti non c’è prepotenza ma,

piuttosto, una laconica determinazione

con la quale continua a fare, continua a


dipingere, senza nessun ingombro intellettuale,

le emozioni più intime che nascono

da un genuino impulso naturale.

La natura con i suoi dolci rossi, gli azzurri

chiari e i verdi intensi è un miraggio,

simbolo di una unità e una semplicità

perduta, racconta con un velo di nostalgia,

la natura è un sentimento, lo stesso

che ci aveva descritto Leopardi, che ci

aveva mostrato Constable e Turner, lo

stesso che ci avevano descritto gli artisti

del XIX secolo.

Per Palomba il mondo contadino non è

sofferenza, violenza, ma un luogo di sopravvivenza

del mito dove l’immagine

non è commossa, è viva come nelle belle

descrizioni de “La luna e i falò” di Cesare

Pavese. Guardare è sentire, gli occhi sono

lo strumento necessario per raccontare

l’emozione suscitata da una natura solitaria

nella quale, è bene sottolinearlo, c’è

l’ostinata assenza dell’uomo, il suo posto,

infatti non è nell’immagine rappresentata

ma è dietro la finestra; l’artista ci

invita a stare vicino a lui, ci chiama con

le stesse parole di Emily Dickinson: “Sapessero

cosa si vede dalla mia finestra sul

mondo”.

Dalla finestra vediamo gli oggetti reali,

osserviamo una realtà carica di valori sacrali,

il Dio di Paolmba è nelle cose, come

per Spinoza, nella natura: l’essenza

della sua arte è quasi una contemplazione

idolatrica.

Dal punto di vista formale la sua opera si

interroga e nonostante ci troviamo tra gli

anni ‘70 e ‘80 del secolo passato manifesta

apertamente una coscienza dei limiti

dell’arte moderna neu confronti del passato

che lo porta a credere ancora nei valori

della pittura; è un realista convinto e

il suo interesse primario è quello di rimanere

fedele alla gentilezza dell’ordine, ad

un disegno libero e composto e alla luce

del colore.

“Quercia secolare” - 1978

“Paesaggio molisano” - 1978

Così Palomba si avvicina ai luoghi dell’infanzia:

il suo sguardo scende sulle cose

che ama e ci restituisce, in una ricerca

dove tempo e memoria sono la stessa cosa,

un mondo che sembra voglia fuggire

via, una realtà destinata a scomparire e

che la sua arte, invece, vuole cristallizzare,

senza contrasti, senza fratture, dentro

un dialogo silenzioso fatto di atmosfere

e suggestioni. Da questa esperienza

così intima e poetica la sua ricerca, negli

anni della maturità, si manifesterà in più

direzioni, prevalentemente nel segno della

sperimentazione formale, dando campo

libero al pensiero e alla volontà di sensabilizzare

le coscienze sulla insostenibile

situazione della storia contemporanea.

Durante gli anni romani, la dimensione

metropolitana, che gli appare una spirale

di attese e realizzazioni, lo porterà a promuovere

un’attenta riflessione sulla crisi

dei valori e, nonostante il ritmo frenetico

della città abbia mortificato la vita dell’uomo,

il suo impegno sarà sempre quello

di trasmettere un forte messaggio di

speranza, che significa riscatto da una

vita alienante nella quale l’uomo appare

così ormai schiavo dello stress e della depressione.


86

Francesco Ponzetti

L

aboratorio

cc

A A

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

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88

Art&Vip

protagonisti del mese

Michael e andrew cipriani

i modelli del momento

a cura della redazione

Fratelli gemelli: lavorate

insieme, comè il vostro

rapporto fuori dalle passerelle?

“Siamo Michael e Andrew

abbiamo 25 anni e siamo di Roma per

la maggior parte delle volte laboriamo

insieme ma capita anche di lavorare

singolarmente..

Il nostro rapporto al di fuori del lavoro

è un rapporto bellissimo fortunatamente

abbiamo le stesse passioni e ciò

ci spinge a lavorare e migliorare sempre

di più sotto ogni aspetto... siamo

molto simili ma restiamo due persone

diverse sotto molti punti di vista al di

fuori del lavoro.”

Avete mai pensato di fare Cinema, se

si che ruolo vi piacerebbe interpretare?

“Si, sarebbe il sogno fin da piccoli,

l’obiettivo principale che ci siamo

posti, amiamo il cinema abbiamo già

fatto parte di un set cinematografico e

abbiamo capito che dovevamo assolutamente

provarci… il personaggio che

ci appassiona di più è James Bond

(agente 007) magari in futuro si prenderà

parte in un ruolo simile come i

gemelli bond chi sa…”

Tanta gavetta, fino ad arrivare alle

maggiori sfilate, richiesti tanto insieme

nei fashion show ma anche separati...

“La gavetta è giusto che ci sia è da

parte di questo mondo ma ciò permette

di prendere esperienza e crescere professionalmente...

per la maggior parte

lavoriamo insieme ma capita anche

singolarmente come ad esempio Michael

prese parte come figurazione

speciale/modello in un set cinematografico

americano della terza stagione

della serie “Jack Ryan “su Amazon

prime girato a Roma per due giorni..”


American Museum of Natural History

Michael

Andrew

Andrew prese parte nella finale della

trasmissione televisiva come modello

di amici di Maria De Filippi... quanto

è importante la preparazione nel vostro

lavoro?

“Preparazione talento e fortuna un

pizzico di tutti e 3 sono fondamentali.”

Come è iniziata la vostra carriera?

“Ci siamo appassionati a questo settore

fin da piccoli con la scuola andavamo

a vedere spettacoli teatrali e poi

molto al cinema. La nostra carriera è

iniziata all’età di 18 anni che ci siamo

iscritti ad una agenzia di moda e ciò

ci ha permesso di prendere parte a diverse

sfilate e shooting per diversi

brand.”

Un artista che amate tanto?

“Non c’è un artista che amiamo in

particolare fondamentalmente li apprezziamo

un po’ tutti perché ognuno

è interessante a modo suo esprimendo

il proprio modo di essere.”

A breve partirà un progetto internazionale,

volete svelarci qualcosa?

“Lavori in corso stiamo valutando bene,

sveliamo solo Londra come destinazione

per il resto lo aggiungeremo

e definiremo nei prossimi mesi…

“Make magic happen” come motto

personale.”

Viaggiate tanto per lavoro ma i musei

li visitate?

“Abbiamo lavorato molto negli Stati

Uniti come ballerini e modelli presso

una grossa campagna pubblicitaria per

un importante brand è stata una esperienza

bellissima.. il museo più bello

che abbiamo visitato è stato American

Museum of Natural History, siamo rimasti

affascinati dalla storia e dalla

bellezza che raccontava... ci torneremo

sicuramente.”


90

consigli di lettura

a cura di Marilena Spataro

Vita di Viaggio

appunti scritti di alessandra Bonoli

èin uscita il libro d’artista

della scultrice faentina,

Alessandra Bonoli.

Qui in anteprima per gentile

concessione dell’autrice,

alcune pagine del libro

in esclusiva per Art&trA. Buona

lettura!

“Questi brevi pensieri scritti nel corso

del tempo, fanno parte di un insieme

d’appunti annotati durante i miei viaggi

e non solo dato che, la vita in sé, è

un viaggio in uno spazio da attraversare.

I luoghi, le situazioni, le persone,

le emozioni, i colori, gli odori, la memoria,

l’archeologia sono stati i punti

di partenza per le mie forme plastiche,

in divenire sulla carta. Progetti nati per

essere di materiale duro, coriaceo ma

senza dimenticare la propria essenza

di sostanza, in uno stretto delicato rapporto

tra corpo e anima: sculture non

‘oggetto’ ma come spazi, come luoghi

concavi e al tempo stesso convessi,

sempre in rapporto con la natura e la

sua memoria. Per questo motivo considero

i miei appunti ‘disegni scritti’;

proprio perché sono le tracce ‘madrine’

della mia ricerca artistica, che

mi piace definire con queste semplici

parole: l’esistenza è tonda ed ogni cosa

è collegata all’altra. L’universo è la

nostra pelle e la nostra anima. Sulla

terra siamo antichi ma nello spazio

siamo eterni. Dall’antico assimiliamo

energia e pienezza mentre, dall’eternità,

ascoltiamo il nostro mistero.”

Alessandra Bonoli


ANGKOR THOM

Un autentico incanto sin dall'alba

quando la luce ancora pallida, esile sorgiva

dall'altro emisfero appare.

Scultorei chiaroscuri, penombre

nello spazio disegnato in fasi surreali

celle, di approssimazione intuitiva.

Una percezione istintiva dell'imperfetto

alla massima valenza

in successione ritmica temporale

sempre più palpabile. L'indefinito regna.

Giganteschi rilievi, pietre figurate

simboli sopra a simboli di matematiche

e pesanti architetture

guardano, da ogni lato della terra e si intrecciano

ai corpi vegetale in unica massa, perforando

gonfiano, mutano, sollevano suggestioni.

