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RUOTE E MOTORI - Ottobre 2022

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Ottobre 2022

All’alba degli anni 70, precisamente

nel 1971, nello

stesso momento in cui il

fuoristrada, il motocross in particolar

modo, stava diventando

giorno dopo giorno sempre più

diffuso e popolare in quel periodo,

un giovane Renato Rebuschi

cercava come tanti suoi coetanei

dell’epoca di trovare la quadra

tra la necessità di lavorare e la

possibilità di praticare quel nuovo

sport che era già la sua grande

passione e che, sebbene non

come oggi, richiedeva anche un

certo impegno economico. Rebuschi

poteva contare sulle sue

capacità e competenze meccaniche

grazie alle quali, non senza

sacrifici, poté avviare a Carbonera

in provincia di Treviso la sua

prima officina con cui riuscì a

finanziare anche la sua partecipazione

alle competizioni di motocross.

Dopo i primi anni dedicati

alle riparazioni e soprattutto alla

preparazione delle moto di tanti

piloti veneti, nel 1976 coronò il

suo sogno, realizzando una moto

da cross costruita in piccola serie,

grazie alla quale fece conoscere il

suo nome in tutta la regione. In

particolare si trattò di una cross

125 cc. motorizzata Yamaha

con un telaio che ricalcava nella

REBUSCHI

triangolatura centrale il blasonato

Ancillotti del 1975, moto assai

apprezzata dai piloti di quel periodo

per le doti di maneggevolezza

in curva, nei tratti sconnessi

e stabilità in rettilineo. La Rebuschi

125 risccosse ottimi risultati

nelle gare di motocross e regolarità

e venne così prodotta anche

nel 1977, ma nel 1978 lo stesso

Rebuschi decise di concludere

quella positiva esperienza di costruttore,

conscio dell’insostenibile

sfida che le case nipponiche

stavano per sferrare al mercato ed

ai piccoli produttori europei ed in

particolare italiani, che io definirei

maestri. Grazie a quell’intuizione

provvidenziale oggi il marchio

Rebuschi è ancora sinonimo

di moto e soprattutto di motocross

con un’importante azienda

che ha la sua sede nella stessa

località Veneta dove ebbe i natali

cinquantadue anni fa. Purtroppo

la nostra attività di “giornalisti

per passione” ci ha obbligati, per il

momento, a limitarci alla raccolta

di notizie sui marchi e sui produttori

oggetto di questa nostra

rassegna, che non vuole essere

niente di più che una memoria,

utile a mantenere vivo nel tempo

il ricordo dell’ingegno, della volontà

e delle capacità di tanti piccoli

imprenditori che hanno fatto

REBUSCHI CROSS 125 - 1977

Pagine a cura di Fausto Piombo

la storia del fuoristrada nazionale

ed internazionale negli anni d’oro,

ma anche più difficili, della

sua diffusione. Siamo per questo

speranzosi di poter dedicare in

un futuro molto prossimo parte

del nostro tempo per realizzare le

interviste agli illustri produttori

RIVARA

di mezzi da fuoristrada italiani

degli anni 70 e 80 come Renato

Rebuschi, certi che ci regaleranno

a loro volta qualche minuto prezioso

per raccontarci particolari

inediti della loro avventura.

Fausto Piombo

All’inizio degli anni cinquanta,

più precisamente nel 1955 Giorgio

Rivara conduceva a Colorno

un’officina per l’assistenza e la riparazione

di biciclette e motocicli.

Attorno alla metà degli anni

60 ampliò la sua attività dedicando

la sua esperienza e competenza

alla preparazione di moto da

competizione di piloti privati ottenendo

un discreto successo. Sul

finire di quel decennio portò

con se dalla Spagna, smontandola

e stivandola nell’abitacolo

della propria Fiat 600,

una Montesa Cappra 175

cc. vincitrice del campionato

spagnolo di motocross con il

pilota Pedro Pi, che Giorgio

Rivara riassemblò ed utilizzò

personalmente nelle gare

di motocross del campionato

provinciale vincendolo.

Nel 1972 entrò in qualità di

Capo-Tecnico nella Motomarket,

azienda che operava

quale importante concessionaria

della Ancillotti per

le province di Parma, Reggio,

rivara tutti i modelli

Piacenza, Verona e Mantova, e

che nel 1973 portò le Ancillotti

a vincere l’ambita Coppa Italia di

motocross. Le prime prove tecniche

verso il futuro di costruttori

arrivano nel 1975 quando il giovanissimo

Daniele Rivara, figlio

del titolare dell’azienda, approntò

nella vecchia officina di Colorno

un prototipo di minicross con

ruote da 14 “ allestito su un telaio

realizzato in maniera artigianale

dal compianto Umberto Cassoni,

socio del padre nonchè tecnico,

meccanico e pilota molto esperto,

seguendo le indicazioni e specifiche

del giovane progettista.