Un abbraccio letale, solo e incalcolabile

eccitante splendore... prima della morte.

CALMA PIATTA

Non piu' emozioni

colpi vibrati su

complesse anatomie della mente

così

fiocca

e oscura dentro

la fredda rigidità

dentro

fluidi emissari accesi

un tempo

campi di avventura

luoghi di creatura

ora secchi

fendenti di silenzio

e irrompono

sul pensiero quasi estraneo

quasi rivale

l'impassibile

che si appresta a covare.

Lago Aral, Uzbekistan, 2003

Siem Reap, Cambogia - 1998

IL DECIMO GIORNO

IL GIORNO DELLA PERFEZIONE

Ho inciso sul petto 13050 croci di

guerra

una per ogni giorno trascorso.

Mute, lucenti, impeccabili

benedette dai segni dell'inganno e della

maldicenza

descrivono unite

su linee precise

nel santo rigore della perfezione

una mappa strategica d'assalto.

Inarrestabili, incitano un nuovo evento

nella circonferenza del presente

che già trema d'inatteso.

Bologna – Via Schiavonia, inverno 1991

TABULA RASA

Disattiva

l'obliquo principio negante

nello schivare profondità

sulla linea di mezzo

un bianco e nero interminabile

stratifica vuoti

spazi premonitori impercettibili

filtrano, ingombranti

di contrari

e' paralisi contemplativa

levitante

e' catarsi inaspettata

insopportabile seducenza

nel trascinare metafisico

un convertire esistenziale

proprio

solo... Eremo nel silenzio.

Torri del Silenzio, Iran 2005


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Giuseppe Trentacoste

L

aboratorio

cc

A A

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

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94

Il fascino del colore

Miranda rako Kuzmanić e

Ivana Jovanović trostmann

galleria consorti

dal 20 al 27 maggio 2022 – roma

di Svjetlana Lipanović

Miranda Rako Kuzmanić - “I frutti dell’estate”

2021 - Tecnica mista - cm 90x140

Ivana Jovanović Trostmann - “Il fiore rosa”

2021 - Acrilico su tela - cm 50x60

Le opere di Miranda Rako

Kuzmanić e Ivana Jovanović

Trostmann rispecchiano

perfettamente un detto del

celebre pittore francese Pierre

- Auguste Renoir “Per me un dipinto

deve essere una cosa amabile, allegra e

bella”.

Ammirando i quadri delle pittrici croate

si riconosce la loro incessante ricerca di

bellezza e di armonia dipinte con una tavolozza

caleidoscopica. La loro visione

gioiosa del mondo si distingue per l’interpretazione

molto personale nella quale

il colore affascina e assume indubbiamente

una importanza determinante. Miranda

Rako Kuzmanić, pittrice, è nata

nel 1969 a Split, città dalmata nella

quale si è laureata presso l’Accademia

di Belle Arti nel 1996. La sua attività pittorica

è accompagnata dal lavoro didattico

presso una scuola elementare a Dubrovnik.

L’artista interpreta con i colori

accesi il mondo circostante visibile nelle

sue stupende opere. La sua grande, eterna

ispirazione è il Mediterraneo con la

sua cultura, le luci accecanti e le mille

tonalità che creano un forte impatto visivo.

I soggetti stilizzati sono accennati

con tratti essenziali mentre i colori regnano

incontrastati sulle tele variopinte.

L’artista predilige dipingere - con olio su

tela, acrilico, tempera, tecniche miste - i

paesaggi verdi, le città dalmate con le

case bianche in pietra, il mare azzurro

dell’Adriatico, le mille isole presenti in

Croazia e i pittoreschi porti, gli alberi

fiabeschi, i fiori fantasiosi, le chiesette

nascoste nella vegetazione lussureggiante,

i ritratti dei bambini e altro. è

membro della Società Croata degli Artisti

di Belle Arti (HDLU) dal 1996. Si è

fatta conoscere nelle varie mostre collettive

e personali in Croazia, Montenegro,

Stati Uniti e Danimarca con il suo mondo

incantato immortalato nelle coloratissime

tele. L’universo pittorico di Ivana

Jovanović Trostmann, pittrice classe

1966 originaria di Dubrovnik e laureata

all’Accademia di Belle Arti a Sarajevo

nel 1989, - con una successiva specializ-


Ivana Jovanović Trostmann - “La composizione”

2021 - Olio su tela - cm 100x100

Ivana Jovanović Trostmann - “La giornata serena”

2021 - Olio su tela - cm 80x80

Miranda Rako Kuzmanić - “Il giardino”

2022 - Acrilico su tela - cm 50x50

Miranda Rako Kuzmanić - “L’Arcadia”

2022 - Acrilico su tela - cm 50x50

zazione in storia dell’arte che insegna

presso varie scuole a Dubrovnik - è descritto

con un colorito più delicato. Le

immagini realizzate con olio oppure con

acrilico su tela, impregnate di una profonda

spiritualità sono illuminate con le

luci soffuse e si nota immediatamente

un’atmosfera ovattata simile al sogno.

Nelle opere spesso predominano i colori

come il rosso, il blu, il giallo, il viola, il

verde e il nero, a volte i colori pastello

con i quali costruisce oppure solo accenna

le forme. La pittrice cerca nella

natura l’inspirazione continua per le sue

numerose vedute dei paesaggi assolati in

riva al mare, le stradine di campagna nascoste

nel verde, i fiori di mille colori, i

delicati ritratti femminili, le nature morte,

gli interni delle case, le immagini

sacre… La Trostmann tenta costantemente

di fermare l’attimo fuggente dell’esistenza

per rendere un omaggio al

Creatore e alle meraviglie del creato.

Dal 1990 fa parte della Società Croata

degli Artisti di Belle Arti (HDLU); ha

esposto nelle varie città croate e nel

mondo in: Germania, Stati Uniti, l’Ungheria,

Montenegro, Giappone, Corea

del Sud. Nel 2017 ha inaugurato una

mostra personale “La bellezza segreta

della natura” presso l’Istituto francese

San Luigi, curata da Svjetlana Lipanović.

Inoltre, l’artista ha partecipato a due

mostre collettive: “Femminissage”, 2016

- Teatro dei Dioscuri” e “Mostra d’Arte”,

2017 - Domus Romana, a Roma. Le

due vere maestre del colore Miranda

Rako Kuzmanić e Ivana Jovanović Trostmann

saranno presenti a Roma presso

la Galleria Consorti, in Via Margutta

n.52, dal 20 al 27 maggio 2022 con una

mostra intitolata “Il fascino del colore”

organizzata da Svjetlana Lipanović, presidente

dell’Associazione Italo-Croata di

Roma e sotto il patrocinio dell’Ambasciata

della Repubblica di Croazia in Italia

e dell’Ufficio centrale statale per i

Croati al di fuori della Repubblica di

Croazia.


96

Art&Events

Successo per Miss Europe Continental

Miss Europe Continental super beauty show per il mondo.

è la svizzera Barbara Suter la vincitrice di Miss Europe

Continental 2022 per il titolo europeo, il prestigioso concorso

di bellezza internazionale del patron Alberto Cerqua.

L’edizione, condotta da Veronica Maya alla Mostra d’oltremare

di Napoli, con inviata dal backstage Antonella Salvucci, ha visto in giuria

le attrici Imma Pirone, Raffaella Dicaprio ed Eleonora Pieroni, e

la popolare Maria Monsé. E dopo lo stop forzato di oltre due anni per

la pandemia, il 23, 26 e il 29 aprile ed il 2 e 5 maggio altre 5 finali e 5

fasce per 5 vincitrici diverse, hanno visto nel tv show (in onda su più

emittenti del pianeta) con ragazze provenienti da tutto il mondo e tra

conduzione e giuria, si sono alternate la top model Laura Tresa, e poi

Milena Miconi, la Salvucci e la Monsè, e come giurati fissi, il noto attore

Massimiliano Morra e la modella Tanya La Gatta. In tutte le occasioni,

“le olimpiadi della bellezza” ideate da Cerqua hanno confermato

il loro appeal mediatico, confermandosi un grande successo di

pubblico e addetti ai lavori. Una kermesse internazionale ormai ambita

e in grande crescita.

“Miara e il lago di cera”

èuscito, “Maira e il lago di

cera”, il nuovoromanzo fantasy

di Eleonora Baliani

con la casa editrice Rossini

Editore del Gruppo Editoriale Santelli.

Il libro, patrocinato dal Premio

Vincenzo Crocitti, è acquistabile su

tutti gli store online e in tutte le librerie

dei gruppi Feltrinelli, Ubik e Coop.

Una storia ricca di immaginazione e

che, allo stesso tempo, sembra incastrarsi

perfettamente nell’attualità di

questo periodo è quella trattata in

“Maira e il lago di cera” in cui, su uno

sfondo popolato dal mostro della guerra

e di una devastante pandemia, una

ragazzina adolescente è la sola a poter

fare qualcosa per tentare di salvare il

proprio mondo.

“Maira e il lago di cera” è un romanzo fantasy rivolto ai lettori dagli

11 ai 15 anni, che usa in modo originale le qualità più coinvolgenti del

genere per parlare di lotta, coraggio, avventura, amicizia, fedeltà e

Amore.

“La storia di Maira e dei suoi compagni d’avventura porta con sé un

messaggio importante, legato alla famiglia e all’accettazione; proprio

per questo motivo penso che valga la pena di leggerla, per risvegliare

quei valori che spesso, e soprattutto in un periodo come questo, sembra

siano stati dimenticati”, dice l’autrice.

Serata a Villa Domi

Grande successo

per

la serata a

Villa Domi

che ha celebrato l’impegno

sociale con lo

spettacolo e la mondanità.

Un Red Carpet

stellare si è potuto ammirare

lunedì scorso

con la padrona di casa

e ospite d’onore Valeria

Marini invitata da

Domenico Contessa

per Villa Domi per il

Red Carpet della tv For Children, organizzato da Ugo Autuori per

show room Italia e accolta appunto da Villa Domi a Napoli , con la

partecipazione di Rocco Siffredi e consorte, Federico Fashion Style,

Matilde Brandi, Milena Miconi, Rossella Erra, Roberto Farnesi,

Beppe Convertini, e poi dal Grande Fratello Vip 6 Miriana Trevisan,

Ainette Stephens, Eva Grimaldi e Federica Calemme. Il parterre si

è arricchito di tanti volti tv che hanno partecipato attivamente alla serata

allietata da un’ottima cena e musica dal vivo. L’evento è’ connotato

dal fine solidale. Il ricavato della serata Associazione Unici per

la ricerca sulle malattie genetiche rare e supportare le famiglie con

bimbi malati. Grande at- tenzione da parte dei media, con la promozione

curata anche da Massmedia comunicazione, e supportata dalla

stampa e dalla televisione per un evento che si è rivelato il più cool e

trend della primavera nella splendida cornice di Villa Domi, location

da panorama mozzafiato, stile ed eleganza.

Marco Vivio

Lattore e doppiatore

Marco Vivio è ritornato

alla guida de

L’atlante che non c’è.

Un’esperienza, quella da conduttore,

iniziata lo scorso anno e

che è stata per lui una vera e propria

novità, dato che è rimasto

“molto affascinato dal progetto”

e da come era stato confezionato.

Nel corso delle nuove puntate,

in onda su Rai5 il lunedì

sera all’interno della trasmissione

“Sciarada - Il circolo delle

parole”, Vivio avrà modo di parlare

di Pier Paolo Pasolini, che

da romano l’ha sempre incuriosito,

ma anche di Giorgio Scerbanenco, Joyce, Saba, Svevo e Grazia

Deledda, motivo per il quale si è recato in Sardegna. La peculiarità de

L’atlante che non c’è consiste infatti nel raccontare non solo gli autori,

ma anche i luoghi nei quali gli stessi sono cresciuti.

Voce di Tobey Maguire in diversi film di Spiderman, Marco Vivio

si è appassionato al mondo del doppiaggio fin da quando era un bambino,

certo del fatto che in questo modo poteva far fiorire maggiormente

il suo amore per la recitazione. Il pubblico televisivo lo ricorda

senz’altro in Tutta colpa del paradiso, Un bambino in fuga e Orgoglio.

Nel futuro dell’attore c’è anche un progetto nuovo, di cui non

parla ancora per scaramanzia.


Eleonora Pariante attrice e coach

La soirée

Lattrice Eleonora Pariante, protagonista di serie cult come

La dottoressa Giò e Centovetrine, ha cominciato ad avvicinarsi

al coaching quando si è resa conto del fatto che, come

donna, stava per entrare in una fase più adulta della sua vita.

Per tale ragione, ha messo al primo posto il suo benessere, dando il via

all’attività fisica e ad una giusta alimentazione. Indispensabile per

un’attrice, visto che quando si è in salute si lavora decisamente meglio.

“Questo mio cambiamento si è innescato in concomitanza con il lockdown.

E ho potuto sviluppare un programma di coaching, incentrato

sul benessere. Lo stesso con cui ho potuto aiutare anche altre persone.

Un percorso di nutrizione e benessere per supportare gli artisti, i colleghi

e non solo e dare loro modo di stare bene e in salute per affrontare

meglio le sfide lavorativi imposte dalle tournée e dai ritmi frenetici

imposti dal mestiere”.

Un programma dove Eleonora si muove in team con altri colleghi .

“Tutti insieme, ovviamente, abbiamo anche dei principi comuni. Riteniamo

importante l’attività del benessere all’aria aperta. Inoltre, instauriamo

continuamente un dialogo tra di noi per fare una casistica

dei casi che abbiamo affrontato con le varie persone. In quanto coach,

stiamo completamente vicini a quelli che si sono rivolti a noi per dare

loro le giuste indicazioni per raggiungere il benessere”.

èstato un doveroso e riuscito omaggio al Cinema e alle sue

maestranze musicali quello alla Casa del Cinema di

Roma, organizzato il 20 Aprile dalla Associazione Compositori

Musica per Film (ACMF).

Ad aprire la serata, i saluti del padrone di casa, Giorgio Gosetti,

Presidente della Casa del Cinema, seguito da quelli di Piera Detassis,

Presidente e Direttore artistico dell’Accademia del Cinema Italiano

- Premi David di Donatello, con cui ACMF ha collaborato per

l’ottimale riuscita dell’iniziativa.

Nei panni di Presidente ACMF, ha brevemente salutato i presenti

anche Pivio, in realtà coinvolto nella serata tra i candidati nella cinquina

finale come Miglior Compositore.

L’Associazione Compositori Musica per Film rappresenta la quasi

totalità dei compositori italiani di musica applicata e vede, tra i suoi

soci onorari, nomi come i premi Oscar Nicola Piovani e Dario Marianelli,

cui si aggiungono Hans Zimmer, Michael Nyman e

Roger Waters.

Qualche dato statistico: sono ad oggi circa 3400 le colonne sonore

composte in generale dai suoi membri, di cui 5 Oscar, 26 David di

Donatello, 31 Nastri d’Argento, 11 Globi d’Oro, 7 Ciak d’oro, 6

Bafta, 4 Efa, 3 Golden Globe e 2 Grammy.

Inaugurazione di “Sliding Doors”

Personale di Elisabetta Rogai EnoArte®

L’Italia degli anni ‘80 e ‘90

ALa Loggia del Piazzale Michelangelo sliding doors l’artista

Elisabetta Rogai indaga l’animo umano nelle sue

pieghe fatte di gioie, dolori, solitudini, passioni e insicurezze

dando una fotografia caratterizzata da un’acuta consapevolezza

del tempo in cui viviamo, opere che denunciano la

fragilità umana, verso un nuovo mondo dove uomini e donne, finalmente

liberati dal dolore, vivono sereni in connubio con la natura incontaminata.

Arte e cibo hanno sempre costituito un connubio importante e reciprocamente

costruttivo e l’artista Rogai si mostra attraverso diversi

linguaggi come la costruzione di performance abbinate al cibo, legate

dalla fantasia, e così, come lo chef, crea nuovi stili attingendo, con la

fantasia e la memoria, a culture diverse, combinando colori, osando

abbinamenti differenti, sperimentando nuovi linguaggi.

www.elisabettarogai.it

Il giornalista greco George Labrinopoulos ha provato a raccontare

l’Italia degli anni ‘80 e ‘90, un paese in rampa di lancio,

nel volume L’Italia dei Giganti, curato da Francesco De Palo

(Pegasus Edizioni). Una serie di incontri de visu avuti dall’autore

con grandi personaggi che hanno fatto la storia della politica italiana:

Francesco Cossiga, Sandro Pertini, Giulio Andreotti,

Bettino Craxi, oltre ad un inedito Papa Giovanni Paolo II. Prefazione

di Stefania Craxi.

Qui in un momento alla stampa estera di Roma con Federica Pellegrini

subito dopo averle donato il libro, in occasione della consegna

del Premio sportivo della Stampa Estera alla Carriera alla famosa

nuotatrice.