Grazie alla collaborazione di

Carlo Popoli, amico di Giorgio

Rivara e di Umberto Cassoni, un

vero mago della motonautica

che si occupava della costruzione

di fuoribordo, che si occupò

della realizzazione delle sovrastrutture

(parafanghi, sella, serbatoio

e fianchetti) quel primo

esemplare fu terminato in tempo

per il salone del ciclo e motociclo

di Milano del 1975 dove venne

esposto con il marchio Ancillotti.

Il successo riscosso durante il

periodo espositivo, in quella che

era ed è ancor oggi una vetrina

internazionale di primario rilievo,

lo stesso Piero Ancillotti suggerì

a Giorgio Rivara di mettere

in produzione quel modello da

minicross con il marchio Rivara.

L’anno successivo il mercato si

arricchì del nuovo marchio italiano

e dal 1977, conclusi gli studi

e prestato il servizio militare nei

Vigili del Fuoco, Daniele Rivara

entrò ufficialmente a far parte

dell’azienda, portando tutto il suo

giovane entusiasmo con cui diede

nuova linfa alla produzione. In

breve il catalogo Rivara si arricchì

di nuovi modelli con la linea

Cangurino, con un modello minitrial

che ricordava la linea della

famosa Montesa Cota 247, la CX

che riprendeva la Yamaha XT600

e altri ancora, divenendo ben presto

famoso tra i piccoli appassionati

di motociclismo che sognavano

ad occhi aperti davanti alle

pubblicità delle riproduzioni in

miniatura delle moto più famose,

con cui i campioni sfrecciavano

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sulle piste di cross e di velocità. Il

Marchio della Rivara fu da subito

quello che tutti conosciamo e

che molti credono sia formato dal

nome Rivara preceduto da un E

rovesciata ma, come ci ha spiegato

Daniele Rivara nel corso della

breve intervista, si tratta di una M

rovesciata verticalmente che sta

per Moto, quindi il marchio deve

essere letto come “MOTO RIVA-

RA”. Nel 1979 l’azienda cambia

denominazione definitivamente

in Motomarket Rivara.

Nel 1989 purtroppo venne a

mancare Giorgio Rivara ed il gravoso

impegno della conduzione

dell’azienda di famiglia ricadde

tutta sul figlio Daniele tanto che

l’anno successivo decise di interrompere

la produzione delle

minimoto continuando a seguire

le concessionarie, anche conscio

della sempre più accanita concorrenza

dei costruttori del Sol

Levante che negli anni successivi

divenne insostenibile, soprattutto

per i produttori di minimoto,

con l’invasione del mercato delle

micromoto da parte dei costruttori

cinesi che, pur a fronte di

una qualità non certo all’altezza

del prodotto italiano sia sotto il

profilo delle peculiarità tecniche

e dei materiali utilizzati sia per la

garanzia dell’assistenza post vendita,

potevano contare su prezzi

stracciati. Nel 2006 motivata dalle

richieste del mercato la Rivara

tornò nuovamente per una breve

parentesi produttiva con dei modelli

costruiti in parte oltreoceano

ma rivisti e migliorati ed allestiti

esteticamente in Italia dalla

Rivara stessa. Tra i nuovi modelli

vi furono anche un 125 cc. ed un

110 cc. denominato PXF109 che,

curiosità rivelataci direttamente

da Daniele Rivara, venne realizzato

per il compianto Campione

del Mondo Marco Simoncelli per

essere utilizzato come mezzo di

servizio all’interno del paddock

del motomondiale. Questa motocicletta

“speciale” oggi si trova

presso la sede della Rivara ma il

titolare ci ha rivelato l’intenzione

nobile di donarlo al museo Simoncelli

in allestimento, mentre,

come abbiamo appreso durante

la nostra chiacchierata, fu proprio

una RIVARA la minimoto

da cross usata da Valentino Rossi

(con il n 6 quale contrassegno

in gara come ritratto in una fotografia

pubblicata nel libro autobiografico

“Io Valentino”) agli

albori della sua gloriosa avventura

motociclistica. La decisione

di abbandonare nuovamente la

costruzione di minimoto e moto

arrivò ben presto per decisione

del titolare volta a non disperdere

energie per sostenere la battaglia

massacrante con i produttori

dell’estremo Oriente.

Oggi la Rivara è ancora in attività

come concessionaria di prestigiosi

marchi soprattutto italiani per

i quali fornisce anche qualificata

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bile a chi ne avesse necessità per

completare al meglio un eventuale

restauro di un mezzo d’epoca

marchiato Rivara (info@

motomarketrivara.it) e dispone

di molti ricambi nuovi per motoveicoli

degli anni 70, 80 e 90

delle più importanti marche quali

Il marchio Rizzato ha origini ciclistiche,

essendo il fondatore Cesare

Rizzato costruttore di biciclette

già dai primi anni del 1900.

La stoffa del grande imprenditore

unita alla voglia di affrontare e

vincere nuove sfide lo spinsero

a tentare l’avventura nel settore

delle corse motociclistiche.