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MOSTRE D’A R T E IN I T

a cura di Silvana Gatti

DESENZANO DEL GARDA (BS)

CASTELLO DI DESENZ ANO DEL

GARDA

FINO ALL’8 LUGLIO 2022

BANKSY È CHI BANKSY FA! AN

UNCONVENTIONAL STREET ART

EXHIBITION

Orari: dal martedì alla domenica dalle 10.00

alle 18.30

Questa mostra presenta il noto artista di Bristol

insieme ad altri protagonisti della scena

Street Art internazionale come Keith Haring,

Jean-Michel Basquiat, Obey, Space Invader,

Ron English, Anthony Lister, Mason Storm,

Mark Dean Veca, Martin Whatson, Donald

Baechler, Paul Kostabi, D*Face, KayOne,

MR. Wany, Sandra Chevrier, Icy and sot,

Hama Woods, Vhils, Ben Eine, Solomostry,

Thetan One, Slog 175, Skaione, Cizerocentodieci,

Evyrein. Circa 50 opere, tra cui alcune

esposte alla Biennale di Venezia, provenienti

da collezioni private italiane e dagli

stessi artisti in un’alternanza di lavori su tela,

legno, carta, scultura, serigrafie firmate, poster

e memorabilia. Con contenuti innovativi

la Street Art diventa, a partire dagli anni Ottanta,

linguaggio istituzionalizzato proprio

grazie ad un sistema dell’arte che tutto fagocita.

Le più importanti gallerie newyorkesi

iniziarono a mostrare interesse verso quelli

che, ancora, non erano considerati artisti, ma

che ben presto divennero a tutti gli effetti

delle vere e proprie star, in primis Keith Haring

e Jean-Michel Basquiat. Banksy rappresenta

la punta di un iceberg nato nelle metropolitane

degli Stati Uniti verso la prima

metà degli anni Sessanta per espandersi sempre

di più nei pieni Settanta. Fu grazie alle

contestazioni del ‘68 che si sancì la nascita

di quella controcultura sintomo del rinnovamento

di stili, linguaggi e forme espressive

dal Post-Minimalismo alla Street Art. Il murales

è un messaggio atto ad esprimere il proprio

dissenso, per riappropriarsi di quegli

spazi, definiti non-luoghi, che non devono

sottostare ai vincoli dei circuiti ufficiali.

Questa mostra vuole documentare il mondo

della Street Art: dove nasce, chi sono i principali

protagonisti giunti alla ribalta internazionale

e qual è oggi la potenza del muro.

Foto in alto: Banksy, Love Rat, 2004, serigrafia

su carta, 50x35 cm. Collezione privata

FIRENZE

MUSEO DI PALAZZO MEDICI

RICCARDI

FINO AL: 13 SETTEMBRE 2022

OSCAR GHIGLIA.

GLI ANNI DI NOVECENTO

Questa mostra è a cura di Leonardo Ghiglia,

Lucia Mannini e Stefano Zampieri.

Promossa da Città Metropolitana di Firenze

e organizzata da MUS.E in collaborazione

con l’Istituto Matteucci di Viareggio,

offre al pubblico la possibilità di

conoscere le opere di un grande pittore del

Novecento italiano di radice eminentemente

toscana, eppure profondamente legato

alle vicende artistiche europee del suo

tempo.

Oscar Ghiglia (1876-1945), livornese, sceglie

Firenze come città d’elezione dove

sviluppare la propria creatività. Con lo

sguardo fermo sugli insegnamenti di Giovanni

Fattori e pronto ad accogliere le novità

d’Oltralpe - tra cui la pittura di Cézanne

- l’artista matura una eccellente qualità

pittorica, che in mostra è rappresentata

dalla sua ricca produzione durante gli anni

di Novecento, il movimento artistico sviluppatosi

intorno alla figura di Margherita

Sarfatti in nome di un “ritorno all’ordine”

che Ghiglia interpreta in chiave personale.

Distante dalle mode del mercato e dalle

grandi esposizioni nazionali e internazionali,

l’opera di Ghiglia viene riscoperta a

partire dagli anni Sessanta e Settanta del

Novecento, prosegue nei decenni successivi,

conosce un particolare rilievo con le

due mostre a lui dedicate nel 1996 a Livorno

e a Prato e nell’esposizione a Viareggio

nel 2018. “Oscar Ghiglia. Gli anni

di Novecento” si inscrive quindi nel percorso

di ricerca intorno a questo artista,

ponendo l’attenzione sugli anni di Novecento,

nei quali il pittore raggiunge esiti di

eccezionale qualità: basti ricordare La modella

(1928-29, nella figura in alto), assunta

a icona di questa mostra, a fianco dei

meravigliosi accordi compositivi, cromatici

e poetici sviluppati dal pittore nelle sue

nature morte e nei suoi ritratti.

Il catalogo della mostra, curato da Leonardo

Ghiglia, Lucia Mannini e Stefano

Zampieri, sarà edito da Sillabe e permetterà

di apprezzare il percorso artistico di

Oscar Ghiglia e il ricco corpus di opere

presenti in esposizione.

FONTANELLATO (PARMA)

LABIRINTO DELLA MASONE

FINO AL: 3 LUGLIO 2022

AEROPITTURA FUTURISTA

Questa mostra, a cura di Massimo Duranti

con la collaborazione di Andrea Baffoni,

annovera un centinaio di opere che documentano

un aspetto del futurismo. Paesaggi,

aerei, visioni aeree: questo si ritrova nelle

opere di Aeropittura che hanno esaltato la

velocità, il movimento e la simultaneità del

volo come atto fisico e come stato d’animo.

Questo ramo futurista ha visto la sua consacrazione

nel 1931 con un manifesto a

firma di Balla, Depero, Dottori, Benedetta,

Fillia, Somenzi e Tato. L’Aeropittura nacque

come sviluppo del Futurismo, che dal

1909 in poi coinvolse i principali artisti italiani

fino alla fine della Seconda guerra

mondiale. L’interesse per la resa pittorica

del movimento e della velocità è un tratto

distintivo del futurismo e la fascinazione

nei confronti del volo e delle vedute aeree

si ritrovano più volte negli anni Venti, fino

ad assumere ufficialità alla fine del decennio

a partire da un testo di Mino Somenzi

del 1928 e da un articolo di Filippo Tommaso

Marinetti del 1929. Nel 1939, per la

III Quadriennale d’Arte Nazionale, fu realizzata

la collettiva “Mostra futurista di aeropittori

e aeroscultori” con un’introduzione

di Marinetti. La mostra si confronta con

questo testo evidenziando le peculiarità degli

artisti dell’Aeropittura, che sviluppano i

concetti di velocità e dinamismo sfidando i

cieli. Le opere esposte sono circa un centinaio

di oltre trenta artisti dove la pittura prevale,

ma non mancano disegni, acquerelli,

grafiche e anche alcune aerosculture come

quelle di Renato Di Bosso, Umberto Peschi

e Mino Rosso. I più importanti protagonisti

di questa corrente sono rappresentati in mostra:

Gerardo Dottori, con le tele Incendio

in città e Volo sull’oceano, Osvaldo Peruzzi,

Fillia, Enrico Prampolini e le sue opere che

tendono a un’astrazione originale; non mancano

gli aerei dipinti da Tullio Crali e da

Tato. Presenti Giacomo Balla e Fortunato

Depero che, pur non essendo aeropittori in

sento stretto, firmarono il manifesto.

Foto in alto: Tullio Crali, Incuneandosi nell’abitato,

olio su tela, 1934.

Collezione privata.


A L I A E FUORI CONFINE

GENOVA

PALAZZO DUCALE

FINO AL: 10 LUGLIO 2022

PROGETTO SUPERBAROCCO –

LA FORMA DELLA MERAVIGLIA

La mostra celebra la stagione artistica, a

cavallo tra 1600 e 1750, in cui il concorso

di celebri artisti stranieri come Rubens,

Van Dyck, Puget e talenti locali come Bernardo

Strozzi, Valerio Castello e Gregorio

De Ferrari diedero vita a un’espressione

del Barocco quanto mai dinamica, esuberante

e innovativa. Una selezione esauriente

di opere dei maestri genovesi che

più hanno connotato gli sviluppi dell’arte

della Superba. Grazie a una selezione rigorosa,

di solo una o due opere particolarmente

emblematiche per ogni singolo artista,

sono documentate le tappe di un percorso

che partendo dal ruolo chiave svolto

all’inizio del Seicento da Giovan Battista

Paggi, si chiude a metà Settecento con

l’esperienza visionaria di Alessandro Magnasco.

Potendo contare sui grandi spazi

espositivi offerti da Palazzo Ducale, la

scelta delle opere ha privilegiato dipinti di

grande formato - qualche pala d’altare, ma

soprattutto grandi “quadri da stanza” di

soggetto sacro o profano - in qualche caso

inediti, e in diversi casi mai presentati a

Genova. Alla preponderante sequenza di

dipinti su tela si affianca una piccola ma

straordinaria serie di sculture - sia in marmo

che in legno - dei più affermati maestri,

perché possa essere esemplificata la forte

sinergia che, soprattutto dopo la metà del

Seicento, coinvolge negli atelier genovesi

pittura e scultura. Ad alcuni pittori e scultori

è dedicata una serie di iniziative genovesi

che, unite sotto il titolo I Protagonisti

e allestite in contemporanea alla mostra di

Palazzo Ducale in diversi musei e residenze

cittadine, focalizzano con un taglio

monografico l’attenzione su singole personalità

artistiche.

Foto in alto: Anton_Van_Dyck_Maddalena_Cattaneo_National_Gallery_of_Arts

_Washington

JESI (ANCONA)

FONDZIONE CASSA DI RISPAR-

MIO DI JESI

Piazza colocci, 4

FINO AL: 31 LUGLIO 2022

LUIGI GHIRRI (NON) LUOGHI

La Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi,

nella rinascimentale sede di Palazzo Bisaccioni,

celebra Luigi Ghirri, maestro della

fotografia contemporanea, a trent’anni dalla

morte, con una mostra che racconta il

modo in cui Ghirri entra in rapporto con le

cose, celebrando l’artista e ponendo l’attenzione

sulla sua intima necessità di fotografare.

La mostra, a cura di Massimo

Minini, ideata da Roberta Angalone, si

compone di quaranta fotografie provenienti

da collezioni private. Reggiano di

origine, grazie alla frequentazione degli artisti

concettuali modenesi, Ghirri si avvicina

alla fotografia intorno agli anni ‘70,

realizzando i primi scatti durante le vacanze

estive o i fine settimana. La sezione

introduttiva della mostra è dedicata alla

sua vita e alla scoperta della sua passione

per l’obiettivo. Nato nel gennaio del 1943,

vede il mondo passare dal clima del dopo

guerra a quello del boom economico e al

conseguente fermento culturale degli anni

‘60. Si forma così la sua personalità sensibile

ai cambiamenti e desiderosa di conoscenza;

la fotografia diviene il mezzo per

indagare il mondo. Il percorso prosegue

con le sezioni dedicate ai luoghi, ai volti

del tempo, ai non luoghi, all’arte e in fine

ad Aldo Rossi, con cui condivide l’amore

per la periferia, spazio che per entrambi è

luogo evocativo di storia e memoria.

Ghirri è interessato all’ambiente in cui

l’uomo vive, piuttosto che ai mutamenti

del paesaggio. Quello dell’artista è un universo

a tratti malinconico, incantato, sospeso

e romantico, che trova senso nelle

piccole cose, nello stupore e nella meraviglia

che scaturisce dal guardare le cose

senza il velo dell’abitudine. Con i suoi

scatti dimostra come la fotografia sia generatrice

di mondi possibili, mai artificiosi

e irreali, ma che sempre raccontano la percezione

di un’altra verità, frutto del perfetto

“equilibrio tra rilevazione e rivelazione”.

Durante tutta la sua carriera

Ghirri fotografa soggetti differenti, decidendo

di non identificarsi in un genere o

stile poiché reputa questa una scelta rischiosa,

una limitazione della libertà di

espressione.

LECCO

PALAZZO DELLE PAURE

FINO AL: 19 GIUGNO 2022

LA LUCE DEL VERO. L’EREDITÀ

DELLA PITTURA MACCHIAIOLA.

DA FATTORI A GHIGLIA

La mostra, curata da Simona Bartolena, prodotta

e realizzata da ViDi - Visit Different,

in collaborazione con il Comune di Lecco e

il Sistema Museale Urbano Lecchese, esplora,

attraverso novanta opere provenienti da

collezioni pubbliche e private, il tema della

pittura postmacchiaiola, attraverso quel novero

di artisti attivi tra la fine dell’Ottocento

e l’inizio del secolo successivo, cresciuti

sull’esempio dei grandi maestri della Macchia,

soprattutto di Giovanni Fattori, Silvestro

Lega e Telemaco Signorini. La rassegna

documenta l’arte di un gruppo di autori eterogeneo

e complesso, dai fratelli Gioli alla

famiglia Tommasi, da Llewelyn Lloyd a

Ulvi Liegi, da Oscar Ghiglia a Plinio Nomellini,

da Mario Puccini a Giovanni Bartolena,

accomunati dalla vocazione per il

vero e per i soggetti tratti dalla vita quotidiana

e dalla formazione di ascendenza

macchiaiola.Il percorso espositivo parte dall’esempio

dei maestri - da Giovanni Fattori

a Silvestro Lega -, per giungere a risultati

più contemporanei con artisti quali Oscar

Ghiglia e Lorenzo Via- ni, intrecciando

l’analisi stilistica, il racconto biografico, la

lettura iconografica e la ricerca storico-sociale.

“Attraverso lA indagine della situazione

dell’arte toscana alla fine del secolo -

afferma Simona Bartolena -, la mostra svela

anche i meccanismi che sottendono, più in

generale, alla trasmissione del sapere da

maestro ad allievo, l’evoluzione del linguaggio

dei “padri” da parte delle nuove generazioni,

le contaminazioni stilistiche che nel

tem- po modificano, anche radicalmente, gli

esiti portati da una rivoluzione artistica”.

“Nell’area Toscana - prosegue Simona Bartolena

-, il ventaglio di linguaggi e di ricerche

in questo periodo di transizione è

particolarmente ricco e l’intreccio tra lo

sguardo sul vero oggettivo dei Macchiaioli,

l’impatto dell’impressionismo francese e le

tentazioni simboliste si fa molto interessante”.

Foto in alto: Micheli Guglielmo - Barche

al porto - anni-90 - olio su tavola -285 X 405

cm. - Collezione privata - Milano


100

MOSTRE D’A R T E IN I T

LIVORNO

MUSEO DELLA CITTÀ, POLO CUL-

TURALE DEI BOTTINI DELL’OLIO

FINO AL: 3 LUGLIO 2022

VITTORE GRUBICY. UN INTELLETTUA-

LE ARTISTA E LA SUA EREDITÀ. APER-

TURE INTERNAZIONALI TRA DIVISIO-

NISMO E SIMBOLISM

Questa mostra, progettata da Sergio Rebora e

Aurora Scotti Tosini, realizzata da Fondazione

Livorno - Arte e Cultura e Comune di Livorno,

documenta il percorso di Vittore Grubicy, artista,

gallerista e scopritore di talenti. Egli colse

le opportunità offerte dai progressi delle tecniche

di riproduzione, creando un nuovo mercato.

Sono i ritratti dello stesso Vittore ad introdurre

il visitatore nelle nove sezioni dell’esposizione

che, grazie ai materiali conservati dagli

eredi di Ettore Benvenuti, propongono una dimensione

privata dell’uomo. I Grubicy appartengono

a un nobile casato magiaro trapiantato

a Milano. Mamma Antonietta è pittrice per diletto

ma in casa ci sono i dipinti degli artisti più

promettenti del periodo tra gli anni ‘70 e ‘80

dell’Ottocento. Il fratello Alberto gestisce la

Galleria Gubricy. Vittore diventa critico e promotore,

curando le retrospettive di Tranquillo

Cremona e Daniele Ranzoni, sostenendo Giovanni

Segantini agli esordi, ma occupandosi

anche di Angelo Morbelli, Achille Tominetti e

Serafino Macchiati. Propone inoltre all’Expo

di Londra del 1888 la “Italian Exhibition”. Nei

Paesi Bassi stringe rapporti con gli esponenti

della Scuola dell’Aja e inizia a disegnare e dipingere.

Viene poi l’interesse per il Giappone

e l’Estremo Oriente. Impara lingua e scrittura

giapponesi e nel contempo sostiene le prime

istanze simboliste milanesi: Previati, Conconi

e Troubetzkoy. Grubicy è attento anche alle arti

industriali riconoscendo la qualità delle opere

di Bugatti o di Quarti, ma apprezzando anche

altre produzioni artigianali. L’amore per l’arte

sfociò nella pratica del disegno e della pittura,

in ambito divisionista e simbolista. Una sezione

racconta il legame tra Vittore e Toscanini,

col tramite di Leonardo Bistolfi; Grubicy eseguì

un ritratto postumo del figlio del maestro

per il quale Bistolfi aveva progettato il monumento

funebre al cimitero monumentale di Milano.

Esposti dipinti appartenuti a Toscanini,

acquisiti da Fondazione Livorno. L’ultima sezione

è dedicata a Livorno perché Vittore ebbe

un ruolo fondamentale nel rinnovare la pittura

livornese. Catalogo Pacini Editore.

Foto in alto: Vittore Grubicy De Dragon, Fiumelatte.

Serie delle “Sensazioni giojose”, 1891,

olio su tela, cm 31,5 x 24,8, collezione privata.

MAMIANO DI TRAVERSETOLO

FONDAZIONE MAGNANI-ROCCA

FINO AL: 3 LUGLIO 2022

LUCIO FONTANA.