Le prime realizzazioni furono

motociclette spinte da propulsori

costruiti oltremanica utilizzati

anche da altri

produttori di

motociclette

dell’epoca, i motori

JAP. Nella

seconda metà

degli anni 50,

in pieno boom

economico, la

Rizzato avviò

la costruzione

di ciclomotori

con marchio

Atala-Rizzato e,

successivamente,

con il solo blasone

Rizzato diede

vita alla fortunata

e famosa serie

Califfone.

Gli anni settanta

videro il catalogo

Rizzato arricchito

da un modello

di ciclomotore da

RIZZATO

Gilera, Fantic, Cagiva, Beta, Swm,

Montesa, Italjet, Ktm, Ducati,

Husqvarna, MV, Honda, Suzuki…(ricambi@motomarketrivara.it)

Fausto Piombo

fuoristrada, il Satan cross 50 cc.

allestito con un telaio a doppia

culla chiusa, equipaggiato con un

motore Minarelli P4 nella prima

versione e in quelle successive

anche con il P6 in allestimento

standard e Compact System.

La produzione dei ciclomotori

Rizzato dovrebbe essere terminata

all’inizio degli anni novanta.

Giacomo Piombo

Pagine a cura di

Rizzato

USCITA OMAGGIO


l’inchiostro fresco

Ottobre 2022

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Fausto Piombo

ROMEO

Quella della Motron è un’altra

delle tante storie avventurose

iniziate in una delle tante officine

che negli anni cinquanta offrivano

il loro prezioso servizio di

riparazioni di cicli e piccoli ciclomotori.

All’inizio degli anni sessanta i

fratelli Po, che erano titolari di

un’officina operativa nella zona di

Modena, decisero di avventurarsi

nella costruzione di ciclomotori.

Iniziarono realizzando direttamente

i telai sui quali avrebbero

montato i componenti prodotti

da altri imprenditori del settore,

tra i quali, per la fornitura dei

motori scelsero la Minarelli, fiore

all’occhiello dell’Italia di quegli

anni e dei giorni nostri.

Per questa nuova casa costruttrice

fu deciso il nome Romeo e

con tale marchio vennero commercializzati

nel 1961 i primi

ciclomotori stradali che, grazie

alle ottime caratteristiche dei

mezzi ed ai loro prezzi contenuti

riscossero il gradimento dei giovanissimi.

Sul finire degli anni sessanta la

Romeo mise a punto il suo primo

modello fuoristrada, il Fujihama,

che, sebbene non fu mai prodotto

in serie, servì alla Romeo

ad aprire la strada sul mercato dei

ciclomotori da cross.

Così, come era prevedibile, nel

1971 usci dallo stabilimento Romeo

dei Fratelli Po il primo Scorpion

Cross nelle versioni equipaggiate

con i motori Minarelli

P4 e P6.

Importante per lo sviluppo dei

modelli da fuoristrada fu la

collaborazione, che nacque in

quegli anni, tra la Romeo ed il

costruttore e preparatore di Firenze

Fabrizio che curò la parte

agonistica della casa di Modena,

ottenendo soddisfacenti risultati

sia nel campionato italiano sia

nei campionati regionali.

A metà degli anni settanta la Romeo

decise di ampliare la propria

struttura aziendale e nacque il

nuovo marchio MOTROM (MO-

Tori ROMeo) modificato successivamente

in MOTRON per

evitare che venisse confuso con

il già presente marchio italiano

MOTOM.

La ROMEO-MOTRON terminò

la produzione nel 1998.

Giacomo Piombo

RONDINE COPETA

Il marchio Rondine Copeta non

era diffuso e non ebbe una grande

produzione di motoveicoli,

particolari che spiegano la scarsa

conoscenza del nome di questo

costruttore anche tra gli appassionati

di moto da fuoristrada d’epoca.

I ciclomotori Rondine Copeta

erano infatti distribuiti quasi

esclusivamente nella regione di

produzione e in quelle limitrofe

e raramente si poteva trovare

un rivenditore lontano da questi

ristretti confini. Ricordo personalmente

un Rondine Copeta

50 cross regalato dal padre ad un

amico genovese che trascorreva la

villeggiatura estiva negli anni 60

e 70 a Campo Ligure. Era un bel

cinquantino con una livrea rosso

fiammante, motorizzato Malanca,

che attraeva tutti i ragazzini che,

come il sottoscritto, non avevano

mai visto un altro “mootorino” da

cross di quella marca.

La Rondine Copeta credo sia

stata una delle poche case produttrici

di ciclomotori da fuoristrada

(forse l’unica?) ad adottare

il motore Malanca (si trattava di

un motore molto rassomigliante

al Franco Morini) e la sua produzione

fu probabilmente limitata

a poche migliaia di esemplari tra

tutti i modelli costruiti (fuoristrada,

stradali, ecc). Non abbiamo

trovato indicazioni circa l’anno di

fine dell’attività produttiva.

Fausto Piombo

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