AUORITRATTO

Questa mostra prende spunto dal rapporto tra

l’artista Lucio Fontana e la storica dell’arte

Carla Lonzi, allieva dello storico, critico e docente

di storia dell’arte dell’Università di Bologna

Roberto Longhi. L’esposizione in corso

alla Villa dei Capolavori, sede della Fondazione

Magnani-Rocca, segue il dialogo tra

Fontana e Lonzi, documentando il pensiero e

il lavoro di un artista che oltrepassò il confine

tradizionale tra pittura e scultura. La mostra,

con circa cinquanta opere, è curata da Walter

Guadagnini, Gaspare Luigi Marcone, Stefano

Roffi. “Lucio Fontana è tra i pionieri e maestri

indiscussi dell’arte del XX secolo - dichiara

l’assessore regionale alla Cultura, Mauro Felicori

- una figura carismatica radicale e dirompente,

che è diventato un punto di riferimento

anche per gli artisti delle generazioni

successive. L’esposizione propone un originale

itinerario nel pensiero e nell’attività dell’artista,

toccando i momenti salienti e peculiari

della sua ricerca”. Fontana, promotore di

numerosi manifesti del Movimento Spazialista,

a cominciare dal Manifesto Blanco del

1946, introdusse un’inedita dimensione nelle

sue opere. Rinomato per i famosi tagli su tela,

l’artista, intervistato da Carla Lonzi nel 1969,

affermava che “la scoperta del cosmo è una

dimensione nuova, è l’infinito, allora buco

questa tela, che era alla base di tutte le arti e

ho creato una dimensione infinita, un’x che,

per me, è la base di tutta l’arte contemporanea.

Sennò continua a dire che l’è un büs, e ciao.”

Questa conversazione fa parte di un’installazione

sonora che permette di ascoltare la voce

originale dell’artista lungo tutto il percorso

della mostra “Autoritratto”. Sono esposte opere

che vanno dalle sculture degli anni Trenta

ai “Concetti spaziali” (“Buchi” e “Tagli”) dagli

anni Quaranta ai Sessanta, oltre ai “Teatrini”

e alle “Nature” bronzee. In mostra anche

opere di Enrico Baj, Alberto Burri, Enrico Castellani,

Luciano Fabro, Piero Manzoni, Giulio

Paolini, Paolo Scheggi, provenienti dalla

collezione personale di Fontana, artisti più

giovani da lui seguiti e promossi. Da segnalare

le serie fotografiche scattate da Ugo Mulas

a Fontana, del quale sono esposte anche

due opere appartenute al grande fotografo; di

una di esse è esposta la documentazione fotografica

dell’intera genesi, dal primo “buco”

all’opera compiuta.

NAPOLI

MUSEO E REAL BOSCO DI CAPO-

DIMONTE

FINO AL: 5 GIUGNO 2022

OLTRE CARAVAGGIO. UN NUOVO RAC-

CONTO

DELLA PITTURA A NAPOLI

Questa mostra, a cura di Stefano Causa, docente

di Storia dell’arte moderna e contemporanea

presso l’Università degli studi di Napoli

“Suor Orsola Benincasa” e Patrizia Piscitello,

responsabile Ufficio mostre e prestiti del Museo

e Real Bosco di Capodimonte, si articola

nelle 24 sale del 2° piano del Museo e Real

Bosco di Capodimonte, diretto da Sylvain

Bellenger. Esposte ben 200 opere provenienti

dalle collezioni permanenti del museo. Una

rassegna, realizzata in collaborazione con le

associazioni Amici di Capodimonte Ets e

American Friends of Capodimonte, che intende

presentare un’altra lettura del ‘600 napoletano,

definito da amatori e storici il secolo

di Caravaggio. èstato lo storico dell’arte Roberto

Longhi (1890-1970) a riscoprire il ‘600

meridionale. Secondo lo studioso, il naturalismo

di Caravaggio sarebbe la spina dorsale

dell’arte napoletana. Dagli studi di Longhi derivano

gli studi seicenteschi successivi e, in

prevalenza, l’esposizione dei dipinti del ‘600

napoletano a Capodimonte, da quando fu inaugurata

la Pinacoteca nel 1957. I curatori della

mostra, sulla base degli studi degli ultimi decenni,

suggeriscono di riconsiderare lo schema

di Longhi, ormai storicizzato, e di ripensare

un secolo che non fu solo quello di Caravaggio,

ma fu anche quello di Jusepe de Ribera,

pittore spagnolo arrivato a Napoli nel

1616, sei anni dopo la morte di Caravaggio.

Per l’allestimento della mostra, il Dipartimento

di Restauro del Museo e Real Bosco di

Capodimonte ha eseguito diversi restauri sulle

opere esposte e ne ha coordinati altri affidandoli

a restauratori esterni. Alcune opere sono

state restaurate grazie al sostegno dell’associazione

Amici di Capodimonte Ets o di singoli

mecenati.

Foto in alto: Jusepe de Ribera, San Girolamo

e l’angelo del Giudizio, 1626 olio su tela Collezione

Borbone Napoli, Museo e Real Bosco

di Capodimonte.


A L I A E FUORI CONFINE

PIACENZ A

GALLERIA RICCI ODDI

FINO AL: 24 LUGLIO 2022

KLIMT. L’UOMO, L’ARTISTA, IL SUO

MONDO

Alla G. Ricci Oddi il percorso di Gustav Klimt

con oltre 160 opere. La mostra, curata da Gabriella

Belli ed Elena Pontiggia, col coordinamento

scientifico di Lucia Pini, direttrice della

G. Ricci Oddi e con la collaborazione di Valerio

Terraroli e Alessandra Tiddia, vuole festeggiare

il “ritorno a casa” del Ritratto di Signora (1916-

17) di Klimt - dipinto sparito nel 1997 dalla G.

Ricci Oddi e ritrovato nel 2019. Il percorso parte

dal simbolismo europeo, con incisioni e disegni

di Klinger, Redon, Munch, Ensor,

Khnopff, la Medusa di von Stuck e sculture di

Minne e Klinger per poi portare i visitatori nel

mondo di Klimt, con le sue prime opere e i suoi

primi compagni: i fratelli Georg ed Ernst, e

l’amico Franz Matsch. Si prosegue con la Secessione

Viennese fondata da Klimt con altri 17

artisti nel 1897 in segno di protesta verso l’arte

ufficiale. Il Ritratto di Josef Pembauer (1890),

capolavoro di Klimt che introduce a opere quali

la Signora con mantello e cappello su sfondo

rosso (1897-1898), Signora davanti al camino

(1897-1898), Dopo la pioggia (1898), il Ritratto

di Amalie Zuckerkandl (1913-1914), il Ritratto

di signora in bianco (1917-1918). Una sezione

è dedicata al Ritratto di Signora della G. Ricci

Oddi e al racconto delle sue vicende. Il mondo

delle Wiener Werkstätte, i laboratori d’arte decorativa

fondati a Vienna da Josef Hoffmann e

da Kolo Moser nel 1903 è documentato con arredi,

argenti, vetri e ceramiche. Esposti i Manifesti

della Secessione, tra cui quello di Klimt

Teseo e il Minotauro (1898), e riviste come

“Ver Sacrum”. Una scelta di disegni e incisioni

di Schiele e Kokoschka, tra cui la serie dei Ragazzi

sognanti (1908-1909), opera giovanile

dell’autore, ricorda la giovane generazione di

artisti austriaci ispirati da Klimt. Una sezione è

dedicata agli artisti italiani che si ispirarono a

Klimt, con opere come il Sogno del melograno

(1912-1913) di Felice Casorati, la scultura in

marmo e oro Carattere fiero e anima gentile

(1912) di Adolfo Wildt e l’affascinate ciclo Le

mille e una notte (1914) di Vittorio Zecchin. La

mostra si chiude con la ricostruzione del monumentale

Fregio di Beethoven (copia del 2019

dell’originale del 1901). La mostra è prodotta

e organizzata da Arthemisia. Catalogo Skira.

ROMA

SCUDERIE DEL QUIRINALE

FINO AL: 3 LUGLIO 2022

SUPERBAROCCO. ARTE A GENOVA

DA RUBENS A MAGNASCO

Questa mostra, coprodotta con la National Gallery

di Washington e in collaborazione col Comune

e i Musei di Genova, racconta il periodo

del Barocco genovese. La mostra è curata da

Jonathan Bober, a capo del Department of Old

Master Prints della National Gallery di Washington,

da Piero Boccardo, già direttore del genovese

Palazzo Rosso e da Franco Boggero storico

dell’arte. La mostra ripercorre, con 120

opere provenienti da istituzioni italiane e americane

e da collezioni private, questo periodo di

esplosione artistica e di fioritura economica

della Superba Genova e ne segue le vicende dal

culmine dello splendore fino all’appannarsi della

sua fortuna politica. Il fasto e il lusso delle

nobili famiglie genovesi, all’interno delle loro

dimore, si ritrovano nelle opere in mostra: le

vesti dei ritratti di Rubens e di Van Dyck, le

suppellettili dipinte da Giovanni Benedetto Castiglione,

le composizioni barocche di Domenico

Piola e di Gregorio De Ferrari, i paesaggi

di Magnasco. La mostra si apre con la sala dedicata

a Rubens che anticipa lo stile barocco

veroa e proprio facendolo dialogare con un linguaggio

ancora antecedente, come nel “Ritratto

equestre di Giovan Carlo Doria”. Si prosegue

con Bernardo Strozzi, primo artista genovese

ad assorbire le influenze dei fiamminghi. Nel

suo dipinto “La cuoca” accoglie lo stile di Rubens

mescolandolo a una poetica caravaggesca.

Si prosegue sino alla stagione della ritrattistica

genovese con i dipinti di Van Dyck: da Palazzo

Rosso arrivano i ritratti di “Anton Giulio Brignole-Sale”

e “Paola Adorno Brignole-Sale”,

dalla National Gallery di Washington “Elena

Grimaldi Cattaneo”, e dal The J. Paul Getty

Museum di Los Angeles “Agostino Pallavicino

in veste di Ambasciatore al pontefice”. Il viaggio

nel barocco attraversa poi vari temi tipici

della produzione artistica dell’epoca: l’esplosione

dei colori e degli elementi della natura

nell’Arcadia del Grechetto, gli esperimenti di

controluce nella pittura di interni di Assereto e

le visioni mistiche di Procaccini, De Ferrari e

Piola. Il culmine dello splendore genovese si

trova nella ricchezza delle chiese e delle dimore.

La mostra si chiude con Alessandro Magnasco,

di cui è esposto “Trattenimento in un

giardino di Albaro”.

Foto in alto: Ritratto equestre di G.Carlo

Doria.

TORINO

PALAZZO MADAMA

MUSEO CIVICO D’ARTE ANTICA

FINO AL: 29 AGOSTO 2022

INVITO A POMPEI

La mostra, curata dal Parco Archeologico di

Pompei e da Palazzo Madama, è un “invito” a

entrare nelle case di Pompei, per scoprirne i segreti.

Il percorso, nella Sala del Senato, dove si

è fatta l’Italia, si snoda attraverso gli ambienti

rappresentativi delle case più lussuose della

Pompei del I secolo d.C. La domus romana

apre le sue porte accogliendo i visitatori nell’intimità

domestica e mostrando loro la normalità

della vita quotidiana alle pendici del

Vesuvio. Un tuffo nel passato, che offre l’occasione

di aggirarsi in quegli ambienti in cui

l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. spense d’un

colpo la vita dei suoi abitanti. Apre la mostra il

plastico di fine Ottocento della Casa del Poeta

Tragico, una di quelle che ha stimolato l’immaginario

di viaggiatori del Grand Tour, tanto

da essere l’ambientazione di molte scene del

romanzo Gli ultimi giorni di Pompei di Edward

Bulwer-Lytton, a cui si ispira l’opera di Federico

Maldarelli Ione e Nidia del Museo di Antichità

- Musei Reali di Torino, che chiude il

percorso. Una selezione di oltre 120 opere, tra

arredi, statue, gioielli, bronzi, vetri e apparati

decorativi, in un itinerario tra gli spazi domestici

che termina con i drammatici calchi di alcune

vittime. Una visita immersiva a 360 gradi

negli ultimi giorni di vita di Pompei. “Ogni

casa racconta la storia personale e intima di una

famiglia, dei suoi abitanti, ma è anche microcosmo

di una società e di un’epoca, con le loro

abitudini espresse attraverso gli oggetti, gli arredi

e le architetture - dichiara Gabriel Zuchtriegel,

direttore del Parco archeologico di

Pompei - La domus romana, in particolare, aggiunge

al racconto la straordinarietà e la bellezza

di pitture e mosaici da ammirare. E le

mostre ci consentono di raggiungere pubblici

lontani e permettere, non solo a coloro che vengono

in visita a Pompei, di fruirne. Quando trovano

una cornice di prestigio come Palazzo

Madama di Torino, l’esperienza di conoscenza

e piacere è completa.

Foto in alto: Erma femminile e quadretto con

scena iliaca, I sec. d.C. Affresco Pompei, Casa

del Criptoportico.


102

MOSTRE D’A R T E IN I T

TRENTO

WUNDERKAMMER GAM - GALLERIA

CASTELLO DEL BUONCONSIGLIO

DAL: 2 LUGLIO 2022

FINO AL: 21 OTTOBRE 2022

I COLORI DELLA SERENISSIMA.

LA PITTURA VENETA DEL SETTECENTO

IN TRENTINO

A Trento le opere del Settecento veneziano nei

saloni del Magno Palazzo dei Principi Vescovi

di Trento, per documentare l’influenza dell’arte

veneziana nella vallate del Trentino. Settanta

opere provenienti da musei e collezioni

europee e statunitensi. Dipinti che arricchivano

palazzi e chiese di queste vallate e andate

disperse. I curatori hanno cercato le loro tracce,

scovandole in musei o sul mercato antiquario

internazionale, per riunirle in questa mostra

che documenta la presenza di artisti e di opere

di maestri veneti nei territori del Principe Vescovo

o del Tirolo meridionale tra la fine del

‘600 e il ‘700, rivelando gli scambi intrattenuti

dalle comunità locali con la Repubblica di Venezia.

La vicinanza ai territori della Serenissima

ha condotto a una serie di legami, secondo

‘rotte’ percorse da un lato con l’arrivo di

opere d’arte inviate da Venezia o con la presenza

di artisti veneti in Trentino; dall’altro

con soggiorni di formazione di pittori del Principato

Vescovile a Venezia e Verona. Rilevante

è l’interesse esercitato lungo tutto il secolo

dalla Scuola Veronese, che nel 1764 si organizzò

in una Accademia di pittura, guidata da

Giambettino Cignaroli. è da considerare che

diversi territori del Principato trentino sottostavano

all’autorità dei vescovi veneti, senza

tralasciare che dal Trentino si trasferirono a

Venezia intere comunità, poi gli interessi in

area trentina di alcune importanti famiglie, tra

cui i Giovanelli, infeudati in Valsugana a partire

dal 1662. “La mostra costituisce l’occasione

per allargare lo sguardo e annodare fra

loro con un filo rosso le opere sul territorio di

artisti come Fontebasso o Giambattista Pittoni

e Gaspare Diziani”, sottolinea Denis Ton. “Su

tutti prende rilievo la presenza di Antonio e

Francesco Guardi, indiscussi protagonisti della

stagione pittorica tardo-settecentesca veneziana,

ma con le proprie radici familiari in Val

di Sole, dove torneranno più volte”. La mostra

è curata da Andrea Tomezzoli e Denis Ton.

Foto in alto: Francesco Fontebasso, Passaggio

del Mar Rosso, olio su tela. Trento, Castello

del Buonconsiglio. Monumenti e collezioni

provinciali.

TREVISO

MUSEO BAILO, SALA CANOVA

DAL: 14 MAGGIO 2022

FINO AL: 25 SETTEMBRE 2022

CANOVA, GLORIA TREVIGIANA.

DALLA BELLEZZA CLASSICA AL-

L’ANNUNCIO ROMANTICO

Canova, nato a Possagno, deve a Treviso

il suo “mito” e la riscoperta critica della

sua opera. La città lo celebrò dopo la morte

commissionando nel 1823 la realizzazione

di un busto a Luigi Zandomeneghi e un

brano componimento musicale a Gioachino

Rossini. E quando nel dopoguerra certa

critica disprezzava Canova, Luigi Coletti

nel 1957 gli dedicò una mostra monografica,

distinguendo la produzione “stilistica”

da quella “poetica” dove si poteva,

“ben ascoltare, sentire l’annuncio romantico”.

Sono parole di Luigi Coletti tratte

dal suo discorso durante l’inaugurazione.

Da qui parte questa mostra, a cura di Fabrizio

Malachin, Giuseppe Pavanello e

Nico Stringa. In mostra il confronto Antico/Moderno

è al massimo: “Apollo del

Belvedere” a confronto con il “Perseo

trionfante”, e il “Gladiatore Borghese” a

confronto con il “Creugante”. Esposto un

inedito: il gesso del Cavallo preparatorio

del gruppo “Teseo in lotta con il centauro”

di Vienna. Si va poi alla modernità romantica:

la stele funeraria di Falier e Volpato,

omaggio al defunto, e le meditazioni sulle

donne afflitte, con le Maddalene; i gruppi

gentili e amorosi (Amore e Psiche). E poi

i ritratti, le incisioni, le celebrazioni canoviane,

la fotografia, gessi e armi: 11 sezioni

con oltre 150 opere. La galleria dell’800,

infine, riserva delle sorprese. Che

tipo amore corrispose tra Antonio Canova

e la contessa Marianna Angeli Pascoli? Un

cammeo con il ritratto di lui si adagia sul

seno di lei, nella scultura di Luigi Zandomeneghi.

L’effige della nobildonna si può

ammirare nella galleria, allestita al Nuovo

Museo Bailo. Diverse sono le opere inedite

canoviane riemerse durante la preparazione

della mostra, come un busto con il “Ritratto

di Antonio Canova” di Antonio D’Este.

E poi vere reliquie, il calco della mano

e la maschera funeraria dell’artista. Lettere

inedite, e il libro con 86 incisioni canoviane

donate dal fratello Giambattista Sartori

Canova a Treviso nel 1837.

Fig. in alto: Antonio Canova: Venere italica,

1804-1812 Gesso multiplo 1:1 Collezione

privata, Veneto.

VENEZIA

COLLEZIONE PEGGY GUGGENHEIM

FINO AL: 26 SETTEMBRE 2022

SURREALISMO E MAGIA. LA MO-

DERNITÀ INCANTATA

A Venezia circa sessanta opere provenienti da

musei internazionali per una mostra interamente

dedicata all’interesse dei surrealisti per

la magia, la mitologia e l’esoterismo. L’esposizione

spazia dalla pittura metafisica di Giorgio

de Chirico, datata intorno al 1915, all’iconico

dipinto di Max Ernst La vestizione della

sposa, del 1940, all’immaginario occulto delle

ultime opere di Leonora Carrington e Remedios

Varo. La mostra, organizzata dalla

Collezione Peggy Guggenheim con il Museum

Barberini, a Potsdam, si sposterà successivamente

proprio a Potsdam, dal 2 ottobre

2021 al 16 gennaio 2022, con la curatela

di Daniel Zamani, Curator, Museum Barberini,

Potsdam. Con il Manifesto del Surrealismo,

pubblicato nell’ottobre del 1924, lo

scrittore André Breton fondò un movimento

letterario e artistico che diventò la principale

avanguardia dell’epoca. Aspetto fondante del

Surrealismo è il riorientare l’interesse verso

il mondo del sogno, dell’inconscio e dell’irrazionale.

Diversi artisti surrealisti guardano

inoltre alla magia come a un discorso poetico

e filosofico, legato a un sapere arcano e a processi

di emancipazione personale. Nelle loro

opere, i surrealisti attingono a piene mani alla

simbologia esoterica alimentando l’idea dell’artista

visto come alchimista, mago o visionario.

Il ruolo fondamentale svolto dalla magia

in ambito surrealista è stato ampiamente

riconosciuto e studiato nel corso degli ultimi

due decenni. Esposte opere di una ventina di

artisti, tra cui Victor Brauner, Leonora Carrington,

Salvador Dalí, Giorgio de Chirico,

Paul Delvaux, Maya Deren, Max Ernst, Leonor

Fini, René Magritte, Maria Martins, Roberto

Matta, Wolfgang Paalen, Kay Sage,

Kurt Seligmann, Yves Tanguy, Dorothea Tanning,

e Remedios Varo. La mostra, organizzata

dalla Collezione Peggy Guggenheim con

il Museum Barberini, a Potsdam, si sposterà

dopo a Potsdam, dal 2 ottobre 2021 al 16 gennaio

2022, con la curatela di Daniel Zamani,

Curator, Museum Barberini, Potsdam. A Venezia

è resa possibile grazie a Manitou Fund.

Foto in alto: Max Ernst, La vestizione della

sposa (La Toilette de la mariée), 1940, Olio

su tela, 129.6x96.3 cm, Venezia, Peggy Guggenheim

Collection, Venice (Solomon R.

Guggenheim Foundation, New York) © Max

Ernst, by SIAE 2022.


A L I A E FUORI CONFINE

AUSTRIA - VIENNA

ALBERTINA

FINO AL: 19 GIUGNO 2022

UN DIALOGO CON EDVARD MUNCH

All’Albertina di Vienna, più di 60 opere del

pittore norvegese, la cui arte ha ispirato le

generazioni successive, a confronto con sette

grandi personaggi del XX secolo. Fulcro della

mostra sono le opere tardive del pittore,

per documentare l’importanza dell’opera di

Munch per l’arte contemporanea e moderna.

In particolare, è soprattutto la malinconica

visione del mondo di Munch che ha lasciato

tracce per i posteri. La mostra indica però

che la sua influenza va molto oltre. L’approccio

sperimentale di Munch alla pittura e alle

tecniche di stampa, il suo mondo unico dei

colori, i suoi pigmenti e il suo tratto caratterizzano

la pittura fino ad oggi. Nell’ambito

della mostra, sette artisti ed artiste contemporanei

- grandi figure del XX secolo - entrano

in dialogo con Edvard Munch; si tratta

di Georg Baselitz, Andy Warhol, Miriam

Cahn, Peter Doig, Marlene Dumas, Tracy

Emin e Jasper Johns. Le loro opere esposte

sono state realizzate riferendosi a Munch,

sotto la sua influenza oppure in contrasto con

lui. Ogni artista ha scelto il suo proprio approccio

personale all’arte di Munch. Vi si vedono

riferimenti ai paesaggi forestali di

Munch, ai suoi impressionanti ritratti, ma soprattutto:

profonde emozioni umane.

Foto in alto: Edvard Munch, Madonna

(1895/1902) – © ALBERTINA, Wien

© ALBERTINA, Wien.

FRANCIA - PARIGI

MUSÉE DE L’ORANGERIE

FINO ALL’11 LUGLIO 2022

L’ARREDO IMPRESSIONISTA

Al Musée de l’Orangerie è in corso un’originale

mostra che documenta l’arte decorativa

degli impressionisti, un aspetto poco

noto ma affascinante della loro attività.

Nonostante l’impressionismo sia stato di

rado associato al concetto di decorazione,

numerose opere impressioniste furono inizialmente

concepite proprio come decorazioni.

“Dipingere i muri è stato il sogno

della mia vita”, ha detto Degas. Lo stesso

Monet ha definito il ciclo delle Ninfee

come le sue “grandes décorations”.

Se i dipinti impressionisti stupivano è anche

perché erano visti come semplici decorazioni,

prive di significato e dedite

esclusivamente al piacere dei sensi. La mostra

illustra, attraverso un’ottantina di dipinti,

ventagli, ceramiche e disegni, come

questi artisti abbiano aperto un nuovo percorso

con la semplice convinzione che

l’arte è fatta soprattutto per “rallegrare le

pareti”. I visitatori di questa mostra al

Museo dell’Orangerie, all’interno dei bellissimi

giardini delle Tuileries, possono

ammirare opere di Cassatt, Cézanne, Degas,

Manet, Monet, Morisot, Pissarro e Renoir,

provenienti da tutto il mondo, alcune

raramente o mai presentate in Francia.

Foto in alto: Gustave Caillebotte, Périssoires.

Panneau décoratif, dit aussi Périssoires

sur l’Yerres, 1878 Rennes, musée

des Beaux-Arts.

SPAGNA - MADRID

MUSEO NAZIONALE

THYSSEN-BORNEMISZ A

DAL: 14 GIUGNO 2022

FINO ALL’11 SETTEMBRE 2022

ALEX KATZ

Al Museo Nazionale Thyssen-Bornemisza

di Madrid una interessante retrospettiva sul

pittore nordamericano Alex Katz, una delle

principali figure della storia dell’arte americana

del XX secolo e precursore della

Pop Art. L’esposizione annovera una trentina

di dipinti a olio di grande formato, affiancati

da alcuni studi che mostrano i temi

abituali di Katz: i suoi ritratti, alternati con

fiori e paesaggi dai colori vividi. Quando

si parla dell’ultranovantenne Alex Katz risulta

difficile, per i critici, inserirlo in una

corrente artistica. Potrebbe essere considerato

l’anello di congiunzione tra le due

grandi generazioni della pittura americana:

quella dell’Espressionismo astratto e quella

della Pop Art, per via dei volti di grandi dimensioni

da lui dipinti. Nato a Brooklyn da

una famiglia di ebrei russi fuggita in America

dopo la rivoluzione bolscevica, è cresciuto

a St. Albans, nel Queens. Sua madre

Isa era una stella del teatro yiddish del

Lower East Side. Oggi Alex vive e lavora

fra il cottage nel Maine e un luminoso loft,

un tempo officina meccanica, al quinto

piano di un palazzo nel cuore di SoHo. Nel

suo laboratorio, separato dalla zona giorno

da un lungo corridoio, dipinge da cinquanta

anni accanto alla sua musa: la moglie Ada,

ritratta oltre duecento volte. L’ opera Umbrella

I e II (nella foto in alto) raffigura Ada

Del Moro Katz, una delle muse più dipinte

nella storia dell’arte occidentale. Quando i

collezionisti acquistano una foto di Ada,

acquistano la sua atmosfera mistica vista

dalle ossessioni romantiche del pittore. I

collezionisti sono disposti a pagare un

prezzo alto per un ritratto di Ada di Katz,

che recentemente è stato aggiudicato per

una stima di sette cifre all’asta.



Franco Secci

L

aboratorio

AccA

Porto turistico di Roma - Loc. 876 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Roma

galleriaesserre@gmail.com - acca@accainarte.it


Alessio Schiavon

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